Il 7 ottobre è una data che, nel corso di oltre mezzo secolo, ha cambiato più volte significato, seguendo quasi come uno specchio l’evoluzione dei rapporti tra Italia e Libia. Per gli italiani rimpatriati rimanda innanzitutto al 7 ottobre 1970, quando il nuovo regime rivoluzionario emanò il provvedimento di espulsione della comunità italiana dal Paese, dopo che i provvedimenti del 21 luglio avevano già disposto la confisca dei suoi beni. Ciò non significa, naturalmente, che gli italiani lasciarono materialmente la Libia tutti in quel giorno: le partenze si distribuirono nel tempo e si inserirono in un processo che si era rapidamente accelerato durante l’estate. Il 7 ottobre divenne tuttavia la data nella quale si condensò il significato di quella cesura e, negli anni successivi, il riferimento attorno al quale si sarebbe costruita la memoria della fine di una presenza comunitaria radicata nel Paese da generazioni.

La storia successiva di questa data permette di comprenderne ancora meglio l’importanza. Il regime di Muammar Gheddafi trasformò infatti il 7 ottobre nel “Giorno della Vendetta”, inserendolo nella propria rappresentazione della nuova Libia rivoluzionaria e nel più ampio processo di rilettura del rapporto con l’Italia alla luce dell’esperienza coloniale. La scelta della parola “vendetta” non era affatto secondaria: l’espulsione della comunità italiana e la confisca dei beni venivano presentate come il completamento simbolico della liberazione dal colonialismo e come la definitiva chiusura dei conti con il precedente dominio italiano.

In questo passaggio, tuttavia, emerge una delle complessità della vicenda. La storia del colonialismo italiano e quella della comunità ancora presente in Libia nel 1970 non coincidevano integralmente. Nel mezzo vi erano stati la Seconda guerra mondiale, la fine del dominio italiano, l’indipendenza della Libia nel 1951, quasi vent’anni di monarchia e la costruzione di nuovi rapporti tra Roma e Tripoli. Molti degli italiani coinvolti nei provvedimenti del 1970 erano inoltre nati in Libia e conoscevano quella terra innanzitutto come il luogo della propria vita, della propria famiglia e del proprio lavoro.

La stessa data finì così per assumere significati profondamente diversi sulle due sponde del Mediterraneo. Mentre nella Libia di Gheddafi il 7 ottobre veniva celebrato come il compimento di una rivalsa storica nei confronti del colonialismo, per gli italiani rimpatriati diventava il simbolo della perdita delle proprie case e attività, della confisca dei patrimoni e soprattutto dell’interruzione di una continuità di vita. Per decenni, due memorie dello stesso giorno hanno quindi guardato l’una verso l’altra attraverso il Mediterraneo, riflettendo non soltanto interpretazioni differenti del passato, ma anche le difficoltà che hanno caratterizzato a lungo i rapporti tra i due Paesi.

La storia del 7 ottobre, però, non si è fermata al 1970. Con il progressivo riavvicinamento tra i due Paesi e con il tentativo di affrontare il contenzioso derivante dal passato coloniale, anche il significato attribuito a quella ricorrenza cominciò lentamente a cambiare. Un passaggio particolarmente significativo avvenne proprio il 7 ottobre 2004, quando, durante la visita in Libia dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Gheddafi annunciò che la data non avrebbe più dovuto essere celebrata come “Giorno della Vendetta”, ma avrebbe dovuto assumere il significato di una giornata dell’amicizia tra Italia e Libia. Nella stessa occasione venne inoltre annunciata la possibilità per gli italiani espulsi nel 1970 di tornare a visitare i luoghi nei quali erano nati e cresciuti.

Il valore simbolico di quel gesto era evidente, ma il percorso era tutt’altro che concluso. Appena un anno dopo, nell’ottobre 2005, in Libia tornò infatti a essere celebrata la “Giornata della Vendetta”, dimostrando quanto il rapporto con il passato continuasse a risentire delle tensioni e dei contenziosi ancora presenti nelle relazioni bilaterali. Il passaggio dalla vendetta all’amicizia non avvenne dunque attraverso una semplice sostituzione terminologica, ma fu parte di un processo politico più lungo, discontinuo e a tratti contraddittorio.

Il punto di arrivo di quel percorso sarebbe stato raggiunto alcuni anni più tardi. Il 30 agosto 2008, con la firma a Bengasi del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, Italia e Libia tentarono di dare una sistemazione complessiva al lungo contenzioso legato al passato coloniale e di costruire su basi nuove il rapporto tra i due Paesi. Il riconoscimento delle responsabilità storiche italiane veniva inserito in una cornice rivolta al futuro, nella quale cooperazione politica, economica e sociale avrebbero dovuto accompagnare il superamento delle contrapposizioni del passato.

Guardato da questa prospettiva, il passaggio dal “Giorno della Vendetta” all’amicizia racconta molto più di una semplice evoluzione del calendario delle relazioni bilaterali. Racconta due modi differenti di confrontarsi con una storia comune difficile. Per lungo tempo il passato aveva rappresentato soprattutto un elemento di contrapposizione; successivamente si cercò invece di farne il punto di partenza per una relazione diversa, nella quale il riconoscimento delle responsabilità coloniali italiane potesse convivere con la volontà di costruire un nuovo rapporto tra Roma e Tripoli.

Per gli italiani rimpatriati dalla Libia questa trasformazione assume un significato particolare. Il riconoscimento delle responsabilità dell’Italia coloniale rappresenta un passaggio necessario nella ricostruzione della storia dei rapporti tra i due Paesi, ma non può comportare la cancellazione di ciò che avvenne dopo il colonialismo. Le sofferenze inflitte alla popolazione libica durante il dominio italiano e lo sradicamento vissuto dalla comunità italiana nel 1970 appartengono a momenti storici diversi, rispondono a contesti e responsabilità differenti e non devono essere messi sullo stesso piano. Possono però trovare entrambi posto in una ricostruzione capace di restituire nella sua interezza una relazione storica molto più complessa di quanto consentano letture univoche.

Anche per questo il 7 ottobre conserva ancora oggi un significato che va oltre la semplice commemorazione. Per l’AIRL ricordare questa giornata significa naturalmente mantenere viva la memoria di coloro che lasciarono la Libia, custodire le loro testimonianze e continuare a richiamare l’attenzione sui beni perduti e sulle questioni rimaste aperte. Significa però anche ricordare una caratteristica peculiare dell’esperienza dei rimpatriati: la partenza e quanto avvenne nel 1970 non cancellarono il rapporto che molti di loro continuarono a mantenere con la terra nella quale erano nati e cresciuti.

Questo elemento emerge con particolare evidenza nelle memorie familiari. La Libia è rimasta nelle fotografie conservate nelle case, nei racconti trasmessi ai figli e ai nipoti, nelle abitudini, nelle immagini di Tripoli e Bengasi, nei ricordi delle scuole, delle strade, del mare e delle amicizie. La perdita subita nel 1970 ha potuto convivere, e spesso ha convissuto, con un legame profondo verso i luoghi lasciati. È una dimensione importante perché permette di comprendere come la memoria degli italiani rimpatriati non debba essere interpretata necessariamente attraverso la contrapposizione con la Libia e con i libici di oggi. Chiedere che la propria vicenda venga conosciuta e riconosciuta non significa trasformarla in uno strumento di ostilità.

A cinquantasei anni di distanza, tuttavia, questa memoria sta inevitabilmente cambiando natura. La generazione che conobbe direttamente la Libia precedente al 1970 diventa sempre meno numerosa e il patrimonio di esperienze conservato per decenni attraverso il racconto personale e familiare non può più affidarsi soltanto alla voce dei protagonisti. Deve progressivamente diventare documento, archivio, testimonianza raccolta, ricerca storica e conoscenza pubblica. È probabilmente questa la principale responsabilità che il 7 ottobre pone oggi non soltanto all’AIRL, ma anche alle istituzioni, al mondo della ricerca e dell’informazione.

La storia degli italiani rimpatriati dalla Libia, infatti, non può rimanere confinata nella memoria privata di coloro che l’hanno vissuta e dei loro discendenti. Appartiene alla più ampia storia italiana del Novecento, nella quale trovano posto il colonialismo e la decolonizzazione, ma anche le migrazioni, gli esodi, i rimpatri e le trasformazioni che hanno investito le comunità italiane presenti fuori dai confini nazionali. Fare del 7 ottobre un’occasione di conoscenza significa dunque contribuire a inserire questa esperienza all’interno della storia nazionale, sottraendola tanto alla rimozione quanto alle semplificazioni.

Oggi esiste, inoltre, un’altra ragione per la quale questa data assume inevitabilmente una risonanza particolare. Da tre anni il 7 ottobre richiama anche un’altra e ben diversa pagina della storia mediterranea e mediorientale. L’attacco compiuto da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 ha attribuito a questa data un nuovo e drammatico significato, dando inizio a una fase le cui conseguenze hanno investito Israele, Gaza e l’intera regione.

Si tratta evidentemente di vicende storicamente e politicamente differenti, tra le quali sarebbe improprio stabilire parallelismi. La coincidenza ricorda però quanto determinate date possano caricarsi nel tempo di significati diversi e diventare punti di riferimento della memoria collettiva di comunità e popoli differenti. Per l’AIRL il 7 ottobre resta innanzitutto il 7 ottobre 1970, la data dell’espulsione e il simbolo della fine della presenza comunitaria italiana in Libia; il fatto che oggi quella stessa data evochi anche un’altra tragedia non modifica questa memoria, ma la colloca inevitabilmente in un Mediterraneo nel quale il rapporto tra storia, conflitto e memoria continua a essere profondamente attuale.

Cinquantasei anni dopo, ricordare il 7 ottobre significa dunque qualcosa di più che tornare ogni anno agli avvenimenti del 1970. Significa interrogarsi su ciò che è accaduto a quella memoria nel corso del tempo. Questa evoluzione non cancella ciò che il 7 ottobre rappresenta per gli italiani rimpatriati, semmai rende ancora più importante conservarne il significato originario, inserendolo però in una storia che nel frattempo è andata avanti. L’AIRL continua a custodire questa memoria non perché rimanga separata dalle altre, ma perché possa diventare pienamente parte della storia italiana del Novecento e della più ampia storia del Mediterraneo. Il compito, oggi, è fare in modo che insieme alla generazione che visse direttamente quella vicenda non scompaia anche la sua storia.