Il 20 ottobre 2011, nei pressi di Sirte, Muammar Gheddafi veniva catturato e ucciso dalle forze rivoluzionarie libiche, al termine di un conflitto che aveva posto fine a quarantadue anni di potere. Per gli italiani di Libia, il suo nome rimane legato soprattutto agli avvenimenti del 1970, quando il regime instaurato con il colpo di Stato del 1° settembre 1969 decretò la confisca dei beni appartenenti alla comunità italiana e ne impose l’espulsione dal Paese. Migliaia di persone furono costrette ad abbandonare abitazioni, attività economiche e luoghi nei quali erano nate o avevano trascorso gran parte della propria vita. Una vicenda che segnò profondamente la memoria dei rimpatriati e lasciò aperte questioni patrimoniali e di riconoscimento destinate a protrarsi nei decenni successivi.
Quella decisione si inseriva nella politica di affermazione della sovranità nazionale e di superamento dell’eredità coloniale perseguita dal nuovo regime. Nei decenni successivi, Gheddafi avrebbe trasformato profondamente il sistema politico libico, costruendo un modello di governo fondato sulla centralità della propria leadership, sul controllo delle risorse energetiche e su un articolato sistema di relazioni con apparati di sicurezza, gruppi sociali e comunità territoriali. Un sistema che, accanto alla redistribuzione di una parte della rendita petrolifera e all’ampliamento dell’accesso ad alcuni servizi, si caratterizzava per l’assenza di pluralismo politico, la repressione del dissenso e la subordinazione delle istituzioni al potere personale.
Quindici anni dopo la sua morte, tuttavia, la figura del colonnello continua a occupare uno spazio significativo nella memoria e nel dibattito politico. La Libia che nel 2011 si sollevò contro il regime non è riuscita a completare la transizione verso un nuovo ordine istituzionale. La divisione tra autorità rivali, la persistente influenza delle formazioni armate, le difficoltà economiche e il rinvio delle elezioni nazionali hanno contribuito ad alimentare, in alcuni settori della popolazione, una rilettura del passato nella quale la stabilità associata agli anni della Jamahiriya viene contrapposta alle incertezze del presente.
A rendere particolarmente significativo questo anniversario è anche un avvenimento recente: l’uccisione, il 3 febbraio 2026, di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio del colonnello che negli ultimi anni aveva rappresentato il principale riferimento politico e simbolico per una parte dei sostenitori del precedente regime. La sua scomparsa ha riaperto interrogativi sulla persistenza del gheddafismo, sulle divisioni della società libica e sulla capacità del Paese di elaborare un passato che continua a condizionarne il presente.
Un regime scomparso, un’eredità istituzionale ancora presente
Per comprendere le difficoltà della Libia contemporanea occorre partire dalle caratteristiche del sistema politico costruito da Gheddafi. Dopo il colpo di Stato del 1969, il progressivo consolidamento del suo potere portò alla creazione di un ordinamento che, soprattutto a partire dalla proclamazione della Jamahiriya nel 1977, venne presentato come un’alternativa alla democrazia rappresentativa.
Il modello dei congressi e dei comitati popolari avrebbe dovuto consentire l’esercizio diretto del potere da parte dei cittadini. Nella pratica, le principali decisioni rimanevano subordinate alla leadership del colonnello e all’influenza di strutture rivoluzionarie e apparati di sicurezza. L’assenza di partiti indipendenti, di un’effettiva alternanza politica e di istituzioni capaci di operare autonomamente contribuì a rendere il sistema fortemente dipendente dalla figura del suo fondatore.
La gestione delle entrate petrolifere rappresentava un elemento essenziale di questo equilibrio. Le risorse energetiche permettevano di sostenere l’occupazione pubblica, finanziare infrastrutture e servizi e distribuire benefici economici, ma costituivano anche uno strumento di consolidamento del consenso e di controllo delle relazioni tra centro e periferia. La capacità dello Stato di garantire condizioni materiali relativamente favorevoli conviveva con forti limitazioni della partecipazione politica e con meccanismi di repressione nei confronti degli oppositori.
La caduta del regime nel 2011 mise in evidenza la fragilità di un ordinamento nel quale le istituzioni non disponevano di sufficiente autonomia rispetto alla leadership. Alla dissoluzione del sistema di comando non seguì la rapida formazione di un’autorità statale capace di esercitare il monopolio della forza. Le formazioni rivoluzionarie che avevano combattuto contro Gheddafi conservarono un’ampia autonomia militare e progressivamente acquisirono un ruolo centrale nella competizione politica.
Questa eredità istituzionale aiuta a comprendere alcune delle difficoltà successive, senza tuttavia esaurirne le cause. Le scelte compiute durante la transizione, le rivalità tra le nuove élite e il ruolo dei gruppi armati e degli attori esterni hanno contribuito autonomamente all’aggravamento della crisi.
La nostalgia della Jamahiriya e la delusione per il presente
Uno degli aspetti più complessi della società libica contemporanea riguarda il rapporto con la memoria del periodo gheddafiano. La persistenza di ambienti favorevoli al precedente regime e la delusione verso gli esiti della transizione hanno mantenuto politicamente rilevante il richiamo alla Jamahiriya, anche se non esistono elementi sufficienti per quantificare con precisione quanto sia diffusa oggi la nostalgia del passato.
Il fenomeno non può essere interpretato esclusivamente come adesione ideologica. Per alcuni cittadini, il ricordo degli anni precedenti al 2011 è associato alla sicurezza quotidiana, alla continuità dei servizi pubblici e alla percezione di uno Stato capace di esercitare la propria autorità sull’intero territorio. Il confronto con le difficoltà della transizione, tra interruzioni dei servizi, aumento dei prezzi e presenza di gruppi armati, può favorire una rappresentazione del passato come periodo di maggiore stabilità, talvolta ridimensionandone gli aspetti repressivi e le limitazioni delle libertà politiche.
Occorre tuttavia distinguere tra nostalgia della stabilità e sostegno al ritorno del regime. Il rimpianto per determinate condizioni materiali non implica necessariamente il desiderio di ripristinare l’ordinamento politico precedente. Allo stesso modo, la critica alle autorità attuali non coincide automaticamente con una rivalutazione positiva di Gheddafi. Le opinioni possono essere contraddittorie, combinando il rifiuto dell’autoritarismo del passato con una valutazione negativa dei risultati della rivoluzione.
I sondaggi di Arab Barometer sulla Libia documentavano una diffusa insoddisfazione verso la classe politica, la percezione della corruzione e le difficoltà economiche, insieme al deterioramento della fiducia in numerose istituzioni. Questi dati aiutano a comprendere il contesto nel quale il richiamo al passato può acquisire forza, ma non costituiscono una misura diretta del sostegno al regime gheddafiano.
Anche la memoria del 2011 rimane profondamente divisiva. Per quanti subirono la repressione del regime e parteciparono alla rivolta, la sua caduta rappresenta una rottura fondamentale con un sistema autoritario. Per altri, soprattutto negli ambienti sociali rimasti legati al precedente ordinamento, la rivoluzione viene ricordata attraverso le perdite, le violenze e le successive forme di esclusione. Tra queste posizioni esistono numerose esperienze intermedie, nelle quali l’aspirazione iniziale al cambiamento convive con la disillusione per la situazione attuale. La Libia si trova così a confrontarsi non soltanto con istituzioni divise, ma anche con interpretazioni differenti della propria storia recente.
Saif al-Islam Gheddafi e la persistenza del gheddafismo politico
La vicenda di Saif al-Islam Gheddafi rappresenta probabilmente l’esempio più evidente della sopravvivenza politica dell’eredità del colonnello. Considerato per anni il possibile successore del padre, negli anni Duemila aveva cercato di costruire un’immagine di riformatore, promuovendo alcune aperture economiche e sostenendo iniziative di modernizzazione istituzionale. Il suo ruolo nei rapporti con i Paesi occidentali aveva contribuito a presentarlo come una figura potenzialmente capace di accompagnare una trasformazione graduale del sistema.
Questa immagine venne compromessa dagli avvenimenti del 2011. Allo scoppio della rivolta, Saif al-Islam si schierò apertamente a difesa del regime, assumendo posizioni pubbliche fortemente ostili ai manifestanti. Nello stesso periodo, la Corte penale internazionale emise nei suoi confronti un mandato d’arresto per presunti crimini contro l’umanità, legati alle violenze commesse durante la repressione.
Catturato nel novembre 2011, rimase detenuto a Zintan per diversi anni. Nel 2015 venne condannato a morte da un tribunale di Tripoli, al termine di un procedimento giudiziario la cui regolarità fu oggetto di contestazioni. Dopo il rilascio nel 2017, continuò a vivere lontano dalla scena pubblica, pur mantenendo un significativo valore simbolico per gli ambienti legati al precedente regime.
La sua candidatura alle elezioni presidenziali previste per dicembre 2021 segnò un ritorno inatteso nella competizione politica nazionale. La decisione provocò forti controversie, sia per la sua posizione giudiziaria sia per il significato politico di un’eventuale partecipazione della famiglia Gheddafi al nuovo ordinamento. Il processo elettorale, già ostacolato da profonde divergenze sulle regole e sulle candidature, venne infine rinviato.
La rilevanza di Saif al-Islam non si limitava però alla dimensione simbolica. Secondo un’analisi pubblicata recentemente da Arab Barometer, basata su un’indagine condotta nel 2022, il 45% degli intervistati libici dichiarava di avere molta o abbastanza fiducia in lui, rispetto al 39% che esprimeva un analogo livello di fiducia nei confronti di Abdul Hamid Dbeibah, primo ministro del Governo di Unità Nazionale.
Il dato richiede una lettura prudente. La fiducia personale in Saif al-Islam non può essere equiparata a un’intenzione di voto, né tantomeno a un sostegno maggioritario al ritorno della Jamahiriya. Inoltre, la rilevazione risale al 2022 e non descrive necessariamente gli orientamenti della popolazione nel 2026. Il risultato testimonia tuttavia che, almeno al momento della rilevazione, Saif al-Islam conservava un significativo livello di fiducia tra gli intervistati, nonostante la prolungata assenza dalla vita politica pubblica.
Il 3 febbraio 2026, Saif al-Islam è stato ucciso nei pressi di Zintan. La notizia è stata confermata dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, che il giorno successivo ha condannato l’omicidio e sollecitato un’indagine rapida e trasparente. Secondo quanto comunicato dal suo entourage, sarebbe stato vittima di un attacco mirato presso la propria residenza. Le responsabilità e il movente dell’uccisione non risultano però definitivamente accertati.
La scomparsa di Saif al-Islam apre inoltre interrogativi sul futuro politico dei sostenitori del precedente regime, da tempo divisi tra organizzazioni autonome, reti sociali e gruppi già integrati negli attuali centri di potere. Una parte degli ex gheddafiani ha infatti trovato spazio nelle strutture politico-militari dell’Est, mentre altri continuano a rivendicare una propria identità politica. Venuta meno la figura che più di ogni altra poteva rappresentare un riferimento comune, questi ambienti si trovano di fronte alla possibilità di ricostruire una leadership condivisa oppure di rafforzare le alleanze con le autorità esistenti. La persistenza del gheddafismo come riferimento identitario non garantisce, dunque, la sua capacità di tradursi in un progetto politico unitario.
Dalla Jamahiriya ai nuovi poteri: cosa è cambiato davvero?
La fine del regime gheddafiano non ha determinato la scomparsa delle logiche personalistiche nella gestione del potere. La frammentazione successiva al 2011 ha invece favorito l’affermazione di nuove leadership, la cui influenza si fonda sul controllo militare, sulle alleanze territoriali e sull’accesso alle risorse pubbliche.
Nell’Est, Khalifa Haftar ha progressivamente consolidato una struttura politico-militare nella quale assume crescente rilievo la dimensione familiare. Il ruolo attribuito ai suoi figli, in particolare Saddam e Khaled, negli apparati militari e di sicurezza ha alimentato interrogativi sulle prospettive di successione e sulla possibile stabilizzazione di un sistema di potere dinastico. Nell’Ovest, il GUN guidato da Abdul Hamid Dbeibah continua a operare da Tripoli, nonostante il mancato svolgimento delle elezioni che avrebbero dovuto concludere la fase transitoria. La sua autorità rimane condizionata dai rapporti con le formazioni armate e con gli attori locali, la cui influenza si estende anche alla gestione delle risorse e delle strutture amministrative.
Pur nelle profonde differenze rispetto alla Jamahiriya, emerge una continuità nella difficoltà di subordinare il potere politico a istituzioni autonome e a regole condivise. Se durante il regime di Gheddafi l’autorità era concentrata attorno a una leadership nazionale, oggi risulta distribuita tra centri concorrenti, spesso legati a interessi personali, familiari e territoriali. Il superamento del precedente sistema autoritario non ha quindi portato al consolidamento di un ordinamento pluralista, ma a una diversa configurazione del potere, nella quale la debolezza dei meccanismi istituzionali continua a rappresentare un ostacolo alla stabilizzazione del Paese.
Il peso della crisi sulla vita quotidiana
Le difficoltà della transizione assumono un significato particolarmente concreto quando vengono osservate attraverso le condizioni di vita della popolazione. Nonostante le ingenti risorse petrolifere, la Libia continua a confrontarsi con problemi legati all’efficienza dei servizi pubblici, alla gestione delle finanze statali e alla distribuzione delle entrate energetiche.
La dipendenza dal petrolio rende l’economia vulnerabile alle interruzioni produttive e alle controversie sul controllo delle infrastrutture. Le risorse pubbliche, inoltre, rappresentano uno degli strumenti principali attraverso i quali le diverse leadership consolidano relazioni politiche e sistemi clientelari. Ne deriva una competizione che non riguarda soltanto le cariche istituzionali, ma anche la gestione della spesa pubblica, degli apparati amministrativi e delle opportunità economiche.
Nei suoi briefing periodici, l’attuale rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Hanna Tetteh, ha evidenziato più volte il deterioramento delle condizioni economiche. Ha inoltre sottolineato come l’accesso ai servizi essenziali rimanga inaffidabile, nonostante le entrate che il settore petrolifero potrebbe garantire al bilancio pubblico.
Non bisogna però trascurare che le condizioni economiche della Libia gheddafiana variarono considerevolmente nel corso dei decenni. Il Paese attraversò periodi di crescita e di espansione dei servizi, ma anche fasi di isolamento internazionale, sanzioni, difficoltà economiche e profonde disuguaglianze nell’accesso alle opportunità. In tal senso, presentare l’intero periodo precedente al 2011 come una stagione omogenea di prosperità significherebbe riprodurre una rappresentazione semplificata del passato.
La persistente difficoltà di trasformare le entrate petrolifere in servizi efficienti e opportunità economiche costituisce così uno degli aspetti più evidenti della crisi dello Stato libico, contribuendo ad alimentare il malcontento della popolazione nei confronti delle autorità.
Una riconciliazione che non può prescindere dal passato
Ancora oggi, la riconciliazione nazionale rimane uno dei problemi più difficili da affrontare. Il conflitto del 2011 e le violenze successive hanno prodotto fratture profonde tra comunità, città e gruppi sociali, alimentando memorie differenti e spesso contrapposte.
Le responsabilità del regime gheddafiano nella repressione del dissenso e nelle violazioni dei diritti umani costituiscono una parte imprescindibile di questa storia. Al contempo, il periodo successivo alla rivoluzione è stato segnato da nuove violenze, detenzioni arbitrarie, sfollamenti e forme di esclusione che hanno coinvolto anche persone e comunità considerate vicine al precedente sistema.
In questo contesto, la memoria del passato non è soltanto una questione storica, ma un elemento che continua a influenzare la possibilità di costruire un nuovo patto politico. Il riconoscimento delle violazioni commesse dal regime precedente dovrebbe convivere con l’accertamento delle responsabilità per i crimini successivi al 2011, evitando sia la cancellazione delle sofferenze delle vittime sia l’attribuzione di responsabilità collettive a intere comunità.
Un percorso di riconciliazione credibile richiede pertanto qualcosa di più di un accordo tra le principali leadership. Occorrono istituzioni giudiziarie indipendenti, garanzie per le vittime, strumenti di partecipazione e la possibilità di ricostruire una memoria pubblica che riconosca la pluralità delle esperienze senza rinunciare all’accertamento delle responsabilità individuali.
Quindici anni dopo, il futuro rimane sospeso
Il quindicesimo anniversario della morte di Gheddafi cade in una fase nella quale la Libia continua a cercare una soluzione alla propria divisione istituzionale. Il processo politico promosso dalle Nazioni Unite ha registrato alcuni sviluppi, ma le divergenze tra le principali autorità rimangono profonde.
Nell’ambito del cosiddetto Smaller Convening, i rappresentanti delle principali istituzioni libiche e della componente militare orientale hanno raggiunto un accordo sul percorso verso nuove elezioni nazionali. Il documento prevede interventi sul quadro elettorale e l’obiettivo di organizzare elezioni presidenziali e legislative entro un periodo non superiore a ventiquattro mesi, sotto un’autorità esecutiva unificata.
L’attuazione dell’intesa si è però scontrata con nuove divergenze. Come riferito dall’UNSMIL il 14 ottobre scorso, l’Alto Consiglio di Stato ha respinto l’accordo il 5 ottobre, mentre la Camera dei Rappresentanti aveva espresso il proprio sostegno nel mese precedente. La stessa Missione ONU ha sottolineato che la frammentazione del sistema giudiziario e le resistenze politiche continuano a rappresentare ostacoli rilevanti per la realizzazione di elezioni credibili.
Tali sviluppi confermano che la questione libica non può essere ridotta alla semplice individuazione di una data per il voto. Il problema riguarda la costruzione di condizioni istituzionali e di sicurezza che consentano a tutti gli attori di riconoscere il risultato elettorale e di accettare un’eventuale redistribuzione del potere.
Il bilancio di questi anni non può essere ridotto alla contrapposizione tra la stabilità del regime e il disordine successivo. Una simile lettura trascurerebbe tanto il carattere autoritario del sistema gheddafiano quanto le responsabilità degli attori che hanno guidato la transizione. La questione più importante è comprendere perché la fine di un potere personale non sia stata accompagnata dalla costruzione di istituzioni capaci di garantire sicurezza, rappresentanza e continuità amministrativa.
Quindici anni dopo il 20 ottobre 2011, Gheddafi rimane una figura divisiva, ma la sua eredità continua a rappresentare una componente della vita politica e della memoria collettiva libica. Il futuro del Paese dipenderà anche dalla capacità di confrontarsi con questo passato senza idealizzarlo né cancellarlo, superando al tempo stesso le nuove forme di concentrazione e frammentazione del potere emerse dopo la rivoluzione. La sfida, ancora incompiuta, è trasformare la fine di un regime nella costruzione di uno Stato.
Mario Savina, analista ricercatore, si occupa di Nord Africa e flussi migratori. AIRL – Italiani di Libia, OSMED – Osservatorio sul Mediterraneo (Istituto “S.Pio V”), Sapienza Università di Roma.
