Il 1° settembre 1969 rappresenta una cesura fondamentale nella storia contemporanea della Libia. Nelle prime ore di quel giorno un gruppo di giovani ufficiali rovesciò la monarchia di re Idris e proclamò la Repubblica araba libica. Dal Consiglio del Comando della Rivoluzione emerse rapidamente la figura di Muammar Gheddafi, destinato a guidare il Paese per oltre quarant’anni.

Per la Libia cominciava una nuova stagione politica. Per gli italiani che ancora vivevano nel Paese nordafricano iniziava un periodo di profonda incertezza che, in meno di un anno, avrebbe condotto alla fine di una comunità radicata da decenni.

È soprattutto per questo che il 1° settembre occupa un posto particolare nella memoria degli italiani di Libia. Non è la data delle confische e neppure quella dell’espulsione. È il momento nel quale cambiò radicalmente il contesto politico e istituzionale nel quale quella comunità aveva continuato a vivere dopo l’indipendenza libica del 1951.

Negli anni della monarchia, Italia e Libia avevano progressivamente ricostruito le proprie relazioni dopo la difficile eredità del colonialismo e della guerra. Il Trattato italo-libico del 1956 aveva regolato numerose questioni ancora pendenti tra i due Paesi e definito anche la condizione della comunità italiana e dei suoi beni. In quel quadro, migliaia di italiani avevano continuato a vivere e lavorare in Libia, partecipando alla vita economica e sociale di un Paese che stava attraversando una fase di profonda trasformazione.

La rivoluzione del 1° settembre modificò questo equilibrio. Il nuovo potere si presentò fin dall’inizio come espressione di un nazionalismo arabo fortemente influenzato dal nasserismo e deciso ad affermare una più piena sovranità libica, ridimensionando la presenza e l’influenza straniera nel Paese. Era un processo che riguardava anzitutto la Libia, la sua collocazione internazionale e la costruzione di una nuova identità nazionale.

All’interno di questo processo, tuttavia, la posizione della comunità italiana divenne progressivamente più fragile. La presenza degli italiani finì sempre più per essere interpretata attraverso la memoria del colonialismo, fino a sovrapporre una vicenda storica complessa alle esperienze individuali di migliaia di persone che, nel 1969, vivevano una realtà profondamente diversa da quella dell’epoca coloniale.

Molti erano nati in Libia e non avevano mai conosciuto un’altra casa. Altri vi erano arrivati molti anni prima, vi avevano costruito famiglie, imprese, attività professionali e relazioni personali. Per loro la Libia non rappresentava semplicemente il luogo nel quale lavoravano: era lo spazio della propria quotidianità e, molto spesso, della propria identità.

Questo è forse uno degli aspetti che ancora oggi meritano maggiore attenzione. Riconoscere le responsabilità del colonialismo italiano, studiarne senza reticenze anche le pagine più dure, non significa attribuire retroattivamente quelle responsabilità a ogni italiano che si trovava in Libia nel 1970. Tenere insieme queste due consapevolezze non significa attenuare la storia, ma comprenderla nella sua complessità.

Dopo il 1° settembre gli eventi si susseguirono rapidamente. Il nuovo regime intervenne sulla presenza militare straniera e sui rapporti con le potenze occidentali, mentre cresceva il richiamo alla piena riappropriazione delle risorse e alla cancellazione delle eredità del passato coloniale. In questo clima si inserì anche il progressivo deterioramento della condizione della comunità italiana.

Il passaggio decisivo arrivò il 21 luglio 1970. Con i provvedimenti emanati dal regime di Gheddafi furono confiscati i beni degli italiani ancora residenti nel Paese e venne avviato il processo che avrebbe portato alla loro definitiva partenza dalla Libia.

Tra il 1° settembre 1969 e il 21 luglio 1970 trascorsero meno di undici mesi. In quel breve arco di tempo, una comunità che aveva attraversato la fine del colonialismo, la guerra, l’indipendenza della Libia e quasi vent’anni di monarchia si trovò improvvisamente davanti alla prospettiva di dover lasciare il Paese.

Per migliaia di famiglie significò perdere case, terreni, aziende, attività commerciali e beni costruiti attraverso anni di lavoro. Ma significò soprattutto interrompere una continuità di vita. Il rimpatrio in Italia, per molti, non fu un ritorno nel significato più semplice del termine: si arrivava nella propria patria giuridica lasciando quella che era stata, fino a quel momento, la propria casa.

È una contraddizione che ha segnato profondamente la memoria degli italiani di Libia e che aiuta a comprendere perché quella esperienza continui a essere trasmessa, ancora oggi, da una generazione all’altra.

A cinquantasette anni di distanza, ricordare il 1° settembre 1969 non significa formulare un giudizio sul popolo libico, né alimentare contrapposizioni che non appartengono allo spirito con cui l’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia custodisce questa memoria. Significa ricostruire con lucidità un passaggio che cambiò profondamente la Libia e che ebbe conseguenze irreversibili anche sulla vita della comunità italiana.

Le due storie, del resto, sono inevitabilmente intrecciate. Lo dimostra anche ciò che è avvenuto dopo il 1970. La partenza non cancellò il legame con la Libia. Quel rapporto è sopravvissuto nelle amicizie, nei ricordi familiari, nelle fotografie, nelle abitudini, nelle parole e nei racconti tramandati ai figli e ai nipoti. È sopravvissuto soprattutto nel sentimento verso luoghi che, nonostante la distanza e il trascorrere degli anni, hanno continuato a essere percepiti come parte della propria storia.

Per questo ricordare non significa coltivare rancore. La memoria delle ingiustizie subite può convivere con il rispetto per il popolo libico e con la volontà di costruire rapporti sempre più profondi tra le due sponde del Mediterraneo. Anzi, una memoria consapevole può diventare uno strumento di dialogo quando rinuncia alla contrapposizione senza rinunciare alla verità.

Oggi Italia e Libia continuano a essere unite da una geografia che nessun cambiamento politico può modificare, ma anche da una trama di rapporti umani, culturali ed economici molto più profonda delle alterne vicende della politica. Guardare al futuro è dunque necessario, così come lo è continuare a costruire un rapporto fondato sulla collaborazione e sul rispetto reciproco. Ma guardare al futuro non richiede di dimenticare il passato.

Il 21 luglio ricordiamo il momento in cui la comunità italiana fu privata dei propri beni e costretta ad abbandonare la Libia. Il 1° settembre ci invita invece a volgere lo sguardo all’inizio di quella stagione di trasformazioni e a ricordare quanto rapidamente i grandi mutamenti della storia possano entrare nella vita delle persone e modificarla per sempre.

Oggi molti dei protagonisti di quegli eventi non ci sono più. Le loro testimonianze, i loro documenti e i loro ricordi stanno progressivamente passando dalle mani di chi quella storia l’ha vissuta a quelle di chi ha il compito di conservarla e trasmetterla.

È forse questa, cinquantasette anni dopo, la responsabilità più importante. Fare in modo che la storia degli italiani di Libia non si riduca lentamente a una somma di memorie familiari, ma diventi pienamente parte della memoria collettiva italiana e mediterranea. Perché il 1° settembre 1969 cambiò la storia della Libia. E, da quel momento, cominciò a cambiare per sempre anche la storia degli italiani che lì avevano costruito la propria vita.