Ci sono date che appartengono a una comunità. E ci sono date che appartengono alla storia di un Paese. Il 21 luglio 1970 è una di queste.
Quel giorno il regime di Moammar Gheddafi emanò i decreti che disponevano la confisca dei beni dei cittadini italiani residenti in Libia e la loro espulsione dal Paese. Nel giro di poche settimane si concluse una presenza italiana che, per molte famiglie, durava da generazioni. Migliaia di persone furono costrette a lasciare le proprie case, le aziende, le attività commerciali e agricole, gli affetti e tutto ciò che avevano costruito con il lavoro di una vita. Molti partirono con una sola valigia, lasciando alle spalle non soltanto un patrimonio materiale, ma una parte della propria identità.
Per chi visse quei giorni, il rimpatrio non fu semplicemente un trasferimento forzato: fu l’inizio di una nuova esistenza, spesso segnata dall’incertezza, dal sacrificio e dalla necessità di ricominciare da capo.
Oggi, a cinquantasei anni di distanza, quella vicenda conserva un significato che va oltre il ricordo personale di chi l’ha vissuta. È una pagina della storia della Repubblica che merita di essere conosciuta e studiata, perché rappresenta uno dei più rilevanti episodi di espulsione collettiva e di confisca patrimoniale subiti da cittadini italiani nel secondo dopoguerra.
Ricordare il 21 luglio non significa rileggere la storia con lo sguardo del risentimento né mettere in discussione il necessario approfondimento sul periodo coloniale italiano, che appartiene alla nostra storia e deve essere affrontato con serietà e rigore. Significa, piuttosto, distinguere le responsabilità storiche dalle vicende delle persone che nel 1970 vivevano e lavoravano in Libia.
Molti degli espulsi erano nati in quel Paese; altri vi risiedevano da decenni. Avevano costruito la propria vita nel rispetto delle leggi allora vigenti e furono colpiti non per ciò che avevano fatto, ma perché appartenevano a una determinata comunità nazionale. Su questo punto la storia dovrebbe essere chiara. Comprendere il contesto storico è doveroso, ma giustificare la punizione indiscriminata di migliaia di persone non lo è.
Nel corso degli anni lo Stato italiano ha adottato diversi provvedimenti a favore degli italiani rimpatriati dalla Libia, anche grazie all’impegno costante dell’AIRL. Si tratta di interventi che hanno rappresentato un segnale di attenzione, ma che non hanno mai compensato integralmente le perdite subite né risolto definitivamente una vicenda che ha inciso profondamente sulla vita di migliaia di famiglie. Le confische del 1970 cancellarono, con un unico atto, patrimoni costruiti nell’arco di generazioni: abitazioni, aziende, attività commerciali, terreni, risparmi e beni personali. Nessun provvedimento successivo avrebbe potuto restituire ciò che era stato perduto. Proprio per questo il tema degli indennizzi non può essere considerato esclusivamente sotto il profilo economico. Esso richiama un principio più ampio: il dovere dello Stato di accompagnare i propri cittadini quando sono vittime di eventi che travolgono la loro esistenza e di riconoscere pienamente il sacrificio che hanno affrontato. A oltre mezzo secolo da quei fatti, rimane l’esigenza di un riconoscimento storico e morale che completi il percorso compiuto finora. Non si tratta di alimentare rivendicazioni, ma di affermare un principio di equità e di memoria, affinché il destino degli italiani di Libia trovi finalmente il posto che gli spetta nella coscienza civile del Paese.
Esiste poi un’altra questione che riguarda tutti: la memoria. Per troppo tempo la storia degli italiani di Libia è rimasta ai margini del dibattito pubblico, poco presente nei libri di scuola, raramente approfondita nel mondo della cultura e spesso conosciuta soltanto da chi l’ha vissuta direttamente o ne ha raccolto il racconto in famiglia.
Una memoria dimenticata non diventa meno vera, ma diventa semplicemente più fragile. Ed è proprio contro questa fragilità che l’Associazione continua a operare da decenni, raccogliendo testimonianze, documenti e ricordi, affinché questa esperienza entri a pieno titolo nella storia nazionale.
Questa ricorrenza assume oggi un significato particolare. Italia e Libia collaborano su numerosi temi di interesse comune che riguardano il Mediterraneo, dall’energia alla sicurezza, dalla cooperazione economica alla gestione dei flussi migratori. È giusto che due Paesi vicini costruiscano rapporti di collaborazione guardando al futuro. Ma guardare al futuro non significa dimenticare il passato; al contrario, le relazioni più solide sono quelle che non hanno timore della memoria.
Ricordare il 21 luglio 1970 non significa alimentare contrapposizioni né riaprire ferite, ma significa rendere giustizia alla storia. Al contempo, significa riconoscere la dignità di migliaia di famiglie che hanno saputo ricostruire la propria vita senza mai rinunciare al ricordo delle proprie radici. Inoltre, significa trasmettere alle nuove generazioni una testimonianza di resilienza, di laboriosità e di amore per la propria identità.
L’AIRL continuerà a custodire questa memoria con spirito di verità, senza rancore e senza desiderio di rivalsa, nella convinzione che il dialogo tra i popoli sia tanto più forte quanto più è fondata sulla conoscenza della storia. La memoria non è un esercizio di nostalgia, ma è un atto di responsabilità. In tal senso, un Paese che conosce tutte le pagine della propria storia, anche quelle più dolorose, è un Paese più consapevole del proprio presente e più capace di costruire il proprio futuro.

