Un paradosso tutto italiano sta colpendo più di 200 cittadini italiani che, dopo oltre mezzo secolo, non si rassegnano ancora all’ingiustizia subita con la confisca di tutti i beni della collettività italiana operata da Gheddafi appena salito al potere in Libia.
Nel 2019, hanno intentato una causa collettiva contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) per ottenere l’erogazione dei fondi stanziati dalla legge 7 del 2009, non erogati per cavilli interpretativi assurdi. Il giudizio di primo grado si è chiuso con un esito tutt’altro che confortante per i ricorrenti: il Tribunale di Roma ha dato ragione al MEF, ritenendo l’operato del Ministero “trasparente e legittimo”. Eppure, con spirito di equità, il giudice ha deciso di compensare le spese processuali: nessuna parte doveva sostenere i costi legali dell’altra. Una magra consolazione, ma comunque una forma di riconoscimento dell’intricata situazione.
La beffa vera è arrivata poco dopo, per mano dell’Agenzia delle Entrate. In quello che è a tutti gli effetti un atto di ordinaria amministrazione, l’Agenzia ha avviato la liquidazione dell’imposta di registro dovuta sulla sentenza. Nulla di anomalo, sulla carta: poco più di 100 euro da ripartire tra tutti i partecipanti al giudizio, obbligati in solido. Ma l’Agenzia, a sorpresa, ha richiesto l’intero importo a ciascuno, come se fosse tenuto individualmente al pagamento. Un’operazione tecnica ma con conseguenze assurde. Lo Stato, infatti, incasserà ben 20.000 euro per un’imposta che dovrebbe essere complessivamente di 108,75 euro. Una decisione che appare come l’ennesima ingiustizia subita da chi non si è mai arreso di fronte ad “anomalie” successive che hanno caratterizzato tutti i provvedimenti in loro favore inadeguati e attuati con umilianti procedure.
Questa storia è ancora più amara perché l’ingiustizia subita oggi affonda le radici in una lunga e dolorosa consuetudine. I rimpatriati dalla Libia sono ormai assuefatti a subire vessazioni istituzionali, trattati come cittadini di serie B da oltre cinquant’anni. Il loro calvario, iniziato nel lontano 1970, non si è mai davvero concluso. Nel 2008, dopo ben 38 anni di silenzi e promesse disattese, si accese finalmente una flebile speranza: il Trattato di amicizia tra Italia e Libia includeva, nero su bianco, una disposizione che riconosceva formalmente i diritti dei rimpatriati, ma anche quella volta si rivelò illusoria. Nessun automatismo, nessun ristoro immediato: servirono quasi dieci anni perché i 200 milioni di euro previsti venissero effettivamente erogati. E anche in quel caso, non tutta la somma: infatti, come detto, una quota residua, pari a circa il 10%, è rimasta congelata.
A ciò si aggiunge oggi l’atteggiamento “schizofrenico” dell’Agenzia delle Entrate. Da una parte, il funzionario che ha gestito il fascicolo richiama una circolare interna del 2015 per giustificare l’assurdità della richiesta fiscale. Dall’altra, altri funzionari di pari grado – interpellati direttamente da alcuni rimpatriati – affermano l’esatto contrario, suggerendo di non pagare in attesa di una diversa comunicazione ufficiale “che dovrebbe arrivare presto”. Due interpretazioni opposte, provenienti dalla stessa amministrazione. Il risultato? Ancora una volta, a pagare sono le stesse persone: quelle che lo Stato avrebbe dovuto tutelare, risarcire, proteggere, oggi indotte ad un’ennesima opposizione.
Tra i ricorrenti, molti dei quali magari hanno già pagato, c’è chi arriva a parlare di “vergogna” istituzionale. Eppure, i rimpatriati, tutti in età avanzata o rappresentati dai loro ostinati eredi, hanno deciso, nonostante tutto, di proseguire la battaglia legale, presentando ricorso contro la sentenza di primo grado. Una scelta coraggiosa, quest’ultima, motivata non solo dal fattore economico – quel piccolo “tesoretto” che giace nei meandri della burocrazia – ma soprattutto da un senso di dignità e giustizia che continua ad animare chi ha già pagato un prezzo altissimo in passato.
Giovanna Ortu

