Non ho mai tenuto particolarmente a festeggiare il mio compleanno, forse perché avviene in piena estate: una delle mie amiche più care mi ha però recentemente ricordato che nel 1959 – compivo vent’anni – feci una festa a Tripoli, alla quale lei partecipò incontrando quello che sarebbe poi diventato suo marito.

Ma è innegabile che quel giorno – il 20 luglio – ha segnato la mia vita perché spesso legato a circostanze esterne di vasta portata. Nel 1969, proprio nel giorno in cui compivo trent’anni, l’uomo mise piede sulla luna mentre io a Tripoli guardavo le immagini in tv, molto confuse per la cattiva ricezione del segnale in Libia!

Aspettavo un bambino (sarebbe stata una femmina) e tutto sembrava evolvere al meglio, anche la nostra permanenza in Libia. Il Paese sembrava aver ritrovato la sua stabilità o forse volevamo crederlo noi, dato che l’esodo della comunità ebraica solo due anni prima, a seguito dei disordini provocati dalla vittoria di Israele nella guerra dei sei giorni, era stato un segnale di ineludibile gravità.

Ma poco più di un mese dopo, mentre la mia generosa zia siciliana mi consegnava, come dono per il nascituro (di sesso ancora sconosciuto), la serie di medaglie d’oro commemorative della grande impresa spaziale, la rivoluzione libica piombò su di noi come un ciclone carico di foschi presagi; Antonella venne alla luce venti giorni dopo con il taglio cesareo perché “mentre fino a poco prima tutto sembrava regolare, la testa non si era impegnata nelle ultime tre settimane”, come sentenziò il ginecologo.

Arrivai al compleanno successivo – 20 luglio 1970 – tra le grandi dolcezze della maternità e le preoccupazioni via via più pressanti per la nostra sorte di Italiani residenti in Libia: quella sera avevamo deciso di festeggiare in famiglia, la ricorrenza ed il primo anniversario dell’allunaggio.

Ma come un fulmine a ciel sereno, mentre brindavamo con lo champagne (proibito dalle disposizioni di Gheddafi), arrivò la notizia ancora riservata, ma decisiva: Gheddafi aveva firmato, il decreto di confisca di tutte le proprietà italiane che sarebbe stato pubblicato il giorno dopo. Nella notte mio fratello fu convocato per consegnare l’azienda agricola di Tagiura il mattino dopo. Il resto è cronaca!

Ogni anno il faro si accende su quella data: tutti i media ricordano la “conquista” della luna e ripercorrono ogni fase di quella avventura. Ma a nessuno, fuorché a noi, è venuto in mente che quel giorno mezzo secolo fa ha cambiato la vita di ciascuno di noi.

Oggi, a 86 anni, la mia speranza è che le future generazioni non ricordino solo l’anniversario dell’allunaggio come un evento storico eccezionale, ma che si facciano anche carico di altri capitoli importanti della nostra storia, come quello legato alla confisca delle proprietà degli italiani di Libia. In tutti questi anni, insieme a tutti coloro che hanno fatto parte dell’AIRL, ho lottato per preservare questa parte dimenticata del nostro passato e per far sì che i diritti della nostra collettività fossero finalmente riconosciuti. In tal senso, ogni passo che abbiamo fatto è stato orientato a non lasciare che questa tragedia scivolasse nell’oblio. Spero che i nostri figli e nipoti non solo celebrino il progresso tecnologico, ma anche l’importanza di non ignorare o dimenticare le ingiustizie del passato: la memoria storica è un pilastro su cui costruire un futuro migliore, fatto di rispetto reciproco e di consapevolezza delle radici che ci uniscono.

Giovanna Ortu