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Gheddafi
è fuori strada (e D'Alema lo sa bene)
Il
Giornale
11
marzo 2006
Stefano
Lorenzetto
Premesso
che il colonialismo grida vendetta al cielo, che dipendiamo dagli
idrocarburi libici, che gli sbarchi di immigrati clandestini
provenienti dal Golfo della Sirte sono già oltre il livello
di guardia, che vent'anni fa i lampedusani furono bersaglio -
sia pure mancato - di due missili Scud lanciati dalla Jamahiriya
araba socialista popolare, che i pescatori di Mazara del Vallo
hanno diritto a gettare le reti nel Mediterraneo senza rischiare
di finire in una sudicia galera di Zuara, tutto ciò premesso,
perché l'Italia dovrebbe regalare alla Libia una strada
litoranea da tre miliardi di euro che congiunga il confine egiziano
con quello tunisino? Solo perché Giovanni Giolitti
e Benito Mussolini erano malati di espansionismo? E la Spagna
e la Turchia, allora? In epoche antecedenti non trasformarono
forse il Paese nordafricano in un loro protettorato? Ha provato
il colonnello Gheddafì a mandare il conto anche ai Cavalieri
di Malta, che nel 1500 ebbero la sovranità sulla Libia
per una ventina d'anni? Vedrà che il gran maestro
Fra' Andrew Ninian Bertie gli spedisce a mo' di risarcimento una
bella cappa con croce ottago-na da indossare di sera nel deserto.
Avanti
di questo passo, il legittimo governo di Bagdad potrebbe chiamare
i teocrati di Teheran a rispondere della statua del dio Baal che
Serse I, re di Persia, si fischiò dopo la conquista di
Babilonia, e magari scoppia pure un'altra guerra Irak-Iran.
Giancarlo Galan, governatore del Veneto, potrebbe invece pretendere
dalla Francia l'immediata restituzione delle Nozze di Cana
di Paolo Veronese, nonché delle tele del Tiziano e del
Tintoretto, razziate da Napoleone e oggi custodite al Louvre.
Io personalmente esigo la riparazione di tutti i leoni di San
Marco che gli iconoclasti bonapartisti scalpellarono dalle facciate
della mia città alla capitolazione della Serenissima.
Parimenti l'Egitto avrà titolo per invocare la riconsegna
di tutti i capolavori trafugati dal Corso e che oggi riempiono
la nuova ala del museo parigino. E la Russia? Perché
non rende ai depredati le casse sequestrate dall'Armata rossa
a Berlino alla fine della seconda guerra mondiale? Stiamo
parlando di beni che appartenevano ad altre nazioni e agli ebrei
sterminati dai nazisti, almeno due milioni e mezzo di opere
d'arte, fra cui spicca il leggendario Tesoro di Priamo reclamato
dalla Turchia, oggi smembrato fra il museo Pushkin di Mosca e
l'Ermitage di San Pietroburgo (dove peraltro fanno bella mostra
65 dipinti di Van Gogh, Renoir, Degas, Gauguin, Monet, Cézanne,
Toulouse-Lau-trec, Manet, Pissarro, Matisse, bottino di guerra
prima dei tedeschi e poi dei russi).
A
questo punto vanno tolti dal British Museum e rimandati subito
in Grecia, con tanto di scuse del premier Tony Blair, i fregi
marmorei che l'ambasciatore britannico presso il governo
ottomano strappò dal Partenone nel 1811 col permesso del
sultano. E come saranno finiti in un museo della Nuova Zelanda
i lavori di Giovanni Fattori, Silvestre Lega, Telemaco Signorini
e altri macchiaioli toscani? Lo saprà il despota di Tripoli
che, solo per rimanere alla seconda guerra mondiale, l'Italia
fu spogliata di 2.356 fra quadri, sculture, arazzi, tappeti
a opera ora dei tedeschi ora delle truppe alleate?
Massimo
D'Alema ha accusato «il governo Berlusconi d'aver fatto
promesse a quello libico senza mantenerle». È
singolare che un simile rilievo provenga proprio da quel pulpito.
Quand'era presidente del Consiglio, il leader dei Ds, incurante
dei doveri di prudenza e di riservatezza impostigli dal rango
istituzionale, utilizzava il colonnello libico come argomento
di conversazione per divertire i commensali, lo trattava
alla stregua di un beduino analfabeta, sghignazzava delle sue
eccentricità. Posso testimoniarlo perché ero
presente a una di queste cene delle beffe. Be', avreste dovuto
sentirlo con quale perfìdia narrava delle donne guardie
del corpo da cui Gheddafì si fa proteggere, dei camerieri
finto inglesi da cui si fa servire, e poi della sabbia, dei cammelli,
delle palme e delle tende che s'è fatto portare in
una vecchia caserma nel centro di Tripoli per costruirsi,
come su un set, uno spicchio di deserto urbano. E ora proprio
D'Alema viene a parlarci di serietà nei rapporti col leader
libico? Ma per favore!
A
parte il fatto che da mezzo secolo il nostro governo è
costretto a ridiscutere questioni chiuse dall'accordo Italia-Libia
del 1956 sulla decolonizzazione, mi pare che il conto sia
già stato abbondantemente saldato dai nostri infelici
connazionali che nel 1970 furono espulsi dalla sera alla
mattina e obbligati dal dittatore a rientrare in patria con
gli abiti che avevano addosso, lasciando sul territorio libico
tutti i loro beni.
Se
si cede al nuovo ricatto di Gheddafì, toccherà riscrivere
la storia del mondo. Ma non a parole: con i fatti. Uno, cento,
mille obelischi di Axum attendono d'essere ritornati ai loro legittimi
pro-prietari. A condizione però che sia applicata la legge
della reciprocità. Quella che vale per tutti o non vale
per nessuno.
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Lettere
al Corriere
Danni
alla Libia: la rivendicazione
Il
Corriere della Sera
9
marzo 2006
Luciano
Carbognani
L'annuale
rivendicazione di Gheddafi per la riparazione dei danni della
guerra coloniale, orchestrata da Giolitti nel 1911 e perpetuata
con l'invasione fascista, è armata puntualmente.
Non possiamo essere responsabili degli atti dei nostri progenitori,
perché se lo facessimo e soddisfatta questa richiesta,
Gheddafi ci chiederà anche di far fronte alle riparazioni
conseguenti alla dominazione romana dopo la battaglia di Zama.
Inoltre i 20.000 italiani, figli di seconda o terza
generazione, che furono costretti a lasciare la Libia
dal 1970, dovrebbero essere risarciti per la confisca
dei beni che hanno accumulato onestamente con il loro lavoro,
costruendo strade, ospedali e infrastrutture. Sfortunatamente
l'Italia è vincolata non solo dalle forniture di petrolio,
gas, ma anche dalla minaccia dei clandestini che la Libia riverserebbe,
come in passato, sulle nostre coste. Non vi è alternativa
al dialogo con un Paese che figura nell'elenco dell'Islam moderato,
ma se riteniamo di porger e la guancia, ricordiamoci
che ne abbiamo solo due a disposizione.
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Un
cimitero per i libici deportati
Panorama
9
marzo 2006
M.V.
Mentre fra Italia e Libia torna la tensione
dopo gli incidenti di Bengasi, sull'isolotto di San Nicola
(una delle tre isole Tremiti) sta per essere ultimato un cimitero
dove dare sepoltura a oltre 450 libici deportati nel periodo coloniale
e morti di stenti e colera sulle isole. La struttura di legno,
metallo e pietra che richiama l'islamismo (costata 40 mila euro
sborsati dalla Farnesina) è nata dalla collaborazione
tra il comune di San Nicola e l'Isiao (l'Istituto italiano
per l'Africa e l'Oriente, con sede a Roma). «L'idea è
di due anni fa» spiega il sindaco Pappino Calabrese «e
non l'abbiamo pubblicizzata per evitare strumentalizzazioni».
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Gheddafi
vuole la Litoranea. «Un accordo è possibile»
Berlusconi:
gesto di riparazione, fatte diverse offerte
L'Italia
non si è mai accordata con il regime libico sulla questione
dei risarcimenti per il periodo coloniale, anche perché
ai nostri connazionali espulsi furono confiscati tutti i beni.
Distensione tra il Colonnello e Fini
Avvenire
7 marzo
2006
Giovanni
Grasso
Mentre
l'ex-ministro leghista Roberto Calderoli afferma di essere onorato
dalle minacce ricevute dai terroristi di al-Qaeda, dalla Libia
giunge un messaggio di dialogo, per quanto in chiaroscuro,
per u governo i-taliano: mittente il colonnello Gheddafi. Il leader
libico, che nei giorni scorsi non aveva escluso altri assalti
contro gli italiani e aveva criticato pesantemente Camerali
(definendolo «razzista e nazista»), ha fatto diramare
una lunga nota nella quale replica a tutte le critiche mossegli
da e-sponenti politici e istituzionali italiani. Il presidente
della Camera e leader dell'Udc Casini aveva detto: «Non
c'è bisogno che Gheddafi interferisca nella campagna
elettorale, anche perché ho il sospetto che non tifi per
noi». Il ministro degli esteri Gianfranco Fini aveva parlato
di «arringa comiziale». E i principali leader dell'Unione
di «minacce inaccettabili». Il Colonnello, piccato,
replica: «Il leader della Rivoluzione non mitre alcun
interesse (...) sull'esito delle possibili elezioni, in quanto
ha sempre dialogato con qualsiasi governo eletto». Gheddafi
dichiara poi di apprezzare l'operato del ministro Fini «per
l'equilibrio con il quale si è recentemente espresso
sulle relazioni bilaterali» Italia-Libia, ma si scaglia
contro commentatori dei giornali («hanno preconcetti»)
e contro Alessandra Mussolini (senza nominarla), che aveva difeso
l'operato colonialista del duce (e nonno) in Libia. Ma la
conclusione è sempre la stessa, la richiesta di «un
grande gesto, significativo e non solo simbolico, che ponga una
pietra sul passato per un futuro che rinnoverà amicizia
e comune sviluppo dei due Paesi». Il riferimento è
alla richiesta di risarcimenti all'Italia, sulla quale i
governi italiani non si sono mai accordati col regime libico
- tra cui la costruzione della grande strada litoranea dalla Tunisia
all'Egitto - anche per il nodo dei beni confiscati ai nostri connazionali
espulsi dalla Libia. Ma ora Berlusconi fa un passo in avanti:
«Abbiamo fatto diverse offerte, per esempio la costruzione
di ospedali, ma Gheddafi chiede la litoranea tra Egitto e Tunisia...».
È un impegno «di molte migliaia di miliardi»,
ma il governo «sta prendendo in esame questa e-ventualità,
visto che la Libia non ritiene di poter superare un'atmosfera
negativa nei nostri confronti se non attraverso questo gesto
di riparazione».
Quanto
ai fatti di Bengasi, uno dei figli del Colonnello, Saadi,
getta acqua sul fuoco: « Non credo che ci sia alcun
nesso tra le relazioni italo-libiche e quello che è successo
a Bengasi». Per il figlio del Colonnello «il primo
motivo della protesta riguarda sicuramente le vignette, ma
poi per sbaglio i poliziotti hanno sparato a delle persone
e quindi la gente ha reagito, ha sentito che lo Stato era schierato
contro questo incidente e ha protestato ulteriormente».
Soddisfatto Fini, per il quale «l'intervento libico rimette
le cose a posto». Da parte di Massimo D'Alema, presidente
dei Ds, arriva un apprezzamento per l'operato del capo della
Farnesina: «Voglio dargli atto di aver agito con misura,
anche se il governo nella persona dell'ex ministro per le
Riforme non si è comportato così brillantemente».
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Bobo
Craxi risponde al Colonnello:
"Non
l'ho offeso, è un equivoco. Mio padre gli ha salvato la
vita"
Il
Corriere della Sera
7
marzo 2006
Maurizio
Caprara
«Ma
è un equivoco. Io avevo soltanto usato un proverbio italiano.
Figuriamoci. Mio padre, di fatto, a Gheddafi salvò la vita»,
dice Bobo Craxi al Corriere. Figlio di uno dei dirigenti politici
italiani più amici degli arabi, non se l' aspettava di
finire sotto il tiro dell' Ufficio popolare della «Gran
Gamahiria araba libica popolare socialista», il nome dell'
ambasciata di Libia nel lessico gheddafiano. «Cane che abbaia
non morde», aveva commentato il secondogenito dell' ex segretario
del Psi sul discorso nel quale il Colonnello non escludeva altri
assalti come quello al consolato di Bengasi. E l' occasione riporta
a galla una pagina di storia rimasta in ombra. «Scomposte
dichiarazioni» le ha giudicate l' Ufficio, definendo Bobo
uno «che senza alcun merito porta il cognome di chi è
stato un importante uomo di Stato» e augurandogli di «ritrovare
la vera dialettica di cui un uomo politico dovrebbe avvalersi
e che lui dovrebbe aver ereditato, abbandonando l' uso di espressioni
riprovevoli a sfondo animalesco». «Ma Gheddafi mi
è sempre stato simpatico», osserva Bobo. E racconta
che cosa fece suo padre nell' aprile 1986, mentre era alla guida
del governo: «Quando gli americani andarono a bombardare
Tripoli, l' ambasciatore Maxwell Rabb chiese il permesso di sorvolo
dei cieli italiani. Informò mio padre e i loro aerei erano
già partiti dalla Spagna. Mio padre rispose: non è
che potete comunicarmelo mentre sono già in volo».
Ecco il particolare rimasto in ombra: «Mio padre aspettò
che Rabb girasse l' angolo di Palazzo Chigi, poi chiamò
un amico dell' ambasciatore libico e gli disse: "Fate sapere
al Colonnello che quelli lo vogliono andare a prendere".
E gli salvò la vita». Pizzicato dalla nota libica
anche Gianni De Michelis. È riferito a lui lo «stupore»
per le parole di persone che hanno diretto la Farnesina. De Michelis
aveva invitato a «smettere di corteggiare» Gheddafi.
Però non se la prende: «Lo stupore non è un'
offesa». Meno ovattata è stata la reazione di Tripoli
alle frasi di Alessandra Mussolini secondo le quali la Libia,
senza Duce, sarebbe rimasta ai cammelli. Nella nota, «disgustose»
per l' elogio alla «criminale politica di Mussolini».
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Rapporti
Difficili
Il
Corriere della Sera
7
marzo 2006
Maurizio
Caprara
L'
OCCUPAZIONE - 1911 . L' Italia acquisì il controllo
della Libia nel 1911, dopo una breve guerra contro l' Impero ottomano.
Negli anni Venti, la sanguinosa «pacificazione» della
colonia: si stima che morirono 100 mila libici (su una popolazione
di 700 mila).
IL
RITIRO - 1943 . Gli anni
Trenta furono segnati dalla «colonizzazione» italiana,
dopo la fine ufficiale della resistenza libica nel 1931. Nel 1943,
le forze italiane (già soccorse dalle truppe tedesche)
si ritirano sotto la pressione alleata.
L'
ESPULSIONE - 1970 . Una delle
prime misure di Gheddafi, appena salito al potere, fu l' espulsione
degli italiani nel 1970: in 20 mila dovettero andarsene, i loro
beni confiscati. Ancora oggi, il 7 ottobre, si celebra la «giornata
della vendetta».
IL
MISSILE - 1986 . La tensione
con l' Italia fu forte negli anni Ottanta. Durante la crisi tra
gli Stati Uniti e la Libia dell' 86, quando Ronald Reagan bombardò
Tripoli, Gheddafi per tutta risposta lanciò un missile
Scud contro Lampedusa 1986 il passato Gheddafi subordina un «ulteriore
miglioramento dei già eccellenti rapporti bilaterali»
a «un grande gesto», «non solo simbolico»,
che «ponga una pietra sul passato» l' offerta Nel
2002 Berlusconi fece capire a Gheddafi di poter dare 60 milioni
di euro per una strada. Il Colonnello rilanciò: una litoranea
Tunisia-Egitto. Palazzo Chigi cominciò a frenare.
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«Un
errore sottovalutare il leader libico: solo Andreotti l' ha capito»
Il
Corriere della Sera
7
marzo 2006
Paolo
Conti
Valentino
Parlato ha la Libia nel Dna. È nato a Tripoli nel 1931,
suo padre emigrò in cerca di lavoro nel 1926 e poi diventò
procuratore del registro all' ufficio delle imposte. Se ne andò
nel 1951 contro la sua volontà: «Mi arrestarono una
mattina come "comunista" e mi spedirono in Italia con
la prima nave. Con me c' erano tre operai, il notaio più
ricco di Tripoli e un ufficiale postale. Erano i tempi in cui
l' amministrazione britannica stava "ripulendo" la Libia
per restituirla a re Idris in vista dell' indipendenza».
Prima domanda. Lei ha firmato una prefazione per la Manifestolibri
a una raccolta di scritti di Gheddafi («Fuga dall' inferno
e altre storie»). Lo ha mai conosciuto, Parlato? «Sì.
L' ho intervistato nel novembre 1998. E ho proprio l' impressione
che noi occidentali lo sottovalutiamo, sappiamo poco di lui. Parlò
molto di ecologia, di buco dell' ozono, della donna "oppressa
in Oriente e anche in Occidente". Disse: "L' ambiente
e la donna sono le grandi questioni dell' avvenire, se vogliamo
averne uno". Gli chiesi a un certo punto: "qual'è
il vostro debito con l' Occidente?". Lui cominciò
a parlare di tecnologie, di industrie. Io lo fermai e gli dissi:
"Non è questo che voglio sapere". Lui capì
e disse una sola parola: "Aristotele". In Italia lo
chiamano beduino. Lo è, vive sotto le sue amate tende.
Ma è un beduino assai colto». Ma secondo lei Gheddafi
è attendibile o inattendibile? «È un uomo
molto intelligente. Ha studiato Rousseau, per esempio: il famoso
Libro Verde, a rileggerlo con attenzione, ha quella radice culturale.
Ama molto Dickens. È un grande uomo di teatro. Che gran
colpo di scena, quando ha accolto Berlusconi a Tripoli con quella
camicia piena di fotografie dei capi di stato africani. Il volto
più visibile era quello di Nelson Mandela: un messaggio
molto chiaro». Arriviamo alle sue richieste. Gheddafi ha
ragione o torto? «Dal suo punto di vista ha totalmente ragione.
L' Italia coloniale si è macchiata di massacri barbari
non solo sotto il fascismo ma anche con quel democratico di Giolitti.
A differenza del colonialismo francese, il vero obiettivo dell'
Italia era far scomparire i libici e sostituirli con gli emigrati
italiani, assegnando a loro tutte le terre». Morale: il
«grande gesto» dell' autostrada va fatto? «Penso
di sì. Bisognerebbe rispondere subito così: "intanto
cominciamo". Rasserenerebbe gli animi e porterebbe una congrua
presenza di industrie italiane in Libia. E la spesa rientrerebbe
in qualche modo nell' economia italiana. Gheddafi vuole la ricostruzione
in grande della vecchia via Balbia. L' Italia si è comportata
comunque da fessa. Nel 1969 se la poteva cavare con il famoso
ospedale da mille posti. Gli unici ad aver capito la situazione
sono stati Andreotti, D' Alema e Dini, ma soprattutto Andreotti...
Nulla è stato fatto. Ed eccoci qui, con una richiesta da
miliardi di euro». Perché l' Italia dovrebbe «inchinarsi
a Gheddafi»? «Almeno per quattro motivi, tutti validissimi.
Primo: per non mettere in pericolo il gasdotto italo-libico. Secondo:
ora l' Eni opera in Libia che è in continuo riavvicinamento
con gli Usa, se non stiamo attenti il suo posto potrà essere
preso dalla Esso. Terzo: parliamo di una terra strapiena di immigrati
dal cuore dell' Africa, se Gheddafi decidesse una ritorsione potrebbe
permettere l' approdo incontrollato sulle nostre coste di chissà
quante migliaia di disperati. Quarto: Gheddafi è stato
il primo dal mondo arabo a denunciare Bin Laden, lo spiega un
autorevole studioso come Angelo Del Boca». Se il centrosinistra
vincesse le elezioni cosa dovrebbe fare? «Prodi ha un' occasione
d' oro per un gran debutto sulla scena internazionale. Chiudere
i conti con la Libia, aprire una pagina sul Nordafrica e il Mediterraneo
tutta da scrivere».
(torna su)
Rimpasto
nel governo
Gheddafi,
sotto tutela, allontana i "riformisti"
Europa
7
marzo 2006
Marilisa
Palumbo
La
"vecchia guardia" di Tripoli ha segnato un punto
a suo favore nell'ormai estenuante lotta tra le componenti più
moderate e quelle più conservatrici del regime di
Gheddafi. Domenica il congresso generale dei comitati popolari
ha sostituito il premier libico Choukri Ghanern con il vice
premier, Mahmoudi Baghdadi.
Ghanem
era stato scelto nel giugno 2003 dal figlio di Gheddafi, Saif,
che voleva introdurre nell'economia fortemente centralista del
paese qualche elemento di libero mercato. La mossa era stata pensata
da Saif per ridurre il forte scontento popolare causato dall'alto
tasso di disoccupazione e dalla cronica mancanza di beni
e servizi. Ghanem, economista ed esperto del settore petrolifero
(non a caso andrà ora a guidare la società petrolifera
di stato) aveva avviato una politica di privatizzazione delle
imprese pubbliche, di blocco dei salari e di cancellazione delle
sovvenzioni per i prodotti di prima necessità.
Ma
quello che il figlio del Colonnello non aveva calcolato è
che oltre trentacinque anni di regime hanno creato un'intera
classe politica parassita, la quale beneficia dell'ordine
esistente e si oppone alle riforme nel timore di perdere i propri
privilegi. Nei suoi tre anni al governo Ghanem ha dovuto
costantemente scontrarsi con queste persone, che ricoprono ruoli
chiave nell'economia del paese e gli hanno rimproverato di
vendere, attraverso le liberalizzazioni, l'industria libica
agli stranieri.
Il
fatto stesso di avergli a suo tempo affiancato Baghdadi come vice
era stato un modo per annacquare ogni tentativo di riforma.
Alla fine la vecchia guardia, che conserva il suo ruolo solo in
base alla fedeltà a Gheddafi, l'ha spuntata e Ghanem
è stato messo da parte. La ragione per cui il Colonnello
non può alienarsi l'appoggio di quella che è la
parte più conservatrice dello stato è che. essa
è ormai l'unica solida base di sostegno su cui può
contare nel paese. Insidiare questo gruppo di fedelissimi significherebbe
insidiare il regime.
La
nomina di Baghdadi è tuttavia una scelta di transizione
e prima o poi Gheddafi dovrà sciogliere il nodo delle riforme,
che sono indispensabili alla sua sopravvivenza politica.
Le
rivolte di Bengasi hanno infarti svelato il grave momento
di difficoltà che sta attraversando il Colonnello sul fronte
interno. Le sue uscite contro l'Italia, il suo riprendere
il tema del risarcimento per il periodo coloniale è solo
un modo per calmare il crescente risentimento popolare nei
confronti della dittatura. Ieri Gheddafi ha rilanciato il discorso
di Sirte: la Libia è pronta a «piena disponibilità
e collaborazione per un ulteriore miglioramento dei già
eccellenti rapporti bilaterali» con l'Italia e qualunque
futuro governo, ha detto riferendosi alle imminenti elezioni,
ma, ha aggiunto, chiede «un grande gesto, significativo
e non solo simbolico che ponga una pietra sul passato per
un futuro che rinnoverà amicizia e comune sviluppo dei
due paesi». Risarcimenti, insomma. Intanto domenica il congresso
ha rimpiazzato il ministro dell'interno Nasr al Mabrouk -
allontanato dal dicastero lo scorso 18 febbraio per un uso eccessivo
della forza nel corso degli scontri davanti al consolato
italiano di Bengasi - con il generale Saleh Rajabwas.
Mosse apparentemente contraddittorie come la
liberazione degli ottantacinque mèmbri dei Fratelli Musulmani,
fatta per accontentare l'ala più moderata del regime
che voleva inviare un segnale di distensione alla popolazione,
e il rimpasto di governo per placare la vecchia guardia, dimostrano
come i vertici stessi dello stato siano in preda a una lotta interna
di cui l'opposizione potrebbe approfittare se solo avesse una
leadership adeguata.
(torna su)
«Non
ci importa chi vincerà».
Berlusconi:ok,ci
stiamo ripensando
La
Gazzetta del Mezzogiorno
7
marzo 2006
Nuova
richiesta all'Italia del leader libico Muhammar Gheddafi per chiudere
lo storico contenzioso nato con l'occupazione coloniale: rimane
tutta in piedi una precondizione alla stabilizzazione dei rapporti
bilaterali e cioè la necessità che Roma offra
come riparazione «un grande gesto, significativo e non solo
simbolico, che ponga una pietra sul passato».
Il
colonnello continua quindi a chiedere all'Italia la costruzione
di un'autostrada che dovrebbe attraversare l'intero territorio
libico. Una richiesta confermata dal premier Silvio
Berlusconi che ha precisato che la possibilità di una litoranea
che colleghi l'Egitto alla Tunisia, fortemente voluta da
Gheddafi, viene presa seriamente in considerazione dal
Governo: «visto che la Libia non ritiene di poter superare
una atmosfera negativa se non attraverso questo gesto
di riparazione».
Si
tratta di un'opera imponente che richiederebbe uno sforzo
finanziario ingente e rispetto al quale l'Italia ha continuato
a negoziare fino ai giorni scorsi - ieri il vicepremier Gianfranco
Fini ha definito una falsità il fatto che Silvio Berlusconi
ne abbia promesso a Gheddafi la costruzione - presentando proposte
alternative, sicuramente meno onerose, ma che avrebbero
avuto un impatto più diretto per la popolazione libica,
come, ad e-sempio, progetti sanitari.
Questa
volta Gheddafi ha ribadito il proprio intransigente pensiero
attraverso una nota ufficiale, tutto sommato pacata e dialogante,
nella quale non ha però risparmiato frecciate ed accuse,
seppur non citando alcun nome, a leader politici italiani
(si sono sentiti tirati in causa Bobo Craxi ed Alessandra
Mussolini). Ma la nota, soprattutto, non nasconde una profonda
irritazione per alcuni elogi del passato coloniale che sono
emersi nelle scorse settimane in Italia.
Quello
della Libia è uno dei dossier sensibili sul tavolo del
Governo, dopo le manifestazioni di Bengasi nelle quali sono
morte almeno tredici persone. E. Paese nordafricano infatti
è il maggior fornitore di idrocarburi all'Italia, nonché
il ponte di partenza di migliaia di immigrati illegali.
Non
può stupire quindi che il nodo libico - Calderoli o non
Calderoli - sia finito nel tritatutto della politica interna
italiana; nei giorni scorsi diversi esponenti della maggioranza
avevano, più o meno chiaramente, insinuato che le
prese di posizioni di Gheddafi avevano anche l'obiettivo
di condizionare le prossime elezioni. In sostanza, che il
colonnello tifi per Prodi, «il leader della rivoluzione
non nutre alcun interesse su una sua possibile candidatura (come
da qualcuno asserito) o sull'attuale svolgimento della
campagna elettorale in quanto ha sempre dialogato e dialogherà
con qualsiasi governo eletto», ha precisato l'inusuale nota.
Dopo
aver reso il merito al titolare della Farnesina di aver assunto
una «posizione equilibrata», la nota ha fatto
conoscere «lo stupore» del colonnello «per
le recenti dichiarazioni di persone che anche nei precedenti
governi hanno a-vuto posizioni di rilievo alla direzione della
Farnesina», nonché per alcune prese di posizione
della stampa italiana. E inoltre: «risultano del tutto inaccettabili
e da censurare le affermazioni disgustose di chi ha elogiato la
criminale politica coloniale di Mussolini».
Non
si sono ancora placate le polemiche dopo i fatti di Bengasi
che a sorpresa il figlio del colonnello, Saadi, attuale capo delle
forze speciali libiche, in una intervista alla «Vita in
Diretta» su RaiUno ha di fatto smentito il potente
padre precisando che non c'è «alcun nesso tra
ciò che è successo a Bengasi e le relazioni italo-libiche».
«H primo motivo delle proteste riguarda sicuramente
le vignette su Maometto», ha aggiunto.
Le
turbolente relazioni italo-libiche stanno dunque impegnando
non poco Governo e diplomazia. Se ieri Gianfranco Fini si
è detto soddisfatte spiegando che la nota «rimette
le cose a posto», il Governo nella sua interezza era già
corso ai ripari dopo gli incidenti di Bengasi attraverso
un impegno ufficiale formalizzato prima in Parlamento
poi attraverso un comunicato del Consiglio dei ministri:
servono «significative misure da concordare con le
autorità libiche». «Misure concrete che devono
dare il segno dell'amicizia tra i due popoli».
Naturalmente
non si dimenticano le tradizionali richieste italiane che
accompagnano questo lunghissimo contenzioso italo-libico:
in particolare l'Italia chiede che Gheddafi dia seguito «agli
impegni sottoscritti» e cioè alla concessione
senza discriminazioni dei visti ai profughi italiani e che si
ponga termine alle «limitazioni» tutt'ora vigenti
sul piano normativo e pratico alle aziende italiano. Limitazioni
che - sì badi bene - riguardano solo ed esclusivamente
imprese del bel Paese rendendo così ardua la competitività
italiana in Libia.
(torna su)
La
Libia fissa il prezzo per la pace: 3 miliardi.
Tanto
costa la litoranea voluta da Gheddafi, che ha rifiutato l'offerta
di un ospedale.
Berlusconi:
«Stiamo esaminando la richiesta»
Il
Giornale
7
marzo 2006
Anna
Maria Greco
La
Libia apprezza «l'equilibrio» del ministro degli
Esteri Gianfranco Fini, ma ribadisce la richiesta di «un
grande gesto, significativo e non solo simbolico che
ponga una pietra sul passato». Risarcimenti, insomma,
e si riferisce alla strada litoranea che colleghi Libia ed
Egitto.
Stavolta
non è Muammar Gheddafi che parla, come nell'infuocato comizio
di Sirte, ma una nota dell'ambasciata libica in Italia. E Silvio
Berlusconi assicura che il risarcimento dei danni coloniali
ci sarà: «Stiamo prendendo in considerazione questa
eventualità, visto che la Libia non ritiene di poter uscire
da questa atmosfera negativa nei nostri confronti se non con questo
grande gesto di riconciliazione». Il premier precisa
che si tratta di «un impegno di molte migliaia di miliardi»
e che non c'è alcun collegamento ai fatti di Bengasi.
In
un comunicato molto circostanziato l'ambasciata libica afferma
che «il leader della Rivoluzione» non ha alcun
interesse «all'esito delle votazioni, perché
ha sempre dialogato e dialogherà con qualsiasi governo
eletto». Pur lodando Fini, si respingono le illazioni
su un sostegno elettorale al leader di An.
Per
il titolare della Farnesina, la nota «rimette le cose
a posto perché da atto al governo di aver mantenuto una
posizione equilibrata». La disponibilità
all'amicizia con Tripoli c'è, aggiunge Fini a Porta a porta,
anche per dare stabilità al Medio Oriente e non offrire
«pretesti» al fondamentalismo. Ma «a
condizione
che la Libia si faccia carico dei debiti che ha nei confronti
di imprese italiane e dei cittadini italiani espulsi nel 1970».
In
trasmissione ha di fronte Massimo D'Alema, che gli riconosce
di avere agito «con senso della misura», contrariamente
all'ex ministro Calderoli. Il presidente Ds accusa, però,
il governo-Berlusconi di aver fatto promesse a quello libico senza
mantenerle. D'Alema ricorda che fu proprio il suo governo, con
ministro degli Esteri Lamberto Dini, a sottoscrivere nel
1998 l'accordo con la Libia.
Quell'accordo,
per il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, «non
ha trovato attuazione sostanzialmente per una non coerenza
libica». Berlusco-ni aveva offerto un ospedale, ma il Colonnello
preferiva una strada. «Avevamo proposto - racconta Mantica
- lo studio e la progettazione esecutiva di una strada dalla Tunisia
all'Egitto, per 60 milioni di euro. Ma Gheddafì intendeva
invece la costruzione completa della strada, per oltre 3 miliardi
di euro». Ora, con «pazienza, perseveranza e
prudenza» si deve continuare a trattare.
L'ambasciata
libica definisce «eccellenti» i rapporti Italia-Libia
e aggiunge piena disponibilità per un «ulteriore
miglioramento». Ma è «propedeutico»
il gesto tanto atteso dell'Italia. Al tempo stesso, critica le
«disgustose» dichiarazioni di chi ha elogiato
il colonialismo fascista (il riferimento è ad Alessandra
Mussolini), le «espressioni riprovevoli a sfondo animalesco»
dei figlio di uno statista, Bobo Craxi e i commenti di politici
(anche ex-ministri degli Esteri) o esperti e giornalisti che «ostentano
un'origione araba», ma hanno «preconcetti».
La Mussolini non commenta, ma Craxi si dice dispiaciuto del fraintendimento»
della sua espressione «can che abbaia non morde»,
riferita a Gheddafì. Sarà il «possibile
governo» di Romano Prodi, assicura il leader della
Margherita Francesco Rutelli, a chiudere il contenzioso.
Il Professore s'impegni, incalza il Verde Paolo Cento e il leader
di Re Fausto Bertinotti avverte: «Bisogna seguire la strada
del dialogo e dire a Gheddafì che ci vuole reciprocità».
(torna su)
Con
la Libia Tripoli si aspetta che venga completata la promessa autostrada
litoranea
«Una
pietra sul passato» Gheddafi vuole la pace
Ma
chiede all'Italia un «gesto significativo e non simbolico»
La
Stampa
7
marzo 2006
Guido
Ruotolo
Un
riconoscimento non dovuto, e per questo molto significativo, al
ministro degli Esteri, Gianfranco Fini: «Esprimiamo apprezzamento
per l'equilibrio con il quale, a nome del governo italiano, si
è recentemente espresso sulle relazioni bilaterali».
Una dichiarazione di neutralità di Gheddafi nei confronti
degli schieramenti politici impegnati nella campagna elettorale
italiana: «II Leader della rivoluzione ha sempre dialogato
e dialogherà con qualsiasi governo eletto». Stoccate
critiche vengono invece dispensate a giornalisti («che
presumono di conoscere la lingua araba o che ostentando un'origine
araba hanno preconcetti») e politici (i riferimenti
sono a recenti dichiarazioni di Gianni De Michelis, Alessandra
Mussolini e Bobo Craxi) e, soprattutto, una significativa
riaffermazione della dimensione strategica, quasi privilegiata,
che hanno e che dovranno avere i rapporti tra la Libia e l'Italia.
A condizione, però, che Roma mantenga gli impegni
assunti con Tripoli: «Un grande gesto, significativo e non
solo simbolico, che ponga una pietra sul passato per un futuro
di rinnovata amicizia e di comune sviluppo dei due Paesi».
È
questo, in sintesi, il messaggio distensivo che arriva dall'ambasciata
libica a Roma. Per chiudere le polemiche di queste settimane,
dopo il venerdì nero di Bengasi (17 febbraio), con
i suoi 14 morti e il consolato italiano «espugnato»
dai manifestanti il giorno dopo. Polemiche e incomprensioni
che hanno teso la corda quasi fino a farla spezzare. Con il ministro
Fini, che, pur criticando il comportamento del ministro Calderoli
per via della sua t-shirt blasfema, aveva ipotizzato che
la rivolta di Bengasi fosse dettata anche da questioni interne
libiche. E il Leader Gheddafi che, parlando alla televisione libica,
ha accusato Calderoli di essere «fascista, razzista,
crociato...», fino ad arrivare a sostenere che «i
libici odiano l'Italia».
Adesso
Tripoli lancia un messaggio distensivo, raccolto immediatamente
dal ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, che commenta soddisfatto:
«Il comunicato rimette le cose a posto perché da
atto al governo di aver mantenuto posizioni equilibrate».
Il presidente dei Ds, Massimo D'Alema, pur apprezzando Fini
per avere agito «con senso della misura», mette però
sotto accusa il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Vi
sono stati errori nel rapporto con la Libia. Sono state fatte
promesse di opere, di investimenti che poi non siamo stati
in grado di fare».
Dunque,
Tripoli indica una via di uscita. La richiesta del «grande
gesto» non è questione di ieri ma va avanti
da almeno quattro anni, da quando, era il 3 settembre del 2001,
al termine dell'incontro tra il ministro degli Esteri Ruggiero
e il leader
Gheddafì,
si materializzò il progetto della grande autostrada litoranea.
«Un impegno economico di molte migliaia di miliardi che
sinora ci è sembrato di non poter accettare», l'ha
definito ieri Silvio Berlusconi, ricordando di aver piuttosto
fatto a Gheddafi «diverse offerte per costruire ospedali».
Il presidente del Consiglio ha fatto capire comunque che
il governo potrebbe in futuro risarcire Tripoli: «Stiamo
prendendo in considerazione questa eventualità, visto
che la Libia non ritiene di poter uscire da questa atmosfera negativa
nei nostri confronti se non con un grande gesto di riconciliazione.
Il progetto è già in corso «con i partiti
della coalizione, con Fini e con il ministro Pisanu».
Ma
nonostante il «contenzioso» aperto, in questi anni
sono stati siglati accordi importanti - che il comunicato di ieri
ricorda e rilancia - «nel campo di azione di contrasto al
terrorismo, alla criminalità organizzata e allo sfruttamento
dell'immigrazione clandestina». I libici aspettano adesso
un nuovo segnale, disposti a sedersi attorno a un tavolo
e anche a ridiscutere l'oggetto del «risarcimento»,
insomma l'autostrada. Anche se, fanno sapere fonti diplomatiche
libiche, «deve essere chiaro che non ci accontentiamo solo
di un gesto simbolico, vogliamo comunque che sia significativo.
Dovrà essere un'autostrada o qualcos'altro... vedremo......
Dopo Bengasi con i suoi morti, la sostituzione del ministro dell'Interno
per cercare di arginare la collera dei familiari delle vittime,
Tripoli si aspettava da Roma un gesto forte, significativo. Su
due fronti: le dimissioni del ministro Calderoli (e l'esponente
leghista si è fatto da parte) e il rilancio dell'intesa
tra i due Paesi. Una settimana dopo il venerdì nero di
Bengasi, il Consiglio dei ministri ha deciso «di adottare
tutte le iniziative opportune a dare respiro strategico
e forte valenza operativa alla partnership Italia-Libia, assegnando
priorità assoluta alla duplice esigenza di chiudere definitivamente
il capitolo storico del passato coloniale e di risolvere il contenzioso
economico sui crediti che vantano le imprese italiane».
Nel
comunicato, i libici sollecitano «un rafforzamento
della cooperazione in materia commerciale, energetica
ed economico-finanziaria». È come se indicassero
una «convenienza» reciproca nel risolvere il
«contenzioso»: da una parte il riconoscimento
della tragedia rappresentata «dall'occupazione militare
della Libia», dall'altra l'investimento economico per realizzare
il «grande gesto», che potrà essere ammortizzato
dai risultati delle relazioni economiche e finanziarie tra
i due Paesi. «La cooperazione tra Libia e Italia -
spiega un diplomatico libico - è obbligata. Potrà
accadere che a un certo momento si creino delle incomprensioni,
che le relazioni ne risentano. Ma è solo una crisi passeggera
perché poi le relazioni riprenderanno con più forza
di prima».
(torna su)
Dal
'98 a oggi soltanto parole
La
Stampa
7
marzo 2006
Guido
Ruotolo
Con
il governo dell'Ulivo. È il 4 luglio del 1998. A Roma il
ministro degli Esteri Lamberto Dini e l'omologo libico Omar Mustasfa
El Muntasser sottoscrivono un comunicato congiunto che getta le
basi di una intesa che guarda al futuro facendo i conti con l'ingombrante
passato coloniale italiano:«Il governo italiano esprime
il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo lobico
a seguito della colonizzazione… Le due parti si esprimono la loro
volontà e determinazione a sviluppare relazioni bilaterali
su nuove basi fondate sull'eguaglianza, il mutuo rispetto e la
reciproca collaborazione… Il governo italiano si impegna 1) a
continuare a ricercare cittadini libici allontanati coercitivamente
all'epoca dalla loro Patria; 2) adoperarsi per la rimozione e
bonifica dei campi minati disseminati in Libia durante la guerra
e provvederà alla ricostruzione in Libia di un centro medico
specialistico per l'applicazione di protesi in collaborazione
tra la Mezzaluna rossa libica e la Croce rossa italiana; 3) offrire
risarcimenti e assistenza alle persone danneggiate per effetto
delle mine; 4) Al raggiungimento di tali obiettivi si provvederà
attraverso la costruzione di una Società italo-libica (…).
L'Italia si impegna a restituire tutti i manoscritti, reperti,
documenti, monumenti e oggetti archeologici trafugati in Italia,
durante e dopo la colonizzazione della Libia». Dall'Ulivo
alla Casa delle Libertà. Il 3 settembre del 2001, il ministro
degli Esteri Renato Ruggiero incontra in Libia il leader Muhammar
Gheddafi. Nasce una proposta per chiudere il contenzioso per il
passato: l'Italia si impegna a costruire un'autostrada litoranea
che attraversa tutta la Libia. Costi stratosferici, cifre da spavento.
Da allora a oggi si è andato avanti con promesse e missioni
di esperti per uno studio di fattibilità dell'opera. Parole,
promesse.
(torna su)
Gheddafi:
«Non parteggio alle elezioni, ma serve una riparazione»
Il
Sole 24 Ore
7
marzo 2006
Il colonnello Gheddafì torna a farsi
sentire. «Non nutriamo — si legge in una nota — alcun interesse»
per la campagna elettorale italiana; il popolo libico, invece, «attende
dall'Italia un grande gesto non solo simbolico» che metta
fine alla questione dei risarcimenti coloniali. Apprezzamento, inoltre,
per l'equilibrio» del ministro Fini. Che commenta: l'intervento
«rimette le cose a posto». E il figlio del colonnello
precisa: a innescare i disordini di Bengasi furono le vignette anti-lslam.
(torna su)
La
crisi con la Libia. Il Colonnello: chiunque vinca le elezioni
deve pagarci i "danni coloniali". E Berlusconi: stiamo
valutando un "grande gesto di riconciliazione"
Gheddafi
vuole il pizzo: 3 miliardi
Libero
7
marzo 2006
Andrea
Colombo
Gheddafi
ribadisce: esigo il
"grande gesto" da
parte dell'Italia,
voglio quei tre miliardetti di euro per costruirmi la
litoranea. Solo così, dice, si potrà parlare di
vera pace tra popolo libico e italiani, dopo la crisi provocata
dagli scontri di Bengasi di
febbraio. Il
vicepremier
Gianfranco
Fini si dichiara "possibilista". Lo stesso Berlusconi
è intervenuto
affermando
che serve il "gran gesto"; «Con i partiti della
coalizione stiamo vedendo se è
possibile prendere in
considerazione questa
eventualità, visto
che la Libia non ritiene
di poter uscire
da una atmosfera
negativa nei nostri
confronti se
non attraverso questo gesto
di riparazione
e di riconciliazione» .
Per quanto riguarda
la sinistra il verde Paolo Cento ha detto chiaro e tondo:
se vince Prodi dobbiamo pagare, ri sarcire
Tripoli per i
"danni coloniali". Via
libera quindi
alla litoranea che collega l'Egitto alla Tunisia. Pagata
da noi.
Moahmmar
Gheddafi quando parla di «grande gesto, significativo e
non solo simbolico che ponga una pietra sul passato per
un futuro che
rinnoverà amicizia e
comune sviluppo
dei due
Paesi», intende proprio questo. La
litoranea. A
poco gli importa
se vincerà
"l'amico" Berlusconi o
Prodi. Lui non si
schiera. L'importante
è che arrivino i
soldi. E tanti.
È questo
il succo del comunicato dell'ambasciata di Libia (anzi dell'Ufficio
Popolare della Grande Jamahirya Araba
Libica Popolare Socialista a Roma) diramato
ieri nel pomeriggio. Nella nota da un lato si parla con soddisfazione
degli sforzi congiunti Italia-Libia
nella lotta
all'immigrazione
clandestina e al
terrorismo.
Ma dall'altro si esprime «stupore» per le prese di
posizione di persone che, «anche in precedenti governi italiani,
hanno avuto posizioni
di rilievo»
come la guida
della Farnesina (Gianni
De Michelis che
aveva chiesto all'Italia di «smettere di corteggiare»
Gheddafi), e di «presunti esperti del giornalismo italiano»,
come Magdi Al-lam («ostentando un'origine araba ha preconcetti
e da giudizi che hanno tutta l'apparenza di essere prodotto di
elaborazioni non proprie»). Nel mirino di Tripoli
è finita
anche una dichiarazione di
Bobo Craxi che
viene accusato di aver «utilizzato espressioni riprovevoli
a sfondo animalesco». Bobo aveva detto di Gheddafi che è
«un cane che abbaia ma non morde» .
Logicamente i
libici attaccano ancora il
«razzista»
Calderoli (difeso ieri a
sorpresa dal
segretario Ds Piero Fassino, che ha espressò solidarietà
all'ex ministro leghista per le minacce arrivate dal vice
di Bin Laden, Al Zawahiri, diffuse da una tv satellitare). Per
Tripoli sono poi «del tutto inaccettabili e da censurare»
le affermazioni di chi «ha elogiato la politica coloniale
di Mussolini e l'occupazione militare della Libia». Nei
giorni scorsi la nipote del Duce aveva
attribuito al
nonno il merito
di aver
permesso ai libici
di non dover più viaggiare
in cammello.
«Il governo isoli la
Mussolini e
chiarisca che non condivide le
sue provocazioni»,
ha detto il presidente
dei deputati
della Rosa nel Pugno
Ugo Intini, avvallando la linea li bica.
Adesso,
il problema è «armarsi di
pazienza»
dice il sottosegretario Alfredo Mantica (An), e definire «il
gesto simbolico,
definito da Gheddafi il "grande gesto",
con cui
chiudere tutte
le questioni».
«Noi avevamo proposto lo
studio e la
progettazione
esecutiva di una strada dalla Tunisia all'Egitto, per un valore
di 60 milioni di euro, ma Gheddafi
intendeva
invece la costruzione completa della
strada, per una spesa
superiore ai
tre miliardi
dì euro» sottolinea Mantica.
Certo
se vincerà la sinistra, sarà
gioco facile
per Gheddafi ottenere il
maxi-finanziamento.
Basta sentire quello che ha da dire in merito il verde Cento per
rendersene conto: «Prodi si
impegni a risarcire la Libia per
i danni del colonialismo
fascista di Mussolini»
.
Da
tutte le trattative
per uscire dalla
crisi provocata dagli
scontri di Bengasi chi
rimane, come sempre,
tagliato fuori, sono quegli
italiani residenti
in Libia che, nel 1970,
hanno dovuto
abbandonare dall'oggi al domani tutte le loro proprietà.
Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Italiani
rimpatriati dalla
Libia (Airi), commenta: «II governo faccia pure
il "grande
gesto" ma
compia anche un
piccolo gesto
nei nostri confronti». «Si tratterebbe»,
spiega, «di rispet-tare gli impegni già presi a suo
tempo da Prodi e mai rispettati. Quei 250 milioni di euro da stanziare
in più annualità. È una cifre veramente simbolica.
Briciole rispetto a quello che abbiamo perso nel 1970. Dal centrosinistra
non abbiamo avuto una lira. E anche Berlusconi, ad ogni finanziaria,
ha trovato il modo per non rispettare l'impegno. Ci sentiamo dimenticati».
Sono
circa 20mila gli italiani nati in Libia. Nel 1970, con Gheddafi
al potere, persero tutto: 400 miliardi di vecchie lire dell'epoca.
Furono costretti a tornare in Italia, spesso in condizioni di
indigenza, a volte ospitati in campi per "rifugiati"
. In molti sono riusciti a ricostruirsi una vita. Anche se
i vari governi che via via si sono succeduti li hanno sacrificati
sull'altare della realpolitik, nella speranza di riallacciare
rapporti "normali" con lo scomodo vicino. Giovanna
Ortu, che li rappresenta, conosce bene la mentalità dei
libici. Dice: «Gheddafi va preso sul serio. Quando il 9
luglio del 1970 disse che ci avrebbe espropriato di tutto e rispedito
in Italia, il nostro governo nicchiò. Puntualmente
il 21 luglio il colonnello mandò i gendarmi a requisire
tutto. Ora che minaccia nuovi attacchi non va sottovalutato».
(torna su)
Gli
italiani espropriati dimenticati dai governi
Libero
7
marzo 2006
Andrea
Colombo
I
RIMPATRIATI. Sono circa 20mila gli
italiani nati in Libia e costretti a lasciare il Paese nel luglio
del 1970 dopo il golpe militare che ha portato al potere il colonnello
Gheddafi. Il nuovo regime libico, non riconoscendo l'accordo del
1956 fra il re Idris e il governo italiano che metteva fine ad
ogni contenzioso fra i due Paesi, requisì tutte le proprietà
degli italiani. Si calcola che Tripoli in quell'occasione s'intascò
beni (immobili, aziende, liquidità) per un valore
pari a 400 miliardi di lire dell'epoca.
CIFRA
SIMBOLICA. L'Associazione
Italiani rimpatriati dalla Libia (Airi) chiede che il governo
italiano rispetti l'impegno di versare 250 milioni di euro
per indennizzare tali perdite.
LE BRICIOLE. Finora gli
italiani rimpatriati dalla Libia
hanno ottenuto
100 miliardi di
vecchie lire,
spalmati dal 1980
in poi, a
titolo di indennizzo.
(torna su)
Rimpasto
a Tripoli
Il
Manifesto
7
marzo 2006
Grosso rimpasto di governo, con ogni probabilità
dovuto alla rivolta di Bengasi: il Congresso generale dei comitati
popolari riunito a Sirte, ha nominato Baghdadi Mahmoudi primo ministro
al posto di Shoukri Ghanem, passato a ministro del petrolio. Nuovi
ministri all'ambiente, alla sanità, all'istruzione, agli
affari sociali (una donna: Houda ben Amar) e all'economia (Taieb
al Safi al posto di Abdel Kader Kheir).
(torna su)
Destra
e Sinistra d'accordo
«Bisogna
mantenere i rapporti con Tripoli»
Il
Messaggero
7
marzo 2006
«Il
problema non è Calderoli, che ha sbagliato, ma che all'integralismo
e al fanatismo non si possono dare pretesti». Gianfranco
Fini interviene sulla questione dei rapporti con la Libia dopo
aver elogiato la nota distensiva dell'ambasciata di Tripoli a
Roma. «Gheddafi – dice – è una persona poliedrica,
ma su tutto ribadisco che noi dobbiamo stabilire rapporti di amicizia
e di collaborazione con la Libia anche per stabilizzare il Mediterraneo».
Soddisfatto anche il presidente della Margherita, Francesco Rutelli,
che esprime «apprezzamento per il fatto che il giudizio
del leader libico Gheddafi sui gravi avvenimenti di Bengasi sia
stato separato da quello sulle relazioni tra Italia e Libia».
Per il presidente dei DS Massimo D'Alema «un grande paese
come l'Italia non si può permettere le goliardate. Questa
volta ne siamo usciti per il rotto della cuffia, ma la prossima
volta?». «Bisogna seguire la strada del dialogo e
dire a Gheddafi che ci vuole reciprocità. Noi sappiamo
da che storia veniamo, l'Italia ha già dimostrato di sapere
anche chiedere scusa per gli atti di colonialismo drammatici e
consumati in quel paese». Lo afferma il segretario di Prc,
Fausto Bertinotti.
(torna su)
Berlusconi
promette i soldi per l'autostrada
«Gheddafi
chiede i finanziamenti per la litoranea Libia-Egitto-Tunisia.
Ci stiamo lavorando»
Il
Giorno
La
Nazione
Il
Resto del Carlino
7
marzo 2006
Alessandro
Farruggia
Lo
elogiano tutti. Gianfranco Fini in primis, che sottolinea:
«La nota libica rimette le cose a posto perché
da atto al governo di aver tenuto una posizione equilibrata».
Ma anche Francesco Rutelli che esprime «apprezzamento»
e assicura che «il possibile governo del centrosinistra»
saprà «rilanciare il dialogo». Un dialogo
che la convocazione della Consulta islamica, fissata per oggi
da Pisanu, tende a favorire da subito. Ma la vera svolta per Tripoli
è quella che annuncia in serata Silvio Berlusconi
prima di entrare a Telelombardia. Gheddafi chiede un gesto?
E il Cavaliere annuncia che ci sta pensando. «Con i
partiti della coalizione — rivela — stiamo vedendo se è
possibile prendere in considerazione questa eventualità,
visto che la Libia non ritiene di poter uscire da una atmosfera
negativa nei nostri confronti se non attraverso questo gesto di
riparazione e di riconciliazione». «La richiesta di
Gheddafi — ricorda — è quella di una strada che colleghi
la Libia all'Egitto e la Tunisia. Un impegno economico di
molti milioni di euro che ci era sembrato eccessivo. Ma con i
colleghi della coalizione stiamo vedendo se è
possibile prendere in considerazione anche questa eventualità».
La dichiarazione è assai impegnativa, anche perché
il ministro degli Esteri Fini a “Porta a Porta” era stato più
cauto. Ribattendo a D'Alema che «è falso»
che «Berlusconi abbia promesso una autostrada» e aggiungendo:
«II governo italiano è disponibile ad un gesto significativo
per chiudere i vecchi contenziosi ma solo a condizione che
la Libia si faccia carico delle questioni riguardanti i debiti
nei confronti dell imprese italiane e dei cittadini italiani espulsi
nel 1970». Una posizione che ora Berlusconi — forte del
rapporto
preferenziale con Gheddafi — spiazza. «L'idea del risarcimento
— ha ricordato ieri il premier — non c'entra con Bengasi.
Tutte le volte che ci siamo incontrati Gheddafi ha iniziato
i suoi colloqui mostrandomi i documenti dell'occupazione
italiana e chiedendo un risarcimento per le numerose
vittime di quell'operazione militare».
E
quindi la richiesta, per molti versi comprensibile, è
forse ineludibile anche se l'entità della compensazione
è tale da creare più di un problema. Ce la caveremo
accettando almeno in parte la richiesta pretendendo però
che si chiuda il contenzioso con le aziende italiane e che
i lavori dell'autostrada siano affidati ad imprese del Belpaese?
E' una opzione. Che Berlusconi potrebbe maliziosamente lasciare
in eredità al prossimo governo.
(torna su)
Il
colonnello: «Sono disponibile ad un miglioramento dei rapporti,
ma serve un grande gesto da parte dell'Italia»
Gheddafi
elogia Fini e batte cassa
Il
Giorno
La
Nazione
Il
Resto del Carlino
7
marzo 2006
Alessandro
Farruggia
E
ora il Colonnello passa — politicamente ma non solo — all'incasso.
Si dice «pienamente disponibile» ad un ulteriore
miglioramento «dei già eccellenti rapporti bilaterali»,
ad un «rafforzamento della cooperazione in materia
commerciale, energetica ed economica e finanziaria». Pronto
a trattare con qualsiasi esecutivo uscirà prossime elezioni
alle quali, assicura, «non nutre alcun interesse»
dato che «ho sempre dialogato e sempre dialogherò
con qualsiasi governo eletto». Però, avverte,
l'Italia deve fare «un grande gesto propedeutico»,
e che dovrà essere «significativo e non solo
simbolico e che ponga una pietra sul passato». Risarcimenti
cioè. Risar-
cimenti
veri. Quei risarcimenti già mille volte promessi e ancora
in larga parte rimasti tali. Significativamente Gheddafi
loda «l'equilibrio» con il quale il vicepremier Fini
«si è recentemente espresso». Ma insiste con
le compensazioni. E ha ragione, dal suo punto di vista, dato che
ancora nel 1998 il governo D'Alema gli aveva promesso «la
bonifica e la rimozione dei campi minati in Libia»
e «la costituzione di una società mista che
doveva contribuire al sostegno dell'economia libica».
A Tripoli aspettano ancora. Come aspettano risposte sulla famosa
'litoranea costiera', per la quale Berlusconi si offrì
di pagare la progettazione esecutiva — costo 60 milioni di
euro — e che i libici controproposero come se nulla fosse di far
realizzare totalmente — costo tre miliardi di euro —
dall'Italia. Insomma nonostante le dichiarazioni di buona
volontà, l'entente cordiale italo-libica è meno
solida di quel che pare.
I
motivi di irritazione a Tripoli, più o meno strumentali,
sono infatti tanti. Anche perché Gheddafi — o meglio
l'ambasciata libica in Italia — è più che attento
a cogliere ogni pretesto per fare l'offeso. Nella nota diffusa
dall'ambasciata a nome del «Leader della rivoluzione»
vengono citate le «recenti
dichiarazioni
di persone», che, «in precedenti governi italiani
hanno avuto posizioni di rilievo e anche la direzione della Farnesina»
(il riferimento è a De Michelis, ndr). E ancora «le
prese di posizione sulla stampa di presunti esperti che ostentando
un'origine araba (il riferimento è probabilmente a Magdi
Allam) hanno preconcetti e danno giudizi che hanno tutta
l'apparenza di essere prodotto di elaborazioni non proprie».
Tripoli definisce inoltre «del tutto inaccettabili e da
censurare le affermazioni disgustose di chi (Alessandra Mussolini
ndr) ha elogiato la criminale politica coloniale di Mussolini».
E infine se la prende con «le scomposte dichiarazioni
di una persona che senza alcun merito porta il cognome (Craxi,
ndr) di chi in passato è stato un importante uomo
di Stato italiano e ora auspichiamo che possa ritrovare la
vera dialettica, abbandonando l'uso di espressioni riprovevoli
a sfondo animalesco». I pretesti abbondano. E molte sono
state affermazioni incaute. Perché quel «Gheddafi
è un cane che abbaia ma non morde», detto da
Bobo Craxi, al pari del «senza mio nonno stavano ancora
sui cammelli» della Mussolini, sembra fatto apposta
per alimentare quel gioco al rilancio nel quale Gheddafi è
maestro.
(torna su)
Gheddafi
offre la tregua all'Italia
La
Libia chiede un "grande gesto”. Berlusconi: “Ci penseremo”
La
Repubblica
7
marzo 2006
Claudia
Fusani
Non
è interessato alle elezioni italiane «perché
ha sempre dialogato con tutti i governi». Quello che
vuole, perché promesso da otto anni e ancora non se
ne vede traccia, e il «Grande gesto significativo e non
solo simbolico che ponga una pietra sul passato». Precisato
questo, la Libia è pronta a migliorare i rapporti bilaterali.
E di minacce, tre giorni dopo, il leader libico Gheddafi non parla
più.
Il
«Grande gesto» è la costruzione dell'autostrada
lungomare che collega l'Egitto alla Tunisia passando
per Tripoli, un'opera faraonica lunga 1.800 chilometri che
dovrebbe costare circa tre miliardi di euro. Un'opera
a cui Berlusconi disse sì nel 2002 promettendo un
investimento di 60 milioni di euro senza però mai
stanziarli. Ieri una nuova promessa: «Visto che la
Libia non ritiene di poter uscire da una atmosfera negativa nei
nostri confronti se non attraverso un gesto di riparazione
- ha detto Berlusconi - con i partiti della coalizione stiamo
vedendo se è possibile prendere in considerazione
questa eventualità».
Un
fine settimana di lavoro incessante tra Roma e Tripoli, soprattutto
tra il Viminale e la Farnesina e lo staff del leader libico
chiudono, forse è più corretto dire congelano,
i tre giorni di grande freddo tra Italia e Libia iniziati
giovedì scorso quando Gheddafi ha minacciato «nuovi
attacchi all'Italia colpevole di non avere ancora pagato
i danni coloniali».
La
tregua ha la forma di. un documento lungo una pagina e mezzo
calibrato parola per parola durante il fine settimana nell'ambasciata
a Roma della Grande Jamahirya araba popolare socialista.
La nota inizia con l'«apprezzamento per l'equilibro»
del ministro degli Esteri Gianfranco Fini ed esprime la «piena
disponibilità» di Tripoli a «migliorare
i già eccellenti» rapporti con Roma, dalla lotta
al terrorismo al contrasto dell'immigrazione clandestina,
all'energia e ai commerci. Prima però «ci deve
essere il gesto significativo e non simbolico che il popolo libico
si attende dall'Italia».
Strappato
il rialzo sulla posta in gioco, Gheddafi rivendica il suo ruolo
di leader supremo, abile politico e profondo conoscitore
della politica dell'Occidente e rispedisce al mittente
certe critiche di questi giorni. E' «stupito» per
le parole arrivate da persone che «in precedenti governi
hanno avuto . posizioni di rilievo» come la guida della
Farnesina (forse Gianni De Michelis) e per le analisi di «presunti
esperti del giornalismo italiano». Nella lista nera
anche Bobo Craxi e Alessandra Mussolini: «Inaccettabile
chi ha elogiato l'occupazione militare della Libia»
perché le 700 mila vittime del passato coloniale «non
possono essere compensate da nessuna opera realizzata in
quel periodo».
Il
documento libico «rimette le cose a posto» dice il
ministro degli Esteri Gianfranco Fini la cui conduzione della
crisi strappa anche il consenso di Massimo D'Alema («ha
agito con senso della misura»). Il presidente dei Ds,
invece, accusa Berlusconi di «fare promesse che non
mantiene mai». Rutelli è convinto che «il dialogo
con Tripoli sarà rilanciato veramente dal nuovo governo».
Chiuso
un capitolo, la storia però continua perché la politica
estera di Gheddafi è destinata ad avere ancora più
facce e a muoversi su più livelli. Il Colonnello ha problemi
all'interno con i gruppi islamisti ma anche con l'opposizione
interna (significativo il rimpasto di governo che ha sostituito
un ministro voglioso di riforme). E' indebolito in casa, non riesce
ad ottenere dall'Europa quello che chiede ma al tempo stesso sa
di essere un punto di equilibrio e una necessità per
l'Occidente. La Francia ieri ha firmato l'accordo con Tripoli
per sviluppare energia nucleare per uso civile. Ma Al-Jamahiria,
quotidiano del regime, ha pubblicato il dossier sulle colpe dell'Italia
coloniale: «L'occupazione italiana ci ha maltrattato
come nessun nemico ha mai fatto con un popolo».
(torna su)
Gheddafi
all'Italia: chiunque vinca ci deve risarcire
Il
leader libico chiede un gesto per chiudere l'era coloniale e attacca
Alessandra Mussolini
L'Unità
7
marzo 2006
«Un
grande gesto, significativo e non solo simbolico, che ponga una
pietra sul passato». La Libia è pronta a migliorare
i rapporti bilaterali con l'Italia e non intende interferire nella
campagna elettorale, visto che «ha sempre dialogato
e dialogherà con qualsiasi governo eletto». Ma chiede
a Roma «un grande gesto» per chiudere l'era coloniale
e giudica «inaccettabili» le «critiche
preconcette» e le «espressioni riprovevoli»,
seguite in questi giorni alle dichiarazioni di Gheddafi.
Soprattutto quelle di chi - come ha fatto Alessandra Mussolini
- ha elogiato la guerra coloniale. Dopo le asprezze dei gioni
scorsi, sono toni distensivi quelli della nota diffusa ieri
dall'ambasciata libica a Roma, dall'« Ufficio popolare della
Grande Giamahirya araba libica popolare socialista». Tripoli
esprime la sua «piena disponibilità» a «migliorare
i già eccellenti» rapporti con Roma, dalla lotta
al terrorismo al contrasto dell'immigrazione clandestina, all'energia
e ai commerci, ma ritiene che debba esserci prima «il gesto
che il popolo libico si attende dall'Italia» per garantire
«un futuro di rinnovata amicizia e di comune sviluppo dei
due Paesi». Una richiesta che riecheggia nella sostanza
quella avanzata da Gheddafi nel suo discorso a Sirte di giovedì
scorso, ma non
nei
modi: il leader libico aveva parlato di «odio» nei
confronti dell'Italia e non aveva escluso nuovi attacchi
contro interessi italiani in Libia se non fosse stata risolta
la questione dei risarcimenti. La nota di ieri si apre invece
con l'apprezzamento per l'«equilibrio» del ministro
degli Esteri, Gianfranco Fini», che a sua volta registra
«con soddisfazione» la dichiarazione distensiva
del governo libico. «Con la Libia vogliamo un rapporto
di collaborazione - ha detto Fini. Se son rose fioriranno».
Toni molto critici sono invece riservati dalla Libia ad alcuni
commenti arrivati nei giorni scorsi dall' Italia. Si esprime «stupore»
per le prese
di
posizione di persone che, «anche in precedenti governi italiani,
hanno avuto posizioni di rilievo» alla Farnesina (forse
Gianni De Michelis che aveva chiesto ali1 Italia di «smettere
di corteggiare» Gheddafi). «Del tutto inaccettabili
e da censu-rare» per Tripoli le affermazioni di chi «ha
elogiato la politica coloniale di Mussolini»; un riferimento
ad Alessandra Mussolini («se non fosse stato per mio nonno
- aveva detto - starebbero ancora sui cammelli»). Nessuna
presunta opera del passato, viene sottolineato, «può
materialmente e moralmente compensare la perdita di neanche
una delle settecento mila vittime del passato coloniale».
(torna su)
Condanna
unanime: "Da Gheddafi parole inaccettabili"
Avvenire
4
marzo 2006
Roberto
I. Zanini
Secondo
il ministro degli Esteri Fini non ci sono dubbi: le dichiarazioni
di Gheddafi contro l'Italia «non devono impressionare. Si
è trattato più di un'arringa comiziale ai suoi
fedelissimi che di una presa di posizione in campo internazionale».
Resta il fatto che se ci deve essere dialogo occorre che sia reciproco
e «nessun aiuto viene dalle ultime parole del Colonnello».
Un ragionamento avallato dalle osservazioni di diplomatici
ed esperti di cose libiche, secondo i quali quando Gheddafi
attacca l'Italia è perché ha bisogno di ricompattare
il fronte interno su forti argomentazioni nazionaliste. Una
posizione condivisa dal resto del governo così come da
Fi, An e Udc. A riguardo Pier Ferdinando Casini è esplicito:
«Gheddafi ha usato parole inappropriate» e al
«senso della misura, del rispetto che si deve al popolo
libico» occorre affiancare «fermezza, perché
è il decoro italiano che ce lo impone». Il presidente
della Camera, però, non manca di invitare Gheddafì
a evitare di interferire sulle elezioni politiche italiane.
Anche dall'Unione vengono dichiarazioni di condanna nei confronti
del regime di Bengasi. Ma se Prodi, Rutelli e Passino evitano
riferimenti polemici alla politica estera del governo Berlusconi,
non altrettanto accade con D'Alema, Violante, i Verdi e il Pdci,
per i quali c'è una stretta relazione di causa ed effetto.
Romano Prodi, interessato a ragionare in prospettiva di un esecutivo
italiano da lui presieduto, sottolinea che «nessuna
forma di violenza è ammissibile» e che «i problemi
vanno affrontati con una mutua cooperazione: abbiamo tutto
l'interesse e la convenienza per poterlo fare». Dal
canto suo il segretario dei Ds si augura che le espressioni di
Gheddafi «siano estemporanee e occasionali perché
non sono utili a migliorare le relazioni fra Italia e Libia:
i problemi ancora aperti si possono risolvere solo con spirito
di dialogo». Rutelli parla di «dichiarazioni gravissime
e inaccettabili» e un eventuale governo di centrosinistra
«dovrà riproporre il confronto su basi trasparenti
solo dopo che saranno state ritirate minacce intollerabili».
Ampio,
come dicevamo, il fronte delle critiche al governo Berlusconi.
Sul filo dell'ironia Luciano Violante: «II Cavaliere
aveva detto che tutto era stato pacificato e chiarito con Gheddafi,
ma evidentemente era un'altra bugia». Per D'Alema le minacce
«sono da respingere» ma «il governo avrebbe
potuto fare qualcosa per risolvere il contenzioso con la Libia,
che non è stato fatto». Il dato politico che emerge
dalla vicenda, spiega Rizzo del Pdci, «è l'inaffidabile
politica estera di Berlusconi». Osservazione condivisa
tanto da Pecoraro Scagno dei Verdi, quanto da Mastella dell'Udeur.
Nella CdL sono in molti a ritenere del tutto infondata l'ipotesi
che il popolo libico possa avercela con l'Italia a distanza
di tanti anni. Il viceministro con delega al Commercio estero
Urso è esplicito: «Noi siamo il primo partner
commerciale della Libia. Così facendo Gheddafi
spaventa le imprese che «si spostano in altri Paesi
arabi mediterranei dove l'amore per l'Italia e i prodotti
italiani è molto cresciuto e dove le nostre esportazioni
nel 2005 hanno avuto un balzo del 6%». In ogni caso, aggiunge
il ministro delle Attività produttive Scajola, i fatti
appaiono diversi dalle parole di Gheddafi, «gli investimenti
italiani in Libia sono bene accetti e i contratti sono sempre
stati rispettati».
(torna su)
I
rimpatriati. Ortu: «Gheddafi strizza l'occhio agli integralisti».
Avvenire
4
marzo 2006
«I
rimpatriati dalla Libia sono increduli e sgomenti:
sembra di essere tornati indietro al 1970 quando Gheddafi, dopo
le iniziali rassicurazioni dell'anno precedente, con un veemente
discorso pronunciato a Misuata il 9 luglio anticipò i provvedimenti
che avrebbe preso solo qualche settimana dopo contro la collettività
italiana: la confisca di tutti i beni il 21 luglio, seguita il
7 ottobre dall'espulsione accompagnata da vessazioni di ogni genere».
A ricordare quei
momenti è Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione dei
Rimpatriati Italiani dalla Libia secondo la quale però: «Non
è credibile che sia il popolo libico a nutrire sentimenti
di vendetta contro gli italiani di oggi per le “colpe” dell'Italia
di un secolo fa». È invece probabile che Gheddafi sia
«sceso a patti con gli estremisti islamici pur di non perdere
un potere che si è indebolito. Attaccare l'Italia è
utile moneta di scambio nei confronti degli integralisti».
Ortu infine invita a Unione e CdL a «non sfruttare a fini
elettorali» una vicenda così delicata e accusa «tutti
i governi italiani» di non aver voluto risolvere il problema.
(torna su)
Con
la Libia una partnership mai succube
Gheddafi
non trovi sponde ma interlocutori abili
Avvenire
4
marzo 2006
Andrea
Lavazza
Sarà stato
un comizio «a uso interno», come l'ha definito
il ministro degli Esteri Fini, ma pur sempre di contumelie e minacce
al nostro Paese si è trattato. Muammar Gheddafi non è
nuovo a mosse da funambolo della scena internazionale, sempre in
bilico tra la provocazione cercata ad arte e lo scarto improvviso
rispetto alle posizioni assunte in precedenza. Al riavvicinamento
tra Libia e Italia compiuto in questi anni - segnato dai rapporti
economici rinsaldati, soprattutto sul fronte energetico, e dai recentissimi
accordi in materia di immigrazione clandestina - è seguito
l'assalto al consolato di Bengasi e, l'altra sera, le non troppo
velate intimidazioni sulla possibilità che simili episodi
si ripetano. Sono segnali di forza o di debolezza? La contemporanea
liberazione di decine di esponenti dei Fratelli musulmani, da anni
nelle carceri dèi Paese africano, sembrerebbe testimoniare
la necessità del colonnello di scendere a patti con il montante
radicalismo musulmano, che la trentennale «rivoluzione verde»
si era illusa di aver réso inoffensivo. Se così fosse,
la strategia sarebbe quella di lasciare uno sfogo controllato al
risentimento anti-italiano, il quale oggi assomma le vecchie rivendicazioni
del periodo coloniale con i fatti delle vignette blasfeme e con
le dichiarazioni dell'ex ministro Calderoli. In questa ipotesi,
benché Gheddafi abbia ribadito una generica «amicizia»
con Roma, sarebbe opportuno non abbozzare totalmente di fronte all'ambiguo
discorso pronunciato a Sirte e chiedere al leader di Tripoli un
chiarimento inderogabile. Se e stato giusto sanzionare da parte
del governo il comportamento (e la maglietta) dell'esponente leghista
- sia stata o meno la vera causa scatenante degli incidenti costati
almeno 11 morti, non pare adesso il caso di subite i gravi insulti
che su di lui ha riversato un leader privo di qualsiasi titolo per
dare giudizi morali, avendo il suo regime notoriamente sostenuto
il terrorismo internazionale (e avendo anche responsabilità
dirette in sanguinosi attentati, come nel caso dell'aereo di linea
fatto esplodere sopra Lockerbie nel 1988). Sebbene anche il colonnello
abbia rotto i ponti con il passato (in primis rinunciando alle armi
di distruzione di massa sotto il controllo americano e trasformando
il panarabismo aggressivo in africanismo soft) e si trovi in difficoltà
interne, risulta discutibile la scelta di fargli comunque da sponda
nel timore che l'eventuale successore si riveli interlocutore ancora
più inaffidabile. È certamente sensato muoversi con
cautela diplomatica sul delicato fronte mediterraneo, in cui le
preoccupazioni per la regolarità delle forniture di petrolio
e di gas si saldano con i timori che possa attecchire la pianta
fondamentalista, quasi inevitabilmente portatrice di frutti avvelenati.
Eppure, la politica estera dei prossimi anni (chiunque ne sia il
responsabile) dovrà essere capace di sfruttare le partnership
commerciali e non esserne succube, di promuovere attivamente la
sicurezza e non tenere soltanto un profilo difensivo. Nel caso particolare,
si potrà anche chiudere il "contenzioso" coloniale
con la Libia (seppure non l'autostrada da 3 miliardi di euro chiesta
da Gheddafi), ma al colonnello sarà lecito fare capire che
il gioco al rialzo non va prolungato all'infinito, che le spinte
estremistiche si contengono in altri modi, che se si vuole dialogo
e collaborazione bisogna garantire democrazia all'interno e trasparenza
all'esterno. La fermezza che adesso, sotto la spinta emotiva, entrambi
gli schieramenti invocano a gran voce la vorremmo vedere applicata
davvero. Ma di tutto ciò nei proclami elettorali dei candidati
finora s'è sentito ben poco.
(torna su)
Il
colonnello: «Italia, devi pagare»
Avvenire
4
marzo 2006
Camile
Eid
Un
discorso focoso, particolarmente centrato sull'Italia, quello
pronunciato giovedì sera a Sirte dal colonnello Moammar
Gheddafi in occasione del 29simo anniversario della creazione
della jamahi-riyya, "il potere del popolo". Nel discorso,
il "leader della rivoluzione" rivela che i manifestanti
del 17 febbraio scorso erano «decisi ad uccidere il console
italiano e i suoi familiari» per vendicare i 700mila libici
uccisi dagli italiani, «bisogna capire che la mentalità
della strada non è quella dei diplomatici»,
ha commentato. Per Gheddafi, l'Italia deve pagare il prezzo della
sua occupazione della Libia perché a nessuno venga
in mente di ripetere un simile progetto di occupazione. «L'Italia
che insultiamo - ha tenuto a precisare - non è l'Italia
di oggi che ci sostiene alle tribune internazionali, ma quella
di Mussolini e Graziani». Ecco ampi stralci del discorso.
È in particolare i cinque punti più ruvidi del suo
intervento.
«Un
ministro italiano fascista ha usato un linguaggio odioso, razziale
e crociato che ha rivelato il suo fascismo, colonialismo e arretratezza.
Il governo e il popolo italiani e tutta la gente se ne sono lavati
le mani, l'hanno espulso e isolato e gli chiesto di dimettersi,
nonostante le sue affermazioni siano state pubblicate dai mass
media. Ciò significa forse che i mass media esprimono i
(parere dell'opinione pubblica? Niente affatto. Dunque, la crisi
della stampa e dei mass media non è risolta, dalla Scandinavia
all'India».
«Ci
rammarichiamo per l'incidente contro il consolato italiano a Bengasi
e contro I ufficio italiano a Tobruk che - come ho avuto
modo di dire per telefono al primo ministro italiano, al suo ministro
degli Interni e al capo dell'opposizione Prodi - è dovuto
ad un accumulo (di risentimento) storico presso il popolo
libico sin dal 1911, che esplode ad ogni occasione perché
il nostro popolo è stato oggetto di ingiustizia e distruzione.
Ci avete uccisi a migliaia, ci avete costretto all'esodo in ogni
parte del mondo senza alcuna colpa, senza alcun problema bilaterale,
e non ci avete indennizzato per questo crimine. Il popolo libico
chiede dunque ancora vendetta. Voi avete constatato la rabbia
e così la gente, anziché dirigersi verso il consolato:
della Danimarca, dove avevamo adottato misure di protezione, si
è diretto improvvisamente verso il consolato italiano
perché nutrono odio nei confronti dell'Italia e non della
Danimarca»
«Devono
pagare gli indennizzi e scusarsi. Questa è una questione
storica non ancora risolta. Ed è questa questione ad aver
portato, dopo tutta la risonanza internazionale, al drammatico
evento davanti al consolato italiano di Bengasi. Perché
questo atto non si ripeta occorre che l'Italia versi il prezzo
affinché le sue compagnie, consolati e ambasciate
vivano in pace, e affinché i suoi cittadini in Libia, siano
essi turisti o lavoratori, vivano in pace; Devono pagare il prezzo
affinché il popolo libico non sia dominato dal sentimento
della vendetta verso di loro».
«Se
un Paese colonizza un altro e paga un giorno il prezzo non andrà
più a colonizzare altri Paesi. Se il colonizzatore invasore
e disonesto paga un prezzo e indennizza i Paesi che ha distrutto
e occupato, non ripeterà più la sua azione.
Se l'Italia avesse indennizzato il popolo libico e pagato il prezzo,
non intraprenderà più - ma non sotto Berlusconi
o Prodi o quelli che sono i nostri amici, intendo dire non l'Italia
amica di oggi - fra cinquanta o cent'anni una nuova colonizzazione
della Libia. Perché saprebbe che ha colonizzato la Libia
sotto la monar-chia o il fascismo e poi ha pagato il prezzo e
indennizzato il popolo .Non oserebbe più invadere questo
Paese e occuparlo».
(torna su)
Così
Saif l'occidentale media con gli islamici
La
sua Fondazione lavora per assorbire i Fratelli Mussulmani ed evitare
rivolte
Il
Corriere della Sera
4
marzo 2006
Alessandra
Coppola
Se
in Libia c' è un accordo in corso con i Fratelli musulmani,
la mediazione - ancora una volta - è opera di Saif Al Islam
Al Gheddafi. E' stato lui, il figlio del Colonnello, a premere
per la liberazione, giovedì, degli 84 detenuti del gruppo
islamico messi in cella a Tripoli come «traditori al soldo
degli occidentali». Una conclusione alla quale Saif lavorava
da tempo. Più di un anno di trattative parallele alle dichiarazioni
ufficiali del padre. Con un' accelerazione lo scorso giugno: «Le
circostanze sono cambiate», aveva detto, e con la sua Fondazione
benefica aveva presentato ricorso alla Corte Suprema contro la
sentenza (2 pene capitali, 73 ergastoli, 9 condanne a dieci anni).
Il primo segnale che per i prigionieri le cose stavano per cambiare.
La seconda indicazione a ottobre: alla riunione a Londra dell'
opposizione libica all' estero i Fratelli musulmani non avevano
partecipato. Si erano limitati a un comunicato che chiedeva a
Gheddafi maggiore democrazia e la liberazione dei detenuti. Adesso
la sdoganatura definitiva affidata a Saif: «Non si tratta
di un' organizzazione che complotta ai danni dello Stato, i condannati
devono ritrovare la libertà ed essere riabilitati».
Quindi la scarcerazione. L' ipotesi è che i vari passaggi
rientrino in un progetto più ampio nella Jamahiriyah: il
tentativo di assorbire gli islamici e scongiurare possibili rivolte
interne. A questo starebbe lavorando la Fondazione di Gheddafi
junior. Sul modello dell' integrazione dei gruppi di sinistra
alla fine degli anni Ottanta: amnistia, concessione di alcuni
spazi (allora fu, per esempio, l' apertura del giornale La, «no»
in arabo). Distribuzione di qualche incarico di rilievo: il poeta
Tayyed una volta scarcerato divenne addetto culturale all' ambasciata
libica a Roma. Per i Fratelli musulmani si potrebbe immaginare
un percorso analogo. Disegnato ormai con una certa esperienza
da Saif Al Islam. Primo figlio della seconda moglie del Colonnello,
33 anni, «la spada dell' Islam», come suona il suo
nome in arabo, non è nuovo a operazioni a margine della
politica ufficiale. Laurea in Architettura, Master a Vienna e
poi alla London School of Economics, vacanze in Sardegna, shopping
nelle boutique di Roma, una passione per la pittura con numerose
personali all' attivo. Poco in comune con il fratello calciatore
Saad (ha giocato nel Perugia), o con Hannibal finito sui giornali
per aver picchiato la fidanzata. Dei sette figli del Colonnello,
Saif ha il perfetto profilo del mediatore con l' Occidente. E
più del primogenito Mohammed, ingegnere a capo delle comunicazioni
a Tripoli, o della bionda emergente Aisha, avvocato nel collegio
di difesa di Saddam, potrebbe essere il vero successore di Muammar
alla guida della Jamahiriyah. E' attraverso la sua Fondazione
di beneficenza e non per i canali diplomatici tradizionali che
Tripoli ha raggiunto un accordo con i familiari delle vittime
dell' aereo caduto su Lockerbie (1988). Nonostante l' atteggiamento
di Gheddafi padre - che ha a lungo respinto ogni coinvolgimento
nell' attentato - Saif sembra abbia condotto un lento negoziato
nell' ombra. In questo quadro rientrerebbero numerosi suoi tentativi
di mediare (e di ingraziarsi i governi occidentali) in casi internazionali
di sequestro. Lo ha fatto per i turisti europei (2 francesi, 3
tedeschi, 2 finlandesi) rapiti dagli estremisti islamici di Abu
Sayyat nelle Filippine a maggio 2000. Allora, come ha raccontato
un diplomatico di Parigi a Libération, ebbe un ruolo chiave:
«Pagò i sequestratori». Risolta la vertenza
Lockerbie nel 2003 (con l' ammissione di responsabilità)
e revocate le sanzioni alla Libia, il ruolo di Saif non si è
esaurito. Il suo nome è legato a ipotesi di negoziati in
rapimenti in Iraq. Nel 2004 sembra che i suoi consigli al padre
siano stati determinanti per l' annuncio della rinuncia ai piani
per produrre armi di distruzione di massa. Un gioco delle parti
che appare ormai ben rodato. Gheddafi fa il duro con l' Occidente
e con l' opposizione interna, per restare coerente con la Rivoluzione
e il libretto verde. Tocca a Saif dichiarare (intervista al New
York Times di dicembre): «La democrazia è il futuro,
dobbiamo guidare la regione in questa direzione».
(torna su)
Duro
ritorno alla realtà dopo i fasti americani
Palazzo
Chigi è preoccupato perché rischia di riaprirsi
un fronte tra gli alleati
Il
Corriere della Sera
4
marzo 2006
Franco
Massimo
Il
ritorno alla realtà mediterranea è stato immediato
e brusco. Le minacce del libico Muhammar Gheddafi contro l' Italia
hanno già sgualcito i riconoscimenti ricevuti da Silvio
Berlusconi negli Stati Uniti. Ma, soprattutto, sono state accolte
con apprensione dal governo perché riaprono un fronte fra
Lega e alleati; e, si teme, fra il nostro Paese e il mondo musulmano.
L' irritazione per le intimidazioni viene frenata anche per evitare
che il muro contro muro alimenti le polemiche dell' ex ministro
Calderoli; e che alla fine l' «effetto America» sia
cancellato e sostituito da quello, opposto e devastante, dello
scontro con l' Islam. La cautela del ministro degli Esteri, Gianfranco
Fini, segnala la delicatezza della posizione italiana. E l' aggressività
con la quale Calderoli chiede le scuse a Fini e al resto del governo,
che lo hanno fatto dimettere, prelude a giorni tesi per la maggioranza.
«Se fossi Fini penserei a quanto ha detto in Parlamento
e alla scelta di essere andato in moschea per ingraziarsi Gheddafi»,
accusa il leghista silurato dopo il caso delle vignette contro
Maometto. E non risparmia neppure il premier. «Ha avuto
una reazione emotiva. Forse», concede Calderoli, «lo
hanno male informato» sulle violenze anti italiane a Bengasi.
Non solo. L' ex ministro annuncia un' intervista alla tv araba
Al Jazira; e che non esclude di rimettersi la maglietta con le
vignette contro il Profeta, «se serve ad aprire un dibattito».
Palazzo Chigi trema a queste provocazioni da brivido, favorite
dalle parole di Gheddafi sul «ministro italiano fascista,
che ha usato un linguaggio razzista...». Fanno temere al
centrodestra una ricaduta elettorale negativa, ben più
corposa della trionfale tre giorni americana di Berlusconi. Il
presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, lo ammette perfino
con una punta di candore. Gheddafi è leader di un popolo
«che rispettiamo e al quale chiediamo rispetto», dice
Casini. «Non c' è bisogno che interferisca nella
campagna elettorale, anche perché ho il dubbio che non
tifi per noi». Ma l' accostamento fra Gheddafi e Romano
Prodi, rilanciato in modo polemico da Fini nell' intervista al
Corriere, semina perplessità. Fornisce implicitamente argomenti
all' Unione, secondo la quale Berlusconi ha sbagliato politica
estera sia nel Mediterraneo che in Europa. Ma, soprattutto, non
lascia presagire nulla di buono da una Libia che oltre alla «piazza»
può usare come arma di pressione sull' Italia il flusso
degli immigrati clandestini africani. Prodi replica a Gheddafi
che «nessuna forma di violenza è ammissibile».
E il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, definisce
le sue minacce «inaccettabili e gravissime». Ma l'
Unione guarda oltre. Prodi storicizza i rapporti «di odio
e amore» fra Italia e Libia. Ricorda che «non ci sono
stati passi avanti per chiudere i contenziosi politici degli ultimi
dieci anni, e quelli delle imprese». E consiglia una strategia
di «mutua collaborazione». Più che di cedevolezza,
sembra un segno di realismo, condiviso probabilmente dal governo:
peccato che appaia oscurato, quasi intimidito dall' estremismo
leghista.
(torna su)
Trappola
nel deserto
Il
Corriere della Sera
4
marzo 2006
Gianni
Riotta
«La
storia sembra in superficie solo l' elegante raccolta di notizie
sugli avvenimenti politici del passato, dinastie e battaglie,
ma per conoscerne il significato profondo occorre ragionare sulla
verità: la storia è un ramo della filosofia»:
così il grande storico islamico del XIV secolo, Ibn Khaldun,
nella Muqaddimah, l' introduzione ai sette volumi della «Storia
del mondo», capolavoro che innesta radici musulmane nel
mondo globale. Alla luce della saggezza di Ibn Khaldun anche la
drammatica crisi Italia-Libia mostra una storia di superficie
e una storia di verità, e limitarsi alla prima ci relega
all' ignoranza e alla sconfitta. In superficie l' assalto al consolato
italiano di Bengasi è espressione della lotta che oppone
gli islamisti ai regimi arabi del Nord Africa. Le minacce del
colonnello Muammar Gheddafi sono ascrivibili quindi all' eterno
cangiare del camaleonte di Tripoli, dal nazionalismo allo pseudosocialismo
panarabo del Libro Verde, alla fusione con l' Egitto, al terrorismo,
al prezzo di sangue pagato alle vittime di Lockerbie e all' invito
ai businessmen di Wall Street, guidati da David Rockefeller, passando
per l' incongrua presidenza della Commissione diritti umani all'
Onu. In realtà, come confermano le analisi intrecciate
di Magdi Allam, Gilles Kepel e Khaled Fouad Allam, la storia scava
in una direzione ben più originale, che determinerà
a lungo l' equilibrio del Mediterraneo, teatro della guerra al
terrorismo. Gheddafi lo sa e usa le sue doti di istrione tattico,
trasformando i Fratelli Musulmani in spaventapasseri contro Roma
e l' Europa. Non cadiamo nella sua trappola. La scelta dell' amministrazione
americana di lanciare la democrazia in Medio Oriente moltiplica
le contraddizioni, dalla vittoria di Hamas in Palestina al successo
dei Fratelli Musulmani in Egitto. A breve rischi crescenti, strategicamente
nuove opportunità. Gheddafi vuota le celle dagli aderenti
ai Fratelli, la più antica organizzazione islamista, perché
teme la dialettica aperta dalle recenti elezioni. Se, nella superficie
contro cui ci metteva in guardia Ibn Khaldun, il braccio terrorista
di Hamas e la filosofia fondamentalista dei Fratelli Musulmani
creano solo guai, avventurandoci in cerca della verità
scopriamo nuove vie. Abu Mussad Zarqawi e Ayman Zawahiri, luogotenente
di Osama Bin Laden, condannano con violenza i Fratelli Musulmani
e Hamas per aver partecipato «al gioco americano delle elezioni».
Tra i fondamentalisti presi, loro malgrado, nella scommessa democratica
e lo stato maggiore di Al Qaeda, votato al terrorismo, sarà
guerra fino all' ultimo sangue. Gheddafi, camaleonte del deserto,
solleva lo spettro del fondamentalismo per prendere l' Occidente,
con cui flirtava ieri e potrebbe flirtare ancora domani, tra due
fuochi. È bene che nessuno dei nostri leader gli dia corda,
è utile che, evitando provocazioni razziste, gli si opponga
un fronte unito e deciso. «La civiltà prende tante
forme» scriveva nel 1375 Ibn Khaldun, e per questo il colonnello
Gheddafi è spaventato e fa il gradasso: sente che la sua
idea di civiltà non reggerà al confronto con i primi,
acerbi fermenti di democrazia.
(torna su)
I
contenziosi
I
danni di guerra? 60 miliardi di lire
Il
Giornale
4
marzo 2006
Chiudere
la vicenda coloniale con un indennizzo, ripete Gheddafi. Ma a
quali cifre allude il leader libico? Si parlava di un gesto
simbolico per chiudere la vicenda dei danni di guerra, valutati
60 miliardi di vecchie lire nel 2001. Tutto qui? No, perché
e 'è un altro contenzioso aperto: la questione degli italiani
espulsi, dei loro beni confiscati e dei 627 milioni di dollari
di crediti vantati da imprese italiane. E per sbloccare
la questione Gheddafi si attende che l'Italia, come promesso,
costruisca una faraonica autostrada in Libia. Costo: 6 miliardi
di euro.
(torna su)
L'islamista
Antoine Basbous
"E'
un leader in difficoltà e vuole rifarsi un'immagine"
Il
Giornale
4
marzo 2006
Marcello
Foa
«L'Italia
non deve farsi spaventare dalle minacce di Gheddafì:
il primo a non volere altri incidenti violenti simili a quelli
di Bengasi è il presidente libico». Non ha esitazioni
Antoine Basbous, il direttore dell'Osservatorio dei Paesi arabi
di Parigi. Conosce molto bene la realtà politica e
sociale del Nord Africa e,
come dimostra
in questa intervista telefonica concessa al Giornale,
sa decriptare i messaggi del
dittatore di
Tripoli.
Qual
è il vero significato del discorso televisivo di Gheddafì?
«In
diversi Paesi arabi, i
regimi utilizzano
alcuni argomenti come collante dell'unità nazionale. In
Arabia Saudita è la difesa della memoria di Maometto,
in Iran l'antisionismo o l'antiamericanismo, in Libia è
la questione coloniale italiana. Quando Gheddafì vuole
ricompattare l'opinione pubblica interna chiede pubblicamente
risarcimenti per i danni e le ingiustizie subiti nel secolo scorso».
Anche
il 17 febbraio i manifestanti se la sono presa con l'Italia, ma
non è finita bene...
«Due
settimane la
manifestazione era stata
organizzata dal
regime, con
il pretesto
delle vignette
islamiche, ma
è sfuggita completamente
di mano alle autorità,
che non sono
riuscite a controllare
la folla che loro
stessi avevano
aizzato....»
Un
segnale preoccupante per il Colonnello...
«Sì,
tanto più che, secondo le
mie informazioni, i dimostranti
non se la sono
presa solo
con gli italiani,
ma hanno
inveito contro Gheddafì e
il primo ministro.
Le violenze e le devastazioni non hanno riguardato solo la via
dove ha sede il vostro consolato, ma anche altri edifici di Bengasi».
Perché
Gheddafì ha deciso di parlare solo giovedì
sera?
«Prima
ha dovuto reprimere le manifestazioni ed essere sicuro di
aver ripreso il controllo del terreno: è stato costretto
a usare la linea dura. Ora invece usa toni concilianti nei
confronti dell'opinione pubblica interna, pur mantenendo retoricamente
alti i toni
contro l'Italia. La liberazione dei 130 detenuti,
tra cui 84 membri dei Fratelli musulmani, va letta
in quest'ottica;
Gheddafi ha bisogno di rifarsi un'immagine,
di ribadire la
propria autorevolezza
interna. Il discorso di giovedì sera rientra nella stessa
logica».
C'è
chi interpreta questa decisione come un cedimento agli integralisti,
condivide?
«La
liberazione era già stata annunciata nell'agosto 2005
dal figlio di Gheddafì, ma poi le resistenze tra il gruppo
storico dei rivoluzionari l'avevano fatta slittare. Gli 84
esponenti dei Fratelli musulmani erano stati condannati verso
la fine degli anni Novanta da
un tribunale
ora disciolto,
due di loro addirittura alla pena capitale. I fatti
di questi giorni
hanno semplicemente
riportato d'attualità la decisione di Gheddafì
jr. Questa amnistia è strumentale
agli interessi
del presidente libico»
Non
sono stati dunque i fondamentalisti a provocare i disordini
di Bengasi...
«No,
a quanto ne so
non c'è alcun gruppo organizzato dietro la rivolta. Al
contrario è
stato un moto spontaneo che
il regime non
è riuscito a controllare. La gente ha visto l'opportunità
di esprimere
la propria rabbia
e il proprio
malcontento e
non se l'è lasciata sfuggire.
Ma ora Gheddafi
ha bisogno di
ordine e stabilità,
non è certo nel
suo interesse rischiare
altre Bengasi».
Fino
a poco tempo
fa gli Usa sembravano intenzionati a spingere anche
la Libia lungo
il cammino democratico. E
ora?
«Il
processo statunitense
alla democratizzazione è destinato a rallentare dappertutto,
perché
gli ultimi avvenimenti hanno dimostrato che i popoli arabi
non sono ancora pronti. In quasi
tutti i Paesi
manca una vera società civile: tra la cupola delle moschee
e quella del Palazzo del dittatore c'è il
vuoto. E questo
favorisce gli integralisti, come abbiamo visto in Palestina
e, parzialmente, in Egitto. In Libia quel
processo non
era nemmeno iniziato,
se si
considera che
a guidare l'opposizione è il figlio del Colonnello.
Un gioco delle
parti che Gheddafì non intende
certo rivedere».
Washington
interverrà tra Roma e
Tripoli?
«Nemmeno
gli Usa
hanno interesse che la
crisi degeneri;
non possono
far altro che sollecitare
il dialogo
tra le parti».
(torna su)
Quelle
mosse da Volpe del deserto per vincere la sfida con Al Qaida
Gli
007: fa il doppio gioco per contenere l'lslam integralista e rimanere
al potere
Il
Giornale
4
marzo 2006
Gian
Marco Chiocci
Ma
a che gioco gioca la Volpe del deserto? Perché segretamente
rassicura gli «amici» occidentali sul suo impegno
contro il terrorismo quando poi per le vie ufficiali incoraggia
la rivolta organizzata da Al Qaida in tandem con imam estremisti
e col partito dei Fratelli musulmani? La risposta è
semplice e cervellotica al contempo. Ad armare l'ennesimo
exploit del leader libico Muammar Gheddafi vi sarebbe una sola,
raffinatissima, strategia politica: quella tesa a individuare,
scoprire, stanare, gli oppositori interni al regime legati
al network qaedista di Al Zarqawi. La partita è tutta qui.
C'entrano poco le minacce a Roma, la stucchevole litania
delle richieste d'indennizzo per i danni di guerra, la rabbia
per la maglietta del ministro Calderoli. Stando a una fitta
corrispondenza d'intelligence, il Colonnello avrebbe
dato prima ordine di alimentare la protesta chiudendo un occhio
su ciò che più Servizi europei gli avevano
dettagliatamente preannunciato, dopodiché ha messo in atto
una prova di forza sfociata in un bagno di sangue davanti il nostro
consolato a Bengasi. Si dirà: a Gheddafi però la
situazione è sfuggita di mano tanto che è poi stato
costretto a silurare il ministro dell'Interno. Non è così,
stando alle analisi degli 007. Il leader libico, infatti, con
una difesa armata sproporzionata all'offesa urlata, da un lato
ha ribadito che per parecchio tempo ancora con lui bisognerà
fare i conti, e dall'altro se l'è presa con il responsabile
dell'ordine pubblico solo perché - contravvenendo
a precise disposizioni - dopo i morti non è stato in grado
di sedare la rivolta arrestando i promotori della stessa.
Per nascondere ciò che sta diventando un problema interno
molto serio (il dilagare del pensiero integralista) da consumato
baro qual è, Gheddafì ha pescato dal mazzo
la solita carta della contrapposizione esterna (il passato
coloniale) cercando di contenere i rigurgiti più radicali.
E in questa direzione va interpretata la decisione di scarcerare
una novantina di appartenenti al gruppo dei Fratelli musulmani,
rappresentanza politica dell'Islam più integralista, nonostante
questa sigla fosse stata ripetutamente definita «di matrice
terroristica», e quindi sgradita al governo, dal papa della
rivoluzione verde.
Se
un tempo il leader libico aveva il controllo pressoché
totale del territorio, oggi non sa come stroncare le velleità
estremiste nella Cirenaica, specialmente nella città di
Berna, dove si sarebbero sedimentate quelle cellule attive
che hanno forgiato fra i 600 e i 700 jihadisti spediti a combat
tere in Irak.
Sempre da qui si sarebbero mossi gli ideatori della marcia
su Bengasi collegati al gruppo d'opposizione al regime denominato
«Nf-sl» (National Front for the salvation of lìbya).
E in questo fazzoletto di sabbia da almeno due anni gli emis-sari
di Al Zarqawi avrebbero piantato le tende alla ricerca di
terreno fertile per sconfessare l'operazione di maquillage
(indennizzo per gli attentati agli aerei a Lockerbie e in
Niger, porte aperte all'Agenzia atomica internazionale, oltre
200 terroristi in galera) a cui si è pubblicamente sottoposto
il Colonnello dopo l'11 settembre.
Bastano,
allora, due vignette e un assalto al consolato del Paese fra i
maggiori partner commerciali della Libia a far cambiare idea a
quella vecchia volpe di Gheddafi? No che non bastano. La realtà,
dunque, è che il Colonnello ha paura. Paura di perdere
il potere e di perdere la faccia dopo aver garantito all'Occidente
una lotta durissima al terrorismo. Quel poco di movimentismo armato
che fino a pochi anni fa ancora resisteva nel «Gmil»
(Gruppo militante islamico libico), nei partigiani di Dio seguaci
di «Ansar Allah», nel «Movimento dei martiri
islamici» e nelle «kata'ib» armate, col tempo
si è riformato e sotto traccia si è dato una
nuova, comune, identità. Che ha la faccia pulita dei Fratelli
musulmani e l'interfaccia occulto dei luogotenenti di Osama
in Libia.
(torna su)
La
Libia del colonnello
Gheddafi
muta l'arma di ricatto. Prima usava i clandestini, ora minaccia
Il
Foglio
4
marzo 2006
Le
reazioni di governo e opposizione alle minacce di Gheddafi
sono state diplomatiche, ma né Gianfranco Fini né
Piero Passino nascondono l'irritazione. Per il ministro degli
Esteri si è trattato "più di un comizio
che di una presa di posizione internazionale", che "non
deve impressionare". Il segretario dei Ds si è augurato
che le minacce siano solo "estemporanee e occasionali".
"Le relazioni tra Italia e Libia sono forti e complesse e
devono essere basate su rispetto e cooperazione - riconosce il
leader dell'Unione Romano Prodi - Sono rapporti improntati su
odio e amore". Il governo continua a interpretare gli
ultimi avvenimenti - anche l'assalto al consolato di Bengasi del
17 febbraio - quali sintomi di una crisi interna (la scarcerazione
dei Fratelli musulmani e la quasi legalizzazione dell'organizzazione
confermano questa versione) ma soprattutto delle pretese insaziabili
di Gheddafi che, a seconda delle contingenze, batte cassa a Roma
per presunti "debiti" del colonialismo. E' come
con l'obelisco di Axum: fu restituito con mille scuse anche
se non era bottino di guerra, ma un omaggio
solenne del clero cristiano in Libia alla città di
Roma.
Nel
discorso della Sirte, Gheddafi è stato chiaro: "Se
l'Italia vuole che le sue compagnie, le ambasciate e i cittadini
residenti in Libia vivano in pace, deve pagare il prezzo".
È un ricatto esplicito, da estorsore, che scuote otto
anni di impegno bipartisan dei governi di Ulivo e Cdl per
normalizzare le relazioni. Il
primo schiaffo in faccia risale al 1970: Gheddafi espulse 20 mila
italiani dal la
Libia e sequestrò beni e aziende senza indennizzo.
Si aprì un contenzioso (tenuto in sordina da Roma), che
non impedì alla Lafico libica di entrare, nel dicembre
1976, nei capitale sociale della Fiat. Nel sistema di relazioni
oggi pesano le corpose forniture energetiche: l'Italia ha importato
nel 2004 mezzo miliardo di metri cubi di gas dalla Libia, pari
allo 0,8 per cento delle nostre importazioni, tramite il gasdotto
Greenstream che arriva in Italia da Gela. Le nostre imprese
laggiù sono circa 50, soprattutto nel settore petrolifero,
con l'Eni, presente sin dal 1959, più importante operatore
estero. Nel 1986 la Libia aprì una crisi internazionale
per le acque del Golfo della Sirte - che furono abusivamente dichiarate
"territoriali" - chiusa dai bombardamenti americani
su Tripoli. Fu colpito anche il palazzo di Gheddafi (pare sia
stata uccisa una figlia), che si vendicò lanciando un missile
Scud contro Lampedusa. Un gesto simbolico, senza conseguenze
militari, ma di gravissima portata (soprattutto perché
a opera di un socio Fiat). Tuttavia, come ricorda il ministro
delle Attività produttive, Claudio Scajola, "i contratti
con Tripoli sono stati rispettati anche nei momenti di maggiore
difficoltà". Nel settembre di quello stesso anno la
Lafico libica uscì dal capitale dell'industria torinese
con una generosa buonuscita di tre miliardi di dollari per una
quota che dieci anni prima aveva pagato soltanto 400 milioni.
Fino
al 1998, le relazioni politiche italo-libiche sono rimaste congelate
per l'embargo dell'Onu contro Tripoli dopo gli attentati libici
a un aereo della Fan Am a Lockerbie e a quello della francese
Uta in Nigeria. Quando il governo libico ammise le sue responsabilità
e prima che l'embargo fosse revocato nel 2003 su richiesta
dell'Italia, l'al-lora ministro degli Esteri Lamberto Dini e poi
Prodi - come presidente della Commissione dell'Ile - incontrarono
Gheddafi per ricucire i rapporti. Fu Massimo D'Alema, nel 1999,
il primo capo di governo a incontrare il colonnello a Tripoli.
Ma soltanto con i quattro viaggi di Silvio Berlusconi, tra il
2002 e il 2005, le piene relazioni tra i due paesi sono state
ristabilite. L'Italia ha giocato un ruolo chiave - riconosciuto
anche dal presidente degli Stati Uniti, George W. Bush - nella
rinuncia definitiva dei libici alle armi di distruzione di
massa nel febbraio 2002.
Resta
sempre aperto però un contenzioso reciproco. Gheddafi vuole
enormi risarcimenti per il periodo coloniale, in forma di
finanziamenti per infrastrutture e ospedali (tra le altre
cose, il "regalo" di un'autostrada costiera di
1.600 chilometri del costo di 3,6 miliardi di dollari), in parte
già ottenuti. L'Italia chiede il risarcimento dei beni
degli italiani espulsi nel 1970, per un miliardo di euro. Fino
a ieri Gheddafi, nei momenti di crisi, lasciava partire carrette
colme di immigrati verso Lampedusa, nonostante i 15 milioni
di euro promessi dal Viminale. Oggi, dopo che lo scorso 7 ottobre
è stato ripristinato il "giorno della vendetta
contro l'Italia", torna a minacciare la vita degli italiani.
(torna su)
Il
Mabul
La
Stampa
4
marzo 2006
Igor
Man
Colonnello,
lei dice di amare il popolo italiano, auspica un «rapporto
corretto » con l'Italia, l'interscambio Roma-Tripoli è
di reciproca soddisfazione, gli italiani che vivono in Libia non
hanno di che lamentarsi tuttavia lei ha instituito il «Giorno
della Vendetta ». Ogni anno rievoca le nefandezze dell'Italia
colonialista così istillando odio nella sua gente. Non
sarebbe ora di seppellire vecchie memorie orribili e lavorare,
anche lei, con noi, perché il Mediterraneo torni ad essere
mare di scambi, di pace? Questo pressappoco dissi al colonnello
Gheddafi intervistandolo nel venticinquesimo anniversario del
golpe bianco che detronizzò re Idriss portando al potere
i Liberi Ufficiali capitanati, nel fatale settembre del 1969,
dal giovanissimo tenente Gheddafi. Sfoderando una perfetto sorriso
islamico (a metà fra l'imbarazzo e la collera repressa),
il Colonnello grosso modo mi disse quanto segue. E con chi vuole
che me la prenda? Siete stati voi italiani a colonizzarci, a impiccare
i nostri eroi, a fare del deserto un deposito di mine che continuano
ad ammazzare libici innocenti, siete stati voi a esiliare alle
Tremiti i nostri patrioti lasciandoli morire di stenti e tormenti
in quelle isole. Con chi dovremmo avercela, ha da darmi qualche
suggerimento?
Dopo
la fine dell'embargo, lungo e duro, compensate le famiglie delle
vittime dell'attentato di Lockerbie, il colonnello Gheddafi e
il suo bellissimo paese sono stati riammessi nel salotto buono
dell'Occidente, e tutto ma proprio tutto lasciava pensare che
finalmente, messo in cantina il «Giorno della Vendetta»
Italia e Jamahiria libica avrebbero «sanato il contenzioso»,
come usa dire. Ed era ripreso il bazar sulle «riparazioni»
italiane, ipotizzando la costruzione da parte nostra di un bell'ospedale
e via così. Recentemente grazie agli incontri nella tenda
(finta) di
Gheddafi
col nostro premier e il ministro Pisanu il Colonnello ci ha promesso
la massima assistenza nel frenare l'immigrazione clandestina in
Italia degli africani disperati studiando per loro «sbocchi
umanitari». L'assalto al nostro Consolato
di
Bengasi ci ha mostrato un Colonnello che pur di evitar disastri
peggiori ordina alla sua polizia di sparare contro «i facinorosi».
Undici di costoro vengono uccisi, il Colonnello licenzia il suo
ministro dell'Interno, i libici ci spiegano che le vignette blasfeme
lasciate intravedere da un nostro (incauto) ministro, per altro
costretto
alle
dimissioni, sono all'origine del fattaccio, si riprende il discorso
degli indennizzi».
Sennonché.
Sennonché il Beduino dalle sette vite e dalle settecento
divise, spariglia. Improvvisamente, incredibilmente spariglia.
Dopo accurata inchiesta
il
Colonnello afferma che la protesta popolare non nasce dall'offesa
inferta dalle
vignette
blasfeme («i libici non sanno nemmeno dove stia la Danimarca»,
ipse dixit Al Qaid, la Guida) bensì va in fatto inquadrata
nella (riesumata) Giornata della Vendetta.
Siamo
da capo a tredici, come dicono a Roma? Il Colonnello ha ripreso
a praticare il suo sport preferito: quello di cambiare idea da
un momento all'altro? Ventinove anni dopo il suo golpe incruento
ci tocca constatare inopinatamente come la sigla di Gheddafi,
quella più problematica, sia il «mabul», cioè
il matto, «con tutta
l'espressione
- compresa quella sacrale - che la parola mabul comporta?».
Troppo facile. Temiamo che lo spariglio di Gheddafi abbia questa
volta motivazioni diverse. E pericolose. Vediamo. Pur consapevole
d'essere un gigante economico ma un nano politico, durante il
suo erratico regno, Al Qaid ha cercato «l'unione»,
con questo e quell'altro paese arabo. Dall'Egitto di Sadat («Gheddafi
è il diavolo», ipse dixit, il raiss a Michele Lubrano
del TG1 e al sottoscritto) alla Tunisia. Deluso dalla «incomprensione»
dei cosiddetti fratelli arabi, Gheddafi si è dedicato a
far loro le bucce; quando ha potuto si è messo sempre di
traverso. Per rifarsi ha voltato le spalle al mondo arabo in generale,
alla causa palestinese in particolare (suggerì fra l'altro
ad Arafat di «uscire con onore»: suicidandosi), volgendosi
verso la Grande Madre, cioè l'Africa. Ma, ahimè,
la Grande Madre s'è rivelata
una
perfida matrigna e il nostro Colonnello ha smesso di agitarsi
dedicandosi alla lettura (scoprii che un suo libro de chevet è
«Mitridate, l'arte di sopravvivere», o qualcosa del
genere), alla preghiera.
Intendiamoci:
l'uomo è bizzarro, imprevedibile ma niente affatto stupidino.
Fiuta con largo anticipo il vento che sta arrivando e spesso grida
al pericolo ma rischia, ogni volta, di far la fine di quel Pierino
di «al lupo, al lupo». Alla vigilia del nuovo secolo,
Gheddafi stupì amici e nemici denunciando il fanatismo
di Osama bin Laden, e con lo Sceicco della Morte la pratica («anticoranica»
la definì) del terrorismo suicida. La vulgata vuole che
vedendo alla tv lo stupro delle Torri Gemelle abbia detto: «Siamo
solo al principio», mentre quando fu chiaro che Bush avrebbe
invaso l'Iraq il Colonnello disse: «Pazzi, sono tutti pazzi:
non avremo più pace».
La
guerra civile (per ora) strisciante in Iraq ha visto Gheddafi
chiudere in un cassetto le mani (armate) dei fanatici religiosi
d'ogni risma, in primo luogo i seguaci di Al-Jamaa al-Islamiya
al-Libya, un gruppo movimento clandestino creato nel 1979 ad imitazione
dei Fratelli Musulmani e dei mostazafin di Khomeini. Va ricordato
ancora una volta che Gheddafi ha sempre combattuto l'integralismo,
impiccando persino i simpatizzanti dell'islam radicale. E va detto
che gli ortodossi gli contestano di aver stravolto il calendario
maomettano quando in verità non senza audacia Gheddafi
ha messo in un canto la Sunna (la tradizione) e perfino gli Hadith
(i dotti del Profeta) rifacendosi unicamente al Corano.
Nelle
ultime settimane l'affermarsi sulla scena irachena degli sciiti
ha visto, a modo di contrappunto, una sorta di risveglio della
Sch'ia un po' dappertutto
nel
mondo islamico - immensa galassia turbolenta. Il fatto nuovo è
il saldarsi di
frange
estremiste dell'islam sunnita, e dunque tradizionale, con gli
«eretici», gli sciiti. Fenomeno nuovo, in divenire:
estremamente inquietante che, fra l'altro, spiegherebbe il trionfo
elettorale di Hamas a Gaza, e la performance dei Fratelli Musulmani
in Egitto sulla scia del successo in Giordania. Ebbene, tutto
ciò insieme
al
delinearsi di un asse antioccidentale con in testa l'Iran (massicciamente
sciita al pari dell'Iraq), foriero del sognato riscatto dell'islam
nel segno d'un nuovo Califfato, nuovo anche perché atomico,
codesto scenario potrebbe aver risvegliato nel nostro Colonnello
vecchie ambizioni. A Gheddafi piace giuocar d'azzardo sul
tavolo
verde della grande politica internazionale. Ha battuto più
volte l'austera fronte sulla pietra della realtà geopolitica
mondiale ma in fondo al suo cuore mai si è spento il sogno
di una ciclopica Jamahiria islamica soccorsa se non addirittura
guidata
da lui, Mohammar Gheddafi, al Qaid: la Guida, giustappunto.
(torna su)
La
dinastia l'erede al trono propone una linea più moderata
Dietro
alla svolta del colonnello Saif la colomba, figlio e delfino
«Non
è vero che i libici ci odiano»
La
Stampa
4
marzo 2006
Ibrahim
Refat
Muammar
Gheddafi è calato in queste ore nel ruolo che gli è
più congeniale: il demiurgo. Tutto infatti lascia presupporre
che il colonnello starebbe tentando di strumentalizzare il crescente
malcontento interno presentandosi nella vesta del Qaed (la guida
suprema) della Libia alle prese con un nemico esterno inventato.
La crisi con l'Italia ha offerto al capo della rivoluzione libica
una succulenta occasione per confermare contemporaneamente il
suo ruolo di difensore dei diritti degli arabi, degli africani
e dei musulmani oppressi dal colonialismo. Uno stereotipo abbondantemente
ribadito ieri dalla tv tripolina.
Per
presentarsi in questa veste Gheddafi ha scelto il 29simo anniversario
della consegna del potere al popolo nella Jamhiriya (la repubblica
araba libica) dove da ben 37 anni sono banditi tutti i partiti
politici e il dissenso. Duplice l'operazione compiuta giovedì
dal leader con il quale però le frange rivoluzionarie arabe
hanno rotto da quando ha acconsentito lo smantellamento del suo
arsenale nucleare in cambio della sopravvivenza del regime e della
sua riabilitazione da parte dell'Occidente. Prima dell'arringa
serale contro l'occupazione italiana ha cercato di riconciliarsi
con lo zoccolo duro dell'opposizione aprendo le porte della prigione
di Abu Selim a Tripoli ad una folto gruppo di detenuti della Fratellanza
musulmana, la formazione più pericolosa per il suo regime
populista e laico. Ha pure liberato una cinquantina di dissidenti
e attivisti per i diritti umani incarcerati anch'essi per le loro
opinioni. Tra cui il noto il giornalista Abdel Razzaq Manusori,
condannato
a
18 anni. Ma la porta della prigione non è stata spalancata
per altri dissidenti colpevoli di aver denunciato la corruzione
dilagante e la repressione.
In
realtà anche il figlio e delfino di Gheddafi, Saif al-Islam,
che si erge a paladino dei diritti civili e delle libertà
in Libia e per questo motivo ha fondato un'associazione umanitaria
la «Gheddafi Development Foundation», aveva sempre
ammesso che gli islamici detenuti sono dei «prigionieri
politici». La decisione del loro rilascio era comunque nell'aria
da quando due anni fa fu abolito il Tribunale del popolo che li
aveva condannati. Ma il portavoce della Fratellanza musulmana
libica all'estero, Mohammed Salem, ha subito collegato questa
mossa ai disordini di Bengasi il 17 febbraio scorso.
La
città era stata teatro di violenza e saccheggi per ben
tre giorni. Secondo i testimoni oculari la rabbia dei manifestanti,
che il colonnello sostiene protestavano per i mancanti indennizzi
italiani e non per le vignette sul profeta, avevano distrutto
e incenerito diversi edifici governativi, e saccheggiato esercizi
commerciali.
Fra
gli arrestati per i disordini figurano anche egiziani, e siriani.
Questi fanno parte delle schiere di immigrati arabi e africani
che competono con la popolazione
locale
per un posto di lavoro in un mercato affollato, creando malcontento.
Data
la sua vicinanza all'Egitto e per sua lontananza dal controllo
del potere centrale di Tripoli, Bengasi è divenuta permeabile
dell'integralismo. Negli anni ‘90 la Fratellanza musulmana vi
ha messo stabilmente piede, insieme alla Jamaa islamiya, contro
la quale è stato più volte impiegato l'esercito.
Per i più miti Fratelli musulmani si è fatto ricorso
al carcere.
Gheddafi
pare voglia rappacificarsi con questa formazione ormai in crescita
in tutto il mondo arabo, dall'Egitto alla Palestina. Nessuna volontà
però di condividere il potere con loro. Dicono che il suo
«delfino» e consigliere Saif al-Islam sia propenso
a intavolare un dialogo con i fondamentalisti. Secondo l'analista
egiziano Mohammed Abdel Salam, il figlio del colonnello sarebbe
dietro tutte le scelte moderate adottate finora dal regime. Dalla
soluzione della crisi di Lockerbie all'arsenale nucleare libico
fino al compromesso sul caso delle infermiere bulgare sarebbemerito
suo. A questo punto c'è soltanto di augurare un rapido
passaggio dei poteri a Tripoli.
(torna su)
«Non
è vero che i libici ci odiano»
La
Stampa
4
marzo 2006
Anna
Zafesova
«Non
è credibile che sia il popolo libico a nutrire sentimenti
di vendetta contro gli italiani di oggi per le “colpe” dell'Italia
di un secolo fa», dice
Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati
Libia (Airl). «Siamo - prosegue - increduli e sgomenti,
sembra dì essere tornati indietro al 1970 quando Gheddafi,
dopo le iniziali rassicurazioni dell'anno precedente, con un veemente
discorso anticipò i provvedimenti poi presi contro la collettività
italiana: la confisca di tutti i beni, e in seguito l'espulsione
accompagnata da vessazioni di ogni genere. I libici che ci aiutarono
allora in ogni modo offrendoci ospitalità, cibo e denaro,
sono rimasti in contatto con noi per tutti questi anni e ci hanno
accolto fraternamente l'anno passato sia a livello di popolazione
che di autorità».
(torna su)
Il
barbaro
Il
Manifesto
4
marzo 2006
Maurizio
Matteuzzi
Fino
a qualche anno fa era «the mad dog». E anche chi non
lo apprezzava lo considerava un cane pazzo (da abbattere), sorrideva
del suo Libro verde, della «terza via» (che
non era quella di Tony Blair), della «democrazia diretta»
e della Jamahiriya, «il potere delle masse». Poi,
col tempo, il cane pazzo di Tripoli fu riammesso nel salotto buono.
Sia perché la Libia galleggia sul petrolio sia perché
qualunque persona non assatanata (tipo un Magdi Allam) capiva
benissimo che lui era una delle poche barriere islamiche contro
la marea montante del fondamentalismo islamico. Gheddafi
considerava Osama bin Laden e i talebani un nemico quando ancora
i Bush facevano affari, economici e politici, con lo sceicco saudita
e gli studenti di teologia afghani.
Il
discorso del leader libico, giovedì a Sirte, ha scatenato
le prevedibili reazioni in Italia. Un coro quasi unanime
che respinge, condanna, esecra (il quasi è riferito a D'Alema
che almeno ha detto anche qualcos'altro e al ministro Pisanu
che ha la patata bollente degli immigrati clandestini in partenza
dalla costa libica da maneggiare).
In
realtà Gheddafi non ha detto niente di straordinario, anche
se lo ha detto con parole forti.
Ma
Gheddafi a Sirte ha detto anche altro, che va oltre la nostra
parrocchietta elettorale. Qualcosa di interessante, che entra
a piedi uniti nel problema-dibattito, particolarmente lacerante
dopo l'11 settembre ma presente da molto prima anche se in
forme meno esasperate e sofferte, della democrazia. Specie
in questi tempi di democrazia d'esportazione manu militari.
Una democrazia che si è ridotta ormai quasi esclusivamente
a democrazia elettorale: le elezioni sinonimo e panacea di
tutti i mali. Non come ultimo anello di un processo di ristrutturazione
sociale, politica, economica, ma come il primo e sovente
il solo. Do you remember Iraq and Palestine?
Volete
portarci la vostra democrazia-solo-elettorale, signori dell'Occidente?
Allora, dice Gheddafi, preparatevi. Perché se le elezioni
saranno libere, il Pakistan sarà governato dai seguaci
di Bin Laden e non dal vassallo Musharraf, il mullah Ornar diventerà
presidente dell'Afghanistan al posto del burattino Karzai, in
Iran (dove ha già vinto Ahmadinejad) se uscisse dalla tomba
Khomeiny rivincerebbe a man bassa, gli hezbollah di Nasrallah
vinceranno in Libano, i Fratelli musulmani in Egitto spazzeranno
via il presidente a vita Mubarak, l'Indonesia, lo Yemen...
Nella Palestina (occupata da Israele) hanno fatto le elezioni
(libere) e ha vinto Hamas «che per loro (cioè
per noi) è un'organizzazione terrorista». Che
farà l'Occidente (cioè noi) se milioni di persone,
in libere elezioni, «vogliono Bin Laden o al Zarqawi o anche
Fidel Castro?». Li bombardiamo tutti finché non imparano
come (e chi) si vota? L'Occidente (cioè noi) non vuole
«vere elezioni libere» ma solo «servire
i propri interessi», conclude Gheddafi. Parole di un
pazzo che parla nel deserto? Questo tipo di democrazia
è in crisi profonda, non solo ma soprattutto al di
fuori dell'Occidente. La «terza via» e il «potere
delle masse» di Gheddafi forse non vanno bene. La «democrazia
partecipativa» al posto di quella rappresentativa del
venezuelano Chavez forse non va bene, la «democrazia socialista»
di Fidel forse non va bene.
Se
non vorrà alimentare la micidiale panzana di fare
del cruento scontro politico in atto con il mondo arabo-islamico
uno scontro di civiltà, è su questo che si deve
riflettere e dovrà riflettere anche il prossimo governo
italiano, sperabilmente di centro-sinistra, presumibilmente
senza più un Fini e probabilmente con D'Alema al ministero
degli esteri (a meno che le liste di proscrizione dell'ambasciatore
israeliano Gol, del Corriere della sera e dei portavoce
della comunità ebraica italiana non riescano nell'intento
di mettere alla Farnesina qualcuno più docile). E, con
buona pace degli assatanati lo dobbiamo (anche) al barbaro Gheddafi.
(torna su)
Italia-Libia
La
campagna di Fini
Il
Manifesto
4
marzo 2006
Angelo
Del Boca
Chi
di campagna elettorale ferisce... Verrebbe voglia di dire
subito, Perché? Perché il governo italiano nove
giorni fa, per bocca del ministro degli esteri Fini, rispondendo
in parlamento sui fatti di Bengasi provocati dalla «maglietta
nera» del ministro leghista Calderoli, aveva ribadito che
rispetto alla Libia da quel momento in poi il governo avrebbe
dato «priorità assoluta alla necessità
di chiudere definitivamente il capitolo storico del passato
coloniale». Ora Gheddafi riapre pesantemente quel capitolo
mai chiuso e il suo intervento precipita dentro la campagna elettorale
italiana. Insomma, non bastano le promesse, tanto più in
campagna elettorale.
Gheddafi
manda a dire, non che la provocazione del ministro italiano non
ha avuto peso, ma che senza gli undici «martiri» di
Bengasi avrebbe avuto conseguenze ben peggiori, perché
è stata benzina su un fuoco già acceso: il rancore
profondo della popolazione libica, e della Cirenaica in particolare,
contro gli italiani e le loro mai risarcite responsabilità
nei crimini della guerra coloniale.
Si
tratta di un problema che è sul tavolo fra Tripoli e Roma
da almeno 45 anni. Mostra a dir poco ignoranza chi, come Magdi
Allam, dichiara che si tratta di dichiarazione del leader
libico «ad uso interno» perché ormai «è
un burattino nelle mani dei fondamentalisti». Al contrario
è una rivendicazione che fa parte del-la storia recente
della Libia e per quel che riguarda i fondamentalisti libici,
Gheddafì ha sicuramente problemi, ma ha liberato 80
membri dei Fratelli musulmani anche perché questi
sono ormai pienamente rappresentati nelle istituzioni di altri
paesi mediorientali, come l'Egitto. Intanto continua a tenere
in prigione più di 400 integralisti che nel 1990 furono
protagonisti di una rivolta proprio a Bengasi» La storia
delle rivendicazioni di Tripoli è la storia delle promesse
italiane non mantenute. Già nel 1956 l'Italia si accordò
con re Idris per chiudere la questione coloniale, ma fu una conclusione
molto gretta e meschina, la somma pattuita era modestissima
e oltretutto era compresa la costruzione di un ospedale, in realtà
mai stato costruito. Poi nel 1969 arriva Gheddafi a cambiare radicalmente
l'atmosfera e il primo provvedimento che attua è la richiesta
agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna di abbandonare le basi
aeree che avevano in territorio libico, cosa che avvenne
nel giro di pochi mesi (tra l'altro la base area di Wilus Field
era la più importante base aerea di tutto il Mediterraneo).
Logicamente sarebbe poi toccato all'Italia, presente però
ancora con una colonia di 20mila persone, cacciate via in maniera
piuttosto brutale. Ma è bene ricordare che la responsabilità
dell'espulsione improvvisa e senza risarcimenti non era solo di
Gheddafi, perché in realtà c'era un accordo pronto
con l'allora ministro degli esteri italiano Moro, che stava per
arrivare a Tripoli per incontrare su questo proprio Gheddafi.
Il viaggio saltò all'ultimo minuto per l'ennesima
crisi di governo. Siamo all'inizio degli anni Settanta e Moro
preferì i palazzi romani sottovalutando il colonnello
africano.
Da
allora Gheddafi ha continuato sistematicamente a rivolgere
all'Italia due richieste fondamentali. Primo, il risarcimento
dell'occupazione militare italiana e dei danni di guerra.
Secondo, l'operazione di bonifica di tutti i campi minati
nella Cirenaica. Nessuna delle due è stata benché
minimamente esaudita. Ancora nel 1984 Andreotti andava in Libia
a promettere un ospedale. E poi siamo arrivati ai viaggi di Berlusconi
pronto a chiudere la partita offrendo anche lui un ospedale
e 63milioni di euro. Ma, con sorpresa di Berlusconi, Gheddafi
ha risposto di no, chiedendo invece la famosa litoranea
che va dal confine della Tunisia al confine dell'Egitto.
Anche di questo da allora non se n'è più parlato.
Comunque, in cambio, abbiamo chiesto alla Libia di fare il
lavoro sporco di allestire campì di raccolta - negli stessi
luoghi dove il nostro esercito coloniale prima e fascista
poi aveva allestito campi di concentramento - per fermare
la disperazione degli immigrati africani. Una collaborazione
che il governo italiano definisce «fruttuosa», ma
che in realtà non ha modificato il dramma dell'immigrazione
di fronte alla miseria dell'Africa.
E
siamo a ieri con Fini che rassicura che le parole di Gheddafi
sono solo «un comizio». La verità è
che quella del governo italiano che parla per bocca di Fini
è sempre una preoccupazione elettorale che punta a
scaricare su Tripoli le proprie incapacità. Forse
è meglio che Berlusconi e Fini riflettano sulle parole
di Gheddafi che dice: «Vogliamo impedire un ripetersi
del colonialismo in futuro, perché nessuno sa come l'Italia
sarà nei prossimi 50,100 anni...». Più esplicito
di così. Vuoi dire nei prossimi anni. Non deve essergli
molto gradita la presenza nelle liste elettorali del centrodestra
al potere in Italia di xenofobi, postfascisti e tanti neofascisti
che fanno vanto del passato neocoloniale d'Africa e si guardano
bene dal pensare a una riparazione che cominci almeno, come fece
il presidente Scalfaro per l'Etiopia, a riconoscere che «furono
anni di sangue, noi chiediamo scusa».
(torna su)
Ma
«l'Italia oggi ci è amica»
Il
colonnello telefona a Berlusconi e Prodi. Perché liberati
i 130 detenuti
Il
Manifesto
4
marzo 2006
Maurizio
Matteuzzi
Ieri
l'agenzia libica Jana ha diffuso il testo del discorso che il
leader Muammar Gheddafi ha pronunciato giovedì a Sirte,
in occasione dei 29 anni della fondazione della Jamahiriya, «il
potere del popolo», e che tanto scalpore ha provocato in
Italia. Gheddafi, oltre al troglodita Calderoli, ha attaccato
duramente l'Italia per i suoi misfatti coloniali in
Libia e per il suo rifiuto ostinato (finora) di risarcire
e scusarsi con il popolo libico. Ma è anche stato attento
a precisare che quel!' «odio» antico e giustificato
si riferisce all'Italia di Mussolini e del maresciallo Graziani
e non «all'Italia di oggi, di Berlusconi o di Prodi, nostri
amici», «un paese amico e non colonialista».
La
«minaccia» che ha fatto tanto inalberare il mondo
politico italiano, a destra come anche (quasi unanimemente)
a sinistra, sta nella frase «perché non si ripeta
la catastrofe del consolato italiano, che è avvenuta
a causa del mancato risarcimento per il crimine dell'occupazione
della Libia nel 1911», l'Italia «deve pagare il prezzo
della sua occupazione» e di «crimini che non sono
stati indennizzati». Per la «catastrofe» dell'attacco
al consolato italiano di Bengasi del 17 febbraio, probabilmente
sfuggito di mano alla polizia che uccise 11 o 15 manifestanti
(poi definiti «martiri»), Gheddafì ha espresso
il suo «rammarico» telefonando a Berlusconi in
quanto governo e a Prodi in quanto «capo dell'opposizione».
A
Bengasi il consolato italiano ha riaperto i battenti ma e senza
il suo titolare, in quanto il console Giovanni Pirrello,
che è in Italia per un lutto familiare, non rientrerà
subito in Libia in attesa che la Farnesina valuti la situazione
anche alla luce della «minaccia» di Gheddafi («non
escludo nuovi attacchi all'Italia»). Ma la situazione
in Libia, rispetto alle altre sedi diplomatiche e all'ambasciata
di Tripoli, appare tranquilla. Sembra evidente che al di là
del can-can dei partiti politici (specie Calderoli) e giornalistici
(il solito Magdi Allam sul Corriere della Sera), la tendenza dei
governi di Tripoli e Roma sia di abbassare i toni.
Sulla
nostra sponda del Mediterraneo ci si interroga sul significato
della liberazione di 130 prigionieri politici, fra cui 83 Fratelli
musulmani, l'organizzazione integralista di origine egiziana
che proprio a Bengasi, una decina d'anni fa, aveva messo
radici.
Per
alcuni, specie in Italia, quella liberazione rappresenta
il segnale di estrema debolezza del regime che ha dovuto cedere
di fronte agli integralisti (come Mubarak in Egitto rispetto ai
Fratelli musulmani), divenendone ostaggio. Per i libici si tratta
ovviamente di un segnale di forza del regime, che non ha
niente da temere e vuole smentire le interpretazione della rivolta
di Bengasi come di un tentativo «di destabilizzazione di
Gheddafì» (queste furono le parole usate dal ministro
Fini in parlamento che provocarono una dura replica da parte libica).
A riprova, fonti libiche ricordano che anche se l'annuncio della
liberazione dei 130 è stato concomitante al discorso di
Gheddafì a Sirte, il leader li aveva già ricevuti
qualche settimana fa insieme alle loro famiglie. Le stesse fonti
rilevano che non c'era più ragione di tenere in carcere
gente che, sia pur dichiaratamente fondamentalista non è
terrorista (anche se fra loro ce n'era uno condannato a morte
e altri all'ergastolo). I «terroristi» veri rimangono
in carcere: come i 480 membri del «Gruppo islamico
di combattimento».
(torna su)
Libia-Iran-Hamas
Quei
tamburi di guerra e il ruolo di Europa e Stati Uniti
Il
Messaggero
4
marzo 2006
Marcella
Emiliani
Nello
stesso giorno sono echeggiati contemporaneamente tre tamburi
di guerra. Dalla Libia l'ineffabile colonnello Gheddafi è
tornato a pretendere l'indennizzo storico per i danni coloniali
inflitti dall'Italia alla Libia, mettendo in un unico calderone
vignette sa-taniche, magliette luciferine e - testuale, come da
comizio di giovedì sera - «un ministro italiano fascista
che ha usato un linguaggio razzista, da crociato, colonialista
e retrogrado». Da Mosca, dove era appena atterrato,
il responsabile politico di Hamas, KhaledMe-shal, ha ritualmente
tuonato che il suo partito non intende riconoscere lo Stato
di Israele. Ugualmente tetragono, l'Iran di Ahmadinejad ha
ripetuto che continuerà imperterrito nel suo programma
di arricchimento dell'uranio, dopo il fallimento dell'incontro
a Vienna tra una delegazione iraniana e la troika europea
formata da Gran Bretagna, Francia e Germania, corsa in Austria
a tentare una via negoziale prima che si riuniscano lunedì
prossimo i governatori dell'Agenzia internazionale per
l'energia atomica (Aiea) e decidano di deferire Teheran al
Consiglio di sicurezza dell'Onu. Il tutto mentre George Bush
arrivava in Pakistan dopo aver siglato un accordo "storico"
con l'India in base al quale gli Usa forniranno tecnologie nucleari
civili alla più grande democrazia del mondo. Siamo davvero
sull' orlo di un'offensiva senza precedenti di leader canaglia,
partiti canaglia, regimi canaglia? Che un'offensiva sia in atto
è indubbio e anche se, come cercheremo di dimostrare,
le minacce che arrivano da Libia, Autonomia nazionale palestinese
e Iran contengono una dose massiccia di retorica, tuttavia diventerà
importantissima la risposta che l'Europa e gli Stati Uniti sapranno
dare a queste dichiarazioni/provocazioni.
Gheddafì,
come è noto, è tutto e il contrario di tutto, ma
nel suo lungo regime ha sempre usato il "capro espiatorio"
Italia ogniqualvolta doveva tener buone le opposizioni interne
e soprattutto le piazze. Sappiamo dunque di dover mantenere la
calma, di dover riportare ogni affermazione che arrivi
da Tripoli in un quadro negoziale perché se è vero
che l'Italia non può fare a meno della Libia (leggi gas
e petrolio) è altrettanto vero che la Libia non può
fare a meno dell'Italia e nel mondo arabo, islamico, nonché
africano, è molto isolata.
Alla
sua prima grande uscita internazionale, non ci si poteva
aspettare nemmeno da Khaled Meshal un atteggiamento diverso
da quello che il leader politico di Hamas ha tenuto a Mosca. Hamas
è ancora nella fase in cui deve farsi "prendere sul
serio" dai politici che contano e la ribalta fornitale dalla
Russia, per ora, le serve proprio per aumentare la propria statura
internazionale. Ma, come ha affermato il ministro degli esteri
russo, Sergei Lavrov, Hamas si è detta disposta a
mantenere per anno la tregua con Israele - se anche Israele rinuncerà
all'uso della forza - e ha condizionato il proprio riconoscimento
dello Stato israeliano al ritiro del medesimo dai Territori conquistati
nel '67 e al ritorno dei profughi palestinesi. Se davvero, come
sembra, il partito di Sharon-Khadima vincerà le elezioni
del 28 marzo, l'ipotesi di un ritiro unilaterale israeliano
anche dalla Cisgiordania potrebbe diventare una realtà
e dunque quello che Hamas sembra temere è proprio un altro
atto unilaterale di Israele che la condannerebbe a gestire
tutta sola, e senza nessuna cultura di governo, un'Autonomia nazionale
palestinese estremamente traballante, povera e sull'orlo
di una guerra civile. Viene allora il sospetto che -dietro la
consueta retorica - ci sia la larvata richiesta di una qualche
forma di negoziato con l'odiato "nemico sionista".
Infine
l'Iran. Giocherà fino in fondo la carta nucleare e presumibilmente
farà anche notare che mentre all'India, (che come
Teheran, non ha firmato il Trattato di non proliferazione
nucleare), gli Usa offrono collaborazione proprio nel campo dell'energia
atomica a scopi civili, lo stesso trattamento non è riservato
al regime degli ayatollah. Certo, la scelta degli Usa è
tutta politica: Washington si fida degli indiani e non di
Ahmadinejad e dei suoi tutori turbantati, e intanto ha cominciato
a tessere una robusta tela di negoziati (vedi India e Pakistan)
tesi a isolare Teheran in Asia prima ancora che l'Aiea si pronunci.
Detto in altre parole, paesi come la Libia e l'Iran nonché
Stati in formazione come l'Anp corrono il rischio di rimanere
a gestire in livida solitudine le loro posizioni massimaliste
se dall'Occidente arrivano vere iniziative politiche
e non solo minacce di guerra, e se l'Occidente saprà rispondere
con una buona intesa di entrambe le sponde dell'Atlantico alle
provocazioni di chi cerca legittimazione o rilegittimazione
proprio dall'evocazione dello scontro col "nemico",
vero o reinventato che sia.
(torna su)
Il
vicepremier: serve un altolà al Colonnello
La
Farnesina ai libici: per ballare il tango bisogna essere in due,
dunque niente attacchi
Il
Messaggero
4
marzo 2006
Claudia
Rizza
Bene
o male le frasi tradotte erano proprio quelle e raccontavano di
un Gheddafì classico, Colonnello minaccioso e suadente
"very old style", un po' Jekill e unpo' Hide. E alla
Farnesina hanno pensato che non fosse il caso di alzare un
polverone. Ma rispondere si, e anche in tono fermo: figurarsi
se Gianfranco Fini, di fronte a certe sparate, veste i panni del
pavido. Così l'intervento televisivo del capo libico è
stato derubricato ad «arringa comiziale» dedicata,
si sottintende, più ai suoi concittadini che al governo
italiano.
Che
Gheddafì abbia preso la palla al balzo dei moti di Bengasi,
per alzare il suo prezzo, è apparso evidente. Ma altrettanto
evidente è stata giudicata al ministero degli Esteri la
scarcerazione di un'ottantina di "fratelli musulmani"
integralisti, gli stessi che sono scesi in piazza contro il consolato
italiano e che sono stati ammazzati dalla polizia libica. Come
Fini disse a caldo, e come poi si rimangiò per quieto vivere,
il sospetto era che la piazza fosse sfuggita di mano al Colonnello
e la minoranza musulmana gli avesse giocato un brutto scherzo.
Ora, questo pretendere risarcimenti per il ventennio coloniale
sembra un messaggio dedicato soprattutto ai "fratelli"
ribelli. La minaccia di nuovi attacchi non fa che confermare,
nella mente dei diplomatici più acuti, che Gheddafì
possa temere qualche altro moto di piazza incontrollabile.
Dovesse accadere, potrebbe sempre far finta di averci avvertiti:
«I libici odiano l'Italia».
Fini
ha ricordato al Colonnello le intese e le decisioni prese da Palazzo
Chigi il 23 febbraio, dando un'altra frecciata: «L'impegno
deve essere reciproco» e «nessun aiuto viene in questa
direzione dalle ultime parole del colonnello». Alla Farnesina
risuona il motto inglese: «Il takes two to tango»,
bisogna essere in due per ballare il tango. Che suona: caro Gheddafì,
se vuoi raggiungere un accordo devi sederti a trattare e
non minacciare.
Quello
è l'armamentario tipico del leader libico, un mago
dell'ambiguità nel puntare Udito contro l'Italia e poi
ammettere che però i rapporti sono buoni e che il
colonialismo è un'epoca definitivamente sepolta. Ma «se
l'Italia risarcisse la Libia dei dolori passati, questo le impedirebbe
in futuro di farsi rivenire in mente cattive idee». Pensiero
bizzarro, che altro dire.
La
Farnesina ha qualche difficoltà di dialogo con la diplomazia
libica. L'ambasciatore a Roma manca da un anno, che il precedente
è stato nominato vice ministro degli Esteri e il suo posto
è rimasto vacante. C'è qui solo il console generale
Gaddour, che frequenta la diplomazia vaticana, e che — si dice
— abbia una spiccata predilezione per il centrosinistra,
Prodi in testa. Ricordando come il Professore, da presidente
della Commissione Ue, si sia battuto tra le critiche più
feroci perché fosse superato l'embargo alla Libia. E ricordando
anche come Fini, in un passato recente, avesse comunque spezzato
una lancia in favore dell'Italia del Ventennio e di quel «colonialismo
buono» che ieri Alessandra Mussolini ha ricordato così:
«Se non era per mio nonno, stavano ancora sui cammelli col
turbante in testa».
L'ultimo
problema riguarda la Lega e Calderoli, che hanno interpretato
le parole di Gheddafì come se l'assalto di Bengasi non
fosse avvenuto contro l'ex ministro ma contro il colonialismo
italiano: «Fini chieda scusa». In realtà
le parole di Gheddafì hanno affondato questo tentativo
di riscossa: Calderoli è «un ministro italiano
fascista, che ha usato un linguaggio razzista, da crociato,
colonialista e retrogado». Non resta che aspettare l'inizio
delle trattative. Ma è roba per il futuro governo, Gheddafì
questo lo sa.
Quali
sono le ragioni del contenzioso tra Italia e Libia?
Il
contenzioso parte dalla richiesta di risarcimento che Gheddafì
rivolse all'Italia poco dopo essere andato al potere
nel '69 per le efferatezze compiute dai colonizzatori italiani
tra il 1911 e il '31 a danno della popolazione. Gheddafì
ha poi espulso 25 mila residenti italiani.
(torna su)
Andreotti:
ricordatevi, è nemico di Bin Laden
«Il
Raìs va sostenuto e Calderoli la smetta, alla sua età.
di fare il goliardo»
Il
Messaggero
4
marzo 2006
Mario
Stanganelli
Senatore
Andreotti, quelle
di Gheddafi sono minacce di cui si
deve aver paura?
«Credo
che si tratti
della punta più
acuta di una
fase di non comunicazione
tra due
Paesi. Quello che è
accaduto in Cirenaica
è certo
un fatto grave,
ma la storia
di Calderoli
è altrettanto
grave...»
Ma
Calderoli oggi
pretende le
scuse...
«Ma
quali scuse!
Non scherziamo,
deve scusarsi
lui che,
alla sua età,
fa goliardate
su questioni
molto serie».
Ma
una reazione
anti-italia na
in Libia c'è
stata?
«Le
reazioni alle vignette
ci sono state
in tanti Paesi islami
ci. Ma ricordo
che Gheddafi
ha il merito di
aver fatto
per primo
un mandato
di cattura
internazionale contro
bin Laden
molto prima dell'I 1 settembre, quando un
gruppo vicino
ad Al
Qaeda uccise
dei tedeschi
nella Sirte. Gli assassini
erano un
gruppo di giovani
che Gheddafi
mi disse aver
ritenuto inizialmente
degli idealisti. Ma poi si
accorse del pericolo
costituito dalle
loro idee:
pensavano addirittura di
riprendersi l'Andalusia.
Il Colonnello
intuì
il pericolo del fondamentalismo con molto anticipo».
Allora
potrebbe aver ragione chi pensa che tra
le cause della
rivolta di Bengasi ci siano problemi interni?
«Su
questo non ho informazioni dirette,
ma può darsi. Va detto
che Gheddafi
sta facendo delle riforme notevoli nel suo Paese che possono dispiacere
a qualcuno. Ma proprio per
questo
dobbiamo incoraggiarlo e
riprendere rapporti
che per lungo tempo sono
stati più
che buoni».
E
cosa può fare
l'Italia?
«Una
cosa da fare certamente è quella di riattivare
la Commissione
italo-libica istituita
per indagare
sulle deportazioni
fatte dagli
italiani nel
1912. F una cosa
che sta molto
a cuore
a Gheddafi, il
quale più
di una volta
mi ha detto
che di ciò
che accadde durante
il fascismo
non gli
importa nulla, ma di quei fatti sì, che
coinvolsero
anche la sua
famiglia. La Commissione ha finito i suoi lavori e ora si
tratterebbe di trarre le conclusioni. Hanno chiesto la mia
disponibilità
per andare a Tripoli
per l'occasione
e io l'ho data
volentieri».
Non
crede che alcuni
appelli in difesa
dell'Occidente possano
essere occasione
di nuove
tensioni con l'Islam?
«Infatti,
non condivido
affatto certi atteggiamenti.
Ho tutto il
rispetto per
Oriana Fallaci donna di cultura, ma
questa voglia di
scontro frontale,
di crociata, non
la condivido
proprio».
E
al governo
italiano imputa errori
in politica
estera?
«No,
ho apprezzato
molto Fini - che
agli Esteri
sta facendo bene - quando è andato in Israele e poi
alla tomba
di Arafat. Ma ora gli dico che dovrebbe andare anche in Libia».
(torna su)
Intervista
a Giovanna Ortu
«Quelle
accuse sono solo pretesti. Ma i libici non ci odiano»
Il
Giorno
La
Nazione
Il
Resto del Carlino
4
marzo 2006
Alessandro
Farruggia
«Chiaramente,
Gheddafi è in crisi, se la prende con l'Italia perché
ha difficoltà interne e un capro espiatorio fa sempre comodo.
Ma la colpa è anche nostra, che in passato non abbiamo
chiuso la partita stabilendo chiaramente e definitivamente
se la Libia avesse diritto a ulteriori indennizzi. Per ingraziarcelo
abbiamo giocato sull'equivoco e ora ne paghiamo il prezzo».
Giovanna
Ortu , presidente dell'associazione italiani rimpatriati
dalla Libia, non risparmia critiche all'atteggiamento tenuto dai
governi italiani nei confronti del Colonnello.
Sorpresa
per l'ennesima crisi?
«Molto.
Ci è sembrato di rivivere la nostra storia di 36 anni fa.
E dire che l'anno scorso anche noi ci eravamo fidati. Sembrava
che il regime stesse aprendosi. Eravamo pure stati in Libia,
dove siamo stati accolti benissimo.. oggi, alla prima occasione,
ci arriva questo schiaffo. Che errore fidarsi...».
A
quanto ammontano i beni degli italiani in Libia che furono sequestrati
all'epoca da Gheddafi?
«Circa
quattrocento miliardi dell'epoca. Una compensazione, disse.
E il governo italiano ha sempre dato credito alle richieste
di Gheddafi di avere una più completa soddisfazione, vuoi
con Andreotti promettendo un ospedale, vuoi con Berlusconi con
la progettazione di una autostrada di duemila chilometri,
che naturalmente Gheddafi ha interpretato come la costruzione
di una autostrada...».
E
secondo lei abbiamo sbagliato a far intendere che la partita compensazioni
non fosse chiusa.
«Abbiamo
sbagliato sì. Non si è mai chiarito una volta per
tutte quali fossero i diritti della Libia. Non lo ha fatto il
governo Prodi e non lo ha fatto il governo Berlusconi in
questa legislatura. Altri paesi hanno fatto diversamente».
Responsabilità
storiche però ne abbiamo, nel passato coloniale, pur se
non amiamo ricordarlo, abbiamo commesso non poche atrocità...
«Non
nego le responsabilità italiane durante la guerra
di conquista, ma non si può consentire che uno stato faccia
pagare 100 anni dopo queste colpe. Quando, tra l'altro, la Libia
ha pur avuto un indennizzo di 5 miliardi di sterline nel
'56. E anche fosse necessario un ulteriore indennizzo, il
governo italiano doveva trattare e chiarire una volta per
tutte a quanto ammontava. Non tirare per decenni a campare
fingendo che la questione non esistesse e dando l'alibi a Gheddafi
per ritirarla fuori a suo piacimento».
E
adesso, come se ne esce?
«Siamo
in un angolo. Abbiamo trattato Gheddafi come se fosse diventato
un sincero democratico quando invece non è così.
Capisco l'ansia di stabilire buoni rapporti con lui,
ma Tessersi dimostrati troppo proni non è stata una
buona politica. Ci sarebbe voluta maggior fermezza prima. Oggi,
tanto più con la crisi energetica russa in atto, siamo
con le mani legate».
(torna su)
Ha
gli integralisti contro e li affronta cercando un nemico comune:
noi
Il
trucco di Gheddafi: attacca l'Italia per difendere se stesso
Il
Giorno
La
Nazione
Il
Resto del Carlino
4
marzo 2006
Gabriele
Cane'
Se
non fossimo di fronte a una tragi-commedia dell'arte (politica),
avrebbe ragione Calderoli. Un Capo di Stato che da del fascista
e razzista al ministro di un altro Stato, beh, dovrebbe almeno
chiedere scusa. Se non fossimo di fronte a un gioco delle parti,
dovremmo, come Governo italiano, fare la voce grossa con la Libia.
Se le cose stessero così, insomma, saremmo sull'orlo (e
oltre) di una crisi molto seria tra Roma e Tripoli, con rischi
reali per le persone e gli interessi nazionali. In realtà,
la crisi c'è, i rischi pure, ma i rapporti tesi tra i due
Paesi, compreso il contenzioso sul saldo dei danni coloniali rivendicato
dal Colonnello, sembrano molto più l'effetto che la causa
di ciò che sta accadendo. Prima con la gestione della vicenda
Calderoli, e relativi ben orchestrati moti di piazza a Bengasi,
poi con la mano tesa ai Fratelli Musulmani, campioni dell'estremismo
religioso anche a Tripoli, Gheddafi ha infatti confermato che
il vero problema non siamo noi, ma è lui. O meglio, il
suo regime laico attaccato dal virus dell'integralismo. E quando
gli estremisti ti inquadrano nel mirino, per sfuggire al colpo
mortale hai (forse) una sola possibile via di uscita: individuare
un altro obiettivo, e farne il nemico comune. «Cari fratelli,
non prendetevela con me che sono uno di voi, ma prendiamocela
assieme con l'Italia che ci aggredì nel 1911 e non ci ha
ancora risarcito, affamando il nostro popolo». Detto e fatto.
Fuori dalle galere tutti i Fratelli fino ad ora considerati criminali
e terroristi, e attacco frontale a Roma. Certo, Calderoli poteva
evitare la sceneggiata tv, ma oramai è chiaro che la sua
maglietta è stata solo un alibi. Qualunque altra occasione
sarebbe stata buona, e qualunque altra lo sarà, per unire
la piazza contro l'odiato straniero, distogliendo l'attacco dal
regime. Per quanto ci riguarda, che volete: siamo un manzoniano
vaso di coccio dipendente dagli oleodotti libici. Insomma: dobbiamo
abbozzare per necessità energetica, cercando di richiamare
il Rais a un buon senso che in questo momento non può permettersi.
Dunque, è inutile pensare che pagando i debiti contratti
un secolo fa (!) possiamo placare il Colonnello. Sono sciocchezze
pre-elettorali. Dobbiamo solo sperare che il regime si consolidi
e riassorba l'ematoma integralista. Dobbiamo tifare (pensate un
po' !) per un dittatore, contro altri possibili dittatori. Pronti
a esportare, a differenza di Gheddafi, oltre al petrolio, anche
la loro tirannia.
(torna su)
Tripoli,
molti i nostri errori ma non ci fu solo sanguinosa repressione
L'odio
antico della colonia chiamata «scatola di sabbia»
Il
Giorno
La
Nazione
Il
Resto del Carlino
4
marzo 2006
Arrigo
Petacco
Tempo
addietro mi capitò di ascoltare a Nairobi due intellettuali
kenioti che dissentivano in perfetto inglese dei crimini compiuti
dal colonialismo. «Ma perché non parlate la vostra
lingua» chiesi loro con finta ingenuità e loro pronti
in tono di scusa: «Perché non ci capiremmo: parliamo
due dialetti diversi». A questo punto fui tentato di osservare:
«Allora il colonialismo a qualcosa è servito».
Ma preferii tacere per non passare per un provocatore.
Rievoco
questo aneddoto per entrare in argomento. Dalla fine della
seconda guerra mondiale si è detto peste e corna del colonialismo.
I paesi colonialisti europei, spinti da due delle potenze
vincitrici Usa e Urss (che non avevano colonie), hanno a poco
a poco liquidato i loro imperi coloniali, preceduti dall'Italia
che le sue modeste colonie le aveva già perdute per i noti
avvenimenti bellici. Non voglio difendere il colonialismo
e, tanto meno, quello italiano che fu il più straccione.
Ma vorrei ricordare come andarono le cose. Quando conquistammo
la Libia nel 1911, strappandola al dominio del barcollante impero
ottomano, colonizzare i paesi africani era ancora considerato
un dovere dei popoli civili. Lo so che non è giusto, ma
questa era la morale del tempo ed era benedetta anche dalla
Chiesa. Noi ci prendemmo quella «scatola di sabbia»,
come allora definivano la Libia gli antenati degli attuali
pacifisti, per oscure speculazioni bancarie, ma anche per esigenze
politico-strategiche: era l'unico lembo dell'Africa mediterranea
ancora disponibile. Il resto se lo erano già preso
gli inglesi e i francesi. Conquistammo la «Quarta sponda»
sulle note di «Tripoli bel suoi d'amore», ma ci comportammo
esattamente come gli altri paesi colonialisti, o forse peggio.
La conquistammo infatti per due volte: prima combattendo
contro i turchi e, dopo la prima guerra mondiale, combattendo
contro gli erpici patrioti libici insorti per rivendicare
la propria indipendenza. Il protagonista della «riconquista»
fu Rodolfo Graziarli la cui azione «normalizzatrice»
fu cruenta, spietata e criminale. Ma non ci fu solo la sanguinosa
repressione. Mi-gliaia di contadini italiani affamati di terra,
trasformarono l'immenso deserto in una fiorente campagna
ricca di poderi e di frutteti. Sorsero ovunque accoglienti villaggi
colonici, Bengasi e Tripoli si trasformarono in moderne città,
migliorò per tutti il livello di vita e il paese fu attraversato
da una efficiente rete stradale e l'intero litorale, dal
confine tunisino a quello egiziano, fu collegato da una litoranea
asfaltata lunga un paio di migliaia di chilometri e realizzata
in gran parte dall'impresa edile Ferrari della Spezia. Italo
Balbo, l'ultimo governatore, creò scuole, istituzioni e
persino la Gai (gioventù araba del littorio). Il resto
è noto, dopo varie traversie, la Libia è diventato
uno stato indipendente. Gli italiani sono stati cacciati via,
i loro poderi le loro case, i loro beni sono stati tutti sequestrati.
In varie occasioni, il governo ha cercato in ogni modo di sdebitarsi
per il debito di sangue sempre riconosciuto. Ma ora non si
sta un po' esagerando?
(torna su)
"Promesse
sempre rinnovate, mai mantenute"
Lo
storico Del Boca "Gheddafi ha ragione"
La
Repubblica
4
marzo 2006
Giampaolo
Cadalanu
Angelo
Del Boca, massimo storico dell'avventura coloniale italiana, è
lapidario: «Sostanzialmente, Gheddafi ha ragione».
Professore,
non crede che il colonnello stia speculando sui disordini di Bengasi?
«Probabilmente
sì. Ma se fossimo stati più corretti non saremmo
a questo punto».
Gheddafì
fa riferimento a promesse reali?
«Già
negli accordi del'56 con re Idris il nostro Paese si obbligava
a costruire un ospedale a Tripoli. Ho visto personalmente l'Allegato
B che stabiliva questo impegno. Nell'84 anche Andreotti, allora
ministro degli Esteri, ha rinnovato la promessa. Ma la Libia
voleva una struttura con 1200 letti, mentre noi ne offrivamo
cento».
L'Italia
non ha mantenuto la parola data?
«C'eravamo
impegnati anche a sminare la Marmarica, al confine con l'
Egitto, piena di ordigni inglesi, tedeschi ma anche italiani.
Non se ne è fatto nulla. L'unica promessa mantenuta è
stata quella di ricostruire la vicenda dei prigionieri libici
ai tempi di Giolitti. Ho fatto parte anch'io di una commissione
che ha appurato il destino di questi 4000, deportati
dopo la battaglia di Sciara Sciat. Ne sono venuti fuori tre volumi
di dati: poca cosa, ma con un'importanza morale».
In
tempi più recenti si è parlato degli impegni italiani?
«Anche
Berlusconi, quando è andato in visita, ha rinnovato la
promessa. Si parlava di un ospedale da 63 mila euro, ma Gheddafi
ha rilanciato, chiedendo la costruzione dell'autostrada litoranea
dalla Tunisia all'Egitto. Sono 1700 chilometri, sulla traccia
della via costruita da Italo Balbo. A questo punto il conto sarebbe
arrivato a tre miliardi di euro, e Berlusconi è rimasto
gelato».
E
i beni sequestrati agli italiani?
«È
vero, nel 1970 il regime ha espulso 20 mila nostri connazionali
e incamerato terreni e immobili per duemila miliardi di lire.
Gheddafi sostiene: era roba nostra. Ma questo può
valere per le terre: alberghi, cinema, aziende erano invece il
frutto del lavoro di persone che hanno trasferito lì
intelligenza e capacità italiane. Ma nessuno dei nostri
politici si è mai seduto a un tavolo con il colonnello
per dire: facciamo una stima, trattiamo. E poi, soprattutto,
nessuno ha mai chiesto scusa in sede ufficiale».
Ma
questi conti in sospeso giustificano l'ostilità emersa
a Bengasi?
«Ricordiamoci
che siamo stati protagonisti di un'occupazione sanguinosa,
con 100 mila morti. Insomma, un libico su otto ha perso la
vita per difendere il suo Paese dagli italiani. Solo vedendo queste
cifre si può spiegare la rabbia libica».
(torna su)
Padre
Giovanni Martinelli, vicario apostolico: la gente ci vuoi bene
ma la tensione si sente
"Da
Roma parole pericolose per noi italiani di Tripoli"
La
Repubblica
4
marzo 2006
Francesca
Caferri
La
Libia padre Giovanni Martinelli la conosce bene. Francescano,
64 anni, proprio in Libia è nato, da una famiglia
abruzzese poi costretta a lasciare il Paese. Nel 1985 c'è
tornato come vicario apostolico - l'equivalente di un vescovo
nei paesi dove la Chiesa non ritiene opportuno nominarne
- della diocesi di Tripoli, una delle due in cui è
organizzata la Chiesa cattolica in Libia (l'altra diocesi è
quella di Bengasi, momentaneamente evacuata dopo gli
scontri dei giorni scorsi). Da allora, gestisce i rapporti con
il governo di Tripoli e la comunità musulmana.
Come
avete accolto il discorso di Gheddafì? I libici hanno
in qualche modo reagito con voi? È successo qualcosa
di anomalo?
«Assolutamente
no. Abbiamo vissuto una giornata tranquilla e serena.
La situazione qui a Tripoli è normale. Quanto al discorso
di Gheddafì....posso solo dire che posso capire la reazione
che ha avuto».
Capire
perché?
«Perché
dopo i fatti di Bengasi ci sono state dichiarazioni un po'
forti da parte dei rappresentanti del governo italiano. Sono
entrati nel merito di fatti dì politica interna libica.
E questo di certo non ha fatto piacere alla gente qui».
Cosa
intende padre Martinelli?
«Vede,
qui siamo in una situazione delicata, soprattutto dopo questa
vicenda delle vignette. Non si dovrebbero provocare
ulteriori problemi. Una situazione critica non si risolve con
dichiarazioni forti come quelle che invece abbiamo ascoltato».
Come
sta vivendo queste ore a Tripoli? Da italiano e da cristiano...
«Glielo
ripeto, qui la situazione è tranquillissima. Non ci
sono state aggressioni, non ci sono state minacce, nulla.
Certo, a Bengasi è stata assalita la Chiesa, ma io credo
sia stato fatto più per attaccare qualcosa che rappresentava
L'Italia più che per andare contro a un simbolo cristiano.
Il fatto è che, soprattutto dopo questa vicenda delle
vignette, tutto ciò che in qualche modo è ricollegabile
all'Occidente è diventato un simbolo su cui è possibile
sfogarsi. La vicenda delle vignette ci ha fatto male perché
qualcuno ha identificato l'Occidente con la Chiesa ed ha
ritenuto di attaccarci per sfogare la rabbia. Ma si tratta di
estremisti. La gente normale, quella con cui lavoriamo tutti i
giorni, noi religiosi ma anche le tante persone cristiane
che sono qui e sono laiche, quella gente ci sta a fianco,
come sempre. Sono loro a
preoccuparsi
di noi. Sono loro che ci hanno quasi messo sotto sorveglianza,
noi e le chiese, per evitare che qualche estremista se la prenda
con noi».
Lei
conosce molto bene la Libia. Che sviluppi crede potrà
avere questa vicenda?
«Io
spero che tutto si ricomponga. Qui la Chiesa è molto
rispettata, sia dalla gente che dalle autorità. Mi
auguro che questo rapporto prosegua e che non ci siano più
prese di posizione inopportune come quelle che abbiamo visto nelle
ultime settimane. Per quanto riguarda noi, noi andiamo avanti:
la prossima settimana qui a Tripoli è in programma un seminario
di dialogo inter-religioso fra cristiani e musulmani. Questa
è la strada da seguire».
(torna su)
Italia
e Libia la guerra dei cento anni
Un
contenzioso che risale all'invasione del 1911 tra promesse e minacce
La
Repubblica
4
marzo 2006
Paola
Coppola
Bruciano
ancorale ferite della colonizzazione. Gheddafi riattizza
l'odio nei confronti degli italiani. Contro chi occupò
la Libia — ricorda — tra il 1911 e il 1943, un periodo in cui
almeno centomila libici sono morti, uccisi in battaglia o con
esecuzioni di massa, nelle campagne di Giolitti e Mussolini. A
migliaia secondo fonti libiche furono mutilati, mentre intere
famiglie furono costrette all'esilio e circa 4000 persone
vennero deportate nei penitenziari di isole italiane
come le Tremiti e Favignana.
La
Libia è stata certamente depredata di opere d'arte
e i soldati italiani, come i francesi e i tedeschi, hanno
marchiato il suolo di mine, che ancora oggi uccidono nel
deserto.
Gheddafi,
appena prese il potere nel '69, rinnegò
gli indennizzi accettati dal re Idris con il trattato
del 1956: un contributo di 4,8 miliardi di lire per «la
ricostruzione economica della Libia». Contributo
ritenuto dal colonnello un'ipocrisia, come tale mai perdonata
all'Italia. Per questo giustificò come una risposta la
decisione del 1970 di incamerare i beni dei 20milaitaliani che
vivevano in Libia e che furono espulsi. Il tema dei risarcimenti
è stato un cavallo di battaglia per Gheddafi, ricordato
più volte anche in occasione del 7 ottobre, il giorno
della Vendetta contro gli italiani.
Il
dialogo tra Italia e Libia inizia nella prima Repubblica con il
rapporto privilegiato tra il colonnello e Giulio Andreotti,
e prosegue a fasi alterne. Uno dei punti più bassi
viene raggiunto nell'aprile '86, quando l'isola di Lampedusa
viene colpita da due missili libici che avevano come obiettivo
la base americana di Sigonella. Il processo di disgelo riprende
nel 98 con la firma a Roma del documento che individua i modi
per poter chiudere con il periodo coloniale e avviare una
fase di normalizzazione delle relazioni. In quel documento
il governo si «rammaricava per le sofferenze inferte al
popolo libico» e prometteva di impegnarsi a «rimuovere
gli effetti, per superare e dimenticare il passato e avviare
una nuova era di amichevoli e costruttive relazioni»,
elencando le cose da fare. Oggi alcuni punti della dichiarazione
firmata a Roma dall'allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini,
e dal suo collega libico sono in via di attuazione, tanti
altri sono bloccati.
La
lista delle richieste di Tripoli resta lunga. Nel 2004 Gheddafi
ha chiesto il finanziamento della costruzione di 1700 chilometri
di autostrada lungo la litoranea libica, ma il progetto non
è mai stato awiato. L'Italia si era impegnata a fornire
supporto per la bonifica dei terreni minati durante
la Seconda guerra mondiale, ma la collaborazione è stata
bloccata dalla Libia, che non ha fornito le mappe necessarie avanzando
ragioni di sicurezza. Un accordo era stato raggiunto per
la restituzione ai libici della Venere di Cirene, una statua
rinvenuta da archeologi italiani neri 3: ma la magistratura
italiana ha bloccato l'operazione dopo un ricorso del
Fondo per l'Ambiente italiano. Il governo di Tripoli
continua poi a chiedere notizie sui luoghi di sepoltura degli
oltre 4000 libici trasferiti in Italia. In molti furono
decimati da stenti e colera: alle isole Tremiti per 450 di
loro si sta ultimando un cimitero. La Libia poi chiede
un impegno più consistente da parte dell'Italia nei
progetti sperimentali in campo agricolo e della pesca, per
la formazione di giovani nelle università italiane
e la garanzia dei ricoveri ospedalieri a cui l'Italia si
è impegnata.
(torna su)
Il
sindaco delle Tremiti: "Parlo io col raìs"
La
Repubblica
4
marzo 2006
Il
sindaco delle Isole Tremiti si offre come mediatore con Gheddafi.
«Non temiamo la Libia e ci sentiamo uniti a quel popolo.
Se avessi la possibilità mi farebbe piacere incontrare
il colonnello per fare da mediatore politico in una situazione
così difficile». Tra le Isole Tremiti e la Libia
è in piedi da diversi anni una sorta di contenzioso.
L'anno scorso, l'amministrazione comunale guidata da
Giuseppe Calabrese, attraverso finanziamenti
del ministero degli Esteri, ha provveduto a dare degna sepoltura
a Giuseppe oltre 400 Calabrese cittadini libici deportati alle
Tremiti dopo l'invasione italiana nel paese nordafricano.
«Un vero e proprio "cimitero libico" — ha detto
il sindaco — con tanto di mausoleo e rito con un imam musulmano.
Quella triste pagina della storia è finalmente chiusa e
bisogna andare avanti». Una pagina che il colonnello volle
riaprire nell'87, quando dichiarò che le Isole
Tremiti erano libiche e che vi vivevano discendenti del suo
popolo. Allora, il solito sindaco Calabrese, disse che negli
archivi comunali non risultava traccia di libici «perché
tutti erano morti a causa del tifo contratto nel corso della
deportazione».
(torna su)
Gheddafi:
«In Italia un ministro fascista»
Il
raìs attacca Calderoli. Fini minimizza: «è
un comizio ad uso interno»
La
Repubblica
4
marzo 2006
Riccardo
Staglianò
Il
colonnello va alla carica contro Calderoli. Non usa il fioretto:
«In Italia c'è un ministro fascista che ricorre
ad un linguaggio razzista, da crociato, colonialista e retrogrado,
che il Governo (italiano) detesta e ripudia. Un ministro
che è stato obbligato a dimettersi». Dopo averlo
scagionato "politicamente", come responsabile della
battaglia di Bengasi, lo prende a sciabolate in diretta tv. Parla
da Sirte, Muammar Gheddafi dati, in un discorso fatto due giorni
fa ma di cui solo ieri si è conosciuto il testo integrale.
Compresa l'invettiva contro l'ex ministro leghista e i nuovi dettagli
sui debiti storici che l'Italia non ha ancora saldato e che
la Jamahiriya vuole riscuotere. Pena i disordini e la violenza,
non solo in Cirenaica. Il raìs non parla per sé
ma interpreta il sentimento di un popolo che non dimentica:
«Se l'Italia vuole che le sue compagnie, consolati, ambasciate
e cittadini residenti in Libia vivano in pace, deve pagare il
prezzo». La “pecunia doloris” per i lutti dell'avventura
espansionista di Roma.
Perché
si legge nel documento diffuso dall'agenzia ufficiale Jana,
solo così ci si potrà immunizzare da eventuali
bis della storia. Se gli sbagli si pagano caro, recita la pedagogia
del Colonnello, non si ripeteranno: «L'Italia deve
risarcire per garantire che non occuperà la Libia
una seconda volta. Non dico l'Italia di oggi, di Berlusconi
o di Prodi, nostri amici, ma quella tra 50 o 100 anni».
Gheddafi recluta immagini nel più doloroso immaginario
collettivo, riesuma volti odiatissimi («potrebbe essere
governata da un cattivo come Mussolini o Graziani», all'epoca
comandante in capo delle forze armate italiane in Africa
settentrionale, nonché governatore della Libia). È
stato «un accumulo di risentimento dal 1911»
a esplodere nelle giornate di Bengasi, che sarebbero potuti arrivare
all'uccisione del nostro console («gli italiani hanno ucciso
700 mila libici; dov'è il problema se la famiglia
del diplomatico muore? È la mentalità della strada»).
L'unico modo per sfogarlo, una volta per tutte, è scusandosi
nei fatti, oltre che a parole.
La
Farnesina minimizza. «Parole che non devono impressionare
più di tanto — dice il ministro Gianfranco Fini in una
nota — perché è chiaro che si tratta più
di un comizio ai suoi fedelissimi che di una responsabile presa
di posizione in campo internazionale». E, nella sostanza,
si impegna per la chiusura definitiva del capitolo del passato
coloniale. Chiedendo reciprocità, però. Anche l'Italia
ha le sue pendenze con Tripoli: le discriminazioni sui visti
e i crediti per le aziende italiane confiscate, solo per citarne
un paio. In questa direzione di conciliazione «nessun
aiuto viene dalle ultime parole del Colonnello». Un
richiamo che non basta a Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione
italiani rimpatriati dalla Libia. «Anche nell'estate
del '69 Gheddafi fece grandi discorsi di amicizia tra i nostri
paesi, salvo iniziare le confische poco dopo. C'è
un preoccupante parallelo tra ieri e oggi. Mi fido del
popolo libico, meno del regime». Ci vuole diplomazia
ma le parole pesano, manda a dire al vicepremier: «Noi
abbiamo perso tutto, per colpe che non erano nostre, e ancora
stiamo aspettando che qualcuno lo riconosca».
(torna su)
Memoria.
Un'artista libica
Carissimo
Gheddafi, e tu chi hai risarcito?
Il
Riformista
4
marzo 2006
Anna
Momigliano
All'attacco
al consolato di Bengasi, segue la spiegazione di Gheddafi: se
la gente della Libia ce l'ha con gli italiani, dice il colonnello,
non è per le caricature di Maometto, ma perché «l'Italia
ha mancato di risarcire i libici per le loro sofferenze».
Una richiesta, quella dei risarcimenti, che suona un po' strana
da parte di Gheddafi, il cui governo, detto per inciso non
ha mai pensato a risarcire nessuno, a cominciare dagli italiani
cacciati nel 1969 e dalla comunità ebraica libica
due anni prima - una delle più antiche del mondo,
le cui origini risalgono al primo secolo dC «Se si parla
di risarcire qualcuno, almeno bisognerebbe partire da un approccio
paritario», ci racconta Evelina Meghnagi, cantante
e attrice nata a Tripoli, che con le sue melodie ripercorre
l'esperienza, quotidiana e religiosa, del mondo ebraico sefardita,
o "orientale", dall'Italia allo Yemen. Passando, naturalmente,
per la Libia.
Allora
poco più che bambina, nel 1967, Evelina visse sulla
sua pelle prima il feroce attacco contro gli ebrei di Tripoli
- dove persero la vita in molti e che costrinse gli altri alla
reclusione - e poi la cacciata dell'intera comunità, espulsa
dalla Libia senza soldi né documenti, perché
«indegni di alcuna cittadinanza». Era il tempo della
Guerra dei sei giorni: l'apertura delle ostilità tra Israele
e la Lega araba fu la miccia che accese l'odio antisemita,
e poi la bruciante sconfitta dei paesi arabi fece della piccola
comunità ebraica un capro espiatorio ideale su cui sfogare
la frustrazione generale. Nelle ultime Evelina Meghnagi,
che oggi vive a Roma, ha osservato con apprensione l'ondata
di violenza contro gli italiani in Libia. Come un brutto déjà
vu : «Ho riconosciuto le grida di violenza che ho udito
allora, la stessa irruenza capace di una grande violenza,
che ho già visto e che anche questa volta mi ha fatto paura.
Credo sia una cosa tipica delle masse aizzate». Quindi non
si è trattato di una protesta spontanea? «Le basi
di antisemitismo e di odio contro gli occidentali ci sono. Ma,
come spesso accade nel mondo musulmano, credo che se non
ci fossero stati degli aizzatori non si sarebbe giunti a
questi eccessi».
Lo
stesso vale per le violenze di quarant'anni fa. Allora c'era ancora
il re, spiega la Meghnagi, Gheddafi sarebbe salito al potere solo
due anni più i tardi: «In molti credono che il re,
che era una persona abbastanza tollerante, in realtà non
volesse cacciare gli ebrei. Ma le pressioni interne erano troppo
forti. In particolare c'era una nuova borghesia che voleva farsi
strada e che vedeva nell'espulsione degli ebrei un mezzo
rapido per creare nuovi spazi. Così ci mandarono via con
una valigia, venti dollari, e neppure i documenti, perché
in quanto ebrei non eravamo neppure riconosciuti. Così
abbiamo dovuto aspettare l'intervento dell'Onu che ci riconoscesse
lo stato di apolidi». Quel che resta della comunità
ebraica libica è ora divisa tra Israele, l'Italia,
e in misura minore gli Stati Uniti. Di risarcimenti, naturalmente,
non se ne parla nemmeno: « Qualche anno fa Gheddafi
invitò una delegazione di sei persone, alcuni ebrei ed
altri italiani. Si diceva che la Libia voleva aprire i rapporti,
e persino invitare gli ebrei cacciati a fare ritorno. Naturalmente
la comunità ebraica era rimasta troppo scottata dal
pogrom e dalla cacciata, quindi nessuno pensò realmente
di tornare a Tripoli. L'evento di "riconciliazione"
fu molto pubblicizzato, ma poi non ci fu nessuna misura concreta,
figuriamoci i risarcimenti».
Oggi
nei suoi concerti, in Italia e all'estero, Evelina Meghnagi racconta
di questo mondo che non esiste più, dalle ninna-nanne alle
preghiere degli ebrei della Libia, dove l'arabo si fonde
con l'ebraico e con judeo-espagnol, ovvero quella lingua
tipica degli ebrei spagnoli prima della Reconquista, e che
gli ebrei cacciati da Caterina d'Aragona esportarono in tutti
i paesi dove trovarono rifugio: «E' un pezzo di cultura
ebraica che io voglio raccontare», spiega la Meghnagi.
«Spesso nella storia, e mi riferisco anche ai primi decenni
dello Stati d'Israele, i detentori della cultura ebraica
sono stati gli ebrei dell'Est Europa, che parlavano yiddish e
suonavano musica kletzmer. Oggi, con questa diffusione del
kletzmer spesso gli italiani pensano che sia la musica ebraica
tout court. Ma questo non è vero» . La musica
sefardita, racconta la Meghnagi, è di per sé un
universo molto eterogeneo al suo interno, dove a seconda
dei paesi di provenienza si sono sovrapposti strati culturali
diversi. In Libia, per esempio, gli ebrei cacciati dalla Spagna
hanno incontrato una comunità ebraica preesistente,
e hanno fuso il judeo-espagnol con l'arabo: il risultato
era una sovrapposizione tra ebraico, castigliano e arabo. Un processo
analogo vale per chi è giunto in Grecia, in Turchia e via
dicendo. Della divisione principale all'interno del mondo
ebraico, del resto, racconta ampiamente lo scrittore israeliano
Avraham B. Yehoshua (lui stesso sefardita) nel suo romanzo Viaggio
alla fine del Millennio, che racconta del viaggio a cavallo
dell'anno Mille di un mercante ebreo nordafricano che fa visita
al nipote parigino: «Un viaggio nella dicotomia tra
un mondo nordico e scuro e un tradizionalismo gioioso che
vale un po' anche oggi».
(torna su)
Il
pragmatismo contro il Colonnello inaffidabile
Il
Sole 24 Ore
4
marzo 2006
Stefano
Folli
Poche
ore prima di pronunciare parole minacciose contro l'Italia, di
evocare un odio antico e di adombrare nuovi disordini, il colonnello
Gheddafi aveva fatto liberare alcune decine di Fratelli Musulmani
arrestati dopo l'assalto di Bengasi. Una simmetria quasi
perfetta: la messa in libertà degli integralisti e subito
dopo l'attacco a Roma. Qual è, se esiste, il nesso tra
i due eventi? Tra la mossa a uso interno e quella che il ministro
degli Esteri Fini ha giudicato «un'arringa da comizio»?
Con
ogni probabilità è la debolezza di Gheddafì.
La sua condizione di dittatore incalzato e forse circondato
dall'integralismo. L'ultimo nazionalista nasseriano che in fondo
vive, aggravate, le stesse contraddizioni in cui si agita il vicino
Egitto. L'assalto al consolato di Bengasi, ispirato o forse subito
dal regime e poi represso nel sangue, è il punto di rottura
di profondi contrasti. E la ripresa dell'offensiva verbale è
la prova che tutto è ancora irrisolto a Tripoli.
Ne
deriva che la Farnesina ha ragione a non drammatizzare la crisi
libica. E il momento di mantenere il sangue freddo. All'arringa
del colonnello si può solo rispondere guardando ai
fatti. E i fatti sono che, con ogni probabilità, il
regime non ha né la forza né la volontà di
colpire l'Italia, essendo troppo impegnato a proteggersi le spalle
sul fronte interno. Del resto, Gheddafì ha trascorso molti
anni nel tentativo, alla fine riuscito, di farsi riaccettare dalla
comunità internazionale, scrollandosi di dosso la fama
(meritata) di terrorista o protettore di terroristi. Sarebbe strano
se ora volesse compromettere tutto.
Quindi
le sue minacce vanno ascoltate e ad esse va data una replica ferma.
Ma senza panico. A giudicare dalla reazione di Fini, questa è
la strada imboccata dal governo. Con l'idea di voler considerare
le uscite di Gheddafi nella loro sostanza, talvolta da decifrare.
E allora si comprende che il «passato coloniale» che
ritorna a intermittenza è soprattutto un modo per
agitare il vessillo nazionalista, in chiave anti-italiana,
prima che la bandiera integralista islamica conquisti il
paese. L'interesse nazionale italiano resta quello di favorire
la stabilità della Libia, perché il rovesciamento
di Gheddafi oggi avrebbe un solo significato: la vittoria dei
fondamentalisti. Un governo integralista a due passi da casa
nostra, sulla «quarta sponda», con i rischi connessi
per le forniture energetiche. Nasce di qui il richiamo agli accordi
bilaterali e agli impegni reciproci. Ossia all'unico modo possibile
per chiudere il conto del passato. Ma se la verità della
crisi non riguarda l'eredità coloniale, bensì il
conflitto tra l'establishment libico e gli estremisti, persino
il rispetto di tali impegni sarà insufficiente. Ed ecco
perché l'opposizione di centro-sinistra attacca il governo
con l'argomento della «inaffidabilità» di Gheddafì.
In effetti, Berlu-sconi si è lasciato andare, nel recente
passato, a un eccesso di autocompiacimento e di ottimismo.
Presentando le relazioni fra Italia e Libia come un paradigma
di perfezione. La realtà è un'altra, come vediamo
in questi giorni.
Tuttavia,
se davvero il colonnello è «inaffidabile»
(e certo lo è), non si vede come si possa controllarlo
se non attraverso una linea di pragmatismo realista. E nella sostanza
l'Unione non propone nulla di diverso — almeno nei giudizi di
Fassino e Rutelli — da quello che sta facendo il governo di centro-destra.
I richiami al fatidico «scontrò di civiltà»
appartengono a un'infima minoranza. Nel caso in questione,
è il solo Calderoli a usare un certo linguaggio, fiero
di essere stato «scagionato» da Gheddafi, da
un lato, e insultato, dall'altro. Ma la grande maggioranza di
politici si muove con prudenza.
(torna su)
Bengasi
e i finti ingenui
L'Unità
4
marzo 2006
Gabriel
Bertinetto
A
destra qualcuno finge di non capire, e gongola soddisfatto: avete
visto, la maglietta di Calderoli non c'entra nulla. Le migliaia
di manifestanti che assaltarono il consolato di Bengasi, pensavano
solo ai risarcimenti mai avuti dall'Italia per i lutti e i danni
subiti in epoca coloniale. Una tesi assolutamente falsa, che travisa
le parole di Gheddafi, nel momento stesso in cui dietro di loro
la Lega e i suoi amici si trincerano per trovare argomenti a propria
discolpa. Per questa distorsione logica censurano una buona metà
del ragionamento di Gheddafi, quella in cui il colonnello sostiene
che il risentimento anti-italiano dei suoi connazionali s'infiamma
quando gliene si offre l'occasione. Occasione evidentemente offerta
con tanto di miccia e di accendino dalla provocatoria esibizione
televisiva dell 'ex-ministro.
Dunque,
semmai, quello che emerge dal comizio tenuto l'altra sera dal
capo della Jamahiriya, è un aggravamento delle responsabilità
che Calderoli si è assunto con una pagliacciata doppiamente
offensiva, verso il senso religioso dei musulmani e verso l'orgoglio
nazionale dei libici. L'interpretazione cui indulgono interessatamente
i finti ingenui della destra, è ulteriormente smontata
dal giudizio che il numero uno di Tripoli esprime su Calderoli,
e che suona l'esatto opposto di quell'assoluzione completa che
l'ex-ministro ed i suoi difensori pretenderebbero: «Un fascista
che usa un linguaggio razzista, da crociato, colonialista e retrogrado».
Ma coloro che hanno interesse ad equivocare, equivocano volentieri.
Peccato che a far loro compagnia e a dar loro manforte si precipitino
commentatori che ci si aspetterebbe dotati di spirito critico
e capacità d'analisi più spiccati. Magdi Allam ad
esempio, che sul Corriere della Sera sostiene perentorio: «Ora
che lo stesso Gheddafi ha detto che le vignette basfeme su Maometto
non e 'entrano niente... ». Su un giornale così importante
preferiremmo leggere valutazioni meno superficiali.
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