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DICONO DI NOI ARTICOLI

Le reazioni dopo le dichiarazioni di Gheddafi su Bengasi

 

Rassegna stampa

 

Gheddafi è fuori strada (e D'Alema lo sa bene)

Il Giornale

11 marzo 2006

Danni alla Libia: la rivendicazione

Il Corriere della Sera

9 marzo 2006

Un cimitero per i libici deportati

Panorama

9 marzo 2006

Gheddafi vuole la Litoranea. «Un accordo è possibile»

Avvenire

7 marzo 2006

Bobo Craxi risponde al Colonnello:

"Non l'ho offeso, è un equivoco. Mio padre gli ha salvato la vita"

Il Corriere della Sera

7 marzo 2006

Rapporti difficili

Il Corriere della Sera

7 marzo 2006

«Un errore sottovalutare il leader libico: solo Andreotti l' ha capito»

Il Corriere della Sera

7 marzo 2006

Gheddafi, sotto tutela, allontana i "riformisti"

Europa

7 marzo 2006

«Non ci importa chi vincerà»

Gazzetta del Mezzogiorno

7 marzo 2006

La Libia fissa il prezzo per la pace: 3 miliardi

Il Giornale

7 marzo 2006

«Una pietra sul passato» Gheddafi vuole la pace

La Stampa

7 marzo 2006

Dal '98 a oggi soltanto parole

La Stampa

7marzo 2006

Gheddafi: «Non parteggio alle elezioni, ma serve una riparazione»

Il Sole 24 Ore

7 marzo 2006

Gheddafi vuole il pizzo: 3 miliardi

Libero

7 marzo 2006

Gli italiani espropiati dimenticati dai governi

Libero

7 marzo 2006

Rimpasto a Tripoli

Il Manifesto

7 marzo 2006

«Bisogna mantenere i rapporti con Tripoli»

Il Messaggero

7 marzo 2006

Berlusconi promette i soldi per l'autostrada

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

7 marzo 2006

Gheddafi elogia Fini e batte cassa

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

7 marzo 2006

Gheddafi offre la tregua all'Italia

La Repubblica

7 marzo 2006

Gheddafi all'Italia: chiunque vinca ci deve risarcire

L'Unità

7 marzo 2006

Condanna unanime: «Da Gheddafi parole inaccettabili»

Avvenire

4 marzo 2006

I rimpatriati. Ortu: «Gheddafi strizza l'occhio agli integralisti»

Avvenire

4 marzo 2006

Gheddafi non trovi sponde ma interlocutori abili

Avvenire

4 marzo 2006

Il colonnello: «Italia, devi pagare»

Avvenire

4 marzo 2006

Così Saif l'occidentale media con gli islamici

Il Corriere della Sera

4 marzo 2006

Palazzo Chigi è preoccupato perché rischia di riaprirsi un fronte tra gli alleati

Il Corriere della Sera

4 marzo 2006

Trappola nel deserto

Il Corriere della Sera

4 marzo 2006

I danni di guerra? 60 miliardi di lire

Il Giornale

4 marzo 2006

"E' un leader in difficoltà e vuole rifarsi un'immagine"

Il Giornale

4 marzo 2006

Quelle mosse da Volpe del deserto per vincere la sfida con Al Qaida

Il Giornale

4 marzo 2006

Gheddafi muta l'arma di ricatto

Il Foglio

4 marzo 2006

Il Mabul

La Stampa

4 marzo 2006

Dietro alla svolta del colonnello Saif la colomba, figlio e delfino

La Stampa

4 marzo 2006

«Non è vero che i libici ci odiano»

La Stampa

4 marzo 2006

Il barbaro

Il Manifesto

4 marzo 2006

La campagna di Fini

Il Manifesto

4 marzo 2006

Ma «l'Italia oggi ci è amica»

Il Manifesto

4 marzo 2006

Quei tamburi di guerra e il ruolo di Europa e Stati Uniti

Il Messaggero

4 marzo 2006

Il vicepremier: serve un altolà al Colonnello

Il Messaggero

4 marzo 2006

Andreotti: ricordatevi, è nemico di Bin Laden

Il Messaggero

4 marzo 2006

Intervista a Giovanna Ortu «Quelle accuse sono solo pretesti. Ma i libici non ci odiano»

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

4 marzo 2006

Il trucco di Gheddafi: attacca l'Italia per difendere se stesso

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

4 marzo 2006

L'odio antico della colonia chiamata «scatola di sabbia»

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

4 marzo 2006

"Promesse sempre rinnovate, mai mantenute"

La Repubblica

4 marzo 2006

"Da Roma parole pericolose per noi italiani di Tripoli"

La Repubblica

4 marzo 2006

Un contenzioso che risale all'invasione del 1911 tra promesse e minacce

La Repubblica

4 marzo 2006

Il sindaco delle Tremiti: "Parlo io col raìs"

La Repubblica

4 marzo 2006

Gheddafi: «In Italia un ministro fascista»

La Repubblica

4 marzo 2006

Carissimo Gheddafi, e tu chi hai risarcito?

Il Riformista

4 marzo 2006

Il pragmatismo contro il Colonnello inaffidabile

Il Sole 24 Ore

4 marzo 2006

Bengasi e i finti ingenui

L'Unità

4 marzo 2006

 


 

Gheddafi è fuori strada (e D'Alema lo sa bene)

 

Il Giornale

11 marzo 2006

Stefano Lorenzetto

 

Premesso che il colonialismo grida vendetta al cielo, che dipendiamo dagli idrocarburi libici, che gli sbarchi di immigrati clandesti­ni provenienti dal Golfo della Sirte sono già oltre il livello di guardia, che vent'anni fa i lampedusani furono bersaglio - sia pure mancato - di due missi­li Scud lanciati dalla Jamahiriya araba socialista popolare, che i pescatori di Mazara del Vallo han­no diritto a gettare le reti nel Mediterraneo senza rischiare di finire in una sudicia galera di Zuara, tutto ciò premesso, perché l'Italia dovrebbe rega­lare alla Libia una strada litoranea da tre miliardi di euro che congiunga il confine egiziano con quel­lo tunisino? Solo perché Giovanni Giolitti e Benito Mussolini erano malati di espansionismo? E la Spagna e la Turchia, allora? In epoche anteceden­ti non trasformarono forse il Paese nordafricano in un loro protettorato? Ha provato il colonnello Gheddafì a mandare il conto anche ai Cavalieri di Malta, che nel 1500 ebbero la sovranità sulla Li­bia per una ventina d'anni? Vedrà che il gran mae­stro Fra' Andrew Ninian Bertie gli spedisce a mo' di risarcimento una bella cappa con croce ottago-na da indossare di sera nel deserto.

Avanti di questo passo, il legittimo governo di Bagdad potrebbe chiamare i teocrati di Teheran a rispondere della statua del dio Baal che Serse I, re di Persia, si fischiò dopo la conquista di Babilo­nia, e magari scoppia pure un'altra guerra Irak-Iran. Giancarlo Galan, governatore del Veneto, potrebbe invece pretendere dalla Francia l'imme­diata restituzione delle Nozze di Cana di Paolo Veronese, nonché delle tele del Tiziano e del Tintoretto, razziate da Napoleone e oggi custodite al Louvre. Io personalmente esigo la riparazione di tutti i leoni di San Marco che gli iconoclasti bonapartisti scalpellarono dalle facciate della mia città alla capitolazione della Serenis­sima. Parimenti l'Egitto avrà titolo per invocare la riconsegna di tutti i capola­vori trafugati dal Corso e che oggi riempiono la nuo­va ala del museo parigino. E la Russia? Perché non rende ai depredati le casse sequestrate dall'Armata rossa a Berlino alla fine del­la seconda guerra mondia­le? Stiamo parlando di beni che appartenevano ad altre nazioni e agli ebrei sterminati dai nazisti, almeno due milioni e mez­zo di opere d'arte, fra cui spicca il leggendario Tesoro di Priamo reclamato dalla Turchia, oggi smembrato fra il museo Pushkin di Mosca e l'Ermitage di San Pietroburgo (dove peraltro fanno bella mostra 65 dipinti di Van Gogh, Renoir, Degas, Gauguin, Monet, Cézanne, Toulouse-Lau-trec, Manet, Pissarro, Matisse, bottino di guerra prima dei tedeschi e poi dei russi).

A questo punto vanno tolti dal British Museum e rimandati subito in Grecia, con tanto di scuse del premier Tony Blair, i fregi marmorei che l'amba­sciatore britannico presso il governo ottomano strappò dal Partenone nel 1811 col permesso del sultano. E come saranno finiti in un museo della Nuova Zelanda i lavori di Giovanni Fattori, Silve­stre Lega, Telemaco Signorini e altri macchiaioli toscani? Lo saprà il despota di Tripoli che, solo per rimanere alla seconda guerra mondiale, l'Ita­lia fu spogliata di 2.356 fra quadri, sculture, araz­zi, tappeti a opera ora dei tedeschi ora delle trup­pe alleate?

Massimo D'Alema ha accusato «il governo Berlusconi d'aver fatto promesse a quello libico sen­za mantenerle». È singolare che un simile rilievo provenga proprio da quel pulpito. Quand'era pre­sidente del Consiglio, il leader dei Ds, incurante dei doveri di prudenza e di riservatezza impostigli dal rango istituzionale, utilizzava il colonnello libi­co come argomento di conversazione per diverti­re i commensali, lo trattava alla stregua di un beduino analfabeta, sghignazzava delle sue ec­centricità. Posso testimoniarlo perché ero presen­te a una di queste cene delle beffe. Be', avreste dovuto sentirlo con quale perfìdia narrava delle donne guardie del corpo da cui Gheddafì si fa pro­teggere, dei camerieri finto inglesi da cui si fa servire, e poi della sabbia, dei cammelli, delle pal­me e delle tende che s'è fatto portare in una vec­chia caserma nel centro di Tripoli per costruirsi, come su un set, uno spicchio di deserto urbano. E ora proprio D'Alema viene a parlarci di serietà nei rapporti col leader libico? Ma per favore!

A parte il fatto che da mezzo secolo il nostro governo è costretto a ridiscutere questioni chiuse dall'accordo Italia-Libia del 1956 sulla decoloniz­zazione, mi pare che il conto sia già stato abbon­dantemente saldato dai nostri infelici connaziona­li che nel 1970 furono espulsi dalla sera alla matti­na e obbligati dal dittatore a rientrare in patria con gli abiti che avevano addosso, lasciando sul territorio libico tutti i loro beni.

Se si cede al nuovo ricatto di Gheddafì, toccherà riscrivere la storia del mondo. Ma non a parole: con i fatti. Uno, cento, mille obelischi di Axum attendono d'essere ritornati ai loro legittimi pro-prietari. A condizione però che sia applicata la legge della reciprocità. Quella che vale per tutti o non vale per nessuno.

 


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Lettere al Corriere

Danni alla Libia: la rivendicazione

 

Il Corriere della Sera

9 marzo 2006

Luciano Carbognani

 

L'annuale rivendicazione di Gheddafi per la riparazione dei danni della guerra colonia­le, orchestrata da Giolitti nel 1911 e perpetuata con l'invasio­ne fascista, è armata puntual­mente. Non possiamo essere re­sponsabili degli atti dei nostri progenitori, perché se lo facessi­mo e soddisfatta questa richie­sta, Gheddafi ci chiederà anche di far fronte alle riparazioni conseguenti alla dominazione romana dopo la battaglia di Zama. Inoltre i 20.000 italiani, fi­gli di seconda o terza generazio­ne, che furono costretti a lascia­re la Libia dal 1970, dovrebbe­ro essere risarciti per la confi­sca dei beni che hanno accumu­lato onestamente con il loro la­voro, costruendo strade, ospe­dali e infrastrutture. Sfortuna­tamente l'Italia è vincolata non solo dalle forniture di petrolio, gas, ma anche dalla minaccia dei clandestini che la Libia ri­verserebbe, come in passato, sulle nostre coste. Non vi è alter­nativa al dialogo con un Paese che figura nell'elenco dell'Islam moderato, ma se ritenia­mo di porger e la guancia, ricor­diamoci che ne abbiamo solo due a disposizione.

 


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Un cimitero per i libici deportati

 

Panorama

9 marzo 2006

M.V.

 

Mentre fra Italia e Libia torna la tensione dopo gli incidenti di Bengasi, sull'isolotto di San Nico­la (una delle tre isole Tremiti) sta per essere ultimato un cimitero dove dare sepoltura a oltre 450 libici deportati nel periodo colonia­le e morti di stenti e colera sulle isole. La strut­tura di legno, metallo e pietra che richiama l'islamismo (costata 40 mila euro sborsati dalla Farnesina) è nata dal­la collaborazione tra il co­mune di San Nicola e l'Isiao (l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, con sede a Roma). «L'idea è di due anni fa» spiega il sindaco Pappino Ca­labrese «e non l'abbiamo pubblicizzata per evitare strumentalizzazioni».

 


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Gheddafi vuole la Litoranea. «Un accordo è possibile»

Berlusconi: gesto di riparazione, fatte diverse offerte

L'Italia non si è mai accordata con il regime libico sulla questione dei risarcimenti per il periodo coloniale, anche perché ai nostri connazionali espulsi furono confiscati tutti i beni. Distensione tra il Colonnello e Fini

Avvenire

7 marzo 2006

Giovanni Grasso

 

Mentre l'ex-ministro leghista Roberto Calderoli afferma di essere onorato dalle minacce ricevute dai terroristi di al-Qaeda, dalla Libia giunge un messaggio di dia­logo, per quanto in chiaroscuro, per u governo i-taliano: mittente il colonnello Gheddafi. Il leader libico, che nei giorni scorsi non aveva escluso altri assalti contro gli italiani e aveva criticato pe­santemente Camerali (definendolo «razzista e nazista»), ha fatto diramare una lunga nota nel­la quale replica a tutte le critiche mossegli da e-sponenti politici e istituzionali italiani. Il presi­dente della Camera e leader dell'Udc Casini aveva detto: «Non c'è bisogno che Gheddafi interferi­sca nella campagna elettorale, anche perché ho il sospetto che non tifi per noi». Il ministro degli esteri Gianfranco Fini aveva parlato di «arringa comiziale». E i principali leader dell'Unione di «minacce inaccettabili». Il Colonnello, piccato, replica: «Il leader della Rivoluzione non mitre al­cun interesse (...) sull'esito delle possibili elezio­ni, in quanto ha sempre dialogato con qualsiasi governo eletto». Gheddafi dichiara poi di ap­prezzare l'operato del ministro Fini «per l'equi­librio con il quale si è recentemente espresso sul­le relazioni bilaterali» Italia-Libia, ma si scaglia contro commentatori dei giornali («hanno pre­concetti») e contro Alessandra Mussolini (senza nominarla), che aveva difeso l'operato colonia­lista del duce (e nonno) in Libia. Ma la conclusione è sempre la stessa, la richiesta di «un grande gesto, significativo e non solo simbolico, che ponga una pietra sul passato per un futuro che rinnoverà amicizia e comune svi­luppo dei due Paesi». Il riferimento è alla richie­sta di risarcimenti all'Italia, sulla quale i governi italiani non si sono mai accordati col regime li­bico - tra cui la costruzione della grande strada litoranea dalla Tunisia all'Egitto - anche per il nodo dei beni confiscati ai nostri connazionali espulsi dalla Libia. Ma ora Berlusconi fa un pas­so in avanti: «Abbiamo fatto diverse offerte, per esempio la costruzione di ospedali, ma Gheddafi chiede la litoranea tra Egitto e Tunisia...». È un impegno «di molte migliaia di miliardi», ma il governo «sta prendendo in esame questa e-ventualità, visto che la Libia non ritiene di poter superare un'atmosfera negativa nei nostri con­fronti se non attraverso questo gesto di riparazione».

Quanto ai fatti di Bengasi, uno dei figli del Co­lonnello, Saadi, getta acqua sul fuoco: « Non cre­do che ci sia alcun nesso tra le relazioni italo-libiche e quello che è successo a Bengasi». Per il figlio del Colonnello «il primo motivo della pro­testa riguarda sicuramente le vignette, ma poi per sbaglio i poliziotti hanno sparato a delle per­sone e quindi la gente ha reagito, ha sentito che lo Stato era schierato contro questo incidente e ha protestato ulteriormente». Soddisfatto Fini, per il quale «l'intervento libico rimette le cose a posto». Da parte di Massimo D'Alema, presi­dente dei Ds, arriva un apprezzamento per l'o­perato del capo della Farnesina: «Voglio dargli atto di aver agito con misura, anche se il gover­no nella persona dell'ex ministro per le Riforme non si è comportato così brillantemente».

 


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Bobo Craxi risponde al Colonnello:

"Non l'ho offeso, è un equivoco. Mio padre gli ha salvato la vita"

 

Il Corriere della Sera

7 marzo 2006

Maurizio Caprara

 

«Ma è un equivoco. Io avevo soltanto usato un proverbio italiano. Figuriamoci. Mio padre, di fatto, a Gheddafi salvò la vita», dice Bobo Craxi al Corriere. Figlio di uno dei dirigenti politici italiani più amici degli arabi, non se l' aspettava di finire sotto il tiro dell' Ufficio popolare della «Gran Gamahiria araba libica popolare socialista», il nome dell' ambasciata di Libia nel lessico gheddafiano. «Cane che abbaia non morde», aveva commentato il secondogenito dell' ex segretario del Psi sul discorso nel quale il Colonnello non escludeva altri assalti come quello al consolato di Bengasi. E l' occasione riporta a galla una pagina di storia rimasta in ombra. «Scomposte dichiarazioni» le ha giudicate l' Ufficio, definendo Bobo uno «che senza alcun merito porta il cognome di chi è stato un importante uomo di Stato» e augurandogli di «ritrovare la vera dialettica di cui un uomo politico dovrebbe avvalersi e che lui dovrebbe aver ereditato, abbandonando l' uso di espressioni riprovevoli a sfondo animalesco». «Ma Gheddafi mi è sempre stato simpatico», osserva Bobo. E racconta che cosa fece suo padre nell' aprile 1986, mentre era alla guida del governo: «Quando gli americani andarono a bombardare Tripoli, l' ambasciatore Maxwell Rabb chiese il permesso di sorvolo dei cieli italiani. Informò mio padre e i loro aerei erano già partiti dalla Spagna. Mio padre rispose: non è che potete comunicarmelo mentre sono già in volo». Ecco il particolare rimasto in ombra: «Mio padre aspettò che Rabb girasse l' angolo di Palazzo Chigi, poi chiamò un amico dell' ambasciatore libico e gli disse: "Fate sapere al Colonnello che quelli lo vogliono andare a prendere". E gli salvò la vita». Pizzicato dalla nota libica anche Gianni De Michelis. È riferito a lui lo «stupore» per le parole di persone che hanno diretto la Farnesina. De Michelis aveva invitato a «smettere di corteggiare» Gheddafi. Però non se la prende: «Lo stupore non è un' offesa». Meno ovattata è stata la reazione di Tripoli alle frasi di Alessandra Mussolini secondo le quali la Libia, senza Duce, sarebbe rimasta ai cammelli. Nella nota, «disgustose» per l' elogio alla «criminale politica di Mussolini».

 

 


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Rapporti Difficili

 

Il Corriere della Sera

7 marzo 2006

Maurizio Caprara

 

 

L' OCCUPAZIONE - 1911 . L' Italia acquisì il controllo della Libia nel 1911, dopo una breve guerra contro l' Impero ottomano. Negli anni Venti, la sanguinosa «pacificazione» della colonia: si stima che morirono 100 mila libici (su una popolazione di 700 mila).

IL RITIRO - 1943 . Gli anni Trenta furono segnati dalla «colonizzazione» italiana, dopo la fine ufficiale della resistenza libica nel 1931. Nel 1943, le forze italiane (già soccorse dalle truppe tedesche) si ritirano sotto la pressione alleata.

L' ESPULSIONE - 1970 . Una delle prime misure di Gheddafi, appena salito al potere, fu l' espulsione degli italiani nel 1970: in 20 mila dovettero andarsene, i loro beni confiscati. Ancora oggi, il 7 ottobre, si celebra la «giornata della vendetta».

IL MISSILE - 1986 . La tensione con l' Italia fu forte negli anni Ottanta. Durante la crisi tra gli Stati Uniti e la Libia dell' 86, quando Ronald Reagan bombardò Tripoli, Gheddafi per tutta risposta lanciò un missile Scud contro Lampedusa 1986 il passato Gheddafi subordina un «ulteriore miglioramento dei già eccellenti rapporti bilaterali» a «un grande gesto», «non solo simbolico», che «ponga una pietra sul passato» l' offerta Nel 2002 Berlusconi fece capire a Gheddafi di poter dare 60 milioni di euro per una strada. Il Colonnello rilanciò: una litoranea Tunisia-Egitto. Palazzo Chigi cominciò a frenare.

 


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«Un errore sottovalutare il leader libico: solo Andreotti l' ha capito»

 

Il Corriere della Sera

7 marzo 2006

Paolo Conti

 

Valentino Parlato ha la Libia nel Dna. È nato a Tripoli nel 1931, suo padre emigrò in cerca di lavoro nel 1926 e poi diventò procuratore del registro all' ufficio delle imposte. Se ne andò nel 1951 contro la sua volontà: «Mi arrestarono una mattina come "comunista" e mi spedirono in Italia con la prima nave. Con me c' erano tre operai, il notaio più ricco di Tripoli e un ufficiale postale. Erano i tempi in cui l' amministrazione britannica stava "ripulendo" la Libia per restituirla a re Idris in vista dell' indipendenza». Prima domanda. Lei ha firmato una prefazione per la Manifestolibri a una raccolta di scritti di Gheddafi («Fuga dall' inferno e altre storie»). Lo ha mai conosciuto, Parlato? «Sì. L' ho intervistato nel novembre 1998. E ho proprio l' impressione che noi occidentali lo sottovalutiamo, sappiamo poco di lui. Parlò molto di ecologia, di buco dell' ozono, della donna "oppressa in Oriente e anche in Occidente". Disse: "L' ambiente e la donna sono le grandi questioni dell' avvenire, se vogliamo averne uno". Gli chiesi a un certo punto: "qual'è il vostro debito con l' Occidente?". Lui cominciò a parlare di tecnologie, di industrie. Io lo fermai e gli dissi: "Non è questo che voglio sapere". Lui capì e disse una sola parola: "Aristotele". In Italia lo chiamano beduino. Lo è, vive sotto le sue amate tende. Ma è un beduino assai colto». Ma secondo lei Gheddafi è attendibile o inattendibile? «È un uomo molto intelligente. Ha studiato Rousseau, per esempio: il famoso Libro Verde, a rileggerlo con attenzione, ha quella radice culturale. Ama molto Dickens. È un grande uomo di teatro. Che gran colpo di scena, quando ha accolto Berlusconi a Tripoli con quella camicia piena di fotografie dei capi di stato africani. Il volto più visibile era quello di Nelson Mandela: un messaggio molto chiaro». Arriviamo alle sue richieste. Gheddafi ha ragione o torto? «Dal suo punto di vista ha totalmente ragione. L' Italia coloniale si è macchiata di massacri barbari non solo sotto il fascismo ma anche con quel democratico di Giolitti. A differenza del colonialismo francese, il vero obiettivo dell' Italia era far scomparire i libici e sostituirli con gli emigrati italiani, assegnando a loro tutte le terre». Morale: il «grande gesto» dell' autostrada va fatto? «Penso di sì. Bisognerebbe rispondere subito così: "intanto cominciamo". Rasserenerebbe gli animi e porterebbe una congrua presenza di industrie italiane in Libia. E la spesa rientrerebbe in qualche modo nell' economia italiana. Gheddafi vuole la ricostruzione in grande della vecchia via Balbia. L' Italia si è comportata comunque da fessa. Nel 1969 se la poteva cavare con il famoso ospedale da mille posti. Gli unici ad aver capito la situazione sono stati Andreotti, D' Alema e Dini, ma soprattutto Andreotti... Nulla è stato fatto. Ed eccoci qui, con una richiesta da miliardi di euro». Perché l' Italia dovrebbe «inchinarsi a Gheddafi»? «Almeno per quattro motivi, tutti validissimi. Primo: per non mettere in pericolo il gasdotto italo-libico. Secondo: ora l' Eni opera in Libia che è in continuo riavvicinamento con gli Usa, se non stiamo attenti il suo posto potrà essere preso dalla Esso. Terzo: parliamo di una terra strapiena di immigrati dal cuore dell' Africa, se Gheddafi decidesse una ritorsione potrebbe permettere l' approdo incontrollato sulle nostre coste di chissà quante migliaia di disperati. Quarto: Gheddafi è stato il primo dal mondo arabo a denunciare Bin Laden, lo spiega un autorevole studioso come Angelo Del Boca». Se il centrosinistra vincesse le elezioni cosa dovrebbe fare? «Prodi ha un' occasione d' oro per un gran debutto sulla scena internazionale. Chiudere i conti con la Libia, aprire una pagina sul Nordafrica e il Mediterraneo tutta da scrivere».

 


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Rimpasto nel governo

Gheddafi, sotto tutela, allontana i "riformisti"

 

Europa

7 marzo 2006

Marilisa Palumbo

 

La "vecchia guardia" di Tripoli ha se­gnato un punto a suo favore nell'ormai estenuante lotta tra le componenti più moderate e quelle più conservatrici del re­gime di Gheddafi. Domenica il congres­so generale dei comitati popolari ha so­stituito il premier libico Choukri Ghanern con il vice premier, Mahmoudi Baghdadi.

Ghanem era stato scelto nel giugno 2003 dal figlio di Gheddafi, Saif, che voleva introdurre nell'economia fortemente centralista del paese qualche elemento di libero mercato. La mossa era stata pensa­ta da Saif per ridurre il forte scontento po­polare causato dall'alto tasso di disoccupazione e dalla cronica mancanza di be­ni e servizi. Ghanem, economista ed esperto del settore petrolifero (non a caso andrà ora a guidare la società petrolifera di stato) aveva avviato una politica di privatizzazione delle imprese pubbliche, di blocco dei salari e di cancellazione delle sovvenzioni per i prodotti di prima necessità.

Ma quello che il figlio del Colonnello non aveva calcolato è che oltre trentacinque anni di regime hanno creato un'inte­ra classe politica parassita, la quale bene­ficia dell'ordine esistente e si oppone alle riforme nel timore di perdere i propri pri­vilegi. Nei suoi tre anni al governo Gha­nem ha dovuto costantemente scontrarsi con queste persone, che ricoprono ruoli chiave nell'economia del paese e gli han­no rimproverato di vendere, attraverso le liberalizza­zioni, l'industria li­bica agli stranieri.

Il fatto stesso di avergli a suo tempo affiancato Baghdadi come vi­ce era stato un mo­do per annacquare ogni tentativo di riforma. Alla fine la vecchia guardia, che conserva il suo ruolo solo in base alla fe­deltà a Gheddafi, l'ha spuntata e Ghanem è stato messo da parte. La ragione per cui il Colonnello non può alienarsi l'appoggio di quella che è la parte più conservatrice dello stato è che. essa è ormai l'unica soli­da base di sostegno su cui può contare nel paese. Insidiare questo gruppo di fedelissimi significherebbe insidiare il regime.

La nomina di Baghdadi è tuttavia una scelta di transizione e prima o poi Gheddafi dovrà sciogliere il nodo delle riforme, che sono indispensabili alla sua sopravvivenza politica.

Le rivolte di Bengasi hanno infarti sve­lato il grave momento di difficoltà che sta attraversando il Colonnello sul fronte in­terno. Le sue uscite contro l'Italia, il suo riprendere il tema del risarcimento per il periodo coloniale è solo un modo per cal­mare il crescente risentimento popolare nei confronti della dittatura. Ieri Gheddafi ha rilanciato il discorso di Sirte: la Libia è pronta a «piena disponibilità e collabora­zione per un ulteriore miglioramento dei già eccellenti rapporti bilaterali» con l'Italia e qualunque futuro governo, ha detto ri­ferendosi alle imminenti elezioni, ma, ha aggiunto, chiede «un grande gesto, si­gnificativo e non solo simbolico che pon­ga una pietra sul passato per un futuro che rinnoverà amicizia e comune sviluppo dei due paesi». Risarcimenti, insomma. Intanto domenica il congresso ha rim­piazzato il ministro dell'interno Nasr al Mabrouk - allontanato dal dicastero lo scorso 18 febbraio per un uso eccessivo della forza nel corso degli scontri davan­ti al consolato italiano di Bengasi - con il generale Saleh Rajabwas.

Mosse apparentemente contraddittorie come la liberazione degli ottantacinque mèmbri dei Fratelli Musulmani, fatta per accontentare l'ala più moderata del regi­me che voleva inviare un segnale di dis­tensione alla popolazione, e il rimpasto di governo per placare la vecchia guardia, di­mostrano come i vertici stessi dello stato siano in preda a una lotta interna di cui l'opposizione potrebbe approfittare se so­lo avesse una leadership adeguata.

 


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«Non ci importa chi vincerà».

Berlusconi:ok,ci stiamo ripensando

 

La Gazzetta del Mezzogiorno

7 marzo 2006

 

Nuova richiesta all'Italia del leader libico Muhammar Gheddafi per chiudere lo storico contenzioso nato con l'occupazione coloniale: rima­ne tutta in piedi una precondizione alla stabilizzazione dei rapporti bilaterali e cioè la ne­cessità che Roma offra come riparazione «un grande gesto, significativo e non solo simbolico, che ponga una pietra sul passato».

Il colonnello continua quin­di a chiedere all'Italia la co­struzione di un'autostrada che dovrebbe attraversare l'in­tero territorio libico. Una ri­chiesta confermata dal pre­mier Silvio Berlusconi che ha precisato che la possibilità di una litoranea che colleghi l'E­gitto alla Tunisia, fortemente voluta da Gheddafi, viene pre­sa seriamente in considerazio­ne dal Governo: «visto che la Libia non ritiene di poter su­perare una atmosfera negati­va se non attraverso questo ge­sto di riparazione».

Si tratta di un'opera impo­nente che richiederebbe uno sforzo finanziario ingente e ri­spetto al quale l'Italia ha conti­nuato a negoziare fino ai gior­ni scorsi - ieri il vicepremier Gianfranco Fini ha definito una falsità il fatto che Silvio Berlusconi ne abbia promesso a Gheddafi la costruzione - presentando proposte alterna­tive, sicuramente meno onero­se, ma che avrebbero avuto un impatto più diretto per la po­polazione libica, come, ad e-sempio, progetti sanitari.

Questa volta Gheddafi ha ri­badito il proprio intransigente pensiero attraverso una nota ufficiale, tutto sommato paca­ta e dialogante, nella quale non ha però risparmiato frec­ciate ed accuse, seppur non ci­tando alcun nome, a leader politici italiani (si sono sentiti ti­rati in causa Bobo Craxi ed Alessandra Mussolini). Ma la nota, soprattutto, non nascon­de una profonda irritazione per alcuni elogi del passato co­loniale che sono emersi nelle scorse settimane in Italia.

Quello della Libia è uno dei dossier sensibili sul tavolo del Governo, dopo le manifesta­zioni di Bengasi nelle quali so­no morte almeno tredici per­sone. E. Paese nordafricano in­fatti è il maggior fornitore di idrocarburi all'Italia, nonché il ponte di partenza di migliaia di immigrati illegali.

Non può stupire quindi che il nodo libico - Calderoli o non Calderoli - sia finito nel trita­tutto della politica interna ita­liana; nei giorni scorsi diversi esponenti della maggioranza avevano, più o meno chiara­mente, insinuato che le prese di posizioni di Gheddafi aveva­no anche l'obiettivo di condi­zionare le prossime elezioni. In sostanza, che il colonnello tifi per Prodi, «il leader della rivoluzione non nutre alcun interesse su una sua possibile candidatura (come da qualcu­no asserito) o sull'attuale svol­gimento della campagna elet­torale in quanto ha sempre dialogato e dialogherà con qualsiasi governo eletto», ha precisato l'inusuale nota.

Dopo aver reso il merito al ti­tolare della Farnesina di aver assunto una «posizione equili­brata», la nota ha fatto cono­scere «lo stupore» del colon­nello «per le recenti dichiara­zioni di persone che anche nei precedenti governi hanno a-vuto posizioni di rilievo alla direzione della Farnesina», nonché per alcune prese di po­sizione della stampa italiana. E inoltre: «risultano del tutto inaccettabili e da censurare le affermazioni disgustose di chi ha elogiato la criminale politi­ca coloniale di Mussolini».

Non si sono ancora placate le polemiche dopo i fatti di Ben­gasi che a sorpresa il figlio del colonnello, Saadi, attuale capo delle forze speciali libiche, in una intervista alla «Vita in Di­retta» su RaiUno ha di fatto smentito il potente padre pre­cisando che non c'è «alcun nesso tra ciò che è successo a Bengasi e le relazioni italo-libiche». «H primo motivo delle proteste riguarda sicuramen­te le vignette su Maometto», ha aggiunto.

Le turbolente relazioni italo-libiche stanno dunque impe­gnando non poco Governo e diplomazia. Se ieri Gianfran­co Fini si è detto soddisfatte spiegando che la nota «rimette le cose a posto», il Governo nella sua interezza era già cor­so ai ripari dopo gli incidenti di Bengasi attraverso un impe­gno ufficiale formalizzato pri­ma in Parlamento poi attra­verso un comunicato del Con­siglio dei ministri: servono «significative misure da con­cordare con le autorità libiche». «Misure concrete che de­vono dare il segno dell'amici­zia tra i due popoli».

Naturalmente non si dimen­ticano le tradizionali richieste italiane che accompagnano questo lunghissimo conten­zioso italo-libico: in particola­re l'Italia chiede che Gheddafi dia seguito «agli impegni sot­toscritti» e cioè alla concessio­ne senza discriminazioni dei visti ai profughi italiani e che si ponga termine alle «limita­zioni» tutt'ora vigenti sul pia­no normativo e pratico alle aziende italiano. Limitazioni che - sì badi bene - riguardano solo ed esclusivamente impre­se del bel Paese rendendo così ardua la competitività italia­na in Libia.

 


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La Libia fissa il prezzo per la pace: 3 miliardi.

Tanto costa la litoranea voluta da Gheddafi, che ha rifiutato l'offerta di un ospedale.

Berlusconi: «Stiamo esaminando la richiesta»

 

Il Giornale

7 marzo 2006

Anna Maria Greco

 

La Libia apprezza «l'equi­librio» del ministro degli Esteri Gianfranco Fini, ma ribadisce la richiesta di «un grande ge­sto, significativo e non solo sim­bolico che ponga una pietra sul passato». Risarcimenti, in­somma, e si riferisce alla stra­da litoranea che colleghi Libia ed Egitto.

Stavolta non è Muammar Gheddafi che parla, come nell'infuocato comizio di Sirte, ma una nota dell'ambasciata libica in Italia. E Silvio Berlusconi as­sicura che il risarcimento dei danni coloniali ci sarà: «Stiamo prendendo in considerazione questa eventualità, visto che la Libia non ritiene di poter uscire da questa atmosfera negativa nei nostri confronti se non con questo grande gesto di riconci­liazione». Il premier precisa che si tratta di «un impegno di molte migliaia di miliardi» e che non c'è alcun collegamento ai fatti di Bengasi.

In un comunicato molto circo­stanziato l'ambasciata libica af­ferma che «il leader della Rivo­luzione» non ha alcun interes­se «all'esito delle votazioni, per­ché ha sempre dialogato e dialo­gherà con qualsiasi governo eletto». Pur lodando Fini, si re­spingono le illazioni su un soste­gno elettorale al leader di An.

Per il titolare della Farnesi­na, la nota «rimette le cose a posto perché da atto al governo di aver mantenuto una posizio­ne equilibrata». La disponibili­tà all'amicizia con Tripoli c'è, aggiunge Fini a Porta a porta, anche per dare stabilità al Me­dio Oriente e non offrire «prete­sti» al fondamentalismo. Ma «a

condizione che la Libia si faccia carico dei debiti che ha nei con­fronti di imprese italiane e dei cittadini italiani espulsi nel 1970».

In trasmissione ha di fronte Massimo D'Alema, che gli rico­nosce di avere agito «con senso della misura», contrariamente all'ex ministro Calderoli. Il presidente Ds accusa, però, il governo-Berlusconi di aver fatto promesse a quello libico senza mantenerle. D'Alema ricorda che fu proprio il suo governo, con ministro degli Esteri Lam­berto Dini, a sottoscrivere nel 1998 l'accordo con la Libia.

Quell'accordo, per il sottose­gretario agli Esteri Alfredo Mantica, «non ha trovato attua­zione sostanzialmente per una non coerenza libica». Berlusco-ni aveva offerto un ospedale, ma il Colonnello preferiva una strada. «Avevamo proposto - racconta Mantica - lo studio e la progettazione esecutiva di una strada dalla Tunisia al­l'Egitto, per 60 milioni di euro. Ma Gheddafì intendeva invece la costruzione completa della strada, per oltre 3 miliardi di euro». Ora, con «pazienza, per­severanza e prudenza» si deve continuare a trattare.

L'ambasciata libica definisce «eccellenti» i rapporti Italia-Li­bia e aggiunge piena disponibi­lità per un «ulteriore migliora­mento». Ma è «propedeutico» il gesto tanto atteso dell'Italia. Al tempo stesso, critica le «di­sgustose» dichiarazioni di chi ha elogiato il colonialismo fasci­sta (il riferimento è ad Alessandra Mussolini), le «espressioni riprovevoli a sfondo animale­sco» dei figlio di uno statista, Bobo Craxi e i commenti di poli­tici (anche ex-ministri degli Esteri) o esperti e giornalisti che «ostentano un'origione ara­ba», ma hanno «preconcetti». La Mussolini non commenta, ma Craxi si dice dispiaciuto del fraintendimento» della sua espressione «can che abbaia non morde», riferita a Ghedda­fì. Sarà il «possibile governo» di Romano Prodi, assicura il lea­der della Margherita France­sco Rutelli, a chiudere il conten­zioso. Il Professore s'impegni, incalza il Verde Paolo Cento e il leader di Re Fausto Bertinotti avverte: «Bisogna seguire la strada del dialogo e dire a Ghed­dafì che ci vuole reciprocità».

 


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Con la Libia Tripoli si aspetta che venga completata la promessa autostrada litoranea

«Una pietra sul passato» Gheddafi vuole la pace

Ma chiede all'Italia un «gesto significativo e non simbolico»

 

La Stampa

7 marzo 2006

Guido Ruotolo

 

Un riconoscimento non dovuto, e per questo molto significativo, al ministro degli Esteri, Gianfranco Fini: «Esprimiamo apprezzamento per l'equilibrio con il quale, a nome del governo italiano, si è recente­mente espresso sulle relazioni bilate­rali». Una dichiarazione di neutrali­tà di Gheddafi nei confronti degli schieramenti politici impegnati nel­la campagna elettorale italiana: «II Leader della rivoluzione ha sempre dialogato e dialogherà con qualsiasi governo eletto». Stoccate critiche vengono invece dispensate a giorna­listi («che presumono di conoscere la lingua araba o che ostentando un'origine araba hanno preconcet­ti») e politici (i riferimenti sono a recenti dichiarazioni di Gianni De Michelis, Alessandra Mussolini e Bobo Craxi) e, soprattutto, una signi­ficativa riaffermazione della dimen­sione strategica, quasi privilegiata, che hanno e che dovranno avere i rapporti tra la Libia e l'Italia. A condizione, però, che Roma manten­ga gli impegni assunti con Tripoli: «Un grande gesto, significativo e non solo simbolico, che ponga una pietra sul passato per un futuro di rinnovata amicizia e di comune sviluppo dei due Paesi».

È questo, in sintesi, il messaggio distensivo che arriva dall'ambascia­ta libica a Roma. Per chiudere le polemiche di queste settimane, do­po il venerdì nero di Bengasi (17 febbraio), con i suoi 14 morti e il consolato italiano «espugnato» dai manifestanti il giorno dopo. Polemi­che e incomprensioni che hanno teso la corda quasi fino a farla spezzare. Con il ministro Fini, che, pur criticando il comportamento del ministro Calderoli per via della sua t-shirt blasfema, aveva ipotizza­to che la rivolta di Bengasi fosse dettata anche da questioni interne libiche. E il Leader Gheddafi che, parlando alla televisione libica, ha accusato Calderoli di essere «fasci­sta, razzista, crociato...», fino ad arrivare a sostenere che «i libici odiano l'Italia».

Adesso Tripoli lancia un messag­gio distensivo, raccolto immediata­mente dal ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, che commenta sod­disfatto: «Il comunicato rimette le cose a posto perché da atto al gover­no di aver mantenuto posizioni equi­librate». Il presidente dei Ds, Massi­mo D'Alema, pur apprezzando Fini per avere agito «con senso della misura», mette però sotto accusa il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Vi sono stati errori nel rapporto con la Libia. Sono state fatte promesse di opere, di investi­menti che poi non siamo stati in grado di fare».

Dunque, Tripoli indica una via di uscita. La richiesta del «grande ge­sto» non è questione di ieri ma va avanti da almeno quattro anni, da quando, era il 3 settembre del 2001, al termine dell'incontro tra il mini­stro degli Esteri Ruggiero e il leader

Gheddafì, si materializzò il progetto della grande autostrada litoranea. «Un impegno economico di molte migliaia di miliardi che sinora ci è sembrato di non poter accettare», l'ha definito ieri Silvio Berlusconi, ricordando di aver piuttosto fatto a Gheddafi «diverse offerte per costru­ire ospedali». Il presidente del Consi­glio ha fatto capire comunque che il governo potrebbe in futuro risarcire Tripoli: «Stiamo prendendo in consi­derazione questa eventualità, visto che la Libia non ritiene di poter uscire da questa atmosfera negativa nei nostri confronti se non con un grande gesto di riconciliazione. Il progetto è già in corso «con i partiti della coalizione, con Fini e con il ministro Pisanu».

Ma nonostante il «contenzioso» aperto, in questi anni sono stati siglati accordi importanti - che il comunicato di ieri ricorda e rilancia - «nel campo di azione di contrasto al terrorismo, alla criminalità orga­nizzata e allo sfruttamento dell'immigrazione clandestina». I libici aspettano adesso un nuovo segnale, disposti a sedersi attorno a un tavo­lo e anche a ridiscutere l'oggetto del «risarcimento», insomma l'autostra­da. Anche se, fanno sapere fonti diplomatiche libiche, «deve essere chiaro che non ci accontentiamo solo di un gesto simbolico, vogliamo comunque che sia significativo. Do­vrà essere un'autostrada o qualcos'altro... vedremo...... Dopo Bengasi con i suoi morti, la sostituzione del ministro dell'Inter­no per cercare di arginare la collera dei familiari delle vittime, Tripoli si aspettava da Roma un gesto forte, significativo. Su due fronti: le dimis­sioni del ministro Calderoli (e l'espo­nente leghista si è fatto da parte) e il rilancio dell'intesa tra i due Paesi. Una settimana dopo il venerdì nero di Bengasi, il Consiglio dei ministri ha deciso «di adottare tutte le inizia­tive opportune a dare respiro strate­gico e forte valenza operativa alla partnership Italia-Libia, assegnan­do priorità assoluta alla duplice esigenza di chiudere definitivamen­te il capitolo storico del passato coloniale e di risolvere il contenzio­so economico sui crediti che vanta­no le imprese italiane».

Nel comunicato, i libici sollecita­no «un rafforzamento della coopera­zione in materia commerciale, ener­getica ed economico-finanziaria». È come se indicassero una «convenien­za» reciproca nel risolvere il «conten­zioso»: da una parte il riconoscimen­to della tragedia rappresentata «dall'occupazione militare della Libia», dall'altra l'investimento economico per realizzare il «grande gesto», che potrà essere ammortizzato dai risul­tati delle relazioni economiche e finanziarie tra i due Paesi. «La coope­razione tra Libia e Italia - spiega un diplomatico libico - è obbligata. Potrà accadere che a un certo mo­mento si creino delle incomprensio­ni, che le relazioni ne risentano. Ma è solo una crisi passeggera perché poi le relazioni riprenderanno con più forza di prima».


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Dal '98 a oggi soltanto parole

 

La Stampa

7 marzo 2006

Guido Ruotolo

 

Con il governo dell'Ulivo. È il 4 luglio del 1998. A Roma il ministro degli Esteri Lamberto Dini e l'omologo libico Omar Mustasfa El Muntasser sottoscrivono un comunicato congiunto che getta le basi di una intesa che guarda al futuro facendo i conti con l'ingombrante passato coloniale italiano:«Il governo italiano esprime il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo lobico a seguito della colonizzazione… Le due parti si esprimono la loro volontà e determinazione a sviluppare relazioni bilaterali su nuove basi fondate sull'eguaglianza, il mutuo rispetto e la reciproca collaborazione… Il governo italiano si impegna 1) a continuare a ricercare cittadini libici allontanati coercitivamente all'epoca dalla loro Patria; 2) adoperarsi per la rimozione e bonifica dei campi minati disseminati in Libia durante la guerra e provvederà alla ricostruzione in Libia di un centro medico specialistico per l'applicazione di protesi in collaborazione tra la Mezzaluna rossa libica e la Croce rossa italiana; 3) offrire risarcimenti e assistenza alle persone danneggiate per effetto delle mine; 4) Al raggiungimento di tali obiettivi si provvederà attraverso la costruzione di una Società italo-libica (…). L'Italia si impegna a restituire tutti i manoscritti, reperti, documenti, monumenti e oggetti archeologici trafugati in Italia, durante e dopo la colonizzazione della Libia». Dall'Ulivo alla Casa delle Libertà. Il 3 settembre del 2001, il ministro degli Esteri Renato Ruggiero incontra in Libia il leader Muhammar Gheddafi. Nasce una proposta per chiudere il contenzioso per il passato: l'Italia si impegna a costruire un'autostrada litoranea che attraversa tutta la Libia. Costi stratosferici, cifre da spavento. Da allora a oggi si è andato avanti con promesse e missioni di esperti per uno studio di fattibilità dell'opera. Parole, promesse.

 


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Gheddafi: «Non parteggio alle elezioni, ma serve una riparazione»

 

Il Sole 24 Ore

7 marzo 2006

 

Il colonnello Gheddafì torna a farsi sentire. «Non nutriamo — si legge in una nota — alcun interesse» per la campagna elettorale italiana; il popolo libico, invece, «attende dall'Italia un grande gesto non solo simbolico» che metta fine alla questione dei risarcimenti coloniali. Apprezzamento, inoltre, per l'equilibrio» del ministro Fini. Che commenta: l'intervento «rimette le cose a posto». E il figlio del colonnello precisa: a innescare i disordini di Bengasi furono le vignette anti-lslam.

 


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La crisi con la Libia. Il Colonnello: chiunque vinca le elezioni deve pagarci i "danni coloniali". E Berlusconi: stiamo valutando un "grande gesto di riconciliazione"

Gheddafi vuole il pizzo: 3 miliardi

 

Libero

7 marzo 2006

Andrea Colombo

 

Gheddafi ribadisce: esigo il "grande gesto" da parte dell'Italia, vo­glio quei tre miliardetti di euro per co­struirmi la litoranea. Solo così, dice, si potrà parlare di vera pace tra popolo li­bico e italiani, dopo la crisi provocata dagli scontri di Bengasi di febbraio. Il vi­cepremier Gianfranco Fini si dichiara "possibilista". Lo stesso Berlusconi è in­tervenuto affermando che serve il "gran gesto"; «Con i partiti della coalizione stiamo vedendo se è possibile prendere in considerazione questa eventualità, visto che la Libia non ritiene di poter uscire da una atmosfera negativa nei nostri confronti se non attraverso que­sto gesto di riparazione e di riconcilia­zione» . Per quanto riguarda la sinistra il verde Paolo Cento ha detto chiaro e ton­do: se vince Prodi dobbiamo pagare, ri sarcire Tripoli per i "danni coloniali". Via libera quindi alla litoranea che col­lega l'Egitto alla Tunisia. Pagata da noi.

Moahmmar Gheddafi quando parla di «grande gesto, significativo e non solo simbolico che ponga una pietra sul pas­sato per un futuro che rinnoverà amici­zia e comune sviluppo dei due Paesi», intende proprio questo. La litoranea. A poco gli importa se vincerà "l'amico" Berlusconi o Prodi. Lui non si schiera. L'importante è che arrivino i soldi. E tanti. È questo il succo del comunicato dell'ambasciata di Libia (anzi dell'Uffi­cio Popolare della Grande Jamahirya Araba Libica Popolare Socialista a Ro­ma) diramato ieri nel pomeriggio. Nella nota da un lato si parla con soddisfazio­ne degli sforzi congiunti Italia-Libia nel­la lotta all'immigrazione clandestina e al terrorismo. Ma dall'altro si esprime «stupore» per le prese di posizione di persone che, «anche in precedenti governi italiani, hanno avuto posizioni di rilievo» come la guida della Farnesina (Gianni De Michelis che aveva chiesto all'Italia di «smettere di corteggiare» Gheddafi), e di «presunti esperti del giornalismo italiano», come Magdi Al-lam («ostentando un'origine araba ha preconcetti e da giudizi che hanno tutta l'apparenza di essere prodotto di elabo­razioni non proprie»). Nel mirino di Tripoli è finita anche una dichiarazione di Bobo Craxi che viene accusato di aver «utilizzato espressioni riprovevoli a sfondo animalesco». Bobo aveva detto di Gheddafi che è «un cane che abbaia ma non morde» . Logicamente i libici attaccano ancora il «razzista» Calderoli (difeso ieri a sorpresa dal segretario Ds Piero Fassino, che ha espressò solida­rietà all'ex ministro leghista per le minacce arrivate dal vice di Bin Laden, Al Zawahiri, diffuse da una tv satellitare). Per Tripoli sono poi «del tutto inaccetta­bili e da censurare» le affermazioni di chi «ha elogiato la politica coloniale di Mussolini e l'occupazione militare della Libia». Nei giorni scorsi la nipote del Duce aveva attribuito al nonno il merito di aver permesso ai libici di non dover più viaggiare in cammello. «Il governo isoli la Mussolini e chiarisca che non condi­vide le sue provocazioni», ha detto il presidente dei deputati della Rosa nel Pugno Ugo Intini, avvallando la linea li bica.

Adesso, il problema è «armarsi di pa­zienza» dice il sottosegretario Alfredo Mantica (An), e definire «il gesto simbo­lico, definito da Gheddafi il "grande ge­sto", con cui chiudere tutte le questio­ni». «Noi avevamo proposto lo studio e la progettazione esecutiva di una strada dalla Tunisia all'Egitto, per un valore di 60 milioni di euro, ma Gheddafi inten­deva invece la costruzione completa della strada, per una spesa superiore ai tre miliardi dì euro» sottolinea Mantica.

Certo se vincerà la sinistra, sarà gioco facile per Gheddafi ottenere il maxi-finanziamento. Basta sentire quello che ha da dire in merito il verde Cento per rendersene conto: «Prodi si impegni a risarcire la Libia per i danni del colonialismo fascista di Mussolini» .

Da tutte le trattative per uscire dalla crisi provocata dagli scontri di Bengasi chi rimane, come sempre, tagliato fuori, sono quegli italiani residenti in Libia che, nel 1970, hanno dovuto abbando­nare dall'oggi al domani tutte le loro proprietà. Giovanna Ortu, presidente del­l'Associazione Italiani rimpatriati dalla Libia (Airi), commenta: «II governo fac­cia pure il "grande gesto" ma compia an­che un piccolo gesto nei nostri confron­ti». «Si tratterebbe», spiega, «di rispet-tare gli impegni già presi a suo tempo da Prodi e mai rispettati. Quei 250 milioni di euro da stanziare in più annualità. È una cifre veramente simbolica. Briciole rispetto a quello che abbiamo perso nel 1970. Dal centrosinistra non abbiamo avuto una lira. E anche Berlusconi, ad ogni finanziaria, ha trovato il modo per non rispettare l'impegno. Ci sentiamo dimenticati».

Sono circa 20mila gli italiani nati in Libia. Nel 1970, con Gheddafi al potere, persero tutto: 400 miliardi di vecchie li­re dell'epoca. Furono costretti a tornare in Italia, spesso in condizioni di indi­genza, a volte ospitati in campi per "rifugiati" . In molti sono riusciti a ricostruir­si una vita. Anche se i vari governi che via via si sono succeduti li hanno sacri­ficati sull'altare della realpolitik, nella speranza di riallacciare rapporti "nor­mali" con lo scomodo vicino. Giovanna Ortu, che li rappresenta, conosce bene la mentalità dei libici. Dice: «Gheddafi va preso sul serio. Quando il 9 luglio del 1970 disse che ci avrebbe espropriato di tutto e rispedito in Italia, il nostro gover­no nicchiò. Puntualmente il 21 luglio il colonnello mandò i gendarmi a requisi­re tutto. Ora che minaccia nuovi attacchi non va sottovalutato».

 


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Gli italiani espropriati dimenticati dai governi

Libero

7 marzo 2006

Andrea Colombo

 

I RIMPATRIATI. Sono circa 20mila gli italiani nati in Libia e costretti a lasciare il Paese nel luglio del 1970 dopo il golpe militare che ha portato al potere il colonnello Gheddafi. Il nuovo regime libico, non riconoscendo l'accordo del 1956 fra il re Idris e il governo italiano che metteva fine ad ogni contenzioso fra i due Paesi, requisì tutte le proprietà degli italiani. Si calcola che Tripoli in quell'occasione s'intascò beni (im­mobili, aziende, liquidità) per un va­lore pari a 400 miliardi di lire dell'e­poca.

CIFRA SIMBOLICA. L'Associazione Italiani rimpatriati dalla Libia (Airi) chiede che il gover­no italiano rispetti l'impegno di ver­sare 250 milioni di euro per indenniz­zare tali perdite.

LE BRICIOLE. Finora gli italiani rimpatriati dalla Li­bia hanno ottenuto 100 miliardi di vecchie lire, spalmati dal 1980 in poi, a titolo di indennizzo.

 


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Rimpasto a Tripoli

 

Il Manifesto

7 marzo 2006

 

Grosso rimpasto di governo, con ogni probabilità dovuto alla rivolta di Bengasi: il Congresso generale dei comitati popolari riunito a Sirte, ha nominato Baghdadi Mahmoudi primo ministro al posto di Shoukri Ghanem, passato a ministro del petrolio. Nuovi ministri all'ambiente, alla sanità, all'istruzione, agli affari sociali (una donna: Houda ben Amar) e all'economia (Taieb al Safi al posto di Abdel Kader Kheir).

 


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Destra e Sinistra d'accordo

«Bisogna mantenere i rapporti con Tripoli»

 

Il Messaggero

7 marzo 2006

 

«Il problema non è Calderoli, che ha sbagliato, ma che all'integralismo e al fanatismo non si possono dare pretesti». Gianfranco Fini interviene sulla questione dei rapporti con la Libia dopo aver elogiato la nota distensiva dell'ambasciata di Tripoli a Roma. «Gheddafi – dice – è una persona poliedrica, ma su tutto ribadisco che noi dobbiamo stabilire rapporti di amicizia e di collaborazione con la Libia anche per stabilizzare il Mediterraneo». Soddisfatto anche il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, che esprime «apprezzamento per il fatto che il giudizio del leader libico Gheddafi sui gravi avvenimenti di Bengasi sia stato separato da quello sulle relazioni tra Italia e Libia». Per il presidente dei DS Massimo D'Alema «un grande paese come l'Italia non si può permettere le goliardate. Questa volta ne siamo usciti per il rotto della cuffia, ma la prossima volta?». «Bisogna seguire la strada del dialogo e dire a Gheddafi che ci vuole reciprocità. Noi sappiamo da che storia veniamo, l'Italia ha già dimostrato di sapere anche chiedere scusa per gli atti di colonialismo drammatici e consumati in quel paese». Lo afferma il segretario di Prc, Fausto Bertinotti.

 


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Berlusconi promette i soldi per l'autostrada

«Gheddafi chiede i finanziamenti per la litoranea Libia-Egitto-Tunisia. Ci stiamo lavorando»

 

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

7 marzo 2006

Alessandro Farruggia

 

Lo elogiano tutti. Gian­franco Fini in primis, che sottoli­nea: «La nota libica rimette le co­se a posto perché da atto al gover­no di aver tenuto una posizione equilibrata». Ma anche Francesco Rutelli che esprime «apprezza­mento» e assicura che «il possibi­le governo del centrosinistra» sa­prà «rilanciare il dialogo». Un dia­logo che la convocazione della Consulta islamica, fissata per og­gi da Pisanu, tende a favorire da subito. Ma la vera svolta per Tri­poli è quella che annuncia in sera­ta Silvio Berlusconi prima di en­trare a Telelombardia. Gheddafi chiede un gesto? E il Cavaliere an­nuncia che ci sta pensando. «Con i partiti della coalizione — rivela — stiamo vedendo se è possibile prendere in considerazione questa eventualità, visto che la Libia non ritiene di poter uscire da una atmosfera negativa nei nostri confronti se non attraverso questo gesto di riparazione e di riconciliazione». «La richiesta di Gheddafi — ricor­da — è quella di una strada che colleghi la Libia all'Egitto e la Tu­nisia. Un impegno economico di molti milioni di euro che ci era sembrato eccessivo. Ma con i col­leghi della coalizione stiamo ve­dendo se è possibile prendere in considerazione anche questa even­tualità». La dichiarazione è assai impegnativa, anche perché il ministro degli Esteri Fini a “Porta a Porta” era stato più cauto. Ribat­tendo a D'Alema che «è falso» che «Berlusconi abbia promesso una autostrada» e aggiungendo: «II governo italiano è disponibile ad un gesto significativo per chiu­dere i vecchi contenziosi ma solo a condizione che la Libia si faccia carico delle questioni riguardanti i debiti nei confronti dell imprese italiane e dei cittadini italiani espulsi nel 1970». Una posizione che ora Berlusconi — forte del

rapporto preferenziale con Ghed­dafi — spiazza. «L'idea del risar­cimento — ha ricordato ieri il pre­mier — non c'entra con Bengasi. Tutte le volte che ci siamo incon­trati Gheddafi ha iniziato i suoi colloqui mostrandomi i documen­ti dell'occupazione italiana e chie­dendo un risarcimento per le nu­merose vittime di quell'operazio­ne militare».

E quindi la richiesta, per molti ver­si comprensibile, è forse ineludibi­le anche se l'entità della compen­sazione è tale da creare più di un problema. Ce la caveremo accet­tando almeno in parte la richiesta pretendendo però che si chiuda il contenzioso con le aziende italia­ne e che i lavori dell'autostrada si­ano affidati ad imprese del Belpaese? E' una opzione. Che Berlusco­ni potrebbe maliziosamente lascia­re in eredità al prossimo governo.


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Il colonnello: «Sono disponibile ad un miglioramento dei rapporti, ma serve un grande gesto da parte dell'Italia»

Gheddafi elogia Fini e batte cassa

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

7 marzo 2006

Alessandro Farruggia

 

E ora il Colonnello pas­sa — politicamente ma non solo — all'incasso. Si dice «pienamen­te disponibile» ad un ulteriore mi­glioramento «dei già eccellenti rapporti bilaterali», ad un «raffor­zamento della cooperazione in ma­teria commerciale, energetica ed economica e finanziaria». Pronto a trattare con qualsiasi esecutivo uscirà prossime elezioni alle qua­li, assicura, «non nutre alcun inte­resse» dato che «ho sempre dialo­gato e sempre dialogherò con qualsiasi governo eletto». Però, avver­te, l'Italia deve fare «un grande ge­sto propedeutico», e che dovrà es­sere «significativo e non solo sim­bolico e che ponga una pietra sul passato». Risarcimenti cioè. Risar-

cimenti veri. Quei risarcimenti già mille volte promessi e ancora in larga parte rimasti tali. Signifi­cativamente Gheddafi loda «l'equilibrio» con il quale il vicepremier Fini «si è recentemente espresso». Ma insiste con le compensazioni. E ha ragione, dal suo punto di vista, dato che ancora nel 1998 il governo D'Alema gli ave­va promesso «la bonifica e la ri­mozione dei campi minati in Li­bia» e «la costituzione di una so­cietà mista che doveva contribui­re al sostegno dell'economia libi­ca». A Tripoli aspettano ancora. Come aspettano risposte sulla fa­mosa 'litoranea costiera', per la quale Berlusconi si offrì di pagare la progettazione esecutiva — co­sto 60 milioni di euro — e che i libici controproposero come se nulla fosse di far realizzare total­mente — costo tre miliardi di eu­ro — dall'Italia. Insomma nono­stante le dichiarazioni di buona volontà, l'entente cordiale italo-libica è meno solida di quel che pare.

I motivi di irritazione a Tripoli, più o meno strumentali, sono infat­ti tanti. Anche perché Gheddafi — o meglio l'ambasciata libica in Italia — è più che attento a coglie­re ogni pretesto per fare l'offeso. Nella nota diffusa dall'ambascia­ta a nome del «Leader della rivolu­zione» vengono citate le «recenti

dichiarazioni di persone», che, «in precedenti governi italiani hanno avuto posizioni di rilievo e anche la direzione della Farnesi­na» (il riferimento è a De Michelis, ndr). E ancora «le prese di po­sizione sulla stampa di presunti esperti che ostentando un'origine araba (il riferimento è probabilmente a Magdi Allam) hanno pre­concetti e danno giudizi che han­no tutta l'apparenza di essere pro­dotto di elaborazioni non pro­prie». Tripoli definisce inoltre «del tutto inaccettabili e da censurare le affermazioni disgustose di chi (Alessandra Mussolini ndr) ha elogiato la criminale politica colo­niale di Mussolini». E infine se la prende con «le scomposte dichia­razioni di una persona che senza alcun merito porta il cognome (Craxi, ndr) di chi in passato è sta­to un importante uomo di Stato ita­liano e ora auspichiamo che possa ritrovare la vera dialettica, abban­donando l'uso di espressioni ripro­vevoli a sfondo animalesco». I pretesti abbondano. E molte sono state affermazioni incaute. Perché quel «Gheddafi è un cane che ab­baia ma non morde», detto da Bobo Craxi, al pari del «senza mio nonno stavano ancora sui cammel­li» della Mussolini, sembra fatto apposta per alimentare quel gioco al rilancio nel quale Gheddafi è maestro.


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Gheddafi offre la tregua all'Italia

La Libia chiede un "grande gesto”. Berlusconi: “Ci penseremo”

La Repubblica

7 marzo 2006

Claudia Fusani

 

Non è interessato alle elezioni italiane «perché ha sem­pre dialogato con tutti i governi». Quello che vuole, perché promes­so da otto anni e ancora non se ne vede traccia, e il «Grande gesto significativo e non solo simbo­lico che ponga una pietra sul passato». Preci­sato questo, la Libia è pronta a migliorare i rapporti bilaterali. E di minacce, tre giorni dopo, il leader libico Gheddafi non parla più.

Il «Grande ge­sto» è la costru­zione dell'auto­strada lungo­mare che colle­ga l'Egitto alla Tunisia passan­do per Tripoli, un'opera farao­nica lunga 1.800 chilometri che dovrebbe costa­re circa tre mi­liardi di euro. Un'opera a cui Berlusconi disse sì nel 2002 pro­mettendo un in­vestimento di 60 milioni di euro senza però mai stanziarli. Ieri una nuova pro­messa: «Visto che la Libia non ritiene di poter uscire da una atmosfera negativa nei nostri confronti se non attra­verso un gesto di riparazione - ha detto Berlusconi - con i partiti del­la coalizione stiamo vedendo se è possibile prendere in considera­zione questa eventualità».

Un fine settimana di lavoro in­cessante tra Roma e Tripoli, so­prattutto tra il Viminale e la Farne­sina e lo staff del leader libico chiu­dono, forse è più corretto dire con­gelano, i tre giorni di grande fred­do tra Italia e Libia iniziati giovedì scorso quando Gheddafi ha mi­nacciato «nuovi attacchi all'Italia colpevole di non avere ancora pa­gato i danni coloniali».

La tregua ha la forma di. un do­cumento lungo una pagina e mez­zo calibrato parola per parola du­rante il fine settimana nell'amba­sciata a Roma della Grande Jamahirya araba popolare sociali­sta. La nota inizia con l'«apprezzamento per l'equilibro» del ministro degli Esteri Gianfranco Fini ed esprime la «piena disponi­bilità» di Tripoli a «migliorare i già eccellenti» rapporti con Roma, dalla lotta al terrorismo al contra­sto dell'immigrazione clandesti­na, all'energia e ai commerci. Pri­ma però «ci deve essere il gesto significativo e non simbolico che il popolo libico si attende dall'Ita­lia».

Strappato il rialzo sulla posta in gioco, Gheddafi rivendica il suo ruolo di leader supremo, abile po­litico e profondo conoscitore del­la politica dell'Occidente e rispe­disce al mittente certe critiche di questi giorni. E' «stupito» per le parole arrivate da persone che «in precedenti governi hanno avuto . posizioni di rilievo» come la guida della Farnesina (forse Gianni De Michelis) e per le analisi di «pre­sunti esperti del giornalismo ita­liano». Nella lista nera anche Bobo Craxi e Alessandra Mussolini: «Inaccettabile chi ha elogiato l'oc­cupazione militare della Libia» perché le 700 mila vittime del pas­sato coloniale «non possono esse­re compensate da nessuna opera realizzata in quel periodo».

Il documento libico «rimette le cose a posto» dice il ministro degli Esteri Gianfranco Fini la cui con­duzione della crisi strappa anche il consenso di Massimo D'Alema («ha agito con senso della misu­ra»). Il presidente dei Ds, invece, accusa Berlusconi di «fare pro­messe che non mantiene mai». Rutelli è convinto che «il dialogo con Tripoli sarà rilanciato vera­mente dal nuovo governo».

Chiuso un capitolo, la storia però continua perché la politica estera di Gheddafi è destinata ad avere ancora più facce e a muoversi su più livelli. Il Colonnello ha problemi all'interno con i gruppi islamisti ma anche con l'opposi­zione interna (significativo il rim­pasto di governo che ha sostituito un ministro voglioso di riforme). E' indebolito in casa, non riesce ad ottenere dall'Europa quello che chiede ma al tempo stesso sa di es­sere un punto di equilibrio e una necessità per l'Occidente. La Francia ieri ha firmato l'accordo con Tripoli per sviluppare energia nucleare per uso civile. Ma Al-Jamahiria, quotidiano del regime, ha pubblicato il dossier sulle colpe dell'Italia coloniale: «L'occupa­zione italiana ci ha maltrattato co­me nessun nemico ha mai fatto con un popolo».

 


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Gheddafi all'Italia: chiunque vinca ci deve risarcire

Il leader libico chiede un gesto per chiudere l'era coloniale e attacca Alessandra Mussolini

 

L'Unità

7 marzo 2006

 

«Un grande gesto, significativo e non solo simbolico, che ponga una pietra sul passato». La Libia è pronta a miglio­rare i rapporti bilaterali con l'Italia e non intende interferire nella campagna eletto­rale, visto che «ha sempre dialogato e dialogherà con qualsiasi governo eletto». Ma chiede a Roma «un grande gesto» per chiudere l'era coloniale e giudica «inac­cettabili» le «critiche preconcette» e le «espressioni riprovevoli», seguite in que­sti giorni alle dichiarazioni di Gheddafi. Soprattutto quelle di chi - come ha fatto Alessandra Mussolini - ha elogiato la guerra coloniale. Dopo le asprezze dei gioni scorsi, sono toni distensivi quelli della nota diffusa ie­ri dall'ambasciata libica a Roma, dall'« Ufficio popolare della Grande Giamahirya araba libica popolare socialista». Tripoli esprime la sua «piena disponibilità» a «migliorare i già eccellenti» rapporti con Roma, dalla lotta al terrorismo al contrasto dell'immigrazione clandestina, all'energia e ai commerci, ma ritiene che debba esserci prima «il gesto che il popo­lo libico si attende dall'Italia» per garanti­re «un futuro di rinnovata amicizia e di comune sviluppo dei due Paesi». Una ri­chiesta che riecheggia nella sostanza quella avanzata da Gheddafi nel suo di­scorso a Sirte di giovedì scorso, ma non

nei modi: il leader libico aveva parlato di «odio» nei confronti dell'Italia e non ave­va escluso nuovi attacchi contro interessi italiani in Libia se non fosse stata risolta la questione dei risarcimenti. La nota di ieri si apre invece con l'apprezzamento per l'«equilibrio» del ministro degli Esteri, Gianfranco Fini», che a sua volta registra «con soddisfazione» la di­chiarazione distensiva del governo libi­co. «Con la Libia vogliamo un rapporto di collaborazione - ha detto Fini. Se son rose fioriranno». Toni molto critici sono invece riservati dalla Libia ad alcuni commenti arrivati nei giorni scorsi dall' Italia. Si esprime «stupore» per le prese

di posizione di persone che, «anche in precedenti governi italiani, hanno avuto posizioni di rilievo» alla Farnesina (forse Gianni De Michelis che aveva chiesto ali1 Italia di «smettere di corteggiare» Ghed­dafi). «Del tutto inaccettabili e da censu-rare» per Tripoli le affermazioni di chi «ha elogiato la politica coloniale di Mus­solini»; un riferimento ad Alessandra Mussolini («se non fosse stato per mio nonno - aveva detto - starebbero ancora sui cammelli»). Nessuna presunta opera del passato, viene sottolineato, «può ma­terialmente e moralmente compensare la perdita di neanche una delle settecento mila vittime del passato coloniale».

 


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Condanna unanime: "Da Gheddafi parole inaccettabili"

Avvenire

4 marzo 2006

Roberto I. Zanini

 

Secondo il ministro degli Esteri Fi­ni non ci sono dubbi: le dichiara­zioni di Gheddafi contro l'Italia «non devono impressionare. Si è tratta­to più di un'arringa comiziale ai suoi fedelissimi che di una presa di posizione in campo internazionale». Resta il fatto che se ci deve essere dialogo occorre che sia reciproco e «nessun aiuto viene dal­le ultime parole del Colonnello». Un ragionamento avallato dalle osser­vazioni di diplomatici ed esperti di co­se libiche, secondo i quali quando Ghed­dafi attacca l'Italia è perché ha bisogno di ricompattare il fronte interno su for­ti argomentazioni nazionaliste. Una posizione condivisa dal resto del governo così come da Fi, An e Udc. A riguardo Pier Ferdinando Casini è esplicito: «Gheddafi ha usato parole inappropria­te» e al «senso della misura, del rispetto che si deve al popolo libico» occorre affiancare «fermezza, perché è il decoro italiano che ce lo impone». Il presidente della Camera, però, non manca di invi­tare Gheddafì a evitare di interferire sul­le elezioni politiche italiane. Anche dall'Unione vengono dichiarazioni di condanna nei confronti del re­gime di Bengasi. Ma se Prodi, Rutelli e Passino evitano riferimenti polemici al­la politica estera del governo Berlusco­ni, non altrettanto accade con D'Alema, Violante, i Verdi e il Pdci, per i quali c'è una stretta relazione di causa ed effetto. Romano Prodi, interessato a ragionare in prospettiva di un esecutivo italiano da lui presieduto, sottolinea che «nes­suna forma di violenza è ammissibile» e che «i problemi vanno affrontati con una mutua cooperazione: abbiamo tut­to l'interesse e la convenienza per po­terlo fare». Dal canto suo il segretario dei Ds si augura che le espressioni di Gheddafi «siano estemporanee e occa­sionali perché non sono utili a miglio­rare le relazioni fra Italia e Libia: i pro­blemi ancora aperti si possono risolvere solo con spirito di dialogo». Rutelli parla di «dichiarazioni gravissime e inaccettabili» e un eventuale governo di centrosinistra «dovrà riproporre il confronto su basi trasparenti solo dopo che saranno state ritirate minacce intollera­bili».

Ampio, come dicevamo, il fronte delle critiche al governo Berlusconi. Sul filo dell'ironia Luciano Violante: «II Cava­liere aveva detto che tutto era stato pacificato e chiarito con Gheddafi, ma evidentemente era un'altra bugia». Per D'Alema le minacce «sono da respinge­re» ma «il governo avrebbe potuto fare qualcosa per risolvere il contenzioso con la Libia, che non è stato fatto». Il dato politico che emerge dalla vicenda, spie­ga Rizzo del Pdci, «è l'inaffidabile poli­tica estera di Berlusconi». Osservazione condivisa tanto da Pecoraro Scagno dei Verdi, quanto da Mastella dell'Udeur. Nella CdL sono in molti a ritenere del tutto infondata l'ipotesi che il popolo li­bico possa avercela con l'Italia a distan­za di tanti anni. Il viceministro con de­lega al Commercio estero Urso è espli­cito: «Noi siamo il primo partner com­merciale della Libia. Così facendo Ghed­dafi spaventa le imprese che «si sposta­no in altri Paesi arabi mediterranei do­ve l'amore per l'Italia e i prodotti italia­ni è molto cresciuto e dove le nostre esportazioni nel 2005 hanno avuto un balzo del 6%». In ogni caso, aggiunge il ministro delle Attività produttive Scajola, i fatti appaiono diversi dalle parole di Gheddafi, «gli investimenti italiani in Libia sono bene accetti e i contratti so­no sempre stati rispettati».

 


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I rimpatriati. Ortu: «Gheddafi strizza l'occhio agli integralisti».

 

Avvenire

4 marzo 2006

 

«I rimpatriati dalla Libia sono increduli e sgomenti: sembra di essere tornati indietro al 1970 quando Gheddafi, dopo le iniziali rassicurazioni dell'anno precedente, con un veemente discorso pronunciato a Misuata il 9 luglio anticipò i provvedimenti che avrebbe preso solo qualche settimana dopo contro la collettività italiana: la confisca di tutti i beni il 21 luglio, seguita il 7 ottobre dall'espulsione accompagnata da vessazioni di ogni genere».

A ricordare quei momenti è Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione dei Rimpatriati Italiani dalla Libia secondo la quale però: «Non è credibile che sia il popolo libico a nutrire sentimenti di vendetta contro gli italiani di oggi per le “colpe” dell'Italia di un secolo fa». È invece probabile che Gheddafi sia «sceso a patti con gli estremisti islamici pur di non perdere un potere che si è indebolito. Attaccare l'Italia è utile moneta di scambio nei confronti degli integralisti». Ortu infine invita a Unione e CdL a «non sfruttare a fini elettorali» una vicenda così delicata e accusa «tutti i governi italiani» di non aver voluto risolvere il problema.  

 


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Con la Libia una partnership mai succube

Gheddafi non trovi sponde ma interlocutori abili

 

Avvenire

4 marzo 2006

Andrea Lavazza

 

Sarà stato un comizio «a uso inter­no», come l'ha definito il ministro degli Esteri Fini, ma pur sempre di contumelie e minacce al nostro Paese si è trattato. Muammar Gheddafi non è nuovo a mosse da funambolo della scena internazionale, sempre in bilico tra la provocazione cercata ad arte e lo scarto improvviso rispetto alle posizioni assunte in precedenza. Al riavvicinamento tra Libia e Italia compiuto in questi anni - segnato dai rapporti economici rinsaldati, soprattutto sul fronte energetico, e dai recentissimi accordi in materia di immigrazione clandestina - è seguito l'assalto al consolato di Bengasi e, l'altra sera, le non troppo velate intimidazioni sulla possibilità che simili episodi si ripetano. Sono segnali di forza o di debolezza? La contemporanea liberazione di decine di esponenti dei Fratelli musulmani, da anni nelle carceri dèi Paese africano, sembrerebbe testimoniare la necessità del colonnello di scendere a patti con il montante radicalismo musulmano, che la trentennale «rivoluzione verde» si era illusa di aver réso inoffensivo. Se così fosse, la strategia sarebbe quella di lasciare uno sfogo controllato al risentimento anti-italiano, il quale oggi assomma le vecchie rivendicazioni del periodo coloniale con i fatti delle vignette blasfeme e con le dichiarazioni dell'ex ministro Calderoli. In questa ipotesi, benché Gheddafi abbia ribadito una generica «amicizia» con Roma, sarebbe opportuno non abbozzare totalmente di fronte all'ambiguo discorso pronunciato a Sirte e chiedere al leader di Tripoli un chiarimento inderogabile. Se e stato giusto sanzionare da parte del governo il comportamento (e la maglietta) dell'esponente leghista - sia stata o meno la vera causa scatenante degli incidenti costati almeno 11 morti, non pare adesso il caso di subite i gravi insulti che su di lui ha riversato un leader privo di qualsiasi titolo per dare giudizi morali, avendo il suo regime notoriamente sostenuto il terrorismo internazionale (e avendo anche responsabilità dirette in sanguinosi attentati, come nel caso dell'aereo di linea fatto esplodere sopra Lockerbie nel 1988). Sebbene anche il colonnello abbia rotto i ponti con il passato (in primis rinunciando alle armi di distruzione di massa sotto il controllo americano e trasformando il panarabismo aggressivo in africanismo soft) e si trovi in difficoltà interne, risulta discutibile la scelta di fargli comunque da sponda nel timore che l'eventuale successore si riveli interlocutore ancora più inaffidabile. È certamente sensato muoversi con cautela diplomatica sul delicato fronte mediterraneo, in cui le preoccupazioni per la regolarità delle forniture di petrolio e di gas si saldano con i timori che possa attecchire la pianta fondamentalista, quasi inevitabilmente portatrice di frutti avvelenati. Eppure, la politica estera dei prossimi anni (chiunque ne sia il responsabile) dovrà essere capace di sfruttare le partnership commerciali e non esserne succube, di promuovere attivamente la sicurezza e non tenere soltanto un profilo difensivo. Nel caso particolare, si potrà anche chiudere il "contenzioso" coloniale con la Libia (seppure non l'autostrada da 3 miliardi di euro chiesta da Gheddafi), ma al colonnello sarà lecito fare capire che il gioco al rialzo non va prolungato all'infinito, che le spinte estremistiche si contengono in altri modi, che se si vuole dialogo e collaborazione bisogna garantire democrazia all'interno e trasparenza all'esterno. La fermezza che adesso, sotto la spinta emotiva, entrambi gli schieramenti invocano a gran voce la vorremmo vedere applicata davvero. Ma di tutto ciò nei proclami elettorali dei candidati finora s'è sentito ben poco.

 


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Il colonnello: «Italia, devi pagare»

Avvenire

4 marzo 2006

Camile Eid

 

Un discorso focoso, particolarmente centrato sul­l'Italia, quello pronunciato giovedì sera a Sirte dal colonnello Moammar Gheddafi in occasione del 29simo anniversario della creazione della jamahi-riyya, "il potere del popolo". Nel discorso, il "leader del­la rivoluzione" rivela che i manifestanti del 17 febbraio scorso erano «decisi ad uccidere il console italiano e i suoi familiari» per vendicare i 700mila libici uccisi dagli italiani, «bisogna capire che la mentalità della stra­da non è quella dei diplomatici», ha commentato. Per Gheddafi, l'Italia deve pagare il prezzo della sua occu­pazione della Libia perché a nessuno venga in mente di ripetere un simile progetto di occupazione. «L'Italia che insultiamo - ha tenuto a precisare - non è l'Italia di oggi che ci sostiene alle tribune internazionali, ma quel­la di Mussolini e Graziani». Ecco ampi stralci del di­scorso. È in particolare i cinque punti più ruvidi del suo intervento.

«Un ministro italiano fascista ha usato un linguaggio odioso, razziale e crociato che ha rivelato il suo fascismo, colonialismo e arretratezza. Il governo e il popolo italiani e tutta la gente se ne sono lavati le mani, l'hanno espulso e isolato e gli chiesto di dimettersi, nonostante le sue affermazioni siano state pubblicate dai mass media. Ciò significa forse che i mass media esprimono i (parere dell'opinione pubblica? Niente affatto. Dunque, la crisi della stampa e dei mass media non è risolta, dalla Scandinavia all'India».

«Ci rammarichiamo per l'incidente contro il consolato italiano a Bengasi e contro I uffi­cio italiano a Tobruk che - come ho avuto modo di dire per telefono al primo ministro italiano, al suo ministro degli Interni e al capo dell'opposizione Prodi - è dovuto ad un accumulo (di risenti­mento) storico presso il popolo libico sin dal 1911, che esplode ad ogni occasione perché il nostro popolo è stato oggetto di ingiustizia e distruzione. Ci avete uccisi a migliaia, ci avete costretto all'esodo in ogni parte del mondo senza alcuna colpa, senza alcun problema bilaterale, e non ci avete indennizzato per questo crimine. Il popolo libico chiede dunque ancora vendetta. Voi avete constatato la rabbia e così la gente, anziché dirigersi verso il consolato: della Danimarca, dove avevamo adottato misure di protezione, si è diret­to improvvisamente verso il consolato italiano perché nutrono odio nei confronti dell'Italia e non della Danimarca»

«Devono pagare gli indennizzi e scusar­si. Questa è una questione storica non ancora risolta. Ed è questa questione ad aver portato, dopo tutta la risonanza internaziona­le, al drammatico evento davanti al consolato italiano di Bengasi. Perché questo atto non si ripeta occorre che l'Italia versi il prezzo affin­ché le sue compagnie, consolati e ambasciate vivano in pace, e affinché i suoi cittadini in Libia, siano essi turisti o lavoratori, vivano in pace; Devono pagare il prezzo affinché il popolo libico non sia dominato dal sentimento della vendetta verso di loro».

«Se un Paese colonizza un altro e paga un giorno il prezzo non andrà più a colonizzare altri Paesi. Se il colonizzatore invasore e disonesto paga un prezzo e indenniz­za i Paesi che ha distrutto e occupa­to, non ripeterà più la sua azione. Se l'Italia avesse indennizzato il popolo libico e pagato il prezzo, non intraprenderà più - ma non sotto Berlusconi o Prodi o quelli che sono i nostri amici, intendo dire non l'Italia amica di oggi - fra cinquanta o cent'anni una nuova colonizzazione della Libia. Perché saprebbe che ha colonizzato la Libia sotto la monar-chia o il fascismo e poi ha pagato il prezzo e indennizzato il popolo .Non oserebbe più invadere questo Paese e occuparlo».

 


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Così Saif l'occidentale media con gli islamici

La sua Fondazione lavora per assorbire i Fratelli Mussulmani ed evitare rivolte

Il Corriere della Sera

4 marzo 2006

Alessandra Coppola

 

Se in Libia c' è un accordo in corso con i Fratelli musulmani, la mediazione - ancora una volta - è opera di Saif Al Islam Al Gheddafi. E' stato lui, il figlio del Colonnello, a premere per la liberazione, giovedì, degli 84 detenuti del gruppo islamico messi in cella a Tripoli come «traditori al soldo degli occidentali». Una conclusione alla quale Saif lavorava da tempo. Più di un anno di trattative parallele alle dichiarazioni ufficiali del padre. Con un' accelerazione lo scorso giugno: «Le circostanze sono cambiate», aveva detto, e con la sua Fondazione benefica aveva presentato ricorso alla Corte Suprema contro la sentenza (2 pene capitali, 73 ergastoli, 9 condanne a dieci anni). Il primo segnale che per i prigionieri le cose stavano per cambiare. La seconda indicazione a ottobre: alla riunione a Londra dell' opposizione libica all' estero i Fratelli musulmani non avevano partecipato. Si erano limitati a un comunicato che chiedeva a Gheddafi maggiore democrazia e la liberazione dei detenuti. Adesso la sdoganatura definitiva affidata a Saif: «Non si tratta di un' organizzazione che complotta ai danni dello Stato, i condannati devono ritrovare la libertà ed essere riabilitati». Quindi la scarcerazione. L' ipotesi è che i vari passaggi rientrino in un progetto più ampio nella Jamahiriyah: il tentativo di assorbire gli islamici e scongiurare possibili rivolte interne. A questo starebbe lavorando la Fondazione di Gheddafi junior. Sul modello dell' integrazione dei gruppi di sinistra alla fine degli anni Ottanta: amnistia, concessione di alcuni spazi (allora fu, per esempio, l' apertura del giornale La, «no» in arabo). Distribuzione di qualche incarico di rilievo: il poeta Tayyed una volta scarcerato divenne addetto culturale all' ambasciata libica a Roma. Per i Fratelli musulmani si potrebbe immaginare un percorso analogo. Disegnato ormai con una certa esperienza da Saif Al Islam. Primo figlio della seconda moglie del Colonnello, 33 anni, «la spada dell' Islam», come suona il suo nome in arabo, non è nuovo a operazioni a margine della politica ufficiale. Laurea in Architettura, Master a Vienna e poi alla London School of Economics, vacanze in Sardegna, shopping nelle boutique di Roma, una passione per la pittura con numerose personali all' attivo. Poco in comune con il fratello calciatore Saad (ha giocato nel Perugia), o con Hannibal finito sui giornali per aver picchiato la fidanzata. Dei sette figli del Colonnello, Saif ha il perfetto profilo del mediatore con l' Occidente. E più del primogenito Mohammed, ingegnere a capo delle comunicazioni a Tripoli, o della bionda emergente Aisha, avvocato nel collegio di difesa di Saddam, potrebbe essere il vero successore di Muammar alla guida della Jamahiriyah. E' attraverso la sua Fondazione di beneficenza e non per i canali diplomatici tradizionali che Tripoli ha raggiunto un accordo con i familiari delle vittime dell' aereo caduto su Lockerbie (1988). Nonostante l' atteggiamento di Gheddafi padre - che ha a lungo respinto ogni coinvolgimento nell' attentato - Saif sembra abbia condotto un lento negoziato nell' ombra. In questo quadro rientrerebbero numerosi suoi tentativi di mediare (e di ingraziarsi i governi occidentali) in casi internazionali di sequestro. Lo ha fatto per i turisti europei (2 francesi, 3 tedeschi, 2 finlandesi) rapiti dagli estremisti islamici di Abu Sayyat nelle Filippine a maggio 2000. Allora, come ha raccontato un diplomatico di Parigi a Libération, ebbe un ruolo chiave: «Pagò i sequestratori». Risolta la vertenza Lockerbie nel 2003 (con l' ammissione di responsabilità) e revocate le sanzioni alla Libia, il ruolo di Saif non si è esaurito. Il suo nome è legato a ipotesi di negoziati in rapimenti in Iraq. Nel 2004 sembra che i suoi consigli al padre siano stati determinanti per l' annuncio della rinuncia ai piani per produrre armi di distruzione di massa. Un gioco delle parti che appare ormai ben rodato. Gheddafi fa il duro con l' Occidente e con l' opposizione interna, per restare coerente con la Rivoluzione e il libretto verde. Tocca a Saif dichiarare (intervista al New York Times di dicembre): «La democrazia è il futuro, dobbiamo guidare la regione in questa direzione».

 

 


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Duro ritorno alla realtà dopo i fasti americani

Palazzo Chigi è preoccupato perché rischia di riaprirsi un fronte tra gli alleati

 

Il Corriere della Sera

4 marzo 2006

Franco Massimo

 

Il ritorno alla realtà mediterranea è stato immediato e brusco. Le minacce del libico Muhammar Gheddafi contro l' Italia hanno già sgualcito i riconoscimenti ricevuti da Silvio Berlusconi negli Stati Uniti. Ma, soprattutto, sono state accolte con apprensione dal governo perché riaprono un fronte fra Lega e alleati; e, si teme, fra il nostro Paese e il mondo musulmano. L' irritazione per le intimidazioni viene frenata anche per evitare che il muro contro muro alimenti le polemiche dell' ex ministro Calderoli; e che alla fine l' «effetto America» sia cancellato e sostituito da quello, opposto e devastante, dello scontro con l' Islam. La cautela del ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, segnala la delicatezza della posizione italiana. E l' aggressività con la quale Calderoli chiede le scuse a Fini e al resto del governo, che lo hanno fatto dimettere, prelude a giorni tesi per la maggioranza. «Se fossi Fini penserei a quanto ha detto in Parlamento e alla scelta di essere andato in moschea per ingraziarsi Gheddafi», accusa il leghista silurato dopo il caso delle vignette contro Maometto. E non risparmia neppure il premier. «Ha avuto una reazione emotiva. Forse», concede Calderoli, «lo hanno male informato» sulle violenze anti italiane a Bengasi. Non solo. L' ex ministro annuncia un' intervista alla tv araba Al Jazira; e che non esclude di rimettersi la maglietta con le vignette contro il Profeta, «se serve ad aprire un dibattito». Palazzo Chigi trema a queste provocazioni da brivido, favorite dalle parole di Gheddafi sul «ministro italiano fascista, che ha usato un linguaggio razzista...». Fanno temere al centrodestra una ricaduta elettorale negativa, ben più corposa della trionfale tre giorni americana di Berlusconi. Il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, lo ammette perfino con una punta di candore. Gheddafi è leader di un popolo «che rispettiamo e al quale chiediamo rispetto», dice Casini. «Non c' è bisogno che interferisca nella campagna elettorale, anche perché ho il dubbio che non tifi per noi». Ma l' accostamento fra Gheddafi e Romano Prodi, rilanciato in modo polemico da Fini nell' intervista al Corriere, semina perplessità. Fornisce implicitamente argomenti all' Unione, secondo la quale Berlusconi ha sbagliato politica estera sia nel Mediterraneo che in Europa. Ma, soprattutto, non lascia presagire nulla di buono da una Libia che oltre alla «piazza» può usare come arma di pressione sull' Italia il flusso degli immigrati clandestini africani. Prodi replica a Gheddafi che «nessuna forma di violenza è ammissibile». E il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, definisce le sue minacce «inaccettabili e gravissime». Ma l' Unione guarda oltre. Prodi storicizza i rapporti «di odio e amore» fra Italia e Libia. Ricorda che «non ci sono stati passi avanti per chiudere i contenziosi politici degli ultimi dieci anni, e quelli delle imprese». E consiglia una strategia di «mutua collaborazione». Più che di cedevolezza, sembra un segno di realismo, condiviso probabilmente dal governo: peccato che appaia oscurato, quasi intimidito dall' estremismo leghista.


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Trappola nel deserto

Il Corriere della Sera

4 marzo 2006

Gianni Riotta

 

«La storia sembra in superficie solo l' elegante raccolta di notizie sugli avvenimenti politici del passato, dinastie e battaglie, ma per conoscerne il significato profondo occorre ragionare sulla verità: la storia è un ramo della filosofia»: così il grande storico islamico del XIV secolo, Ibn Khaldun, nella Muqaddimah, l' introduzione ai sette volumi della «Storia del mondo», capolavoro che innesta radici musulmane nel mondo globale. Alla luce della saggezza di Ibn Khaldun anche la drammatica crisi Italia-Libia mostra una storia di superficie e una storia di verità, e limitarsi alla prima ci relega all' ignoranza e alla sconfitta. In superficie l' assalto al consolato italiano di Bengasi è espressione della lotta che oppone gli islamisti ai regimi arabi del Nord Africa. Le minacce del colonnello Muammar Gheddafi sono ascrivibili quindi all' eterno cangiare del camaleonte di Tripoli, dal nazionalismo allo pseudosocialismo panarabo del Libro Verde, alla fusione con l' Egitto, al terrorismo, al prezzo di sangue pagato alle vittime di Lockerbie e all' invito ai businessmen di Wall Street, guidati da David Rockefeller, passando per l' incongrua presidenza della Commissione diritti umani all' Onu. In realtà, come confermano le analisi intrecciate di Magdi Allam, Gilles Kepel e Khaled Fouad Allam, la storia scava in una direzione ben più originale, che determinerà a lungo l' equilibrio del Mediterraneo, teatro della guerra al terrorismo. Gheddafi lo sa e usa le sue doti di istrione tattico, trasformando i Fratelli Musulmani in spaventapasseri contro Roma e l' Europa. Non cadiamo nella sua trappola. La scelta dell' amministrazione americana di lanciare la democrazia in Medio Oriente moltiplica le contraddizioni, dalla vittoria di Hamas in Palestina al successo dei Fratelli Musulmani in Egitto. A breve rischi crescenti, strategicamente nuove opportunità. Gheddafi vuota le celle dagli aderenti ai Fratelli, la più antica organizzazione islamista, perché teme la dialettica aperta dalle recenti elezioni. Se, nella superficie contro cui ci metteva in guardia Ibn Khaldun, il braccio terrorista di Hamas e la filosofia fondamentalista dei Fratelli Musulmani creano solo guai, avventurandoci in cerca della verità scopriamo nuove vie. Abu Mussad Zarqawi e Ayman Zawahiri, luogotenente di Osama Bin Laden, condannano con violenza i Fratelli Musulmani e Hamas per aver partecipato «al gioco americano delle elezioni». Tra i fondamentalisti presi, loro malgrado, nella scommessa democratica e lo stato maggiore di Al Qaeda, votato al terrorismo, sarà guerra fino all' ultimo sangue. Gheddafi, camaleonte del deserto, solleva lo spettro del fondamentalismo per prendere l' Occidente, con cui flirtava ieri e potrebbe flirtare ancora domani, tra due fuochi. È bene che nessuno dei nostri leader gli dia corda, è utile che, evitando provocazioni razziste, gli si opponga un fronte unito e deciso. «La civiltà prende tante forme» scriveva nel 1375 Ibn Khaldun, e per questo il colonnello Gheddafi è spaventato e fa il gradasso: sente che la sua idea di civiltà non reggerà al confronto con i primi, acerbi fermenti di democrazia.


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I contenziosi

I danni di guerra? 60 miliardi di lire

 

Il Giornale

4 marzo 2006

 

Chiudere la vicenda coloniale con un indennizzo, ripete Gheddafi. Ma a qua­li cifre allude il leader libico? Si parlava di un gesto simbolico per chiudere la vicenda dei danni di guerra, valutati 60 miliardi di vecchie lire nel 2001. Tutto qui? No, perché e 'è un altro contenzioso aperto: la questione degli ita­liani espulsi, dei loro beni confiscati e dei 627 milioni di dollari di crediti van­tati da imprese italiane. E per sblocca­re la questione Gheddafi si attende che l'Italia, come promesso, costrui­sca una faraonica autostrada in Libia. Costo: 6 miliardi di euro.

 


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L'islamista Antoine Basbous

"E' un leader in difficoltà e vuole rifarsi un'immagine"

 

Il Giornale

4 marzo 2006

Marcello Foa

 

«L'Italia non deve farsi spaventa­re dalle minacce di Gheddafì: il primo a non volere altri incidenti violenti si­mili a quelli di Bengasi è il presidente libico». Non ha esitazioni Antoine Basbous, il direttore dell'Osservatorio dei Paesi arabi di Parigi. Conosce mol­to bene la realtà politica e sociale del Nord Africa e, come dimostra in que­sta intervista telefonica concessa al Giornale, sa decriptare i messaggi del dittatore di Tripoli.

Qual è il vero significato del discor­so televisivo di Gheddafì?

«In diversi Paesi arabi, i regimi utiliz­zano alcuni argomenti come collante dell'unità nazionale. In Arabia Saudi­ta è la difesa della memoria di Maomet­to, in Iran l'antisionismo o l'antiamericanismo, in Libia è la questione colo­niale italiana. Quando Gheddafì vuole ricompattare l'opinione pubblica inter­na chiede pubblicamente risarcimenti per i danni e le ingiustizie subiti nel secolo scorso».

Anche il 17 febbraio i manifestanti se la sono presa con l'Italia, ma non è finita bene...

«Due settimane la manifestazione era stata organizzata dal regime, con il pretesto delle vignette islamiche, ma è sfuggita completamente di mano alle autorità, che non sono riuscite a con­trollare la folla che loro stessi avevano aizzato....»

Un segnale preoccupante per il Colonnello...

«Sì, tanto più che, secondo le mie in­formazioni, i dimostranti non se la so­no presa solo con gli italiani, ma han­no inveito contro Gheddafì e il primo ministro. Le violenze e le devastazioni non hanno riguardato solo la via dove ha sede il vostro consolato, ma anche altri edifici di Bengasi».

Perché Gheddafì ha deciso di parla­re solo giovedì sera?

«Prima ha dovuto reprimere le mani­festazioni ed essere sicuro di aver ri­preso il controllo del terreno: è stato costretto a usare la linea dura. Ora in­vece usa toni concilianti nei confronti dell'opinione pubblica interna, pur mantenendo retoricamente alti i toni contro l'Italia. La liberazione dei 130 detenuti, tra cui 84 membri dei Fratel­li musulmani, va letta in quest'ottica; Gheddafi ha bisogno di rifarsi un'im­magine, di ribadire la propria autore­volezza interna. Il discorso di giovedì sera rientra nella stessa logica».

C'è chi interpreta questa decisione come un cedimento agli integralisti, condivide?

«La liberazione era già stata annun­ciata nell'agosto 2005 dal figlio di Gheddafì, ma poi le resistenze tra il gruppo storico dei rivoluzionari l'ave­vano fatta slittare. Gli 84 esponenti dei Fratelli musulmani erano stati condan­nati verso la fine degli anni Novanta da un tribunale ora disciolto, due di loro addirittura alla pena capitale. I fatti di questi giorni hanno semplicemente riportato d'attualità la decisio­ne di Gheddafì jr. Questa amnistia è strumentale agli interessi del presiden­te libico»

Non sono stati dunque i fondamen­talisti a provocare i disordini di Bengasi...

«No, a quanto ne so non c'è alcun gruppo organizzato dietro la rivolta. Al contrario è stato un moto sponta­neo che il regime non è riuscito a con­trollare. La gente ha visto l'opportuni­tà di esprimere la propria rabbia e il proprio malcontento e non se l'è lascia­ta sfuggire. Ma ora Gheddafi ha biso­gno di ordine e stabilità, non è certo nel suo interesse rischiare altre Benga­si».

Fino a poco tempo fa gli Usa sem­bravano intenzionati a spingere an­che la Libia lungo il cammino demo­cratico. E ora?

«Il processo statunitense alla demo­cratizzazione è destinato a rallentare dappertutto, perché gli ultimi avveni­menti hanno dimostrato che i popoli arabi non sono ancora pronti. In quasi tutti i Paesi manca una vera società civile: tra la cupola delle moschee e quella del Palazzo del dittatore c'è il vuoto. E questo favorisce gli integrali­sti, come abbiamo visto in Palestina e, parzialmente, in Egitto. In Libia quel processo non era nemmeno iniziato, se si considera che a guidare l'opposi­zione è il figlio del Colonnello. Un gioco delle parti che Gheddafì non intende certo rivedere».

Washington interverrà tra Roma e Tripoli?

«Nemmeno gli Usa hanno interesse che la crisi degeneri; non possono far altro che sollecitare il dialogo tra le parti».

 


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Quelle mosse da Volpe del deserto per vincere la sfida con Al Qaida

Gli 007: fa il doppio gioco per contenere l'lslam integralista e rimanere al potere

 

Il Giornale

4 marzo 2006

Gian Marco Chiocci

 

Ma a che gioco gioca la Volpe del deserto? Perché segretamente rassicura gli «amici» occidentali sul suo impegno contro il terrorismo quando poi per le vie ufficiali inco­raggia la rivolta organizzata da Al Qaida in tandem con imam estremi­sti e col partito dei Fratelli musulma­ni? La risposta è semplice e cervello­tica al contempo. Ad armare l'enne­simo exploit del leader libico Muammar Gheddafi vi sarebbe una sola, raffinatissima, strategia politica: quella tesa a individuare, scoprire, stanare, gli oppositori interni al regi­me legati al network qaedista di Al Zarqawi. La partita è tutta qui. C'en­trano poco le minacce a Roma, la stucchevole litania delle richieste d'indennizzo per i danni di guerra, la rabbia per la maglietta del mini­stro Calderoli. Stando a una fitta cor­rispondenza d'intelligence, il Colon­nello avrebbe dato prima ordine di alimentare la protesta chiudendo un occhio su ciò che più Servizi euro­pei gli avevano dettagliatamente preannunciato, dopodiché ha messo in atto una prova di forza sfociata in un bagno di sangue davanti il nostro consolato a Bengasi. Si dirà: a Gheddafi però la situazione è sfuggita di mano tanto che è poi stato costretto a silurare il ministro dell'Interno. Non è così, stando alle analisi degli 007. Il leader libico, infatti, con una difesa armata sproporzionata all'offesa urlata, da un lato ha ribadito che per parecchio tempo ancora con lui bisognerà fare i conti, e dall'altro se l'è presa con il responsabile del­l'ordine pubblico solo perché - con­travvenendo a precise disposizioni - dopo i morti non è stato in grado di sedare la rivolta arrestando i promo­tori della stessa. Per nascondere ciò che sta diventando un problema in­terno molto serio (il dilagare del pen­siero integralista) da consumato ba­ro qual è, Gheddafì ha pescato dal mazzo la solita carta della contrap­posizione esterna (il passato colonia­le) cercando di contenere i rigurgiti più radicali. E in questa direzione va interpretata la decisione di scarcera­re una novantina di appartenenti al gruppo dei Fratelli musulmani, rappresentanza politica dell'Islam più integralista, nonostante questa sigla fosse stata ripetutamente definita «di matrice terroristica», e quindi sgradita al governo, dal papa della rivoluzione verde.

Se un tempo il leader libico aveva il controllo pressoché totale del terri­torio, oggi non sa come stroncare le velleità estremiste nella Cirenaica, specialmente nella città di Berna, do­ve si sarebbero sedimentate quelle cellule attive che hanno forgiato fra i 600 e i 700 jihadisti spediti a combat tere in Irak. Sempre da qui si sareb­bero mossi gli ideatori della marcia su Bengasi collegati al gruppo d'op­posizione al regime denominato «Nf-sl» (National Front for the salvation of lìbya). E in questo fazzoletto di sabbia da almeno due anni gli emis-sari di Al Zarqawi avrebbero pianta­to le tende alla ricerca di terreno fer­tile per sconfessare l'operazione di maquillage (indennizzo per gli atten­tati agli aerei a Lockerbie e in Niger, porte aperte all'Agenzia atomica in­ternazionale, oltre 200 terroristi in galera) a cui si è pubblicamente sot­toposto il Colonnello dopo l'11 set­tembre.

Bastano, allora, due vignette e un assalto al consolato del Paese fra i maggiori partner commerciali della Libia a far cambiare idea a quella vecchia volpe di Gheddafi? No che non bastano. La realtà, dunque, è che il Colonnello ha paura. Paura di perdere il potere e di perdere la fac­cia dopo aver garantito all'Occiden­te una lotta durissima al terrorismo. Quel poco di movimentismo armato che fino a pochi anni fa ancora resi­steva nel «Gmil» (Gruppo militante islamico libico), nei partigiani di Dio seguaci di «Ansar Allah», nel «Movi­mento dei martiri islamici» e nelle «kata'ib» armate, col tempo si è ri­formato e sotto traccia si è dato una nuova, comune, identità. Che ha la faccia pulita dei Fratelli musulmani e l'interfaccia occulto dei luogote­nenti di Osama in Libia.

 


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La Libia del colonnello

Gheddafi muta l'arma di ricatto. Prima usava i clandestini, ora minaccia

 

Il Foglio

4 marzo 2006

 

Le reazioni di governo e opposi­zione alle minacce di Gheddafi sono state diplomatiche, ma né Gianfranco Fini né Piero Passino nascondono l'irritazione. Per il mi­nistro degli Esteri si è trattato "più di un co­mizio che di una presa di posizione interna­zionale", che "non deve impressionare". Il segretario dei Ds si è augurato che le mi­nacce siano solo "estemporanee e occasio­nali". "Le relazioni tra Italia e Libia sono forti e complesse e devono essere basate su rispetto e cooperazione - riconosce il leader dell'Unione Romano Prodi - Sono rapporti improntati su odio e amore". Il governo con­tinua a interpretare gli ultimi avvenimenti - anche l'assalto al consolato di Bengasi del 17 febbraio - quali sintomi di una crisi interna (la scarcerazione dei Fratelli musulmani e la quasi legalizzazione dell'organizzazione confermano questa versione) ma soprattutto delle pretese insaziabili di Gheddafi che, a seconda delle contingenze, batte cassa a Roma per presunti "debiti" del colonia­lismo. E' come con l'obelisco di Axum: fu restituito con mil­le scuse anche se non era bottino di guerra, ma un omag­gio solenne del clero cristiano in Libia al­la città di Roma.

Nel discorso della Sirte, Gheddafi è stato chiaro: "Se l'I­talia vuole che le sue compagnie, le ambasciate e i cittadini residenti in Libia vivano in pace, deve pagare il prezzo". È un ricatto esplicito, da estorsore, che scuo­te otto anni di impegno bipartisan dei go­verni di Ulivo e Cdl per normalizzare le re­lazioni. Il primo schiaffo in faccia risale al 1970: Gheddafi espulse 20 mila italiani dal la Libia e sequestrò beni e aziende senza indennizzo. Si aprì un contenzioso (tenuto in sordina da Roma), che non impedì alla Lafico libica di entrare, nel dicembre 1976, nei capitale sociale della Fiat. Nel sistema di relazioni oggi pesano le corpose forniture energetiche: l'Italia ha importato nel 2004 mezzo miliardo di metri cubi di gas dalla Libia, pari allo 0,8 per cento delle nostre importazioni, tramite il gasdotto Greenstream che arriva in Italia da Gela. Le nostre im­prese laggiù sono circa 50, soprattutto nel settore petrolifero, con l'Eni, presente sin dal 1959, più importante operatore estero. Nel 1986 la Libia aprì una crisi interna­zionale per le acque del Golfo della Sirte - che furono abusivamente dichiarate "terri­toriali" - chiusa dai bombardamenti ameri­cani su Tripoli. Fu colpito anche il palazzo di Gheddafi (pare sia stata uccisa una figlia), che si vendicò lanciando un missile Scud contro Lampedusa. Un gesto simbolico, sen­za conseguenze militari, ma di gravissima portata (soprattutto perché a opera di un so­cio Fiat). Tuttavia, come ricorda il ministro delle Attività produttive, Claudio Scajola, "i contratti con Tripoli sono stati rispettati an­che nei momenti di maggiore difficoltà". Nel settembre di quello stesso anno la Lafico li­bica uscì dal capitale dell'industria torinese con una generosa buonuscita di tre miliardi di dollari per una quota che dieci anni pri­ma aveva pagato soltanto 400 milioni.

Fino al 1998, le relazioni politiche italo-libiche sono rimaste congelate per l'embargo dell'Onu contro Tripoli dopo gli attentati li­bici a un aereo della Fan Am a Lockerbie e a quello della francese Uta in Nigeria. Quando il governo libico ammise le sue re­sponsabilità e prima che l'embargo fosse re­vocato nel 2003 su richiesta dell'Italia, l'al-lora ministro degli Esteri Lamberto Dini e poi Prodi - come presidente della Commis­sione dell'Ile - incontrarono Gheddafi per ricucire i rapporti. Fu Massimo D'Alema, nel 1999, il primo capo di governo a incon­trare il colonnello a Tripoli. Ma soltanto con i quattro viaggi di Silvio Berlusconi, tra il 2002 e il 2005, le piene relazioni tra i due paesi sono state ristabilite. L'Italia ha gioca­to un ruolo chiave - riconosciuto anche dal presidente degli Stati Uniti, George W. Bush - nella rinuncia definitiva dei libici alle ar­mi di distruzione di massa nel febbraio 2002.

Resta sempre aperto però un contenzioso reciproco. Gheddafi vuole enormi risarci­menti per il periodo coloniale, in forma di fi­nanziamenti per infrastrutture e ospedali (tra le altre cose, il "regalo" di un'autostra­da costiera di 1.600 chilometri del costo di 3,6 miliardi di dollari), in parte già ottenuti. L'Italia chiede il risarcimento dei beni degli italiani espulsi nel 1970, per un miliardo di euro. Fino a ieri Gheddafi, nei momenti di crisi, lasciava partire carrette colme di im­migrati verso Lampedusa, nonostante i 15 milioni di euro promessi dal Viminale. Oggi, dopo che lo scorso 7 ottobre è stato ripristi­nato il "giorno della vendetta contro l'Ita­lia", torna a minacciare la vita degli italiani.


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Il Mabul

 

La Stampa

4 marzo 2006

Igor Man

 

Colonnello, lei dice di amare il popolo italiano, auspica un «rapporto corretto » con l'Italia, l'interscambio Roma-Tripoli è di reciproca soddisfazione, gli italiani che vivono in Libia non hanno di che lamentarsi tuttavia lei ha instituito il «Giorno della Vendetta ». Ogni anno rievoca le nefandezze dell'Italia colonialista così istillando odio nella sua gente. Non sarebbe ora di seppellire vecchie memorie orribili e lavorare, anche lei, con noi, perché il Mediterraneo torni ad essere mare di scambi, di pace? Questo pressappoco dissi al colonnello Gheddafi intervistandolo nel venticinquesimo anniversario del golpe bianco che detronizzò re Idriss portando al potere i Liberi Ufficiali capitanati, nel fatale settembre del 1969, dal giovanissimo tenente Gheddafi. Sfoderando una perfetto sorriso islamico (a metà fra l'imbarazzo e la collera repressa), il Colonnello grosso modo mi disse quanto segue. E con chi vuole che me la prenda? Siete stati voi italiani a colonizzarci, a impiccare i nostri eroi, a fare del deserto un deposito di mine che continuano ad ammazzare libici innocenti, siete stati voi a esiliare alle Tremiti i nostri patrioti lasciandoli morire di stenti e tormenti in quelle isole. Con chi dovremmo avercela, ha da darmi qualche suggerimento?

Dopo la fine dell'embargo, lungo e duro, compensate le famiglie delle vittime dell'attentato di Lockerbie, il colonnello Gheddafi e il suo bellissimo paese sono stati riammessi nel salotto buono dell'Occidente, e tutto ma proprio tutto lasciava pensare che finalmente, messo in cantina il «Giorno della Vendetta» Italia e Jamahiria libica avrebbero «sanato il contenzioso», come usa dire. Ed era ripreso il bazar sulle «riparazioni» italiane, ipotizzando la costruzione da parte nostra di un bell'ospedale e via così. Recentemente grazie agli incontri nella tenda (finta) di

Gheddafi col nostro premier e il ministro Pisanu il Colonnello ci ha promesso la massima assistenza nel frenare l'immigrazione clandestina in Italia degli africani disperati studiando per loro «sbocchi umanitari». L'assalto al nostro Consolato

di Bengasi ci ha mostrato un Colonnello che pur di evitar disastri peggiori ordina alla sua polizia di sparare contro «i facinorosi». Undici di costoro vengono uccisi, il Colonnello licenzia il suo ministro dell'Interno, i libici ci spiegano che le vignette blasfeme lasciate intravedere da un nostro (incauto) ministro, per altro costretto

alle dimissioni, sono all'origine del fattaccio, si riprende il discorso degli indennizzi».

Sennonché. Sennonché il Beduino dalle sette vite e dalle settecento divise, spariglia. Improvvisamente, incredibilmente spariglia. Dopo accurata inchiesta

il Colonnello afferma che la protesta popolare non nasce dall'offesa inferta dalle

vignette blasfeme («i libici non sanno nemmeno dove stia la Danimarca», ipse dixit Al Qaid, la Guida) bensì va in fatto inquadrata nella (riesumata) Giornata della Vendetta.

Siamo da capo a tredici, come dicono a Roma? Il Colonnello ha ripreso a praticare il suo sport preferito: quello di cambiare idea da un momento all'altro? Ventinove anni dopo il suo golpe incruento ci tocca constatare inopinatamente come la sigla di Gheddafi, quella più problematica, sia il «mabul», cioè il matto, «con tutta

l'espressione - compresa quella sacrale - che la parola mabul comporta?». Troppo facile. Temiamo che lo spariglio di Gheddafi abbia questa volta motivazioni diverse. E pericolose. Vediamo. Pur consapevole d'essere un gigante economico ma un nano politico, durante il suo erratico regno, Al Qaid ha cercato «l'unione», con questo e quell'altro paese arabo. Dall'Egitto di Sadat («Gheddafi è il diavolo», ipse dixit, il raiss a Michele Lubrano del TG1 e al sottoscritto) alla Tunisia. Deluso dalla «incomprensione» dei cosiddetti fratelli arabi, Gheddafi si è dedicato a far loro le bucce; quando ha potuto si è messo sempre di traverso. Per rifarsi ha voltato le spalle al mondo arabo in generale, alla causa palestinese in particolare (suggerì fra l'altro ad Arafat di «uscire con onore»: suicidandosi), volgendosi verso la Grande Madre, cioè l'Africa. Ma, ahimè, la Grande Madre s'è rivelata

una perfida matrigna e il nostro Colonnello ha smesso di agitarsi dedicandosi alla lettura (scoprii che un suo libro de chevet è «Mitridate, l'arte di sopravvivere», o qualcosa del genere), alla preghiera.

Intendiamoci: l'uomo è bizzarro, imprevedibile ma niente affatto stupidino. Fiuta con largo anticipo il vento che sta arrivando e spesso grida al pericolo ma rischia, ogni volta, di far la fine di quel Pierino di «al lupo, al lupo». Alla vigilia del nuovo secolo, Gheddafi stupì amici e nemici denunciando il fanatismo di Osama bin Laden, e con lo Sceicco della Morte la pratica («anticoranica» la definì) del terrorismo suicida. La vulgata vuole che vedendo alla tv lo stupro delle Torri Gemelle abbia detto: «Siamo solo al principio», mentre quando fu chiaro che Bush avrebbe invaso l'Iraq il Colonnello disse: «Pazzi, sono tutti pazzi: non avremo più pace».

La guerra civile (per ora) strisciante in Iraq ha visto Gheddafi chiudere in un cassetto le mani (armate) dei fanatici religiosi d'ogni risma, in primo luogo i seguaci di Al-Jamaa al-Islamiya al-Libya, un gruppo movimento clandestino creato nel 1979 ad imitazione dei Fratelli Musulmani e dei mostazafin di Khomeini. Va ricordato ancora una volta che Gheddafi ha sempre combattuto l'integralismo, impiccando persino i simpatizzanti dell'islam radicale. E va detto che gli ortodossi gli contestano di aver stravolto il calendario maomettano quando in verità non senza audacia Gheddafi ha messo in un canto la Sunna (la tradizione) e perfino gli Hadith (i dotti del Profeta) rifacendosi unicamente al Corano.

Nelle ultime settimane l'affermarsi sulla scena irachena degli sciiti ha visto, a modo di contrappunto, una sorta di risveglio della Sch'ia un po' dappertutto

nel mondo islamico - immensa galassia turbolenta. Il fatto nuovo è il saldarsi di

frange estremiste dell'islam sunnita, e dunque tradizionale, con gli «eretici», gli sciiti. Fenomeno nuovo, in divenire: estremamente inquietante che, fra l'altro, spiegherebbe il trionfo elettorale di Hamas a Gaza, e la performance dei Fratelli Musulmani in Egitto sulla scia del successo in Giordania. Ebbene, tutto ciò insieme

al delinearsi di un asse antioccidentale con in testa l'Iran (massicciamente sciita al pari dell'Iraq), foriero del sognato riscatto dell'islam nel segno d'un nuovo Califfato, nuovo anche perché atomico, codesto scenario potrebbe aver risvegliato nel nostro Colonnello vecchie ambizioni. A Gheddafi piace giuocar d'azzardo sul

tavolo verde della grande politica internazionale. Ha battuto più volte l'austera fronte sulla pietra della realtà geopolitica mondiale ma in fondo al suo cuore mai si è spento il sogno di una ciclopica Jamahiria islamica soccorsa se non addirittura

guidata da lui, Mohammar Gheddafi, al Qaid: la Guida, giustappunto.

 


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La dinastia l'erede al trono propone una linea più moderata

Dietro alla svolta del colonnello Saif la colomba, figlio e delfino

«Non è vero che i libici ci odiano»

 

La Stampa

4 marzo 2006

Ibrahim Refat

 

Muammar Gheddafi è calato in queste ore nel ruolo che gli è più congeniale: il demiurgo. Tutto infatti lascia presupporre che il colonnello starebbe tentando di strumentalizzare il crescente malcontento interno presentandosi nella vesta del Qaed (la guida suprema) della Libia alle prese con un nemico esterno inventato. La crisi con l'Italia ha offerto al capo della rivoluzione libica una succulenta occasione per confermare contemporaneamente il suo ruolo di difensore dei diritti degli arabi, degli africani e dei musulmani oppressi dal colonialismo. Uno stereotipo abbondantemente ribadito ieri dalla tv tripolina.

Per presentarsi in questa veste Gheddafi ha scelto il 29simo anniversario della consegna del potere al popolo nella Jamhiriya (la repubblica araba libica) dove da ben 37 anni sono banditi tutti i partiti politici e il dissenso. Duplice l'operazione compiuta giovedì dal leader con il quale però le frange rivoluzionarie arabe hanno rotto da quando ha acconsentito lo smantellamento del suo arsenale nucleare in cambio della sopravvivenza del regime e della sua riabilitazione da parte dell'Occidente. Prima dell'arringa serale contro l'occupazione italiana ha cercato di riconciliarsi con lo zoccolo duro dell'opposizione aprendo le porte della prigione di Abu Selim a Tripoli ad una folto gruppo di detenuti della Fratellanza musulmana, la formazione più pericolosa per il suo regime populista e laico. Ha pure liberato una cinquantina di dissidenti e attivisti per i diritti umani incarcerati anch'essi per le loro opinioni. Tra cui il noto il giornalista Abdel Razzaq Manusori, condannato

a 18 anni. Ma la porta della prigione non è stata spalancata per altri dissidenti colpevoli di aver denunciato la corruzione dilagante e la repressione.

In realtà anche il figlio e delfino di Gheddafi, Saif al-Islam, che si erge a paladino dei diritti civili e delle libertà in Libia e per questo motivo ha fondato un'associazione umanitaria la «Gheddafi Development Foundation», aveva sempre ammesso che gli islamici detenuti sono dei «prigionieri politici». La decisione del loro rilascio era comunque nell'aria da quando due anni fa fu abolito il Tribunale del popolo che li aveva condannati. Ma il portavoce della Fratellanza musulmana libica all'estero, Mohammed Salem, ha subito collegato questa mossa ai disordini di Bengasi il 17 febbraio scorso.

La città era stata teatro di violenza e saccheggi per ben tre giorni. Secondo i testimoni oculari la rabbia dei manifestanti, che il colonnello sostiene protestavano per i mancanti indennizzi italiani e non per le vignette sul profeta, avevano distrutto e incenerito diversi edifici governativi, e saccheggiato esercizi commerciali.

Fra gli arrestati per i disordini figurano anche egiziani, e siriani. Questi fanno parte delle schiere di immigrati arabi e africani che competono con la popolazione

locale per un posto di lavoro in un mercato affollato, creando malcontento.

Data la sua vicinanza all'Egitto e per sua lontananza dal controllo del potere centrale di Tripoli, Bengasi è divenuta permeabile dell'integralismo. Negli anni ‘90 la Fratellanza musulmana vi ha messo stabilmente piede, insieme alla Jamaa islamiya, contro la quale è stato più volte impiegato l'esercito. Per i più miti Fratelli musulmani si è fatto ricorso al carcere.

Gheddafi pare voglia rappacificarsi con questa formazione ormai in crescita in tutto il mondo arabo, dall'Egitto alla Palestina. Nessuna volontà però di condividere il potere con loro. Dicono che il suo «delfino» e consigliere Saif al-Islam sia propenso a intavolare un dialogo con i fondamentalisti. Secondo l'analista egiziano Mohammed Abdel Salam, il figlio del colonnello sarebbe dietro tutte le scelte moderate adottate finora dal regime. Dalla soluzione della crisi di Lockerbie all'arsenale nucleare libico fino al compromesso sul caso delle infermiere bulgare sarebbemerito suo. A questo punto c'è soltanto di augurare un rapido passaggio dei poteri a Tripoli.


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«Non è vero che i libici ci odiano»

 

La Stampa

4 marzo 2006

Anna Zafesova

 

«Non è credibile che sia il popolo libico a nutrire sentimenti di vendetta contro gli italiani di oggi per le “colpe” dell'Italia di un secolo fa», dice Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati Libia (Airl). «Siamo - prosegue - increduli e sgomenti, sembra dì essere tornati indietro al 1970 quando Gheddafi, dopo le iniziali rassicurazioni dell'anno precedente, con un veemente discorso anticipò i provvedimenti poi presi contro la collettività italiana: la confisca di tutti i beni, e in seguito l'espulsione accompagnata da vessazioni di ogni genere. I libici che ci aiutarono allora in ogni modo offrendoci ospitalità, cibo e denaro, sono rimasti in contatto con noi per tutti questi anni e ci hanno accolto fraternamente l'anno passato sia a livello di popolazione che di autorità».


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Il barbaro

Il Manifesto

4 marzo 2006

Maurizio Matteuzzi

 

Fino a qualche anno fa era «the mad dog». E anche chi non lo apprezzava lo considerava un cane pazzo (da abbattere), sorrideva del suo Libro verde, della «terza via» (che non era quella di Tony Blair), della «democrazia diretta» e della Jamahiriya, «il potere delle masse». Poi, col tempo, il cane pazzo di Tripoli fu riammesso nel salotto buono. Sia perché la Libia galleggia sul petrolio sia perché qualunque persona non assatanata (tipo un Magdi Allam) capiva benissimo che lui era una delle poche barriere islamiche contro la marea montante del fondamentalismo isla­mico. Gheddafi considerava Osama bin Laden e i talebani un nemico quando ancora i Bush facevano affari, economici e politici, con lo sceicco saudita e gli studenti di teologia afghani.

Il discorso del leader libico, giovedì a Sirte, ha scatenato le prevedibili rea­zioni in Italia. Un coro quasi unanime che respinge, condanna, esecra (il quasi è riferito a D'Alema che almeno ha detto anche qualcos'altro e al mini­stro Pisanu che ha la patata bollente degli immigrati clandestini in parten­za dalla costa libica da maneggiare).

In realtà Gheddafi non ha detto niente di straordinario, anche se lo ha detto con parole forti.

Ma Gheddafi a Sirte ha detto anche altro, che va oltre la nostra parrocchietta elettorale. Qualcosa di interes­sante, che entra a piedi uniti nel pro­blema-dibattito, particolarmente lace­rante dopo l'11 settembre ma presen­te da molto prima anche se in forme meno esasperate e sofferte, della de­mocrazia. Specie in questi tempi di democrazia d'esportazione manu mi­litari. Una democrazia che si è ridotta ormai quasi esclusivamente a demo­crazia elettorale: le elezioni sinonimo e panacea di tutti i mali. Non come ultimo anello di un processo di ri­strutturazione sociale, politica, econo­mica, ma come il primo e sovente il solo. Do you remember Iraq and Pale­stine?

Volete portarci la vostra democrazia-solo-elettorale, signori dell'Occi­dente? Allora, dice Gheddafi, prepara­tevi. Perché se le elezioni saranno libe­re, il Pakistan sarà governato dai se­guaci di Bin Laden e non dal vassallo Musharraf, il mullah Ornar diventerà presidente dell'Afghanistan al posto del burattino Karzai, in Iran (dove ha già vinto Ahmadinejad) se uscisse dalla tomba Khomeiny rivincerebbe a man bassa, gli hezbollah di Nasrallah vinceranno in Libano, i Fratelli mu­sulmani in Egitto spazzeranno via il presidente a vita Mubarak, l'Indone­sia, lo Yemen... Nella Palestina (occu­pata da Israele) hanno fatto le elezioni (libere) e ha vinto Hamas «che per lo­ro (cioè per noi) è un'organizzazione terrorista». Che farà l'Occidente (cioè noi) se milioni di persone, in libere elezioni, «vogliono Bin Laden o al Zarqawi o anche Fidel Castro?». Li bombardiamo tutti finché non impa­rano come (e chi) si vota? L'Occidente (cioè noi) non vuole «vere elezioni li­bere» ma solo «servire i propri inte­ressi», conclude Gheddafi. Parole di un pazzo che parla nel deserto? Que­sto tipo di democrazia è in crisi pro­fonda, non solo ma soprattutto al di fuori dell'Occidente. La «terza via» e il «potere delle masse» di Gheddafi for­se non vanno bene. La «democrazia partecipativa» al posto di quella rap­presentativa del venezuelano Chavez forse non va bene, la «democrazia so­cialista» di Fidel forse non va bene.

Se non vorrà alimentare la micidia­le panzana di fare del cruento scontro politico in atto con il mondo arabo-islamico uno scontro di civiltà, è su questo che si deve riflettere e dovrà ri­flettere anche il prossimo governo ita­liano, sperabilmente di centro-sini­stra, presumibilmente senza più un Fini e probabilmente con D'Alema al ministero degli esteri (a meno che le liste di proscrizione dell'ambasciatore israeliano Gol, del Corriere della sera e dei portavoce della comunità ebraica italiana non riescano nell'intento di mettere alla Farnesina qualcuno più docile). E, con buona pace degli assatanati lo dobbiamo (anche) al barbaro Gheddafi.

 


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Italia-Libia

La campagna di Fini

 

Il Manifesto

4 marzo 2006

Angelo Del Boca

 

Chi di campagna elettorale feri­sce... Verrebbe voglia di dire subito, Perché? Perché il governo italiano nove giorni fa, per bocca del ministro degli esteri Fini, rispondendo in parlamen­to sui fatti di Bengasi provocati dalla «magliet­ta nera» del ministro leghista Calderoli, aveva ribadito che rispetto alla Libia da quel momen­to in poi il governo avrebbe dato «priorità as­soluta alla necessità di chiudere definitivamen­te il capitolo storico del passato coloniale». Ora Gheddafi riapre pesantemente quel capitolo mai chiuso e il suo intervento precipita dentro la campagna elettorale italiana. Insomma, non bastano le promesse, tanto più in campagna elettorale.

Gheddafi manda a dire, non che la provocazione del ministro italiano non ha avuto peso, ma che senza gli undici «martiri» di Bengasi avrebbe avuto conseguenze ben peggiori, per­ché è stata benzina su un fuoco già acceso: il rancore profondo della popolazione libica, e della Cirenaica in particolare, contro gli italiani e le loro mai risarcite responsabilità nei crimini della guerra coloniale.

Si tratta di un problema che è sul tavolo fra Tripoli e Roma da almeno 45 anni. Mostra a dir poco ignoranza chi, come Magdi Allam, di­chiara che si tratta di dichiarazione del leader libico «ad uso interno» perché ormai «è un bu­rattino nelle mani dei fondamentalisti». Al contrario è una rivendicazione che fa parte del-la storia recente della Libia e per quel che ri­guarda i fondamentalisti libici, Gheddafì ha si­curamente problemi, ma ha liberato 80 mem­bri dei Fratelli musulmani anche perché questi sono ormai pienamente rappresentati nelle istituzioni di altri paesi mediorientali, come l'Egitto. Intanto continua a tenere in prigione più di 400 integralisti che nel 1990 furono pro­tagonisti di una rivolta proprio a Bengasi» La storia delle rivendicazioni di Tripoli è la storia delle promesse italiane non mantenute. Già nel 1956 l'Italia si accordò con re Idris per chiudere la questione coloniale, ma fu una conclusione molto gretta e meschina, la som­ma pattuita era modestissima e oltretutto era compresa la costruzione di un ospedale, in realtà mai stato costruito. Poi nel 1969 arriva Gheddafi a cambiare radicalmente l'atmosfera e il primo provvedimento che attua è la richie­sta agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna di ab­bandonare le basi aeree che avevano in territo­rio libico, cosa che avvenne nel giro di pochi mesi (tra l'altro la base area di Wilus Field era la più importante base aerea di tutto il Medi­terraneo). Logicamente sarebbe poi toccato all'Italia, presente però ancora con una colonia di 20mila persone, cacciate via in maniera piuttosto brutale. Ma è bene ricordare che la responsabilità dell'espulsione improvvisa e senza risarcimenti non era solo di Gheddafi, perché in realtà c'era un accordo pronto con l'allora ministro degli esteri italiano Moro, che stava per arrivare a Tripoli per incontrare su questo proprio Gheddafi. Il viaggio saltò all'ul­timo minuto per l'ennesima crisi di governo. Siamo all'inizio degli anni Settanta e Moro pre­ferì i palazzi romani sottovalutando il colon­nello africano.

Da allora Gheddafi ha continuato sistemati­camente a rivolgere all'Italia due richieste fon­damentali. Primo, il risarcimento dell'occupa­zione militare italiana e dei danni di guerra. Se­condo, l'operazione di bonifica di tutti i campi minati nella Cirenaica. Nessuna delle due è sta­ta benché minimamente esaudita. Ancora nel 1984 Andreotti andava in Libia a promettere un ospedale. E poi siamo arrivati ai viaggi di Berlusconi pronto a chiudere la partita offren­do anche lui un ospedale e 63milioni di euro. Ma, con sorpresa di Berlusconi, Gheddafi ha ri­sposto di no, chiedendo invece la famosa lito­ranea che va dal confine della Tunisia al confi­ne dell'Egitto. Anche di questo da allora non se n'è più parlato. Comunque, in cambio, abbia­mo chiesto alla Libia di fare il lavoro sporco di allestire campì di raccolta - negli stessi luoghi dove il nostro esercito coloniale prima e fasci­sta poi aveva allestito campi di concentramen­to - per fermare la disperazione degli immigra­ti africani. Una collaborazione che il governo italiano definisce «fruttuosa», ma che in realtà non ha modificato il dramma dell'immigrazio­ne di fronte alla miseria dell'Africa.

E siamo a ieri con Fini che rassicura che le parole di Gheddafi sono solo «un comizio». La verità è che quella del governo italiano che par­la per bocca di Fini è sempre una preoccupa­zione elettorale che punta a scaricare su Tripo­li le proprie incapacità. Forse è meglio che Ber­lusconi e Fini riflettano sulle parole di Ghedda­fi che dice: «Vogliamo impedire un ripetersi del colonialismo in futuro, perché nessuno sa come l'Italia sarà nei prossimi 50,100 anni...». Più esplicito di così. Vuoi dire nei prossimi an­ni. Non deve essergli molto gradita la presenza nelle liste elettorali del centrodestra al potere in Italia di xenofobi, postfascisti e tanti neofa­scisti che fanno vanto del passato neocoloniale d'Africa e si guardano bene dal pensare a una riparazione che cominci almeno, come fece il presidente Scalfaro per l'Etiopia, a riconoscere che «furono anni di sangue, noi chiediamo scusa».

 


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Ma «l'Italia oggi ci è amica»

Il colonnello telefona a Berlusconi e Prodi. Perché liberati i 130 detenuti

 

Il Manifesto

4 marzo 2006

Maurizio Matteuzzi

 

Ieri l'agenzia libica Jana ha diffuso il testo del discorso che il leader Muammar Gheddafi ha pronunciato giovedì a Sirte, in occasione dei 29 anni della fondazione della Jamahiriya, «il potere del popolo», e che tanto scalpore ha provocato in Italia. Gheddafi, oltre al troglodita Calderoli, ha attaccato du­ramente l'Italia per i suoi misfatti colo­niali in Libia e per il suo rifiuto ostina­to (finora) di risarcire e scusarsi con il popolo libico. Ma è anche stato attento a precisare che quel!' «odio» antico e giustificato si riferisce all'Italia di Mus­solini e del maresciallo Graziani e non «all'Italia di oggi, di Berlusconi o di Prodi, nostri amici», «un paese amico e non colonialista».

La «minaccia» che ha fatto tanto inalberare il mondo politico italiano, a destra come anche (quasi unanime­mente) a sinistra, sta nella frase «per­ché non si ripeta la catastrofe del con­solato italiano, che è avvenuta a causa del mancato risarcimento per il crimi­ne dell'occupazione della Libia nel 1911», l'Italia «deve pagare il prezzo della sua occupazione» e di «crimini che non sono stati indennizzati». Per la «catastrofe» dell'attacco al consola­to italiano di Bengasi del 17 febbraio, probabilmente sfuggito di mano alla polizia che uccise 11 o 15 manifestanti (poi definiti «martiri»), Gheddafì ha espresso il suo «rammarico» telefo­nando a Berlusconi in quanto governo e a Prodi in quanto «capo dell'opposi­zione».

A Bengasi il consolato italiano ha riaperto i battenti ma e senza il suo ti­tolare, in quanto il console Giovanni Pirrello, che è in Italia per un lutto fa­miliare, non rientrerà subito in Libia in attesa che la Farnesina valuti la situa­zione anche alla luce della «minaccia» di Gheddafi («non escludo nuovi attac­chi all'Italia»). Ma la situazione in Li­bia, rispetto alle altre sedi diplomati­che e all'ambasciata di Tripoli, appare tranquilla. Sembra evidente che al di là del can-can dei partiti politici (specie Calderoli) e giornalistici (il solito Magdi Allam sul Corriere della Sera), la tendenza dei governi di Tripoli e Roma sia di abbassare i toni.

Sulla nostra sponda del Mediterra­neo ci si interroga sul significato della liberazione di 130 prigionieri politici, fra cui 83 Fratelli musulmani, l'orga­nizzazione integralista di origine egiziana che proprio a Bengasi, una deci­na d'anni fa, aveva messo radici.

Per alcuni, specie in Italia, quella li­berazione rappresenta il segnale di estrema debolezza del regime che ha dovuto cedere di fronte agli integralisti (come Mubarak in Egitto rispetto ai Fratelli musulmani), divenendone ostaggio. Per i libici si tratta ovviamen­te di un segnale di forza del regime, che non ha niente da temere e vuole smentire le interpretazione della rivol­ta di Bengasi come di un tentativo «di destabilizzazione di Gheddafì» (queste furono le parole usate dal ministro Fini in parlamento che provocarono una dura replica da parte libica). A riprova, fonti libiche ricordano che anche se l'annuncio della liberazione dei 130 è stato concomitante al discorso di Gheddafì a Sirte, il leader li aveva già ricevuti qualche settimana fa insieme alle loro famiglie. Le stesse fonti rileva­no che non c'era più ragione di tenere in carcere gente che, sia pur dichiara­tamente fondamentalista non è terro­rista (anche se fra loro ce n'era uno condannato a morte e altri all'ergasto­lo). I «terroristi» veri rimangono in carcere: come i 480 membri del «Grup­po islamico di combattimento».


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Libia-Iran-Hamas

Quei tamburi di guerra e il ruolo di Europa e Stati Uniti

 

Il Messaggero

4 marzo 2006

Marcella Emiliani

 

Nello stesso giorno sono echeggiati contem­poraneamente tre tamburi di guerra. Dalla Libia l'ineffabile colonnello Gheddafi è tornato a pretendere l'indennizzo storico per i danni coloniali inflitti dall'Italia alla Libia, mettendo in un unico calderone vignette sa-taniche, magliette luciferine e - testuale, come da comizio di giovedì sera - «un ministro italiano fasci­sta che ha usato un linguag­gio razzista, da crociato, co­lonialista e retrogrado». Da Mosca, dove era appena at­terrato, il responsabile poli­tico di Hamas, KhaledMe-shal, ha ritualmente tuona­to che il suo partito non intende riconoscere lo Stato di Israele. Ugualmente te­tragono, l'Iran di Ahmadinejad ha ripetuto che continuerà imperterrito nel suo programma di arricchimen­to dell'uranio, dopo il falli­mento dell'incontro a Vien­na tra una delegazione ira­niana e la troika europea formata da Gran Bretagna, Francia e Germania, corsa in Austria a tentare una via negoziale prima che si riuni­scano lunedì prossimo i go­vernatori dell'Agenzia inter­nazionale per l'energia ato­mica (Aiea) e decidano di deferire Teheran al Consi­glio di sicurezza dell'Onu. Il tutto mentre George Bush arrivava in Pakistan dopo aver siglato un accordo "sto­rico" con l'India in base al quale gli Usa forniranno tecnologie nucleari civili alla più grande democrazia del mondo. Siamo davvero sull' orlo di un'offensiva senza precedenti di leader cana­glia, partiti canaglia, regimi canaglia? Che un'offensiva sia in atto è indubbio e an­che se, come cercheremo di dimostrare, le minacce che arrivano da Libia, Autonomia nazionale pale­stinese e Iran contengono una dose massiccia di retorica, tuttavia diven­terà importantissima la risposta che l'Europa e gli Stati Uniti sapranno dare a queste dichiarazioni/provoca­zioni.

Gheddafì, come è noto, è tutto e il contrario di tutto, ma nel suo lungo regime ha sempre usato il "capro espiatorio" Italia ogniqualvolta do­veva tener buone le opposizioni inter­ne e soprattutto le piazze. Sappiamo dunque di dover mantenere la cal­ma, di dover riportare ogni afferma­zione che arrivi da Tripoli in un quadro negoziale perché se è vero che l'Italia non può fare a meno della Libia (leggi gas e petrolio) è altrettan­to vero che la Libia non può fare a meno dell'Italia e nel mondo arabo, islamico, nonché africano, è molto isolata.

Alla sua prima grande uscita inter­nazionale, non ci si poteva aspettare nemmeno da Khaled Meshal un at­teggiamento diverso da quello che il leader politico di Hamas ha tenuto a Mosca. Hamas è ancora nella fase in cui deve farsi "prendere sul serio" dai politici che contano e la ribalta fornitale dalla Russia, per ora, le serve proprio per aumentare la propria statura internazionale. Ma, come ha affermato il ministro degli esteri rus­so, Sergei Lavrov, Hamas si è detta disposta a mantenere per anno la tregua con Israele - se anche Israele rinuncerà all'uso della forza - e ha condizionato il proprio riconosci­mento dello Stato israeliano al ritiro del medesimo dai Territori conqui­stati nel '67 e al ritorno dei profughi palestinesi. Se davvero, come sembra, il partito di Sharon-Khadima vincerà le elezioni del 28 marzo, l'ipotesi di un ritiro unilaterale israe­liano anche dalla Cisgiordania po­trebbe diventare una realtà e dunque quello che Hamas sembra temere è proprio un altro atto unilaterale di Israele che la condannerebbe a gesti­re tutta sola, e senza nessuna cultura di governo, un'Autonomia nazionale palestinese estremamente traballan­te, povera e sull'orlo di una guerra civile. Viene allora il sospetto che -dietro la consueta retorica - ci sia la larvata richiesta di una qualche for­ma di negoziato con l'odiato "nemico sionista".

Infine l'Iran. Giocherà fino in fondo la carta nucleare e presumi­bilmente farà anche notare che men­tre all'India, (che come Teheran, non ha firmato il Trattato di non prolife­razione nucleare), gli Usa offrono collaborazione proprio nel campo dell'energia atomica a scopi civili, lo stesso trattamento non è riservato al regime degli ayatollah. Certo, la scel­ta degli Usa è tutta politica: Washin­gton si fida degli indiani e non di Ahmadinejad e dei suoi tutori turbantati, e intanto ha cominciato a tessere una robusta tela di negoziati (vedi India e Pakistan) tesi a isolare Teheran in Asia prima ancora che l'Aiea si pronunci. Detto in altre parole, paesi come la Libia e l'Iran nonché Stati in formazione come l'Anp corrono il rischio di rimanere a gestire in livida solitudine le loro posizioni massimaliste se dall'Occi­dente arrivano vere iniziative politi­che e non solo minacce di guerra, e se l'Occidente saprà rispondere con una buona intesa di entrambe le sponde dell'Atlantico alle provoca­zioni di chi cerca legittimazione o rilegittimazione proprio dall'evocazione dello scontro col "nemico", vero o reinventato che sia.

 


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Il vicepremier: serve un altolà al Colonnello

La Farnesina ai libici: per ballare il tango bisogna essere in due, dunque niente attacchi

 

Il Messaggero

4 marzo 2006

Claudia Rizza

 

Bene o male le frasi tradotte erano proprio quelle e raccontavano di un Gheddafì classico, Colonnello minaccioso e suadente "very old style", un po' Jekill e unpo' Hide. E alla Farnesina hanno pensa­to che non fosse il caso di alzare un polvero­ne. Ma rispondere si, e anche in tono fermo: figurarsi se Gianfranco Fini, di fronte a certe sparate, veste i panni del pavido. Così l'intervento televisivo del capo libico è stato derubricato ad «arringa comiziale» dedica­ta, si sottintende, più ai suoi concittadini che al governo italiano.

Che Gheddafì abbia preso la palla al balzo dei moti di Bengasi, per alzare il suo prezzo, è apparso evidente. Ma altrettanto evidente è stata giudicata al ministero degli Esteri la scarcerazione di un'ottantina di "fratelli musulmani" integralisti, gli stessi che sono scesi in piazza contro il consolato italiano e che sono stati ammazzati dalla polizia libica. Come Fini disse a caldo, e come poi si rimangiò per quieto vivere, il sospetto era che la piazza fosse sfuggita di mano al Colonnello e la minoranza musul­mana gli avesse giocato un brutto scherzo. Ora, questo pretendere risarcimenti per il ventennio coloniale sembra un messaggio dedicato soprattutto ai "fratelli" ribelli. La minaccia di nuovi attacchi non fa che confermare, nella mente dei diplomatici più acuti, che Gheddafì possa temere qual­che altro moto di piazza incontrollabile. Dovesse accadere, potrebbe sempre far fin­ta di averci avvertiti: «I libici odiano l'Ita­lia».

Fini ha ricordato al Colonnello le intese e le decisioni prese da Palazzo Chigi il 23 febbraio, dando un'altra frecciata: «L'im­pegno deve essere reciproco» e «nessun aiuto viene in questa direzione dalle ultime parole del colonnello». Alla Farnesina ri­suona il motto inglese: «Il takes two to tango», bisogna essere in due per ballare il tango. Che suona: caro Gheddafì, se vuoi raggiungere un accordo devi sederti a tratta­re e non minacciare.

Quello è l'armamentario tipico del lea­der libico, un mago dell'ambiguità nel puntare Udito contro l'Italia e poi ammette­re che però i rapporti sono buoni e che il colonialismo è un'epoca definitivamente sepolta. Ma «se l'Italia risarcisse la Libia dei dolori passati, questo le impedirebbe in futuro di farsi rivenire in mente cattive idee». Pensiero bizzarro, che altro dire.

La Farnesina ha qualche difficoltà di dialogo con la diplomazia libica. L'ambasciatore a Roma manca da un anno, che il precedente è stato nominato vice ministro degli Esteri e il suo posto è rimasto vacante. C'è qui solo il console generale Gaddour, che frequenta la diplomazia vaticana, e che — si dice — abbia una spiccata predilezio­ne per il centrosinistra, Prodi in testa. Ricordando come il Professore, da presiden­te della Commissione Ue, si sia battuto tra le critiche più feroci perché fosse superato l'embargo alla Libia. E ricordando anche come Fini, in un passato recente, avesse comunque spezzato una lancia in favore dell'Italia del Ventennio e di quel «colonia­lismo buono» che ieri Alessandra Mussoli­ni ha ricordato così: «Se non era per mio nonno, stavano ancora sui cammelli col turbante in testa».

L'ultimo problema riguarda la Lega e Calderoli, che hanno interpretato le parole di Gheddafì come se l'assalto di Bengasi non fosse avvenuto contro l'ex ministro ma contro il colonialismo italiano: «Fini chie­da scusa». In realtà le parole di Gheddafì hanno affondato questo tentativo di riscos­sa: Calderoli è «un ministro italiano fasci­sta, che ha usato un linguaggio razzista, da crociato, colonialista e retrogado». Non resta che aspettare l'inizio delle trattative. Ma è roba per il futuro governo, Gheddafì questo lo sa.

Quali sono le ragioni del contenzioso tra Italia e Libia?

Il contenzioso parte dalla richiesta di risarcimento che Gheddafì rivolse al­l'Italia poco dopo essere andato al pote­re nel '69 per le efferatezze compiute dai colonizzatori italiani tra il 1911 e il '31 a danno della popolazione. Gheddafì ha poi espulso 25 mila residenti italiani.


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Andreotti: ricordatevi, è nemico di Bin Laden

«Il Raìs va sostenuto e Calderoli la smetta, alla sua età. di fare il goliardo»

 

Il Messaggero

4 marzo 2006

Mario Stanganelli

 

Senatore Andreotti, quelle di Gheddafi sono mi­nacce di cui si deve aver pau­ra?

«Credo che si tratti della punta più acuta di una fase di non comunicazione tra due Paesi. Quello che è accaduto in Cire­naica è certo un fatto grave, ma la storia di Calderoli è altrettan­to grave...»

Ma Calderoli oggi pretende le scuse...

«Ma quali scuse! Non scherzia­mo, deve scusarsi lui che, alla sua età, fa goliardate su questio­ni molto serie».

Ma una reazione anti-italia na in Libia c'è stata?

«Le reazioni alle vignette ci sono state in tanti Paesi islami ci. Ma ricordo che Gheddafi ha il merito di aver fatto per pri­mo un mandato di cattura in­ternazionale contro bin Laden molto prima dell'I 1 settembre, quando un gruppo vicino ad Al Qaeda uccise dei tedeschi nella Sirte. Gli assassini erano un gruppo di giovani che Ghedda­fi mi disse aver ritenuto inizial­mente degli idealisti. Ma poi si accorse del pericolo costituito dalle loro idee: pensavano addi­rittura di riprendersi l'Andalusia. Il Colonnello intuì il perico­lo del fondamentalismo con molto anticipo».

Allora potrebbe aver ragione chi pensa che tra le cause della rivolta di Bengasi ci siano problemi interni?

«Su questo non ho informazioni dirette, ma può darsi. Va detto che Gheddafi sta facendo delle riforme notevoli nel suo Paese che possono dispiacere a qualcuno. Ma proprio per que­sto dobbiamo incoraggiarlo e riprendere rapporti che per lun­go tempo sono stati più che buoni».

E cosa può fare l'Italia?

«Una cosa da fare certamente è quella di riattivare la Commis­sione italo-libica istituita per indagare sulle deportazioni fat­te dagli italiani nel 1912. F una cosa che sta molto a cuore a Gheddafi, il quale più di una volta mi ha detto che di ciò che accadde durante il fascismo non gli importa nulla, ma di quei fatti sì, che coinvolsero anche la sua famiglia. La Com­missione ha finito i suoi lavori e ora si tratterebbe di trarre le conclusioni. Hanno chiesto la mia disponibilità per andare a Tripoli per l'occasione e io l'ho data volentieri».

Non crede che alcuni appelli in difesa dell'Occidente pos­sano essere occasione di nuo­ve tensioni con l'Islam?

«Infatti, non condivido affatto certi atteggiamenti. Ho tutto il rispetto per Oriana Fallaci don­na di cultura, ma questa voglia di scontro frontale, di crociata, non la condivido proprio».

E al governo italiano imputa errori in politica estera?

«No, ho apprezzato molto Fini - che agli Esteri sta facendo bene - quando è andato in Israe­le e poi alla tomba di Arafat. Ma ora gli dico che dovrebbe andare anche in Libia».


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Intervista a Giovanna Ortu

«Quelle accuse sono solo pretesti. Ma i libici non ci odiano»

 

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

4 marzo 2006

Alessandro Farruggia

 

«Chiaramente, Gheddafi è in crisi, se la prende con l'Italia per­ché ha difficoltà interne e un capro espiatorio fa sempre comodo. Ma la colpa è anche nostra, che in passato non abbiamo chiuso la partita stabi­lendo chiaramente e definitivamente se la Libia avesse diritto a ulte­riori indennizzi. Per ingraziarcelo abbiamo giocato sull'equivoco e ora ne paghiamo il prezzo».

Giovanna Ortu , presidente dell'as­sociazione italiani rimpa­triati dalla Libia, non risparmia critiche all'atteggiamento tenuto dai governi italiani nei confronti del Colon­nello.

Sorpresa per l'ennesima crisi?

«Molto. Ci è sembrato di rivivere la nostra storia di 36 anni fa. E dire che l'anno scorso anche noi ci eravamo fidati. Sembrava che il regime stesse aprendosi. Eravamo pure stati in Li­bia, dove siamo stati accolti benissi­mo.. oggi, alla prima occasione, ci arriva questo schiaffo. Che errore fi­darsi...».

A quanto ammontano i beni degli italiani in Libia che furono seque­strati all'epoca da Gheddafi?

«Circa quattrocento miliardi dell'epo­ca. Una compensazione, disse. E il go­verno italiano ha sempre dato credito alle richieste di Gheddafi di avere una più completa soddisfazione, vuoi con Andreotti promettendo un ospedale, vuoi con Berlusconi con la progettazione di una auto­strada di duemila chilometri, che naturalmente Gheddafi ha inter­pretato come la costruzione di una autostrada...».

E secondo lei abbiamo sbagliato a far intendere che la partita compensazioni non fosse chiusa.

«Abbiamo sbagliato sì. Non si è mai chiarito una volta per tutte quali fossero i diritti della Libia. Non lo ha fatto il governo Prodi e non lo ha fatto il governo Berlu­sconi in questa legislatura. Altri paesi hanno fatto diversamente».

Responsabilità storiche però ne abbiamo, nel passato coloniale, pur se non amiamo ricordarlo, abbiamo commesso non poche atrocità...

«Non nego le responsabilità italia­ne durante la guerra di conquista, ma non si può consentire che uno stato faccia pagare 100 anni dopo queste colpe. Quando, tra l'altro, la Libia ha pur avuto un indenniz­zo di 5 miliardi di sterline nel '56. E anche fosse necessario un ulte­riore indennizzo, il governo italia­no doveva trattare e chiarire una volta per tutte a quanto ammonta­va. Non tirare per decenni a campare fingendo che la questione non esistesse e dando l'alibi a Gheddafi per ritirarla fuori a suo piacimento».

E adesso, come se ne esce?

«Siamo in un angolo. Abbiamo trattato Gheddafi come se fosse di­ventato un sincero democratico quando invece non è così. Capi­sco l'ansia di stabilire buoni rap­porti con lui, ma Tessersi dimo­strati troppo proni non è stata una buona politica. Ci sarebbe voluta maggior fermezza prima. Oggi, tanto più con la crisi energetica rus­sa in atto, siamo con le mani lega­te».

 


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Ha gli integralisti contro e li affronta cercando un nemico comune: noi

Il trucco di Gheddafi: attacca l'Italia per difendere se stesso

 

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

4 marzo 2006

Gabriele Cane'

 

Se non fossimo di fronte a una tragi-commedia dell'arte (politica), avrebbe ragione Calderoli. Un Capo di Stato che da del fascista e razzista al ministro di un altro Stato, beh, dovrebbe almeno chiedere scusa. Se non fossimo di fronte a un gioco delle parti, dovremmo, come Governo italiano, fare la voce grossa con la Libia. Se le cose stessero così, insomma, saremmo sull'orlo (e oltre) di una crisi molto seria tra Roma e Tripoli, con rischi reali per le persone e gli interessi nazionali. In realtà, la crisi c'è, i rischi pure, ma i rapporti tesi tra i due Paesi, compreso il contenzioso sul saldo dei danni coloniali rivendicato dal Colonnello, sembrano molto più l'effetto che la causa di ciò che sta accadendo. Prima con la gestione della vicenda Calderoli, e relativi ben orchestrati moti di piazza a Bengasi, poi con la mano tesa ai Fratelli Musulmani, campioni dell'estremismo religioso anche a Tripoli, Gheddafi ha infatti confermato che il vero problema non siamo noi, ma è lui. O meglio, il suo regime laico attaccato dal virus dell'integralismo. E quando gli estremisti ti inquadrano nel mirino, per sfuggire al colpo mortale hai (forse) una sola possibile via di uscita: individuare un altro obiettivo, e farne il nemico comune. «Cari fratelli, non prendetevela con me che sono uno di voi, ma prendiamocela assieme con l'Italia che ci aggredì nel 1911 e non ci ha ancora risarcito, affamando il nostro popolo». Detto e fatto. Fuori dalle galere tutti i Fratelli fino ad ora considerati criminali e terroristi, e attacco frontale a Roma. Certo, Calderoli poteva evitare la sceneggiata tv, ma oramai è chiaro che la sua maglietta è stata solo un alibi. Qualunque altra occasione sarebbe stata buona, e qualunque altra lo sarà, per unire la piazza contro l'odiato straniero, distogliendo l'attacco dal regime. Per quanto ci riguarda, che volete: siamo un manzoniano vaso di coccio dipendente dagli oleodotti libici. Insomma: dobbiamo abbozzare per necessità energetica, cercando di richiamare il Rais a un buon senso che in questo momento non può permettersi. Dunque, è inutile pensare che pagando i debiti contratti un secolo fa (!) possiamo placare il Colonnello. Sono sciocchezze pre-elettorali. Dobbiamo solo sperare che il regime si consolidi e riassorba l'ematoma integralista. Dobbiamo tifare (pensate un po' !) per un dittatore, contro altri possibili dittatori. Pronti a esportare, a differenza di Gheddafi, oltre al petrolio, anche la loro tirannia.

 


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Tripoli, molti i nostri errori ma non ci fu solo sanguinosa repressione

L'odio antico della colonia chiamata «scatola di sabbia»

 

Il Giorno

La Nazione

Il Resto del Carlino

4 marzo 2006

Arrigo Petacco

 

Tempo addietro mi capitò di ascoltare a Nairobi due intellettuali kenioti che dissentivano in perfetto inglese dei crimini compiuti dal colonialismo. «Ma perché non parlate la vostra lingua» chiesi loro con finta ingenuità e loro pronti in tono di scusa: «Perché non ci capiremmo: parliamo due dialetti diversi». A questo punto fui tentato di osservare: «Allora il colonialismo a qualcosa è servito». Ma preferii tacere per non passare per un provocatore.

Rievoco questo aneddoto per entrare in argomen­to. Dalla fine della seconda guerra mondiale si è detto peste e corna del colonialismo. I paesi colo­nialisti europei, spinti da due delle potenze vincitrici Usa e Urss (che non avevano colonie), hanno a poco a poco liquidato i loro imperi coloniali, prece­duti dall'Italia che le sue modeste colonie le aveva già perdute per i noti avvenimenti bellici. Non vo­glio difendere il colonialismo e, tanto meno, quello italiano che fu il più straccione. Ma vorrei ricorda­re come andarono le cose. Quando conquistammo la Libia nel 1911, strappandola al dominio del barcollante impero ottomano, colonizzare i paesi afri­cani era ancora considerato un dovere dei popoli civili. Lo so che non è giusto, ma questa era la mo­rale del tempo ed era benedetta anche dalla Chiesa. Noi ci prendemmo quella «scatola di sabbia», co­me allora definivano la Libia gli antenati degli attuali pacifisti, per oscure speculazioni bancarie, ma anche per esigenze politico-strategiche: era l'unico lembo dell'Africa mediterranea ancora disponibi­le. Il resto se lo erano già preso gli inglesi e i france­si. Conquistammo la «Quarta sponda» sulle note di «Tripoli bel suoi d'amore», ma ci comportammo esattamente come gli altri paesi colonialisti, o forse peggio. La conquistammo infatti per due volte: pri­ma combattendo contro i turchi e, dopo la prima guerra mondiale, combattendo contro gli erpici pa­trioti libici insorti per rivendicare la propria indi­pendenza. Il protagonista della «riconquista» fu Rodolfo Graziarli la cui azione «normalizzatrice» fu cruenta, spietata e criminale. Ma non ci fu solo la sanguinosa repressione. Mi-gliaia di contadini italiani affamati di terra, trasfor­marono l'immenso deserto in una fiorente campa­gna ricca di poderi e di frutteti. Sorsero ovunque accoglienti villaggi colonici, Bengasi e Tripoli si trasformarono in moderne città, migliorò per tutti il livello di vita e il paese fu attraversato da una effi­ciente rete stradale e l'intero litorale, dal confine tunisino a quello egiziano, fu collegato da una lito­ranea asfaltata lunga un paio di migliaia di chilome­tri e realizzata in gran parte dall'impresa edile Fer­rari della Spezia. Italo Balbo, l'ultimo governatore, creò scuole, istituzioni e persino la Gai (gioventù araba del littorio). Il resto è noto, dopo varie traver­sie, la Libia è diventato uno stato indipendente. Gli italiani sono stati cacciati via, i loro poderi le loro case, i loro beni sono stati tutti sequestrati. In varie occasioni, il governo ha cercato in ogni modo di sdebitarsi per il debito di sangue sempre riconosciu­to. Ma ora non si sta un po' esagerando?


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"Promesse sempre rinnovate, mai mantenute"

Lo storico Del Boca "Gheddafi ha ragione"

 

La Repubblica

4 marzo 2006

Giampaolo Cadalanu

 

Angelo Del Boca, massimo storico dell'avventura coloniale italiana, è lapidario: «Sostan­zialmente, Gheddafi ha ragio­ne».

Professore, non crede che il colonnello stia speculando sui disordini di Bengasi?

«Probabilmente sì. Ma se fos­simo stati più corretti non sa­remmo a questo punto».

Gheddafì fa riferimento a promesse reali?

«Già negli accordi del'56 con re Idris il nostro Paese si obbli­gava a costruire un ospedale a Tripoli. Ho visto personalmente l'Allegato B che stabiliva questo impegno. Nell'84 anche Andreotti, allora ministro degli Esteri, ha rinnovato la promes­sa. Ma la Libia voleva una strut­tura con 1200 letti, mentre noi ne offrivamo cento».

L'Italia non ha mantenuto la parola data?

«C'eravamo impegnati anche a sminare la Marmarica, al con­fine con l' Egitto, piena di ordigni inglesi, tedeschi ma anche ita­liani. Non se ne è fatto nulla. L'unica promessa mantenuta è sta­ta quella di ricostruire la vicenda dei prigionieri libici ai tempi di Giolitti. Ho fatto parte anch'io di una commissione che ha appu­rato il destino di questi 4000, de­portati dopo la battaglia di Sciara Sciat. Ne sono venuti fuori tre volumi di dati: poca cosa, ma con un'importanza morale».

In tempi più recenti si è parlato degli impegni italiani?

«Anche Berlusconi, quando è andato in visita, ha rinnovato la promessa. Si parlava di un ospe­dale da 63 mila euro, ma Ghed­dafi ha rilanciato, chiedendo la costruzione dell'autostrada li­toranea dalla Tunisia all'Egitto. Sono 1700 chilometri, sulla trac­cia della via costruita da Italo Balbo. A questo punto il conto sarebbe arrivato a tre miliardi di euro, e Berlusconi è rimasto ge­lato».

E i beni sequestrati agli italia­ni?

«È vero, nel 1970 il regime ha espulso 20 mila nostri conna­zionali e incamerato terreni e immobili per duemila miliardi di lire. Gheddafi sostiene: era ro­ba nostra. Ma questo può valere per le terre: alberghi, cinema, aziende erano invece il frutto del lavoro di persone che hanno tra­sferito lì intelligenza e capacità italiane. Ma nessuno dei nostri politici si è mai seduto a un tavo­lo con il colonnello per dire: fac­ciamo una stima, trattiamo. E poi, soprattutto, nessuno ha mai chiesto scusa in sede uffi­ciale».

Ma questi conti in sospeso giustificano l'ostilità emersa a Bengasi?

«Ricordiamoci che siamo sta­ti protagonisti di un'occupazio­ne sanguinosa, con 100 mila morti. Insomma, un libico su ot­to ha perso la vita per difendere il suo Paese dagli italiani. Solo vedendo queste cifre si può spiegare la rabbia libica».


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Padre Giovanni Martinelli, vicario apostolico: la gente ci vuoi bene ma la tensione si sente

"Da Roma parole pericolose per noi italiani di Tripoli"

 

La Repubblica

4 marzo 2006

Francesca Caferri

 

La Libia padre Gio­vanni Martinelli la conosce be­ne. Francescano, 64 anni, pro­prio in Libia è nato, da una fa­miglia abruzzese poi costretta a lasciare il Paese. Nel 1985 c'è tornato come vicario apostoli­co - l'equivalente di un vescovo nei paesi dove la Chiesa non ri­tiene opportuno nominarne - della diocesi di Tripoli, una del­le due in cui è organizzata la Chiesa cattolica in Libia (l'altra diocesi è quella di Bengasi, mo­mentaneamente evacuata do­po gli scontri dei giorni scorsi). Da allora, gestisce i rapporti con il governo di Tripoli e la co­munità musulmana.

Come avete accolto il di­scorso di Gheddafì? I libici hanno in qualche modo reagi­to con voi? È successo qualco­sa di anomalo?

«Assolutamente no. Abbia­mo vissuto una giornata tran­quilla e serena. La situazione qui a Tripoli è normale. Quan­to al discorso di Gheddafì....posso solo dire che posso capire la reazione che ha avuto».

Capire perché?

«Perché dopo i fatti di Benga­si ci sono state dichiarazioni un po' forti da parte dei rappre­sentanti del governo italiano. Sono entrati nel merito di fatti dì politica interna libica. E que­sto di certo non ha fatto piace­re alla gente qui».

Cosa intende padre Marti­nelli?

«Vede, qui siamo in una situazione delicata, soprattutto dopo questa vicenda delle vi­gnette. Non si dovrebbero pro­vocare ulteriori problemi. Una situazione critica non si risolve con dichiarazioni forti come quelle che invece abbiamo ascoltato».

Come sta vivendo queste ore a Tripoli? Da italiano e da cri­stiano...

«Glielo ripeto, qui la situazio­ne è tranquillissima. Non ci so­no state aggressioni, non ci so­no state minacce, nulla. Certo, a Bengasi è stata assalita la Chiesa, ma io credo sia stato fatto più per attaccare qualco­sa che rappresentava L'Italia più che per andare contro a un simbolo cristiano. Il fatto è che, soprattutto dopo questa vicen­da delle vignette, tutto ciò che in qualche modo è ricollegabi­le all'Occidente è diventato un simbolo su cui è possibile sfo­garsi. La vicenda delle vignette ci ha fatto male perché qualcu­no ha identificato l'Occidente con la Chiesa ed ha ritenuto di attaccarci per sfogare la rabbia. Ma si tratta di estremisti. La gente normale, quella con cui lavoriamo tutti i giorni, noi re­ligiosi ma anche le tante perso­ne cristiane che sono qui e so­no laiche, quella gente ci sta a fianco, come sempre. Sono lo­ro a preoccuparsi di noi. Sono loro che ci hanno quasi messo sotto sorveglianza, noi e le chiese, per evitare che qualche estremista se la prenda con noi».

Lei conosce molto bene la Li­bia. Che sviluppi crede potrà avere questa vicenda?

«Io spero che tutto si ricom­ponga. Qui la Chiesa è molto ri­spettata, sia dalla gente che dalle autorità. Mi auguro che questo rapporto prosegua e che non ci siano più prese di posizione inopportune come quelle che abbiamo visto nelle ultime settimane. Per quanto riguarda noi, noi andiamo avanti: la prossima settimana qui a Tripoli è in programma un seminario di dialogo inter-reli­gioso fra cristiani e musulmani. Questa è la strada da seguire».

 


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Italia e Libia la guerra dei cento anni

Un contenzioso che risale all'invasione del 1911 tra promesse e minacce

 

La Repubblica

4 marzo 2006

Paola Coppola

 

Bruciano ancorale ferite della co­lonizzazione. Gheddafi riattizza l'o­dio nei confronti degli italiani. Con­tro chi occupò la Libia — ricorda — tra il 1911 e il 1943, un periodo in cui almeno centomila libici sono morti, uccisi in battaglia o con esecuzioni di massa, nelle campagne di Giolitti e Mussolini. A migliaia secondo fon­ti libiche furono mutilati, mentre in­tere famiglie furono costrette all'esi­lio e circa 4000 persone vennero de­portate nei penitenziari di isole ita­liane come le Tremiti e Favignana.

La Libia è stata certamente de­predata di opere d'arte e i soldati italiani, come i francesi e i tede­schi, hanno mar­chiato il suolo di mine, che ancora oggi uccidono nel deserto.

Gheddafi, ap­pena prese il po­tere nel '69, rin­negò gli inden­nizzi accettati dal re Idris con il trat­tato del 1956: un contributo di 4,8 miliardi di lire per «la ricostru­zione economica della Libia». Con­tributo ritenuto dal colonnello un'ipocrisia, come tale mai perdonata all'Italia. Per questo giustificò come una risposta la decisione del 1970 di incamerare i beni dei 20milaitaliani che vivevano in Libia e che furono espulsi. Il tema dei risarcimenti è stato un cavallo di battaglia per Gheddafi, ricordato più volte anche in occasione del 7 ot­tobre, il giorno della Vendetta con­tro gli italiani.

Il dialogo tra Italia e Libia inizia nella prima Repubblica con il rap­porto privilegiato tra il colonnello e Giulio Andreotti, e prosegue a fasi al­terne. Uno dei punti più bassi viene raggiunto nell'aprile '86, quando l'i­sola di Lampedusa viene colpita da due missili libici che avevano come obiettivo la base americana di Sigonella. Il processo di disgelo riprende nel 98 con la firma a Roma del documento che individua i modi per po­ter chiudere con il periodo coloniale e avviare una fase di normalizzazio­ne delle relazioni. In quel documen­to il governo si «rammaricava per le sofferenze inferte al popolo libico» e prometteva di impegnarsi a «rimuo­vere gli effetti, per superare e dimen­ticare il passato e avviare una nuova era di amichevoli e costruttive rela­zioni», elencando le cose da fare. Og­gi alcuni punti della dichiarazione firmata a Roma dall'allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini, e dal suo collega libico sono in via di attuazio­ne, tanti altri sono bloccati.

La lista delle richieste di Tripoli resta lunga. Nel 2004 Gheddafi ha chiesto il finanziamento della co­struzione di 1700 chilometri di auto­strada lungo la litoranea libica, ma il progetto non è mai stato awiato. L'I­talia si era impegnata a fornire sup­porto per la bonifica dei terreni mi­nati durante la Seconda guerra mondiale, ma la collaborazione è stata bloccata dalla Libia, che non ha fornito le mappe necessarie avan­zando ragioni di sicurezza. Un ac­cordo era stato raggiunto per la re­stituzione ai libici della Venere di Cirene, una statua rinvenuta da archeologi italiani neri 3: ma la ma­gistratura italia­na ha bloccato l'operazione do­po un ricorso del Fondo per l'Am­biente italiano. Il governo di Tripo­li continua poi a chiedere notizie sui luoghi di se­poltura degli ol­tre 4000 libici tra­sferiti in Italia. In molti furono de­cimati da stenti e colera: alle isole Tremiti per 450 di loro si sta ulti­mando un cimi­tero. La Libia poi chiede un impe­gno più consistente da parte dell'Italia nei proget­ti sperimentali in campo agricolo e della pesca, per la formazione di gio­vani nelle università italiane e la ga­ranzia dei ricoveri ospedalieri a cui l'Italia si è impegnata.

 


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Il sindaco delle Tremiti: "Parlo io col raìs"

 

La Repubblica

4 marzo 2006

 

Il sin­daco delle Isole Tremiti si offre come mediatore con Gheddafi. «Non temiamo la Libia e ci sen­tiamo uniti a quel popo­lo. Se avessi la possibilità mi farebbe piacere in­contrare il colonnello per fare da mediatore politico in una situazio­ne così difficile». Tra le Isole Tremiti e la Libia è in piedi da diversi anni una sorta di contenzio­so. L'anno scorso, l'am­ministrazione comuna­le guidata da Giusep­pe Calabre­se, attraver­so finanzia­menti del ministero degli Esteri, ha provve­duto a dare degna sepoltura a Giuseppe oltre 400 Calabrese cittadini libici deportati alle Tremi­ti dopo l'invasione italia­na nel paese nordafrica­no. «Un vero e proprio "cimitero libico" — ha detto il sindaco — con tanto di mausoleo e rito con un imam musulma­no. Quella triste pagina della storia è finalmente chiusa e bisogna andare avanti». Una pagina che il colonnello volle riapri­re nell'87, quando di­chiarò che le Isole Tremi­ti erano libiche e che vi vivevano discendenti del suo popolo. Allora, il solito sindaco Calabre­se, disse che negli archivi comunali non risultava traccia di libici «perché tutti erano morti a causa del tifo contratto nel cor­so della deportazione».


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Gheddafi: «In Italia un ministro fascista»

Il raìs attacca Calderoli. Fini minimizza: «è un comizio ad uso interno»

 

La Repubblica

4 marzo 2006

Riccardo Staglianò

 

Il colonnello va alla carica contro Calderoli. Non usa il fioret­to: «In Italia c'è un ministro fasci­sta che ricorre ad un linguaggio razzista, da crociato, colonialista e retrogrado, che il Governo (italia­no) detesta e ripudia. Un ministro che è stato obbliga­to a dimettersi». Dopo averlo scagionato "politicamente", come responsabile della battaglia di Bengasi, lo prende a sciabolate in diretta tv. Parla da Sirte, Muammar Gheddafi dati, in un discorso fatto due giorni fa ma di cui solo ieri si è conosciuto il testo integrale. Compresa l'invettiva contro l'ex ministro leghista e i nuovi dettagli sui debiti storici che l'Italia non ha anco­ra saldato e che la Jamahiriya vuole riscuotere. Pena i di­sordini e la violen­za, non solo in Cire­naica. Il raìs non parla per sé ma in­terpreta il senti­mento di un popolo che non dimentica: «Se l'Italia vuole che le sue compagnie, consolati, ambasciate e cittadini residenti in Libia vivano in pace, deve pagare il prezzo». La “pecunia doloris” per i lutti dell'avventura espansionista di Roma.

Perché si legge nel documento dif­fuso dall'agenzia ufficiale Jana, solo così ci si potrà immunizzare da even­tuali bis della storia. Se gli sbagli si pagano caro, recita la pedagogia del Colonnello, non si ripeteran­no: «L'Italia deve risarcire per ga­rantire che non occuperà la Libia una seconda volta. Non dico l'Ita­lia di oggi, di Berlusconi o di Prodi, nostri amici, ma quella tra 50 o 100 anni». Gheddafi recluta immagini nel più doloroso immaginario col­lettivo, riesuma volti odiatissimi («potrebbe essere governata da un cattivo come Mussolini o Graziani», all'epoca comandante in capo delle forze armate italiane in Afri­ca settentrionale, nonché gover­natore della Libia). È stato «un ac­cumulo di risentimento dal 1911» a esplodere nelle giornate di Bengasi, che sarebbero potuti arrivare all'uccisione del nostro console («gli italiani hanno ucciso 700 mi­la libici; dov'è il problema se la fa­miglia del diplomatico muore? È la mentalità della strada»). L'unico modo per sfogarlo, una volta per tutte, è scusandosi nei fatti, oltre che a parole.

La Farnesina minimizza. «Paro­le che non devono impressionare più di tanto — dice il ministro Gianfranco Fini in una nota — perché è chiaro che si tratta più di un comizio ai suoi fedelissimi che di una responsabile presa di posi­zione in campo internazionale». E, nella sostanza, si impegna per la chiusura definitiva del capitolo del passato coloniale. Chiedendo reciprocità, però. Anche l'Italia ha le sue pendenze con Tripoli: le di­scriminazioni sui visti e i crediti per le aziende italiane confiscate, solo per citarne un paio. In questa direzione di conciliazione «nes­sun aiuto viene dalle ultime paro­le del Colonnello». Un richiamo che non basta a Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione ita­liani rimpatriati dalla Libia. «An­che nell'estate del '69 Gheddafi fe­ce grandi discorsi di amicizia tra i nostri paesi, salvo iniziare le con­fische poco dopo. C'è un preoccu­pante parallelo tra ieri e oggi. Mi fi­do del popolo libico, meno del re­gime». Ci vuole diplomazia ma le parole pesano, manda a dire al vi­cepremier: «Noi abbiamo perso tutto, per colpe che non erano no­stre, e ancora stiamo aspettando che qualcuno lo riconosca».

 


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Memoria. Un'artista libica

Carissimo Gheddafi, e tu chi hai risarcito?

 

Il Riformista

4 marzo 2006

Anna Momigliano

 

All'attacco al consolato di Bengasi, segue la spiegazione di Gheddafi: se la gente della Libia ce l'ha con gli italiani, dice il colonnello, non è per le caricature di Maometto, ma perché «l'Italia ha mancato di risarcire i libici per le loro sofferenze». Una richiesta, quella dei risarcimenti, che suona un po' strana da parte di Gheddafi, il cui governo, det­to per inciso non ha mai pensato a risarcire nessu­no, a cominciare dagli italiani cacciati nel 1969 e dal­la comunità ebraica libica due anni prima - una del­le più antiche del mondo, le cui origini risalgono al primo secolo dC «Se si parla di risarcire qualcuno, almeno bisognerebbe partire da un approccio pari­tario», ci racconta Evelina Meghnagi, cantante e at­trice nata a Tripoli, che con le sue melodie ripercorre l'esperienza, quotidiana e religiosa, del mondo ebraico sefardita, o "orientale", dall'Italia allo Yemen. Passando, naturalmente, per la Libia.

Allora poco più che bambina, nel 1967, Eveli­na visse sulla sua pelle prima il feroce attacco contro gli ebrei di Tripoli - dove persero la vita in molti e che costrinse gli altri alla reclusione - e poi la cacciata dell'intera comunità, espulsa dalla Li­bia senza soldi né documenti, perché «indegni di alcuna cittadinanza». Era il tempo della Guerra dei sei giorni: l'apertura delle ostilità tra Israele e la Lega araba fu la miccia che accese l'odio anti­semita, e poi la bruciante sconfitta dei paesi arabi fece della piccola comunità ebraica un capro espiatorio ideale su cui sfogare la frustrazione ge­nerale. Nelle ultime Evelina Meghnagi, che oggi vive a Roma, ha osservato con apprensione l'on­data di violenza contro gli italiani in Libia. Come un brutto déjà vu : «Ho riconosciuto le grida di violenza che ho udito allora, la stessa irruenza ca­pace di una grande violenza, che ho già visto e che anche questa volta mi ha fatto paura. Credo sia una cosa tipica delle masse aizzate». Quindi non si è trattato di una protesta spontanea? «Le basi di antisemitismo e di odio contro gli occidentali ci sono. Ma, come spesso accade nel mondo musul­mano, credo che se non ci fossero stati degli aiz­zatori non si sarebbe giunti a questi eccessi».

Lo stesso vale per le violenze di quarant'anni fa. Allora c'era ancora il re, spiega la Meghnagi, Gheddafi sarebbe salito al potere solo due anni più i tardi: «In molti credono che il re, che era una persona abbastanza tollerante, in realtà non volesse cacciare gli ebrei. Ma le pressioni interne erano troppo forti. In particolare c'era una nuova borghesia che voleva farsi strada e che vedeva nell'espulsione de­gli ebrei un mezzo rapido per creare nuovi spazi. Così ci mandarono via con una valigia, venti dolla­ri, e neppure i documenti, perché in quanto ebrei non eravamo neppure riconosciuti. Così abbiamo dovuto aspettare l'intervento dell'Onu che ci rico­noscesse lo stato di apolidi». Quel che resta della comunità ebraica libica è ora divisa tra Israele, l'Ita­lia, e in misura minore gli Stati Uniti. Di risarcimen­ti, naturalmente, non se ne parla nemmeno: « Qual­che anno fa Gheddafi invitò una delegazione di sei persone, alcuni ebrei ed altri italiani. Si diceva che la Libia voleva aprire i rapporti, e persino invitare gli ebrei cacciati a fare ritorno. Naturalmente la comu­nità ebraica era rimasta troppo scottata dal pogrom e dalla cacciata, quindi nessuno pensò realmente di tornare a Tripoli. L'evento di "riconciliazione" fu molto pubblicizzato, ma poi non ci fu nessuna misu­ra concreta, figuriamoci i risarcimenti».

Oggi nei suoi concerti, in Italia e all'estero, Evelina Meghnagi racconta di questo mondo che non esiste più, dalle ninna-nanne alle preghiere de­gli ebrei della Libia, dove l'arabo si fonde con l'e­braico e con judeo-espagnol, ovvero quella lingua tipica degli ebrei spagnoli prima della Reconqui­sta, e che gli ebrei cacciati da Caterina d'Aragona esportarono in tutti i paesi dove trovarono rifugio: «E' un pezzo di cultura ebraica che io voglio rac­contare», spiega la Meghnagi. «Spesso nella storia, e mi riferisco anche ai primi decenni dello Stati d'I­sraele, i detentori della cultura ebraica sono stati gli ebrei dell'Est Europa, che parlavano yiddish e suo­navano musica kletzmer. Oggi, con questa diffusione del kletzmer spesso gli italiani pensano che sia la musica ebraica tout court. Ma questo non è ve­ro» . La musica sefardita, racconta la Meghnagi, è di per sé un universo molto eterogeneo al suo inter­no, dove a seconda dei paesi di provenienza si so­no sovrapposti strati culturali diversi. In Libia, per esempio, gli ebrei cacciati dalla Spagna hanno in­contrato una comunità ebraica preesistente, e han­no fuso il judeo-espagnol con l'arabo: il risultato era una sovrapposizione tra ebraico, castigliano e arabo. Un processo analogo vale per chi è giunto in Grecia, in Turchia e via dicendo. Della divisio­ne principale all'interno del mondo ebraico, del re­sto, racconta ampiamente lo scrittore israeliano Avraham B. Yehoshua (lui stesso sefardita) nel suo romanzo Viaggio alla fine del Millennio, che rac­conta del viaggio a cavallo dell'anno Mille di un mercante ebreo nordafricano che fa visita al nipo­te parigino: «Un viaggio nella dicotomia tra un mondo nordico e scuro e un tradizionalismo gioio­so che vale un po' anche oggi».

 


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Il pragmatismo contro il Colonnello inaffidabile

 

Il Sole 24 Ore

4 marzo 2006

Stefano Folli

 

Poche ore prima di pronunciare parole minacciose contro l'Italia, di evocare un odio antico e di adombrare nuovi disordini, il colonnello Gheddafi aveva fatto liberare alcune decine di Fratelli Musulmani arrestati dopo l'assalto di Bengasi. Una sim­metria quasi perfetta: la messa in libertà degli integralisti e subito dopo l'attacco a Roma. Qual è, se esiste, il nesso tra i due eventi? Tra la mossa a uso interno e quella che il ministro degli Esteri Fini ha giudicato «un'arringa da comizio»?

Con ogni probabilità è la debolezza di Gheddafì. La sua condizione di dittatore incal­zato e forse circondato dall'integralismo. L'ultimo nazionalista nasseriano che in fondo vive, aggravate, le stesse contraddizioni in cui si agita il vicino Egitto. L'assalto al consolato di Bengasi, ispirato o forse subito dal regime e poi represso nel sangue, è il punto di rottura di profondi contrasti. E la ripresa dell'offensiva verbale è la prova che tutto è ancora irrisolto a Tripoli.

Ne deriva che la Farnesina ha ragione a non drammatizzare la crisi libica. E il momen­to di mantenere il sangue freddo. All'arringa del colonnello si può solo rispondere guardan­do ai fatti. E i fatti sono che, con ogni probabi­lità, il regime non ha né la forza né la volontà di colpire l'Italia, essendo troppo impegnato a proteggersi le spalle sul fronte interno. Del resto, Gheddafì ha trascorso molti anni nel tentativo, alla fine riuscito, di farsi riaccettare dalla comunità internazionale, scrollandosi di dosso la fama (meritata) di terrorista o protettore di terroristi. Sarebbe strano se ora voles­se compromettere tutto.

Quindi le sue minacce vanno ascoltate e ad esse va data una replica ferma. Ma senza panico. A giudicare dalla reazione di Fini, questa è la strada imboccata dal governo. Con l'idea di voler considerare le uscite di Gheddafi nella loro sostanza, talvolta da deci­frare. E allora si comprende che il «passato coloniale» che ritorna a intermittenza è soprat­tutto un modo per agitare il vessillo nazionali­sta, in chiave anti-italiana, prima che la ban­diera integralista islamica conquisti il paese. L'interesse nazionale italiano resta quello di favorire la stabilità della Libia, perché il rovesciamento di Gheddafi oggi avrebbe un solo significato: la vittoria dei fondamentali­sti. Un governo integralista a due passi da casa nostra, sulla «quarta sponda», con i ri­schi connessi per le forniture energetiche. Nasce di qui il richiamo agli accordi bilaterali e agli impegni reciproci. Ossia all'unico modo possibile per chiudere il conto del passato. Ma se la verità della crisi non riguarda l'eredità coloniale, bensì il conflitto tra l'esta­blishment libico e gli estremisti, persino il rispetto di tali impegni sarà insufficiente. Ed ecco perché l'opposizione di centro-sinistra attacca il governo con l'argomento della «inaffidabilità» di Gheddafì. In effetti, Berlu-sconi si è lasciato andare, nel recente passato, a un eccesso di autocompiacimento e di otti­mismo. Presentando le relazioni fra Italia e Libia come un paradigma di perfezione. La realtà è un'altra, come vediamo in questi giorni.

Tuttavia, se davvero il colonnello è «inaffi­dabile» (e certo lo è), non si vede come si possa controllarlo se non attraverso una linea di pragmatismo realista. E nella sostanza l'Unione non propone nulla di diverso — almeno nei giudizi di Fassino e Rutelli — da quello che sta facendo il governo di centro-de­stra. I richiami al fatidico «scontrò di civiltà» appartengono a un'infima minoranza. Nel ca­so in questione, è il solo Calderoli a usare un certo linguaggio, fiero di essere stato «scagio­nato» da Gheddafi, da un lato, e insultato, dall'altro. Ma la grande maggioranza di politi­ci si muove con prudenza.


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Bengasi e i finti ingenui

 

L'Unità

4 marzo 2006

Gabriel Bertinetto

 

A destra qualcuno finge di non capire, e gongola soddisfatto: avete visto, la maglietta di Calderoli non c'entra nulla. Le migliaia di manifestanti che assaltarono il consolato di Bengasi, pensavano solo ai risarcimenti mai avuti dall'Italia per i lutti e i danni subiti in epoca coloniale. Una tesi assolutamente falsa, che travisa le parole di Gheddafi, nel momento stesso in cui dietro di loro la Lega e i suoi amici si trincerano per trovare argomenti a propria discolpa. Per questa distorsione logica censurano una buona metà del ragionamento di Gheddafi, quella in cui il colonnello sostiene che il risentimento anti-italiano dei suoi connazionali s'infiamma quando gliene si offre l'occasione. Occasione evidentemente offerta con tanto di miccia e di accendino dalla provocatoria esibizione televisiva dell 'ex-ministro.

Dunque, semmai, quello che emerge dal comizio tenuto l'altra sera dal capo della Jamahiriya, è un aggravamento delle responsabilità che Calderoli si è assunto con una pagliacciata doppiamente offensiva, verso il senso religioso dei musulmani e verso l'orgoglio nazionale dei libici. L'interpretazione cui indulgono interessatamente i finti ingenui della destra, è ulteriormente smontata dal giudizio che il numero uno di Tripoli esprime su Calderoli, e che suona l'esatto opposto di quell'assoluzione completa che l'ex-ministro ed i suoi difensori pretenderebbero: «Un fascista che usa un linguaggio razzista, da crociato, colonialista e retrogrado». Ma coloro che hanno interesse ad equivocare, equivocano volentieri. Peccato che a far loro compagnia e a dar loro manforte si precipitino commentatori che ci si aspetterebbe dotati di spirito critico e capacità d'analisi più spiccati. Magdi Allam ad esempio, che sul Corriere della Sera sostiene perentorio: «Ora che lo stesso Gheddafi ha detto che le vignette basfeme su Maometto non e 'entrano niente... ». Su un giornale così importante preferiremmo leggere valutazioni meno superficiali.

 


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