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Il
colonnello: a Bengasi dovevano assassinare il console e la sua
famiglia. Liberati 83 musulmani
«L'Italia
rischia nuovi attacchi»
Gheddafi:
i libici vi odiano, risarcite i danni di guerra
La
Repubblica
3
marzo 2006
Paola
Coppola
La
folla voleva uccidere il console italiano e la sua famiglia.
Il colonnello Muhammar Gheddafi rilegge i disordini di Bengasi
del 17 febbraio: all'origine dell'assalto c'è il passato
coloniale che ancora brucia, i risarcimenti alle vittime
libiche.
La
sede diplomatica italiana era un obiettivo dei manifestanti,
perché la protesta non è nata dall'odio nei confronti
della Danimarca, chiarisce il leader, ma nei confronti
dell'Italia. Un sentimento di ostilità pronto a esplodere
ancora: «il corteo di due settimane fa, represso violentemente
dalla polizia - 11 le vittime e una sessantina i feriti - non
resterà isolato. L'Italia sarà ancora nel mirino
se rifiuterà di risarcire la Libia. Nuovi attacchi
potrebbero seguire» avverte il colonnello.
Gheddafi
parla a Sirte a un raduno di responsabili governativi e sostenitori
e il suo discorso viene trasmesso alla tv di Stato. Chiarisce
così la dinamica dei fatti: «I contestatori erano
determinati a uccidere il console italiano (Franco Maria
Pirrello) e la sua famiglia. Questi contestatori non presero
di mira la Danimarca, perché non hanno nessuna idea della
Danimarca». E ancora: «I libici cercano qualsiasi
occasione per sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911,
quando l'Italia occupò la Libia».
Una
spiegazione nuova, che però deve essere collegata alla
decisione di liberare i Fratelli musulmani detenuti dagli
anni Novanta. Sono 83, messi fuori dal carcere di Tripoli grazie
ad un'amnistia assieme ad una cinquantina di detenuti comuni.
Se è vero, come molti sospettano, che proprio i Fratelli
musulmani fossero dietro i disordini del 17 febbraio, il
gesto distensivo verso l'organizzazione - formalmente fuorilegge
in Libia - mette una luce diversa sulla nuova spiegazione dei
tumulti.
Secondo il leader libico
le violenze di quel giorno non furono il risultato della
rabbia che gonfiava le piazze dei paesi musulmani contro le vignette
su Maometto, né della provocazione di Roberto Calderoli che
in tv aveva ostentato la stessa maglietta con la caricatura. Gheddafi
crea un collegamento con il passato: la ragione dell'odio, spiega,
«è che l'Italia ha mancato di risarcire i libici
per le loro sofferenze». Dopo l'assalto al consolato
il leader libico aveva parlato al telefono con il premier Berlusconi:
una «lunga e amichevole» telefonata, in cui secondo
la nota diffusa da Palazzo Chigi, Gheddafi «aveva espresso
rammarico per gli episodi di Bengasi perché hanno interessato
un Paese amico come l'Italia». Anche ieri il colonnello è
tornato sulle buone relazioni con il governo e con i leader dell'opposizione,
ma il punto degli indennizzi resta fermo. Ha spiegato: «Vogliamo
trarre profitto dai buoni legami che abbiamo con l'Italia perché
siano pagati i risarcimenti. Dobbiamo impedire un ripetersi della
colonizzazione in futuro, perché nessuno sa come l'Italia
potrà essere nei prossimi 50 o 100 anni». Sembra l'ultimo
capitolo delle tappe di un dialogo difficile sul passato coloniale,
che nei mesi scorsi sembrava essersi arenato quando la Libia aveva
ripristinato anche il "Giorno della Vendetta".
(torna su)
Gheddafi
all'Italia: «Altri attacchi se non ci risarcirete»
Il
leader libico: «Qui gli italiani sono odiati. A Bengasi
volevano uccidere il console»
L'Unità
3
marzo 2006
Gabriel
Bertinetto
Gheddafi
cavalca la rabbia anti-italiana scatenata in Libia dall'ex-ministro
Calderoli. Quel 17 febbraio a Bengasi, afferma il colonnello,
«i dimostranti erano decisi a uccidere il console e la sua
famiglia». E non si possono escludere altri attacchi
in futuro, aggiunge, se il governo di Roma continuerà
a negare alla Libia gli indennizzi per i crimini dell' epoca
coloniale segue
due scopi. Da un lato ricuce i rapporti con la parte di popolazione
portata più a solidarizzare con i dimostranti che
non con la repressione. Dall'altro si rivolge alle autorità
italiane e passa all'incasso: vi ho salvato a costo di sacrificare
le vite dei miei connazionali e di rischiare l'impopolarità
in patria, ora datemi qualcosa di sostanziale in cambio.
Esperto in colpi di teatro, Gheddafi sceglie per l'annuncio uno
degli anniversari topici del regime, la nascita dei Comitati
popolari (una sorta di Parlamento). Convoca i più
alti funzionari dello Stato, assieme a numerosi sostenitori,
e attraverso gli schermi televisivi reinterpreta gli eventi di
Bengasi nel modo che ritiene a lui più conveniente. «I
dimostranti non avevano per bersaglio la Danimarca»,
afferma, riferendosi alle proteste suscitate in quei giorni
in molti paesi islamici dalle vignette satiriche su Maometto
pubblicate da un giornale di Copenhagen. «Della Danimarca
non hanno alcuna idea precisa. I libici odiano l'Italia, non la
Danimarca. I libici cercano ogni occasione per far esplodere
la loro rabbia contro l'Italia sin da quando nel 1911 l'Italia
occupò la Libia. E la ragione è che l'Italia ha
mancato di compensare i libici per le loro sofferenze».
Gheddafi
dunque in qualche modo giustifica le violenze, tende una
mano a coloro che devastarono la rappresentanza diplomatica
a Bengasi. Quasi facendo proprie le loro motivazioni, accusa
il nostro governo di avere (con la squallida apparizione di Calderoli,
che sbottonandosi la camicia lascia vedere la caricatura di Maometto
impressa sulla maglietta) appiccato il fuoco alla latente collera
anti-italiana. Nel suo discorso il leader della Jamahiriya accenna
ai buoni rapporti sia con le forze di governo che con i dirigenti
dell'opposizione italiani, e sostiene che proprio perché
i rapporti sono buoni, è l'ora che Roma paghi gli
indennizzi dovuti. «Bisogna prevenire il ripetersi
della colonizzazione in futuro, perché nessuno sa
come l'Italia evolverà nei prossimi 50 o 100 anni».
Prima dell'incontro di Gheddafi con i capi del regime, era arrivata
la clamorosa notizia del rilascio di ben 130 oppositori. Di questi,
ben 84 appartengono alla Fratellanza musulmana, un partito
fuorilegge la cui ideologia integralista è la
stessa che animava con ogni probabilità le folle di Bengasi
nell'assalto al consolato. Un evento atteso da tempo, la scarcerazione,
sin da quando lo scorso mese di giugno un'amnistia era stata reclamata
dal figlio di Gheddafì, Seif el Islam, un personaggio
che nel regime sta assumendo un ruolo sempre più rilevante.
Seif viene considerato un modernizzatore, aperto all'Occidente,
ma anche un politico duttile che capisce l'importanza di
tenere buone relazioni con gli ambienti fondamentalisti.
Seif aveva giustificato l'opportunità di liberare
i detenuti politici con il fatto che «le circostanze sono
cambiate» rispetto alla situazione che alla fine degli
anni novanta spinse all'imprigionamento dei capi della Fratellanza
musulmana. Gente che il colonnello suo padre aveva a suo
tempo definito «traditori al soldo degli occidentali,
che complottano contro la nazione araba e islamica».
(torna su)
Infuocato
discorso del leader libico: il console italiano a Bengasi ha rischiato
di essere ucciso
Gheddafì
minaccia l'Italia
«Per
i danni del colonialismo, risarciteci o possibili nuovi attacchi»
Il
Messaggero
3
marzo 2006
Stefano
Marinone
«Le
relazioni tra Libia e Italia sono ottime» avevano detto
appena due settimane fa il premier Berlusconi e il colonnello
Gheddafi all'indomani dell'assalto al consolato di Bengasi. «I
libici odiano l'Italia» ha urlato ieri il leader libico
tornando sulla vicenda. Quella sera, ha spiegato Gheddafi, i manifestanti
tentarono di uccidere il console italiano e i suoi familiari.
Non è tutto. Il colonnello ha avvertito che non sono da
escludere ulteriori attacchi se il governo di Roma si rifiuterà
di risarcire la Libia per quello che l'Italia fece durante il
periodo coloniale, «quando furono uccisi migliaia di
libici».
«I
manifestanti erano determinati a uccidere il console e la
sua famiglia quando attaccarono il consolato italiano. Quei
contestatori non presero di mira la Danimarca perché
non hanno nessuna idea Danimarca», ha detto Gheddafi, parlando
a Sirte a un raduno di sostenitori. «I libici odiano l'Italia,
non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per
sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quando occupò
la Libia», ha aggiunto. «Tutto questo succede perché
l'Italia si è sempre rifiutata di risarcire i libici per
le loro sofferenze», ha poi puntualizzato Gheddafi.
Fino
a ieri la manifestazione di Bengasi non era mai stata messa in
relazione al dominio coloniale italiano. I responsabili libici
avevano sostenuto che la protesta di Bengasi, che costò
la vita ali persone, era stata originata dalla rabbia suscitata
nel Paese dalle caricature di Maometto pubblicate da un quotidiano
danese ma anche dalla performance televisiva del ministro
leghista Roberto Calderoli che aveva provocatoriamente
indossato una maglietta con una delle vignette blasfeme che
avevano già causato reazioni infuriate, morti e tumulti
nei Paesi islamici.
Nel
suo infuocato discorso televisivo, Gheddafi ha ribadito che,
nonostante Tripoli abbia buone relazioni con il governo
italiano e con i leader dell'opposizione, «Roma deve indennizzare
Tripoli. Vogliamo trarre profitto dai buoni legami che abbiamo
ora con l'Italia per ottenere i risarcimenti; dobbiamo evitare
che in un futuro possa ripetersi la colonizzazione - ha aggiunto
il colonnello - perché nessuno sa come potrà essere
l'Italia nei prossimi 50 o 100 anni».
Poche ore prima dell' "avvertimento"
all'Italia e della nuova pressante richiesta di un risarcimento,
Tripoli aveva aperto i cancelli del carcere a 130 detenuti politici.
Di questi ben 84 appartengono al movimento integralista fuorilegge
dei "Fratelli musulmani". Una decisione sorprendente ma
non del tutto inattesa visto che già nel giugno 2005, Seif
el Islam Gheddafì, primogenito di seconde nozze del colonnello
l'aveva pubblicamente reclamata. Certo è che molti avevano
imputato proprio agli integralisti islamici le manifestazioni
di Bengasi dello scorso 17 febbraio. E proprio la capitale
della Cirenaica è da anni la roccaforte dell'integralismo:
qui negli anni '90 furono soffocati tentativi di rivolta contro
il regime di Tripoli. Poi il dietrofront: «i Fratelli
musulmani non sono un'organizzazione che complotta ai
danni dello Stato, i condannati devono ritrovare la libertà
ed essere riabilitati», aveva proclamato Seif al Islam. E
ora in molti sono convinti che quella di venerdì 17 non è
stata una rivolta spontanea contro l'Italia per colpire il regime
di Gheddafi. Ma un'operazione studiata a tavolino da Tripoli per
mettere l'Italia alle strette. E, con toni minacciosi ad uso interno,
tornare a battere cassa per chiudere con il passato coloniale.
(torna su)
Gheddafi:
Italia, paga o sono guai
Il
Manifesto
3
marzo 2006
M.
M.
«I
manifestanti erano decisi a uccidere il console italiano e la
sua famiglia». In un discorso pubblico alla Sirte,
trasmesso in diretta dalla tv pubblica libica, il colonnello
Gheddafi torna con parole di fuoco sugli incidenti di Bengasi,
dove due settimane fa la polizia libica intervenne aprendo il
fuoco contro una folla che aveva assalito il consolato italiano,
uccidendo una decina di manifestanti. E il colonnello non
si è limitato a
ricordare
l'assalto: «I libici - ha detto - colgono ogni opportunità
di manifestare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911 quando
l'Italia occupò la Libia». La ragione dell'odio
sta nel fatto che «l'Italia non ha compensato la Libia
per le sofferenze inferte». Gheddafi ha concluso chiedendo
che «l'Italia si decida a pagare le riparazioni dovute».
Come dire: attenti perché quello che è successo
a Bengasi potrebbe ripetersi.
Le
vignette danesi contro Maometto? Non c'entrano niente perché
la popolazione libica «non sa neanche cosa sia la Danimarca».
Le parole del ministro degli esteri Fini che aveva parlato
di un tentativo di «destabilizzare» il regime? Fantasie.
Semmai, dal momento che in Libia si prende la tv italiana, lo
show televisivo dell'ex ministro Calderoli che mostrava
una di quelle vignette sulla t-shirt. Ma il movente vero
che ha spinto i manifestanti di Bengasi a prendere d'assalto,
il 17 febbraio scorso, il consolato italiano è «l'odio»
che i libici hanno maturato nei confronti dell'Italia fin
dalla guerra del 1911, poi per le atrocità commesse
nel periodo coloniale fino al '43 e infine per le compensazioni,
sempre promesse e mai mantenute.
A
due settimane dai fatti di Bengasi, in cui la polizia uccise 11
(o 15) manifestanti che avevano dato l'assalto al consolato
italiano, il colonnello Gheddafì è tornato sull'argomento
e lo ha fatto a modo suo, con parole chiare e nette che rinfocoleranno
le polemiche nostrane. In un discorso pubblico alla Sirte, trasmesso
al vivo dalla Tv libica, Gheddafi ha rivelato che quel giorno
a Bengasi «i manifestanti erano decisi a uccidere il
console e la sua famiglia» perché «la
Libia odia l'Italia, non la Danimarca» e «i libici
colgono ogni opportunità di sfogare la loro rabbia contro
l'Italia dal 1911». La ragione di questo «odio»
antico (e giustificato) sta nel fatto che «l'Italia
non ha compensato la Libia per le sofferenze inferte». Da
molti anni i vari governi italiani promettono a Tripoli i
danni di guerra - un ospedale, lo sminamento dei
campi
minati, una strada costiera dal confine con la Tunisia a quello
con l'Egitto, l'identificazione dei luoghi nelle isole italiane
dove sono sepolte le migliaia di prigionieri libici, senza mai
onorare quelle promesse.
Ma
Gheddafì, nonostante il tono fermo, non vuole rompere
con l'Italia, con cui i rapporti sono, nonostante tutto, «buoni».
«Vogliamo approfittare dei buoni rapporti che ci sono adesso
con l'Italia perché l'Italia si decida a pagare le riparazioni
dovute». Adesso, perché il rischio per la Libia
(con i tempi che corro no
e l'export della democrazia) è che «si ripeta la
colonizzazione nel futuro dal momento che nessuno può dire
cosa sarà l'Italia nei prossimi 50 o 100 anni».
Come dire: attenti perché quel che è successo
a Bengasi potrebbe ripetersi.
A dimostrare che il
regime si sente forte e quelle di Fini erano fantasie, ieri a Londra
si è saputo che le autorità libiche hanno liberato
130 prigionieri politici, fra cui 83 Fratelli musulmani, partito
fondamentalista che una decina d'anni fa aveva fatto di Bengasi
la sua roccaforte e aveva attentato alla vita di Gheddafi.
(torna su)
Vignette
Sataniche. Ultimatum del Colonnello: o Roma ci risarcisce i danni
della colonizzazione o ci saranno altri scontri.
Gheddafi
ricatta l'Italia Fuori i soldi o sono guai"
Libero
3
marzo 2006
Mar.
Gor.
D'accordo,
gli scalmanati che due settimane fa, offesi dalle celebri
vignette sataniche sul Profeta Maometto, hanno dato l'assalto
al nostro consolato a Bengasi volevano ammazzare tutti
gli italiani che avessero trovato all'interno -incluso il console
con tutta la famiglia - ma il punto, sostiene il colonnello Muhammar
Gheddafi, è un altro. Più precisamente, è
che quanto visto in febbraio a Bengasi rischia seriamente
di essere poco più di un blando antipasto per l'Italia.
A meno che, ovviamente, Roma non allarghi i cordoni della
borsa e versi un cospicuo indennizzo nelle non propriamente
floride casse statali della Libia. Motivo di questa sorta di estorsione
pochissimo diplomatica sono vecchie ruggini coloniali tra
Tripoli ed il nostro Paese: o l'Italia - questo il pacato
ammonimento di Gheddafi - risarcisce profumatamente la Libia per
le migliaia di morti causate dall'impresa coloniale dell'allora
Regno d'Italia (giova infatti ricordare che i fatti contestati
dal Colonnello risalgono ad oltre un secolo fa) o per noi saranno
guai seri. «O l'Italia ci risarcisce», ha detto Gheddafi,
«o non sono da escludere ulteriori attacchi».
La solita storia della borsa o la vita, con buona pace dei rapporti
cordiali all'interno della grande famiglia degli Stati del Mediterraneo.
L'annuncio,
già di per sé tutt'altro che rassicurante, inizia
a fare parecchia paura se si considera che, in questi giorni,
le autorità libiche si sono premurate di scarcerare
130 prigionieri politici, 85 dei quali membri del famigerato
partito islamista fuorilegge della Fratellanza Musulmana.
Non bastassero le nefandezze di cui i Fratelli si sono macchiati
qua e là per il mondo islamico (Egitto in testa) negli
ultimi tre decenni, si aggiunga che a fornire le truppe per
le rivolte anti-italiane del febbraio scorso erano stati proprio
loro. Non bastasse nemmeno questo, si aggiunga infine che la Bbc
- generalmente attendibile e ben documentata - rivela che
a spingere per questa parodia di amnistia è stato il figlio
del Colonnello, Seif el-Islam Gheddafi, lo stesso che, secondo
i rapporti di intelligence, aveva sobillato e diretto da
dietro le quinte le rivolte di cui sopra.
Rivolte
che, per chi se ne fosse dimenticato, erano costate la vita
a quattordici manifestanti, accolti a schioppettate davanti
al consolato italiano dalla polizia (che sparò, manco a
dirlo, su ordine di Gheddafi jr. medesimo) e che erano sfociate
in un'ondata di violenza senza precedenti in diversi Stati
dell'Asia e dell'Africa - gli episodi più gravi in
Nigeria, dove si era scatenata una vera e propria caccia
al cristiano: nella rappresaglia sono state uccise decine di innocenti,
tra cui un sacerdote. Tripoli ebbe a incolpare di tutto l'allora
ministro italiano per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli,
reo di avere mostrato su Rai Uno (emittente ricevuta in chiaro
in tutto il bacino del Mediterraneo) una maglietta con le
famigerate vignette sataniche su Maometto. L'esponente del
Carroccio, sepolto da critiche e strumentalizzazioni di rara virulenza,
fu costretto alle dimissioni, e la faccenda sembrò
finire lì. Fino a ieri, fino al ricatto del Colonnello.
La strategia di Gheddafi
a questo punto appare chiara: mostrati i muscoli in occasione delle
manifestazioni al nostro consolato e schierate le truppe restituite
per l'occasione alla libertà, è ora di lanciare
l'ultimatum. Fuori i soldi, o qui le cose si mettono male.
Un ricatto bello e buono, come neanche i bulli delle scuole medie.
O la borsa o la vita. E pazienza per Allah, il rispetto per i musulmani
ed il sacrosanto diritto del Profeta a non essere raffigurato.
Adesso ci sono di mezzo i quattrini che, almeno per il
Colonnello Muhammar Gheddafi, sono più importanti di
una pila di Corani.
(torna su)
Sempre
meno credibile la tesi che l'attacco fu opera di integralisti
o oppositori
Ora
è chiaro chi fu il regista dell'assalto alla nostra sede
Tuttavia
le autorità fecero il possibile per proteggere i nostri
connazionali
La
Stampa
3
marzo 2006
Guido
Ruotolo
Le
dichiarazioni «scandalose» di Gheddafi confermano
in realtà un dato che era già evidente in quel
venerdì nero della protesta contro il consolato italiano
a Bengasi e cioè che si trattava di una protesta genuinamente
libica, forse anche orchestrata dal regime ma non certo una sommossa
degli oppositori del colonnello o degli integralisti islamici.
Che
poi la piazza sia sfuggita di mano è un altro discorso.
Lo possono confermare gli italiani che in quelle ore erano in
contatto costante con le autorità di Tripoli. In quei
momenti drammatici i libici fecero il possibile per proteggere
la sede consolare e i nostri connazionali. Questo è
stato riconosciuto anche dai ministri Fini e Pisanu nella loro
audizione in parlamento. Ciò che colpisce del messaggio
di Gheddafi non è tanto la conferma che quella sera il
console italiano rischiò la vita quanto l'affermazione
che episodi come quelli si potranno ripetere in futuro, se
il governo italiano non manterrà fede agli impegni presi.
Si
tratta di un fulmine a ciel sereno nei rapporti libico-italiani
perché nei giorni scorsi, dopo Bengasi, il Consiglio dei
ministri assicurò che avrebbe affrontato il capitolo del
contenzioso coloniale per dare un'ulteriore svolta alle relazioni
bilateri tra i due paesi. L'altre sera a Bengasi sono partiti
i festeggiamenti per l'anniversario della nascita della Jamahiria,
smentendo così chi ha letto nel venerdì nero dell'attacco
al consolato italiano una prova di forza degli oppositori
al regime e degli integralisti. E ieri il ritorno a casa, a Bengasi,
dei militanti dei Fratelli Musulmani, liberati per volontà
del colonnello. Sostiene Antoine Basbous, direttore dell'Osservatorio
dei paesi arabi: «La scarcerazione dopo i fatti di Bengasi
degli 84 ex nemici “numero uno” può significare che gli
integralisti islamici non fanno più paura al colonnello,
che non sono in grado di minacciare seriamente il suo regime».
La
clamorosa iniziativa della liberazione dei detenuti militanti
islamisti era stata preparata da tempo, in qualche modo
anticipata, comunque fortemente pilotata dallo stesso regime.
Tre settimane fa, i militanti detenuti dei Fratelli Musulmani
e le loro famiglie furono ricevuti dal leader libico, Muamrnar
Gheddafi, con il quale si intrattennero in un lungo colloquio.
Ben
prima, dunque, del venerdì nero la decisione della
loro scarcerazione era stata presa. Del resto, il figlio del leader,
indicato come il suo delfino, Seif al Isiam Gheddafi, si
era pubblicamente speso per la loro liberazione: «I Fratelli
Musulmani - dichiarò nella estate scorsa - non sono un'organizzazione
che complotta contro lo Stato. I condannati devono essere
liberati e devono essere riabilitati». A seguircela decisione
della Cor te
Suprema della Libia di dare il semaforo verde alla revisione
del processo, che aveva condannato i militanti dei Fratelli
Musulmani a pene pesantissime.
Che la Libia in questi
anni abbia usato le maniere forti per reprimere ogni forma di integralismo
islamico è cosa nota. Spesso l'ex presidente del Consiglio
Giulio Andreotti, ama ricordare che fu lo stesso leader Gheddafi,
il 15 aprile del 1998, a spiccare il primo mandato di cattura internazionale
contro Osama Bin Laden, accusato dell'omicidio di due cittadini
tedeschi (ritenuti dei servizi segreti) avvenuto il 10 marzo del
1994. Secondo fonti di Tripoli, una volta scarcerati i Fratelli
Musulmani, nelle carceri libiche rimangono detenuti 480
militanti di organizzazioni integraliste, ritenute terroristiche.
Tra loro, circa duecento affiliati al Gruppo combattente
islamico libico. Nell'estate del 2004, ai confini con il Giad,
fu smantellato un campo d'addestramento del Gruppo Salafita per
la predicazione e il combattimento. In un conflitto a fuoco
furono uccisi due poliziotti libici, mentre due o tre terroristi
furono arrestati. I Fratelli Musulmani, il movimento «Al
Jamaa al Islamiya al Libiya», si sono diffusi in Libia dal
1979.
(torna su)
Il
Colonnello interviene indiretta alla televisione di stato per
rivelare: «A Bengasi cercarono di uccidere il console italiano
e la sua famiglia».
Gheddafi
torna a minacciare l'Italia
«Non
escludo altri attacchi se Roma si rifiuterà di risarcire
la Libia per il periodo coloniale».
La
Stampa
3
marzo 2006
Emanuele
Novazio
Era
l'uccisione del console italiano l'obiettivo dei dimostranti che
presero d'assalto il consolato a Bengasi. L'ha affermato
ieri il leader libico Gheddafi in diretta tv, ammonendo l'Italia
che in futuro non si possono escludere altre aggressioni,
nonostante le buone relazioni tra i due Paesi, se il governo
di Roma si rifiuterà di indennizzare la Libia per il periodo
coloniale.
«I
manifestanti - ha detto Gheddafi - erano decisi ad uccidere
il console e la sua famiglia. Non se la prendevano con la
Danimarca, perché non la conoscono. I libici odiano l'Italia
fin dal 1911, quando occupò la loro terra».
Finora
le autorità libiche avevano sostenuto che le violenze erano
attribuibili alla collera per le caricature del profeta Maometto
e alla sortita del ministro Calderoli, che aveva esibito
in tv una maglietta con una delle vignette.
Era
l'uccisione del console italiano Franco Maria Pirrello e
della sua famiglia l'obiettivo dei
libici che il mese scorso presero
d'assalto il consolato d'Italia a Bengasi. È il colonnello
Muammar Gheddafi in persona ad affermarlo, in un'intervista alla
tv di Stato nella quale lancia durissimi segnali all'Italia, forzando
il contenzioso che divide i due Paesi: gli italiani non possono
escludere altre aggressioni in futuro - afferma - se il governo
di Roma si rifiuterà di indennizzare il popolo libico
per quanto commesso dal regime coloniale italiano, «sotto
il quale migliaia di libici furono uccisi». Per il
momento la Farnesina è cauta: «Commenteremo
quando avremo notizia di quanto ha veramente detto Gheddafi»,
fa sapere un portavoce del ministro Gianfranco Fini. In altri
termini, il governo prenderà posizione quando riceverà
la trascrizione del testo, tradotto dall'arabo.
«I
manifestanti non se la prendevano con la Danimarca (per protestare
contro la pubblicazione su un giornale delle vignette sul
profeta Maometto, ndr). I libici odiano l'Italia, non la
Danimarca», aggiunge il colonnello: «Cercano ogni
occasione per fare esplodere la loro collera contro l'Italia
fin dal 1911, quando la Libia fu occupata. La ragione è
che l'Italia non ha indennizzato i libici per le loro sofferenze».
Parole durissime che suonano come un avvertimento e un'aperta
minaccia al governo Berlusconi, impegnato invano nella soluzione
del contenzioso con il Paese nordafricano: il presidente
del Consiglio ha incontrato più volte Gheddafi in
Libia, ma i negoziati per chiudere definitivamente una pagina
che avvelena le relazioni fra i due Paesi sono da tempo arenati.
Tripoli chiede la costruzione di una autostrada costiera
per collegare il confine con l'Egitto a quello con la Tunisia,
ma il costo di 3 miliardi di euro è considerato proibitivo
da Roma, che propone la costruzione di un ospedale. Restano irrisolti
inoltre il vero problema dei crediti di nostri commercianti e
imprenditori, considerati dal regime libico parte integrante delle
indennità coloniali, e quello dei visti per gli italiani
che furono costretti ad abbandonare la Libia negli anni
'70. Pochi giorni fa Fini aveva dichiarato di voler voltare definitivamente
pagina. La reazione del colonnello dimostra che Tripoli gioca
al rialzo.
È
infatti la prima volta che da parte libica si sostiene che le
proteste di Bengasi erano motivate dai rancori per l'occupazione
italiana. Finora Tripoli aveva affermato che le violenze
sfociate nell'attacco contro il nostro consolato erano da
attribuirsi alla collera popolare per le caricature che irridevano
il Profeta. Un'altra ragione, avevano spiegato i libici,
era l'esibizione
di una maglietta con una delle vignette da parte dell'ex ministro
Roberto Calderoli,
costretto poi alle dimissioni. In seguito all'episodio, Gianfranco
Fini aveva compiuto una visita alla moschea di Roma, dove
aveva incontrato i rappresentanti di tutti i Paesi musulmani accreditati
in Italia, compreso l'incaricato d'affari libico.
Le
veementi parole pronunciate ieri sera confermano la tattica
altalenante di Gheddafi nei confronti dell'Italia. Incontrando
Silvio Berlusconi nel 2004, il colonnello gli aveva promesso che
avrebbe rinunciato a festeggiare la ricorrenza dell'espulsione
degli italiani dal Paese. Ma il 7 ottobre scorso è
stato celebrato in Libia «il giorno della vendetta»
e tre settimane dopo quello «del lutto», per commemorare
il 94simo anniversario dell'invasione italiana. A Roma non si
esclude nemmeno una forzatura a scopi elettorali: Muammar
Gheddafi, al cui sdoganamento internazionale ha fortemente
contribuito la nostra diplomazia, ha mostrato più volte
di puntare sulla vittoria di Prodi, che quand'era presidente della
Commissione Europea lo accolse con onori e simpatia a Bruxelles.
(torna su)
Il
leader libico minaccia l'Italia. E offre una sponda a Prodi dopo
il trionfo USA di Berlusconi
Gheddafi
si è schierato
Il
Tempo
3
marzo 2006
Gianni
Sarrocco
Che
ci fosse qualcosa di poco chiaro in quei giorni di rivolta
anti-italiana a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, lo si
era intuito. Sembrava strano, infatti, che i ripetuti assalti
al nostro consolato e i successivi saccheggi avessero come motivi
scatenanti le vignette satiriche che stavano infiammando
il mondo islamico e la famosa maglietta del ministro Calderoli.
C'era
ben altro fuoco sotto la cenere in Libia, nella ex Quarta Sponda
governata dal colonnello Gheddafi. Ed ecco che il rais finalmente
svela le carte ed esce allo scoperto lanciando dal deserto
della Sirte un vero e proprio ricatto all'Italia: indennizzo
dei danni di guerra oppure gli attacchi al nostro Paese potrebbero
riprendere.
«I
libici odiano l'Italia e non la Danimarca» ci fa sapere
il dittatore di Tripoli che pur sembrava aperto all'Occidente,
agli Usa e alla politica di Berlusconi. Un voltafaccia sospetto,
però, perché avviene all'indomani del successo
americano del nostro premier. E se è vero, come è
vero, che Gheddafi vanta buone relazioni anche con Prodi
e con gli altri leader dell'opposizione, come lui stesso
ha ammesso, l'improvviso cambiamento di fronte nei riguardi
del nostro Paese potrebbe avere più di una chiave di lettura.
Innanzitutto
galvanizzare le popolazioni libiche ravvivando l'odio contro
gli italiani per l'occupazione coloniale del periodo fascista.
Così facendo il leader arabo da anche un contentino agli
estremisti islamici che qualche problema glielo stanno creando.
E contemporaneamente da una mano a Prodi e compagni che non
riescono a digerire l'amaro boccone del successo americano
di Berlusconi.
Anni
fa il colonnello di Tripoli ci rifilò un paio di missili
che arrivarono sul bagnasciuga dell'isola di Lampedusa. Ora che
farà? Le nuove minacce non sembrano essere un bluff
dal momento che sono state lanciate anche in diretta televisiva.
Ma Gheddafi non può continuare a giocare su due tavoli.
Non può vantare buoni legami con l'Italia e poi fare
la faccia feroce per sollecitare i risarcimenti per le migliaia
di libici uccisi durante l'occupazione coloniale. Tripoli
ha già avuto e un negoziato è ancora in
piedi. Ma nulla hanno avuto quelle decine di migliaia di
italiani scacciati dalla Libia e rispediti in Italia
dopo che il Colonnello aveva incamerato tutti i loro
beni.
(torna su)
Il
colonnello, Ogni occasione è buona per scaricare la rabbia
sui colonizzateli»
Per
la prima volta la sommossa non viene legata alle vignette. E ieri
scarcerati 84 integralisti.
«Altri
attacchi se non risarcite la Libia»
Il
Tempo
3
marzo 2006
«I
morti e i feriti sono il frutto dell'odio dei libici contro gli
italiani. Le vignette contro l'Islam e la maglietta del ministro
Calderoli non c'entrano con gli scontri di Bengasi». A rilasciare
queste dichiarazioni di fuoco è stato Gheddafi ieri in
diretta alla tv di Stato, spiegando che i manifestanti libici
tentarono di uccidere il console italiano. Il giorno dopo i successi
di Berlusconi negli Stati Uniti il leader libico riapre uno scenario
minato. Come se anche lui fosse in campagna elettorale. Pronto
a dare una mano a Prodi.
Le
vignette contro l'Islam e la maglietta del ministro
Calderoli non c'entrano con gli scontri di Bengasi. I morti e
i feriti sono il frutto dell'odio atavico dei libici contro gli
italiani. Parola di Muahhar Gheddafi. Ieri sera, il leader libico
ha esternato in diretta alla tv di Stato spiegando che i manifestanti
libici tentarono di uccidere il console italiano e i suoi
familiari quando, due settimane fa, diedero l'assalto al consolato
italiano a Bengasi. Gheddafi ha inoltre avvertito che non
sono da escludere ulteriori attacchi se il governo italiano
si rifiuterà di risarcire la Libia per quello che l'Italia
fece durante il periodo coloniale, quando - ha detto - furono
uccisi migliaia di libici.
«I
contestatori erano determinati a uccidere il console e la
sua famiglia quando attaccarono il consolato italiano a Bengasi.
Questi contestatori non presero di mira la Danimarca perché
non hanno nessuna idea della Danimarca».
E
poi la nuova versione dei fatti: «I libici odiano l'Italia,
non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per sfogare
la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quando l'Italia occupò
la Libia. La ragione di ciò è che l'Italia
ha mancato di risarcire i libici per le loro sofferenze»,
ha spiegato.
La
polizia anti-sommossa libica ha ucciso almeno 11 persone
e ne ha ferite oltre 60 per impedire ai dimostranti di dare
l'assalto alla sede diplomatica italiana, il 17 febbraio
scorso. Ed è la prima volta che la Libia mette
in relazione la manifestazione di Bengasi con il dominio
coloniale italiano in Libia.
In
Tv Gheddafì ha poi aggiunto: «Vogliamo trarre
profitto dai buoni legami che abbiamo ora con l'Italia per
vedere che l'Italia paghi risarcimenti. La ragione è
impedire un ripetersi della colonizzazione in futuro,
perché nessuno sa come l'Italia potrà
essere nei prossimi 50 o 100 anni».
Intanto,
proprio ieri, si erano aperti molti interrogativi sulla scarcerazione
a Tripoli di tutti gli 84 fratelli musulmani detenuti in
Libia dalla fine degli anni '90, due condannati a morte, 73 all'ergastolo,
gli altri a dieci anni. Una mossa che può significare che
gli integralisti islamici non fanno più paura al colonnello,
che non sono in grado di minacciare seriamente il suo regime.
(torna su)
Il
leader libico lancia nuove minacce al nostro Paese rivendicando
il pagamento degli indennizzi. Liberati 84 estremisti dell'organizzazione
“Fratelli mussulmani”
Gheddafi:
«Altri attacchi se Roma non paga».
L'assalto
di Bengasi legato all'occupazione coloniale e non a Calderoli.
«La folla voleva uccidere il console italiano Pirrello».
Il
Giornale
3
marzo 2006
Il
leader libico Muammar Gheddafi ha rivelato che i dimostranti che
due settimane fa diedero l'assalto al consolato italiano di Bengasi
volevano uccidere il console e i suoi familiari,
ed
ha ribadito la richiesta all'Italia di risarcimenti per il periodo
coloniale. In caso contrario non sarà possibile escludere
ulteriori attacchi contro interessi italiani. I libici,
ha
aggiunto Gheddafi, in un discorso pronunciato a Sirte e trasmesso
in diretta dalla tv, «odiano l'Italia», per le sofferenze
subite durante la colonizzazione.
Il
dittatore libico, il colonnello Muammar Gheddafì, ha minacciato
ieri sera l'Italia, affermando che non sono da escludere
nuovi attacchi a sedi del nostro Paese in Libia se il governo
di Roma continuerà a rifiutare di risarcire Tripoli per
quanto le truppe italiane fecero durante il periodo coloniale,
«durante il quale - ha detto Gheddafì - furono
uccisi migliaia di libici». In un discorso pronunciato
davanti a funzionari governativi, il numero uno del regime tripolino
ha dichiarato che nell'assalto al consolato italiano di Bengasi,
lo scorso 17 febbraio, i manifestanti tentarono di uccidere il
console Giovanni Pirrello e i suoi familiari.
Negli
scontri scoppiati davanti alla nostra rappresentanza morirono
11 arabi e una sessantina rimasero feriti, colpiti dal fuoco della
polizia. Gli incidenti scoppiarono dopo che l'allora ministro
per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli, aveva mostrato
in segno di solidarietà con la Danimarca una maglietta
con le vignette danesi ritenute blasfeme da gran parte dei musulmani
in quanto ironizzavano su Maometto e la religione islamica.
«I
dimostranti - ha precisato Gheddafi - intendevano proprio
uccidere il console italiano e i suoi familiari. Gli
aggressori non puntavano alla Danimarca perché non
avevano alcuna idea di che cosa fosse la Danimarca. I libici
- ha aggiunto -odiano l'Italia, non la Danimarca. I miei concittadini
cercano l'occasione per far esplodere la loro rabbia contro
l'Italia da quando nel 1911 Roma occupò la nostra terra.
E la ragione di questa situazione è che l'Italia non ha
ricompensato i libici per le loro sofferenze». È
la prima volta che Tripoli attribuisce la protesta di Bengasi
al dominio coloniale italiano in Libia.
Qualche
ora prima il governo aveva annunciato l'avvenuta scarcerazione
di tutti gli 84 membri dell'organizzazione estremista «Fratelli
musulmani» detenuti nelle carceri del Paese e fuorilegge
dagli anni Novanta, il regime aveva fatto arrestare verso la fine
degli anni Novanta 152 esponenti del movimento estremista islamico
e nel 2002 il tribunale del popolo ne aveva condannati due
a morte, 73 all'ergastolo e altri a 10 anni; 66 erano stati assolti.
I
condannati, in gran parte studenti e professori universitari,
erano accusati di aver sostenuto il movimento Al-Jamaa al-Islamiya
al-Ubiya, un movimento fondato nel 1979 e ispirato ai Fratelli
musulmani, la cui origine è egiziana e di cui oggi
il più noto rappresentante è Ayman al Zawahiri,
il braccio destro di Osama Bin Laden. La scarcerazione degli
estremisti libici era stata chiesta nel giugno scorso da Seif
el Islam Gheddafi, primogenito di seconde nozze del dittatore,
andato al potere nel 1969 con un colpo di Stato.
(torna su)
Il
Colonnello in mano agli islamici
Le
minacce contro Roma, un'arma per conservare il potere
Corriere della Sera
3
marzo 2006
Magdi
Allam
Povero
Calderoli! Ora che lo stes so Gheddafi ha detto che le vignette
blasfeme su Maometto non c'entra no niente e che l'assalto
al consolato italiano a Bengasi è una reazione al
mancato indennizzo per i danni coloniali, Berlusconi dovrebbe
ri considerare la decisione di dimetter lo. Paradossi.
In ogni caso ora sap piamo che l'Italia, qualunque cosa faccia,
è stata prescelta come vitti ma sacrificale sull'altare
di una con sacrazione storica.
La
consacrazione dei Fratelli Musulmani libici che da ieri sono
ufficialmente legittimati e i cui militanti sono stati
tutti rilasciati dalle carceri.
Ed
è così che nel ventinovesimo anniversario della
nascita della «prima Jamahiriya (governo delle masse)
della storia», il sistema politico inaugurato nel 1977,
Gheddafì segue le orme dell'Egitto legalizzando il
potente movimento integralista islamico. Il semplice
fatto che nel comunicato ufficiale in cui si annuncia il
rilascio di 130 prigionieri politici di cui, si specifica
«85 appartenenti ai Fratelli Musulmani», costituisce
un riconoscimento di un gruppo fino a un attimo prima qualificato
come «traditore», «nemico del popolo»
e «terrorista». Ne prendano atto tutti coloro
che, in Italia e in Occidente, hanno finora giustificato il loro
sostegno a Gheddafi come un imperativo imposto dal rischio
che la Libia cada nelle mani degli integralisti islamici.
Ora che lo stesso Gheddafi li ha legittimati e si appresta a farne
un partner nella gestione del potere, sarebbe bene che riconsiderassero
le loro valutazioni.
E'
del tutto evidente come Gheddafi sia stato costretto a allearsi
con il diavolo. Bengasi, la seconda città del Paese,
gli era sfuggita di mano.
Dopo
aver istigato la popolazione a protestare contro gli italiani,
sfruttando una dichiarazione «crociata» fatta da Calderoli
l'8 febbraio scorso (una settimana prima dell 1 esibizione
della provocatoria maglietta in televisione), la manifestazione
del 17 febbraio gli sfuggì di mano. A gestirla,
ora lo sappiamo, furono i militanti dei Fratelli Musulmani
che assaltarono e bruciarono il nostro consolato. Di qui l'ordine
di sparare a vista lasciando sul terreno 11 morti. Ma di
fronte al moltiplicarsi della rabbia, Gheddafi lasciò mano
libera agli islamici che saccheggiarono il consolato,
incendiarono una chiesa e un monastero, proclamò «martiri»
le sue vittime, decise di sacrificare il ministro dell'Interno.
Ieri
Gheddafi ha precisato che i rivoltosi avrebbero voluto uccidere
il console italiano Pirrello. Precisando che nuove aggressioni
contro gli italiani sono assolutamente possibili se l'Italia
non provvedere all'indennizzo per i danni coloniali. La verità
è che Gheddafi non ha nessuna intenzione di chiudere questo
contenzioso. Per lui è molto più prezioso utilizzarlo
come arma di ricatto e di minaccia ogni qual volta gli torna utile
fare dell'Italia una valvola di sfogo per calmare le acque interne.
Ed
è esattamente quanto sta succedendo ora. L'Italia viene
data in pasto ai libici in rivolta e agli integralisti
islamici assetati di vendetta e di potere. Gheddafi che per
l'ennesima volta si conferma del tutto inaffidabile, dimostra
che l'unica priorità è la salvaguardia del
potere. Che, a questo punto, coincide con la salvaguardia
della sua vita.
(torna su)
Il
Colonnello: dateci i risarcimenti per il periodo coloniale, la
folla voleva uccidere il console
Gheddafi,
minacce all'Italia
«I
lìbici vi odiano, sono possibili altri attacchi»
Il
Corriere della Sera
3
marzo 2006
Maurizio
Caprara
II
colonnello Gheddafi rivela in tv: a Bengasi la folla voleva uccidere
il console italiano. Il leader minaccia: «I libici odiano
voi e non i danesi, e non sono da escludere altri attacchi
se non arriveranno i risarcimenti per il periodo coloniale».
II
passo avanti e i due indietro che caratterizzano da tempo
i rapporti tra Italia e Libia sembrano essersi trasformati
ieri in un salto all'indietro. La nota con la quale il governo
di Silvio Berlusconi, il 23 febbraio, faceva capire di essere
disposto a concordare con Tripoli nuove misure volte a «chiudere
definitivamente» il capitolo del «passato coloniale»
non è bastata. Muammar Gheddafi, ieri, ha lanciato un avviso:
dopo l'assalto di due settimane fa al consolato italiano
a Bengasi, se il suo Paese non riceverà una compensazione
adeguata per quel periodo del XX secolo, non vanno esclusi altri
attacchi. Il Colonnello ne attribuisce il pericolo a passioni
del suo popolo nate prima dello sdegno per le vignette danesi
su Maometto e della loro riproduzione sulla maglietta del
leghista Roberto Calderoli: «I libici odiano l'Italia,
non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per sfogare
la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quando l'Italia
occupò la Libia».
Il
Colonnello ha parlato così, stando all'agenzia britannica
Reuters, davanti a alti funzionari governativi e suoi sostenitori
riuniti a Sirte. Benché il Leader sia abituato a elargire
colpi di scena, era da tempo che non ricorreva a toni così
drastici verso l'Italia. E oggi la Farnesina non avrà un
ambasciatore da convocare per chiedere spiegazioni: l'ultimo che
il Colonnello aveva accreditato presso il Quirinale non viene
sostituito da oltre un anno.
Non
ci sono problemi con la Libia, aveva sostenuto Berlusconi su Al
Jazira. Oltre all'avvertimento, il Colonnello ha fornito dettagli
non rassicuranti su che cos'altro sarebbe potuto succedere
a Bengasi il 17 febbraio, il giorno nel quale la sua polizia salvò
la rappresentanza italiana e ammazzò almeno 11 dimostranti,
definiti poi «martiri». «I contestatori erano
decisi a uccidere il console e la sua famiglia, quando attaccarono
il consolato italiano. Non
presero
di mira la Danimarca perché non hanno nessuna idea della
Danimarca», ha dichiarato Gheddafi. Mentre il suo ufficio,
poi distrutto, resta chiuso il console Giovanni Pirrello si trova
in Italia. Ha perso la madre.
Strano
rimpiattino, quello sulle cause dell'assalto. Finora, la
Giamahiria non lo aveva messo in relazione al colonialismo.
Con Calderoli ancora ministro delle Riforme, la Farnesina
lo aveva addebitato alla rabbia verso le vignette. Prima
di riconoscere che gli assaltatori ce l'avevano con Calderoli,
il ministro degli Esteri Gianfranco Fini aveva parlato di un tentativo
di «destabilizzare» il regime di Gheddafi. Tripoli
non aveva gradito. «La ragione èli fatto che
l'Italia non ha indennizzato i libici per le loro sofferenze»,
ha affermato ieri il Colonnello. Non deve essere un caso che l'abbia
detto nello stesso giorno nel quale ha liberato ottantaquattro
Fratelli musulmani arrestati dagli anni '90. Tra questi, cinquantacinque
sono tornati a Bengasi.
La
Farnesina, ieri, ha preso tempo. Per una reazione, aspetta la
traduzione del discorso di Gheddafi, trasmesso in diretta
dalla tv di Stato.
(torna su)
Minoli,
Gheddafi e Totò sceicco
L'Opinione
della Libertà
27
febbraio 2006
Arturo
Diaconale
Tra
il governo libico e Rai 3 sembra essere; un accordo preciso. Ogni
volta che le relazioni tra Roma e Tripoli tornano a diventare
tese per un qualsiasi accidente, ecco che puntuale come una cambiale
il terzo canale del servizio pubblico radiotelevisivo italiano
trasmette una vecchia inchiesta del direttore di Rai Educational
Giovanni Minoli sulle nefandezze commesse dal colonialismo fascista
nella cosiddetta "quarta sponda". Scoppia il caso Calderoli
ed in Libia si accende la rivolta antigovernativa? Ecco che ricompare
il programma di Minoli che sbatte in faccia agli italiani le loro
presunte responsabilità storiche. Intendiamoci, l'inchiesta
è di grande efficacia e realizzata, come tutti i programmi
di Minoli, con grandissima professionalità e competenza.
Ci sono le immagini della Libia fascista dell'Istituto Luce, le
testimonianze delle vittime del colonialismo, le commemorazioni
nostalgiche degli italiani discendenti degli immigrati nello "scatolone
di sabbia" e l'intervista al Colonnello Gheddafi in cui il
leader libico torna a condannare i misfatti compiuti ai danni
dei suoi connazionali dal nostro Paese. Insomma, un servizio giornalistico
perfetto. Ovviamente secondo i canoni politicamente corretti di
quella storiografia del colonialismo italiano i m personificata
da Angelo Del Boca secondo cui, il peccato coloniale degli italiani
è intollerabile, imperdonabile e incancellabile. L'unico
guaio, però, è che tanta perfezione rispunta con
incredibile puntualità sugli schermi della televisione
pubblica italiana ogni qua! volta il governo libico ha qualche
contenzioso da sollevare nei confronti di quello italiano.
E
allora la circostanza, soprattutto quando diventa non solo ripetuta,
ma addirittura ossessiva, incomincia a sollevare qualche interrogativo.
Sulla ragione della concomitanza, sui contenuti della trasmissione.
E, in generale, sul singolare motivo per cui la storia possa procedere
con incredibile velocità per ogni paese del mondo tranne
che per l'Italia e la Libia, di fatto ferme nei loro rapporti
all'indomani della seconda guerra mondiale. Esìste una
risposta unica a questi interrogativi? Esiste. Ed è quella
che nella trasmissione di Minoli brilla per la sua più
assoluta assenza. Questa risposta si chiama petrolio e dipendenza
energetica italiana. Il Colonnello Gheddafi tiene acceso da decenni
il risentimento anti-italiano per commercializzare da posizioni
di forza il petrolio libico con il nostro Paese. Non importa se
dal '69 ad oggi, cioè da quando Gheddafi è al potere,
l'Italia abbia aiutato, sostenuto e coperto ogni oltre ragionevole
limite il dittatore di Tripoli. Quest'ultimo sostiene strumentalmente
che le colpe coloniali non hanno prezzo e non si estinguono in
alcun modo. Così impone e dispone nei confronti dei governi
italiani, di qualsiasi colore essi siano, a seconda delle sue
necessità e dei suoi capricci. La repressione di Rodolfo
Graziani risale agli anni '20, il grande esodo degli italiani
dalla Libia alla fine della guerra, la cacciata di quelli rimasti
agli inizi degli anni '70.
Eppure,
benché più di ottanta anni siano passati dalia esecuzione
di Ornar al-Mukhtar, più di sessanta dalla cacciata degli
agricoltori italiani colonialisti e fascisti e quasi quaranta
dalla eliminazione di qualsiasi presenza italiana in Libia, il
Colonnello tiene aperta la ferita ed i suoi fiancheggiatori italiani
in veste di storici e di autori televisivi lo aiutano a rendere
la piaga sempre più purulenta. A dispetto della reale storicizzazione
degli avvenimenti. Non sia mai che il vulnus si richiuda ed il
governo libico possa perdere l'arma con cui contratta al meglio
il prezzo del suo petrolio! Non ce l'ho con Minoli, con Rai 3
o con il Governo italiano. Capisco le conseguenze, spesso amare,
della ragione di stato. Le capisco al punto che pur avendo condotto
con "L'opinione" lunghe campagne in favore del riconoscimento
dei diritti delle aziende italiane che vantano crediti riconosciuti
e mai pagati dal governo libico, evito di tirare in ballo questo
argomento. Ma fino a quando il ricatto sul petrolio di Gheddafi
dovrà obbligarci a coprirci il capo di cenere? E fino a
quando il nostro Governo dovrà subire le forsennatezze
del Colonnello e dei suoi figli preoccupandosi anche di sostenere
l'augusta famiglia dai rischi crescenti della rivoluzione dei
fondamentalisti islamici? In attesa di risposte sarebbe interessante
che Rai 3 incaricasse Rai Educational di realizzare un nuovo programma
televisivo sulla Libia.
Un programma che partisse dal confronto tra
le case bianche di Bengasi degli anni Trenta e quelle grigie e scalcinate
di oggi. E spiegasse che fine ha fatto il fiume di denaro che l'Italia
e gli altri paesi occidentali hanno pompato in questo lunghissimo
periodo di tempo al governo di un Paese che, a dispetto delle sue
ricchezze petrolifere, impone alla propria popolazione di vivere
in condizioni di regresso rispetto al tanto aborrito periodo coloniale.
Mi rendo conto che un programma del genere, incentrato sulla responsabilità
di una dittatura che tiene in povertà il proprio popolo per
aumentare le proprie ricchezze, farebbe un favore ai fondamentalisti
islamici. Ma, come diceva Totò sceicco, "ogni limite
ha la sua pazienza!"
(torna su)
Libia.
Il filmato su un sito di jihadisti: «Allah è grande,
l'Italia sarà sconfitta»
Un
video di Al Qaeda sull'assalto di Bengasi
Roma
a Tripoli: «Chiudiamo il capitolo del passato coloniale»
La
Stampa
24
febbraio 2006
Anna
Zafesova
«Allah
è grande, video distruzione e incendio ambasciata italiana
a Bengasi, Libia, video sulla sconfitta dell'Italia»
è questo il titolo di un messaggio apparso ieri sui forum
di Al Qaeda in Internet, nel quale si annuncia la realizzazione
di un filmato che esalta l'incendio della nostra sede diplomatica
di Bengasi avvenuto lo scorso venerdì. Il messaggio, firmato
da un internauta che si fa chiamare con il pseudonimo minaccioso
«lo sgozzatore», fornisce una breve presentazione
del filmato della durata di 2 minuti e 40 secondi. «È
stato incendiato e distrutto il consolato italiano a Bengasi –
si legge nel forum - che è una delle più famose
città della Libia per il Jihad. Ne vedrete ancora di cose
simili».
Una
testimonianza inquietante di come la protesta della piazza
libica si sia svolta sotto l'occhio soddisfatto di Al Qaeda. Il
video in questione si apre con una scritta eloquente: «Kill
the Kafron for muslem» (uccidi i miscredenti per i musulmani).
Ma l'aspetto forse più inquietante delle riprese che circolano
sul web è che sono stati inseriti come sottofondo per le
immagini alcuni canti tipici di Al Qaeda usati solitamente per
i filmati del gruppo di Abu Musab al-Zarqawi, il leader della
rete terrorista di Bin Laden responsabile di decine di massacri
in Iraq. Le riprese mostrano la facciata e le vie laterali del
palazzo che ospita il consolato italiano di Bengasi. La videocamera
mette in evidenza la quantità di danni subiti dalla sede
consolare. Il video è stato chiaramente realizzato
dopo le violenze di venerdì scorso, scoppiate per protesta
contro la maglietta con le vignette su Maometto indossata
dall'ex ministro Calderoli, durante le quali sono morte 14
persone.
L'obiettivo
inquadra alcune scritte realizzate dai manifestanti sulle
mura del palazzo. Quella più grande dice: «Allah
è grande», mentre altre dicono «La forza è
di Allah e del suo profeta». Le scritte sono state probabilmente
realizzate dai manifestanti durante gli scontri di venerdì
sera: infatti si può vedere su un muro anche la dicitura
«Bengasi 17/2/2006» e più in basso si può
vedere solo l'ultima parola di una scritta più lunga che
è quella di «Shuhada» (martiri in arabo).
Nel
frattempo ieri il Consiglio dei Ministri ha deciso di adottare
tutte le opportune iniziative per «dare respiro strategico
e forte valenza operativa» alla partnership tra Italia
e Libia. E ciò anche chiudendo «definitivamente il
capitolo storico del passato coloniale con misure altamente
significative». Il Consiglio dei Ministri chiede al
governo di Tripoli di adempiere ai suoi impegni, in particolare
per quanto riguarda la concessione «senza discriminazioni»
di visti ai profughi italiani. Contemporaneamente, il governo
intende «ricercare con la parte libica una soluzione accettabile
del contenzioso economico sui crediti che vantano le aziende italiane»,
rappresentando anche la necessità che «si ponga termine
alle limitazioni tuttora vigenti sul piano normativo e pratico
in Libia» a danno degli operatori economici del
nostro Paese.
Decisioni
adottate all'unanimità e che sono state accolte con
cauto ottimismo dall'Associazione italiana dei rimpatriati
dalla Libia (Airl) che, tuttavia, dopo le molte delusioni degli
anni passati, attendono che si concretizzi il rilascio dei
visti più volte promesso. «Non possiamo dimenticare
né l'accoglienza che abbiamo ricevuto l'anno passato
a Tripoli e le proposte di collaborazione che in quell'occasione
ci sono state avanzate dalle autorità libiche, né
i decenni che abbiamo trascorso in Libia a fianco di quel popolo
nel più totale rispetto reciproco delle religioni di appartenenza»,
ha detto Giovanna Ortu, presidente dell'Airl. In una nota
i rimpatriati lamentano tuttavia che il governo ha tradito per
cinque anni le loro aspettative in tema di indennizzi per i beni
che Muammar Gheddafi ha confiscato come acconto dei supposti
danni coloniali.
(torna su)
Dopo
Bengasi serve diplomazia
Il
Tempo
24
febbraio 2006
Giuseppe
Scanni
Come
sovente è accaduto nella nostra Storia, la Libia suscita
un dialogo interno alla politica italiana che assume tratti
a volte aspri, ma che mette a nudo aspirazioni, incomprensioni,
falsi e veri orgogli, latenti aggressività in un rapporto
difficile tra le due sponde del Mediterraneo. Dopo l'ascesa al
potere di Gheddafi, i rapporti italo-libici sono stati altalenanti.
La Libia ha chiesto gesti visibili di risarcimento per il
passato colonialismo. L'Italia ha offerto quel che poteva
ed ha esercitato una costante «moral suasion»
per far allontanare lo Stato Libico da una deriva terroristica
che le sarebbe stata fatale (si pensi all'Irak) ed una costante
azione per appianare le crisi con i maggiori stakeholder occidentali,
ad iniziare dagli Stati Uniti.
I
moti di Bengasi hanno rimesso in discussione un modello di politica
estera nel Mediterraneo che ha sostanzialmente garantito per decenni
sicurezza e crescita. Alla forza tranquilla del Ministro dell'Interno,
Giuseppe Pisanu (che è stato capace di rassicurare
gli italiani senza proclami e con molti fatti), alla collaudata
esperienza del Ministero degli Esteri, si contrappone chi reclama
«maggiore fermezza» nei confronti del mondo islamico
in generale, di Hamas e dei libici in particolare.
Occorre
capire di quali maggiori fermezze si parli. Il Quartetto
(Usa, Ue, Russia ed Onu) pretende dal futuro governo palestinese
la rinuncia alla violenza, il riconoscimento di Israele,
il rispetto degli accordi di Oslo. Finché le condizioni
non siano rispettate, i sussidi soprattutto europei, dei quali
vive la Palestina, saranno drasticamente ridotti da Bruxelles.
Il rappresentante della Ue, Javier Solana, ha dichiarato: «Elezioni,
anche democratiche, non sono sufficienti a legittimare una
organizzazione terrorista», come Hamas.
Mischiare
in un calderone temi fondamentali ed imprescindibili come
la salvaguardia di Israele, la lotta all'antisemitismo, il
diritto dei popoli a vivere senza l'angoscia del terrorismo, il
rispetto di tutte le religioni, compresa quella cristiana,
e segnatamente cattolica, ad altri temi (Libia e vignette
satiriche, antioccidentalismo e scontri di civiltà,
interessi nazionali in campo energetico e diritti civili)
fa solo il favore di chi vuole coprire gli estremismi di
stato (Iran e Siria per cominciare) in un calderone di passionalità
popolari.
Il
ministro Pisanu ha concordato con Gheddafi una comune politica
di intelligence per contrastare la immigrazione clandestina. È
poco? Non mi sembra.
Papa
Benedetto invoca le democrazie, a cominciare dall'Italia, di pretendere
dagli stati a forte connotazione islamica condizioni di reciprocità
nella difesa delle minoranze culturali e religiose. Non chiede
all'Italia di massacrare 43 immigrati in risposta all'assassinio
di 43 cristiani in Nigeria. Chiede di usare con nuovo vigore i
mezzi diplomatici dei quali disponiamo.
Il
Presidente Ciampi ha invitato, nella Sinagoga di Roma, ad impegnarsi
- ricordando la Shoà - a rispettare tutte le religioni
con il dialogo. Si avvicina la data elettorale. Centro-destra
e Centro-sinistra farebbero bene a ricordare la Spagna. L'ex premier
spagnolo Aznar andò velocemente a casa a causa del tragico
attentato di Madrid. Estremizzare il concetto di fermezza, senza
peraltro indicare quale fermezza si tratti, non solo non appartiene
alla tradizione della Logica, errore scusabile per chi si occupasse
poco di Filosofia, ma è molto pericoloso, perché
al di là dei rischi concreti di attentati, costringerebbe
gli italiani a comportarsi irrazionalmente come quelle stesse
masse urlanti che sicuramente non amano.
(torna su)
Strategie
andreottiane.
Sul
gesto «simbolico» anche il sì leghista.
Il
Sole 24 Ore
24
febbraio 2006
Gerardo
Pelosi
Dopo
cinque anni di Governo e di sbandierata “discontinuità”
con i precedenti esecutivi, la Casa delle libertà
ritrova negli ultimi scampoli di attività uno spirito autenticamente
“andreottiano' nelle relazioni con il Medio Oriente e con
i partner più difficili come il colonnello Gheddafi. Artefici
dell'operazione i ministri degli Esteri, Gianfranco
Fini, e dell'Interno, Giuseppe Pisanu. È stato in
realtà il responsabile della Farnesina a portare a termine
un progetto di Pisanu che, circa un mese fa, aveva preparato una
mozione parlamentare per riaffermare l'amicizia con
Tripoli in funzione delle politiche di contrasto all'immigrazione
clandestina. Sta di fatto che Fini, con l'aiuto di Pisanu, ieri
in Consiglio dei ministri è riuscito a confezionare per
tutti i partiti della coalizione una strategia di partnership
con Tripoli che sembrerebbe presa di sana pianta dallo strumentario
della Prima Repubblica. Si prevede di chiudere definitivamente
il capitolo storico del passato coloniale «anche con
misure altamente significative oltre a quelle già
eseguite o in corso di esecuzione, da concordare con la parte
libica». Traducendo dal “diplomatese” si tratta del cosiddetto
“gesto simbolico” chiesto dalla Libia per chiudere la questione
dei danni di guerra. Un gesto la cui entità era stata valutata
nel 2001 in 60 miliardi di lire, lievitato poi a 150 milioni di
euro fino alle cifre iperboliche (6 miliardi di euro) nel
caso della litoranea Tripoli-Bengasi. La novità sta
nel fatto che, per la prima volta, tutte le forze politiche,
compresa la Lega, hanno accettato il principio del “gesto
simbolico”. Ma hanno anche convenuto sul fatto che la disponibilità
italiana venga condizionata al rispetto, da parte libica,
di alcuni impegni che vanno dalla concessione dei visti ai
profughi italiani (da cui il cauto ottimismo dell'Airl, l'associazione
che li rappresenta) alla definizione del contenzioso sui
crediti vantati dalle imprese italiane per circa 600 milioni
di euro.
Il
cambio di passo nei rapporti con il Medio Oriente non è
sfuggito al senatore Andreotti che ha apprezzato la «responsabilità»
di Fini e Pisanu dopo avere ridicolizzato («non si
vorrà mica fare dell'antiquariato…») i maldestri
tentativi di corteggiamento per richiamarlo a ruoli di responsabilità
in futuri Governi. Ad Andreotti basta sottolineare come Fini
e Pisanu abbiano, se non proprio abbracciato la ricetta dell'“equivicinanza”
ricondotto la politica estera ad «una linea perseguita per
alcune decine di anni» che ci ha evitato la reazione »di
movimenti pericolosissimi proprio perché abbiamo cercato
di non apparire provocatori».
(torna su)
L'interesse
dell'Italia verso la stabilità di Tripoli
Il
Sole 24 Ore
24
febbraio 2006
Stefano
Folli
La
Libia, l'Italia, il caso Calderoli. La Casa delle libertà
ha chiuso per tempo una polemica assurda a causa della quale
la politica estera era diventata un fattore di divisione all'interno
della maggioranza. Per ventiquattro ore la Lega si è staccata
dal resto della coalizione, contestando le dichiarazioni rese
mercoledì in Parlamento dai ministri Fini e Pisanu. Soprattutto
dal primo.
Ieri,
tuttavia, ha prevalso il buon senso e la frattura è stata
ricomposta dallo stesso ministro Castelli che l'aveva provocata.
Sulla
carta, l'incidente è chiuso. Nella sostanza resta un disagio
diffuso nel Centro-destra, figlio dell'inquietudine suscitata
dagli incidenti di Bengasi e da quello che sta succedendo
nel resto del mondo islamico. È la Lega che si sforza di
distinguersi, di dimostrare che lo scontro di civiltà non
le fa paura. È anche l'irresponsabile comportamento
di Calderoli, con la maglietta ostentata, faceva parte di
questo schema.
S'intende
che la partita è solo elettorale. Alzando la voce, il Carroccio
spera di prendere qualche voto in più nelle sue valli.
Ma nel concreto il partito di Bossi non ha la forza e nemmeno
l'interesse di distinguersi dal grosso della coalizione berlusconiana,
di correggere l'asse della nostra politica estera. I paletti di
tale politica sono stati confermati da Berlusconi e da Fini
in termini che possiamo senz'altro definire prudenti, in sintonia
con una certa tradizione della politica italiana verso i paesi
arabi e musulmani.
Così
il presidente del Consiglio, in un'intervista ad Al Jazeera,
ha spiegato che «gli italiani rispettano tutte le religioni.
Il popolo italiano è aperto alla comprensione degli
altri, all'ospitalità. È un popolo lontano da ogni
forma di xenofobia e di razzismo». E gli interventi del
ministro degli Esteri e di quello degli Interni in Parlamento
sono stati talmente equilibrati verso la Libia di Gheddafi da
suscitare il plauso di Giulio Andreotti. Il senatore a vita,
che non è vicino al Centro-destra e non manca di criticarlo,
stavolta ha detto di riconoscersi nelle parole di Fini e Pisanu,
di avervi rintracciato «una linea perseguita per qualche
decina di anni».
Riepilogando.
L'Italia non si è scusata con la Libia, però ha
addossato all'ex ministro Calderoli la responsabilità
delle «provocazioni». La Lega in un primo momento
ha protestato, poi ha accettato questa linea e di fatto ha scaricato
Calderoli. Fini si è espresso in termini «andreottiani»
verso Gheddafi. Il che in apparenza è curioso, ma a ben
guardare denota nel ministro degli Esteri lo spessore di un uomo
politico responsabile. Forse di un uomo di Stato.
Sarebbe
stato facile organizzare un can can contro i libici, dopo l'assalto
di Bengasi. Da un punto di vista elettorale, Alleanza nazionale
ne avrebbe tratto qualche vantaggio. Oltre al plauso di quei commentatori
che hanno accusato l'Italia di essere acquiescente verso il dittatore
di Tripoli.
Ma
è chiaro che Fini e Pisanu hanno guardato in primo
luogo agli interessi dell'Italia. E oggi il primo di tali interessi
consiste nel non indebolire Gheddafi nel momento in cui il colonnello
è palesemente esposto agli attacchi dell'integralismo.
Un Libia stabile e aperta all'occidente: questo serve all'Italia.
Il
resto ne discende di conseguenza. A cominciare dalla necessità
di avere la Libia dalla nostra parte nella battaglia contro gli
immigrati clandestini. Per continuare con le decisioni prese
ieri dal Consiglio dei ministri: misure per chiudere con «il
passato coloniale» e per definire il contenzioso economico
sui crediti vantati dalle aziende italiane. È un cedimento
a Tripoli tutto questo? È un ritorno alla politica
andreottiana? Forse, più semplicemente, è un atto
di realismo che separa tutta la politica estera italiana dalle
suggestioni ideologiche.
(torna su)
Fini
agli ambasciatori arabi: «Niente alibi ai terroristi»
Il
governo ha approvato nuove misure per ricomporre il contenzioso
economico d'epoca coloniale tra l'Italia e la Libia.
Il
Secolo d'Italia
24
febbraio 2006
Antonio
Marras
Chiudere
definitivamente il capitolo storico del passato coloniale
e continuare a cercare una soluzione accettabile del contenzioso
economico con la Libia. È quanto ha deciso il Consiglio
dei ministri, nel corso della seduta di ieri mattina, su
indicazione di quanto emerso dalla riunione congiunta delle commissioni
Esteri e Difesa di Senato e Camera. «il Consiglio dei ministri
— si legge nel comunicato di Palazzo Chigi — ha deciso di adottare
tutte le iniziative opportune a dare respiro strategico e
forte valenza operativa alla partnership Italia-Libia, assegnando
priorità assoluta alla duplice esigenza: chiudere definitivamente
il capitolo storico del passato coloniale, anche con misure
altamente significative, oltre a quelle già eseguite
o in corso di esecuzione, da concordare con la parte libica,
che diano il segno dell'amicizia tra i due popoli, rinnovando
nel contempo l'invito alle Autorità libiche a dare
seguito completo agli impegni sottoscritti, in particolare ai
fini della concessione senza discriminazioni dei visti ai profughi
italiani» E inoltre, «continuare a ricercare
con la parte libica — continua la nota — una soluzione accettabile
del contenzioso economico sui crediti che vantano le aziende
italiane, rappresentando nel contempo la necessità che
si ponga termine alle limitazioni tuttora vigenti sul piano normativo
e pratico in Libia a danno delle aziende italiane».
Dunque,
il governo si muove sul terreno politico per cercare di superare
antiche divisioni con la Libia, mentre il ministro degli Esteri
Gianfranco Fini prosegue la sua azione diplomatica per affrontare
il nodo dei rapporti tra Islam e Occidente.
Evitare
di cadere «nella trappola degli estremisti» e combattere
la miseria e l'ignoranza attraverso «una grande offensiva
di reciproca conoscenza», ha ribadito ieri Fini illustrando
la strategia per favorire il dialogo agli ambasciatori di Oman,
Giordania, Marocco ed al capo missione della Lega Araba El-Hassan
Shabbo, in quanto delegati dai capi missione arabi accreditati
a Roma, ricevuti ieri alla Farnesina. Fini ha ricordato che la
libertà di stampa, proprio perché costituisce un
fondamento della democrazia, non deve in alcun modo essere
confusa con la licenza di irridere ed offendere i sentimenti
religiosi. Lo stesso ministro, riferiscono alla Farnesina, ha
inoltre richiamato la necessità di non cadere nella trappola
degli estremisti che, sfruttando il legittimo sentimento
di offesa, mirano ad innalzare il livello della tensione per pregiudicare
quel dialogo fra mondo arabo-islamico e mondo occidentale
che va invece perseguito, combattendo non solo la miseria ma anche
l'ignoranza attraverso una grande offensiva di reciproca conoscenza.
In questo spirito, se si vuole evitare il muro dell'incomprensione,
occorre, ha osservato Fini, prima di tutto rafforzare il dialogo
con le comunità islamiche presenti in Italia, valorizzando
la consulta islamica e coinvolgendo anche la scuola per realizzare
iniziative che rinsaldino la comprensione tra le diverse culture.
Gli
ambasciatori hanno espresso il loro apprezzamento per la posizione
del governo italiano, al quale, hanno detto, non è stata
presentata nessuna richiesta di scuse poiché non ve ne
era alcun bisogno. Avendo mantenuto chiara la distinzione tra
libertà d'espressione e licenza di offendere, il governo
italiano, hanno sottolineato gli ambasciatori, ha dato prova di
coerenza isolando quanti si discostavano da tale linea.
Gli
ambasciatori, ringraziando Fini per la sensibilità dimostrata
e per i gesti di solidarietà compiuti, fra cui la recente
visita alla moschea di Roma, hanno infine pienamente concordato
sul dovere di tutti i governi di adoperarsi in maniera responsabile
per favorire il ritorno ad un clima costruttivo di dialogo, e
hanno espresso la loro gratitudine all'italiana per il suo prezioso
ruolo di ponte fra Paesi del mondo arabo ed Europa. Avendo mantenuto
chiara la distinzione tra libertà d'espressione e
licenza di offendere, il Governo italiano — hanno sottolineato
gli Ambasciatori — ha dato prova di coerenza isolando quanti si
discostavano da tale linea.
Intanto,
ieri, si è chiusa anche la presunta polemica tra Fini e
Castelli sulla relazione del vicepremier alle Camere che
secondo qualche giornale aveva originato un dissidio con
la Lega. È stato lo stesso Castelli a spiegare che la vicenda
era stata chiarita direttamente con Fini, il quale ieri ha
incassato anche l'apprezzamento del senatore a vita Giulio Andreotti
per la sua relazione al Parlamento. «È stata
una relazione molto responsabile, sia nei contenuti sia nel
modo con cui sia lui che Pisanu hanno riferito al Parlamento,
perché è un momento di particolare delicatezza
e chi ha la testa sul collo deve cercare di non eccitare risentimenti
o suscitare sospetti e reazioni», ha detto ieri Andreotti.
«Questo — ha aggiunto Andreotti – non vuoi dire affatto
chinare la testa o non vedere pericoli, ma significa proprio riprendere
una linea perseguita per alcune decine di anni. Siamo stati fuori
dalle reazioni anche di movimenti pericolosissimi proprio
perché abbiamo cercato di non apparire provocatori».
(torna su)
E
Pera guida la carica in difesa dell'Occidente con il suo Manifesto.
Lo
hanno sottoscritto anche Ci e l'Opus Dei.
Servello:
salutare sferzata per il Vecchio Continente.
Gasparri:
la sinistra svende l'Italia al terrorismo.
Il
Secolo d'Italia
24
febbraio 2006
Francesco
Rubino
Laici
e cattolici si fondono per far fronte comune in difesa dell'Occidente
che «è vita, civiltà e libertà»,
ma che oggi è minato, da una parte, da una «crisi
morale e spirituale», dall'altra aggredito dal «terrorismo
islamico». È questa la sintesi del “Manifesto per
l'Occidente” presentato ieri pomeriggio dal presidente del
Senato Marcello Pera, ampiamente criticato dalla sinistra che
lo giudica «fondamentalista e pericolosamente su una via
senza ritorno», ma che trova ispirazione dalle parole di
Benedetto XVI «l'Occidente non ama più se stesso»
e vede tra i sottoscrittori numerosi esponenti politici del Centro-destra,
di uomini di cultura, di esponenti della società civile.
E anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, annuncia
Pera, «lo ha condiviso e ha detto di sottoscriverlo».
Significativa la rappresentanza di cattolici doc. A cominciare
da don Pierino Gelmini, fondatore della Comunità Incontro,
a Cesare Cavalieri, direttore della rivista “Studi Sociali” di
area Opus Dei, dai ciellini Giorgio Vittadini, Raffaello Vignali
(presidente della Compagnia delle Opere) e Giancarlo Cesana,
al presidente del Comitato Scienze e Vita, il genetista Bruno
Dallapiccola. Ben quattro sono invece i ministri firmatari:
Rocco Buttiglione, Carlo Giovanardi, Letizia Moratti, Gianni Alemanno.
«Un
documento impegnativo — sottolinea il presidente del Senato —
che non vuol imporre alcunché ad alcuno, ma solo richiamare
principi fondamentali senza i quali perdiamo identità
e la nostra crisi si aggraverebbe». Un “Manifesto”
che invita a superare la crisi della nostra civiltà con
un maggiore impegno e presa di coscienza delle nostre tradizioni.
«Ci sentiamo colpevoli del nostro benessere, proviamo vergogna
delle nostre tradizioni, consideriamo il terrorismo come una reazione
ai nostri errori», mentre il «terrorismo è
una aggressione alla nostra civiltà». Rinnegare i
costumi millenari della civiltà occidentale significa,
dunque, svilire «i valori della vita, della persona,
del matrimonio, della famiglia. Si predica l'uguale valore
di tutte le culture. Si lascia senza guida e senza regola l'integrazione
degli immigrati».
«Non
c'è niente — aggiunge Pera — che richiami uno scontro di
religione e di civiltà. Vogliamo richiamare la civiltà
occidentale ai suoi fondamenti, a fare in modo che non siano ammainati,
in particolare quando sono attaccati dagli estremisti e dai
fanatici islamici». Insomma una risposta alla «difficoltà
dell'Occidente a riconoscersi; alla crisi di identità
culturale, morale e spirituale dell'Europa che è anche
una delle cause della crisi politica che l'Europa sta attraversando;
al relativismo diffuso; al laicismo spinto con conseguente
dislocazione della dimensione religiosa nella sfera privata».
L'appello sottolinea poi la necessità di «affermare
il valore della famiglia quale società naturale fondata
sul matrimonio, da tenere protetta e distinta da qualsiasi
altra forma di unione o legame; di diffondere la libertà
e la democrazia; di riconfermare la distinzione fra Stato
e Chiesa. Non può essere né libero né rispettato
— conclude il manifesto – chi dimentica le proprie radici».
Molti
anche i politici di area cattolica da tempo molto attivi
per sensibilizzare sui pericoli della deriva laicista, come Alfredo
Mantovano, di An, punto di riferimento della Chiesa italiana.
«Il “Manifesto” sintetizza una visione del mondo che
ci distingue nettamente dalla sinistra — afferma il sottosegretario
all'Interno — da un lato c'è una politica che si fonda
sulla convinzione che esista una connessione fra il rispetto
di alcuni principi, validi da sempre, e l'ordine sociale e politico.
Dall'altro lato, invece, c'è il rifiuto di ciò che
ognuno sente come giusto e naturale: il rifiuto di difendere
la vita più debole, quella nascente o morente; il riferimento
costante all'ideologia, cioè ad una visione del mondo
falsa e utopistica; il sacrificio delle libertà concrete
di molti per tutelare la pseudo-libertà di pochi».
Maurizio
Gasparri, di An, spiega di avere «aderito con convinzione»
al “Manifesto per l'Occidente” perché «pone al centro
del dibattito temi identitari». Secondo Gasparri, è
in particolare la Cdl che è chiamata «a difendere
l'identità occidentale ed europea, la nostra religione,
la nostra lingua, il nostro interesse nazionale ed il nostro spazio
economico. Oggi tutto ciò viene minacciato — secondo l'ex
ministro delle Comunicazioni — da fondamentalismi e terrorismi
alimentati da fanatismi che attentano la nostra vita».
Anche il senatore Franco Servello giudica il “manifesto”
di Pera «una salutare sferzata per un'Europa che sta
progressivamente smarrendo il senso delle proprie radici
etiche e storiche». L'esponente di An condivide completamente
«la diagnosi sull'impreparazione culturale e spirituale
del nostro continente davanti all'aggressione del fondamentalismo
e del terrorismo islamico. Il basso profilo politico e le
tante ambiguità dell'Unione europea sono il frutto, tra
le altre cose, del “politically correct” che imperversa presso
la classe dirigente continentale».
Mai
come oggi, sostiene il parlamentare della destra, mentre
«folle di scalmanati» assaltano le rappresentanze
diplomatiche dei Paesi europei, «c'è bisogno di rilanciare
i valori fondamentali della nostra civiltà. Il dialogo
con il mondo musulmano rimane lo strumento migliore per disattivare
le tensioni tra le due sponde del Mediterraneo. Ma non può
esservi dialogo vero se una delle parti, cioè l'Europa,
dimentica la propria identità. Accogliere l'appello
di Pera può aiutarci a stabilire un confronto più
equilibrato. Il ritrovamento delle radici cristiane — conclude
Servello — va in direzione anche del recente appello del
Papa per la libertà religiosa. I governi dell'Europa devono
porre all'ordine del giorno anche il tema della reciprocità
nei rapporti con l'islam. Non si può rimanere indifferenti
davanti agli assalti contro le chiese e al martirio di sacerdoti
e fedeli».
(torna su)
«Europa
debole con l'Islam la situazione può esplodere»
Pera:
«Dopo l'assalto al consolato di Bengasi non ho visto riunioni
speciali delle istituzioni dell'Ue, non ho trovato un continente
fiero di sé»
Il
Giornale
24
febbraio 2006
Maurizio
Belpietro
Il
manifesto di Marcello Pera ha già suscitato molte
polemiche, soprattutto a sinistra. Il direttore del Giornale Maurizio
Belpietro ne ha parlato con il presidente del Senato nella
trasmissione L'Antipatico andata in onda ieri sera su
Rete 4. Ecco ampi stralci dell'intervista.
Presidente
Pera, davvero noi siamo genuflessi all'Islam, c'è qualcosa
che le fa pensare che in queste settimane, in questi mesi noi
ci siamo genuflessi?
«C'è
certamente una crisi di identità dell'Occidente, in particolare
dell'Europa. Desidero ricordare qui le parole di Papa Benedetto
XVI quando ha detto che l'Occidente non ama più se stesso
e che di tutta la sua storia vede soltanto ciò che
è deprecabile e non invece ciò che è
commendevole e importante. C'è una crisi di identità
in Europa e l'Europa non è stata in grado di
scrivere una Costituzione che contenesse un riferimento alla sua
storia, quella che insegniamo tutti i giorni a scuola, cioè
la storia di un continente giudaico-cristiario. C'è una
debolezza dell'Europa nei confronti di accuse, critiche,
ahimè anche assalti e, qualche volta, attacchi armati,
come se l'Europa fosse incerta e non avesse una voce autorevole
da far sentire».
Quindi
vuol dire che, per esempio, nel caso recente di Bengasi
l'Europa non si è fatta sentire come avrebbe dovuto?
«Proprio
ieri il primo ministro danese Rasmussen ha detto che ormai è
una questione tra l'Unione europea e il mondo musulmano. Io non
ho visto nessuna riunione particolare del Consiglio europeo,
non ho visto una riunione del Parlamento europeo, non ho visto
una riunione ad hoc della Commissione: non ho trovato
un'Europa molto fiera di sé, naturalmente da un lato dialogante,
ma dall'altro lato ferma, che rispondesse a questi attacchi».
È
una resa per l'Occidente?
«Se
non abbiamo consapevolezza di noi stessi, il rischio è
proprio di una resa, ma nel senso culturale: la resa della
identità. Talvolta ho anche sentito che alcune vignette,
magari di gusto indiscutibile, o alcune camicette, magari di pessimo
gusto se indossate da un ministro, sarebbero state la causa di
reazioni così violente. Ora non è possibile pensare
che si possano bruciare chiese, uccidere cristiani, ammazzare
persone, attaccare ambasciate o consolati soltanto perché
in Occidente, magari talvolta lievemente abusando della libertà
di espressione e di opinioni, si prendono delle posizioni critiche».
Cioè
lei non giustifica Calderoli ma, sostanzialmente, condanna invece
chi ha fatto atti di violenza.
«Esiste
una sproporzione che è inaccettabile. Calderoli ha sbagliato
perché un ministro non dovrebbe lasciarsi andare ad atti
di irrisione come lui ha fatto. Tuttavia quello che è
accaduto dopo è qualcosa che si preparava già
prima».
Quindi
lei pensa che fosse organizzato?
«Be',
è stata la cronologia degli eventi a dimostrare che erano
già partite queste reazioni e queste accuse nei confronti
dell'Italia e anche dell'intera Europa. Calderoli è servito
come una miccia, il quale ha fatto innescare un esplosivo,
ma non c'è un rapporto di causa-effetto».
Lo
sa che i suoi critici sostengono che le sue tesi alimentano
lo scontro di civiltà?
«Naturalmente
lo so, ma io non sono per lo scontro di civiltà e aggiungo.
Se uno scontro di civiltà c'è, se uno scontro
di religione esiste, questo scontro è quello alimentato
da estremisti radicali fanatici islamici i quali, piegando ai
loro fini anche la loro religione, chiamano masse di musulmani
alla rivolta nei confronti dell'Occidente. E dicono: l'Occidente
è un Grande Satana, l'Occidente è corrotto,
l'America in particolare deve essere abbattuta. E perché?
Bisogna leggere i loro comunicati. Nei loro comunicati
c'è scritto che noi dovremmo essere abbattuti
perché siamo giudei e crociati. Cioè apparteniamo
proprio a quella tradizione giudaico-cristiana di cui io
invece, credo, dovremmo essere fieri».
Lei
ha anche aggiunto, in questo manifesto, che il dialogo ci
può essere con l'Islam solo quando c'è reciprocità.
Ma dov'è la reciprocità nei Paesi islamici?
«Dovrebbe
esserci, e questa è una delle funzioni che l'Occidente
deve svolgere nei confronti dei Paesi islamici. Noi abbiamo
buoni rapporti con tantissimi Paesi arabi e islamici, con
quelli che vogliono dialogare con noi. Abbiamo rapporti di
cooperazione, collaborazione, economici, culturali e cosi via.
Allora io credo che sia importante anche da parte di questi
Paesi concedere, ad esempio, ai loro cittadini gli stessi diritti
che noi concediamo ai loro cittadini quando sono immigrati.
Quando si parla di reciprocità, voglio fare un esempio:
se noi riteniamo sacrosanta e giusta la parità fra uomo
e donna, non possiamo pensare che la parità tra uomo e
donna non valga in altri Paesi. Se noi pensiamo che lo Stato laico
sia un bene, dobbiamo pensare che questo sia un bene anche
altrove. E così via. Soprattutto se noi pensiamo che
sia giusto concedere massima libertà di religione e di
culto ai cittadini immigrati e quindi concedere l'apertura di
moschee, abbiamo anche il diritto di ritenere che questi Paesi
facciano del loro meglio per concedere analoga libertà
di culto per quanto riguarda la fede cristiana».
Come
si fa la reciprocità se non c'è un Islam moderato?
«lo
non credo che non ci sia. C'è un Islam moderato perché
ci sono, ad esempio in Italia e in Europa, molti cittadini
e comunque immigrati di fede islamica che noi integriamo
e che sono integrati nella nostra società. Quindi l'interlocutore
credo che esista ma se non esiste o se è debole, è
anche un compito dell'Europa o dell'Occidente investirlo di responsabilità.
Certo è che bisogna essere fermi su certi punti: dobbiamo
dire di no a colui che predica la distruzione dello Stato
di Israele, dobbiamo dire di no a quei movimenti politici,
anche in Palestina, che predicano la stessa lezione e dobbiamo
essere inflessibili su questo punto perché altrimenti mettiamo
a rischio non soltanto la nostra identità, non soltanto
la nostra civiltà, ma anche le relazioni internazionali.
E questa è una situazione che può diventare
esplosiva».
Oriana
Fallaci vuole fare una vignetta su Maometto: lei laritiene
un'iniziativa incauta, la inviterebbe a non farlo oppure
no?
«Nella
nostra Europa e nella nostra America e, comunque, nel nostro
Occidente le vignette sono solitamente innocue e sono il
pane della democrazia. Certo bisogna che non siano troppo irriverenti
e offensive perché altrimenti si incorre nelle censure.
Mi auguro che non sia considerata una provocazione, perché
non penso che lo sia».
Chi
saranno i sostenitori di questo manifesto?
«Sono
già un gruppo nutrito di parlamentari che sono promotori
assieme a me e che lo hanno sottoscritto».
E
una sorta di partito?
«No, non è un partito. Ho cercato
di chiarirlo con precisione: non è un movimento, un partito,
non chiediamo posti o seggi e posizioni. Però chiediamo a
tutti coloro che lo sottoscriveranno due punti: primo, che si sia
d'accordo sugli elementi che noi sottolineiamo, soprattutto sugli
elementi di civiltà dell'Europa; secondo che su tutti quei
punti, dalla vita alla famiglia, al matrimonio, alle libertà,
alla religione e così via, ci si impegni ciascuno nel proprio
ruolo, a tenerli fermi».
(torna su)
Esaltato
l'attacco degli estremisti islamici che ha causato 11 morti a
Bengasi. Con una nuova minaccia: «I mujaheddin colpiranno
presto in Afghanistan».
Al
Qaida «firma» l'assalto al consolato italiano.
Su
Internet il video del blitz alla nostra sede diplomatica in Libia:
«Ne vedrete ancora di cose simili». Come colonna sonora,
i canti di Zarqawi.
Il
Giornale
24
febbraio 2006
Fausto
Biloslavo
«Allah
è grande - video sulla sconfitta dell'Italia», così
si intitola un filmato apparso ieri su un sito internet vicino
ad Al Qaida, che riprende le devastazioni del nostro consolato
a Bengasi.
il
filmato dura due minuti e 40 secondi e si apre con una scritta
eloquente: «Kill the kafir for muslem» (uccidi
gli infedeli peri musulmani, ndr). Le riprese mostrano
la facciata e le vie laterali del palazzo che ospita il consolato
italiano a Bengasi, il capoluogo libico della Cirenaica.
Le riprese sono state realizzate dopo le violenze di venerdì
scorso, durante le quali sono morti 14 ma4festanti. Ovviamente
vengono messi in evidenza la forza distruttiva e la quantità
di danni subiti dalla sede consolare.
Probabilmente
l'operatore non è riuscito ad entrare nel consolato,
ma si sofferma su alcune scritte realizzate dai manifestanti
sui muri dei palazzi. Quella più grande dice «Allah
è grande», mentre altre sostengono che «da
forza è di Allah e del suo profeta». Altre inquadrature
mostrano la data degli slogan scritti sui muri del palazzo:
«Bengasi 17/12/2006» e una parola di una frase più
lunga, «Shuhada», che significa «martiri»
in arabo e probabilmente inneggia alle vittime uccise
dalla polizia. «Allah è grande, video distruzione
e incendio ambasciata italiana a Bengasi, Libia, video
sulla sconfitta dell'Italia» è il titolo completo
delle sequenze apparse sulla rete. Trattandosi di un forum islamico
l'anonimo operatore si firma con l'inquietante pseudonimo
«lo sgozzatore». L'introduzione scritta risulta
altrettanto eloquente: «È stato incendiato
e distrutto il consolato italiano a Bengasi - si legge nel
forum - che è una delle più famose città
della Libia per il Jihad (guerra santa). Ne vedrete ancora di
cose simili».
Un
altro aspetto preoccupante è che sono stati inseriti
come sottofondo per le immagini alcuni canti tipici di Al
Qaida utilizzati per i filmati del gruppo di Abu Musab al
Zarqawi, il tagliagole di Osama Bin Ladenin in Irak. I pericoli
fondamentalisti per il regime di Gheddafi hanno avuto inizio
con i circa 500 volontari della guerra santa, che andarono a combattere
i sovietici in Afghanistan negli anni Ottanta. Dopo la sconfitta
dell'Armata rossa tornarono in patria. Nel 1995, con l'appoggio
finanziario di Bin Laden e le armi provenienti dal Sudan, fondarono
il Gruppo islamico combattente libico (Al-Jama'a Al-Islainiyahal-Muqatilahfl-Libya),
che voleva rovesciare il Colonnello a mano armata. Osama si era
impegnato a pagare 50mila dollari per ogni militante che venisse
ucciso da «martire». Proprio a Bengasi scoppiarono
scontri durissimi con centinaia di morti e Gheddafi non esitò
ad usare l'aviazione per sterminare il Gruppo islamico. I
superstiti raggiunsero Osama in Afghanistan al fianco del
regime talebano. Nel 2001, al crollo dell'Emirato talebano, chi
scrive ha trovato nei campi di addestramento di Al Qaida, alle
porte di Kabul, i volantini del movimento anti-Gheddafi. I libici
di Al Qaida non sono pochi: Abu Anas Al Libi è uno
di loro coinvolto nel 1998 negli attentati contro le ambasciate
americane in Kenya e Tanzania. Abu Hafs Al Libi combatté
al fianco di Zarqawi in Irak, prima di venir ucciso nell'ottobre
del 2004.
Tre
giorni fa il quarantenne Abu Laith Al Libi, un altro
terrorista libico, si è presentato come capo dei combattenti
arabi di Al Qaida in Afghanistan. «I nostri mujaheddin entrano
nelle città come Kabul, Jalabad, Kandahar e Herat
(dove si trova un contingente italiano, ndr) - ha spiegato in
un'intervista nell'ottobre 2004 registrata e diffusa su Internet
-. Vi rimangono da due giorni a una settimana… e si ritirano solo
dopo aver compiuto le loro azioni di guerriglia».
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Gli
incidenti di Bengasi
Italiani
d'Africa
23
febbraio 2006
Giovanna
Ortu
La
maglietta di Calderoli, senz'altro provocatoria ed inopportuna,
ha avuto l'effetto di mettere in drammatica evidenza la criticità
dei rapporti italo-libici passati all'improvviso dalla apparente
calma piatta ad una fiammata esplosiva dalle tragiche conseguenze.
Non abbiamo né la competenza, né forse la completa
obiettività, per fare un'efficace analisi della situazione,
passata al microscopio delle menti più acute di tanti politici,
giornalisti, storici e specialisti di vario genere che se ne sono
occupati - a partire dal 18 febbraio - e che verosimilmente se
ne occuperanno ancora per un periodo non breve.
Riportiamo
nelle pagine della nostra rassegna stampa alcuni dei commenti
più significativi ed autorevoli; una rassegna stampa più
estesa e completa è presente sul nostro sito.
I
fatti registrano, venerdì 18 febbraio, una clamorosa manifestazione
davanti al nostro consolato di Bengasi, presto degenerata in atteggiamenti
violenti che hanno arrecato danni ed incendi alla nostra rappresentanza
consolare, da poco perfettamente restaurata, mettendo in serio
pericolo l'incolumità delle persone che vi si trovavano.
L'intervento della polizia, che ha sparato sulla folla, ha lasciato
sul terreno un numero ancora imprecisato di vittime, alcune delle
quali di altra nazionalità. Come conseguenza il colpevole
Calderoli è stato costretto alle dimissioni, dopo le quali
il Presidente del Consiglio Berlusconi ha ottenuto rassicurazioni
sulla incolumità degli oltre mille italiani che attualmente
lavorano in Libia. La piccola comunità italiana di Bengasi
è stata evacuata ed anche il Console Giovanni Pirrello
che aveva scelto di restare, a difesa della sede, è dovuto
rientrare precipitosamente in Italia per l'improvvisa scomparsa
della mamma. Il Ministro degli Esteri Fini ha opportunamente incontrato,
presso la moschea di Roma, gli ambasciatori dei paesi arabi ai
quali ha dichiarato che “è indispensabile e doveroso rispettare
ogni religione e chiedere altrettanto per la propria”.
Il
significato dell'accaduto ha dei risvolti che trascendono la portata
dei fatti e che hanno origine nella contrapposizione fra le due
grandi religioni monoteiste, ma non si può negare che vi
siano anche delle ragioni più modeste, riferite alla crisi
del rapporto bilaterale finora negata o minimizzata dalle autorità
italiane. Eppure i segni premonitori c'erano tutti anche se fingevamo
di non accorgercene: la prima ricorrenza della festa dell'amicizia
è stata tramutata di nuovo in “vendetta”, dopo che il governo
italiano aveva di fatto tollerato che al mancato rilascio dei
nostri visti seguisse una ancor più odiosa discriminazione
con la concessione degli stessi ai soli ultra sessantacinquenni.
Anche la disponibilità italiana a divenire intermediaria
del Colonnello presso le grandi democrazie occidentali si è
tramutata in un boomerang, facendo registrare un meno venticinque
per cento delle nostre esportazioni a vantaggio di Stati Uniti,
Francia e Germania. È vero, come hanno ricordato molti,
che per noi la Libia è indispensabile per le forniture
energetiche e forse anche per qualche commessa, dall'esito incerto,
a vantaggio dei nostri imprenditori in crisi. Ma, proprio quando
si desidera mantenere stabili rapporti con un partner insostituibile,
è bene non mostrarsi codardi ed agire con chiarezza. Ciò
vale ancor di più quando al partner si è legati
non solo da ragioni utilitaristiche ma anche geografiche e sentimentali.
Nel
momento in cui invece si pensa di sfruttare le tensioni collegandole
alle strategie elettorali, l'esito rischia di diventare disastroso
e lo spettacolo è certamente miserevole. In questo quadro
rientrano i “mea culpa” di storici e politologi per addossare
a noi italiani “cattiva gente” ogni colpa; Minoli, dal canto suo,
ne ha approfittato per riproporre, per la quinta volta, la sua
odiosa puntata di “La storia siamo noi”. Per fortuna si sono levate
negli ultimi giorni voci autorevoli in difesa della reciprocità
e della nostra identità di cattolici e di europei. È
quella reciprocità che noi invochiamo da decenni sotto
diversi profili con la sensibilità di chi ha saputo cristianamente
perdonare coloro che, nel momento della confisca e della espulsione,
non hanno saputo o voluto risparmiare i luoghi sacri chiudendo
le chiese di Libia per trasformarle in moschee dopo aver venduto
gli arredi al suq. Certo ricordiamo ancora che poche voci si levarono
allora in nostra difesa comprese quelle del Vaticano. Del resto
nessuno si è fatto avanti per parlare del restauro dell'antica
chiesa di Bengasi seriamente danneggiata nei tumulti mentre il
nostro pensiero è andato subito alla moschea di Samarra
per il cui restauro abbiamo offerto un aiuto concreto: giustissimo
sotto il profilo dell'importanza artistica che quel monumento
riveste per l'intera umanità, ma vien da pensare che la
generosità nasconda un inconscio bisogno di espiazione
generalizzata.
Nel
giorno in cui questo giornale va in tipografia, giovedì
23 febbraio, abbiamo appreso le decisioni del Consiglio dei Ministri
– delle quali era stata preventivamente informata l'opposizione
– per il rilancio dei rapporti italo-libici “… con misure altamente
significative…”. Il nostro comunicato, pubblicato in questa stessa
pagina, riporta il punto di vista dell'Associazione. Come sempre
contano i fatti: noi abbiamo proseguito con fede e coraggio quella
“traversata del deserto” che sembrava essersi conclusa dopo trentaquattro
anni in un abbraccio liberatorio e fraterno con le autorità
e il popolo libico. Ma era pura illusione perché appena
i contrasti derivanti dagli opposti interessi sono riesplosi si
è pensato di rimettere in discussione anche tutto ciò
che ci riguardava. Nell'indifferenza con cui il governo italiano
ha fino ad ora trattato la nostra questione e nella poca chiarezza
delle risposte alle esorbitanti pretese libiche bisogna ricercare
parte delle ragioni di quanto è successo.
Ora
rivolgeremo a Berlusconi e Prodi un appello per sapere come, dal
governo che uscirà dalle urne, sarà trattata la
nostra questione augurandoci che le eventuali rassicurazioni fornite
resistano alla prova dei fatti. Inshallah.
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Malessere
sociale dietro i tumulti
Il
Tempo
23
febbraio 2006
Antonella
Tarquini
Le ragioni della
crisi scoppiata in questi giorni a Bengasi «vanno ricercate
nel profondo malessere sociale di una città da sempre in
rotta con Tripoli e non sono dovute ad una recrudescenza dell'integralismo
islamico, che il colonnello Gheddafi ha eliminato negli anni '90
a raffiche di mitra». È il parere di Antoine Basbous,
direttore dell'Osservatorio dei paesi arabi da lui fondato, per
il quale la manifestazione di venerdì scorso contro il consolato
generale d'Italia a Bengasi «è stata voluta da Gheddafi
ed è poi sfuggita di mano alle forze dell'ordine».
In Libia, dice il politologo d'origine libanese autore di numerosi
libri tra cui «L'islamismo, una rivoluzione abortità,
pubblicato in Italia, dopo la sanguinosa repressione durata fino
a pochi anni fa «gli integralisti non sono più strutturati
tanto da poter riprendere forza, e mettere seriamente in pericolo
il regime del colonnello. Non è escluso, ovviamente, che
elementi fondamentalisti si siano infiltrati nelle manifestazioni
di questi giorni per alzare il tiro dei disordini. Ma ritengo che
si sia trattato soprattutto di un'esplosione della collera di giovani
frustrati di una città, Bengasi, che non ha mai aderito alla
politica di Gheddafi, che si è sempre sentita non amata e
anzi trascurata da Tripoli in tutti i campi a cominciare dagli aiuti
finanziari che a Bengasi arrivano con il contagocce impedendo progresso
e sviluppo». Basbous è convinto che la manifestazione
di venerdì scorso contro il consolato generale d'Italia sia
stata voluta da Gheddafi per non essere accusato di ritardo dai
colleghi arabi nell'ambito della contestazione contro le offese
occidentali all'Islam, e sia poi sfuggita di mano alle forze dell'ordine.
La Libia, ricorda, è stato il primo paese arabo a chiudere
il 29 gennaio la sua ambasciata a Copenaghen, e il giorno dopo ha
deciso il boicottaggio dei prodotti danesi. Il 2 febbraio l'Unione
degli studenti libici ha organizzato un sit in davanti alla missione
diplomatica danese a Tripoli, e tutto ciò «è
avvenuto sotto il controllo del regime». Al fatto che poi
«Calderoli ha acceso la miccia», Basbous aggiunge l'ipotesi
che Gheddafi si sia irritato per la promessa fatta da Berlusconi
al premier libanese Fouad Siniora, in visita a Roma il 15 febbraio,
di cooperare con Beirut nell'inchiesta sulla scomparsa dell'imam
sciita libanese Moussa Sadr, sparito nel 1978 in viaggio tra Tripoli
e Roma. Gli sciiti sostengono che l'imam fu rapito in Libia per
ordine di Gheddafi e il colonnello, secondo Basbous, «non
gradisce che si ritiri fuori la vicenda».
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La
spada di cartone
Corriere
della Sera
23
febbraio 2006
Gianni
Riotta
Sorprende nella risposta europea alla
mobilitazione islamica dopo le vignette danesi il tono da salotto
d' opinione, una colta e raffinata conversazione E' come se i leader
dell' Unione europea si fossero trasformati in columnist di prestigio.
C' è chi prevede fosco lo scontro di civiltà, chiamandoci
stentoreo a difendere i valori occidentali. E c' è chi invece,
felpato, raccomanda il dialogo. Ma la discussione, a Bruxelles come
a Roma, si svolge nel vuoto di iniziativa, come se l' Ue non rappresentasse
la seconda potenza mondiale. Il vecchio continente sembra ridotto
all' impotenza davanti al tumulto del nuovo mondo, e si rinserra
dentro grottesche maschere di Carnevale, il crociato che impugna
l' Excalibur di cartone, il multiculturalista che sogna di sedare
la jihad con le collanine. Interessi contro valori, scontro con
il nemico e dialogo con chi è disponibile, la dialettica
seria di ogni strategia diplomatica è ignorata, fino alla
débâcle. E' ovvio che occorra difendere i valori di
tolleranza e convivenza creati con millenni di sofferenze e persecuzioni,
a partire dalla cruciale libertà di espressione. Al tempo
stesso è evidente come, nel disegnare una linea di azione,
non possiamo cadere nell' ottuso «io sol combatterò,
procomberò sol io», senza guardare con attenzione e
intelligenza a ogni alleato possibile. Churchill, un leone nel difendere
i valori occidentali, dichiarò che contro Hitler avrebbe
trovato del buono anche nel diavolo e lavorò, finché
necessario, con Stalin. Poi lo denunciò. Credere nei propri
ideali non vuol dire star fermi a digrignare i denti, si può
essere candidi come colombe e astuti come serpenti. Il dibattito
non è dunque tra «difesa dei valori» e «dialogo
interculturale», alla stregua di farmaci rivali. E' tra come
usare il dialogo tra le culture per difendere i valori, comprendere
le culture vicine e impedire che il nichilismo fondamentalista trionfi.
E' pericoloso non vedere come le proteste di regime in Siria e Iran
siano diverse dai moti di Libia. Ed è strategicamente devastante
restare accecati davanti a un inesistente islam monolitico, perdendo
di vista il caleidoscopio di realtà e individui, che la umma
- la comunità islamica, araba solo per un quinto - offre,
nella storia e nel presente. Dalla Giordania allo Yemen e all' Egitto,
intellettuali d' avanguardia si interrogano sulla reazione di sangue
alle dissennate vignette, «Gli islamisti cercano la prova
di forza» scrive Jihad Khazen sul quotidiano panarabo Al Hayat,
la cercano contro gli occidentali ma soprattutto nella fitna, la
guerra civile contro i musulmani non violenti. Due superpotenze,
Stati Uniti e Chiesa cattolica, hanno affrontato la crisi vignette
con diverso aplomb, ribadendo gli ideali ma confermando che chi
persegue una missione mondiale non può dimenticare né
principi né pragmatismo. Deve parlare chiaro, ma anche dialogare
sotto voce, senza l' harakiri dei vignettisti. Il Vaticano ricorda
che i gran visir ottomani tolleravano cattolici e cristiani ortodossi,
ma deprecavano gli sciiti, considerando i puritani wahhabiti arabi
come l' al Qaeda di oggi, estremisti da reprimere con ogni mezzo.
E pratica la lezione dello studioso Reza Aslan, memore della guerra
civile islamica tra chi vuol «chiudere il cancello del Corano»,
nell' ijtihad, l' interpretazione dei fondamentalisti, e chi voleva
aprirlo al dibattito, come il poeta Muhammad Iqbal. Il Gran Mufti
d' Egitto Muhammad Abdu, morto nel 1805, lamentava «abbiamo
guardato con tanta speranza al liberalismo inglese», la delusione
ha spianato la strada agli estremisti. Se l' Europa insiste nel
dividersi tra Hobbes e Pollyanna, tra cinismo e illusioni, l' impotenza
dilagherà, i fondamentalisti non saranno messi in scacco
e i loro nemici nella umma resteranno isolati. La guerra globale
è una lunga guerra, l' Unione deve sapersi muovere con fermezza
nelle crisi, dialogando nei giorni quieti. Non c' è da farsi
illusioni, senza le vignette i fondamentalisti avrebbero trovato
una scusa diversa per attaccare briga. Portare lo scontro sul terreno
delle idee e non della provocazione goliardica, Rushdie non Calderoli,
ridarà vantaggio morale a noi europei. A patto di non essere
né paurosi né gradassi.
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Il
Berlusconi soft di Al Jazira: speranze nel buonsenso di Hamas
Corriere
della sera
23
febbraio 2006
Maurizio
Caprara
Ha
«molte speranze» nel rifiuto della violenza da parte
dei capi di Hamas, nel prevalere di un «buonsenso»
che li porti a capire le opportunità di un negoziato. Spera
di veder realizzato il progetto di due Stati per due popoli, guardato
con favore da Israele e «coltivato da Arafat» per
i palestinesi. È deciso a far ritirare tutti i soldati
italiani dall' Iraq. Prova «indignazione» per le torture
di Abu Grahib, promette che «i colpevoli saranno puniti».
Ritiene che la prigione di Guantanamo si debba chiudere «con
la massima celerità». E mentre condanna il terrorismo,
che definisce «l' azione di guerra contro civili inermi»,
tiene presente una distinzione: «La guerra di resistenza
si può capire, ed è la guerra di uomini armati contro
chi è armato e ha la possibilità di contrapporre
la sua difesa a chi produce l' attacco». Non è Paolo
Cento, il verde cresciuto in Lotta continua per il comunismo,
né un pacifista o un no global. È Silvio Berlusconi
nella versione per il pubblico del Medio Oriente messa in campo
nell' intervista ad Al Jazira registrata martedì e in programma,
per oggi, nella sua forma integrale sulla tv qatarita. Il Corriere
ne ha ascoltato il nastro. Trascorsi poco più di tre giorni
dall' assalto al consolato italiano a Bengasi, a parlare è
un Cavaliere non del tutto abituale. Per i toni, per certe sfumature
che rielaborano in un senso ben più arabo-compatibile frasi
pronunciate in passato. «Sono molto deluso e addolorato»,
dichiarò il presidente del Consiglio quando si ebbe la
notizia della vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi. «Un
risultato molto, molto, molto negativo», lo giudicò.
Era il 26 gennaio. Martedì con Imad Al Atrash, l' inviato
di Al Jazira, Berlusconi ha trasformato il mesto «comunque
lasciamo spazio alla speranza» di allora nella descrizione
del seguente stato d' animo: «Ho molte speranze che i protagonisti
di Hamas, passati da quel che era l' atteggiamento di lotta armata
nei confronti di Israele, recepita questa responsabilità,
percepiscano che possono ottenere molto di più attraverso
il negoziato che non attraverso la violenza». L' intervistatore
gli fa notare che il governo italiano considera Hamas un' organizzazione
terroristica. Berlusconi: «Credo che se Hamas riconoscerà
lo Stato di Israele e deporrà le armi rinunciando alla
violenza, gli Stati e anche l' Unione europea saranno ben lieti
di cominciare a parlare con un governo legittimamente e democraticamente
eletto. Prima Hamas era un' organizzazione terroristica con cui
non si poteva avere e non c' era nessun dialogo. Con un governo
si può avere un dialogo, sempre che questo governo faccia
propri i principi del rispetto degli altri e della democrazia».
Al Jazira domanda se allora Berlusconi appoggia il taglio dei
fondi a un' Autorità palestinese con Hamas. Berlusconi
evita i sì e i no: «Credo che tutta la comunità
internazionale debba reagire insieme...». Quando si ritira
l' Italia dall' Iraq? «Entro quest' anno», conferma
il Cavaliere, pur difendendo la missione. «Abbiamo provveduto
al ritiro del 20% dei reparti», rivendica. E vanta i buoni
rapporti dell' Italia con gli arabi «attraverso i governi
precedenti e attraverso il mio». «Anche con l' Iran»,
assicura, rimarranno «intensi scambi».
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Fini:
attacchi in Libia, responsabilità di Calderoni
Corriere
della Sera
23
febbraio 2006
Maurizio
Caparra
Spinto dalla protesta
della Libia, irritata dal sentir presentare gli scontri di Bengasi
come il frutto di un «tentativo di destabilizzare il regime
di Gheddafi», Gianfranco Fini ieri ha corretto il tiro. Davanti
alle commissioni Esteri e Affari costituzionali di Camera e Senato,
riunite nonostante il Parlamento sia sciolto, il titolare della
Farnesina e presidente di An ha indicato la maglietta con le vignette
su Maometto esibita dal leghista Roberto Calderoli tra le cause
dell' assalto al consolato italiano scattato venerdì nella
città della Cirenaica. E lo ha fatto inviando al Colonnello
ulteriori segnali distensivi, a partire dall' intenzione di «chiudere
definitivamente il capitolo storico del passato coloniale, anche
con altre misure significative, oltre a quelle già eseguite
o in via di definizione». Negli incidenti cominciati a Bengasi,
che si sono estesi a Tobruk, secondo il ministro degli Esteri sono
morte 14 persone. Invece di ripetere la tesi sugli attacchi a Muhammar
el Gheddafi, Fini ha affermato con diplomazia che i «disordini
hanno probabilmente anche matrici e motivazioni non tutte immediatamente
riconducibili alla pubblicazione delle vignette satiriche o a intenti
anti-italiani in collegamento ai comportamenti di Calderoli».
Poi è ricorso alla constatazione che da venerdì aveva
preferito evitare: «È però verosimile che, senza
i motivi offerti dalle sue affermazioni, nonché dalla loro
reiterazione con intenti apparsi provocatori, le manifestazioni
difficilmente avrebbero preso di mira obiettivi italiani».
Insomma, anche se «il vero problema» sta nella «violenza
globale scatenata dall' integralismo islamista», qualora Calderoli
non avesse mostrato la maglietta al Tg1 è probabile che il
consolato sarebbe rimasto in pace. Sullo show dell' allora ministro,
Fini ha riferito di malcontenti registrati da parte di più
Stati arabi. «Tutti però hanno capito dall' inizio
che si trattava di opinioni personali di Calderoli», ha sostenuto,
«e non del governo». Nella seduta, il ministro dell'
Interno Giuseppe Pisanu ha spiegato che, oltre a quelle legali,
in Italia le proteste per le vignette sono consistite soltanto in
un «limitato volantinaggio, subito represso», per «boicottare»
i prodotti italiani, danesi, norvegesi, spagnoli e tedeschi. «Fino
a ora nulla induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza interna»,
ha sottolineato Pisanu, pur ammettendo: «Non possiamo escludere
l' ipotesi di autonome iniziative di rivalsa, anche individuali,
sia contro i simboli e le istituzioni degli Stati accusati di oltraggio
all' Islam, sia contro l' Italia, che nell' ottica jihadista rappresenta
il cuore dell' Occidente "crociato" alleato con gli Usa».
Da qui, un' «allerta» del Viminale. All' opposizione,
Fini ha chiesto di non «cavalcare le violenze di Bengasi per
puro calcolo elettorale». Nel dibattito, il segretario dei
Ds Piero Fassino ha giudicato le relazioni dei due ministri «condivisibili».
Ma osservando: «Vi prego di prendere atto però che
il vostro tono non è quello di altri della maggioranza di
governo, a partire dal presidente del Senato che ha dato un' intervista
di tutt' altra impostazione», quella con Marcello Pera pubblicata
martedì dal Corriere. M. Ca. GIUSEPPE PISANU «Fino
ad ora niente induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza
interna», ha detto il ministro Pisanu .
(torna su)
Eccesso
di scuse
Corriere
della Sera
23
febbraio 2006
Magdi
Allam
Chi l' avrebbe
mai detto che saremmo dovuti intervenire a difesa di Roberto Calderoli,
per scagionarlo dall' accusa di aver provocato l' assalto terroristico
di Bengasi?E quindi difenderlo dalla responsabilità indiretta
per i 14 morti uccisi dalla polizia libica davanti al nostro consolato.
E non va neanche bene, come ha fatto Fini ieri, sostenere da un
lato che se non ci fosse stata la provocazione di Calderoli «le
manifestazioni difficilmente avrebbero preso di mira obiettivi italiani»,
per poi precisare, dall' altro, che «il vero problema sta
nell' ondata di violenza globale che è stata scatenata dall'
integralismo islamista». Così come c' è una
incongruenza nella tesi di Pisanu secondo cui, per un verso, «nulla
fino ad ora induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza interna»
ma, per l' altro, «non possiamo escludere l' ipotesi di autonome
iniziative di rivalsa, anche individuali». Cari ministri,
mettetevi nei panni degli italiani: quale messaggio recepiscono
quando dite una cosa e l' esatto opposto? Di questi tempi il cerchiobottismo
non può funzionare, perché l' estremismo e il terrorismo
non si cancellano esorcizzandoli. Facciamo un minimo di cronaca
giornalistica per spiegare la successione dei fatti. L' 8 febbraio
scorso la Repubblica intervista il ministro leghista e registra
queste sue dichiarazioni: «Questa gente la sconfiggi solo
con la forza (...) Deve intervenire il Papa, come fecero Pio V e
Innocenzo XI nel ' 500 e nel ' 600». Lo stesso giornale il
9 febbraio interpella e pubblica la reazione del figlio di Gheddafi,
Seif al-Islam: «Berlusconi deve licenziare quel ministro e
chiedere scusa all' islam». Arriviamo al 15 febbraio scorso.
A Tripoli il nostro ambasciatore Francesco Trupiano riceve nella
mattinata una nota di protesta ufficiale in cui la Libia, nel condannare
le dichiarazioni di Calderoli e nel chiederne le dimissioni, riapre
minacciosamente il dossier delle relazioni bilaterali. Ed è
solo nella serata del 15 febbraio che Calderoli esibisce su Raiuno,in
modo irresponsabile e provocatorio, la maglietta con la vignetta
su Maometto. Passano due giorni. I sermoni delle moschee di Bengasi,
il cui testo deve essere approvato preventivamente dal regime, aizzano
contro gli italiani. Ora sappiamo che la situazione è sfuggita
di mano al regime, che la collera è stata strumentalizzata
dagli integralisti islamici, che nel caos totale la polizia ha sparato
all' impazzata. Ma è del tutto evidente che non c' è
alcun rapporto di causa-effetto tra la provocazione di Calderoli
e l' attacco terroristico al nostro consolato. Eppure il giorno
stesso Berlusconi chiede le dimissioni di Calderoli. Il 18 febbraio
Pisanu telefona a Gheddafi. L' Apcom afferma che «le spiegazioni
(date da Pisanu) sarebbero state accolte con favore da Tripoli che
comunque attenderebbe le dimissioni di Calderoli come segno tangibile
della buona volontà italiana». Il 19 febbraio il figlio
di Gheddafi dichiara compiaciuto: «Sì, l' ho detto
dall' inizio di questa vicenda (che Calderoni doveva dimettersi).
Berlusconi l' ha fatto ed è stato un gesto responsabile (...)
Ma questo è il primo passo». Ora che Calderoli si è
dimesso, i problemi di fondo restano irrisolti. La nostra classe
politica, governo e opposizione, sembrano impegnati in un numero
di magia che esorcizzerebbe il nemico e il pericolo facendo finta
che non esistano e professandoci buoni, dialoganti e pacifici. Ci
scusiamo con Gheddafi per l' attacco al nostro consolato. Ci scusiamo
con l' insieme dei musulmani per le vignette pubblicate da un quotidiano
danese quando lo stesso governo danese, attenendosi allo stato di
diritto, non si è scusato. Ma al tempo stesso incrociamo
le dita sperando che Dio ce la mandi buona. Insomma, neghiamo l'
evidenza e ci facciamo del male.
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Fassino
apprezza, la Lega insorge:"Inaccettabile"
Avvenire
23
febbraio 2006
Giovanni
Grasso
Fassino
apprezza il tono usato da Fini e Pisanu in Parlamento sugli incidenti
a Bengasi. Mentre dalla Lega arrivano fulmini sulla testa del
ministro degli Esteri, per via delle critiche a Calderoli. Si
giocano su questo doppio binario i commenti e le reazioni del
mondo politico italiano all'audizione dei ministri degli Esteri
e dell'Interno alle Commissioni riunite esteri e difesa di Camera
e Senato. Il segretario dei Ds ha infatti espresso l'apprezzamento
per il tono usato dai ministri Pisanu e Fini, l'assicurazione
che il centro sinistra «non cavalca le proteste» e
la disponibilità» ad appoggiare il governo se si
incammina nella direzione del dialogo con il mondo islamico moderato
e non segue chi, come Pera e Calderoli, spinge «per una
contrapposizione frontale all'islam che può essere foriera
solo di ulteriori conflitti». Fassino ha anche fatto notare
che la guerra in Iraq, comunque la si pensi sulla sua opportunità,
«è stata percepita dal mondo arabo come una guerra
degli occidentali contro di loro».
E
per questo è importante per l'Occidente -ha aggiunto Fassino-
che ci sia una politica svolta a superare le contrapposizioni
frontali. Questo si può fare ? ha detto Fassino - se si
individua nell'islam interlocutori democratici, riformisti, moderati,
laici, che non accettano la deriva fanatica e integralista».
Tutt'altra
musica dalla Lega nord, che ha mostrato di non gradire affatto
le affilate critiche di Fini all'operato di Calderoli.
«Amarezza
e sconcerto» è il commento del ministro della Giustizia
Roberto Castelli, che spiega: «Quando ho letto le agenzie
di stampa che riportavano non ci ho voluto credere perché
mi sembrava impossibile che Fini potesse dire una cosa del genere,
nella sede poi più ufficiale possibile, che è la
sede in cui un esponente del governo riferisce al Parlamento».
E poi l'attacco a Fini: «Ha esposto gravi opinioni personali,
non suffragate dai fatti: e questa è una cosa assolutamente
inaccettabile», perché è vero invece che gli
avvenimenti di Bengasi «non hanno nulla a che fare con la
vicenda e l'esternazione di Calderoli». Mentre il collega
di partito Mario Borghezio bolla come «ingenerose e infondate»
le parole di Fini contro Calderoli: «Sono affermazioni -
ha detto - che si ritorcono sulla credibilità di chi le
ha pronunciate».
Il
capogruppo della Margherita alla Camera Pierluigi Castagnetti
ha invece criticato il fatto che il governo e la maggioranza abbiano
atteggiamenti «contraddittori» sulla questione islamica.
Ciò
che emerge dal vostro operato è un dilettantismo privo
di strategia, quantomeno per l'area mediterranea. Occorre una
cultura di governo senza improvvisare e sottolineo che non è
l'opposizione a strumentalizzare questi temi».
(torna su)
Fini:
gli incidenti in Libia colpa anche di Calderoli
Avvenire
23
febbraio 2006
Giovanni
Grasso
Nessuna
giustificazione al gesto di Calderoli, che viene stigmatizzato
con severità, ma anche la consapevolezza che il problema
dell'estremismo islamico non si racchiude solo nella questione
delle vignette. Alle Commissioni riunite Esteri e Affari costituzionali
di Camera e Senato, il ministro degli Esteri Gianfranco Fini e
quello dell'Interno
Giuseppe
Pisanu sono andati a riferire sui fatti di Bengasi e, ovviamente,
la discussione si è allargata sulla questione del giorno,
ossia il problema dei rapporti tra Occidente e islam. E il tono
dei due esponenti di governo è apparso sulla linea del
dialogo con gli islamici moderati, piuttosto che su quella dello
scontro di civiltà, evocato dal presidente del Senato Pera
e dalla Lega nord. La condanna del gesto di Calderoli è
stata unanime.
Fini
si è spinto più in là, denunciando che «senza
i motivi offerti dalle affermazioni reiterate e provocatorie del
ministro delle Riforme le manifestazioni di Bengasi, difficilmente
avrebbero preso di mira obiettivi italiani».
Ma,
ha aggiunto, «il problema principale che in queste settimane
è venuto alla luce in tutta la sua drammaticità»
non è certo quello delle vignette, ma «nell'ondata
di violenza globale che è stata scatenata dall'integralismo
islamista» in tutto il mondo. Fini ha ribadito che la linea
del governo è nei confronti del mondo islamico «responsabile
e costruttiva», ma ha aggiunto che il dialogo «non
è un esercizio a senso unico, né tanto meno supino»
e ha speso delle parole per la difesa della libertà «di
tutte le religioni, ad iniziare naturalmente da quella cattolica».
Un particolare importante sugli incidenti di Bengasi («tra
le vittime ci sarebbero anche non libici», a significare
il fatto di possibili infiltrazioni da altri Paesi arabi) e un
monito all'opposizione: «Attenzione a cavalcare le violenze
di Bengasi per puro calcolo elettorale... Guai se dovessimo dare
ai fanatici l'impressione di poter trarre vantaggio a seguito
delle nostre divisioni».
Sulla
stessa linea il titolare dell'Interno Pisanu, per il quale è
in atto un «tentativo di strumentalizzare lo sdegno dei
musulmani, offesi nel loro sentimento religioso dalla pubblicazione
delle famigerate vignette.
Il
fine è, ancora una volta, quello di seminare divisioni,
odio e violenze, alla ricerca di uno scontro di civiltà
che davvero prenderebbe corpo se cadessimo nella trappola di una
reazione eguale e contraria, secondo la logica dell' occhio per
occhio, dente per dente?». Ciò, per il ministro,
«non esclude affatto risposte dure e richieste di riparazione
proporzionate alle offese specialmente da parte dell'Unione Europea».
Pisanu ha ricordato che «il primo bersaglio dell'estremismo
organizzato non sono gli occidentali crociati contro cui si scagliano
le masse aizzate, ma i governi islamici considerati apostati perché
si sono aperti alla comunità internazionale e al dialogo
con le altre culture». Per questo motivo, dunque, «tutti
questi governi sono da considerare almeno potenzialmente, nostri
naturali alleati».
E
il terrorismo e l'estremismo politico «che in questi giorni
accendono le piazze sono nemici comuni: li sconfiggeremo tanto
più rapidamente quanto più sapremo coltivare queste
alleanze con equilibrio e lungimiranza».
Il
ministro ha parlato della situazione interna, spiegando che «fino
ad ora nulla induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza
interna».
Anche
se «non possiamo escludere l'ipotesi di autonome iniziative
di rivalsa, anche individuali, sia contro i simboli e le istituzioni
degli Stati accusati di oltraggio all'Islam, sia contro l'Italia».
Molto
spazio, nel suo intervento, lo ha dedicato alla questione dell'immigrazione,
ricordando che «la società aperta è chiusa,
ferreamente chiusa, agli intolleranti». Del resto, ha detto,
il tasso di crescita della popolazione musulmana in Europa è
in crescita esponenziale, specialmente nelle aree metropolitane
e, dunque, «è facile prevedere che molte città
sono destinate a diventare, prima o poi, di maggioranza musulmana».
Per questo servono il dialogo e gli strumenti di integrazione,
come la Consulta degli islamici d'Italia voluta dallo stesso Pisanu
e insediata recentemente al Viminale. Parole, infine, in difesa
della Libia, che svolge «nella collaborazione tra l'Italia
e i governi dell'Islam laico e moderato, un ruolo di primaria
importanza» ed è fortemente
«con
noi impegnata nella lotta al terrorismo».
In
serata, rispondendo alle domande di Maria Latella per Sky, il
ministro degli Esteri ribadisce la sua linea anche a costo di
entrare in rotta di collisione con le tesi del presidente del
Senato Pera che aveva lamentato la pavidità dell'Ue rispetto
all'aggressione terroristica: «Attenzione a dire che l'Europa
abbia un atteggiamento pavido nei
confronti del mondo musulmano». E ha citato a proposito
«la fermezza» con cui l'Ue ha chiesto ad Hamas di
riconoscere lo Stato di Israele.
(torna su)
Islam,
Allam chiama l'opposizione
Secolo
d'Italia
23
febbraio 2006
Luca
Maurelli
«Il
dialogo? È sempre possibile, anzi è indispensabile,
ma solocon coloro che rispettano la vita, l'identità e
le idee dell'interlocutore».Magdi
Allam, vicedirettore ed editorialista del “Corriere della Sera”
scorre al computer le dichiarazioni diel ministro Fini sulla “reciprocità”
nei rapporti con l'Islame le sottoscrive.
Ma
ribadisce quelli che da sempre lui considera i “paletti” invalicabile
nell'approccio con la comunitàmusulmana.
Qual
è il limite tra la comprensione dell'altro e la tolleranza
passiva, Allam?
on
si può dialogare con chi disconosce il diritto alla vita,
disprezza l'identità altrui, persegue l'obiettivo di distruggere
un'altra civiltà. Oggi più che mai ci devono essere
dei punti fermi, altrimenti non si dialoga ma si calano le braghe.
Il
concetto della reciprocità nei rapporti, nel rispetto l'uno
dell'altro, deve essere il punto di partenza di una politica che
però sa anche fare muro contro chi considera l'Occidente
un nemico e basta. Non si tratta di una questione formale, ma
sostanziale: la salvaguardia della vita e deivalori universali
dell'Occidente è interesse di tutti, musulmani compresi.
Fini
sostiene che i valori occidentali non possono essere imposti con
la forza...
a
democrazia non si può esportare, perché questo concetto
non implica soltanto che la gente si metta in fila e deponga la
scheda nell'urna. Questo è un concetto di democrazia formale,
come quello che negli anni Trenta portò al potere il nazismo,
che ha portato al governo della Palestina gli estremisti di Hamas,
che ha spalancato le porte del Parlamento egiziano a ottantotto
deputati che aderiscono al movimento dei “Fratelli musulmani”,
quelli che disconoscono l'esistenza di Israele.
Ecco,
non è questa la democrazia da esportare o da imporre. Noi
dobbiamo invece assicurarci che nostri interlocutori siano reali,
che ci ascoltino, che condividano quei valori fondanti che sostanziano
la democrazia. Esportare il meccanismo democratico del voto senza
dargli contenuti condivisi, senza radicare in quelle società
anche valori universali come la sacralità della vita, la
tutela dei diritti della persona, significa solo avvantaggiare
l'Islam estremista.
Ritiene
che atteggiamenti eccessivi, come quelli dell'ex ministro Calderoli,
possano fornire alibi ai fondamentalisti che odiano l'Occidente?
ì,
in questo concordo con Fini, con il gesto della vignetta Calderolini
si è comportato in maniera irresponsabile assumendo per
sè un atteggiamento provocatorio che alla fine ha finito
per coinvolgere tutto il governo. Ma su altro punto dissento dal
ministro: io resto convinto che all'origine dei tumulti di Bengasi
contro il consolato italiano non ci sia l'ostentazione in tv della
maglietta con la vignetta su Maometto. Lo dimostra il fatto che
già nei giorni precedenti il figlio del leader libico Gheddafi
rilasciava un'intervista nella quale chiedeva le dimissioni di
Calderoli per alcune sue dichiarazioni in cui invitava il Papa
ad assumere la guida della controffensiva cattolica contro l'Islam.
Per questo dico che l'attacco al consolato italiano era preordinato
ed è poi sfuggito di mano al governo libico. Dobbiamo fare
attenzione a non commettere l'errore di voler a tutti i costi
smorzare la tensione con la diplomazia, perché altrimenti
si dà un incentivo maggiore a chi ritiene di potere dettare
le proprie condizioni ai paesi occidentali anche alimentando il
malcontento contro l'Occidente.
Condivide
la necessità di un atteggiamento bipartisan sulla questione
islamica?
Senza
dubbio, la classe politica italiana, tutta, deve arrivare a una
elaborazione comune sull'atteggiamento da tenere nei confronti
di quella che è ormai un'emergenza internazionale. Ma senza
cadere nella faciloneria di pensare che qualsiasi spunto, compreso
la pubblicazione delle vignette in Danimarca, sia da considerare
una ingiusta provocazione che in qualche modo giustifica la reazione
violenta del terrorismo.
Perché
ciò che avviene nell'ambito del terrorismo è sempre
opera di burattinati nascosti nell'ombra, non nasce certo da reazioni
spontanee.
Quale
sarebbe l'atteggiamento italiano nei confronti degli estremisti
se vincesse il centrosinistra dei no-global e dei comunisti?
Abbiamo visto sabato scorso quali pericoli correrebbe il Paese
se nell'Unione prevalessero le posizioni di chi inneggia alla
strage di Nassiriya, di chi brucia in piazza la bandiera americana.
Sono posizioni politiche pericolose perché dimostrano una
collusione ideologica con il terrorismo e allo stesso tempo sono
espressione di illegalità, perché l'apologia di
reato è nel codice penale. E sarebbe ora che anche la magistratura
si muovesse...
(torna su)
Aiutiamo
i moderati
Corriere
della Sera
22 febbraio 2006
Piero
Fassino
Caro
Direttore,
vi
è chi rimprovera ai politici occidentali e italiani
(lo hanno fatto sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, Magdi
Allam e Angelo Panebianco) una sorta di passività politica
e subalternità culturale che impedirebbe di vedere i pericoli
gravi insiti nelle manifestazioni che scuotono i Paesi islamici.
E si chiede maggiore e più visibile fermezza contro
chi assalta ambasciate e chiese, aggredisce occidentali,
brucia bandiere di nazioni democratiche. Ora non vi può
essere dubbio sulla condanna netta ed esplicita dì ogni
violenza, tanto più quando colpiscono istituzioni e simboli
del tutto pacifici. Così come netta deve essere la condanna
verso chi in Italia brucia bandiere americane o israeliane.
Ma
la condanna da sola può non bastare. Serve individuare
con quale strategia rispondere.
L'ondata
di manifestazioni dice quanto profondo sia diventato il solco
che divide l'Islam dall'Occidente. Dall'11 settembre — che fu
salutato in molte capitali islamiche con manifestazioni di giubilo
— ad oggi la situazione si è fatta via via più critica:
la guerra in Iraq — comunque la si giudichi — è stata vissuta
da gran parte dell'opinione pubblica islamica come una guerra
occidentale contro l'Islam. E le vittorie elettorali di Hamas
in Palestina, dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ahmadjnejad
in Iran hanno reso visibile l'espandersi di consenso all'integralismo.
Un diffuso rancore antioccidentale non riconducibile solo più
a ristretti gruppi e che va molto al di là della querelle
sulla opportunità delle vignette satiriche.
L'Islam
però non è un tutto omogeneo e compatto. L'Islam
non è solo Al Qaeda; né i Fratelli Musulmani rappresentano
la complessità del mondo islamico.
Appartengono
all'Islam anche le donne marocchine che hanno conquistato una
riforma del codice civile più rispettosa della loro condizione
e dei loro diritti; i ragazzi e le ragazze di Beirut che hanno
riempito le piazze invocando democrazia e libertà; le classi
dirigenti riformiste e democratiche di Turchia, Giordania, Marocco,
Emirati Arabi; i milioni di iracheni che, sfidando i terroristi,
sono andati a votare. L'Islam è anche Abu Mazen e quella
parte della dirigenza palestinese che vuole una pace fondata sul
riconoscimento sì dei propri diritti, ma anche di quelli
di Israele. E sono Islam quei tanti studenti universitari di Teheran
che non accettano di sottomettersi all'intolleranza fanatica dei
«Guardiani della Rivoluzione».
Nostro
compito è non lasciare sole le forze democratiche e riformiste,
ma aiutarle a contrasti derive integraliste e fanatiche. Così
come con altrettanta coerenza, si deve chiedere piena e riconosciuta
libertà di culto nei Paesi islamici per cristiani, gli
ebrei e per ogni altra fede religiosa.
Per
questo serve una politica dell'Occidente capace di promuovere,
riconoscimento reciproco, dialogo interculturale e interreligioso,
cooperazione economica e politica. Non perché si sia ignavi
o imbelli, ma perché questo è il modo più
utile per sconfiggere chi vorrebbe trascinarci in una guerra civiltà
e di religioni.
Per
questo Calderoli non poteva che dimettersi suoi atteggiamenti
offrono alibi e argomenti all'integralismo e mettono in difficoltà
chi nei Paesi di religione islamica si batte perché il
fanatismo non prevalga. E per questo è urgente che l'Italia
indichi con quali gesti e quali scelte intende dare al mone islamico
un'immagine diversa da quella offerta da Calderoli.
In
Medio Oriente occorre sostenere la ripresa di una forte iniziativa
del «quartetto» — ONU, Russi, USA e Ue — che solleciti
Hamas ad assumere la piattaforma indicata dalla Road Map, compreso
il pieno riconoscimento della legittima esistenza de Stato di
Israele.
Di
pari passo a una forte iniziativa politica e di pressione nei
confronti di Teheran perché garantisca sull'uso esclusivamente
pacifico dell'atomo, bisogna affiancare un'azione per la riduzione
degli armamenti nucleari, perché la comunità internazionale
sarà più forte nel chiedere garanzie all'Iran se
contemporaneamente spinger altri Paesi della regione a ridurre
i loro arsenali nucleari.
Il rientro delle truppe italiane dall'Iraq
entro il 2006 va accompagnato da sostegni economici e politici utili
alla crescita e alla stabilizzazione della democrazia. Più
in generale vanno rilanciati il dialogo interreligioso e interculturale
e, insieme, una cooperazione economica, culturale e politica che
offra l'immagine di un Occidente che vuole costruire il futuro del
pianeta insieme all'Islam e non contro.
(torna su)
Berlusconi,
appello al dialogo. Tensione Fini-Libia
Il
Cavaliere su Al Jazira. Tripoli: il vicepremier smetta di accusare.
La tv area oscura la t-shirt di Calderoli.
Corriere
della sera
22
febbraio 2006
Maurizio
Caprara
Davanti
alle telecamere di Al Jazira, Silvio Berlusconi ha descritto
quelli tra Italia e Libia come rapporti tranquilli.
«Ho parlato a lungo con il leader libico Gheddafì»
ha detto ieri il presidente del Consiglio alla troupe della
televisione qatarita ricevuta a palazzo Grazioli. Si riferiva
alla telefonata con il Colonnello dopo l'assalto di
venerdì al consolato d'Italia a Bengasi. «Mi ha assicurato
la difesa dell'incolumità dei nostri connazionali»
ha spiegato. «Quindi tra i nostri due Paesi non si
è verificato e non c'è ancora oggi nessun problema»
ha sostenuto Berlusconi.
È
stata la voglia di apparire distensivo al pubblico di una
delle tv più viste dai musulmani del Medio Oriente a spingere
il Cavaliere a rilasciare l'intervista.
Al
Jazira, uno dei canali più detestati dall'amministrazione
Bush, non è un'antenna familiare per lui. Ma pur di prevenire
altre ripercussioni dell'esibizione di Roberto Calderoli,
ripreso al Tg1 con la maglietta delle famose vignette su
Maometto mentre era ministro, Berlusconi ha sorvolato sui
pessimi giudizi dati negli Usa sulla tv qatarita per i servizi
da Bagdad e Kabul. Il suo scopo era evitare associazioni di idee
tra l'Italia e i disegni che sono risultati detonatori per le
esplosioni di sdegno tra i musulmani.
«Non
c'è altro modo per costruire un futuro di benessere
giustizia e per tutti che rispettarsi a vicenda» ha
sottolineato Berlusconi, invitando a «conoscersi di
più» con «bontà» e «comprensione
e rispetto tra i popoli». È per questo che nell'intervista,
da tradurre in arabo, in onda su Al Jazira stasera, avrebbe
definito le vignette da «stigmatizzare». Aggiungendo:
«La satira non deve essere irrispettosa dei sentimenti
altrui».
Con
Tripoli, la situazione è più intricata. Lo confermano
parole del ministro della Difesa Antonio Martino: «I
rapporti tra l'Italia e il regime di Gheddafì sono
da sempre difficili e continuano ad esserlo». Ieri
hanno continuato ad esserlo con un avviso rivolto al ministro
degli Esteri Gianfranco Fini, il quale domenica su Raitre
aveva cominciato a sostenere una tesi ripetuta più
tardi: «Vi sono dei fermenti che mettono in discussione
la leadership di Gheddafi». Al Colonnello da fastidio
che, per ridimensionare il nesso tra le violenze di Bengasi
e la maglietta di Calderoli, uomini di governo puntino l'indice
su fermenti interni alla Libia. Il Tg1 si vede anche lì.
Accreditare l'idea di un apparato statale in difficoltà
suona nei palazzi di Tripoli come un danno al credito del regime
nel Paese.
«Invitiamo il ministro Fini a smettere
di parlare in questo modo e l'attenzione dovrebbe essere
diretta a far cessare la fonte del problema, il quale è
partito da giornali danesi ed è continuato, comprese
le affermazioni e le posizioni dell'ex ministro italiano Calderoli»
ha detto una «fonte ufficiale» all'agenzia libica
Jana. Lo stesso messaggio è stato dato direttamente
al nostro ambasciatore a Tripoli. Se non un incidente diplomatico,
quasi.
(torna su)
Cossiga:
Gheddafi è un amico, proteggiamolo dagli estremisti
«Stanno
tentando di incendiare il suo Paese. Da Berlusconi a Prodi e D'Alema,
ecco chi ha buoni rapporti con lui».
Corriere
della Sera
22
febbraio 2006
Francesco
Verderami
«Non
raccontiamoci storie, rifuggiamo dalle sciocchezze che si sono
dette in questi giorni a proposito del gesto imprudente e
inconsapevole dell'ex ministro Roberto Calderoli. Gli incidenti
di Bengasi non sono stati provocati da una maglietta, ma da una
precisa strategia degli integralisti islamici. Più
esattamente dei Fratelli musulmani, che si sono infiltrati
dall'Egitto. C'è un tentativo di destabilizzare la Libia
ed è necessario perciò sostenere Gheddafi».
Francesco Cossiga conosce il leader libico, «era l'autunno
del 1998 quando mi fece sapere che voleva parlarmi. La richiesta
giunse tramite la World Islamic Cali Society e il figlio architetto
di Gheddafi. Allora a palazzo Chigi c'era il governo da me
prediletto, quello di Massimo D'Alema, e Lamberto Dini
era ministro degli Esteri. Loro mi dissero che era importante
il mio viaggio. C'era ancora l'embargo sulla Libia, a causa
dell'attentato di Lockerbie dell'88».
Quel
colloquio è rimasto top secret.
«Si
disse che ero andato a informarlo del salutare intervento unilaterale
nei Balcani, quando alla faccia di Kofi Annan e del Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite, Bill Clinton guidò l'azione
per il Kosovo. Si disse che invitai Gheddafi a ritirare gli
aerei che aveva in Jugoslavia. Ma non era vero».
È
vero invece che le chiese di intervenire presso gli Stati
Uniti e l'Inghilterra per garantire la sorte degli attentatori
di Lockerbie?
«Tutti
sapevano dei miei buoni rapporti con Washington e Londra.
E lui conosceva persino il mio numero di scarpe... Diciamo che,
alla fine del colloquio, mi disse: “Sono sicuro che le conosciuta
prima”».
Prima
non vi conoscevate?
«No.
Ma da allora, siccome lui ha subito la frattura del femore
e io ho una protesi all'anca, ci informiamo spesso delle
nostre condizioni di salute. Non sono certo l'unico ad avere
con lui ottimi rapporti. A parte Giulio Andreotti, che fu tramite
segreto del riavvicinamento tra la Casa Bianca e la Libia,
l'attuale ministro dell'Interno Beppe Pisanu ha familiarità
con Gheddafi. Anche lui attraverso la World Islamic Cali Society.
Romano Prodi è suo amico. Quanto a Silvio Berlusconi,
la sua politica estera lo porta ad abbracciare tutti, da
Putin a Gheddafi».
La
schiera degli «amici» è così lunga che
forse impiega meno tempo a citare i «nemici».
«I
radicali lo sono da sempre. Anche quando erano amici del Sud Africa
segregazionista. E poi i repubblicani e alla fine dell'embargo
— eccezione fatta per D'Alema — quasi tutta la sinistra».
Perché
dopo l'embargo?
«Perché
videro che Gheddafi instaurò buone relazioni con Usa, Canada
e Gran Bretagna. E a sinistra applicano una vecchia logica: il
nemico del mio nemico è mio
amico, e l'amico del mio nemico è mio nemico. L'Italia
deve invece considerarlo un amico. Tripoli si batte da sempre
contro l'integralismo islamico. Ma l'Occidente vive di contraddizioni:
sappiamo che l'estremismo islamico è guidato
dall'Arabia Saudita, considerato Paese gli Stati Uniti. Lo
sappiamo ma facciamo finta di niente. Ora dovremmo ignorare il
tentativo degli estremisti islamici di incendiare anche
la Libia?».
Dunque
concorda con il ministro degli Esteri Gianfranco Fini,
secondo cui dietro le violenze di Bengasi c'è l'intenzione
di destabilizzare Gheddafi?
«Sì,
la rivolta è un segno progetto di destabilizzazione della
Libia, che segue la vittoria di Hamas in Palestina. Gli estremisti
vogliono allargare la loro area d'influenza ed è interesse
dei Paesi occidentali e soprattutto dei Paesi del Mediterraneo,
proteggere Gheddafi. Meglio, siccome si protegge da solo,
è interesse sostenerlo politicamente».
Se lei ritiene che la maglietta di Calderoli non
c'entri nulla, che senso ha avuto allora farlo dimettere?
«Berlusconi
ha fatto bene. Un ministro non può lasciarsi andare a certi
atteggiamenti. Ma tanto il gesto di Calderoli quanto le vignette
danesi non sono la causa dell'emergenza. Chi lo dice compie
una
bassa operazione culturale. Il resto è il segno di
una campagna elettorale degradata».
A
cosa si riferisce?
«A
quello slogan, “dieci cento mille Nassiriya”, che non è
incompatibile con il programma del centrosinistra».
Ma
se tutta l'Unione ha stigmatizzato l'accaduto.
«Infatti
non dico che l'Unione è d'accordo, ma quello slogan
riflette in modo esasperato quanto c'è scritto nel programma
di Prodi: quando si sostiene che i soldati italiani in Iraq
sono una forza d'occupazione, e quando due sentenze della magistratura
italiana legittimano la strage di Nassiriya come un'azione di
resistenti...».
Torniamo
a Gheddafi. Difendendolo, non si rischia di accettare passivamente
azioni come quella di Bengasi?
«Il
punto è che l'Europa non ha voglia di combattere. E l'Italia
purtroppo, sulla stessa falsariga, sta perdendo la propria identità
cristiana: noi non difendiamo la nostra identità mentre
vogliamo difendere quella altrui».
Per
usare le parole del presidente del Senato, Marcello Pera, se decidiamo
di genufletterci abbiamo già perso.
«Non
è detto. Dobbiamo puntare sulla superiorità della
nostra cultura. Sempre che ci crediamo...»
(torna su)
.
L'opinione
del vescoco segretario del supremo tribunale apostolico e teologo
dell'ex sant'uffizio con Ratzinger.
"Non
porgiamo l'altra guancia".
Monsignor
De Paolis: con gli ultra musulmani doverosa autodifesa
La
Stampa
22
febbraio 2006
Giacomo
Galeazzi
«Basta
continuare a porgere l'altra guancia, l'autodifesa è
un dovere. Di fronte alla minaccia del fanatismo islamico, l'Occidente
chiude gli occhi come fece con Hitler». A lanciare il monito
(«dialogare non significa negare ciò in cui crediamo»)
è il vescovo Velasio De Paolis, teologo dell'ex Sant'Uffizio
al fianco di Joseph Ratzinger, oggi segretario del supremo tribunale
della Segnatura Apostolica (la Cassazione vaticana),
decano della facoltà d diritto canonico della Pontificie
Università Urbaniana e voce autorevole della Curia. «L'Islam
non ha alla base nessuna filosofia né teologia, si
è diffuso con la spada e con la spada continua a far paura»,
mette in guardia il giurista della Santa Sede.
A
che punto è il dialogo con i musulmani?
«Il
vero problema è che non si sa con chi parlare né
quanto i nostri interlocutori ufficiali siano rappresentativi
del mondo islamico. L'Islam non ha una separazione fra sfera religiosa
e civile. Se si fa satira sulla Chiesa e sul Vangelo nessuno protesta.
Per i musulmani, invece, la religione si identifica
con il potere politico. Abbiamo a che fare con teocrazie,
un po' come per altri versi ci accade con Israele. E resta il
dubbio se leader "laici" come Gheddafi si siano piegati
all'Islam per non perdere il trono e ora debbano guardarsi dall'Islam
che vuole defenestrarli».
In
questo quadro, la Chiesa che fa, porge l'altra guancia?
«Attenti
all'equivoco. Guai se porgere l'altra guancia significa rinunciare
a essere se stessi. Quando lo schiaffeggiano davanti al sinedrio,
Gesù non dice di colpirlo sull'altra guancia, ma ne chiede
conto. «Se ho parlato male, dimostramelo, se ho parlato
bene perché mi percuoti?». L'autodifesa è
doverosa. Il primo dovere che abbiamo come cristiani è
testimoniare la verità, siamo venuti al mondo per questo.
Certo
che la verità non si impone con la forza, né con
l'offesa dell'altro. Ma se rispettare l'altro significa rinunciare
a se stessi, non ha più senso dialogare».
Perché?
«Innanzi
tutto perché a dialogare bisogna essere in due. Il
dialogo, per non essere vuota retorica, deve smettere di
essere un'iniziativa unilaterale. Due persone si pongono
distinte l'una di fronte all'altra, riconoscendosi diverse e con
una propria dignità, Chi dialoga prima di tutto è
chiamato a presentare se stesso: io sono cristiano, tu sei musulmano.
L'errore è mettere tra parentesi ciò in cui
si crede in base al pretesto di rispettare l'interlocutore. Finora
si è parlato solo dei punti che ci uniscono ma tacere le
differenze ha un effetto rovinoso. Per la Chiesa e per la
società. Il rischio è che i musulmani dialoghino
finché in Occidente sono minoranza. Poi che ne sarà
dei valori cristiani? Deve esserci reciprocità: invece
è diventato un tabù porre la questione. L'Europa
non crede
più a niente e l'assenza oli valori è mascherata
dalla retorica della tolleranza e del dialogo a tutti i costi».
Si
riferisce al caso Calderoli?
«L'ex
ministro non sarà uno stinco di santo, però in questa
bufera si è persa la testa scivolando negli insulti.
Tutto è diventato subito una questione politica e
non si è stati capaci di focalizzare il problema reale.
Anzi, a parlare di queste cose si rischia la galera e l'anomalia
sta proprio
qui.
La Chiesa, che è sempre depositaria della verità,
non ha paura del dialogo: più si approfondisce, più
diminuiscono le distanze e meglio è per noi. Chi teme la
verità non dialoga e si impone con la forza. In ogni modo,
dove sta scritto che in nome della libertà di satira si
può infangare ciò che milioni di persone hanno di
più intimo?».
Deluso
dal dialogo?
«È
più di mezzo secolo che l'Occidente ha relazioni con i
Paesi arabi, soprattutto per il petrolio, e non è stato
capace di ottenere la minima concessione sui diritti umani. Il
limite dell'Occidente sta proprio qui. Parla sempre di valori,
ma poi ha bisogno del commercio con la Cina e del petrolio islamico,
perciò chiude gli occhi sulle sistematiche violazioni,
come già fece con Hitler. Non è che per la Chiesa
il dialogo interreligioso non abbia fatto passi avanti. L'intoppo
è che l'Islam è chiuso al punto da non ammettere
reciprocità. La scorsa Pasqua, in visita nella "moderata"
Tunisia, ho dovuto dire messa in casa senza poter esporre segni
cristiani all'esterno. In terra d'Islam appena la Chiesa
presenta se stessa nella sua autenticità scatta subito
l'accusa di proselitismo. Io discuto con rispetto, ma il
mio obiettivo è convincere l'altro che la mia dottrina
è vera. Se non si può fare neppure questo,
ognuno rimane chiuso nella sua fede e ci trastulliamo con una
parvenza di dialogo».
Quali
sono gli ostacoli?
«La
Chiesa ha i suoi organi che parlano in modo ufficiale, l'Islam
no e ognuno si sente legittimato a dirsi rappresentativo
dell'intera comunità islamica. E mentre mancano autentici
referenti, se un musulmano si converte deve diventare
rifugiato politico e nasconderei per sfuggire alla morte.
Che razza di dialogo è se si evita di affrontare questi
macigni che ci dividono e si enfatizzano solo i punti che abbiamo
in comune?».
(torna su)
La
testimonianza oculare di uno dei nostri pochi connazionali che
hanno lasciato Bengasi.
"
Noi italiani in Libia siamo benvoluti. Calderoli ha tradito questa
amicizia"
La
Stampa
22
febbraio 2006
Guido
Ruotolo
«Sono
in macchina. Aspetti che accosto. La città è meno
affollata del solito. Poche macchine in giro, pochi passanti.
Vedo la presenza massiccia di forze di polizia davanti
agli edifici pubblici, nelle piazze. Da lunedì sera sono
stati chiusi i cafè-Internet. Purtroppo sono l'unico
con la targa straniera in giro. Gli altri sono partiti, o vivono
chiusi in casa. Insomma, non si fanno vedere. No, non ho paura,
sono un italiano integrato perfettamente nella comunità
di Bengasi. Da lunedì a mezzogiorno non si sono registrati
nuovi incidenti. La situazione sembra tornata sotto controllo,
per il momento. Nel senso che non si sono ripetuti altri incidenti.
Il peggio è passato? Mi auguro che sia così. E'
una speranza».
Dopo
un paio di tentativi andati a vuoto, il cellulare di Antonio
- il nome è convenzionale - uno degli italiani che ha deciso
di non abbandonare la città, finalmente squilla libero:
«Venerdì, quando sono iniziati gli scontri, mi trovavo
a pochi metri dal consolato italiano. Ho visto tutto. La manifestazione
era stata autorizzata dalle autorità. Era una protesta
contro le vignette danesi che deridevano Maometto, e contro le
dichiarazioni del nostro ministro Calderoli. Nel corso della
manifestazione, saranno stati un migliaio, non ho sentito gridare
uno slogan anti-italiano. Poi, una volta che il corteo - dopo
aver consegnato a un rappresentante italiano una lettera di protesta
- ha superato il nostro consolato, che è Tunica rappresentanza
diplomatica occidentale, un gruppo di giovani che man
mano si è andato a ingrossare, raccogliendo parecchia
gente, ha iniziato a prendere di mira il consolato..». Ha
una voce simpatica Antonio, l'accento è marcatamente emiliano
anche se vive in Libia dal 1967 - «quando c'era re Idris,
prima della rivoluzione di Gheddafi. Arrivai a Bengasi che avevo
25 anni..», parla perfettamente l'arabo e si è sposato
con una donna egiziana. Ma con Gheddafi, domando, gli italiani
non furono tutti rimpatriati? «Io sono rimasto, sono
musulmano». E oggi fa il rappresentante di una ditta di
import-export: «II nostro obiettivo - dice Graffi - è
quello di far diventare industriale anche l'agricoltura. Facciamo
progetti chiavi in mano».
Dunque,
gli incidenti di venerdì e dei giorni seguenti. «Purtroppo
- riprende il racconto - la caduta di stile del nostro ministro
ha provocato gli incidenti. Un certo nervosismo era presente
da tempo, a Bengasi tutti hanno il televisore e la vicenda delle
vignette blasfeme contro Maometto ha colpito nel profondo
la popolazione. Poi è arrivato il nostro ministro Calderoli
con i suoi proclami di nuove Crociate contro gli infedeli. L'effetto
è stato quello della benzina sul fuoco».
Antonio
sottolinea più volte che la Libia «considera l'Italia
un Paese amico», e che ogni libico ha nella sua casa «qualcosa
di italiano». Insomma tra i due Paesi «i legami sono
molto intensi» e «le dichiarazioni del nostro
ministro sono state una pugnalata. E' come se i libici si fossero
sentiti traditi». Ma nel suo racconto, vi è traccia
di qualcosa che non quadra. La manifestazione di venerdì
era autorizzata, insomma la protesta contro i danesi e Calderoli
aveva avuto il via libera dalle autorità. Poi, nel corteo
si sono infiltrati gruppi fino allora estranei alla manifestazione.
«Non sono in grado di aggiungere altro - insiste -
non spetta a me azzardare delle ipotesi. Mi fermo a un'immagine:
il corteo istituzionale che va oltre il consolato e davanti
alla nostra rappresentanza diplomatica si concentra altra
gente, non gli stessi del corteo». Prende fiato: «Non
capita tutti i giorni che una manifestazione a un certo punto
finisca fuori controllo, degenerando. Certo è che
la polizia non aveva avuto ordine di sparare poi però
la situazione è precipitata e ci sono stati morti».
Tutto
questo accadeva appena venerdì. Poi, con sabato, i
funerali: «Gli scontri sono scoppiati più violenti
rispetto al giorno prima. Sono state prese di mira diverse caserme
delle forze speciali». Del commissariato di polizia assediato
nella notte di sabato, per ottenere la scarcerazione dei
fermati, rivelato dall'ambasciatore italiano a Tripoli, non ha
notizie precise. «Se dovessi dire qual è il
clima di stasera, non posso negare che la tensione è ancora
palpabile. Tutto è iniziato, venerdì, per via
delle offese a Maometto - dice adesso - ma poi, chissà,
la protesta è diventata qualcos'altro». Ha una certa
difficoltà ad ammetterlo, anche se lo lascia intendere.
Non esplicita che le manifestazioni e le violenze possono
avere assunto caratteri antigovernativi ed essere fomentate
dall'estremismo islamico. Si limita a una considerazione:
«La repressione di venerdì è stata durissima,
per evitare che il consolato italiano fosse occupato, cosa
che purtroppo è poi accaduta, mettendo a repentaglio
la vita dei nostri connazionali, la polizia non ha esitato
a sparare. La collera così è montata contro
la polizia e le autorità». Su questa protesta potrebbero
essersi attivate altre spinte. «Stasera - racconta
ancora - la tv ha mandato in onda un servizio su un'esercitazione
militare che si è tenuta non so dove, con i carri armati.
Un modo per dire che il governo c'è».
(torna su)
Andreottian-Mediterranei
La
Stampa
22
febbraio 2006
Marcello
Sorgi
Anche
se non si può ridurne la portata solo a questo, le polemiche
seguite al caso Calderoli e agli incidenti di Bengasi hanno
un chiaro sottofondo elettorale. Da molto tempo infatti, prima
ancora dell' 11 settembre, nell'Europa invasa da flussi migratori
inarrestabili, e per certi versi incontrollabili, il problema
dell'integrazione possibile delle società multiculturali
ha svelato un vasto e redditizio campo di raccolta, per la politica
spregiudicata che voglia e sappia approfittarne. Dall'Olanda
di Pim Fortuyn alla Francia di Le Pen, ieri, e oggi di Chirac,
Sarkozy e delle banlieues, carezzare le ragioni e i
pregiudizi, anche quelli fondati, di larghe aree di
popolazione verso immigrati, clandestini o interi gruppi
etnici, ha dato spesso risultati imprevedibili, in grado
di ribaltare equilibri di potere consolidati.
Destre
classiche, radicali o populiste, quando non nazionaliste,
sono state in prima fila nel cercare di avvantaggiarsene,
a discapito di sinistre riformiste, laiche o cattoliche, spesso
impacciate in reticolati ideologici, di cui tuttavia hanno imparato
a liberarsi.
Soccombente,
almeno in una prima fase, specie in questo scorcio di secolo
gravato dall'orrore delle Torri gemelle e delle guerre che ne
sono seguite, è stata la cosiddetta «linea del dialogo».
Quell'insieme di mosse, giocate sopra e sotto il tavolo,
per tentare di distinguere, all'interno del mondo arabo, tra moderati
ed estremisti, e in quello islamico, tra l'Islam «normale»
e quello apertamente fiancheggiatore del terrorismo. Per
cercare, in altri termini, di evitare di giungere al punto di
rottura, o di arrivarci, com'è accaduto, il più
tardi possibile. E' precisamente in questo scenario (e meno in
altri) che l'Italia s'è sempre trovata a suo agio. Non
si capirebbe la recente (ed eccessiva) prudenza del ministro
Fini nei confronti della Libia, la mancanza di reazioni formali,
la riduzione di incidenti così gravi come
quelli di Bengasi ad una conversazione al telefono tra
Berlusconi e Gheddafi, se non si tenessero presenti i nostri tradizionali
rapporti con l'inquieto colonnello dirimpettaio, che dalla
sua tenda, nelle belle giornate, può persino avvistare
le coste siciliane.
Di
Gheddafi infatti, come di molti e non fra i migliori leader arabi,
noi siamo sempre stati amici. In un modo o nell'altro, anche quando,
ormai vent'anni fa, il colonnello bersagliava Lampedusa con i
suoi missili spompati, mentre Reagan faceva bombardare Tripoli
e la tenda con i suoi familiari.
Non
a caso per anni, per decenni, in Italia si è celebrato
il mito di Sigonella, quando Craxi, per onorare un patto
con Arafat, impedì agli americani di catturare sul nostro
territorio Abu Habbas, il terrorista responsabile del sequestro
dell'Achille Lauro e dell'assassinio dell'ebreo paralitico
Klinghoffer. E solo qualche anno fa, con D'Alema premier,
l'Italia ricevette con tutti gli onori il rivoluzionario (per
alcuni; per altri terrorista) turco Ocalan, salvo poi doversene
liberare misteriosamente, in un clima di imbarazzo internazionale.
Ancora, per tanto tempo, le trattative sulla restituzione
dei pescherecci italiani catturati vicino alle coste di Hammamet,
sono state improntate a suppliche e favori nei confronti
del regime di Tunisi. E allo stesso modo, l'intervento italiano
nei teatri più caldi, dal Libano, alla Somalia, adesso
all'Iraq, è rimasto inquadrato nella più stretta
azione umanitaria, formalmente distinto da iniziative militari.
Una
sindrome, prima che una real-politik, andreottianmediterranea,
consapevole insieme del rischio geografico dell'essere, l'Italia,
una Penisola adagiata in un mare per due terzi arabo, e del limite
religioso di ospitare al suo interno il Papa e le gerarchie ecclesiastiche.
Questo spiega perché, nel tempo, malgrado gli
attriti, i rapporti con gli americani si siano conservati solidi;
e perché, salvo qualche zona d'ombra corretta tardivamente
(e su impulso del Vaticano), come l'atteggiamento verso Israele,
la politica estera italiana sia restata la stessa nel tempo, si
sia svolta in continuità, come fosse obbligata.
Dove
possa portare una linea diversa, o alternativa, infatti, non è
chiaro. Si dice: occorre sottrarsi al condizionamento degli
interessi economici, come se appunto gli interessi economici
non fossero alla base di tutte le relazioni internazionali.
Come se noi o altra mezza Europa potessimo fare a meno da
un giorno all'altro dell'apporto economico, energetico o di forza
lavoro che ci viene dal mondo arabo. Come se la Spagna avesse
rotto con il Marocco, dove pure si erano addestrati gli attentatori
di Madrid, invece di continuare a collaborarci. Come se i
nostri guai non venissero dal gesto inconsulto di un ministro,
fortunatamente ex, e da un giorno all'altro, così a sorpresa,
l'Italia potesse dichiarare guerra alla Libia.
(torna su)
Perché
dovrei dialogare con te se di me hai paura?
La
fuga dell'occidente di fronte alle proprie responsabilità
prepara tempi cupi e istiga gli estremisti di Dio
Il
Foglio
21
febbraio 2006
Giuliano
Ferrara
Dialogare,
dialogare, dialogare. D'accordo: non si può portare guerra
a un miliardo e trecento milioni di musulmani, non si può
cacciare una comunità islamica europea di oltre quindici
milioni di persone, queste sono ovvietà. Riflettete però
su un punto appena meno ovvio: in politica non si può dialogare
senza esercitare una qualche deterrenza, senza disporre di una
qualche forza e indipendenza, materiale e morale. Ora, da
alcune settimane l'occidente è sfidato in campo aperto
dall'Islam politico, dall'islamismo profetico e fondamentalista,
con la connivenza debole di oligarchie al tempo stesso ambigue
e ricattate, e con l'aperta complicità di stati canaglia
che lavorano per prendersi l'arma atomica e per destabilizzare
la politica mondiale predicando la cancellazione di Israele
dalla carta geografica. Questa sfida è fatta di violenza:
ambasciate occidentali e chiese cristiane attaccate e messe
a fuoco, preti uccisi in un clima di persecuzione religiosa,
prodotti boicottati e ritorsioni di ogni tipo minacciate,
taglie per la caccia all'uomo e sentenze popolari di condanna
contro persone ree di blasfemia e islamofobia, che si aggiungono
alla lunga catena di figure pubbliche della scena europea sotto
scorta per le idee che professano, sotto continua minaccia
di morte in nome di una legge coranica chiamata sharia, che volenterosi
militanti islamici vorrebbero introdurre in Canada o nel
Londonistan. Israele ha risposto definendo “terrorista” il governo
in formazione di Hamas e attrezzandosi per una stagione che tutto
fa prevedere cupa e dolorosa. Gli Stati Uniti, che pure sono la
patria del multiculturalismo e considerano peccato grave ogni
offesa al sentimento religioso, hanno denunciato le responsabilità
iraniane e siriane nella ondata di fanatismo violento, e
hanno ritirato i finanziamenti che dovrebbero andare a organizzazioni
in prima linea nella crociata antioccidentale, anticristiana,
antigiudaica. E noi europei? Noi siamo afflitti da una triplice
dipendenza verso l'area islamica: economico-energetica, politico-diplomatica
e cultural-religiosa. La Chiesa parla con opacità dei suoi
martiri, e alcuni cardinali ci rifilano risibili giaculatorie
sulle colpe dell'occidente. Gli stati si prosternano alle
violenze, mostrano di temerle, rivelano impotenza nel fronteggiarle
anche solo nei canoni della diplomazia: non un ambasciatore
è stato ritirato, non un gesto di rigore e di protesta
contro le fatwa religiose diffuse via satellite è stato
nemmeno tentato, siamo prigionieri in casa nostra, ci togliamo
giustamente le scarpe per andare a inchinarci in moschea,
dialoghiamo con i nostri ambasciatori convertiti all'Islam
e divenuti portavoce della casa dei Saud, mettiamo sotto scorta
gli intellettuali e le personalità in pericolo di
vita, consideriamo normale sottoporre a una sorta di sorveglianza
del pensiero l'espressione libera di opinioni storiche, antropologiche,
teologiche o filosofiche in materia di religione. In Italia, l'unico
che reagisce con dignità è un islamico, Magdi Allam.
Perché i fondamentalisti dovrebbero dialogare con noi se
noi di loro abbiamo semplicemente paura?
(torna su)
Pera:
se ci genuflettiamo abbiamo perso
«Calderoli
ha sbagliato. Ma non dobbiamo chiedere scusa a fanatici e terroristi»
«La Libia? Non si dà vita a manifestazioni di massa
senza che i vertici lo sappiano»
Corriere
della Sera
21
febbraio 2006
Paolo
Conti
Presidente Marcello
Pera, cominciamo dal caso Calderoli. Il suo giudizio sulla maglietta
esibita in tv. «Calderoli ha sbagliato. Soprattutto perché
era ministro. Si è dimesso e ha pagato come avviene in Occidente:
con una sanzione politica. Fine dell' episodio. Ma ora non possiamo
credere che siano finiti anche i problemi». Difficile crederlo
vedendo ciò che è accaduto in pochi giorni in Turchia,
in Nigeria e soprattutto in Libia, con l' assalto alla rappresentanza
italiana e alla chiesa di Bengasi dopo le vignette danesi e la t-shirt
di Calderoli. «È miope ritenere che le vignette pubblicate
mesi fa in Danimarca o la maglietta di un ministro italiano siano
le cause di tutto ciò. Gli episodi di violenza aumentano
e si intensificano. La verità è che molti fanatici,
non solo pochi terroristi, ci hanno dichiarato una guerra santa,
una jihad, cominciata anche prima dell' 11 settembre». Dobbiamo
ritenerci impegnati in una «guerra santa», dice lei?
«Sono quei fanatici e quei terroristi che stanno penetrando
tra le masse islamiche, a dichiararla a noi. Cercando di utilizzare
un' interpretazione violenta della fede per aizzare la sollevazione
e l' odio per l' Occidente. Dobbiamo prenderne atto, essere realisti
e non sottovalutare il fenomeno. Se chiediamo scusa, se ci genuflettiamo,
se indulgiamo all' appeasement, abbiamo già perso. E ci siamo
già arresi». C' è chi preme perché l'
Italia chieda scusa. Per esempio il vescovo di Tripoli, monsignor
Giovanni Martinelli. «Il nostro modo civile di chiedere scusa
sono state le dimissioni di un ministro: episodio unico in Europa.
Non mi pare che il governo danese si sia scusato. Qualcuno si è
scusato per il martirio di un prete cattolico?» Berlusconi
e Fini, sulla Libia, gettano acqua diplomatica sul fuoco. Sullo
sfondo c' è il timore che riprenda il flusso incontrollato
di emigrati clandestini dalle coste libiche. «Convengo sulla
prudenza e sulle cautele del nostro governo. Ma la prudenza senza
la fermezza è una resa». Quindi hanno ragione Emma
Bonino e Magdi Allam quando chiamano in causa Gheddafi.... «Hanno
ragione tutti coloro che chiamano in causa Gheddafi. Non credo che
in Libia, come in Siria o in Iran sia possibile dar vita a manifestazioni
di massa senza che qualcuno ai vertici sappia cosa sta accadendo.
E soprattutto senza una regìa. Non penso a capi di Stato
ma a basi fondamentaliste che fomentano e che poi trovano l' occasione
e il pretesto. Non per niente Al Qaeda vuol dire proprio “base”».
Gheddafi potrebbe infuriarsi, di fronte a una nostra posizione più
dura, e rompere un equilibrio faticosamente raggiunto con l' Italia.
Anche in campo economico ed energetico. «Speriamo che Gheddafi
comprenda correttamente anche le nostre ragioni». Il peccato
di Calderoli sarebbe veniale? «Le provocazioni non vanno bene,
né vanno bene le offese e le ingiurie ai simboli religiosi.
Non dovrebbero andar bene nemmeno quelle ai simboli cristiani: ma
nessuno in Europa ci bada più. In quel caso si tira in ballo
la libertà di opinione mentre negli altri si parla di blasfemìa:
è giusto? L' Europa sembra aver perduto la propria dignità,
si fa offendere e poi pensa che le proprie offese rivolte ad altri
siano più gravi. Ma tornando alla domanda: non è solo
questione di vignette e magliette». Benedetto XVI ricorda:
la violenza è comunque una risposta inaccettabile, perciò
va deplorato chi approfitta dell' offesa ai sentimenti religiosi.
«È esattamente ciò che penso. Qualcuno “approfitta”
su un campo accuratamente preparato da tempo». Lei dice: la
faccenda non è risolta con le dimissioni di Calderoli. Cosa
occorre fare, secondo lei? «Due mosse. Una profonda, culturale,
a lungo termine. Basta col nascondere la nostra civiltà che
ha grandi meriti: offre ospitalità a tutti, riconosce pari
diritti e dignità. Nell' immediato c' è la politica.
Far presente agli Stati arabi e islamici che intendiamo continuare
la collaborazione ma che anche a loro competono molte responsabilità,
per prima quella di adoperare il potere affinché la situazione
non degeneri. Mi chiedo: lo stanno facendo tutti?» Monsignor
Rino Fisichella si chiede: cosa fanno la Lega Araba, l' Unione Europea,
l' Onu? Condivide l' interrogativo? «In pieno. Soprattutto
monsignor Fisichella ha ragione sulla reciprocità: noi tuteliamo
le minoranze musulmane, loro hanno il dovere di fare lo stesso con
quelle cristiane. In quanto ai suoi interrogativi, mi sgomenta soprattutto
l' Europa. Nessuna riunione urgente del Consiglio o del Parlamento,
nessuna convocazione di ambasciatori, nessuna posizione della Commissione.
Una ingiustificata sindrome del senso di colpa ci paralizza. Il
rischio è, l' ho già detto cinque anni fa, che spiri
l' aria di Monaco 1938 quando per paura nessuno fermò Hitler».
Lei condanna il senso di colpa europeo. E noi non abbiamo colpe?
«Sì, ma non sono quelle immaginate dagli altri. Siamo
colpevoli di non aver preso sul serio i fanatici fondamentalisti
quando promettono di distruggerci perché siamo “giudei e
crociati”. Colpevoli di voler nascondere la nostra identità
giudaico-cristiana e di non spendere una parola per difenderla.
Colpevoli del nostro relativismo culturale che ci ha ridotti a un
continente privo di identità, quasi un panino di burro che
si perfora con un dito. Colpevoli di un malinteso senso di tolleranza
e rispetto. Non si può rispettare senza essere rispettati
e senza rispettare per primi se stessi. Invece ora pensiamo che
tutto ciò che accade sia colpa nostra. In primo luogo dell'
America». Ma l' America ha le sue responsabilità: la
guerra in Iraq, la gestione di Guantanamo... «L' Iraq ora
è libero, su Guantanamo uno Stato democratico sa come comportarsi».
A suo giudizio, potrebbe cambiare il clima, in Italia, tra i musulmani
immigrati? «Sta anche ai musulmani farsi sentire. Esiste una
Consulta islamica fortemente voluta dal ministro Pisanu: non so
se sia rappresentativa, ma farebbe cosa utile se condannasse non
solo le vignette e le magliette ma anche il clima di violenza anti-occidentale
parlando a nome dei musulmani immigrati e dei cittadini italiani
di quella fede. Per ora non è accaduto. Spero che accolgano
il mio suggerimento. Per quanto mi riguarda, a proposito di appelli,
ne lancerò a giorni uno in difesa dell' Occidente, della
nostra tradizione giudaico-cristiana, dei nostri principi e valori».
Si tratta di una piattaforma elettorale... «Penso che i contenuti
dell' appello saranno il vero discrimine tra le forze politiche
nella prossima campagna. È inimmaginabile che il tema non
faccia parte del dibattito. Spero che ciò avvenga con pacatezza,
consapevolezza, prudenza ma soprattutto con chiarezza e fermezza».
(torna su)
Ulivo
col chador.
Prodi
ci svende all'Islam.
Condanna
i leghisti ma tace su chi brucia le chiese. Smentito anche dal
Papa. Rientra la rivolta del Carroccio. Bossi: Calderoli farà
campagna elettorale nelle piazze.
Libero
21
febbraio 2006
Renato
Farina
La
notizia del giorno sarebbe l'incriminazione di Roberto
Calderoli per «offesa a confessione religiosa mediante
vilipendio». Robe da matti. Dinanzi a quanto accade nel
mondo - orrore e morte - la meschinità della legge
italiana ci sgomenta. (La racconta qui Vincenzo Vitale). Però
c'è qualcosa di peggio della macchina giudiziaria che,
compiici norme deleterie, manda liberi i terroristi e persegue
una maglietta. C'è Romano Prodi. E a quest'uomo si vorrebbe
affidare l'Italia? Manda una sciagurata lettera a Repubblica,
dove fornisce elementi ai fomentatori di violenza per insistere.
Il male del mondo non è per lui la guerra dichiarata dall'Islam,
comandato a bacchetta dai fondamentalisti, ma Calderoli,
Berlusconi e il Tg1 di Clemente Mimun. Verrebbe voglia di
disperarsi.
Per
fortuna che c'è una buona notizia nel disastro. C'è
il Papa. Almeno lui non è cieco, ed è coraggioso.
Chi lo segue però? Dai Berlusconi, ascoltalo. Ratzinger
ha chiamato le cose con il loro nome. Coglie un disegno
criminale nelle rivolte musulmane. Magliette, vignette?
L'offesa al sentimento religioso è un pretesto. Ieri
ha scandito bene le parole ricevendo il nuovo ambasciatore
del Marocco. Pensava alla Libia, al Pakistan, alla Nigeria. «Gli
atti violenti sono fomentati» da chi «approfitta
deliberatamente delle offese ai sentimenti religiosi
per scopi estranei alla religione». Certo, «le religioni
e i simboli religiosi vanno rispettati». Tutti però.
«Reciprocamente, in ogni società». Ciascuno
deve poter praticare e «liberamente scegliere la religione».
Più chiaro di così. Meno male. Ci fa tirare
il fiato. Anche se Benedetto XVI deve piangere almeno 15
cristiani uccisi in Nigeria. C'è un prete tra loro. Sono
trattati come cani morti proprio dall'Italia, che fino a prova
contraria resta a maggioranza cattolica. Non che si debbano incendiare
le moschee, ma sentirsi bruciati dentro sarebbe il minimo.
Invece. Altro che «radici cristiane». Abbiamo
venduto tutto, pure loro, secche come sono devono fare un bel
falò per la goduria dei musulmani. La prova? Domenica
un'incredibile manomissione della realtà e del buon senso
era visibile a pagina 5 della Stampa di Torino. È vero
che a suo tempo la Fiat (proprietaria del quotidiano) fu
salvata da Gheddafi. Ma non riusciamo a crederci lo stesso.
Titolo a sette colonne, a tutta pagina. «Tripoli: martiri
i morti negli scontri». Su una colonna, in posizione
defilata: «Nigeria, massacrati 15 cristiani».
Non esistono, sono negri che non contano niente dato che non ci
minacciano, sono da seppellire come giusta espiazione
delle vignette. Ma neanche sanno cosa sono le vignette da quelle
parti, né gli assassinati né gli assassini.
Non c'è nessuna offesa lanciata da cristiani, salvo quella
di esistere, di volere mettersi la croce e farla comunione. Basta
e avanza per la guerra santa, la jihad, non si tollera un'altra
presenza. Dodici chiese bruciate. Ma per la Stampa, una colonnina:
i cristiani contano un settimo, e pare già una concessione.
Che vergogna.
una
volta ad essere chiamati martiri erano i cristiani uccisi in odio
alla loro fede. Adesso, martire è chi incendia le ambasciate
italiane. Complimenti per il rinnovamento liturgico. Un'operazione
grave. Consegnando una patente di santità ai morti di piazza,
caduti mentre cercavano di bruciare il consolato con la gente
viva dentro, Gheddafi e al suo seguito il quotidiano
che da lustro a questa mossa, benedicono future violenze, promettendo
aureole. Mal che ti vada sei un eroe, avrai le 63 vergini
in Paradiso.
Ed
ecco interviene Romano Prodi. Ci era più simpatico
come Mortadella che come Avvoltoio squittente. Manda una lettera
a Repubblica. Le due frasi iniziali sono una specie
di contratto con gli italiani da offrire poi al fanatismo islamico.
Scrive: «I fatti di Bengasi tornano a dimostrarci la fragilità
del mondo in cui viviamo, la difficoltà di dialogo
tra i popoli, la sciagurata forza che le offese possono
scatenare». Dopo di che, elogio al Colonnello che ha innalzato
a martiri gli assaltatori: «Ho avuto modo di percepire in
un lungo colloquio con Gheddafi la preoccupazione di chi è
chiamato a governare realtà complesse come quelle dei paesi
del Nord Africa». Eccola la verità di Prodi. Per
lui era in corso un sereno dialogo tra i popoli, ed ecco
una maglietta scatena la forza della morte. È impossibile
che Prodi non sappia come le rivolte siano state preparate ad
arte. Ma certo che lo sa. Ma li lecca, offre loro la manina
della resa. I capi islamici europei hanno confezionato una
specie di bomba a orologeria. Lo scopo era far paura all'Occidente,
imponendo ai nostri costumi Fidea coranica del rapporto con il
divino. Una specie di invasione della nostra coscienza, con
la pretesa di dettare le regole della vita civile dell'intero
pianeta. Una strategia vittoriosa, a quanto pare. La prova del
successo sta in questo tipo di lettera. Prodi non condanna
gli assalti, non ha espressione di esecrazione per la violenza,
non vede dietro di essa agitatori macabri. Non si sogna nemmeno
di notare l'incendio delle croci in Iran, il rogo con cui
sono stati bruciati vivi i cristiani nigeriani. Ma no: Prodi svolge
tre punti. 1) Colpa di Calderoli. 2) Colpa di Berlusconi. 3) Colpa
del Tg1 che ha lasciato parlare Calderoli. Non gli bastano le
dimissioni del leghista orobico, vuole le nostre dimissioni
da una certa idea di libertà. Si illude di spegnere
le fiamme, consegnandoci a chi prima o poi le riaccenderà.
Lo scopo di questa nuova fase della jihad era esattamente quello
di indurre ad una lettera di questo genere i governanti europei.
Qui
c'è il manifesto programmatico dell'”appeasement”, tecnicamente
equivale a “calar le brache”. Corrisponde alla politica di
Chamberlain, accomodante e benevola verso la Germania nazista
tra il ‘37 e il ‘39. Ora Prodi ci prova con l'Islam fanatico.
Allora in Gran Bretagna lanciò l'allarme Churchill, ma
non riuscì a molto, in quegli anni. Da noi, adesso?
Per fortuna c'è Papa Ratzinger. In quel discorso di ieri
ha tenuto conto di tutto, anche dei sentimenti religiosi altrui,
ma ha saputo condannare con polso. «La Chiesa cattolica
ha la ferma convinzione che, per favorire la pace e la comprensione
tra i popoli e tra gli uomini, è necessario e urgente che
le religioni e i loro simboli siano rispettati, e che i credenti
non siano oggetto di provocazioni che feriscano la loro appartenenza
e i loro sentimenti religiosi». Continua: «Ciò
nonostante, l'intolleranza e la violenza non possono mai essere
giustificate come risposta alle offese, perché
simili risposte non sono compatibili con i principi
sacri della religione. È per questo che non possiamo
che deplorare le azioni di coloro che approfittano deliberatamente
delle offese causate ai sentimenti religiosi per fomentare
atti violenti, tanto più che questo si produce per
scopi estranei alla religione». Ed ecco la richiesta papale:
«In maniera reciproca in tutte le società, sia realmente
assicurato a ciascun uomo la pratica della religione liberamente
scelta».
Questa richiesta ove accolta cambierebbe
il mondo. Ma c'è un leader italiano disposto a
farla sua, anche senza maglietta satirica, con la camicia
bianca e la cravatta blu a pallini? Berlusca, parliamo di te...
(torna su)
L'ombra
dei fratelli musulmani
Corriere
della Sera
20
febbraio 2006
Maurizio
Caprara
Quando ha ricevuto l'
ambasciatore d' Italia Francesco Trupiano, ieri mattina, il primo
ministro libico Shukri Mohamed Ghanem, economista con studi a Boston,
non si è limitato alle rassicurazioni di rito. Nel promettere
che sarebbe stato fatto il possibile per proteggere i nostri connazionali,
il rappresentante di Muhammar el Gheddafi ha aggiunto una precisazione:
a differenza di venerdì scorso, nella domenica dei funerali
delle undici persone morte a Bengasi la polizia della «Gran
Giamahiria araba libica popolare socialista» non avrebbe sparato.
Neanche un colpo. Era impossibile, ieri sera, disporre di un quadro
completo sugli effetti di una nuova giornata di assalti. Non si
sa se alla fine le guardie hanno rinunciato del tutto all' uso di
armi da fuoco. Ma la direttiva riferita da Ghanem nel colloquio
a porte chiuse con l' ambasciatore può aiutare a capire di
più, perché non è facile venire a capo dei
fermenti in corso da venerdì, quando una folla di ragazzi
ha assaltato il consolato italiano gridando contro le vignette con
Maometto e l' allora ministro Roberto Calderoli che le ha indossate
su una maglietta. Seconda città della Libia, bombardata dagli
americani nella Seconda guerra mondiale mentre era sotto occupazione
coloniale italiana e ribombardata su ordine di Ronald Reagan nel
1986, Bengasi non è per il Colonnello l' equivalente di Tripoli,
distante 1.200 chilometri. Benché il regime sia radicato
e il suo potere non sia improvvisato, Bengasi, circa 660 mila abitanti,
è il capoluogo della Cirenaica. Nella storia, è stata
la terra di re Idris, emiro della confraternita mistica islamica
dei senussi, deposto da Gheddafi con il colpo di Stato del 1969.
Oggi è una zona nella quale contano le attività legate
al petrolio, ma anche la vicinanza con l' Egitto, Paese meno adatto
della Libia a controlli capillari. Secondo le impressioni ricavate
da vari stranieri, a Bengasi è più forte che altrove
l' influenza dei Fratelli musulmani. Consistente sembra l' immigrazione
egiziana, e una parte può avere a che fare con questa rete
dell' Islam contrastata da vari governi arabi. Benché certe
impostazioni possano cambiare a seconda dei tempi, Gheddafi non
è un fondamentalista islamico. Come ricorda Giulio Andreotti,
è a lui che si deve il primo mandato di cattura contro Osama
Bin Laden. È stato nel mirino di gruppi abituati a far leva
su integralismi presenti in settori popolari e nell' emigrazione.
Fra l' altro, lo ha dichiarato Seif el Islam, il figlio più
politico di Gheddafi, quattro delle undici persone uccise venerdì
dalla polizia erano egiziane e palestinesi. «Non è
certo una rivelazione di segreto di Stato: vi sono dei fermenti
che mettono in discussione la leadership di Gheddafi», ha
osservato ieri Gianfranco Fini. Al ministro degli Esteri sottolinearlo
può servire per non lasciare in primo piano il nesso tra
gli assalti e la maglietta di Calderoli. Ma che al regime la giornata
di venerdì a Bengasi sia sfuggita di mano, e che adesso si
cerchi di non infiammare gruppi già esagitati, non va affatto
escluso.
(torna su)
La
Farnesina si prepara all'evacuazione immediata
Corriere
della Sera
20
febbraio 2006
F.
Sar.
ROMA
- Il governo libico assicura che «sarà garantita
la sicurezza degli italiani», ma la Farnesina ha già
predisposto il piano di evacuazione da Bengasi. Sono una sessantina
le persone invitate a trasferirsi dalla Cirenaica alla capitale.
In una nota diffusa nel pomeriggio l' Unità di crisi del
ministero degli Esteri conferma che «è stata predisposta
la possibilità, per chi lo desideri, di lasciare la città».
Sabato mattina, dopo l' assalto al consolato italiano e gli scontri
con la polizia locale che il giorno prima avevano provocato morti
e feriti, un gruppo di una quindicina di persone era già
stato portato fuori dall' area di crisi. Ora si cerca di convincere
anche gli altri a spostarsi. Sale la tensione nel Paese guidato
dal colonnello Gheddafi, ma altri fronti di protesta contro le
vignette sataniche si sono aperti nelle ultime ore. E gli analisti
temono che le dimissioni del ministro Roberto Calderoli, contestato
proprio per la sua maglietta contro l' Islam, possano non bastare
a placare l' ira dei fondamentalisti che si è scatenata
contro il nostro Paese. A destare maggior allarme è la
Turchia, dove oltre diecimila persone sono scese in piazza a Istanbul.
Nessuna minaccia è stata rivolta contro l' Italia, ma il
clima è certamente effervescente. Più grave appare
la situazione in Libano dove sarebbero stati lanciati anatemi
diretti, così come del resto è avvenuto la scorsa
settimana a Nassirya, in Iraq, e a Herat, in Afghanistan, dove
sono schierati militari italiani. Per i contingenti è scattato
già da giorni lo stato di massima allerta. Donne in corteo
anche in Marocco, proteste violente in India e in Pakistan dove
sono state incendiate alcune chiese. Il fronte della protesta
si allarga con il trascorrere delle ore e questo rafforza negli
esperti la convinzione che ci sia una strategia per fomentare
le proteste. Per questo viene costantemente aggiornato il dispositivo
di sicurezza. Mentre il Viminale ha disposto il potenziamento
della sorveglianza di tutti i possibili obiettivi del fondamentalismo
sul territorio nazionale, a preoccupare i responsabili della sicurezza
è la situazione degli italiani che si trovano all' estero.
In cima alla lista ci sono naturalmente le ambasciate, i consolati
e le residenze dei diplomatici. Tutte le imprese che hanno sedi
negli Stati arabi sono state allertate, così come i villaggi
turistici gestiti da nostri connazionali. Sul sito della Farnesina
«www.viaggiaresicuri.mae.it» sono indicati i Paesi
dove è sconsigliato andare sia per motivi di lavoro, sia
di vacanza. Secondo la circolare diramata due giorni fa dal capo
della polizia Gianni De Gennaro, le questure e le prefetture dovranno
valutare con la massima accuratezza le richieste di autorizzazione
per manifestazione e presidi di solidarietà ai musulmani
che si stanno organizzando in questi giorni. Il timore espresso
pubblicamente dal ministro dell' Interno Giuseppe Pisanu non è
quello che riguarda un progetto di attentato da compiere nel nostro
Paese, ma l' iniziativa di «qualche testa calda»,
fomentata da quanto sta accadendo nel mondo arabo. Non a caso
vengono monitorati i siti islamici e i forum che continuano a
registrare minacce forti e chiare contro il nostro Paese, così
come già avvenuto nei giorni scorsi per Danimarca, Norvegia
e Francia, gli Stati dove sono state pubblicate per la prima volta
le vignette su Maometto giudicate blasfeme dai musulmani. F. Sar.
* relazioni bilaterali La colonizzazione Dalla conquista della
Libia da parte italiana nella guerra del 1911-12 i rapporti tra
i due Paesi sono stati difficili, anche se stretti soprattutto
a livello economico storia Petrolio e gas L' Italia è il
primo fornitore della Libia (26% del suo import), anche se il
saldo commerciale è negativo per noi di 6,5 miliardi per
il massiccio acquisto di gas e petrolio (un 30% del nostro fabbisogno).
In Libia operano circa 50 nostre aziende, tra cui l' Eni, e vivono
un migliaio di italiani economia Il patto del 2004 Dopo la dura
lotta contro l' occupazione italiana (1911-1943), la Libia ha
espulso nel 1970 i residenti italiani e chiesto ripetutamente
molte «compensazioni» per il periodo coloniale. Nel
2004 l' accordo tra Gheddafi e Berlusconi ha migliorato le relazioni
ma non risolto del tutto le tensioni politica
(torna su)
L'indignazione
a corrente alternata
Corriere
della Sera
20
febbraio 2006
Magdi
Allam
Ora
che facciamo? Chiederemo scusa al presidente nigeriano Olusegun
Obasanjo perché le vignette su Maometto hanno provocato
la collera dei musulmani sfociando nel massacro di 16 cristiani
e la distruzione di 11 chiese? O forse quei cristiani e quelle
chiese non meritano lo stesso riguardo riservato alla trentina
di musulmani finora uccisi nel mondo, da forze dell' ordine musulmane,
per impedire loro di compiere ulteriori atti di vandalismo e di
terrorismo? D' altro canto chi di noi sa che negli ultimi cinque
anni circa seimila cristiani sono stati trucidati nel nord della
Nigeria dove è in vigore la sharia e Bin Laden è
un eroe? Ammettiamolo: l' Occidente si scandalizza solo quando
viene messo, a torto o a ragione, nei panni del carnefice e solo
quando le vittime, reali o presunte, sono dei musulmani. A questo
punto il cardinale Bertone dopo aver auspicato che Calderoli sia
condannato ai lavori forzati in Cirenaica, potrebbe completare
il processo salvifico dell' Occidente raccomandando a tutti i
cristiani almeno un mese di penitenza e di esercizi spirituali.
I governi dei Paesi musulmani hanno sbagliato attribuendo prima
alla Danimarca, poi all' Unione Europea, quindi all' Occidente,
infine all' insieme della cristianità la responsabilità
casomai soggettiva dei singoli vignettisti danesi. Ma i governi
occidentali hanno commesso un errore speculare rifiutandosi di
individuare, e possibilmente sanzionare, le responsabilità
soggettive di chi ha istigato all' odio, ha condannato a morte
mettendo cospicue taglie sulla testa dei vignettisti, ha dato
l' ordine di assaltare, incendiare, saccheggiare ambasciate e
chiese. All' opposto l' Occidente ha maturato il convincimento
che l' ondata di violenza sia una reazione automatica e giustificata
da parte di un blocco monolitico chiamato arbitrariamente «Islam».
Di fronte al quale per paura, viltà e collusione ideologica
si genuflette e chiede perdono, assumendosi la responsabilità
degli atti di violenza e di terrorismo commessi dagli altri contro
i beni e le vite occidentali e cristiane. In questo contesto l'
Italia primeggia nell' offesa, non all' Islam, ma alla propria
credibilità come Stato sovrano e alla nostra dignità
come cittadini liberi. Questa classe politica, governo e opposizione,
sta sbagliando tutto genuflettendosi davanti a Gheddafi. Un folle
tiranno che prima ha aizzato i libici ad aggredire gli italiani,
poi ha ordinato di sparare su una folla trattata come carne da
macello, infine ha proclamato un giorno di lutto nazionale e assegnato
un posto certo in Paradiso agli undici morti elevandoli al rango
di «martiri». Ma ci rendiamo conto che ci siamo affrettati
e affannati a chiedere scusa a Gheddafi per un attentato terroristico
al nostro consolato a Bengasi di cui lui è l' unico vero
responsabile? In questo contesto le vignette su Maometto considerate
blasfeme, e la provocazione di un ministro italiano certamente
irresponsabile, risultano solo strumentali a una deliberata e
annosa strategia di Gheddafi incentrata sul ricatto e il condizionamento
dell' Italia. In questa tragica e umiliante vicenda Berlusconi
si è fatto dettare la linea da Pisanu, che a sua volta
si è fatto dettare la linea da Gheddafi. Mi spiace ma io
non ci sto: mi va bene che Calderoli venga licenziato, ma non
per ordine di Gheddafi. Rendiamoci conto che da questa crisi l'
Italia potrebbe uscire come un Paese a sovranità limitata.
Solo che a limitarla non è una superpotenza occidentale
con cui condividiamo la stessa civiltà, bensì un
piccolo Stato del Terzo mondo sottomesso a una dittatura illiberale.
E pensare che è stata proprio l' Italia, insieme all' allora
presidente della Commissione europea Prodi, a prodigarsi per accreditare
una verginità politica a un tiranno costretto dall' Onu
a una lunga quarantena per la responsabilità diretta, da
lui ammessa versando milioni di dollari di indennizzo, nella strage
dei passeggeri degli aerei della Pan Am nel 1988 e dell' Uta nel
1989. Ebbene credo che sia arrivato il momento di assumere seriamente
una strategia energetica che ci affranchi dalla schiavitù
del petrolio e del gas, di cui proprio dalla Libia attingiamo
un terzo del nostro fabbisogno. E liberiamoci dal pregiudizio
che appiattisce i musulmani alla sola sfera religiosa. Non esiste
l' homo islamicus. Il ministro degli Esteri Fini non si illuda
di risolvere la crisi recandosi in visita alla moschea di Roma.
Solo una minoranza di musulmani frequenta le moschee. I gestori
delle moschee non sono delle autorità religiose, non rappresentano
i musulmani. A maggior ragione in Italia dove il vuoto legislativo
e il «volemose bene» hanno acconsentito a imam autoeletti
e a sedicenti «comunità islamiche» di controllare
la gran parte delle moschee. Dopo esserci spezzata la schiena
a furia di scusarci per le vignette considerate blasfeme, come
ci comporteremo quando alla prossima tornata l' Italia verrà
accusata di offendere l' Islam perché, ad esempio, discrimina
le scuole coraniche o il marito poligamo?
(torna su)
Quanto
ci piace la politica del buffonismo
Il
Riformista
20
febbraio 2006
«Ho
la consapevolezza di non essere responsabile di nulla».
Così ha dichiarato il ministro Calderoli al Corriere poche
ore dopo le sue dimissioni. Il «nulla» cui si riferiva
erano gli undici morti di Bengasi. Ma, grazie allo stentato italiano,
la doppia negazione si è trasformata in lapsus freudiano,
rivelando un significato più profondo, e quasi simbolico.
Molti uomini pubblici non si sentono responsabili di nulla. Interpretano
il proprio ruolo come un mero esercizio di personalità,
finalizzato a garantirsi ciò che, con un altro cambio semantico,
viene ormai comunemente definita «visibilità».
Più che alle loro funzioni rispondono al proprio pubblico,
come farebbe un attore o una rock star. Aggiungetevi il proporzionale,
e la frittata di un'intera classe dirigente è fatta.
Qualche ora prima degli incidenti di Bengasi, l'Economist arrivava
in edicola chiedendosi che cosa avrebbero pensato gli islamici
che protestano per le offese recate al Profeta nel sentire che
il premier italiano si paragona a Gesù: «Una prova
che l'Occidente è incorreggibilmente empio?». Eppure
in Italia il riferimento non è apparso neanche lontanamente
blasfemo, ed è stato rubricato insieme ai paragoni con
Napoleone e Churchill solo per confermare, tra il divertito e
l'indignato, l'immagine di un leader un po' mattocchio ma decisamente
geniale nel conquistare la scena. Esagerare è bello, nella
nostra politica. L'iperbole riscuote una certa ammirazione, innanzitutto
nei media, che la cercano, la auspicano, e quando possono la provocano.
Calderoli meritava il licenziamento per l'offesa razzista alla
giornalista abbronzata che sa di deserto e cammelli forse anche
di più che per la t-shirt. Ma se a Bengasi la polizia fosse
stata appena più accorta, sarebbe ancora al suo posto.
Qualcosa
di travolgente ha sconvolto il lessico e lo stile della nostra
classe politica in poco più di dieci anni, trascinandola
dai modi felpati, prudenti, deliberatamente anonimi del ceto democristiano
(possiamo ancora ammirarne le vestigia nel ministro Pisanu), in
una gara circense a chi la spara più grossa. Il risultato
è che, alla scuola del berlusconismo, è venuta su
una generazione di buffoni. Il fenomeno non riguarda solo il centrodestra.
Anche dall'altra parte c'è chi ha deciso che la serietà
non paga, e che bisogna seguire l'esempio, solo rovesciato. Tutti
nella «consapevolezza di non essere responsabili di nulla»,
se non del proprio successo.
Il
sistema dell'informazione ha coccolato questo vizio. La politica
del gesto, situazionista, roboante, viene generalmente considerata
più efficace e brillante. Tant'è vero che si avverte,
nelle critiche pur giuste alla debolezza mediatica di Prodi, un
rimprovero implicito: diamine, fa pure tu qualche sparata, dicci
una cosa da tribunale, dacci un insulto. Giuliano Ferrara, che
è una persona seria ma che sa per esperienza professionale
che cos'è la tv spazzatura, dice che il bello di Berlusconi
è questo (essendone rimasto poco altro da apprezzare):
almeno ci siamo divertiti, e quando il centrosinistra andrà
al governo sarà una noia mortale. Verrebbe da dire: fortunati
i paesi in cui la politica annoia (anche se, ahinoi, temiamo che
neanche il centrosinistra ci annoierà). E l'odio per l'Islam
che fa capolino dal torace di Calderoli non può sorprendere
in un paese che ha accolto nel mainstream della cultura nazionale
il disprezzo antropologico dell'Islam, trasformandolo nei best-seller
della Fallaci.
Questo collasso dell'etica della responsabilità non produce
solo danni estetici, ma politici. Il risultato è che siamo
un paese preso meno sul serio perché si prende poco sul
serio. Essendone consapevoli, finiamo con auto-limitarci persino
nella difesa dell'interesse nazionale. Il caso libico è
emblematico. L'assalto di Bengasi, preceduto da un'escalation
di attacchi all'Italia guidati direttamente dal regime, è
un evento di portata incomparabilmente più grave della
t-shirt di Calderoli. Eppure abbiamo taciuto prima, e poi ci siamo
ridotti nella condizione di essere noi a implorare perdono perché
uno degli acrobati del circo ha sputato sulla folla. Il buffonismo
ci rende più deboli, e meno temuti. Allora basta che un
dittatore vicino di casa ci strizzi l'occhio facendoci capire
che intercederà perché le bombe ci scansino, ci
ricatti con qualche migliaio di clandestini pronti ad imbarcarsi
per Lampedusa, e ci lusinghi con un po' di gas che di questi tempi
è il simbolo della nostra dipendenza, ed ecco che siamo
lì a fare la fila davanti a una tenda per adularne la grandezza
e auspicarne i favori. Viviamo tutti nella consapevolezza di non
essere responsabili di nulla, non solo Calderoli. Secondo i canovacci
della commedia dell'arte, una delle nostre più grandi invenzioni,
recitiamo alla giornata, facendo attenzione più a quello
che sembriamo che a quello che diciamo. Per questo, da noi, la
televisione conta tanto. Il resto del mondo lo sa, lo vede, e
ne tiene conto.
(torna su)
Fino
a che punto ci caleremo le braghe? È passata l'idea che
se una nostra ambasciata viene assalita, un ministro si dimette
e loro ci lasceranno in pace.
Il
Foglio
20
febbraio 2006
Giuliano
Ferrara
Non
è stato soltanto un sanguinoso contrasto tra un lampo d'imbecillità
e un rigurgito di barbarie, il caso della T-shirt satanica tra
Gemonio e Bengasi, un'arlecchinata ministeriale contro il
solito assedio a un consolato occidentale più l'aggiunta
di un massacro. Ora che Calderoli se n'è andato, ora
che il senso dello stato ha suggerito prudenti dimissioni,
ora che è restaurato il pucci pucci diplomatico con un
paese importante per il nostro approvvigionamento energetico,
ora che i biscotti danoni sono finiti in castigo e la Nestlè
ha aumentato le sue quote di mercato, ora bisogna domandarsi che
cosa vogliono loro da noi e che cosa vogliamo noi da loro,
se volere e potere siano ancora due verbi conosciuti alle
cancellerie europee e occidentali.
Ci
hanno vietato di scherzare su quel che per loro è sacro,
anzi un tabù. Un divieto complicato dal fatto che da noi
l'unica cosa rimasta sacra è il linguaggio libertario della
satira, il nostro tabù laico e secolarista, l'ultimo rifugio
dello spirito di Voltaire. Mentre noi disegnavamo e pubblicavamo
vignette, loro assaltavano le ambasciate, ammazzavano un
prete cattolico al grido «Allah è grande»,
ci facevano assaggiare il significato della parola “umana”,
una comunità mondiale legata nel più puro spirito
identitario, fino al fanatismo, da sentimenti di rivalsa
etnica, geopolitica e soprattutto profetica. Una comunità
in grado di mobilitarsi, di distruggere i nostri simboli e bandiere,
di dividerci e umiliarci in molti modi.
Il
loro divieto è passato, è già storia. Con
loro non si scherza. Ma anche a far sul serio bisogna starci
attenti. Guantanamo, prigione di guerre per tempi di guerra, bisognerà
chiuderla, prima o poi. Con l'organizzazione terroristica
che ha vinto le elezioni palestinesi bisognerà trattare,
prima o poi. A manifestare davanti a una loro ambasciata, nel
modo più serio e dialogante possibile, ci abbiamo provato,
dopo che un loro capo di stato aveva minacciato di cancellare
Israele dalla carta geografica; ma anche quella manifestazione
politica, che non era una vignetta blasfema o libertaria,
fu oggetto di attenzioni, ricatti diplomatici, promesse di
ritorsione e di boicottaggio. Tutti gesti andati a buon fine,
gesti utili, efficaci.
Se
vogliono la nostra umiliazione politica, se la vogliono facendo
risuonare la minaccia della rabbia islamica in tutta la comunità,
compresa quella insediata a Londra, a Milano, ad Amburgo, a Parigi,
ottengono il loro scopo senza troppa fatica. Noi ci teniamo alla
sicurezza del nostro personale diplomatico, delle nostre
merci, delle nostre metropolitane, e tanto ci teniamo che
siamo disposti a subire ogni tipo di pressione, ci dividiamo regolarmente
nella risposta, ci odiamo tra noi e ci rimproveriamo di non fare
abbastanza per evitare grane. Perfino Berlusconi si è consegnato
alla linea del «dialogare, dialogare, dialogare».
E allora spiegateci che cosa vogliamo noi da
loro, che cosa teniamo per sacro, che scuse chiediamo e che pressioni
facciamo per averla vinta su questioni di un certo peso. I
nostri cosiddetti islamofobi, cioè coloro che non vogliono
calare le braghe, sono tutti sotto scorta, dalla Fallaci alla Hiroi
Ali. Chi per aver scritto un saggio, chi per aver sceneggiato un
film sul la condizione della donna nell'islam, alcuni sono
morti come Theo Van Gogh. Cristiani vengono martirizzati o fatti
santi, Magdi Allam deve scrivere di nascosto le sue verità,
minacciato di morte per apostasia. C'è gente che sa
di bruciato, opinioni che non si possono portare in pubblico.
È passata l'idea che se una nostra ambasciata viene assalita,
il nostro ministro si dimette e loro ci lasciano in pace. L'idea
grottesca che il nostro unico strumento sia il dialogo e il
loro unico mezzo la guerra. Ciò che vogliamo da loro è
di essere lasciati in pace, e per ottenere questo scopo, che è
il dogma della religione multiculturale, siamo disposti a tutto,
ma proprio a tutto, perfino a riscoprire il sacro e la blasfemia
dopo averli aboliti in nome delle virtù laiche del relativismo
culturale. Ma la pace ha un cartellino con su scritto il prezzo,
e chi non paga non avrà altro in mano che un cumulo sempre
maggiore di minaccia e di violenza.
(torna su)
La
scure di Gheddafi contro gli “eretici”
Il
Messaggero
20
febbraio 2006
Eric
Salerno
Lui li chiama zanadiq, eretici. Sono pratica
mente tutti i movimenti islamisti libici che Gheddafi considera
nemici della Giamahiria. Non soltanto i Fratelli musulmani (Al-Jama'a
al-Islamiya al-Libyia) che all'inizio degli anni Ottanta, con l'aiuto
di studenti rientrati da altri Paesi arabi e europei, diffondevano
la loro aspirazione di istituire un regime islamico basa to
sulla Sharia, ma anche e soprattutto gruppi meno noti composti da
elementi nati e cresciuti all'ombra della guerra contro l'intervento
del l'Urss in Afghanistan. La repressione fu durissima. Nel 1987,
sei esponenti dei Fratelli musulmani, accusati di aver ucciso un
alto ufficiale dei servizi di sicurez za, furono impiccati
pubblicamente nello stadio di Bengasi e l'esecuzione fu trasmessa
dalla televisione. Un'altra ondata repressiva risale al 1998 dopo
l'attentato (mai confermato ufficialmen te) al Leader, quando il
suo convoglio diretto in Egitto venne attaccato trenta chilometri
a Est di Bengasi da militanti di un fantomati co “Movimento
dei martiri islamici”. Arresti, qualche condanna capitale, persone
scomparse senza più lasciare traccia, ma negli ultimi sei
o sette anni, soprattutto in Cirenaica, è stata segnalata
la presenza di cellule segrete, troppo piccole, apparentemente,
per costituire un perico lo serio al regime. Alcuni jihadisti
sono stati arrestati o uccisi appena rientrati dall'Iraq dove erano
andati a combattere contro la coalizione occidentale. Ma altri,
nonostante gli sforzi dei servizi segreti, sarebbero riusciti a
nasconderai e forse a fare proseliti favoriti dalla crescita di
sentimenti religiosi nella popolazione non soltanto della regione
occidentale della Libia. L'anno scorso,
trecento esponenti dell'opposi zione a Gheddafi si sono riuniti
a Londra per formulare un documento in cui auspicavano il passaggio
della Libia a un regime democratico. La loro piattaforma escludeva
l'uso della forza. Il proseguimento delle violenze a Bengasi, la
seconda città della Libia, dopo l'assalto apparen temente
pilotato al consolato italiano dell'altro giorno, potrebbe confermare
l'ipotesi che le ma nifestazioni cominciate in modo pacifico
siano state infiltrate da forze islamiste contrarie a Gheddafi e
soprattutto al suo avvicinamento all'Occidente. Una grande incognita
è rappresen tata dalla posizione delle forze armate
che, secondo fonti occidentali, potrebbero essersi avvi cinate,
in questi anni, alle posizioni islamiste.
(torna su)
Vignette
satiriche… tutto iniziò il 30 settembre
Italia
Sera
19-20
febbraio 2006
La
violenza che si è consumata davanti al consolato italiano
di Bengasi, in Libia, è solo l'ultimo episodio di una lunga
serie di proteste incandescenti, innescate dalla pubblicazio
ne di alcune vignette satiriche che ritraggono il profeta Maometto.
Le caricature hanno acceso gli animi del mondo islamico, provocando
una violenta campagna d'odio contro i Paesi europei che per primi
le hanno pubblicate e per estensione contro l'Occidente, spingendo
qualcuno a parla re di scontro di civiltà. Di seguito
una cronologia degli eventi che sono seguiti alla pubblicazione,
sul giornale cat tolico danese Jylìans Posten, delle
controverse vignette. È il 30 settembre del 2005; le 12
caricature, con il profeta Maometto raffigurato con una bomba
al posto del turbante, appaiono per la prima volta sul quotidiano
danese “Jyllands Posten” che rivendica la libertà di espressione.
Il 12 ottobre, con una protesta formale, 11 ambasciatori di Paesi
arabi in Danimarca chiedono con urgenza un incontro con il pre
mier Anders Fogh Rasmussen. Il governo respinge però la
protesta ed il primo ministro afferma, proprio al quotidiano “Jyllands
Posten”, che non è compito del primo ministro “spiegare
ad un gruppo di ambasciatori come funziona il Paese”. A dargli
ragione è in Olanda la parlamentare di origini somale,
Ayaan Hirsi Ali, che ha sceneggiato il contro verso film costato
la vita al regista Theo van Gogh. Passa quasi un mese, e il 7
novembre il Pakistan condanna le cari cature, definendo un
“atto di islamofobia” la loro pubblicazione ed il ministero
degli Esteri sottolinea come “tali azio ni creino un solco
dove si cerca di costruire un ponte”. Cambia il calendario e il
20 gennaio 2006, il giornale nor vegese “Magazinet” emula
il Posten e pubblica le vignette per solidarietà. Si riaccendono
le polemiche del mondo arabo e gli appelli al boicottaggio dei
prodotti danesi e norvegesi. Dieci giorni dopo il ministero
degli Esteri norvege se ordina l'evacuazione del personale
volontario nella stri scia di Gaza e avverte i connazionali
di non recarsi nei Tenitori dopo le minacce della Jihad islamica.
Carsten Juste, direttore del “Jyilands Posten”, si scusa affermando
che la pubblicazione delle vignette “non intendeva essere offensiva”.
Il 31 gennaio, un allarme bomba alla redazione del “Jyilands Posten”
di Copenaghen che viene evacuata dopo una telefonata minatoria.
Il giorno dopo il quotidiano francese “Trance Soir” e il tedesco
“Die Welt” pubblicano le caricature e rivendicano la libertà
di stampa. Dopo Libia e Arabia Saudita, anche la Siria richiama
il proprio ambascia tore a Copenaghen per consultazioni,
fl 2 febbraio, il diret tore di “France Soir”, Jacques LeFranc,
viene licenziato per aver pubblicato le vignette. Gruppi armati
palestinesi minacciano di “trasformare in bersagli” i francesi,
norvege si e danesi che si trovano a Gaza e in Cisgiordania
e danno un ultimatum di 48 ore per ottenere le scuse formali dai
governi di Norvegia, Danimarca e Francia. La protesta si allarga
ad altri Paesi e l'Ue condanna le loro minacce, il 3 febbraio
viene attaccata l'ambasciata danese di Giacarta da parte di un
gruppo di indonesiani islamici che fa irruzione all'interno della
sede diplomatica. L'ambasciatore danese è costretto a scuse
formali. Proteste nella capitale indonesiana anche davanti alla
sede del quotidiano “Rakyat Merdeka” (Popolo indipendente) che
ha pubblicato le vignette. In Pakistan il senato approva all'unanimità
una risoluzione di condanna contro i media europei. In Svizzera
la lega dei musulmani giudica “inaccettabile” la pubblicazione
delle caricature sui media locali. Intanto anche alcuni giornali
fiamminghi le pubblicano in Belgio. Manifestazioni a Mogadiscio,
in Somalia, dove vengono bruciate bandiere danesi e norvegesi,
in Giordania, dove i manifestanti chie dono la chiusura dell'ambasciata
danese. In Italia le vignet te vengono pubblicate dai quotidiani
“La Padania” e “Libero”, mentre altri media italiani decidono
di pubblicar ne solo alcune. Il giorno dopo a Damasco, manifestanti
danno alle fiamme le ambasciate di Danimarca e Norvegia e tentano
l'assalto della sede diplomatica francese, il 5 feb braio
si verificano scontri di piazza a Beirut, dove circa 2mila persone
riescono a raggiungere il consolato danese e gli danno fuoco.
La polizia respinge i dimostranti con idranti e lacrimogeni ma
la guerriglia si diffonde anche nel quartiere cristiano maronita.
In Turchia, il sacerdote italiano Andrea Santoro
viene ucci so da un giovane al grido di “Allah è grande”.
Il 6 febbraio la violenza arriva in Afghanistan, dove 4 persone
restano uccise negli scontri, e in Somalia, dove sono due le vittime.
L'8 febbraio sempre in Afghanistan, truppe dell'Isaf inter
vengono per respingere i manifestanti che si accalcano davanti alle
basi militari e alle ambasciate europee. Muoiono quattro afgani.
(torna su)
La
squadra impresentabile che ci ha governato
La
Repubblica
19
febbraio 2006
Eugenio
Scalfari
Non
è la prima volta che Calderoli si dimette da ministro delle
Riforme. Lo fece qualche mese fa per mantenere il voto parlamentare
sulla legge detta «devolution» al primo posto nell'agenda
delleCamere. Quel gesto, spallegiato da Bossi e fiancheggiato
dallo stesso presidente del Consiglio, serviva a mettere
in riga il partito di Casini e riuscì perfettamente
nell'intento. Le dimissioni furono prontamente ritirate e
la legge passò con il voto blindato di tutta la maggioranza.
Questa
volta il caso è diverso, c'è di mezzo il rapporto
con la Libia, deposito e serbatoio del flusso imponente dell'emigrazione
clandestina africana. Ci sono di mezzo anche undici morti e decine
di feriti, ma di quest'aspetto cruento delle goliardate leghiste
nessuno si preoccupa, né in Italia ma neppure in Libia,
quella gente è carne da cannone e di loro chi se ne frega.
Apro
una parentesi: per virtù di Berlusconi la Libia è
da due anni uscita dall'elenco degli Stati-canaglia e dall'embargo
che vigeva fin dai tempi di papà Bush. La sua «riconquista»
alla democrazia occidentale e all'amicizia con l'Italia è
stata più volte celebrata e portata ad esempio nsieme alle
elezioni democratiche (?) in Egitto, in Libano e in
Iraq. Per noi in particolare è stato sbandierato come grande
successo l'accordo di congiunta sorveglianza dei porti libici
per impedire gli imbarchi clandestini. Il nostro ministro
dell'Interno è stato varie volte a Tripoli affiancato da
folte delegazioni e tornandosene a casa onusto di allori e di
protocolli di intesa.
Risultati
concreti neppure l'ombra: gli imbarchi dei clandestini sono tranquillamente
continuati. Ma ora apprendiamo dallo stesso governo che la
Libia è rimasta un paese dominato da un regime di terrore
e che il malanimo contro l'Italia è più vivo che
mai. Noi lo sapevamo da un pezzo, ma la versione ufficiale dipingeva
bianco quello che ora risulta nero e il sistema televisivo comunicava
fedelmente il messaggio alle masse degli italiani in ascolto.
Contrordine: non è così. Il colonnello Gheddafi
è tuttora un nostro acerrimo nemico. Comunque
il caso Calderoli non èun episodio personale dovuto all'irruenza
non controllabile d'un personaggio bizzarro. Il caso Calderoli
nasce nell'humus leghista, nella innata patologia leghista,
nella sua anomalia che però da cinque anni costituiscono
il puntello più efficace di Berlusconi nei confronti degli
altri suoi alleati e nel dominio elettorale (almeno finora) delle
grandi regioni padane.
I
vertici il Cavaliere li fa con Fini e Casini ma per Bossi c'è
il trattamento speciale della cena del lunedì nella villa
di Arcore, con il sottosegretario Brancher come terzo convitato,
quello stesso che nelle deposizioni del banchiere Fiorani
risulta destinatario di cospicue elargizioni da parte della
Banca popolare di Lodi.
Il
ministro Fini e il ministro Buttiglione hanno detto l'altro ieri
che il comportamento di Calderoli è ergognoso. La verità
è un pò diversa: è vergognoso che Calderoli
sia ministro della Repubblica come è vergognoso che
il ministro della Giustizia sia Castelli ed è altrettanto
vergognoso lo sia Lunardi, ministro dei Lavori Pubblici e
al tempo stesso appaltatare di lavori pubblici.
Lunardi
semmai ha la scusante che il vero titolare dei conflitti
d'interesse è lo stesso presidente del Consiglio.
In
questo ha ragione. E' infatti vergognoso che al vertice del potere
esecutivo sieda Silvio Berlusconi.
Del
sondaggio americano nessuno ormai parla più, neppure
il suo Committente. E' stato affondato dal semplice fatto che
la ditta che l'ha effettuato è il consulente della campagna
elettorale del Committente, per conseguenza il sondaggio costituisce
uno degli elementi della onsulenza.
Ma
ne accenno qui solo per ricordare un particolare abbastanza
umoristico oltre che rivelatore: quando il Committente annunciò
d'avere affidato alla Pbs un sondaggio elettorale disse che
essa avrebbe certificato l'avvenuto sorpasso rispetto alla coalizione
avversaria. Lo annunciò, il sarpasso, nel momento
stesso in cui dava il via a quel sondaggio del quale però
conosceva già l'esito prima ancora che fosse effettuato.
Una preveggenza fantastica, fuori dal comune. Accanto a Napoleone
e a Gesù Cristo abbiamo la reincarnazione dell'oracola
di Delfi e della Sibilla Cumana. Poi si dice che un uomo
così ce lo invidiano anche all'estero. Lo credo bene. Ce
lo invidiano e ne ridono a crepapelle. Purtroppo per noi
non è un oggetto esportabile.
Se
glielo mandassimo in dono respingerebbero il pacco al mittente
senza neppure aprirlo.Accantonato
il sondaggio, ora si discute se il Contratto con gli italiani
firmata in carta da bolla da Berlusconi durante la campagna
elettorale del 2001 sia stato onorato oppure no. C'è
chi giura sul suo completo adempimento, chi lo nega e chi si tiene
a mezza strada e fornisce percentuali più o meno verificate
e verificabili.
Se
ne parla da Vespa, se ne parla a «Prima Piano», se
ne parla soprattutto nel salottino televisivo di Giuliano
Ferrara e in altri luoghi consimili.
La
verità l'ha bene scritta Francesco Giavazzi sul Corriere
della Sera di qualche giorno fa. Noi — se è permessa l'autocitazione—l'avevamo
scritto fin da allora cinque anni fa e poi l'abbiamo ripetuto
fino alla noia.
La
verità è dunque questa: l'obiettivo principale
di quel contratto era sbagliato in radice. Primoperché
era irrealizzabile e lo si sapeva fin da allora. Secondo
perché quand'anche fosse stata realizzato era un obiettivo
non utile al buon andamento dell'economia italiana. Per questo
è del tutto inutile discutere se sia stato realizzato
o no.
L'obiettivo
principale, che fu in gran parte l'elemento della vittoria del
centrodestra, era la riforma delle aliquote Irpef e Irpeg
e il connesso abbattimento della pressione fiscale. Improbabile
da realizzare perché proprio all'inizio del 2001 (e
non dopo l'11 settembre come ancora afferma Tremonti) cominciò
a sgonfiarsi rovinosamente la bolla speculativa che aveva sostenuta
per anni la Borsa americana e la domanda internazionale.
Un
governo capace avrebbe dovuta sapere che la domanda mondiale,
consumi e investimenti, stava entrando in situazione
di ristagno, che il Pil dei paesi industriali sarebbe diminuita
e che diconseguenza le entrate tributarie avrebbero registrato
serissime difficoltà.
In
queste condizioni ridurre la pressione fiscale e volgere verso
più basse aliquote le imposte sul reddito era un rischio
della massima gravità. Ma tutto questo fu volutamente ignorato.
Dico
volutamente perché Berlusconi e i suoi spin doctors
elettorali erano sicuri (ed in questo avevano ragione) che
lo slogan «meno tasse per tutti» avrebbe assicurato
la vittoria. Di qui la grande idea del Contratto e di qui il vincolo
che il «premier» pose al suo ministro dell'Economia:
ridurre le aliquote doveva essere l'obiettivo da realizzare
a tutti i costi. Del resto lo è ancora oggi visto che il
«premier» promette e s'impegna per i prossimi
cinque anni ancora sul tema della riduzione delle tasse (il che
tra l'altro è l'ennesima conferma che quell'obiettivo
non è stato realizzato).Tremonti
naturalmente ubbidì. Con ritardo ma non per colpa
sua. Nei primi cento giorni (ma anche nei secondi e nei terzi
cento giorni) la legislazione ad personam e l'inutilissima
battaglia sull'articolo 18 (che fu poi abbandonata come un figlio
bastardo) impegnarono le energie di tutto il governo e di
tutta la maggioranza. Ma poi arrivò il momento di adempiere
all'impegno maggiore. Si buttarono al vento i primi 6 miliardi,
poi altri 6 e ci si preparava ad arrivare ad un totale di 18.
Ventiquattromila miliardi di vecchie lire gettate dalla finestra
che ebbero effetto zero sui consumi, sugli investimenti,
sulla competitività, sulla dimensione delle imprese. Ma
ebbero effetto rovinoso sulla finanza e sull'economia nel
suo complesso: avanzo primario distrutto, debito pubblico
aumentato, esportazioni in crollo, perimetri internazionali
saltati.
Per
evitare la bancarotta certificata piovvero i condoni, la
finanza creativa, lo spostamento del eso fiscale sugli enti
locali e sui servizi, l'accrescimento delle imposte indirette
sui consumi e sugli affari.
Nei
più recenti dibattiti televisivi Tremonti sostiene che
l'azzeramento dell'attivo di bilancio non ha alcuna importanza
e che viceversa quello che conta è l'andamento del debito
pubblico che per noi sta andando bene.
Per
me è fonte di crescente e anche ammirato stupore ascoltare
queste affermazioni da parte del ministro dell'Economia che
ce le propina nella convinzione evidente di avere come interlocutori
dei perfetti imbecilli (tra gli interlocutori ci metto per primi
50 milioni di elettori ai quali queste affermazioni sono rivolte).
Ma a questo punto voglio osservare: 1.Quando il rapporto fra entrate
e spese è squilibrato l'avanzo primario del bilancio
sparisce e diventa disavanzo. Così è sattamente
avvenuto nei cinque anni di governo del centrodestra.
2.
Quando il bilancio è in disavanzo lo Stato non può
che ricorrere al debito pubblico o all'inflazione. Non potendo
far ricorso a quest'ultima poiché non è più
nelle mani della Banca Centrale Nazionale, si è fatto appunto
ricorso al debito. Esso fu ridotto, in rapporto al Pil, dal governi
di centrosinistra a quota 105 creando nel contempo un avanzo primario
di bilancio pari al 5 percento del reddito. Il governo
Berlusconi-Tremonti ha mandato in disavanzo il bilancio ed
ha riportato il debito pubblico a 107-8.
Probabilmente
il 2006 si chiuderà con un debito a livello di 110
rispetto al Pil.Voglio infine spiegare
perché gli obiettivi del governo, ove mai fossero stati
realizzati, sarebbero stati soltanto un inutile sperpero
di denaro. L'economia italiana non
ha bisogno di stimolare la crescita della domanda ma piuttosto
la crescita dell'offerta: offerta di nuovi prodotti,
cioè innovazione. In questa situazione lo stimolo
fiscale deve essere concentrato sulle imprese e non sui redditi
personali. Ridurre il cuneo fiscale è utile alla competitività,
ridurre le aliquote Irpef è inutile specie se la maggior
riduzione va ad avvantaggiare i redditi più elevati.
Onorevole
Tremonti, la sua pagella contiene dunque cifre e orientamenti
sbagliati. Lei merita zero in profitto ma lode in capacità
di accalappiare i gonzi. Spero vivamente che questa volta i gonzi
siano pochi.
(torna su)
Rispettare
anche i cristiani
Il
Tempo
19
febbraio 2006
Rocco
Buttiglione
Calderoli
si è dimesso e la Lega deve decidersi ad uscire da una
adole scenza goliardica ed irrespon sabile già
troppo prolungata e risolversi a diventare una seria ed affidabile
forza di go verno. Se Calderoli avesse ri fiutato di
dare le dimissioni il Capo del Governo avrebbe dovuto togliergli
tutte le dele ghe. Di più non sarebbe stato possibile
fare perché a termi ni di Costituzione vigente il
Capo di Governo non ha pote re di dimissionare un mini
stro. Potrà farlo quando an drà in vigore la
riforma ap provata in questa legislatura, ma non prima.
Calderoli
ha dovuto dimet tersi perché la linea del go
verno italiano non è quella dello scontro con l'Islam ma
quella della lotta al terrori smo nel rispetto del sentimento
religioso degli islamici. Islam e terrorismo sono due cose
diverse. Calderoli si doveva dimettere anche per un altro motivo.
La linea del governo italiano è quella del rispetto della
religione come tale, del sentimento religioso come tale.
Le
religioni si possono criti care ma non si possono dileg
giare. Questo vale per l'Islam ma vale egualmente per l'ebraismo
e per il cristianesimo .
Dette
queste cose con asso luta chiarezza, bisogna però
dire con eguale chiarezza che non ci piace l'atteggiamento della
sinistra e di buona par te della stampa assunto in questa
occasione. Ci pare irresponsabile ed ipocrita.
Ipocrita:
Calderoli ha in dossato una maglietta con una vignetta vergognosamen
te anti-islamica. Diversi gior nali europei di vignette così
ne hanno pubblicato non una ma dodici, in nome della difesa della
libertà di stampa . La manifestazione di Ben gasi era contro
la vignetta, contro i giornali e contro Cal deroli.
Se
Calderoli ha una gravis sima responsabilità, in quan
to rappresentante del Gover no, non è possibile scaricare
da ogni responsabilità i gior nali che le vignette
hanno pubblicate. Per di più sareb be da vigliacchi
pensare che gli islamici vanno rispettati perché insorgono
bruciando i consolati e provocando tu multi in cui muoiono
decine di persone. Gli islamici van no rispettati esattamente
co me i cristiani e gli ebrei perché è
abominevole offendere il sentimento religioso in ge nerale.
Alcuni dei giornali che oggi attaccano Calderoli
si distin guono usualmente per la lo ro cristianofobia:
non perdo no occasione non per criticare ma per dileggiare
le convinzioni ed i simboli del cristia nesimo e per invitare
all'odio contro i cristiani.
(torna su)
I
libici in piazza non protestavano contro Calderoli.
Aizzati
dagli imam nemici di Gheddafi che vogliono creare il caos nel
Paese. Il leader è visto come un eretico dagli estremisti
musulmani, molto forti a Bengasi dove sono attivi gruppi di ex
combattenti in Afghanistan.
Libero
19
febbraio 2006
Maurizio
Stefanini
Chi
c'è dietro le manifestazioni anti-italiane di Bengasi?
Un fatto, l'ha os servato Magdi Allam sul Corriere della Sera,
è che subito prima dell'assalto al consolato il presidente
del Congresso generale del popolo, il parlamento libico, aveva
annunciato l'intenzione di «riaprire il dossier con l'Italia»,
mi nacciando la rottura delle relazioni diplomatiche e chiamando
il popolo a manifestare contro la “crociata” del ministro Calderoli.
Un
altro fatto è però che l'assalto alla nostra rappresentanza
è stato poi stroncato con energia fe roce, se si pensa
agli 11 morti e ai 50 feriti che è costata la battaglia
tra po lizia e manifestanti. Ed un terzo fatto ancora è
che Gheddafi potrà forse non esserci simpatico, ma agli
integralisti lo è ancora di meno. Anzi, lo considera
no un eretico. Sia per cer te sue prese di posizione femministe,
almeno per la mentalità corrente in Me dio Oriente.
Sia per la de cisione da lui presa di far ispirare l'Islam libico
al solo Corano e non al cor pus di tradizioni e “detti” del Profeta
contenuti nella Sunna: un'idea da con siderare, in termini
mu sulmani, l'esatto equiva lente di quel che fece Mar
tin Lutero quando procla mò che unica guida del cristiano
doveva essere la Bibbia.
Gheddafi,
d'altronde, questo odio lo ricambia in modo cordiale. «Tagliate
loro la testa e gettatela nella strada come quella di un lupo,
di una volpe, di uno scorpione», incitava già all'inizio
degli anni ‘90 il Colonnello nei suoi di scorsi alla gioventù
libica a proposito degli integrali sti: «Più
pericolosi dell 'Aids, del cancro e della Tbc».
LA
CITTÀ RIBELLE
Tra
l'altro, è proprio a Bengasi la principale roc caforte
dell'Harakat Al- Tajammu Al-Islami, “Mo vimento dell'Adunanza
Islamica”, gruppo clande stino vicino ai Fratelli Mu
sulmani. Come in gran parte del mondo islamico, il fatto che non
sia con sentita opposizione al regime ma che non si
possa nel contempo impedire alla gente di radunarsi nelle moschee
fa si che gli integralisti ne approfittino per capitalizzare lo
scontento popolare, indirizzandolo sulle loro posizioni. Dalla
metà degli anni 90 è poi emerso anche l' al-Jama
al-Islamiyyah al-Muqatilah fi-Libya, “Movimento dei Martiri Islamici
Libici”, fondato da libici che erano andati volontari in Afghanistan
a combattere contro i sovietici, e attivo contro il regime
con azioni arma te.
LA
SVOLTA
In
questa chiave si spiega no alcune delle più clamo
rose, recenti svolte. Dopo l'assalto di Al Qaeda alle Torri Gemelle,
in partico lare, Gheddafi è arrivato ad approvare
la guerra Usa contro i Taleban. Nel 2003 dopo alcuni mesi di negoziato
segreto con Londra e Washington ha rinunciato allo sviluppo di
armi di distruzione di massa nucleari, biologi che e chimiche.
Infine, giusto una settimana fa il 33enne Saif ai-Isiam Gheddafi,
quello degli ot to figli che il Colonnello più usa
come inviato non ufficiale, ha rilasciato a un giornale austriaco
una clamorosa intervista in cui si dichiarava a favore della politica
di Bush di esportazione della demo crazia. «La mancanza
di democrazia comporta la promozione di persone sbagliate in posti
chiave», ha detto, pur spiegando comunque che alla Libia
ci vorrà ancora parecchio tempo prima di essere in grado
di arrivare a una ri forma politica pluralista, e che nell'attesa
la priori tà è per lo sviluppo dell'e
conomia e gli investimen ti stranieri.
REGIME
INAFFIDABILE
D'altra parte, non bisogna neanche dimenticare
che Gheddafi è imprevedibile. E lo si vede in particare nel
suo tormentato rapporto col nostro Paese: prima ha espulso
i nostri coloni; poi ha favorito i rapporti con le nostre im
prese costruendo una partnership economia importantissima, ma sen
za mai smettere di com memorare quell'espulsio ne e di
chiederci cospicui risarcimenti. A un certo punto, al tempo dello
scontro militare con Reagan nel Golfo della Sirte, ci lanciò
addirittura un missile contro. E più di recente di fronte
all'ondata di africani in transito per il territorio libico nel
tentativo di imbarcarsi negli scafi dei clandestini verso le nostre
coste a vol te è sembrato cercare di controllarli, a
volte invece ce li ha quasi buttati addosso. Se davvero come
ipotizza Magdi Allam die tro le manifestazioni ci sono i suoi
servizi, allora gli spari della polizia e il relativo bagno di sangue
potrebbero essere rubri cati in questo tipo di vol tafaccia.
Ma forse più pro babile ancora è che sia stata
l'opposizione inte gralista clandestina a ten tare una
prima prova di forza: magari cogliendo al volo proprio le incaute,
infelici battute del presi dente del Congresso gene rale del
popolo.
(torna su)
Onore
al kamikaze padano. Berlusconi ottiene le dimissioni di Calderoli
e fa pace con Gheddafi. Fini domanda scusa agli islamici e va
in visita alla moschea. E l'ex ministro leghista si sacrifica.
Ma non si piega.
Libero
19
febbraio 2006
Vittorio
Feltri
Costatiamo
amaramente che hanno già vinto loro, i musulmani fondamentalisti,
i violenti. Facile dimostrarlo.
Primo.
Gli incidenti a Bengasi di ve nerdì pomeriggio e sera
sono scoppia ti per motivi in corso di accertamen to.
Chi dice per le vignette sataniche uscite in settembre su un quotidiano
danese e riprese da France Soire e da altri giornali, chi dice
per la maglietta di Calderoli con stampate tali vignet te.
Negli scontri fra dimostranti che hanno assaltato il Consolato
italiano e polizia locale, sono cadute undici per sone colpite
da arma da fuoco. Tra le vittime, nessun nostro connazionale.
Nonostante ciò ovvero mentre ancora si sta cercando di
capire l'accaduto, il governo di Centrodestra ha chiesto e ottenuto
- con molta prepotenza - le dimissioni del ministro per le Riforme
istituzionali. Vattene, è tutta colpa tua, metti a rischio
attentati il tuo Paese, sei un irresponsabile.
Secondo.
Non si rendono conto il Cavaliere e il suo gabinetto che, agen
do così, d'impeto, senza attendere le risultanze dell'inchiesta
(mi auguro ci sarà anche se non approderà a nulla)
rivelano una paura fottuta e uno stato di soggezione verso gli
aggressori del Consolato. I quali aggressori, dinanzi ai risultati
ottenuti con la loro impre sa (addirittura il licenziamento
di un ministro), sono incentivati a prose guire nella politica
della forza bruta, bestiale. Menare le mani, incendiare e distruggere
paga. Gli occidentali se la fanno sotto e noi ce li mangeremo.
Esatta valutazione. Se lo scopo perse guito dai terroristi era
sicuramente quello di farci vivere nella paura e di gettarci in
ginocchio, be', essi l'hanno raggiunto. Non si era mai visto al
mondo un governo silurare un suo mem bro per il sol fatto
che questi, forse, ha irritato la sensibilità di uomini
intol leranti capaci di spaccare tutto per una storia di
vignette. C'è qualcosa di comico e di sinistro in questo
pasticcio provocato dalla tremarella. Un esecutivo si cala le
brache per dodici disegni bruttini ma non contrastanti con le
nostre leggi, con la Costituzione la quale garantisce il
diritto alla li bertà di pensiero (in qualsiasi modo
espressa) a prescindere da idee politi che, fede religiosa,
sesso. Calderoli sarà anche un pistola (non lo è)
ma subisce una ingiustizia che grida vendetta; pur di cacciar
lo, i suoi persecutori han no fatto strame di un principio
basilare e direi costitutivo della nostra democrazia liberale:
la li bertà di esternare opinio ni d'ogni genere.
Terzo.
D'accordo. Esi ste la ragione di Stato, esi ste il senso
dell'opportu nità. Ma rimane l'iniquità del
provvedimento con tro il ministro orobico: spedito al macero
perché sotto la camicia indossa una t-shirt recante l'effi
gie caricaturale di Mao metto. Via, fatemi il pia cere.
Siete semplicemen te ridicoli. Calderoli è un tipo
stravagante. Il buon gusto non è la sua carat teristica
migliore. Spesso ho litigato con lui per cer ti suoi atteggiamenti
e di scorsi indigeribili. Ma se non era adatto a ricoprire
ruoli istituzionali non bisognava cooptarlo nell'e secutivo.
Invece è stato preso quale sostituto di Umberto Bossi impedito
da malattia. L'avete “as sunto” a cuor leggero? Peggio per
voi. Liquidarlo oggi per una maglietta; at tribuirgli la
responsabilità di aver scatenato la rabbia di bigotti
musulmani ventenni è un'idiozia. Di più. Una figuraccia:
l'au- tocertificazione di impo tenza nella lotta per la prevalenza
della civiltà sulla barbarie islamica. Una dichiarazione
di re sa. Fate di noi quel che volete, ma non la bua. Non
toccateci le Olimpia di, non disturbate la cam pagna
elettorale, vi preghiamo: siamo bravi ragazzi, pieni
di simpatia per Maometto, Allah, le moschee, l'Islam ci piace
da morire. Guardate, ab biamo stecchito anche Calderoli;
però assicura teci tranquillità e pace.
Qua la mano. Per caso vi stanno sulle palle Maroni e Tremonti?
Pronti, ve li regaliamo entrambi. Sgozzateli pure,
chisse nefrega. L'importante è che non ci buttiate le bombe.
Quarto.
La politica del la debolezza agevola i pre potenti.
Li incoraggia nel la soperchieria. Vabbé, gli italianucci
non capisco no. I fatti di Bengasi van no comunque interpreta
ti. Alle diciassette di venerdì un gruppetto di fanatici,
ragazzetti storditi dalle predicazioni e dalle preghiere, si presentano
al Consolato su cui sven tola la bandiera tricolore. Trascorre
un po' di tempo, e il gruppetto si tra sforma in gruppone.
Cin quecento, mille, tremila manifestanti. Chi li tiene più?
Protestano (dicono) per le vignette sataniche. Appiccano fuoco,
tentano di irrompere negli uffici al cui interno stanno sei persone
paralizzate dal terrore che rischiano il linciaggio. Miracolosa
mente le sbarre che forti ficano porte e portoni reggono.
Ma la spinta del la folla imbufalita è pres sante.
La polizia ha la sensazione di non con trollare più
gli eventi e at tacca a sparare. Undici cadaveri, forse di
più; cin quanta feriti. Il prezzo è alto, però
non c'era scel ta. Il Consolato è malcon cio,
ma salvo. La manife stazione si scioglie. Fra gli “eroi”
dell'assalto non ce n'è uno, scommetto, che sappia chi
è Calderoli. Transeat. Al governo ita liano non par
vero di trovare un caprone espiatorio : il ministro naif. Il quale
alla fine accetta di adagiarsi sulla graticola. Nel pomeriggio
di ieri si dimette. Ovvio. Li aveva addosso tutti, ma proprio
tutti. Anche Gianfranco Fini, il quale riesce a sgomentarci:
va in Moschea a chiedere scusa per la me nata della t-shirt
di Calde roli. Cose da pazzi. Cose che però fanno godere
l'opposizione comunista da sempre fidanzata dei musulmani, dei
terroristi, dei guerriglieri, dei resi stenti, dei bamba
e dei pirla.
Quinto
. Analizziamo. Perché siamo tanto privi
di dignità? A parte la fifa blu degli attentati, consa
pevoli come siamo con quali signorini abbiamo di mezzo il petrolio
e il gas. Allora, Bengasi è la seconda città della
nostra ex colonia. La Prima è Tripoli. A Bengasi c'è
una massiccia concentrazio ne di oppositori a Ghed dafi, tra cui
parecchi gio vani. L'attacco al Conso lato è
anche uno sfregio a Gheddafi che con Berlusconi ha rapporti eccellenti,
questione di grana, scambi commerciali.
Il
colonnello ha due problemi: tenere a bada i contestatori, evitandone
la crescita di numero; e salvaguardare le intese con l'Italia.
Che fare di fronte al casino? La solu zione c'è. L'Italia
offre ai baluba libici la testa dello screanzato Calderoli, e
i baluba si placano mo strando al mondo il trofeo padano;
Gheddafi fa l'oc chiolino al Cavaliere e conferma i patti.
Il regime di Tripoli si rinsalda. Fin ché dura.
Intanto
petrolio e gas seguitano a pervenire sul la Penisola. E i
dollari scorrono. Siamo felici, siamo contenti, le chiap
pe del cui porgiamo rive renti. Chiaro? Le vignette e la maglietta
scema del ministro sono soltanto pretesti idonei alla propa
ganda; e il popolazzo beo ta beve, eccome se beve, sia quello
cammellato sia quello motorizzato.
Resta il fatto che Calde
roli, al di là delle sue intemperanze e infrazioni al
bon ton, è una delle ra re persone rispettabili in circolazione
dalla parte del potere. Così è anche se non vi pare.
Non mi verrete a dire che in un Paese in cui la satira, pro
tetta dall'ipocrisia nazio nale, strapazza (col favo re
della legge) chiunque non di sinistra, dodici di segni e una
maglietta sia no in grado di aprire una crisi internazionale.
An diamo, per favore.
(torna su)
L'ambasciatore
ammette: sapevamo che il corteo non era solo per le vignette.
Trupiano: «Le frasi di Calderoli sui media arabi».
Mercoledì al diplomatico un documento di protesta ufficiale
L'Unità
19
febbraio 2006
L'ambasciatore Francesco Paolo Trupiano è
appena rientrato nella sua residenza dopo aver avuto una serie di
colloqui con le autorità libiche e aver «dato un'occhiata»
nella capitale. «La città - esordisce - è
assolutamente tranquilla, qui a Tripoli non vi è alcun
segno di tensione». A Bengasi invece la situazione appare
molto diversa: «La polizia ha rafforzato la cintura di sicurezza
non solo attorno all'area del consolato, ma in una zona più
ampia, nell'intero quartiere. Il consigliere e i due impiegati
che si sono allontanati venerdì dall'edificio consolare
sono al sicuro in un edificio presidiato dalla polizia, ma anche
ieri non hanno fatto ritorno nella sede diplomatica».
Il bilancio delle violenze e del pesante intervento della polizia
appare destinato a crescere: «Le vittime - spiega l'ambasciatore
Trupiano - sono per ora 11, ma molti feriti versano in condizioni
molto gravi». Nelle dichiarazioni rilasciate alle agenzie
di stampa tra venerdì e ieri mattina, il capo della
rappresentanza diplomatica italiana, che mercoledì aveva
ricevuto un documento ufficiale di protesta per le affermazioni
di Calderoli, era apparso molto cauto nell'indicare i motivi che
avevano originato la protesta, ma ieri ha precisato la sua analisi
:«La manifestazione di Bengasi era prevista, le autorità
ci avevano avvertiti per tempo, secondo le informazioni che erano
in nostro possesso - prosegue l'ambasciatore Francesco Paolo Trupiano
- doveva trattarsi di una dimostrazione “leggera”. L'iniziativa
era stata promossa dal comitati popolari di base. Inizialmente all'origine
della protesta vi era la pubblicazione delle vignette su Maometto.
Venerdì però, dopo le preghiere, la protesta è
proseguita all'uscita delle moschee ed è dilagata in città.
La polizia è intervenuta in forze anche per difendere il
nostro consolato. In poche ore la violenza è salita di intensità».
È evidente che oltre alla rabbia per la pubblicazione
delle vignette altre ragioni hanno alimentato la protesta.
L'ambasciatore, che inizialmente, venerdì sera, non aveva
messo l'accento sulla vicenda Calderoli precisa: «a noi era
chiaro che da almeno due giorni ai motivi originali se ne erano
aggiunti altri. Qui in Libia non si parlava tanto della maglietta
del ministro quanto delle sue dichiarazioni. E questo elemento si
è aggiunto in un clima già molto caldo e surriscaldato».
Come si era diffusa - chiediamo - la notizia delle prese di
posizione del ministro Calderoli? «Moltissimi libici, direi
tutti, vedono la televisione italiana che ormai si può vedere
anche senza la parabola satellitare che molti posseggono, le trasmissioni
più seguite sono quelle sportive ed in particolare il
calco, ma vengono seguiti anche i telegiornali. Le dichiarazioni
del ministro sono state poi riprese e rilanciate da tutte le
agenzie e dalle emittente arabe, da al Arabiya ad al Jazira».
Il diplomatico è reduce da alcuni incontri con le autorità
di Tripoli: «Tutti i dirigenti libici con i quali ho
parlato - conclude l'ambasciatore Trupiano - hanno espresso
la convinzione che non vi saranno ripercussioni nelle relazioni
bilaterali con il nostro paese. In Libia - dice infine il capo
della sede diplomatica italiana - vivono circa mille italiani. In
Cirenaica vi sono circa 80 connazionali».
(torna su)
Un
paese vicino e lontano. Rapporti bilaterali in crisi
Il
Messaggero
19
febbraio 2006
Eric
Salerno
«Noi
siamo amici», avrebbe detto il presidente del Consiglio
al leader libico in una telefonata in cui, verosimilmente,
ha anche preannunciato le dimissioni del ministro Calderoli. Ma
la verità è che i rapporti tra i nostri due Paesi,
a livello di governo, da oltre un anno ormai, non sono più
particolarmente amichevoli. Non c'è più un ambasciatore
libico a Roma e l'incaricato d'affari segue l'ordinaria amministrazione.
Le commissioni miste non si vedono da qualche tempo, il dialogo
bilaterale è praticamente fermo, l'interscambio è
calato del 25% (anche per colpa della concorrenza spietata di
cinesi, coreani e altri paesi asiatici) e il rapporto storico
della nostra industria degli idrocarburi sta segnando
in passo mentre decine di compagnie petrolifere straniere,
comprese quelle americane tornate in grande sulla terra che
lasciarono negli anni del boicottaggio hanno ottenuto nuove concessioni
e si preparano a estrarre dalla sabbia della Sirte, e non
soltanto, l'oro nero e il gas che arriva direttamente in Italia.
Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiana dei rimpatriati
dalla Libia, quei ven-tiduemila “coloni” cacciati da Gheddafi
dopo la sua ascesa al potere, parla di «rapporti pessimi»
che «nel silenzio generale, sono andati via via deteriorandosi
negli ultimi mesi». Per un attimo, durante e dopo la visita
di Berlusconi in occasione dell' inaugurazione del gasdotto dell'
Eni a Mellitah nell'inverno 2004, la relazioni tra i due Paesi
sembrarono entrare in una stagione felice. Il premier era
stato accolto a braccia aperte. Gheddafi annunciò
la fine della “giornata dell'odio e della vendetta “e la
sua sostituzione con quella dell'”amicizia” tra i nostri due popoli.
L'odio si riferiva al passato, a quando Tripolitania, Cirenaica
e Fezzan furono colonizzate in una sanguinosa guerra di conquista
e sterminio. Qualche volta in modo strumentale, altre volte
perché fermamente convinto della necessità
di chiudere con il passato attraverso un riconoscimento delle
colpe del colonialismo, Gheddafì ha insistito su un “gesto
riparatore”. Con Andreotti, molti anni fa, era stata concordata,
invano, la costruzione di un ospedale. Di fronte alle telecamere
andate nella Sirte per l'inaugurazione del gasdotto, una
nuova richiesta, fatta a Berlusconi: la costruzione di un'autostrada,
dalla Tunisia all'Egitto lungo la costa Mediterranea. Un costo
alto, ma secondo molti esperti e diplomatici anche italiani, possibile
tanto più che avrebbe favorito le imprese italiane
del settore. Berlusconi rientrò in Italia dopo quella fortunata
visita che contribuiva a sdoganare il paria Gheddafi
avviato verso un nuovo rapporto con l'Occidente (operazione
avviata da Prodi come Commissario europeo e prima di lui
da D'Alema) ma delle richieste libiche non volle più parlare.
Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio, al
silenzio ufficiale del governo aggiunse una dichiarazione sulla
“civilizzazione della Libia” da parte dell'Italia coloniale.
Gheddafì rispose per le rime e in un'intervista
a Giovanni Minoli sollecitò il leader d'Alleanza nazionale
a chiedere scusa ai libici per i crimini commessi durante
il fascismo cosi come Fini aveva chiesto perdono agli ebrei.
Purtroppo le incertezze italiane, l'incapacità di
una parte della classe dirigente (l'attuale governo in primo piano)
di riconoscere apertamente e con iniziative pubbliche sia in Libia
che in Italia ciò che l'Italia di Giolitti, prima, e fascista
poi, fece sull'altra sponda del Mediterraneo continua a pesare
negativamente sui rapporti fra Tripoli e Roma.
(torna su)
Pera:
«Sì al dialogo con l'Islam
ma
solo in condizioni di parità»
Il
Giornale
19
febbraio 2006
Antonio
Signorini
_«Credo
che sia un atto, finalmente, di responsabilità, dopo un
comportamento che ho giudicato inaccettabile».
Marcello
Pera ha deluso chi si aspettava da parte sua una qualche forma
di sostegno all'ex ministro delle Riforme Roberto Calderoli, magari
in nome della battaglia contro il relativismo culturale e per
l'affermazione dei valori occidentali.
La
condanna della maglietta con la riproduzione delle vignette danesi
che raffigurano Maometto è chiara e le dimissioni del ministro
leghista che l'ha indossata mostrandola in televisione, secondo
il presidente del Senato, sono la scelta giusta. «La partita
politica, l'aspetto politico ora è chiuso, con soddisfazione
di tutti», è stato il commento della seconda carica
dello Stato, nel corso di un'affollata presentazione, a Firenze,
del libro del Papa L'Europa di Benedetto nella crisi delle
culture , del quale ha curato l'introduzione.
Il
riferimento alla soluzione voluta da tutti è al premier
Silvio Berlusconi che aveva invitato Calderoli a dimettersi prima
che scoppiassero gli incidenti il Libia.
Chiuso
il caso politico, «si apre un'altra vicenda che dobbiamo
affrontare. Noi siamo per il dialogo con l'Islam, con i Paesi
arabi, e con quelli islamici, con cui abbiamo eccellenti rapporti».
Ma il confronto «si può svolgere solo in condizioni
di parità e di reciprocità ». E quindi, «non
si può rispondere a delle camicette ancorché irridenti
o inaccettabili con dei morti, degli assalti ai consolati. Non
si può rispondere a delle vignette con assalti ad ambasciate
europee, non si può rispondere a una vignetta con il martirio
di un prete cattolico».
Per
il presidente del Senato, «solo in condizioni di dialogo
e parità» queste tensioni «potranno essere
superate.
Noi
vogliamo parlare con gli altri - ha proseguito - noi vogliamo
mantenere, naturalmente la difesa della nostra civiltà
e delle nostre radici giudaico-cristiane».
Insomma,
«censuro senza riserve la camicetta volutamente provocatoria
e inaccettabile di un ministro che preferisce irridere piuttosto
che pensare. Quel comportamento non ha giustificazioni e il partito
di quel ministro ha coltura sufficiente per comprenderlo.
Ma
la risposta adeguata non sono le sollevazioni e i morti».
Al
di là del caso Calderoli, Pera non rinuncia alla sua posizione
di liberale laico, convinto però che l'identità
dei popoli sia da ricercare anche nella fede.Eche la civiltà
occidentale abbia dato vita a sistemi politici più giusti.
«Meglio strumenti di censura che le condanne a morte a furor
di popolo. La nostra libertà di opinione e di stampa, ha
dei limiti», e per stabilire quando questi vengono superati
«abbiamo tribunali indipendenti, censure politiche e parlamentari,
giudizi di una stampa pluralistica - ha aggiunto - critiche delle
opinioni pubbliche e libero voto dei cittadini ». Si tratta
di strumenti che possono essere anche «di censura »,ma
che certamente sono meglio della pena capitale.
Nel
corso della presentazione, l'intervento di Pera e quello di monsignore
Rino Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense,
sono stati interrotti da numerosi applausi. Una standing ovation
ha accolto il nome di papa Benedetto XVI, autore del volume.
Particolarmente apprezzata una parabola raccontata da Fisichella
e tratta da Introduzione al cristianesimo , scritta dallo
stesso Ratzinger. Parla di un incendio scoppiato in un circo danese
a causa di una bandiera bruciata.
Un
pagliaccio scappa dalle fiamme e raggiunge il vicino villaggio
per dare l'allarme e chiedere aiuto, ma nessuno gli crede. Più
racconta la vicenda e meno gli abitanti sono disposti a prenderlo
sul serio. Inquietante il finale: il fuoco raggiunge l'abitato
e il villaggio va in fiamme senza che nessuno abbia alzato un
dito per evitarlo.
(torna su)
Il
fanatismo e' cosa loro
Mario
Cervi
Il
Giornale
19
febbraio 2006
L
e dimissioni
del ministro Calderoli sono state qualcosa di più d'un
atto dovuto. Sono state la giusta sanzione d'un comportamento
che sarebbe stato irresponsabile anche qualora avesse avuto le
connotazioni della goliardata spavalda: ma che purtroppo ha dato
l'impressione d'obbedire anche a meschine esigenze di propaganda
elettorale. Molti italiani che simpatizzano per la Casa delle
libertà, ma non per certe sceneggiate clamorose, si augurano
che questa vicenda serva da lezione a quanti, nella Lega o altrove,
hanno fatto uso e abuso di atti edi detti truculenti.
Calderoli
ha avuto ciò che da tempo meritava, e che è diventato
inevitabile dopo lo spargimento di sangue causato dalle manifestazioni
di Bengasi.
Si
va spesso ripetendo in queste ore che un personaggio cui è
stato affidato un incarico pubblico di primaria importanza deve
agire, soprattutto in momenti critici, nell'interesse del Paese:
anche a costo di far forza alle sue pulsioni, istintive o calcolate
che siano.
Il
governo nega la teoria catastrofista dello scontro di civiltà,
e ha a mio avviso ragione sia dal punto di vista dell'opportunità
sia dal punto di vista della sostanza. È vero che in Turchia
esistono fermenti fondamentalisti, ma è anche vero che
l'assassino di don Andrea Santoro è stato assicurato prontamente
alla giustizia.
È
vero che i predicatori della guerra santa contro l'Occidente imperversano
nell'Islam, ma è anche vero che alcuni capi di Stato islamici
sono tra i loro bersagli prediletti.
La
visita di Fini alla moschea di Roma è stata un gesto riparatore.
Il «lungo e amichevole» colloquio telefonico di Berlusconi
con Gheddafi ha avuto lo stesso significato: restando inteso che
il colonnello libico non è un angioletto.
Ciò
premesso mi pare si stia delineando sulla vicenda Calderoni una
posizione che è insieme ipocrita ed equivoca.
Sembra
cioè che lo sberleffo esibizionista di Calderoli e magari
anche alcune opinioni severe sull'Islam legittimino le violenze,
gli urli, le minacce (con apposita fatwa mortale) del clero musulmano:
e che non i ministri o dignitari della Repubblica, ma anche i
comuni cittadini, debbano tapparsi la bocca se viene loro voglia
di criticare Maometto, o l'aspetto luttuoso e penoso delle donne
col burka, o i progetti nucleari del presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad, o i deliri di folle oceaniche alla Mecca.
Calderoli
doveva essere più attento, e non rifugiarsi, dopo i guai,
nel solito alibi delle «vergognose strumentalizzazioni ».
Ma l'Occidente, Italia inclusa, deve tutelare graniticamente quelle
libertà fondamentali che sono il suo orgoglio (e in alcune
circostanze, ammettiamolo, anche il suo fardello). Le cancellerie
devono muoversi con la prudenza che è nei loro compiti.
E tuttavia nessuna prudenza è concessa - neppure nel nome
dei buoni rapporti internazionali e per ossequio a sensibilità
e ipersensibilità di massa- quando si tratta di difendere
il nostro diritto di esprimere opinioni, di muovere obbiezioni,
insomma di essere cittadini liberi in un Paese democratico.
La
religione cattolica ha subìto, nella cattolica Italia,
innumerevoli attacchi e accuse. Si può non condividerli,
e deplorarli.
Non
si può vietarli, ameno che costituiscano reato. Il che
vale, è evidente, anche per le «vignette sataniche»
danesi,
a
mio avviso non divertenti né da usare come canottiera.
Ma
non è questo che conta. I
tumulti di Libia o d'altri
Paesi islamici vanno iscritti nel grande libro del fanatismo. Cosa
loro, non cosa nostra.
(torna su)
Ma
il «caso Calderoli» ha fornito all'integralismo l'occasione
di
provocare
una crisi nel riavvicinamento in corso tra i due Paesi
Il
Giornale
19
febbraio 2006
Alberto
Pasolini Zanelli
Forse
non è stata una sorpresa che l'esplosione di fanatismo
in corso nel mondo islamico investisse, prima o poi,anche l'Italia.
Certamente non lo è che un nuovo «fuoco delle violenze
si sia localizzato Libia, dove il dittatore Muammar Gheddafi (che
pure è anch'egli un integralista islamico a forti tinte
verde Profeta) è da anni sotto il tiro di Al Qaida e di
altri gruppi estremisti.
Non
è improbabile, infine, che le due spine irritative delle
violenze l'altro giorno a Bengasi ci sia rapporto più che
casuale.
relazioni
fra Italia e Libia, che sempre state difficili dopo l'instaurazione
della dittatura, hanno preso da alcuni anni una direzione nuova,
più complessa e positiva.
è,
o non dovrebbe essere, un segreto per nessuno che il governo Berlusconi
abbia «lavorato» piuttosto fondo per aiutare, soprattutto
psicologicamente, il governo di Tripoli a effettuare la sua svolta
strategica, che non consiste soltanto nella rinuncia ai progetti
nucleari ma anche in un più equilibrato atteggiamento nei
confronti dell'Occidente in genere. Il presidente Bush ha citato
più volte il ritrovato dialogo con Tripoli come uno dei
più importanti effetti collaterali dell'impegno militare
Usa in Irak; e tale affermazione, pur nel suo contesto in parte
propagandistico, non è priva di fondamento. L'avere mostrato
il bastone altrove ha permesso agli Usa di avanzare la carota
in Libia, ottenendo molto di più con uno sforzo minimo.
Quel che è meno noto è che quella carota in buona
parte l'abbiamo cucinata noi. Berlusconi in persona ha condotto
per anni una politica di iniziative di «recupero »
di Gheddafi, certamente coordinate con quelle di Washington, ma
certamente almeno in questo caso non subordinate.
Ogni
riavvicinamento, o anche semplice avvicinamento, richiede una
qualche sorta di mediazione, che il governo di Roma ha fornito
con impegno, sensibilità e successo.
Le
numerose visite del nostro primo ministro a Tripoli e l'apparente
cordialità degli incontri con Gheddafi non sono che l'aspetto
più vistoso, che ricopre una realtà più solida:
c'erano cose che Roma e Tripoli dovevano fare come premessa politica
e psicologica al «disgelo» libico nei confronti di
tutto l'Occidente.
Ricucitura
di vecchie lacerazioni bilaterali,ma anche iniziative come il
progetto di Berlusconi di una mediazione libica per scongiurare
la guerra in Irak, magari includendo un salvacondotto per Saddam
Hussein per un pensionamento in Libia a patto che lasciasse pacificamente
il potere a Bagdad.
Questa
a grandi linee la strategia che si trova ora sotto attacco per
un complesso di motivi non tutti correlati. A parte il comportamento
poco ortodosso di Calderoli, è evidente la volontà
di qualcuno di saltare sull'occasione per provocare una crisi
di cui l'Italia è bersaglio ma forse non il principale.
Non è probabilmente neppure un caso
che l'assalto alla rappresentanza diplomatica sia avvenuto a Bengasi,
capitale della Cirenaica, che è, per antica tradizione che
risale ai Senussi, il focolaio dell'estremismo fondamentalista.
(torna su)
Il
regime incassa l'uscita del leghista ma cerca di spegnere la rabbia
delle famiglie delle vittime con un riconoscimento
Tripoli:
martiri i morti negli scontri
Un
diplomatico: spero che le dimissioni di Calderoli plachino la
piazza, la nostra gente capirà
La
stampa
19
febbraio 2006
Guido
Ruotolo
«L'annuncio delle dimissioni del ministro
Calderoli è una notizia che aiuta a rasserenare gli animi,
la nostra gente capirà. Avevamo già fatto presente
al governo italiano che la sua ultima intervista, nella quale invocava
una nuova crociata contro l'Islam, avrebbe infuocato gli animi.
Seif al Islam Gheddafi (figlio del leader libico, ndr) aveva chiesto
allora le sue dimissioni per raffreddare il clima, per disinnescare
la bomba. Ed era tornato a chiederle ieri mattina (accusando il
ministro leghista di «azioni provocatorie e oltraggiose»,
ndr). Ma fino ai fatti di Bengasi. Roma non ha voluto dare seguito
alle nostre richieste, sottovalutando le implicazioni che avrebbero
comportato». L'autorevole fonte diplomatica libica rompe il
silenzio. Dopo i fatti di Bengasi, l'assalto al consolato italiano
e anche alla chiesa della città, il cui portone è
stato bruciato, ieri mattina il Congresso generale del popolo (il
parlamento libico) ha defenestrato il ministro dell'Interno, Nasser
el Mabrouk, accusandolo di «ricorso eccessivo della forza».
Il Congresso del popolo, che ha annunciato che anche tutti gli altri
responsabili della sicurezza di Bengasi sono finiti sotto inchiesta
- per oggi è stato proclamato il lutto nazionale -, ha rivolto
un saluto e un omaggio alla «memoria dei nostri martiri»,
le undici vittime degli scontri davanti al consolato italiano (tra
i feriti, cinque sono in condizioni drammatiche). L'iniziativa del
Congresso del popolo dovrebbe aiutare a far sbollire la piazza,
e va interpretata, secondo la nostra autorevole fonte diplomatica,
proprio come tentativo di «sanare» la ferita di Bengasi.
Tra l'altro il riconoscimento dello status di martiri consentirà
alle famiglie delle vittime di avere un trattamento di favore. Nella
cultura non scritta libica, araba, c'è la legge della «vendetta».
Di fronte alla morte, i parenti delle vittime devono essere in qualche
modo risarciti, devono sentirsi appagati, avere insomma giustizia.
Tripoli spera che nella «città dei beduini, dei forti
legami di appartenenza alle tribù», le dimissioni e
il processo ai responsabili della repressione dell'altra sera possa
essere sufficiente a chiudere l'incidente.
C'è stato chi, in queste ore, ha commentato i fatti di Bengasi
addossandone la responsabilità al leader Gheddafi: «E'
assurda questa interpretazione - è la risposta del diplomatico
libico -, perché avremmo dovuto istigare alla rivolta e poi
reprimerla con un bilancio mai visto prima nella storia della rivoluzione
libica: undici morti per strada?». Si infervora la fonte:
«Le nostre forze dell'ordine sono state costrette ad aprire
il fuoco forse per paura e inesperienza, sicuramente per difendere
l'unica sede diplomatica occidentale a Bengasi, per giunta la sede
di un paese amico come l'Italia». Nelle parole del diplomatico
si coglie la massima disponibilità nei confronti di Roma,
anche se loro, i libici, ritengono che Roma non abbia ancora risolto
il contenzioso aperto, il risarcimento per il periodo coloniale
italiano. Le relazioni tra i due Paesi sono filtrate attraverso
il nostro ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, che ha un rapporto
diretto con il leader Gheddafi, che ieri pomeriggio ha avuto un
colloquio con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Tripoli
per protesta per gli impegni assunti e non mantenuti dal nostro
governo, ha ritirato il suo ambasciatore a Roma. «Se non si
fosse dimesso il ministro Calderoli - rivela la nostra fonte - le
relazioni diplomatiche e commerciali tra i due Paesi sarebbero ulteriormente
entrate in crisi». Il diplomatico insiste nel presentare il
suo paese come islamico e tollerante. Ricorda la presenza di una
comunità cattolica che ha il suo vescovo e che non ha mai
subito discriminazioni. E che tra il «World Islamic Call Society»
(Wics), la Fondazione mondiale degli islamici moderati, e il Vaticano
i rapporti sono solidi dal 1972, quando fu fondato il «Wics».
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