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DICONO DI NOI ARTICOLI

Gli incidenti di Bengasi

 

Rassegna stampa

 

«L'Italia rischia nuovi attacchi»

La Repubblica

3 marzo 2006

Gheddafi all'Italia: «Altri attacchi se non ci risarcirete»

L'Unità

3 marzo 2006

Gheddafì minaccia l'Italia

Il Messaggero

3 marzo 2006

Gheddafi: Italia, paga o sono guai

Il Manifesto

3 marzo 2006

Ultimatum del Colonnello

Libero

3 marzo 2006

Sempre meno credibile la tesi che l'attacco fu opera di integralisti o oppositori

La Stampa

3 marzo 2006

Gheddafi torna a minacciare l'Italia

La Stampa

3 marzo

Gheddafi si è schierato

Il Tempo

3 marzo 2006

Altri attacchi se non risarcite la Libia

Il Tempo

3 marzo 2006

Gheddafi: "Altri attacchi se Roma non paga"

Il Giornale

3 marzo 2006

Le minacce contro Roma, un'arma per conservare il potere

Corriere della Sera

3 marzo 2006

Gheddafi, minacce all'Italia

Il Corriere della Sera

3 marzo 2006

Minoli, Gheddafi e Totò sceicco

L'Opinione della Libertà

27 febbraio 2006

Un video di Al Qaeda sull'assalto di Bengasi

La Stampa

24 febbraio 2006

Dopo Bengasi serve diplomazia

Il Tempo

24 febbraio 2006

Sul gesto «simbolico» anche il sì leghista.

Il Sole 24 Ore

24 febbraio 2006

L'interesse dell'Italia verso la stabilità di Tripoli

Il Sole 24 Ore

24 febbraio 2006

Fini agli ambasciatori arabi: «Niente alibi ai terroristi»

Il Secolo d'Italia

24 febbraio 2006

E Pera guida la carica in difesa dell'Occidente con il suo Manifesto

Il Secolo d'Italia

24 febbraio 2006

«Europa debole con l'Islam la situazione può esplodere»

Il Giornale

24 febbraio 2006

Al Qaida «firma» l'assalto al consolato italiano.

Il Giornale

24 febbraio 2006

Gli incidenti di Bengasi

Italiani d'Africa

23 febbraio 2006

Malessere sociale dietro i tumulti

Il Tempo

23 febbraio 2006

La Spada di Cartone

Corriere della Sera

23 febbraio 2006

Il Berlusconi soft di Al Jazira

Corriere dela Sera

23 febbraio 2006

Fini: attacchi in Libia responsabilità di Calderoli

Corriere della Sera

23 febbraio 2006

Eccesso di scuse

Corriere della Sera

23 febbraio 2006

Fassino apprezza, la Lega insorge

Avvenire

23 febbraio 2006

Fini: gli incidenti in Libia anche colpa di Calderoli

Avvenire

23 febbraio 2006

Islam, Allam chiama l'opposizione

Secolo d'Italia

23 febbraio 2006

Aiutiamo i moderati

Corriere della Sera

22 febbraio 2006

Berlusconi, appello al dialogo. Tensione Fini-Libia

Corriere della Sera

22 febbraio 2006

Cossiga: Gheddafi è un amico, proteggiamolo dagli estremisti

Corriere della Sera

22 febbraio 2006

L'opinione del vescoco segretario del supremo tribunale apostolico e teologo dell'ex sant'uffizio con Ratzinger.

La Stampa

22 febbraio 2006

La testimonianza oculare di uno dei nostri pochi connazionali che hanno lasciato Bengasi

La Stampa

22 febbraio 2006

Andreottian-Mediterranei

La Stampa

22 febbraio 2006

Perchè dovrei dialogare con te se di me hai paura?

Il Foglio

21 febbraio 2006

Pera: se ci genuflettiamo abbiamo perso

Corriere dela Sera

21 febbraio 2006

 

Ulivo col chador

Libero

21 febbraio 2006

L'ombra dei fratelli musulmani

Corriere della Sera

20 febbraio 2006

La Farnesina si prepara all'evacuazione immediata

Corriere della Sera

20 febbraio 2006

L'indignazione a corrente alternata

Corrriere della Sera 20 febbraio 2006

Quanto ci piace la politica del buffonismo

Il Riformista

20 febbraio 2006

Fino a che punto ci caleremo le braghe?

Il Foglio

20 febbraio 2006

La scure di Gheddafi contro gli eretici

Il Messaggero

20 febbraio 2006

 

Vignette satiriche... tutto iniziò il 30 settembre

Italia Sera

19-20 febbraio 2006

La squadra impresentabile che ci ha governato

La repubblica

19 febbraio 2006

Rispettare anche i cristiani

Il Tempo

19 febbraio 2006

I libici in piazza non protestavano contro Calderoli

Libero

19 febbraio 2006

Berlusconi ottiene le dimissioni di Calderoli e fa pace con Gheddafi

Libero

19 febbraio 2006

L'ambasciatore ammette:"sapevamo che il corteo non era solo per le vignette

L'Unità

19 febbraio 2006

Un paese vicino e lontano. Rapporti bilaterali

Il Messaggero

19 febbraio 2006

 

Pera: "Sì al dialogo con l'Islam ma solo in condizioni di parità"

Il Giornale

19 febbraio 2006

Il fanatismo è cosa loro

Il Giornale

19 febbraio 2006

Ma il caso Calderoli ha fornito all'integralismo islamico l'occasione di provocare una crisi nel riavvicinamento in corso tra i due Paesi

Il Giornale

19 febbraio 2006

Tripoli: martiri i morti negli scontri

La stampa

19  febbraio 2006

Rispetto, ma reciproco

Avvenire

19 febbraio 2006

Roma-Tripoli, un secolo sofferto di guerre e di affari

Avvenire

19 febbraio 2006

La via pericolosa dell'Islam e i nostri silenzi

Corriere dela Sera

19 febbraio 2006

Ma la vera blasfemia è nei simboli degli estremisti

Il Corriere della Sera

19 febbraio 2006

Falso il dolore del colonnello

Tripoli ha soffiato sul fuoco

Il Corriere della sera

19 febbraio 2006

La miccia e il pretesto

Corriere delle Sera

18 febbraio 2006

Chi alimenta i rischi globali

Il Messaggero

18 febbraio 2006

Libia: una protesta incontrollata o pilotata?

Il Messaggero

18 febbraio 2006

 


 

 

Il colonnello: a Bengasi dovevano assassinare il console e la sua famiglia. Liberati 83 musulmani

«L'Italia rischia nuovi attacchi»

Gheddafi: i libici vi odiano, risarcite i danni di guerra

 

La Repubblica

3 marzo 2006

Paola Coppola

 

La folla voleva uccidere il conso­le italiano e la sua famiglia. Il colon­nello Muhammar Gheddafi rilegge i disordini di Bengasi del 17 feb­braio: all'origine dell'assalto c'è il passato coloniale che ancora bru­cia, i risarcimenti al­le vittime libiche.

La sede diploma­tica italiana era un obiettivo dei mani­festanti, perché la protesta non è nata dall'odio nei con­fronti della Dani­marca, chiarisce il leader, ma nei con­fronti dell'Italia. Un sentimento di osti­lità pronto a esplo­dere ancora: «il corteo di due settimane fa, represso violentemente dalla polizia - 11 le vittime e una sessantina i feriti - non resterà isolato. L'Italia sarà ancora nel mirino se rifiu­terà di risarcire la Li­bia. Nuovi attacchi potrebbero seguire» avverte il colonnello.

Gheddafi parla a Sirte a un raduno di responsabili go­vernativi e sostenitori e il suo di­scorso viene trasmesso alla tv di Stato. Chiarisce così la dinamica dei fatti: «I contestatori erano determi­nati a uccidere il console italiano (Franco Maria Pirrello) e la sua fa­miglia. Questi contestatori non pre­sero di mira la Danimarca, perché non hanno nessuna idea della Da­nimarca». E ancora: «I libici cercano qualsiasi occasione per sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quando l'Italia occupò la Libia».

Una spiegazione nuova, che però deve essere collegata alla decisione di liberare i Fratelli musulmani de­tenuti dagli anni Novanta. Sono 83, messi fuori dal carcere di Tripoli grazie ad un'amnistia assieme ad una cinquantina di detenuti comu­ni. Se è vero, come molti sospetta­no, che proprio i Fratelli musulma­ni fossero dietro i disordini del 17 febbraio, il gesto distensivo verso l'organizzazione - formalmente fuorilegge in Libia - mette una luce diversa sulla nuova spiegazione dei tumulti.

Secondo il leader libico le violen­ze di quel giorno non furono il risul­tato della rabbia che gonfiava le piazze dei paesi musulmani contro le vignette su Maometto, né della provocazione di Roberto Calderoli che in tv aveva ostentato la stessa maglietta con la caricatura. Gheddafi crea un collegamento con il passato: la ragione dell'odio, spie­ga, «è che l'Italia ha mancato di ri­sarcire i libici per le loro sofferen­ze». Dopo l'assalto al consolato il leader libico aveva parlato al telefono con il premier Berlusconi: una «lunga e amichevole» telefonata, in cui secondo la nota diffusa da Pa­lazzo Chigi, Gheddafi «aveva espresso rammarico per gli episodi di Bengasi perché hanno interessa­to un Paese amico come l'Italia». Anche ieri il colonnello è tornato sulle buone relazioni con il governo e con i leader dell'opposizione, ma il punto degli indennizzi resta fer­mo. Ha spiegato: «Vogliamo trarre profitto dai buoni legami che abbia­mo con l'Italia perché siano pagati i risarcimenti. Dobbiamo impedire un ripetersi della colonizzazione in futuro, perché nessuno sa come l'I­talia potrà essere nei prossimi 50 o 100 anni». Sembra l'ultimo capitolo delle tappe di un dialogo difficile sul passato coloniale, che nei mesi scorsi sembrava essersi arenato quando la Libia aveva ripristinato anche il "Giorno della Vendetta".

 


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Gheddafi all'Italia: «Altri attacchi se non ci risarcirete»

Il leader libico: «Qui gli italiani sono odiati. A Bengasi volevano uccidere il console»

 

L'Unità

3 marzo 2006

Gabriel Bertinetto

 

Gheddafi cavalca la rabbia anti-italiana scatenata in Libia dall'ex-mi­nistro Calderoli. Quel 17 febbraio a Bengasi, afferma il colonnello, «i dimostranti erano decisi a uccidere il console e la sua famiglia». E non si possono escludere altri at­tacchi in futuro, aggiunge, se il go­verno di Roma continuerà a negare alla Libia gli indennizzi per i crimi­ni dell' epoca coloniale segue due scopi. Da un lato ricu­ce i rapporti con la parte di popo­lazione portata più a solidarizza­re con i dimostranti che non con la repressione. Dall'altro si rivol­ge alle autorità italiane e passa all'incasso: vi ho salvato a costo di sacrificare le vite dei miei conna­zionali e di rischiare l'impopola­rità in patria, ora datemi qualco­sa di sostanziale in cambio. Esperto in colpi di teatro, Gheddafi sceglie per l'annuncio uno degli anniversari topici del regi­me, la nascita dei Comitati popo­lari (una sorta di Parlamento). Convoca i più alti funzionari del­lo Stato, assieme a numerosi so­stenitori, e attraverso gli schermi televisivi reinterpreta gli eventi di Bengasi nel modo che ritiene a lui più conveniente. «I dimo­stranti non avevano per bersa­glio la Danimarca», afferma, ri­ferendosi alle proteste suscitate in quei giorni in molti paesi isla­mici dalle vignette satiriche su Maometto pubblicate da un gior­nale di Copenhagen. «Della Da­nimarca non hanno alcuna idea precisa. I libici odiano l'Italia, non la Danimarca. I libici cerca­no ogni occasione per far esplo­dere la loro rabbia contro l'Italia sin da quando nel 1911 l'Italia occupò la Libia. E la ragione è che l'Italia ha mancato di com­pensare i libici per le loro soffe­renze».

Gheddafi dunque in qualche mo­do giustifica le violenze, tende una mano a coloro che devastarono la rappresentanza diplomati­ca a Bengasi. Quasi facendo pro­prie le loro motivazioni, accusa il nostro governo di avere (con la squallida apparizione di Calderoli, che sbottonandosi la camicia lascia vedere la caricatura di Ma­ometto impressa sulla maglietta) appiccato il fuoco alla latente collera anti-italiana. Nel suo discorso il leader della Jamahiriya accenna ai buoni rap­porti sia con le forze di governo che con i dirigenti dell'opposi­zione italiani, e sostiene che pro­prio perché i rapporti sono buo­ni, è l'ora che Roma paghi gli in­dennizzi dovuti. «Bisogna preve­nire il ripetersi della colonizza­zione in futuro, perché nessuno sa come l'Italia evolverà nei prossimi 50 o 100 anni». Prima dell'incontro di Gheddafi con i capi del regime, era arrivata la clamorosa notizia del rilascio di ben 130 oppositori. Di questi, ben 84 appartengono alla Fratel­lanza musulmana, un partito fuo­rilegge la cui ideologia integrali­sta è la stessa che animava con ogni probabilità le folle di Ben­gasi nell'assalto al consolato. Un evento atteso da tempo, la scarce­razione, sin da quando lo scorso mese di giugno un'amnistia era stata reclamata dal figlio di Gheddafì, Seif el Islam, un perso­naggio che nel regime sta assu­mendo un ruolo sempre più rile­vante. Seif viene considerato un modernizzatore, aperto all'Occi­dente, ma anche un politico dutti­le che capisce l'importanza di te­nere buone relazioni con gli am­bienti fondamentalisti. Seif ave­va giustificato l'opportunità di li­berare i detenuti politici con il fatto che «le circostanze sono cambiate» rispetto alla situazio­ne che alla fine degli anni novan­ta spinse all'imprigionamento dei capi della Fratellanza musul­mana. Gente che il colonnello suo padre aveva a suo tempo de­finito «traditori al soldo degli oc­cidentali, che complottano con­tro la nazione araba e islamica».

 


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Infuocato discorso del leader libico: il console italiano a Bengasi ha rischiato di essere ucciso

Gheddafì minaccia l'Italia

«Per i danni del colonialismo, risarciteci o possibili nuovi attacchi»

 

Il Messaggero

3 marzo 2006

Stefano Marinone

 

«Le relazioni tra Libia e Italia sono ottime» avevano detto appena due settimane fa il pre­mier Berlusconi e il colonnello Gheddafi all'indomani dell'assalto al consolato di Bengasi. «I libici odiano l'Italia» ha urla­to ieri il leader libico tornando sulla vicenda. Quella sera, ha spiegato Gheddafi, i manife­stanti tentarono di uccidere il console italiano e i suoi familia­ri. Non è tutto. Il colonnello ha avvertito che non sono da escludere ulteriori attacchi se il governo di Roma si rifiuterà di risarcire la Libia per quello che l'Italia fece durante il perio­do coloniale, «quando furono uccisi migliaia di libici».

«I manifestanti erano deter­minati a uccidere il console e la sua famiglia quando attaccaro­no il consolato italiano. Quei contestatori non presero di mi­ra la Danimarca perché non hanno nessuna idea Danimarca», ha detto Gheddafi, parlando a Sirte a un raduno di sostenitori. «I libici odiano l'Italia, non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasio­ne per sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quan­do occupò la Libia», ha aggiunto. «Tutto questo succede per­ché l'Italia si è sempre rifiutata di risarcire i libici per le loro sofferenze», ha poi puntualizzato Gheddafi.

Fino a ieri la manifestazione di Bengasi non era mai stata messa in relazione al dominio coloniale italiano. I responsabi­li libici avevano sostenuto che la protesta di Bengasi, che co­stò la vita ali persone, era stata originata dalla rabbia su­scitata nel Paese dalle caricatu­re di Maometto pubblicate da un quotidiano danese ma an­che dalla performance televisi­va del ministro leghista Rober­to Calderoli che aveva provo­catoriamente indossato una maglietta con una delle vignet­te blasfeme che avevano già causato reazioni infuriate, morti e tumulti nei Paesi isla­mici.

Nel suo infuocato discorso televisivo, Gheddafi ha ribadi­to che, nonostante Tripoli ab­bia buone relazioni con il go­verno italiano e con i leader dell'opposizione, «Roma deve indennizzare Tripoli. Voglia­mo trarre profitto dai buoni legami che abbiamo ora con l'Italia per ottenere i risarci­menti; dobbiamo evitare che in un futuro possa ripetersi la colonizzazione - ha aggiunto il colonnello - perché nessuno sa come potrà essere l'Italia nei prossimi 50 o 100 anni».

Poche ore prima dell' "av­vertimento" all'Italia e della nuova pressante richiesta di un risarcimento, Tripoli aveva aperto i cancelli del carcere a 130 detenuti politici. Di questi ben 84 appartengono al movimento integralista fuorilegge dei "Fratelli musulmani". Una decisione sorprendente ma non del tutto inattesa visto che già nel giugno 2005, Seif el Islam Gheddafì, primogenito di seconde nozze del colonnel­lo l'aveva pubblicamente recla­mata. Certo è che molti aveva­no imputato proprio agli inte­gralisti islamici le manifesta­zioni di Bengasi dello scorso 17 febbraio. E proprio la capi­tale della Cirenaica è da anni la roccaforte dell'integralismo: qui negli anni '90 furono soffo­cati tentativi di rivolta contro il regime di Tripoli. Poi il die­trofront: «i Fratelli musulma­ni non sono un'organizzazio­ne che complotta ai danni del­lo Stato, i condannati devono ritrovare la libertà ed essere riabilitati», aveva proclamato Seif al Islam. E ora in molti sono convinti che quella di venerdì 17 non è stata una rivolta spontanea contro l'Italia per colpire il regime di Gheddafi. Ma un'operazione studiata a tavolino da Tripoli per mettere l'Italia alle strette. E, con toni minacciosi ad uso interno, tornare a battere cassa per chiudere con il passato coloniale.

 


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Gheddafi: Italia, paga o sono guai

 

Il Manifesto

3 marzo 2006

M. M.

 

«I manifestanti erano decisi a uccidere il console italiano e la sua famiglia». In un di­scorso pubblico alla Sirte, trasmesso in di­retta dalla tv pubblica libica, il colonnello Gheddafi torna con parole di fuoco sugli incidenti di Bengasi, dove due settimane fa la polizia libica intervenne aprendo il fuoco contro una folla che aveva assalito il conso­lato italiano, uccidendo una decina di ma­nifestanti. E il colonnello non si è limitato a

ricordare l'assalto: «I libici - ha detto - col­gono ogni opportunità di manifestare la lo­ro rabbia contro l'Italia dal 1911 quando l'I­talia occupò la Libia». La ragione dell'odio sta nel fatto che «l'Italia non ha compensa­to la Libia per le sofferenze inferte». Ghed­dafi ha concluso chiedendo che «l'Italia si decida a pagare le riparazioni dovute». Co­me dire: attenti perché quello che è succes­so a Bengasi potrebbe ripetersi.

Le vignette danesi contro Maometto? Non c'entrano niente perché la popolazione libica «non sa neanche cosa sia la Danimarca». Le parole del ministro de­gli esteri Fini che aveva parlato di un tentativo di «destabilizzare» il regime? Fantasie. Semmai, dal momento che in Libia si prende la tv italiana, lo show te­levisivo dell'ex ministro Calderoli che mostrava una di quelle vignette sulla t-shirt. Ma il movente vero che ha spinto i manifestanti di Bengasi a prendere d'assalto, il 17 febbraio scorso, il consolato italiano è «l'odio» che i libici hanno ma­turato nei confronti dell'Italia fin dalla guerra del 1911, poi per le atrocità com­messe nel periodo coloniale fino al '43 e infine per le compensazioni, sempre promesse e mai mantenute.

A due settimane dai fatti di Bengasi, in cui la polizia uccise 11 (o 15) manifestanti che avevano dato l'assalto al con­solato italiano, il colonnello Gheddafì è tornato sull'argomento e lo ha fatto a modo suo, con parole chiare e nette che rinfocoleranno le polemiche nostrane. In un discorso pubblico alla Sirte, trasmes­so al vivo dalla Tv libica, Gheddafi ha ri­velato che quel giorno a Bengasi «i ma­nifestanti erano decisi a uccidere il con­sole e la sua famiglia» perché «la Libia odia l'Italia, non la Danimarca» e «i libi­ci colgono ogni opportunità di sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911». La ragione di questo «odio» antico (e giu­stificato) sta nel fatto che «l'Italia non ha compensato la Libia per le sofferenze inferte». Da molti anni i vari governi italia­ni promettono a Tripoli i danni di guer­ra - un ospedale, lo sminamento dei

campi minati, una strada costiera dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto, l'identificazione dei luoghi nelle isole italiane dove sono sepolte le migliaia di prigionieri libici, senza mai onorare quelle promesse.

Ma Gheddafì, nonostante il tono fer­mo, non vuole rompere con l'Italia, con cui i rapporti sono, nonostante tutto, «buoni». «Vogliamo approfittare dei buoni rapporti che ci sono adesso con l'Italia perché l'Italia si decida a pagare le riparazioni dovute». Adesso, perché il ri­schio per la Libia (con i tempi che corro no e l'export della democrazia) è che «si ripeta la colonizzazione nel futuro dal momento che nessuno può dire cosa sa­rà l'Italia nei prossimi 50 o 100 anni». Come dire: attenti perché quel che è suc­cesso a Bengasi potrebbe ripetersi.

A dimostrare che il regime si sente forte e quelle di Fini erano fantasie, ieri a Londra si è saputo che le autorità libiche hanno liberato 130 prigionieri politici, fra cui 83 Fratelli musulmani, partito fondamentalista che una decina d'anni fa aveva fatto di Bengasi la sua roccaforte e aveva attentato alla vita di Gheddafi.

                                                                                                                             


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Vignette Sataniche. Ultimatum del Colonnello: o Roma ci risarcisce i danni della colonizzazione o ci saranno altri scontri.

Gheddafi ricatta l'Italia  Fuori i soldi o sono guai"

 

Libero

3 marzo 2006

Mar. Gor.

 

D'accordo, gli scalma­nati che due settimane fa, offe­si dalle celebri vignette sataniche sul Profeta Maometto, han­no dato l'assalto al nostro con­solato a Bengasi volevano am­mazzare tutti gli italiani che avessero trovato all'interno -incluso il console con tutta la famiglia - ma il punto, sostiene il colonnello Muhammar Gheddafi, è un altro. Più preci­samente, è che quanto visto in febbraio a Bengasi rischia se­riamente di essere poco più di un blando antipasto per l'Italia. A meno che, ovviamente, Ro­ma non allarghi i cordoni della borsa e versi un cospicuo in­dennizzo nelle non propria­mente floride casse statali della Libia. Motivo di questa sorta di estorsione pochissimo diplo­matica sono vecchie ruggini coloniali tra Tripoli ed il nostro Paese: o l'Italia - questo il paca­to ammonimento di Gheddafi - risarcisce profumatamente la Libia per le migliaia di morti causate dall'impresa coloniale dell'allora Regno d'Italia (giova infatti ricordare che i fatti con­testati dal Colonnello risalgono ad oltre un secolo fa) o per noi saranno guai seri. «O l'Italia ci risarcisce», ha detto Gheddafi, «o non sono da escludere ulte­riori attacchi». La solita storia della borsa o la vita, con buona pace dei rapporti cordiali all'interno della grande famiglia degli Stati del Mediterraneo.

L'annuncio, già di per sé tutt'altro che rassicurante, inizia a fare parecchia paura se si considera che, in questi giorni, le autorità libiche si sono pre­murate di scarcerare 130 pri­gionieri politici, 85 dei quali membri del famigerato partito islamista fuorilegge della Fra­tellanza Musulmana. Non ba­stassero le nefandezze di cui i Fratelli si sono macchiati qua e là per il mondo islamico (Egitto in testa) negli ultimi tre decen­ni, si aggiunga che a fornire le truppe per le rivolte anti-italiane del febbraio scorso erano stati proprio loro. Non bastasse nemmeno questo, si aggiunga infine che la Bbc - generalmente attendibile e ben documen­tata - rivela che a spingere per questa parodia di amnistia è stato il figlio del Colonnello, Seif el-Islam Gheddafi, lo stes­so che, secondo i rapporti di intelligence, aveva sobillato e di­retto da dietro le quinte le rivol­te di cui sopra.

Rivolte che, per chi se ne fos­se dimenticato, erano costate la vita a quattordici manife­stanti, accolti a schioppettate davanti al consolato italiano dalla polizia (che sparò, manco a dirlo, su ordine di Gheddafi jr. medesimo) e che erano sfociate in un'ondata di violenza sen­za precedenti in diversi Stati dell'Asia e dell'Africa - gli episo­di più gravi in Nigeria, dove si era scatenata una vera e pro­pria caccia al cristiano: nella rappresaglia sono state uccise decine di innocenti, tra cui un sacerdote. Tripoli ebbe a incol­pare di tutto l'allora ministro italiano per le Riforme, il leghi­sta Roberto Calderoli, reo di avere mostrato su Rai Uno (emittente ricevuta in chiaro in tutto il bacino del Mediterra­neo) una maglietta con le fami­gerate vignette sataniche su Maometto. L'esponente del Carroccio, sepolto da critiche e strumentalizzazioni di rara vi­rulenza, fu costretto alle dimis­sioni, e la faccenda sembrò fini­re lì. Fino a ieri, fino al ricatto del Colonnello.

La strategia di Gheddafi a questo punto appare chiara: mostrati i muscoli in occasione delle manifestazioni al nostro consolato e schierate le truppe restituite per l'occasione alla li­bertà, è ora di lanciare l'ultima­tum. Fuori i soldi, o qui le cose si mettono male. Un ricatto bello e buono, come neanche i bulli delle scuole medie. O la borsa o la vita. E pazienza per Allah, il rispetto per i musul­mani ed il sacrosanto diritto del Profeta a non essere raffigu­rato. Adesso ci sono di mezzo i quattrini che, almeno per il Co­lonnello Muhammar Gheddafi, sono più importanti di una pila di Corani. 

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Sempre meno credibile la tesi che l'attacco fu opera di integralisti o oppositori

Ora è chiaro chi fu il regista dell'assalto alla nostra sede

Tuttavia le autorità fecero il possibile per proteggere i nostri connazionali

 

La Stampa

3 marzo 2006

Guido Ruotolo

 

Le dichiarazioni «scandalose» di Gheddafi confermano in real­tà un dato che era già evidente in quel venerdì nero della pro­testa contro il consolato italia­no a Bengasi e cioè che si trattava di una protesta genui­namente libica, forse anche orchestrata dal regime ma non certo una sommossa degli oppo­sitori del colonnello o degli integralisti islamici.

Che poi la piazza sia sfuggita di mano è un altro discorso. Lo possono confermare gli italiani che in quelle ore erano in contatto costante con le autori­tà di Tripoli. In quei momenti drammatici i libici fecero il possibile per proteggere la sede consolare e i nostri connaziona­li. Questo è stato riconosciuto anche dai ministri Fini e Pisanu nella loro audizione in parlamento. Ciò che colpisce del mes­saggio di Gheddafi non è tanto la conferma che quella sera il console italiano rischiò la vita quanto l'affermazione che epi­sodi come quelli si potranno ripetere in futuro, se il governo italiano non manterrà fede agli impegni presi.

Si tratta di un fulmine a ciel sereno nei rapporti libico-ita­liani perché nei giorni scorsi, dopo Bengasi, il Consiglio dei ministri assicurò che avrebbe affrontato il capitolo del con­tenzioso coloniale per dare un'ulteriore svolta alle relazioni bilateri tra i due paesi. L'altre sera a Bengasi sono partiti i festeggiamenti per l'anniversario della nascita del­la Jamahiria, smentendo così chi ha letto nel venerdì nero dell'attacco al consolato italia­no una prova di forza degli oppositori al regime e degli integralisti. E ieri il ritorno a casa, a Bengasi, dei militanti dei Fratelli Musulmani, libera­ti per volontà del colonnello. Sostiene Antoine Basbous, di­rettore dell'Osservatorio dei paesi arabi: «La scarcerazione dopo i fatti di Bengasi degli 84 ex nemici “numero uno” può significare che gli integralisti islamici non fanno più paura al colonnello, che non sono in grado di minacciare seriamen­te il suo regime».

La clamorosa iniziativa del­la liberazione dei detenuti mili­tanti islamisti era stata prepa­rata da tempo, in qualche mo­do anticipata, comunque forte­mente pilotata dallo stesso regi­me. Tre settimane fa, i militan­ti detenuti dei Fratelli Musul­mani e le loro famiglie furono ricevuti dal leader libico, Muamrnar Gheddafi, con il quale si intrattennero in un lungo colloquio.

Ben prima, dunque, del ve­nerdì nero la decisione della loro scarcerazione era stata presa. Del resto, il figlio del leader, indicato come il suo delfino, Seif al Isiam Ghedda­fi, si era pubblicamente speso per la loro liberazione: «I Fratelli Musulmani - dichiarò nella estate scorsa - non sono un'organizzazione che com­plotta contro lo Stato. I con­dannati devono essere liberati e devono essere riabilitati». A seguircela decisione della Cor te Suprema della Libia di dare il semaforo verde alla revisio­ne del processo, che aveva condannato i militanti dei Fra­telli Musulmani a pene pesan­tissime.

Che la Libia in questi anni abbia usato le maniere forti per reprimere ogni forma di integralismo islamico è cosa nota. Spesso l'ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ama ricordare che fu lo stesso leader Gheddafi, il 15 aprile del 1998, a spiccare il primo mandato di cattura internazio­nale contro Osama Bin Laden, accusato dell'omicidio di due cittadini tedeschi (ritenuti dei servizi segreti) avvenuto il 10 marzo del 1994. Secondo fonti di Tripoli, una volta scarcerati i Fratelli Musulmani, nelle car­ceri libiche rimangono detenu­ti 480 militanti di organizzazio­ni integraliste, ritenute terroristiche. Tra loro, circa duecen­to affiliati al Gruppo combat­tente islamico libico. Nell'esta­te del 2004, ai confini con il Giad, fu smantellato un campo d'addestramento del Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento. In un conflit­to a fuoco furono uccisi due poliziotti libici, mentre due o tre terroristi furono arrestati. I Fratelli Musulmani, il movi­mento «Al Jamaa al Islamiya al Libiya», si sono diffusi in Libia dal 1979.

 


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Il Colonnello interviene indiretta alla televisione di stato per rivelare: «A Bengasi cercarono di uccidere il console italiano e la sua famiglia».

Gheddafi torna a minacciare l'Italia

«Non escludo altri attacchi se Roma si rifiuterà di risarcire la Libia per il periodo coloniale».

 

La Stampa

3 marzo 2006

Emanuele Novazio

 

Era l'uccisione del console italiano l'obiettivo dei dimostranti che pre­sero d'assalto il consolato a Bengasi. L'ha affermato ieri il leader libico Gheddafi in diretta tv, am­monendo l'Italia che in futuro non si possono escludere altre aggres­sioni, nonostante le buone relazio­ni tra i due Paesi, se il governo di Roma si rifiuterà di indennizzare la Libia per il periodo coloniale.

«I manife­stanti - ha detto Gheddafi - erano decisi ad uccidere il console e la sua famiglia. Non se la prendeva­no con la Danimarca, perché non la conoscono. I libici odiano l'Italia fin dal 1911, quando occupò la loro terra».

Finora le autorità libiche avevano sostenuto che le violenze erano attribuibili alla col­lera per le caricature del profeta Maometto e alla sortita del mini­stro Calderoli, che aveva esibito in tv una maglietta con una delle vignette.

Era l'uccisione del console ita­liano Franco Maria Pirrello e della sua famiglia l'obiettivo dei libici che il mese scorso presero d'assalto il consolato d'Italia a Bengasi. È il colon­nello Muammar Gheddafi in persona ad affermarlo, in un'intervista alla tv di Stato nella quale lancia durissimi segnali all'Italia, forzando il contenzioso che divide i due Paesi: gli italiani non possono escludere altre aggressioni in futuro - afferma - se il governo di Roma si rifiuterà di inden­nizzare il popolo libico per quanto commesso dal regime coloniale italiano, «sotto il qua­le migliaia di libici furono uccisi». Per il momento la Farnesina è cauta: «Commen­teremo quando avremo noti­zia di quanto ha veramente detto Gheddafi», fa sapere un portavoce del ministro Gian­franco Fini. In altri termini, il governo prenderà posizione quando riceverà la trascrizio­ne del testo, tradotto dall'ara­bo.

«I manifestanti non se la prendevano con la Danimarca (per protestare contro la pub­blicazione su un giornale delle vignette sul profeta Maomet­to, ndr). I libici odiano l'Italia, non la Danimarca», aggiunge il colonnello: «Cercano ogni occa­sione per fare esplodere la loro collera contro l'Italia fin dal 1911, quando la Libia fu occu­pata. La ragione è che l'Italia non ha indennizzato i libici per le loro sofferenze». Parole durissime che suonano come un avvertimento e un'aperta minaccia al governo Berlusconi, impegnato invano nella so­luzione del contenzioso con il Paese nordafricano: il presi­dente del Consiglio ha incon­trato più volte Gheddafi in Libia, ma i negoziati per chiu­dere definitivamente una pagi­na che avvelena le relazioni fra i due Paesi sono da tempo arenati. Tripoli chiede la co­struzione di una autostrada costiera per collegare il confi­ne con l'Egitto a quello con la Tunisia, ma il costo di 3 miliar­di di euro è considerato proibi­tivo da Roma, che propone la costruzione di un ospedale. Restano irrisolti inoltre il vero problema dei crediti di nostri commercianti e imprenditori, considerati dal regime libico parte integrante delle indenni­tà coloniali, e quello dei visti per gli italiani che furono co­stretti ad abbandonare la Li­bia negli anni '70. Pochi giorni fa Fini aveva dichiarato di voler voltare definitivamente pagina. La reazione del colon­nello dimostra che Tripoli gio­ca al rialzo.

È infatti la prima volta che da parte libica si sostiene che le proteste di Bengasi erano motivate dai rancori per l'occu­pazione italiana. Finora Tripo­li aveva affermato che le vio­lenze sfociate nell'attacco con­tro il nostro consolato erano da attribuirsi alla collera popo­lare per le caricature che irride­vano il Profeta. Un'altra ragio­ne, avevano spiegato i libici, era l'esibizione di una maglietta con una delle vignette da parte dell'ex ministro Roberto Calderoli, costretto poi alle dimissioni. In seguito all'episo­dio, Gianfranco Fini aveva compiuto una visita alla mo­schea di Roma, dove aveva incontrato i rappresentanti di tutti i Paesi musulmani accre­ditati in Italia, compreso l'inca­ricato d'affari libico.

Le veementi parole pronun­ciate ieri sera confermano la tattica altalenante di Gheddafi nei confronti dell'Italia. Incon­trando Silvio Berlusconi nel 2004, il colonnello gli aveva promesso che avrebbe rinun­ciato a festeggiare la ricorren­za dell'espulsione degli italia­ni dal Paese. Ma il 7 ottobre scorso è stato celebrato in Libia «il giorno della vendetta» e tre settimane dopo quello «del lutto», per commemorare il 94simo anniversario dell'invasione italiana. A Roma non si esclude nemmeno una forza­tura a scopi elettorali: Muam­mar Gheddafi, al cui sdogana­mento internazionale ha forte­mente contribuito la nostra diplomazia, ha mostrato più volte di puntare sulla vittoria di Prodi, che quand'era presidente della Commissione Euro­pea lo accolse con onori e simpatia a Bruxelles.

                                                                                                                              

 


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Il leader libico minaccia l'Italia. E offre una sponda a Prodi dopo il trionfo USA di Berlusconi

Gheddafi si è schierato

 

Il Tempo

3 marzo 2006

Gianni Sarrocco

 

Che ci fosse qualcosa di poco chiaro in quei giorni di rivol­ta anti-italiana a Bengasi, capoluogo della Cirenai­ca, lo si era intuito. Sem­brava strano, infatti, che i ripetuti assalti al nostro consolato e i successivi saccheggi avessero come motivi scatenanti le vi­gnette satiriche che stava­no infiammando il mon­do islamico e la famosa maglietta del ministro Calderoli.

C'era ben altro fuoco sotto la cenere in Libia, nella ex Quarta Sponda governata dal colonnello Gheddafi. Ed ecco che il rais finalmente svela le carte ed esce allo scoper­to lanciando dal deserto della Sirte un vero e pro­prio ricatto all'Italia: in­dennizzo dei danni di guerra oppure gli attac­chi al nostro Paese potrebbero riprendere.

«I libici odiano l'Italia e non la Danimarca» ci fa sapere il dittatore di Tri­poli che pur sembrava aperto all'Occidente, agli Usa e alla politica di Berlusconi. Un voltafaccia so­spetto, però, perché avvie­ne all'indomani del suc­cesso americano del no­stro premier. E se è vero, come è vero, che Ghedda­fi vanta buone relazioni anche con Prodi e con gli altri leader dell'opposizio­ne, come lui stesso ha am­messo, l'improvviso cam­biamento di fronte nei ri­guardi del nostro Paese potrebbe avere più di una chiave di lettura.

Innanzitutto galvanizza­re le popolazioni libiche ravvivando l'odio contro gli italiani per l'occupazio­ne coloniale del periodo fascista. Così facendo il leader arabo da anche un contentino agli estremisti islamici che qualche pro­blema glielo stanno creando. E contemporaneamen­te da una mano a Prodi e compagni che non riesco­no a digerire l'amaro boc­cone del successo ameri­cano di Berlusconi.

Anni fa il colonnello di Tripoli ci rifilò un paio di missili che arrivarono sul bagnasciuga dell'isola di Lampedusa. Ora che fa­rà? Le nuove minacce non sembrano essere un bluff dal momento che so­no state lanciate anche in diretta televisiva. Ma Gheddafi non può continuare a giocare su due tavoli. Non può vantare buoni le­gami con l'Italia e poi fa­re la faccia feroce per sol­lecitare i risarcimenti per le migliaia di libici uccisi durante l'occupazione co­loniale. Tripoli ha già avu­to e un negoziato è anco­ra in piedi. Ma nulla han­no avuto quelle decine di migliaia di italiani scac­ciati dalla Libia e rispedi­ti in Italia dopo che il Co­lonnello aveva incamera­to tutti i loro beni.


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Il colonnello, Ogni occasione è buona per scaricare la rabbia sui colonizzateli»

Per la prima volta la sommossa non viene legata alle vignette. E ieri scarcerati 84 integralisti.

«Altri attacchi se non risarcite la Libia»

 

Il Tempo

3 marzo 2006

 

«I morti e i feriti sono il frutto dell'odio dei libici contro gli italiani. Le vignette contro l'Islam e la maglietta del ministro Calderoli non c'entrano con gli scontri di Bengasi». A rilasciare queste dichiarazioni di fuoco è stato Gheddafi ieri in diretta alla tv di Stato, spiegando che i manifestan­ti libici tentarono di uccidere il console italiano. Il giorno dopo i successi di Berlusconi negli Stati Uniti il leader libico riapre uno scenario minato. Come se anche lui fosse in campagna elettorale. Pronto a dare una mano a Prodi.

Le vignet­te contro l'Islam e la ma­glietta del ministro Calderoli non c'entrano con gli scontri di Bengasi. I morti e i feriti sono il frutto dell'odio atavico dei libici contro gli italiani. Parola di Muahhar Gheddafi. Ieri sera, il leader libico ha esternato in diretta alla tv di Stato spiegando che i manifestanti libici tentaro­no di uccidere il console italiano e i suoi familiari quando, due settimane fa, diedero l'assalto al conso­lato italiano a Bengasi. Gheddafi ha inoltre avver­tito che non sono da escludere ulteriori attac­chi se il governo italiano si rifiuterà di risarcire la Libia per quello che l'Ita­lia fece durante il periodo coloniale, quando - ha detto - furono uccisi migliaia di libici.

«I contestatori erano de­terminati a uccidere il console e la sua famiglia quando attaccarono il consolato italiano a Ben­gasi. Questi contestatori non presero di mira la Da­nimarca perché non han­no nessuna idea della Da­nimarca».

E poi la nuova versione dei fatti: «I libici odiano l'Italia, non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per sfogare la loro rabbia contro l'Italia dal 1911, quando l'Italia occupò la Libia. La ragio­ne di ciò è che l'Italia ha mancato di risarcire i libi­ci per le loro sofferenze», ha spiegato.

La polizia anti-sommos­sa libica ha ucciso alme­no 11 persone e ne ha ferite oltre 60 per impedi­re ai dimostranti di dare l'assalto alla sede diplo­matica italiana, il 17 feb­braio scorso. Ed è la pri­ma volta che la Libia met­te in relazione la manife­stazione di Bengasi con il dominio coloniale italia­no in Libia.

In Tv Gheddafì ha poi aggiunto: «Vogliamo trar­re profitto dai buoni lega­mi che abbiamo ora con l'Italia per vedere che l'Ita­lia paghi risarcimenti. La ragione è impedire un ri­petersi della colonizzazio­ne in futuro, perché nes­suno sa come l'Italia po­trà essere nei prossimi 50 o 100 anni».

Intanto, proprio ieri, si erano aperti molti interro­gativi sulla scarcerazione a Tripoli di tutti gli 84 fra­telli musulmani detenuti in Libia dalla fine degli anni '90, due condannati a morte, 73 all'ergastolo, gli altri a dieci anni. Una mossa che può significare che gli integralisti islamici non fanno più paura al colonnello, che non sono in grado di minacciare se­riamente il suo regime.


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Il leader libico lancia nuove minacce al nostro Paese rivendicando il pagamento degli indennizzi. Liberati 84 estremisti dell'organizzazione “Fratelli mussulmani”

Gheddafi: «Altri attacchi se Roma non paga».

L'assalto di Bengasi legato all'occupazione coloniale e non a Calderoli. «La folla voleva uccidere il console italiano Pirrello».

 

Il Giornale

3 marzo 2006

 

Il leader libico Muammar Gheddafi ha rivelato che i dimostranti che due settimane fa diedero l'assalto al consolato italiano di Bengasi volevano uccidere il console e i suoi familiari,

ed ha ribadito la richiesta all'Italia di risarcimenti per il periodo coloniale. In caso contrario non sarà possibile escludere ulteriori attacchi contro interessi italiani. I libici,

ha aggiunto Gheddafi, in un discorso pronunciato a Sirte e trasmesso in diretta dalla tv, «odiano l'Italia», per le sofferenze subite durante la colonizzazione.

Il dittatore libico, il colonnello Muammar Gheddafì, ha minacciato ieri sera l'Italia, afferman­do che non sono da escludere nuovi attacchi a sedi del nostro Paese in Libia se il governo di Roma continuerà a rifiutare di risarcire Tripoli per quan­to le truppe italiane fecero durante il periodo colo­niale, «durante il quale - ha detto Gheddafì - furo­no uccisi migliaia di libici». In un discorso pronun­ciato davanti a funzionari governativi, il numero uno del regime tripolino ha dichiarato che nell'as­salto al consolato italiano di Bengasi, lo scorso 17 febbraio, i manifestanti tentarono di uccidere il console Giovanni Pirrello e i suoi familiari.

Negli scontri scoppiati davanti alla nostra rap­presentanza morirono 11 arabi e una sessantina rimasero feriti, colpiti dal fuoco della polizia. Gli incidenti scoppiarono dopo che l'allora ministro per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli, aveva mostrato in segno di solidarietà con la Dani­marca una maglietta con le vignette danesi ritenute blasfeme da gran parte dei musulmani in quanto ironiz­zavano su Maometto e la religione islamica.

«I dimostranti - ha precisato Gheddafi - in­tendevano proprio uc­cidere il console italia­no e i suoi familiari. Gli aggressori non punta­vano alla Danimarca perché non avevano al­cuna idea di che cosa fosse la Danimarca. I li­bici - ha aggiunto -odiano l'Italia, non la Danimarca. I miei con­cittadini cercano l'oc­casione per far esplodere la loro rabbia contro l'Italia da quando nel 1911 Roma occupò la nostra terra. E la ragione di questa situazione è che l'Italia non ha ricompensa­to i libici per le loro sofferenze». È la prima volta che Tripoli attribuisce la protesta di Bengasi al do­minio coloniale italiano in Libia.

Qualche ora prima il governo aveva annunciato l'avvenuta scarcerazione di tutti gli 84 membri dell'organizzazione estremista «Fratelli musulma­ni» detenuti nelle carceri del Paese e fuorilegge dagli anni Novanta, il regime aveva fatto arrestare verso la fine degli anni Novanta 152 esponenti del movimento estremista islamico e nel 2002 il tribu­nale del popolo ne aveva condannati due a morte, 73 all'ergastolo e altri a 10 anni; 66 erano stati assolti.

I condannati, in gran parte studenti e professori universitari, erano accusati di aver sostenuto il mo­vimento Al-Jamaa al-Islamiya al-Ubiya, un movi­mento fondato nel 1979 e ispirato ai Fratelli musul­mani, la cui origine è egiziana e di cui oggi il più noto rappresentante è Ayman al Zawahiri, il brac­cio destro di Osama Bin Laden. La scarcerazione degli estremisti libici era stata chiesta nel giugno scorso da Seif el Islam Gheddafi, primogenito di seconde nozze del dittatore, andato al potere nel 1969 con un colpo di Stato.


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Il Colonnello in mano agli islamici

Le minacce contro Roma, un'arma per conservare il potere

 

Corriere della Sera

3 marzo 2006

Magdi Allam

 

Povero Calderoli! Ora che lo stes­ so Gheddafi ha detto che le vignette blasfeme su Maometto non c'entra­ no niente e che l'assalto al consola­to italiano a Bengasi è una reazione al mancato indennizzo per i danni coloniali, Berlusconi dovrebbe ri­ considerare la decisione di dimetter­ lo. Paradossi. In ogni caso ora sap­ piamo che l'Italia, qualunque cosa faccia, è stata prescelta come vitti­ ma sacrificale sull'altare di una con­ sacrazione storica.

La consacrazione dei Fra­telli Musulmani libici che da ieri sono ufficialmente legitti­mati e i cui militanti sono sta­ti tutti rilasciati dalle carceri.

Ed è così che nel ventinovesimo anniversario della nasci­ta della «prima Jamahiriya (governo delle masse) della storia», il sistema politico inaugurato nel 1977, Gheddafì segue le orme dell'Egitto le­galizzando il potente movi­mento integralista isla­mico. Il semplice fatto che nel comunicato uffi­ciale in cui si annuncia il rilascio di 130 prigionie­ri politici di cui, si speci­fica «85 appartenenti ai Fratelli Musulmani», costituisce un riconoscimento di un gruppo fino a un attimo prima qualificato come «traditore», «nemico del popolo» e «terrorista». Ne prenda­no atto tutti coloro che, in Italia e in Occidente, hanno finora giustificato il loro sostegno a Gheddafi come un imperativo imposto dal ri­schio che la Libia cada nelle mani degli integralisti islami­ci. Ora che lo stesso Gheddafi li ha legittimati e si appresta a farne un partner nella gestione del potere, sarebbe be­ne che riconsiderassero le lo­ro valutazioni.

E' del tutto evidente come Gheddafi sia stato costretto a allearsi con il diavolo. Bengasi, la seconda città del Pae­se, gli era sfuggita di mano.

Dopo aver istigato la popola­zione a protestare contro gli italiani, sfruttando una dichiarazione «crociata» fatta da Calderoli l'8 febbraio scor­so (una settimana prima dell 1 esibizione della provocatoria maglietta in televisione), la manifestazione del 17 febbra­io gli sfuggì di mano. A gestir­la, ora lo sappiamo, furono i militanti dei Fratelli Musul­mani che assaltarono e bruciarono il nostro consolato. Di qui l'ordine di sparare a vi­sta lasciando sul terreno 11 morti. Ma di fronte al moltiplicarsi della rabbia, Gheddafi lasciò mano libera agli islami­ci che saccheggiarono il con­solato, incendiarono una chie­sa e un monastero, proclamò «martiri» le sue vittime, deci­se di sacrificare il ministro dell'Interno.

Ieri Gheddafi ha precisato che i rivoltosi avrebbero volu­to uccidere il console italiano Pirrello. Precisando che nuove aggressioni con­tro gli italiani sono assolutamente possibili se l'Italia non provvedere all'indennizzo per i dan­ni coloniali. La verità è che Gheddafi non ha nessuna intenzione di chiudere questo contenzioso. Per lui è molto più prezioso utilizzarlo come arma di ricatto e di minaccia ogni qual volta gli torna utile fare dell'Italia una valvola di sfogo per calmare le acque interne.

Ed è esattamente quanto sta succedendo ora. L'Italia viene data in pa­sto ai libici in rivolta e agli in­tegralisti islamici assetati di vendetta e di potere. Ghedda­fi che per l'ennesima volta si conferma del tutto inaffidabi­le, dimostra che l'unica priori­tà è la salvaguardia del pote­re. Che, a questo punto, coin­cide con la salvaguardia della sua vita.


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Il Colonnello: dateci i risarcimenti per il periodo coloniale, la folla voleva uccidere il console

Gheddafi, minacce all'Italia

«I lìbici vi odiano, sono possibili altri attacchi»

 

Il Corriere della Sera

3 marzo 2006

Maurizio Caprara

 

II colonnello Gheddafi rivela in tv: a Bengasi la folla voleva uccidere il console italiano. Il leader minaccia: «I libici odiano voi e non i danesi, e non sono da escludere altri attac­chi se non arriveranno i risarcimenti per il periodo coloniale».

II passo avanti e i due indie­tro che caratterizzano da tempo i rap­porti tra Italia e Libia sembrano essersi trasformati ieri in un salto all'indietro. La nota con la quale il governo di Silvio Berlusconi, il 23 febbraio, faceva capire di essere disposto a concordare con Tripoli nuove misure volte a «chiu­dere definitivamente» il capitolo del «passato coloniale» non è bastata. Muammar Gheddafi, ieri, ha lanciato un avviso: dopo l'assalto di due setti­mane fa al consolato italiano a Bengasi, se il suo Paese non riceverà una com­pensazione adeguata per quel periodo del XX secolo, non vanno esclusi altri attacchi. Il Colonnello ne attribuisce il pericolo a passioni del suo popolo nate prima dello sdegno per le vignette da­nesi su Maometto e della loro riprodu­zione sulla maglietta del leghista Ro­berto Calderoli: «I libici odiano l'Italia, non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per sfogare la loro rab­bia contro l'Italia dal 1911, quando l'Ita­lia occupò la Libia».

Il Colonnello ha parlato così, stando all'agenzia britannica Reuters, davanti a alti funzionari governativi e suoi so­stenitori riuniti a Sirte. Benché il Lea­der sia abituato a elargire colpi di scena, era da tempo che non ricorreva a toni così drastici verso l'Italia. E oggi la Farnesina non avrà un ambasciatore da convocare per chiedere spiegazioni: l'ultimo che il Colonnello aveva accredi­tato presso il Quirinale non viene sosti­tuito da oltre un anno.

Non ci sono problemi con la Libia, aveva sostenuto Berlusconi su Al Jazira. Oltre all'avvertimento, il Colonnello ha fornito dettagli non rassicuranti su che cos'altro sarebbe potuto succe­dere a Bengasi il 17 febbraio, il giorno nel quale la sua polizia salvò la rappre­sentanza italiana e ammazzò almeno 11 dimostranti, definiti poi «martiri». «I contestatori erano decisi a uccidere il console e la sua famiglia, quando at­taccarono il consolato italiano. Non

presero di mira la Danimarca perché non hanno nessuna idea della Danimarca», ha dichiarato Gheddafi. Men­tre il suo ufficio, poi distrutto, resta chiuso il console Giovanni Pirrello si trova in Italia. Ha perso la madre.

Strano rimpiattino, quello sulle cau­se dell'assalto. Finora, la Giamahiria non lo aveva messo in relazione al colo­nialismo. Con Calderoli ancora mini­stro delle Riforme, la Farnesina lo ave­va addebitato alla rabbia verso le vi­gnette. Prima di riconoscere che gli as­saltatori ce l'avevano con Calderoli, il ministro degli Esteri Gianfranco Fini aveva parlato di un tentativo di «desta­bilizzare» il regime di Gheddafi. Tripoli non aveva gradito. «La ragione èli fat­to che l'Italia non ha indennizzato i libi­ci per le loro sofferenze», ha affermato ieri il Colonnello. Non deve essere un caso che l'abbia detto nello stesso gior­no nel quale ha liberato ottantaquattro Fratelli musulmani arrestati dagli anni '90. Tra questi, cinquantacinque sono tornati a Bengasi.

La Farnesina, ieri, ha preso tempo. Per una reazione, aspetta la traduzio­ne del discorso di Gheddafi, trasmesso in diretta dalla tv di Stato.


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Minoli, Gheddafi e Totò sceicco

 

L'Opinione della Libertà

27 febbraio 2006

Arturo Diaconale

 

Tra il governo libico e Rai 3 sembra essere; un accordo preciso. Ogni volta che le relazioni tra Roma e Tripoli tornano a diventare tese per un qualsiasi accidente, ecco che puntuale come una cambiale il terzo canale del servizio pubblico radiotelevisivo italiano trasmette una vecchia inchiesta del direttore di Rai Educational Giovanni Minoli sulle nefandezze commesse dal colonialismo fascista nella cosiddetta "quarta sponda". Scoppia il caso Calderoli ed in Libia si accende la rivolta antigovernativa? Ecco che ricompare il programma di Minoli che sbatte in faccia agli italiani le loro presunte responsabilità storiche. Intendiamoci, l'inchiesta è di grande efficacia e realizzata, come tutti i programmi di Minoli, con grandissima professionalità e competenza. Ci sono le immagini della Libia fascista dell'Istituto Luce, le testimonianze delle vittime del colonialismo, le commemorazioni nostalgiche degli italiani discendenti degli immigrati nello "scatolone di sabbia" e l'intervista al Colonnello Gheddafi in cui il leader libico torna a condannare i misfatti compiuti ai danni dei suoi connazionali dal nostro Paese. Insomma, un servizio giornalistico perfetto. Ovviamente secondo i canoni politicamente corretti di quella storiografia del colonialismo italiano i m personificata da Angelo Del Boca secondo cui, il peccato coloniale degli italiani è intollerabile, imperdonabile e incancellabile. L'unico guaio, però, è che tanta perfezione rispunta con incredibile puntualità sugli schermi della televisione pubblica italiana ogni qua! volta il governo libico ha qualche contenzioso da sollevare nei confronti di quello italiano.

E allora la circostanza, soprattutto quando diventa non solo ripetuta, ma addirittura ossessiva, incomincia a sollevare qualche interrogativo. Sulla ragione della concomitanza, sui contenuti della trasmissione. E, in generale, sul singolare motivo per cui la storia possa procedere con incredibile velocità per ogni paese del mondo tranne che per l'Italia e la Libia, di fatto ferme nei loro rapporti all'indomani della seconda guerra mondiale. Esìste una risposta unica a questi interrogativi? Esiste. Ed è quella che nella trasmissione di Minoli brilla per la sua più assoluta assenza. Questa risposta si chiama petrolio e dipendenza energetica italiana. Il Colonnello Gheddafi tiene acceso da decenni il risentimento anti-italiano per commercializzare da posizioni di forza il petrolio libico con il nostro Paese. Non importa se dal '69 ad oggi, cioè da quando Gheddafi è al potere, l'Italia abbia aiutato, sostenuto e coperto ogni oltre ragionevole limite il dittatore di Tripoli. Quest'ultimo sostiene strumentalmente che le colpe coloniali non hanno prezzo e non si estinguono in alcun modo. Così impone e dispone nei confronti dei governi italiani, di qualsiasi colore essi siano, a seconda delle sue necessità e dei suoi capricci. La repressione di Rodolfo Graziani risale agli anni '20, il grande esodo degli italiani dalla Libia alla fine della guerra, la cacciata di quelli rimasti agli inizi degli anni '70.

Eppure, benché più di ottanta anni siano passati dalia esecuzione di Ornar al-Mukhtar, più di sessanta dalla cacciata degli agricoltori italiani colonialisti e fascisti e quasi quaranta dalla eliminazione di qualsiasi presenza italiana in Libia, il Colonnello tiene aperta la ferita ed i suoi fiancheggiatori italiani in veste di storici e di autori televisivi lo aiutano a rendere la piaga sempre più purulenta. A dispetto della reale storicizzazione degli avvenimenti. Non sia mai che il vulnus si richiuda ed il governo libico possa perdere l'arma con cui contratta al meglio il prezzo del suo petrolio! Non ce l'ho con Minoli, con Rai 3 o con il Governo italiano. Capisco le conseguenze, spesso amare, della ragione di stato. Le capisco al punto che pur avendo condotto con "L'opinione" lunghe campagne in favore del riconoscimento dei diritti delle aziende italiane che vantano crediti riconosciuti e mai pagati dal governo libico, evito di tirare in ballo questo argomento. Ma fino a quando il ricatto sul petrolio di Gheddafi dovrà obbligarci a coprirci il capo di cenere? E fino a quando il nostro Governo dovrà subire le forsennatezze del Colonnello e dei suoi figli preoccupandosi anche di sostenere l'augusta famiglia dai rischi crescenti della rivoluzione dei fondamentalisti islamici? In attesa di risposte sarebbe interessante che Rai 3 incaricasse Rai Educational di realizzare un nuovo programma televisivo sulla Libia.

Un programma che partisse dal confronto tra le case bianche di Bengasi degli anni Trenta e quelle grigie e scalcinate di oggi. E spiegasse che fine ha fatto il fiume di denaro che l'Italia e gli altri paesi occidentali hanno pompato in questo lunghissimo periodo di tempo al governo di un Paese che, a dispetto delle sue ricchezze petrolifere, impone alla propria popolazione di vivere in condizioni di regresso rispetto al tanto aborrito periodo coloniale. Mi rendo conto che un programma del genere, incentrato sulla responsabilità di una dittatura che tiene in povertà il proprio popolo per aumentare le proprie ricchezze, farebbe un favore ai fondamentalisti islamici. Ma, come diceva Totò sceicco, "ogni limite ha la sua pazienza!"

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Libia. Il filmato su un sito di jihadisti: «Allah è grande, l'Italia sarà sconfitta»

Un video di Al Qaeda sull'assalto di Bengasi

Roma a Tripoli: «Chiudiamo il capitolo del passato coloniale»

 

La Stampa

24 febbraio 2006

Anna Zafesova

 

«Allah è grande, video distruzione e incendio ambasciata italiana a Bengasi, Libia, video sulla sconfit­ta dell'Italia» è questo il titolo di un messaggio apparso ieri sui forum di Al Qaeda in Internet, nel quale si annuncia la realizzazione di un filmato che esalta l'incendio della nostra sede diplomatica di Bengasi avvenuto lo scorso venerdì. Il messaggio, firmato da un internauta che si fa chiamare con il pseudonimo minaccioso «lo sgozzatore», fornisce una breve presentazione del filmato della durata di 2 minuti e 40 secondi. «È stato incendiato e distrutto il consolato italiano a Bengasi – si legge nel forum - che è una delle più famose città della Libia per il Jihad. Ne vedrete ancora di cose simili».

Una testimonianza inquietan­te di come la protesta della piazza libica si sia svolta sotto l'occhio soddisfatto di Al Qaeda. Il video in questione si apre con una scritta eloquente: «Kill the Kafron for muslem» (uccidi i miscredenti per i musulmani). Ma l'aspetto forse più inquietante delle riprese che circolano sul web è che sono stati inseriti come sottofondo per le immagini alcuni canti tipici di Al Qaeda usati solitamente per i filmati del gruppo di Abu Musab al-Zarqawi, il leader della rete terrorista di Bin Laden responsa­bile di decine di massacri in Iraq. Le riprese mostrano la facciata e le vie laterali del palazzo che ospita il consolato italiano di Bengasi. La videocamera mette in evidenza la quantità di danni subiti dalla sede consolare. Il video è stato chiaramente realiz­zato dopo le violenze di venerdì scorso, scoppiate per protesta con­tro la maglietta con le vignette su Maometto indossata dall'ex mini­stro Calderoli, durante le quali sono morte 14 persone.

L'obiettivo inquadra alcune scritte realizzate dai manifestan­ti sulle mura del palazzo. Quella più grande dice: «Allah è grande», mentre altre dicono «La forza è di Allah e del suo profeta». Le scritte sono state probabilmente realiz­zate dai manifestanti durante gli scontri di venerdì sera: infatti si può vedere su un muro anche la dicitura «Bengasi 17/2/2006» e più in basso si può vedere solo l'ultima parola di una scritta più lunga che è quella di «Shuhada» (martiri in arabo).

Nel frattempo ieri il Consiglio dei Ministri ha deciso di adottare tutte le opportune iniziative per «dare respiro strategico e forte valenza operativa» alla partner­ship tra Italia e Libia. E ciò anche chiudendo «definitivamente il ca­pitolo storico del passato colonia­le con misure altamente significa­tive». Il Consiglio dei Ministri chiede al governo di Tripoli di adempiere ai suoi impegni, in particolare per quanto riguarda la concessione «senza discrimina­zioni» di visti ai profughi italiani. Contemporaneamente, il governo intende «ricercare con la parte libica una soluzione accettabile del contenzioso economico sui crediti che vantano le aziende italiane», rappresentando anche la necessità che «si ponga termine alle limitazioni tuttora vigenti sul piano normativo e pratico in Li­bia» a danno degli operatori eco­nomici del nostro Paese.

Decisioni adottate all'unanimi­tà e che sono state accolte con cauto ottimismo dall'Associazio­ne italiana dei rimpatriati dalla Libia (Airl) che, tuttavia, dopo le molte delusioni degli anni passa­ti, attendono che si concretizzi il rilascio dei visti più volte promes­so. «Non possiamo dimenticare né l'accoglienza che abbiamo rice­vuto l'anno passato a Tripoli e le proposte di collaborazione che in quell'occasione ci sono state avan­zate dalle autorità libiche, né i decenni che abbiamo trascorso in Libia a fianco di quel popolo nel più totale rispetto reciproco delle religioni di appartenenza», ha det­to Giovanna Ortu, presidente dell'Airl. In una nota i rimpatriati lamentano tuttavia che il governo ha tradito per cinque anni le loro aspettative in tema di indennizzi per i beni che Muammar Ghedda­fi ha confiscato come acconto dei supposti danni coloniali.


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Dopo Bengasi serve diplomazia

 

Il Tempo

24 febbraio 2006

Giuseppe Scanni

 

Come sovente è accaduto nella nostra Storia, la Libia suscita un dialo­go interno alla politica italiana che assume tratti a volte aspri, ma che mette a nudo aspirazioni, incomprensioni, falsi e veri orgogli, latenti aggressività in un rapporto difficile tra le due sponde del Mediterraneo. Dopo l'ascesa al potere di Gheddafi, i rapporti italo-libici sono stati altalenanti. La Libia ha chiesto gesti visibi­li di risarcimento per il passato coloniali­smo. L'Italia ha offerto quel che poteva ed ha esercitato una costante «moral sua­sion» per far allontanare lo Stato Libico da una deriva terroristica che le sarebbe stata fatale (si pensi all'Irak) ed una co­stante azione per appianare le crisi con i maggiori stakeholder occidentali, ad ini­ziare dagli Stati Uniti.

I moti di Bengasi hanno rimesso in discussione un modello di politica estera nel Mediterraneo che ha sostanzialmente garantito per decenni sicurezza e crescita. Alla forza tranquilla del Ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu (che è stato ca­pace di rassicurare gli italiani senza pro­clami e con molti fatti), alla collaudata esperienza del Ministero degli Esteri, si contrappone chi reclama «maggiore fer­mezza» nei confronti del mondo islamico in generale, di Hamas e dei libici in particolare.

Occorre capire di quali maggiori fer­mezze si parli. Il Quartetto (Usa, Ue, Russia ed Onu) pretende dal futuro gover­no palesti­nese la ri­nuncia alla violenza, il riconosci­mento di Israele, il rispetto degli accordi di Oslo. Fin­ché le condi­zioni non siano rispettate, i sussidi soprattutto europei, dei quali vive la Palestina, saranno drasticamente ridotti da Bruxelles. Il rappresentante della Ue, Javier Solana, ha dichiarato: «Elezioni, an­che democratiche, non sono sufficienti a legittimare una organizzazione terrori­sta», come Hamas.

Mischiare in un calderone temi fonda­mentali ed imprescindibili come la salvaguardia di Israele, la lotta all'antisemiti­smo, il diritto dei popoli a vivere senza l'angoscia del terrorismo, il rispetto di tutte le religioni, compresa quella cristia­na, e segnatamente cattolica, ad altri te­mi (Libia e vignette satiriche, antiocciden­talismo e scontri di civiltà, interessi nazio­nali in campo energetico e diritti civili) fa solo il favore di chi vuole coprire gli estre­mismi di stato (Iran e Siria per comincia­re) in un calderone di passionalità popola­ri.

Il ministro Pisanu ha concordato con Gheddafi una comune politica di intelligence per contrastare la immigrazione clandestina. È poco? Non mi sembra.

Papa Benedetto invoca le democrazie, a cominciare dall'Italia, di pretendere dagli stati a forte connotazione islamica condi­zioni di reciprocità nella difesa delle mi­noranze culturali e religiose. Non chiede all'Italia di massacrare 43 immigrati in risposta all'assassinio di 43 cristiani in Nigeria. Chiede di usare con nuovo vigore i mezzi diplomatici dei quali disponiamo.

Il Presidente Ciampi ha invitato, nella Sinagoga di Roma, ad impegnarsi - ricordando la Shoà - a rispettare tutte le reli­gioni con il dialogo. Si avvicina la data elettorale. Centro-destra e Centro-sinistra farebbero bene a ricordare la Spagna. L'ex premier spagnolo Aznar andò velocemente a casa a causa del tragico attentato di Madrid. Estremizzare il concetto di fermezza, senza peraltro indicare quale fermezza si tratti, non solo non appartiene alla tradizione della Logica, errore scusabile per chi si occupasse poco di Filosofia, ma è molto pericoloso, perché al di là dei rischi concreti di attentati, costringerebbe gli italiani a comportarsi irrazionalmente come quelle stesse masse urlanti che sicuramente non amano.


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Strategie andreottiane.

Sul gesto «simbolico» anche il sì leghista.

 

Il Sole 24 Ore

24 febbraio 2006

Gerardo Pelosi

 

Dopo cinque anni di Governo e di sbandierata “discon­tinuità” con i precedenti esecuti­vi, la Casa delle libertà ritrova negli ultimi scampoli di attività uno spirito autenticamente “an­dreottiano' nelle relazioni con il Medio Oriente e con i partner più difficili come il colonnello Gheddafi. Artefici dell'operazio­ne i ministri degli Esteri, Gian­franco Fini, e dell'Interno, Giu­seppe Pisanu. È stato in realtà il responsabile della Farnesina a portare a termine un progetto di Pisanu che, circa un mese fa, aveva preparato una mozione par­lamentare per riaffermare l'ami­cizia con Tripoli in funzione del­le politiche di contrasto all'immi­grazione clandestina. Sta di fatto che Fini, con l'aiuto di Pisanu, ieri in Consiglio dei ministri è riuscito a confezionare per tutti i partiti della coalizione una strate­gia di partnership con Tripoli che sembrerebbe presa di sana pianta dallo strumentario della Prima Repubblica. Si prevede di chiudere definitivamente il capi­tolo storico del passato coloniale «anche con misure altamente si­gnificative oltre a quelle già ese­guite o in corso di esecuzione, da concordare con la parte libica». Traducendo dal “diplomatese” si tratta del cosiddetto “gesto sim­bolico” chiesto dalla Libia per chiudere la questione dei danni di guerra. Un gesto la cui entità era stata valutata nel 2001 in 60 miliardi di lire, lievitato poi a 150 milioni di euro fino alle ci­fre iperboliche (6 miliardi di euro) nel caso della litoranea Tripo­li-Bengasi. La novità sta nel fat­to che, per la prima volta, tutte le forze politiche, compresa la Le­ga, hanno accettato il principio del “gesto simbolico”. Ma hanno anche convenuto sul fatto che la disponibilità italiana venga condiziona­ta al rispetto, da parte libica, di al­cuni impegni che vanno dalla concessione dei visti ai profughi italiani (da cui il cau­to ottimismo dell'Airl, l'associa­zione che li rappresenta) alla defi­nizione del contenzioso sui credi­ti vantati dalle imprese italiane per circa 600 milioni di euro.

Il cambio di passo nei rapporti con il Medio Oriente non è sfug­gito al senatore Andreotti che ha apprezzato la «responsabilità» di Fini e Pisanu dopo avere ridico­lizzato («non si vorrà mica fare dell'antiquariato…») i maldestri tentativi di corteggiamento per richiamarlo a ruoli di responsabi­lità in futuri Governi. Ad Andre­otti basta sottolineare come Fini e Pisanu abbiano, se non proprio abbracciato la ricetta dell'“equi­vicinanza” ricondotto la politica estera ad «una linea perseguita per alcune decine di anni» che ci ha evitato la reazione »di movi­menti pericolosissimi proprio perché abbiamo cercato di non apparire provocatori».


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L'interesse dell'Italia verso la stabilità di Tripoli

Il Sole 24 Ore

24 febbraio 2006

Stefano Folli

 

La Libia, l'Italia, il caso Calderoli. La Casa delle libertà ha chiuso per tempo una polemica assurda a causa della qua­le la politica estera era diventata un fattore di divisione all'interno della maggioranza. Per ventiquattro ore la Lega si è staccata dal resto della coalizione, contestando le dichiarazioni rese mercoledì in Parlamento dai ministri Fini e Pisanu. Soprattutto dal primo.

Ieri, tuttavia, ha prevalso il buon senso e la frattura è stata ricomposta dallo stesso mini­stro Castelli che l'aveva provocata.

Sulla carta, l'incidente è chiuso. Nella sostanza resta un disagio diffuso nel Centro-destra, figlio dell'inquietudine suscitata da­gli incidenti di Bengasi e da quello che sta succedendo nel resto del mondo islamico. È la Lega che si sforza di distinguersi, di dimostrare che lo scontro di civiltà non le fa paura. È anche l'irresponsabile comporta­mento di Calderoli, con la maglietta ostenta­ta, faceva parte di questo schema.

S'intende che la partita è solo elettorale. Alzando la voce, il Carroccio spera di prende­re qualche voto in più nelle sue valli. Ma nel concreto il partito di Bossi non ha la forza e nemmeno l'interesse di distinguersi dal grosso della coalizione berlusconiana, di correggere l'asse della nostra politica estera. I paletti di tale politica sono stati confermati da Berlusco­ni e da Fini in termini che possiamo senz'altro definire prudenti, in sintonia con una certa tradizione della politica italiana verso i paesi arabi e musulmani.

Così il presidente del Consiglio, in un'inter­vista ad Al Jazeera, ha spiegato che «gli italia­ni rispettano tutte le religioni. Il popolo italia­no è aperto alla comprensione degli altri, all'ospitalità. È un popolo lontano da ogni forma di xenofobia e di razzismo». E gli interventi del ministro degli Esteri e di quello degli Interni in Parlamento sono stati talmente equilibrati verso la Libia di Gheddafi da susci­tare il plauso di Giulio Andreotti. Il senatore a vita, che non è vicino al Centro-destra e non manca di criticarlo, stavolta ha detto di riconoscersi nelle parole di Fini e Pisanu, di avervi rintracciato «una linea perseguita per qualche decina di anni».

Riepilogando. L'Italia non si è scusata con la Libia, però ha addossato all'ex mini­stro Calderoli la responsabilità delle «provo­cazioni». La Lega in un primo momento ha protestato, poi ha accettato questa linea e di fatto ha scaricato Calderoli. Fini si è espres­so in termini «andreottiani» verso Gheddafi. Il che in apparenza è curioso, ma a ben guardare denota nel ministro degli Esteri lo spessore di un uomo politico responsabile. Forse di un uomo di Stato.

Sarebbe stato facile organizzare un can can contro i libici, dopo l'assalto di Bengasi. Da un punto di vista elettorale, Alleanza naziona­le ne avrebbe tratto qualche vantaggio. Oltre al plauso di quei commentatori che hanno accusato l'Italia di essere acquiescente verso il dittatore di Tripoli.

Ma è chiaro che Fini e Pisanu hanno guarda­to in primo luogo agli interessi dell'Italia. E oggi il primo di tali interessi consiste nel non indebolire Gheddafi nel momento in cui il colonnello è palesemente esposto agli attacchi dell'integralismo. Un Libia stabile e aperta all'occidente: questo serve all'Italia.

Il resto ne discende di conseguenza. A co­minciare dalla necessità di avere la Libia dalla nostra parte nella battaglia contro gli immigra­ti clandestini. Per continuare con le decisioni prese ieri dal Consiglio dei ministri: misure per chiudere con «il passato coloniale» e per definire il contenzioso economico sui crediti vantati dalle aziende italiane. È un cedimento a Tripoli tutto questo? È un ritorno alla politi­ca andreottiana? Forse, più semplicemente, è un atto di realismo che separa tutta la politica estera italiana dalle suggestioni ideologiche.

 


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Fini agli ambasciatori arabi: «Niente alibi ai terroristi»

Il governo ha approvato nuove misure per ricomporre il contenzioso economico d'epoca coloniale tra l'Italia e la Libia.

 

Il Secolo d'Italia

24 febbraio 2006

Antonio Marras

 

Chiudere definitivamente il capitolo storico del passato colo­niale e continuare a cercare una soluzione accettabile del contenzioso economico con la Libia. È quanto ha deciso il Consiglio dei ministri, nel corso della seduta di ieri matti­na, su indicazione di quanto emerso dalla riunione congiunta delle com­missioni Esteri e Difesa di Senato e Camera. «il Consiglio dei ministri — si legge nel comunicato di Palazzo Chigi — ha deciso di adottare tutte le iniziative opportune a dare respi­ro strategico e forte valenza opera­tiva alla partnership Italia-Libia, assegnando priorità assoluta alla duplice esigenza: chiudere definiti­vamente il capitolo storico del pas­sato coloniale, anche con misure altamente significative, oltre a quel­le già eseguite o in corso di esecu­zione, da concordare con la parte libica, che diano il segno dell'amici­zia tra i due popoli, rinnovando nel contempo l'invito alle Autorità libi­che a dare seguito completo agli impegni sottoscritti, in particolare ai fini della concessione senza discriminazioni dei visti ai profughi italia­ni» E inoltre, «continuare a ricercare con la parte libica — continua la nota — una soluzione accettabile del contenzioso economico sui cre­diti che vantano le aziende italiane, rappresentando nel contempo la necessità che si ponga termine alle limitazioni tuttora vigenti sul piano normativo e pratico in Libia a danno delle aziende italiane».

Dunque, il governo si muove sul terreno politico per cercare di supe­rare antiche divisioni con la Libia, mentre il ministro degli Esteri Gian­franco Fini prosegue la sua azione diplomatica per affrontare il nodo dei rapporti tra Islam e Occidente.

Evitare di cadere «nella trappola degli estremisti» e combattere la miseria e l'ignoranza attraverso «una grande offensiva di reciproca conoscenza», ha ribadito ieri Fini illustrando la strategia per favorire il dialogo agli ambasciatori di Oman, Giordania, Marocco ed al capo mis­sione della Lega Araba El-Hassan Shabbo, in quanto delegati dai capi missione arabi accreditati a Roma, ricevuti ieri alla Farnesina. Fini ha ricordato che la libertà di stampa, proprio perché costituisce un fon­damento della democrazia, non deve in alcun modo essere confusa con la licenza di irridere ed offende­re i sentimenti religiosi. Lo stesso ministro, riferiscono alla Farnesina, ha inoltre richiamato la necessità di non cadere nella trappola degli estremisti che, sfruttando il legitti­mo sentimento di offesa, mirano ad innalzare il livello della tensione per pregiudicare quel dialogo fra mon­do arabo-islamico e mondo occi­dentale che va invece perseguito, combattendo non solo la miseria ma anche l'ignoranza attraverso una grande offensiva di reciproca conoscenza. In questo spirito, se si vuole evitare il muro dell'incom­prensione, occorre, ha osservato Fini, prima di tutto rafforzare il dia­logo con le comunità islamiche presenti in Italia, valorizzando la con­sulta islamica e coinvolgendo anche la scuola per realizzare iniziative che rinsaldino la comprensione tra le diverse culture.

Gli ambasciatori hanno espresso il loro apprezzamento per la posizio­ne del governo italiano, al quale, hanno detto, non è stata presentata nessuna richiesta di scuse poiché non ve ne era alcun bisogno. Avendo mantenuto chiara la distinzione tra libertà d'espressione e licenza di offendere, il governo italiano, hanno sottolineato gli ambasciatori, ha dato prova di coerenza isolando quanti si discostavano da tale linea.

Gli ambasciatori, ringraziando Fini per la sensibilità dimostrata e per i gesti di solidarietà compiuti, fra cui la recente visita alla moschea di Roma, hanno infine pienamente concordato sul dovere di tutti i governi di adoperarsi in maniera responsabile per favorire il ritorno ad un clima costruttivo di dialogo, e hanno espresso la loro gratitudine all'italiana per il suo prezioso ruolo di ponte fra Paesi del mondo arabo ed Europa. Avendo mantenuto chiara la distinzione tra libertà d'espres­sione e licenza di offendere, il Governo italiano — hanno sottoli­neato gli Ambasciatori — ha dato prova di coerenza isolando quanti si discostavano da tale linea.

Intanto, ieri, si è chiusa anche la presunta polemica tra Fini e Castel­li sulla relazione del vicepremier alle Camere che secondo qualche gior­nale aveva originato un dissidio con la Lega. È stato lo stesso Castelli a spiegare che la vicenda era stata chiarita direttamente con Fini, il qua­le ieri ha incassato anche l'apprezzamento del senatore a vita Giulio Andreotti per la sua relazione al Par­lamento. «È stata una relazione molto responsabile, sia nei conte­nuti sia nel modo con cui sia lui che Pisanu hanno riferito al Parlamen­to, perché è un momento di partico­lare delicatezza e chi ha la testa sul collo deve cercare di non eccitare risentimenti o suscitare sospetti e reazioni», ha detto ieri Andreotti. «Questo — ha aggiunto Andreotti – non vuoi dire affatto chinare la testa o non vedere pericoli, ma significa proprio riprendere una linea perseguita per alcune decine di anni. Siamo stati fuori dalle rea­zioni anche di movimenti pericolo­sissimi proprio perché abbiamo cer­cato di non apparire provocatori».


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E Pera guida la carica in difesa dell'Occidente con il suo Manifesto.

Lo hanno sottoscritto anche Ci e l'Opus Dei.

Servello: salutare sferzata per il Vecchio Continente.

Gasparri: la sinistra svende l'Italia al terrorismo.

 

Il Secolo d'Italia

24 febbraio 2006

Francesco Rubino

 

Laici e cattolici si fondono per far fronte comune in difesa dell'Occidente che «è vita, civiltà e libertà», ma che oggi è minato, da una parte, da una «crisi morale e spirituale», dal­l'altra aggredito dal «terrorismo islamico». È questa la sintesi del “Manifesto per l'Occiden­te” presentato ieri pomeriggio dal presidente del Senato Marcello Pera, ampiamente criticato dalla sinistra che lo giudica «fondamentalista e pericolosamente su una via senza ritorno», ma che trova ispirazione dalle parole di Benedetto XVI «l'Occidente non ama più se stesso» e vede tra i sottoscrittori numerosi esponenti politici del Centro-destra, di uomini di cultura, di espo­nenti della società civile. E anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, annuncia Pera, «lo ha condiviso e ha detto di sottoscriverlo». Significativa la rappresentanza di cattolici doc. A cominciare da don Pierino Gelmini, fondato­re della Comunità Incontro, a Cesare Cavalieri, direttore della rivista “Studi Sociali” di area Opus Dei, dai ciellini Giorgio Vittadini, Raffaello Vignali (presidente della Compagnia delle Ope­re) e Giancarlo Cesana, al presidente del Comitato Scienze e Vita, il genetista Bruno Dallapic­cola. Ben quattro sono invece i ministri firma­tari: Rocco Buttiglione, Carlo Giovanardi, Letizia Moratti, Gianni Alemanno.

«Un documento impegnativo — sottolinea il presidente del Senato — che non vuol imporre alcunché ad alcuno, ma solo richiamare princi­pi fondamentali senza i quali perdiamo identità e la nostra crisi si aggraverebbe». Un “Manife­sto” che invita a superare la crisi della nostra civiltà con un maggiore impegno e presa di coscienza delle nostre tradizioni. «Ci sentiamo colpevoli del nostro benessere, proviamo ver­gogna delle nostre tradizioni, consideriamo il terrorismo come una reazione ai nostri errori», mentre il «terrorismo è una aggressione alla nostra civiltà». Rinnegare i costumi millenari della civiltà occidentale significa, dunque, svili­re «i valori della vita, della persona, del matri­monio, della famiglia. Si predica l'uguale valo­re di tutte le culture. Si lascia senza guida e senza regola l'integrazione degli immigrati».

«Non c'è niente — aggiunge Pera — che richiami uno scontro di religione e di civiltà. Vogliamo richiamare la civiltà occidentale ai suoi fondamenti, a fare in modo che non siano ammainati, in particolare quando sono attac­cati dagli estremisti e dai fanatici islamici». Insomma una risposta alla «difficoltà dell'Occi­dente a riconoscersi; alla crisi di identità cultu­rale, morale e spirituale dell'Europa che è anche una delle cause della crisi politica che l'Europa sta attraversando; al relativismo diffu­so; al laicismo spinto con conseguente dislocazione della dimensione religiosa nella sfera privata». L'appello sottolinea poi la necessità di «affermare il valore della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, da tenere pro­tetta e distinta da qualsiasi altra forma di unio­ne o legame; di diffondere la libertà e la demo­crazia; di riconfermare la distinzione fra Stato e Chiesa. Non può essere né libero né rispettato — conclude il manifesto – chi dimentica le proprie radici».

Molti anche i politici di area cattolica da tem­po molto attivi per sensibilizzare sui pericoli della deriva laicista, come Alfredo Mantovano, di An, punto di riferimento della Chiesa italiana. «Il “Manifesto” sintetizza una visione del mon­do che ci distingue nettamente dalla sinistra — afferma il sottosegretario all'Interno — da un lato c'è una politica che si fonda sulla con­vinzione che esista una connessione fra il rispetto di alcuni principi, validi da sempre, e l'ordine sociale e politico. Dall'altro lato, invece, c'è il rifiuto di ciò che ognuno sente come giu­sto e naturale: il rifiuto di difendere la vita più debole, quella nascente o morente; il riferi­mento costante all'ideologia, cioè ad una visio­ne del mondo falsa e utopistica; il sacrificio delle libertà concrete di molti per tutelare la pseu­do-libertà di pochi».

Maurizio Gasparri, di An, spiega di avere «aderito con convinzione» al “Manifesto per l'Occidente” perché «pone al centro del dibat­tito temi identitari». Secondo Gasparri, è in particolare la Cdl che è chiamata «a difendere l'identità occidentale ed europea, la nostra reli­gione, la nostra lingua, il nostro interesse nazionale ed il nostro spazio economico. Oggi tutto ciò viene minacciato — secondo l'ex ministro delle Comunicazioni — da fondamentalismi e terrorismi alimentati da fanatismi che attenta­no la nostra vita». Anche il senatore Franco Ser­vello giudica il “manifesto” di Pera «una salu­tare sferzata per un'Europa che sta progressi­vamente smarrendo il senso delle proprie radi­ci etiche e storiche». L'esponente di An condivide completamente «la diagnosi sull'impre­parazione culturale e spirituale del nostro con­tinente davanti all'aggressione del fondamen­talismo e del terrorismo islamico. Il basso pro­filo politico e le tante ambiguità dell'Unione europea sono il frutto, tra le altre cose, del “politically correct” che imperversa presso la classe dirigente continentale».

Mai come oggi, sostiene il parlamentare del­la destra, mentre «folle di scalmanati» assaltano le rappresentanze diplomatiche dei Paesi europei, «c'è bisogno di rilanciare i valori fon­damentali della nostra civiltà. Il dialogo con il mondo musulmano rimane lo strumento migliore per disattivare le tensioni tra le due sponde del Mediterraneo. Ma non può esservi dialogo vero se una delle parti, cioè l'Europa, dimentica la propria identità. Accogliere l'ap­pello di Pera può aiutarci a stabilire un con­fronto più equilibrato. Il ritrovamento delle radi­ci cristiane — conclude Servello — va in dire­zione anche del recente appello del Papa per la libertà religiosa. I governi dell'Europa devono porre all'ordine del giorno anche il tema della reciprocità nei rapporti con l'islam. Non si può rimanere indifferenti davanti agli assalti contro le chiese e al martirio di sacerdoti e fedeli».


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«Europa debole con l'Islam la situazione può esplodere»

Pera: «Dopo l'assalto al consolato di Bengasi non ho visto riunioni speciali delle istituzioni dell'Ue, non ho trovato un continente fiero di sé»

 

Il Giornale

24 febbraio 2006

Maurizio Belpietro

 

Il manifesto di Marcello Pera ha già suscitato mol­te polemiche, soprattutto a sinistra. Il direttore del Giornale Maurizio Belpietro ne ha parlato con il presiden­te del Senato nella trasmissio­ne L'Antipatico andata in on­da ieri sera su Rete 4. Ecco am­pi stralci dell'intervista.

Presidente Pera, davvero noi siamo genuflessi all'Islam, c'è qualcosa che le fa pensare che in queste settimane, in questi mesi noi ci siamo genuflessi?

«C'è certamente una crisi di identità dell'Occidente, in parti­colare dell'Europa. Desidero ri­cordare qui le parole di Papa Benedetto XVI quando ha detto che l'Occidente non ama più se stesso e che di tutta la sua sto­ria vede soltanto ciò che è de­precabile e non invece ciò che è commendevole e importante. C'è una crisi di identità in Euro­pa e l'Europa non è stata in gra­do di scrivere una Costituzione che contenesse un riferimento alla sua storia, quella che inse­gniamo tutti i giorni a scuola, cioè la storia di un continente giudaico-cristiario. C'è una de­bolezza dell'Europa nei con­fronti di accuse, critiche, ahimè anche assalti e, qualche volta, attacchi armati, come se l'Euro­pa fosse incerta e non avesse una voce autorevole da far sen­tire».

Quindi vuol dire che, per esem­pio, nel caso recente di Benga­si l'Europa non si è fatta senti­re come avrebbe dovuto?

«Proprio ieri il primo ministro danese Rasmussen ha detto che ormai è una questione tra l'Unione europea e il mondo musulmano. Io non ho visto nes­suna riunione particolare del Consiglio europeo, non ho visto una riunione del Parlamento europeo, non ho visto una riu­nione ad hoc della Commissio­ne: non ho trovato un'Europa molto fiera di sé, naturalmente da un lato dialogante, ma dal­l'altro lato ferma, che rispon­desse a questi attacchi».

È una resa per l'Occidente?

«Se non abbiamo consapevo­lezza di noi stessi, il rischio è proprio di una resa, ma nel sen­so culturale: la resa della identi­tà. Talvolta ho anche sentito che alcune vignette, magari di gusto indiscutibile, o alcune camicette, magari di pessimo gusto se indossate da un ministro, sarebbero state la causa di reazioni così violente. Ora non è possibile pensare che si possano bruciare chiese, uccidere cristiani, ammazzare persone, attaccare ambasciate o consolati soltanto perché in Occidente, magari talvolta lievemente abusando della libertà di espressione e di opinioni, si prendono delle posizioni critiche».

Cioè lei non giustifica Calderoli ma, sostanzialmente, condanna invece chi ha fatto atti di violenza.

«Esiste una sproporzione che è inaccettabile. Calderoli ha sbagliato perché un ministro non dovrebbe lasciarsi andare ad atti di irrisione come lui ha fat­to. Tuttavia quello che è accadu­to dopo è qualcosa che si prepa­rava già prima».

Quindi lei pensa che fosse or­ganizzato?

«Be', è stata la cronologia degli eventi a dimostrare che erano già partite queste reazioni e queste accuse nei confronti dell'Italia e anche dell'intera Europa. Calderoli è servito come una miccia, il quale ha fatto in­nescare un esplosivo, ma non c'è un rapporto di causa-effet­to».

Lo sa che i suoi critici sostengo­no che le sue tesi alimentano lo scontro di civiltà?

«Naturalmente lo so, ma io non sono per lo scontro di civiltà e aggiungo. Se uno scontro di ci­viltà c'è, se uno scontro di reli­gione esiste, questo scontro è quello alimentato da estremisti radicali fanatici islamici i quali, piegando ai loro fini anche la lo­ro religione, chiamano masse di musulmani alla rivolta nei confronti dell'Occidente. E dico­no: l'Occidente è un Grande Sa­tana, l'Occidente è corrotto, l'America in particolare deve essere abbattuta. E perché? Bi­sogna leggere i loro comunica­ti. Nei loro comunicati c'è scrit­to che noi dovremmo essere ab­battuti perché siamo giudei e crociati. Cioè apparteniamo proprio a quella tradizione giu­daico-cristiana di cui io invece, credo, dovremmo essere fieri».

Lei ha anche aggiunto, in que­sto manifesto, che il dialogo ci può essere con l'Islam solo quando c'è reciprocità. Ma do­v'è la reciprocità nei Paesi isla­mici?

«Dovrebbe esserci, e questa è una delle funzioni che l'Occi­dente deve svolgere nei con­fronti dei Paesi islamici. Noi ab­biamo buoni rapporti con tan­tissimi Paesi arabi e islamici, con quelli che vogliono dialoga­re con noi. Abbiamo rapporti di cooperazione, collaborazione, economici, culturali e cosi via. Allora io credo che sia impor­tante anche da parte di questi Paesi concedere, ad esempio, ai loro cittadini gli stessi diritti che noi concediamo ai loro citta­dini quando sono immigrati. Quando si parla di reciprocità, voglio fare un esempio: se noi riteniamo sacrosanta e giusta la parità fra uomo e donna, non possiamo pensare che la parità tra uomo e donna non valga in altri Paesi. Se noi pensiamo che lo Stato laico sia un bene, dob­biamo pensare che questo sia un bene anche altrove. E così via. Soprattutto se noi pensia­mo che sia giusto concedere massima libertà di religione e di culto ai cittadini immigrati e quindi concedere l'apertura di moschee, abbiamo anche il diritto di ritenere che questi Pae­si facciano del loro meglio per concedere analoga libertà di culto per quanto riguarda la fe­de cristiana».

Come si fa la reciprocità se non c'è un Islam moderato?

«lo non credo che non ci sia. C'è un Islam moderato perché ci so­no, ad esempio in Italia e in Eu­ropa, molti cittadini e comun­que immigrati di fede islamica che noi integriamo e che sono integrati nella nostra società. Quindi l'interlocutore credo che esista ma se non esiste o se è debole, è anche un compito dell'Europa o dell'Occidente investirlo di responsabilità. Certo è che bisogna essere fermi su certi punti: dobbiamo dire di no a colui che predica la distruzio­ne dello Stato di Israele, dobbia­mo dire di no a quei movimenti politici, anche in Palestina, che predicano la stessa lezione e dobbiamo essere inflessibili su questo punto perché altrimenti mettiamo a rischio non soltan­to la nostra identità, non soltan­to la nostra civiltà, ma anche le relazioni internazionali. E questa è una situazione che può di­ventare esplosiva».

Oriana Fallaci vuole fare una vignetta su Maometto: lei lari­tiene un'iniziativa incauta, la inviterebbe a non farlo oppu­re no?

«Nella nostra Europa e nella no­stra America e, comunque, nel nostro Occidente le vignette so­no solitamente innocue e sono il pane della democrazia. Certo bisogna che non siano troppo ir­riverenti e offensive perché al­trimenti si incorre nelle censu­re. Mi auguro che non sia consi­derata una provocazione, per­ché non penso che lo sia».

Chi saranno i sostenitori di questo manifesto?

«Sono già un gruppo nutrito di parlamentari che sono promo­tori assieme a me e che lo han­no sottoscritto».

E una sorta di partito?

«No, non è un partito. Ho cerca­to di chiarirlo con precisione: non è un movimento, un partito, non chiediamo posti o seggi e posizioni. Però chiediamo a tutti coloro che lo sottoscriveranno due punti: primo, che si sia d'accordo sugli elementi che noi sottolineiamo, soprattutto sugli elementi di civiltà dell'Europa; secondo che su tutti quei punti, dalla vita alla famiglia, al matrimonio, alle libertà, alla religione e così via, ci si impegni ciascuno nel proprio ruolo, a tenerli fermi».

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Esaltato l'attacco degli estremisti islamici che ha causato 11 morti a Bengasi. Con una nuova minaccia: «I mujaheddin colpiranno presto in Afghanistan».

Al Qaida «firma» l'assalto al consolato italiano.

Su Internet il video del blitz alla nostra sede diplomatica in Libia: «Ne vedrete ancora di cose simili». Come colonna sonora, i canti di Zarqawi.

 

Il Giornale

24 febbraio 2006

Fausto Biloslavo

 

«Allah è grande - video sulla sconfitta dell'Italia», così si intitola un filmato apparso ie­ri su un sito internet vicino ad Al Qaida, che riprende le deva­stazioni del nostro consolato a Bengasi.

il filmato dura due minuti e 40 secondi e si apre con una scritta eloquente: «Kill the ka­fir for muslem» (uccidi gli infe­deli peri musulmani, ndr). Le ripre­se mostrano la facciata e le vie laterali del palazzo che ospita il consolato italiano a Bengasi, il capoluogo libico della Cirenai­ca. Le riprese sono state realiz­zate dopo le violenze di venerdì scorso, durante le quali sono morti 14 ma4festanti. Ovvia­mente vengono messi in evidenza la forza distruttiva e la quantità di danni subiti dalla sede consolare.

Probabilmente l'operatore non è riuscito ad entrare nel con­solato, ma si sofferma su alcu­ne scritte realizzate dai manife­stanti sui muri dei palazzi. Quella più grande dice «Allah è grande», mentre altre sosten­gono che «da forza è di Allah e del suo profeta». Altre inqua­drature mostrano la data degli slogan scritti sui muri del palaz­zo: «Bengasi 17/12/2006» e una parola di una frase più lun­ga, «Shuhada», che significa «martiri» in arabo e probabil­mente inneggia alle vittime uc­cise dalla polizia. «Allah è gran­de, video distruzione e incen­dio ambasciata italiana a Ben­gasi, Libia, video sulla sconfitta dell'Italia» è il titolo completo delle sequenze apparse sulla rete. Trattandosi di un forum islamico l'anonimo operatore si firma con l'inquietante pseu­donimo «lo sgozzatore». L'in­troduzione scritta risulta altret­tanto eloquente: «È stato incen­diato e distrutto il consolato ita­liano a Bengasi - si legge nel forum - che è una delle più famo­se città della Libia per il Jihad (guerra santa). Ne vedrete ancora di cose simili».

Un altro aspetto preoccupan­te è che sono stati inseriti come sottofondo per le immagini al­cuni canti tipici di Al Qaida uti­lizzati per i filmati del gruppo di Abu Musab al Zarqawi, il ta­gliagole di Osama Bin Ladenin in Irak. I pericoli fondamentalisti per il regime di Gheddafi han­no avuto inizio con i circa 500 volontari della guerra santa, che andarono a combattere i sovietici in Afghanistan negli anni Ottanta. Dopo la sconfitta dell'Armata rossa tornarono in patria. Nel 1995, con l'appog­gio finanziario di Bin Laden e le armi provenienti dal Sudan, fondarono il Gruppo islamico combattente libico (Al-Jama'a Al-Islainiyahal-Muqatilahfl-Li­bya), che voleva rovesciare il Colonnello a mano armata. Osama si era impegnato a pagare 50mila dollari per ogni militante che venisse ucciso da «martire». Proprio a Bengasi scoppiarono scontri durissimi con centinaia di morti e Gheddafi non esitò ad usare l'aviazio­ne per sterminare il Gruppo islamico. I superstiti raggiunse­ro Osama in Afghanistan al fianco del regime talebano. Nel 2001, al crollo dell'Emirato talebano, chi scrive ha trovato nei campi di addestramento di Al Qaida, alle porte di Kabul, i volantini del movimento anti-Gheddafi. I libici di Al Qaida non sono pochi: Abu Anas Al Li­bi è uno di loro coinvolto nel 1998 negli attentati contro le ambasciate americane in Ken­ya e Tanzania. Abu Hafs Al Libi combatté al fianco di Zarqawi in Irak, prima di venir ucciso nell'ottobre del 2004.

Tre giorni fa il quarantenne   Abu Laith Al Libi, un altro terrorista libico, si è presentato come capo dei combattenti arabi di Al Qaida in Afghanistan. «I nostri mujaheddin entrano nel­le città come Kabul, Jalabad, Kandahar e Herat (dove si trova un contingente italiano, ndr) - ha spiegato in un'intervista nell'ottobre 2004 registrata e diffusa su Internet -. Vi rimangono da due giorni a una settimana… e si ritirano solo dopo aver compiuto le loro azioni di guerriglia».


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Gli incidenti di Bengasi

Italiani d'Africa

23 febbraio 2006

Giovanna Ortu

 

La maglietta di Calderoli, senz'altro provocatoria ed inopportuna, ha avuto l'effetto di mettere in drammatica evidenza la criticità dei rapporti italo-libici passati all'improvviso dalla apparente calma piatta ad una fiammata esplosiva dalle tragiche conseguenze. Non abbiamo né la competenza, né forse la completa obiettività, per fare un'efficace analisi della situazione, passata al microscopio delle menti più acute di tanti politici, giornalisti, storici e specialisti di vario genere che se ne sono occupati - a partire dal 18 febbraio - e che verosimilmente se ne occuperanno ancora per un periodo non breve.

Riportiamo nelle pagine della nostra rassegna stampa alcuni dei commenti più significativi ed autorevoli; una rassegna stampa più estesa e completa è presente sul nostro sito.

I fatti registrano, venerdì 18 febbraio, una clamorosa manifestazione davanti al nostro consolato di Bengasi, presto degenerata in atteggiamenti violenti che hanno arrecato danni ed incendi alla nostra rappresentanza consolare, da poco perfettamente restaurata, mettendo in serio pericolo l'incolumità delle persone che vi si trovavano. L'intervento della polizia, che ha sparato sulla folla, ha lasciato sul terreno un numero ancora imprecisato di vittime, alcune delle quali di altra nazionalità. Come conseguenza il colpevole Calderoli è stato costretto alle dimissioni, dopo le quali il Presidente del Consiglio Berlusconi ha ottenuto rassicurazioni sulla incolumità degli oltre mille italiani che attualmente lavorano in Libia. La piccola comunità italiana di Bengasi è stata evacuata ed anche il Console Giovanni Pirrello che aveva scelto di restare, a difesa della sede, è dovuto rientrare precipitosamente in Italia per l'improvvisa scomparsa della mamma. Il Ministro degli Esteri Fini ha opportunamente incontrato, presso la moschea di Roma, gli ambasciatori dei paesi arabi ai quali ha dichiarato che “è indispensabile e doveroso rispettare ogni religione e chiedere altrettanto per la propria”.

Il significato dell'accaduto ha dei risvolti che trascendono la portata dei fatti e che hanno origine nella contrapposizione fra le due grandi religioni monoteiste, ma non si può negare che vi siano anche delle ragioni più modeste, riferite alla crisi del rapporto bilaterale finora negata o minimizzata dalle autorità italiane. Eppure i segni premonitori c'erano tutti anche se fingevamo di non accorgercene: la prima ricorrenza della festa dell'amicizia è stata tramutata di nuovo in “vendetta”, dopo che il governo italiano aveva di fatto tollerato che al mancato rilascio dei nostri visti seguisse una ancor più odiosa discriminazione con la concessione degli stessi ai soli ultra sessantacinquenni. Anche la disponibilità italiana a divenire intermediaria del Colonnello presso le grandi democrazie occidentali si è tramutata in un boomerang, facendo registrare un meno venticinque per cento delle nostre esportazioni a vantaggio di Stati Uniti, Francia e Germania. È vero, come hanno ricordato molti, che per noi la Libia è indispensabile per le forniture energetiche e forse anche per qualche commessa, dall'esito incerto, a vantaggio dei nostri imprenditori in crisi. Ma, proprio quando si desidera mantenere stabili rapporti con un partner insostituibile, è bene non mostrarsi codardi ed agire con chiarezza. Ciò vale ancor di più quando al partner si è legati non solo da ragioni utilitaristiche ma anche geografiche e sentimentali.

Nel momento in cui invece si pensa di sfruttare le tensioni collegandole alle strategie elettorali, l'esito rischia di diventare disastroso e lo spettacolo è certamente miserevole. In questo quadro rientrano i “mea culpa” di storici e politologi per addossare a noi italiani “cattiva gente” ogni colpa; Minoli, dal canto suo, ne ha approfittato per riproporre, per la quinta volta, la sua odiosa puntata di “La storia siamo noi”. Per fortuna si sono levate negli ultimi giorni voci autorevoli in difesa della reciprocità e della nostra identità di cattolici e di europei. È quella reciprocità che noi invochiamo da decenni sotto diversi profili con la sensibilità di chi ha saputo cristianamente perdonare coloro che, nel momento della confisca e della espulsione, non hanno saputo o voluto risparmiare i luoghi sacri chiudendo le chiese di Libia per trasformarle in moschee dopo aver venduto gli arredi al suq. Certo ricordiamo ancora che poche voci si levarono allora in nostra difesa comprese quelle del Vaticano. Del resto nessuno si è fatto avanti per parlare del restauro dell'antica chiesa di Bengasi seriamente danneggiata nei tumulti mentre il nostro pensiero è andato subito alla moschea di Samarra per il cui restauro abbiamo offerto un aiuto concreto: giustissimo sotto il profilo dell'importanza artistica che quel monumento riveste per l'intera umanità, ma vien da pensare che la generosità nasconda un inconscio bisogno di espiazione generalizzata.

Nel giorno in cui questo giornale va in tipografia, giovedì 23 febbraio, abbiamo appreso le decisioni del Consiglio dei Ministri – delle quali era stata preventivamente informata l'opposizione – per il rilancio dei rapporti italo-libici “… con misure altamente significative…”. Il nostro comunicato, pubblicato in questa stessa pagina, riporta il punto di vista dell'Associazione. Come sempre contano i fatti: noi abbiamo proseguito con fede e coraggio quella “traversata del deserto” che sembrava essersi conclusa dopo trentaquattro anni in un abbraccio liberatorio e fraterno con le autorità e il popolo libico. Ma era pura illusione perché appena i contrasti derivanti dagli opposti interessi sono riesplosi si è pensato di rimettere in discussione anche tutto ciò che ci riguardava. Nell'indifferenza con cui il governo italiano ha fino ad ora trattato la nostra questione e nella poca chiarezza delle risposte alle esorbitanti pretese libiche bisogna ricercare parte delle ragioni di quanto è successo.

Ora rivolgeremo a Berlusconi e Prodi un appello per sapere come, dal governo che uscirà dalle urne, sarà trattata la nostra questione augurandoci che le eventuali rassicurazioni fornite resistano alla prova dei fatti. Inshallah.

 

 


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Malessere sociale dietro i tumulti

 

Il Tempo

23 febbraio 2006

Antonella Tarquini

 

Le ragioni della crisi scoppiata in questi giorni a Bengasi «vanno ricercate nel profondo malessere sociale di una città da sempre in rotta con Tripoli e non sono dovute ad una recrudescenza dell'integralismo islamico, che il colonnello Gheddafi ha eliminato negli anni '90 a raffiche di mitra». È il parere di Antoine Basbous, direttore dell'Osservatorio dei paesi arabi da lui fondato, per il quale la manifestazione di venerdì scorso contro il consolato generale d'Italia a Bengasi «è stata voluta da Gheddafi ed è poi sfuggita di mano alle forze dell'ordine». In Libia, dice il politologo d'origine libanese autore di numerosi libri tra cui «L'islamismo, una rivoluzione abortità, pubblicato in Italia, dopo la sanguinosa repressione durata fino a pochi anni fa «gli integralisti non sono più strutturati tanto da poter riprendere forza, e mettere seriamente in pericolo il regime del colonnello. Non è escluso, ovviamente, che elementi fondamentalisti si siano infiltrati nelle manifestazioni di questi giorni per alzare il tiro dei disordini. Ma ritengo che si sia trattato soprattutto di un'esplosione della collera di giovani frustrati di una città, Bengasi, che non ha mai aderito alla politica di Gheddafi, che si è sempre sentita non amata e anzi trascurata da Tripoli in tutti i campi a cominciare dagli aiuti finanziari che a Bengasi arrivano con il contagocce impedendo progresso e sviluppo». Basbous è convinto che la manifestazione di venerdì scorso contro il consolato generale d'Italia sia stata voluta da Gheddafi per non essere accusato di ritardo dai colleghi arabi nell'ambito della contestazione contro le offese occidentali all'Islam, e sia poi sfuggita di mano alle forze dell'ordine. La Libia, ricorda, è stato il primo paese arabo a chiudere il 29 gennaio la sua ambasciata a Copenaghen, e il giorno dopo ha deciso il boicottaggio dei prodotti danesi. Il 2 febbraio l'Unione degli studenti libici ha organizzato un sit in davanti alla missione diplomatica danese a Tripoli, e tutto ciò «è avvenuto sotto il controllo del regime». Al fatto che poi «Calderoli ha acceso la miccia», Basbous aggiunge l'ipotesi che Gheddafi si sia irritato per la promessa fatta da Berlusconi al premier libanese Fouad Siniora, in visita a Roma il 15 febbraio, di cooperare con Beirut nell'inchiesta sulla scomparsa dell'imam sciita libanese Moussa Sadr, sparito nel 1978 in viaggio tra Tripoli e Roma. Gli sciiti sostengono che l'imam fu rapito in Libia per ordine di Gheddafi e il colonnello, secondo Basbous, «non gradisce che si ritiri fuori la vicenda».

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La spada di cartone

Corriere della Sera

23 febbraio 2006

Gianni Riotta

 

Sorprende nella risposta europea alla mobilitazione islamica dopo le vignette danesi il tono da salotto d' opinione, una colta e raffinata conversazione E' come se i leader dell' Unione europea si fossero trasformati in columnist di prestigio. C' è chi prevede fosco lo scontro di civiltà, chiamandoci stentoreo a difendere i valori occidentali. E c' è chi invece, felpato, raccomanda il dialogo. Ma la discussione, a Bruxelles come a Roma, si svolge nel vuoto di iniziativa, come se l' Ue non rappresentasse la seconda potenza mondiale. Il vecchio continente sembra ridotto all' impotenza davanti al tumulto del nuovo mondo, e si rinserra dentro grottesche maschere di Carnevale, il crociato che impugna l' Excalibur di cartone, il multiculturalista che sogna di sedare la jihad con le collanine. Interessi contro valori, scontro con il nemico e dialogo con chi è disponibile, la dialettica seria di ogni strategia diplomatica è ignorata, fino alla débâcle. E' ovvio che occorra difendere i valori di tolleranza e convivenza creati con millenni di sofferenze e persecuzioni, a partire dalla cruciale libertà di espressione. Al tempo stesso è evidente come, nel disegnare una linea di azione, non possiamo cadere nell' ottuso «io sol combatterò, procomberò sol io», senza guardare con attenzione e intelligenza a ogni alleato possibile. Churchill, un leone nel difendere i valori occidentali, dichiarò che contro Hitler avrebbe trovato del buono anche nel diavolo e lavorò, finché necessario, con Stalin. Poi lo denunciò. Credere nei propri ideali non vuol dire star fermi a digrignare i denti, si può essere candidi come colombe e astuti come serpenti. Il dibattito non è dunque tra «difesa dei valori» e «dialogo interculturale», alla stregua di farmaci rivali. E' tra come usare il dialogo tra le culture per difendere i valori, comprendere le culture vicine e impedire che il nichilismo fondamentalista trionfi. E' pericoloso non vedere come le proteste di regime in Siria e Iran siano diverse dai moti di Libia. Ed è strategicamente devastante restare accecati davanti a un inesistente islam monolitico, perdendo di vista il caleidoscopio di realtà e individui, che la umma - la comunità islamica, araba solo per un quinto - offre, nella storia e nel presente. Dalla Giordania allo Yemen e all' Egitto, intellettuali d' avanguardia si interrogano sulla reazione di sangue alle dissennate vignette, «Gli islamisti cercano la prova di forza» scrive Jihad Khazen sul quotidiano panarabo Al Hayat, la cercano contro gli occidentali ma soprattutto nella fitna, la guerra civile contro i musulmani non violenti. Due superpotenze, Stati Uniti e Chiesa cattolica, hanno affrontato la crisi vignette con diverso aplomb, ribadendo gli ideali ma confermando che chi persegue una missione mondiale non può dimenticare né principi né pragmatismo. Deve parlare chiaro, ma anche dialogare sotto voce, senza l' harakiri dei vignettisti. Il Vaticano ricorda che i gran visir ottomani tolleravano cattolici e cristiani ortodossi, ma deprecavano gli sciiti, considerando i puritani wahhabiti arabi come l' al Qaeda di oggi, estremisti da reprimere con ogni mezzo. E pratica la lezione dello studioso Reza Aslan, memore della guerra civile islamica tra chi vuol «chiudere il cancello del Corano», nell' ijtihad, l' interpretazione dei fondamentalisti, e chi voleva aprirlo al dibattito, come il poeta Muhammad Iqbal. Il Gran Mufti d' Egitto Muhammad Abdu, morto nel 1805, lamentava «abbiamo guardato con tanta speranza al liberalismo inglese», la delusione ha spianato la strada agli estremisti. Se l' Europa insiste nel dividersi tra Hobbes e Pollyanna, tra cinismo e illusioni, l' impotenza dilagherà, i fondamentalisti non saranno messi in scacco e i loro nemici nella umma resteranno isolati. La guerra globale è una lunga guerra, l' Unione deve sapersi muovere con fermezza nelle crisi, dialogando nei giorni quieti. Non c' è da farsi illusioni, senza le vignette i fondamentalisti avrebbero trovato una scusa diversa per attaccare briga. Portare lo scontro sul terreno delle idee e non della provocazione goliardica, Rushdie non Calderoli, ridarà vantaggio morale a noi europei. A patto di non essere né paurosi né gradassi.

 


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Il Berlusconi soft di Al Jazira: speranze nel buonsenso di Hamas

Corriere della sera

23 febbraio 2006

Maurizio Caprara

 

Ha «molte speranze» nel rifiuto della violenza da parte dei capi di Hamas, nel prevalere di un «buonsenso» che li porti a capire le opportunità di un negoziato. Spera di veder realizzato il progetto di due Stati per due popoli, guardato con favore da Israele e «coltivato da Arafat» per i palestinesi. È deciso a far ritirare tutti i soldati italiani dall' Iraq. Prova «indignazione» per le torture di Abu Grahib, promette che «i colpevoli saranno puniti». Ritiene che la prigione di Guantanamo si debba chiudere «con la massima celerità». E mentre condanna il terrorismo, che definisce «l' azione di guerra contro civili inermi», tiene presente una distinzione: «La guerra di resistenza si può capire, ed è la guerra di uomini armati contro chi è armato e ha la possibilità di contrapporre la sua difesa a chi produce l' attacco». Non è Paolo Cento, il verde cresciuto in Lotta continua per il comunismo, né un pacifista o un no global. È Silvio Berlusconi nella versione per il pubblico del Medio Oriente messa in campo nell' intervista ad Al Jazira registrata martedì e in programma, per oggi, nella sua forma integrale sulla tv qatarita. Il Corriere ne ha ascoltato il nastro. Trascorsi poco più di tre giorni dall' assalto al consolato italiano a Bengasi, a parlare è un Cavaliere non del tutto abituale. Per i toni, per certe sfumature che rielaborano in un senso ben più arabo-compatibile frasi pronunciate in passato. «Sono molto deluso e addolorato», dichiarò il presidente del Consiglio quando si ebbe la notizia della vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi. «Un risultato molto, molto, molto negativo», lo giudicò. Era il 26 gennaio. Martedì con Imad Al Atrash, l' inviato di Al Jazira, Berlusconi ha trasformato il mesto «comunque lasciamo spazio alla speranza» di allora nella descrizione del seguente stato d' animo: «Ho molte speranze che i protagonisti di Hamas, passati da quel che era l' atteggiamento di lotta armata nei confronti di Israele, recepita questa responsabilità, percepiscano che possono ottenere molto di più attraverso il negoziato che non attraverso la violenza». L' intervistatore gli fa notare che il governo italiano considera Hamas un' organizzazione terroristica. Berlusconi: «Credo che se Hamas riconoscerà lo Stato di Israele e deporrà le armi rinunciando alla violenza, gli Stati e anche l' Unione europea saranno ben lieti di cominciare a parlare con un governo legittimamente e democraticamente eletto. Prima Hamas era un' organizzazione terroristica con cui non si poteva avere e non c' era nessun dialogo. Con un governo si può avere un dialogo, sempre che questo governo faccia propri i principi del rispetto degli altri e della democrazia». Al Jazira domanda se allora Berlusconi appoggia il taglio dei fondi a un' Autorità palestinese con Hamas. Berlusconi evita i sì e i no: «Credo che tutta la comunità internazionale debba reagire insieme...». Quando si ritira l' Italia dall' Iraq? «Entro quest' anno», conferma il Cavaliere, pur difendendo la missione. «Abbiamo provveduto al ritiro del 20% dei reparti», rivendica. E vanta i buoni rapporti dell' Italia con gli arabi «attraverso i governi precedenti e attraverso il mio». «Anche con l' Iran», assicura, rimarranno «intensi scambi».


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Fini: attacchi in Libia, responsabilità di Calderoni

 

Corriere della Sera

23 febbraio 2006

Maurizio Caparra

 

Spinto dalla protesta della Libia, irritata dal sentir presentare gli scontri di Bengasi come il frutto di un «tentativo di destabilizzare il regime di Gheddafi», Gianfranco Fini ieri ha corretto il tiro. Davanti alle commissioni Esteri e Affari costituzionali di Camera e Senato, riunite nonostante il Parlamento sia sciolto, il titolare della Farnesina e presidente di An ha indicato la maglietta con le vignette su Maometto esibita dal leghista Roberto Calderoli tra le cause dell' assalto al consolato italiano scattato venerdì nella città della Cirenaica. E lo ha fatto inviando al Colonnello ulteriori segnali distensivi, a partire dall' intenzione di «chiudere definitivamente il capitolo storico del passato coloniale, anche con altre misure significative, oltre a quelle già eseguite o in via di definizione». Negli incidenti cominciati a Bengasi, che si sono estesi a Tobruk, secondo il ministro degli Esteri sono morte 14 persone. Invece di ripetere la tesi sugli attacchi a Muhammar el Gheddafi, Fini ha affermato con diplomazia che i «disordini hanno probabilmente anche matrici e motivazioni non tutte immediatamente riconducibili alla pubblicazione delle vignette satiriche o a intenti anti-italiani in collegamento ai comportamenti di Calderoli». Poi è ricorso alla constatazione che da venerdì aveva preferito evitare: «È però verosimile che, senza i motivi offerti dalle sue affermazioni, nonché dalla loro reiterazione con intenti apparsi provocatori, le manifestazioni difficilmente avrebbero preso di mira obiettivi italiani». Insomma, anche se «il vero problema» sta nella «violenza globale scatenata dall' integralismo islamista», qualora Calderoli non avesse mostrato la maglietta al Tg1 è probabile che il consolato sarebbe rimasto in pace. Sullo show dell' allora ministro, Fini ha riferito di malcontenti registrati da parte di più Stati arabi. «Tutti però hanno capito dall' inizio che si trattava di opinioni personali di Calderoli», ha sostenuto, «e non del governo». Nella seduta, il ministro dell' Interno Giuseppe Pisanu ha spiegato che, oltre a quelle legali, in Italia le proteste per le vignette sono consistite soltanto in un «limitato volantinaggio, subito represso», per «boicottare» i prodotti italiani, danesi, norvegesi, spagnoli e tedeschi. «Fino a ora nulla induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza interna», ha sottolineato Pisanu, pur ammettendo: «Non possiamo escludere l' ipotesi di autonome iniziative di rivalsa, anche individuali, sia contro i simboli e le istituzioni degli Stati accusati di oltraggio all' Islam, sia contro l' Italia, che nell' ottica jihadista rappresenta il cuore dell' Occidente "crociato" alleato con gli Usa». Da qui, un' «allerta» del Viminale. All' opposizione, Fini ha chiesto di non «cavalcare le violenze di Bengasi per puro calcolo elettorale». Nel dibattito, il segretario dei Ds Piero Fassino ha giudicato le relazioni dei due ministri «condivisibili». Ma osservando: «Vi prego di prendere atto però che il vostro tono non è quello di altri della maggioranza di governo, a partire dal presidente del Senato che ha dato un' intervista di tutt' altra impostazione», quella con Marcello Pera pubblicata martedì dal Corriere. M. Ca. GIUSEPPE PISANU «Fino ad ora niente induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza interna», ha detto il ministro Pisanu . 

 

                                                                                                                              


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Eccesso di scuse

 

Corriere della Sera

23 febbraio 2006

Magdi Allam

 

Chi l' avrebbe mai detto che saremmo dovuti intervenire a difesa di Roberto Calderoli, per scagionarlo dall' accusa di aver provocato l' assalto terroristico di Bengasi?E quindi difenderlo dalla responsabilità indiretta per i 14 morti uccisi dalla polizia libica davanti al nostro consolato. E non va neanche bene, come ha fatto Fini ieri, sostenere da un lato che se non ci fosse stata la provocazione di Calderoli «le manifestazioni difficilmente avrebbero preso di mira obiettivi italiani», per poi precisare, dall' altro, che «il vero problema sta nell' ondata di violenza globale che è stata scatenata dall' integralismo islamista». Così come c' è una incongruenza nella tesi di Pisanu secondo cui, per un verso, «nulla fino ad ora induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza interna» ma, per l' altro, «non possiamo escludere l' ipotesi di autonome iniziative di rivalsa, anche individuali». Cari ministri, mettetevi nei panni degli italiani: quale messaggio recepiscono quando dite una cosa e l' esatto opposto? Di questi tempi il cerchiobottismo non può funzionare, perché l' estremismo e il terrorismo non si cancellano esorcizzandoli. Facciamo un minimo di cronaca giornalistica per spiegare la successione dei fatti. L' 8 febbraio scorso la Repubblica intervista il ministro leghista e registra queste sue dichiarazioni: «Questa gente la sconfiggi solo con la forza (...) Deve intervenire il Papa, come fecero Pio V e Innocenzo XI nel ' 500 e nel ' 600». Lo stesso giornale il 9 febbraio interpella e pubblica la reazione del figlio di Gheddafi, Seif al-Islam: «Berlusconi deve licenziare quel ministro e chiedere scusa all' islam». Arriviamo al 15 febbraio scorso. A Tripoli il nostro ambasciatore Francesco Trupiano riceve nella mattinata una nota di protesta ufficiale in cui la Libia, nel condannare le dichiarazioni di Calderoli e nel chiederne le dimissioni, riapre minacciosamente il dossier delle relazioni bilaterali. Ed è solo nella serata del 15 febbraio che Calderoli esibisce su Raiuno,in modo irresponsabile e provocatorio, la maglietta con la vignetta su Maometto. Passano due giorni. I sermoni delle moschee di Bengasi, il cui testo deve essere approvato preventivamente dal regime, aizzano contro gli italiani. Ora sappiamo che la situazione è sfuggita di mano al regime, che la collera è stata strumentalizzata dagli integralisti islamici, che nel caos totale la polizia ha sparato all' impazzata. Ma è del tutto evidente che non c' è alcun rapporto di causa-effetto tra la provocazione di Calderoli e l' attacco terroristico al nostro consolato. Eppure il giorno stesso Berlusconi chiede le dimissioni di Calderoli. Il 18 febbraio Pisanu telefona a Gheddafi. L' Apcom afferma che «le spiegazioni (date da Pisanu) sarebbero state accolte con favore da Tripoli che comunque attenderebbe le dimissioni di Calderoli come segno tangibile della buona volontà italiana». Il 19 febbraio il figlio di Gheddafi dichiara compiaciuto: «Sì, l' ho detto dall' inizio di questa vicenda (che Calderoni doveva dimettersi). Berlusconi l' ha fatto ed è stato un gesto responsabile (...) Ma questo è il primo passo». Ora che Calderoli si è dimesso, i problemi di fondo restano irrisolti. La nostra classe politica, governo e opposizione, sembrano impegnati in un numero di magia che esorcizzerebbe il nemico e il pericolo facendo finta che non esistano e professandoci buoni, dialoganti e pacifici. Ci scusiamo con Gheddafi per l' attacco al nostro consolato. Ci scusiamo con l' insieme dei musulmani per le vignette pubblicate da un quotidiano danese quando lo stesso governo danese, attenendosi allo stato di diritto, non si è scusato. Ma al tempo stesso incrociamo le dita sperando che Dio ce la mandi buona. Insomma, neghiamo l' evidenza e ci facciamo del male.

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Fassino apprezza, la Lega insorge:"Inaccettabile"

Avvenire

23 febbraio 2006

Giovanni Grasso

Fassino apprezza il tono usato da Fini e Pisanu in Parlamento sugli incidenti a Bengasi. Mentre dalla Lega arrivano fulmini sulla testa del ministro degli Esteri, per via delle critiche a Calderoli. Si giocano su questo doppio binario i commenti e le reazioni del mondo politico italiano all'audizione dei ministri degli Esteri e dell'Interno alle Commissioni riunite esteri e difesa di Camera e Senato. Il segretario dei Ds ha infatti espresso l'apprezzamento per il tono usato dai ministri Pisanu e Fini, l'assicurazione che il centro sinistra «non cavalca le proteste» e la disponibilità» ad appoggiare il governo se si incammina nella direzione del dialogo con il mondo islamico moderato e non segue chi, come Pera e Calderoli, spinge «per una contrapposizione frontale all'islam che può essere foriera solo di ulteriori conflitti». Fassino ha anche fatto notare che la guerra in Iraq, comunque la si pensi sulla sua opportunità, «è stata percepita dal mondo arabo come una guerra degli occidentali contro di loro».

E per questo è importante per l'Occidente -ha aggiunto Fassino- che ci sia una politica svolta a superare le contrapposizioni frontali. Questo si può fare ? ha detto Fassino - se si individua nell'islam interlocutori democratici, riformisti, moderati, laici, che non accettano la deriva fanatica e integralista».

Tutt'altra musica dalla Lega nord, che ha mostrato di non gradire affatto le affilate critiche di Fini all'operato di Calderoli.

«Amarezza e sconcerto» è il commento del ministro della Giustizia Roberto Castelli, che spiega: «Quando ho letto le agenzie di stampa che riportavano non ci ho voluto credere perché mi sembrava impossibile che Fini potesse dire una cosa del genere, nella sede poi più ufficiale possibile, che è la sede in cui un esponente del governo riferisce al Parlamento». E poi l'attacco a Fini: «Ha esposto gravi opinioni personali, non suffragate dai fatti: e questa è una cosa assolutamente inaccettabile», perché è vero invece che gli avvenimenti di Bengasi «non hanno nulla a che fare con la vicenda e l'esternazione di Calderoli». Mentre il collega di partito Mario Borghezio bolla come «ingenerose e infondate» le parole di Fini contro Calderoli: «Sono affermazioni - ha detto - che si ritorcono sulla credibilità di chi le ha pronunciate».

Il capogruppo della Margherita alla Camera Pierluigi Castagnetti ha invece criticato il fatto che il governo e la maggioranza abbiano atteggiamenti «contraddittori» sulla questione islamica.

Ciò che emerge dal vostro operato è un dilettantismo privo di strategia, quantomeno per l'area mediterranea. Occorre una cultura di governo senza improvvisare e sottolineo che non è l'opposizione a strumentalizzare questi temi».


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Fini: gli incidenti in Libia colpa anche di Calderoli

Avvenire

23 febbraio 2006

Giovanni Grasso

Nessuna giustificazione al gesto di Calderoli, che viene stigmatizzato con severità, ma anche la consapevolezza che il problema dell'estremismo islamico non si racchiude solo nella questione delle vignette. Alle Commissioni riunite Esteri e Affari costituzionali di Camera e Senato, il ministro degli Esteri Gianfranco Fini e quello dell'Interno

Giuseppe Pisanu sono andati a riferire sui fatti di Bengasi e, ovviamente, la discussione si è allargata sulla questione del giorno, ossia il problema dei rapporti tra Occidente e islam. E il tono dei due esponenti di governo è apparso sulla linea del dialogo con gli islamici moderati, piuttosto che su quella dello scontro di civiltà, evocato dal presidente del Senato Pera e dalla Lega nord. La condanna del gesto di Calderoli è stata unanime.

Fini si è spinto più in là, denunciando che «senza i motivi offerti dalle affermazioni reiterate e provocatorie del ministro delle Riforme le manifestazioni di Bengasi, difficilmente avrebbero preso di mira obiettivi italiani».

Ma, ha aggiunto, «il problema principale che in queste settimane è venuto alla luce in tutta la sua drammaticità» non è certo quello delle vignette, ma «nell'ondata di violenza globale che è stata scatenata dall'integralismo islamista» in tutto il mondo. Fini ha ribadito che la linea del governo è nei confronti del mondo islamico «responsabile e costruttiva», ma ha aggiunto che il dialogo «non è un esercizio a senso unico, né tanto meno supino» e ha speso delle parole per la difesa della libertà «di tutte le religioni, ad iniziare naturalmente da quella cattolica». Un particolare importante sugli incidenti di Bengasi («tra le vittime ci sarebbero anche non libici», a significare il fatto di possibili infiltrazioni da altri Paesi arabi) e un monito all'opposizione: «Attenzione a cavalcare le violenze di Bengasi per puro calcolo elettorale... Guai se dovessimo dare ai fanatici l'impressione di poter trarre vantaggio a seguito delle nostre divisioni».

Sulla stessa linea il titolare dell'Interno Pisanu, per il quale è in atto un «tentativo di strumentalizzare lo sdegno dei musulmani, offesi nel loro sentimento religioso dalla pubblicazione delle famigerate vignette.

Il fine è, ancora una volta, quello di seminare divisioni, odio e violenze, alla ricerca di uno scontro di civiltà che davvero prenderebbe corpo se cadessimo nella trappola di una reazione eguale e contraria, secondo la logica dell' occhio per occhio, dente per dente?». Ciò, per il ministro, «non esclude affatto risposte dure e richieste di riparazione proporzionate alle offese specialmente da parte dell'Unione Europea». Pisanu ha ricordato che «il primo bersaglio dell'estremismo organizzato non sono gli occidentali crociati contro cui si scagliano le masse aizzate, ma i governi islamici considerati apostati perché si sono aperti alla comunità internazionale e al dialogo con le altre culture». Per questo motivo, dunque, «tutti questi governi sono da considerare almeno potenzialmente, nostri naturali alleati».

E il terrorismo e l'estremismo politico «che in questi giorni accendono le piazze sono nemici comuni: li sconfiggeremo tanto più rapidamente quanto più sapremo coltivare queste alleanze con equilibrio e lungimiranza».

Il ministro ha parlato della situazione interna, spiegando che «fino ad ora nulla induce a previsioni pessimistiche per la sicurezza interna».

Anche se «non possiamo escludere l'ipotesi di autonome iniziative di rivalsa, anche individuali, sia contro i simboli e le istituzioni degli Stati accusati di oltraggio all'Islam, sia contro l'Italia».

Molto spazio, nel suo intervento, lo ha dedicato alla questione dell'immigrazione, ricordando che «la società aperta è chiusa, ferreamente chiusa, agli intolleranti». Del resto, ha detto, il tasso di crescita della popolazione musulmana in Europa è in crescita esponenziale, specialmente nelle aree metropolitane e, dunque, «è facile prevedere che molte città sono destinate a diventare, prima o poi, di maggioranza musulmana». Per questo servono il dialogo e gli strumenti di integrazione, come la Consulta degli islamici d'Italia voluta dallo stesso Pisanu e insediata recentemente al Viminale. Parole, infine, in difesa della Libia, che svolge «nella collaborazione tra l'Italia e i governi dell'Islam laico e moderato, un ruolo di primaria importanza» ed è fortemente

«con noi impegnata nella lotta al terrorismo».

In serata, rispondendo alle domande di Maria Latella per Sky, il ministro degli Esteri ribadisce la sua linea anche a costo di entrare in rotta di collisione con le tesi del presidente del Senato Pera che aveva lamentato la pavidità dell'Ue rispetto all'aggressione terroristica: «Attenzione a dire che l'Europa abbia un atteggiamento pavido nei confronti del mondo musulmano». E ha citato a proposito «la fermezza» con cui l'Ue ha chiesto ad Hamas di riconoscere lo Stato di Israele.


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Islam, Allam chiama l'opposizione

Secolo d'Italia

23 febbraio 2006

Luca Maurelli

 

«Il dialogo? È sempre possibile, anzi è indispensabile, ma solocon coloro che rispettano la vita, l'identità e le idee dell'interlocutore».Magdi Allam, vicedirettore ed editorialista del “Corriere della Sera” scorre al computer le dichiarazioni diel ministro Fini sulla “reciprocità” nei rapporti con l'Islame le sottoscrive.

Ma ribadisce quelli che da sempre lui considera i “paletti” invalicabile nell'approccio con la comunitàmusulmana.

Qual è il limite tra la comprensione dell'altro e la tolleranza passiva, Allam?

on si può dialogare con chi disconosce il diritto alla vita, disprezza l'identità altrui, persegue l'obiettivo di distruggere un'altra civiltà. Oggi più che mai ci devono essere dei punti fermi, altrimenti non si dialoga ma si calano le braghe.

Il concetto della reciprocità nei rapporti, nel rispetto l'uno dell'altro, deve essere il punto di partenza di una politica che però sa anche fare muro contro chi considera l'Occidente un nemico e basta. Non si tratta di una questione formale, ma sostanziale: la salvaguardia della vita e deivalori universali dell'Occidente è interesse di tutti, musulmani compresi.

Fini sostiene che i valori occidentali non possono essere imposti con la forza...

a democrazia non si può esportare, perché questo concetto non implica soltanto che la gente si metta in fila e deponga la scheda nell'urna. Questo è un concetto di democrazia formale, come quello che negli anni Trenta portò al potere il nazismo, che ha portato al governo della Palestina gli estremisti di Hamas, che ha spalancato le porte del Parlamento egiziano a ottantotto deputati che aderiscono al movimento dei “Fratelli musulmani”, quelli che disconoscono l'esistenza di Israele.

Ecco, non è questa la democrazia da esportare o da imporre. Noi dobbiamo invece assicurarci che nostri interlocutori siano reali, che ci ascoltino, che condividano quei valori fondanti che sostanziano la democrazia. Esportare il meccanismo democratico del voto senza dargli contenuti condivisi, senza radicare in quelle società anche valori universali come la sacralità della vita, la tutela dei diritti della persona, significa solo avvantaggiare l'Islam estremista.

Ritiene che atteggiamenti eccessivi, come quelli dell'ex ministro Calderoli, possano fornire alibi ai fondamentalisti che odiano l'Occidente?

ì, in questo concordo con Fini, con il gesto della vignetta Calderolini si è comportato in maniera irresponsabile assumendo per sè un atteggiamento provocatorio che alla fine ha finito per coinvolgere tutto il governo. Ma su altro punto dissento dal ministro: io resto convinto che all'origine dei tumulti di Bengasi contro il consolato italiano non ci sia l'ostentazione in tv della maglietta con la vignetta su Maometto. Lo dimostra il fatto che già nei giorni precedenti il figlio del leader libico Gheddafi rilasciava un'intervista nella quale chiedeva le dimissioni di Calderoli per alcune sue dichiarazioni in cui invitava il Papa ad assumere la guida della controffensiva cattolica contro l'Islam. Per questo dico che l'attacco al consolato italiano era preordinato ed è poi sfuggito di mano al governo libico. Dobbiamo fare attenzione a non commettere l'errore di voler a tutti i costi smorzare la tensione con la diplomazia, perché altrimenti si dà un incentivo maggiore a chi ritiene di potere dettare le proprie condizioni ai paesi occidentali anche alimentando il malcontento contro l'Occidente.

Condivide la necessità di un atteggiamento bipartisan sulla questione islamica?

Senza dubbio, la classe politica italiana, tutta, deve arrivare a una elaborazione comune sull'atteggiamento da tenere nei confronti di quella che è ormai un'emergenza internazionale. Ma senza cadere nella faciloneria di pensare che qualsiasi spunto, compreso la pubblicazione delle vignette in Danimarca, sia da considerare una ingiusta provocazione che in qualche modo giustifica la reazione violenta del terrorismo.

Perché ciò che avviene nell'ambito del terrorismo è sempre opera di burattinati nascosti nell'ombra, non nasce certo da reazioni spontanee.

Quale sarebbe l'atteggiamento italiano nei confronti degli estremisti se vincesse il centrosinistra dei no-global e dei comunisti?

Abbiamo visto sabato scorso quali pericoli correrebbe il Paese se nell'Unione prevalessero le posizioni di chi inneggia alla strage di Nassiriya, di chi brucia in piazza la bandiera americana. Sono posizioni politiche pericolose perché dimostrano una collusione ideologica con il terrorismo e allo stesso tempo sono espressione di illegalità, perché l'apologia di reato è nel codice penale. E sarebbe ora che anche la magistratura si muovesse...


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Aiutiamo i moderati

Corriere della Sera

22 febbraio 2006

Piero Fassino

 

Caro Direttore,

vi è chi rimprovera ai politici occidentali e italia­ni (lo hanno fatto sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, Magdi Allam e Angelo Panebianco) una sorta di passività politica e subalternità culturale che impedirebbe di vedere i pericoli gravi insiti nelle manifestazioni che scuoto­no i Paesi islamici. E si chiede maggiore e più visi­bile fermezza contro chi assalta ambasciate e chie­se, aggredisce occidentali, brucia bandiere di nazio­ni democratiche. Ora non vi può essere dubbio sulla condanna netta ed esplicita dì ogni violenza, tanto più quando colpiscono istituzioni e simboli del tutto pacifici. Così come netta deve essere la condanna verso chi in Italia brucia bandiere americane o israeliane.

Ma la condanna da sola può non bastare. Serve individuare con quale strategia rispondere.

L'ondata di manifestazioni dice quanto profondo sia diventato il solco che divide l'Islam dall'Occidente. Dall'11 settembre — che fu salutato in molte capitali islamiche con manifestazioni di giubilo — ad oggi la situazione si è fatta via via più critica: la guerra in Iraq — comunque la si giudichi — è stata vissuta da gran parte dell'opinione pubblica islamica come una guerra occidentale contro l'Islam. E le vittorie elettorali di Hamas in Palestina, dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ahmadjnejad in Iran hanno reso visibile l'espandersi di consenso all'integralismo. Un diffuso rancore antioccidentale non riconducibile solo più a ristretti gruppi e che va molto al di là della querelle sulla opportunità delle vignette satiriche.

L'Islam però non è un tutto omogeneo e compatto. L'Islam non è solo Al Qaeda; né i Fratelli Musulmani rappresentano la complessità del mondo islamico.

Appartengono all'Islam anche le donne marocchine che hanno conquistato una riforma del codice civile più rispettosa della loro condizione e dei loro diritti; i ragazzi e le ragazze di Beirut che hanno riempito le piazze invocando democrazia e libertà; le classi dirigenti riformiste e democratiche di Turchia, Giordania, Marocco, Emirati Arabi; i milioni di iracheni che, sfidando i terroristi, sono andati a votare. L'Islam è anche Abu Mazen e quella parte della dirigenza palestinese che vuole una pace fondata sul riconoscimento sì dei propri diritti, ma anche di quelli di Israele. E sono Islam quei tanti studenti universitari di Teheran che non accettano di sottomettersi all'intolleranza fanatica dei «Guardiani della Rivoluzione».

Nostro compito è non lasciare sole le forze democratiche e riformiste, ma aiutarle a contrasti derive integraliste e fanatiche. Così come con altrettanta coerenza, si deve chiedere piena e riconosciuta libertà di culto nei Paesi islamici per cristiani, gli ebrei e per ogni altra fede religiosa.

Per questo serve una politica dell'Occidente capace di promuovere, riconoscimento reciproco, dialogo interculturale e interreligioso, cooperazione economica e politica. Non perché si sia ignavi o imbelli, ma perché questo è il modo più utile per sconfiggere chi vorrebbe trascinarci in una guerra civiltà e di religioni.

Per questo Calderoli non poteva che dimettersi suoi atteggiamenti offrono alibi e argomenti all'integralismo e mettono in difficoltà chi nei Paesi di religione islamica si batte perché il fanatismo non prevalga. E per questo è urgente che l'Italia indichi con quali gesti e quali scelte intende dare al mone islamico un'immagine diversa da quella offerta da Calderoli.

In Medio Oriente occorre sostenere la ripresa di una forte iniziativa del «quartetto» — ONU, Russi, USA e Ue — che solleciti Hamas ad assumere la piattaforma indicata dalla Road Map, compreso il pieno riconoscimento della legittima esistenza de Stato di Israele.

Di pari passo a una forte iniziativa politica e di pressione nei confronti di Teheran perché garantisca sull'uso esclusivamente pacifico dell'atomo, bisogna affiancare un'azione per la riduzione degli armamenti nucleari, perché la comunità internazionale sarà più forte nel chiedere garanzie all'Iran se contemporaneamente spinger altri Paesi della regione a ridurre i loro arsenali nucleari.

Il rientro delle truppe italiane dall'Iraq entro il 2006 va accompagnato da sostegni economici e politici utili alla crescita e alla stabilizzazione della democrazia. Più in generale vanno rilanciati il dialogo interreligioso e interculturale e, insieme, una cooperazione economica, culturale e politica che offra l'immagine di un Occidente che vuole costruire il futuro del pianeta insieme all'Islam e non contro.

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Berlusconi, appello al dialogo. Tensione Fini-Libia

Il Cavaliere su Al Jazira. Tripoli: il vicepremier smetta di accusare. La tv area oscura la t-shirt di Calderoli.

Corriere della sera

22 febbraio 2006

Maurizio Caprara

 

Davanti alle tele­camere di Al Jazira, Silvio Berlusconi ha descritto quel­li tra Italia e Libia come rap­porti tranquilli. «Ho parlato a lungo con il leader libico Gheddafì» ha detto ieri il pre­sidente del Consiglio alla troupe della televisione qatarita ricevuta a palazzo Grazioli. Si riferiva alla telefona­ta con il Colonnello dopo l'as­salto di venerdì al consolato d'Italia a Bengasi. «Mi ha as­sicurato la difesa dell'incolu­mità dei nostri connazionali» ha spiegato. «Quindi tra i no­stri due Paesi non si è verificato e non c'è ancora oggi nessun problema» ha soste­nuto Berlusconi.

È stata la voglia di appari­re distensivo al pubblico di una delle tv più viste dai musulmani del Medio Oriente a spingere il Cavaliere a rila­sciare l'intervista.

Al Jazira, uno dei canali più detestati dall'ammini­strazione Bush, non è un'antenna familiare per lui. Ma pur di prevenire altre riper­cussioni dell'esibizione di Ro­berto Calderoli, ripreso al Tg1 con la maglietta delle fa­mose vignette su Maometto mentre era ministro, Berlu­sconi ha sorvolato sui pessi­mi giudizi dati negli Usa sulla tv qatarita per i servizi da Bagdad e Kabul. Il suo scopo era evitare associazioni di idee tra l'Italia e i disegni che sono risultati detonatori per le esplosioni di sdegno tra i musulmani.

«Non c'è altro modo per co­struire un futuro di benessere giustizia e per tutti che ri­spettarsi a vicenda» ha sotto­lineato Berlusconi, invitando a «conoscersi di più» con «bontà» e «comprensione e rispetto tra i popoli». È per que­sto che nell'intervista, da tra­durre in arabo, in onda su Al Jazira stasera, avrebbe defi­nito le vignette da «stigmatizzare». Aggiungendo: «La sati­ra non deve essere irrispetto­sa dei sentimenti altrui».

Con Tripoli, la situazione è più intricata. Lo confermano parole del ministro della Dife­sa Antonio Martino: «I rap­porti tra l'Italia e il regime di Gheddafì sono da sempre dif­ficili e continuano ad esserlo». Ieri hanno continuato ad esserlo con un avviso rivolto al ministro degli Esteri Gian­franco Fini, il quale domeni­ca su Raitre aveva comincia­to a sostenere una tesi ripetu­ta più tardi: «Vi sono dei fer­menti che mettono in discus­sione la leadership di Ghed­dafi». Al Colonnello da fasti­dio che, per ridimensionare il nesso tra le violenze di Ben­gasi e la maglietta di Calderoli, uomini di governo puntino l'indice su fermenti interni alla Libia. Il Tg1 si vede anche lì. Accreditare l'idea di un ap­parato statale in difficoltà suona nei palazzi di Tripoli come un danno al credito del regime nel Paese.

«Invitiamo il ministro Fini a smettere di parlare in que­sto modo e l'attenzione do­vrebbe essere diretta a far cessare la fonte del proble­ma, il quale è partito da gior­nali danesi ed è continuato, comprese le affermazioni e le posizioni dell'ex ministro ita­liano Calderoli» ha detto una «fonte ufficiale» all'agenzia li­bica Jana. Lo stesso messag­gio è stato dato direttamen­te al nostro ambasciatore a Tripoli. Se non un incidente diplomatico, quasi.

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Cossiga: Gheddafi è un amico, proteggiamolo dagli estremisti

«Stanno tentando di incendiare il suo Paese. Da Berlusconi a Prodi e D'Alema, ecco chi ha buoni rapporti con lui».

Corriere della Sera

22 febbraio 2006

Francesco Verderami

 

«Non raccontiamoci storie, rifuggiamo dalle sciocchezze che si sono dette in questi giorni a proposito del ge­sto imprudente e inconsapevole dell'ex ministro Roberto Calderoli. Gli incidenti di Bengasi non sono stati provocati da una maglietta, ma da una precisa strate­gia degli integralisti islamici. Più esattamente dei Fratelli musulmani, che si so­no infiltrati dall'Egitto. C'è un tentativo di destabilizzare la Libia ed è necessario perciò sostenere Gheddafi». Francesco Cossiga conosce il leader libico, «era l'au­tunno del 1998 quando mi fece sapere che voleva parlarmi. La richiesta giunse tramite la World Islamic Cali Society e il figlio architetto di Gheddafi. Allora a pa­lazzo Chigi c'era il governo da me predi­letto, quello di Massimo D'Alema, e Lam­berto Dini era ministro degli Esteri. Loro mi dissero che era importante il mio viag­gio. C'era ancora l'embargo sulla Libia, a causa dell'attentato di Lockerbie dell'88».

Quel colloquio è rimasto top secret.

«Si disse che ero andato a informarlo del salutare intervento unilaterale nei Balcani, quando alla faccia di Kofi Annan e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Bill Clinton guidò l'azione per il Kosovo. Si disse che invitai Ghed­dafi a ritirare gli aerei che aveva in Jugo­slavia. Ma non era vero».

È vero invece che le chiese di interveni­re presso gli Stati Uniti e l'Inghilterra per garantire la sorte degli attentatori di Lockerbie?

«Tutti sapevano dei miei buoni rappor­ti con Washington e Londra. E lui conosceva persino il mio numero di scarpe... Diciamo che, alla fine del colloquio, mi disse: “Sono sicuro che le conosciuta prima”».

Prima non vi conoscevate?

«No. Ma da allora, siccome lui ha subi­to la frattura del femore e io ho una prote­si all'anca, ci informiamo spesso delle no­stre condizioni di salute. Non sono certo l'unico ad avere con lui ottimi rapporti. A parte Giulio Andreotti, che fu tramite se­greto del riavvicinamento tra la Casa Bianca e la Libia, l'attuale ministro dell'Interno Beppe Pisanu ha familiarità con Gheddafi. Anche lui attraverso la World Islamic Cali Society. Romano Pro­di è suo amico. Quanto a Silvio Berlusco­ni, la sua politica estera lo porta ad ab­bracciare tutti, da Putin a Gheddafi».

La schiera degli «amici» è così lunga che forse impiega meno tempo a citare i «nemici».

«I radicali lo sono da sempre. Anche quando erano amici del Sud Africa segre­gazionista. E poi i repubblicani e alla fi­ne dell'embargo — eccezione fatta per D'Alema — quasi tutta la sinistra».

Perché dopo l'embargo?

«Perché videro che Gheddafi instaurò buone relazioni con Usa, Canada e Gran Bretagna. E a sinistra applicano una vecchia logica: il nemico del mio nemico è mio amico, e l'amico del mio nemico è mio nemico. L'Italia deve invece conside­rarlo un amico. Tripoli si batte da sem­pre contro l'integralismo islamico. Ma l'Occidente vive di contraddizioni: sap­piamo che l'estremismo islamico è guida­to dall'Arabia Saudita, considerato Pae­se gli Stati Uniti. Lo sappiamo ma facciamo finta di niente. Ora dovremmo ignorare il ten­tativo degli estremisti islami­ci di incendiare anche la Li­bia?».

Dunque concorda con il mi­nistro degli Esteri Gianfran­co Fini, secondo cui dietro le violenze di Bengasi c'è l'inten­zione di destabilizzare Ghed­dafi?

«Sì, la rivolta è un segno progetto di destabilizzazione della Libia, che segue la vittoria di Hamas in Palesti­na. Gli estremisti vogliono allargare la lo­ro area d'influenza ed è interesse dei Pae­si occidentali e soprattutto dei Paesi del Mediterraneo, proteggere Gheddafi. Me­glio, siccome si protegge da solo, è inte­resse sostenerlo politicamente».

Se lei ritiene che la maglietta di Calde­roli non c'entri nulla, che senso ha avuto allora farlo dimettere?

«Berlusconi ha fatto bene. Un ministro non può lasciarsi andare a certi atteggia­menti. Ma tanto il gesto di Calderoli quanto le vignette danesi non sono la causa dell'emergenza. Chi lo dice compie

una bassa operazione cultura­le. Il resto è il segno di una campagna elettorale degrada­ta».

A cosa si riferisce?

«A quello slogan, “dieci cen­to mille Nassiriya”, che non è incompatibile con il program­ma del centrosinistra».

Ma se tutta l'Unione ha stig­matizzato l'accaduto.

«Infatti non dico che l'Unio­ne è d'accordo, ma quello slogan riflette in modo esasperato quanto c'è scritto nel programma di Prodi: quan­do si sostiene che i soldati italiani in Iraq sono una forza d'occupazione, e quando due sentenze della magistratura italiana legittimano la strage di Nassiriya come un'azione di resistenti...».

Torniamo a Gheddafi. Difendendolo, non si rischia di accettare passivamente azioni come quella di Bengasi?

«Il punto è che l'Europa non ha voglia di combattere. E l'Italia purtroppo, sulla stessa falsariga, sta perdendo la propria identità cristiana: noi non difendiamo la nostra identità mentre vogliamo difende­re quella altrui».

Per usare le parole del presidente del Senato, Marcello Pera, se decidiamo di genufletterci abbiamo già perso.

«Non è detto. Dobbiamo puntare sulla superiorità della nostra cultura. Sempre che ci crediamo...»


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L'opinione del vescoco segretario del supremo tribunale apostolico e teologo dell'ex sant'uffizio con Ratzinger.

"Non porgiamo l'altra guancia".

Monsignor De Paolis: con gli ultra musulmani doverosa autodifesa

La Stampa

22 febbraio 2006

Giacomo Galeazzi

 

«Basta continuare a porgere l'al­tra guancia, l'autodifesa è un dovere. Di fronte alla minaccia del fanatismo islamico, l'Occi­dente chiude gli occhi come fece con Hitler». A lanciare il monito («dialogare non significa negare ciò in cui crediamo») è il vescovo Velasio De Paolis, teologo dell'ex Sant'Uffizio al fianco di Joseph Ratzinger, oggi segretario del supremo tribunale della Segnatu­ra Apostolica (la Cassazione vati­cana), decano della facoltà d diritto canonico della Pontificie Università Urbaniana e voce autorevole della Curia. «L'Islam non ha alla base nessuna filoso­fia né teologia, si è diffuso con la spada e con la spada continua a far paura», mette in guardia il giurista della Santa Sede.

A che punto è il dialogo con i musulmani?

«Il vero problema è che non si sa con chi parlare né quanto i nostri interlocutori ufficiali siano rap­presentativi del mondo islamico. L'Islam non ha una separazione fra sfera religiosa e civile. Se si fa satira sulla Chiesa e sul Vangelo nessuno protesta. Per i musulma­ni, invece, la religione si identifi­ca con il potere politico. Abbia­mo a che fare con teocrazie, un po' come per altri versi ci accade con Israele. E resta il dubbio se leader "laici" come Gheddafi si siano piegati all'Islam per non perdere il trono e ora debbano guardarsi dall'Islam che vuole defenestrarli».

In questo quadro, la Chiesa che fa, porge l'altra guan­cia?

«Attenti all'equivoco. Guai se porgere l'altra guancia significa rinunciare a essere se stessi. Quando lo schiaffeggiano davan­ti al sinedrio, Gesù non dice di colpirlo sull'altra guancia, ma ne chiede conto. «Se ho parlato ma­le, dimostramelo, se ho parlato bene perché mi percuoti?». L'au­todifesa è doverosa. Il primo dovere che abbiamo come cristia­ni è testimoniare la verità, siamo venuti al mondo per questo.

Certo che la verità non si impone con la forza, né con l'offesa dell'altro. Ma se rispettare l'al­tro significa rinunciare a se stes­si, non ha più senso dialogare».

Perché?

«Innanzi tutto perché a dialoga­re bisogna essere in due. Il dialo­go, per non essere vuota retorica, deve smettere di essere un'inizia­tiva unilaterale. Due persone si pongono distinte l'una di fronte all'altra, riconoscendosi diverse e con una propria dignità, Chi dialoga prima di tutto è chiamato a presentare se stesso: io sono cristiano, tu sei musulmano. L'er­rore è mettere tra parentesi ciò in cui si crede in base al pretesto di rispettare l'interlocutore. Fino­ra si è parlato solo dei punti che ci uniscono ma tacere le differen­ze ha un effetto rovinoso. Per la Chiesa e per la società. Il rischio è che i musulmani dialoghino finché in Occidente sono mino­ranza. Poi che ne sarà dei valori cristiani? Deve esserci reciproci­tà: invece è diventato un tabù porre la questione. L'Europa non crede più a niente e l'assenza oli valori è mascherata dalla retori­ca della tolleranza e del dialogo a tutti i costi».

Si riferisce al caso Calderoli?

«L'ex ministro non sarà uno stinco di santo, però in questa bufera si è persa la testa scivolan­do negli insulti. Tutto è diventa­to subito una questione politica e non si è stati capaci di focalizza­re il problema reale. Anzi, a parlare di queste cose si rischia la galera e l'anomalia sta proprio

qui. La Chiesa, che è sempre depositaria della verità, non ha paura del dialogo: più si appro­fondisce, più diminuiscono le distanze e meglio è per noi. Chi teme la verità non dialoga e si impone con la forza. In ogni modo, dove sta scritto che in nome della libertà di satira si può infangare ciò che milioni di persone hanno di più intimo?».

Deluso dal dialogo?

«È più di mezzo secolo che l'Occidente ha relazioni con i Paesi arabi, soprattutto per il petrolio, e non è stato capace di ottenere la minima concessione sui diritti umani. Il limite dell'Oc­cidente sta proprio qui. Parla sempre di valori, ma poi ha bisogno del commercio con la Cina e del petrolio islamico, per­ciò chiude gli occhi sulle sistema­tiche violazioni, come già fece con Hitler. Non è che per la Chiesa il dialogo interreligioso non abbia fatto passi avanti. L'intoppo è che l'Islam è chiuso al punto da non ammettere reci­procità. La scorsa Pasqua, in visita nella "moderata" Tunisia, ho dovuto dire messa in casa senza poter esporre segni cristia­ni all'esterno. In terra d'Islam appena la Chiesa presenta se stessa nella sua autenticità scat­ta subito l'accusa di proseliti­smo. Io discuto con rispetto, ma il mio obiettivo è convincere l'altro che la mia dottrina è vera. Se non si può fare neppure que­sto, ognuno rimane chiuso nella sua fede e ci trastulliamo con una parvenza di dialogo».

Quali sono gli ostacoli?

«La Chiesa ha i suoi organi che parlano in modo ufficiale, l'Islam no e ognuno si sente legittimato a dirsi rappresentati­vo dell'intera comunità islamica. E mentre mancano autentici refe­renti, se un musulmano si con­verte deve diventare rifugiato politico e nasconderei per sfuggi­re alla morte. Che razza di dialo­go è se si evita di affrontare questi macigni che ci dividono e si enfatizzano solo i punti che abbiamo in comune?».


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La testimonianza oculare di uno dei nostri pochi connazionali che hanno lasciato Bengasi.

" Noi italiani in Libia siamo benvoluti. Calderoli ha tradito questa amicizia"

La Stampa

22 febbraio 2006

Guido Ruotolo

 

«Sono in macchina. Aspetti che accosto. La città è meno affollata del solito. Poche macchine in giro, pochi passanti. Vedo la pre­senza massiccia di forze di poli­zia davanti agli edifici pubblici, nelle piazze. Da lunedì sera sono stati chiusi i cafè-Internet. Pur­troppo sono l'unico con la targa straniera in giro. Gli altri sono partiti, o vivono chiusi in casa. Insomma, non si fanno vedere. No, non ho paura, sono un italia­no integrato perfettamente nella comunità di Bengasi. Da lunedì a mezzogiorno non si sono registra­ti nuovi incidenti. La situazione sembra tornata sotto controllo, per il momento. Nel senso che non si sono ripetuti altri inciden­ti. Il peggio è passato? Mi auguro che sia così. E' una speranza».

Dopo un paio di tentativi anda­ti a vuoto, il cellulare di Antonio - il nome è convenzionale - uno degli italiani che ha deciso di non abbandonare la città, finalmente squilla libero: «Venerdì, quando sono iniziati gli scontri, mi trova­vo a pochi metri dal consolato italiano. Ho visto tutto. La mani­festazione era stata autorizzata dalle autorità. Era una protesta contro le vignette danesi che deridevano Maometto, e contro le dichiarazioni del nostro mini­stro Calderoli. Nel corso della manifestazione, saranno stati un migliaio, non ho sentito gridare uno slogan anti-italiano. Poi, una volta che il corteo - dopo aver consegnato a un rappresentante italiano una lettera di protesta - ha superato il nostro consolato, che è Tunica rappresentanza di­plomatica occidentale, un grup­po di giovani che man mano si è andato a ingrossare, raccoglien­do parecchia gente, ha iniziato a prendere di mira il consolato..». Ha una voce simpatica Antonio, l'accento è marcatamente emiliano anche se vive in Libia dal 1967 - «quando c'era re Idris, prima della rivoluzione di Gheddafi. Arrivai a Bengasi che avevo 25 anni..», parla perfettamente l'arabo e si è sposato con una donna egiziana. Ma con Gheddafi, domando, gli italiani non furo­no tutti rimpatriati? «Io sono rimasto, sono musulmano». E oggi fa il rappresentante di una ditta di import-export: «II nostro obiettivo - dice Graffi - è quello di far diventare industriale anche l'agricoltura. Facciamo pro­getti chiavi in mano».

Dunque, gli incidenti di vener­dì e dei giorni seguenti. «Purtrop­po - riprende il racconto - la caduta di stile del nostro mini­stro ha provocato gli incidenti. Un certo nervosismo era presen­te da tempo, a Bengasi tutti hanno il televisore e la vicenda delle vignette blasfeme contro Maometto ha colpito nel profon­do la popolazione. Poi è arrivato il nostro ministro Calderoli con i suoi proclami di nuove Crociate contro gli infedeli. L'effetto è stato quello della benzina sul fuoco».

Antonio sottolinea più volte che la Libia «considera l'Italia un Paese amico», e che ogni libico ha nella sua casa «qual­cosa di italiano». Insomma tra i due Paesi «i legami sono molto intensi» e «le dichiara­zioni del nostro ministro sono state una pugnalata. E' come se i libici si fossero sentiti traditi». Ma nel suo racconto, vi è traccia di qualcosa che non qua­dra. La manifestazione di vener­dì era autorizzata, insomma la protesta contro i danesi e Calde­roli aveva avuto il via libera dalle autorità. Poi, nel corteo si sono infiltrati gruppi fino allora estranei alla manifestazione. «Non sono in grado di aggiunge­re altro - insiste - non spetta a me azzardare delle ipotesi. Mi fermo a un'immagine: il corteo istitu­zionale che va oltre il consolato e davanti alla nostra rappresentan­za diplomatica si concentra altra gente, non gli stessi del corteo». Prende fiato: «Non capita tutti i giorni che una manifestazione a un certo punto finisca fuori con­trollo, degenerando. Certo è che la polizia non aveva avuto ordi­ne di sparare poi però la situazio­ne è precipitata e ci sono stati morti».

Tutto questo accadeva appe­na venerdì. Poi, con sabato, i funerali: «Gli scontri sono scop­piati più violenti rispetto al giorno prima. Sono state prese di mira diverse caserme delle forze speciali». Del commissariato di polizia assediato nella notte di sabato, per ottenere la scarcera­zione dei fermati, rivelato dall'ambasciatore italiano a Tripoli, non ha notizie precise. «Se doves­si dire qual è il clima di stasera, non posso negare che la tensione è ancora palpabile. Tutto è inizia­to, venerdì, per via delle offese a Maometto - dice adesso - ma poi, chissà, la protesta è diventata qualcos'altro». Ha una certa diffi­coltà ad ammetterlo, anche se lo lascia intendere. Non esplicita che le manifestazioni e le violen­ze possono avere assunto caratte­ri antigovernativi ed essere fomentate dall'estremismo islamico. Si limita a una considerazio­ne: «La repressione di venerdì è stata durissima, per evitare che il consolato italiano fosse occupa­to, cosa che purtroppo è poi accaduta, mettendo a repenta­glio la vita dei nostri connaziona­li, la polizia non ha esitato a sparare. La collera così è monta­ta contro la polizia e le autorità». Su questa protesta potrebbero essersi attivate altre spinte. «Sta­sera - racconta ancora - la tv ha mandato in onda un servizio su un'esercitazione militare che si è tenuta non so dove, con i carri armati. Un modo per dire che il governo c'è».


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Andreottian-Mediterranei

La Stampa

22 febbraio 2006

Marcello Sorgi

 

Anche se non si può ridurne la portata solo a questo, le polemiche se­guite al caso Calderoli e agli incidenti di Bengasi hanno un chiaro sottofondo elettorale. Da molto tempo infatti, prima ancora dell' 11 settembre, nell'Europa invasa da flussi migra­tori inarrestabili, e per certi versi incontrollabili, il proble­ma dell'integrazione possibile delle società multiculturali ha svelato un vasto e redditizio campo di raccolta, per la politica spregiudicata che vo­glia e sappia approfittarne. Dall'Olanda di Pim Fortuyn alla Fran­cia di Le Pen, ieri, e oggi di Chirac, Sarkozy e del­le banlieues, carezzare le ra­gioni e i pre­giudizi, anche quelli fonda­ti, di larghe aree di popola­zione verso immigrati, clandestini o interi gruppi etnici, ha da­to spesso risultati imprevedibili, in grado di ribaltare equilibri di potere consolidati.

Destre classiche, radicali o populiste, quando non nazio­naliste, sono state in prima fila nel cercare di avvantaggiarse­ne, a discapito di sinistre riformiste, laiche o cattoliche, spesso impacciate in reticolati ideologici, di cui tuttavia hanno imparato a liberarsi.

Soccombente, almeno in una prima fase, specie in que­sto scorcio di secolo gravato dall'orrore delle Torri gemelle e delle guerre che ne sono seguite, è stata la cosiddetta «linea del dialogo». Quell'insie­me di mosse, giocate sopra e sotto il tavolo, per tentare di distinguere, all'interno del mondo arabo, tra moderati ed estremisti, e in quello islami­co, tra l'Islam «normale» e quello apertamente fiancheg­giatore del terrorismo. Per cercare, in altri termini, di evitare di giungere al punto di rottura, o di arrivarci, com'è accaduto, il più tardi possibile. E' precisamente in questo scenario (e meno in altri) che l'Italia s'è sempre trovata a suo agio. Non si capirebbe la recente (ed eccessiva) prudenza del mini­stro Fini nei confronti del­la Libia, la mancanza di reazioni formali, la ridu­zione di inci­denti così gra­vi come quelli di Bengasi ad una conversa­zione al telefo­no tra Berlusconi e Gheddafi, se non si tenessero presenti i nostri tradizionali rapporti con l'in­quieto colonnello dirimpettaio, che dalla sua tenda, nelle belle giornate, può persino avvistare le coste siciliane.

Di Gheddafi infatti, come di molti e non fra i migliori leader arabi, noi siamo sempre stati amici. In un modo o nell'altro, anche quando, ormai vent'anni fa, il colonnello bersagliava Lampedusa con i suoi missili spompati, mentre Reagan face­va bombardare Tripoli e la tenda con i suoi familiari. 

Non a caso per anni, per decenni, in Italia si è celebra­to il mito di Sigonella, quan­do Craxi, per onorare un patto con Arafat, impedì agli americani di catturare sul nostro territorio Abu Habbas, il terrorista respon­sabile del sequestro del­l'Achille Lauro e dell'assassi­nio dell'ebreo paralitico Klin­ghoffer. E solo qualche anno fa, con D'Alema premier, l'Italia ricevette con tutti gli onori il rivoluzionario (per alcuni; per altri terrorista) turco Ocalan, salvo poi do­versene liberare misteriosa­mente, in un clima di imba­razzo internazionale. Anco­ra, per tanto tempo, le trattative sulla restituzione dei pescherecci italiani cattu­rati vicino alle coste di Hammamet, sono state im­prontate a suppliche e favori nei confronti del regime di Tunisi. E allo stesso modo, l'intervento italiano nei tea­tri più caldi, dal Libano, alla Somalia, adesso all'Iraq, è rimasto inquadrato nella più stretta azione umanitaria, formalmente distinto da ini­ziative militari.

Una sindrome, prima che una real-politik, andreottian­mediterranea, consapevole insieme del rischio geografi­co dell'essere, l'Italia, una Penisola adagiata in un mare per due terzi arabo, e del limite religioso di ospitare al suo interno il Papa e le gerarchie ecclesiastiche. Que­sto spiega perché, nel tem­po, malgrado gli attriti, i rapporti con gli americani si siano conservati solidi; e perché, salvo qualche zona d'ombra corretta tardivamente (e su impulso del Vaticano), come l'atteggia­mento verso Israele, la politica estera italiana sia restata la stessa nel tempo, si sia svolta in continuità, come fosse obbligata.

Dove possa portare una linea diversa, o alternativa, infatti, non è chiaro. Si dice: occorre sottrarsi al condizio­namento degli interessi eco­nomici, come se appunto gli interessi economici non fosse­ro alla base di tutte le relazioni internazionali. Co­me se noi o altra mezza Europa potessimo fare a meno da un giorno all'altro dell'apporto economico, energetico o di forza lavoro che ci viene dal mondo arabo. Come se la Spagna avesse rotto con il Marocco, dove pure si erano addestrati gli attentatori di Madrid, invece di continuare a colla­borarci. Come se i nostri guai non venissero dal gesto inconsulto di un ministro, fortunatamente ex, e da un giorno all'altro, così a sorpre­sa, l'Italia potesse dichiarare guerra alla Libia.


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Perché dovrei dialogare con te se di me hai paura?

La fuga dell'occidente di fronte alle proprie responsabilità prepara tempi cupi e istiga gli estremisti di Dio

Il Foglio

21 febbraio 2006

Giuliano Ferrara

 

Dialogare, dialogare, dialogare. D'accordo: non si può portare guerra a un miliardo e trecento milioni di mu­sulmani, non si può cacciare una comunità islamica euro­pea di oltre quindici milioni di persone, queste sono ovvietà. Riflettete però su un punto appena meno ovvio: in politica non si può dialogare senza esercitare una qualche deterrenza, senza disporre di una qualche forza e indi­pendenza, materiale e morale. Ora, da alcune settimane l'occidente è sfidato in campo aperto dall'Islam politico, dall'islamismo profetico e fondamentalista, con la conni­venza debole di oligarchie al tempo stesso ambigue e ri­cattate, e con l'aperta complicità di stati canaglia che la­vorano per prendersi l'arma atomica e per destabilizzare la politica mondiale predicando la cancellazione di Israe­le dalla carta geografica. Questa sfida è fatta di violenza: ambasciate occidentali e chiese cristiane attaccate e mes­se a fuoco, preti uccisi in un clima di persecuzione reli­giosa, prodotti boicottati e ritorsioni di ogni tipo minac­ciate, taglie per la caccia all'uomo e sentenze popolari di condanna contro persone ree di blasfemia e islamofobia, che si aggiungono alla lunga catena di figure pubbliche della scena europea sotto scorta per le idee che professa­no, sotto continua minaccia di morte in nome di una legge coranica chiamata sharia, che volenterosi militanti isla­mici vorrebbero introdurre in Canada o nel Londonistan. Israele ha risposto definendo “terrorista” il governo in formazione di Hamas e attrezzandosi per una stagione che tutto fa prevedere cupa e dolorosa. Gli Stati Uniti, che pure sono la patria del multiculturalismo e considerano peccato grave ogni offesa al sentimento religioso, hanno denuncia­to le responsabilità iraniane e siriane nella ondata di fana­tismo violento, e hanno ritirato i finanziamenti che dovreb­bero andare a organizzazioni in prima linea nella crociata antioccidentale, anticristiana, antigiudaica. E noi europei? Noi siamo afflitti da una triplice dipendenza verso l'area islamica: economico-energetica, politico-diplomatica e cultural-religiosa. La Chiesa parla con opacità dei suoi marti­ri, e alcuni cardinali ci rifilano risibili giaculatorie sulle col­pe dell'occidente. Gli stati si prosternano alle violenze, mo­strano di temerle, rivelano impotenza nel fronteggiarle an­che solo nei canoni della diplomazia: non un ambasciatore è stato ritirato, non un gesto di rigore e di protesta contro le fatwa religiose diffuse via satellite è stato nemmeno tenta­to, siamo prigionieri in casa nostra, ci togliamo giustamen­te le scarpe per andare a inchinarci in moschea, dialoghia­mo con i nostri ambasciatori convertiti all'Islam e divenuti portavoce della casa dei Saud, mettiamo sotto scorta gli in­tellettuali e le personalità in pericolo di vita, consideriamo normale sottoporre a una sorta di sorveglianza del pensie­ro l'espressione libera di opinioni storiche, antropologiche, teologiche o filosofiche in materia di religione. In Italia, l'u­nico che reagisce con dignità è un islamico, Magdi Allam. Perché i fondamentalisti dovrebbero dialogare con noi se noi di loro abbiamo semplicemente paura?

 


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Pera: se ci genuflettiamo abbiamo perso

«Calderoli ha sbagliato. Ma non dobbiamo chiedere scusa a fanatici e terroristi» «La Libia? Non si dà vita a manifestazioni di massa senza che i vertici lo sappiano»

Corriere della Sera

21 febbraio 2006

Paolo Conti

 

Presidente Marcello Pera, cominciamo dal caso Calderoli. Il suo giudizio sulla maglietta esibita in tv. «Calderoli ha sbagliato. Soprattutto perché era ministro. Si è dimesso e ha pagato come avviene in Occidente: con una sanzione politica. Fine dell' episodio. Ma ora non possiamo credere che siano finiti anche i problemi». Difficile crederlo vedendo ciò che è accaduto in pochi giorni in Turchia, in Nigeria e soprattutto in Libia, con l' assalto alla rappresentanza italiana e alla chiesa di Bengasi dopo le vignette danesi e la t-shirt di Calderoli. «È miope ritenere che le vignette pubblicate mesi fa in Danimarca o la maglietta di un ministro italiano siano le cause di tutto ciò. Gli episodi di violenza aumentano e si intensificano. La verità è che molti fanatici, non solo pochi terroristi, ci hanno dichiarato una guerra santa, una jihad, cominciata anche prima dell' 11 settembre». Dobbiamo ritenerci impegnati in una «guerra santa», dice lei? «Sono quei fanatici e quei terroristi che stanno penetrando tra le masse islamiche, a dichiararla a noi. Cercando di utilizzare un' interpretazione violenta della fede per aizzare la sollevazione e l' odio per l' Occidente. Dobbiamo prenderne atto, essere realisti e non sottovalutare il fenomeno. Se chiediamo scusa, se ci genuflettiamo, se indulgiamo all' appeasement, abbiamo già perso. E ci siamo già arresi». C' è chi preme perché l' Italia chieda scusa. Per esempio il vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli. «Il nostro modo civile di chiedere scusa sono state le dimissioni di un ministro: episodio unico in Europa. Non mi pare che il governo danese si sia scusato. Qualcuno si è scusato per il martirio di un prete cattolico?» Berlusconi e Fini, sulla Libia, gettano acqua diplomatica sul fuoco. Sullo sfondo c' è il timore che riprenda il flusso incontrollato di emigrati clandestini dalle coste libiche. «Convengo sulla prudenza e sulle cautele del nostro governo. Ma la prudenza senza la fermezza è una resa». Quindi hanno ragione Emma Bonino e Magdi Allam quando chiamano in causa Gheddafi.... «Hanno ragione tutti coloro che chiamano in causa Gheddafi. Non credo che in Libia, come in Siria o in Iran sia possibile dar vita a manifestazioni di massa senza che qualcuno ai vertici sappia cosa sta accadendo. E soprattutto senza una regìa. Non penso a capi di Stato ma a basi fondamentaliste che fomentano e che poi trovano l' occasione e il pretesto. Non per niente Al Qaeda vuol dire proprio “base”». Gheddafi potrebbe infuriarsi, di fronte a una nostra posizione più dura, e rompere un equilibrio faticosamente raggiunto con l' Italia. Anche in campo economico ed energetico. «Speriamo che Gheddafi comprenda correttamente anche le nostre ragioni». Il peccato di Calderoli sarebbe veniale? «Le provocazioni non vanno bene, né vanno bene le offese e le ingiurie ai simboli religiosi. Non dovrebbero andar bene nemmeno quelle ai simboli cristiani: ma nessuno in Europa ci bada più. In quel caso si tira in ballo la libertà di opinione mentre negli altri si parla di blasfemìa: è giusto? L' Europa sembra aver perduto la propria dignità, si fa offendere e poi pensa che le proprie offese rivolte ad altri siano più gravi. Ma tornando alla domanda: non è solo questione di vignette e magliette». Benedetto XVI ricorda: la violenza è comunque una risposta inaccettabile, perciò va deplorato chi approfitta dell' offesa ai sentimenti religiosi. «È esattamente ciò che penso. Qualcuno “approfitta” su un campo accuratamente preparato da tempo». Lei dice: la faccenda non è risolta con le dimissioni di Calderoli. Cosa occorre fare, secondo lei? «Due mosse. Una profonda, culturale, a lungo termine. Basta col nascondere la nostra civiltà che ha grandi meriti: offre ospitalità a tutti, riconosce pari diritti e dignità. Nell' immediato c' è la politica. Far presente agli Stati arabi e islamici che intendiamo continuare la collaborazione ma che anche a loro competono molte responsabilità, per prima quella di adoperare il potere affinché la situazione non degeneri. Mi chiedo: lo stanno facendo tutti?» Monsignor Rino Fisichella si chiede: cosa fanno la Lega Araba, l' Unione Europea, l' Onu? Condivide l' interrogativo? «In pieno. Soprattutto monsignor Fisichella ha ragione sulla reciprocità: noi tuteliamo le minoranze musulmane, loro hanno il dovere di fare lo stesso con quelle cristiane. In quanto ai suoi interrogativi, mi sgomenta soprattutto l' Europa. Nessuna riunione urgente del Consiglio o del Parlamento, nessuna convocazione di ambasciatori, nessuna posizione della Commissione. Una ingiustificata sindrome del senso di colpa ci paralizza. Il rischio è, l' ho già detto cinque anni fa, che spiri l' aria di Monaco 1938 quando per paura nessuno fermò Hitler». Lei condanna il senso di colpa europeo. E noi non abbiamo colpe? «Sì, ma non sono quelle immaginate dagli altri. Siamo colpevoli di non aver preso sul serio i fanatici fondamentalisti quando promettono di distruggerci perché siamo “giudei e crociati”. Colpevoli di voler nascondere la nostra identità giudaico-cristiana e di non spendere una parola per difenderla. Colpevoli del nostro relativismo culturale che ci ha ridotti a un continente privo di identità, quasi un panino di burro che si perfora con un dito. Colpevoli di un malinteso senso di tolleranza e rispetto. Non si può rispettare senza essere rispettati e senza rispettare per primi se stessi. Invece ora pensiamo che tutto ciò che accade sia colpa nostra. In primo luogo dell' America». Ma l' America ha le sue responsabilità: la guerra in Iraq, la gestione di Guantanamo... «L' Iraq ora è libero, su Guantanamo uno Stato democratico sa come comportarsi». A suo giudizio, potrebbe cambiare il clima, in Italia, tra i musulmani immigrati? «Sta anche ai musulmani farsi sentire. Esiste una Consulta islamica fortemente voluta dal ministro Pisanu: non so se sia rappresentativa, ma farebbe cosa utile se condannasse non solo le vignette e le magliette ma anche il clima di violenza anti-occidentale parlando a nome dei musulmani immigrati e dei cittadini italiani di quella fede. Per ora non è accaduto. Spero che accolgano il mio suggerimento. Per quanto mi riguarda, a proposito di appelli, ne lancerò a giorni uno in difesa dell' Occidente, della nostra tradizione giudaico-cristiana, dei nostri principi e valori». Si tratta di una piattaforma elettorale... «Penso che i contenuti dell' appello saranno il vero discrimine tra le forze politiche nella prossima campagna. È inimmaginabile che il tema non faccia parte del dibattito. Spero che ciò avvenga con pacatezza, consapevolezza, prudenza ma soprattutto con chiarezza e fermezza».

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Ulivo col chador.

Prodi ci svende all'Islam.

Condanna i leghisti ma tace su chi brucia le chiese. Smentito anche dal Papa. Rientra la rivolta del Carroccio. Bossi: Calderoli farà campagna elettorale nelle piazze.

Libero

21 febbraio 2006

Renato Farina

 

La notizia del giorno sareb­be l'incriminazione di Ro­berto Calderoli per «offesa a confessione religiosa me­diante vilipendio». Robe da matti. Dinanzi a quanto accade nel mon­do - orrore e morte - la meschinità della legge italiana ci sgomenta. (La racconta qui Vincenzo Vitale). Però c'è qualcosa di peggio della macchina giudiziaria che, compii­ci norme deleterie, manda liberi i terroristi e persegue una maglietta. C'è Romano Prodi. E a quest'uomo si vorrebbe affidare l'Italia? Manda una sciagurata lettera a Repubbli­ca, dove fornisce elementi ai fo­mentatori di violenza per insistere. Il male del mondo non è per lui la guerra dichiarata dall'Islam, co­mandato a bacchetta dai fonda­mentalisti, ma Calderoli, Berlusconi e il Tg1 di Clemente Mimun. Ver­rebbe voglia di disperarsi.

Per fortuna che c'è una buona notizia nel disastro. C'è il Papa. Al­meno lui non è cieco, ed è coraggio­so. Chi lo segue però? Dai Berlusconi, ascoltalo. Ratzinger ha chia­mato le cose con il loro nome. Co­glie un disegno criminale nelle ri­volte musulmane. Magliette, vi­gnette? L'offesa al sentimento reli­gioso è un pretesto. Ieri ha scandi­to bene le parole ricevendo il nuo­vo ambasciatore del Marocco. Pensava alla Libia, al Pakistan, alla Nigeria. «Gli atti violenti sono fo­mentati» da chi «approfitta delibe­ratamente delle offese ai sentimen­ti religiosi per scopi estranei alla religione». Certo, «le religioni e i simboli religiosi vanno rispettati». Tutti però. «Reciprocamente, in ogni società». Ciascuno deve poter praticare e «liberamente scegliere la religione». Più chiaro di così. Me­no male. Ci fa tirare il fiato. Anche se Benedetto XVI deve piangere al­meno 15 cristiani uccisi in Nigeria. C'è un prete tra loro. Sono trattati come cani morti proprio dall'Italia, che fino a prova contraria resta a maggioranza cattolica. Non che si debbano incendiare le moschee, ma sentirsi bruciati dentro sareb­be il minimo. Invece. Altro che «ra­dici cristiane». Abbiamo venduto tutto, pure loro, secche come sono devono fare un bel falò per la godu­ria dei musulmani. La prova? Do­menica un'incredibile manomissione della realtà e del buon senso era visibile a pagina 5 della Stampa di Torino. È vero che a suo tempo la Fiat (proprietaria del quotidia­no) fu salvata da Gheddafi. Ma non riusciamo a creder­ci lo stesso. Titolo a sette colonne, a tutta pagina. «Tripoli: martiri i morti ne­gli scontri». Su una colon­na, in posizione defilata: «Nigeria, massacrati 15 cri­stiani». Non esistono, sono negri che non contano niente dato che non ci mi­nacciano, sono da seppelli­re come giusta espiazione delle vignette. Ma neanche sanno cosa sono le vignette da quelle parti, né gli assas­sinati né gli assassini. Non c'è nessuna offesa lanciata da cristiani, salvo quella di esistere, di volere mettersi la croce e farla comunione. Basta e avanza per la guerra santa, la jihad, non si tolle­ra un'altra presenza. Dodi­ci chiese bruciate. Ma per la Stampa, una colonnina: i cristiani contano un setti­mo, e pare già una conces­sione. Che vergogna.

una volta ad essere chiamati martiri erano i cristiani uccisi in odio alla loro fede. Adesso, martire è chi incendia le ambasciate italiane. Complimenti per il rinnovamento liturgico. Un'operazione grave. Consegnando una patente di santità ai morti di piazza, caduti mentre cercavano di bruciare il consolato con la gente viva dentro, Ghedda­fi e al suo seguito il quoti­diano che da lustro a questa mossa, benedicono future violenze, promettendo au­reole. Mal che ti vada sei un eroe, avrai le 63 vergini in Paradiso.

Ed ecco interviene Ro­mano Prodi. Ci era più sim­patico come Mortadella che come Avvoltoio squittente. Manda una lettera a Re­pubblica. Le due frasi ini­ziali sono una specie di contratto con gli italiani da offrire poi al fanatismo isla­mico. Scrive: «I fatti di Bengasi tornano a dimostrarci la fragilità del mondo in cui viviamo, la difficoltà di dia­logo tra i popoli, la sciagu­rata forza che le offese pos­sono scatenare». Dopo di che, elogio al Colonnello che ha innalzato a martiri gli assaltatori: «Ho avuto modo di percepire in un lungo colloquio con Gheddafi la preoccupazione di chi è chiamato a governare realtà complesse come quelle dei paesi del Nord Africa». Eccola la verità di Prodi. Per lui era in corso un sereno dialogo tra i po­poli, ed ecco una maglietta scatena la forza della mor­te. È impossibile che Prodi non sappia come le rivolte siano state preparate ad ar­te. Ma certo che lo sa. Ma li lecca, offre loro la manina della resa. I capi islamici europei hanno confeziona­to una specie di bomba a orologeria. Lo scopo era far paura all'Occidente, imponendo ai nostri costumi Fidea coranica del rapporto con il divino. Una specie di invasione della nostra co­scienza, con la pretesa di dettare le regole della vita civile dell'intero pianeta. Una strategia vittoriosa, a quanto pare. La prova del successo sta in questo tipo di lettera. Prodi non con­danna gli assalti, non ha espressione di esecrazione per la violenza, non vede dietro di essa agitatori ma­cabri. Non si sogna nemme­no di notare l'incendio del­le croci in Iran, il rogo con cui sono stati bruciati vivi i cristiani nigeriani. Ma no: Prodi svolge tre punti. 1) Colpa di Calderoli. 2) Colpa di Berlusconi. 3) Colpa del Tg1 che ha lasciato parlare Calderoli. Non gli bastano le dimissioni del leghista orobico, vuole le nostre di­missioni da una certa idea di libertà. Si illude di spe­gnere le fiamme, conse­gnandoci a chi prima o poi le riaccenderà. Lo scopo di questa nuova fase della jihad era esattamente quel­lo di indurre ad una lettera di questo genere i governanti europei.

Qui c'è il manifesto programmatico dell'”appeasement”, tecnicamente equivale a “calar le brache”. Corrisponde al­la politica di Chamberlain, accomodante e benevola verso la Germania nazista tra il ‘37 e il ‘39. Ora Prodi ci prova con l'Islam fanati­co. Allora in Gran Bretagna lanciò l'allarme Churchill, ma non riuscì a molto, in quegli anni. Da noi, ades­so? Per fortuna c'è Papa Ratzinger. In quel discorso di ieri ha tenuto conto di tutto, anche dei sentimenti religiosi altrui, ma ha sapu­to condannare con polso. «La Chiesa cattolica ha la ferma convinzione che, per favorire la pace e la com­prensione tra i popoli e tra gli uomini, è necessario e urgente che le religioni e i loro simboli siano rispetta­ti, e che i credenti non sia­no oggetto di provocazioni che feriscano la loro appar­tenenza e i loro sentimenti religiosi». Continua: «Ciò nonostante, l'intolleranza e la violenza non possono mai essere giustificate co­me risposta alle offese, per­ché simili risposte non so­no compatibili con i princi­pi sacri della religione. È per questo che non possia­mo che deplorare le azioni di coloro che approfittano deliberatamente delle offe­se causate ai sentimenti re­ligiosi per fomentare atti violenti, tanto più che que­sto si produce per scopi estranei alla religione». Ed ecco la richiesta papale: «In maniera reciproca in tutte le società, sia realmente as­sicurato a ciascun uomo la pratica della religione libe­ramente scelta».

Questa richiesta ove ac­colta cambierebbe il mon­do. Ma c'è un leader italia­no disposto a farla sua, an­che senza maglietta satiri­ca, con la camicia bianca e la cravatta blu a pallini? Berlusca, parliamo di te...

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L'ombra dei fratelli musulmani

 

Corriere della Sera

20 febbraio 2006

Maurizio Caprara

 

Quando ha ricevuto l' ambasciatore d' Italia Francesco Trupiano, ieri mattina, il primo ministro libico Shukri Mohamed Ghanem, economista con studi a Boston, non si è limitato alle rassicurazioni di rito. Nel promettere che sarebbe stato fatto il possibile per proteggere i nostri connazionali, il rappresentante di Muhammar el Gheddafi ha aggiunto una precisazione: a differenza di venerdì scorso, nella domenica dei funerali delle undici persone morte a Bengasi la polizia della «Gran Giamahiria araba libica popolare socialista» non avrebbe sparato. Neanche un colpo. Era impossibile, ieri sera, disporre di un quadro completo sugli effetti di una nuova giornata di assalti. Non si sa se alla fine le guardie hanno rinunciato del tutto all' uso di armi da fuoco. Ma la direttiva riferita da Ghanem nel colloquio a porte chiuse con l' ambasciatore può aiutare a capire di più, perché non è facile venire a capo dei fermenti in corso da venerdì, quando una folla di ragazzi ha assaltato il consolato italiano gridando contro le vignette con Maometto e l' allora ministro Roberto Calderoli che le ha indossate su una maglietta. Seconda città della Libia, bombardata dagli americani nella Seconda guerra mondiale mentre era sotto occupazione coloniale italiana e ribombardata su ordine di Ronald Reagan nel 1986, Bengasi non è per il Colonnello l' equivalente di Tripoli, distante 1.200 chilometri. Benché il regime sia radicato e il suo potere non sia improvvisato, Bengasi, circa 660 mila abitanti, è il capoluogo della Cirenaica. Nella storia, è stata la terra di re Idris, emiro della confraternita mistica islamica dei senussi, deposto da Gheddafi con il colpo di Stato del 1969. Oggi è una zona nella quale contano le attività legate al petrolio, ma anche la vicinanza con l' Egitto, Paese meno adatto della Libia a controlli capillari. Secondo le impressioni ricavate da vari stranieri, a Bengasi è più forte che altrove l' influenza dei Fratelli musulmani. Consistente sembra l' immigrazione egiziana, e una parte può avere a che fare con questa rete dell' Islam contrastata da vari governi arabi. Benché certe impostazioni possano cambiare a seconda dei tempi, Gheddafi non è un fondamentalista islamico. Come ricorda Giulio Andreotti, è a lui che si deve il primo mandato di cattura contro Osama Bin Laden. È stato nel mirino di gruppi abituati a far leva su integralismi presenti in settori popolari e nell' emigrazione. Fra l' altro, lo ha dichiarato Seif el Islam, il figlio più politico di Gheddafi, quattro delle undici persone uccise venerdì dalla polizia erano egiziane e palestinesi. «Non è certo una rivelazione di segreto di Stato: vi sono dei fermenti che mettono in discussione la leadership di Gheddafi», ha osservato ieri Gianfranco Fini. Al ministro degli Esteri sottolinearlo può servire per non lasciare in primo piano il nesso tra gli assalti e la maglietta di Calderoli. Ma che al regime la giornata di venerdì a Bengasi sia sfuggita di mano, e che adesso si cerchi di non infiammare gruppi già esagitati, non va affatto escluso.

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La Farnesina si prepara all'evacuazione immediata

Corriere della Sera

20 febbraio 2006

F. Sar.

 

 

ROMA - Il governo libico assicura che «sarà garantita la sicurezza degli italiani», ma la Farnesina ha già predisposto il piano di evacuazione da Bengasi. Sono una sessantina le persone invitate a trasferirsi dalla Cirenaica alla capitale. In una nota diffusa nel pomeriggio l' Unità di crisi del ministero degli Esteri conferma che «è stata predisposta la possibilità, per chi lo desideri, di lasciare la città». Sabato mattina, dopo l' assalto al consolato italiano e gli scontri con la polizia locale che il giorno prima avevano provocato morti e feriti, un gruppo di una quindicina di persone era già stato portato fuori dall' area di crisi. Ora si cerca di convincere anche gli altri a spostarsi. Sale la tensione nel Paese guidato dal colonnello Gheddafi, ma altri fronti di protesta contro le vignette sataniche si sono aperti nelle ultime ore. E gli analisti temono che le dimissioni del ministro Roberto Calderoli, contestato proprio per la sua maglietta contro l' Islam, possano non bastare a placare l' ira dei fondamentalisti che si è scatenata contro il nostro Paese. A destare maggior allarme è la Turchia, dove oltre diecimila persone sono scese in piazza a Istanbul. Nessuna minaccia è stata rivolta contro l' Italia, ma il clima è certamente effervescente. Più grave appare la situazione in Libano dove sarebbero stati lanciati anatemi diretti, così come del resto è avvenuto la scorsa settimana a Nassirya, in Iraq, e a Herat, in Afghanistan, dove sono schierati militari italiani. Per i contingenti è scattato già da giorni lo stato di massima allerta. Donne in corteo anche in Marocco, proteste violente in India e in Pakistan dove sono state incendiate alcune chiese. Il fronte della protesta si allarga con il trascorrere delle ore e questo rafforza negli esperti la convinzione che ci sia una strategia per fomentare le proteste. Per questo viene costantemente aggiornato il dispositivo di sicurezza. Mentre il Viminale ha disposto il potenziamento della sorveglianza di tutti i possibili obiettivi del fondamentalismo sul territorio nazionale, a preoccupare i responsabili della sicurezza è la situazione degli italiani che si trovano all' estero. In cima alla lista ci sono naturalmente le ambasciate, i consolati e le residenze dei diplomatici. Tutte le imprese che hanno sedi negli Stati arabi sono state allertate, così come i villaggi turistici gestiti da nostri connazionali. Sul sito della Farnesina «www.viaggiaresicuri.mae.it» sono indicati i Paesi dove è sconsigliato andare sia per motivi di lavoro, sia di vacanza. Secondo la circolare diramata due giorni fa dal capo della polizia Gianni De Gennaro, le questure e le prefetture dovranno valutare con la massima accuratezza le richieste di autorizzazione per manifestazione e presidi di solidarietà ai musulmani che si stanno organizzando in questi giorni. Il timore espresso pubblicamente dal ministro dell' Interno Giuseppe Pisanu non è quello che riguarda un progetto di attentato da compiere nel nostro Paese, ma l' iniziativa di «qualche testa calda», fomentata da quanto sta accadendo nel mondo arabo. Non a caso vengono monitorati i siti islamici e i forum che continuano a registrare minacce forti e chiare contro il nostro Paese, così come già avvenuto nei giorni scorsi per Danimarca, Norvegia e Francia, gli Stati dove sono state pubblicate per la prima volta le vignette su Maometto giudicate blasfeme dai musulmani. F. Sar. * relazioni bilaterali La colonizzazione Dalla conquista della Libia da parte italiana nella guerra del 1911-12 i rapporti tra i due Paesi sono stati difficili, anche se stretti soprattutto a livello economico storia Petrolio e gas L' Italia è il primo fornitore della Libia (26% del suo import), anche se il saldo commerciale è negativo per noi di 6,5 miliardi per il massiccio acquisto di gas e petrolio (un 30% del nostro fabbisogno). In Libia operano circa 50 nostre aziende, tra cui l' Eni, e vivono un migliaio di italiani economia Il patto del 2004 Dopo la dura lotta contro l' occupazione italiana (1911-1943), la Libia ha espulso nel 1970 i residenti italiani e chiesto ripetutamente molte «compensazioni» per il periodo coloniale. Nel 2004 l' accordo tra Gheddafi e Berlusconi ha migliorato le relazioni ma non risolto del tutto le tensioni politica


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L'indignazione a corrente alternata

Corriere della Sera

20 febbraio 2006

Magdi Allam

 

 

Ora che facciamo? Chiederemo scusa al presidente nigeriano Olusegun Obasanjo perché le vignette su Maometto hanno provocato la collera dei musulmani sfociando nel massacro di 16 cristiani e la distruzione di 11 chiese? O forse quei cristiani e quelle chiese non meritano lo stesso riguardo riservato alla trentina di musulmani finora uccisi nel mondo, da forze dell' ordine musulmane, per impedire loro di compiere ulteriori atti di vandalismo e di terrorismo? D' altro canto chi di noi sa che negli ultimi cinque anni circa seimila cristiani sono stati trucidati nel nord della Nigeria dove è in vigore la sharia e Bin Laden è un eroe? Ammettiamolo: l' Occidente si scandalizza solo quando viene messo, a torto o a ragione, nei panni del carnefice e solo quando le vittime, reali o presunte, sono dei musulmani. A questo punto il cardinale Bertone dopo aver auspicato che Calderoli sia condannato ai lavori forzati in Cirenaica, potrebbe completare il processo salvifico dell' Occidente raccomandando a tutti i cristiani almeno un mese di penitenza e di esercizi spirituali. I governi dei Paesi musulmani hanno sbagliato attribuendo prima alla Danimarca, poi all' Unione Europea, quindi all' Occidente, infine all' insieme della cristianità la responsabilità casomai soggettiva dei singoli vignettisti danesi. Ma i governi occidentali hanno commesso un errore speculare rifiutandosi di individuare, e possibilmente sanzionare, le responsabilità soggettive di chi ha istigato all' odio, ha condannato a morte mettendo cospicue taglie sulla testa dei vignettisti, ha dato l' ordine di assaltare, incendiare, saccheggiare ambasciate e chiese. All' opposto l' Occidente ha maturato il convincimento che l' ondata di violenza sia una reazione automatica e giustificata da parte di un blocco monolitico chiamato arbitrariamente «Islam». Di fronte al quale per paura, viltà e collusione ideologica si genuflette e chiede perdono, assumendosi la responsabilità degli atti di violenza e di terrorismo commessi dagli altri contro i beni e le vite occidentali e cristiane. In questo contesto l' Italia primeggia nell' offesa, non all' Islam, ma alla propria credibilità come Stato sovrano e alla nostra dignità come cittadini liberi. Questa classe politica, governo e opposizione, sta sbagliando tutto genuflettendosi davanti a Gheddafi. Un folle tiranno che prima ha aizzato i libici ad aggredire gli italiani, poi ha ordinato di sparare su una folla trattata come carne da macello, infine ha proclamato un giorno di lutto nazionale e assegnato un posto certo in Paradiso agli undici morti elevandoli al rango di «martiri». Ma ci rendiamo conto che ci siamo affrettati e affannati a chiedere scusa a Gheddafi per un attentato terroristico al nostro consolato a Bengasi di cui lui è l' unico vero responsabile? In questo contesto le vignette su Maometto considerate blasfeme, e la provocazione di un ministro italiano certamente irresponsabile, risultano solo strumentali a una deliberata e annosa strategia di Gheddafi incentrata sul ricatto e il condizionamento dell' Italia. In questa tragica e umiliante vicenda Berlusconi si è fatto dettare la linea da Pisanu, che a sua volta si è fatto dettare la linea da Gheddafi. Mi spiace ma io non ci sto: mi va bene che Calderoli venga licenziato, ma non per ordine di Gheddafi. Rendiamoci conto che da questa crisi l' Italia potrebbe uscire come un Paese a sovranità limitata. Solo che a limitarla non è una superpotenza occidentale con cui condividiamo la stessa civiltà, bensì un piccolo Stato del Terzo mondo sottomesso a una dittatura illiberale. E pensare che è stata proprio l' Italia, insieme all' allora presidente della Commissione europea Prodi, a prodigarsi per accreditare una verginità politica a un tiranno costretto dall' Onu a una lunga quarantena per la responsabilità diretta, da lui ammessa versando milioni di dollari di indennizzo, nella strage dei passeggeri degli aerei della Pan Am nel 1988 e dell' Uta nel 1989. Ebbene credo che sia arrivato il momento di assumere seriamente una strategia energetica che ci affranchi dalla schiavitù del petrolio e del gas, di cui proprio dalla Libia attingiamo un terzo del nostro fabbisogno. E liberiamoci dal pregiudizio che appiattisce i musulmani alla sola sfera religiosa. Non esiste l' homo islamicus. Il ministro degli Esteri Fini non si illuda di risolvere la crisi recandosi in visita alla moschea di Roma. Solo una minoranza di musulmani frequenta le moschee. I gestori delle moschee non sono delle autorità religiose, non rappresentano i musulmani. A maggior ragione in Italia dove il vuoto legislativo e il «volemose bene» hanno acconsentito a imam autoeletti e a sedicenti «comunità islamiche» di controllare la gran parte delle moschee. Dopo esserci spezzata la schiena a furia di scusarci per le vignette considerate blasfeme, come ci comporteremo quando alla prossima tornata l' Italia verrà accusata di offendere l' Islam perché, ad esempio, discrimina le scuole coraniche o il marito poligamo?


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Quanto ci piace la politica del buffonismo

Il Riformista

20 febbraio 2006

«Ho la consapevolezza di non essere responsabile di nulla». Così ha dichiarato il ministro Calderoli al Corriere poche ore dopo le sue dimissioni. Il «nulla» cui si riferiva erano gli undici morti di Bengasi. Ma, grazie allo stentato italiano, la doppia negazione si è trasformata in lapsus freudiano, rivelando un significato più profondo, e quasi simbolico. Molti uomini pubblici non si sentono responsabili di nulla. Interpretano il proprio ruolo come un mero esercizio di personalità, finalizzato a garantirsi ciò che, con un altro cambio semantico, viene ormai comunemente definita «visibilità». Più che alle loro funzioni rispondono al proprio pubblico, come farebbe un attore o una rock star. Aggiungetevi il proporzionale, e la frittata di un'intera classe dirigente è fatta.
Qualche ora prima degli incidenti di Bengasi, l'Economist arrivava in edicola chiedendosi che cosa avrebbero pensato gli islamici che protestano per le offese recate al Profeta nel sentire che il premier italiano si paragona a Gesù: «Una prova che l'Occidente è incorreggibilmente empio?». Eppure in Italia il riferimento non è apparso neanche lontanamente blasfemo, ed è stato rubricato insieme ai paragoni con Napoleone e Churchill solo per confermare, tra il divertito e l'indignato, l'immagine di un leader un po' mattocchio ma decisamente geniale nel conquistare la scena. Esagerare è bello, nella nostra politica. L'iperbole riscuote una certa ammirazione, innanzitutto nei media, che la cercano, la auspicano, e quando possono la provocano. Calderoli meritava il licenziamento per l'offesa razzista alla giornalista abbronzata che sa di deserto e cammelli forse anche di più che per la t-shirt. Ma se a Bengasi la polizia fosse stata appena più accorta, sarebbe ancora al suo posto.

Qualcosa di travolgente ha sconvolto il lessico e lo stile della nostra classe politica in poco più di dieci anni, trascinandola dai modi felpati, prudenti, deliberatamente anonimi del ceto democristiano (possiamo ancora ammirarne le vestigia nel ministro Pisanu), in una gara circense a chi la spara più grossa. Il risultato è che, alla scuola del berlusconismo, è venuta su una generazione di buffoni. Il fenomeno non riguarda solo il centrodestra. Anche dall'altra parte c'è chi ha deciso che la serietà non paga, e che bisogna seguire l'esempio, solo rovesciato. Tutti nella «consapevolezza di non essere responsabili di nulla», se non del proprio successo.

Il sistema dell'informazione ha coccolato questo vizio. La politica del gesto, situazionista, roboante, viene generalmente considerata più efficace e brillante. Tant'è vero che si avverte, nelle critiche pur giuste alla debolezza mediatica di Prodi, un rimprovero implicito: diamine, fa pure tu qualche sparata, dicci una cosa da tribunale, dacci un insulto. Giuliano Ferrara, che è una persona seria ma che sa per esperienza professionale che cos'è la tv spazzatura, dice che il bello di Berlusconi è questo (essendone rimasto poco altro da apprezzare): almeno ci siamo divertiti, e quando il centrosinistra andrà al governo sarà una noia mortale. Verrebbe da dire: fortunati i paesi in cui la politica annoia (anche se, ahinoi, temiamo che neanche il centrosinistra ci annoierà). E l'odio per l'Islam che fa capolino dal torace di Calderoli non può sorprendere in un paese che ha accolto nel mainstream della cultura nazionale il disprezzo antropologico dell'Islam, trasformandolo nei best-seller della Fallaci.
Questo collasso dell'etica della responsabilità non produce solo danni estetici, ma politici. Il risultato è che siamo un paese preso meno sul serio perché si prende poco sul serio. Essendone consapevoli, finiamo con auto-limitarci persino nella difesa dell'interesse nazionale. Il caso libico è emblematico. L'assalto di Bengasi, preceduto da un'escalation di attacchi all'Italia guidati direttamente dal regime, è un evento di portata incomparabilmente più grave della t-shirt di Calderoli. Eppure abbiamo taciuto prima, e poi ci siamo ridotti nella condizione di essere noi a implorare perdono perché uno degli acrobati del circo ha sputato sulla folla. Il buffonismo ci rende più deboli, e meno temuti. Allora basta che un dittatore vicino di casa ci strizzi l'occhio facendoci capire che intercederà perché le bombe ci scansino, ci ricatti con qualche migliaio di clandestini pronti ad imbarcarsi per Lampedusa, e ci lusinghi con un po' di gas che di questi tempi è il simbolo della nostra dipendenza, ed ecco che siamo lì a fare la fila davanti a una tenda per adularne la grandezza e auspicarne i favori. Viviamo tutti nella consapevolezza di non essere responsabili di nulla, non solo Calderoli. Secondo i canovacci della commedia dell'arte, una delle nostre più grandi invenzioni, recitiamo alla giornata, facendo attenzione più a quello che sembriamo che a quello che diciamo. Per questo, da noi, la televisione conta tanto. Il resto del mondo lo sa, lo vede, e ne tiene conto.


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Fino a che punto ci caleremo le braghe? È passata l'idea che se una nostra ambasciata viene assalita, un ministro si dimette e loro ci lasceranno in pace.

Il Foglio

20 febbraio 2006

Giuliano Ferrara

 

Non è stato soltanto un sanguinoso contrasto tra un lampo d'imbecillità e un rigurgito di barbarie, il caso della T-shirt satanica tra Gemonio e Bengasi, un'arlecchinata mi­nisteriale contro il solito assedio a un consolato occidentale più l'aggiunta di un massacro. Ora che Calderoli se n'è an­dato, ora che il senso dello stato ha suggerito prudenti di­missioni, ora che è restaurato il pucci pucci diplomatico con un paese importante per il nostro approvvigionamento ener­getico, ora che i biscotti danoni sono finiti in castigo e la Nestlè ha aumentato le sue quote di mercato, ora bisogna domandarsi che cosa vogliono loro da noi e che cosa voglia­mo noi da loro, se volere e potere siano ancora due verbi co­nosciuti alle cancellerie europee e occidentali.

Ci hanno vietato di scherzare su quel che per loro è sa­cro, anzi un tabù. Un divieto complicato dal fatto che da noi l'unica cosa rimasta sacra è il linguaggio libertario della satira, il nostro tabù laico e secolarista, l'ultimo rifugio del­lo spirito di Voltaire. Mentre noi disegnavamo e pubblica­vamo vignette, loro assaltavano le ambasciate, ammazza­vano un prete cattolico al grido «Allah è grande», ci face­vano assaggiare il significato della parola “umana”, una co­munità mondiale legata nel più puro spirito identitario, fi­no al fanatismo, da sentimenti di rivalsa etnica, geopoliti­ca e soprattutto profetica. Una comunità in grado di mobilitarsi, di distruggere i nostri simboli e bandiere, di divi­derci e umiliarci in molti modi.

Il loro divieto è passato, è già storia. Con loro non si scher­za. Ma anche a far sul serio bisogna starci attenti. Guantanamo, prigione di guerre per tempi di guerra, biso­gnerà chiuderla, prima o poi. Con l'organizzazione terrori­stica che ha vinto le elezioni palestinesi bisognerà trattare, prima o poi. A manifestare davanti a una loro ambasciata, nel modo più serio e dialogante possibile, ci abbiamo pro­vato, dopo che un loro capo di stato aveva minacciato di can­cellare Israele dalla carta geografica; ma anche quella ma­nifestazione politica, che non era una vignetta blasfema o li­bertaria, fu oggetto di attenzioni, ricatti diplomatici, pro­messe di ritorsione e di boicottaggio. Tutti gesti andati a buon fine, gesti utili, efficaci.

Se vogliono la nostra umiliazione politica, se la vogliono facendo risuonare la minaccia della rabbia islamica in tut­ta la comunità, compresa quella insediata a Londra, a Milano, ad Amburgo, a Parigi, ottengono il loro scopo senza troppa fatica. Noi ci teniamo alla sicurezza del nostro per­sonale diplomatico, delle nostre merci, delle nostre metro­politane, e tanto ci teniamo che siamo disposti a subire ogni tipo di pressione, ci dividiamo regolarmente nella risposta, ci odiamo tra noi e ci rimproveriamo di non fare abbastanza per evitare grane. Perfino Berlusconi si è consegnato al­la linea del «dialogare, dialogare, dialogare».

E allora spiegateci che cosa vogliamo noi da loro, che cosa teniamo per sacro, che scuse chiediamo e che pressioni fac­ciamo per averla vinta su questioni di un certo peso. I nostri cosiddetti islamofobi, cioè coloro che non vogliono calare le braghe, sono tutti sotto scorta, dalla Fallaci alla Hiroi Ali. Chi per aver scritto un saggio, chi per aver sceneggiato un film sul­ la condizione della donna nell'islam, alcuni sono morti come Theo Van Gogh. Cristiani vengono martirizzati o fatti santi, Magdi Allam deve scrivere di nascosto le sue verità, minac­ciato di morte per apostasia. C'è gente che sa di bruciato, opi­nioni che non si possono portare in pubblico. È passata l'idea che se una nostra ambasciata viene assalita, il nostro ministro si dimette e loro ci lasciano in pace. L'idea grottesca che il no­stro unico strumento sia il dialogo e il loro unico mezzo la guerra. Ciò che vogliamo da loro è di essere lasciati in pace, e per ottenere questo scopo, che è il dogma della religione multiculturale, siamo disposti a tutto, ma proprio a tutto, perfino a riscoprire il sacro e la blasfemia dopo averli aboliti in no­me delle virtù laiche del relativismo culturale. Ma la pace ha un cartellino con su scritto il prezzo, e chi non paga non avrà altro in mano che un cumulo sempre maggiore di minaccia e di violenza. 

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La scure di Gheddafi contro gli “eretici”

Il Messaggero

20 febbraio 2006

Eric Salerno

 

Lui li chiama zanadiq, eretici. Sono pratica mente tutti i movimenti islamisti libici che Gheddafi considera nemici della Giamahiria. Non soltanto i Fratelli musulmani (Al-Jama'a al-Islamiya al-Libyia) che all'inizio degli anni Ottanta, con l'aiuto di studenti rientrati da altri Paesi arabi e europei, diffondevano la loro aspirazione di istituire un regime islamico basa­ to sulla Sharia, ma anche e soprattutto gruppi meno noti composti da elementi nati e cresciuti all'ombra della guerra contro l'intervento del l'Urss in Afghanistan. La repressione fu durissima. Nel 1987, sei esponenti dei Fratelli musulmani, accusati di aver ucciso un alto ufficiale dei servizi di sicurez­ za, furono impiccati pubblicamente nello stadio di Bengasi e l'esecuzione fu trasmessa dalla televisione. Un'altra ondata repressiva risale al 1998 dopo l'attentato (mai confermato ufficialmen te) al Leader, quando il suo convoglio diretto in Egitto venne attaccato trenta chilome­tri a Est di Bengasi da militanti di un fantomati­ co “Movimento dei martiri islamici”. Arresti, qualche condanna capitale, persone scomparse senza più lasciare traccia, ma negli ultimi sei o sette anni, soprattutto in Cirenaica, è stata segnalata la presenza di cellule segrete, troppo piccole, apparentemente, per costituire un perico­ lo serio al regime. Alcuni jihadisti sono stati arrestati o uccisi appena rientrati dall'Iraq dove erano andati a combattere contro la coalizione occidentale. Ma altri, nonostante gli sforzi dei servizi segreti, sarebbero riusciti a nasconderai e forse a fare proseliti favoriti dalla crescita di sentimenti religiosi nella popolazione non sol­tanto della regione occidentale della Libia. L'anno scorso, trecento esponenti dell'opposi­ zione a Gheddafi si sono riuniti a Londra per formulare un documento in cui auspicavano il passaggio della Libia a un regime democratico. La loro piattaforma escludeva l'uso della forza. Il proseguimento delle violenze a Bengasi, la seconda città della Libia, dopo l'assalto apparen­ temente pilotato al consolato italiano dell'altro giorno, potrebbe confermare l'ipotesi che le ma­ nifestazioni cominciate in modo pacifico siano state infiltrate da forze islamiste contrarie a Gheddafi e soprattutto al suo avvicinamento all'Occidente. Una grande incognita è rappresen­ tata dalla posizione delle forze armate che, secondo fonti occidentali, potrebbero essersi avvi­ cinate, in questi anni, alle posizioni islamiste.

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Vignette satiriche… tutto iniziò il 30 settembre

Italia Sera

19-20 febbraio 2006

 

La violenza che si è consumata davanti al consolato italiano di Bengasi, in Libia, è solo l'ultimo episodio di una lunga serie di proteste incandescenti, innescate dalla pubblicazio­ ne di alcune vignette satiriche che ritraggono il profeta Maometto. Le caricature hanno acceso gli animi del mondo islamico, provocando una violenta campagna d'odio contro i Paesi europei che per primi le hanno pubblicate e per estensione contro l'Occidente, spingendo qualcuno a parla­ re di scontro di civiltà. Di seguito una cronologia degli eventi che sono seguiti alla pubblicazione, sul giornale cat­ tolico danese Jylìans Posten, delle controverse vignette. È il 30 settembre del 2005; le 12 caricature, con il profeta Maometto raffigurato con una bomba al posto del turbante, appaiono per la prima volta sul quotidiano danese “Jyllands Posten” che rivendica la libertà di espressione. Il 12 ottobre, con una protesta formale, 11 ambasciatori di Paesi arabi in Danimarca chiedono con urgenza un incontro con il pre­ mier Anders Fogh Rasmussen. Il governo respinge però la protesta ed il primo ministro afferma, proprio al quotidiano “Jyllands Posten”, che non è compito del primo ministro “spiegare ad un gruppo di ambasciatori come funziona il Paese”. A dargli ragione è in Olanda la parlamentare di ori­gini somale, Ayaan Hirsi Ali, che ha sceneggiato il contro verso film costato la vita al regista Theo van Gogh. Passa quasi un mese, e il 7 novembre il Pakistan condanna le cari­ cature, definendo un “atto di islamofobia” la loro pubblica­zione ed il ministero degli Esteri sottolinea come “tali azio­ ni creino un solco dove si cerca di costruire un ponte”. Cambia il calendario e il 20 gennaio 2006, il giornale nor­ vegese “Magazinet” emula il Posten e pubblica le vignette per solidarietà. Si riaccendono le polemiche del mondo arabo e gli appelli al boicottaggio dei prodotti danesi e nor­vegesi. Dieci giorni dopo il ministero degli Esteri norvege­ se ordina l'evacuazione del personale volontario nella stri­ scia di Gaza e avverte i connazionali di non recarsi nei Tenitori dopo le minacce della Jihad islamica. Carsten Juste, direttore del “Jyilands Posten”, si scusa affermando che la pubblicazione delle vignette “non intendeva essere offensiva”. Il 31 gennaio, un allarme bomba alla redazione del “Jyilands Posten” di Copenaghen che viene evacuata dopo una telefonata minatoria. Il giorno dopo il quotidiano francese “Trance Soir” e il tedesco “Die Welt” pubblicano le caricature e rivendicano la libertà di stampa. Dopo Libia e Arabia Saudita, anche la Siria richiama il proprio ambascia­ tore a Copenaghen per consultazioni, fl 2 febbraio, il diret­ tore di “France Soir”, Jacques LeFranc, viene licenziato per aver pubblicato le vignette. Gruppi armati palestinesi minacciano di “trasformare in bersagli” i francesi, norvege­ si e danesi che si trovano a Gaza e in Cisgiordania e danno un ultimatum di 48 ore per ottenere le scuse formali dai governi di Norvegia, Danimarca e Francia. La protesta si allarga ad altri Paesi e l'Ue condanna le loro minacce, il 3 febbraio viene attaccata l'ambasciata danese di Giacarta da parte di un gruppo di indonesiani islamici che fa irruzione all'interno della sede diplomatica. L'ambasciatore danese è costretto a scuse formali. Proteste nella capitale indonesiana anche davanti alla sede del quotidiano “Rakyat Merdeka” (Popolo indipendente) che ha pubblicato le vignette. In Pakistan il senato approva all'unanimità una risoluzione di condanna contro i media europei. In Svizzera la lega dei musulmani giudica “inaccettabile” la pubblicazione delle caricature sui media locali. Intanto anche alcuni giornali fiamminghi le pubblicano in Belgio. Manifestazioni a Mogadiscio, in Somalia, dove vengono bruciate bandiere danesi e norvegesi, in Giordania, dove i manifestanti chie­ dono la chiusura dell'ambasciata danese. In Italia le vignet­ te vengono pubblicate dai quotidiani “La Padania” e “Libero”, mentre altri media italiani decidono di pubblicar­ ne solo alcune. Il giorno dopo a Damasco, manifestanti danno alle fiamme le ambasciate di Danimarca e Norvegia e tentano l'assalto della sede diplomatica francese, il 5 feb­ braio si verificano scontri di piazza a Beirut, dove circa 2mila persone riescono a raggiungere il consolato danese e gli danno fuoco. La polizia respinge i dimostranti con idranti e lacrimogeni ma la guerriglia si diffonde anche nel quartiere cristiano maronita.

In Turchia, il sacerdote italiano Andrea Santoro viene ucci­ so da un giovane al grido di “Allah è grande”. Il 6 febbraio la violenza arriva in Afghanistan, dove 4 persone restano uccise negli scontri, e in Somalia, dove sono due le vittime. L'8 febbraio sempre in Afghanistan, truppe dell'Isaf inter­ vengono per respingere i manifestanti che si accalcano davanti alle basi militari e alle ambasciate europee. Muoiono quattro afgani.

 


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La squadra impresentabile che ci ha governato

La Repubblica

19 febbraio 2006

Eugenio Scalfari

 

Non è la prima volta che Calderoli si dimette da ministro delle Riforme. Lo fece qualche mese fa per mantenere il voto parlamentare sulla legge detta «devolution» al primo posto nell'agenda delleCamere. Quel gesto, spallegiato da Bossi e fiancheg­giato dallo stesso presidente del Con­siglio, serviva a mettere in riga il parti­to di Casini e riuscì perfettamente nell'intento. Le dimissioni furono pron­tamente ritirate e la legge passò con il voto blindato di tutta la maggioranza.

Questa volta il caso è diverso, c'è di mezzo il rapporto con la Libia, deposi­to e serbatoio del flusso imponente dell'emigrazione clandestina africana. Ci sono di mezzo anche undici morti e decine di feriti, ma di quest'a­spetto cruento delle goliardate leghi­ste nessuno si preoccupa, né in Italia ma neppure in Libia, quella gente è carne da cannone e di loro chi se ne fre­ga.

Apro una parentesi: per virtù di Berlusconi la Libia è da due anni uscita dall'elenco degli Stati-canaglia e dall'embargo che vigeva fin dai tempi di papà Bush. La sua «riconquista» alla democrazia occidentale e all'amicizia con l'Italia è stata più volte celebrata e portata ad esempio nsieme alle ele­zioni democratiche (?) in Egitto, in Li­bano e in Iraq. Per noi in particolare è stato sbandierato come grande suc­cesso l'accordo di congiunta sorveglianza dei porti libici per impedire gli imbarchi clandestini. Il nostro mini­stro dell'Interno è stato varie volte a Tripoli affiancato da folte delegazioni e tornandosene a casa onusto di allori e di protocolli di intesa.

Risultati concreti neppure l'ombra: gli imbarchi dei clandestini sono tran­quillamente continuati. Ma ora ap­prendiamo dallo stesso governo che la Libia è rimasta un paese dominato da un regime di terrore e che il malanimo contro l'Italia è più vivo che mai. Noi lo sapevamo da un pezzo, ma la versione ufficiale dipingeva bianco quello che ora risulta nero e il sistema televisivo comunicava fedelmente il messaggio alle masse degli italiani in ascolto. Contrordine: non è così. Il colonnello Gheddafi è tuttora un nostro acerrimo nemico. Comunque il caso Calderoli non èun episodio personale dovuto all'ir­ruenza non controllabile d'un perso­naggio bizzarro. Il caso Calderoli na­sce nell'humus leghista, nella innata patologia leghista, nella sua anomalia che però da cinque anni costituiscono il puntello più efficace di Berlusconi nei confronti degli altri suoi alleati e nel dominio elettorale (almeno finora) delle grandi regioni padane.

I vertici il Cavaliere li fa con Fini e Casini ma per Bossi c'è il trattamento speciale della cena del lunedì nella villa di Ar­core, con il sottosegretario Brancher come terzo convitato, quello stesso che nelle deposi­zioni del banchiere Fiorani ri­sulta destinatario di cospicue elargizioni da parte della Banca popolare di Lodi.

Il ministro Fini e il ministro Buttiglione hanno detto l'altro ieri che il comportamento di Calderoli è ergognoso. La ve­rità è un pò diversa: è vergogno­so che Calderoli sia ministro della Repubblica come è vergo­gnoso che il ministro della Giu­stizia sia Castelli ed è altrettanto vergognoso lo sia Lunardi, mi­nistro dei Lavori Pubblici e al tempo stesso appaltatare di la­vori pubblici.

Lunardi semmai ha la scusante che il vero titolare dei conflit­ti d'interesse è lo stesso presi­dente del Consiglio.

In questo ha ragione. E' infatti vergognoso che al vertice del potere esecutivo sieda Silvio Berlusconi.

Del sondaggio americano nessuno ormai parla più, nep­pure il suo Committente. E' stato affondato dal semplice fatto che la ditta che l'ha effettuato è il consulente della campagna elettorale del Committente, per conseguenza il sondaggio costi­tuisce uno degli elementi della onsulenza.

Ma ne accenno qui solo per ri­cordare un particolare abba­stanza umoristico oltre che rive­latore: quando il Committente annunciò d'avere affidato alla Pbs un sondaggio elettorale dis­se che essa avrebbe certificato l'avvenuto sorpasso rispetto alla coalizione avversaria. Lo an­nunciò, il sarpasso, nel momento stesso in cui dava il via a quel sondaggio del quale però conosceva già l'esito prima ancora che fosse effettuato. Una pre­veggenza fantastica, fuori dal comune. Accanto a Napoleone e a Gesù Cristo abbiamo la rein­carnazione dell'oracola di Delfi e della Sibilla Cumana. Poi si di­ce che un uomo così ce lo invidiano anche all'estero. Lo credo bene. Ce lo invidiano e ne rido­no a crepapelle. Purtroppo per noi non è un oggetto esportabi­le.

Se glielo mandassimo in dono respingerebbero il pacco al mit­tente senza neppure aprirlo.Accantonato il sondaggio, ora si discute se il Contratto con gli italiani firmata in carta da bolla da Berlusconi durante la cam­pagna elettorale del 2001 sia sta­to onorato oppure no. C'è chi giura sul suo completo adempimento, chi lo nega e chi si tiene a mezza strada e fornisce percentuali più o meno verificate e verificabili.

Se ne parla da Vespa, se ne parla a «Prima Piano», se ne par­la soprattutto nel salottino tele­visivo di Giuliano Ferrara e in altri luoghi consimili.

La verità l'ha bene scritta Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Noi — se è permessa l'autocita­zione—l'avevamo scritto fin da allora cinque anni fa e poi l'ab­biamo ripetuto fino alla noia.

La verità è dunque questa: l'o­biettivo principale di quel con­tratto era sbagliato in radice. Primoperché era irrealizzabile e lo si sapeva fin da allora. Se­condo perché quand'anche fos­se stata realizzato era un obiet­tivo non utile al buon andamen­to dell'economia italiana. Per questo è del tutto inutile discu­tere se sia stato realizzato o no.

L'obiettivo principale, che fu in gran parte l'elemento della vittoria del centrodestra, era la riforma delle aliquote Irpef e Ir­peg e il connesso abbattimento della pressione fiscale. Impro­babile da realizzare perché pro­prio all'inizio del 2001 (e non dopo l'11 settembre come an­cora afferma Tremonti) comin­ciò a sgonfiarsi rovinosamente la bolla speculativa che aveva sostenuta per anni la Borsa americana e la domanda inter­nazionale.

Un governo capace avrebbe dovuta sapere che la domanda mondiale, consumi e investi­menti, stava entrando in situa­zione di ristagno, che il Pil dei paesi industriali sarebbe dimi­nuita e che diconseguenza le entrate tributarie avrebbero registrato serissime difficoltà.

In queste condizioni ridurre la pressione fiscale e volgere verso più basse aliquote le im­poste sul reddito era un rischio della massima gravità. Ma tutto questo fu volutamente ignora­to.

Dico volutamente perché Berlusconi e i suoi spin doctors elettorali erano sicuri (ed in questo avevano ragione) che lo slogan «meno tasse per tutti» avrebbe assicurato la vittoria. Di qui la grande idea del Contratto e di qui il vincolo che il «pre­mier» pose al suo ministro del­l'Economia: ridurre le aliquote doveva essere l'obiettivo da rea­lizzare a tutti i costi. Del resto lo è ancora oggi visto che il «pre­mier» promette e s'impegna per i prossimi cinque anni ancora sul tema della riduzione delle tasse (il che tra l'altro è l'ennesi­ma conferma che quell'obietti­vo non è stato realizzato).Tremonti naturalmente ub­bidì. Con ritardo ma non per colpa sua. Nei primi cento gior­ni (ma anche nei secondi e nei terzi cento giorni) la legislazio­ne ad personam e l'inutilissima battaglia sull'articolo 18 (che fu poi abbandonata come un figlio bastardo) impegnarono le ener­gie di tutto il governo e di tutta la maggioranza. Ma poi arrivò il momento di adempiere all'im­pegno maggiore. Si buttarono al vento i primi 6 miliardi, poi altri 6 e ci si preparava ad arrivare ad un totale di 18. Ventiquattromi­la miliardi di vecchie lire gettate dalla finestra che ebbero effetto zero sui consumi, sugli investi­menti, sulla competitività, sulla dimensione delle imprese. Ma ebbero effetto rovinoso sulla fi­nanza e sull'economia nel suo complesso: avanzo primario di­strutto, debito pubblico au­mentato, esportazioni in crollo, perimetri internazionali saltati.

Per evitare la bancarotta cer­tificata piovvero i condoni, la fi­nanza creativa, lo spostamento del eso fiscale sugli enti locali e sui servizi, l'accrescimento delle imposte indirette sui consu­mi e sugli affari.

Nei più recenti dibattiti televisivi Tremonti sostiene che l'azzeramento dell'attivo di bi­lancio non ha alcuna importan­za e che viceversa quello che conta è l'andamento del debito pubblico che per noi sta andan­do bene.

Per me è fonte di crescente e anche ammirato stupore ascol­tare queste affermazioni da par­te del ministro dell'Economia che ce le propina nella convin­zione evidente di avere come interlocutori dei perfetti imbecilli (tra gli interlocutori ci metto per primi 50 milioni di elettori ai quali queste affermazioni sono rivolte). Ma a questo punto voglio osservare: 1.Quando il rapporto fra entrate e spese è squi­librato l'avanzo primario del bi­lancio sparisce e diventa disa­vanzo. Così è sattamente avve­nuto nei cinque anni di governo del centrodestra.

2. Quando il bilancio è in disa­vanzo lo Stato non può che ri­correre al debito pubblico o all'inflazione. Non potendo far ri­corso a quest'ultima poiché non è più nelle mani della Banca Centrale Nazionale, si è fatto appunto ricorso al debito. Esso fu ridotto, in rapporto al Pil, dal go­verni di centrosinistra a quota 105 creando nel contempo un avanzo primario di bilancio pa­ri al 5 percento del reddito. Il go­verno Berlusconi-Tremonti ha mandato in disavanzo il bilan­cio ed ha riportato il debito pub­blico a 107-8.

Probabilmente il 2006 si chiu­derà con un debito a livello di 110 rispetto al Pil.Voglio infine spiegare perché gli obiettivi del governo, ove mai fossero stati realizzati, sarebbe­ro stati soltanto un inutile sper­pero di denaro. L'economia italiana non ha bisogno di stimolare la crescita della domanda ma piuttosto la   crescita dell'offerta: offerta di nuovi prodotti, cioè innovazio­ne. In questa situazione lo sti­molo fiscale deve essere con­centrato sulle imprese e non sui redditi personali. Ridurre il cu­neo fiscale è utile alla competiti­vità, ridurre le aliquote Irpef è inutile specie se la maggior ridu­zione va ad avvantaggiare i red­diti più elevati.

Onorevole Tremonti, la sua pagella contiene dunque cifre e orientamenti sbagliati. Lei me­rita zero in profitto ma lode in capacità di accalappiare i gonzi. Spero vivamente che questa volta i gonzi siano pochi.


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Rispettare anche i cristiani

Il Tempo

19 febbraio 2006

Rocco Buttiglione

 

Calderoli si è dimesso e la Lega deve decidersi ad uscire da una adole­ scenza goliardica ed irrespon­ sabile già troppo prolungata e risolversi a diventare una seria ed affidabile forza di go­ verno. Se Calderoli avesse ri­ fiutato di dare le dimissioni il Capo del Governo avrebbe dovuto togliergli tutte le dele­ ghe. Di più non sarebbe stato possibile fare perché a termi­ ni di Costituzione vigente il Capo di Governo non ha pote­ re di dimissionare un mini­ stro. Potrà farlo quando an­ drà in vigore la riforma ap­ provata in questa legislatura, ma non prima.

Calderoli ha dovuto dimet­ tersi perché la linea del go­ verno italiano non è quella dello scontro con l'Islam ma quella della lotta al terrori­ smo nel rispetto del senti­mento religioso degli islami­ci. Islam e terrorismo sono due cose diverse. Calderoli si doveva dimettere anche per un altro motivo. La linea del governo italiano è quella del rispetto della religione come tale, del sentimento religioso come tale.

Le religioni si possono criti­ care ma non si possono dileg­ giare. Questo vale per l'Islam ma vale egualmente per l'ebraismo e per il cristianesimo .

Dette queste cose con asso­ luta chiarezza, bisogna però dire con eguale chiarezza che non ci piace l'atteggiamento della sinistra e di buona par­ te della stampa assunto in questa occasione. Ci pare ir­responsabile ed ipocrita.

Ipocrita: Calderoli ha in­ dossato una maglietta con una vignetta vergognosamen­ te anti-islamica. Diversi gior­ nali europei di vignette così ne hanno pubblicato non una ma dodici, in nome della difesa della libertà di stampa . La manifestazione di Ben gasi era contro la vignetta, contro i giornali e contro Cal­ deroli.

Se Calderoli ha una gravis­ sima responsabilità, in quan­ to rappresentante del Gover­ no, non è possibile scaricare da ogni responsabilità i gior­ nali che le vignette hanno pubblicate. Per di più sareb­ be da vigliacchi pensare che gli islamici vanno rispettati perché insorgono bruciando i consolati e provocando tu­ multi in cui muoiono decine di persone. Gli islamici van­ no rispettati esattamente co­ me i cristiani e gli ebrei per­ché è abominevole offendere il sentimento religioso in ge­ nerale.

Alcuni dei giornali che oggi attaccano Calderoli si distin­ guono usualmente per la lo­ ro cristianofobia: non perdo­ no occasione non per criticare ma per dileggiare le convin­zioni ed i simboli del cristia­ nesimo e per invitare all'odio contro i cristiani.

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I libici in piazza non protestavano contro Calderoli.

Aizzati dagli imam nemici di Gheddafi che vogliono creare il caos nel Paese. Il leader è visto come un eretico dagli estremisti musulmani, molto forti a Bengasi dove sono attivi gruppi di ex combattenti in Afghanistan.

Libero

19 febbraio 2006

Maurizio Stefanini

 

Chi c'è dietro le mani­festazioni anti-italiane di Bengasi? Un fatto, l'ha os servato Magdi Allam sul Corriere della Sera, è che subito prima dell'assalto al consolato il presidente del Congresso generale del popolo, il parlamento libico, aveva annunciato l'intenzione di «riaprire il dossier con l'Italia», mi nacciando la rottura delle relazioni diplomatiche e chiamando il popolo a manifestare contro la “crociata” del ministro Calderoli.

Un altro fatto è però che l'assalto alla nostra rap­presentanza è stato poi stroncato con energia fe­ roce, se si pensa agli 11 morti e ai 50 feriti che è costata la battaglia tra po­ lizia e manifestanti. Ed un terzo fatto ancora è che Gheddafi potrà forse non esserci simpatico, ma agli integralisti lo è ancora di meno. Anzi, lo considera­ no un eretico. Sia per cer­ te sue prese di posizione femministe, almeno per la mentalità corrente in Me­ dio Oriente. Sia per la de cisione da lui presa di far ispirare l'Islam libico al solo Corano e non al cor pus di tradizioni e “detti” del Profeta contenuti nel­la Sunna: un'idea da con siderare, in termini mu­ sulmani, l'esatto equiva­ lente di quel che fece Mar­ tin Lutero quando procla­ mò che unica guida del cristiano doveva essere la Bibbia.

Gheddafi, d'altronde, questo odio lo ricambia in modo cordiale. «Tagliate loro la testa e gettatela nella strada come quella di un lupo, di una volpe, di uno scorpione», incitava già all'inizio degli anni ‘90 il Colonnello nei suoi di­ scorsi alla gioventù libica a proposito degli integrali­ sti: «Più pericolosi dell 'Aids, del cancro e della Tbc».

LA CITTÀ RIBELLE

Tra l'altro, è proprio a Bengasi la principale roc caforte dell'Harakat Al- Tajammu Al-Islami, “Mo­ vimento dell'Adunanza Islamica”, gruppo clande­ stino vicino ai Fratelli Mu­ sulmani. Come in gran parte del mondo islamico, il fatto che non sia con­ sentita opposizione al re­gime ma che non si possa nel contempo impedire alla gente di radunarsi nelle moschee fa si che gli integralisti ne approfittino per capitalizzare lo scontento popolare, indirizzandolo sulle loro posizioni. Dalla metà degli anni 90 è poi emerso anche l' al-Jama al-Islamiyyah al-Muqatilah fi-Libya, “Movimento dei Martiri Islamici Libici”, fondato da libici che erano andati volontari in Afghanistan a combattere contro i so­vietici, e attivo contro il regime con azioni arma­ te.

LA SVOLTA

In questa chiave si spiega­ no alcune delle più clamo­ rose, recenti svolte. Dopo l'assalto di Al Qaeda alle Torri Gemelle, in partico­ lare, Gheddafi è arrivato ad approvare la guerra Usa contro i Taleban. Nel 2003 dopo alcuni mesi di negoziato segreto con Londra e Washington ha rinunciato allo sviluppo di armi di distruzione di massa nucleari, biologi­ che e chimiche. Infine, giusto una settimana fa il 33enne Saif ai-Isiam Gheddafi, quello degli ot­ to figli che il Colonnello più usa come inviato non ufficiale, ha rilasciato a un giornale austriaco una clamorosa intervista in cui si dichiarava a favore della politica di Bush di esportazione della demo­ crazia. «La mancanza di democrazia comporta la promozione di persone sbagliate in posti chiave», ha detto, pur spiegando comunque che alla Libia ci vorrà ancora parecchio tempo prima di essere in grado di arrivare a una ri­ forma politica pluralista, e che nell'attesa la priori­ tà è per lo sviluppo dell'e­ conomia e gli investimen­ ti stranieri.

REGIME INAFFIDABILE

D'altra parte, non bisogna neanche dimenticare che Gheddafi è imprevedibile. E lo si vede in particare nel suo tormentato rap­porto col nostro Paese: prima ha espulso i nostri coloni; poi ha favorito i rapporti con le nostre im­ prese costruendo una partnership economia importantissima, ma sen­ za mai smettere di com­ memorare quell'espulsio­ ne e di chiederci cospicui risarcimenti. A un certo punto, al tempo dello scontro militare con Reagan nel Golfo della Sirte, ci lanciò addirittura un missile contro. E più di recente di fronte all'ondata di africani in transito per il territorio libico nel tentativo di imbarcarsi negli scafi dei clandestini verso le nostre coste a vol­ te è sembrato cercare di controllarli, a volte invece ce li ha quasi buttati ad­dosso. Se davvero come ipotizza Magdi Allam die­ tro le manifestazioni ci sono i suoi servizi, allora gli spari della polizia e il relativo bagno di sangue potrebbero essere rubri­ cati in questo tipo di vol­ tafaccia. Ma forse più pro­ babile ancora è che sia stata l'opposizione inte­ gralista clandestina a ten­ tare una prima prova di forza: magari cogliendo al volo proprio le incaute, infelici battute del presi dente del Congresso gene­ rale del popolo. 

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Onore al kamikaze padano. Berlusconi ottiene le dimissioni di Calderoli e fa pace con Gheddafi. Fini domanda scusa agli islamici e va in visita alla moschea. E l'ex ministro leghista si sacrifica. Ma non si piega.

Libero

19 febbraio 2006

Vittorio Feltri

 

Costatiamo amaramente che hanno già vinto loro, i musulmani fondamentalisti, i violenti. Facile dimostrarlo.

Primo. Gli incidenti a Bengasi di ve­ nerdì pomeriggio e sera sono scoppia­ ti per motivi in corso di accertamen­ to. Chi dice per le vignette sataniche uscite in settembre su un quotidiano danese e riprese da France Soire e da altri giornali, chi dice per la maglietta di Calderoli con stampate tali vignet­ te. Negli scontri fra dimostranti che hanno assaltato il Consolato italiano e polizia locale, sono cadute undici per­ sone colpite da arma da fuoco. Tra le vittime, nessun nostro connazionale. Nonostante ciò ovvero mentre ancora si sta cercando di capire l'accaduto, il governo di Centrodestra ha chiesto e ottenuto - con molta prepotenza - le dimissioni del ministro per le Riforme istituzionali. Vattene, è tutta colpa tua, metti a rischio attentati il tuo Paese, sei un irresponsabile.

Secondo. Non si rendono conto il Cavaliere e il suo gabinetto che, agen­ do così, d'impeto, senza attendere le risultanze dell'inchiesta (mi auguro ci sarà anche se non approderà a nulla) rivelano una paura fottuta e uno stato di soggezione verso gli aggressori del Consolato. I quali aggressori, dinanzi ai risultati ottenuti con la loro impre­ sa (addirittura il licenziamento di un ministro), sono incentivati a prose­ guire nella politica della forza bruta, bestiale. Menare le mani, incendiare e distruggere paga. Gli occidentali se la fanno sotto e noi ce li mangeremo. Esatta valutazione. Se lo scopo perse guito dai terroristi era sicuramente quello di farci vivere nella paura e di gettarci in ginocchio, be', essi l'hanno raggiunto. Non si era mai visto al mondo un governo silurare un suo mem­ bro per il sol fatto che questi, forse, ha irritato la sensibilità di uomini intol­ leranti capaci di spaccare tutto per una storia di vignette. C'è qualcosa di comico e di sinistro in questo pasticcio provocato dalla tremarella. Un esecutivo si cala le brache per dodici disegni bruttini ma non contrastanti con le nostre leggi, con la Costituzio­ne la quale garantisce il diritto alla li­ bertà di pensiero (in qualsiasi modo espressa) a prescindere da idee politi­ che, fede religiosa, sesso. Calderoli sarà anche un pistola (non lo è) ma subisce una ingiustizia che grida vendetta; pur di cacciar­ lo, i suoi persecutori han­ no fatto strame di un principio basilare e direi costitutivo della nostra democrazia liberale: la li­ bertà di esternare opinio­ ni d'ogni genere.

Terzo. D'accordo. Esi­ ste la ragione di Stato, esi­ ste il senso dell'opportu­ nità. Ma rimane l'iniquità del provvedimento con­ tro il ministro orobico: spedito al macero perché sotto la camicia indossa una t-shirt recante l'effi­ gie caricaturale di Mao­ metto. Via, fatemi il pia­ cere. Siete semplicemen­ te ridicoli. Calderoli è un tipo stravagante. Il buon gusto non è la sua carat­ teristica migliore. Spesso ho litigato con lui per cer­ ti suoi atteggiamenti e di­ scorsi indigeribili. Ma se non era adatto a ricoprire ruoli istituzionali non bi­sognava cooptarlo nell'e­ secutivo. Invece è stato preso quale sostituto di Umberto Bossi impedito da malattia. L'avete “as­ sunto” a cuor leggero? Peggio per voi. Liquidarlo oggi per una maglietta; at­ tribuirgli la responsabilità di aver scatenato la rab­bia di bigotti musulmani ventenni è un'idiozia. Di più. Una figuraccia: l'au- tocertificazione di impo­ tenza nella lotta per la prevalenza della civiltà sulla barbarie islamica. Una dichiarazione di re­ sa. Fate di noi quel che volete, ma non la bua. Non toccateci le Olimpia­ di, non disturbate la cam­ pagna elettorale, vi pre­ghiamo: siamo bravi ra­gazzi, pieni di simpatia per Maometto, Allah, le moschee, l'Islam ci piace da morire. Guardate, ab­ biamo stecchito anche Calderoli; però assicura­ teci tranquillità e pace.
Qua la mano. Per caso vi stanno sulle palle Maroni e Tremonti? Pronti, ve li regaliamo   entrambi. Sgozzateli pure, chisse nefrega. L'importante è che non ci buttiate le bombe.

Quarto. La politica del­ la debolezza agevola i pre­ potenti. Li incoraggia nel­ la soperchieria. Vabbé, gli italianucci non capisco­ no. I fatti di Bengasi van­ no comunque interpreta­ ti. Alle diciassette di ve­nerdì un gruppetto di fa­natici, ragazzetti storditi dalle predicazioni e dalle preghiere, si presentano al Consolato su cui sven­ tola la bandiera tricolore. Trascorre un po' di tem­po, e il gruppetto si tra sforma in gruppone. Cin­ quecento, mille, tremila manifestanti. Chi li tiene più? Protestano (dicono) per le vignette sataniche. Appiccano fuoco, tentano di irrompere negli uffici al cui interno stanno sei persone paralizzate dal terrore che rischiano il linciaggio. Miracolosa­ mente le sbarre che forti­ ficano porte e portoni reggono. Ma la spinta del­ la folla imbufalita è pres sante. La polizia ha la sensazione di non con­ trollare più gli eventi e at­ tacca a sparare. Undici cadaveri, forse di più; cin­ quanta feriti. Il prezzo è alto, però non c'era scel­ ta. Il Consolato è malcon­ cio, ma salvo. La manife­ stazione si scioglie. Fra gli “eroi” dell'assalto non ce n'è uno, scommetto, che sappia chi è Calderoli. Transeat. Al governo ita­ liano non par vero di trovare un caprone espiatorio : il ministro naif. Il quale alla fine accetta di adagiarsi sulla graticola. Nel pomeriggio di ieri si dimette. Ovvio. Li aveva addosso tutti, ma proprio tutti. Anche Gianfranco Fini, il quale riesce a sgo­mentarci: va in Moschea a chiedere scusa per la me­ nata della t-shirt di Calde roli. Cose da pazzi. Cose che però fanno godere l'opposizione comunista da sempre fidanzata dei musulmani, dei terroristi, dei guerriglieri, dei resi­ stenti, dei bamba e dei pirla.

Quinto . Analizziamo. Perché siamo tanto privi di dignità? A parte la fifa blu degli attentati, consa­ pevoli come siamo con quali signorini abbiamo di mezzo il petrolio e il gas. Allora, Bengasi è la seconda città della nostra ex colonia. La Prima è Tripoli. A Bengasi c'è una massiccia concentrazio ne di oppositori a Ghed dafi, tra cui parecchi gio­ vani. L'attacco al Conso­ lato è anche uno sfregio a Gheddafi che con Berlusconi ha rapporti eccel­lenti, questione di grana, scambi commerciali.

Il colonnello ha due problemi: tenere a bada i contestatori, evitandone la crescita di numero; e salvaguardare le intese con l'Italia. Che fare di fronte al casino? La solu­ zione c'è. L'Italia offre ai baluba libici la testa dello screanzato Calderoli, e i baluba si placano mo­ strando al mondo il trofeo padano; Gheddafi fa l'oc­ chiolino al Cavaliere e conferma i patti. Il regime di Tripoli si rinsalda. Fin­ ché dura.

Intanto petrolio e gas seguitano a pervenire sul­ la Penisola. E i dollari scorrono. Siamo felici, siamo contenti, le chiap­ pe del cui porgiamo rive renti. Chiaro? Le vignette e la maglietta scema del ministro sono soltanto pretesti idonei alla propa­ ganda; e il popolazzo beo­ ta beve, eccome se beve, sia quello cammellato sia quello motorizzato.

Resta il fatto che Calde­ roli, al di là delle sue in­temperanze e infrazioni al bon ton, è una delle ra­ re persone rispettabili in circolazione dalla parte del potere. Così è anche se non vi pare. Non mi verrete a dire che in un Paese in cui la satira, pro­ tetta dall'ipocrisia nazio­ nale, strapazza (col favo­ re della legge) chiunque non di sinistra, dodici di­ segni e una maglietta sia­ no in grado di aprire una crisi internazionale. An­ diamo, per favore.

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L'ambasciatore ammette: sapevamo che il corteo non era solo per le vignette. Trupiano: «Le frasi di Calderoli sui media arabi». Mercoledì al diplomatico un documento di protesta ufficiale

L'Unità

19 febbraio 2006

 

L'ambasciatore Francesco Paolo Trupiano è appena rientrato nella sua residenza dopo aver avuto una serie di colloqui con le autorità libiche e aver «dato un'occhiata» nella ca­pitale. «La città - esordisce - è assoluta­mente tranquilla, qui a Tripoli non vi è al­cun segno di tensione». A Bengasi invece la situazione appare molto diversa: «La polizia ha rafforzato la cintura di sicurezza non solo attorno all'area del consolato, ma in una zona più ampia, nell'intero quartie­re. Il consigliere e i due impiegati che si so­no allontanati venerdì dall'edificio conso­lare sono al sicuro in un edificio presidiato dalla polizia, ma anche ieri non hanno fat­to ritorno nella sede diplomatica». Il bilan­cio delle violenze e del pesante intervento della polizia appare destinato a crescere: «Le vittime - spiega l'ambasciatore Trupiano - sono per ora 11, ma molti feriti versano in condizioni molto gravi». Nelle dichiarazioni rilasciate alle agenzie di stam­pa tra venerdì e ieri mattina, il capo della rappresentanza diplomatica italiana, che mercoledì aveva ricevuto un documento ufficiale di protesta per le affermazioni di Calderoli, era apparso molto cauto nell'indicare i motivi che avevano originato la protesta, ma ieri ha precisato la sua analisi :«La manifestazione di Bengasi era prevista, le autorità ci avevano avvertiti per tempo, secondo le informazioni che erano in nostro possesso - prosegue l'ambasciatore Francesco Paolo Trupiano - doveva trattarsi di una dimostrazione “leggera”. L'iniziativa era stata promossa dal comitati popolari di base. Inizialmente all'origine della protesta vi era la pubblicazione delle vi­gnette su Maometto. Venerdì però, dopo le preghiere, la protesta è proseguita all'uscita delle moschee ed è dilagata in cit­tà. La polizia è intervenuta in forze anche per difendere il nostro consolato. In poche ore la violenza è salita di intensità». È evidente che oltre alla rabbia per la pub­blicazione delle vignette altre ragioni han­no alimentato la protesta. L'ambasciatore, che inizialmente, venerdì sera, non aveva messo l'accento sulla vicenda Calderoli precisa: «a noi era chiaro che da almeno due giorni ai motivi originali se ne erano aggiunti altri. Qui in Libia non si parlava tanto della maglietta del ministro quanto delle sue dichiarazioni. E questo elemento si è aggiunto in un clima già molto caldo e surriscaldato». Come si era diffusa - chie­diamo - la notizia delle prese di posizione del ministro Calderoli? «Moltissimi libici, direi tutti, vedono la televisione italiana che ormai si può vedere anche senza la parabola satellitare che molti posseggono, le trasmissioni più seguite sono quelle sporti­ve ed in particolare il calco, ma vengono seguiti anche i telegiornali. Le dichiarazio­ni del ministro sono state poi riprese e ri­lanciate da tutte le agenzie e dalle emitten­te arabe, da al Arabiya ad al Jazira». Il di­plomatico è reduce da alcuni incontri con le autorità di Tripoli: «Tutti i dirigenti libi­ci con i quali ho parlato - conclude l'amba­sciatore Trupiano - hanno espresso la con­vinzione che non vi saranno ripercussioni nelle relazioni bilaterali con il nostro pae­se. In Libia - dice infine il capo della sede diplomatica italiana - vivono circa mille italiani. In Cirenaica vi sono circa 80 connazionali».

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Un paese vicino e lontano. Rapporti bilaterali in crisi

Il Messaggero

19 febbraio 2006

Eric Salerno

 

«Noi siamo amici», avrebbe detto il presidente del Consiglio al lea­der libico in una telefonata in cui, verosimilmente, ha anche preannunciato le dimissioni del ministro Calderoli. Ma la verità è che i rapporti tra i nostri due Paesi, a livello di governo, da oltre un anno ormai, non sono più particolarmente amichevoli. Non c'è più un ambasciatore libico a Roma e l'incaricato d'af­fari segue l'ordinaria ammini­strazione. Le commissioni mi­ste non si vedono da qualche tempo, il dialogo bilaterale è praticamente fermo, l'interscam­bio è calato del 25% (anche per colpa della concorrenza spietata di cinesi, coreani e altri paesi asiatici) e il rapporto storico del­la nostra industria degli idrocar­buri sta segnando in passo men­tre decine di compagnie petrolife­re straniere, comprese quelle americane tornate in grande sul­la terra che lasciarono negli anni del boicottaggio hanno ottenuto nuove concessioni e si preparano a estrarre dalla sabbia della Sir­te, e non soltanto, l'oro nero e il gas che arriva direttamente in Italia. Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiana dei rimpatriati dalla Libia, quei ven-tiduemila “coloni” cacciati da Gheddafi dopo la sua ascesa al potere, parla di «rapporti pessi­mi» che «nel silenzio generale, sono andati via via deteriorando­si negli ultimi mesi». Per un attimo, durante e dopo la visita di Berlusconi in occasione dell' inaugurazione del gasdotto dell' Eni a Mellitah nell'inverno 2004, la relazioni tra i due Paesi sembrarono entrare in una sta­gione felice. Il premier era stato accolto a braccia aperte. Ghedda­fi annunciò la fine della “giorna­ta dell'odio e della vendetta “e la sua sostituzione con quella dell'”amicizia” tra i nostri due popoli. L'odio si riferiva al passato, a quando Tripolitania, Cire­naica e Fezzan furono colonizza­te in una sanguinosa guerra di conquista e sterminio. Qualche volta in modo stru­mentale, altre volte perché fer­mamente convinto della necessi­tà di chiudere con il passato attraverso un riconoscimento delle colpe del colonialismo, Gheddafì ha insistito su un “ge­sto riparatore”. Con Andreotti, molti anni fa, era stata concorda­ta, invano, la costruzione di un ospedale. Di fronte alle telecame­re andate nella Sirte per l'inaugu­razione del gasdotto, una nuova richiesta, fatta a Berlusconi: la costruzione di un'autostrada, dalla Tunisia all'Egitto lungo la costa Mediterranea. Un costo alto, ma secondo molti esperti e diplomatici anche italiani, possi­bile tanto più che avrebbe favori­to le imprese italiane del settore. Berlusconi rientrò in Italia dopo quella fortunata visita che contri­buiva a sdoganare il paria Ghed­dafi avviato verso un nuovo rap­porto con l'Occidente (operazio­ne avviata da Prodi come Com­missario europeo e prima di lui da D'Alema) ma delle richieste libiche non volle più parlare. Gianfranco Fini, allora vicepre­sidente del Consiglio, al silenzio ufficiale del governo aggiunse una dichiarazione sulla “civiliz­zazione della Libia” da parte dell'Italia coloniale. Gheddafì ri­spose per le rime e in un'intervi­sta a Giovanni Minoli sollecitò il leader d'Alleanza nazionale a chiedere scusa ai libici per i crimi­ni commessi durante il fascismo cosi come Fini aveva chiesto per­dono agli ebrei. Purtroppo le in­certezze italiane, l'incapacità di una parte della classe dirigente (l'attuale governo in primo pia­no) di riconoscere apertamente e con iniziative pubbliche sia in Libia che in Italia ciò che l'Italia di Giolitti, prima, e fascista poi, fece sull'altra sponda del Medi­terraneo continua a pesare nega­tivamente sui rapporti fra Tripo­li e Roma.

 


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Pera: «Sì al dialogo con l'Islam

ma solo in condizioni di parità»

 

Il Giornale

19 febbraio 2006

Antonio Signorini

 

_«Credo che sia un atto, finalmente, di responsabilità, dopo un comportamento che ho giudicato inaccettabile».

Marcello Pera ha deluso chi si aspettava da parte sua una qualche forma di sostegno all'ex ministro delle Riforme Roberto Calderoli, magari in nome della battaglia contro il relativismo culturale e per l'affermazione dei valori occidentali.

La condanna della maglietta con la riproduzione delle vignette danesi che raffigurano Maometto è chiara e le dimissioni del ministro leghista che l'ha indossata mostrandola in televisione, secondo il presidente del Senato, sono la scelta giusta. «La partita politica, l'aspetto politico ora è chiuso, con soddisfazione di tutti», è stato il commento della seconda carica dello Stato, nel corso di un'affollata presentazione, a Firenze, del libro del Papa L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture , del quale ha curato l'introduzione.

Il riferimento alla soluzione voluta da tutti è al premier Silvio Berlusconi che aveva invitato Calderoli a dimettersi prima che scoppiassero gli incidenti il Libia.

Chiuso il caso politico, «si apre un'altra vicenda che dobbiamo affrontare. Noi siamo per il dialogo con l'Islam, con i Paesi arabi, e con quelli islamici, con cui abbiamo eccellenti rapporti». Ma il confronto «si può svolgere solo in condizioni di parità e di reciprocità ». E quindi, «non si può rispondere a delle camicette ancorché irridenti o inaccettabili con dei morti, degli assalti ai consolati. Non si può rispondere a delle vignette con assalti ad ambasciate europee, non si può rispondere a una vignetta con il martirio di un prete cattolico».

Per il presidente del Senato, «solo in condizioni di dialogo e parità» queste tensioni «potranno essere superate.

Noi vogliamo parlare con gli altri - ha proseguito - noi vogliamo mantenere, naturalmente la difesa della nostra civiltà e delle nostre radici giudaico-cristiane».

Insomma, «censuro senza riserve la camicetta volutamente provocatoria e inaccettabile di un ministro che preferisce irridere piuttosto che pensare. Quel comportamento non ha giustificazioni e il partito di quel ministro ha coltura sufficiente per comprenderlo.

Ma la risposta adeguata non sono le sollevazioni e i morti».

Al di là del caso Calderoli, Pera non rinuncia alla sua posizione di liberale laico, convinto però che l'identità dei popoli sia da ricercare anche nella fede.Eche la civiltà occidentale abbia dato vita a sistemi politici più giusti. «Meglio strumenti di censura che le condanne a morte a furor di popolo. La nostra libertà di opinione e di stampa, ha dei limiti», e per stabilire quando questi vengono superati «abbiamo tribunali indipendenti, censure politiche e parlamentari, giudizi di una stampa pluralistica - ha aggiunto - critiche delle opinioni pubbliche e libero voto dei cittadini ». Si tratta di strumenti che possono essere anche «di censura »,ma che certamente sono meglio della pena capitale.

Nel corso della presentazione, l'intervento di Pera e quello di monsignore Rino Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense, sono stati interrotti da numerosi applausi. Una standing ovation ha accolto il nome di papa Benedetto XVI, autore del volume. Particolarmente apprezzata una parabola raccontata da Fisichella e tratta da Introduzione al cristianesimo , scritta dallo stesso Ratzinger. Parla di un incendio scoppiato in un circo danese a causa di una bandiera bruciata.

Un pagliaccio scappa dalle fiamme e raggiunge il vicino villaggio per dare l'allarme e chiedere aiuto, ma nessuno gli crede. Più racconta la vicenda e meno gli abitanti sono disposti a prenderlo sul serio. Inquietante il finale: il fuoco raggiunge l'abitato e il villaggio va in fiamme senza che nessuno abbia alzato un dito per evitarlo.


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Il fanatismo e' cosa loro

    

Mario Cervi

Il Giornale

19 febbraio 2006

 

L e dimissioni del ministro Calderoli sono state qualcosa di più d'un atto dovuto. Sono state la giusta sanzione d'un comportamento che sarebbe stato irresponsabile anche qualora avesse avuto le connotazioni della goliardata spavalda: ma che purtroppo ha dato l'impressione d'obbedire anche a meschine esigenze di propaganda elettorale. Molti italiani che simpatizzano per la Casa delle libertà, ma non per certe sceneggiate clamorose, si augurano che questa vicenda serva da lezione a quanti, nella Lega o altrove, hanno fatto uso e abuso di atti edi detti truculenti.

Calderoli ha avuto ciò che da tempo meritava, e che è diventato inevitabile dopo lo spargimento di sangue causato dalle manifestazioni di Bengasi.

Si va spesso ripetendo in queste ore che un personaggio cui è stato affidato un incarico pubblico di primaria importanza deve agire, soprattutto in momenti critici, nell'interesse del Paese: anche a costo di far forza alle sue pulsioni, istintive o calcolate che siano.

Il governo nega la teoria catastrofista dello scontro di civiltà, e ha a mio avviso ragione sia dal punto di vista dell'opportunità sia dal punto di vista della sostanza. È vero che in Turchia esistono fermenti fondamentalisti, ma è anche vero che l'assassino di don Andrea Santoro è stato assicurato prontamente alla giustizia.

È vero che i predicatori della guerra santa contro l'Occidente imperversano nell'Islam, ma è anche vero che alcuni capi di Stato islamici sono tra i loro bersagli prediletti.

La visita di Fini alla moschea di Roma è stata un gesto riparatore. Il «lungo e amichevole» colloquio telefonico di Berlusconi con Gheddafi ha avuto lo stesso significato: restando inteso che il colonnello libico non è un angioletto.

Ciò premesso mi pare si stia delineando sulla vicenda Calderoni una posizione che è insieme ipocrita ed equivoca.

Sembra cioè che lo sberleffo esibizionista di Calderoli e magari anche alcune opinioni severe sull'Islam legittimino le violenze, gli urli, le minacce (con apposita fatwa mortale) del clero musulmano: e che non i ministri o dignitari della Repubblica, ma anche i comuni cittadini, debbano tapparsi la bocca se viene loro voglia di criticare Maometto, o l'aspetto luttuoso e penoso delle donne col burka, o i progetti nucleari del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, o i deliri di folle oceaniche alla Mecca.

Calderoli doveva essere più attento, e non rifugiarsi, dopo i guai, nel solito alibi delle «vergognose strumentalizzazioni ». Ma l'Occidente, Italia inclusa, deve tutelare graniticamente quelle libertà fondamentali che sono il suo orgoglio (e in alcune circostanze, ammettiamolo, anche il suo fardello). Le cancellerie devono muoversi con la prudenza che è nei loro compiti. E tuttavia nessuna prudenza è concessa - neppure nel nome dei buoni rapporti internazionali e per ossequio a sensibilità e ipersensibilità di massa- quando si tratta di difendere il nostro diritto di esprimere opinioni, di muovere obbiezioni, insomma di essere cittadini liberi in un Paese democratico.

La religione cattolica ha subìto, nella cattolica Italia, innumerevoli attacchi e accuse. Si può non condividerli, e deplorarli.

Non si può vietarli, ameno che costituiscano reato. Il che vale, è evidente, anche per le «vignette sataniche» danesi,

a mio avviso non divertenti né da usare come canottiera.

Ma non è questo che conta. I

tumulti di Libia o d'altri Paesi islamici vanno iscritti nel grande libro del fanatismo. Cosa loro, non cosa nostra.

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Ma il «caso Calderoli» ha fornito all'integralismo l'occasione di

provocare una crisi nel riavvicinamento in corso tra i due Paesi

Il Giornale

19 febbraio 2006

Alberto Pasolini Zanelli

 

Forse non è stata una sorpresa che l'esplosione di fanatismo in corso nel mondo islamico investisse, prima o poi,anche l'Italia. Certamente non lo è che un nuovo «fuoco delle violenze si sia localizzato Libia, dove il dittatore Muammar Gheddafi (che pure è anch'egli un integralista islamico a forti tinte verde Profeta) è da anni sotto il tiro di Al Qaida e di altri gruppi estremisti.

Non è improbabile, infine, che le due spine irritative delle violenze l'altro giorno a Bengasi ci sia rapporto più che casuale.

relazioni fra Italia e Libia, che sempre state difficili dopo l'instaurazione della dittatura, hanno preso da alcuni anni una direzione nuova, più complessa e positiva.

è, o non dovrebbe essere, un segreto per nessuno che il governo Berlusconi abbia «lavorato» piuttosto fondo per aiutare, soprattutto psicologicamente, il governo di Tripoli a effettuare la sua svolta strategica, che non consiste soltanto nella rinuncia ai progetti nucleari ma anche in un più equilibrato atteggiamento nei confronti dell'Occidente in genere. Il presidente Bush ha citato più volte il ritrovato dialogo con Tripoli come uno dei più importanti effetti collaterali dell'impegno militare Usa in Irak; e tale affermazione, pur nel suo contesto in parte propagandistico, non è priva di fondamento. L'avere mostrato il bastone altrove ha permesso agli Usa di avanzare la carota in Libia, ottenendo molto di più con uno sforzo minimo. Quel che è meno noto è che quella carota in buona parte l'abbiamo cucinata noi. Berlusconi in persona ha condotto per anni una politica di iniziative di «recupero » di Gheddafi, certamente coordinate con quelle di Washington, ma certamente almeno in questo caso non subordinate.

Ogni riavvicinamento, o anche semplice avvicinamento, richiede una qualche sorta di mediazione, che il governo di Roma ha fornito con impegno, sensibilità e successo.

Le numerose visite del nostro primo ministro a Tripoli e l'apparente cordialità degli incontri con Gheddafi non sono che l'aspetto più vistoso, che ricopre una realtà più solida: c'erano cose che Roma e Tripoli dovevano fare come premessa politica e psicologica al «disgelo» libico nei confronti di tutto l'Occidente.

Ricucitura di vecchie lacerazioni bilaterali,ma anche iniziative come il progetto di Berlusconi di una mediazione libica per scongiurare la guerra in Irak, magari includendo un salvacondotto per Saddam Hussein per un pensionamento in Libia a patto che lasciasse pacificamente il potere a Bagdad.

Questa a grandi linee la strategia che si trova ora sotto attacco per un complesso di motivi non tutti correlati. A parte il comportamento poco ortodosso di Calderoli, è evidente la volontà di qualcuno di saltare sull'occasione per provocare una crisi di cui l'Italia è bersaglio ma forse non il principale.

Non è probabilmente neppure un caso che l'assalto alla rappresentanza diplomatica sia avvenuto a Bengasi, capitale della Cirenaica, che è, per antica tradizione che risale ai Senussi, il focolaio dell'estremismo fondamentalista.

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Il regime incassa l'uscita del leghista ma cerca di spegnere la rabbia delle famiglie delle vittime con un riconoscimento

Tripoli: martiri i morti negli scontri

Un diplomatico: spero che le dimissioni di Calderoli plachino la piazza, la nostra gente capirà

 

La stampa

19 febbraio 2006

Guido Ruotolo

 

«L'annuncio delle dimissioni del ministro Calderoli è una notizia che aiuta a rasserenare gli animi, la nostra gente capirà. Avevamo già fatto presente al governo italiano che la sua ultima intervista, nella quale invocava una nuova crociata contro l'Islam, avrebbe infuocato gli animi. Seif al Islam Gheddafi (figlio del leader libico, ndr) aveva chiesto allora le sue dimissioni per raffreddare il clima, per disinnescare la bomba. Ed era tornato a chiederle ieri mattina (accusando il ministro leghista di «azioni provocatorie e oltraggiose», ndr). Ma fino ai fatti di Bengasi. Roma non ha voluto dare seguito alle nostre richieste, sottovalutando le implicazioni che avrebbero comportato». L'autorevole fonte diplomatica libica rompe il silenzio. Dopo i fatti di Bengasi, l'assalto al consolato italiano e anche alla chiesa della città, il cui portone è stato bruciato, ieri mattina il Congresso generale del popolo (il parlamento libico) ha defenestrato il ministro dell'Interno, Nasser el Mabrouk, accusandolo di «ricorso eccessivo della forza». Il Congresso del popolo, che ha annunciato che anche tutti gli altri responsabili della sicurezza di Bengasi sono finiti sotto inchiesta - per oggi è stato proclamato il lutto nazionale -, ha rivolto un saluto e un omaggio alla «memoria dei nostri martiri», le undici vittime degli scontri davanti al consolato italiano (tra i feriti, cinque sono in condizioni drammatiche). L'iniziativa del Congresso del popolo dovrebbe aiutare a far sbollire la piazza, e va interpretata, secondo la nostra autorevole fonte diplomatica, proprio come tentativo di «sanare» la ferita di Bengasi. Tra l'altro il riconoscimento dello status di martiri consentirà alle famiglie delle vittime di avere un trattamento di favore. Nella cultura non scritta libica, araba, c'è la legge della «vendetta». Di fronte alla morte, i parenti delle vittime devono essere in qualche modo risarciti, devono sentirsi appagati, avere insomma giustizia. Tripoli spera che nella «città dei beduini, dei forti legami di appartenenza alle tribù», le dimissioni e il processo ai responsabili della repressione dell'altra sera possa essere sufficiente a chiudere l'incidente.
C'è stato chi, in queste ore, ha commentato i fatti di Bengasi addossandone la responsabilità al leader Gheddafi: «E' assurda questa interpretazione - è la risposta del diplomatico libico -, perché avremmo dovuto istigare alla rivolta e poi reprimerla con un bilancio mai visto prima nella storia della rivoluzione libica: undici morti per strada?». Si infervora la fonte: «Le nostre forze dell'ordine sono state costrette ad aprire il fuoco forse per paura e inesperienza, sicuramente per difendere l'unica sede diplomatica occidentale a Bengasi, per giunta la sede di un paese amico come l'Italia». Nelle parole del diplomatico si coglie la massima disponibilità nei confronti di Roma, anche se loro, i libici, ritengono che Roma non abbia ancora risolto il contenzioso aperto, il risarcimento per il periodo coloniale italiano. Le relazioni tra i due Paesi sono filtrate attraverso il nostro ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, che ha un rapporto diretto con il leader Gheddafi, che ieri pomeriggio ha avuto un colloquio con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Tripoli per protesta per gli impegni assunti e non mantenuti dal nostro governo, ha ritirato il suo ambasciatore a Roma. «Se non si fosse dimesso il ministro Calderoli - rivela la nostra fonte - le relazioni diplomatiche e commerciali tra i due Paesi sarebbero ulteriormente entrate in crisi». Il diplomatico insiste nel presentare il suo paese come islamico e tollerante. Ricorda la presenza di una comunità cattolica che ha il suo vescovo e che non ha mai subito discriminazioni. E che tra il «World Islamic Call Society» (Wics), la Fondazione mondiale degli islamici moderati, e il Vaticano i rapporti sono solidi dal 1972, quando fu fondato il «Wics». «In queste sett