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Convegno AIRL

7 ottobre 2006

Le reazioni dopo le dichiarazioni di Gheddafi su Bengasi

Gli incidenti di Bengasi

L'Associazione sulla stampa

Ultime notizie:

 

Ortu (Airl), rivendichiamo giusti indennizzi prima di ratifica accordo
Adnkronos

27 settembre 2008

Italiani d'africa, dimenticati dallo Stato

Famiglia Cristiana

25 settembre 2008

Marsilio (Pdl): “Solidarietà ai rimpatriati dalla Libia”

9 colonne

24 settembre 2008

E i rimpatriati italiani protestano oggi davanti a palazzo Chigi

Avvenire

23 settembe 2008


Libia: Gasparri incontra delegazione rimpatriati

Comunicato stampa

19 settembre 2008

Un invito in Italia per Gheddafi

La Stampa

5 settembre 2008

Il prezzo imposto

L'Unità

4 settembre 2008

 

“Il vostro premier è un po' strano”

La Stampa

3 settembre 2008

 

Le mille svolte del Colonnello mago del baratto

Corriere della Sera

3 settembre 2008

 

Gheddafi: l'Italia non darà le basi alla Nato per bombardare la Libia

Libero

3 settembre 2008

 

Intesa Italia-Libia. Non solo sorrisi

Il Giornale

2 settembre 2008 

Ortu (Airl), Frattini è confuso

Ansa

2 settembre 2008

Io, imprenditore espropriato da Gheddafi e mai risarcito

Il Sole 24Ore

2 settembre 2008

Italia-Libia, la promessa di Frattini. "Risarcimenti anche agli italiani"

La Repubblica

1 settembre 2008

"Governo cinico, così vi siete dimenticati di noi"

Il Secolo XIX

31 agosto 2008

Noi e il Colonnello: storia di aiuti e sospetti

La Stampa

31 agosto 2008

Scud e tè nel deserto

Corriere della Sera

31 agosto 2008

Delusi i rimpatriati: beni confiscati mai risarciti

Avvenire

31 agosto 2008

Calderoli: soldi anche a chi fu cacciato

Corriere della Sera

31 agosto 2008

Cinque miliardi per far pace con Gheddafi

La Stampa

31 agosto 2008

Zard, scappato da Tripoli: di sinistra, ma bravo Silvio

Corriere della Sera

31 agosto 2008

Un patto miliardario benedetto dalla Lega

Il Mattino

31 agosto 2008

Andreotti: il Mediterraneo è la nostra vera risorsa giusto chiudere il capitolo

Il Mattino

31 agosto 2008

L'intesa con la Libia

Libero

31 agosto 2008

I rimpatriati italiani rompono con Silvio

Libero

31 agosto 2008

Il patto piace anche a Calderoli

Libero

31 agosto 2008

Italia-Libia, firmaoto il patto di amicizia da 5 miliardi di dollari

Il Sole 24ore

31 agosto 2008

Gli esuli italiani al premier "Ora il governo pensi a noi"

Il Tempo

30 agosto 2008

Miliardi a Gheddafi? Sì, ma poi basta con le prepotenze

Il Giornale

27 luglio 2008

I regali di Prodi a palestinesi e libici

Libero

19 luglio 2008

Il premier a Gheddafi: bisogna rafforzare la nostra cooperazione

Avvenire

28 giugno 2008

Italia-Libia: Associazione Rimpatriati, tenere conto dei nostri diritti

AnsaMed

27 giugno 2008

La Libia: per noi il caso è chiuso

Il Sole 24Ore

10 maggio 2008

Gheddafi, amore e odio

La Stampa

10 maggio 2008

La tela infinita del Colonnello e i continui rilanci

Il Sole 24Ore

10 maggio 2008

Lo sceicco bianco che "gioca" per restare attaccato al potere

Il Giornale

10 maggio 2008

Le reazioni italiane alle dichiarazioni di Saif El Islam Gheddafi

La Voce d'Italia

5 maggio 2008

La Ue cerca l'accordo con la Libia

News Italia Press

28 febbraio 2008

I petrodollari non valgono l'anima

Corriere della Sera

4 gennaio 2008

Italia-Libia: contenzioso perenne

L'Opinione

3 gennaio 2008

Clandestini, una task force tra Italia e Libia

La Repubblica

30 dicembre 2007

Gheddafi convinto dall'autostrada

Corriere della Sera

30 dicembre 2007

Il Colonnello e i 30 anni di trattative

Corriere della Sera

30 dicembre 2007

La delusione dell'AIRL dopo l'incontro con il Ministro D'Alema

Aise

19 dicembre 2007

 

Italia-Libia: Ortu, delusi da incontro con D'Alema

ANSA

17 dicembre 2007

Libia: Ortu (Airl), delusa da incontro con D'Alema

Adnkronos

17 dicembre 2007

Comunicato stampa del Ministero degli Esteri su incontro con l'AIRL

17 dicembre 2007

Airl: le nostre sono richieste ragionevoli

Aise

14 dicembre 2007

Libia, Gheddafi fa shopping a Parigi

Il Velino

13 dicembre 2007

 

Gheddafi "Clandestini? Un miliardo e ci penso io"

Il Sole 24 Ore

9 dicembre 2007

 

"Colonialisti, risarciteci".

Il Sole 24 Ore

8 dicembre 2007 

Gheddafi vedrà Prodi ad accordo concluso

Apcom

4 dicembre 2007

Il risarcimento alla Libia, un affare della storia

Il Venerdì

23 novembre 2007

Messa per i caduti al cimitero italiano di Tripoli

ANSAMed

2 novembre 2007

Accordo in vista tra italia e Libia

Corriere della Sera

30 ottobre 2007

Farnesina, trattato prenderà in considerazione tutti i contenziosi

Adnkronos

30 ottobre 2007

Italia-Libia,

Forlani (Udc):

Risarcire gli italiani espulsi

Il Velino

30 ottobre 2007

Scaroni a Tripoli, Al Obeidi a Roma: riparte il dialogo

Il Sole 24 Ore

17 ottobre 2007

Eni, accordo strategico in Libia

Il Messaggero

17 ottobre 2007

Ex tripolini: la parola d'ordine è "dialogo"

Bresciaoggi

15 ottobre 2007

Il ricatto di Gheddafi costa 461 milioni all'Ue Il Giornale

25 luglio 2007

Infermiere libere: vittoria di Sarko

La Stampa

25 luglio 2007 

Il gran ritorno del colonnello

Il Sole 24 Ore

25 luglio 2007

L'Occidente e gli ostaggi di Gheddafi

La Repubblica

7 luglio 2007

Gheddafi jr "Siamo pronti ad un accordo storico"

Corriere della Sera 

16 giugno 2007

Intervista a Giovanna Ortu, presidente AIRL

Donna Impresa Magazine

Maggio-giugno 2007

I segreti di Tripoli

La Velina Azzurra 17 maggio 2007

L'Italia chiarisce il giallo Gheddafi

Il Sole 24 Ore

15 maggio 2007

Libia: Gheddafi ha programmato da tempo una transizione morbida

Il Velino

15 maggio 2007

Siluro mediatico a Gheddafi: è grave

La Stampa

15 maggio 2007

Gheddafi telefona dall'"aldilà": sto benissimo

Il Giornale

15 maggio 2007

Italia-Libia: Amb. Trupiano, autostrada? Negoziato avviato

Ansa

9 maggio 2007

Libia e Italia, una vita difficile. Quando Gheddafi verrà in Italia?

Il Manifesto

9 maggio 2007

Pedrizzi: Tesoretto risarcisca italiani espropriati in Libia

Apcom

5 maggio 2007

Gheddafi: Dna agli italiani

ANSA

29 aprile 2007

L'Italia studia un fondo-Libia

Il Sole 24 Ore

25 aprile 2007

I fondi per la Libia

Il Sole 24 Ore

26 aprile 2007

Pasquale Ferrara

Libia: L'Airl a d'Alema, abbiamo un credito di 3 miliardi

Kataweb.it

24 aprile 2007

Il "tesoretto" e l'autostrada libica: l'Airl chiede 250 mln

Il Velino

24 aprile 2007

Il tesoretto? Per l'autostrada di Gheddafi

Il Sole 24 Ore

24 aprile 2007

Gheddafi vince al Tar lo scontro su una Venere

Corriere della Sera

24 aprile 2007

Intervista a Leone Massa

L'Opinione delle Libertà

11 aprile 2007

Libia: visti, via libera agli italiani per la Fiera di Tripoli

Il Velino Diplomatico

30 marzo 2007

Gheddafi boicotta gli imprenditori italiani

L'Opinione delle Libertà

30 marzo 2007

Libia chiude le sedi diplomatiche in Italia

L'Opinione delle

Libertà

29 marzo 2007

Prima riunione del tavolo di lavoro sui diritti degli italiani rimpatriati dalla Libia

Aise

20 febbraio 2007

Libia: rimpasto governo, cambiano tre ministri

ANSA

23 gennaio 2007

 


 

IMPORTANTE

LA RASSEGNA STAMPA SUCESSIVA AL 27 SETTEMBRE 2008 E' CONSULTABILE NELL'APPOSITA SEZIONE DI QUESTO SITO DEDICATA ALLO "STORICO" ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA FIRMATO IL 30 AGOSTO 2008.


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Ortu (Airl), rivendichiamo giusti indennizzi prima di ratifica accordo
"Verrà notificata a premier istanza per consegna e conoscenza testo"

Adnkronos

27 settembre 2008

 

"Rivendichiamo il diritto di essere ricevuti dal Presidente del Consiglio per poter ottenere assicurazioni in merito agli indennizzi che ci sono dovuti. Questo deve accadere prima della ratifica
parlamentare dell'accordo di amicizia, partenariato e collaborazione con la Libia". Lo dichiara all'Adnkronos la presidente dell'Associazione Italiana Rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu. L'associazione ha promosso da martedì, davanti alla sede del Governo a Palazzo Chigi, un presidio permanente costituito da due persone che si alternano ogni tre ore, per dodici ore consecutive. "La nostra iniziativa - aggiunge Giovanna Ortu - non è contro la persona di Silvio Berlusconi, ma contro un governo che ha firmato un accordo con Gheddafi senza prima ascoltarci e senza fornire le giuste garanzie di risarcimento per le violazioni che abbiamo subito nel 1970, anno della nostra espulsione dal paese nordafricano"."Voglio peraltro ricordare -prosegue la presidente dell'Associazione Italiana dei Rimpatriati dalla Libia - che il testo dell'accordo è frutto di un lavoro bipartisan, essendo stato preparato dall'esecutivo precedente l'attuale, anche se rammento che Massimo D'Alema mi manifestò diverse perplessità in merito. Non è mia intenzione condurre la politica estera del Paese, ma metto in evidenza che nel '70 abbiamo perduto tutto, un enorme patrimonio morale, affettivo, economico: ci sono stati confiscati beni per 400 miliardi di lire dell'epoca, circa 3 miliardi di euro di oggi. Siamo 20mila persone prive di qualsiasi protezione da parte del nostro governo, ci sentiamo veri capri espiatori di decisioni assunte senza ascoltarci. Abbiamo compiuto molti passi istituzionali, senza però ricevere una risposta dal premier".E sottolineo anche che la presenza di molti italiani e nostri antenati in Libia risale al 1865, decenni prima della colonizzazione del 1912 e del periodo fascista"."Io non sono affatto contro la stipula dell'accordo con Gheddafi nè contro la Libia; pretendiamo di essere trattati come persone che meritano rispetto. Peraltro voglio segnalare che l'esatto contenuto del patto non è stato ancora conosciuto nè reso noto, alimentando le versioni più disparate e contrastanti su di esso. E' un diritto dei cittadini, non solo di quelli direttamente coinvolti nella vicenda in esame, averne piena cognizione: a questo proposito comunico che un ufficiale giudiziario notificherà alla Presidenza del Consiglio un'istanza per la consegna dell'accordo, per renderne trasparente il testo all'opinione pubblica".

 


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Italiani d'africa, dimenticati dallo Stato

 

Famiglia Cristiana

25 settembre 2008

Giulia Cerqueti

 

In attesa rischia di diventare interminabile. Ma loro, gli italiani di Libia, non mollano. Sono passati 38 anni da quando, salito al potere, il colonnello Gheddafi cacciò 20 mila italiani che vivevano e lavoravano in Libia, espropriandoli dei loro beni e delle loro attività nel Paese. «Nel 1970, quando fummo cacciati, io avevo trent'anni e abbiamo vissuto un dramma di vita», ricorda Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl). «Nel 1976, Gheddafi era appena entrato nel capitale della Fiat investendo 360 miliardi di lire: noi italiani ne avevamo persi 400». Ma i rimpatriati non ce l'hanno tanto con Gheddafi, quanto con lo Stato italiano, che ancora non ha risolto la questione. Il problema è tornato con forza in occasione dell'accordo firmato a Tripoli da Berlusconi e dal Colonnello. «In parte siamo stati risarciti da un primo acconto. Ma dobbiamo ancora recuperare molto. Eravamo protetti da un Trattato del 1956 e quando Gheddafi lo ha violato, l'Italia non ci ha difesi. Non entriamo nel merito dell'accordo, ma vogliamo ciò che ci spetta. In questo, destra e sinistra sono bipartisan: nell'atteggiamento di ossequio verso Gheddafi, prima per il petrolio, ora per il problema dell'immigrazione».

 


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Marsilio (Pdl): “Solidarietà ai rimpatriati dalla Libia”

 

9 colonne

24 settembre 2008

 

Questa mattina i parlamentari che si sono recati a Montecitorio hanno trovato in piazza Colonna i rappresentanti dell'Associazione Rimpatriati dalia Libia (AIRL), che manifestano davanti Palazzo Chigi per chiedere al governo di onorare uno storico debito che l'Italia ha nei loro confronti. "Hanno pienamente ragione e desidero esprimere tutta la mia solidarietà ai rimpatriati dalla Libia", Così, Marco Marsilio, deputato del Pdl-An, secondo cui "nel momento in cui il Governo italiano si appresta a chiudere uno storico contenzioso con la Libia di Gheddafi, diventa allo stesso tempo imprescindibile risarcire i 40mi!a italiani che vennero espropriati di tutti i loro beni nei 1970, quando vennero espulsi dalla Libia. Se è realisticamente impossibile che la Libia riconosca di dover loro qualcosa, è assolutamente inevitabile che tale diritto venga riconosciuto dall'Italia. Sollecito pertanto il Governo a prendere iniziative in questa direzione, associando le pratiche per la ratifica del trattato con Gheddafi alla definizione nella misura dell'indennizzo dei nostri concittadini: è un dovere morale che il centrodestra non può non onorare".

 

 


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E i rimpatriati italiani protestano oggi davanti a palazzo Chigi

 

Avvenire

23 settembe 2008

Giovanni Grasso

 

Da oggi gli italiani rimpatriati a forza dalla Libia nel 1970 effettueranno un picchetto no stop e a oltranza davanti a Palazzo Chigi per «ottenere da Berlusconi un incontro e un impegno preciso circa i risarcimenti» che reclamano.

«E' vero che siamo vecchi e stanchi dopo 38 anni di attesa – dice Giovanna Ortu, Presidente dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia - ma nessuno pensi di imbrogliarci facendo carta straccia dei nostri diritti, offrendoci in cambio il visto turistico per “tornare nella nostra Patria” o addirittura di sbarazzarsi di noi rispedendoci a vivere nei duecento complessi di edilizia abitativi che il Trattato prevede»

«Il Presidente del Consiglio – prosegue Ortu - pur nell'ansia di concludere l'“accordo storico” con la Libia avrebbe dovuto far meglio i suoi conti, includendovi anche lo stanziamento per il nostro definitivo anche se tardivo indennizzo e soprattutto avrebbe dovuto darci un segno della sua considerazione e del suo rispetto, ricevendo una nostra delegazione»

 


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Libia: Gasparri incontra delegazione rimpatriati

 

Comunicato stampa della Segreteria del Senatore Gasparri

19 settembre 2008

 

Il presidente del gruppo parlamentare Pdl al Senato, sen. Maurizio Gasparri, ha incontrato questo pomeriggio al Senato una delegazione dell'Airl, Associazione italiana rimpatriati dalla Libia, guidata dalla dottoressa Ortu. La delegazione ha illustrato i problemi relativi agli italiani espulsi dalla Libia nel 1970 ed ancora in attesa di un indennizzo per i danni patiti in quell'occasione. Tale esigenza si è posta ancora con maggiore forza dopo le intese tra l'Italia e la Libia e gli impegni economici assunti dal governo italiano nei confronti di quello libico.

"Conoscevo da tempo la questione - ha dichiarato Gasparri al termine della riunione - ed ho volentieri incontrato la delegazione dell'Airl. La politica del governo, tesa ad una cooperazione tra i popoli nel Mediterraneo e che ha portato alle recenti intese, deve ovviamente essere accompagnata da adeguati interventi nei confronti dei cittadini italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970. Ho preso atto della proposta dell'Airl affinchè ci possa essere un incontro con il presidente del Consiglio Berlusconi ed i presidenti di Camera e Senato. Personalmente sosterrò le loro iniziative, convinto che ci debba essere giustizia per tutti, su tutte le sponde del Mediterraneo. E le esigenze con grande senso di responsabilità poste dall'Airl saranno da me appoggiate presso la Presidenza del Consiglio che ben conosce l'annosa vicenda".


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Un invito in Italia per Gheddafi

La Stampa

5 settembre 2008

Igor Man

 

Già spiazzati dall'accordo Roma-Tripoli, neocon italiani e foresti, politici in perdita di velocità attaccano l'articolo 4 dell'accordo assumendo ch'esso sia una sorta di patto leonino poiché condannerebbe l'Italia all'immobilismo se la Nato fosse costretta a «punire» un Gheddafi bellicoso. Una nota della Farnesina chiarisce che l'accordo «fa, come ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dall'Italia». Insomma: «gli impegni Nato non si toccano». Il viaggio della Signora Rice a Tripoli è una sorta di imprimatur a un accordo per molti versi inappuntabile; non poteva essere altrimenti quando a distribuire le carte al «tavolo» è un signore chiamato Gianni Letta, saggio praticante del low profile. Per il Vecchio Cronista che frequenta la Libia da mezzo secolo l'accordo Roma-Tripoli apre un nuovo capitolo nel libro mastro del complicato rapporto con la Jamahirjia libica. Tuttavia.

Tuttavia ci sembra lecito smorzare la legittima soddisfazione governativa. Vediamo. Da 40 anni si dice e si scrive che Gheddafi è un dittatore. Il Colonnello ha inventato la «Terza Teoria» forma e faro della Jamahirjia, il «governo delle masse» del quale Gheddafi sarebbe semplicemente al Qaid, la Guida. Guida, non dittatore. Epperò nel disegnare il «governo delle masse», il Colonnello s'è preoccupato di lasciare ampio margine diremo ideologico operativo ai Comitati Popolari, piccoli parlamenti disseminati nell'immenso territorio libico. Nell'intenzione di Gheddafi dovrebbero ispirare la Guida. Nel tempo codesti Comitati son diventati una sorta di «coscienza critica» immanente, invadente. Trent'anni fa ero con Enrico Recchi, il non dimenticato costruttore di strade e ponti nel Terzo Mondo e dunque anche in Libia, quando telefonano da Tripoli: «Hanno arrestato il Vescovo Martinelli». Ebbene, dissi a Enrico, chiama Jallud che metta fine a questa cavolata. Ma all'allibito Ingegner Recchi, Jallud (allora potente Numero 2) disse: «Bisogna aver pazienza, i Comitati son difficili da gestire, diamo tempo al tempo». Monsignor Martinelli venne banalmente interrogato durante 11 giorni e infine rilasciato. Ad attenderlo all'uscita dalla «prigione», lui, la Guida, Gheddafi, il beduino dalle sette vite e dalle 700 uniformi. Il Vecchio Cronista vorrebbe raccomandare a chi di pertinenza di non farsi troppe illusioni. Non nascondiamoci dietro un dito: non ci preoccupa tanto il rifornimento energetico (è un florido capitolo a parte) quanto ci angustia lo sbarco ininterrotto dei clandestini smistati dai porti libici. È la nostra freccia nel fianco. Che i Comitati Popolari possono moltiplicare quando e come vogliono. Il 17 di febbraio di due anni fa, per fermare un «attacco popolare» contro il Consolato d'Italia guidato dai Comitati di Bengasi (provincia ribelle), il Colonnello fu costretto a far sparare l'esercito. Trentuno morti. Fra interviste ufficiali, colloqui informali eccetera, il Vecchio Cronista avrà incontrato il Colonnello almeno otto volte. Gheddafi è soprattutto e soltanto un beduino; «il nemico viene dal mare», lo ammoniva sua madre. Per fugare la fastidiosa, per noi, diffidenza di al Qaid, per farne un interlocutore affidabile, potrebbe funzionare un invito ufficiale in Italia. Amore e odio, questo il sentimento di Gheddafi per l'Italia. Un protocollare invito, magari con tenda piantata nei giardini del Quirinale, non muterebbe il lupo in agnello ma darebbe ai rapporti con l'Italia una valenza seria, pesante, spegnendo gli erratici fuochi dei Comitati Popolari, timonieri dei barconi della morte.

Il libro da comodino di Gheddafi è una biografia di Mitridate.

 


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Il prezzo imposto

 

L'Unità

4 settembre 2008

Luigi Bonanate

 

La cosa più simpatica della politica estera italiana è proprio la simpatia che vuole sprigionare: il nostro paese (quello stesso che si abbarbica testardamente all'asta della bandiera della compagnia di bandiera) vuole andare d'amore e d'accordo con tutto il mondo. Berlusconi è tanto amico di Putin ma anche di Saakashvili; va d'accordissimo con la Cina ma anche con gli Stati Uniti, con Israele e un po' anche con al Fatha.

Il premier la pensa come la Merkel ma anche come Medvedev, come Sarkozy e magari, chi sa, anche con Zapatero. Più o meno, rimane fuori Chavez, ma se andasse a trovarlo in Sardegna la prossima estate...

La diplomazia del sorriso è quanto ci sia di più desiderabile al mondo; ma se fosse già in atto dovremmo allora dirci che abbiamo dormito a lungo e ci siamo svegliati in un altro mondo, nel quale pare che i trattati ormai non valgano più nulla e le bugie si possono dire senza alcun imbarazzo, mentre sono essi che creano il diritto della società internazionale, cioè qualche cosa di importantissimo e che non può mai mancare: immaginate se la vita di uno stato non fosse regolata dal diritto... L'importanza dei trattati, quasi sacrale nella storia della diplomazia mondiale, è tale che la loro efficacia viene fatta dipendere da alcune condizioni formali che tutti i paesi osservano - salvo, forse, ora che il nostro Governo dovrà presentare al Parlamento il testo del trattato.

Su che cosa verterà la discussione parlamentare questa volta? Se le cose stanno come si mormora (e ci sono autorevolissime conferme), il prezzo che Gheddafi avrebbe chiesto per regolamentare il flusso dei clandestini verso le nostre coste sarebbe la promessa che l'Italia non userà e non concederà mai a nessun paese il suo territorio per farne la base di attacchi militari contro la Libia. La Nato ha già tracciato un limite dicendosi convinta che l'Italia non verrà meno ai suoi pregressi impegni internazionali che, in caso di eventi bellici o di gravi tensioni in area, potrebbero però anche costringerla a concedere basi agli alleati storici, magari contro le aspettative della Libia o di paesi del circondario. E tra i suoi alleati, l'Italia conta anche gli Stati Uniti e Israele, per non fare che due nomi, che grandissima simpatia e fiducia nei confronti di Gheddafi (che poi siede su un giacimento di petrolio: ecco un'attrattiva non irrilevante per gli Usa) non hanno mai avuto. L'Italia potrebbe dunque trovarsi in contraddizione con se stessa a causa della banale ricerca del consenso massimo possibile, del sorriso a tutti i costi, della ricerca dell'applauso. Non è Berlusconi, del resto, che ha frenato i bollenti spiriti di Putin (così almeno ci ha fatto sapere lui stesso)? Riuscirà la politica estera italiana (sovente telefonica) a restar fedele a tutti i suoi impegni?

Berlusconi è giunto al suo ormai famoso trattato con Gheddafi grazie all'idea di uno scambio: un'autostrada contro il controllo dei clandestini. L'Italia prenderebbe due piccioni con una fava: si laverebbe la coscienza (per l'ennesima volta) per il passato colonialistico, e farebbe anche un piacere al Papa che la scorsa settimana si è espresso al riguardo in termini del tutto antimaroniani. Forse né Berlusconi né Frattini ricordano (e hanno ragione: non erano ancora in politica quei tempi) che almeno due (o forse tre) volte Andreotti andò a promettere a Gheddafi, sotto la tenda sulla sabbia, lui nel suo impacciato doppiopetto e il leader libico in caffetano e turbante, la costruzione di un ospedale a titolo di risarcimento morale. Li avesse fatti costruire davvero, ora potremmo andare tutti in Libia a farci curare. Con le autostrade la musica è la stessa: già nella sua precedente esperienza governativa Berlusconi ne aveva promessa una, ma non mi pare proprio che sia mai andato a inaugurarla. Forse è per questo che Gheddafi questa volta ha alzato il prezzo e Berlusconi (che può permetterselo) ha pagato. Ha tuttavia tenuto un comportamento che si potrebbe definire di dispregio delle istituzioni. Le ragioni sono due. La prima riguarda l'iter formativo dei trattati così come è stabilito dalla Costituzione italiana, che non permette a nessuno (ripeto: nessuno; solo i dittatori compiono atti con valore di legge senza consultazioni) di prendere decisioni che impegnano l'intero paese nei confronti di uno o altri Stati senza una procedura democratica che prevede, in primo luogo, una preparazione consistente in contatti tra plenipotenziari (così si diceva una volta) che si consultano e predispongono le carte per una successiva trattativa politica. Questa fase si raggiunge quando un governo ha maturato una politica, discussa e condivisa, non semplicemente voluta da un Presidente e/o da un ministro. Mi piacerebbe sapere quanti al Ministero degli esteri erano al corrente di ciò che Berlusconi sarebbe andato a trattare... Ma credo di conoscere anche la risposta! Non siamo, più, oltretutto, in tempi di trattati segreti, e la nostra Costituzione aggiunge che la validità di un trattato è condizionata non soltanto alla ratifica del Presidente della Repubblica ma a una autorizzazione politica, ovvero a una pubblica discussione parlamentare. Di che cosa parleranno in Parlamento: di autostrade, o di lealtà atlantica, di ricordi del colonialismo o di monumenti di ripulre, di petrolio o di calcio? Di questo passo, il cammino della nostra politica estera rischia di inciamparsi da solo nelle sue contraddittorie scelte dettate dalle estemporanee risoluzioni berlusconiane che, ogni tanto, decide di dare una sistemata a un qualche capitolo del nostro sciamannato modo di vivere. Purtroppo, per il nostro paese, questa non è neppure una storia nuova. Berlusconi forse non lo sa, ma quando arrivò il giorno dell'approvazione della legge di ratifica del trattato con cui l'Italia entrava nella Nato (restiamo dunque in argomento), De Gasperi ne chiese l'approvazione senza neppur rivelare ai parlamentari il contenuto (allora rimasto segreto) del trattato stesso! Nonostante l'intervento di Togliatti, che denunciò la ferita alla democrazia che quella procedura implicava, ovviamente il trattato fu approvato al buio. Forse anche l'attuale governo preferirebbe simili vie spicce.

 


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"Il vostro premier è un pò strano"

 

La Stampa

3 settembre 2008

Glauco Maggi

«Perché l'Italia doveva mai fare un accordo con la Libia, e concedere a Gheddafi le riparazioni economiche sul lontano passato?». Al telefono nel suo ufficio di Washington del pensatoio Hudson Institute, l'esperto di politica internazionale Laurent Murawiec, convinto neoconservatore, ride sarcastico alla domanda sul patto tra Gheddafi e Berlusconi, che contiene, tra l'altro, pure il famoso articolo 4 sul divieto all'uso delle basi americane in Italia in caso di tensioni con la Libia. «Mi auguro che il particolare del divieto non sia vero, ma purtroppo non ci sarebbe da stupirsi se rosse proprio cosi», commenta Murawiec.

Lei pensa che Berlusconi possa aver firmato un accordo che nega le basi Usa al Pentagono senza aver avvertito prima il dipartimento di Stato e la Casa Bianca?

«Questo io non lo so, ma le posizioni del governo italiano in politica estera sono piuttosto strane, di questi tempi. Non mi stupirei, insomma, che sia avvenuto alle spalle di Washington, perché Berlusconi non mi pare stia tenendo una linea abbastanza energica, per dire il minimo, sulle questioni internazionali del momento. Per esempio Pabbiamo visto a proposito della guerra in Georgia, e nei rapporti con Putin. Durante il suo precedente mandato il premier italiano era stato molto meglio, distinguendosi dal francese Chirac e dal tedesco Schroeder su tutti i temi caldi».

Ma non è stata la stessa America a fare la pace con la Libia dopo la rinuncia di Gheddafi al piano di armamento nucleare?

«Il passaggio dal non essere più nemici a quello di diventare amici non è automatico, né obbligatorio. Far chiudere il programma nucleare è stato un'ottima cosa: Gheddafi aveva del resto una paura tremenda. Ma da allora sono alquanto critico sulla politica molto tenera degli Stati Uniti verso la Libia, come verso altri dittatori del mondo arabo e mediorientale».

Secondo lei, ci saranno conseguenze al patto Italia-Libia nei rapporti tra Roma e Washington, se emergesse che non è stato concordato prima il particolare delle basi vietate?

«Il Dipartimento di Stato è stata l'avanguardia del governo americano nel perseguire la politica dell'"essere carini" verso Gheddafi. Come fanno a criticare l'Italia per essere, oggi, ancora più amica di Gheddafi? Io però insisto a non capire il senso delle riparazioni economiche riconosciute al governo libico. Non mi pare sia questa una priorità della politica estera italiana".

Quindi lei non è convinto dell'intera bontà dell'accordo basato sui risarcimenti...

«Posso ammettere che vengano concessi dei rimborsi a chi è stato individualmente colpito e danneggiato e reclama delle riparazioni economiche, ma allora perché l'Italia e gli italiani interessati non hanno sollevato la questione degli espropri subiti tre decenni fa, sia da parte dello stesso governo libico sia da parte di quello egiziano?».

 


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Le mille svolte del Colonnello mago del baratto

Corriere della Sera

3 settembre 2008

Guido Olimpio

I gesti del colonnello, però, non sono mai definitivi. Si è sempre lasciato una o più vie di fuga. Un po' come Yasser Arafat, che però — guarda caso — non c'è più. Da grande sopravvissuto, Gheddafi ha stretto patti con tutti, diavolo compreso. Un esempio. La Libia ha aiutato per anni i terroristi più pericolosi, ma è stata la magistratura di Tripoli ad emettere il primo mandato di cattura contro Osama Bin Laden. Era il 1994 e i libici lo volevano arrestare per l'uccisione di due 007 tedeschi avvenuta nel Paese.

D colonnello sa che si può sempre barattare qualcosa. La testa di un pericoloso estremista come la tecnologia sofisticata. L'importante è avere la moneta di scambio al momento giusto, quando c'è qualcuno che te la chiede. Ed è così che la Libia è rientrata nella comunità internazionale. La rinuncia al suo programma nucleare è stato il prezzo pagato per tornare ad essere un interlocutore politico. Era il 2003 e gli americani — per interessi economici e strategici — volevano chiudere il dossier libico. La Cia, che è riuscita ad arruolare una famiglia di svizzeri coinvolti nel piano nucleare del colonnello, organizza il colpo. Un mercantile, la «Bbc China», che trasporta materiale sensibile destinato a Tripoli, viene costretto a far scalo a Taranto. Con un'azione congiunta con il Sismi il cargo è bloccato. Dalle stive saltano fuori «le prove» dei progetti libici. Il colonnello, ben volentieri, si piega ad un accordo e la confisca del carico è il gancio che lo trascina verso la dirczione giusta. I rapporti con Washington migliorano. La Cia conduce la mediazione e poi coinvolge i libici nella guerra ad Al Qaeda. Una volta gli aerei facevano scalo nelle basi nordafricane per nascondere pericolosi terroristi, ora trasportano i militanti catturati dagli Usa con operazioni speciali e destinati a Guantanamo.

Un approccio pragmatico — Gheddafi teme che i qaedisti libici creino problemi all'interno della Libia — che cerca di far dimenticare il passato. A cominciare dal mistero di Lockerbie.Il 21 dicembre 1988 un jet Pan Am esplode nei cicli di Scozia, 270 le vittime. Un attentato per il quale è stato condannato lo 007 libico Mohammed Al Megrahi. Ma anche in questa storia non mancano le ambiguità. Prove importanti che potevano scagionare la spia sono state nascoste dalla polizia. Un paio di testimonianze appaiono oggi dubbie. Ma Tripoli ammette le responsabilità in modo da ottenere, in cambio, la fine delle sanzioni. Di nuovo è il grande baratto. Più facile per il colonnello che non ha alcun dovere verso un'opinione pubblica inesistente.

E lo schema in qualche modo si ripete con il dramma delle infermiere bulgare accusate di avere infettato con l'Aids decine di bambini libici. Gheddafi alza il prezzo per evitare che vengano consegnate nelle mani del boia.

E' come se il colonnello, diventato «buono» in nome dei contratti, voglia ricordare il suo passato di «cattivo». Un'eredità pesante che ancora lo insegue. Dieci giorni fa in un attentato in Irlanda del Nord è stato usato dell'esplosivo Semtex. I resti, secondo la polizia, del carico regalato dalla Libia all'Ira negli anni 80. Altro episodio in Libano. La magistratura libanese ha appena chiesto l'arresto di Gheddafi per la scomparsa dell'imam Moussa Sadr avvenuta nei settembre 1978. Un giallo che ha coinvolto anche l'Italia in quanto l'esponente libanese era diretto nel nostro Paese. Il caso non è ancora chiuso e potrebbe riservare sorprese non gradite.


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Gheddafi: l'Italia non darà le basi alla Nato per bombardare la Libia

 

Libero

3 settembre 2008

Maurizio Stefanini

 

Articolo 4 del Trattato di Amicizia appena firmato tra Italia e Libia: «in rispetto dei principi di legittimità internazionale, l'Italia non use­rà o permetterà l'uso dei propri tenitori per nessuna ag­gressione contro la Libia e la Libia non userà o permetterà l'uso dei propri tenitori per nessuna azione ostile contro l'Italia». Che significa? Un'interpretazione "autentica" l'ha data ieri Gheddafi attraverso l'agenzia Jana: «quello che vogliamo è che voi assicuriate che né l'America né la Nato usino i tenitori italiani contro la Libia».

Ovvia la bagarre. Nero su bianco, il Trattato dell'Atlantico del Nord prevede un principio di solidarietà automatica, in base al quale l'attacco a un partner è considerato attacco a tutti, con le relative conseguenze. E Palazzo Chigi in una nota spiega infatti che in effetti non è proprio come dice Gheddafi. «In relazione a quanto riportato oggi dall'agenzia di stampa libica Jana, circa il trattato firmato sabato scorso tra l'Italia e la Libia, si precisa che l'accordo fa, come è ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dal nostro Paese, secondo i principi della legalità internazionale». Ovvero: se Gheddafi fa il matto, l'alleanza atlantica prende il sopravvento sul Trattato di Amicizia. D'altra parte, proprio il combinato tra Patto Atlantico e Trattato di Amicizia imporrebbe a Gheddafi di non attaccare alcun partner Nato, proprio perché sarebbe "azione ostile" anche verso il nostro Paese.

In sé il chiarimento è completo, e toglie abbastanza spazio alla quasi surreale ira filo-americana con cui l'ex comunista Fassino attacca il governo. «Di fronte alle dichiarazioni che arrivano da Tripoli è assolutamente indispensabile che il governo venga a riferire in Parlamento, venga ad illustrare gli effettivi contenuti dell'accordo e se ci sono impegni "di quel tipo sulle basi Nato in Italia. Sono impegni che ci sorprenderebbero molto perché non si conoscono nella diplomazia e nelle relazioni internazionali un Paese che rinunci preventivamente a decisioni che attengono alla sua sovranità e al suo interesse nazionale. Stabilire oggi che non si concederanno mai le basi è incomprensibile e non ci soddisfa la nota di palazzo Chigi redatta in modo imbarazzato e reticente». Evoluzione filo Usa della sinistra italiana a parte, è però vero che è parte della storia della diplomazia quel tipo di situazioni in cui uno stato prendeva impegni aperti di solidarietà militare con un Paese, assieme a im­pegni con altri Paesi in senso del tutto contrario: non pensate sempre ai "Giri di Valzer" dell'Italietta che trattava sotto banco con gli anglo-francesi mentre erano formalmente alleata a Germania e Austria; prima ancora, nel 1887 la stessa Germania aveva fatto con la Russia un Trattato di Controassicurazione in flagrante contraddizione all'alleanza con l'Austria. Ma, appunto, erano quelli impegni che venivano presi rigorosamente di nascosto. Non si spiattellavano in pubblico due giorni dopo, come ha fatto Gheddafi. Fiducia tradita? O è il rais che elabora su un testo volutamente ambiguo?

 

 

 


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Intesa Italia-Libia. Non solo sorrisi

 

Il Giornale

2 settembre 2008

Mario Cervi

 

Gli accordi sono una bella cosa. Quello raggiunto tra l'Italia e la Libia, e suggellato da un incontro tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi è poi, a prima vista, una cosa non bella ma bellissima: perché mette fine - almeno si spera, personalmente ho qualche dubbio - a quasi quarant'anni di accuse libiche all'Italia colonizzatrice, e perché porta la firma d'un leader che s'è fatto proclamare «Re dei re d'Africa». È oltretutto un accordo bipartisan, la cui conclusione è stata preceduta da un lungo negoziato portato avanti volta a volta dal centrosinistra e dal centrodestra.

Non voglio aver l'aria di saperne più dei politici e dei funzionari che si sono impegnati a risolvere un contenzioso le cui premesse - guerra giolittiana di Libia - risalgono a quasi un secolo fa. Ma avendo sollevato qualche obiezione prima dell'entente cordiale di Bengasi, ritengo sia mio dovere tornare sul tema. Nessuno può contestare che la Libia sia per l'Italia un interlocutore importante. Si affaccia sul Mediterraneo proprio di fronte alla penisola, ha il petrolio, ha la possibilità di bloccare - o non bloccare - il flusso delle imbarcazioni cariche di clandestini disperati che vogliono raggiungere le nostre coste.
Disponendo di questi strumenti di pressione - non vogliamo chiamarli di ricatto - e rifacendosi a remote colpe storiche già pagate dalla collettività italiana in Libia con il «giorno della vendetta», ossia con l'espropriazione dei beni, il Re dei re ha duramente preteso, e ottenuto, un indennizzo colossale. Tale può essere considerato sia per l'entità della spesa addossata ai contribuenti italiani, sia per la congiuntura economica critica in cui l'onere viene assunto.

Pazienza, si dirà. Ne abbiamo passate tante, passeremo anche questa. Rimane un problemino, che è di particolare attualità dopo le recenti polemiche per le Olimpiadi in Cina, e per le trasgressioni dei diritti umani dalla Cina compiute. Gheddafi è un dittatore, e non dei più bonari. La Libia fu a lungo iscritta nella lista statunitense degli Stati-canaglia, poi ne è stata depennata non per una sua conversione alla democrazia ma perché non se la prendeva più con il Grande Satana di Washington. Vogliamo, nel nome della realpolitik, passar sopra ai peccatucci autoritari del colonnello? Siamo uomini di mondo e capiamo. Ma avremmo almeno preferito un tantino meno d'enfasi, nel celebrare l'evento. 

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Libia: Ortu (Airl), Frattini è confuso

 

Ansa

2 settembre 2008

 

"Parlando poco fa a Radio City, il ministro Frattini ha dichiarato che il trattato firmato il 30 agosto prevede per gli italiani che hanno subito la confisca nel 1970 la possibilità di tornare in Libia e di sedersi ad un tavolo negoziale della Farnesina per trattare con la Libia i loro crediti. Il ministro evidentemente troppo impegnato a dare eco alle sue vicende sentimentali, non ha approfondito le questioni di sua competenza e confonde i crediti vantati dalle aziende italiane per commesse eseguite negli anni '80 con i risarcimenti dovuti agli espulsi del '70 che da 38 anni attendono di recuperare almeno in parte il valore dei loro beni. Ah l'amore che fa fare!". Lo ha dichiarato Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia.

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Io, imprenditore espropriato da Gheddafi e mai risarcito

 

Il Sole 24Ore

2 Settembre 2008

di Alessandro Milan

 

Leone Massa lo ripete di continuo, come un mantra: «Articolo 35 della Costituzione, ultimo comma: la Repubblica tutela il lavoro italiano all'estero. La verità è che Gheddafi ha saputo difendere benissimo i diritti dei suoi cittadini, Berlusconi non ancora. Ci sono molti imprenditori, come il sottoscritto, che vantano crediti da Tripoli e non hanno mai ottenuto un euro».
Lo storico accordo Italia-Libia, siglato sabato scorso a Bengasi, non piace a tutti. Non a Massa, 76enne napoletano, che presiede l'associazione italiana per i rapporti italo-libici e dal 2000 porta avanti la battaglia di 21 aziende italiane creditrici per oltre 250 milioni di euro. Soldi che sono frutto di commesse mai incassate o di strutture sequestrate dal governo Gheddafi tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80, quando il Colonnello iniziò ad avanzare pretese insistenti sui risarcimenti coloniali da parte dell'Italia. «Fu allora che iniziarono gli espropri» ricorda Massa, all'epoca titolare di un'impresa che costruiva impianti elevatori.
«Io ho lavorato bene in Libia fino al 1982, poi mi sono state sequestrate le strutture da un giorno all'altro. In quel momento avevo commesse per 1 milione 152mila dollari». Massa ha portato avanti la sua causa anche nei tribunali libici e la Corte Suprema gli ha addirittura dato ragione: «Mi hanno riconosciuto crediti per 407mila dollari, anche se me ne spetterebbero 951mila, ma la verità è che non ho ancora ottenuto nulla». Da allora è un elenco di riunioni, di comitati tecnici italo-libici, di tentativi mai andati in porto di trovare un accordo.
Quella delle imprese italiane in Libia non è solo una battaglia economica. Dietro a ogni contenzioso c'è una storia umana, spesso di sofferenza, che Massa ricorda: «Le potrei raccontare vicende incredibili: un imprenditore, dopo che gli fu sequestrato tutto, tornò in Italia e venne rimproverato dalla famiglia che si trovò improvvisamente sul lastrico. Ha finito i suoi giorni come un barbone alla stazione Termini. Ne ricordo un altro di Figline Valdarno: i libici gli presero tutto e lo misero in carcere tre anni e mezzo con l'accusa di concussione. Tornato in Italia, poco dopo si tolse la vita. Conservo ancora l'ultima sua lettera in cui mi scrisse: "Lunedì prossimo compra la Nazione" dove avrei letto la notizia del suo tragico gesto. E che dire di Edoardo Seliciato: lavorava a Tobruk quando fu arrestato e accusato di attentare alla vita di Gheddafi. Sua moglie si incatenò davanti alla Farnesina e alla fine il governo italiano riuscì a farlo tornare ma in cambio concedemmo la libertà a tre libici. Seliciato non si è più ripreso da quell'esperienza traumatica ed è ancora oggi in cura».
Massa in questi anni le ha provate tutte per ottenere i crediti spettanti dalla Libia: «Ho parlato più volte con le istituzioni italiane e ho fatto parte di vari comitati tecnici. Una settimana prima dell'accordo siglato da Berlusconi ero in Libia per l'ennesima riunione. C'erano il nostro ambasciatore, il viceministro libico agli esteri e il viceministro all'economia. I libici continuavano a dire che la questione dei crediti è politica, che è inutile fare cifre e che ogni governo deve tutelare i propri cittadini. Beh, a quel punto io mi sono alzato e ho abbandonato la trattativa». Massa ne ha abbastanza di riunioni e di discussioni: «Nell'accordo siglato sabato scorso non c'è nulla che risolva la nostra situazione, tutto è rimandato a ulteriori negoziati. Ma ora basta: se entro l'autunno la politica italiana non ci darà una risposta denunceremo tutto, con documenti, perché vuol dire che non viviamo in uno Stato di diritto». Già, lo storico accordo Italia-Libia che pone fine a 40 anni di rapporti a corrente alternata tra i due Paesi: «Cosa ne penso? - commenta Massa - Dire che sono arrabbiato è poco. Sa, io non mi sono mai piegato. Nel 1969, quando la camorra mi occupò uno stabilimento, denunciai tutto in Procura e un anno dopo il mio fascicolo sparì. Da allora ho capito che devi sempre tenere la schiena dritta. E ho capito un'altra cosa: se paghi una volta, come fa ora l'Italia con la Libia, finirai per pagare sempre».


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Italia-Libia, la promessa di Frattini. “Risarcimenti anche agli italiani”

 

La Repubblica

1 settembre 2008

 

Dopo la firma degli accordi tra Italia e Libia si apre un nuovo capitolo del contenzioso tra i due paesi. Lo annuncia il ministro degli Esteri Franco Frattini che, ieri sera dai microfoni di Sky, ha spiegato che “sulla questione dei risarcimenti agli italiani cacciati dalla Libia da Muammar Gheddafi nel 1970 apriremo subito un tavolo di negoziato”. Frattini ha fatto sapere che “c'è già una disponibilità libica, ad esempio, a risarcire al cento per cento quelle imprese italiane che hanno dei crediti che possono essere dimostrarti”. “Ma noi – ha aggiunto il titolare della Farnesina – vogliamo ottenere qualcosa di più, cioè anche quei crediti che non possono essere dimostrati totalmente, la Libia deve dare qualcosa”. Frattini ha comunque escluso che a risarcire i connazionali sia lo stato italiano.

E il giorno dopo l'intesa, il premier Berlusconi torna sui “grandi vantaggi che verranno per le nostre imprese, magari maggiori che per le altre imprese”. Con questa firma “potranno partecipare alle grandi opere che la Libia oggi pensare per dotarsi di quelle infrastrutture che prima le sono mancate”. E, intanto, il leader libico ha voluto ringraziare “l'amico Berlusconi” ma anche “quegli uomini audaci che firmarono ed emanarono la dichiarazione congiunta dek 2 luglio 1998 come Prodi, Dini e D'Alema”


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Gli italiani rimpatriati «Governo cinico, così vi siete dimenticati di noi»

 

Il Secolo XIX

31 agosto 2008

 

«È un governo cinico e baro, a cui non sappiamo come rispondere perché, al contrario di Gheddafi, non abbiamo petrolio, clandestini da far sbarcare sulle coste italiane, consolati a cui appiccare il fuoco». Non è un giorno di festa per gli italiani rimpatriati dalla Libia nel 1970 – e per i loro eredi – quello in cui il premier Silvio Berlusconi firma con Gheddafi il “trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” che riallaccia i rapporti con la Libia. Il nostro Paese ieri ha voluto mettere una pietra sopra il suo infamante passato coloniale, ma per gli italiani che hanno vissuto nel Paese africano sino a quel 7 ottobre di 38 anni fa quando il Colonnello comandò la cacciata dei nostri connazionali, dopo averne confiscato tutti i beni, è difficile archiviare un passato che brucia ancora.

«Siamo stati dimenticati dal governo: un accordo da 5 miliardi di dollari firmato con la pistola del ricatto alla tempia e nulla per risarcire i 20.000 italiani e i loro eredi per i beni confiscati nel 1970» denuncia Giovanna Ortu. Lei ha 69 anni («un po' di più di Gheddafi, che ne ha 67, un po' meno dei 71 di Berlusconi») ed è presidente della Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. Si ricorda con tragica chiarezza di quel giorno in cui lasciò Tripoli «con una figlia di 18 mesi e le spoglie di mio padre. Dietro mi lasciavo l'azienda agricola strappata al deserto e tirata su da mio padre: dimagrii in pochi giorni di 15 chili». «Da allora - dice - vivo a Roma e ho dedicato la mia vita alla causa degli italiani rimpatriati dalla Libia. Ora si chiude tutto con un nulla di fatto: mai avrei creduto che un governo di centrodestra, i cui esponenti ci manifestavano solidarietà quando erano all'opposizione, si dimenticasse di noi».

Nei cassetti degli uffici ministeriali prendono da tempo la polvere le 6.000 domande di indennizzo degli italiani rimpatriati. I beni a loro confiscati, nel 1970, erano pari a 400 miliardi di lire. Negli anni, i governi che si sono succeduti hanno riconosciuto a queste persone e ai loro eredi solo briciole. Tenendo conto delle rivalutazioni, oggi la somma da restituire - che dovrebbe accollarsi il governo italiano in assenza di risposte dalle autorità libiche, visto che nell'intesa di ieri niente è previsto su questo argomento - è di 3 miliardi di euro. «Ma non sono certo i soldi che noi chiediamo. Ci accontereremmo di un 10% di quello che ci spetta. Magari senza altri ritardi, tramite decreto. Perché sia riconosciuto almeno questo principio: non siamo meno responsabili degli altri italiani delle atrocità commesse negli anni del colonialismo, per cui noi pagammo con le confische e la cacciata dalle case in cui abitavamo».

Sull'accordo di ieri, la signora Ortu si concede un po' di ironia. Come di chi dal Colonnello non si aspetta certo nulla di buono: «La scelta di Berlusconi di chiudere la partita mi auguro sia proprio vincente, ma chi può dire che Gheddafi non se ne inventi ancora una delle sue?»

L'ultima volta in cui l'associazione si era fatta sentire, lo scorso 7 agosto, a palazzo Chigi il premier incontrava El Baghdadi El Mahmoud augurandosi un accordo «entro il mese». Quell'accordo ora c'è. Se siete disposti a pagare tanti soldi a Gheddafi, scrisse in sostanza quel giorno la signora Ortu al governo, forse dovreste riconoscere qualcosa anche a noi. «Nessuno ci ha risposto, forse si vergognano di noi. Mi rimane un'esile speranza, ma forse bisogna riconoscere che 38 anni di battaglie si chiudono così, senza un nulla di fatto. Forse siamo un peso per questo Paese, non so. Eppure non mi rassegno al fatto che un governo democratico possa fare come se nulla fosse, come se non esistessimo. È che forse, da un governo sotto il ricatto del petrolio, mi sarei aspettato un sussulto di dignità».


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Noi e il Colonnello: storia di aiuti e sospetti

 

La Stampa

30 Agosto 2008

Alfio Caruso

 

In un signorile appartamento di Gorizia un anziano medico conserva i documenti scritti dal padre, ingegnere e ufficiale degli alpini, durante la missione nel deserto libico a caccia di petrolio. Eravamo a metà degli Anni Trenta e le perforazioni di Ardito Desio nell'oasi di Marada avevano fatto intuire che sotto lo scatolone di sabbia esistessero giacimenti importanti.
Ma, secondo Desio bisognava perforare fino a duemila metri per trovare il prezioso liquido. Tant'è vero che Mussolini aveva incaricato il presidente dell'Agip di trovare una soluzione con Balbo, governatore della Libia. Il duce, uomo del passato, anche con il petrolio si mostrò restio a capire i cambiamenti imposti dalla modernità come aveva già fatto con le portaerei, con i carri armati, con i radar, con gli aerosiluranti. Tutto quello che ci sarebbe mancato nella sciagurata guerra del '40. Di conseguenza i rilievi dell'ingegnere sull'ottima qualità del petrolio (scarsi residui di zolfo) e sulla sua presenza a profondità molto più accessibili (intorno ai 1000 metri) rimasero inascoltati.
Attualmente l'Eni compra oltre 500 mila barili al giorno dalla Libia. Per l'Italia rappresenta l'approvvigionamento più importante sia per la vicinanza, sia per quella purezza di cui eravamo già informati settant'anni addietro. Questa fondamentale risorsa non sfruttata allora rende adesso Gheddafi un partner obbligato della politica italiana. E sebbene il petrolio sia stato solo sfiorato da Berlusconi nello spiegare l'entità dell'enorme regalo che noi contribuenti faremo all'eterno colonnello, è arduo immaginare che abbia pesato meno dei disperati scaricatici giornalmente addosso. Ma i cinque miliardi di dollari, un regalo mai elargito da alcun Paese a un'ex colonia, basteranno a salvare le importazioni di petrolio e a bloccare gli sbarchi degli ultimi dannati della Terra? Il passato non offre motivi di conforto.
Gheddafi è una sorta di nostra creatura. Il colpo di stato che nel '69 gli consentì di spodestare re Idris ebbe la centrale più attiva a Palermo. Idris era stato imposto dagli inglesi, i quali, infatti, avevano ottenuto nel '55 le concessioni che quattro anni più tardi portarono al primo pozzo della Esso a Zeltan in Cirenaica, non lontano dall'oasi di Marada.
Ma le speranze che la riconoscenza di Gheddafi fosse di lunga durata s'infransero un anno dopo allorché 20 mila italiani vennero cacciati in poche ore dalla Libia perdendo ogni sostanza, benché spesso si trattasse di patrimoni accumulati in mezzo secolo di duro e onesto lavoro. Già al tempo Gheddafi parlò di dovuto risarcimento per i danni inflitti dall'occupazione, ma l'Italia in Libia ha più dato che ricevuto, a parte la gratuita ferocia esercitata nel domare la guerriglia in Cirenaica. Anche i tremila cittadini confinati nel 1911 nelle Tremiti ricevettero un buon trattamento e dopo qualche anno rispediti a casa.
Il nostro atteggiamento con Gheddafi ha sempre avuto ampi margini di doppiezza. Da un lato sforzi continui di accattivarcelo con un'eccessiva libertà di azione concessa alla folcloristica associazione siculo-libica, che alternava la promessa di uno scambio alla pari tra un chilo di arance e un litro di petrolio alle trame per allungare le mani su alcune località strategiche dell'isola; dall'altro lato l'intenzione di liberarci di un vicino molto più bravo di noi a imbrogliare le carte: così nella primavera dell'80 in molti a Roma tennero la mano agli ufficiali dell'aviazione libica impegnati in una congiura, di cui forse l'abbattimento del Dc9 su Ustica potrebbe esser stata una conseguenza. E anche in quell'occasione sullo sfondo c'era il petrolio dei Banchi di Medina al largo di Malta in acque internazionali, ma Gheddafi le considerava libiche come considera sempre di sua proprietà la fetta di Mediterraneo in cui decide di sequestrare un peschereccio siciliano. Tanto per ricordare che sulla mitica quarta sponda si sentono e sono molto più furbi di noi.
D'altronde, quando nell'aprile dell'86 decidemmo di dare una severa lezione al colonnello, ritenuto colpevole di aver tirato due misteriosi missili contro Lampedusa (probabilmente era stata una messinscena statunitense), tutto si risolse con il divieto di mandare in onda su Rai 1 un'intervista di Biagi a Gheddafi. Al ricordo il nero crinito Muhammar trema ancora.

 

 


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Scud e tè nel deserto: l' altalena del Colonnello

Corriere della Sera

31 agosto 2008

Paolo Conti

 

«Napoli, sei sotto tiro». Dicembre 1995, Gheddafi ospita alcuni giornalisti stranieri a Tripoli. Mostra la casa bombardata da Reagan il 15 ottobre 1986, lui ne uscì incolume ma lì morì l' amata figlia adottiva Hana. E avverte: «Se organizzano adesso un' aggressione contro la Libia, sappiate che sono pronto a colpire Napoli dove c' è la base Nato». Così, tanto per dire. Torniamo a venticinque anni prima. Nel 1970 quello stesso uomo, appena approdato al potere dopo aver rovesciato la monarchia, rispedisce nella nostra penisola ventimila italiani che vivevano in Libia da interi decenni. Incamera tutti i beni. Il nuovo capo libico grida alla radio che i 4.5 miliardi di lire pagati dalla Repubblica Italiana a Re Idris nel 1956 per la ricostruzione economica dell' ex colonia italiana sono semplicemente «un' ipocrisia». Troppi, anzi incommensurabili, per il giovane Colonnello, i conti in sospeso per la colonizzazione tra il 1911 e il 1943: centomila libici uccisi in battaglia o con esecuzioni di massa, quattromila deportati nelle carceri italiane, migliaia di mutilati per le mine disseminate nel deserto. Un libico su quattro, avrebbe calcolato in seguito lo storico Angelo del Boca, in quegli anni morì per difendere il suo Paese dagli italiani. Gheddafi lo sa e cavalca il rancore come strumento popolare per chiudere i conti con l' Italia. Previo congruo accordo economico, s' intende. Infatti da quel 1970 a oggi il rapporto tra il leader libico e l' Italia è sempre stato un' altalena di minacce e di accordi, di tè nel deserto con i nostri politici e di dichiarazioni d' odio anti-italiano. C' è il Gheddafi che nel 1976 si avventura in operazioni finanziarie acquistando, attraverso la libica Filaco, il 10 e poi il 15% della Fiat, quota mantenuta fino al 1986. Così come c' è la tessitura di ottimi rapporti con Giulio Andreotti nel 1983 con cui tratta un versamento per le imprese italiane in credito e ipotizza la costruzione di un ospedale a Tripoli come compensazione italiana alla Libia. Poi c' è il Colonnello che il 15 aprile 1986 spedisce (ma la nostra Marina poi smentirà anni dopo) due Scud verso Lampedusa. «Ho distrutto quell' isola italiana!», grida trionfante Gheddafi alla conferenza dei non allineati a settembre di quell' anno. In verità, dell' impresa restano immortalati su foto, esposte all' Hotel Lido Azzurro, solo due pezzi di ferro accartocciati. Nel 1995 il leader si correggerà: «Non volevamo attaccare Lampedusa ma una base della Sesta Flotta Usa». Bisogna arrivare al 1997 per un primo disgelo con Lamberto Dini alla Farnesina. Ma già a ottobre Gheddafi minaccia: «Dovete definire "criminale" la conquista italiana del 1911, altrimenti niente accordo». Dini si rimette al lavoro e a luglio del 1998 proclama: «Dobbiamo fidarci della Libia». Sigla un accordo. Il risultato diplomatico è la visita di Massimo D' Alema a Tripoli il 2 dicembre 1999, la prima di un capo di governo europeo dopo l' embargo Onu del 1992. Il premier italiano, che gli rende la Venere di Leptis Magna portata a Roma da Italo Balbo, trova un Colonnello ironico: «Lei dice che tutto questo è merito dell' Ulivo al governo? Allora vuol dire che gli ulivi li avete presi qui...». Risate, allegria, distensione. Finalmente. Invece nel 2002 arriva il nodo dell' immigrazione clandestina, Lampedusa non viene più raggiunta dagli Scud ma dai barconi di clandestini che partono dalla frontiera libico-tunisina. Il ministro dell' Interno Giuseppe Pisanu vola a Tripoli nel 2004. Ed è in quell' anno che il Colonnello comincia a chiedere il finanziamento per la costruzione di 1700 chilometri di autostrada lungo la litoranea. Ne parla direttamente a Berlusconi, che raggiunge Tripoli. «Abolirò la "giornata della vendetta contro l' Italia" del 7 ottobre», gli promette. Passano pochi mesi ed ecco che proprio il 7 ottobre 2005 Gheddafi ripristina la festa, con tanto di vistose manifestazioni anti-italiane trasmesse dalla tv. Poi arriva la maglietta anti-Islam del ministro Calderoli, l' assalto al consolato italiano a Bengasi del febbraio 2006. In tre giorni, tra il 3 e il 21 marzo, il Colonnello usa bastone e carota. Il 3: «Calderoli, ministro fascista che ha usato un linguaggio razzista, da colonialista e retrogrado... Non escludo nuovi attacchi all' Italia». Invece il 6 l' ambasciata libica a Roma promette di «collaborare con qualsiasi governo eletto per migliorare le relazioni». Il 21 marzo nuova doccia gelata, stavolta da Sky Tg24: «Risarcimento per la colonizzazione o la rabbia resterà, non escludo nuove Bengasi». A metà del 2007 ennesima schiarita con un tè nel deserto offerto da Gheddafi a D' Alema, stavolta titolare della Farnesina. A giugno Seif El Islam Gheddafi, figlio del Colonnello, già immagina accordi economici. Ma è lo stesso Seif che, a maggio del 2008, minaccia l' Italia: «Se Calderoli torna ministro non proteggeremo più le coste italiane dagli immigrati illegali». Ma poche ore dopo l' incidente è già chiuso. Appena in tempo per aprire la strada alla visita di Berlusconi a Tripoli, in questo torrido agosto 2008.


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Delusi i rimpatriati: beni confiscati e mai risarciti

Avvenire

31 agosto 2008

 

Avrà Berlusconi, di ritorno da Bengasi, un sussulto di dignità, di umanità e di rispetto, riuscendo a dare una risposta personale ai 20mila cittadini italiani che fino a ora hanno invano reclamato un idoneo stanziamento da parte del loro Governo, a chiusura del contenzioso per i beni confiscati da Gheddafi in violazione di un accordo internazionale?». L'associazione italiani rimpatriati dalla Libia esprime così la sua delusione, dopo l'accordo da 5 miliardi raggiunto ieri con il Paese nordafricano.
  «Giustizia dove sei?» è l'amaro sfogo di Giovanna Ortu presidente dell'associazione: dal 1970 si batte per ottenere una legge che metta fine al contenzioso per i beni confiscati agli italiani, ma che è stata sempre rinviata «per mancanza di fondi». Il Governo darà risposte anche a loro, assicura il presidente dei Senatori Pdl Maurizio Gasparri. Se non lo facesse, incalza l'Udc Maurizio Ronconi, l'accordo raggiunto ieri «suonerebbe in modo beffardo». A sorpresa plaude a Berlusconi Valentino Parlato, fondatore de «il Manifesto» e originario anche lui della Libia (dalla quale però venne espulso già negli anni Quaranta, perché comunista). La nazione nordafricana «è in grande crescita, tra dieci anni sarà pronta per la democrazia», ha detto al «Corriere della sera».

 


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Calderoli: soldi anche a chi fu cacciato

 

Corriere della Sera

31 agosto 2008

Paolo Conti

 

ROMA - «A questo punto bisogna pensare ai "nostri", cioè agli italiani cacciati dalla Libia nel 1970. Se abbiamo individuato le risorse per chiudere il contenzioso con Gheddafi, i soldi si devono trovare anche per quei connazionali che lasciarono quella terra senza un soldo in tasca». Ti aspetteresti un Roberto Calderoli combattivo e furioso: in fondo fu Gheddafi a dargli del «ministro fascista» dopo la storia della maglietta anti-islamica indossata (sotto la camicia) dall' esponente leghista il 15 febbraio 2006 al Tg1. Calderoli si dimise per evitare una crisi internazionale, dopo l' assalto del consolato italiano a Bengasi. Ma oggi il ministro è di buon umore: «Bravo Berlusconi a chiudere l' accordo con Gheddafi. Ci sarà più certezza sul futuro energetico, sulle imprese impegnate in Libia, vedremo una vera lotta all' immigrazione clandestina. Se riusciremo a realizzare davvero il controllo congiunto delle coste, com' è avvenuto con l' Albania, con il monitoraggio satellitare, allora il valore aggiunto sarà veramente considerevole». Ma non sono tanti 200 milioni di dollari l' anno per venticinque anni, Calderoli? «Siamo sui 150 milioni di euro annui. Fosse stata superata quella soglia, l' accordo sarebbe stato molto discutibile. Così è conveniente. Se poi pensiamo che la gran parte dell' autostrada verrà realizzata da imprese italiane, ecco qui che metà del denaro in pratica ci rientra». Che fine ha fatto la famosa maglietta? La conserva ancora? «Macché. La regalai a un generale dei carabinieri a patto che la indossasse in pubblico subito. Così fece. E non successe niente». E chi è il generale? «Nemmeno il nome, figuriamoci il cognome. Conservo solo una copia di quell' indumento. Nessuno l' ha mai visto. E mi viene da ridere pensando che non c' era nessun insulto all' Islam ma solo un inno all' amore tra le religioni, nessun incitamento all' odio». E qui Calderoli ride: «Amore, si vedeva solo amore... Lo assicuro. Ma ormai è tutta acqua passata, ho avuto l' occasione di spiegarmi. L' ho fatto perché quando ci sono interessi superiori bisogna saper chinare la testa. E non credo ci siano più equivoci con la Libia.»

 


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Cinque miliardi per far pace con Gheddafi

 

La Stampa

31 Agosto 2008

Flavia Amabile

 

L'Italia investirà cinque miliardi, in cambio la Libia promette di chiudere una volta per tutte un contenzioso che va avanti da quarant'anni. E' stato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a volare a Bengasi, nel paese dell'inossidabile colonnello, carico di regali, riviste con foto di nipotini, accordi economici. 
Cinque miliardi, dunque. In 20 anni permetteranno la realizzazione di immobili, la costruzione dell'autostrada costiera che attraverserà la Libia, dall'Egitto alla Tunisia. Sono previste anche borse di studio per offrire la possibilità a studenti libici di studiare in Italia, e pensioni per i mutilati vittime di mine anti-persona. 
Da parte sua, Tripoli si impegna a un maggiore contrasto ai flussi migratori verso l'Italia, ossia quella che Berlusconi ha definito una comune «lotta ai commercianti di schiavi». Una firma che il premier italiano considera di «portata storica» perché «chiude definitivamente una pagina del passato». 
I libici non hanno evitato di ricordare i numerosi danni provocati dal colonialismo italiano. A farlo è stato il ministro degli Esteri Abdul Rahman Chalgham. E a Berlusconi è toccato scusarsi per «le ferite profonde provocate dal periodo coloniale italiano al popolo libico», dopo di che ha ringraziato Gheddafi per aver voluto l'accordo. Il Colonello ha risposto sottolineando che l'intesa «apre le porte a una futura cooperazione e alla partnership tra Italia e Libia». 
Il tutto è avvenuto, come d'abitudine, sotto la tenda del colonnello alla presenza dei capi tribù locali. Abito blu e cravatta per Berlusconi, tunica chiara e turbante color nocciola per Gheddafi. Prima della firma, scambio di doni tra i due leader. Il Cavaliere ha offerto a Gheddafi un portapenne d'argento a forma di testa di leone che conteneva le due penne e il calamaio usate per firmare l'accordo. Un dono ricambiato con un vestito bianco di lino con camicia. In realtà, l'Italia ha anche restituito, dopo novantacinque anni, la statua della Venere di Cirene. 
Il premier ha quindi mostrato al colonnello le foto dei suoi nipotini pubblicate su alcune riviste: in una, in particolare, si vede la moglie Veronica Lario che tiene in braccio Alessandro, l'ultimo arrivato tra i Berlusconi. 
Soddisfatto il ministro dell'Interno Roberto Maroni: ora è possibile il pattugliamento delle coste previsto dall'accordo tecnico di un anno fa. Tuttavia, sia Alleanza nazionale con Maurizio Gasparri che la Lega con Roberto Calderoli hanno sottolineato la necessità, adesso, di pensare ai risarcimenti per gli italiani rimpatriati a cui all'epoca furono confiscati tutti i beni. Una richiesta che, peraltro, arriva direttamente anche dall'Airl (Associazione Italiana rimpatriati dalla Libia). «Il governo italiano dovrebbe pensare prima a risarcire noi, con almeno 300 milioni di euro», dice infatti il presidente, Giovanna Ortu. Per il Pd, il senatore Enzo Bianco, sottolinea anche che quella seguita da Berlusconi è la strada che era stata tracciata dal centrosinistra già con Napolitano ministro degli Interni anche se «al tempo - osserva - l'impegno costò all'Italia un cifra insignificante non i miliardi di euro di adesso. Certo, noi almeno negoziavamo su basi di pari dignità e rispetto». 
A polemizzare contro la firma dell'accordo sono anche le formazioni di destra. Parla di «scandalo» Forza Nuova: per l'eurodeputato Roberto Fiore, infatti, Berlusconi dovrebbe vergognarsi per aver aiutato una «nazione ostile» che «ci manda decine di migliaia di immigrati» mentre «gli italiani sono in grave difficoltà economica». Critico anche il segretario de La Destra, Francesco Storace. «Questo governo - sottolinea -discrimina gli esuli italiani e regala soldi nostri a Gheddafi»


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Zard, scappato da Tripoli: di sinistra, ma bravo Silvio

 

Corriere della Sera

31 agosto 2008

Andrea Laffranchi

 

MILANO - Ventiquattro anni a Tripoli. Nel 1967, quando la situazione per gli ebrei stava diventando pericolosa, David Zard fuggì in Italia. «Mi avete accolto talmente bene che ho chiesto la cittadinanza» dice oggi il 65enne produttore che negli Anni 80 ha portato i grandi del rock in Italia, ha reinventato il musical con «Notre Dame» e ha portato Lola Ponce e Giò di Tonno a vincere Sanremo ' 08. Come giudica l' accordo fra Italia e Libia? «Sono concettualmente di sinistra, ma bisogna riconoscere che, tranne le leggi ad personam, Berlusconi sa guardare al di là del proprio naso. Non si può dire no a tutto». Perché promuove la «pace»? «È un trattato che apre molte prospettive, un grandissimo accordo commerciale dal quale l' Italia potrà trarre profitto. Questo è il punto, non tanto i controlli sui clandestini. Il governo verserà 5 miliardi di dollari, ma le imprese italiane saranno privilegiate nella realizzazione delle grandi opere. Se non ci saranno furbate, tipo aziende con sede in Liechtenstein, qualcosa rientrerà in tasse». Cosa ricorda della sua fuga da Tripoli? «Noi ebrei eravamo cittadini di serie B. Io ero un contestatore e spesso discutevo con toni accesi e gestacci sulle idee di Nasser (leader egiziano che sosteneva il panarabismo ndr). Correva voce che sarei stato una delle prime vittime e mi consigliarono di partire». Come organizzò la fuga? «In due giorni. Convinsi un funzionario che, se mi avesse negato il visto, la Fiera di Tripoli, con la quale lavoravo, avrebbe perso soldi. Grazie ad amici dell' Alitalia trovai un posto su un aereo pieno e senza neanche prelevare in banca partii. Era il 4 giugno. In Italia c' era un parente ad accogliermi e pochi giorni dopo arrivò il resto della famiglia. Tutti salvi, a differenza di altri ebrei». Cosa ricorda di quegli anni? «Una grande comunità cosmopolita che pensava internazionalmente. Anche se avevo il passaporto israeliano frequentavo la scuola italiana, avevo amici italiani coi quali giocavo a calcio e basket». Com' era la presenza italiana in Libia? «Gli italiani, come tutti i padroni in casa d' altri, hanno fatto molti danni ma hanno anche lasciato grandi ricchezze e hanno aiutato lo sviluppo agricolo». È mai tornato laggiù? «Fuggii quando c' era il re, prima di Gheddafi. Ma non ci tornerò mai fino quando non sarà un Paese democratico e non ci saranno più discriminazioni religiose».


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Un patto miliardario benedetto dalla Lega

 

Il Mattino

31 agosto 2008

Marco Conti

 

I cinque miliardi di dollari spuntati ieri all'Italia confermano l'abilità che ha il colonnello Gheddafi a muoversi nell'intricata ragnatela della politica italiana, con i suoi ribaltoni, cambi di governi e le sensibilità delle diverse maggioranze. Di ”moschetti91” da regalare all'ospite di turno, il leader indiscusso della ”Jamahiriya” e da ieri ”re dei re dell'Africa”, deve averne ancora molti. Lo stesso Berlusconi ne ha già collezionati un paio, seguendo a ruota Andreotti, Dini e D'Alema. Proprio perchè il Colonnello non fa differenze di schieramento, i nervi li ha fatti saltare più o meno a tutti i ministri degli Esteri e presidenti del Consiglio con il quale si è trovato a trattare. In maniera più o meno analoga è andata anche l'ultima trattativa. Quella che si è svolta prima alla Farnesina e poi a palazzo Chigi e che, malgrado il viaggio a Bengasi del premier, non si è ancora del tutto conclusa. Certo è l'ammontare della cifra (5 miliardi di dollari) che l'Italia mette a disposizione per chiudere una volta per tutte la parentesi coloniale ed evitare che i libici spingano sempre più carrette del mare verso l'Italia. Meno chiara la durata dell'impegno, anche se ieri sera palazzo Chigi precisava che i versamenti dureranno vent'anni con quote di 250 milioni di euro l'anno. Del tutto avvolta nel mistero resta la destinazione della cifra che non è detto vada per la costruzione dell'ormai famosa autostrada di 1600 chilometri che sino a qualche tempo fa chiedevano i libici dopo aver abbandonato l'idea della ferrovia e di due ospedali. Proprio perché Gheddafi segue da molto vicino le vicende della politica italiana, sa del pressing esercitato dalla Lega sul Cavaliere e degli ultimatum di Bossi che ora assicura: «Il patto va bene. La Libia finalmente ferma i clandestini invece di mandarceli qui sarebbe un aiuto insperato, atteso e positivo. Comunque se Berlusconi ha firmato l'accordo è anche perché ci ha lavorato il nostro ministro Maroni». Al tavolo negoziale, che negli ultimi giorni palazzo Chigi ha avocato sfilandolo alla Farnesina, la delegazione del governo libico ha fatto saltare più volte i nervi anche alla controparte. Vano è stato il tentativo italiano di fare un elenco delle infrastrutture da realizzare e il tentativo di coinvolgere imprese italiane nella realizzazione delle stesse, visto che ormai in Libia dopo la fine dell'embargo internazionale per l'attentato di Lockerbie, la fanno da padrone le imprese cinesi, tedesche e russe. Eppure Berlusconi a Tripoli c'era stato poco prima dell'estate confessando ai suoi di aver trovato il Colonnello «terribilmente invecchiato». Ieri l'altro a palazzo Chigi sul punto di rottura si è giunti più volte per colpa dei continui rialzi della controparte. Anche quando il Colonnello ha fatto sapere che intendeva accogliere l'ospite non più a Tripoli ma a Bengasi, nella città che due anni fa si rivoltò per la maglietta di Calderoli. Nulla da fare l'appuntamento è stato fissato proprio nel quartier generale dove nel 1911 i capitribù della Cirenaica firmarono la resa. Berlusconi, che già nel 2003 e poi nel 2004, riteneva di aver svoltato pagina, ha alla fine accettato di sedersi ancora una volta sotto la tenda e ha fatto caricare sull'aereo la statua della ”Venere di Cirene” dal 1913 in Italia. Malgrado la stagione degli sbarchi volga al termine con la fine dell'estate, non c'è dubbio che le motovedette miste italo-libiche e i sistemi radar possano bloccare sin dalla partenza i gommoni carichi di clandestini che quest'anno sono arrivati a Lampedusa con cifre da record. «Con la Libia l'Eni non conosce crisi di rapporti - spiegava qualche giorno l'ad di Eni Paolo Scaroni - abbiamo firmato un grandissimo accordo che è stato oggetto di una negoziazione durata molti mesi e l'abbiamo siglato in forma definitiva tre mesi fa».


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Andreotti: il Mediterraneo è la nostra vera risorsa giusto chiudere il capitolo

 

Il Mattino

31 agosto 2008

Teresa Bartoli

 

Più volte presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, il senatore a vita Giulio Andreotti è «molto, lieto» della chiusura del contenzioso per i danni di guerra tra Italia e Libia: «È un obiettivo che abbiamo più volte cercato di raggiungere ma, per una difficoltà o l'altra, non ci si era mai arrivati. È un capitolo che si chiude, rientra in quella necessità di buoni rapporti tra paesi del mediterraneo che ha rappresentato un punto centrale della nostra politica». Quel è stato lo scoglio più grosso che, quando è toccato a lei cercare la soluzione, le ha impedito di stringere l'intesa? «In parte era anche quantitativo. Ma soprattutto era il fatto che forse nessuna delle due parti voleva la responsabilità di cedere e chiudere il passato. Non è che ci abbiamo sempre messo tutta la buna volontà necessaria per riuscirci». Cinque miliardi di dollari, anche se spalmati su diversi anni. Non è una cifra enorme? «No se andiamo a vedere le realtà che c'erano. Mi è capitato di vedere un documentario sulla loro agricoltura fiorente. I valori sono effettivi». Certo leggere che l'Italia costruirà un'autostrada di quando non riesce a completare la Salerno-Reggo Calabria. Non è imbarazzante? «Questo è vero, però se uno dei nostri punti centrali di sviluppo è il turismo, quello è un centro che può rappresentare un polmone di sviluppo notevole per l'Italia. Quindi non è solo interesse loro». Però protestano gli italiani che furono costretti ad abbandonare la Libia e i loro beni. Sostengono di esser stati dimenticati e non indennizzati. «È vero fino ad un certo punto. Una parte dei danni è stata indennizzata. La verità è che c'è stata molta confusione in una vicenda in cui si sono anche inserite molte persone che non c'entravano niente. Comunque penso che, nello spirito nuovo di oggi, sia anche possibile ottenere qualcosa». La chiusura dell'accordo era necessaria per garantirsi sul fronte del controllo dell'immigrazione clandestina? «È un problema che dovrebbe essere autonomo ma, certo, era legato al contenzioso ancora aperto. Quindi togliere un motivo delle immigrazioni facili e disordinate è un interesse notevole per il nostro Paese». Ci si può fidare di Gheddafi? «Io direi di sì. E comunque i rapporti internazionali si costruiscono con chi è al potere. Lavorando con chi deve arrivare dopo non si conclude niente».

 

 


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L'intesa con la Libia

 

Libero

31 agosto 2008

Andrea Scaglia

 

E alla fine, questa firma è arrivata. Dopo decenni di tira e molla, ora l'accordo di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia è una realtà. Berlusconi è volato a Bengasi, si è accomodato nella tenda di Gheddafi. Gli ha fatto vedere le foto di famiglia, soprattutto il nipotino. Poi uno scambio di regali: Silvio ha donato al leader libico un leone d'argento a mo di calamaio con due penne per firmare il trattato, Gheddafi ha ricambiato con un abito bianco di lino. «Questo trattato ha una portata storica e chiude la pagina del passato» ha detto il Cavaliere. «Questo storico accordo apre le porte alla cooperazione tra Italia e Libia» gli ha fatto eco il Colonnello. Berlusconi ha anche restituito la famosa Venere di Cirene, scultura portata in Italia neI 1913 dai nostri archeologi. I termini dell'accordo erano già noti. L'Italia verserà e investirà nel Paese nordafricano cinque miliardi di dollari in vent'anni, 250 milioni all'anno. Il nodo politico da sciogliere era il riconoscimento, da parte italiana, dei danni provocati in Tripolitania nella prima metà dei Novecento, fatti Berlusconi vi ha fatto esplicito riferimento, nel discorso seguito alla firma. Rinnovando le scuse al popolo libico per l'occupazione di Cirenaica e Tripolitania, riconoscendo «le ferite profonde inferte al popolo libico dalla colonizzazione italiana», ringraziando Gheddafi e concludendo con un aulico «lascio a voi il mio cuore, felice di essere riuscito a mettere da parte tutto ci che non era amore». Un gongolante Colonnello ha poi rafforzato il concetto: «In questo storico documento, l'Italia si scusa per gli eccidi, le distruzioni e la repressione ai danni del popolo libico durante l'occupazione coloniale». Nessun cenno agli italiani cacciati e defraudati di ogni bene dal regime libico nel 1970. In ogni caso, la cerimonia si è svolta simbolicamente nell'edificio che ospitava a Bengasi il quartier generale italiano durante l'occupazione, dal 1911 al 1943. «Avremo meno clandestini e pi gas e petrolio libico» ha infine commentato Berlusconi. I due Paesi sono già molto legati, visto che la Libia fornisce all'Italia il 30 per cento del fabbisogno petrolifero e, attraverso il gasdotto dell'Eni, 8 miliardi di metri cubi di gas, che aumenteranno per l'ampliamento di quest'impianto e la costruzione di un altro, la cooperazione economica sarà ulteriormente rafforzata, facilitando gli investimenti. Ma naturalmente, dalla Libia l'Italia si aspetta finalmente un'efficace azione di contrasto all'immigrazione illegale e della «lotta ai commercianti di schiavi», come ha detto Berlusconi. Con particolare riferimento al controllo delle sue coste, da dove ogni anno migliaia di disperati partono pér sbarcare da clandestini in Sicilia. E infatti il ministro dell'Interno Maroni conta adesso di «dare piena attuazione all'accordo, firmato lo scorso anno, per il contrasto dell'immigrazione clandestina, che prevede il pattugliamento di unità navali di fronte alle coste libiche. Nei prossimi giorni prender contatti con le autorità di Tripoli per dare inizio alle operazioni».


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I rimpatriati italiani rompono con Silvio: «Vogliamo i danni. Pronti a citare Roma»

 

Libero

31 agosto 2008

Tommaso Montesano

 

«Il governo risarcisce i danni ai libici e dimentica gli italiani. Dov'è la giustizia? Sono quasi quarant'anni che aspettiamo. Adesso Berlusconi dovrà trovare i soldi anche per noi». Non ci stanno, le associazioni dei rifugiati e delle imprese creditrici della Libia. Prima di siglare la pace con Gheddafi, protestano in coro, il governo avrebbe dovuto pensare ai ventimila italiani e alle 120 aziende che a causa del regime del Colonnello hanno perso tutto: lavoro, case e pensioni. La maggioranza si difende: «L'accordo darà risposte concrete anche agli italiani cacciati nel 1970». Leone Massa, presidente dell'Associazione italiana per i rapporti italo-libici (Airil), la sigla che raggruppa le aziende che vantano crediti nei confronti della Libia, non ci crede: «Sono quarant'anni che ci prendono in giro». L'ultima volta è successo nel 2003, quando la Libia, nonostante l'accordo siglato nell'ottobre precedente tra il governo italiano e quello di Tripoli, si è ben guardata dal saldare i suoi debiti. «Gli accordi si fanno in due e di solito si concretizzano in un dare e avere . Al presidente del consiglio chiedo: dove sta tutto questo nel patto che ha siglato con Gheddafi? Berlusconi ha letto l'articolo 35 della Costituzione, secondo cui lo Stato italiano tutela il lavoro italiano nel mondo?». Massa non si aspetta nulla dalle nuove relazioni italo-libiche: «Tutto è demandato ai comitati misti, E la solita storia, la stessa

A mandare su tutte le furie l'Airil è anche l'iter del disegno di legge necessario per dare copertura ai 650 milioni di euro che lo Stato italiano, in attesa del pagamento da parte del governo di Tripoli, dovrebbe garantire ai cittadini e alle imprese italiane oggetto di «confische, sequestri e altri provvedimenti limitativi o impeditivi adottati dalle autorità libiche». Bloccato dalla crisi del governo Prodi e dal veti incrociati (un emendamento alla Finanziaria con lo stesso oggetto era stato respinto), il provvedimento è stato ripresentato all'inizio della legislatura. «Per noi si tratta della richiesta minima per chiudere la partita, è impensabile che il governo italiano stanzi cinque miliardi di dollari per la Libia e non assicuri copertura a 650 milioni, in sette anni, per noi». Ora la pazienza è finita. «Citeremo in giudizio lo Stato italiano e chiederemo il riconoscimento dei danni economici ed esistenziali», avverte Massa. Lancia bordate al governo anche Giovanna Orto, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl): «Risarcimento per Gheddafi? L'Italia dovrebbe pensare prima a risarcire noi, con almeno 300 milioni di coro». La sigla raggruppa i ventimila italiani che nel luglio 1970 furono espulsi dalla Libia a seguito del colpo di Stato grazie al quale il Colonnello era salito al potere. Ortu ha quantificato in quattrocento miliardi di lire - che oggi, rivalutati, sarebbero tre miliardi di euro - l'ammontare dei beni, compresi i contributi pensionistici versati, che furono confiscati agli italiani, «Abbiamo perso tutto: cose, case e pensioni. Ci spetta anche un risarcimento morale». La cifra che l'associazione chiede è di «300 milioni di euro in più annualità. »

Dal Popolo della Libertà Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato, prova a rassicurare gli esuli: «Il nostro governo, siamo certi, darà risposte concrete anche agli italiani cacciati dalla Libia nel 1970 con gravi danni morali e materiali». Destra e Udc sono già passati al contrattacco. «Questo governo discrimina gli esuli italiani e regala soldi nostri a Gheddafi, Era già successo con gli esuli istriani. Per i profughi italiani non c'è giustizia , fa sapere il partito di Francesco Storace. «Il governo non dimentichi gli italiani espulsi da Gheddafi», concorda il centrista Maurizio Ronconi, «altrimenti l'accordo suonerebbe beffardo. Soddisfatto, invece, il ministro dell'interno, Roberto Maroni: «E ora possibile dare piena attuazione all'accordo tecnico, firmato lo scorso anno dal ministero dell'Interno, il contrasto dell'immigrazione clandestina che prevede il pattugliamento di unità navali di fronte alle coste libiche

 


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Il patto piace anche a Calderoli «Sembra folle, invece è un affare»

 

Libero

31 agosto 2008

Matteo Pandini

 

«Aspetto di vedere l'accordo nero su bianco. Complessivamente, anche se sembra una roba pazzesca, alla fine è un affare». E il parere di Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione, sull'accordo Roma Tripoli per risarcire i danni coloniali. Il leghista s'intende di Libia. Nel febbraio 2006, in un'intervista televisiva, mostra una maglietta con vignette satiriche sull'islam: a Bengasi assaltarono il consolato italiano. Morti e feriti, Seguirono polemiche, dimissioni di Calderoli, dichiarazioni di pentimento, scuse, minacce dei figli di Gheddafi. Fino al pronunciamento del Colonnello in persona: Il caso è chiuso. Ministro, è davvero così soddisfatto? «Sì: versiamo 150mila euro all'anno per risparmiamo sui prodotti che compriamo li (gas e petrolio, ndr,). Non avremmo le stesse condizioni in nessun altro mercato». In cambio, l'Italia pretende anche un bel giro dl vite contro I clandestini. «Io parto prima dai soldi e poi vedo tutto il resto, Cinque miliardi di dollari sono una cifra, ma in 25 anni è una bella forma rateale. Una forma rateale che rientra grazie a quello che risparmiamo in termini di acquisto del prodotto. Poi l'investimento mi interessa perché, mi auguro sia previsto nell'accordo, possono lavorare aziende italiane, E quindi do lavoro per 5 miliardi ad aziende italiane. E poi c'è l'immigrazione.. «Facciamo partire il controllo attraverso le nostre guardiacoste con una composizione mista. E la stessa soluzione adottata in Albania e che aveva ridotto a zero il passaggio di clandestini nel canale di Otranto. Poi vogliamo far partire ll controllo satellitare: il Nord della Libia è la piattaforma di lancio dei clandestini verso l'Europa». L'Italia pagherà a Tripoli rate annuali. È un modo per evitare possibili scherzetti di Gheddafi? «Gheddafi è persona con cui va bene il pagamento rateale. L'Italia dovrà realizzare in Libia un'autostrada lunga 2mila chilometri: non sarebbe meglio con- centrarsi prima sulle infrastrutture di casa nostra? «Il discorso è che il Sud deve riuscire a trasformare questo pagamento in una risorsa, e non solo per contrastare l'immigrazione irregolare. Guardi che può davvero essere una risorsa anche dal punto di vista finanziario. Anzi, per alcuni lo diventerà davvero». Intanto i profughi italiani, cacciati dal Colonnello nel 1970, chiedono a Berlusconi di non dimenticarli. «Bravissimo Berlusconi a chiudere l'accordo, ma non appena ci saranno le risorse sarà necessario pensare a chi è stato espulso dalla Libia e s'è visto sequestrare i beni, Dovremo fare lo stesso ragionamento anche per la Iugoslavia». Prima di Berlusconi, nessuno era riuscito ad accordarsi col Colonnello. Tanto che il fondatore de il manifesto, Valentino Parlato, dice bravo Silvio . «Gheddafi è molto sfuggente. La chiusura dell'accordo è il miglior riscontro del ruolo e del peso che ha Berlusconi nella politica italiana ed europea». Febbraio 2006.11 ministro Calderoli indossa una maglietta satirica sull'islam e a Bengasi scoppia la rivolta. Morti e feriti.» Preferisco non parlarne più. C'è stato un chiarimento, Adesso addirittura l'ambasciatore libico dice che sono suo amico Con Gheddafi non ha mai parlato? «No. Per conosco i figli. Infatti Saif El Islam Gheddafi, nel maggio 2008, minaccia: «Se Calderoli diventa ministro ci saranno ripercussioni catastrofiche». «Abbiamo sistemato le cose», Ci tolga una curiosità. Alla Libia restituiremo la Venere di Cirene, portata in Italia nel 1913. Nel 2005 Roma ha rispedito in Etiopia l'obelisco di Axum. Possibile che delle opere italiane finite all'estero non ritorni mal nulla? «Un pò è per l'orgoglio di avere artisti che hanno avuto ruolo mondiale, un po' è per l'avarizia degli altri, Per l'arte è un patrimonio di tutti, I capolavori italiani all'estero rappresentano per noi il miglior volantino pubblicitario possibile.


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Italia-Libia, firmato il patto di amicizia da 5 miliardi di dollari

 

Il Sole 24Ore

30 Agosto 2008

di Gerardo Pelosi

 

TRIPOLI - Dietro al solenne protocollo e al clima festoso che ha accompagnato oggi pomeriggio a Bengasi la firma dell'accordo di amicizia, partenariato e cooperazione tra il premier italiano, Silvio Berlusconi e il colonnello Muhammar Gheddafi già si intravedono insidie e contraddizioni. Non è chiaro, ad esempio, attraverso quale meccanismo il Governo italiano reperirà i 200 milioni di dollari l'anno per 25 anni (5 miliardi di dollari) per finanziare il "grande gesto" a ripararazione del periodo coloniale, ossia l'autostrada litoranea da 2mila km più un piano di infrastrutture e di edilizia abitativa. Non è poi chiaro quale parte delle opere verranno realizzate da ditte italiane. Sul contrasto all'immigrazione clandestina Berlusconi si è detto convinto che, d'ora in avanti, Italia e Libia combatteranno insieme i commercianti di schiavi anche attraverso la costruzione da parte di Finmeccanica di un sistema di controllo radar e satellitare sulle frontiere meridionali del Paese. Di certo con la stagione autunnale gli sbarchi a Lampedusa diminuiranno, ma il problema si riproporrà il prossimo anno come una spada di Damocle. Le pensioni di invalidità alle vittime delle mine italiane e agli eredi degli "ascari" che combatterono a fianco delle truppe italiane hanno fatto gridare allo scandalo l'associazione dei rimpatriati dalla Libia che attendono ancora una parte degli indenizzi per i beni sequestrati a suo tempo da Gheddafi (che non sono stati computati per ridurre le pretese libiche). Cauto ottimismo invece delle imprese che vantavano crediti per 620 milioni di dollari che dovrebbero in buona parte essere liquidati. Ma i primi a non credere che questo accordo chiuderà realmente ogni questione pregressa sono proprio le due parti negoziali che già hanno incaricato una serie di gruppi tecnici di lavoro di approfonidre i singoli capitoli dell'accordo. C'è, tuttavia, da sottolineare che, per la prima volta, anche rispetto ai politici della prima Repubblica, Berlusconi ha saputo intercettare l'anima profonda del Colonnello e ha saputo creare una corrente di simpatia che ha favorito il clima necessario per l'intesa. Per la prima volta Gheddafi non ha donato al premier italiano il vecchio e arrugginito moschetto 91 dei soldati italiani ma una camicia di lino bianco mentre il Cavaliere ha portato in dono all'ospite un calamaio d'argento a forma di leone con due penne con le quali è stato frimato l'accordo. Se sono rose fioriranno.

 

 


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Gli esuli italiani al premier “Ora il governo pensi a noi”

 

Il Tempo

30 Agosto 2008

di Fabio Perugia

 

Sono circa 20 mila gli italiani che nel luglio del 1970 furono espulsi dalla Libia. Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'associazione che li riunisce, da anni lavora per ottenere un risarcimento economico per i beni che a loro sono stati confiscati.

Ma ad oggi i risultati ottenuti sono scarsi.

Presidente Ortu, dopo la visita di Silvio Berlusconi a Sirte nel 2004 la sua Associazione decise di aspettare decisioni precise del presidente del Consiglio prima di commentare. Ora queste decisioni sono state prese.
«Tra quel febbraio del 2004 e oggi ci sono state molte altre date che videro il leader italiano e quello libico incontrarsi. Il 7 ottobre del 2004 Silvio Berlusconi andò a Tripoli e riuscì già a strappare un accordo, concedendo a noi i visti per entrare in Libia. Visti che agli altri italiani venivano dati con normale procedura, mentre a noi erano negati perché applicavano una sorta di ritorsione».
Poi che è successo?
«Siamo stati ricevuti a Tripoli, ma i visti che dovevano concedere sono rimasti sulla carta perché alcuni rapporti si sono incrinati».
Il premier li ha ricuciti.
«L'accordo che ha fatto Berlusconi ci esclude completamente. Mi chiedo: come fa un governo italiano a rispondere di colpe di cento anni prima e non dare ai propri cittadini quello che gli spetta?».
Quanto vi spetta?
«Vogliamo 300 milioni di euro in più annualità».
Mi scusi, che calcolo ha fatto?
«È il 10 per cento di quello che ci spetta, di quello che ci è stato tolto. Finora ci hanno sempre detto che non si trovano i fondi, ma a quanto pare i fondi ci sono solo per chi ha gli strumenti per ricattare. E secondo il diritto internazionale noi dobbiamo chiedere i soldi allo stato italiano, non alla Libia. Nel 1956 è stato firmato un trattato che ci tutelava, ma quando Gheddafi l'ha violato l'Italia non ha fatto la minima mossa per difenderci».
Nella trattativa Italia-Libia quale crede sia stato il momento di rottura con i 20 mila esuli? Quando siete stati dimenticati?
«È Lamberto Dini il vero responsabile di tutto questo. Era il 1998 quando ha firmato il protocollo d'intesa con il ministro degli Esteri della Libia. In quell'accordo non siamo neanche nominati. L'Italia ha rinunciato a mettere sul piatto della bilancia il valore dei nostri beni».
Perché non siete mai riusciti a inserirvi nelle trattative?
«Perché il presidente del Consiglio non ci ha mai ricevuti. Abbiamo scritto lettere, fatto appelli, telefonate, inviato note alle agenzie stampa ma il governo non ci ha mai ricevuto, perché ha sempre avuto paura di incrinare i rapporti con la Libia».
Adesso avete chiesto al governo una cifra precisa per il risarcimento: 300 milioni. Se non riceverete risposta?
«Ci attiveremo per risolvere la situazione con altri mezzi. Se Berlusconi non ci riceverà entro una settimana saremo sotto Palazzo Chigi giorno e notte per protestare. Il nostro è un sussulto di dignità e rispetto. Berlusconi ci dica pure che non ci vuole, ma ce lo dica».
Lei tornerà mai in Libia?
«Dopo il viaggio del 2004 e le promesse non realizzate considero chiuso quel ciclo. No, non tornerò mai più in Libia».

 


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Miliardi a Gheddafi? Sì, ma poi basta con le prepotenze

 

Il Giornale

27 luglio 2008

Livio Caputo

 

Dopo la visita lampo di Silvio Ber lusconi a Tripoli c'era forse da aspettarselo: Seif El-Islam, il figlio «politico» di Gheddafi, annuncia alla TV che il suo Paese sta per concludere un accordo miliardario a chiusura del contenzioso con l'Italia per i danni del colonialismo, e il nostro premier conferma che spera di concludere uri «trattato di amicizia» con la Libia entro il 31 agosto. Peccato che l'annuncio dell'accordo coincida con tre nuove prove della inaffidabilità del Colonnello. Primo, è tornato ad usare, a negoziati in corso, l'arma di pressione della immigrazione clandestina, permettendo che migliaia di disperati partissero dalle coste libiche per riversarsi a Lampe dusa e in Sicilia e costringendo così Roma a proclamare lo stato d'emergenza. Secondo, ha rifiutato - unico fra gli invitati - di aderire alla Unione per il Mediterraneo che dieci giorni fa ha riunito a Parigi tutti i Paesi rivieraschi, sostenendo che si trattava di una forma di neocolonialismo. Terzo, non ha esitato a tagliare i rifornimenti di greggio alla Svizzera e di sbattere in galera con un pretesto due suoi cittadini a mo' di ritorsione per l'arresto a Ginevra di suo figlio Hannibal, colpevole di avere percosso due dipendenti. Viene spontaneo chiedersi se un trattato concluso con un personaggio così spregiudicato servirà davvero a chiudere una vicenda che si trascina da 39 anni, o diventerà solo un'altra tappa di un cammino che per l'Italia è stato costellato di spine.

La tesi di Gheddafi è che l'Italia non ha ancora indennizzato a sufficienza la Libia per i danni che le ha inflitto durante i 30 anni di dominio coloniale. Perciò, dopo avere espulso nel 1970 da un' ora all'altra ventimila nostri connazionali ed averli spogliati di tutti i loro beni, ha continuato a pretendere - con ricatti e minacce - varie forme di risarcimento. Prima sembrava accontentarsi di un ospedale, adesso esige la costruzione di una autostrada dal confine egiziano a quello tunisino del costo di circa tre miliardi. Grazie alla sua rinuncia alle armi di distruzioni di massa e al conseguente reinserimento della Libia nella comunità internazionale, la sua posizione nei nostri confronti si è raffor zata. Mentre, negli anni in cui era al bando a causa dei suoi coinvolgimenti con il terrorismo il nostro Paese era praticamente la sua unica sponda occidentale, oggi riceve investimenti da tutto il mondo e può commerciare con chi vuole; e, mentre noi abbiamo più che mai bisogno dei suoi idrocarburi, tanto che l'Eni ha appena concluso con Tripoli un accordo trentennale, la dipendenza della Libia dall'Italia è in calo. Le sue esportazioni verso di noi sono scese in cinque anni dal 42,8 al 37 per cento del totale e le sue importazioni dal 25 al 14. Quello che una volta era un «nesso di reciproca indispensabilità» si è perciò molto indebolito.

Con tutte le riserve del caso, la prospettiva di un accordo politico ed economico, che in qualche modo arresti questa tendenza negativa non è perciò da buttar via, ma solo a patto che chiuda davvero il contenzioso a condizioni non troppo onerose e avvii i due Paesi verso una nuova fase di collaborazione, che magari spiani la strada a una maggiore penetrazione sul mercato libico delle nostre piccole e medie imprese. Se proprio dobbiamo costruire l'autostrada, spalmiamone almeno i costi nel tempo, pretendiamo in cambio il saldo dei 600 milioni che la Libia deve a ditte italiane ed esigiamo che Tripoli risarcisca almeno in parte i nostri connazionali espulsi. In sintesi, l'accordo in fieri ci deve mettere al sicuro da future prepotenze.

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I regali di Prodi a palestinesi e libici

Soldi ai morti di Tripoli e ai drogati cambogiani

Libero

19 luglio 2008

Lucia Esposito

 

Nauru e Vanuatu non sono insulti in dialetto swaili ma due puntini sul mappamondo; isolette immerse nell'Oceano Pacifico dove, per gentile concessione del governo Prodi, l'anno scorso sono approdati 70mila euro per l'acquisto di attrezzature mediche. I conti italiani facevano acqua da tutte le parti ma le nostre casse lanciavano ancore di salvataggio a destra e manca. Il Paese dal fiato corto regalava boccate di ossigeno sopra e sotto l'equatore.

Ha spedito 64mila euro in Cambogia per prevenire l'uso della droga e altri 48mila, sempre a Phnom Pehn, per l'eliminazione delle sostanze chimiche; ha elargito prima 42mila euro e poi altri 64mila all'associazione argentina "Abuelas Plaza del mayo". Nei due anni di governo Prodi ha risposto immediatamente ai bisogni della polizia stradale. Quella palestinese. Ha inviato un milione e 240mila euro all'Autorità Nazionale perché provvedesse a formare gli agenti che si occupano della circolazione; ha finanziato con 16mila euro una ricerca sul terrorismo. In Africa. Ha preso a cuore i problemi che i cittadini hanno con il sistema giudiziario. E ha investito 41mila euro per rendere più agevole il rapporto della gente con la giustizia. In Paraguay. Sempre qui sono andati 98mila euro per il progetto "Radicamento, protezione e sviluppo", per risolvere fenomeni sociali delle donne e dei bambini. Molto più alta (105mila) la cifra spesa per migliorare le condizioni di vita della popolazione del "cantone frontaliero" di San Lorenzo. In Ecuador. Diecimila euro sono stati investiti per il restauro dei dipinti della Chiesa di Nostra Signora del Santo Rosario di Isfahan. In Iran. L'Italia ha partecipato con 647mila euro al completamento del progetto di recupero e riqualificazione del cimitero Hammangi di Tripoli. «Un progetto che si inserisce nel processo di consolidamento del clima di amicizia tra il popolo italiano e quello libico, nella prospettiva della costruzione di un'area di pace, stabilità e sicurezza nelle regioni mediterranee» .

L'elenco di aiuti e contributi in tutto il mondo è lunghissimo ma è solo una parte infinitesimale e marginale rispetto al mare magnum cooperazione internazionale. Si tratta dei soldi versati nel 2007 a enti con finalità di pace e umanitarie (la cui lista, durante il precedente governo, si è allungata con l'introduzione di molte realtà politicamente orientate a sinistra). Al centro internazionale di formazione per operatori di pace "Kofi Annan" sono andati 300mila euro; organizzare e realizzare il progetto speciale WYO (World Youth Orchestra) - Tour Mediterraneo “la fratellanza EuroMediterranea" tra l'Italia e l'Algeria ci è costato 22mila euro. Per il seminario "Medio Oriente, ricominciamo dalla fine" abbiamo speso 30mila euro, 300mila sono andati alla Commissione Elettorale Indipendente della Repubblica del Congo per «assicurare i seguiti delle consultazioni politiche generali avvenute nella primavera del 2007».

Un altro contributo di 100mila euro è finito al Caricom per l'attività della "Commission on Youth Development", che si occupa di «coordinare lo sviluppo e l'implementazione di un'analisi delle sfide e opportunità dei giovani nell'economia dei Paesi del Caricom». Le casse della "Defensoria del Pueblo" di Colombia si sono arricchite di 89mila euro per il "Programma di educazione e informazione per la protezione e promozione dei diritti umani attraverso la sensibilizzazione e formazione».

Per il seminario intitolato "Presentation of the regional water data Bank project from Exact Representatives" sono stati investiti 20mila euro. Il regno Hashemita di Giordania ha ricevuto 30mila euro per le attività del "Conflict Prevention Center" di Amman, Finanziamenti anche al "Centro internazionale di transizione Democratica", la "Community of Democracies". E come negare 500mila euro all'Organizzazione Subregionale dell'Africa occidentale Ecowas? Indispensabile sostenere l'attività dell'Ufficio del relatore speciale per la libertà di espressione della "Iachr" che si occupa di promuovere e difendere la libertà di espressione nei paesi americani: è stato concesso un contributo di 42mila euro per «attività di diffusione, prevenzione e di sviluppo istituzionale dell'associazione». Dal bagno pubblico costruito in Moldavia fino ai soldi arrivati sugli isolotti sperduti nell'Oceano Pacifico, la pioggia di contributi è diventata uno tsunami, un'onda che ha investito tutto il mondo.

 

La lettera di protesta inviata dall'AIRL al Direttore di Libero:

 

Gentile Direttore,

apprezziamo molto le denunce fatte dal Suo giornale ma, se tutte sono documentate come quella che ci ha visto nostro malgrado protagonisti (“I regali di Prodi a palestinesi e libici” di Lucia Esposito, Libero del 19/07/2008), esse rischiano di diventare un boomerang, un rimedio peggiore del male.

Tutto ciò che l'Associazione che rappresento ha fatto per il cimitero di Hammangi a Tripoli (nel quale sono sepolti morti italiani e non libici) è riuscita ad ottenerlo innanzitutto grazie al governo di destra di Berlusconi e, successivamente, a quello di D'Alema.

Riteniamo - e le attestazioni di gratitudine che ci giungono da ogni parte d'Italia ne sono la testimonianza più profonda - che ridare dignità ai nostri defunti sia un'opera altamente meritoria e vederla associata, come nel vostro sottotitolo, ai “drogati cambogiani” non può che indignarci, come Lei potrà ben comprendere.

Sul nostro sito c'è una sezione dedicata all'opera di ristrutturazione del cimitero di Hammangi, opera in via di completamento ma non ancora conclusa, in cui si possono trovare, nomi, fotografie e tutte le informazioni necessarie a suffragare la bontà del nostro lavoro.

Il Ministero degli Affari Esteri è intervenuto solo successivamente, a seguito dell'evidenza mediatica data all'iniziativa dell'AIRL; le stesse imprese italiane, e persino l'Eni che spende ogni anno 250 milioni di euro a favore della popolazione libica, non hanno ritenuto opportuno dare il loro contributo a quest'opera.

La vostra giornalista Lucia Esposito avrebbe dovuto documentarsi in tal senso, senza farsi guidare da un atteggiamento quantomeno superficiale nel reperimento delle notizie che pure, come ricordato, sono disponibili anche online.

Riteniamo che un pur minimo atto di giustizia nei nostri confronti e di tutti gli italiani che hanno lasciato in terra libica i loro cari defunti (a cui non possono nemmeno far visita dato che sono loro negati i visti) sia quello, da parte della giornalista, di scrivere un servizio su questa opera di civiltà, l'unica finora compiuta in Libia a favore degli italiani.

La nostra Associazione sarà a completa disposizione per fornire qualsiasi informazione di cui la Vostra redazione avrà bisogno.

RingraziandoLa per l'attenzione Le porgo distinti saluti

Giovanna Ortu


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Il premier a Gheddafi: bisogna rafforzare la nostra cooperazione

 

Avvenire

28 giugno 2008

Giovanni Grasso


Lo stesso premier Berlusconi, prima di partire per la Libia ieri, l'aveva definito «un viaggio importante». E, in effetti, il suo incontro a quattr'occhi sotto la tenda con il Colonnello Gheddafi aveva un'agenda piuttosto ricca. Con un punto nodale in cima alla lista: la questione dell'immigrazione e, in particolare, l'insoddisfazione italiana per l'attuazione, da parte del regime libico, degli accordi contro i clandestini. Qualche tempo fa esponenti di governo della Lega nord avevano accusato la Libia di inviare masse di clandestini africani verso le nostre coste. Ma Berlusconi ha diplomaticamente trasformato l'insoddisfazione italiana in un appello al numero uno libico per «ulteriore rafforzamento della cooperazione bilaterale» e affinché collabori di più per il pattugliamento congiunto delle coste, previsto con l'accordo del 29 dicembre 2007 e rimasto lettera morta.

La questione dei clandestini si intreccia però ad altre spinose problematiche. Il governo libico chiede, con alterna insistenza, la chiusura della vicenda coloniale italiana attraverso una 'riparazione', che fu quantificata con la costruzione finanziata dallo Stato italiano della autostrada che dovrebbe attraversare la Libia da est a ovest. Dall'altro lato, però, ci sono le rivendicazioni degli italiani, cacciati letteralmente da Gheddafi nel 1970, ai quali furono confiscate case, imprese e depositi bancari. L'associazione che li rappresenta, l'Airl, ieri ha fatto sentire la sua voce, augurandosi che «nei negoziati bilaterali il nuovo governo vorrà tenere conto dei diritti finora non solo negati ma addirittura ignorati dei cittadini espulsi dalla Libia nel 1970» e chiedendo che «nel risolvere le controversie si tenga conto della necessità di sciogliere definitivamente il nodo legato agli indennizzi per i beni confiscati» che secondo l'Airl ammontano oggi a 3 miliardi di euro, «pari al valore della famosa autostrada ». Il colloquio tra Berlusconi e Gheddafi è stato molto cordiale. Il premier italiano si è complimentato per «l'eleganza » dell'ospite africano, che sfoggiava un completo bianco dal taglio molto occidentale. Quanto ai risultati concreti, una nota di Palazzo Chigi spiega che il premier ha sicuramente posto con forza sul tavolo dei colloqui la questione dell'immigrazione: «Il presidente Berlusconi ha sollevato, in particolare, la questione di come contrastare l'immigrazione clandestina, auspicando nell'ulteriore rafforzamento della cooperazione tra Libia e Italia, che dovrebbe essere meglio inquadrata anche in un'ottica Europea». Ma nulla è trapelato sulla reazione del leader libico sulla questione.

«I due leader», invece, «hanno convenuto sulla necessità di chiudere al più presto e definitivamente tutti i punti in sospeso del contenzioso bilaterale. In tale ambito, il presidente del Consiglio ha ricordato l'importanza che l'Italia attribuisce alla ricerca di soluzioni soddisfacenti sui crediti vantati dalle imprese italiane e sul rilascio di visti per gli italiani rimpatriati dalla Libia». Berlusconi «ha espresso apprezzamento per le recenti intese stipulate dai due Paesi nel settore dell'energia e ha confermato la volontà delle imprese italiane di partecipare ai vasti progetti infrastrutturali varati dalla Libia». Una parte del colloquio, infine, è stata dedicata al processo di pace in Medio Oriente e alla preparazione del vertice di Parigi del 13 luglio dell'Unione per il Mediterraneo.

 

 


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Italia-Libia: Associazione Rimpatriati, tenere conto dei nostri diritti

AnsaMed

27 giugno 2008

 

In occasione dell'incontro odierno tra il Presidente del Consiglio Berlusconi e il Colonnello Gheddafi, i Rimpatriati dalla Libia si augurano che, nei negoziati bilaterali, il nuovo Governo vorrà tener conto dei diritti, finora non solo negati ma addirittura ignorati, dei cittadini italiani espulsi nel 1970.

Noi ricordiamo che fu proprio il generoso impegno del Presidente Berlusconi che provò a sbloccare, dopo una trentennale attesa, il problema dei nostri visti anche se, alla prova dei fatti, da parte libica le promesse strappate nell'ottobre 2004 sono state disattese.

E' tuttavia indispensabile ora, nel risolvere le controversie con la Libia, tener conto della necessità di sciogliere definitivamente in sede interna il nodo legato agli indennizzi per i beni confiscati (valore rivalutato ad oggi 3 miliardi di euro, pari al costo della famosa autostrada), per il quale noi abbiamo indicato una cifra forfetaria minimale di 300 milioni di euro e che, guarda caso, corrisponde al valore dell'impianto che la Finmeccanica è pronta a fornire alla Libia per monitorare il flusso dei clandestini nel deserto.

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La Libia: per noi il caso è chiuso

 

Il Sole 24Ore

10 maggio 2008

Carlo Marroni

 

Crisi-lampo con la Libia: in 24 ore il caso si è chiuso. Era iniziato la sera di giovedì, con il governo di Silvio Berlusconi insediato da tre ore, con Tripoli che dichiarava di non collaborare più nel contrasto dell'immigra zione clandestina. A quel punto si è mossa la diplomazia e il premier ha subito abbassato i toni e lanciato messaggi di grande dialogo e collaborazione: «Avremo modo di chiarire e tranquillizza re la situazione con le autorità li biche. Sono fiducioso», ha detto ieri mattina. Il messaggio distensivo del presidente del Consiglio ha indicato che la diplomazia (alle prese anche con la crisi libanese) era già al lavoro, e così è stato per tutta la giornata, fino ad arrivare a un pubblico "mea culpa" del ministro Roberto Calderoli, che nel febbraio 2006 con la ormai celebre scena della maglietta anti-Islam in tv scatenò proteste durissime contro l'Italia e che di recente è stato oggetto di attacchi da parte di Tripoli quando il suo nome è emerso come papabile ministro.

«Sono sinceramente rammaricato - ha detto - per le vittime degli scontri di Bengasi di qualche anno fa provocati da interpretazione non corretta, di cui rinnovo le scuse, di alcune mie dichiarazioni. Come uomo politico e ministro nutro il più profondo rispetto per tutte le civiltà e sono convinto che il dialogo con quella islamica sia un tema imprescindibile dei nostri tempi». «Le relazioni tra Libia e Italia - ha aggiunto - sono improntate al reciproco rispetto. Sono certo che saranno sempre più costruttive e mi adopererò personalmente perché ciò avvenga».

Le scuse pubbliche di Caldero li hanno sortito l'effetto voluto: la Libia ha accolto «con soddisfazione» «le dichiarazioni pubbliche di pentimento» del ministro e i tanti contatti avuti con le autorità italiane e considera «il caso chiuso», ha detto in una nota l'ambasciata libica in Italia. Nei giorni scorsi, hanno spiegato i libici, la fondazione Ghed dafi presieduta dal figlio del Colonnello, aveva espresso in un comunicato le sue preoccupazioni per gli effetti sul rapporto tra Libia ed Italia nel caso Calderoli fosse nominato ministro del governo. «Successivamente alla nomina di Calderoli a ministro, al comunicato ufficiale sul problema dell'immigrazione clandestina e al susseguirsi di voci di stampa circa il congelamento dell'accordo con il gruppo Eni e la sospensione dei visti di ingresso ai cittadini italiani, le autorità libiche ed italiane - ha aggiunto il comunicato - hanno avviato una serie di contatti ad alto livello, che hanno dato origine alle dichiarazioni pubbliche di pentimento rese dal ministro Calderoli ai media italiani e libici». Calderoli ha quindi avuto «un colloquio» con l'ambasciatore di Tripoli a Roma, Abdulhjafed Gaddur, «nel corso del quale ha chiarito il senso delle dichiarazioni già rese ai media e diffuse nei due paesi», ha precisato l'ambasciata, ricordando che lo stesso Gaddur «ha avuto un colloquio telefonico» con il sottosegretario Gianni Letta, con il segretario generale della Farnesina, Giampiero Massolo, e con il direttore generale per Nord Africa e Medio Oriente, Cesare Ragaglini.

Ora il lavoro del Governo è mirato a mettere a punto una comunicazione alla Libia sulla questione immigrazione nel suo complesso: già dalla prossima settimana gruppi di lavoro di Palazzo Chigi, Esteri e Interni si riuniranno per stilare un «messaggio molto chiaro alla Libia, che è un paese amico con il quale vogliamo collaborare», come ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini.

Ma la giornata ha segnato anche momenti di viva preoccupazione, quando il leader della Lega, Umberto Bossi, è uscito allo scoperto come solo lui sa fare, dicendo che gli immigrati clandestini che attraversano il canale di Sicilia «sono loro (i libici, ndr) che ce li mandano. Bisognerebbe mandarli indietro quando li vedi con il satellite. La lingua di Gheddafi è sempre stata lunga».

Dichiarazioni pesantemente condannate dal leader Pd, Walter Veltroni: «Sono sconcertato, non capisco quale sia l'interesse ad aprire un attrito con la Libia». Alla fine anche le parole del Senatur sembrerebbero state accantonate, grazie all'uscita di Calderoli.

 


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Gheddafi, amore e odio

La Stampa

10 maggio 2008

Igor Man

La prima “grana” del governo Berlusconi si chiama Gheddafi. “Grana” risolta, a Dio piacendo, che si innesta nel Leitmotiv che ha caratterizzato la campagna elettorale: la sicurezza. A dispetto delle statistiche (non solo italiane) che collocano l'Italia fuori da ogni e qualsiasi girone infernale, la gente percepisce tutta una serie (recente) di delitti contro la persona e beni come banche e luoghi di relax alla stregua d'un buco nero. La notevole vittoria del Pdl si deve in gran parte alla richiesta di sicurezza. La presenza disordinata di terzomondiali a Roma, a Milano, nei luoghi deputati d'Italia, lo spettacolo d'una via Condotti non più salotto di Roma ma suk di borse taroccate, le rituali risse notturne in Campo de' Fiori, il circolar sfacciato della droga, tutto questo insano cocktail di vizio e violenza ha senz'altro premiato l'intuizione del partito-movimento di Berlusconi. Al tempo stesso ha for­nito legna al fuoco sempre acceso dell'amore-odio verso l'Italia di un leader arabo senza paragoni. E così è accaduto che proprio nel giorno di battesimo del nuovo governo italiano la Jamahiriya libica (regime delle masse) abbia ufficialmente comunicato che sull'immigrazione la Libia non avrebbe più collaborato con l'Italia. E questo perché, come spiega un comunicato diffuso per il tramite della Reuters, l'Italia e altri paesi della UÈ non avrebbero dato l'appoggio promesso. «La Jamahiriya s'è strenuamente impegnata nel respingere l'afflusso di immigrati illegali verso l'Italia, esaurendo grosse risorse materiali e impegnando copiose quantità di denaro».

Siamo di fronte a una «mossa» tipicamente gheddafiana. Apparentemente facile da interpretare. Vediamo. Venerdì scorso Seif el Islam, il figlio «politico» di Gheddafi, aveva parlato di «ripercussioni catastrofiche» nelle relazioni con Roma se fra i membri del governo italiano ci fosse stato Roberto Calderoli. Costui, accusa l'agenzia Jana, «è l'assassino» dei libici morti a Bengasi nell'assalto al consolato d'Italia del 2006 in relazione alla «esibizione in tv» d'una T-shirt che in sultava il Profeta Maometto, indossata dall'allora ministro leghista. Scosso da Berlusconi, il sottosegretario Calderoli s'è profuso in scuse e il suo mea colpa deve aver commosso Gheddafi che per altro Umberto Bossi accusa di falsità: «Sono i libici che ci mandano i clandestini (...). La lingua di Gheddafi è sempre stata lunga...». «Il governo libico è molto irato con l'Italia per il "caso Calderoli"; si stanno esaminando alcuni accordi con l'Eni», afferma un esponente della Libyan National Oil Company. Il primo sbarco di Eni in Libia risale al 1959, l'ultimo all'ottobre scorso. E qui va detto come i non pochi «momenti di crisi» fra Italia e Libia mai abbiano offuscato un rapporto chiaro e importante fra Eni e Noc. È andata così anche stavolta? Probabilmente sì: il viaggio lampo dell'ex ministro degli Esteri D'Alema ha chiuso infatti il contenzioso sui risarcimenti del periodo coloniale. Di più: l'Italia parteciperà alla costruzione dell'autostrada Ras Jdeir Assalum, opera da tre miliardi di euro. Ma allora perché e come mai questa replica del caso Calderoli? A muovere la (apparente) indignazione del Colonnello pel gesto certamente infantile d'un sottosegretario, è stata una volta ancora la noia. Il beduino dalle sette vite e dalle settecento uniformi afferma d'esser soltanto al Qaid, la guida spirituale, umile interprete del volere, delle aspirazioni delle masse. In verità il suo potere è quello d'un monarca assoluto. Lui, l'autore della «Terza Teoria» (il libretto verde), non ha letto Bodin ma come quello studioso (cinquecentesco) proclama i «fondamenti giuridici» della sovranità, il diritto al «potere totale», temperato tuttavia dalla tolleranza in materia di religione. Muammar Gheddafi, un sovrano beduino ma col braccialetto d'oro massiccio di Cartier, è, a suo modo, un re filosofo.

S'è sempre detto che la Libia di Gheddafi è il «caos organizzato», una rivoluzione culturale africomaoista permanente. E però può anche essere divertente per un re-filosofo come Gheddafi gestire quel tipo di caos quando l'economia tira grazie al petrolio. Ma oggi, arrugginendosi il welfare state di cui il Colonnello è l'orgoglioso artefice e l'amministratore unico, cresce il malcontento d'un popolo mite, scansafatiche, amante del buon vivere, fruitore di infiniti benefici. L'olfatto politico di Gheddafi è eccezionale, il Colonnello deve aver fiutato aria di fronda in Cirenaica ed è subito corso ai ripari cavando dal suo burnus d'ottimo taglio la carta Calderoli.

L'ho intervistato almeno dieci volte e capitò di domandargli perché mai se la prendesse spesso e volentieri con l'Italia. «E con chi vuoi che me la pigli, a chi vuoi che presenti il conto del colonialismo?». E il tuo sentimento verso l'Italia, domandai un'altra volta. «D'amore», rispose. Chi scrive ha sempre sostenuto che per scongiurare irritanti a fondo di Gheddafi bisognerebbe invitarlo in Italia, in visita ufficiale. Stare in cucina come un gatto fuligginoso gli fa venire cattivi pensieri. Non gli mancano i problemi ma non è escluso che una volta ancora riesca a cavalcare il malcontento. Che lo preoccupa ma soprattutto l'annoia. Una volta scrisse a Sadat: «Saremmo felici di vivere nel deserto, nudi, senza petrolio, senza elettricità, senza città, senza luoghi di piacere, senza la tv ma con la dignità, la religione, il patriottismo arabo». Al giornalista Patrick Seale che gli chiese se si fosse fatto un'idea del perché i leaders del mondo e parecchi dei suoi «fratelli» lo avessero sulle scatole, rispose: «E' perché non mi conoscono».

Dopo ogni intervista, congedandomi da questo beduino autodidatta ed elusivo, ho sempre avvertito un senso di vuoto. La sua estraneità finisce con lo stranire il vecchio cronista che si presume abbastanza cinico dopo tanti incontri con uomini e mascalzoni. E però alla sua età sarebbe ora che il Colonnello smettesse di masticar petardi. Mangi datteri: sono dolci e niente affatto pericolosi. «Dio non ama coloro che eccedono» (Corano: VH,31).


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La tela infinita del Colonnello e i continui rilanci

Il Sole 24Ore

10 maggio 2008

Gerardo Pelosi

Di una cosa bisogna dare atto al colonnello Gheddafi. In un mondo che guarda la politica italiana come a un rompicapo, il"leader" della Jamahiriya, nei suoi 38 anni di potere, ha padroneggiato (spesso usandole) le vicende di casa nostra senza mai sbagliare una mossa, con una scelta perfettam nei tempi e nell'intensità delle "minacce" quasi fosse un consumato politico nostrano.

Stava sbagliando solo una volta, dopo i due missili Scud lanciati contro Lampedusa nell'86. Missili di cui è ancora dubbia la paternità libica ma tanto bastò a Bettino Craxi, presidente del Consiglio (che aveva salvato la vita al colonnello avvertendolo in tempo del raid Usa) che gli fece arrivare un messaggio chiaro: un altro segnale di ostilità e sarebbero sbarcati i marò del battaglione SanMarco sul lungomare di Tripoli. Nel frattempo, il capo della diplomazia, Giulio Andreotti, fedele al principio che «uno i vicini non se li può scegliere» accettava in dono dal colonnello, sia pure a denti stretti, un arrugginito moschetto 91 sotto la tenda eretta nella caserma Bab al-Azyzya. Il primo di una serie di moschetti di cui Gheddafì ha fatto omaggio a tutti i premier e ministri degli Esteri italiani che si sono avvicendati sotto la sua tenda, Berlusconi compreso. Un regalo che era un monito: «Ricordatevi cosa avete fatto, quante mine italiane sono ancora sepolte nel nostro deserto; potremo, dunque, fare affari ma mai dimenticare».

Dal punto di vista del diritto internazionale l'Italia, oggi, non deve più nulla alla Libia. Tutto è stato risolto con le varie conferenze di pace e con i risarcimenti concordati con re Idris. Se non fosse che il regime del colonnello, dal '69 in poi, ha trovato un fertile cemento identita rio nella contrapposizione all'Italia forza occupante, ossia da quando espulse tutta la comunità italiana requisendo beni e proprietà per circa 400 miliardi dell'epoca. L'equivalente attuale di 3 miliardi di euro. La stessa cifra che servirebbe per costruire l'autostrada litoranea da Ras Jdeir ad Assaloum . Il cosiddetto "grande gesto", opera simbolica che avrebbe modernizzato l'antica via costruita da Italo Balbo, dedicata all'amicizia tra i due Paesi e utile a chiudere il passato coloniale.

Ma chi volesse, in questi giorni, sfidare i 40 gradi di Tripoli e il fastidioso vento ghibli verifi cando sul posto cosa sta accedendo nella zona litoranea si troverebbe di fronte ad inaspettate sorprese. La linea ferroviaria (anche quella, in un primo momento, oggetto della trattati va italo-libica) sta per essere rin novata con due appalti conces si a società cinesi e russe. Sulla strada molti i cantieri aperti ma non si scorgono nomi di ditte italiane (come Astaldi, Impregi lo, Todini ecc). Cosa sta accadendo? Forse l'Italia ha perso veramente il treno di cui era l'unico passeggero durante l'embargo internazionale per l'attentato di Lockerbie. Certo, c'è il petrolio, quello dal "retrogusto fruttato" del giacimento Elephant del Fezzan, a 800 chilometri a Sud di Tripoli, che l'Eni estrae e vorrebbe portare a Gela con un oleodotto oltre al secondo metanodotto parallelo a Greenstream e a un impianto di liquefazione sulla costa libica. Quando, in televisione, Roberto Calderoli si è aperto la camicia sapeva che stava mettendo a rischio tutto questo? Ora qualcuno deve averglielo detto ma le scuse del ministro leghista, ieri, avranno fatto gongolare ancora di più il colonnello, consapevole che il "gioco" della politica italiana lui, ormai, lo conosce a memoria.

Massimo D'Alema fu l'unico, da premier, che si spazientì ripartendo da Tripoli senza incontrare il "leader" e sottostare al penoso rito dell'anticamera (due, tre ore, anche mezza giornata di attesa passata all'ambasciata italiana) che Gheddafì applica ai suoi ospiti stranieri con particolare, sadica predilezione per quelli italiani. Ma da ministro degli Esteri, lo stesso D'Alema si mostrò molto disponibile ad assecondare gli umori del colonnello appianando perfino alcuni contrasti familiari che avevano portato alla chiusura dell'ambasciata libica a Roma con un viaggio nel deserto nella Pasqua 2007. A quel punto, D'Alema pensava che l'accordo sull'autostrada fosse cosa fatta. Niente di più sbagliato. Dopo mesi di negoziato, tutto si arenò perché l'Italia voleva fosse scritto che l'opera avrebbe chiuso ogni contenzioso sul passato mentre i libici chiedevano di tenere in vigore il comunicato congiunto del luglio '98, una sorta di umiliante atto di capitolazione verso una potenza vincitrice. Anche sull'immigrazione l'accordo Amato-Shalgam del 29 dicembre 2007 è rimasto lettera morta ma per inadempienze libiche. Le ultime minacce riaprono, per l'ennesima volta, danze già viste ma la "festa" è finita da un pezzo.

 


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Lo sceicco bianco che "gioca" per restare attaccato al potere

Il Giornale

10 maggio 2008

Maria Giovanna Maglie

La cialtroneria di Gheddafi, lo stile da sceicco bianco ormai penosamente invecchiato, la pantomima volgare della tenda beduina imposta anche a Parigi, sono sempre trucchetti destinati a uso interno. È una pratica dei dittatori far vedere che il mondo si spaventa quando loro minacciano, e usare situazioni di conflitto apparente per tacitare qualunque opposizione interna. Il figlio eviterei di prenderlo in seria considerazione, visto che per ora rappresenta solo sé medesimo. Piuttosto, giovedì, il ministero dell'Interno di Tripoli ha di nuovo agitato minacce contro l'Italia: «Non bloccheremo più l'immigrazione illegale verso le vostre coste - scrive una nota ufficiale - perché Roma e gli altri Paesi dell'Unione europea non hanno rispettato l'impegno di fornire i mezzi necessari al pattugliamento».

La mossa arriva dopo i recenti accordi siglati dall'Eni che prolungano le concessioni per la produzione di petrolio e gas; è dopo il viaggio lampo dell'ex ministro Massimo D'Alema, in novembre. Considerato giustamente un amico del mondo arabo, D'Alema ha chiuso il contenzioso sui risarcimenti del periodo coloniale, ma ha soprattutto confermato la disponibilità di finanziare la realizzazione dell'autostrada che collega Ras Jdeir ad Assaloum, un'opera controversa da tre miliardi di euro alla quale parteciperebbero diverse imprese italiane, a cominciare dall'Eni. Ora il colonnello Gheddafì vede un governo nuovo, sente odore di politica seria conto gli immigrati clandestini sui barconi che non ha mai realmente fermato, e torna all'attacco. Ma tutto fa parte dello stesso pasticcio, della «ammuina» che nasconde il disastro e l'incompetenza del colonnello sotto la tenda. I governi italiani, business o non business, dovrebbero cominciare a tenerne conto quando trattano obbligatoriamente con lui, invece di costringere Calderoli a fingersi goffamente pentito, dopo due anni e una dimissione, della sua maglietta della salute a fumetti. Invece di credere che l'assalto al nostro Consolato di Bengasi nel 2006 non lo abbia organizzato lui. Gheddafi tiene in piedi uno Stato nel quale le istituzioni non funzionano e non ci sono garanzie legali; scuole e ospedali sono inadeguati, le strade sono poche e pericolose, la popolazione è povera, isolata e impreparata. Ha giustificato lo stato di arretratezza inventando un conflitto con le potenze imperialiste e le sanzioni economiche. Ma l'Onu ha eliminato il regime delle sanzioni nel 2003 e gli Stati Uniti hanno ripreso le relazioni diplomatiche nel 2004, dopo che Gheddafi ha accettato di chiudere la vicenda della strage di Lockerbie dichiarandosi indirettamente responsabile, e di fermare il programma di armamento nucleare e chimico. Ora in Libia oltre la metà della popolazione ha meno di 20 anni e comincia a farsi qualche domanda su arretratezza e povertà, e perfino sull'assenza dì qualsiasi libertà di parola, di riunione, di stampa, sugli arresti arbitrari, sulle torture riservate agli oppositori. Gheddafi, se volesse, potrebbe fare le riforme emettere la Libia al passo con il mondo, grazie al petrolio. Le riserve di valuta estera sono salite di recente a 56 milioni di dollari per cinque milioni e seicentomila abitanti. Ma l'ammodernamento e le aperture economiche si fermano sulla soglia della corruzione e del sospetto . Si fermano sulla pratica della, lamentazione, soprattutto verso l'Italia.

Non finisce mai, infatti, la richiesta di compensi per i danni e le colpe coloniali, e non sono accettabili le nuove offerte di chiusura del contenzioso in cambio della costruzione di una autostrada di duemila chilometri lungo la costa, con una spesa totale 3,5 miliardi di euro, visto che il contenzioso con le ditte italiane danneggiate dalle decisioni libiche prese nel 1970, ha un valore stimato di soli 600 milioni. D'Alema ha sbagliato ad accettare, se ha accettato. Nel 1970 furono espulsi ventimila italiani che risiedevano in Libia da molte generazioni, le loro proprietà furono sequestrate ; avevano trasformato Tripoli in un piccolo gioiello architettonico, costruito strade, ospedali, scuole; importato la coltivazione dell'olivo, degli agrumi e della vite. Eppure Gheddafi fa celebrare ogni anno «la giornata dell'odio e della vendetta». E' un cialtrone saldo al potere purtroppo, ma se lo guardi nudo capisci che dei Paesi occidentali ha bisogno come dell'aria. Perciò con lui si può e si deve trattare a schiena dritta.

 

 


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Le reazioni italiane alle dichiarazioni di Saif El Islam Muammar al Gheddafi

La Voce d'Italia

5 maggio 2008

Marco Rogna

 

Tripoli – Ingerenza nelle questioni di politica interna . Così sono state giudicate da molti esponenti politici italiani, di entrambi gli schieramenti, le parole di Saif El Islam Muammar al Gheddafi , all'agenzia ufficiale libica Jana circa la possibilità che Roberto Calderoli torni alla guida di un ministero della Repubblica italiana. 

Secondo quanto riportato dall'agenzia stessa, il figlio del leader Muammar Gheddafi ha detto che un eventuale incarico ministeriale affidato all'esponente della Lega Nord, Roberto Calderoli , potrebbe avere “ ripercussioni catastrofiche nelle relazioni tra l'Italia e la Libia ”. Saif El Islam ha riconosciuto che si tratta di “ un affare interno che riguarda l'Italia ”, ma ha sottolineato “ la gravità di questa questione ”.

All'origine dell'ostilità del figlio di Gheddafi, gli avvenimenti del 2006: Calderoli decise di presentarsi ad una trasmissione televisiva italiana indossando una T-shirt con stampate immagini satiriche su Maometto e subito scoppiò una dura protesta in Libia. Il Consolato italiano di Bengasi fu preso d'assalto da una folla di manifestanti e da allora è rimasto chiuso per i danni subiti. La polizia libica , nel tentativo di allontanare i manifestanti, aveva causato 11 morti . Nel testo pubblicato dalla Jana si capisce perfettamente il motivo delle dichiarazioni di Saif El Islam: “ La crisi è stata allora circoscritta, causando anche le dimissioni del ministro italiano. Ma in seguito alla vittoria della destra italiana nelle ultime elezioni, sono giunte voci sulla possibilità di ricandidare nuovamente quel ministro , che si considera il vero assassino dei cittadini libici morti in quell'occasione ”.

A condannare le affermazioni del figlio di Gheddafi non solo molti esponenti politici italiani, ma anche Giovanna Ortu , Presidente dell'Associazione Italiana Rimpatriati della Libia (AIRL), la quale, dopo aver affermato di “ non essere sorpresa ” di questa uscita, nonostante spesso Saif El Islam “ abbia fatto dichiarazioni che mirano a distendere i rapporti con l'Italia ed abbia persino ammesso che in Libia la libertà è scarsa ”, le ha bollate come una “ ingerenza inammissibile ”. Ortu ha proseguito spiegando che un tale atteggiamento era prevedibile trattandosi “ di un tracotante figlio del leader Gheddafi ”, ma indicando un ulteriore motivo, ovvero l'eccessiva accondiscendenza del Governo italiano , verso cui “ ci si può permettere di tutto ”.

Il Presidente dell' AIRL ha portato un esempio per illustrare questo errore di eccessiva moderazione ed arrendevolezza. “ Durante il precedente Governo Berlusconi – ha spiegato – era in cantiere un trattato bilaterale fra l'Italia e la Libia che è stato portato avanti da D'Alema , da sempre amico di Gheddafi, quando è divenuto ministro degli Esteri. Questo ha fatto ulteriori concessioni alla Libia, promettendo la costruzione di un'autostrada. Alla fine l'accordo non è stato firmato perché il leader libico ha alzato ulteriormente la posta ”. Questo proverebbe quindi la necessità di mantenere un atteggiamento più fermo verso il Paese mediterraneo, anche in riferimento alla questione delle riparazioni di guerra . “ Si deve dire basta alle richieste del passato ” ha sentenziato Ortu , la quale ha poi ricordato che “ 38 anni fa agli Italiani residenti in Libia sono stati espropriati beni per un valore di 400 miliardi di lire in dispregio degli accordi presi e del diritto internazionale. Anche la polemica sul comportamento di Calderoli risale ormai a due anni fa ”.

E' però vero che la Libia, per le sue riserve energetiche è un Paese importante per l'Italia e la sua strategia di differenziazione degli approvvigionamenti. Questo fatto è stato riconosciuto da Giovanna Ortu, che però ha evidenziato come altri Stati europei, pur avendo simili necessità geo-strategiche, riescano a mantenere un comportamento più risoluto. “ Sulla questione dei missili contro Lampedusa nel 1986 , - ha affermato - sulle uccisioni di oppositori del regime avvenute in territorio italiano , il nostro Paese ha invece sempre ceduto ”. Una pratica utilizzata dalla Libia per fare pressione è “ l'utilizzo degli immigrati clandestini, che vengono mandati sulle coste italiane, come minaccia ”. Pratica a cui occorre opporsi duramente. “ Va bene essere realisti – ha concluso il Presidente dell' AIRL – ma non certo vendere la propria dignità ”.

Di fronte alle esternazioni di Saif El Islam, però, a parte le dichiarazioni di Massimo D'Alema, di alcuni esponenti leghisti e di altri partiti, è mancata la chiara condanna del presidente del Consiglio in pectore, Silvio Berlusconi , e del presidente della Camera, Gianfranco Fini , che invece hanno preferito lasciar correre in modo da non innescare ulteriori polemiche. Lo stesso D'Alema poi, pur riconoscendo “ l'intollerabile ingerenza ” ha aggiunto di considerare “ inopportuno che un uomo politico che abbia responsabilità istituzionali faccia ciò che fece Roberto Calderoli ” ed ha concluso augurandosi che “ il nuovo governo tenga conto dell'esperienza ed eviti vecchi errori ”.

Su questa linea di pensiero si pone Angelo Del Boca , scrittore e saggista fra i massimi conoscitori in Italia della realtà libica, il quale ha innanzi tutto sminuito la gravità della questione. “ Saif El Islam – ha spiegato – è un personaggio senza una vera e propria qualifica. Sarebbe stato grave se una tale esternazione fosse stata fatta da un ministro degli Esteri, ma si tratta solamente del presidente di una fondazione a cui è vero che suo padre ha affidato importanti incarichi in passato, ma che al momento non riveste alcuna carica istituzionale. Praticamente è l'opinione di un semplice cittadino ”. Del Boca si è però spinto oltre sostenendo che quanto affermato da Saif “ non è una cosa così sciocca ”. “ Se si porta al Governo un personaggio di quel livello – ha spiegato ripercorrendo il percorso mentale che dovrebbe aver fatto il figlio di Gheddafi – la Libia ha le sue ragioni per rivedere la propria politica estera ” che , ha aggiunto, “ è molto altalenante nei confronti dell'Italia ”. Il saggista ha posto l'accento sulle responsabilità di Calderoli che “ mentre ricopriva una importante carica istituzionale ha compiuto un gesto che ha avuto gravi conseguenze ”. Secondo Del Boca non si possono “ imputare totalmente alla brutalità della polizia libica ” i morti del 2006. 

Per quanto riguarda invece la presunta remissività italiana nei confronti di Tripoli l'ex corrispondente della 'Gazzetta del Popolo' ha precisato che “ ci si deve chiedere che cosa si vuole in un momento in cui il petrolio sta superando i 120 dollari al barile ”, ricordando che “ l'Italia riceve da questo Paese un terzo del petrolio e del gas che importa ”. La conclusione a cui l'ha portato questa considerazione è che “ la prudenza ” dell'atteggiamento politico italiano "è certamente legittima ”.

 


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La Ue cerca l'accordo con la Libia

News Italia Press

28 febbraio 2008

“Si profila una svolta nei rapporti tra Ue e Libia”. Così all'incirca aprivano oggi i giornali italiani ed europei in merito alla richiesta della Commissione europea agli Stati membri di un mandato per negoziare un accordo quadro che regoli le relazioni politiche, sociali ed economiche con il Paese nordafricano. " Questa e' una decisione storica ", ha commentato il commissario Ue per le Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner , " sebbene la Libia sia un interlocutore importante nel bacino del Mediterraneo e in Africa a tutt'oggi non esiste un quadro che disciplini le sue relazioni con l'Ue ". Secondo il commissario Ue al Commercio Peter Mandelson " un accordo di libero scambio ambizioso servirebbe a intensificare la cooperazione fra l'Ue e la Libia sulle questioni economiche e commerciali " e " parallelamente al nostro sostegno alla richiesta della Libia di aderire all'Organizzazione mondiale del commercio, questi negoziati daranno un primo e fondamentale impulso al reinserimento della Libia nel sistema commerciale mondiale ". La questione sarà sul tavolo del Vertice Ue che si terrà a Bruxelles il 13 e 14 marzo. 

Il problema è che per profilarsi una svolta ci vuole una volontà politica che la Libia ha sempre dimostrato di non avere. Gheddafi non ha mai trovato indispensabile legarsi all'Unione Europea neanche quando sono state smesse le sanzioni economiche . Negli ultimi anni infatti il governo di Tripoli pare aver intrapreso la strada del moderato riformismo e dell'apertura, anche su alcune questioni umanitarie, come quella delle infermiere libiche detenute, principalmente con due finalità: riacquistare legittimità sul piano internazionale e rilanciare la propria economia. Dal punto di vista libico, naturalmente la normalizzazione dei rapporti libico-americani, come precedentemente quelli con l'Europa, ha contribuito molto di più di un costoso programma di armamenti non convenzionali (a cui Gheddafi ha definitivamente rinunciato tra la fine del 2003 e il 2004) al mantenimento dello status quo in Libia, da sempre la priorità del leader libico.

Ma, come già ricordato, la Libia non ha accordi siglati con l'Ue anche perché non li ha voluti, rifiutando di aderire al processo di Barcellona per i paesi del mediterraneo, che prevede, tra le altre cose, la sottoscrizione di un patto per il rispetto dei diritti umani . Sino ad ora la Libia, come anche l'Algeria, ha usato verso l'Europa la leva energetica per regolare i propri rapporti con il Vecchio continente.

Uno dei temi aperti con il paese di Gheddafi è quello dell'immigrazione clandestina, anche questo spesso sfruttato dalla Libia come forma di pressione sull'Europa, in particolare verso l'Italia e Malta.

Quindi più di una svolta pare essere un invito europeo alla Libia , un invito che, a questo punto dovrà essere correlato da una offerta che venga percepita come vantaggiosa dalla Libia. La politica di prossimità iniziata negli ultimi anni dall'Unione Europea, prevede che i partner mediterranei che lo vogliano possano rafforzare la cooperazione e l'integrazione con la UE attraverso forme di adesione al mercato unico. Il governo libico è però sembrato, sino ad oggi, non intenzionato ad aderire alle richieste implicite del partenariato euro-mediterraneo, l'accettazione dell'acquis comunitario , con il rischio di dover accoglierne le circostanze e gli obblighi, preferendo limitarsi ad un ruolo di osservatore o a quello di intermediario fra l'Europa e l'Africa, per la quale ha manifestato sicuramente più interesse. Tuttavia non è nell'ambito dell'Unione Africana che la Libia potrà trovare soluzione ai propri problemi di sviluppo, dati principalmente dalla necessità di acquisire tecnologia e know-how.

I problemi politici poi non sarebbero finiti. Rimane aperta la questione italo-libica , a incidere nel complesso delle relazioni tra Tripoli e l'europa, con la richiesta di Gheddafi di compensazioni per i danni di guerra. La situazione rimane in stallo – ha detto a News Italia Press Giovanna Ortu dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia -. L'accordo economico sembrava trovato per quanto mi aveva personalmente riferito il Ministro D'Alema nel dicembre scorso, ma vi erano altri ostacoli, su richieste immateriali di Gheddafi. Richieste che potrebbero essere portate ora all'Unione Europea. Io capisco ora che l'Unione Europea rincorra la Libia per l'insostituibilità delle risorse energetiche, ma dovrebbe anche considerare altre faccende: non ho dati certi, ma appare probabile, ad esempio, che Gheddafi usi l'arma dell'immigrazione clandestina come arma politica. Il governo italiano ora è impossibilitato dal firmare qualsiasi cosa, toccherà al prossimo governo cercare di concludere l'accordo”.

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I petrodollari non valgono l'anima

 

Corriere della Sera

4 gennaio 2008

di Magdi Allam


Di primo acchito dovremmo sentirci offesi e umiliati per il boicottaggio dell'Italia da parte del leader libico Gheddafi nel suo recente tour europeo. Ma considerando l'esito avvilente delle sue visite in Spagna e in Francia, ci auguriamo che Romano Prodi risparmierà agli italiani l'indecoroso spettacolo di cui si sono resi responsabili Zapatero e Sarkozy immaginando che i diritti dell'uomo e i valori fondanti della civiltà occidentale possano essere svenduti sull'altare del dio denaro.

La lezione che si trae dall'ondata di polemiche, che in due paesi europei retti da governi schierati su opposte sponde hanno visto destra e sinistra unite nella denuncia di un dittatore e di un reo-confesso burattinaio del terrorismo internazionale, è che se non possiamo fare a meno del petrolio, del gas e del mercato libico, che si mantenga il rapporto in un ambito strettamente economico. Ovvero affari in cambio di affari.

Nessuno al mondo meglio dell'Italia conosce l'inaffidabilità di Gheddafi e l'arbitrio assoluto del suo comportamento. Non è stata forse l'Italia di D'Alema e poi di Berlusconi a sdoganarlo dopo la quarantena impostagli dall'Onu per aver ordinato gli attentati terroristici che hanno portato all'abbattimento di due aerei nei cieli di Lockerbie nel 1988 e del Niger nel 1989? Non è stato l'allora commissario dell'Unione Europea Prodi a riaccreditarlo sulla scena internazionale accogliendolo a Bruxelles nel 2004? Non è forse l'Italia il paese che più di altri subisce impassibile i suoi soprusi fino al punto da far allontanare il 18 febbraio 2006 dal governo un proprio ministro, Roberto Calderoli, di cui il figlio di Gheddafi, Seif Al-islam, aveva chiesto le dimissioni nove giorni prima?

Ebbene qual è stato il risultato? Che Gheddafi ha deciso di non includere l'Italia tra i paesi europei visitati, nonostante l'impegno ufficiale — annunciato dal ministro degli Esteri D'Alema — ad accondiscendere alla di per sé iniqua pretesa di sborsare 3,5 miliardi di euro per costruire un'autostrada lungo il litorale libico dalla Tunisia all'Egitto, quale indennizzo per i danni coloniali. Perché quel risarcimento è stato già saldato nel 1951, versando 5 milioni di sterline e cedendo tutte le strutture pubbliche coloniali alla monarchia di re Idriss. Ma Gheddafi, come è sua consuetudine, ha imposto la sua legge sconfessando quell'accordo internazionale. Nel 2002 Berlusconi gli offrì 63 milioni di euro per la costruzione di un ospedale o di un'autostrada tra Tripoli e Bengasi. Ma dopo l'attacco, il saccheggio e la distruzione del nostro consolato a Bengasi il 17 febbraio 2006, di cui incredibilmente l'Italia si è ufficialmente scusata benché fossimo parte lesa e si trattasse di un attentato ordinato da Gheddafi, quest'ultimo ha alzato la posta: l'autostrada la vuole lunga circa 1700 chilometri e la tangente da pagare è 50 volte superiore a quella da noi proposta.

E non è tutto. Il 29 dicembre, dopo il boicottaggio dell'Italia nel suo tour europeo, Gheddafi ha acconsentito al pattugliamento misto delle coste libiche per bloccare i clandestini solo dopo che l'Italia gli ha regalato unità navali e terrestri, apparecchiature sofisticate di controllo e un sistema informatico di registrazione dei dati anagrafici. È incredibile: tutti sappiamo che Gheddafi strumentalizza le centinaia di migliaia di clandestini che ha accolto in Libia come arma per condizionare i suoi rapporti con l'Italia, e noi lo premiamo con mezzi e denaro. Come se la Libia fosse un paese povero e non ricco con il petrolio a 100 dollari a barile.

Per tutte queste ragioni credo che gli italiani non debbano subire oltre l'arbitrio e l'arroganza di Gheddafi. Se è proprio necessario firmare degli accordi economici e commerciali, che vada Prodi a incontrarlo sotto la sua tenda nel deserto libico. Ma risparmiateci la visita di Gheddafi in Italia. Non confondiamo il sacro con il profano, non barattiamo la nostra anima con i petrodollari.

 


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Italia-Libia: contenzioso perenne/ Intervista a Leone Massa

 

L'Opinione

3 gennaio 2008

di Walter Ricci

 

Dopo il viaggio a Tripoli del Ministro D'Alema del 10 novembre scorso abbiamo letto sui quotidiani più importanti di possibili decisivi accordi raggiunti per chiudere il contenzioso pluriennale esistente fra i due Paesi. Secondo le dichiarazioni del Ministro D'Alema ci sarebbero stati da concordare solo alcuni dettagli fra i quali il pagamento dei crediti delle imprese italiane da parte della Libia, gli indennizzi per i beni confiscati ai ventimila italiani espulsi nel 1970 ed i visti di ingresso in Libia per questi ultimi. Abbiamo, a tal proposito, intervistato il presidente dell'AIRIL, Associazione che sin dalla sua costituzione si batte per il rispetto dei diritti non solo delle imprese italiane ma anche delle migliaia di operai e tecnici che hanno lavorato in quel paese e che attendono di essere pagati. Questi pagamenti furono bloccati sin dal 1980 e per alcuni anche nel 1970 a seguito della richiesta libica dei danni di guerra e del periodo coloniale.

Presidente Massa da quanto tempo le imprese italiane ed i loro tecnici attendono il pagamento dei loro diritti e cosa ha fatto lo stato italiano per tutelarli?

Sin dal 1970 alcune imprese italiane non appartenenti alla comunità italiana residente in Libia si videro confiscati i loro cantieri con le relative attrezzature , senza riuscire a ricevere attraverso la nostra Ambasciata di Tripoli alcuna certificazione attestante la confisca. Successivamente, nel 1980, vi fu la nazionalizzazione di tutte le attività private e il blocco dei trasferimenti di valuta da parte dei vecchi importatori dei beni e servizi. Anche in seguito le imprese italiane che avevano stipulato contratti per lavori o forniture con le compagnie di stato libiche si videro sequestrati i cantieri, confiscate le attrezzature e bloccati i crediti per la richiesta libica dei danni di guerra e del colonialismo già concordati e pagati dall'Italia nel 1956. Questo problema fu affrontato da Andreotti con gli accordi del 1984 e 1985 con la compensazione in petrolio che fallì il suo scopo per il rifiuto libico di rilasciare la certificazione dei crediti per i lavori eseguiti. In tali accordi si prevedeva la costituzione di un fondo presso la Banca Nazionale del Lavoro ed Agip con 300 milioni di dollari semestrali da riservare sui roialty che l'Agip avrebbe pagato alla Libia. A quel tempo si verificò un atteggiamento lesivo per le imprese in quanto dopo alcuni mesi il fondo fu trasferito alla Banca Centrale libica. Nel 1989 fu emesso il famoso decreto Vassalli in base al quale si proibì il sequestro dei beni libici in Italia, dichiarato dopo alcuni anni anticostituzionale. Nel 1998 con l'accordo Dini-Muntasser si dava corso ad un Comitato misto italo-libico per i crediti che avrebbe dovuto portare a soluzione il problema. Anche questo accordo non produsse alcun esito. Il 28 ottobre 2002, e grazie alle pressioni della nostra Associazione, fu siglato un accordo tra Berlusconi e Shamek in cui si prevedevano precisi termini per l'analisi della documentazione creditizia, la sua quantificazione ed il calcolo della rivalutazione monetaria ed interessi nonché la data del 31 marzo 2003 per il pagamento da parte libica dei crediti accertati. La Farnesina si prese carico assieme ad UBAE ed ALI di dare esecuzione a tale accordo ma produsse soltanto una quantificazione dei crediti sulla sola sorta capitale senza tener in alcun conto le sentenze delle corti libiche e senza provvedere alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. La cosa più grave fu il 27 marzo 2003, quando, all'insaputa delle associazioni più rappresentative delle imprese creditrici (Confindustria, AIRIL ed ANCE) rilasciò alla delegazione libica una proposta scritta di chiusura forfetaria del contenzioso per 314 milioni di euro, meno del 50% di quanto da essa stessa accertato.

Questa è in breve la storia, seppur dolorosa dei crediti sofferenti, ma quali prospettive si aprono dopo la visita di D'Alema a Tripoli?

Già il 31 ottobre fummo convocati alla Farnesina dal ministro Ragaglini allo scopo di sottoporci una proposta forfetaria libica di 313 milioni di euro. Ancora una volta il Ministero Esteri ha dimostrato di non saper far rispettare il diritto alla controparte libica. Il dovere dello stato, e quindi delle proprie istituzioni, prescritto dalla nostra carta costituzionale è di tutelare, ossia difendere e salvaguardare, il lavoro italiano nel mondo non viene tenuto in alcun conto. Non c'è da meravigliarsi in un'Italia in profondo degrado morale ed istituzionale che si manifesta quotidianamente agli occhi dei propri concittadini. La proposta libica è stata da noi dichiarata inaccettabile.

Stia ben certo che pur essendo stato il problema crediti degradato a mero dettaglio di un accordo bilaterale, l'azione della nostra associazione sarà ben determinata e decisa a tutti i livelli, non escludendo precise denunce nei confronti di istituzioni e personaggi che vengono meno ai propri doveri.

Da quanto ci risulta in Senato sono stati presentati dei disegni di legge per una garanzia sovrana dello stato alle imprese creditrici della Libia. Crede che l'eventuale loro approvazione da parte di Senato e Camera possano dare soluzione al problema?

I disegni di legge presentati, uno dalla maggioranza e due dall'opposizione, hanno visto la firma di tutti gli esponenti dei gruppi parlamentari ed il testo è stato unificato il 4 ottobre scorso presso la VI Commissione finanze e tesoro. L'articolato è molto preciso ed inquadra perfettamente il problema. La garanzia sovrana prevista è stata dettata per non incidere, in un momento difficile, sulle finanze dello Stato e dar tempo cinque anni alla nostra diplomazia di tutelare il lavoro italiano in Libia facendo rispettare i diritti delle imprese italiane. Purtroppo la sensibilità degli estensori dei disegni di legge non è stata compresa dalle nostre istituzioni. Per questo motivo ho inviato telegrammi al Presidente della Repubblica,supremo garante della Costituzione, ed al Presidente del Consiglio senza ricevere alcun riscontro. Nel testo dei telegrammi ho fatto preciso riferimento allo Stato di diritto, al rispetto della Carta Costituzionale, alla giustizia ed alla volontà espressa dall'organo parlamentare, massima espressione di un paese democratico.

In definitiva cosa si aspetta dall'attuale Governo?

Già nella passata legislatura molti esponenti dell'attuale maggioranza, come quelli dell'attuale minoranza, presentarono in Parlamento centinaia di interrogazioni, interpellanze, ordini del giorno e mozioni. Oggi hanno presentato precisi disegni di legge bipartisan che sono all'esame della VI Commissione del Senato. Voglio sperare che abbiano la determinazione e la forza di imporre al governo il rispetto del diritto. Un mancato parere favorevole del governo al disegno di legge in esame al Senato significherebbe innanzitutto la mancata capacità del nostro Ministero Esteri di assolvere i propri doveri dettati dalla Costituzione. Certamente le aziende ed i propri dipendenti hanno già atteso lunghi decenni e non è accettabile che si attenda ulteriormente. In altri paesi, vedi Francia, Inghilterra e Germania, questi problemi sono stati risolti da anni con indennizzi e risarcimenti diretti verso le proprie imprese. Qui si tratta di problemi politici e non di rischi di impresa e lo stato se ne deve fare carico. Molte imprese hanno presentato ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell'uomo richiedendo la condanna dello Stato italiano al pagamento dei crediti con rivalutazione monetaria, interessi ed al risarcimento dei danni economici ed esistenziali. Dobbiamo attendere la sentenza oppure il governo riconosce in anticipo i suoi doveri?

 


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Clandestini, una task force tra Italia e Libia

 

La Repubblica

30 dicembre 2007

di Alberto Custodero

 

Stop alle «carrette del mare» in partenza dal Nord Africa: la Libia ha concesso all'Italia la possibilità di pattugliare le sue coste e bloccare i trafficanti di es seri umani. In cambio, il nostro Paese farà pressioni sull'Unione Europea affinché aiuti il governo di Muammar Gheddafi a presidiare i suoi confini a Sud attraverso i quali entrano nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista (lo stato libico), milioni di clandestini. Questo accordo contribuisce a creare un clima favorevole per il raggiungimento di una soluzione al contenzioso con la Libia, che - dopo aver requisito beni per 3 miliardi di euro ai 20 mila italiani espulsi nel 1970 - chiede ora all'Italia un'autostrada a saldo dei danni del periodo coloniale. Queste trattative fra Tripoli e la Farnesina che si trovano in una fase molto delicata - l'autostrada ha un costo compreso fra i 3 e i 6 miliardi di euro e l'associazione dei Rimpatriati di Libia preme per avere dal governo italiano un indennizzo - potrebbero trarre un impulso dalla collaborazione raggiunta sul fronte dell'immi grazione.

In segno di distensione, la firma della convenzione, preparata in questi mesi dal capo di gabinetto del Viminale Gianni De Gennaro, è avvenuta ieri a Tripoli, fra il ministro dell'Interno Giuliano Amato e quello degli Esteri libico, Abdurrahman Mohamed Shalgam. Amato ha voluto esprimere la propria «gratitudine alle autorità di Tripoli per lo spirito di collaborazione dimostrato». L'intesa si ispira a quella già stipulata anni fa con l'Albania che ha di fatto stroncato il fenomeno degli «scafisti» che trasportavano sulle coste dell'Adriatico mi gliaia di albanesi. Ogni anno dal Maghreb, e in particolare dalla Libia, approdano sulle coste italiane, per poi finire a Lampedu sa, circa 15 mila clandestini, cifra destinata a ridursi drasticamen te con la cooperazione navale italo-libica.

«Sarà ora possibile - ha dichiarato il ministro Giuliano Amato - un pattugliamento con squadre miste a ridosso delle coste libi che, davanti ai porti e alle baie da cui escono le navi dei trafficanti di uomini». Sei unità navali della guardia di finanza, tre guardacoste e tre vedette, saranno cedute temporaneamente alla Libia per effettuare le operazioni di ricerca delle «carrette del mare». A bordo equipaggi misti con personale li bico e personale di polizia italiano, che si occuperà anche di addestramento, formazione, assistenza e manutenzione dei mezzi. La direzione delle attività di pattugliamento marittimo è affidata a un libico che avrà come vice un italiano.

A fronte di questa disponibilità di Tripoli, l'Italia si è impegnata a cooperare con l'Unione Europea per fornire, con finanziamento a carico del bilancio comunitario, un sistema di controllo per le frontiere terrestri e marittime libiche. L'Italia, inoltre, farà «ogni sforzo» perché si arrivi prima possibile all'adozione dell'«accordo quadro fra l'Unione Europea e la Grande Giamahiria».

 

 


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Gheddafi convinto dall'autostrada

Il Corriere della Sera

30 dicembre 2007

di Fiorenza Sarzanini


ROMA — Si è mossa su un doppio binario la trattativa dell'Italia con la Libia. Ma alla fine l'uomo della svolta è stato Gianni De Gennaro, l'ex capo della polizia attuale responsabile del gabinetto del ministro Giuliano Amato. È stato lui a tessere la tela con le autorità di Tripoli sin dal giugno scorso e a ottenere il via libera definitivo all'accordo. Il resto lo hanno fatto i diplomatici che in questi ultimi mesi hanno assicurato a Gheddafi l'impegno formale per sanare i vecchi conti del passato, cioè i danni causati dal colonialismo che il colonnello non ha mai smesso di pretendere. E così il titolare della Farnesina Massimo D'Alema agli inizi di novembre ha potuto dichiarare pubblicamente: «Abbiamo raggiunto un'intesa di massima che dovrà essere perfezionata». Un patto che prevede l'impegno dell'Italia alla costruzione dell'autostrada che attraversa tutto il Paese, visto che parte dal confine con la Tunisia e arriva a quello con l'Egitto. È il «grande gesto» più volte promesso da Silvio Berlusconi quando era a capo del governo e mai realizzato. È stato il nodo da sciogliere per riuscire a convincere il governo della Giamahiria a consentire il pattugliamento delle sue coste. Ma non è stato l'unico. Perché De Gennaro ha mostrato concretamente quale potesse essere l'apporto che l'Italia era disposta a fornire per aiutare i libici a presidiare le proprie frontiere interne. E così sono stati consegnati «cinque veicoli fuoristrada completamente allestiti per il deserto e dotati di apparecchiature satellitari gps e impianti radio; gli strumenti per l'individuazione del falso documentale; sette computer e altrettanti sistemi di comunicazione satellitare». Ma è stato soprattutto messo a disposizione un finanziamento di due milioni di euro dell'Unione Europea al quale l'Italia ha partecipato con 700.000 euro, per mettere a punto il progetto di rimpatrio volontario per gli extracomunitari entrati in Libia dai Paesi limitrofi. Segnali forti che, uniti all'organizzazione dei voli interni per riportare a casa i clandestini affidata proprio agli italiani, hanno alla fine convinto il colonnello Gheddafi. Il negoziato, come del resto avviene da anni, ha avuto anche nell'ultimo periodo fasi alterne. Avviato quando al Viminale c'era ancora Giuseppe Pisanu, è stato più volte interrotto dal governo libico. E gli analisti sono stati concordi nel valutare come nei momenti di crisi tra i due Paesi gli sbarchi di persone provenienti dai porti che guardano l'Italia si siano intensificati. Del resto, basta allentare i controlli e consentire alle carrette del mare di salpare per far sì che sulle coste siciliane arrivino migliaia di clandestini. Persone che dovrebbero essere riportare in patria, ma che molto spesso si è costretti a trattenere visto che con alcuni Stati non esistono accordi di riammissione. Nel giugno scorso è stato consegnato il centro di accasermamento per la polizia libica a Gharyan, costruito con fondi italiani, e il Viminale ha messo a disposizione sette milioni di euro per creare il sistema informatico di registrazione dei dati anagrafici dei cittadini. L'Italia si è fatta carico della formazione del personale di polizia e dell'addestramento dei piloti e degli ufficiali che a bordo di elicotteri e motovedette si occupano della ricerca in mare. L'impegno a concedere altri fondi e farsi garante nei confronti dell'Unione Europea per la consegna di mezzi e ulteriori soldi alla fine ha sbloccato la trattativa. Ieri mattina il ministro Amato, accompagnato da De Gennaro, è volato a Tripoli per la firma definitiva. L'incontro con Gheddafi è saltato all'ultimo minuto, ma ci sarà tempo per rivedersi. Anche perché il premier Romano Prodi sembra intenzionato a tornare in Libia entro la fine di gennaio.

 


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Il colonnello e i 30 anni di trattative

Corriere della Sera

30 dicembre 2007

di Gianna Fregonara

 

Chi lo conosce bene e lo ha frequentato di più è Giulio Andreotti: «Ricordo che nel 1978 — ha raccontato di recente — mi disse preoccupato che il problema che ci saremmo trovati a fronteggiare sarebbe stato quello del fonda­mentalismo». Nel '78... «E un'altra volta, credo nel 1994 o nel '95, mi raccontò che le autorità del suo Paese avevano spiccato un ordine di cattura contro Osama bin Laden». Ma le sue preferenze sono per Francesco Cossiga, «un uomo saggio» con il quale si consulta sugli acciacchi dell'età e protesi all'anca. Anche se l'unico che è riuscito a fargli firmare un documento per chiudere il contenzioso coloniale e postcoloniale (con tante scuse e altrettanti soldi) è stato Lamberto Dini, nel 1998.

Ma poiché con Muhammar Gheddafi non c'è mai niente di definitivo, il leader della Giamahiria si è poi rimangiato tutto. Silvio Berlusconi — nonostante alcune visite sotto la famosa tenda nel deserto e la folkloristica foto di Gheddafi con la camicia panafricana — non è riuscito a far avanzare il negoziato e per ora neppure Massimo D'Alema, che qualche mese fa aveva annunciato la fine delle trattative sul contenzioso coloniale: la Farnesina è in attesa di una risposta da Gheddafi, che non a caso non si è fatto vedere a Roma durante il suo tour delle capitali europee a dicembre.

Quella dei turbolenti rapporti tra Italia e Libia è una. storia che dura da quasi un secolo. Prima ci furono l'occupazione, i massacri del generale Graziani, Italo Balbo. Poi l'indipendenza e Re Idris. Il golpe. La cacciata degli italiani, ventimila in tutto, e la confisca dei loro beni. Le azioni Fiat, comprate da Gheddafi a metà degli anni Settanta. I missili su Lampedusa e il terrorismo. L'Eni. E la famosa autostrada da Ras Jdeir ad Assaloum, dal confine con la Tunisia all'Egitto, sul tracciato di quella che fu la via Balbia. A spese dell'Italia, pretende Gheddafi che ha fatto di questa striscia d'asfalto la trincea della sua abilità negoziale. E con la quale da 5 anni,da quando cioè la Libia è stata sdoganata (e dunque è diventata terra di investimenti e di profitti) dalla comunità internazionale tiene sulla corda i governi (e le aziende) italiani.

Da quando prima Bonn e poi l'Europa, sponsor Romano Prodi che da presidente della Commissione Ue ricevette Gheddafi a Bruxelles nel 2004 ricambiato da stima e amicizia dai leader libico, hanno revocato le sanzioni e cancellato Tripoli dall'elenco dei Paesi canaglia, la Libia è diventata un ambito partner commerciale per tutti. A partire da Usa e Gran Bretagna, che con Gheddafi avevano un conto aperto dagli anni '80 con i bombardamenti e l'attentato di Lockerbie (volo PanAm Londra-New York, 270 morti).

Per le imprese italiane — in prima linea l'Eni, che a ottobre ha un maxiaccordo da 20 miliardi di euro per prolungare di 25 anni i contratti per la produzione del petrolio e di gas — c'è una doppia tassazione oltre che la spada di Damocle dell'approvazione degli investimenti da parte di Gheddafi, che comunque non fa mancare i buoni affari. Ma la retorica del regime impone continui rimandi al passato coloniale e ai soprusi subiti, nel tentativo di creare una memoria di una eroica guerra di indipendenza nazionale e di trasformare i sensi di colpa e i timori per le ritorsioni in denaro per le infrastrutture.

Aveva promesso a Berlusconi che avrebbe abolito «la giornata della vendetta» celebrazione della cacciata degli italiani, e permesso il ritorno degli esuli. In cambio della famosa autostrada. Berlusconi ha offerto un ospedale, come prevedevano gli accordi di dieci anni fa. E la festa anti-italiana si continua a fare e agli non vengono rilasciati i visti. Chissà se ora il fondo proposto da D'Alema con gli investimenti dei privati e forse dell'Eni, consentirà a Gheddafi di asfaltare la costa e alle imprese italiane di investire.

 

 


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La delusione di Giovanna Ortu (AIRL) dopo l'incontro con il Ministro D'Alema

Assurdo pensare che quello tra il nostro indennizzo e il nuovo Trattato con Tripoli sia un collegamento improprio

Aise

19 dicembre 2007

di Raffaella Aronica

"La montagna ha partorito il topolino", certo, perché finalmente un ministro degli Affari Esteri ha ritenuto doveroso coinvolgere anche l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia nella definizione del nuovo Trattato tra Roma e Tripoli. Ma purtroppo al momento Giovanna Ortu deve incassare un'altra delusione.
L'incontro avvenuto lunedì alla Farnesina, infatti, portava con sé molte speranze, che, però, sono state in parte disattese. Sì, è vero che nel Trattato, per altro in fase "molto avanzata", è previsto il rilascio dei visti che l'anno scorso Gheddafi aveva revocato ai cittadini italiani rimpatriati nel 1970. Ma la questione, ancor più delicata, degli indennizzi a quegli stessi cittadini italiani che più di trent'anni fa hanno subito la confisca di tutti i loro beni in Libia è, ad oggi, ancora fuori discussione.
C'è di più. Un'amareggiata presidente dell'Airl ha riferito all' Aise che, sebbene l'incontro con D'Alema "sotto il profilo formale" sia andato "molto bene" – "abbiamo avuto un'ottima accoglienza" –, "immaginavo che il ministro avesse in serbo per noi qualche notizia decente". Ed invece, quando la Ortu ha prospettato la sua proposta – 250/300 milioni di euro – per un indennizzo definitivo che non c'è mai stato, il titolare della Farnesina ha parlato di "collegamento improprio" ed ha rimandato la questione al ministro Padoa Schioppa ed al presidente del Consiglio Prodi. Il Ministero degli Esteri sarebbe "l'amministrazione sbagliata" alla quale rivolgersi!
Giovanna Ortu si è detta "sbalordita", perché il collegamento tra quanto accaduto a suo tempo a cittadini italiani e quanto accade oggi tra Italia e Libia non può non avere un collegamento. "Se un trattato è stato violato", ed è ciò che è accaduto nel 1970, "ed oggi lo Stato italiano e quello libico decidono di stipularne un'altro, non possono non tenere conto dei precedenti". Dunque, per la Ortu, "il collegamento c'è e chiunque può notarlo".
"Si fa troppo presto a rinunciare ai nostri diritti". Ma nonostante ciò l'Airl ha dovuto incassare e la presidente Ortu si rivolta al ministro D'Alema "come vice presidente del Consiglio", affinché per lo meno possa "intercedere" con le sedi competenti. Perché alla fine "quello che chiediamo è molto poco", specie se paragonato al valore delle proprietà confiscate agli italiai in Libia, che nel 1970 ammontava a "400 miliardi di lire", pari oggi ai "3 miliardi di euro che Gheddafi chiede all'Italia per costruire la famosa autotrada".
C'è comunque un aspetto positivo emerso lunedì. Massimo D'Alema ha assicurato che per ora Gheddafi non verrà in Italia e, anzi, "è molto lontano il momento in cui potrà farlo". Una dichiarazione che ha "rassicurato" la Ortu, contenta che il suo Paese "non rischi di fare lo zerbino" di uno Stato produttore di gas e petrolio, come accaduto nei giorni scorsi per la Francia di Sarkozy. Ciò assume un senso ancora più chiaro se si pensa che, come ha confermato D'Alema, "Gheddafi che non ha nessun interesse a chiudere il contenzioso con l'Italia" e così il nostro Paese "continua a pagare il prezzo del colonialismo" in cambio di "gas importato a buon prezzo" dalle nostri imprese, che però sono le sole nell'Ue a dover pagare la "fee", diventando meno competitive sul mercato. E per questo il governo ha anche denunciato la Libia "per discriminazione" presso la Corte di Giustizia europea.
L'Italia e la Libia stanno stipulando "un trattato d'affari vantaggioso per entrambi", ha spiegato il ministro, illustrando alla delegazione dell'Airl le grandi linee del negoziato in corso, che intende "chiudere definitivamente i contenziosi del passato" e "porre al tempo stesso solide fondamenta per un nuovo ed equilibrato partenariato italo-libico. Ma l'Airl, ha ribadito la sua presidente, vuole "avere delle garanzie".
"Vogliono far passare questo trattato non come un pagamento dei danni coloniali, come di fatto è, non come un "cedere" a Gheddafi, ma come un accordo in cui ogni interesse trova il suo legittimo corrispettivo". E poco importa la questione dei visti, perché "dopo essere stata trattata così sia dalla Libia che dall'Italia non mi interessano più", ha dichiarato Giovanna Ortu.
Lo stesso vale a questo punto anche per l'ex cimitero italiano di Tripoli, per il quale D'Alema ha appena firmato l'ultima tranche di finanziamento. Il cimitero sarà bonificato, ristrutturato e restituito nella quasi totalità alla città libica, per una spesa pari a 650 mila euro.
"Come italiana rappresentante di una minoranza mi sono sentita presa in giro", ha chiosato la Ortu. "I soldi rimangono una ferita forte alla dignità". Giovanna Ortu era "speranzosa" e avrebbe prferito sentirsi dire di "no, gli indennizzi non sono previsti" in modo "molto più chiaro", piuttosto che facendo appello ad un "collegamento improprio". Così "è troppo semplice".
Prodi dovebbe recarsi a Tripoli prima di Natale. E, se la questione degli indennizzi può essere risolta solo "a livello interno", sarà a lui che ci si dovrà rivolgere. Per la verità la presidente dell'Airl ha già scritto una lettera al presidente del Consiglio. ma non ha nessuna intenzione di chiedergli un incontro prima che parta. E non solo perché sarebbe, per questioni di tempo e di organizzazione, molto difficile. "Non mi vorrei esporre ad un altro regalo di Natale... improprio!".


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Italia-Libia: Ortu, siamo delusi da incontro con D'Alema

 

ANSA

17 dicembre 2007

di Fabrizio Finzi

 

“Abbiamo trovato il ministro D'Alema molto espansivo nella forma, poco concludente nella sostanza”. Con queste parole il presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl) ha definito l'incontro avuto oggi con il titolare della Farnesina sull'annosa questione dei beni confiscati agli italiani nel 1970 (stimati in circa 400 miliardi di vecchie lire).

La Ortu non ha nascosto la propria “delusione” perché il ministro degli Esteri, spiegandole lo stato del negoziato in atto con Tripoli per la definizione di un grande Accordo di Amicizia e Cooperazione, ha escluso ogni collegamento tra l'accordo stesso ed il problema dei beni confiscati agli italiani.

“Da 37 anni attendiamo un congruo risarcimento”, ha spiegato la Ortu ricordando che la sua associazione chiede solo una piccola parte di quello che gli spetterebbe (250 milioni di euro in cinque anni) che rappresenterebbe “la restituzione della nostra dignità”. Infatti, secondo i calcoli dell'Airl, la somma rivalutata ad oggi ammonterebbe in realtà a 6000 miliardi di vecchie lire, “cioè quanto costerebbe la costruzione dell'autostrada promessa dall'Italia a Gheddafi”.

 


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Libia: Ortu (Airl), delusa da incontro con D'Alema

Adnkronos

17 dicembre 2007

di Maria Grazia Napolitano

 

"Sono delusa dall'incontro con il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, abbiamo incassato promesse che mi sembrano troppo vaghe". Lo ha detto all'Adnkronos Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), ricevuta oggi pomeriggio alla Farnesina insieme al suo vice Raffaele Iannotti per un incontro richiesto dopo le notizie delle settimane scorse sulla prossima conclusione di un accordo tra Roma e Tripoli che chiuda il capitolo del passato coloniale.

"Non abbiamo ricevuto alcuna rassicurazione sul contenzioso italo-italiano, vale a dire il risarcimento che noi rimpatriati dalla Libia attendiamo da anni dal governo (400 miliardi di lire del '70 pari a tre miliardi di euro di oggi) - ha denunciato la Ortu - E' una questione di giustizia su cui non ci arrendiamo". Tra l'altro, la presidente dell'Airl ha detto di ritenere "inaccettabile" la posizione di D'Alema, secondo cui "è pretestuoso il collegamento che noi facciamo tra la trattativa in corso con la Libia e la questione degli indennizzi che il governo ci deve". Una questione su cui dal ministro "abbiamo ricevuto solo la vaga promessa che ne parlerà con il titolare dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa", ha affermato la Ortu.

Unico elemento positivo, secondo la presidente dell'Airl, la notizia che "per il momento il leader libico Muammar Gheddafi non verrà in Italia, dal momento che la trattativa è in alto mare, così almeno non rischiamo di fare le figuracce del presidente francese Nicolas Sarkozy", che ha ospitato il colonnello a Parigi la settimana scorsa.

 


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Incontro del Ministro D'Alema con una delegazione dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia

 

Comunicato stampa del Ministero degli Affari Esteri

17 Dicembre 2007

 

Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Massimo D'Alema ha ricevuto oggi alla Farnesina una delegazione dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL), guidata dal suo Presidente, Signora Giovanna Ortu.

L'incontro ha consentito uno scambio di vedute sulle principali questioni riguardanti gli italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970, subendo la confisca dei propri beni. Sono state trattate, fra le altre, la questione degli indennizzi, quella delle disposizioni tuttora vigenti nell'ordinamento libico che vietano la concessione dei visti in loro favore, nonché il progetto, attualmente in fase conclusiva, concernente la risistemazione dell'ex-cimitero italiano di Tripoli.
 Il Ministro D'Alema ha inoltre illustrato alla delegazione dell' AIRL le grandi linee del negoziato in corso con la Libia, volto a definire i termini di un accordo complessivo, che consenta di chiudere definitivamente i contenziosi del passato e di porre al tempo stesso solide fondamenta per un nuovo ed equilibrato partenariato italo-libico.

 


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Il Ministro D'Alema riceve i rimpatriati dalla Libia.

Giovanna Ortu: le nostre sono richieste ragionevoli 

 

Aise

14 dicembre 2007

di Raffaella Aronica

 

Ha molta fiducia nell'incontro che avrà lunedì con Massimo D'Alema, alla Farnesina, la presidente dell'Associazione italiana dei rimpatriati dalla Libia (Airl), Giovanna Ortu. Fiducia perché finalmente un governo ha accolto anche l'associazione al tavolo delle trattative prima che gli accordi bilaterali con la Libia siano conclusi.

Il ministro ha fatto sapere ieri, tramite il portavoce della Farnesina, che "sarà aperto alle proposte operative che dall'Associazione verranno, anche nel più ampio contesto del negoziato in corso con la Libia, che è di carattere complessivo". Al suo interno c'è anche il contenzioso sui beni confiscati nel 1970 a coloro che furono rimpatriati da Gheddafi e che da allora attendono un risarcimento. "Questo – ha reso noto D'Alema – è uno dei tasselli del mosaico che si sta mettendo insieme per arrivare a una conclusione".

Ci siamo allora? Abbiamo chiesto a Giovanna Ortu, che non ha dubbi, anche se conserva una certa dose di cautela. "Conoscendo un po' D'Alema e, d'altra parte, avendo incassato la delusione del precedente governo che, dopo tante promesse, non ci ha dato niente, vivo questa come l'ultima occasione perché ci sia data giustizia", dichiara la Ortu all'Aise.

Il punto è fermo e la presidente dell'Airl lo aveva già espresso in una lettera aperta inviata poco tempo fa al ministro degli Affari Esteri, dopo l'accordo tra Eni e Noc. "Noi vogliamo essere parte del negoziato tra Italia e Libia". Ciò non vuol dire non avere i piedi per terra.

"I libici, che chiedono all'Italia il risarcimento per i danni di guerra, certamente non sono disposti a riconoscerci più quanto ci fu da loro confiscato". E per la verità, ricorda con amarezza Giovanna Ortu, negli anni la questione non è stata mai neanche posta loro sul tappeto. Solo Andreotti, a suo tempo, non dimenticò di ribadire più volte al governo libico che già si era appropriato dei soldi degli italiani che vivevano in Libia e che aveva cacciato. Soldi, precisa la Ortu, peraltro "presi illecitamente, perché noi eravamo lì protetti dal trattato internazionale che Gheddafi non ha rispettato".

A distanza di tanto tempo, la Ortu, donna pacata ma combattiva, non c'è che dire, ammette: "queste sono le cose che succedono nella vita" e d'altra parte c'è poco da aspettarsi da un uomo, Gheddafi, "il cui passato testimonia uno scarso rispetto dei diritti dell'uomo". La presidente dell'Airl non dimentica che allora agli italiani che, come lei, vivevano sull'altra sponda del Mediterraneo furono tolte "anche le pensioni" e che furono sottoposti dal colonnello "a vessazioni, come quella delle perquisizioni personali, che il governo italiano di allora ha tollerato". E per questo annuncia l'intenzione di scrivere alla segretaria di Stato francese per i diritti umani, che nei confronti di Gheddafi "ha assunto una posizione molto più decisa e dignitosa".

Nonostante la confisca dei beni agli italiani in Libia, i vari governi italiani che si sono succeduti dal 1970 ad oggi non hanno mai "fatto pesare" quanto accaduto "nel momento in cui da Tripoli venivano avanzate altre pretese". Eppure "il valore delle nostre proprietà al 1970 ammontava a 400 miliardi di lire che, rivalutate ad oggi con il coefficiente 15, sarebbero seimila miliardi di lire, cioé proprio quei tre miliardi di euro che oggi Gheddafi chiede all'Italia per costruire la famosa autotrada".

Tre miliardi di euro che nessuno mai ha pensato di restituire ai legittimi proprietari. "Negli anni – ricorda Giovanna Ortu – non abbiamo mai avuto una legge ad hoc, ma abbiamo sempre beneficiato di leggi riparatorie nei confronti di tutti i cittadini italiani che sono andati all'estero di propria volontà e che poi, a seguito di conflitti o eventi di altro genere, hanno perso tutti i loro beni". In totale, dagli anni Ottanta ad oggi, l'ammontare di quanto restituito agli italiani cacciati dalla Libia "non ha mai neanche raggiunto il valore nominale al 1970".

La presidente dell'Airl chiarisce subito che la loro proposta, quella che presenteranno lunedì al ministro D'Alema, non sarà certo di tre miliardi di euro. "Non penserei mai di affossare il mio Paese, che amo e stimo, con richieste che possano metterlo in difficoltà", spiega. "Sono un'italiana rispettosa del diritto, ma ciò che mi offende e mi umilia è che il nostro governo non sia riuscito a mettere sino ad ora sul piatto quello che modestamente abbiamo chiesto", ossia una somma pari a circa "250-300 milioni di euro più annualità per darci una legge di indennizzo definitiva". Una legge, incalza, cui spetta il suo posto tra le "operazioni di alchimia petrolifera" in corso tra Italia e Libia. "Non si può non tenere conto che esistiamo anche noi".

"Negli anni", prosegue ancora la Ortu, "siamo stati una collettività scomoda più per il nostro governo che per il governo di Tripoli, che nel 2004 ci ha molto ben accolti". Poi, però, "i nostri visti sono diventati di nuovo merce di scambio". A questo punto, osserva la presidente dell'Airl, "con la Libia ci tiriamo da parte, anche se – non manca di sottolineare – non riuscire ad ottenere i visti per i propri cittadini è una discriminazione" bella e buona.

Stando così le cose, l'Airl era già pronta a mobilitarsi con una manifestazione se Gheddafi fosse giunto in Italia. "Gheddafi non potrà mettere piede in Italia finché il nostro governo non si sarà liberato dal peso del nostro problema. E, poiché il nostro problema ha un'entità irrisoria rispetto agli enormi interessi in gioco – petrolio, terrorismo, clandestini –, il governo italiano non può pensare, per favorire questi grandi interessi, di usarci come zerbino". Perché gli italiani rimpatriati dalla Libia "lo zerbino lo hanno fatto per 37 anni e su questo zerbino purtroppo molti presidenti del consiglio hanno camminato".

Adesso basta, è il monito di Giovanna Ortu, che da combattente torna poi serena. "Sono contenta che il problema venga ora affrontato, anche perché – ribadisce – non è un problema irrisolvibile".

"Siamo persone che hanno sofferto, che amano il proprio Paese, tanto quanto amano la Libia", e l'Airl lunedì rappresenterà "soltanto i sacrosanti interessi di decine di migliaia di persone, molte delle quali in questi 37 anni sono morte". Ma se alla fine il problema verrà affrontato "potranno riposare in pace". Anche quelli nel cimitero di Tripoli, del quale si sta ora completando il restauro. Il "nostro" cimitero, sottolinea la Ortu, "che per 37 anni è stato lì in condizioni tremende e adesso, grazie ad un'iniziativa dell'Airl con i fondi messi a disposizione dalla Farnesina, sarà restaurato". Ed il completamento del restauro comprenderà anche la restituzione al governo libico di nove dei dieci ettari di terreno su cui ha sede, nel centro della città. "Noi ci siamo accontentati di stringerci in un solo ettaro" lasciando il resto ai libici. "È il regalo che i morti di Tripoli sono ben contenti di fare ai cittadini libici", conferma la Ortu.

Prima di salutarla, le chiediamo se crede che il ministro D'Alema lunedì acconsentirà alle richieste dell'Airl, sia per l'indennizzo prospettato sia per la riconcessione dei visti. E Giovanna Ortu chiude con una battuta. "Non lo so. So che un punto in comune con il ministro ce l'ho, perché lui ama cucinare e anch'io. E sono convinta che il risotto lo faccio meglio di lui. Certamente il suo mestiere di ministro, D'Alema lo sa fare molto meglio di una povera donna come me, che tra l'altro è sfiancata da 37 anni di lotte con poche soddisfazioni. Naturalmente andrò alla Farnesina con l'animo carico di speranza, però", conclude infine, "porto con me il peso di tante delusioni e quest'ultima non la voglio avere, anche perché sono convinta della bontà e della ragionevolezza delle mie richieste".

 


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Libia, Gheddafi fa shopping a Parigi. Roma lavora per un accordo

 

Il Velino

13 dicembre 2007

di Carlo Rebecchi

 

Mentre il leader libico Muammar Gheddafi è in visita in Francia, dove ha comperato reattori nucleari per uso civile e aerei civili e militari del valore di oltre dieci miliardi di euro, la diplomazia italiana continua a fare pressing nel difficile tentativo di concludere con la Libia un accordo per superare il contenzioso dovuto al “passato coloniale” dell'Italia e rendere possibile, con il rilancio delle relazioni bilaterali su nuove basi, una visita del leader libico anche a Roma. Da Parigi intanto il colonnello ha annunciato che si recherà presto “in altre capitali europee” – prima tappa, già nota, la Spagna. Al momento, secondo quanto ha affermato il portavoce della Farnesina, il ministro Pasquale Ferrara, il negoziato continua. La visita di una delegazione libica il cui arrivo in Italia “per chiudere il contenzioso” era stato annunciato per la fine di novembre è slittato sine die ma, ha precisato Ferrara, la diplomazia “sta lavorando, perché c'è modo di negoziare anche attraverso l'ambasciatore libico a Roma”. L'obiettivo, ha affermato il portavoce, è quello di giungere a un “accordo globale”. L'ostacolo non sarebbe più la realizzazione della strada litoranea (ex Balbia) tra le frontiere della Libia con Tunisia e Egitto, che sarà cofinanziato dalle aziende italiane (in particolare l'Eni), quanto la richiesta di Tripoli di inserire nell'accordo uno specifico riferimento alla “occupazione coloniale” dell'Italia in Libia. Per Gheddafi, secondo quanto hanno indicato fonti libiche al VELINO, “l'ammissione di responsabilità” dell'Italia è “indispensabile”; e soltanto una volta che questo ostacolo sarà superato, aggiungono, sarà possibile aprire una pagina nuova nelle relazioni politiche tra i due Paesi. Che sul piano economico, e in particolare per quanto riguarda l'energia, sono ottime.

Massimo D'Alema segue personalmente il negoziato, che è del resto vasto e complesso, e riguarda anche la collettività italiana espulsa nel 1970 dalla Libia e un centinaio di aziende che vantano tuttora nei confronti delle autorità libiche crediti vecchi di una ventina di anni, del valore di oltre 650 milioni di euro (rivalutazione monetaria esclusa). Lunedì prossimo, il ministro riceverà alla Farnesina una delegazione dell'Airl (Associazione italiana rimpatriati dalla Libia) guidata da Giovanna Ortu. “Si tratta di un incontro chiesto dall'Airl tempo fa, e che non ha alcuna relazione diretta con un'eventuale visita di Gheddafi a Roma, dei cui contenuto il ministro terrà conto nel negoziato per una soluzione globale del contenzioso”. Nella lettera in cui chiedeva l'incontro, l'Airl sollecitava D'Alema a “non permettere che altisonanti sirene di accordi economici facciano passare in secondo piano i diritti legittimi di migliaia di cittadini italiani che hanno solo onestamente lavorato per decenni come gli stessi libici riconoscono. Aiutarci in concreto, data la nostra ragionevolezza, ad avere una tardiva e definitiva giustizia non è né eludibile né ulteriormente dilazionabile”. I rimpatriati denunciano che il governo “si dimentica di stanziare nella finanziaria i pochi fondi necessari al nostro risarcimento” e chiedono che esso esiga da Tripoli il rispetto dell'accordo in base al quale i rimpatriati possono ottenere il visto per recarsi in Libia.

Il valore dei beni confiscati nel 1970 agli italiani espulsi dalla Libia era di 400 miliardi di lire dell'epoca; parte di queste perdite è stata poi indennizzata dallo stato italiano. Una somma di gran lunga maggiore – 650 milioni di euro - chiedono le aziende italiane che hanno realizzato lavori nel Paese nordafricano dopo la “rivoluzione” di Gheddafi. La controproposta fatta da Tripoli nelle scorse settimane attraverso il ministero degli Esteri è di 313 milioni di euro. L'associazione che raggruppa le aziende, l'Airl, fa sapere di non essere stata convocata in vista di un eventuale accordo globale. “Invece di tutelare i nostri interessi lo stato cerca soltanto di mediare. Anche per una questione di dignità, questo a noi non sta bene, e l'Italia deve risponderne. Ci siamo rivolti alla Corte europea di giustizia e da questa aspettiamo una risposta”.
In Francia, dove la visita di Gheddafi è avvenuta tra polemiche non indifferenti (i parlamentari dell'opposizione hanno boicottato il suo discorso all'Assemblea nazionale, e il sottosegretario per i diritti umano del governo Fillon, Rama Yade, si è detta “sconvolta” dalla presenza del leader libico), il presidente Nicolas Sarkozy e il colonnello hanno concluso accordi del valore di almeno dieci miliardi di euro, dalla vendita di “uno o più reattori nucleari” destinati ad alimentare impianti di desalinizzazione e per il sostegno “alle attività di prospezione e sfruttamento di giacimenti di uranio”, fino a un memorandum in base al quale la Libia si impegna a “negoziati esclusivi con la Francia per l'acquisto di equipaggiamento” militare. Tripoli, che ha comperato 21 aerei Airbus, intenderebbe acquistare anche 14 caccia Rafale e 35 elicotteri da combattimento. Il presidente Sarkozy ha chiesto al leader libico – che durante la visita a Parigi ha innalzato la sua tenda beduina nei giardini dell'Hotel de Marigny, accanto al Palais de l'Elysée –, di “fare progressi sulla via dei diritti umani” e gli ha dato atto di avere già “deciso di rinunciare definitivamente a possedere l'arma atomica, di rinunciare definitivamente al terrorismo, di risarcire le vittime e di aver liberato le infermiere bulgare detenute per oltre otto anni”. Proprio da Parigi, a proposito di terrorismo, il colonnello ha pubblicamente definito come “atti da condannare” gli attentati compiuti qualche ora prima che avevano provocato decine di morti ad Algeri. Gheddafi ha anche insistito sulla necessità di accrescere il dialogo nel Mediterraneo proponendo di trasformare l'attuale “gruppo 5+5” (Algeria, Libia, Mauritania, Marocco, Tunisia e Spagna, Francia, Italia, Malta e Portogallo) in un “gruppo 6+6” per includervi anche Egitto e Grecia.


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"Colonialisti, risarciteci".

Show del leader libico a Lisbona: "L'Onu è una dittatura"

 

Il Sole 24 Ore

8 dicembre 2007

Adriana Cerretelli

 

Dovrebbe essere il vertice della grande riconciliazione. Invece rischia di finire in un grande e in fondo tragico happening dove le incomunicabilità tra Europa e Africa si confermeranno, profonde e per ora anco ra irrecuperabili, sia pure stemperate nel rito dei soliti sorrisi di circostanza.

Non è facile imparare a parlarsi da pari a pari quando alle spalle si ha la storia che si ha. Non è facile quando, in fondo, per tutti è difficile dimenticare. Molto più semplice intendersi con la Cina e perfino con gli Stati Uniti: meno problemi, molte meno recriminazioni.

Non è facile quando l'Europa predica democrazia e rispetto dei diritti umani ma poi spalanca le porte ai dittatori e ai collusi con il terrorismo. E così perde credibilità e si ritrova messa sotto accusa non solo da quei Governi che vorrebbe convenire al suo credo e ai suoi valori ma anche dalla sua stessa società civile che non accetta di avallare quelle contraddizioni, quei balletti spregiudicati spesso senza alcun costrutto.

Vertice Europa-Africa, Lisbona, dicembre 2007. Vertice Cina-Africa, Pechino, novembre 2006. Il paragone è obbligato. L'anno scorso un incontro composto, asettico, niente sparate di Gheddafì, niente cartelli né striscioni per strada. Incontro business-like, molto concreto. Quest'anno una kermesse all'europea. Che fa la differenza in bene perché esprime i fermenti in libertà di società libere. Ma che potrebbe farla ancora in meglio se per una volta questo vertice non si limitasse ad arruffare impegni e promesse confuse, che troppo spesso poi si dimostra incapace di mantenere.

 


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Gheddafi "Clandestini? Un miliardo e ci penso io"

Il Sole 24 Ore

9 dicembre 2007

Adriana Cerretelli

Alla vigilia aveva promesso fuoco e fiamme sulla questione degli indennizzi per le spoliazioni coloniali dell'Africa. Invece ieri, al vertice euroafricano, Muammar Gheddafì ha mantenuto la parola solo a metà.

Nel suo intervento incontenibile, 25 minuti invece dei 7 previsti per tutti, tanto da costringere a un certo punto il premier portoghese Josè Socrates ad alzare a tutto volume il gong elettronico per in durlo (invano) a desistere, il colonnello libico non ha ignorato «il saccheggio di un continente vittima della colonizzazione, che però è stata anche araba». Però ha tirato oltre. «Siamo qui come amici - ha detto - siamo tutti rivieraschi del Mediterraneo». E allora?

Ecco il nuovo coniglio fuori dal cappello. «Bisogna evitare il boomerang dell'immigrazione senza controllo. E per farlo va anche bene distribuire aiuti all'Africa, ma non senza condizioni. Non bisogna usare i soldi alla cieca né darli a chi non li usa bene». Conclusione? «La Libia non esporta emigranti, ma è la porta dell'emi grazione africana verso l'Europa. Se mi darete un miliardo di euro all'anno vi assicuro che non un immigrato illegale passerà più dal mio Paese. E ogni anno vi presenterò l'esatto rendiconto di come quei soldi saranno stati spesi».

Silenzio in sala, la risposta alla nuova provocazione. A quella di ieri sugli indennizzi aveva replicato secco, poco prima dell'apertura del vertice, il belga Louis Michel, commissario Ue allo Sviluppo: «Abbiamo già dato, peccato che spesso queste somme non siano state spese nel modo migliore. E comunque su questo fronte non abbiamo lezioni da ricevere».


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Italia-Libia/ P.Chigi: Gheddafi vedrà Prodi ad accordo concluso

 

Apcom

4 dicembre 2007

 

Un incontro fra il presidente del Consiglio Romano Prodi e il leader libico Muammar Gheddafi, e più precisamente una visita di Gheddafi a Roma è "legata alla finalizzazione, alla conclusione dell'accordo" fra Italia e Libia sul risarcimento per il passato coloniale. Lo sottolineano fonti diplomatiche di Palazzo Chigi, rispondendo alle domande dei giornalisti sul tour imminente del colonnello in alcune capitali europee, in occasione del vertice Ue-Africa in programma per il weekend prossimo, l'8 e 9 dicembre a Lisbona.

In Portogallo, dove alla riunione internazionale parteciperanno sia Prodi sia Gheddafi non è in agenda nessun colloquio bilaterale, confermano le fonti. Né per il momento è stata fissata una data per una visita a Roma del 'Grande Leader' libico, che nei prossimi giorni sarà anche a Parigi e Madrid. L'accordo fra Italia e Libia è infatti "in stato di 'avanzata cottura', ma mancano ancora un paio di elementi, però importanti, che devono essere ancora definiti" spiegano le fonti diplomatiche.

Se l'intesa sarà finalizzata "in tempi brevi, e i negoziatori sono ancora al lavoro (a questo scopo) - aggiungono - non ci dovrebbero essere problemi per chiudere il cerchio, e quindi per definire anche una visita del colonnello Gheddafi in Italia". Entro l'anno? "Inshallah" rispondono ironicamente le stesse fonti, facendo riferimento a una "serie di passaggi" ancora necessari per "tradurre il comando (di Gheddafi, ndr) in aspetti operativi".


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Il risarcimento alla Libia, un affare della storia

 

Il Venerdì di Repubblica

23 novembre 2007

di Giorgio Bocca

 

Come annunciato dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema, il governo ha raggiunto un accordo di massima con la Libia: l'Italia pagherà il «risarcimento» dei danni per l'occupazione fascista. In realtà il negoziato non è ancora concluso. Ma il punto è che, storicamente, questo regalo non avrebbe alcun fondamento. Nella storia, le invasioni e le occupazioni sono fatti naturali, cataclismi naturali che si impongono o si sopportano senza possibilità di rivendicare alcun diritto a riparazioni. La Parigi napoleonica ostenta tutti i tesori rapinati nelle altre nazioni. La Londra imperiale celebra tutte le sue conquiste e nessuno pensa a riparazioni da parte dei paesi vinti.

La Libia venne occupata dagli italiani quando era una colonia turca, ma a chiedere il risarcimento è un governo arabo che dell'Impero ottomano era una pro vincia. Il tentativo di chiedere dei risarcimenti alla storia nasconde regolarmente degli affari che poco o nulla hanno a che vedere con la giustizia. Muammar Gheddafi chiede da anni all'Italia, come risarcimento per l'ingiusta occupazione, una autostrada litoranea che secondo alcuni costerebbe sei miliardi di euro e secondo altri meno della metà. Comunque il risarcimento storico è la copertura di rapporti economici più recenti e concreti: l'Eni ha avuto il rinnovo per i prossimi venticinque anni delle concessioni per l'estrazione del petrolio e del gas. E infatti sarà l'Eni a farsi carico del progetto per la costruenda autostrada. Il conto dei danni storici per cui chiedere risarcimenti è quasi impossibile nel gioco delle complicità fra gli Stati. L'occupazione nazista dell'Italia è certamente costata carissima, solo il patrimonio bovino si ridusse quasi della metà e le spese dell' occupante pagate dalla Banca d'Italia significarono la svalutazione della nostra lira. Ma a chi attribuire la responsabilità degli eventi? Alla prepotenza nazista o all'alleanza con il nazismo voluta da un legittimo governo italiano?

Nel contenzioso attuale fra la Libia di Gheddafi e la Repubblica italiana c'è molto di incommensurabile in termini di prezzi da pagare. La privazione dell'indipendenza fu o non fu compensata da un fiume di miliardi che l'Italia investì senza ricavarne alcun vantaggio? E fu o non fu un grosso risarcimento l'abbandono forzato dei coloni che erano andati in Libia e vi avevano compiuto una patetica colonizzazione contadina? Va bene che l'Italia conservi con la Libia delle buone relazioni, ma i «risarcimenti» storici in realtà sono affari.


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Solo passaporti in arabo. Tripoli chiude agli europei

 

Corriere della Sera

13 novembre 2007

di Maurizio Caprara

 

Vladimir Ilich Ulianov Lenin aveva intitolato uno dei suoi scritti Un passo avanti e due indietro: è ciò che accade nella vita dei singoli, sosteneva, e accade anche nella storia delle nazioni. In questo caso l'inversione di marcia non avrà un peso storico, forse, ma nella cronaca, di sicuro, un posto lo trova. Negli ultimi due giorni, la Libia ha chiuso la porta in faccia a qualche migliaio di europei. Lo ha fatto nel nome di una norma che impone la traduzione in arabo delle generalità segnate sui passaporti, ripristinata all'improvviso domenica benché fosse stata abolita nel 2005.

Il cambiamento ha trovato impreparate molte linee aeree e agenzie turistiche. È scattato dopo che Muham mar el Gheddafi ha raggiunto con la Francia un livello di rapporti così buoni da essere stato invitato a Parigi, per dicembre, dal presidente Nicolas Sarkozy. E dopo che Massimo D'Alema, sabato, ha messo a punto con il Colonnello a Tripoli «un'intesa di massima», «un importante passo in avanti», come l'ha definita il ministro degli Esteri, nel negoziato in corso da anni per indurre la Giamahiria a non chiedere più compensazioni sull'era coloniale italiana.

Il pubblico più vasto per la sorpresa è stato quello della «Musica», nave della Msc, compagnia italiana che ha preso il posto della «Lauro crociere». Una folla di passeggeri stimata ieri dalla società tra le 2000 e le 2500 persone, in gran parte italiane, alla quale ne vanno aggiunte altre 987 di equipaggio. Entrata in mattinata nel porto di Tripoli per far partecipare i turisti a un giro della città, la nave, lunga 294 metri e larga 32, è stata costretta a ripartire: il personale di frontiera non poteva accettare sul suolo libico ingressi di europei con passaporti privi di traduzione, i croceristi non potevano dotarsi al volo della versione in arabo delle proprie generalità.

Il comandante ha ordinato di riaccendere i motori. Rotta: Messina, stessa tappa nella quale si sarebbe dovuti attraccare oggi, soltanto che l'arrivo sarà tre ore prima del previsto.

«Procediamo tranquilli verso Messina», ci ha detto ieri sera una dipendente della Msc che ha risposto da bordo al telefono satellitare del comandante. La crociera è cominciata il 4 novembre da Genova e continuata con scali in Corsica, a Malta, a Rodi, Alessandria d'Egitto. Da Napoli, prossima tappa, la compagnia ci ha fatto presente di aver avviato i rimborsi della gita a Tripoli ai turisti che l'avevano prenotata.

Sulla «Musica», i passeggeri dispongono di sushi bar, centro benessere, cabine con tv. Meno comfort hanno avuto a portata di mano all' aeroporto di Sebha gli 83 passeggeri prenotati domenica per raggiungere la Francia su un aereo Air Mediterranee. Erano in Libia da quando la legislazione non era cambiata. sono rimasti fin quando un Airbus 321 è stato procurato ieri per loro dal Quai d'Orsay. La resurrezione dell'obbligo di traduzione sui passaporti per i cittadini europei, di tutta Europa e non soltanto dell' Unione europea, è infatti a doppio senso: vale per chi entra, ma anche per chi esce. Gli 83 non potevano uscire. L'aereo dell'Air Mediterranee che doveva caricarli era stato fatto ridecollare subito con i suoi 172 viaggiatori atterrati a Sebha: erano senza dati anagrafici in arabo. Lo stesso è successo a 37 provenienti da Zurigo con la Swiss. Problemi anche per vari britannici.

Per i passeggeri di alcuni voli Alitalia, l'avviso sulla norma reintrodotta è arrivato in tempo. Sono partiti per Tripoli quanti avevano la vecchia traduzione. Gli italiani respinti negli aeroporti, una decina, a quanto pareva ieri, avevano viaggiato su linee straniere. Il problema è che, naturalmente, non basta una traduzione qualsiasi. Come informa adesso la Farnesina sul sito www.viaggiaresicuri.it, ne serve una «di norma effettuata dalla Questura» e va sottoposta all'ambasciata libica a Roma al momento della richiesta del visto.

È difficile capire se la reintroduzione repentina della norma sia un tic della confusa burocrazia libica, uno sgambetto al «Leader» compiuto da settori dell'apparato statale che resistono al recupero dei rapporti con l'Occidente o una mossa del Colonnello volta a tirare sul prezzo nelle trattative in corso per normalizzare le relazioni con i Paesi europei. Un mistero. Tra tanti.

 


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Visto in arabo per la Libia

Il Sole 24 Ore

13 novembre 2007

di Gerardo Pelosi

 

La notizia arriva come una doccia fredda a poche ore dal viaggio lampo a Tripoli del ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, e alla vigilia dell'arri vo a Roma di una delegazione libica che dovrebbe definire, venerdì prossimo, i dettagli del nuovo accordo quadro tra Italia e la Jamahiriyia, che prevede la costruzione dell'autostrada litoranea da 3 miliardi di euro a riparazione dei danni causati dal colonialismo italiano.

Ieri mattina, alla nave da crociera "Musica", ammiraglia della Mediterranean Shipping Cruises di Napoli (erede della Star lauro) non è stato consentito l'attracco nel porto di Tripoli. Il comandante si è visto costretto a fare rotta su Messina. Motivo del rifiuto alla frontiera marittima libica il fatto che i 2.500 pas seggeri a bordo, di cui almeno la metà italiani, non avevano il visto d'ingresso con traduzione in arabo. Anche loro sono infatti incappati in una disposizione già introdotta in passato, poi abolita nel 2005 e ora ripristinata senza alcun preavviso, si pensa come ritorsione verso quei Paesi Ue, in particolare la Francia, che non ammettono nel loro territorio i libici in possesso di visti Schengen. Da ieri mattina a tutti i cittadini stranieri in entrata ed uscita dalla Libia è stato quindi chiesto di «esibire la traduzione in lingua araba dei dati anagrafi ci risultanti dal passaporto».

In base alla disposizione, da domenica è stato vietato l'ingresso in Libia a due gruppi di turisti italiani che viaggiavano su voli Alitalia, mentre altri sette non sono riusciti a lasciare il Paese. Vittime della "mancata traduzione" anche 45 inglesi, 30 austriaci e 20 indonesiani. Un aereo francese con 172 passeggeri è stato costretto, per lo stesso motivo, a fare marcia indietro mentre un Airbus A321 ha recuperato la notte scorsa 83 francesi bloccati da domenica in Libia.

Non è chiaro se il presidente francese, Nicolas Sarkozy, fosse a conoscenza di questo stato di cose quando ieri a Berlino, a conclusione del vertice franco­tedesco, ha confermato l'intenzione di accogliere all'Eliseo il colonnello Gheddafi a dicembre. «Non vedo perché non dovrei riceverlo» ha detto il presidente aggiungendo che «la Libia ha rinunciato a dotarsi di armi atomiche, adesso combatte il terrorismo e ha liberato le infermiere bulgare; se non ricevessi il capo di un Paese che ha rinunciato a tutte le attività condannate dalla comunità internazionale allora cosa diciamo all'Iran e alla Corea del Nord? Dobbiamo incoraggiare questi Paesi a rientrare nell'ambito della comunità internazionale».

Quanto alla nave "Musica", i 2.500 turisti (oltre 1.200 italiani) pare non abbiano protestato più di tanto per l'inatteso fuoriprogramma. Erano partiti il 4 novembre da Genova per poi toccare la Corsica, Malta, Rodi e Alessandria d'Egitto. Sono rientrati a Messina in anticipo, saltando la tappa libica. Ma è presto per dire se e in che modo tutto ciò potrà riflettersi sull'andamento del nuovo accordo di cooperazione tra Roma e Tripoli che dovrebbe essere firmato a Roma da Prodi e dal colonnello Gheddafi nel corso della sua prima visita ufficiale in Italia.

 


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Italia e Libia verso l'intesa

 

Il Sole 24 Ore

11 novembre 2007

di Gerardo Pelosi

 

L'obiettivo è ambizioso. Ne hanno parlato nel dettaglio, venerdì scorso, il premier Romano Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D'Alema alla vigilia del viaggio lampo compiuto ieri dal responsabile della Farnesina a Tripoli. Mettere a punto un accordo complessivo tra Italia e Libia che chiuda definitivamente tutti i contenziosi economici e politici aperti nelle relazioni bilaterali.

«È stata raggiunta un'intesa di massima - ha detto D'Alema - anche se il negoziato non è ancora concluso. L'Italia, in particolare, accoglierebbe la richiesta libica del "grande gesto" a chiusura del periodo coloniale: la costruzione di un'autostrada da Ras Jdeir ad Assaloum, un'opera faraonica di oltre 3 miliardi di euro che verrebbe finanziata con un fondo al quale dovrebbero contribuire le aziende italiane impegnate nello sviluppo delle infrastrutture libiche e della modernizzazione del Paese a cominciare dall'Eni che, proprio venti giorni fa, ha concluso una maxi commessa con la compagnia libica Noc.

Un accordo che dovrebbe essere firmato dal premier Prodi e dal colonnello Muammar Gheddafi a Roma, nei primi giorni di dicembre, nell'ambito di una missione del leader libico in alcune capitali europee. Sarebbe la prima visita ufficiale di Gheddafi nel Paese contro il quale, dagli anni 70 a oggi, si sono diretti i più violenti attacchi di Tripoli per il passato coloniale ma che è anche la sua sponda più sicura in Occidente.

L'incontro di ieri tra il ministro D'Alema e il suo omologo libico, Abdel Rahman Shalgam, è servito per definire gli ultimi punti ancora in forse. Il protocollo prevederebbe 22 articoli ma su un terzo di questi (sette articoli), fino a pochi giorni fa vi erano ancora troppe parentesi quadre a testimonianza delle diverse valutazioni tra le due delegazioni. Poi, negli ultimi giorni, le differenze si sono appianate e D'Alema ha deciso di volare a Tripoli per dare un'accelerazione politica al negoziato. I libici avrebbero infatti voluto un testo che non abrogasse il comunicato congiunto del 4 luglio '98 firmato dall'ex ministro degli Esteri Lamberto Dini con il suo omologo dell'epoca, Omar Mustafa El Muntasser, con il quale l'Italia, per la prima volta in un documento bilaterale dopo la fine della guerra, ammetteva le proprie colpe per il periodo coloniale, riconosceva di avere inflitto gravi violenze al popolo libico e si impegnava a correggere gli errori del passato.

Il lavoro di Palazzo Chigi e della Farnesina nelle ultime settimane è stato invece teso a chiudere tutti i contenziosi abrogando ogni altra intesa del passato compreso il comunicato congiunto del '98. Il disco verde al "grande gesto" ha di fatto sbloccato tutti gli altri punti in discussione. Oltre alla costruzione dell'autostrada litoranea sarebbe previsto anche un grande centro congressi con albergo a Tripoli. Opere che verrebbero finanziate con un fondo alimentato dalle aziende italiane a cominciare dall'Eni, che ha già in corso progetti a sfondo sociale in Libia per 150 milioni di Euro. La costruzione dell'autostrada vedrebbe coinvolte le principali imprese del settore: Impregilo, Astaldi e soprattutto la Vianini.

Una soluzione è prevista anche per gli insoluti di pagamento sofferti da circa 100 imprese italiane per complessivi 600 milioni di dollari. L'accordo dovrebbe anche risolvere in via definitiva la questione delle doppie imposizioni fiscali. Non è chiaro invece se e in che modo abbia trovato accoglienza nel testo la questione dei visti richiesti dagli esuli italiani costretti dal regime di Gheddafi a fuggire dal Paese e fare ritorno in Italia nel '70 abbandonando in Libia beni immobili e imprese e sol o in minima parte risarciti.

 

L'autostrada

L'intesa prevede la disponibilità da parte dell'Italia a costruire un'autostrada offerta nel quadro dei risarcimenti per il periodo coloniale. L'opera si snoderebbe da Ras Jdeir ad Assalum, per un importo complessivo di 3 miliardi di euro che verrebbe finanziato con un fondo al quale dovrebbero contribuire le aziende italiane impegnate nello sviluppo libico, a cominciare dall'Eni

 

Gli insoluti delle imprese

Una soluzione è prevista anche per gli insoluti di pagamento sofferti da circa 100 imprese italiane per complessivi 600 milioni di dollari. L'accordo dovrebbe anche risolvere la questione delle doppie imposizioni fiscali. Non è chiaro se abbia trovato accoglienza la questione dei visti richiesti dagli esuli italiani costretti dal regime di Gheddafi a fuggire dal Paese a fare ritorno in Italia nel 70

 

Accordo a dicembre

L'accordo italo-libico dovrebbe essere firmato dal premier Prodi e dal colonnello Muammar Gheddafi a Roma, nei primi giorni di dicembre, nell'ambito di una missione del leader libico in alcune capitali europee. Sarebbe la prima visita ufficiale di Gheddafi in Italia

 

La maxi-intesa Eni

Il 16 ottobre scorso l'Eni ha annunciato un accordo in Libia che dovrebbe garantire maggiore sicurezza a lungo termine negli approvvigionamenti italiani di petrolio e gas. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni ha rinnovato per altri 25 anni le concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi. Nell'ambito dell'intesa sono previsti investimenti complessivi per 28 miliardi di dollari e un potenziamento del metanodotto Libia-Sicilia

 

Le infermiere liberate

Il 24 luglio scorso, dopo le pressioni dell'Unione europea, in particolare del presidente francese Nicolas Sarkozy e della moglie Cècilia, il leader libico Muammar Gheddafi aveva liberato le infermiere bulgare e il medico palestinese accusati di aver contagiato bambini con il virus dell'Aids.

 


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Risarcimenti italiani alla Libia. D'Alema: accordo quasi fatto

Corriere della Sera

11 novembre 2007

di Maurizio Caprara

 

Un accordo che soddisfi Muammar el Gheddafi nelle sue rivendicazioni di gesti riparatori dei danni addebitati al colonialismo italiano è il classico traguardo da vincolare al detto: non dire gatto se non l'hai nel sacco. Ma ieri il negoziato che, a singhiozzo, va avanti da anni tra Giamahiria e Italia sembra essere arrivato vicino come non mai alla meta finale.

«È stata raggiunta un'intesa di massima, un'intesa di principio», ha riferito Massimo D'Alema dopo essere stato a cena a Tripoli dal Colonnello. «È un importante passo in avanti», ha detto il ministro degli Esteri per riassumere il risultato di oltre due ore di colloquio con il «Leader», precedute da incontri con il premier Al Baghdadi Ali al Mahmudi e il ministro degli Esteri Abdul Arham Shalgam, conoscitore del l'Italia ed ex ambasciatore a Roma.

L'accelerazione è avvenuta durante una visita del titolare della Farnesina decisa in segreto tra giovedì sera e venerdì. La prossima tappa della maratona è prevista per 15 e 16 novembre, quando una delegazione libica raggiungerà Roma per mettere a punto clausole specifiche. Il perno dell'intesa saranno i finanziamenti italiani per costruire un'autostrada costiera dalla Tunisia all' Egitto, quasi duemila chilometri lungo il percorso della vecchia via Balbia, dedicata durante il periodo fascista al governatore della Libia Italo Balbo. Se non si riproporranno ostacoli, la firma di un pacchetto che comprende questo e altro potrebbe venire entro l'anno.

La Farnesina sta esaminando la possibilità di una visita del Colonnello in Italia, ritenuta opportuna: soltanto se servirà a chiudere un contenzioso, quello sul colonialismo, che in origine era stato già concluso con re Idris, il sovrano spodestato dagli ufficiali che compirono con Gheddafi il colpo di Stato del 1969. Quindici giorni fa, l'Eliseo ha confermato che Parigi si prepara ad accogliere il Colonnello. Le Journal du dimanche aveva ipotizza to che le porte della Francia potessero essergli aperte «prima o dopo il vertice euro africano di 8 e 9 dicembre a Lisbona». È da vedere se Roma rientrerà nello stesso giro europeo dell'uomo che era tenuto all'indice dagli Stati Uniti finché non ha rinunciato, nel 2003, ai suoi programmi di armi di distruzione di massa.

«Sui principi siamo d'accordo, ma si tratta di affrontare questioni di dettaglio», ha spiegato D'Alema all'Ansa a proposito dell'accordo tra Italia e Libia prima di salire sull'aereo per tornare a casa. Gheddafi aveva chiesto l'autostrada anche a Silvio Berlusconi, il quale il 6 marzo 2006 non escluse di farla costruire. A frenarne la realizzazione è sempre stato il suo costo, stimato in 6 miliardi di euro. Adesso la Farnesina valuta una cifra che si aggira intorno alla metà. A coprire tutte le spese non sarebbe però lo Stato italiano. Come anticipato al Corriere il 16 giugno da Seif el Islam, figlio del «Leader», tra i finanziatori ci sarebbe l'Eni. Nelle trattative riservate si è ipotizzato che lo Stato possa pagare uno studio di fattibilità, il resto dei costi verrebbe coperto da un fondo con soldi di nostre imprese che lavorano in Libia. L'Eni, portata lì da Enrico Mattei nel 1959, ha ottenuto in ottobre prolungamenti di 25 anni delle concessioni per individuare ed estrarre petrolio e gas.

«È andata bene», diceva ieri D'Alema, ma ci sono ancora «problemi aperti». Uno è di certo il contenzioso tra la Giamahiria e oltre cento aziende italiane in attesa del saldo di crediti degli anni '70 e '80. Poi ci sono i visti, le doppie imposizioni... Quanto basta per rendere ancora suscettibile di passi indietro quello che è stato, finora, un transcontinentale gioco dell'oca.

 

LA CONQUISTA

L'Italia acquisisce il controllo della Cirenaica nel 1911. Dall'unione di Tripolitania e Cirenaica nasce nel 1934 la colonia fascista della Libia. Nel 1943 il ritiro

LE ESPULSIONI

Nel 1970 Gheddafi espelle 20 mila italiani. Tripoli chiede come risarcimento della colonizzazione la costruzione di un'autostrada di 2 mila km per un costo previsto di 3,5 miliardi di euro

GLI ITALIANI

Gheddafi deve pagare i debiti contratti con le aziende italiane danneggiate e risarcire le migliaia di italiani i cui beni furono confiscati dopo l'espulsione

 

 


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Libia: messa per i caduti al cimitero italiano di Tripoli

 

ANSAMed

2 novembre 2007

 

Il vescovo di Tripoli, Mons. Martinelli, ha celebrato oggi alla presenza dell'ambasciatore d'Italia Francesco Paolo Trupiano e di numerosi rappresentanti della comunità italiana la tradizionale messa di commemorazione dei defunti, officiata sull'altare che sovrasta la cripta dove era sepolto Italo Balbo al cimitero italiano della capitale libica. Il cimitero di Hammangi, dove riposano i resti di almeno 8.600 connazionali, che dopo essere stato definito per anni il ''cimitero della vergogna'', ''il cimitero dimenticato'', sta ritrovando poco a poco una dignità grazie al progetto di risanamento avviato a luglio del 2006. Per anni il cimitero di Hammangi e' stato una vera e propria discarica a cielo aperto, profanato da mani ignote che hanno divelto le croci, spezzato le lapidi, frugato nelle tombe in cerca di qualche catenina d'oro, o forse solo per il gusto di profanare. Uno spettacolo desolante, drammatico, che accolse quei primi esuli tra i 20 mila italiani di Libia cacciati nel 1970 dal colonnello Gheddafi, che nel novembre 2004 ottennero l'autorizzazione a tornare a Tripoli e si trovarono davanti ad un vero scempio. L'IMG (international management group), organismo internazionale cui e' stato affidato l'intervento di riqualificazione ambientale - finanziato dal ministero degli Esteri italiano - del complesso cimiteriale progettato dall'architetto Paolo Caccia Dominioni, ha pressoché completato il lavoro di esumazione delle 6.472 salme, di cui 3.730 sono già state sistemate nei nuovi loculi. Le altre sono per ora conservate in una cripta sotterranea del sacrario militare che per anni ha accolto le spoglie di oltre 11mila soldati caduti durante la guerra coloniale, in attesa del loro trasferimento nei nuovi loculi, una volta completati i lavori. Rimangono da esumare solo 23 salme che saranno trasferite in Italia appena espletate le pratiche necessarie. I lavori di sistemazione dell'area interna al muro di cinta proseguono, l'inceneritore, utilizzato per bruciare oltre 5000 vecchie casse in legno ed i vestiti delle salme esumate, sarà consegnato alle autorità libiche assieme alle casse in ferro. Resta ora da completare la terza fase del progetto che, secondo gli impegni presi a suo tempo con le autorità di Tripoli, prevede tra l'altro la sistemazione del piazzale esterno e la costruzione di una nuova via d'accesso dalla strada principale. Tutta l'area circostante al nuovo perimetro, circa 12 ettari, verrà restituita al comune di Tripoli che ne farà una zona verde. ''Spero che presto non si parli più di Hammangi come del cimitero della vergogna'', disse Giovanna Ortu, la presidente dell' associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl) , che fece parte del ''viaggio della memoria'' nel novembre 2004. L'auspicio si sta avverando, grazie anche al paziente lavoro dell' angelo custode degli italiani di Libia sepolti ad Hammangi, Bruno Dalmasso, che ha guidato gli scavi per riesumare le salme, e le ha identificate una ad una. Grazie alla sua costanza e a quella del consolato d'Italia quei morti hanno ormai un nome, almeno il 95%.

 


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Accordo in vista tra Italia e Libia. D'Alema: «Giusto ammettere le colpe»

 

Corriere della Sera

30 ottobre 2007

di Marco Nese

 

Gheddafi sarà accontentato. L'Italia riconosce le colpe del suo passato coloniale. E un accordo fra Roma e Tripoli suggellerà la nuova ritrovata amicizia. I termini dell'accordo non sono ancora noti, ma sia il ministro degli Esteri Massimo D'Alema che l'ambasciatore libico Abdulhafed Gaddur lo danno per concluso.

Questioni di giorni, ha detto D'Alema, «e speriamo di annunciare un accordo fra Italia e Libia che segna l'approdo di un lungo processo politico durato un decennio e che ha visto progressivamente collaborazione, distensione e cooperazione economica tra i nostri Paesi».

Sarà un trattato di amicizia, ha aggiunto l'ambasciatore Gaddur, che dovrà costituire «il fondamento per regolare i rapporti» fra i due Paesi.

L'annuncio è avvenuto al convegno sui tremila libici che nel 1911 e 1912 furono deportati dagli italiani nelle isole Tremiti, Ustica, Ponza, Favignana e a Gaeta. Una brutta pagina di storia nazionale rievocata dagli studiosi che hanno avuto accesso a 7 mila documenti e memorie finora sconosciuti e che, come ha spiegato il professor Salvatore Bono, vengono a mano a mano resi pubblici.

Allo scopo di far emergere tutti gli aspetti deplorevoli del colonialismo italiano, di far venire a galla i soprusi patiti dai libici, l'Italia ha investito finora 2 milioni di euro per finanziare le ricerche e organizzare convegni, e il professor Luigi Rossi ha sentito il bisogno di segnalare all'ambasciatore che sarebbe il caso di «finanziare insieme» queste attività. Anche perché il prossimo convegno si svolgerà a Tripoli, forse in gennaio.

Voluta da Giolitti nel 1911, l'occupazione della Libia aveva l'ambizione di dare all'Italia la «quarta sponda» dove trasferire i contadini più miseri. Ne soffrì molto la popolazione locale e per questo Gheddafi ha insistentemente richiesto la liquidazione dei danni di guerra. E l'Italia ha cercato nel corso degli ultimi anni con «gesti simbolici e significativi» di venire incontro alle rivendicazioni del colonnello.

Si è parlato della promessa di costruire un'autostrada, è stato eretto nel 2006 un Mausoleo libico nell'isola di San Nicola, alle Tremiti, per ricordare i libici morti in seguito a un'epidemia quando si trovavano confinati nel 1911 e 1912. Paragonata con i metodi operativi di altre potenze europee, quella italiana non fu una forma di colonialismo devastante, dice Massimo D'Alema, tuttavia gli italiani si macchiarono di comportamenti a volte disumani. E allora, dice il ministro degli Esteri, è giusto «riconoscere le pagine oscure del passato».

Lo ritiene necessario anche l'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Con Berlusconi visitò più volte la Libia, dove si rese conto che «il dolore è rima­sto nella coscienza del popolo». Ci vogliono «parole e gesti adeguati» per chiudere «quel capitolo tragico». La Libia merita, secondo Pisanu, un occhio di riguardo perché ha scelto l'Italia come interlocutore privilegiato, lo dimostra «l'accordo per la lotta al traffico dei clandestini, l'accordo con l'Eni» e queste forme di cooperazione sono il «modo migliore per sanare le ferite» del passato.

Tutto giusto, i misfatti dell'occupazione furono vergognosi, i danni incontestabili. Non si fa però mai cenno alla tragedia patita da ventimila italiani che nel 1970 furono espulsi da Gheddafi.


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Farnesina, trattato prenderà in considerazione tutti i contenziosi aperti

 

Adnkronos

30 ottobre 2007

Maria Grazia Napolitano

 

«Capiamo l'interesse dell'Italia a risolvere tutti i problemi con la Libia, ma quello che non possiamo accettare è di essere le vittime sacrificali di questo rapporto, di essere trattati dal nostro governo peggio di come ci trattò Muammar Gheddafi». All'indomani dell'annuncio del ministro degli Esteri Massimo D'Alema di una prossima conclusione del Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato tra Roma e Tripoli, gli italiani rimpatriati dalla Libia danno sfogo a tutta la loro delusione.

«Noi non vogliamo entrare nelle maglie del contenzioso bilaterale - dice all'Adnkronos Giovanna Ortu, presidente dell' Airl - Da bravi cittadini italiani noi siamo disposti a pagare come tutti gli altri quello che dovrà essere pagato a Gheddafi, anche se lui si è già preso un acconto quando ci cacciò dalla Libia, nel 1970, confiscando tutti i nostri beni». Un acconto all'epoca del valore di 400 miliardi di lire. I rimpatriati «non hanno nulla da obiettare, perché capiscono l'importanza della Libia per l'Italia per quanto riguarda le questioni energetiche, il traffico di clandestini, la lotta al terrorismo», sostiene la Ortu, che denuncia piuttosto la «disattenzione» del governo nei confronti delle loro richieste. «Noi ci accontentiamo di poco, abbiamo chiesto 250 milioni di euro in cinque anni», ricorda la presidente dell' Airl , precisando che sono seimila le pratiche aperte al ministero degli Esteri.

«Quello che noi non possiamo accettare - insiste ancora la Ortu - è che dal governo italiano non arrivi un segnale di attenzione nei nostri confronti prima della firma di quel trattato, non possiamo accettare di non avere una sia pur piccola riparazione, non possiamo accettare di essere le vittime sacrificali» della rinnovata amicizia tra Roma e Tripoli».

Il Trattato con la Libia si fonda su «un pacchetto negoziale complessivo e bilaterale equo per entrambi - assicurano alla Farnesina - che terrà conto di tutti gli interessi, anche di quelli degli esuli». Nell'escludere che l'accordo preveda «gesti unilaterali italiani», fonti del ministero degli Esteri insistono nel sottolineare che «l'intesa prenderà in considerazione tutti i contenziosi aperti e liquiderà le questioni sospese del passato». Ancora, il Trattato, che sarà accompagnato da una serie di protocolli applicativi, riguarderà tutti i settori, da quello economico a quello energetico, da quello socio-migratorio a quello infrastrutturale.


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Italia-Libia, Forlani (Udc): Risarcire gli italiani espulsi

 

Il Velino

30 ottobre 2007

 

“Nella prospettiva dell'accordo di cooperazione e di amicizia che il governo italiano si accinge a concludere con la Libia e che probabilmente impegnerà l'Italia nella realizzazione di importanti progetti infrastrutturali in territorio libico, ritengo necessario che sia affrontata in via definitiva anche la questione dei risarcimenti spettanti agli italiani espulsi da Gheddafi dopo il suo avvento al potere”. Lo afferma Alessandro Forlani, capogruppo Udc in commissione Esteri alla Camera . “Se, come afferma il ministro D'Alema, dobbiamo saldare alcuni debiti con il popolo libico legati ai nostri trascorsi coloniali, dobbiamo ugualmente ricordarci – sostiene l'esponente centrista – di quei cittadini italiani che si videro espropriati, senza colpa, di tutti i loro beni e costretti a lasciare una terra in cui avevano vissuto e lavorato con passione”. “ Questa – conclude Forlani – potrebbe essere l'occasione propizia per chiudere anche questo capitolo, assicurando loro un'equa reintegrazione ”.

 


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Scaroni a Tripoli, Al Obeidi a Roma: riparte il dialogo dopo l'accordo Eni in Libia

 

Il Sole 24 Ore

17 ottobre 2007

di Gerardo Pelosi


Nelle stesse ore in cui, martedì 16 ottobre, l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni annunciava da Tripoli il "maxiaccordo" su gas e greggio con la Noc libica con investimenti per 28 miliardi di Euro in 10 anni, alla Farnesina il viceministro degli Esteri di Gheddafi Al Obeidi si incontrava con i più stretti collaboratori del ministro degli Esteri Massimo D'Alema per cercare un accordo sul contenzioso politico bilaterale. Già a metà dello scorso luglio Al Obeidi aveva incontrato D'Alema per concordare le modalità di un "negoziato complessivo", un tavolo unico sul quale affrontare le questioni degli insoluti di pagamenti, dei visti e del "grande gesto", ossia la costruzione della strada litoranea sulla traccia della vecchia via Balbia (spesa prevista almeno 3 miliardi di euro). Il nuovo clima di distensione dopo gli incidenti di Bengasi e dopo la misteriosa chiusura, nei primi mesi del 2007, dell'ambasciata libica a Roma (risolta dopo un viaggio lampo di Pasqua nel deserto libico del ministro d'Alema) avrebbero favorito la firma dell'accordo che l'Eni stava negoziando da due anni.

La conclusione dell'intesa Eni-Noc potrebbe ora accelerare una conclusione anche delle altre questioni rimaste aperte nel dialogo con Tripoli. C'è perfino chi ipotizza che la firma per la proroga delle concessioni fino al 2042 per il petrolio e fino al 2047 per il gas siano giunte solo dopo un'intesa di massima sul principale nodo nei rapporti italo-libici ossia il via libera da parte italiana alla costruzione della strada per chiudere definitivamente la vicenda del periodo coloniale con un collegamento diretto tra accordo Eni e costruzione della strada.

Del resto in nessun altro Paese come in Libia petrolio e politica sono due facce della stessa medaglia. Nel '98 l'Eni riuscì a sbloccare un negoziato lunghissimo con condizioni molto favorevoli ma soltanto dopo la firma del "comunicato congiunto" negoziato per l'Italia dall'allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini, in cui il nostro Paese faceva atto pubblico di contrizione per il periodo coloniale e si impegnava «a non fare più patire» analoghe atrocità in futuro al popolo della Jamahiriya. Sta di fatto che quel comunicato dettato dalle esigenze della diplomazia economica aprì la strada ad un vantaggioso contratto energetico.

Una logica dello scambio che è un connotato tipico della diplomazia di Gheddafi. Anche qualche mese fa l'iperattivismo francese di Sarkozy (e di sua moglie Cécilia) che ha portato alla liberazione delle infermiere bulgare sulle quali pesava una condanna a morte è stato reso possibile a fronte dello sblocco di Parigi per la fornitura a Tripoli di missili anticarro Milan per 168 milioni di euro.

In nome della ragion di Stato, purtroppo, c'è sempre qualcuno che rischia di rimetterci. Ad esempio non è chiaro se e quando gli italiani residenti in Libia cacciati da Gheddafi nel 70 potranno tornare in quel Paese. Il presidente dell'associazione dei rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu ha espresso soddisfazione per l'accordo Eni e per gli annunciati investimenti in attività sociali a favore della popolazione libica anche se, ha aggiunto «l'Eni ha risposto picche due anni fa alla richiesta di contribuire almeno in parte alla ristrutturazione del cimitero cattolico di Tripoli». La Ortu non si spiega inoltre come mai, a fronte di questi accordi lucrosi per l'Italia, non si riescano a trovare i pochi milioni di euro chiesti dai rimpatriati per una legge di indennizzo che li ricompensi almeno parzialmente delle confische subite nel 70 da Gheddafi.

 


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Eni, accordo strategico in Libia

 

Il Messaggero

17 ottobre 2007

di Barbara Corrao

 

L'aereo era pronto a decollare, il comandante aveva dato l'avviso a stewart e hostess, e chiesto di spegnere i cellulari. Ma Muammar Ghed dafì non ha voluto smentire se stesso e con uno dei suoi colpi a sorpresa, ha invitato a terra Paolo Scaroni e la sua delegazione per un incontro fuori programma. E' questo il "brindisi" che ha sugella to la firma del l'accordo tra Eni e Lybian National Oil Company (Noc), la compagnia petro lifera libica. Un vero asso che rafforza l'approvvigionamento di gas per l'Italia e consente al gruppo petr olifero italiano di aumentare la propria produzione non solo di gas, ma anche di petrolio, rinnovando così le proprie riserve. L'Eni ha prolungato di 25 anni, dal 1° gennaio 2008, le proprie concessioni in terra libica: considerate anche le estensioni, le nuove scadenze si spostano al 2042 per il petrolio e al 2047 per il gas. E' quest'ultimo il capitolo più interessante dell'intesa che conferma il Cane a sei zampe come gruppo leader in Libia, dove ha una presenza consolidata da anni. Per l'Italia significa poter contare su 8 miliardi di metri cubi di gas in più, ogni anno. Tre miliardi saranno trasportati con il gasdotto Green stream che sarà potenziato rispetto ad oggi. Vuol dire che nei tubi che oggi esportano 9,2-9,3 miliardi di metri cubi di gas ne passeranno 11-12 miliardi nel 2011 quando si prevede sarà pronto il potenziamento del gasdotto e l'ulteriore sviluppo della produzione di gas a monte. Altri 5 miliardi di metri cubi di gas potranno arrivare grazie alla costruzione di un nuovo impianto di gas liquefatto nell'hub di Mellitah che sarà completato nel 2013. Occorrerà però che in Italia si costruiscano i rigassificatori o il gas sarà trasportato altrove (al momento c'è solo quello dell'Eni a Pani gaglia da 3 miliardi di metri cubi, nel 2008 sarà pronto quello di Edison da 8 miliardi di metri cubi di gas dal Qatar).

Il raddoppio sostanziale a Mellitah e l'aumento delle aree esplorative accanto ai campi già sviluppati e «solitamente più promettenti», porterà Eni e Noc a investire 28 miliardi di dollari, metà ciascuno, nel gas e altri 800 milioni di dollari nei prossimi 7 anni a carico dell'Eni per programmi addizionali sul versante petrolifero in aree già scoperte.

«La Libia è di gran lunga il primo Paese per noi» ha commentato soddisfatto l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni. «Con gli attuali 290 mila barili equivalenti al giorno - ha sottolineato - la produzione vale più del doppio del Kashagan, dove la nostra quota di competenza, almeno nel primo periodo, sarà di 50 mila barili al giorno».

L'Eni ha ottenuto la semplificazione di alcuni schemi contrattuali in un unico schema standard per tutte le aree. «E' stata una negoziazione lunga e difficile, ma abbiamo chiuso risolvendo tra l'altro un problema grave che avevamo: la scadenza a breve di alcuni giacimenti», ha detto Scaroni. «Siamo diventati il primo operatore del Paese e continueremo a crescere in Libia - ha concluso - che è per noi fondamentale». «Si tratta di un passo importante per la sicurezza energetica e per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici del nostro Paese», ha commentato il ministro dello Sviluppo Bersani. Soddisfazione anche da D'Alema, ministro degli Esteri: «Conferma l'Eni come uno dei più importanti operatori nell'area del Mediterraneo, nel contesto del rilancio della cooperazione economica, commerciale ed industriale tra l'Italia ed i Paesi della regione». L'associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia coglie invece l'occasione per ricordare che il governo deve ancora trovare i soldi per il loro indennizzo.

 


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Ex Tripolini: la parola d'ordine è "dialogo"

 

Bresciaoggi

15 ottobre 2007

 

Sono passati 37 anni dall'espulsione degli italiani in Libia imposta dal regime di Gheddafi e ieri, come ogni anno, si è tenuta la festa dei rimpatriati.

«Il raduno - spiega Anna Sciaraffa, delegata bresciana dell'Associazione – oltre a un momento conviviale per i 70 nuclei familiari di rimpatriati presenti a Brescia è l'occasione per presentare il libro di Alberto Paratore "Sguardi sull'Islam - Tra pensiero e attualità».

Paratore, docente di commercio estero e islamista nato a Tripoli nel 1938, spiega: «Il mio scritto nasce dalla volontà di creare un dialogo continuo con il popolo islamico fondato sul vicendevole rispetto. Nella vita pratica le differenze restano, ma nel dialogo è possibile trovare punti di contatto». Sull'esperienza a Tripoli, Paratore ricorda: «Non provo nostalgia, ma tranquillità e assenza di senso di colpa. Auspico un riavvicinamento da entrambe le parti. Da cattolico praticante non mi sento estraneo al confronto con l'altro».

Anche Franca Bianchini, delegata nazionale Airl, ricorda il tempo trascorso a Tripoli: «Un legame profondo di fraternità unisce i «tripolini». Durante gli incontri annuali, oltre a parlare dell'annosa, irrisolta questione degli indennizzi, c'è la gioia di tenere viva la nostra memoria culturale».


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Il ricatto di Gheddafi costa 461 milioni all'Ue

Il Giornale

25 luglio 2007

Fausto Biloslavo

 

In Libia hanno patito le pene dell'inferno per otto anni, a un passo dalla forca, ma da ieri all'alba sono finalmente libere le cinque infermiere bulgare, assieme al medico di origine palestinese, accusati ingiustamente di avere infettato oltre 400 bambini con il virus dell'Hiv. Un lieto fine che non può far dimenticare l'assurda realtà di questa vicenda, con l'Europa pronta a piegarsi a una specie di «ricatto» di Stato.

Tutti sapevano che le infermiere e il medico, condannati a morte, erano innocenti e sono stati utilizzati, fin dall'inizio, come capri espiatori per coprire le gravi manchevolezze della sanità libica.

La liberazione di sei innocenti è avvenuta grazie a un maxi accordo fra l'Unione Europea e il regime, non proprio liberale, del colonnello Muammar Gheddafi. Uno sdoganamento definitivo in cambio di un atto dì giustizia dovuto. Inoltre sta venendo fuori che alla fine saremo noi europei a pagare il 461 milioni di dollari di compensazione versati alle famiglie di altre vittime innocenti, i bambini infetti a causa della mancanza di igiene dell'ospedale di Bengasi, dove è avvenuto il contagio. Non solo: il «ricatto» di Stato si è trasformato davanti ai media internazionali in un grande successo diplomatico della famiglia Sarkozy, con la moglie del presidente francese, Cecilia, che ha rubato la scena all'Unione Europea. A bordo di un aereo della presidenza francese, i sei «ostaggi» sono decollati ieri mattina da Tripoli diretti a Sofia. Nella capitale bulgara, fra un tripudio di fiori, travolti dall'abbraccio dei familiari, li ha accolti il presidente, Georgi Parvanov. La grazia era già stata firmata; anche per il medico palestinese che aveva ottenuto la cittadinanza bulgara. Da un punto di vista tecnico le autorità libiche hanno solo «estradato» i prigionieri, che rimanevano condannati all'ergastolo per colpe mai commesse. La pena era stata commutata dalla sentenza capitale che pesava sulle loro teste, e in teoria avrebbe dovuto essere scontata in patria. «Mi hanno picchiato, riempito di pugni e torturato in diversi modi - ripete fra le lacrime Valentina Siropulo, una delle infermiere, ai microfoni di Sky Tg24 -. Alla fine sono stata costretta a confessare una cosa che non ho mai commesso».

La tremenda ingiustizia, comprovata dalla parola di scienziati di fama internazionale che hanno dimostrato come il contagio fosse iniziato prima dell'arrivo delle infermiere all'ospedale di Bengasi, è stata pagata a peso d'oro. Tripoli e l'Unione Europea hanno firmato un accordo, che sdogana definitivamente Gheddafì dopo la sua lunga infatuazione per i terroristi. Le esportazioni libiche verso l'Europa vengono favorite, e saranno forniti aiuti nella lotta contro l'immigrazione illegale. Inoltre sono previsti finanziamenti per il patrimonio archeologico libico e facilitazioni nel rilascio dei visti.

L'aspetto più complesso del «ricatto» è che l'Europa si impegna a migliorare la lotta all'Aids in Libia e di fatto rimborsa i 461 milioni di dollari, uno a testa circa, già versati alle famiglie dei piccoli infettati dal virus. Lo ha ammesso l'eurocommissario alle Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, che era a Tripoli per firmare l'accordo ed è ripartita con i bulgari scarcerati. Non è chiaro chi tirerà fuori i soldi versandoli sul cosiddetto Fondo di Bengasi, che per ora è finanziato da Stati Uniti, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Francia. La Commissione Europea ha previsto di versare 12,5 milioni di euro, e probabilmente toccherà anche all'Italia versare uffa quota. La situazione si è sbloccata dopo l'arrivo a Tripoli domenica sera della moglie del presidente francese, Cecilia Sarkozy. La first lady di Parigi, assieme all'austriaca Ferrero-Waldner, sono state ricevute da Gheddafi. Lunedì è stato firmato l'accordo con l'Ue, poi le due donne sono volate a Sofia, con gli innocenti finalmente liberi. Oggi a Tripoli è atteso lo stesso presidente francese, Nicolàs Sarkozy, per incassare l'ultimo tributo di immagine di questa brutta storia e stringere la mano a Gheddafi.

Il colpaccio della famiglia Sarkozy non è piaciuto a molti Paesi europei, tra cui l'Italia, la Germania e la Gran Bretagna, che hanno espresso la loro irritazione.

 


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Infermiere libere: vittoria di Sarko

 

La Stampa

25 luglio 2007

Marco Zatterin

 

«Partiamo». Alle sei e mezzo Benita Ferrero-Waldner, re­sponsabile Ue per le relazioni esterne, ha inviato un sms a Bruxelles per avvertire che la trattativa era conclusa e che, dopo oltre otto anni dietro le sbarre, le cinque infermiere bulgare e il dottore palestinese condannati all'ergastolo in Libia con l'accusa di aver infettato col virus dell'Aids 461 bambini potevano tornare a Sofia. Fine dell'incubo, con gli abbracci ai piedi della scaletta per il sestetto liberato e gli applausi per le due protagoniste del lieto fine, la commissaria austriaca, che per mesi ha pazientemente tenuto il bandolo del negoziato, e Cecilia Sarkozy, first lady francese messa in scena nelle ultime due settimane dal marito per dare la spinta finale all'intesa. Sorrisi e soddisfazione di rito.

Al di là della vicenda umana, la liberazione dei sei prigionieri sblocca di fatto le relazioni fra l'Europa e il paese di Gheddafi facendo nascere più d'un interrogativo. L'Europa ha pagato per il rilascio? Quanto? Chi? E perché? «Non è stato dato il minimo contributo finanziario» ha detto il presidente francese Sarkozy, smentendo il ministro degli Esteri di Tripoli, Abdelrahman Shalhgam. La versione ufficiale della Ferrero-Waldner è che la Commissione si è impegnata a «cercare donazioni volontarie governative e non» da far arrivare a un fondo libico di sviluppo economico e sociale per un totale di 461 milioni di dollari. La somma equivale a un milione per ognuno dei bambini contagiati dall'Hiv.

Non è un riscatto. È «un contributo». La legge islamica consente alle vittime di concedere perdono e indulgenza in cambio di un'offerta. Con 750 mila euro a testa il sangue è lavato, mentre un'astuzia giuridica impedisce di dire che la libertà sia stata barattata violando la legge libica: Tripoli aveva condannato a morte i sei, poi optato per l'ergastolo, quindi ha stabilito che la pena fosse scontata in Bulgaria; tornati in patria, sono stati subito graziati.

L'intreccio si infittisce con l'apparizione in extremis dell'emiro del Qatar. «Ha fatto un intervento umanitario», ha precisato Sarkozy. Probabilmente ci ha messo qualcosa di tasca sua, come la Bulgaria che avrebbe promesso 44 milioni di dollari e gli stessi libici, pare impegnati con 74 milioni. La Commissione Europea, che ha versato 2,5 milioni di euro per l'ospedale di Bengasi, chiederà agli stati membri «un impegno complessivo sul bilancio di 12,5 milioni di euro». Tutti soldi, almeno a quanto pare, sulla carta.

C'è di più. «Questa decisione apre la strada per un nuovo e accresciuto rapporto tra Ue e Libia e rafforzerà i nostri legami con la regione del Mediterraneo e dell'Africa» recita la Ferrero-Waldner. In effetti, oltre al risarcimento, la liberazione si accompagna con un memorandum col quale la Commissione, su mandato dei Ventisette, ridisegnerà le relazioni bilaterali. È la premessa per una rivoluzione politica ed economica: accesso facilitato per l'export libico; aiuti tecnici e finanziari all'archeologia; costituzione d'un dispositivo di controllo sull'immigrazione clandestina; formazione universitaria; maggiore libertà di circolazione sul vecchio continente.

Bruxelles si sforza di dimostrare che l'Ue marcia compatta. Non è vero. Gheddafi già sogna un asse preferenziale con Sarkozy che ammira per la verve con cui progetta l'Unione Mediterranea (Parigi avrebbe anche proposto tecnologie per l'energia nucleare). Il presidente oggi sbarca a Tripoli e la missione di Madame Sarko segna dunque l'avvio di una strategia più ampia, sospetto che ha fatto innervosire parecchie capitali, a partire da Berlino, visto che i tedeschi hanno fatto il diavolo a quattro per i bulgari. Delizioso il modo in cui il ministro degli esteri portoghese Amado, presidente di turno, ha spiegato come mai non abbia ringraziato formalmente i francesi: «Non ho citato paesi - ha detto -. E poi siamo chiari: sarebbe stato assurdo rifiutare il peso negoziale che Parigi poteva esercitare in questa vicenda». L'Italia, in compenso, non s'è vista, pare abbia lavorato sottotraccia. Dietro le quinte, si racconta, anche Londra. Poche settimane fa Blair ha siglato con Tripoli un accordo per lo scambio dei prigionieri. Quali? Gli osservatori fanno notare che è riaperto il processo per Lockerbie. E che in galera c'è un solo detenuto. Libico, guarda caso.

 


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Il gran ritorno del colonnello

 

Il Sole 24 Ore

25 luglio 2007

 

L'inizio del disgelo

Nelle aspettative di Tripoli, la liberazione delle infermiere bulgare sono la chiave del miglioramento dei rapporti con l'Occidente. La Libia esce da più di vent'anni di isolamento, culminato nel dicembre 1988 quando un jet della Pan Am, in volo da New York a Londra, precipita in Scozia, a Lockerbie, uccidendo 270 persone. Solo nel 2003 Tripoli accetterà la responsabilità per l'attentato, per poi abbandonare i piani di armamento nucleare

 

L'accordo con la Ue

Alcuni Paesi membri della Ue sono già tra i principali partner commerciali della Libia, ma l'accordo firmato ieri è destinato a trasformare lo scenario delle relazioni future. L'intesa prevede misure per facilitare l'accesso alle esportazioni libiche nel mercato europeo, in particolare prodotti agricoli e pesca; aiuti tecnici e finanziari nel settore dell'archeologia e del restauro; collaborazione nella sorveglianza delle frontiere libiche per affrontare l'immigrazione clandestina; borse di studio e formazione di studenti libici nelle università europee; consegna dei visti di classe A ai cittadini libici che vivono all'estero in cambio della soppressione dei visti per i cittadini dell'Unione europea.

 

L'indennizzo

«Il Fondo internazionale di Bengasi per l'aiuto ai bambini vittima dell'Aids, finanziato da Ue, Usa, Bulgaria e Libia, verserà 461 milioni di dollari alle famiglie dei bambini che hanno contratto l'Aids nell'ospedale della città.. La Commissione Ue verserà 12,5 milioni di euro, il fondo è aperto a donatori di tutto il mondo.

 

Gli Stati Uniti

Nel 2004, dopo 24 anni, gli Stati Uniti riallacciano legami diplomatici con la Libia, e poco dopo il presidente George W. Bush mette fine all'embargo commerciale. Il passo successivo è la rimozione della Libia dalla lista dei Paesi sostenitori del terrorismo. L'11 luglio scorso Bush ha annunciato l'arrivo del primo ambasciatore americano a Tripoli dopo 35 anni.