Annamaria
Cancellieri: il “nostro” commissario conquista Bologna
Italiani
d'Africa
Maggio-luglio
2010
Giovanna
Ortu
*Nel
giorno della nomina del commissario Annamaria Cancellieri a
Ministro dell'Interno, riproponiamo l'articolo pubblicato su
Italiani d'Africa nel luglio del 2010
Amabile,
se è possibile ancor più della sua sorridente
segretaria che così si chiama. Questa è la prima
impressione all'apparire del nostro “personaggio” Annamaria
Cancellieri, donna dal piglio deciso e dalla luminosa carriera,
tornata in pista, subito dopo essere andata “a riposo”, nel
ruolo prestigioso di Commissario del Comune di Bologna a seguito
delle dimissioni del sindaco Flavio Delbono.
Prima
di incontrarla ho il tempo di leggere sul Resto del Carlino
del 6 maggio la sua battaglia del giorno: è contro
i graffiti che imbrattano la città. Dice il Commissario:
“Puliremo tutti i palazzi di proprietà comunale”, un'affermazione
accompagnata dal fermo invito rivolto a tutti i proprietari
privati a seguire questo “esempio” dando “segnali immediati
e concreti perché Bologna è bellissima”
È
un amore ricambiato quello del Commissario Cancellieri per la
Città. Insediatasi nel febbraio scorso ha subito conquistato
i bolognesi riuscendo a sbloccare tanti progetti primo fra tutti
quello del metrò che sarà finanziato a piccole
rate così da non deprimere gli investimenti necessari
a far vivere il capoluogo emiliano.
Del
suo mandato, che durerà fino alle prossime elezioni fissate
presumibilmente nella primavera del 2011 Annamaria Cancellieri
lascerà certamente il segno, dando un'ulteriore prova
della sua esperienza nell'affrontare i problemi in concreto
e delle sue spiccate capacità di mediazione.
Ma
lei ed io oggi dobbiamo parlare di altre cose, certo più
nostalgiche perché vecchie di quarant'anni; sicuramente
più allegre perché si rifanno al tempo della nostra
gioventù, comunque venate di tristezza e commozione.
Così lei ricorda l'incontro all'aeroporto di Fiumicino
con suo padre nel settembre del '70: “un uomo distrutto, improvvisamente
invecchiato, quasi malato di dolore e incredulità per
aver perso ogni suo avere”.
In
quel periodo Annamaria, dopo la laurea alla Sapienza di Roma
col massimo dei voti, aveva già dato avvio alla sua attività
lavorativa, al contrario di tante “signorine bene” (me compresa)
impegnate a costruirsi un futuro un po' limitato di madri di
famiglia e di perfette casalinghe.
Dopo
pochi minuti di conversazione ci sentiamo amiche di vecchia
data anche se non ricordiamo di esserci mai incontrate a Tripoli.
Forse i quattro anni che ci separano – io sono più grande
di Lei – hanno fatto sì che io fossi già adolescente
quando lei era ancora una bambina ma quanti ricordi in comune
di cose, case e persone; basti pensare che suo padre, l'Ingegner
Virgilio, e mia madre sono stati così amici da ragazzini
che mia mamma ha sempre ricordato il suo coetaneo come un ragazzo
golosissimo, soprattutto di cioccolata. Io, lo confesso, sono
un po' intimidita dal suo ruolo e un po' incredula della facilità
con la quale si muove in ufficio e fuori senza scorta, senza
autista, accompagnata solo dalla spontaneità del suo
sorriso e dalla garbata semplicità dei suoi modi. Non
è un caso che prima di me avesse ricevuto una famiglia
di immigrati con due deliziosi piccoli bimbi del Gabon che attendono
dal Commissario un aiuto per la sistemazione del loro papà
ed intanto girano felici per l'anticamera gratificando anche
me di baci e sorrisi.
Per
Annamaria che, insieme a fratelli e sorelle ha sempre frequentato
le scuole a Roma, il ricordo di Tripoli è ancor più
bello perché legato alle lunghe estati di vacanza, alle
estenuanti nuotate in quel mare bellissimo, alle gite a Leptis
Magna e Sabratha, alle serate danzanti sulla terrazza dell'Uaddan
al ritmo delle canzoni dal vivo di un Peppino di Capri giovanissimo
e già famoso.
E
in quelle estati tripoline, complice il mare, il sole e la musica
Annamaria ha pure trovato l'amore. Da allora Le è accanto
il marito Nuccio Peluso (Zezè per gli amici) padre dei
suoi due figli Piergiorgio e Federico nati in Italia ma che
sono ansiosi di poter finalmente conoscere davvero, al di la
dei racconti di papà e mamma, il paese dei loro genitori,
dei loro nonni e del bisnonno che era giunto a Tripoli nel 1911
con una moglie preoccupatissima di riuscire ad assicurare al
figlio Virgilio, apparentemente gracile, le condizioni igieniche
che considerava indispensabili: ma fu proprio giocando tra la
sabbia con i coetanei indigeni e divorando, da goloso qual era,
i datteri impolverati che il ragazzino si fortificò:
e la mamma si arrese!
Annamaria
ancora adesso ha amici tripolini quasi in ogni città
dove ha vissuto e lavorato, amici che seguita a frequentare
regolarmente: a Siracusa e Catania dove vivono i cugini Franca
e Antonio Peluso, a Roma dove vive la sorella Caterina (Nellina)
che ha per marito un non “tripolino” che immagino sia felicemente
rassegnato ad essere entrato a far parte della schiera dei rimpatriati,il
fratello Franco che a Tripoli ha lavorato a lungo anche dopo
il 1970, la sorella Luciana (Lilli) che ha sposato Kevork (Giorgio)
Devruscian, tripolino d.o.c. perché nato e vissuto a
Tripoli sino alla guerra dei cinque giorni e alla nascita della
figlia Carlotta nel 1967.
Ognuno
di loro ha nei confronti della Libia sentimenti diversi. Annamaria
sogna fortemente di tornare a rivedere quel Paese soprattutto
per mostrarlo ai figli e per rivivere con il marito emozioni
e ricordi intensissimi. Il cognato Giorgio non ne vuole più
sentire parlare,forse perché l'ha amata troppo e ne ha
sofferto troppo. Nellina è agnostica, ma ci tornerebbe
volentieri con i figli. Franco è l'unico ad aver mantenuto
i contatti e va e torna da Tripoli con frequenza,ama tanto quella
città che, se potesse, ci vivrebbe volentieri. Ma ho
la sensazione che un nutrito gruppo della famiglia Cancellieri,
giovani e meno giovani, farà un “viaggio della memoria”
appena possibile; appena Annamaria riuscirà a ritagliarsi
uno spazio negli impegni connessi al suo ruolo che svolge con
tanta passione; il giorno stesso del nostro incontro è
partita per Roma per partecipare all'incontro che il Capo dello
Stato ha riservato alle vittime del terrorismo. Mentre scrivo,
ho appena letto della decisione del Commissario Cancellieri
di dare un senso diverso alla cerimonia per l'anniversario della
strage alla stazione di Bologna. Ad evitare dolorose e inaccettabili
contestazioni questa volta, dopo trent'anni, non più
politici sul palco, ma solo il rappresentante dei familiari
delle vittime ancora in attesa che venga sollevato il velo sul
segreto di stato decisivo per arrivare finalmente alla verità.
Il Commissario naturalmente sarà presente ma ha deciso
di non prendere la parola.
“La
politica che tace: comunque la si voglia leggere un evento raro”
chiosa Francesco Alberti autore dell'articolo. E noi aggiungiamo
“chi lavora non chiacchera”.
Mentre
questo giornale va in macchina i sondaggi riferiscono dell'autentico
entusiasmo con il quale sempre più bolognesi, sia di
destra che di sinistra, accoglierebbero la nomina della Cancellieri
a candidato sindaco nelle prossime elezioni: “ci si aspettava
un burocrate tiranno e invece spunta Annamaria Cancellieri:
un fenomeno patriarcale!” scrive l'Espresso. Se si votasse oggi
il commissario-candidato “vincerebbe di volata” leggo su Il
Venerdì di Repubblica. L'unica titubante, se non contraria,
è finora la “candidata” pur dopo gli apprezzamenti bipartisan
da Prodi a Fini passando per Lucio Dalla. Annamaria ha fatto
sapere che di “appartenere ad una schiatta incoercibile: quella
al di sopra delle parti che, lontani dai riflettori sono la
spina dorsale dello Stato”.
Ma
noi tutti suoi “colleghi rimpatriati” come pressante e accorata
sollecitazione ad Annamaria vorremmo dirle di fare violenza
al suo legittimo credo per dimostrare al Paese quanto possa
fare una persona capace, onesta e credibile non solo per il
bene di una città, ma soprattutto come esempio di “meritocrazia”.
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Libia:
La Russa, vicino a rimpatriati, comprendo loro commozione
Prossima volta che andro' a Tripoli mi faro' accompagnare dalla
signora Ortu
Adnkronos
20
ottobre 2011
"Ho
dovuto interrompere la telefonata oggi perchè sentivo
tutta la commozione della signora Ortu quando l'ho chiamata
per informarla della cattura di Gheddafi". Lo dice ai cronisti
Ignazio La Russa riferendo la telefonata con Giovanna Ortu,
presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia.
"Una
signora eccezionale -aggiunge- di una vitalità incredibile,
che ha dedicato molti anni della sua vita a mantenere vivo il
legame con la Libia degli italiani che vennero cacciati da Gheddafi".
"La
signora Ortu -prosegue il ministro della Difesa- mi ha detto
che la fine di Gheddafi è la seconda bella notizia in
poco tempo dopo che Jalil, alcuni giorni fa, ha riconosciuto
come la permanenza degli italiani in Libia abbia coinciso con
un periodo di crescita morale e materiale per il Paese. La prossima
volta che andrò in Libia -conclude La Russa- mi farò
accompagnare dalla signora Ortu".
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Libia:
Rimpatriati, ora popolo libero e pieno di prospettive
Ortu (Airl), ho pianto di commozione parlando con La Russa
Adnkronos
20
ottobre 2011
Con
la morte di Gheddafi finalmente in Libia ci sarà "solo
democrazia e libertà" e il popolo libico, da oggi
in poi "è veramente libero, ricco e pieno di prospettive".
E' commossa la presidente dell'Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia, Giovanna Ortu, che - dice all'Adnkronos - di aver
pianto di commozione "parlando al telefono con il ministro
La Russa" che "mi ha detto 'so che significa questo
per voi".
"Sono
commossa non tanto per la fine di un uomo, perchè la
vita di un essere umano non ha prezzo, fosse anche l'ultimo
criminale della terra - aggiunge - ma per quello che ciò
significa per il popolo libico. Devo poter credere che ci sarà
solo democrazia e libertà, come ho avuto modo di constatare
nel mio viaggio a Bengasi 15 giorni fa".
"Da
parte nostra - aggiunge - faremo tutto ciò che, con le
nostre forze, potremo fare: abbiamo tanti progetti. Ci hanno
chiesto aiuto in determinati settori, quali l'ambiente, i giovani,
oltre che il ripristino dell'architettura dell'era coloniale,
non per un 'ritorno al passato', ma per ciò che hanno
significato nella storia della Libia. Una storia che da oggi
in poi è la storia di un popolo veramente libero, ricco
e pieno di prospettive. Per il 29 e 30 ottobre - conclude -
abbiamo organizzato a Roma il convegno del centenario, al quale
parteciperà anche un esponente del Cnt, e quella sarà
l'occasione per fare festa insieme".
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I
due professori innamorati del raìs
Corriere della Sera
14
settembre 2011
Stella
Gian Antonio
Pag.
43
Gli
illustrissimi Luigi Frati e Giovanni Lobrano hanno cambiato
idea sul «professor» Muammar Gheddafi? O si getteranno
anche loro all'inseguimento dell'ex dittatore libico non per
consegnarlo ai ribelli, si capisce, ma per tornare a invitarlo
a fare una lectio magistralis o addirittura a ritirare una laurea
honoris causa? I primi ad avere questa curiosità dovrebbero
essere gli studenti della Sapienza di Roma e della facoltà
di giurisprudenza dell'Università di Cagliari, protagoniste
di indecorose genuflessioni all' allora capo della Jamahirya.
Se la storia è davvero maestra di vita, infatti, nulla
è più importante della memoria. Per imparare dagli
errori. Per pesare le persone. Sono passati solo poco più
di due anni dal giugno 2009 in cui il Colonnello venne in Italia.
Due anni. Ed è impossibile dimenticare i salamelecchi
nei quali si prostrarono Franco Frattini, Silvio Berlusconi
(che indifferente alla tragedia degli italiani buttati fuori
dal dittatore non solo gli baciava l'anello ma gli
prometteva di tornare in Libia per festeggiare «la vostra
grande rivoluzione») e tanti altri esponenti della politica
nostrana. Che arrivarono a spendere 994.923 euro per «lavori
di adeguamento» della meravigliosa Villa Doria Pamphili
dove il capriccioso ospite, che a Tripoli viveva nel palazzo
da mille e una notte coi rubinetti d'oro che abbiamo scoperto
poche settimane fa, fece tirar su una tenda beduina. Bene: in
queste sviolinate spiccarono appunto quei due uomini della cultura
nostrana. Il primo, Giovanni Lobrano, preside di Giurisprudenza
a Cagliari, spiegò solenne che «la delibera del
consiglio di Facoltà ha deciso per il conferimento della
laurea honoris causa al Presidente Gheddafi» spiegando
che comunque la decisione finale sarebbe spettata al Rettore
e al Ministero, che grazie a Dio riposero la stupidaggine là
dove doveva stare, nel cestino. Il secondo, Luigi Frati, rettore
della Sapienza, già noto come uomo tutto ateneo e famiglia
per aver piazzato nei suoi immediati dintorni universitari la
moglie, il figlio e la figlia, si spinse con sommo sprezzo del
ridicolo a concedere al tiranno tripolino addirittura l'aula
magna (dove il despota si presentò annoiatissimo con
due ore di ritardo) perché tenesse una lezione sulla
democrazia. Lui! Sulla democrazia! Una «lezione»
di leggendaria cialtroneria: «Demos in arabo vuol dire
popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole
sedere sulle sedie. Se noi ci troviamo in questa sala siamo
il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata
democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie».
Surreale, poi, fu l' invito a farsi avanti rivolto alle «amazzoni»
bellocce e grintose che gli facevano da body-guard . Ammazza!,
sbottò er rettore: «Le abbiamo apprezzate molto!
Purtroppo c' è qui mia moglie...». Ecco: entrando
nel vivo dell' anno accademico non pensano i due esimi professori
di avere qualcosa da spiegare ai loro studenti?
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Il
bacio a Muammar
La
Repubblica
10
settembre 2011
Alessandra
Longo
p.
13
Finalmente una ricostruzione
originale del famoso inchino di Berlusconi a Gheddafi con bacio
devoto dell'anello. La fornisce lo stesso premier alla platea
dei giovani di Atreju, festa Pdl. “Nessuna sottomissione. Io
ho baciato la mano di Gheddafi per educazione, lì si
usa così”. Bon ton del deserto, niente di più.
Ci sentiamo sollevati. Davvero all'epoca le immagini suggerivano
una buona dose di asservimento. E ancora più piacere
provoca l'apprendere che la famosa corsa dei 30 cavalli berberi
nel perimetro di una caserma dei carabinieri a Roma in occasione
dell'ultima visita del Rais si è rivelata un'umiliazione
per i libici. “Davanti alla valentia dei cavalli dell'Arma –
confida Berlusconi – ho visto Gheddafi sprofondare”. E beccati
questa Muammar.
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Libia:
italiani cacciati da Gheddafi,anche noi nella rifondazione
AGI
2
settembre 2011
Partecipare
alla "rifondazione sociale e civile" della nuova Libia:
e' questa l'aspirazione dell'Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia (Airl), dopo la presa di Tripoli e con il regime
di Muammar Gheddafi ormai agli sgoccioli. "C'e' molta aspettativa
nella comunita' dei rimpatriati, alcuni sognano di tornare in
Libia, molti altri vorrebbero andare li' per dare una mano al
popolo libico nella ricostruzione", spiega all'Agi la presidente
dell'associazione, Giovanna Ortu. Nel 1970 il Colonnello espulse
dal Paese circa 20mila italiani. Oggi ancora "2mila famiglie
sono regolarmente iscritte all'Airl e altrettante gravitano
intorno alla nostra organizzazione", riferisce Ortu. "E
almeno un 20-30 per cento di queste persone spera di poter riattivare
i rapporti con la Libia, dando un contributo alla sua rifondazione.
Naturalmente non ci vogliamo imporre, e' soltanto un desiderio,
un'aspirazione che ci auguriamo possano essere accolti dai nuovi
leader, soprattutto se si considera che la nuova Libia ha ora
bisogno di molte cose per rimettersi in moto".
Proprio
ieri una rappresentanza dell'Airl si e' riunita a Ostia con
Hashem Senoussi, uno dei nipoti di re Idris, deposto da Gheddafi
nel 1969. "Abbiamo festeggiato il crollo del regime e abbiamo
osservato un minuto di silenzio per i martiri", ha raccontato
Ortu. L'Associazione ha invece convocato la propria Assemblea
generale nazionale per il 29 e 30 ottobre prossimi, presso la
Pontificia Universita' Lateranense a Roma.
All'appuntamento,
ha precisato la presidente, verra' invitato anche un rappresentante
del Consiglio nazionale Transitorio degli insorti libici.
(torna su)
L'illusione
dentro la testa di Gheddafi che alimenta la guerriglia
Il
Foglio
27
agosto 2011
Mohammed
Abdulmuttalib al Huni
Pagina
3
Pubblichiamo
stralci di un'analisi del professore libico Mohammed Abdulmuttalib
al Huni sulla condizione mentale rende incapace Gheddafi di
trattare la propria resa.
Adesso, dopo che il regime di Gheddafi
ha perso la propria legittimità internazionale
e l'ingresso della Nato sul teatro degli avvenimenti, ed il
riconoscimento del Consiglio dei rivoltosi quale interlocutore
legittimo e unico, anche da parte di quegli stati che avevano
mostrato le proprie riserve sulle risoluzioni internazionali
contro il suo regime, arriverà l'ora zero? Deciderà,
cioè, Gheddafi di partire? Io ne dubito.
Gheddafi non partirà dalla Libia
e continuerà lo scontro armato fino all'ultimo
soldato disposto a ricevere i suoi ordini e a eseguirli. Ciò
perché Gheddafi vive in un mondo virtuale e il suo legame
con la realtà si è già rotto da tempo.
Egli crede che il popolo libico lo ami, e che chi prende le
armi contro di lui faccia parte di una banda locale gestita
da forze imperialiste e coloniali schierate contro la sua persona,
che regge la bandiera della lotta a queste forze.
Egli è diventato nella sua immaginazione
, con il passare del tempo, decano dei leader arabi,
re dei re dell'Africa con corona e scettro d'oro, egli è
il pensatore unico che ha inventato una teoria senza la quale
il mondo non si redimerà. Egli considera la Libia un
paese piccolo che va stretto per le sue speranze e le sue ambizioni,
e considera il sacrificio della Libia per il più alto
fine della sua leadership una cosa misera e insignificante,
perché alla fine del percorso egli darà la gloria
alla Libia tramite la sua leadership che attraverserà
la Storia. Questo da una parte. Dall'altra, Gheddafi per i quattro
decenni del suo governo è stato esposto a tutti i rischi:
dal bombardamento aereo contro la sua residenza ai numerosi
tentativi di rovesciare il regime, alle rivolte ripetute del
popolo contro il suo potere, agli attentati da cui è
scampato per miracolo compiuti dalla gente che gli era più
vicina. Tutto questo lo rende sicuro che adesso supererà
anche questa prova. La ritiene come un incubo, da cui si sveglierà
in un momento per trovarsi di nuovo nel migliore dei mondi.
E questo non è soltanto il suo pensiero, ma anche quello
di chi lo circonda ed esegue i suoi ordini con lealtà
e dedizione.
Per questi motivi, che non sono reali
ma soltanto illusioni, appartenenti a un mondo virtuale che
Gheddafi ha edificato e arredato per restarci, diventandone
prigioniero, il rais non accetterà di partire. Come può
un uomo muoversi da un mondo che non esiste? La psicanalisi
ci soccorre spiegando che un uomo che costruisce per sé
questi mondi virtuali perde il contatto con il mondo reale e
il suo comportamento non è più spiegabile con
un processo logico e obiettivo. Perciò chi tentasse di
paragonare il caso di Gheddafi a quello di altri casi nella
regione, come Zine el Abidine Ben Ali o Hosni Mubarak, o anche
alla Siria e allo Yemen, commetterebbe un errore, perché
poggerebbe su premesse errate, dalle quali non si potrebbero
che desumere risultati errati. La seduzione del potere assoluto
crea per tutti un mondo di illusioni. la differenza con Gheddafi
è che lui non si sveglia dalla seduzione e dall'illusione.
Nei primi giorni della rivoluzione libica
Gheddafi aveva un piano completo che lo avrebbe condotto alla
vittoria schiacciante e alla permanenza sullo scranno del potere.
Il piano prevedeva che nel caso il cerchio della rivoluzione
si fosse allargato egli avrebbe usato i proventi del petrolio
per arruolare milioni di africani dagli stati confinanti e altri
uomini dall'America latina – in coordinamento con il leader
del Venezuela – per lo sterminio di gra parte del popolo libico
e la possibilità per gli africani che avessero combattuto
di prendere il posto dei libici e restare nel paese a godere
i proventi del petrolio. Vale a dire: la parziale sostituzione
del popolo traditore con un popolo alternativo. Nel suo mondo
virtuale, questa era la soluzione più pratica e più
facile, e lo ha dichiarato nei discorsi appena è iniziata
la rivolta, quando minacciò di marciare con milioni al
suo seguito per invadere le zone controllate dai “sorci”. Questo
scenario non è stato possibile per cinque motivi: l'intervento
della Nato, l'estendersi della rivolta, l'impossibilità
di esportare petrolio, il congelamento dei crediti depositati
all'estero, la diserzione di molti appartenenti al suo entourage.
Il caso è speciale. La persona affetta da una simile
patologia, cioè la perdita di contatto con la realtà,
è assalita da uno stato di collera ogni volta che qualcuno
tenta di ricondurlo alla ragione o minaccia il suo mondo virtuale.
Per questo i figli e chi gli sta attorno nascondono la verità.
Una persona in simile stato, se
questa analisi è azzeccata, non lascerà il paese
e vi rimarrà fino a quando non verrà ucciso in
un raid o in un attentato da parte di coloro che gli stanno
vicino, o fino a quando non sarà arrestato in uno dei
nascondigli. E anche durante gli ultimi attimi, egli non riconoscerà
la realtà e continuerà a considerare quello che
sta accadendo come l'effetto di incubi. Perché i milioni
che egli sogna, quelli che avevano celebrato le cerimonie davanti
a lui in Africa, e quelli dei regni africani che lo hanno proclamato
re dei re, e quelli delle popolazioni in Africa, Asia e America
latina che i suoi collaboratori gli hanno descritto come persuasi
della sua teoria universale, e le tribù arabe che lo
hanno acclamato loro leader, guida e speranza del panarabismo,
non tarderanno a sostenerlo e a sconfiggere gli oppositori e
l'Alleanza atlantica e riportarlo sulle spalle dalla ghigliottina
allo scranno del governo. Chi scommette sulla fuga di Gheddafi
o su un esilio all'estero è un illuso, e non ricaverà
da quest'illusione che una perdita di tempo dannosa per tutte
le forze alleate.
(torna su)
La
mia Libia d'oro profanata dal Raìs
Corriere
della Sera
26
agosto 2011
Abravanel
Roger
Pagina
11
Ho
lasciato la Libia più di 40 anni fa, quando l' ascesa
al potere di Gheddafi portò all' espulsione degli ebrei
libici, che si aggiunsero all' «esodo silente» di
più di un milione di ebrei cacciati dai Paesi arabi,
solo per il fatto di essere ebrei (un numero simile a quello
dei palestinesi che persero la propria terra). In Libia gli
ebrei furono particolarmente perseguitati: ricordo che una delle
prime iniziative di Gheddafi fu quella di costruire una strada
sul cimitero ebraico dopo avere buttato a mare con le ruspe
le ossa dei morti (tra cui quelle dei miei nonni) e che ci furono
diversi pogrom. In quell' occasione perdemmo tutti i nostri
beni. Ma anche molti altri, e soprattutto gli italiani, persero
tutto in Libia e divennero profughi nell' arco di pochi giorni.
Alla fine però, un evento così traumatico si rivelò
una fortuna per me: perché mi offrì l' occasione
di partecipare allo straordinario sviluppo economico e sociale
dell' Occidente degli ultimi quarant' anni. Non è stato
così per i milioni di cittadini libici che, invece, hanno
visto ristagnare la loro economia, arretrare la società
e regredire la propria cultura, senza poter sfruttare le grandi
opportunità che offriva loro una terra, ricca e bellissima,
come la Libia. Non ci sono più voluto tornare da allora,
per non dover sostituire questi bei ricordi con le immagini
della Libia di Gheddafi. Conoscendo questo passato, ho assistito
con sgomento alle cerimonie che hanno accolto Gheddafi al G8
all' Aquila e all' Eliseo a Parigi. Essendo pragmatico, capivo
che Gheddafi rappresentava un valore economico e politico, ma
la prudenza avrebbe dovuto, per lo meno, frenare l' entusiasmo
di tanti politici e uomini d' affari occidentali. Collaborare
senza «benedire» sarebbe stato più saggio,
conoscendo il personaggio. Gli stessi cortigiani di Gheddafi
di pochi mesi fa sono diventati i mandanti dell' intervento
militare Nato e, oggi, si posizionano come i migliori amici
dei ribelli. Ma nessun Pr di grande livello può mascherare
al pubblico informato il grave errore che hanno commesso. La
vera buona notizia è che la deposizione di Gheddafi offre
una grande opportunità alla «primavera araba»:
un modello di democrazia. Grazie alla sua posizione geografica
e, soprattutto alla sua storia e alla sua cultura, la Libia
potrebbe diventare un riferimento per i 350 milioni di arabi
che, nei 100 anni dalla caduta dell' Impero ottomano, hanno
potuto scegliere solo tra il torpore fatale della dittatura
laica e la delusione dell' estremismo islamico. Dopo 40 anni,
oggi, il popolo libico ha finalmente la libertà di scegliere.
Potrà perseguire la strada del fondamentalismo xenofobo
e antisemita, che lo porterà inevitabilmente a un isolamento
politico e a una stagnazione economica, forse anche peggiori
che ai tempi di Gheddafi. Oppure potrà ricreare quella
società tollerante e multietnica che ricordo ai tempi
di re Idris; magari riuscirà anche a recuperare il tempo
perduto e a offrire alle nuove generazioni opportunità
straordinarie. Come molti altri profughi italo-libici, osserverò
con trepidazione queste scelte. Per 40 anni ho voluto dimenticare
le mie radici, anzi: doverle di tanto in tanto rammentare, come
quando Gheddafi divenne azionista della mia adorata Juventus,
spesso mi irritava. Ma, come molti dei miei connazionali, so
che al primo segnale di una Libia veramente libera, il desiderio
di riscoprire le mie radici e rivivere i momenti straordinari
della mia fanciullezza sarà fortissimo.
(torna su)
La
maledizione della «via Balbia»
Il
Sole 24Ore
26
agosto 2011
Gerardo
Pelosi
È
un assoluto eufemismo parlare di "destino inquietante"
per la litoranea libica da 1.800 chilometri tra il confine con
l'Egitto e quello con la Tunisia che un gruppo di aziende italiane
guidate dalla Saipem si stavano accingendo nel marzo scorso
a trasformare in un'opera faraonica per il regime di Gheddafi.
C'è molto di più, quasi una maledizione.
Fino al '34 Tripolitania e Cirenaica avevano, ognuna, la propria
rete stradale. Solo con la riunificazione delle due regioni
dell'Africa orientale italiana si pose il problema di creare
un'arteria unica di collegamento sulla costa per ragioni funzionali
ma soprattutto politiche. Il 14 marzo del '35 un decreto legge
fissava le modalità dell'opera divisa in 16 tronchi per
iniziali 813 chilometri . Vi lavorarono mille operai italiani
e 12mila maestranze locali. Nel gennaio del '37, dopo neppure
un anno e mezzo, fu inaugurata. Prese il nome dal governatore
Italo Balbo che fu abbattuto sul cielo di Tobruk dalla contraerea
italiana il 29 giugno del '40. Da allora per tutti, italiani
e libici, quella rimarrà sempre la "via Balbia".
Un segno tangibile della presenza italiana che il colonnello
Gheddafi non poteva cancellare per la sua funzione strategica
e che avrebbe, quindi, voluto trasformare nell'opera della riconciliazione
italo-libica o, per meglio dire, in una sorta di megarisarcimento
per i danni subiti durante il periodo coloniale.
Ma a fornire facili argomenti al leader sono stati proprio i
governi italiani. Nel luglio del '98 il cosiddetto comunicato
congiunto Dini-Shalgam si rivelava nient'altro che un duro atto
di accusa (da parte italiana di pesante autocritica) contro
le ingiustizie patite dal popolo libico per mano italiana. Ingiustizie
talmente gravi che non erano state adeguatamente risarcite dagli
accordi raggiunti dopo la fine della guerra e che andavano quindi
liquidate nuovamente. Nasce da quell'ammissione di colpa italiana
del '98 (giustificata, pare, solo dalla necessità di
rivitalizzare un accordo Eni) tutta la storia successiva del
"gesto riparatore" o "grande gesto" che
poi prese la forma dell'autostrada costiera.
Nel luglio del 2001 il premier Berlusconi diede istruzione al
suo ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, che sarebbe andato
nell'agosto a Tripoli, di offrire al colonnello un gesto da
non più di 70 miliardi di lire, un'ospedale dove curare
le vittime delle mine italiane sparse nel deserto o una tratta
ferroviaria. Nonostante fosse rimasto colpito dall'insolita
durezza di Ruggiero, Gheddafi alzò il prezzo. Alla fine,
si capì che il grande gesto doveva essere l'autostrada.
I tecnici italiani si misero al lavoro per preparare uno studio
di fattibilità per la litoranea a quattro corsie. Si
trattatava di un progetto da 45 miliardi di lire. Ma calò
il gelo sulle trattative quando si capì che i libici
non chiedevano solo il progetto ma la sua realizzazione completa.
Un'opera da 3 miliardi di euro da realizzare in venti anni sulla
quale il colonnello si prese anche l'arbitrio di fare qualche
battuta, come quando disse a Berlusconi in conferenza stampa
all'aeroporto di Tripoli: «Se farete l'autostrada le regalerò
una bella villa e uno svincolo ad hoc tutto per lei».
«Grazie ma mi bastano le ville che ho», rispose
un po' infastidito il cavaliere.
La questione rimase aperta con il governo Prodi anche se il
ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, si era lambiccato il
cervello per capire come finanziare i lavori, ipotizzando, perfino,
di usare un tesoretto che la finanza pubblica allora consentiva.
Solo nell'agosto 2008 Berlusconi chiudeva l'accordo di amicizia
e cooperazione con 5 miliardi di dollari in venti anni da utilizzare
in opere infrastrutturali in Libia (dell'autostrada non si parlava).
Un anno dopo, a Shabit Jfrai, 15 chilometri da Tripoli, Gheddafi
e Berlusconi prendevano parte alla cerimonia della posa della
prima pietra del collegamento tra Raiss Ajdir e Imsaad. Nel
gennaio di quest'anno un consorzio guidato da Saipem si aggiudicava
il primo lotto dei lavori per 835 milioni di euro. Ieri a Milano
il numero due del Cnt Jibril si è limitato a dire che
l'accordo di cooperazione va «rivitalizzato». Ma
dell'autostrada maledetta nessun cenno.
(torna su)
Com'era
triste la città del raìs
La
Repubblica
25
Agosto 2011
Tahar
Ben Jelloun
Arrivando
a Tripoli si ha l'impressione di trovarsi in un film ambientato
alla fine degli Anni ‘50. Muri nudi, negozi con vetrine che
espongono vestiti fuori moda da tempo. Nessun poster pubblicitario.
Una città triste: se all'orizzonte non ci fosse il mare,
tutto sarebbe grigio come un film in bianco e nero girato senza
budget. Sulla Corniche non c'è illuminazione. Esistono
alcuni grandi hotel per uomini d'affari stranieri, ma nessun
albergo di livello medio per i turisti.
La
struttura della città è semplice: non si rischia
certo di perdersi. Ed è come se vivesse sotto anestesia,
sia locale che generale. Non c'è vita notturna. Tutte
le donne, giovani o meno, nascondono i capelli sotto il velo.
Gli uomini portano abiti grigi, di una tristezza che dà
l'emicrania.
Uscendo
dalla città, sulla strada che conduce al sito cartaginese
di Sabratha, si incontrano una serie di grandi poster con foto
del colonnello Gheddafi. Ogni tre o quattro chilometri lo si
può vedere in abbigliamenti sempre diversi: Gheddafi
in divisa da ufficiale superiore dell'esercito, il petto irto
di medaglie (mi sono sempre chiesto dove le acquistino queste
medaglie che i dittatori amano esibire, anche se notoriamente
non corrispondono a nessuna azione bellica). O ancora Gheddafi
in costume da deserto, la faccia nascosta da grandi occhiali
neri; in abito tradizionale musulmano; vestito da africano,
e così via. Tutta la strada è costellata di questi
immensi, ridicoli poster. Le auto in circolazione sono pochissime.
La gente non saprebbe dove andare. Dato che da Tripoli a Bengasi
la distanza è di mille chilometri, si prende l'aereo.
Più
triste ancora è il fatto che la popolazione sia stata
mantenuta in uno stato letargico, in cui la vita è ridotta
ai minimi termini: casa e lavoro. I pochi tripolitani che possono
spendere vanno nei bar dei grandi alberghi; gli altri tornano
a casa e guardano l'unico canale tv consentito dallo Stato.
Hanno visto Gheddafi, bevuto Gheddafi, mangiato Gheddafi fino
al giorno in cui si sono messi a vomitare Gheddafi.
Tripoli è la capitale della demagogia "rivoluzionaria":
il pane, il latte, l'olio, lo zucchero e altri prodotti di prima
necessità sono venduti a prezzi simbolici (pochi centesimi);
gli alloggi sono in generale di proprietà di chi li abita.
Dunque tutto va bene! La Jamahiriya (la Repubblica delle masse)
provvede ai bisogni del popolo. Cosa chiedere di più?
Ho
incontrato a Tripoli un docente universitario, coltissimo e
molto simpatico. Prima di partire gli ho detto: «Se viene
a Parigi, ecco le mie coordinate». Mi ha risposto con
un sorriso: «Sarà ben difficile che io venga a
Parigi. Non riuscirò mai a mettere da parte i soldi per
pagarmi il viaggio. Il mio stipendio è così basso
che dovrei risparmiare per molti anni per potermi allontanare
dalla Libia - sempre che la polizia mi permetta di partire».
La
dittatura di Gheddafi non è stata altro che una serie
di incoerenze e di follie, con la schiavitù quotidiana
imposta al popolo. Tutti dovevano fare le stesse cose. È
riuscita a congelare il pensiero, a scoraggiare (con l'assassinio)
ogni opposizione, comprimendo l'intelligenza ai più bassi
livelli. Oggi che questo iettatore sta cadendo (e cadrà,
come Saddam, a pezzi) lascia un popolo confuso e impreparato,
che non ha mai appreso a ragionare politicamente. I libici passeranno
dalla sala di rianimazione di un grande ospedale a un immenso
spazio di libertà. Bisognerà accompagnarli e aiutarli,
poiché la maledizione di Gheddafi è crudele. Anche
da morto, magari impiccato come Saddam, Gheddafi lascerà
tracce della sua patologia.
Da
giovane, quand'era un soldato dell'esercito libico, aspirava
a diventare attore cinematografico. Aveva inviato le sue foto
a una rivista egiziana specializzata in resoconti sulla vita
di attori e attrici. Ma poiché nessuno lo aveva notato,
questo candidato allo spettacolo focalizzò tutta la sua
energia sul suo modello politico: il raìs egiziano Gamal
Abdel Nasser. Fu così che decise di organizzare un colpo
di stato e di impadronirsi del Paese. Se si fosse dato al cinema,
oggi sarebbe un vecchio attore senza futuro. In politica, è
diventato un assassino di cui la storia tratterrà il
nome, se non altro per risputarlo.
Ma
Tripoli, e soprattutto i siti archeologici di questo Paese,
quali Sabratha, fondata nel V secolo a.C., Leptis Magna, Oea
(città antica), Cirene, Barca, ecc., tutte assai ben
conservate, grazie al talento degli archeologi italiani e francesi,
faranno della Libia, nel prossimo decennio, una delle mete turistiche
più richieste. (Traduzione di Elisabetta
Horvat)
(torna su)
«Mal
di Tripoli», mito e affari: la patria persa degli italiani
d'Africa
Il
Corriere della Sera
Sergio
Romano
23 agosto 2011
p.
15
Negli
ultimi decenni l'immagine corrente della Tripoli italiana e
della nostra presenza coloniale in Libia fra il 1911 e la fine
della Seconda guerra mondiale è stata influenzata da
due fattori, solo apparentemente contraddittori. La critica
del colonialismo rendeva impossibile qualsiasi analisi o rievocazione
da cui potessero emergere giudizi troppo equanimi e riflessioni
troppo nostalgiche. E il desiderio di fare affari con Gheddafi
suggeriva prudenza.
Se
il pubblico dibattito investiva la Libia, quindi, l'ideologia
anticolonialista e il petrolio producevano lo stesso effetto.
I ricordi «giusti» erano soltanto le rappresaglie
italiane dopo il massacro dei bersaglieri nell'oasi di Sciara
Sciat, i prigionieri politici trasportati nelle isole Tremiti
sin dall'epoca di Giolitti, la spietata repressione cirenaica
del generale Graziani, i campi di concentramento, l'impiccagione
di Omar el Mukhtar, le vittime delle mine disseminate dall'esercito
italiano nel deserto libico durante la Seconda guerra mondiale.
Tutto
vero, naturalmente, anche se certe licenze concesse alle intemperanze
di Gheddafi durante le sue visite romane furono un errore di
stile politico. Ma quando una verità ne cancella un'altra,
il quadro è necessariamente parziale e incompleto. Accanto
alla verità anticolonialista esiste un «mal di
Tripoli», una struggente nostalgia che ha colpito il cuore
di molti italiani e non è ancora interamente scomparsa.
Roberto
Gaja, segretario generale della Farnesina e ambasciatore a Washington,
fu uno dei migliori diplomatici della sua generazione. Ma prima
di entrare a Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli
Esteri, fu attratto dalla carriera militare, divenne tenente
del Nizza Cavalleria e fu mandato a Tripoli per comandare un
plotone di cavalleggeri libici. Quando la conversazione cadeva
sulla Libia, ricordava con una punta di commozione le perlustrazioni
nel deserto, il primo sole dell'alba sulle dune, la devota fedeltà
delle truppe indigene, il sentimento di una missione da compiere.
Gaja era troppo intelligente per non sapere che in quei ricordi
vi era un po' di paternalismo colonialista. Ma quando tornò
a Tripoli, negli anni Cinquanta, per organizzare il passaggio
dell'amministrazione coloniale italiana al giovane regno del
vecchio Idris, capo della Senussia, ebbe la sensazione di tornare
in una patria perduta. Non so se avesse mai letto i grandi romanzi
«coloniali» di Alessandro Spina, uno scrittore italiano
di origini libico-siriane. Ma avrebbe potuto esserne il protagonista.
Ho
un altro ricordo legato a quel periodo. Nel 1954, tre anni dopo
la nascita del regno voluto dal governo britannico, lavoravo
a Palazzo Chigi in un ufficio che si occupava dei rapporti economici
con l'ex colonia. Da un rapporto dell'ambasciata a Tripoli apprendemmo
che re Idris chiedeva al governo italiano il progetto per il
piano regolatore della capitale, approvato negli ultimi tempi
dell'amministrazione coloniale. Quando mi detti da fare per
trovare quel documento, appresi che l'ex podestà di Tripoli
lavorava in una stanzuccia dell'ammezzato di Palazzo Chigi,
là dove i principi del casato alloggiavano i loro servitori.
Quando bussai alla porta di Saverio Pagnutti, «direttore
di governo di seconda classe comandato dal ministero dell'Africa
italiana» conobbi un signore di piccola statura e di poche
parole, simpatico e intelligente. Gli archivi, in buona parte,
erano andati dispersi, ma Pagnutti ricordava bene il piano regolatore
e promise che avrebbe fatto del suo meglio per trovarlo. Devo
arrossire se confesso che la richiesta di re Idris mi sembrò
un omaggio all'amministrazione coloniale di cui era lecito essere
orgogliosi?
Una
buona parte delle nostre nostalgie coloniali, del resto, è
legata alle trasformazioni urbanistiche di Tripoli durante gli
anni Venti e Trenta. Quando divenne governatore della Tripolitania
nel 1921, Giuseppe Volpi, il magnate dell'energia elettrica
che aveva concepito con Vittorio Cini e Achille Gaggia il grande
progetto di Porto Marghera, volle emulare Hubert Lyautey, residente-generale
del Marocco francese dal 1912 al 1925. Volle anzitutto restaurare
il castello di Tripoli, vecchio presidio di milizie spagnole,
pirati saraceni e guarnigioni ottomane, una confusa e pasticciata
acropoli di vecchie mura, baracche, caserme, magazzini, torri
di guardia. Dai lavori di ricostruzione emerse una sorta di
struttura medioevale, falsa ma nobile e marziale. Per gli altri
grandi edifici, invece, scelse un pot-pourri di stili architettonici:
una dose di neoclassico, un pizzico di bizantino, una spruzzata
di moresco e qualche citazione di gotico veneziano.
Nacquero
così il Palazzo di giustizia, la Banca d'Italia, la cattedrale,
il Grand Hotel municipale, il vicariato apostolico, la moschea
di Sidi Hamuda, il monumento ai caduti. Le costruzioni coincisero
con l'adozione di un piano regolatore che prevedeva la modernizzazione
del porto, il lungomare, alcune piazze, e il quartiere arabo,
congiunto alla città nuova dall'arco di Settimio Severo.
Per dimostrare che la Libia era «nostra» da sempre,
Volpi avviò i restauri di Sabratha (che qualche cortigiano
cercò di battezzare «Sabratha Vulpia») e,
più tardi, quelli molto più importanti e impegnativi
di Leptis Magna. Per sé, quando non era al Palazzo di
governo, volle comprare la «casa del Pascià»,
una splendida villa turca costruita all'ombra di grandi palme
a pochi chilometri dalla capitale. La famiglia ne conservò
la proprietà e la figlia Marina vi passava qualche settimana
ogni anno sino alla fine degli anni Sessanta. La visitai nel
1966, tre anni prima dell'avvento di Gheddafi al potere. Seppi
più tardi che veniva usata dal ministero degli Esteri
libico per i suoi ricevimenti. Chissà se esiste ancora.
L'altro
grande costruttore fu Italo Balbo, governatore della Libia dal
1934 al 1940. Il suo stile architettonico, soprattutto nei numerosi
villaggi agricoli edificati per le due grandi immigrazioni dall'Italia
(20 mila nell'ottobre del 1938, 10 mila nell'ottobre 1939),
è quello razionale e un po' metafisico delle città
del Littorio che il regime, negli anni precedenti, aveva costruito
soprattutto nel Lazio e in Sardegna. Ma vi furono anche villaggi
per gli arabi con nomi fiabeschi: la Coltivata, la Deliziosa,
la Fiorita, l'Alba, la Nuova. Nella immaginazione degli italiani
di Libia la Tripoli belle époque di Volpi e quella più
razionale e austera di Balbo fanno parte degli stessi sogni
e degli stessi ricordi.
Fascisti
o antifascisti, cristiani o ebrei, tutti coloro che furono cacciati
dalla Libia nei diversi esodi del secolo scorso hanno conservato
o trasmesso ai loro eredi il sentimento di una patria perduta.
Basta dare un'occhiata ai bollettini dell'Airl (l'Associazione
italiana dei rimpatriati dalla Libia, presieduta da Giovanna
Ortu) per ritrovare i pezzi sparsi di quelle memorie: i battesimi,
i matrimoni, le cresime, i Bar Mitzvah, le foto di gruppo alla
fine dell'anno scolastico, i picnic nelle oasi, le tombe di
famiglia. Oscurato dalla storiografia anticolonialista e dalla
diplomazia economica dei governi italiani, questo «mal
di Tripoli» non è mai scomparso e sopravvive tenacemente
nelle tradizioni familiari di molti italiani. Credo che qualche
rimpatriato, in questi giorni, si chieda se e quando potrà
tornare nella città da cui la sua famiglia era partita
dopo il provvedimento di espulsione del luglio 1970.
(torna su)
La
disfatta di Gheddafi è vicina e i ribelli non sono affatto
nel caos
Il
Corriere della Sera
20 luglio 2011
Bernard
Henri-Levy
p.
36
Sono
di ritorno dal Jebel Nafusa, l' altopiano montuoso a nord-ovest
della Libia che costituisce - dopo quello di Misurata a est,
poi quello di Brega ancora più a est - il terzo fronte
di questa guerra di cui ho voluto rendermi conto andandoci di
persona. Quel che ho visto mi porta a contestare, più
che mai, le dichiarazioni stranamente disfattiste che da qualche
settimana si odono a Washington, Londra, Roma e Parigi. Dichiarazioni
che ci parlano, per esempio, dell' esercito ribelle come di
un esercito disorganizzato, mal preparato al combattimento,
indisciplinato. Sul fronte di Gualich, che è la sua prima
linea di attacco davanti alle forze di Gheddafi, ho constatato
il contrario: una cinquantina di uomini ben addestrati, inquadrati
da ex militari che hanno disertato e fieri di avere, in dieci
giorni, riconquistato i 60 chilometri che li separano da Zintan,
base del comando unificato della regione. Il contrario, francamente,
dell' impantanamento. Ci dicono che si tratterebbe di combattenti
che non vedono al di là del loro villaggio e incapaci
di una visione strategica d' insieme in vista della presa di
Tripoli. A Zintan come a Yefren, in terra araba come in zone
berbere, si sente e si vede tutt' altro. Una ribellione, cioè,
il cui obiettivo è Tripoli. Capi tribù per i quali
l' unità della Libia è diventata, nell' impeto
della lotta, un imperativo. Ufficiali perfettamente consapevoli
del fatto che questo obiettivo è raggiungibile solo in
stretto coordinamento con la direzione operativa delle forze
Nato. Nulla a che vedere, di nuovo, con il disordine, l' improvvisazione,
lo «spirito tribale», come ci viene ripetuto di
continuo. Ci si preoccupa della qualità degli armamenti
di cui dispongono gli insorti e dello squilibrio di forze che
ne sarebbe la conseguenza. Che ai rivoltosi manchino, per poter
effettivamente marciare sulla capitale, armi pesanti e semi-pesanti,
è probabile. Ed è probabile che la Nato dovrebbe
rispondere, al più presto, alla loro richiesta di bombardare
le postazioni di Jawsh, Tidji, al-Jhizaya, al-Ruess e Badr,
da cui l' artiglieria continua, mentre scrivo queste righe,
a minacciare le popolazioni civili di Nalut e al-Araba. Ma un
grande progresso è stato compiuto con la consegna, in
particolare da parte della Francia, di parecchie decine di tonnellate
di armamenti, buona parte dei quali è andata nella regione
del Jebel Nafusa. Per chi avesse qualche dubbio, l' équipe
che mi accompagnava mette a disposizione le immagini che ha
potuto filmare di questa consegna di armi. Era un fine pomeriggio,
su una strada che sovrasta la vallata, ma al riparo dal fuoco
nemico. I ribelli l' hanno trasformata in una pista d' atterraggio,
segnalata come tale e illuminata per 1.600 metri . Un aereo
da carico, proveniente da Bengasi, si è posato lì.
Ha scaricato materiale, totalmente coperto e immediatamente
sistemato su pick-up giunti da Zintan, che vi sono subito ritornati.
Secondo uno degli uomini del check point, si trattava di una
mezza tonnellata di armi semi-pesanti destinate alle prime linee.
Ci descrivono infine l' esercito di Gheddafi come un esercito
che «resisterebbe» - sic - alla Coalizione. Oltre
al fatto che applicare il bel termine «resistenza»
alla soldatesca di un tiranno allo stremo mi sembra un' ingiuria
al buon senso; oltre al fatto che le nostre indicazioni lasciano
sospettare che il tiranno possegga l' arma sporca per eccellenza,
il napalm, si dà il caso che siamo potuti entrare, a
Zintan, in una madrasa trasformata in prigione militare e in
una sala dell' ospedale dove vengono curati i prigionieri feriti.
Qui abbiamo raccolto due tipi di testimonianze. Racconti di
mercenari venuti dal Niger, dal Mali, dal Sudan e che, a Asabah,
di fronte a Gualich, costituiscono apparentemente la metà
degli effettivi. E la testimonianza di un artigliere libico
che ci ha raccontato, in condizioni deontologicamente accettabili,
cioè non davanti ai suoi carcerieri, come i suoi compagni
restino al loro posto solo perché hanno, dietro di loro,
aguzzini incaricati di abbatterli al minimo tentativo di diserzione.
È questo l' esercito «lealista» pronto a
morire per la sua «Guida»? Aggiungo che il militante
dei diritti dell' uomo quale io sono non poteva non avere in
mente, e contestare ai responsabili dell' esercito dei libici
liberi, che la Ong Human Rights Watch lo aveva recentemente
accusato di violenze. Violenze che tutti i miei interlocutori,
a cominciare dal colonnello Mukthar Khalifa, vice-capo della
Difesa di Zintan, hanno categoricamente smentito. Io stesso,
sui 60 chilometri che separano Zintan dal fronte di Gualich,
non ho trovato traccia di altre distruzioni o saccheggi, se
non quelli commessi sistematicamente dai mercenari di Gheddafi
allo sbando. Almeno su un punto, quello del saccheggio nell'
ospedale di Aweinya, sono in grado di smentire queste accuse,
poiché è l' assemblea locale della città,
diventata una città quasi fantasma, che ha deciso di
trasferire il materiale medico che vi si trovava verso la città,
più popolata, di Zintan: tale decisione è stata
oggetto di un atto amministrativo nella debita forma, che ho
visto con i miei occhi. È un dettaglio? Forse. Ma è
da dettagli di questo genere che si può giudicare il
comportamento, come anche l' avvenire, di un movimento di resistenza.
Insomma, davvero non capisco il tono disincantato dei commentatori
che non hanno mai trovato troppo lunghi i 42 anni della dittatura
ma che, improvvisamente, trovano interminabili i 100 giorni
della liberazione. E ancor meno capisco i ripetuti appelli a
un «negoziato» che, da solo, permetterebbe di uscire
dal «pantano» in cui i signori Cameron e Sarkozy
ci avrebbero fatto precipitare. Non c' è che una «soluzione
politica» alla crisi aperta, il 17 febbraio scorso, dall'
offensiva lanciata da questo regime contro il proprio popolo:
l' allontanamento di Gheddafi - e intuisco che ci siamo vicini.
A quali condizioni? Se accantoniamo il necessario rafforzamento
di una resistenza che è sulla via del successo, ma deve
ancora progredire, ci sono tre condizioni alla vittoria finale.
1. Che i francesi, i britannici e i loro alleati non cedano
all' intimidazione e continuino sulla strada che hanno aperto:
questa guerra, poiché riguarda un dittatore che aveva
promesso di annegare il proprio popolo «in fiumi di sangue»,
è una guerra giusta. 2. Che Washington, anche se si tiene
in disparte e lascia l' essenziale delle operazioni agli alleati
europei, non cada in una auto-flagellazione che porterebbe la
guerra di Libia a raggiungere l' assurda guerra d' Iraq nella
stessa riprovazione: la guerra in Iraq si basò su una
menzogna di Stato (le famose e introvabili «armi di distruzione
di massa»), nulla di simile per la guerra in Libia. Quella
dell' Iraq fu una guerra di vendetta (11 settembre... la volontà,
di Bush figlio, di lavare l' affronto fatto a Bush padre da
un Saddam Hussein che non gli fu grato di averlo risparmiato),
nulla di simile per la guerra in Libia. La guerra d' Iraq, in
una sorta di messianismo democratico, credeva in una democrazia
portata dall' esterno e capace di nascere da un giorno all'
altro. In Libia, ci siamo appoggiati su una rivendicazione democratica
giunta non solo dall' interno, ma dal profondo della società,
e incarnata, in particolare, dal Consiglio nazionale di transizione.
3. Che la comunità internazionale, infine, non cada nella
trappola che consisterebbe nel far di Gheddafi chissà
quale «topo del deserto» capace di sfidare le forze
coalizzate, e diventato una specie di semi-eroe che si batte
da solo contro tutti: senza ricordare Lockerbie e il sostegno
militare al terrorismo irlandese di cui si potrebbe, al massimo,
ritenere che appartengono al passato, non bisogna perdere di
vista né la brutalità della repressione condotta
da Gheddafi contro il proprio popolo né il fatto che
la sua iniziale, istintiva reazione al primo giorno dell' intervento
alleato, fu di minacciare, in risposta alla nostra offensiva
sui suoi aerei militari, un' offensiva sui nostri aerei civili:
il che è la definizione stessa del terrorismo. Gheddafi
non è «cambiato». Non ha mai smesso di essere
- e tale rimane - un tiranno barocco ma sanguinario, diventato
maestro nell' arte del crimine di massa.
(torna su)
Lettere
al Corriere: L'esistenza delle tribù
Il
Corriere della Sera
28
giugno 2011
Sergio
Romano
p.
43
Caro Romano,
sono un cittadino italo-libico. Personalmente considero le tribù
un fatto del passato senza utilizzo pratico nel presente. So
da che tribù provengo e so per certo che non esistono
né capo tribù, né una scala gerarchica,
né un consiglio tribale. Non so a quale tribù
appartengano i miei amici libici e se lo venissi a sapere, non
cambierebbe nulla. Chissà come ha fatto il ministro Frattini
a trovare 150 capi tribù per un incontro a Roma (incontro
rinviato senza data). Gheddafi ha utilizzato il fatto delle
tribù per dividere e imperare. Gli occidentali, invece?
Io non li capisco. Capisco solo che questa cosa mi offende.
La rivoluzione araba è una creatura dell'epoca moderna,
dei social network, dei giovani che scendono in piazza. E voi
continuate a vederci in una tenda berbera con il cammello e
le mosche sul naso.
Karim Mutawassit,
Bologna
Le tribù sono
famiglie allargate, gruppi di autodifesa, associazioni di mutuo
soccorso. Non esistono soltanto in alcuni Paesi africani, ma
anche, con nomi e forme diverse, in alcune società europee.
Sono importanti quando controllano una risorsa (un giacimento
petrolifero, il consenso politico, i voti) e possono negoziare
con il governo un trattamento di favore per il gruppo dirigente
e i suoi seguaci. Per gli uomini liberi sono un abito troppo
stretto di cui è meglio sbarazzarsi il più presto
possibile.
(torna su)
Libia,
i calciatori contro il Colonnello con i ribelli diciassette
star del pallone
La
Repubblica
26
giugno 2011
Vincenzo
Nigro
p.
19
ANCHE
il calcio abbandona Muhammar Gheddafi. Come con Milosevic in
Serbia, con Saddam Hussein in Iraq, quando sportivi e calciatori
abbandonano il ruolo di valletti di regime e passano con l'
altra squadra, la partita è persa. Sta accadendo anche
a Gheddafi, e vedremo perché la fuga di 17 calciatori
della nazionale e della serie A libica ha un significato militare
negativo per Gheddafi. I diciassette si sono presentati nelle
ultime ore in un alberghetto di Jadu, un paesone delle montagne
Nafusa, la regione delle montagne occidentali alle spalle di
Tripoli verso il confine tunisino. Fra i 17 ci sono il portiere
della nazionale Juma Gtat, altri tre giocatori della selezione,
e soprattutto l' allenatore di uno dei due club di Tripoli,
Adel Bin Issa che guidava l' al Ahli. Gtat e Bin Issa hanno
presentato il gruppo a un giornalista della Bbc che li ha incontrati
nell' albergo di Jadu. Nella sua camera Juma, il portiere, si
inventa un messaggio politico da lanciare al colonnello che
fino a ieri terrorizzava un paese intero, calciatori compresi:
«Io dico a Gheddafi di andarsene, di lasciarci in pace
per poter creare una Libia libera. In effetti vorrei che lasciasse
anche questo mondo, ma vedremo...». Anche in Libia, come
sempre più in tutta l' Africa, il calcio ha conquistato
una popolarità e gioca un ruolo con la politica e gli
affari che ormai hanno cancellato il fatto sportivo. A Tripoli
l' altra grande squadra, l' Ittihad, è sotto il controllo
di Saadi Gheddafi, il figlio del leader che aveva provato l'
avventura di calciatore in Italia affidandosi alle cure commerciali
di Luciano Gaucci. Ninì Occhipinti, un trainer
italiano, aveva allenato l' Ittihad prima di Donadoni, «ma
io guidai la squadra nel 2002-2003, prima che passasse sotto
il controllo del figlio di Gheddafi». Occhipinti non fa
nessuna valutazione politica, «ma certo il controllo dei
Gheddafi sul calcio era totale: per esempio Saadi per gelosia
non volle che uno dei giocatori più bravi, Tarek Tajeb,
passasse al Genova che era interessato a comprarlo. E il contratto
non si fece». Il sistema Gheddafi, la cricca politica
affaristica che negli ultimi 15 anni aveva accentuato la gestione
mafioso-commerciale della Libia, aveva scelto il calcio come
uno degli strumenti per accrescere la sua sfera di controllo
del paese: «Al tempo in cui Saadi si occupava di calcio,
Saif el Islam che oggi viene considerato l' erede del colonnello,
si dedicava alla pittura», dice Ninì Occhipinti
. Oggi l' Ittihad fornisce i suoi tifosi agli organizzatori
politici che mandano giovani e donne in strada a manifestare
per il regime nei giorni dei bombardamenti Nato: con un tariffario
ben preciso, i tifosi dell' Ittihad manifestano sulla Piazza
verde così come tifavano per la squadra del figlio del
colonnello. Ma la defezione dei 17 calciatori conferma anche
un altro elemento: le Nafusa Mountains sono diventate una vera
e propria spina nel fianco di Gheddafi. È la regione
più vicina a Tripoli, dove Gheddafi si è asserragliato
con i suoi fedelissimi, e nonostante i ribelli siano un gruppo
improvvisato e male armato come i loro compagni di Bengasi,
la Montagna occidentale ormai è per buona parte sotto
il loro controllo. Nella zona hanno le loro basi i capi ribelli
che ormai spingono le loro staffette fino dentro Tripoli, dove
stanno organizzando la resistenza armata. Secondo notizie di
più fonti, i "ribelli delle montagne" hanno
fatto entrare carichi di armi a Tripoli, hanno preso contatti
con nuclei di oppositori a Gheddafi dentro la città,
hanno contatti con capi e capetti della polizia e degli altri
apparati di sicurezza gheddafiani che al momento opportuno abbandoneranno
il regime. La defezione dei calciatori, quindi, è solo
la spia di una manovra militare sempre più soffocante
per il colonnello.
(torna su)
"A
Roma la Costituente per gettare le basi della nuova nazione"
La
Stampa
Guido
Ruotolo
17
giugno 2011
La
cricca di Muammar Gheddafi deve farsi da parte, consegnandosi
al popolo libico. E invece prende tempo, pensa di essere più
intelligente degli altri». L'ambasciatore a Roma, Hafed
Gaddur, oggi rappresentante del popolo libico, risponde a stretto
giro di posta al figlio del raiss Seif Al Islam. E annuncia
che a Roma si terrà dal 25 al 27 giugno un'assemblea
nazionale costituente per gettare le basi della nuova Libia.
Ambasciatore,
Seif Al lslam vuole elezioni entro tre mesi e dice che le vincerà….
«È
un arrogante presuntuoso che prende in giro il popolo libico.
Con tutti i martiri che piange, nel futuro della Libia non c'è
spazio peri suoi carnefici, per la famiglia Gheddafi».
E dire che la rivolta era nata per chiedere di poter manifestare
in modo pacifico per le riforme, come hanno fatto in Tunisia
e in Egitto. «Tutti noi abbiamo sottovalutato quello che
si muoveva nella società. Dal primo giorno il regime
ha pérso legittimità. Se solo avesse accettato
le richieste di una nuova Costituzione o della libertà
di stampa, forse la situazione sarebbe stata diversa».
Il
figlio del raiss dice che i due milioni di tripolini e
i bengasini sono con loro...
«Dove
sono questi due milioni di tripolini? Noi Vediamo in televisione
immagini di poche decine di persone che manifestano per il regime.
Che mobiliti pure due milioni di persona in piazza, ma la verità
è che il regime controlla la città con la forza.
E a Tripoli si combatte ogni notte».
Il
Consiglio nazionale transitorio avrebbe accettato la condizione
di nessun esilio per Gheddafi in cambio 'del suo pensionamento?
«l
familiari dei martiri di Bengasi, Misurata, Adjabia, delle Montagne
occidentali, di Zawiah, di Tripoli stessa non potrebbero mai
accettare una soluzione del genere. Specialmente oggi che siamo
arrivati vicini al traguardo, alla libertà conquistata
con il sangue».
Molti,
in Italia come negli Stati Uniti, si chiedono se valga ancora
la pena combattere contro Gheddafi.
«Già
oggi è nata la Nuova Libia, dove libertà e democrazia
sono diventate parole sacre. Mai più un dittatore potrà
governare il Paese. Dispiace che qualcuno soffra di mal 'di
pancia. Noi saremo sempre grati a chi ha garantito l'attuazione
della risoluzione 1973 dell'Onu proteggendo il popolo libico.
Se non ci fossero stati i bombardamenti Nato, quante altre migliaia
di morti piangeremmo?» . Qualcuno
teme per l'Eni.
«L'Eni
gode di grande fiducia e stima da parte della Noc e della Libia.
Ha lavorato sempre bene e pertanto sarà sempre la benvoluta
dalla Libia e dal suo popolo».
Ormai
è questione di ore: la Corte dell'Aja spiccherà
il mandato di cattura per i Gheddafi. «Gheddafi
ha: due problemi irrisolvibili: il popolo libico che non è
disposto a lasciarlo libero, vivo; e, se andrà all'estero,
il mandato di cattura internazionale. Politicamente è
finito e il tempo per negoziare è scaduto». Perché
avete scelto Roma per la vostra assemblea? E questa a cosa servirà?
«L'Italia è un Paese amico. Noi e voi abbiamo voluto
un trattato d'amicizia che va ben oltre chi materialmente l'ha
sottoscritto, Gheddafi e Berlusconi. D'intesa con il Cnt abbiamo
convocato a Roma tutti i rappresentanti della Libia. Si discuterà
e si presenteranno e voteranno mozioni su tutti i temi d'attualità:
dal petrolio all'economia, dalla riconciliazione alla politica
estera; dalla nuova Costituzione alle infrastrutture. Ci saranno,le
donne, i sindacati le grandi correnti politiche che troveranno
spazio nei partiti che stanno per nascere. E rappresentanti
di città e territori già liberi e quelli da liberare.
(torna su)
Saif
Gheddafi : "Subito elezioni. E' l'unico modo indolore per
uscirne"
Corriere
della Sera
16
giugno 2011
Lorenzo
Cremonesi
Il
figlio del Rais: «Ricucire con l'Italia? No, finchè
ci sarà Berlusconi, lui e Frattini ci hanno tradito»
TRIPOLI
- «Elezioni, subito e con la supervisione internazionale.
E' l'unico modo indolore per uscire dall'impasse in Libia»:
il momento più interessante dell'intervista l'altra sera
nel cuore della capitale arriva a 14 minuti dal suo inizio.
Sino a quel momento Saif al-Islam aveva ribadito le dichiarazioni
già rilasciate alla stampa in passato e sbandierate in
ogni occasione dalla propaganda della dittatura. «I ribelli
agli ordini dei terroristi di Bengasi sono banditi, uomini di
Al Qaeda, criminali. I loro capi sono traditori, che sino allo
scoppio del caos il 17 febbraio erano legati a filo doppio a
mio padre. Se non ci fosse l'ombrello Nato sarebbero stati sconfitti
da un pezzo», afferma quasi meccanicamente. Ma è
quando gli si chiede come pensa di uscire dall'impasse militare
e dalla minaccia di violenze anche peggiori che lui avanza la
formula di compromesso. «Andiamo alle urne. E vinca il
migliore». Un messaggio nuovo di apertura alla comunità
internazionale da parte del più politico tra i figli
del Colonnello.
Nelle
ultime settimane nessuno della famiglia Gheddafi si è
fatto vedere in pubblico .
Neppure Saif al-Islam. E dal primo maggio, quando un missile
Nato uccise suo fratello Saif al-Arab assieme a tre nipotini,
le misure di sicurezza si sono fatte più strette. La
cautela ha dominato anche la nostra intervista. I portavoce
governativi nel tardo pomeriggio dell'altro ieri ci avevano
annunciato un incontro con il ministro degli Esteri. Veniamo
condotti in una stanza al quindicesimo piano dell'hotel Radisson
Blu, sul lungomare. E solo qui, dopo una lunga attesa, arriva
Saif che ci dà il benvenuto. Sorridente, abbronzato,
in forma, sembra più giovane dei suoi 39 anni. Alla fine
parleremo sino a serata inoltrata. Vuole spiegare, farsi comprendere
dal mondo. Si dice «in continuo contatto» con il
padre. Ma pone anche tante domande. Per due ore chiede valutazioni
sulla forza dei ribelli, sul loro consenso interno, sul rapporto
tra Bengasi e Misurata. L'uomo che oggi è accusato dalla
nomenclatura del regime di essersi troppo operato per aprire
la Libia alla globalizzazione e ai nuovi mezzi di comunicazione
via web, cerca ancora dai media stranieri chiavi di lettura
per capire il suo Paese.
Usciamo
dal tunnel delle accuse reciproche. Lei sostiene che i ribelli
vanno perseguitati come traditori. E loro replicano che tutta
la vostra famiglia va processata, al meglio espulsa all'estero.
La Nato sta dalla loro parte, godono di un crescente sostegno
internazionale. Gheddafi è sempre più isolato,
deve andarsene. Dove il compromesso?
«Elezioni. Si potrebbero tenere entro tre mesi. Al massimo
a fine anno. E la garanzia della loro trasparenza potrebbe essere
la presenza di osservatori internazionali. Non ci formalizziamo
su quali. Accettiamo l'Unione Europea, l'Unione Africana, l'Onu,
la stessa Nato. L'importante è che lo scrutinio sia pulito,
non ci siano sospetti di brogli. E allora tutto il mondo scoprirà
quanto Gheddafi è ancora popolare nel suo Paese. Non
ho alcun dubbio: la stragrande maggioranza dei libici sta con
mio padre e vede i ribelli come fanatici integralisti islamici,
terroristi sobillati dall'estero, mercenari agli ordini di Sarkozi.
Alla nostra gente non sfugge che lo stesso presidente del governo
fantoccio a Bengasi, Mustafa Abdel Jalil, come del resto il
loro responsabile militare, Abdel Fatah Younes, sono, al pari
di tanti altri, uomini della vecchia nomenclatura, gente che
è saltata sul carro delle rivolte all'ultimo minuto,
miserabili profittatori, venduti. Erano ministri con Gheddafi
e ora vogliono giocare la parte dei leader contro di lui. Ridicoli.
Non li temiamo affatto. Sono fantocci di Parigi. Marionette
incapaci di stare in piedi da sole».
I
ribelli temono di essere assassinati, perseguitati, come del
resto è avvenuto in 42 anni di dittatura a tanti membri
dell'opposizione. Cosa offre per garantire la loro incolumità?
«Sono loro che hanno paura, non noi. Li conosco
bene, uno a uno, sono stati con me nelle università straniere.
Hanno goduto del mio programma di liberalizzazione negli ultimi
dieci anni, di cui, si badi bene, non mi pento affatto. Il nostro
rapporto è come quello tra il serpente e il topo che
vorrebbero convivere nella stessa tana. Ci considerano il serpente.
La soluzione? Dobbiamo essere tutti eguali: tutti serpenti,
o tutti topi. E la via è quella delle urne».
Ma
come li garantisce?
«Occorre pensarci. Dovremo cercare di mettere in piedi
un meccanismo per garantirli. Nel periodo prima del voto si
dovrà comunque elaborare la nuova costituzione e un sistema
di media completamente libero. Credo in una Libia del futuro
composta da forti autonomie locali e un debole governo federale
a Tripoli. Il modello potrebbero essere gli Stati Uniti, la
Nuova Zelanda o l'Australia. In questi ultimi mesi ho maturato
una convinzione profonda: la Libia pre-17 febbraio non esiste
più. Qualsiasi cosa accada, inclusa la sconfitta militare
o politica dei ribelli, non si potrà tornare indietro.
Il regime di mio padre così come si è sviluppato
dal 1969 è morto e sepolto. Gheddafi è stato superato
dagli avvenimenti, ma così anche Jalil. Occorre costruire
qualche cosa di completamente nuovo».
E
se le elezioni le vincono i dirigenti di Bengasi?
«Bravi. Tanto di cappello. Noi ci faremo da parte. Sono
però certo della nostra vittoria. Sui poco più
di cinque milioni di libici, almeno i due milioni residenti
a Tripoli stanno con noi e anche a Bengasi godiamo della maggioranza.
Semplicemente laggiù la gente non può parlare
per paura di rappresaglie. Comunque, se dovessimo perdere, ovvio
che lasceremo il governo. Rispettiamo le regole. Non mi opporrei
neppure se venisse democraticamente eletto nostro premier l'intellettuale
ebreo-francese Bernard-Henri Levy» (sorride per la battuta).
La
pensa così anche suo padre dopo 42 anni di regime?
«Certo».
E,
in quel caso, Gheddafi sarebbe pronto all'esilio?
«No. Non c'è motivo. Perché mai? Questo
è il nostro Paese. Mio padre continua a ripeterlo. Non
se ne andrà mai dalla Libia. Qui è nato e qui
intende morire ed essere sepolto, accanto ai suoi cari».
A
quel punto non sareste però voi a rischio di vendette?
Andrete a cercare protezione tra qualche tribù fedele
nel deserto?
«Staremo a Tripoli, a casa nostra. Nessuno di
noi scappa. Sappiamo come difenderci».
L'Italia
potrebbe avere un ruolo in questo processo di ricostruzione
democratica?
«Non ora. Non sino a quando ci sarà Berlusconi
al governo. Da quello che possiamo capire qui a Tripoli, il
vostro premier è in difficoltà, pare inevitabile
la sua prossima sconfitta elettorale. Bene. Non possiamo che
gioirne. Lui e il ministro degli Esteri Frattini si sono comportati
in modo abominevole con noi. Sino a tre mesi prima lo scoppio
della ribellione venivano a inchinarsi e baciavano le mani a
Gheddafi. Salvo poi voltare la schiena e passare armi e bagagli
tra le file dei nostri nemici alla prima difficoltà.
Vergogna!».
Che
sarà dei contratti con l'Eni? Italia e Libia hanno una
lunga storia di rapporti economici che va ben oltre i governi
Berlusconi.
«Ovvio, e infatti separiamo nettamente la figura
di Berlusconi dall'Italia. Apprezziamo le critiche alla guerra
e contro la Nato avanzate dalle Lega. Guardiamo con interesse
ai vostri partiti della sinistra. La Libia terrà un atteggiamento
assolutamente diverso nei confronti di un'Italia senza Berlusconi».
E
il petrolio?
«Non so. E' prematuro parlarne. Per ora dobbiamo porre
fine alla guerra, imporre la legge e l'ordine in tutto il Paese.
Ma voglio essere franco. Da tempo Mosca guarda con interesse
ai pozzi e alle infrastrutture Eni in Libia. Forse, ora i russi
hanno una carta in più».
Pure,
anche Mosca ultimamente ha perorato la causa dell'esilio di
Gheddafi. Non la penalizzate?
«Lo so. Ma con Berlusconi è diverso. Si diceva
vero amico di Gheddafi. Il suo tradimento brucia di più».
E
allora, quale tra i governi stranieri potrebbe meglio aiutare
la transizione verso il voto in Libia e nel contempo mediare
con la Nato?
»La Francia. Abbiamo già avuto abboccamenti con
Parigi, ma per ora senza seguito. Comunque, sono loro che impongono
la politica del governo di Bengasi. E' stato Sarkozy a volere
più di tutti l'intervento Nato. Dunque a loro il compito
di cercare una via d'uscita il meno cruenta possibile».
Sono
ormai le dieci di sera. Il figlio di Gheddafi già da
qualche tempo ha spostato la sedia sul balcone. Guarda verso
l'alto. Il cielo stellato domina il porto. Ma lui cerca soprattutto
i segnali di pericolo. Si odono i rumori dei caccia Nato. Lontano,
i traccianti di una contraerea vanno a perdersi nel buio, come
fuochi d'artificio stanchi. «E' tempo di partire - esclama
uscendo di fretta -. Basta poco per restare uccisi.
(torna su)
Tripoli,
profanato il cimitero italiano
La
Repubblica
Vincenzo
Nigro
5
Giugno 2011
p.
21
Dopo
l' assalto e la totale devastazione dell' ambasciata d' Italia
a Tripoli, ancora un raid contro un simbolo italiano in Libia.
Questa volta è stato devastato e profanato il cimitero
cattolico della città, il luogo consacrato in cui erano
concentrati in due ossari i resti di ottomila italiani morti
in Libia, tutti civili visto che Gheddafi nel 1970 aveva imposto
che i resti di ufficiali e soldati venissero trasferiti in Italia.
L' assalto è stato reso noto da Giovanna Ortu, presidente
dell' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. «Sono
entrati nel cimitero venerdì, hanno spaccato tutto, la
cappella con il crocifisso: non sono riusciti a entrare nelle
due ali dove ci sono gli ossari, hanno devastato l' abitazione
del custode e lasciato scritte minacciose con cui promettono
di bruciare tutto la prossima volta». La Ortu era stata
in prima linea nello spingere il governo italiano a restaurare
il cimitero, che negli anni era caduto nel più totale
abbandono. Due anni fa, al termine del lavori avviati al tempo
in cui Gianfranco Fini era ministro degli Esteri, il camposanto
era stato inaugurato con una cerimonia. A Tripoli, a guardia
del cimitero e della sua piccola abitazione ormai devastata,
era rimasto il custode Bruno Dalmasso, a sua volte reduce dall'
Eritrea. Sul fronte militare, ieri la Nato ha annunciato che
per la prima volta sono entrati in azione elicotteri d' attacco
britannici e francesi. I primi video girati con telecamere notturne
mostrano il decollo, le esplosioni sulla costa e poi il rientro
degli "Apache" dell' esercito inglese su una nave:
immagini destinate a giocare un effetto di propaganda, visto
che ormai, al quarto mese di guerra, davvero gli obiettivi militari
libici devono essersi assottigliati di molto. Gli attacchi sono
stati compiuti nella zona di Brega, un porto petrolifero tenuto
dai gheddafiani che le forze dei ribelli si dicono pronte a
riconquistare. La prima operazione degli elicotteri quindi potrebbe
essere parte del lavoro preparatorio per la nuova offensiva
dei ribelli.
(torna su)
Libia:
profanato cimitero italiano a Tripoli, danneggiata cappella
Il
Tempo
4
Giugno 2011
Il cimitero italiano a Tripoli,
dove riposano i resti di 8mila connazionali, e' stato profanato.
Lo ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia. "Sono entrati ieri,
hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso"- ha
raccontato all'ADNKRONOS- "non sono riusciti a entrare nelle
due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente danneggiato
l'abitazione del custode". "Sono state fatte anche delle
scritte minacciose dove promettono di bruciare tutto la prossima
volta", ha aggiunto la Ortu. Il cimitero, ha spiegato, era
stato restaurato meno di due anni fa a cura della Farnesina e
alla fine dei lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica.
Costruito negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente
su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con tutti i
caduti italiani nelle guerre d'Africa. Nel Settanta, ricorda la
Ortu, Muammar "Gheddafi si presento' davanti al cimitero
con i tank dicendo che avrebbe buttato giu' tutto se non fossero
stati portati via i resti dei militari". I corpi furono cosi'
traslati nel sacrario di Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato.
Nel 2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di
andare in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu
il cimitero. Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro
degli Esteri Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari
del cimitero furono restituiti alla municipalita' di Tripoli e
tutti i corpi furono traslati nell'ossario militare .
L'Airl, sottolinea infine la Ortu, si sente molto vicina
agli insorti libici e visita regolarmente i feriti che sono ricoverati
a Roma, provvedendo alle loro piccole necessita'
(torna su)
Libia,
profanato cimitero italiano di Tripoli
Primo
attacco della Nato con elicotteri
ANSA
4
giugno, 2011
E'
stato profanato il cimitero italiano di Tripoli che dopo decenni
di abbandono era stato restaurato ed inaugurato meno di due
anni fa. Né dà notizia Giovanna Ortu, presidente
dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia). Gli
aggressori, probabilmente fedeli di Gheddafi, hanno tentato,
senza riuscirci, di forzare il complesso monumentale che ospita
i resti di 8.000 italiani. Hanno coperto di scritte oltraggiose
le mura del cimitero e distrutto l'abitazione del custode.
Tra le scritte con le quali sono state imbrattate le mura del
cimitero si legge anche una minaccia: "la prossima volta
bruceremo tutto". La profanazione del cimitero, inaugurato
dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, alla presenza
di una delegazione dei rimpatriati che si erano a lungo battuti
per ottenere dalla Farnesina i fondi necessari, è avvenuta
ieri, ma si è saputo solo oggi. "E' una notizia
tristissima che dà un ulteriore segno della totale inciviltà
di quanti ancora si ostinano a non abbandonare Muhammar Gheddafi",
è il commento di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl.
Il cimitero è stato parzialmente distrutto mentre è
in corso il completamento del progetto con la traslazione ad
Hammangi (così si chiama la località dove sorge
il cimitero) delle salme tuttora sepolte nei villaggi grazie
ai fondi messi a disposizione dal Fondo di Beneficenza della
Banca Intesa Sanpaolo. Luigi Sillano che, per conto dell'associazione
segue il progetto, confida che l'Istituto al quale era stata
comunicata nel febbraio scorso la necessaria sospensione dell'iniziativa
a seguito della rivolta in Libia, seguiterà a sostenerlo
quando anche Tripoli sarà liberata. Sarà allora
possibile riparare i danni fatti e quelli futuri qualora le
frasi minacciose scritte sulle mura di recinzione della struttura
dovessero tramutarsi nell'incendio totale del complesso.
NATO, primo attacco con elicotteri - La Nato ha annunciato di
aver compiuto oggi per la prima volta attacchi con elicotteri
da combattimento in Libia, contro veicoli militari, attrezzature
e forze dell'esercito del colonnello Muammar Gheddafi. "Elicotteri
da combattimento sotto comando Nato sono stati utilizzati per
la prima volta il 4 giugno in azioni militari sulla Libia, nel
contesto dell'operazione 'Protezione unificata'", spiega
un comunicato dell'Alleanza atlantica. "Tra gli obiettivi
colpiti figurano veicoli, equipaggiamenti e forze militari"
dell'esercito di Gheddafi, specifica la nota della Nato senza
indicare il luogo degli attacchi.
Elicotteri
dell'esercito francese del tipo Tigre e Gazelle hanno partecipato
ai raid notturni della Nato sulla Libia, in collaborazione con
elicotteri britannici. Lo ha annunciato lo stato maggiore francese
interarmi. Nella notte la Nato aveva reso noto che per la prima
volta erano stati condotti attacchi con elicotteri da combattimento
in Libia contro veicoli militari, attrezzature e forze dell'esercito
del colonnello Muammar Gheddafi.
Gli
elicotteri britannici che per la prima volta stanotte hanno
compiuto attacchi sul territorio libico, hanno distrutto un
posto di controllo militare e una installazione radar presso
la città di Brega, nell'est del paese. Lo ha annunciato
il ministero della difesa britannico secondo il quale il raid
è stato compiuto con "elicotteri di attacco Apache,
che hanno effettuato la loro prima missione a partire dalla
portaelicotteri HMS Ocean" al largo della costa nordafricana.
Stanotte è scattata la prima missione degli elicotteri
da combattimento francesi e britannici nell'ambito della missione
Nato in Libia.
(torna su)
Profanato
il cimitero italiano a Tripoli
Adnkronos
4
Giugno 2011
Il
cimitero italiano a Tripoli, dove riposano i resti
di 8mila connazionali , è stato profanato. Lo
ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia. " Sono
entrati ieri, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso
- ha raccontato all'ADNKRONOS- non sono riusciti a
entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente
danneggiato l'abitazione del custode". "Sono state
fatte anche delle scritte minacciose dove promettono
di bruciare tutto la prossima volta ", ha aggiunto
la Ortu.
Il
cimitero, ha spiegato, era stato restaurato meno di
due anni fa a cura della Farnesina e alla fine dei
lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica. Costruito
negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente
su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con
tutti i caduti italiani nelle guerre d'Africa . Nel
Settanta, ricorda la Ortu, Muammar "Gheddafi si presentò
davanti al cimitero con i tank dicendo che avrebbe buttato giù
tutto se non fossero stati portati via i resti dei militari".
I corpi furono così traslati nel sacrario di
Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato.
Nel
2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di andare
in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu il cimitero.
Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro degli Esteri
Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari del cimitero
furono restituiti alla municipalità di Tripoli e tutti
i corpi furono traslati nell'ossario militare. L'Airl, sottolinea
infine la Ortu, si sente molto vicina agli insorti libici e
visita regolarmente i feriti che sono ricoverati a Roma, provvedendo
alle loro piccole necessità.
(torna su)
FRATTINI
VOLA A BENGASI E PROMETTE SOLDI E BENZINA
Il
Corriere della Sera
Maurizio
Caprara
1
Giugno 2011
Il
ministro degli Esteri e l`impegno di Eri e Unicredit Frattini
vola, a Bengasi e promette soldi e benzina Il sostegno del governo
italiano ai ribelli libici DAL NOSTRO INVIATO BENGASI -Nella
città scelta da Muammar el Gheddafi per firmare con Silvio
Berlusconi il trattato di amicizia italo-libica nel 2009, il
ministro degli Esteri Franco Frattini ha sottoscritto ieri una
dichiarazione che innalza il grado di legittimazione internazionale
attestato dal nostro Paese ai li bici insorti in febbraio contro
il Colonnello. «Il governo italiano riconosce il Consiglio
nazionale transitorio quale titolare dell`autorità di
governo nei territorio da esso effettivamente controllato»,
c`è scritto nei due fogli che il titolare della Farnesina
ha firmato nell`hotel Tibesti della seconda città della
Libia e capitale della rivolta. Un passo ulteriore rispetto
alla definizione del Consiglio come < 4 il Frattini da adottata
Libia», la rappresentare per legittimo politico interlocutore>
Il
governo italiano lo ha accompagnato con due tipi di aiuti: il
via a prestiti di soldi e a forniture di carburante a quella
che ormai tratta come parte di Libia liberata.
Giornate
come ieri confermano che la politica non è una linea
retta, si nutre talvolta di paradossi. In base alla dichiarazione
congiunta che Frattini ha firmato con il vice primo ministro
Abd al Aziz Isawi, l'Italia (che da anni acquista dalla Libia
un terzo del proprio fabbisogno energetico) venderà benzina
alle autorità di Bengasi, oggi incapaci di raffinare
il greggio. Sarà l'Eni, che ha spinto la Farnesina ad
aiutare i ribelli per non perdere peso nei giacimenti libici,
a fornire carburante per 150 milioni di euro. A guerra finita,
il conto sarà pagato in greggio.
Non
è l'unico dei paradossi di questa situazione nella quale
l'accordo alla faccia del Colonnello è stato raggiunto
tra due suoi ex interlocutori privilegiati:
Frattini,
che lo indicava in gennaio come esempio di dialogo con i popoli
arabi e ieri definiva il suo regime «finito», e
al Isawi, il quale fino a febbraio rappresentava la Giamahiria
in India da ambasciatore.
A
scortare il ministro italiano a Bengasi, ieri mattina, erano
gli uomini armati in divisa scura della «Brigata 17 febbraio».
Il nome di questa unità dei ribelli deriva sì
dalla rivolta del 17 febbraio 2011, ma allora Bengasi si infiammò
perché gli antigheddafiani manifestavano in ricordo del
17 febbraio 2006, quando una sommossa contro il Colonnello comportò
anche un assalto al Consolato d'Italia.
In
altri locali, Frattini ieri ha inaugurato il nuovo consolato,
per sicurezza mai riaperto finché Bengasi rimaneva sotto
il Colonnello. Un altro passo gradito agli insorti, come i crediti
per centinaia di milioni di euro dell'italiana Unicredit permessi
dalla dichiarazione.
Il
7,6% della banca, congelato da sanzioni dell'Onu, è libico
e garantirà il prestito. «Sei generali hanno defezionato
e ci stanno dando a Roma informazioni preziose: a Gheddafi resta
il 15-20% della capacità militare», ha detto Frattini.
Salutando il Consiglio così: «La prossima volta
spero di incontrarvi nella Tripoli liberata».
Il «governo» Il Consiglio
nazionale di transizione libico è formato da 31 membri:
con gli insorti anche uomini dell`ex regime Leader Il segretario
generale è Abdel Jalll, l'ex ministro della Giustizia di
Gheddafi: sulla sua testa c`è una taglia di 500 mila dinari
libici. Primo ministro è Mahmud Jibril Tre mesi di vita
Riunitosi la prima volta a Beida il 24 febbraio e poi trasferitosi
a Bengasi, il 5 marzo si è autoproclamato «unico
legittimo rappresentante della Repubblica iibica» Riconoscimento
La Francia è stata la prima, il 10 marzo, a dare un riconoscimento
diplomatico al Cnt. Il 12 marzo l`Europa lo definisce «un
interlocutore politico credibile» senza però riconoscerlo
come governo, Il riconoscimento dell`Italia arriva il 4 aprile
dopo la visita a Roma dell'inviato per l`estero del Cnt` Abd al
Aziz Isawi. Ieri la visita di Frattini a Bengasi
(torna su)
Il
giallo di Gheddafi sparito da nove giorni
La
Stampa
Guido
Ruotolo
9
Maggio 2011
Voci
dalla capitale: forse è rimasto ferito o ucciso nei raid
Otto
giorni, anzi nove. L'astinenza dal video di Gheddafi comincia
a essere sospetta. Se poi si aggiungono le indiscrezioni rilanciate
da ambienti diplomatici a Tripoli (sono 45 le rappresentanze
straniere in Libia) allora l'assenza diventa un giallo, un mistero.
Insomma, per dirla tutta, che fine ha fatto il Colonnello? È
vivo? O è rimasto ucciso o gravemente ferito dai bombardamenti
della Nato? «Quella notte ci hanno portati in quella casa
- rivela un ambasciatore straniero presente a Tripoli - ed era
tutto distrutto. La Nato ha utilizzato delle bombe speciali,
di quelle che creano una violentissima pressione in orizzontale.
Insomma, è difficile sopravvivere agli effetti di quelle
bombe...».Un passo indietro nel tempo. Al 30 aprile. La
mattina Gheddafi rilancia l'ipotesi di una tregua e nello stesso
tempo avverte Roma: sarà guerra in Italia. L'amico (ex)
Berlusconi aveva dato il via libera alla possibilità
che i nostri velivoli diventassero operativi, insomma sganciassero
le bombe.Poi, nel cuore della notte di sabato 30 aprile, il
portavoce del regime comunica ai media che la Nato ha bombardato
la casa dove si trovava Gheddafi ed erano stati uccisi il figlio
Saif el Arab, la moglie e tre nipotini del raiss, figli di tre
figli del Colonnello: Mohammad, Hanibal e Aisha. Alcuni testimoni
eccellenti sono stati portati nella camera ardente. Ma i corpi
di Saif el Arab e di sua moglie erano avvolti in teli bianchi.
Il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli,
si è limitato ad osservare: «Il cadavere era troppo
sfigurato...». Insomma non si poteva procedere alla sua
identificazione. Era davvero Saif? Il dubbio che potrebbe essere
stata una messinscena è fortissimo. Perché non
hanno fatto delle fotografie? E poi c'è il precedente
della morte della figlia adottiva di Gheddafi, Hana, rimasta
sotto le macerie a Bab el Azizia, durante i bombardamenti voluti
da Reagan, nel 1986. Fonti dei rivoltosi sostengono che Hana
non sia mai morta, che faccia il medico e che in questi anni
abbia viaggiato all'estero, a Parigi, a Londra, in Germania,
lasciando tracce documentali della sua esistenza e del suo passaggio
attraverso le frontiere Schengen. E dunque, perché Gheddafi
non si fa vedere in pubblico da prima del bombardamento della
casa di Saif el Arab? Perché è ferito o, peggio,
è rimasto ucciso dalle bombe Nato?Ma in questi giorni
il filo delle comunicazioni tra la comunità internazionale
e il regime non si è mai interrotto. Proprio ieri si
segnala un indubbio successo di Gheddafi: il governo transitorio
egiziano ha infatti introdotto il visto per i cittadini libici.
Una novità che arriva dopo che, la settimana scorsa,
un rappresentante del Cairo era stato a Tripoli, ricevuto dal
primo ministro Al Baghdadi Ali al Mahmoudi. E dunque l'introduzione
del visto ha il sapore del favore egiziano fatto a Tripoli.
Se per esempio un libico emigrato in Canada decidesse di tornare
a casa, per imbracciare il kalasnikhov e combattere in Cirenaica
contro le truppe lealiste, non potrebbe entrare in Libia attraverso
la frontiera egiziana se sprovvisto di visto. E il visto potrebbe
non essere concesso. Ma chi è in questi giorni che guida
l'offensiva militare contro i ribelli, che tesse la rete di
relazioni diplomatiche internazionali, che organizza le partenze
dei profughi verso l'Italia? Chi è l'erede del Colonnello,
soprattutto oggi, se è vero che Gheddafi si trova in
difficoltà perché ferito o se addirittura è
morto per via dei bombardamenti? Sia le fonti diplomatiche internazionali
che ambienti dei rivoltosi indicano in Saif el Islam, l'erede
di Gheddafi, il figlio che ha ereditato lo scettro del comando
in questi mesi. E' lui che sta organizzando il popolo dei profughi
del Corno d'Africa da usare come bombe contro l'Italia? E' lui
che li carica sulle carrette del mare stipate fino all'inverosimile,
con il rischio che ormai è certezza che i pescherecci
naufragano. Le ultime tragedie di questi giorni portano i rivoltosi
a interrogarsi. E probabilmente nei prossimi giorni chiederanno
ai Paesi della Nato di far bombardare la flotta peschereccia
per evitare che quelle navi si trasformino in bare. Per evitare
che in questa maledetta guerra si contino migliaia di vittime
straniere: i profughi del Corno d'Africa.
(torna su)
Gheddafi:
porteremo la guerra in Italia
Il
Sole 24 Ore
Alberto
Negri
1
Maggio 2011
p.
5
«Con
l'Italia ormai è guerra aperta»: senza giri di
parole Muammar Gheddafi ha parlato della possibilità
di trasferire il conflitto nella penisola dopo che nella notte
tra venerdì e sabato si era detto disponibile a negoziare
un cessate il fuoco con la Nato. Ancora non sapeva che un raid
dell'Alleanza nella tarda serata di ieri avrebbe ucciso a Tripoli
il figlio più giovane Saif al-Arab, 29 anni, e tre suoi
nipoti. Il raìs, nello stesso edificio, è miracolosamente
uscito illeso dall'attacco sferrato con tre missili. Notizie
confermate da un portavoce del governo.
Un'escalation drammatica improvvisa, dopo l'arma della retorica
sfoggiata dal Colonnello nel pomeriggio: acrimoniosa ma non
del tutto ingiustificata la reprimenda contro l'ex potenza coloniale,
«l'amico Berlusconi» e un trattato d'amicizia rimasto
soltanto sulla carta. Ma questo è il raìs che
ci siamo meritati noi e tutto l'Occidente, con il beneplacito
degli americani, trasformando in fretta un abile manovratore
di trame terroristiche in partner d'affari delle nostre imprese
e in una sorta di poliziotto del Nordafrica. Sono errori di
valutazione che si pagano.
Abbiamo così un nuovo nemico, che soltanto otto mesi
fa sbarcava a Roma gonfio di medaglie pittoresche e contratti
miliardari. E, puntuale, è arrivata la reazione della
Lega: «Era quello che temevamo. Sono dichiarazioni da
non sottovalutare, temiamo delle ripercussioni perché
Gheddafi non ci vede solo come nemici ma anche come traditori»,
ha detto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli.
Il raìs non è molto credibile nelle sue offerte
di tregua, respinte sia dall'Alleanza atlantica («Servono
fatti e non parole») che dai ribelli di Bengasi. Ci sono
buoni motivi per non dargli fiducia: in questa guerra, come
in passato, ha mentito spudoratamente, facendo esattamente il
contrario di quanto affermava. Una settimana fa aveva proclamato
il ritiro da Misurata per lasciare, a suo dire, il campo libero
alle tribù lealiste, poi ha stretto d'assedio la città
nel tentativo di riconquistarla. Si è limitato a togliere
la divisa verde oliva ai soldati: una trappola in cui sono caduti
gli aerei della Nato che hanno falciato una dozzina di insorti.
Un fuoco amico che miete vittime ma di cui malvolentieri si
parla perché i ribelli sono disposti a pagare qualunque
prezzo. Così come si discute assai poco delle dimensioni
reali di questo conflitto: fonti varie, arabe e occidentali,
parlano di 10mila o 30mila morti. Non si vedono però
né le immagini né le prove di un simile massacro.
Anche noi, pur non volendo dare alcuna fiducia al qaid libico,
dovremmo farci qualche domanda, soprattutto dopo la tormentata
decisione italiana di partecipare ai bombardamenti. In primo
luogo sull'obiettivo reale di questa guerra. Se intendiamo farlo
fuori, i raid potrebbero non bastare. A meno di un colpo di
fortuna, come quello che per un soffio non è andato a
segno ieri, cioè un missile che fa secco il Colonnello
in uno dei suoi bunker. Altrimenti la Nato dovrà prendere
in considerazione operazioni di terra non previste dall'Onu.
Tutti, compreso il bellicoso Sarkozy, negano di volere questa
soluzione.
La seconda opzione è continuare nella guerra di logoramento.
In questo caso bisognerà armare i ribelli creando una
forza d'urto per mettere Gheddafi spalle al muro e controllare
il Paese senza scivolare nell'anarchia. Il Colonnello, per il
momento, non può dirsi troppo preoccupato dall'armata
degli insorti che a Est è inchiodata ad Ajdabiya, a 160
chilometri da Bengasi, e non sta tentando neppure, per motivi
tattici, di riconquistare i terminali petroliferi. La valorosa
ma disorganizzata guerriglia di Bengasi è incapace di
cogliere obiettivi militari importanti e, soprattutto, di mantenerli.
La terza alternativa, nella speranza di ottenere risultati immediati,
è dotare i ribelli dei fondi necessari per comprare il
consenso delle tribù ancora fedeli promettendo loro di
spartire le ricchezze petrolifere custodite in Cirenaica. Questo
potrebbe essere uno degli argomenti di cui si parlerà
alla conferenza sulla Libia che si terrà a Roma il 5
maggio.
In ogni caso le sabbie libiche hanno già inceppato i
piani francesi, britannici e americani. È per questo
che hanno così ben accolto la partecipazione italiana
ai raid: si dividono un po' di spese di guerra e di responsabilità.
Non sarà complicato ricompensarci con quote di petrolio
libico. Sarebbe però alquanto sconveniente che la Nato
fosse costretta ad accordarsi per una tregua che sancirebbe
la divisione in due della Libia. Ma questa potrebbe essere la
soluzione transitoria, per rinviare a una seconda fase l'eliminazione
del raìs.
Tutti questi ragionamenti sono comunque destinati a saltare
in caso di altri eventi drammatici in Nordafrica e Medio Oriente,
dove una mezza dozzina di Paesi arabi sono in ebollizione. Non
è quindi indifferente che l'operazione libica finisca
presto: l'imprevedibile Gheddafi, per nostra insipienza o per
le disgrazie altrui, potrebbe restare ancora in sella.
(torna su)
Pasticcio
libico. Febbre padana
Il
Corriere della Sera
Giovanni
Sartori
30
aprile 2011
p.
1
Che
l'asse Berlusconi - Bossi si incrinasse in modo vistoso su Gheddafi
proprio non me lo aspettavo. E per una volta (mi capita di rado)
devo dare ragione a Berlusconi. Che la politica estera del nostro
premier sia dilettantesca è comune opinione dell'Occidente
che conta. Però il nostro premier non è stupido.
Ne combina di tutti i colori, ma è intelligente.
È
chiaro che a Berlusconi la ribellione in Libia contro il suo
molto corteggiato e baciato (sulla mano) Gheddafi, è
andata di traverso, e molto. Gheddafi era, per noi, petrolio
assicurato e anche un guardiano che poteva socchiudere, invece
di spalancare, i cancelli dell'immigrazione clandestina degli
africani. Lampedusa è vicina, la Spagna e la Francia
sono lontane; e quindi noi siamo i più esposti.
All'inizio
Berlusconi ha temporeggiato. Non poteva rompere con Francia,
Inghilterra e Stati Uniti né sconfessare una delibera
delle Nazioni Unite. Così ha inventato la ingegnosa formula
degli aerei da guerra che volano ma non sparano. Sperando in
cuor suo (immagino) che il Colonnello domasse la ribellione
in fretta, e così contando di ripresentarsi a lui a Tripoli
come la persona che, frenando gli altri, lo aveva salvato. Ma
poi, passa un giorno passa l'altro, si è accorto che
non poteva fare un doppio gioco, o un gioco su due fronti, più
di tanto. Ha anche capito, immagino, che ormai Gheddafi non
lo avrebbe perdonato in nessun caso, e che la sua ovvia vendetta
sarebbe stata di negarci il petrolio e di inondarci di migranti.
E così, obtorto collo, ha capito che si doveva schierare,
e che la cacciata di Gheddafi era diventata un vitale interesse
anche per lui.
Ora
Berlusconi si batte il petto e ammette di aver sbagliato nel
lasciare Bossi all'oscuro del suo voltafaccia. Ma secondo me
non ha sbagliato per niente. Sapeva che avvertendo Bossi si
sarebbe imbattuto nel suo veto. Dopo aver detto sì al
presidente Obama non poteva richiamarlo per dirgli che Bossi
non voleva. Molto meglio far finta ex post, a cose fatte, di
essere dispiaciuto e di scusarsi. Tanto Bossi sa di aver bisogno
di Berlusconi per varare il suo agognato federalismo, così
come il Cavaliere sa di aver bisogno di Bossi per restare in
sella. Difatti il Senatur ha già detto che non farà
cadere il governo, anche se al momento i rapporti tra i due
restano gelidi.
Comunque
sia la vicenda mette a nudo quanto sia profondo e purtroppo
radicato il «localismo» chiuso della Lega. Niente
Europa, niente guerra, niente stranieri, insomma niente di niente.
La Lega è come un mulo che s'impunta, e che si impunta
sempre.
Inoltre,
nel frattempo, l'Europa ci ha appena condannati per la legge
che considera l'immigrazione clandestina un «reato ».
Difatti, e a prescindere da quanta accoglienza l'Italia vorrà
e potrà dare agli stranieri che fuggono dai loro Paesi,
dalla fame o anche dalla tirannide, l'idea del reato non è
stata una buona idea, anche perché coinvolge una magistratura
bizzarra e già oberata da troppi carichi e troppi arretrati.
Davvero un bel pasticcio.
(torna su)
Nato
a Tripoli e cacciato da Gheddafi mi schiero a fianco dei fratelli
libici
Mattino
di Padova
2
marzo 2011
Antonio
Stefanile Saonara
p.
26
Cari
fratelli libici, vi chiamo fratelli perché sono nato
in quella indimenticabile terra nel 1953 e lì sono vissuto
fino al 1970, anno in cui Gheddafi ci cacciò via da quella
meravigliosa terra. E lì ho lasciato il mio cuore.
Mio papà arrivò in Libia nel 1928, lasciando Nola
(Napoli) che aveva 10 anni, mia mamma arrivò in Libia
prima dello scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939.
Papà faceva l'agricoltore nella più bella zona
di Tripoli, a Collina Verde, e gestiva un'azienda con agrumeti
e oliveti. Contemporaneamente iniziò l'importazione di
bestiame da macello, perché scarseggiava la carne presso
le macellerie libiche.
A Tripoli risiedeva anche una vasta comunità ebraica,
e tutti vivevamo in armonia, con il massimo rispetto gli uni
degli altri, mantenendo inalterate le nostre radici, culture
e feste religiose.
Si viveva in tranquillità, ci si aiutava a vicenda: tra
arabi, italiani e ebrei, non ricordo nessun tipo di razzismo.
Il vecchio monarca senussita Idris I amava gli italiani. Nonostante
fosse stato umiliato dai nostri militari durante il secondo
conflitto mondiale, aveva capito che noi coloni non rispecchiavamo
affatto il colonialismo di stampo fascista, bensì eravamo
ormai diventati parte integrante della società libica.
Abitavamo alla periferia di Tripoli. Sono cresciuto con i bambini
arabi, parlo tutt'ora l'arabo, più di qualche libico
frequentava le scuole italiane. La Libia della mia giovinezza
era un paradiso terrestre: duemila chilometri di costa, un mare
cristallino, un clima caldo, una natura incontaminata, tramonti
ed albe al limite del mistico, un deserto infinito, silenzioso,
misterioso dove si percepiva quasi la presenza di Dio.
Oggi vedendo Tripoli in tv ridotta a ferro e fuoco ricordandomi
quanto bella fosse, a stento trattengo le lacrime. Era una città
stupenda, un lungomare costruito dagli italiani, che per chilometri
costeggiava un litorale fantastico. Le moschee con il muezzin
che chiamava i fedeli alla preghiera, e le chiese italiane,
con la nostra cattedrale, diventata sotto Gheddafi moschea a
Nasser.
Aveva il suo fascino Tripoli, i suoi odori, profumi, i suoi
colori, con il mercato vecchio della casbah costruita dai turchi,
Suk el Turk, la statua dell'imperatore romano Settimio Severo,
che era nato in Libia.
Quando Gheddafi salì al potere, favorì in maniera
impressionante i militari, con dei stipendi da capogiro, creando
una dittatura. Militari che tuttavia non avrebbero mai immaginato
di dover sparare, un giorno, sui propri fratelli.
Gheddafi ha trasformato una terra che era un paradiso terrestre
in un inferno. Ha dimostrato di essere solo quello che già
42 anni fa, da certi suoi atteggiamenti, si prevedeva sarebbe
diventato: un dittatore. Un despota che esordì umiliando
gli stranieri, specialmente noi italiani, che avevamo reso quella
terra un fiore del Nord Africa.
Onore al popolo libico, quel popolo che sta morendo per la sua
libertà. Ricordo la sofferenza che provammo lasciando
la Libia nel 1970, nella maniera che tutti sanno.
Tornerò in Libia! Tornerò ad onorare quei martiri
che sono caduti sotto la ferocia dei cecchini di Gheddafi! Inshallah!
(torna su)
Intervista
al principe Idris Al Senussi
"In
passato ha cercato di uccidermi, ora ho un piano per fare fuori
Gheddafi"
Libero
17
aprile 2011
Anna
Corradini Porta
A
chi, se non a lui, posso chiedere quale potrà essere
il futuro della Libia? E chi, se non lui, può aiutarmi
a decifrare l'intricata personalità di Gheddafi,
tiranno spocchioso ed esibizionista, cinico e pericoloso, bruciato
da un orgoglio smisurato? Incontro il principe Idris Al Senussi,
nipote dell'ultimo re libico di cui porta il nome, in un grande
albergo di Washington. Seduti nella sua suite si parla della
tragedia del suo paese e di quali saranno le prossime iniziative.
Ci offre un caffè la moglie, la marchesa Ana Maria Quinones,
nobildonna spagnola di grande classe e di grande fascino, che
lo segue ovunque. Principe,
lei crede che Gheddafi accetterà di andare in esilio
quando si accorgerà di non avere più vie d'uscita?
Se
lo vede con la valigetta in mano voltare le spalle al potere,
al petrolio, al paese che ha tenuto in scacco per 42 anni? «Non
se ne parla nemmeno che se ne vada, non ci pensa proprio, non
lo farà mai. E poi dove potrebbe andare, chi lo vuole?
Non lo vuole nessuno. Forse la Russia, ma che fa, mette la sua
tenda sulla piazza Rossa, si accampa al Cremlino?»
Non
si può più tentare nessun tipo di accordo? «Dopo
che ha bombardato il suo popolo con i caccia, non c'è
più intesa possibile».
Allora
non restano che due possibilità, o si ammazza, o lo ammazzate.
«È
troppo vigliacco per suicidarsi. lo comunque sto mettendo a
punto un piano che dovrebbe isolarlo completamente, che dovrebbe
risolvere il problema. Non ci ho dormito molte notti e
sto precisando tutti i particolari. Ne ho parlato con molti
libici che vivono qui in America e ricoprono posizioni di grande
prestigio, molti sono professori d'università che insegnano
nei migliori istituti, lavorano nei grandi ospedali, in importanti
società. E naturalmente ne ho parlato con i miei parenti
in Libia. Credo in pochi giorni di poter concludere questo lavoro,
poi preparerò un dossier da presentare al Dipartimento
di
Stato americano e ai vari governi europei, ognuno lo avrà
nella sua lingua. Naturalmente in questa operazione sarà
coinvolto il movimento senussita che io guido e che gestisce
la seconda maggiore moschea della Mecca. La confraternita dei
senussi è
una delle grandi correnti progressiste dell'Islam, fra le più
tolleranti verso la modernità e i non mussulmani».
In
libia la vostra famiglia è molto amata, com'era
molto amato re Idris che governò per quasi vent'anni
fino al golpe I del colonnello. Infatti la bandiera che hanno
issato i ribelli, quando si sono opposti a Gheddafi, è
stata quella della, famiglia reale, la vostra e non altre.
«Quando in televisione l'ho vista sventoare non mi vergogno
a confessarle che mi sono messo a piangere come un bambino.
Ho pensato a mio nonno, a mio padre, a quale sarebbe stata la
loro soddisfazione se avessero potuto vedere».
Principe,
lei pensa ci possa essere un ritorno alla monarchia? Anche
se siete in tre a pretendere il trono, oltre a lei infatti,
c'è suo fratello maggiore Hashem e suo cugino Muhammad.
Ci vorrebbe un trono a tre posti. «Sarà
il popolo libico a decidere se vuole la monarchia o un
buon governo, composto da gente di specchiata onestà,
amore profondo per il paese e disponibilità a sacrificarsi
per migliorare il futuro della Libia. A me interessa il bene
dei miei connazionali, il rifiorire di una nazione che ha tutti
i diritti di vivere finalmente lontana dal giogo del tiranno».
Lei
non crede che alla fine per liberarsi di Gheddafi bisognerà
farlo fuori?
«Bisogna vedere come vanno le cose è presto per
parlarne. Le dico però, sinceramente, che lui ha tentato
di ammazzarmi e io ho tentato di ammazzarlo, questa è
la
verità. Non c'è mai stata intesa fra noi due,
Gheddafi in passato mi ha offerto soldi e incarichi, ma io ho
sempre rifiutato. Posso vantarmi di non avergli mai dato la
mano. Per questo sono rimasto malissimo quando ho visto Berlusconi
"baciargli l'anello". Non potevo crederei. Ma la cosa
che mi ha fatto più male è quella sua
dichiarazione dove diceva che era addolorato per Gheddafi. Per
Gheddafi? E non per il popolo che veniva trucidato, che ha bagnato
col suo sangue le strade della Libia?»
Che
rapporti ha con Berlusconi?
«Più che altro li ho con il Quirinale».
Se
il suo piano per liberare la Libia andasse in porto, coinvolgerebbe
Europa ed America?
«Naturalmente. E la Lega Araba. Ora non posso anticiparle
i particolari, ma è
questione di giorni e poi quando sarà consegnato ai vari
governi, farò delle conferenze stampa per parlarne. Certo
deve essere una mossa globale col consenso di tutti».
Nella
Libia liberata, quando si formerà il nuovo governo, ne
faranno parte quelli che attualmente rappresentano i ribelli?
Perché in quelle fila ci sono bravissime persone, ma
anche ex ufficiali di Gheddafi, ex suoi collaboratori, che si,
hanno lasciato il colonnello per affiancarsi ai contestatori,
ma restano comunque dei traditori. E chi tradisce una volta,
può farlo ancora.
«Chi ne farà parte sarà scelto con molta
cura e con il consenso del popolo».
A
lei, principe, ai suoi parenti sono stati confiscati molti beni
in Libia, pensa che potrà tornarne in possesso?
«Il palazzo dove sono nato era diventato una caserma ed
è
stato
abbattuto. Altre proprietà, se rimarranno in piedi dopo
questa guerra, dovrebbero tornare ai legittimi proprietari.
So che è
difficile
crederlo, ma non è
l'interesse che mi spinge a fare quello che faccio, anche mia
figlia Alia che ha solo 26 anni non pensa ad altro e sta raccogliendo
soldi per la Croce/Mezzaluna Rossa. C'è un sentimento
di patria che solo chi lo prova profondamente può capirlo,
che va al di là di ogni altro pensiero».
Per
questo è stato
fra quelli che ha preparato la rivolta del 17 febbraio, dopo
che il 4 aveva lanciato un appello pubblico a Gheddafi per aperture
e riforme necessarie per migliorare il benessere lei paese?
«Nell'ultimo
anno, forse perché si sentiva il fiato sul collo
Gheddafi aveva effettuato alcune liberalizzazioni nel campo
del commercio e aveva anche restituito qualche proprietà
confiscata, ma non ha tenuto conto del malcontento dei giovani
che chiedevano democrazia, libertà, lavoro, un minimo
di benessere. Erano stanchi del pugno di ferro. La risposta,
lo avete visto tutti è
stata una bruta - le repressione, fino a far bombardare con
i caccia la sua gente. Da lì
è
iniziata la sua fine. Quando è stato necessario io sono
volato subito qui a Washington, da Roma dove vivo, permettermi
a disposizione del Dipartimento di Stato col quale ho ottimi
rapporti, per fornire preziose informazioni ai dirigenti della
politica estera americana».
Principe,
lei vive fra Roma, Londra e Washington, ma di cosa vive? «Sono
finanziere e investitore oltre che mediatore di commesse importanti.
Grazie ai miei contatti con le famiglie reali del mondo arabo,
ho favorito l'ingresso di molti gruppi italiani sui mercati
del Golfo. E ho portato gli arabi a investire in Italia »
Mi
tolga una curiosità principe Idris, che nulla ha a che
fare con tutto quello che ci siamo detti. Chiamavano suo padre
Il "principe nero", perché un appellativo
cosi inquietante? «Ma
non c'era niente di inquietante, lo chiamavano il "principe
nero" perché era nero, il più scuro della
famiglia. Tutto
qui».
(torna su)
Libyan
rebels, hoping for one state, prepare for two
Washington
post
5
Aprile 2011
Tara
Bahrampour
BENGHAZI,
Libya — “One Libya, with Tripoli as its capital” is spray-painted
on walls around this rebel city and glides off the tongues of
opposition leaders. Moammar Gaddafi will fall in a week, they
predict, two at the most, and they'll build a new country then.
But as
weeks stretch into months and progress on the battlefield stalls,
this rebel-held area of Libya is settling into its status as
a de facto separate state. Since the February uprising that
ended Gaddafi's rule here, schools and many businesses have
remained closed. But police are back on the streets, hospitals
are functioning and shops are slowly reopening. Behind the scenes,
opposition leaders are feverishly courting international partners
as they work to set up a political and economic system for a
period of division that some quietly admit may stretch on indefinitely.
A
tanker arrived in the rebel-held port of Tobruk on Tuesday to
load oil for export, the first time that has happened in nearly
three weeks. Although it is unclear whether the rebels will
be able to export enough oil to keep the east afloat economically,
the tanker's arrival marked a symbolic step in the rebels' journey
from accidental revolutionaries to governors and statesmen.
Also on
Tuesday, rebel leaders for the first time welcomed to Benghazi
an official U.S. envoy, who is here both to meet opposition
leaders and provide assistance to the fledgling council that
runs affairs in the east. For the United States and other Western
powers, the rebel efforts to build the rudiments of a nation
in eastern Libya reflect the reality of a military stalemate
— one in which NATO could be ensnared for months or more. “We
don't like it, we don't want it, but this scenario might happen,”
said Fathi Baja, the rebels' head of international affairs.
When
the uprising began, “people didn't have a slight idea of what
they wanted to do, other than that they knew they wanted Gaddafi
to go,” Baja said. “Now, as we start to create some political
entities here and there, and we try to start some economic life
and create an army, we find ourselves in another stage, and
we understand that it might take a little time.”
It is no
small task. During nearly 42 years of rule by Gaddafi, economic
and political power was entrenched in Tripoli and civil society
was virtually nonexistent. The east, which had long been resistant
to Gaddafi's rule, was badly neglected. “The whole of Libya
is living in the Middle Ages,” said opposition spokeswoman Iman
Bugaighis, “but especially the east.” Mustafa Gheriani, an opposition
spokesman, said that when Gaddafi's forces pulled out amid the
uprising, “we thought it would be like Egypt — that we have
ministries, we have an institution that was running. And we
found that there was nothing.” Now, the Transitional National
Council — composed of 31 representatives, nominated by each
of the towns in the east — is responsible for creating a political,
economic and military infrastructure from scratch, a task complicated
by the fact that a war is going on just a couple of hours' drive
away. The council includes a crisis management team, which functions
as a cabinet. Many of its members have lived abroad, including
an economics minister who abruptly left his position as a University
of Washington professor in February.
The
team is learning as it goes, and putting out fires almost daily.
This week, team members dealt with a spat between the rebels'
top military leaders as well as an attack on an oilfield that
the rebels are counting on for revenue. They also hosted diplomats
from Italy, which formally recognized the rebels on Monday,
and from Great Britain, which they hope will follow. France
and Qatar have already recognized the rebels as Libya's legitimate
government.
With
plans to draft a constitution and electoral laws, opposition
leaders are consulting with experts in the United States and
Europe. The leaders say they want a democratic system, including
freedom of expression, multiple political parties and an independent
judiciary.
On
Monday the economics minister, Ali Tarhouni, presented a $1.5
billion, four-month budget that includes salaries for soldiers
and civil employees. For such a budget to be sustainable, the
east will need to start selling from its ample oil fields.
Libya
has long relied on oil, and the rebel government is working
hard to resume exports. Qatar has agreed to market the oil,
but Libya's Central Bank and National Oil Corporation were hit
with U.N. sanctions last month because of associations with
Gaddafi's family. The rebels have asked the United Nations to
exempt them from the sanctions, arguing that both entities have
split from Tripoli's version, though they have retained their
names in anticipation of reunification.
Until then,
the proceeds will go into an escrow account and the opposition
will withdraw them in the form of food, medicine and other humanitarian
aid, which would not violate the sanctions, Tarhouni said. Even
if sanctions are lifted, it is unclear whether rebel-controlled
oil will be sufficient to sustain this region, which is home
to roughly 2 million people. Before the uprising, the country
was producing 1.6 million barrels a day. Now, the rebels claim
to be producing 100,000 to 130,000.
“It's
not enough,” Baja said.
Although
the bulk of Libya's oil riches lie in fields in the central
or eastern parts of the country, the biggest export terminals
have been trading hands in the fighting. Ports at Ras Lanuf,
Brega and Es Sider are either beyond the rebels' grasp or too
heavily contested to be useful to their cause. The tanker that
arrived for loading Tuesday came in at Tobruk, which is safely
in rebel hands but has limited ability to export.
“They
have been talking about larger volumes, but I don't think they
can do that,” said Greg Priddy, an oil analyst at the Eurasia
Group.
“The
bottom line is, this is a trickle. This isn't enough to move
the needle on the world oil market,” Priddy added. “But it is
a substantial amount of money for the provisional government.”
At today's prices, he said, rebel leaders could earn about $100
million a month, enough to buy some basic foodstuffs.
One
fact that simplifies shipments from Tobruk: The oil is likely
coming from the Sarir field, which is operated by Libyans, not
foreigners. That means production can proceed without outside
companies.
But
on Monday a facility that feeds oil to Tobruk was sabotaged,
presumably by Gaddafi's forces. The damage to production has
not yet been assessed, but the attack underscored the east's
fragility. For now its leaders live in semi-hiding, with bodyguards
and safe houses, and the east is dependent on NATO airstrikes
to keep Gaddafi's forces at bay.
The rebels'
plans, whether for what will be one state or two, include a
more diverse economy. Until now, 96 percent of Libya's revenue
has come from oil; leaders here say they would like to add tourism,
agriculture and solar energy. “Libya will
never be a superpower economically,” Tarhouni said. “It will
be a small, independent state, democratic, somewhat diversified.”
(torna su)
"Il
raìs che ci ha cacciato deve andar via"
Nuova
Sardegna
3
Aprile 2011
Umberto
Aime
L'appassionato
racconto di Giovanna Ortu, presidente dei profughi italiani
della Libia
Cagliari.
Padre di Bolotana,
madre siciliana, città natale Tripoli, vive a Roma da
quarant'anni. Classe 1939, Giovanna Ortu è l'inesauribile
presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia. Degli
italiani cacciati da Tripoli e Bengasi, nel 1970. Allora furono
espulsi in ventimila da Muammar Gheddafi, pochi mesi dopo il
colpo di stato del tenentino berbero e la caduta di Re Idris.
Corsi e ricorsi della storia. Adesso è il
colonnello a rischiare.
«Rischiare? Deve andar via, per il bene della
Libia».
Ha sete di vendetta?
«Non vivo più l'età della rabbia.
Il mio lutto l'ho elaborato da tempo seppure con molto dolore.
Oggi sono qui a dire che questo è il Risorgimento di
un popolo oppresso da una lunga dittatura».
È la frase del presidente Napolitano.
«Sì ed è un'immagine stupenda,
meravigliosa che io, con molta umiltà, prendo in prestito».
Risorgimento che va aiutato, ha detto ancora il Presidente.
«Certo, è un nostro dovere stare al fianco
di chi lotta in nome della democrazia. I morti di Bengasi, sono
martiri della libertà. Basta, non possiamo lasciare i
libici nelle mani di un tiranno che spara sulla gente con i
cannoni e fa mitragliare le piazze dal cielo».
Gheddafi è stato anche il suo aguzzino.
«Io non l'ho mai conosciuto ma so bene quello
che fa adesso e quello che ha fatto ai ventimila italiani, nell'estate
del 1970. In una manciata di mesi, oltre quarant'anni fa, ci
ha privato della dignità e di quello che avevano messo
assieme in una vita».
Racconti.
«Al presente, come se fosse oggi. Mio padre,
Giovanni Maria, emigra da Bolotana a Tripoli nel 1914, quand'è
appena un liceale. Ha vinto il concorso per cancelliere di tribunale,
sceglie la Libia, in Sardegna c'è poco lavoro. Lì
si sposa con una ragazza siciliana di diciott'anni, Maria, mia
madre. È figlia dell'allora direttore della Tirrenia
trasferito a Tripoli dopo esserlo stato ad Alessandria d'Egitto».
Sfogli
l'album.
«A Tripoli
nascono i loro tre figli, tutti ancora vivi: Nella, nel 1924,
Tonino, 1934 e la sottoscritta, cinque anni dopo. Lì
la mia famiglia strappa al deserto un'azienda agricola, splendida:
ettari ed ettari di agrumi e ulivi. Lì sono rimasta fino
a trentadue anni. Lì mia figlia Antonella, nata a Roma,
ha vissuto fino a nove mesi».
Ultima data conosciuta, a Tripoli: martedì 21
luglio 1970.
«Ricordo bene il giorno della legge sull'esproprio,
che colpiva italiani ed ebrei. È una mattina allegra,
guarda caso festeggiamo il mio compleanno. La torta è
sul tavolo, ci sono due bottiglie di champagne, comprate sottobanco,
Gheddafi ha messo fuorilegge l'alcol. Prima delle candeline,
all'improvviso, è un amico a farci sapere che il nostro
mondo sta per essere spazzato via, come se niente fosse».
Quale fu la reazione in Casa Ortu?
«Restiamo tutti muti e scossi. La torta e lo
champagne finiscono nella pattumiera e noi con loro. È
stato quello il compleanno più amaro della mia vita:
ha segnato l'inizio della nostra via crucis».
Continui, anche se...
«Anche se fa ancora male. Per noi dal 22 luglio
fino a ottobre è una trafila di burocrazia ostile, vessazioni
e persino perquisizioni corporali. Sono settimane terribili,
in cui dimagrisco di tredici chili».
Cosa accadde?
«Le autorità libiche ci costringono a
consegnare i nostri beni, dal primo all'ultimo, compresi gli
orecchini che indosso. Un'umiliazione tra le lacrime».
Cacciati perché?
«Noi, i ventimila, allora fummo il capro espiatorio
delle brutalità orrende compiute dal colonialismo. Da
alcuni coloni degli anni trenta, non certo dalle nostre famiglie.
Noi c'eravamo integrati e siamo rimasti in libia anche dopo
la Seconda guerra mondiale».
Espulsi perché "figli"
del fascismo?
«Dal 1951, primo anno del regno di Idris, all'avvento
del Colonnello, la nostra vita in Libia era andata avanti bene.
Non era a Tripoli ma in Italia che alcuni ci chiamavano fascisti,
sbagliando».
Il tempo vi ha concesso la rivincita.
«Ripeto, non c'è rancore. Oggi c'è
soltanto un tumulto di sentimenti. Per Gheddafi è finita
un'epoca. Siamo alla chiusura del cerchio: è l'ora della
democrazia».
Senza il colonnello.
«Esatto. Altro non può esistere: i libici
non vogliono la spartizione della loro terra».
Gettiamo
a mare un presunto amico storico dell'Italia.
«Amico? Non direi proprio.
Da italiana ripeto: siamo stati troppo accondiscendenti nei confronti
di chi ci ha sempre ricattato con gli errori commessi dal primo
colonialismo. Gheddafi lo ha fatto per quarant'anni, fino al trattato
del 2008. È stato furbo e trasformista con gli occidentali:
era una canaglia, poi c'è mancato poco che lo facessero
santo».
Esagerata.
«No, da Roma e a Roma, quand'è stato in
visita, ha preteso onori che non gli erano dovuti. Ha ottenuto
sei corvette e mesi dopo con quelle ha sparato contro un peschereccio
italiano. Ha ottenuto risarcimenti per cinque miliardi di dollari
per i prossimi vent'anni, nonostante i conti l'Italia li avesse
già chiusi col trattato del 1956. Allora lo Stato pagò
cinque milioni in sterline, quattro miliardi in lire, più
la consegna dei beni demaniali e la confisca del nostro patrimonio,
400 miliardi dell'epoca, tre miliardi, in euro, adesso».
Doppio indennizzo, doppia beffa.
«Esatto. Il raìs ha avuto tutto quello che
voleva. Attenzione, nel 2008, noi profughi eravamo ben contenti
che ci fosse stato un riavvicinamento fra le nostre due patrie.
Non c'è piaciuto il resto».
Cosa?
«L'errore commesso da molti governi italiani, da
Prodi a Berlusconi, che hanno sempre assecondato Gheddafi nelle
bizzarrie, per poi considerarlo un interlocutore affidabile. Non
siamo riusciti a smarcarci dal ricatto del colonialismo e poi
da quelli del petrolio e dei clandestini».
Sono i giochi di ruolo, negli affari
esteri.
«Affari compiuti senza equilibrio da parte dell'Italia.
Lui con noi ha mostrato sempre i muscoli, lo Stato solo l'altra
guancia».
Baciamano compreso, quello del
presidente del Consiglio Berlusconi.
«Quello è stato un atto indegno e doloroso
per noi».
Facile dire perché.
«Nel 2008, come nel 1970, la dignità dell'Italia
e degli italiani è stata barattata sul mercato degli affari».
Quali?
«Ci sono alcuni documenti della Farnesina, oggi
non più segreti, che dicono: quarant'anni fa le nostre
famiglie furono lasciate alla loro sorte, nonostante un trattato
internazionale ci consentisse di rimanere, per tutelare gli interessi
dell'Eni e della Fiat».
Nel 1970 capitò così
e nel 2008?
«Berlusconi ha commesso lo stesso errore, tre anni
fa. Sì, purtroppo ha avuto un atteggiamento ossequioso
che, nel frattempo, Gheddafi non si era certo meritato».
Risultato?
«Che non abbiamo fatto una bella figura, nonostante
più volte al Colonnello abbiamo dato una mano per farlo
riammettere nel club mondiale dell'Onu. Ripeto, in due occasioni,
sempre sulla spinta del business, lo Stato italiano ha consentito
al raìs delle libertà inimmaginabili».
Quali?
«Le sue scorribande italiane: tende, cavalli ed
hostess».
Gheddafi ora accusa Roma di tradimento.
«Abbiamo sbagliato in passato, non sbagliamo adesso».
Torniamo ai giorni nostri: la rivolta.
«Al mondo occidentale chiedo di sostenere la protesta
esplosa nelle città. Deve farlo prima che la guerra civile
diventi guerra totale».
L'Italia fa bene a partecipare
alla missione?
«Certo e aggiungo: l'Onu si è mosso con
troppo ritardo».
E se Gheddafi dovesse rivincere?
«Non può succedere, non deve accadere. Altrimenti,
sarebbe la fine per una delle mie due patrie, la Libia».
(torna su)
Libia:
per l'Associazione Italiani Rimpatriati, "Nonostante tutto
amore intatto"
Prismanews.net
25
Marzo 2011
Mafalda
Bruno
'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL) , riunisce
20mila italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese
dal regime di Gheddafi, appena salito al potere. Una sede a
Roma e una a Latina, precisano di non essere un club di nostalgici
chiuso nelle proprie memorie ma una comunità moderna
e dinamica, che ha saputo inserirsi con successo nella società
italiana. Una grande famiglia, insomma, che ha conquistato ovunque
posizioni di rilievo, ottenendo riconoscimenti e fiducia ai
più alti livelli delle Istituzioni e della realtà
nazionale italiana.
Alla
luce del conflitto in atto in Libia, passato in queste ore sotto
il comando della NATO, Prismanews ha rivolto alcune domande
a Maria Laura Trovato , assistente personale
del presidente dell'AIRL, Giovanna Ortu .
Dottoressa
Trovato, la vostra Associazione si definisce “un osservatorio
attento e consapevole della non facile realtà libica”.
Qual è la vostra opinione sul conflitto di questi giorni?
“Dal nostro punto di vista, in qualità di “cacciati”
da Gheddafi, espropriati di tutto, ovviamente l'attuale situazione
non può che causare dolore e preoccupazione. Non per
la persona di Gheddafi, che consideriamo un dittatore sanguinario,
siamo addolorati per il popolo libico, con il quale abbiamo
sempre avuto rapporti cordiali sin da quando vivevamo in quella
terra. La nostra Associazione ha continuato sempre ad avere
rapporti con i libici, in un clima di affetto e simpatia reciproca.
C'è stato sempre un ottimo feeling tra loro e noi, al
punto che consideriamo la Libia la nostra seconda patria. Questa
guerra ora ci addolora, e la nostra speranza è che tutto
finisca presto e si riesca ad instaurare un governo democratico,
in modo che i libici possano vivere in prosperità, visto
che col petrolio che hanno possono vivere agiatamente tutti
quanti”.
Ci
racconta com' è avvenuta, nei fatti, la vostra “cacciata”
dalla Libia?
“Noi siamo stati tra i primi, nel 1970, a subire i provvedimenti
del Raìs che ci ha confiscato beni mobili e immobili
per un valore di 400 milioni di lire dell'epoca (rivalutati
a oggi 3 miliardi di euro!), costringendoci ad abbandonare le
nostre case e gli amici libici con i quali eravamo cresciuti.
La partenza dalla Libia è avvenuta in maniera traumatica:
da un giorno all'altro ci è stato chiesto di fare i bagagli,
è diventata una corsa contro il tempo per approntare
tutti i documenti di espatrio. E lì nessuno ci aiutava
ad andare via, ma ci pressavano perché andassimo via,
abbiamo dovuto fare tutto da soli e pure in fretta. All'aeroporto
alcune donne sono state sottoposte a visite ginecologiche
per verificare, prima della partenza, che non avessero rubato
gioielli”.
Secondo
voi l'Italia ha fatto bene ad unirsi al conflitto o doveva percorrere
la via diplomatica del dialogo?
“Diciamo che al punto in cui la situazione è precipitata,
unirsi al conflitto è stata un'azione doverosa perché
la Libia è geograficamente di fronte a noi e abbiamo
sempre avuto, con i libici, rapporti economici importanti. Spero
tuttavia che l'Italia tenti in tutte le maniere di fermare questa
strage di massa. Non possiamo prevedere, al momento, come andrà
a finire, soprattutto in termini di vite umane e per questo
seguiamo costantemente, e con apprensione, l'evolversi della
situazione. Siamo lieti per tutti gli aiuti umanitari
che l'Italia sta inviando al popolo libico”.
Qual era il vostro status in Libia? Eravate residenti?
“Eravamo residenti italiani rimasti in Libia, nonostante le
guerre che si sono succedute nel tempo. Poi nel '56, col Trattato
Internazionale, l'Italia ha pagato i danni coloniali, e noi
che eravamo i “nipoti” del colonizzatori, siamo rimasti a vivere
lì, peraltro in buona compagnia di altri europei, ebrei,
arabi, ecc; non c'era alcun clima di rivalità tra noi,
vivevamo pacificamente. Mio padre, per farle un esempio, costruiva
strade a Tripoli, tutti i suoi dipendenti erano arabi e lavoravano
in un clima di fattiva collaborazione. Io ho fatto le medie
e il liceo a Tripoli: non c'era nessun clima di astio o diffidenza
nei nostri confronti”.
E cosa è accaduto al vostro rientro in Italia?
Come siete stati accolti?
“Nient'affatto bene: eravamo tacciati come fascisti che tornavano
con la coda tra le gambe. In più, le voci erano che in
Libia ci eravamo arricchiti mentre - le ripeto - siamo dovuti
tornare senza nulla, con a malapena i vestiti addosso e i documenti.
Abbiamo perso tutto lasciando la Libia. E da quei giorni tragici,
il nostro Governo non è stato mai in grado di varare
una legge che ci consentisse di poter tornare in Libia: non
siamo più riusciti a metterci piede , neanche per un
breve soggiorno di turismo. Perché eravamo, e siamo ancora,
schedati come colonialisti. E di quello che avevamo in Libia,
ci è stata restituita solo una minima parte. Ecco perché
la nostra rivendicazione è ancora oggi contro il Governo
italiano, non quello libico”.
Esprimiamo un desiderio: fine della
guerra, Libia libera e democratica…
“Magari! Certamente sarebbe festa grande per noi e per loro: sono
certa che se potessimo tornare lì, ci accoglierebbero con
enorme affetto e cordialità. Nonostante tutto, lo avrà
capito, il nostro amore per la Libia è rimasto intatto”.
(torna su)
Raìs
spietato con gli italiani perdonato da tutti i governi
Il
Tempo
27
Marzo 2011
Federico
Guiglia
p.
1
Dopo
i libici, che da quarantadue anni erano in balìa di un
tiranno sanguinario - come oggi, che facile! tutti riconoscono
- gli italiani rimpatriati da Tripoli nel 1970 sono state le
vittime dimenticate della tragedia. Cacciati dalla mattina alla
sera e i loro beni confiscati da Gheddafi ma la storia di questa
violenza inaudita e non udita è stata cancellata, come
se l'espulsione di ventimila connazionali dalla terra in cui
erano nati o cresciuti potesse essere un dettaglio. O peggio,
un pedaggio da pagare in nome e per conto dei trisavoli che
nel 1911 avevano colonizzato la Libia quando ancora non era
la Libia.
Se
invece il mondo libero, e soprattutto i governi del nostro Paese
avessero dato a quel precedente ignominioso del 1970 il rilievo
politico-diplomatico che meritava, se l'Italia e i suoi alleati
avessero prestato attenzione a quel sopruso anti-italiano, non
avremmo dovuto attendere né la bomba dell'aereo a Lockerbie
(21 dicembre 1988, 270 innocenti ammazzati) né le persecuzioni
e le torture ricorrenti alla sua gente dissidente per capire
chi fosse Gheddafi. L'uomo che era salito al potere, oltretutto,
con un colpo di Stato: anche nella scelta del mezzo si dovrebbe
cogliere il fine che uno si propone. C'è da inorridire,
allora, a vedere quanto, negli anni, i governi della Repubblica
abbiano snobbato il grido di dolore degli esuli in patria. Esuli
due volte: dalla Libia, la radice degli affetti, e dall'Italia,
la madrepatria che si mostrava indifferente rispetto al dramma
di massa. Al contrario, la politica nazionale s'incaricava non
già di far valere le ragioni, anche diplomatiche, per
sollevare la questione dell'espatrio violento nelle sedi internazionali
preposte, a cominciare dalle Nazioni Unite, ma per confortare
il dittatore che se ne era reso responsabile. Era in ballo un
principio, nazionale e internazionale, di giustizia, non solamente
le note questioni economiche e petrolifere, all'insegna delle
quali le classi dirigenti hanno invece accettato ogni genere
di sopraffazione. Compresa quello d'aver firmato un cosiddetto
trattato di amicizia con chi s'era inventato persino la giornata
dell'inimicizia anti-italiana. Trattato nel quale neppure in
una piccola nota a piè pagina figurava un riferimento
all'esodo dei nostri connazionali depredati d'ogni bene.
Si badi: quest'atteggiamento vile
ha riguardato proprio tutti e senza eccezioni, perché ogni
governo, nel tempo, pretendeva di «chiudere la controversia»
con chi voleva mantenerla sempre aperta, e incurante del fatto
che tale controversia fosse già stata conclusa negli anni
Cinquanta con accordi internazionali nero su bianco. Ma pretendevano
di chiuderla, tale istigata controversia, arrendendosi al punto
di vista unilaterale e provocatorio della controparte, che già
aveva fatto vedere di che pasta fosse fatto. Intendiamoci, c'è
una ragion di Stato per tutti, e i vicini di casa, com'è
noto, uno non se li può scegliere. Ma neanche i libici
avevano scelto Gheddafi, mai avendolo votato, e soltanto sopportato
per paura, anzi, per terrore o per convenienza di chi con lui
condivideva violenza e privilegio. Adesso i rimpatriati dalla
Libia potrebbero chiedere «riparazioni» e recriminare:
«Visto che l'avevamo detto?». Quei connazionali che
hanno sofferto, e che in larga maggioranza ormai hanno i capelli
bianchi, oggi invece preferiscono dare pubblico sostegno ai libici
che si battono per la libertà. Quarant'anni dopo, le vittime
stanno dalla parte delle vittime, a conferma della vera e grande
riconciliazione che gli italiani e i libici avevano fatto da tempo,
nonostante quel bugiardo di Gheddafi e quei creduloni dei nostri
governanti.
(torna su)
E'
ora di finirla con il vittimismo
Il
Tempo
27
Marzo 2011
Mario
Sechi
p.
1
Questa
volta ha ragione Bossi. Non riesco a capire come di fronte a
una guerra, un'emergenza umanitaria, il ministro degli Esteri
possa pensare di risolvere tutto con un bonus in denaro per
il rientro del clandestino a casa. Non è una soluzione,
ma la complicazione del problema. Immagino la scena: mercanti
di uomini e donne che organizzano l'industria dell'andata e
del ritorno per incassare il premio. Solo che l'incasso finisce
tutto nelle mani se va bene di profittatori, se va male di organizzazioni
terroristiche.
Se volevamo raggiungere l'apice del surreale
nella vicenda libica ci stiamo riuscendo. Francia e Inghilterra
stanno muovendo pedine importanti per controllare il Mediterraneo.
Mi dispiace che la maggioranza agiti un complotto: Parigi e Londra
fanno il loro interesse nazionale. Noi dobbiamo essere capaci
di fare altrettanto ma non ci riusciremo con il vittimismo. Bisognerebbe
soltanto allinearsi all'Occidente, sfruttare la nostra conoscenza
del mondo arabo e del Medioriente, mettere in campo le nostre
ben addestrate forze armate. Gheddafi cadrà. È meglio
se una spinta gliela diamo pure noi. Altrimenti qualcun altro
ci prenderà a calci per buttarci fuori dal mare Nostrum.
(torna su)
L'Europa
che non vuole disturbare Gheddafi
La
Repubblica
Adriano
Sofri
17
Marzo 2011
P.
1
Quando
leggete queste righe, forse Bengasi è caduta, e finalmente
la famosa Comunità Internazionale potrà dire,
sospirando, che è troppo tardi per intervenire. Potrà
aggiungere, alzando le spalle, che i ribelli hanno millantato
credito e si sono fatti espugnare con qualche bombardamento
e "col gesso". Solo che non è più in
questione il credito militare dei ribelli, ma la sorte di una
popolazione civile in balia della rappresaglia. Per parlare
di oggi, vorrei ricordare due date dell' altro ieri. Il 15 aprile
1986 due missili Scud lanciati dalla Libia si inabissarono a
un paio di chilometri dalla costa di Lampedusa. Undici giorni
dopo, il 26 aprile, esplose il reattore di Chernobyl.I missili
libici rispondevano a un massiccio attacco aereo americano mirato
a uccidere Gheddafi. Uccise una sua figlia piccola e alcuni
civili, il dittatore se la cavò (avvertito, si disse
poi, dal governo di Craxi e Andreotti). Quanto alla nube di
Chernobyl, fu portata qua e là sull' Europa; da noi si
presero misure restrittive sul latte e le verdure. Lampedusa,
che non era ancora così affollata, apparve per un momento
come una fortunata terra di nessuno, appena a nord della gittata
dei missili libici, appena a sud della nuvola radioattiva. Sono
passati venticinque anni, Gheddafi completa la riconquista,
la Comunità Internazionale maschera meglio l' imbarazzo
dietro la commozione per il disastro giapponese e lo spavento
nucleare. Che cosa è successo, in venticinque anni, che
ha fatto passare da una ritorsione militare americana condotta
con ben 24 bombardieri su molti obiettivi libici, comprese Tripoli
e Bengasi, il cui movente dichiarato era l' attentato sanguinoso
in una discoteca tedesca, all' omissione di ogni azione quando
il dittatore scatena contro la popolazione insorta la sua schiacciante
macchina militare? Tante cose, certo, dalla Somalia 1993 all'
11 settembre, e la guerra in Iraq e in Afghanistan ... Questo
spiega l' astensione di Obama, benché non le dia ragione.
Ma l'Europa? L'Europa fa affari grossi in armi, ma quando si
tratti di un' azione di polizia diventa più pacifista
di un fachiro indù, "per non disturbare". L'
Europa è quella che ha lasciato massacrare la Bosnia
per anni - e la Bosnia era europea - finché Clinton ne
ebbe abbastanza. Dall' Europa si vedeva il fumo di Sarajevo
a occhio nudo, si vede a occhio nudo il fumo di Bengasi. Il
fumo è la verità dell' Europa. Non si accorgono,
le potenze democratiche (le chiamiamo così?) che una
simile inerzia di fronte alla rappresaglia dei miliziani di
Gheddafi rivaluta a posteriori l' impresa unilaterale di Bush
contro Saddam? Saddam scommise, come Gheddafi oggi, sull' impotenza
delle potenze democratiche, lui sbagliò la sua puntata,
Gheddafi l' ha azzeccata, a quanto pare. Le potenze democratiche
l'hanno bandito e additato al tribunale internazionale, gli
hanno dato tutto il tempo di riaversi dal colpo della ribellione
e di ricomprarsi le sue forze armate, e hanno fatto da spettatrici
a una riconquista che consegna alla vendetta una gente inerme.
La quale, ubriaca di liberazione, ha avuto l' ingenuità
di intimargli la resa, come un condannato può intimarla
al plotone di esecuzione, convinta di avere alle spalle il sostegno,
oltre che gli applausi, delle potenze democratiche. Il dilemma
è ormai antico, nuovo è solo il contesto in cui
si pone. Che esistano una giustizia e un tribunale internazionale
senza che esista una polizia internazionale è una boutade.
La giustizia internazionale - se non l' aspirazione morale,
il minimo di legalità nelle relazioni sociali - sconta
l' incapacità a misurarsi con corpi separati troppo potenti,
come le banche troppo grandi per fallire, gli Stati troppo grossi
per essere messi agli arresti, a cominciare dal più grosso,
la Cina. Ma se Cina e Russia sono troppo grosse per fischiar
loro la contravvenzione, non lo siano almeno tanto da imporre
il veto ad azioni di difesa del diritto e delle vite umane in
ogni punto del pianeta. Gheddafi può essere arrestato,
o mandato a quel paese, almeno quando una buona parte dei suoi
sudditi gli si è ribellata. Si può avanzare un'
obiezione, cui peraltro ha già risposto il diritto-dovere
di ingerenza umanitaria, dove se ne diano le condizioni, e qui
perfino l' avventurosa imputazione di crimini contro l' umanità:
che un' insurrezione che non conti sulle proprie forze non è
legittimata a vincere. Non è vero, e lo è stato
molto di rado, Risorgimento compreso, per non dire della Resistenza.
Una moderna dittatura dinastica e tribale, come quella di Gheddafi,
confisca una ricchezza sufficiente a mantenere una vasta base
sociale e una forte milizia pretoriana, sfruttando un lavoro
servile innumerevole, un popolo di formiche invisibile fino
a che non si è rovesciato sui confini. Ci sono in Africa
situazioni esemplarmente complementari, quella libica, dove
una rivolta ottiene un vastissimo riconoscimento internazionale,
inclusa la Lega araba, e viene abbandonata alla repressione,
e quella della Costa d' Avorio, in cui la vittoria di un candidato
- Ouattara - in elezioni riconosciute regolari dall' Unione
africana, viene rifiutata dal despota uscente, Gbagbo, precipitando
il paese nel sangue. E intanto l' unico intervento militare
straniero avviene nel Bahrein ad opera dell' Arabia Saudita,
e sia pure su richiesta del sovrano, per soffocare la ribellione
della maggioranza sciita. È difficile certo seguire una
rotta ferma nell' incandescenza del mondo, e tanto meno una
rotta che non voglia deridere troppo i principii solennemente
proclamati. Ma il piccolo cabotaggio non rende quando le onde
sono così alte. L' Europa sembra più divisa che
mai. La Francia di Sarkozy l' ha sparata troppo grossa e intempestiva
per non dare l' impressione di cedere a un tornaconto elettorale,
a qualche vanità personale, e al peso delle perdite in
Afghanistan o della disgraziata operazione di liberazione di
ostaggi in Niger: ma almeno l' ha detto. Così la combattiva
posizione di Cameron, che in altri tempi sarebbe stata presa
sul serio, ha un timbro meramente retorico. (E c' è solo
da augurarsi che la riconsegna, nell' estate 2009, di Al-Megrahi,
l' "eroe nazionale" di Lockerbie, non abbia aperto
la strada alla concessione di prospezioni di profondità
nel Golfo della Sirte, nell' estate scorsa, a quella BP fresca
del disastro nel Golfo del Messico; rispetto al quale il Mediterraneo
è una piscina domestica). Angela Merkel ha usato un'
espressione rivelatrice: vuole «aspettare e vedere come
si evolve la situazione». I prossimi popoli che covano
voglie di ribellione e libertà sono avvisati. Si direbbe
che le stonature stridenti nei pronunciamenti europei siano
in effetti il concerto di un continente unito nell' intenzione
di lavarsene reciprocamente le mani. L' Italia poi è
irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende
lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne
vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile.
Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci
come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare.
E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo
per qualunque sbocco, l'Europa prende, cioè perde, tempo.
È questo perdere tempo, l' Europa.
(torna su)
Fuga
dalla Libia, 44 anni fa l'esodo:<<Tripoli nel '67, provo
la stessa angoscia>>
Corriere
della Sera
22
Febbraio 2011
Paolo
Brogi
Intervista
al professor David Meghnagi.
Gli
ebrei italiani espulsi da Gheddafi, tracciano un parallelo tra
il pogrom e l'attualità: «Avevo 18 anni, provo
uguale strazio per i bimbi e la gente innocente».
«Provo
di nuovo l'angoscia di allora, di quel mese asserragliati in
casa con la paura di essere uccisi da un momento all'altro …».
Tripoli, 1967. La Libia caccia gli ebrei dal paese. David Meghnagi
è uno di quegli ebrei che scampano al pogrom, arriva
in Italia con altri otto familiari, oggi è professore
di psicologia clinica all'università di Roma Tre dove
dirige anche il Master sulla Shoah. Nelle immagini di queste
ore dalla Libia ha rivisto quelle giornate tragiche di allora,
della sua giovinezza: aveva solo 18 anni. E per un mese visse
recluso in casa nell'attesa da un momento all'altro di essere
ucciso.
Il
destino di un paese -
«Angoscia certo per quel che vedo, per i bambini e la
gente innocente. Tragico destino per un Paese che aveva tutto
per uscire dal sottosviluppo e che oggi implode come risultato
di una violenza cumulativa che ha colpito prima le minoranze
indifese (prima gli ebrei derubati e fuggiti in silenzio da
tutto il mondo arabo, poi gli italiani che erano rimasti dopo
l'indipendenza del Paese, derubati e cacciati da un giorno all'altro)
e che oggi si rovescia in modo indifferenziato».
«Tutto quel giugno del 1967, che precedette la guerra
arabo-israeliana, lo passammo a Tripoli con l'attesa di una
catastrofe che sentivamo stava per abbattersi sulle nostre vite
– ricorda oggi Meghnagi -. Se scoppiava la guerra, noi ebrei
di Libia sapevamo di essere degli ostaggi, vivevamo alla giornata
con grande angoscia. E poi la guerra scoppiò davvero…».
Di
nuovo al fronte -
«La mia famiglia era composta di otto persone, cinque
figli maschi e una figlia femmina più i miei genitori
– va avanti Meghnagi -. Papà gestiva una piccola agenzia
per sbrigare documenti, mamma era casalinga. Durante la seconda
guerra mondiale la nostra famiglia aveva perso tutti i suoi
beni. Alle sofferenze patite sotto il fascismo seguirono i pogrom
arabi del 1945 e del 1948». Una condizione comune ad altri
in ciò che era rimasto della comunità ebraica
a Tripoli, «dove eravamo ridotti a 5300 persone dalle
35-40 mila della guerra».
Con la nascita di Israele la maggioranza gli ebrei emigrarono
in massa in Israele con la speranza di una vita diversa. «Chi
rimase visse in un lungo limbo. Nel 1967 ci ritrovammo di nuovo
di fronte alla minaccia di un altro, definitivo pogrom. Per
le strade giravano folle urlanti, alla radio Israele veniva
dato per distrutto, riuscimmo a chiuderci in casa in un palazzotto
dove per fortuna risiedevano solo ebrei. Eravamo in tutto in
52».
Minacce
al telefono -
«Comunicavamo con l'esterno con estrema difficoltà
- ricorda il docente di Roma Tre -, avendo un solo telefono,
sul quale ricevevamo di continuo anche minacce. Ricordo quella
casa di corso Giaddat Omar El Mukhtar conosciuto anche come
Corso Sicilia. Siamo restati asserragliati là dentro
un intero mese, non potevamo uscire».
Altri ebrei come quelli dell'antico quartiere ebraico di Tripoli
erano stati invece trasferiti nel campo di Grungi. «Cosa
aspettavamo? Uno schiarimento, non perdevamo la speranza di
potercene andare via, solo che occorrevano documenti, chi ne
aveva di inglesi o italiani aveva qualche chance, noi Meghnagi
non disponevamo di documenti».
Salvacondotto
- «Voglio
ricordare che gli ebrei in Cirenaica c'erano da oltre duemila
anni, c'è una città romana che si chiama Yahudia
(in arabo Giudea). Gli ebrei vivevano anche all'interno del
paese, molto prima delle invasioni arabe. Alla fine ci rilasciarono
un visto di uscita. Le vecchie classi dirigenti, lo ripeto,
ci fornirono un salvacondotto. C'era una contraddizione tra
quelle classi e le nuove che stavano emergendo e che avrebbero
portato al potere Gheddafi…».
Campi
profughi a Latina - «L'Italia
ci accolse con i campi profughi di Latina e Capua – prosegue
Meghnagi -. Per fortuna ci aiutarono le istituzioni ebraiche
di assistenza americane (la Joint). E ci fui preziosa l'amicizia
della comunità ebraica romana. Comunque bisognava arrangiarsi,
Io ho fatto la guida turistica per qualche mese, ho dato lezioni
private di latino che conoscevo bene, lavorato come commesso».
«Intanto continuavo a studiare - ricorda il professore
-. Conclusi gli esami di filosofia con sei mesi di anticipo,
ma dovetti attendere per legge prima di laurearmi. Poi mi sono
specializzato in sociologia a cui poi ho aggiunto una formazione
psicoanalitica. Ho continuato a studiare l'arabo e ad approfondire
la cultura ebraica. Anche i miei fratelli si sono arrangiati
allo stesso modo. Poi mettevamo tutto insieme, siamo andati
avanti così».
Conta
solo il futuro - Quarant'anni
dopo l'ex esule, di fronte alle drammatiche notizie da Tripoli,
consegna una riflessione di speranza: «Mi sono lasciato
alle spalle il dolore - dice Meghnagi -. Ciò che conta
è il futuro, poter offrire ospitalità alle generazioni
che verranno. Oggi assistiamo tragicamente a un epilogo che
avrà conseguenze su tutto il Nord Africa e anche per
l'Europa. Abbiamo di fronte dopo la tragedia del colonialismo
l'esito fallimentare dei processi di decolonizzazione, il fallimento
del rapporto tra l'Europa e i Paesi arabi, il fallimento dei
regimi arabi incapaci di accettare Israele, unico Paese democratico
finora dell'intera area . Eppure, se solo accettassero Israele,
come sarebbe diversa la storia della regione. Unendo le loro
risorse e intelligenze, arabi e israeliani potrebbero scrivere
con l'Europa e l'Africa una pagina nuova della storia».
(torna su)
Quelle
parole sul nostro paese
Corriere
della Sera
3
marzo 2011
Sergio
Romano
p.1
Le
parole pronunciate da Gheddafi sull'Italia possono sorprendere
il presidente del Consiglio, probabilmente convinto di avere
stretto con il colonnello libico un rapporto infrangibile fondato
sulla reciproca ammirazione e sugli interessi comuni. Non possono
sorprendere chiunque abbia qualche familiarità con il
trattamento che Gheddafi ha riservato all'Italia sin dal giorno
in cui conquistò il potere a Tripoli nel 1969.
Non vi è stato momento della sua lunga dittatura in cui
il Colonnello abbia rinunciato a usare il colonialismo italiano
come una piaga aperta della memoria nazionale. Se ne è
servito per distinguersi da Idris, il re bonario e saggio che
aveva stabilito rapporti cordiali con l'Italia, aperto il Paese
all'Eni nel 1959, lasciato che gli italiani vivessero indisturbati
e svolgessero attività utili per il suo Paese. Se ne
è servito per dimostrare che nessuno meglio di lui incarnava
l'orgoglio nazionale. Se ne è servito anche quando investiva
denaro nelle imprese italiane, riceveva i ministri italiani
nella sua tenda, stringeva calorosamente la mano dei nostri
presidenti del Consiglio. Si potrebbe sostenere che nulla gli
importava veramente quanto la possibilità di dire ai
suoi connazionali, con parecchie forzature, che all'origine
dello Stato libico vi erano le sofferenze e le umiliazioni subite
durante il periodo coloniale. L'anticolonialismo e la denuncia
delle colpe italiane sono stati lo zoccolo del suo potere, l'argomento
retorico che gli consentiva di rappresentare se stesso come
l'uomo che aveva liberato i libici dallo stato di soggezione
morale e psicologica in cui avevano continuato a vivere durante
il regno di Idris.
Beninteso, questo non gli ha impedito di fare affari con l'Italia
e con la sua maggiore compagnia petrolifera. Ma accusarlo di
duplicità sarebbe sbagliato. Duplice è l'uomo
che nasconde i suoi pensieri e le sue intenzioni. Gheddafi,
invece, ha agito sempre su due piani egualmente visibili. Era
pronto a trattare con l'Italia, ma non avrebbe mai smesso di
usarla come la bestia nera del suo Paese, il nemico secolare
della nazione. Ne abbiamo avuto una ennesima prova quando ha
portato con sé, durante la visita a Roma, un veterano
della resistenza anti-italiana e appiccicato sul bavero della
sua giacca il ritratto di Omar el-Mukhtar, il leader cirenaico
che il generale Graziani fece impiccare nel settembre 1931.
È davvero sorprendente che questo nuovo attacco all'Italia
coincida con una fase in cui il suo potere è traballante?
Mai il «nemico italiano» gli è stato utile
come in questo momento. Per certi aspetti l'ennesima sfuriata
anti-italiana è un segno della precarietà della
sua situazione.
Potremmo alzare le spalle e compatirlo se non avessimo il sentimento
di avere contribuito al suo disprezzo. Ho sempre pensato che
l'Italia avesse un interesse, non soltanto economico, a seppellire
il passato. Tutti i maggiori Paesi coloniali (la Francia in
Algeria, la Gran Bretagna in India, la Spagna in Marocco) hanno
sacrificato un po' del loro orgoglio e riconosciuto le loro
colpe. L'Italia e la Libia vivono nello stesso mare, hanno economie
complementari, e la conflittualità permanente non può
giovare né all'una né all'altra. L'accordo con
la Libia è stato voluto da tutti i governi italiani.
Ma sarebbe stato preferibile raggiungere l'obiettivo con lo
stile di Giulio Andreotti, tanto per fare un esempio, piuttosto
che con quello di Silvio Berlusconi. Dopo l'ultimo discorso
di Gheddafi, il ricordo del suo trionfale viaggio a Roma diventa
insopportabilmente penoso
(torna su)
La
follia di Gheddafi ci ha reso fratelli
Secolo
D'Italia
Federico
Locchi
26
Febbraio 2011
p.
5
Certi
eventi della vita lasciano ferite profonde ma danno anche la
possibilità di guardare la storia da una prospettiva
privilegiata. Quando osserva i fatti di Tripoli, Giovanna
Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia , vive una situazione simile. I 20 mila
italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese in cui
risiedevano da un Gheddafi appena salito al potere, conoscono
bene ciò che accade di là dal Mediterraneo, per
ché lì hanno lasciato un pezzo di cuore.
Signora
Ortu, ha visto che caos in Libia?
La
avverto che non credo di essere la persona più obietti
va del mondo su questo tema. Sa, ho il dente avvelenato ...
Fa
niente, è proprio la sua passione che ci interessa.
Allora, è stata sorpresa dalla rapida escalation
della crisi libica?
No,
non mi ha sorpreso. Solo qualche giorno fa delle persone
di ritorno dalla Libia mi avevano detto: Tira un'aria strana
lì ...
Posso
chiederle chi erano?
Due
esponenti della nostra associazione. Tornavano dalla Libia dove
erano stati nell'ambito della nostra operazione di restauro
dei cimiteri italiani. Molti erano in condizioni penose. Quelli
che non sono stati profanati, ovviamente. È un operazione
a cui teniamo particolarmente e in tutto ciò la Farnesina
e Gianfranco Fini, quando era ministro degli Esteri, ci
hanno aiutato molto.
E
queste persone le hanno anticipato che qualcosa stava cambiando?
In
generale sì, anche se era inimmaginabile quello
che poi è effettivamente successo.
Che
idea si è fatta di questa rivolta?
Le
notizie che giungono da lì mi addolorano molto.
Una fonte autorevole mi ha detto che ci sarebbero sparatorie
sui civili, con membri delle milizie che sparano dalle ambulanze.
Non so se è vero, ma la fonte è piuttosto sicura.
Spero comunque che questo anelito di libertà trovi
sbocco nella fine di un uomo che ci ha fatto molto soffrire.
Un
uomo che però sembra va essere divenuto il miglior amico
dell'Italia, ultimamente ...
Qualche
giorno fa ho letto un'intervista a Dini e diceva, più
o meno: con lui ci siamo trovati bene. perché cambiare?
Sono inorridita. Gheddafi ci ha cacciato a pedate nel sedere!
Realpolitik,
dicono ...
Ma
guardi che io lo capisco. Noi ci siamo sacrificati, in onore
della Realpolitik. Eravamo 20 mila, non poteva ma condizionare
58 milioni di persone. Ma da subito si è presa una china
come su di un piano inclinato che poi è divenuta valanga.
Va bene tutelare gli interessi, ma bisognerebbe trovare un giusto
mezzo. Prenda Berlusconi...
Un
grande amico del Colonnello ...
Mi
ha fatto rimanere molto male. Insomma. lui è anche il
mio presidente del Consiglio. Eppure fino ad ora non ci ha mai
ricevuto.
Intanto
impazza il dibattito sul "che fare" rispetto all'emergenza
...
È
un dibattito sballato, sta prevalendo il calcolo utilitaristico
mentre di là c'è la guerra civile. Dovrebbe prevalere
il cuore e l'autentica solidarietà. Bisognerebbe predisporsi
all'accoglienza rispetto a un'emergenza che non può che
essere transitoria.
I
rapporti fra i due popoli usciranno compromessi dalla crisi?
Al
contrario, saranno rafforzati…
Ma
quanto c'è di autentico nella retorica anti-italiana
che per anni ha diffuso Gheddafi?
Guardi,
i libici ci amano. Anche quando ci hanno cacciato, con
la voce del Colonnello che dagli altoparlanti inneggiava alla
caccia all'italiano, non ci hanno torto un capello”.
La
ferita del colonialismo è ancora viva?
Ci
sono sicuramente state pagine vergognose nella nostra colonizzazione.
Ma di questo non devo rispondere io, che parlo a nome di una
collettività umana che ha vissuto in armonia con la popolazione
locale ed è stata cacciata violando un trattato.
E comunque non si può giudicare col senno del poi. Anche
perché bisognerebbe parlare pure del buono che abbiamo
fatto. Basti pensare all'architettura razionalista di Tripoli.
E
ora?
Diventeremo
fratelli, perché loro per Gheddafi hanno sofferto più
di noi e ora pagheranno un prezzo altissimo…
(torna su)
Sono
nato in Cirenaica adesso è il regno del terrore
Il
corriere della sera
21
Febbraio 2011
Marco
Nese
p.3
Ho
molti amici là, ma ho paura a chiamarli perché
le comunicazioni sono intercettate. «A marzo sarei tornato
in Libia. Ma un mese fa al ministero degli Esteri mi sconsigliarono.
C' erano già segnali di turbolenza». L' ingegner
Francesco Prestopino in Libia c' è nato. «Sono
nato proprio a Bengasi, la città che in questo momento
è sotto assedio. Ho tanti amici laggiù. Evito
di chiamarli al telefono perché le comunicazioni sono
intercettate e loro potrebbero subire brutte conseguenze».
Nato nel 1934, Prestopino, vicepresidente dell' associazione
degli italiani espulsi, è tornato a Bengasi a metà
degli anni 70. «Mi ero laureato in ingegneria civile a
Bologna e sono andato a lavorare laggiù prima con la
Lodigiani e poi con la Impregilo». Sotto la direzione
di Prestopino sono sorti in Libia il porto industriale di Marsa
el-Brega, il complesso petrolchimico di Ras Lanuf, il complesso
siderurgico di Misurata e il porto militare di Homs. Durante
i dieci anni in cui ha seguito la costruzione di queste opere,
Prestopino abitava a Bengasi e ricorda che già a quel
tempo la gente mal sopportava la dittatura di Gheddafi. «In
tutta l' area della Cirenaica i libici erano amareggiati per
quello che il colonnello aveva fatto a re Idris. Loro amavano
il re. Gheddafi ne era consapevole e aveva piazzato spie dappertutto.
Li teneva in pugno col terrore. Nessuno osava aprire bocca,
ma si vedeva che dentro ribollivano di odio».
(torna su)
Raffiche
di mitra e finto tripudio nella capitale ormai impazzita
La
Stampa
Guido
Ruotolo
7
Marzo 2011
p.
1
E'
buio pesto alle cinque del mattino, che in Italia sono le quattro.
Sveglia di soprassalto. Colpi di Kalashnikov, o almeno sembrano
tali. In pochi secondi siamo tutti pronti a muoverci, nel caso
fosse necessario. Insomma, pronti a evacuare. Del resto si dorme
vestiti ormai da più di dieci giorni. Dagli angoli delle
finestre si vedono i traccianti in aria. Fa paura Tripoli perché
sembra giunta l'ora fatale, la resa dei conti e trovandoci qui,
con questi protagonisti, la resa che si annuncia potrebbe essere
senza esclusione di colpi. Era atteso questo momento ormai da
più di due settimane, da quel 17 febbraio quando è
iniziata la rivolta in Cirenaica. Sì, anche a Tripoli
si era sparato le prime notti, tra il 20 e il 22 febbraio -
ma mai come questa notte -, poi, è vero, c'erano state
le proteste del venerdì, all'uscita dalle moschee dove
i fedeli erano andati a pregare, represse duramente, con morti
e feriti. E le retate nelle case degli oppositori, e Internet
che da giovedì ci ha lasciati. Ma in sostanza Tripoli
continuava ad essere saldamente in mano a Gheddafi e alle sue
milizie. E la città con i suoi due milioni e mezzo di
abitanti rappresenta quasi la metà della popolazione
della Libia.
Dunque, colpi di Kalashnikov, poi quelli sordi delle pistole
e quelli inconfondibili delle mitragliatrici pesanti poste sui
gipponi. Addirittura, nel silenzio della notte, c'è chi
riusciva a ricostruire da dove venivano sparati i colpi disegnando
così una mappa della città che combatteva.
I primi colpi sono partiti da Tajura, il quartiere ribelle protagonista
delle proteste di questi giorni. Siamo in periferia, i colpi
si avvicinano. Il lungomare, il porto, il quartiere Dhara dove
si trovano alcune ambasciate, compresa la nostra. Le sparatorie
si sentono anche verso Piazza Verde, la piazza della Rivoluzione,
e poi dietro la Medina, l'hotel Corinthia.
Per un'ora si va avanti con le stesse sequenze: come fossero
fraseggi di sparatorie seguiti poi da silenzi, pause. Pochi
secondi e via di nuovo con i colpi. Certi proiettili sembra
che ti sfiorino, si fa attenzione a non sporgere il corpo, a
ripararsi dietro le finestre e le mura delle scale. C'è
un guardiano di un edificio vicino che impugna il Kalashnikov
e si diverte a colpire come se fosse un bersaglio posto a terra.
Ogni tanto il fragore degli spari viene interrotto dal passare
di sirene e lampeggianti. Si vedono cortei di auto della polizia,
gipponi carichi di miliziani. Le prime luci dell'alba. Strane
sensazioni che devono essere messe a fuoco. Indizi di un qualcosa
che non quadra. Una cantilena viene diffusa da un megafono,
da un altoparlante. E poco dopo anche la preghiera del muezzin,
come se nulla fosse. E poi quelli che erano traccianti si trasformano
in fuochi d'artificio. Sono ormai le sette e passa del mattino.
Un paio d'ore e qualcosa in più di sparatorie. Dietro
il maestoso Corinthia, l'hotel di lusso dei maltesi, di fronte
alla Medina, più che traccianti si vedono quelli che
sembrano fuochi d'artificio.
Ma come, siamo all'alba di domenica, che qui è come se
fosse il nostro lunedì, inizio di settimana lavorativa,
e si spara all'impazzata e poi si fanno esplodere fuochi d'artificio?
Quale festa ci siamo persi? C'è qualcosa che non quadra.
Lentamente diventano nitidi i contorni di questa scena sfocata.
La televisione di stato annuncia che il Leader, Muammar Gheddafi,
ha trovato una intesa con le più importanti tribù,
c'è una tregua, si stanno riconquistando le città
ribelli della Cirenaica e non solo: Tobruk, Raf Lanouf, Misurata.
Può cadere anche Bengasi da un momento all'altro. Tutte
notizie smentite poco dopo dai portavoce dei ribelli, del Consiglio
nazionale libico che ha sede a Bengasi.
La sonnolenta Tripoli è sveglia oramai. Dal tetto si
vedono scene di tripudio. Cortei di centinaia di auto, di jeep,
di monovolumi, di camioncini carichi all'inverosimile sono imbottigliati
sul lungomare, in direzione Piazza Verde. Clacson e colpi di
mitra o pistola sono la colonna sonora di questa domenica mattina.
Dopo tre ore di sparatorie, la città impazzita si riversa
per le strade.
È vero, sicuramente sono i fedelissimi del raiss, che
non fanno mistero di adorare il Colonnello come se fosse un
mito vivente, baciando la sua immagine. Però colpisce
questa prova di forza. Gheddafi è in grado di mobilitare
la piazza anche all'alba di una domenica mattina. Anche se con
la menzogna, colpisce questa capacità del raiss di fare
propaganda, di essere il protagonista per nulla messo all'angolo
degli avvenimenti.
Lascia gli ormeggi un rimorchiatore stracarico di persone. Festeggia
anche lui la vittoria, con la sirena assordante va avanti e
indietro, di fronte al lungomare. La televisione di stato diffonde
le immagini di Piazza Verde piena di bandiere verdi.
Che prova di forza, riuscitissima, questa del Leader. Che minaccia:
«Se cado io migliaia e migliaia di stranieri vi invaderanno».
Altro che all'angolo. Il raiss sfida l'Occidente. Chi lo ha
dato per sconfitto deve ricredersi. Venderà cara la pelle,
Gheddafi. E lo ha dimostrato in questi giorni.
(torna su)
Le
conquiste della Libia a suon di petrodollari
Il
Sole 24 Ore
2
Marzo 2011
Morya
Longo
p.
2
Quando
ieri il gruppo inglese Pearson ha congelato la quota del 3,27%
in mano al fondo sovrano libico, i vertici della banca italiana
Ubae devono avere sentito un brivido nella schiena. I'istituto,
joint venture italo-libica, è infatti posseduto al 67,55%
da Tripoli. E lo stesso brivido l'hanno sentito probabilmente
in tanti: Tripoli, attraverso i suoi veicoli finanziari, è
infatti presente come azionista in almeno 60 società
internazionali. Non esiste una mappa completa delle partecipazioni
libiche, ne degli interessi economici, ne dei depositi all'estero.
Ma Il Sole 24 Ore, consultando molteplici fonti, ne ha costruita
una. Parziale, certo. Ma sufficiente per capire quanto la guerra
civile in Libia e i congelamenti di fondi possano frenare o
rendere più difficile l'operatività di società
in tutto il mondo. Insomma: tutti guardano all'effetto-petrolio
ma le conseguenze economico-finanziarie della crisi libica potrebbero
avere una portata molto più ampia.
E
incredibile come un paese, uscito dalle sanzioni internazionali
solamente nel 2003, sia riuscito a conquistare il mondo così
velocemente. Eppure a suon di petrodollari - attraverso i veicoli
finanziari Lia, Lafico e Libyan Aftican Investment Portfolio
- Tripoli l'ha fatto: solo la Libyan Investment Authority ha
un patrimonio di 69 (c'è chi stima 100) miliardi di dollari
in gran parte investito all'estero. Insieme alla Lafico e alla
Banca centrale, Tripoli è azionista di almeno 60 società:
dalle italiane UniCredit, Juventus, Retelit e Finmeccanica (in
passato anche Fiat), a società inglesi, olandesi, irlandesi,
africane. Negli Stati Uniti Tripoli non ha grandi partecipazioni,
ma secondo le recenti rivelazioni di Wikileaks - ha 32 miliardi
di dollari di liquidità depositata (e ora congelata)
nei conti delle banche Usa.
Ci
sono poi tutte le operazioni immobiliari, soprattutto a
Londra: è per esempio libico il centro commerciale Portman
House a Oxford Street. La capitale inglese, più che terreno
di speculazione immobiliare, è però la vera e
propria succursale finanziaria di Tripoli: a Londra Gheddafi
ha per esempio posizionato i suoi due fondi, FM Capital Partners
e Dalia Advisory. E in tanti sostengono che proprio da Londra
si muovessero i sui investimenti.
C'è
poi l'Africa. Nel 2000 gli investimenti libici nel continente
nero avevano già raggiunto 30 diversi stati, con cifre
non elevate - 1,5 miliardi di dollari - ma rilevanti.
Non
solo. Ci sono anche tutti gli investimenti esteri in Libia:
secondo l'Unctad ammontavano nel 2009 a 15,5 miliardi di dollari.
Sono noti i legami con l'Italia, rafforzati con l'accordo di
cooperazione firmato il 30 agosto. Ma anche la Francia ha interessi
rilevanti: si pensi, per esempio, che Bnp Paribas nel 2007 ha
acquistato il 16% della banca locale Sahara, con l'obiettivo
di salire fino al 51%. Insomma: la Libia è un paese piccolo
(un PIL da 73 miliardi di dollari nel 2010, investimenti diretti
dall'estero di appena 15,5 miliardi di dollari e 6,5 milioni
di popolazione), ma l'impatto mondiale di una crisi libica è
potenzialmente molto più vasto a causa della ragnatela
di partecipazioni e di interessi economici tessuta in pochi
anni post-sanzioni dal Colonnello.
Quale
effetto la crisi libica possa produrre all'estero è chiaro
nella corsa record del prezzo del petrolio. Ma le implicazioni
potrebbero essere maggiori. Per le società con i libici
tra gli azionisti (incluse le italiane) si potrebbe creare un'impasse
nei consigli di amministrazione: «Gli eventi a Tripoli
potrebbero senza dubbio alterare gli equilibri nei cda delle
società che hanno i libici tra gli azionisti rilevanti
- osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace . Nel breve
questo effetto si può tamponare, ma alla lunga può
rallentare le decisioni».
Questo
è il primo possibile effetto. Ma ce n'è uno più
ampio: quello derivante dal contagio. Le turbolenze a Tripoli
e nell'intero Nord Africa stanno rallentando gli investimenti
di fondi sovrani molto più grandi, come quello di Abu
Dhabi (600 miliardi di dollari di dotazione): veicoli finanziari
pieni di soldi che, in passato, hanno salvato banche e società
internazionali dalla crisi. Il fatto che l'Arabia Saudita abbia
deciso di spendere 37 miliardi di dollari per riforme interne,
unito al fatto che !l Barhain, Libia, Oman e Kuwait abbiano
aumentato le spese interne per una cifra pari al 4% del PiI,
ha un significato ben preciso: gli investimenti sui mercati
internazionali potrebbero presto diminuire».
(torna su)
Tre
scenari per una crisi
Il
Corriere della Sera
7
Marzo 2011
Angelo
Panebianco
p.
1
Non
bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non
ha ancora abbandonato il potere
L'Italia
e il futuro della Libia
Non
bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non
ha ancora abbandonato il potere
Per
quanto essa sia elusiva, vaga e refrattaria a essere imprigionata
in definizioni precise, dall'idea di «interesse nazionale»
non si può tuttora prescindere. Nonostante i fiumi di
inchiostro versati sui cambiamenti delle relazioni interstatali
indotti dalla cosiddetta globalizzazione o, nel caso dei Paesi
del Vecchio continente, dall'integrazione europea, l'interesse
nazionale resta la principale bussola per coloro che devono
decidere le politiche estere come per coloro che ne valutano
gli effetti. Cruciali questioni di interesse nazionale, come
tutti sanno, sono in gioco per l'Italia nella vicenda libica.
A seconda degli esiti di quella crisi il nostro interesse nazionale
verrà salvaguardato oppure gravemente danneggiato.
Allo
stato degli atti, sembrano essere tre i possibili esiti della
crisi libica. Nel primo scenario, Gheddafi viene sconfitto,
abbandona il potere e gli subentra una nuova classe dirigente
che, nonostante grandi difficoltà, si rivela capace di
tenere insieme il Paese e di ristabilire normali relazioni con
gli altri Stati. Nel secondo scenario, la guerra civile si protrae
a lungo e la Libia sprofonda negli inferi, finisce nel girone
riservato agli «Stati falliti», in compagnia di
Paesi come la Somalia o l'Afghanistan. Nel terzo scenario, infine,
Gheddafi riprende il controllo dell'intero territorio, Cirenaica
compresa, al prezzo di un terribile bagno di sangue.
Il
primo scenario, ovviamente, è il migliore per la Libia
ma anche per noi italiani. Si tratterà di stabilire relazioni
con una nuova classe dirigente che, presumibilmente, avrà
anch'essa interesse a un buon rapporto con l'Italia, che avrà
bisogno dei legami economici con noi, tanto più nella
fase della ricostruzione post dittatura. Avevamo, è vero,
eccellenti rapporti con Gheddafi, il che ci renderà sospetti
ai loro occhi, ma è comunque un fatto che, fra gli occidentali,
non siamo stati i soli a coccolarlo. Il realismo imporrà
ai nuovi dirigenti libici di non rinunciare a una cooperazione
vantaggiosa per entrambi i Paesi.
Gli
altri due scenari, invece, ci danneggerebbero grandemente. Se
la Libia diventasse uno Stato fallito, si trasformerebbe in
una piattaforma adibita al trasferimento al di qua del Mediterraneo
di fiumi di disperati, di caos, di criminalità e terrorismo,
ossia dei frutti avvelenati che crescono sempre negli Stati
falliti. E noi saremmo in prima linea, i primi a subirne le
conseguenze. In uno scenario «somalo» diventerebbe
prima o poi inevitabile un intervento militare della comunità
internazionale volto a frenare il caos. Nonostante le insidie
e l'alto rischio di fallimento a cui un intervento militare
andrebbe incontro.
Ma
anche il terzo scenario, quello che prevede un Gheddafi di nuovo
vittorioso in Libia, sarebbe pessimo per noi.
In
politica internazionale l'ipocrisia è la regola. Fino
a ieri tutti, non solo noi italiani, fingevano di non sapere
che Gheddafi fosse un turpe dittatore che aveva sempre fatto
strame di diritti umani. Lo fingevano i governi, i banchieri,
il Consiglio dei diritti umani dell'Onu, persino la prestigiosa
Lse (la London School of Economics and Political Science di
Londra) destinataria di generosi finanziamenti libici, e tantissimi
altri. Adesso però l'incanto si è rotto, adesso
Gheddafi è un paria, un ricercato dell'Interpol, un possibile
imputato del tribunale penale internazionale. D'ora in poi,
fare affari con lui diventerà molto difficile. Se Gheddafi
riconquisterà la Libia, per l'Italia saranno dolori,
pagheremo un costo economico salatissimo. Per non parlare della
difficoltà di ristabilire rapporti di cooperazione su
materie sensibili come il controllo dell'emigrazione dall'Africa.
La
questione dei rapporti economici Italia-Libia ha due facce.
C'è, in primo luogo, il destino del centinaio di imprese
che operavano fino a pochi giorni fa in Libia e il futuro ruolo
dell'Eni. Adesso che anche noi abbiamo scaricato Gheddafi, un
vendicativo dittatore di nuovo in sella potrebbe decidere di
spazzarci via a vantaggio di meno scrupolosi concorrenti. La
Cina, soprattutto, un Paese che non ha problemi a trattare con
i peggiori dittatori, sarebbe certo lieta di subentrare alle
nostre e alle altre imprese occidentali. E c'è poi la
questione dei fondi sovrani, dei cospicui investimenti dello
Stato libico in Italia (la presenza in Unicredit, Finmeccanica,
Eni, il ruolo della Banca libica con sede a Roma, eccetera).
Per ora, in omaggio alle direttive Onu, abbiamo congelato, come
altri Paesi, i beni della famiglia Gheddafi e ci siamo dichiarati
pronti, per bocca del ministro degli Esteri Franco Frattini,
a congelare anche i fondi sovrani se ciò verrà
deciso dall'Onu o dall'Unione Europea. Ma è un tema delicatissimo.
Da un lato, sarà impossibile per noi non ottemperare
alle eventuali richieste in tal senso degli organismi internazionali.
Dall'altro lato, sarà di particolare danno farlo dal
momento che i libici sono uno dei principali investitori sulla
nostra piazza e, per giunta, un congelamento dei loro capitali
sarebbe un pessimo segnale per altri investitori. In ogni caso
sarebbe per noi una perdita secca e pesante.
Posto
dunque che non solo ai libici ma anche a noi conviene che Gheddafi
se ne vada, si può constatare quanto siano state improvvide
le dichiarazioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu del 26
febbraio secondo cui Gheddafi va processato di fronte al Tribunale
penale internazionale, l'apertura di un procedimento a suo carico
da parte del Tribunale dell'Aja, l'allerta dell'Interpol per
impedire che egli e il suo entourage possano espatriare. Non
bisogna mai mettere un dittatore che non ha ancora abbandonato
il potere con le spalle al muro. Serviva un salvacondotto, non
un processo. Magari Gheddafi è davvero pronto, come ha
detto, a morire con le armi in pugno. Ma un salvacondotto, come
alternativa al bagno di sangue, doveva comunque essergli offerto.
E dovrà essergli offerto. Conviene anche agli entusiasti
della cosiddetta «giustizia internazionale». Per
dimostrare che fra i suoi effetti perversi non ci sia anche
quello di prolungare le sofferenze dei popoli.
(torna su)
Roman
Ruins
Foreign
Policy
03
Marzo 2011
Maurizio
Molinari
In each
of my three conversations with Col. Muammar al-Qaddafi throughout
the 1990s, one theme prevailed: the Libyan leader's contempt
for my country. Listening to his verbose condemnation of Italian
colonialism was the price I paid to ask my own questions --
no matter the supposed topic of the interview. In one encounter,
in the middle of the night under a tent in the Sirte desert,
he bemoaned Libya's exploitation at Italian hands; at noon near
the sand dunes just outside Tripoli, he blamed his country's
troubles on Rome. Now, with his regime on edge, he is again
blaming outsiders for Libya's ills. The protests, he said in
a Feb. 22 address, were sparked by malevolent foreigners who
were giving the demonstrators drugs. He accused the Italians
-- along with the Americans -- of having delivered shoulder-launched
rocket-propelled grenades to the rebel forces.
Given all
this, you might find it odd -- as I still do -- that Qaddafi's
closest European ally is, or was until very recently, none other
than the Italian government. During his four decades of rule,
the colonel managed to convince Italian leaders not only that
their country owed Libya a historical debt, but that Rome couldn't
do without Tripoli's help on everything from terrorism to immigration
to oil. He extracted huge concessions from Rome and won huge
economic windfalls for cronies including Farhat Bengdara, governor
of the Central Bank of Libya, who became ice chairman of UniCredit,
the biggest Italian bank, in 2009. Perhaps most significantly,
he convinced Italy to be an evangelist for Libya's reintegration
into the world community. The result is an absurdly asymmetrical
relationship between the two countries; Qaddafi was always the
winner.
At
the beginning of his rule in 1969, Qaddafi's beef with Italy
may have been justified. Like Britain and France elsewhere in
Africa, Italy had occupied the country, sometimes brutally,
beginning in 1911. After World War I, 30,000 Italian settlers
were given farmland, taken away from local cultivators. When
Benito Mussolini came to power in Italy, he ordered his forces
to crush the fledgling Libyan resistance using any and all means.
Untold numbers were killed, forced to migrate, or shoved into
concentration camps. It wasn't until after World War II that
Libya became independent again.
Libya
was reborn in 1951 as a monarchy under King Idris, who was overthrown
by the coup d'état that brought Qaddafi to power. A disciple
of the anti-colonialism preached by Egyptian leader Gamal Abdel
Nasser, Qaddafi found in Italy the perfect enemy. In 1970, less
than a year after coming to power, he expelled every Italian
living in the country -- more than 20,000 people -- and seized
all their assets.
Qaddafi's
hatred for Italy escalated into distaste for the entire West.
He became a seemingly indiscriminate supporter of anti-Western
militancy and terrorism. He funded and trained the Red Army
Faction, the Red Brigades, and the Irish Republican Army. He
also carried out his own attacks against targets such as Berlin's
La Belle nightclub in 1986 and the Pan Am Flight 103 jumbo jet
that exploded over Lockerbie, Scotland, in 1988, killing 270
people.
Yet
throughout this period, Italy-Libya relations remained solid
-- even after the colonel dubbed a 1985 terrorist attack against
the Rome airport that took the lives of 13 people a "heroic
act," after he shot a Scud missile at the Italian island
of Lampedusa as revenge for the U.S. bombing of Tripoli in 1986,
and after he offered refuge in 1989 to Abdel Osama al-Zomar,
the Palestinian terrorist sentenced to life for having been
part of the 1982 attack against the Great Synagogue of Rome.
Yes, through
it all, Italy found a way to work with Qaddafi. Its energy giant,
Eni, began operating in Libya in 1956. Today the country supplies
Italy with 22 percent of its oil and 10 percent of its gas --
some 28 percent of Libya's total exports. In 1998, Rome and
Tripoli signed an agreement that committed Italy to paying reparations
for colonialism, without any stipulations that Libya compensate
Italians for the properties it seized in 1970. Then, beginning
in 2000, Romano Prodi, then president of the European
Commission, pushed Europe to restart trade relations with Tripoli,
which was under U.N. sanctions because of the Pan Am bombing.
In 2004, he succeeded. Prodi received Qaddafi at the European
Commission building in Brussels that April in the leader's first
visit to Europe after 15 years.
It
has always been clear who is in charge of the Italy-Libya relationship:
The more Qaddafi insulted Italy, the more concessions
he won from Rome. The colonel never wanted to build on
the two countries' common past. What he was after was more tangible:
huge Italian investments in Libyan infrastructure projects and
permission to invest in the biggest Italian bank
as well as in many strategic private companies.
This is to say nothing of oil, which Italian firms pump to the
tune of 89 million barrels a year, decade after decade -- including
during a U.N. trade embargo. Eni was the only major Western
oil company to remain in the country -- a choice that was rewarded
in 2007 when Eni entered into a giant, 10-year, $28 billion
deal with Libya, which agreed to extend existing oil supply
contracts through 2042 and natural gas ones through 2047. (Qaddafi
allegedly received a significant cut of those sales' profit.)
(torna su)
Quando
tutto profumava d'Italia
Il
Sole 24Ore
24
febbraio 2011
Mario
Platero
C'erano i "club",
il Beach Club e l'Underwater, il Lido; le scuole dei Fratelli
Cristiani, il liceo statale Dante Alighieri in Via Lazio, la
scuola elementare Regina Elena, fondata prima ancora della conquista
italiana della Libia del 1911 da Giannetto Paggi. C'era il Circolo
Italia, subito davanti al Uaddan, uno degli alberghi più
belli della città con sala da gioco; roulette e night
club. Cerano il lungomare e il porto. C'erano il Caffè
Aurora e l'Akropol su Piazza Cattedrale, il Gambrinus su Corso
Vittorio, c'erano il passeggio e le latterie, Girus e la Triestina,
frappè e granite da concorso. In fondo al Corso c'era
Piazza Italia, oggi la Green Square di Gheddafi. C'erano i commercianti,
i meccanici, i salumieri, gli imprenditori, le vecchie concessioni,
le tonnare, gli Schubert che avevano la birra Oea, i rappresentanti
delle grandi aziende italiane, le Generali, l'Eridania. Alcune
di queste società furono portate in Libia prima ancora
dell'arrivo delle truppe italiane nel 1911, fra gli altri da
Ernesto Labio. Poi diventò la Ditta Fresco, grandi vetrate
sul mezzanino che si affacciava sul Corso. C'erano la Fiat e
la Ditta Frassati che importava le Lancia e le Vespe. C'erano
i cinema, l'Odeon in Via Roma, il Rex in Via Ciano, l'Alhambra:
davano solo film in italiano.
Questo per dire che Tripoli
prima di Gheddafi, ai tempi del Re buono, Idris al Senussi,
era a tutti gli effetti una città italiana. Si parlava
italiano, l'atmosfera era italiana anche se la popolazione era
una minoranza di 40mila persone su 300mila abitanti. La ragione
è semplice, la popolazione araba viveva ancora nella
città vecchia e in periferia. La città centrale;
tipica italiana costruita dal fascismo, esiste intatta, con
i nomi cambiati. La Libia di popolazioni nomadi millenarie passò
dall'impero romano alla conquista araba, all'impero ottomano,
poi all'Italia. Non fu mai indipendente fino al 1951. E gli
italiani restarono semplicemente nelle loro case, nei loro caffè
a vivere la propria vita garantiti dalla Costituzione. C'erano
anche molti stranieri forse 20mila, molti americani, inglesi,
olandesi, dopo la scoperta del petrolio del '59. E c'era la
base aerea americana, la Wheelus Field, la più importante
del Mediterraneo. Una cittadina nella città. Si prendeva
il "channel 7", trasmetteva film americani e serial
televisivi: chi, come me, cresceva a Tripoli in quegli anni,
gli anni '60, cresceva con The Untouchables, Bonanza e Popeye
the Sailor Man. La televisione italiana si prendeva male di
sera, disturbata. In quegli anni i caccia americani rombavano
sul mare per le loro esercitazioni. E si sentiva in questo mondo
ancora coloniale il sapore vicino dell' America lontana, appena
al di là dei reticolati della Mellaha, dove c'era la
base.
L'ambiente negli anni
60, prima di Gheddafi era cosmopolita e tranquillo. Idris era
monarca costituzionale. C'era un primo ministro. I libici si
arricchivano con il petrolio e con le nuove regole che gli attribuivano
la maggioranza di ogni società. L'arabo era obbligatorio
a scuola per un'ora al giorno. Ma non lo imparava davvero nessuno.
Poi la rivoluzione, finta, perché non si sparò
un colpo. Idris era in vacanza. L'ascesa di Gheddafi, la riscrittura
della storia, l'espulsione improvvisa degli italiani rimasti
e l'esproprio. Un colpo di spugna. Una pagina che resta ingloriosa
per la nostra Repubblica, che non fece nulla per proteggerli.
(torna su)
Silvione
l'africano
Il
Venerdì
7
gennaio 2011
Francesca
Spinola
p.
54
Silvio
Berlusconi sorridente, Muammar Gheddafi radioso, fermi nell'istante
in cui la stretta di mano, da saluto formale, diventa il gesto
d'affetto di chi stringe al petto il polso di un amico. È
l'immagine che un mattino è apparsa su una palazzina
a pochi metri dalla caserma di Bab El Aziziya, la cittadella
dove il leader libico ha piantato la sua tenda.
Sette
piani di fotografia per suggellare pubblicamente quella che
ormai da due anni è una vera amicizia, in un Paese dove,
dal primo settembre 1969, è ammessa una sola immagine,
quella di Muammar Gheddafi.
L'idillio
fra i due inizia a Bengasi, il 30 agosto del 2008 quando, nell'edificio
che ospitava il quartier generale del governo italiano ai tempi
del colonialismo, seduti davanti a un'imponente scrivania in
radica, firmano l' «Accordo di amicizia, cooperazione
e partenariato» che avrebbe regolato i rapporti fra i
due Paesi. L'Italia finanzierà la realizzazione di infrastrutture
sul territorio libico per cinque miliardi di dollari nell'arco
di vent'anni. L'esecuzione delle opere sarà affidata
a imprese italiane. Roma si impegna a realizzare alcune iniziative
speciali tra le quali la costruzione di duecento abitazioni,
l'assegnazione di borse di studio universitarie, la cura delle
persone colpite dallo scoppio di mine, il ripristino del pagamento
delle pensioni di guerra ai titolari libici, la restituzione
di reperti trasferiti in Italia in epoca coloniale.
«La
firma di questo trattato» dice Berlusconi «chiude
definitivamente la pagina del passato». La penna in una
mano, nell'altra la Venere di Cirene (scultura di Afrodite restituita
dopo 95 anni): così il premier si guadagna la simpatia
e la stima di Gheddafi e del suo intero popolo. La tv di Stato
manda e rimanda le immagini del primo e unico europeo che abbia
pubblicamente presentato «le scuse del suo governo per
il periodo coloniale».
La
scrivania dell'accordo ora ha trovato una sua collocazione nel
Museo di Tripoli in piazza Verde. Quello stesso in cui, fra
la biglietteria e lo shop dei souvenir straripante copie del
Libro Verde di Gheddafi, ora campeggiano due poster retroilluminati.
In uno c'è Silvio Berlusconi con Muammar Gheddafi. Nell'altro,
Massimo D'Alema -lui nel '99 restituì la Venere delle
Terme trafugata dall'antica Leptis Magna - con il colonnello.
Due immagini esposte con un tale equilibrio di colori, dimensioni
e forme che sembrano suggerire all'ignaro visitatore: «Questi
signori meritano la mia stima».
Ma
il Trattato con il quale l'Italia ha chiuso il capitolo del
colonialismo - assicurandosi in cambio la fine del flusso migratorio
clandestino attraverso il Canale di Sicilia - non è solo
farina del sacco del Cavaliere. «Il mio amico Berlusconi
ha concluso oggi quello che i suoi predecessori Prodi, Dini
e D'Alema avevano iniziato con la firma del primo accordo nel
lontano '98». Lo ricordava il colonnello a Bengasi nel
2008. Ma se a D'Alema va l'onore di un poster retroilluminato,
a Berlusconi va la gloria delle prime pagine dei quotidiani
governativi a ogni suo viaggio in terra libica. Sei visite di
Stato, intervallate da due trasferte in Italia di Muammar Gheddafi
e del suo numeroso seguito. Dal 2008 al 2010 un totale di otto
incontri, con una media di uno ogni novanta giorni in cui la
riconoscenza di Gheddafi non si limita al dono di cammelli,
alla stampa di cartoline raffiguranti la loro stretta di mano,
all'annuncio di inserire il volto dell'amico nella filigrana
dei futuri passaporti libici. Il colonnello, che di propaganda
è un esperto, regala al premier occasioni di visibilità
internazionale con il gioco del trovarsi «al posto giusto
nel momento giusto», come nella visita del 27 marzo 2010.
L'occasione
è data dalla riunione della Lega Araba. Siamo in piena
«crisi dei visti», conseguenza della guerra diplomatica
libico-svizzera innescata dall'arresto di Hannibal Gheddafi
a Ginevra nell'estate del 2008. La Libia non rilascia più
visti ai cittadini europei. Miguel Angel Moratinos, ministro
degli Esteri spagnolo, è a Sirte. Dopo una serie di incontri,
la Commissione Ue annuncia la cancellazione della black list
che impediva a 188 personalità libiche di entrare nei
Paesi Schengen e la Libia annuncia «la fine del blocco».
Berlusconi è a Sirte e Gheddafi gli regala buona parte
del merito. Questo gioco ha il suo culmine il 13 giugno 2010,
quando, in una visita lampo priva di motivazione ufficiale,
Berlusconi va a Tripoli, proprio nel giorno in cui là
si sta negoziando la firma di un accordo che regoli la questione
con la Svizzera e porti alla liberazione di Max Goeldi, un uomo
d'affari elvetico finito nelle maglie della crisi e detenuto
in carcere. L'uomo è liberato.
Vola
a Tunisi dove trova ad attenderlo i ministri svizzero e spagnolo
partiti dopo un incontro con il leader libico sotto la sua tenda.
Berlusconi parte per ultimo e Gheddafi gli regala un «grazie
Silvio». Grazie per una crisi già risolta. Ma la
riconoscenza per aver aiutato la Libia a uscire dall'embargo,
durato dal 1986 al 2004, è più forte di ogni altra
cosa.Oggi vedi giovani per strada vestire Armani e Prada. Ascoltano
Ramazzotti e Nek, partono per viaggi di nozze in Italia, acquistano
mozzarella e parmigiano reggiano, cappelletti e panettoni. E
se chiedete loro di Berlusconi, arrivano a proporre uno scambio:
«Voi vi prendete la Guida, Gheddafi, e a noi ci date Silvio».
L'Italia
importa dalla Libia il 25 per cento del suo fabbisogno di petrolio
e il 33 di quello di gas. L'Eni ha visto allungarsi le concessioni
di altri venticinque anni e la nostra ex quarta sponda ha ottenuto
partecipazioni in Eni e Unicredit, ha finanziarie che guardano
a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali e usa l'amico
Berlusconi come megafono delle richieste all'Europa. L'ultima:
cinque miliardi di euro l'anno per contrastare l'immigrazione
clandestina.
(torna su)
In
arrivo 150 milioni per gli espulsi libici
Il
Sole 24Ore
2
dicembre 2010
Saverio
Fossati e Serena Uccello
Una vecchia cinquecento
e una foto. Un'automobile degli anni '70 e l'immagine di qualcosa
che non esiste. Degli anni libici a Vincenzo Calabretta, catanese
di 73 anni, questo è quello che resta. Oggi al posto
del suo stabilimento per la produzione di ghiaccio, primo e
unico in Libia, fondato dal padre, ci sono cinque palazzoni:
le cinque torri di Tripoli. «Mentre al posto della mia
azienda agricola c'è solo una distesa di terreno incolto».
Trent'anni dopo lo strappo, Calabretta stenta a raccontare un
ricordo che, fa capire, resta nitido. «Ero in viaggio
di nozze quando è arrivata la notizia che non potevo
più rientrare. Mia sorella era già in Italia perché
si era sposata con un ingegnere catanese. Mia madre era troppo
anziana per capire appieno cosa stava accadendo». Dice
solo che: «Dal giorno alla notte è cambiato tutto».
Come risarcimento per quello che hanno lasciato in Libia, lui
e la sorella, dopo due cause vinte, hanno ricevuto 200mila euro,
ora il nuovo decreto aggiunge qualcosa. Comunque poco per far
pace con la storia.
Le vittime delle espulsioni
selvagge (anche nella ex Jugoslavia e nelle altre ex colonie)
hanno infatti avuto una piccola chance in più con la
legge 7/2009, che ora ha trovato il decreto attuativo, pubblicato
da pochissimo in Gazzetta. Una premessa: per beneficiare della
possibilità di ottenere un supplemento di risarcimento
occorreva aver «confermato» la domanda presentata
a suo tempo (cioè in base alle leggi 1066/71, 16/80,
135/85 e 98/94), entro il 18 agosto 2009 .
Il Dm dell'Economia del
7 ottobre 2010 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 30 novembre)
stabilisce che il nuovo indennizzo corrisponde al 30% di quanto
già ottenuto come risarcimento in passato. L'ordine di
assegnazione è determinato dalla data di arrivo delle
"conferme" all'Economia. Si apre anche uno spiraglio
per cm si era visto respingere le domande a suo tempo: può
ripresentarle con nuova documentazione alla Commissione interministeriale.
Il fondo a disposizione è di 150 milioni per gli anni
dal 2009 al 2011 e, se ci saranno residui, ci potrà essere
un'ulteriore integrazione del 5% all'indennizzo.
«Qualche volta
- dice Calabretta – i miei figli mi chiedono, sono curiosi vorrebbero
che li accompagnassi. Ma io continuo a rimandare». Per
la verità Calabretta in Libia c'è tornato. Con
lui c'era una sua vecchia compagna di classe, Giovanna Ortu,
che oggi presiede l' Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia. «Mi sono fermato davanti a quella
che era la mia casa e ho scattato qualche foto. Un libico si
è avvicinato Per chiedermi chi fossi e per dirmi che
quella era la sua casa. Ho risposto di no che quella era casa
mia». I Calabretta in Libia sono arrivati nel 1911, idea
di un nonno giornalista poi diventato imprenditore. Prima le
imprese di costruzioni e le aziende agricole. Poi il padre di
Vincenzo, ingegnere, si lancia nel business del ghiaccio. Nel
1940 muore in un incidente aereo. Gli anni di guerra Vincenzo
li trascorre a Catania, come il periodo degli studi universitari.
A Tripoli c'è sua madre a gestire l'azienda del marito.
Lo farà fino agli anni '60, quando la lascerà
al figlio. E se per quei 20mila italiani costretti a lasciare
la Libia in poche ore e di corsa un parziale indennizzo è
arrivato, ci sono invece altri italiani che aspettano ancora.
Sono le imprese, si calcola poco più di un centinaio
(«ma queste sono quelle rimaste in vista, le altre sono
fallite», spiega Leone Massa che guida l'associazione
che le rappresenta), che sono andate a Tripoli negli anni '80
vincitrici di commesse. Dopo la nazionalizzazione voluta dal
colonnello Gheddafi, hanno perso tutto: commesse, aziende, macchinari.
Tutto confiscato e al momento nessun indennizzo.
(torna su)
Gheddafi
loda l'Italia per la lotta ai clandestini, ma il Quirinale frena
sul cavalierato al rais di Tripoli
Il
Sole 24Ore
29
novembre 2010
Gerardo
Pelosi
Per
la seconda volta in pochi mesi Silvio Berlusconi avrebbe voluto
"blindare" il rapporto di "amicizia e cooperazione"
con la Grande Jamahiriya libica offrendo al colonnello Gheddafi
la più alta onorificenza della Repubblica italiana, ossia
il cavalierato di Gran croce che viene normalmente concesso,
su proposta del capo del Governo, ai capi di Stato e di Governo
stranieri con i quali il nostro Paese ha rapporti di particolare
vicinanza.
Il
premier italiano aveva già tentato, ma inutilmente, di
consegnare l'onorificenza a Gheddafi il 30 agosto scorso a Roma
in occasione dei festeggiamenti per l'anniversario della firma
del Trattato di amicizia e cooperazione Italia-Libia. Ma la
richiesta avanzata al Quirinale avrebbe incontrato più
di qualche difficoltà. Le procedure necessarie alla consegna
dell'onorificenza avrebbero richiesto più tempo del necessario.
Un "no" formale non sarebbe mai stato messo nero su
bianco, ma di sicuro dal Colle un assenso alla richiesta non
sarebbe mai arrivato fino al punto da fare pensare a una "frenata"
del Quirinale su una proposta giudicata "poco opportuna".
I
tempi di istruzione della pratica non avrebbero neppure consentito
a Berlusconi di portare le insegne di "Cavaliere di gran
croce" per Gheddafi questa mattina a Tripoli. Nel vertice
Unione africana-Ue Berlusconi era oggi l'unico dei premier presenti
tra i grandi Paesi Ue (Francia, Germania e Regno Unito erano
presenti solo a livello ministeriale). E solo al nostro paese
Gheddafi ha riservato parole di apprezzamento per la collaborazione
nella lotta all'immigrazione clandestina mentre, ha aggiunto
il colonnello, se l'Europa intera vorrà frenare il fenomeno
«dovrà versare alla Libia 5 miliardi di dollari».
(torna su)
I libici
ci attaccano con le nostre navi
Il Giornale
14 settembre
2010
Gabriele Villa
p.17
Una motovedetta libica
(ma regalata dall'Italia) che spara all'impazzata contro pescatori
italiani. E sei uomini della Guardia di Finanza, italiani ovviamente,
a bordo di quella motovedetta, che sceglie come bersaglio il
peschereccio italiano. Drammatico e surreale. Perché
oltre alla beffa c'è di più, ammettiamolo. Dunque
vediamo di capirci: Amiconi o burloni i nostri vicini di casa
libici? Qualcosa non torna. Il fatto non proprio irrilevante
e, a dire il vero nemmeno troppo divertente, è accaduto,
avant'ieri sera, nel Golfo della Sirte, dove un peschereccio
della flotta di Mazara del Vallo è stato mitragliato
da una motovedetta libica. All'origine della sgradevole vicenda,
i soliti millimetri che, tra un onda e l'altra, vengono interpretati,
a seconda di chi li interpreta come acque territoriali o extraterritoriali.
Solo che un conto è scambiarsi i saluti e mandarsi a
quel paese reciprocamente, e un conto è, citiamo testualmente
le parole dell'equipaggio del peschereccio «Ariete»,
ancora sotto choc, «sparavano per uccidere». Questo
avrebbero fatto i nostri «amici» libici.
I colpi hanno infatti forato una fiancata del motopesca d'altura
di 32 metri e un gommone utilizzato come tender. Il peschereccio,
guidato dal capitano Gaspare Marrone, che è riuscito
ad evitare l'abbordaggio e allontanarsi. ha proseguito la navigazione
verso il porto di Lampedusa, dove è giunto nella mattinata
di ieri.
Ma c'è di più, appunto, e quel qualcosa in più
suscita ben altri interrogativi. Secondo il capitano Marrone,
l'unità della marina libica che ha aperto il fuoco potrebbe
infatti essere una delle imbarcazioni regalate (sei in tutto)
dall'Italia alla Libia, nell'ambito dell'accordo per il contrasto
all'immigrazione clandestina. Così infatti il comandante
dell'Ariete si è espresso quando ha ricostruito l'episodio
nella Capitaneria di Porto. «Era una motovedetta molto
nuova, e questo mi fa pensare che possa essere una di quelle
donate dall'Italia alla Libia per il servizio di respingimento.
Inoltre ho il dubbio che vi potesse essere un italiano a bordo
di quella motovedetta perché l'intimazione a fermarsi
ci è arrivata da un uomo che parlava con un accento italiano
impeccabile. Ci ha urlato: «Fermatevi o questi vi sparano»
. Che motivo aveva di dire “questi?”. Avrebbe detto piuttosto
“fermi o vi spariamo”. E poi con quell'accento più italiano
del mio. Ripeto, la motovedetta era di costruzione recente e
non aveva armi pesanti. Ma a bordo era stata piazzata una mitragliatrice
Mg e con quella ci hanno sparato addosso. Siamo vivi per miracolo
perché i libici hanno sparato all'impazzata e solo per
un caso non hanno provocato l'esplosione di alcune bombole di
gas che avevamo a bordo». In altre parole, che sono anche
le parole di un altro componente dell'equipaggio, Alessandro
Novara («L'unità militare che ci ha mitragliato
era identica a quelle utilizzate in Italia dalla Guardia di
Finanza, anche se batteva bandiera libica») c'è
la fondata ipotesi che quei colpi siano partiti da uno dei nostri
regali al colonnello e c'è anche la certezza visto che
il Comando generale lo ha confermato ieri in serata, che a bordo
di quel regalo, cioè di quella motovedetta, ci fossero
sei militari delle Fiamme gialle, tra quelli distaccati a seguire
da vicino, con compiti di addestramento e osservazione, i colleghi
libici. Da anni le autorità libiche rivendicano la loro
giurisdizione sul Golfo della Sirte, sequestrando (gli ultimi
episodi risalgono a Giugno) le imbarcazioni mazaresi sorprese
a pescare in quel tratto di mare. Ma il capitano assicura che
l'Ariete, al momento del tentativo di abbordaggio, stava navigando
e non era impegnato in una battuta: «Non avevano nessun
diritto di fermarci». Per chiarire i dubbi la posizione
dell'imbarcazione italiana sarà comunque controllata
mediante i dati Gps forniti dal blue box, una sorta di scatola
nera in dotazione alle imbarcazioni. Il Viminale e la Farnesina
hanno aperto un'inchiesta. Nel frattempo il comandante della
Guardia costiera libica ha espresso le sue scuse alle autorità
italiane per l'accaduto.
(torna su)
E nel
porto ora cresce la rivolta dei pescatori: "Gheddafi sorride
ma ci attaccano ogni giorno"
La Repubblica
14 Settembre
2010
Francesco Viviano
p.9
«Della più
grande marineria del Mediterraneo ci è rimasto solo il
nome. Qui si gioca con il nostro pane e la nostra pelle e gli
armatori non sono più in grado di assicurarci neanche
il minimo garantito, ma non da ora. Sono anni che ci sparano
addosso e non gliene frega niente a nessuno». Lo sfogo
di un marinaio in cerca di imbarco nel porto di Mazara suscita
applausi e insulti all´indirizzo di quelle che quaggiù
chiamano solo le «autorità».
La notizia dell´agguato al motopesca «Ariete»
rimbalza tra la gente di mare che alterna rabbia a rassegnazione.
«Niente di nuovo sotto il sole - dice Vito Giacalone,
armatore di una delle famiglie storiche di Mazara, proprietario
di tre pescherecci - questa incredibile situazione si trascina
da anni, ma è peggiorata da quando unilateralmente i
libici hanno deciso di dichiarare di propria competenza le acque
fino a 74 miglia dalla costa, e non 12 miglia come prevede il
diritto internazionale. Ma quelli sono i nostri mari, la vita
nostra e delle nostre famiglie, lì abbiamo sempre pescato
e continueremo a pescare nonostante i sequestri, gli inseguimenti,
le sparatorie. I libici non vogliono sentire, e ai nostri governanti
a quanto pare non interessa più di tanto. E meno male
che Gheddafi è appena venuto in Italia e che tutti sbandierano
gli ottimi rapporti con la Libia. La verità è
che ci sono interessi economici e affari ben più importanti
del nostro pane, della convivenza civile, della pace nel Mediterraneo».
Il pane e la vita. Solo questi due sostantivi e l´universo
che ci gira attorno interessa ad armatori e marinai di Mazara
del Vallo e alle migliaia di nordafricani stabilitisi qui da
anni. Cinquecento euro per trenta giorni di pesca nel mammellone,
è questo il salario minimo garantito che gli armatori
riescono con difficoltà ad assicurare agli equipaggi
perché - spiega uno di loro - «per fare uscire
un peschereccio in mare oggi ci vogliono almeno 50mila euro
e quindi non ci possiamo permettere né di stare poco
in mare, né di non andare a pescare almeno a 30 miglia
dalla costa, né tantomeno di fermarci».
Quattrocento pescherecci, un volume d´affari di 450 milioni
di euro all´anno, 30 mila tonnellate di pescato, 7000
occupati compreso l´indotto. Questi i numeri che fanno
di Mazara il primo distretto della pesca in Italia. Numeri che
non si sono mai sposati con i più recenti trattati italo-libici
(nel 2007 quello firmato dal governo Prodi, nel 2009 quello
di Berlusconi) che hanno cercato di rinnovare gli accordi in
tema di immigrazione e di pesca. A Mazara si fa il conto solo
degli ultimi pescherecci sequestrati nel 2010 e delle multe
salatissime che gli armatori sono stati costretti a pagare:
l´Alibut, il Marine 10, il «Vincenza Giacalone»,
sequestrati il 10 giugno e rilasciati dopo tre giorni e l´intervento
personale di Berlusconi.
Dice Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto produttivo
della pesca: «É arrivato il momento di mettere
fine ad una vicenda ormai annosa e, cioè, quella dell´estensione
unilaterale da parte della Libia delle proprie acque territoriali
ben oltre le 12 miglia . Bisogna trovare un accordo economico-scientifico
e produttivo con le autorità libiche. Bisogna dare seguito
concreto al trattato italo-libico firmato nel 2008».
Il sindaco Nicola Cristaldi non nasconde la sua preoccupazione:
«Siamo molto amareggiati per la gravissima aggressione
perpetrata da parte di unità navali libiche nei confronti
del peschereccio Ariete. Questo episodio vanifica il grande
lavoro fatto a Mazara del Vallo e fa risvegliare dal letargo
gli scettici della multiculturalità e multi etnicità.
Il governo libico dovrà rendere conto di questa gravissima
azione».
La gente di Mazara è esasperata: i giovani che scelgono
ancora di andare per mare lo fanno per fame e disperazione e
soprattutto lo fanno con paura. «Nella disgrazia anche
oggi non è successo niente - dice un pescatore, Salvatore
Limuli - ma sappiamo tutti ogni giorno che potrebbe succedere
ad uno di noi. Quelli sparano per affondare e uccidere».
(torna su)
Emma
Bonino: “Quel trattato non ha mai sciolto il nodo delle acque
territoriali”
La
Repubblica
14
settembre 2010
Giampaolo
Cadalanu
p.9
ROMA
- Il ruolo di Cassandra a Emma Bonino, vicepresidente del Senato,
proprio non piace: non vuole pronunciare la fatidica frase "noi
l'avevamo detto", ma la tentazione è forte. Presidente
Bonino, come valuta quello che è accaduto al largo della
Libia? «È l'ennesimo episodio nefasto di un trattato,
quello del 2008, di per sé sciagurato, voluto da destra
e da sinistra con poche lodevoli eccezioni. Oltre ai radicali
votarono contro solo Furio Colombo e pochi altri. Era stato
D'Alema a sostenere che il partenariato con la Libia era "strategico"».
E invece? «Quell'accordo prevede un partenariato speciale,
con implicazioni e conseguenze che si potevano facilmente prevedere.
Ma non mi piace il ruolo della Cassandra». Qual era il
punto meno convincente dell'accordo? «La cessione alla
Libia di tre motovedette della Guardia di Finanza - poi seguite
da tre pattugliatori - per il controllo dell' emigrazione clandestina
prevedeva anche che venisse sciolto il nodo delle acque territoriali.
In altre parole, bisognava risolvere la disputa sul Golfo della
Sirte, che Tripoli considera territorio libico e la comunità
internazionale no. Ma ad affrontare questa disputa la Libia
non ci ha pensato neppure». Come mai l' accordo prevedeva
anche la presenza di personale italiano a bordo delle motovedette?
«Era prevista a bordo di quelle navi la presenza di ufficiali
italiani come istruttori. Ma adesso con quelle stesse navi ci
mitragliano! È una conseguenza paradossale, ma prevedibile
e prevista, di un trattato nefasto. Questi mitragliano ad altezza
d'uomo». Secondo lei, avevano riconosciuto la nave? «Senza
dubbio. Sapevano perfettamente di avere di fronte l'Ariete.
Sapevano che stava seguendo le leggi del mare, che prevedono
la salvezza delle persone prima di tutto. Sapevano che l'Ariete
era in acque internazionali». Come va giudicata l'azione
libica? «Per lo meno come atto ostile. Il trattato di
amicizia non impegnava i due paesi a evitare atti ostili? E
questo come lo definiamo, un atto di gentilezza?». Lei
vede un legame fra questo episodio e la visita di Gheddafi a
Roma? «Non so proprio se ci siano legami. Ma so che per
valutare la visita del colonnello ci si è fermati sugli
elementi più kitsch, la presenza delle hostess pagate
80 euro per la comparsata. Fra l'altro, il parterre della visita
precedente era composto da ministre, deputate e imprenditrici,
non pagate, che ascoltavano religiosamente le lezioni di Gheddafi
sul libretto verde». Ma il problema è la politica
sull' immigrazione o gli accordi con una dittatura? «Tutti
e due. Gli accordi con dittatori non sono rari: appena nel luglio
scorso noi radicali siamo riusciti a rimandare in commissione
un accordo di "partenariato speciale" con il Sudan
di Omar al Bashir, ricercato dalle Nazioni Unite. Ma il problema
non è la politica di questo governo. L'accordo con la
Libia è stato votato entusiasticamente da destra e da
sinistra. Ci vogliamo fermare un attimo a pensare?».
(torna su)
Il
Trattato da riscrivere
Corriere
della Sera
14
settembre 2010
Fiorenza
Sarzanini
p.1
L'
imbarazzo che si respira al Viminale
non basterà a rovinare i rapporti con la Libia, ma certo
quanto accaduto ieri riapre in maniera forte le polemiche sull'
accordo siglato dal governo italiano con il colonnello Gheddafi.
Perché quelle sei motovedette consegnate ai militari
di Tripoli - le prime tre nel maggio scorso durante una cerimonia
organizzata nel porto di Gaeta alla presenza del ministro dell'
Interno Roberto Maroni e dell' ambasciatore in Italia Hafed
Gaddur - devono essere utilizzate per un compito preciso: contrastare
l' immigrazione clandestina. E dunque adesso bisognerà
capire come mai i militari libici che erano a bordo abbiano
sparato contro il motopeschereccio, ma soprattutto quale ruolo
abbiano avuto i sei finanzieri, due ufficiali e quattro sottufficiali.
La versione libica fatta filtrare nel pomeriggio di ieri assicura
che l' imbarcazione di Mazara era entrata in acque territoriali
e la reazione si è resa necessaria per bloccare la pesca
di frodo. In particolare è stato detto che «si
trovavano al largo della località di Abu Kammash»,
dunque a circa 30 miglia dal porto di Zwarah. Questa ricostruzione
non appare però supportata da alcun dato concreto per
dimostrare che davvero il peschereccio abbia superato le acque
internazionali. Del resto l' accordo sottoscritto dall' Italia
prevede che i mezzi marittimi pattuglino la zona a ridosso del
confine, ma dove passi esattamente questa linea nessuno lo ha
mai stabilito. E in ogni caso non è previsto che si possa
fare fuoco per fermare chi ha eventualmente superato la frontiera.
Invece proprio questo è accaduto e adesso anche i rappresentanti
del governo sono costretti ad ammettere la necessità
di modificare le regole di ingaggio, intervenendo su quei punti
del «trattato d' amicizia» che lasciano spazio all'interpretazione
sull' utilizzo delle motovedette e sui compiti effettivi assegnati
agli ufficiali che attualmente hanno soltanto funzioni di «osservazione
e supporto». Maroni ne ha parlato a lungo con il titolare
degli Esteri Franco Frattini prima di confermare per oggi una
riunione tecnica che dovrà servire proprio ad avviare
la procedura per correggere l' intesa bilaterale. Anche perché
quanto accaduto ieri è soltanto l'ultimo degli episodi
che segnano la volontà dei libici di ottenere il controllo
pressoché totale di quel tratto di mare. Già da
molti anni Gheddafi rivendica infatti la propria giurisdizione
sul Golfo della Sirte. Gli ordini impartiti ai suoi mezzi navali
violano le regole internazionali e in ogni caso non possono
valere - proprio questo sarebbe stato ribadito nei contatti
fra i due Paesi visto che poi in serata sono arrivate le scuse
ufficiali e l' annuncio della creazione di un comitato d'inchiesta
che indagherà su quella che viene ritenuta una vera e
propria aggressione - per il personale libico che utilizza le
motovedette messe a disposizione dall'Italia. La Farnesina,
ma anche i comandi delle forze italiane che hanno inviato a
Tripoli un contingente per addestrare e affiancare il personale,
specificano che «i nostri sono cittadini stranieri su
suolo libico e dunque non hanno alcun potere di intervento».
È proprio la regola che deve essere cambiata, assegnando
agli ufficiali italiani un compito operativo che consenta loro
di poter agire quantomeno in accordo con il comandante libico.
«Ma - chiariscono al ministero degli Esteri - bisogna
anche mettere a punto l' elenco delle situazioni nell' ambito
delle quali è consentito l' utilizzo delle motovedette,
specificando che tutte le apparecchiature fornite sono esclusivamente
destinate al contrasto dell' immigrazione clandestina e non
ad altri scopi». Del resto le motovedette sono soltanto
una delle numerose concessioni fatte dall' Italia a Tripoli
per ottenere il pattugliamento marino. Oltre ai sei mezzi navali
sono state consegnate apparecchiature per il controllo terrestre,
radar, autoveicoli, senza contare i 5 miliardi di dollari in
vent' anni e l' impegno alla costruzione dell' autostrada che
attraverserà perpendicolarmente il Paese. Il «grande
gesto» che il colonnello rivendica e sul quale ha ormai
ottenuto la sottoscrizione dell' impegno formale.
(torna su)
Se
Gheddafi ci ripaga così
Il
Messaggero
14
settembre 2010
Claudio
Rizza
p.1
C'è
tanto fumo sulla vicenda del motopesca Ariete, sforacchiato
dalla mitragliatrice di una delle sei motovedette che l'Italia
ha regalato alla Libia. Fumo è la guerra dei pescherecci,
fumo è persino la presenza di nostri militari sulla motovedetta.
L'arrosto il vero problema è un altro: le motovedette
sono state regalate per contrastare in mare l'immigrazione clandestina,
per intercettare barconi e barchine che puntano verso Lampedusa
o le coste siciliane, e impedire che vi arrivino. Non certo
per partecipare alla caccia ai pescherecci, imbottiti, questo
sì, di pescatori immigrati nord africani che lavorano
come bestie per gli armatori di Mazara. Neri ma non clandestini,
forzati del mare che non possono tornare a terra se non con
la stiva piena. E infatti, l'Ariete, dopo essersi riparato nel
porto di Lampedusa ed aver turato i buchi dei proiettili, è
dovuto subito salpare per tornare a pescare.
La guerra tra i pescherecci mazaresi e i libici è vecchia
di decenni, noi a rubare il pesce nelle acque della Sirte, loro
a catturare le nostre barche, in una perenne lite su quali siano
le acque internazionali e quali no. Fumo. Come lo è,
paradossalmente, anche che uomini della Guardia di Finanza stiano
sulla motovedetta che ha sparato: gli accordi lo prevedono,
i libici vengono addestrati ad usare le nostre barche e l'osservatore
con le stellette italiane serve a controllare gli scopi della
missione, visto che i pattugliamenti sono “condivisi” da Roma
e Tripoli.
Il 14 maggio scorso, a Gaeta, il ministro leghista Maroni partecipò
alla consegna di tre motovedette alla Libia. Iniziò così
un «nuovo capitolo della collaborazione tra il nostro
Paese e Tripoli ai fini della lotta contro i traffici criminali
di esseri umani e lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina»,
disse il comandante generale della Guardia di Finanza, Cosimo
D'Arrigo. Che spiegò come i pattugliamenti congiunti
nelle acque territoriali libiche e internazionali avevano come
«priorita' assoluta alla ricerca e al salvataggio delle
persone che in mare si trovano in condizioni di grave ed imminente
pericolo» ma anche «l'azione concomitante di contrasto
delle organizzazioni criminali internazionali».
Cosa c'entrino i pescherecci bisognerebbe chiederlo ai militari
di Gheddafi ma soprattutto al ministero degli Esteri del Colonnello.
Non si regalano sei navette modernissime, 43 nodi di velocità,
90 tonnellate di stazza, lunghe 27 metri l'una, dotate di moderni
sistemi di scoperta e telecomunicazioni, per andare a scippare
qualche cassetta di pesce. Né lo si può fare dopo
che si è venuti a Roma, in pompa magna, a celebrare il
trattato italo-libico, a dimostrazione della grande amicizia
che ormai alberga tra Berlusconi e Gheddafi. Il problema è
politico, e non è mostrando arrendevolezza al dittatore
libico che si difendono gli interessi italiani. Tutt'al più
si beccano cannonate, e i proiettili sono pure nostri.
(torna su)
E'
il momento di risolvere vecchie questioni
Il
Tempo
28
agosto 2010
Federico
Guiglia
p.1
Per
qualche giorno il Cavaliere non sarà più il Cavaliere.
Il titolo passa a Muammar Gheddafi, che arriva a Roma con una
squadriglia di cavalieri e trenta cavalli arabi per celebrare
il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia
e Libia. L'ospite pianterà l'inseparabile tenda non più
a Villa Pamphili, come fece nella visita dell'anno scorso, ma
presso la residenza del suo ambasciatore.
Seguiranno
eventi alla caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto di Tor
di Quinto e mostre fotografiche, non si sa se anche quest'anno
al Cavaliere di Tripoli sarà riservato un trattamento
da stella di Hollywood. Le poche notizie che filtrano sulla
sua galoppata romana, lascerebbero intendere che il circolo
degli adulatori avrà qualche difficoltà a strappargli
l'autografo, perché l'avvenimento – dicono – è
stato organizzato con maggiore sobrietà.
Ecco,
ci risparmino almeno gli osanna: il colonnello Gheddafi non
è Obama, né Lula, né Mandela. Che il contenzioso
con l'Italia da lui aperto e dilatato dovesse essere chiuso
una volta per tutte, non ci sono dubbi. Anche se c'è
modo e modo di chiudere i contenziosi. Che il Trattato rappresenti
un nuovo inizio nei rapporti complicati tra i due Paesi, non
è solo un auspicio di amicizia ritrovata, e peraltro
mai perduta, fra le popolazioni, ma anche un atto lungimirante
di interesse nazionale. E poi “uno i vicini non se li può
scegliere”, come disse una volta Giulio Andreotti, riferendosi
proprio al dirimpettaio in Libia. Ma il tappeto rosso
no. Al contrario, proprio grazie alla nuova era che si è
spalancata tra Roma e Tripoli, ora sarà più facile
far valere quella dignità nazionale che per quarant'anni
è stata ignorata dopo la cacciata dei ventimila nostri
connazionali dalla Libia e dei loro beni confiscati nel 1970.
A proposito: perché essi o i loro familiari (dati i tempi,
molti rimpatriati sono nel frattempo morti), non sono stati
ancora risarciti secondo giustizia ed equità? Perché
l'Italia “riscoperta” da Gheddafi non pone la questione con
amichevole franchezza? Adesso può farlo, adesso deve
farlo.
Intendiamoci,
non siamo così sciocchi da non capire che la corsia preferenziale
accordata alle imprese italiane, con tutti i vantaggi che ricadono
anche a beneficio dei cittadini italiani, sia più importante
dei quattro spiccioli ancora reclamati dagli italiani di Libia.
Ma un'ingiustizia
non cessa di essere tale solo perché nel frattempo, costruiremo
in Libia la strada più bella dell'Africa. D'altronde,
accordi riparatori in questo senso sono già stati realizzati,
Italiani e libici hanno restaurato insieme il cimitero cattolico
di Tripoli: per quanto bizzarro sembri e sia il Cavaliere libico,
con lui ragionare si può. Ragionare su tutto, quindi:
investimenti e gesti simbolici, immigrazione e umanità
per gli immigrati, convegni storici e mostre archeologiche.
Ma
pure ragionare sugli italiani che in Libia sono nati o cresciuti,
e che tutto hanno perso all'epoca dell'espulsione da lui decretata.
C'è un importante
precedente che mostra quale possa essere il nuovo spirito tra
nuovo amici. Ricordate quando, non si sa se per un equivoco
o per un dispetto, le autorità libiche non volevano che
le Frecce Tricolori firmassero con il Tricolore il cielo di
Libia? Il comandante delle Frecce disse, semplicemente, di no:
“Senza il Tricolore, le Frecce non volano”. Finì come
doveva finire, con verde, bianco e rosso che si stagliava nell'azzurro
di Tripoli. Ecco un piccolo, grande esempio di quella dignità
nazionale che vale sempre.