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L'accordo Italia-Libia: ci siamo anche noi

L'Airl
e l'accordo
del 30 agosto

Annamaria Cancellieri: il "nostro" commissario conquista Bologna

Italia d'Africa

maggio-luglio 2010

I due professori innamorati del raìs

Corriere della Sera

14 settembre 2011

Il bacio a Muammar

La Repubblica

10 settembre 2011

Italiani cacciati da Gheddafi, anche noi nella rifondazione

AGI

2 settembre 2011

L'illusione dentro la testa di Gheddafi che alimenta la guerriglia

Il Foglio

27 agosto 2011

La mia Libia d'oro profanata dal Rais

Corriere della Sera

26 agosto 2011

La maledizione della via Balbia

Il Sole 24Ore

25 agosto 2011

Com'era triste la città del Rais

La Repubblica

25 agosto 2011

"Mal di Tripoli, mito e affari: la patria persa degli italiani d'Africa

Il Corriere della Sera

23 agosto 2011

La disfatta di Gheddafi è vicina

Il Corriere della Sera

20 luglio 2011

L'esistenza delle tribù

Il Corriere della Sera

28 giugno 2011

Libia, i calciatori contro il Colonnello

La Repubblica

26 giugno 2011

A Roma la Costituente per gettare le basi della nuova nazione

La Stampa

17 giugno 2011

Saif Gheddafi : Subito elezioni. E' l'unico modo indolore per uscirne

Corriere della Sera

16 Giugno 2011

Tripoli, profanato il cimitero italiano

La Repubblica

5 Giugno 2011

Libia, profanato cimitero italiano di Tripoli,danneggiata cappella

Il Tempo

4 Giugno 2011i

Libia, profanato cimitero italiano di Tripoli

ANSA

4 Giugno 2011

Profanato il cimitero italiano a Tripoli

AdnKronos

4 Giugno 2011

Frattini vola a Bengasi e promette soldi e benzina

Corriere della Sera

1 Giugno 2011

Gheddafi: porteremo la guerra in Italia

Il Sole24 ore

1 Maggio 2011

Pasticcio libico. Febbre padana

Corriere della Sera

30 Aprile 2011

Nato a Tripoli e cacciato da Gheddafi mi schiero a fianco dei fratelli libici

Mattino Padova

2 Marzo 2011

Intervista al principe Idris Al Senussi

Libero

17 Aprile 2011

Libyan rebels, hoping for one state, prepare for two

Washington post

5 Aprile 2011

Il raìs che ci ha cacciato deve andar via

Nuova Sardegna

3 Aprile 2011

Nonostante tutto amore intatto

Prismanews

25 Marzo 2011

Rais spietato con gli italiani perdonato da tutti i governi

Il Tempo

27 Marzo 2011

E' ora di finirla con il vittimismo

Il Tempo

27 Marzo 2011

L'Europa che non vuole disturbare Gheddafi

La Repubblica

17 Marzo 2011

Fuga dalla Libia, 44 anni fa l'esodo Corriere della Sera 22 Febbraio 2011

Quelle parole sul nostro paese Corriere della Sera

3 Marzo 2011

La follia di Gheddafi ci ha reso fratelli

Secolo D'Italia

26 Febbraio 2011

Sono nato in Cirenaica adesso è il regno del terrore

Il corriere della sera

21 Febbraio 2011

Raffiche di mitra e finto tripudio nella capitale ormai impazzita

La Stampa

7 Marzo 2011

Le conquiste della Libia a suo di petrodollari

Il Solo 24 ore

2 Marzo 2011

Tre scenari per una crisi

Il Corriere della Sera

7 Marzo 2011

Roman Ruins

Foreign Policy

3 marzo 2011

Quando tutto profumava d'Italia

Il Sole 24Ore

24 febbraio 2011

Silvione l'africano

Il Venerdì

7 gennaio 2011

In arrivo 150 milioni per gli espulsi libici

Il Sole 24Ore

2 dicembre 2010

Gheddafi loda l'Italia per la lotta ai clandestini, ma il Quirinale frena sul cavalierato al rais

Il Sole 24Ore

29 novembre 2010

I libici ci attaccano con le nostre navi

Il Giornale

14 settembre 2010

Gheddafi sorride ma ci attaccano ogni giorno

La Repubblica

14 settembre 2010

"Quel Trattato non ha mai sciolto il nodo sulle acque territoriali"

La Repubblica

14 settembre 2010

Il Trattato da riscrivere

Corriere della Sera

14 settembre 2010

Se Gheddafi ci ripaga così

Il Messaggero

14 settembre 2010

E' il momento di risolvere vecchie questioni

Il Tempo

28 agosto 2010

I profughi italiani: ancora non ci hanno risarcito un euro

Adnkronos

28 agosto 2010

Gheddafi: delusi i rimpatriati italiani, di noi non si parla mai

AGI

31 agosto 2010

La presidente dei rimpatriati italiani: “Roma come Tripoli non ci ha dato un euro”

Quotidiano Nazionale

31 agosto 2010

Incresciosa messa in scena o forse solo un boomerang

Avvenire

31 agosto 2010

Gheddafi: "Bene festeggiamenti, resta amarezza mancata firma decreto"

Comunicato stampa dell'On. Marco Marsilio

Gheddafi sbarca a Roma accolto da 200 hostess

Il Sole 24Ore

29 agosto 2010

Le vacanze romane di Gheddafi

L'Unità

29 agosto 2010

Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

La Repubblica

28 agosto 2010

Rimpatriati, attendiamo giustizia da governo a vigilia 40/mo anniversario confisca proprieta' italiani

ANSA

20 luglio 2010

Italiani cacciati dalla Libia: 40 anni senza giustizia

La Vera Cronaca

20 luglio 2010

L'Italia proteggeva Gheddafi, il DC-9 fu abbattuto dai francesi

Il Fatto Quotidiano

26 giugno 2010

Tra Cavaliere e Colonnello non c'è

solo la Svizzera

Il Riformista

15 giugno 2010

Il Cavaliere in Libia per chiudere la crisi con Berna

Il Sole 24Ore

13 giugno 2010

Berlusconi a Tripoli dopo Sofia

La Stampa

13 giugno 2010

The Gaddafi-Berlusconi connection

The Guardian

4 September 2009

Video di Berlusconi che bacia la mano a Gheddafi

Repubblica.it

28 marzo 2010

Libia-Europa, risolta la crisi dei visti. «Grazie all'Italia»

Corriere della Sera

28 marzo 2010

La Libia respinge i cittadini europei

Il Secolo XIX

15 febbraio 2010

"Ma perché vi stupite? Quello è capace di tutto"

La Stampa

16 febbraio 2010

Il Quadrifoglio ha organizzato il convegno "Italia-Libia: pari diritti, pari opportunità"

IRIS Press

26 novembre 2009

Tutti zitti sulle "lezioni" di Gheddafi

Corriere della Sera

18 novembre 2009

Libri. L'Italia e l'ascesa di Gheddafi

Il Foglio

23 ottobre 2009

Noi fiorentini, dall'altra parte della Libia

Corriere Fiorentino

16 ottobre 2009

Le imprese aspettano 626 milioni da Gheddafi

CorrierEconomia

28 settembre 2009

Italia e Libia di Gheddafi una pietra sul passato

Corriere della Sera

3 settembre 2009

Quel Tenente Colonnello che ha saputo dire no a Gheddafi

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Il tenente colonnello Massimo Tammaro, alla testa della formazione acrobatica

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Mostra sul colonialismo.

L' ambasciatore protesta

Corriere della Sera

31 agosto 2009

Italia-Libia: sit in Udc davanti ambasciata, non ci inchiniamo a Gheddafi

Adnkronos

31 agosto 2009

Berlusconi con Gheddafi: rigorosi sull'immigrazione

Sole 24 Ore

Gerardo Pelosi

Da frecce tricolori a frecce beduine per onorare il Rais

Libero

30 agosto 2009

Quello scatolone di sabbia che unì Mussolini e Nenni

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Lamberto Dini: «Partner strategico Sarebbe un errore non partecipare»

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Storace: Dini penoso e antitaliano

Agenzia Dire

28 agosto 2009

L'arte del raìs. Bastonare anche gli amici

Libero

28 agosto 2009

Il Cavaliere evita imbarazzo e polemiche

La Stampa

28 agosto 2009

L'esempio di Fini e l'orgoglio delle Frecce Tricolori

Il Riformista

28 agosto 2009

Solo noi saliamo sul cammello

Il Riformista

28 agosto 2009

Tra Malta e Libia ringraziamenti e gratitudine

Avvenire

26 agosto 2009

Inchinarsi ai dittatori è sempre sbagliato

Libero

26 agosto

Assurdo omaggio al dittatore: le Frecce Tricolori da Gheddafi

Libero

25 agosto 2009

Airl, governo guarda solo convenienza economica

Ansa

25 agosto 2009

Finmeccanica, maxiaccordo con la Libia

Corriere della Sera
29 luglio 2009

Fini e la Libia: deludente sulla vicenda dei profughi

Corriere della Sera

22 luglio 2009

Interventi & Repliche

Corriere della Sera
27 giugno 2009

Col G8 torna Gheddafi: attenti alla dignità

Politicamente

corretto

2 luglio 2009

La tenda beduina e le imprese senza dignità

La Repubblica Affari&Finanza

15 giugno 2009

Se la diplomazia diventa uno show

La Repubblica

14 giugno 2009

Piegare troppo la schiena non raddrizza gli affari

Libero

14 giugno 2009

Missione a Tripoli in difesa dei diritti dei migranti

Il Sole 24ore

14 giugno 2009

Agli esuli cacciati via nel 1970: «Vi ho salvato dalla deportazione»

Il Giornale

14 giugno 2009

Alfeo e la casa persa due volte

Il Sole 24Ore

14 giugno 2009

La foto di Gheddafi

Gazzetta di Parma

13 giugno 2009

Gheddafi non arriva, Fini annulla l'incontro

Corriere della Sera

13 giugno 2009

La mia foto sul petto

Corriere della Sera

12 giugno 2009

“Incontrerò Gheddafi senza alcun rancore”

Il Giornale dell'Umbria

12 giugno 2009

Accolto con troppi onori

Il Tempo

12 giugno 2009

 

Libertà (di far quel che gli va)

La Stampa

12 giugno 2009

 

Il colonnello ala sapienza un discorso fuori Onda

Il Riformista

12 giugno 2009

 

Borghezio: «Da leghista chiedo scusa alla Capitale»

Libero

12 giugno 2009

Scusarsi per la storia? Quella foto sulla giacca del dittatore

UnSognoItaliano.it

11 giugno 2009

Dromedari e flamenco, anche Roma ci casca

Il Messaggero

11 giugno 2009

Ma quella foto la poteva evitare

Il Giornale

11 giugno 2009

Un'occasione di chiarezza

Corriere della Sera

11 giugno 2009

Cassone (Pdl): "Giovedì non sarò in Aula se Gheddafi si rifiuta di incontrare l'Airl"

Adnkronos

9 giugno 2009

Gheddafi a Roma: agenda pronta, tre giornate intense

Ansa

5 giugno 2009

Martines: «Fui cacciato dalla Libia e ho perso tutto. Sbagliato riverire quel despota»

Il Gazzettino

1 giugno 2009

La Russa: risarcire italiani espulsi nel 1970

Apcom

17 maggio 2009

Gheddafi,"l'amico libico" in Italia per una visita storica

La Repubblica

14 maggio 2009

Mantica a Tripoli per inaugurazione cimitero

Ansa

8 maggio 2009

Mantica, a rimpatriati italiani un riconoscimento morale

Ansa

8 maggio 2009

I profughi dalla Libia “Ci restano solo briciole e ricordi”

La Sicilia

20 aprile 2009

Berlusconi: in Libia ne abbiamo combinate di tutti i colori

ANSA

11 marzo 2009

La diplomazia dell'Eni dietro l'intesa con la Libia

Il Sole 24Ore

4 marzo 2009

La Libia e la strategia mediterranea

Il Tempo

4 marzo 2009

I fondi libici in Italia con Mediobanca

La Repubblica

13 febbraio 2009

Tripoli offre capitali e chiede in cambio legittimazione politica

Il Sole 24Ore

13 febbraio 2009

Ciarrapico: «Porteremo il caffè al beduino»

Corriere della Sera

4 febbraio 2009

Camera, si' a risarcimento per italiani espulsi

ANSA

21 gennaio 2009

Aiuti alla Libia se risarcirà i nostri esuli del ‘70

Libero

21 gennaio 2009

Marsilio e Rampelli (Pdl), risarcimento esuli chiude capitolo doloroso

AdnKronos

20 gennaio 2009

Rimpatriati soddisfatti, accolte nostre istanze

ANSA

20 gennaio 2009

Mecacci, governo ripristini cifra indennizzi

AGI

20 gennaio 2009

Un trattato contestato

L'Opinione

20 gennaio 2009

Petrolio, spunta l'addizionale Italia-Libia

Il Sole 24Ore

15 gennaio 2009

Maroni: "Rimpatri immediati". Lite con La Russa

Il Messaggero

30 dicembre 2008

Rimpatriati, soddisfare i nostri diritti

ANSA

20 dicembre 2008

Rimpatriati dalla Libia: gli indennizzi

Corriere della Sera

14 dicembre 2008

Libia e Eni: storia di una relazione

senza rotture

Corriere della Sera

8 dicembre 2008

Eni, i fondi libici prenotano il 10% del capitale

Il Tempo

8 dicembre 2008

I comunicati degli incontri istituzionali con l'Airl

19 settembre-3 novembre 2008

I libici rivelano 20 anni dopo: «Così Craxi salvò Gheddafi»

Corriere della Sera

31 ottobre 2008

 

Libia: Frattini, lavoreremo per indennizzi rimpatriati italiani
AGI

30 ottobre 2008

Italia-Libia, Marsilio: Siano risarciti gli italiani rimpatriati

Il Velino

30 ottobre 2008

Italia-Libia: Frattini, risolveremo problema indennizzi

ANSA

30 ottobre 2008

 

Libia, Frattini: accordo bipartisan, auspico ratifica bipartisan

Il Velino Diplomatico

30 ottobre 2008 

Tra Italia e Libia chi è il fesso?

L'Opinione delle Libertà

24 ottobre 2008

Ecco chi è seduto sulla sponda italiana della Libia di Gheddafi Il Riformista

23 ottobre 2008

"Italia e Libia saranno alleati militari". Ecco i segreti del Trattato

La Repubblica 23 ottobre 2008

Il testo del Trattato "storico" tra Italia e Libia del 30 agosto 2008

Italia-Libia: Rimpatriati, chiediamo 350 milioni, Letta disponibile

ANSA

22 ottobre 2008

Gli esuli: "Gheddafi in Italia non ci mette piede"

Il Secolo XIX

9 ottobre 2008

Fini riceve Associazione Rimpatriati dalla Libia

Comunicato Stampa

8 ottobre 2008

 

Libia: Ortu (Airl), no a Gheddafi in Italia se Berlusconi non ci chiede scusa

Adnkronos

8 ottobre 2008

Andreotti, Dini, Latorre, Pisanu. Tutti nel deserto da Gheddafi Corriere della Sera 8 ottobre 2008

Tripoli non è suol di risarcimenti Panorama Economy

8 ottobre 2008

Dichiarazioni di Frattini e Baldassarri in Commissione Finanze del Senato

7 ottobre 2008

Lettere per chiedere un incontro al Presidente del Consiglio

5 maggio 2008-

6 ottobre 2008

Italia-Libia: Rimpatriati, Frattini cattivo e offensivo

Ansa

3 ottobre 2008  

Italia-Libia: Frattini, non dimentichiamo diritti rimpatriati Ansa

3 ottobre 2008

Ortu (Airl), rivendichiamo giusti indennizzi prima di ratifica accordo
Adnkronos

27 settembre 2008

Italiani d'africa, dimenticati dallo Stato

Famiglia Cristiana

25 settembre 2008

Marsilio (Pdl): “Solidarietà ai rimpatriati dalla Libia”

9 colonne

24 settembre 2008

E i rimpatriati italiani protestano oggi davanti a palazzo Chigi

Avvenire

23 settembre 2008


Libia: Gasparri incontra delegazione rimpatriati

Comunicato stampa

19 settembre 2008






LEGGE 26 marzo 1999, N. 68

LEGGE 29 GENNAIO 1994, n. 98

LEGGE 1° giugno 1991, n. 166

LEGGE 5 aprile 1985, n. 135

LEGGE 2 maggio 1983, n. 181

LEGGE 26 dicembre 1981, N. 763

LEGGE 26 gennaio 1980, n. 16

LEGGE 6 dicembre 1971, n. 1066

 


 

Annamaria Cancellieri: il “nostro” commissario conquista Bologna

 

Italiani d'Africa

Maggio-luglio 2010

Giovanna Ortu

 

*Nel giorno della nomina del commissario Annamaria Cancellieri a Ministro dell'Interno, riproponiamo l'articolo pubblicato su Italiani d'Africa nel luglio del 2010

 

Amabile, se è possibile ancor più della sua sorridente segretaria che così si chiama. Questa è la prima impressione all'apparire del nostro “personaggio” Annamaria Cancellieri, donna dal piglio deciso e dalla luminosa carriera, tornata in pista, subito dopo essere andata “a riposo”, nel ruolo prestigioso di Commissario del Comune di Bologna a seguito delle dimissioni del sindaco Flavio Delbono.

Prima di incontrarla ho il tempo di leggere sul Resto del Carlino del 6 maggio la sua battaglia del giorno: è contro i graffiti che imbrattano la città. Dice il Commissario: “Puliremo tutti i palazzi di proprietà comunale”, un'affermazione accompagnata dal fermo invito rivolto a tutti i proprietari privati a seguire questo “esempio” dando “segnali immediati e concreti perché Bologna è bellissima”

È un amore ricambiato quello del Commissario Cancellieri per la Città. Insediatasi nel febbraio scorso ha subito conquistato i bolognesi riuscendo a sbloccare tanti progetti primo fra tutti quello del metrò che sarà finanziato a piccole rate così da non deprimere gli investimenti necessari a far vivere il capoluogo emiliano.

Del suo mandato, che durerà fino alle prossime elezioni fissate presumibilmente nella primavera del 2011 Annamaria Cancellieri lascerà certamente il segno, dando un'ulteriore prova della sua esperienza nell'affrontare i problemi in concreto e delle sue spiccate capacità di mediazione.

Ma lei ed io oggi dobbiamo parlare di altre cose, certo più nostalgiche perché vecchie di quarant'anni; sicuramente più allegre perché si rifanno al tempo della nostra gioventù, comunque venate di tristezza e commozione. Così lei ricorda l'incontro all'aeroporto di Fiumicino con suo padre nel settembre del '70: “un uomo distrutto, improvvisamente invecchiato, quasi malato di dolore e incredulità per aver perso ogni suo avere”.

In quel periodo Annamaria, dopo la laurea alla Sapienza di Roma col massimo dei voti, aveva già dato avvio alla sua attività lavorativa, al contrario di tante “signorine bene” (me compresa) impegnate a costruirsi un futuro un po' limitato di madri di famiglia e di perfette casalinghe.

Dopo pochi minuti di conversazione ci sentiamo amiche di vecchia data anche se non ricordiamo di esserci mai incontrate a Tripoli. Forse i quattro anni che ci separano – io sono più grande di Lei – hanno fatto sì che io fossi già adolescente quando lei era ancora una bambina ma quanti ricordi in comune di cose, case e persone; basti pensare che suo padre, l'Ingegner Virgilio, e mia madre sono stati così amici da ragazzini che mia mamma ha sempre ricordato il suo coetaneo come un ragazzo golosissimo, soprattutto di cioccolata. Io, lo confesso, sono un po' intimidita dal suo ruolo e un po' incredula della facilità con la quale si muove in ufficio e fuori senza scorta, senza autista, accompagnata solo dalla spontaneità del suo sorriso e dalla garbata semplicità dei suoi modi. Non è un caso che prima di me avesse ricevuto una famiglia di immigrati con due deliziosi piccoli bimbi del Gabon che attendono dal Commissario un aiuto per la sistemazione del loro papà ed intanto girano felici per l'anticamera gratificando anche me di baci e sorrisi.

Per Annamaria che, insieme a fratelli e sorelle ha sempre frequentato le scuole a Roma, il ricordo di Tripoli è ancor più bello perché legato alle lunghe estati di vacanza, alle estenuanti nuotate in quel mare bellissimo, alle gite a Leptis Magna e Sabratha, alle serate danzanti sulla terrazza dell'Uaddan al ritmo delle canzoni dal vivo di un Peppino di Capri giovanissimo e già famoso.

E in quelle estati tripoline, complice il mare, il sole e la musica Annamaria ha pure trovato l'amore. Da allora Le è accanto il marito Nuccio Peluso (Zezè per gli amici) padre dei suoi due figli Piergiorgio e Federico nati in Italia ma che sono ansiosi di poter finalmente conoscere davvero, al di la dei racconti di papà e mamma, il paese dei loro genitori, dei loro nonni e del bisnonno che era giunto a Tripoli nel 1911 con una moglie preoccupatissima di riuscire ad assicurare al figlio Virgilio, apparentemente gracile, le condizioni igieniche che considerava indispensabili: ma fu proprio giocando tra la sabbia con i coetanei indigeni e divorando, da goloso qual era, i datteri impolverati che il ragazzino si fortificò: e la mamma si arrese!

Annamaria ancora adesso ha amici tripolini quasi in ogni città dove ha vissuto e lavorato, amici che seguita a frequentare regolarmente: a Siracusa e Catania dove vivono i cugini Franca e Antonio Peluso, a Roma dove vive la sorella Caterina (Nellina) che ha per marito un non “tripolino” che immagino sia felicemente rassegnato ad essere entrato a far parte della schiera dei rimpatriati,il fratello Franco che a Tripoli ha lavorato a lungo anche dopo il 1970, la sorella Luciana (Lilli) che ha sposato Kevork (Giorgio) Devruscian, tripolino d.o.c. perché nato e vissuto a Tripoli sino alla guerra dei cinque giorni e alla nascita della figlia Carlotta nel 1967.

Ognuno di loro ha nei confronti della Libia sentimenti diversi. Annamaria sogna fortemente di tornare a rivedere quel Paese soprattutto per mostrarlo ai figli e per rivivere con il marito emozioni e ricordi intensissimi. Il cognato Giorgio non ne vuole più sentire parlare,forse perché l'ha amata troppo e ne ha sofferto troppo. Nellina è agnostica, ma ci tornerebbe volentieri con i figli. Franco è l'unico ad aver mantenuto i contatti e va e torna da Tripoli con frequenza,ama tanto quella città che, se potesse, ci vivrebbe volentieri. Ma ho la sensazione che un nutrito gruppo della famiglia Cancellieri, giovani e meno giovani, farà un “viaggio della memoria” appena possibile; appena Annamaria riuscirà a ritagliarsi uno spazio negli impegni connessi al suo ruolo che svolge con tanta passione; il giorno stesso del nostro incontro è partita per Roma per partecipare all'incontro che il Capo dello Stato ha riservato alle vittime del terrorismo. Mentre scrivo, ho appena letto della decisione del Commissario Cancellieri di dare un senso diverso alla cerimonia per l'anniversario della strage alla stazione di Bologna. Ad evitare dolorose e inaccettabili contestazioni questa volta, dopo trent'anni, non più politici sul palco, ma solo il rappresentante dei familiari delle vittime ancora in attesa che venga sollevato il velo sul segreto di stato decisivo per arrivare finalmente alla verità. Il Commissario naturalmente sarà presente ma ha deciso di non prendere la parola.

“La politica che tace: comunque la si voglia leggere un evento raro” chiosa Francesco Alberti autore dell'articolo. E noi aggiungiamo “chi lavora non chiacchera”.

Mentre questo giornale va in macchina i sondaggi riferiscono dell'autentico entusiasmo con il quale sempre più bolognesi, sia di destra che di sinistra, accoglierebbero la nomina della Cancellieri a candidato sindaco nelle prossime elezioni: “ci si aspettava un burocrate tiranno e invece spunta Annamaria Cancellieri: un fenomeno patriarcale!” scrive l'Espresso. Se si votasse oggi il commissario-candidato “vincerebbe di volata” leggo su Il Venerdì di Repubblica. L'unica titubante, se non contraria, è finora la “candidata” pur dopo gli apprezzamenti bipartisan da Prodi a Fini passando per Lucio Dalla. Annamaria ha fatto sapere che di “appartenere ad una schiatta incoercibile: quella al di sopra delle parti che, lontani dai riflettori sono la spina dorsale dello Stato”.

Ma noi tutti suoi “colleghi rimpatriati” come pressante e accorata sollecitazione ad Annamaria vorremmo dirle di fare violenza al suo legittimo credo per dimostrare al Paese quanto possa fare una persona capace, onesta e credibile non solo per il bene di una città, ma soprattutto come esempio di “meritocrazia”.

 


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Libia: La Russa, vicino a rimpatriati, comprendo loro commozione
Prossima volta che andro' a Tripoli mi faro' accompagnare dalla signora Ortu

 

Adnkronos

20 ottobre 2011

 

"Ho dovuto interrompere la telefonata oggi perchè sentivo tutta la commozione della signora Ortu quando l'ho chiamata per informarla della cattura di Gheddafi". Lo dice ai cronisti Ignazio La Russa riferendo la telefonata con Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

"Una signora eccezionale -aggiunge- di una vitalità incredibile, che ha dedicato molti anni della sua vita a mantenere vivo il legame con la Libia degli italiani che vennero cacciati da Gheddafi".

"La signora Ortu -prosegue il ministro della Difesa- mi ha detto che la fine di Gheddafi è la seconda bella notizia in poco tempo dopo che Jalil, alcuni giorni fa, ha riconosciuto come la permanenza degli italiani in Libia abbia coinciso con un periodo di crescita morale e materiale per il Paese. La prossima volta che andrò in Libia -conclude La Russa- mi farò accompagnare dalla signora Ortu".

 

 


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Libia: Rimpatriati, ora popolo libero e pieno di prospettive
Ortu (Airl), ho pianto di commozione parlando con La Russa


Adnkronos

20 ottobre 2011

 

Con la morte di Gheddafi finalmente in Libia ci sarà "solo democrazia e libertà" e il popolo libico, da oggi in poi "è veramente libero, ricco e pieno di prospettive". E' commossa la presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, che - dice all'Adnkronos - di aver pianto di commozione "parlando al telefono con il ministro La Russa" che "mi ha detto 'so che significa questo per voi".

"Sono commossa non tanto per la fine di un uomo, perchè la vita di un essere umano non ha prezzo, fosse anche l'ultimo criminale della terra - aggiunge - ma per quello che ciò significa per il popolo libico. Devo poter credere che ci sarà solo democrazia e libertà, come ho avuto modo di constatare nel mio viaggio a Bengasi 15 giorni fa".

"Da parte nostra - aggiunge - faremo tutto ciò che, con le nostre forze, potremo fare: abbiamo tanti progetti. Ci hanno chiesto aiuto in determinati settori, quali l'ambiente, i giovani, oltre che il ripristino dell'architettura dell'era coloniale, non per un 'ritorno al passato', ma per ciò che hanno significato nella storia della Libia. Una storia che da oggi in poi è la storia di un popolo veramente libero, ricco e pieno di prospettive. Per il 29 e 30 ottobre - conclude - abbiamo organizzato a Roma il convegno del centenario, al quale parteciperà anche un esponente del Cnt, e quella sarà l'occasione per fare festa insieme".


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I due professori innamorati del raìs


Corriere della Sera

14 settembre 2011

Stella Gian Antonio

Pag. 43

 

Gli illustrissimi Luigi Frati e Giovanni Lobrano hanno cambiato idea sul «professor» Muammar Gheddafi? O si getteranno anche loro all'inseguimento dell'ex dittatore libico non per consegnarlo ai ribelli, si capisce, ma per tornare a invitarlo a fare una lectio magistralis o addirittura a ritirare una laurea honoris causa? I primi ad avere questa curiosità dovrebbero essere gli studenti della Sapienza di Roma e della facoltà di giurisprudenza dell'Università di Cagliari, protagoniste di indecorose genuflessioni all' allora capo della Jamahirya. Se la storia è davvero maestra di vita, infatti, nulla è più importante della memoria. Per imparare dagli errori. Per pesare le persone. Sono passati solo poco più di due anni dal giugno 2009 in cui il Colonnello venne in Italia. Due anni. Ed è impossibile dimenticare i salamelecchi nei quali si prostrarono Franco Frattini, Silvio Berlusconi (che indifferente alla tragedia degli italiani buttati fuori dal dittatore non solo gli baciava l'anello ma gli prometteva di tornare in Libia per festeggiare «la vostra grande rivoluzione») e tanti altri esponenti della politica nostrana. Che arrivarono a spendere 994.923 euro per «lavori di adeguamento» della meravigliosa Villa Doria Pamphili dove il capriccioso ospite, che a Tripoli viveva nel palazzo da mille e una notte coi rubinetti d'oro che abbiamo scoperto poche settimane fa, fece tirar su una tenda beduina. Bene: in queste sviolinate spiccarono appunto quei due uomini della cultura nostrana. Il primo, Giovanni Lobrano, preside di Giurisprudenza a Cagliari, spiegò solenne che «la delibera del consiglio di Facoltà ha deciso per il conferimento della laurea honoris causa al Presidente Gheddafi» spiegando che comunque la decisione finale sarebbe spettata al Rettore e al Ministero, che grazie a Dio riposero la stupidaggine là dove doveva stare, nel cestino. Il secondo, Luigi Frati, rettore della Sapienza, già noto come uomo tutto ateneo e famiglia per aver piazzato nei suoi immediati dintorni universitari la moglie, il figlio e la figlia, si spinse con sommo sprezzo del ridicolo a concedere al tiranno tripolino addirittura l'aula magna (dove il despota si presentò annoiatissimo con due ore di ritardo) perché tenesse una lezione sulla democrazia. Lui! Sulla democrazia! Una «lezione» di leggendaria cialtroneria: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie. Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie». Surreale, poi, fu l' invito a farsi avanti rivolto alle «amazzoni» bellocce e grintose che gli facevano da body-guard . Ammazza!, sbottò er rettore: «Le abbiamo apprezzate molto! Purtroppo c' è qui mia moglie...». Ecco: entrando nel vivo dell' anno accademico non pensano i due esimi professori di avere qualcosa da spiegare ai loro studenti?


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Il bacio a Muammar

 

La Repubblica

10 settembre 2011

Alessandra Longo

p. 13

 

Finalmente una ricostruzione originale del famoso inchino di Berlusconi a Gheddafi con bacio devoto dell'anello. La fornisce lo stesso premier alla platea dei giovani di Atreju, festa Pdl. “Nessuna sottomissione. Io ho baciato la mano di Gheddafi per educazione, lì si usa così”. Bon ton del deserto, niente di più. Ci sentiamo sollevati. Davvero all'epoca le immagini suggerivano una buona dose di asservimento. E ancora più piacere provoca l'apprendere che la famosa corsa dei 30 cavalli berberi nel perimetro di una caserma dei carabinieri a Roma in occasione dell'ultima visita del Rais si è rivelata un'umiliazione per i libici. “Davanti alla valentia dei cavalli dell'Arma – confida Berlusconi – ho visto Gheddafi sprofondare”. E beccati questa Muammar.


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Libia: italiani cacciati da Gheddafi,anche noi nella rifondazione

 

AGI

2 settembre 2011

 

Partecipare alla "rifondazione sociale e civile" della nuova Libia: e' questa l'aspirazione dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl), dopo la presa di Tripoli e con il regime di Muammar Gheddafi ormai agli sgoccioli. "C'e' molta aspettativa nella comunita' dei rimpatriati, alcuni sognano di tornare in Libia, molti altri vorrebbero andare li' per dare una mano al popolo libico nella ricostruzione", spiega all'Agi la presidente dell'associazione, Giovanna Ortu. Nel 1970 il Colonnello espulse dal Paese circa 20mila italiani. Oggi ancora "2mila famiglie sono regolarmente iscritte all'Airl e altrettante gravitano intorno alla nostra organizzazione", riferisce Ortu. "E almeno un 20-30 per cento di queste persone spera di poter riattivare i rapporti con la Libia, dando un contributo alla sua rifondazione. Naturalmente non ci vogliamo imporre, e' soltanto un desiderio, un'aspirazione che ci auguriamo possano essere accolti dai nuovi leader, soprattutto se si considera che la nuova Libia ha ora bisogno di molte cose per rimettersi in moto".

Proprio ieri una rappresentanza dell'Airl si e' riunita a Ostia con Hashem Senoussi, uno dei nipoti di re Idris, deposto da Gheddafi nel 1969. "Abbiamo festeggiato il crollo del regime e abbiamo osservato un minuto di silenzio per i martiri", ha raccontato Ortu. L'Associazione ha invece convocato la propria Assemblea generale nazionale per il 29 e 30 ottobre prossimi, presso la Pontificia Universita' Lateranense a Roma.

All'appuntamento, ha precisato la presidente, verra' invitato anche un rappresentante del Consiglio nazionale Transitorio degli insorti libici.


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L'illusione dentro la testa di Gheddafi che alimenta la guerriglia

Il Foglio

27 agosto 2011

Mohammed Abdulmuttalib al Huni

Pagina 3

 

Pubblichiamo stralci di un'analisi del professore libico Mohammed Abdulmuttalib al Huni sulla condizione mentale rende incapace Gheddafi di trattare la propria resa.

Adesso, dopo che il regime di Gheddafi ha perso la propria legittimità internazionale e l'ingresso della Nato sul teatro degli avvenimenti, ed il riconoscimento del Consiglio dei rivoltosi quale interlocutore legittimo e unico, anche da parte di quegli stati che avevano mostrato le proprie riserve sulle risoluzioni internazionali contro il suo regime, arriverà l'ora zero? Deciderà, cioè, Gheddafi di partire? Io ne dubito.
Gheddafi non partirà dalla Libia e continuerà lo scontro armato fino all'ultimo soldato disposto a ricevere i suoi ordini e a eseguirli. Ciò perché Gheddafi vive in un mondo virtuale e il suo legame con la realtà si è già rotto da tempo. Egli crede che il popolo libico lo ami, e che chi prende le armi contro di lui faccia parte di una banda locale gestita da forze imperialiste e coloniali schierate contro la sua persona, che regge la bandiera della lotta a queste forze.
Egli è diventato nella sua immaginazione , con il passare del tempo, decano dei leader arabi,  re dei re dell'Africa con corona e scettro d'oro, egli è il pensatore unico che ha inventato una teoria senza la quale il mondo non si redimerà. Egli considera la Libia un paese piccolo che va stretto per le sue speranze e le sue ambizioni, e considera il sacrificio della Libia per il più alto fine della sua leadership una cosa misera e insignificante, perché alla fine del percorso egli darà la gloria alla Libia tramite la sua leadership che attraverserà la Storia. Questo da una parte. Dall'altra, Gheddafi per i quattro decenni del suo governo è stato esposto a tutti i rischi: dal bombardamento aereo contro la sua residenza ai numerosi tentativi di rovesciare il regime, alle rivolte ripetute del popolo contro il suo potere, agli attentati da cui è scampato per miracolo compiuti dalla gente che gli era più vicina. Tutto questo lo rende sicuro che adesso supererà anche questa prova. La ritiene come un incubo, da cui si sveglierà in un momento per trovarsi di nuovo nel migliore dei mondi. E questo non è soltanto il suo pensiero, ma anche quello di chi lo circonda ed esegue i suoi ordini con lealtà e dedizione.
Per questi motivi, che non sono reali ma soltanto illusioni, appartenenti a un mondo virtuale che Gheddafi ha edificato e arredato per restarci, diventandone prigioniero, il rais non accetterà di partire. Come può un uomo muoversi da un mondo che non esiste? La psicanalisi ci soccorre spiegando che un uomo che costruisce per sé questi mondi virtuali perde il contatto con il mondo reale e il suo comportamento non è più spiegabile con un processo logico e obiettivo. Perciò chi tentasse di paragonare il caso di Gheddafi a quello di altri casi nella regione, come Zine el Abidine Ben Ali o Hosni Mubarak, o anche alla Siria e allo Yemen, commetterebbe un errore, perché poggerebbe su premesse errate, dalle quali non si potrebbero che desumere risultati errati. La seduzione del potere assoluto crea per tutti un mondo di illusioni. la differenza con Gheddafi è che lui non si sveglia dalla seduzione e dall'illusione.
Nei primi giorni della rivoluzione libica Gheddafi aveva un piano completo che lo avrebbe condotto alla vittoria schiacciante e alla permanenza sullo scranno del potere. Il piano prevedeva che nel caso il cerchio della rivoluzione si fosse allargato egli avrebbe usato i proventi del petrolio per arruolare milioni di africani dagli stati confinanti e altri uomini dall'America latina – in coordinamento con il leader del Venezuela – per lo sterminio di gra parte del popolo libico e la possibilità per gli africani che avessero combattuto di prendere il posto dei libici e restare nel paese a godere i proventi del petrolio. Vale a dire: la parziale sostituzione del popolo traditore con un popolo alternativo. Nel suo mondo virtuale, questa era la soluzione più pratica e più facile, e lo ha dichiarato nei discorsi appena è iniziata la rivolta, quando minacciò di marciare con milioni al suo seguito per invadere le zone controllate dai “sorci”. Questo scenario non è stato possibile per cinque motivi: l'intervento della Nato, l'estendersi della rivolta, l'impossibilità di esportare petrolio, il congelamento dei crediti depositati all'estero, la diserzione di molti appartenenti al suo entourage. Il caso è speciale. La persona affetta da una simile patologia, cioè la perdita di contatto con la realtà, è assalita da uno stato di collera ogni volta che qualcuno tenta di ricondurlo alla ragione o minaccia il suo mondo virtuale. Per questo i figli e chi gli sta attorno nascondono la verità.
Una persona in simile stato, se questa analisi è azzeccata, non lascerà il paese e vi rimarrà fino a quando non verrà ucciso in un raid o in un attentato da parte di coloro che gli stanno vicino, o fino a quando non sarà arrestato in uno dei nascondigli. E anche durante gli ultimi attimi, egli non riconoscerà la realtà e continuerà a considerare quello che sta accadendo come l'effetto di incubi. Perché i milioni che egli sogna, quelli che avevano celebrato le cerimonie davanti a lui in Africa, e quelli dei regni africani che lo hanno proclamato re dei re, e quelli delle popolazioni in Africa, Asia e America latina che i suoi collaboratori gli hanno descritto come persuasi della sua teoria universale, e le tribù arabe che lo hanno acclamato loro leader, guida e speranza del panarabismo, non tarderanno a sostenerlo e a sconfiggere gli oppositori e l'Alleanza atlantica e riportarlo sulle spalle dalla ghigliottina allo scranno del governo. Chi scommette sulla fuga di Gheddafi o su un esilio all'estero è un illuso, e non ricaverà da quest'illusione che una perdita di tempo dannosa per tutte le forze alleate.


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La mia Libia d'oro profanata dal Raìs

Corriere della Sera

26 agosto 2011

Abravanel Roger

Pagina 11

 

Ho lasciato la Libia più di 40 anni fa, quando l' ascesa al potere di Gheddafi portò all' espulsione degli ebrei libici, che si aggiunsero all' «esodo silente» di più di un milione di ebrei cacciati dai Paesi arabi, solo per il fatto di essere ebrei (un numero simile a quello dei palestinesi che persero la propria terra). In Libia gli ebrei furono particolarmente perseguitati: ricordo che una delle prime iniziative di Gheddafi fu quella di costruire una strada sul cimitero ebraico dopo avere buttato a mare con le ruspe le ossa dei morti (tra cui quelle dei miei nonni) e che ci furono diversi pogrom. In quell' occasione perdemmo tutti i nostri beni. Ma anche molti altri, e soprattutto gli italiani, persero tutto in Libia e divennero profughi nell' arco di pochi giorni. Alla fine però, un evento così traumatico si rivelò una fortuna per me: perché mi offrì l' occasione di partecipare allo straordinario sviluppo economico e sociale dell' Occidente degli ultimi quarant' anni. Non è stato così per i milioni di cittadini libici che, invece, hanno visto ristagnare la loro economia, arretrare la società e regredire la propria cultura, senza poter sfruttare le grandi opportunità che offriva loro una terra, ricca e bellissima, come la Libia. Non ci sono più voluto tornare da allora, per non dover sostituire questi bei ricordi con le immagini della Libia di Gheddafi. Conoscendo questo passato, ho assistito con sgomento alle cerimonie che hanno accolto Gheddafi al G8 all' Aquila e all' Eliseo a Parigi. Essendo pragmatico, capivo che Gheddafi rappresentava un valore economico e politico, ma la prudenza avrebbe dovuto, per lo meno, frenare l' entusiasmo di tanti politici e uomini d' affari occidentali. Collaborare senza «benedire» sarebbe stato più saggio, conoscendo il personaggio. Gli stessi cortigiani di Gheddafi di pochi mesi fa sono diventati i mandanti dell' intervento militare Nato e, oggi, si posizionano come i migliori amici dei ribelli. Ma nessun Pr di grande livello può mascherare al pubblico informato il grave errore che hanno commesso. La vera buona notizia è che la deposizione di Gheddafi offre una grande opportunità alla «primavera araba»: un modello di democrazia. Grazie alla sua posizione geografica e, soprattutto alla sua storia e alla sua cultura, la Libia potrebbe diventare un riferimento per i 350 milioni di arabi che, nei 100 anni dalla caduta dell' Impero ottomano, hanno potuto scegliere solo tra il torpore fatale della dittatura laica e la delusione dell' estremismo islamico. Dopo 40 anni, oggi, il popolo libico ha finalmente la libertà di scegliere. Potrà perseguire la strada del fondamentalismo xenofobo e antisemita, che lo porterà inevitabilmente a un isolamento politico e a una stagnazione economica, forse anche peggiori che ai tempi di Gheddafi. Oppure potrà ricreare quella società tollerante e multietnica che ricordo ai tempi di re Idris; magari riuscirà anche a recuperare il tempo perduto e a offrire alle nuove generazioni opportunità straordinarie. Come molti altri profughi italo-libici, osserverò con trepidazione queste scelte. Per 40 anni ho voluto dimenticare le mie radici, anzi: doverle di tanto in tanto rammentare, come quando Gheddafi divenne azionista della mia adorata Juventus, spesso mi irritava. Ma, come molti dei miei connazionali, so che al primo segnale di una Libia veramente libera, il desiderio di riscoprire le mie radici e rivivere i momenti straordinari della mia fanciullezza sarà fortissimo.

 


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La maledizione della «via Balbia»

Il Sole 24Ore

26 agosto 2011

Gerardo Pelosi

 

È un assoluto eufemismo parlare di "destino inquietante" per la litoranea libica da 1.800 chilometri tra il confine con l'Egitto e quello con la Tunisia che un gruppo di aziende italiane guidate dalla Saipem si stavano accingendo nel marzo scorso a trasformare in un'opera faraonica per il regime di Gheddafi. C'è molto di più, quasi una maledizione.
Fino al '34 Tripolitania e Cirenaica avevano, ognuna, la propria rete stradale. Solo con la riunificazione delle due regioni dell'Africa orientale italiana si pose il problema di creare un'arteria unica di collegamento sulla costa per ragioni funzionali ma soprattutto politiche. Il 14 marzo del '35 un decreto legge fissava le modalità dell'opera divisa in 16 tronchi per iniziali 813 chilometri . Vi lavorarono mille operai italiani e 12mila maestranze locali. Nel gennaio del '37, dopo neppure un anno e mezzo, fu inaugurata. Prese il nome dal governatore Italo Balbo che fu abbattuto sul cielo di Tobruk dalla contraerea italiana il 29 giugno del '40. Da allora per tutti, italiani e libici, quella rimarrà sempre la "via Balbia".
Un segno tangibile della presenza italiana che il colonnello Gheddafi non poteva cancellare per la sua funzione strategica e che avrebbe, quindi, voluto trasformare nell'opera della riconciliazione italo-libica o, per meglio dire, in una sorta di megarisarcimento per i danni subiti durante il periodo coloniale.
Ma a fornire facili argomenti al leader sono stati proprio i governi italiani. Nel luglio del '98 il cosiddetto comunicato congiunto Dini-Shalgam si rivelava nient'altro che un duro atto di accusa (da parte italiana di pesante autocritica) contro le ingiustizie patite dal popolo libico per mano italiana. Ingiustizie talmente gravi che non erano state adeguatamente risarcite dagli accordi raggiunti dopo la fine della guerra e che andavano quindi liquidate nuovamente. Nasce da quell'ammissione di colpa italiana del '98 (giustificata, pare, solo dalla necessità di rivitalizzare un accordo Eni) tutta la storia successiva del "gesto riparatore" o "grande gesto" che poi prese la forma dell'autostrada costiera.
Nel luglio del 2001 il premier Berlusconi diede istruzione al suo ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, che sarebbe andato nell'agosto a Tripoli, di offrire al colonnello un gesto da non più di 70 miliardi di lire, un'ospedale dove curare le vittime delle mine italiane sparse nel deserto o una tratta ferroviaria. Nonostante fosse rimasto colpito dall'insolita durezza di Ruggiero, Gheddafi alzò il prezzo. Alla fine, si capì che il grande gesto doveva essere l'autostrada. I tecnici italiani si misero al lavoro per preparare uno studio di fattibilità per la litoranea a quattro corsie. Si trattatava di un progetto da 45 miliardi di lire. Ma calò il gelo sulle trattative quando si capì che i libici non chiedevano solo il progetto ma la sua realizzazione completa. Un'opera da 3 miliardi di euro da realizzare in venti anni sulla quale il colonnello si prese anche l'arbitrio di fare qualche battuta, come quando disse a Berlusconi in conferenza stampa all'aeroporto di Tripoli: «Se farete l'autostrada le regalerò una bella villa e uno svincolo ad hoc tutto per lei». «Grazie ma mi bastano le ville che ho», rispose un po' infastidito il cavaliere.
La questione rimase aperta con il governo Prodi anche se il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, si era lambiccato il cervello per capire come finanziare i lavori, ipotizzando, perfino, di usare un tesoretto che la finanza pubblica allora consentiva.
Solo nell'agosto 2008 Berlusconi chiudeva l'accordo di amicizia e cooperazione con 5 miliardi di dollari in venti anni da utilizzare in opere infrastrutturali in Libia (dell'autostrada non si parlava). Un anno dopo, a Shabit Jfrai, 15 chilometri da Tripoli, Gheddafi e Berlusconi prendevano parte alla cerimonia della posa della prima pietra del collegamento tra Raiss Ajdir e Imsaad. Nel gennaio di quest'anno un consorzio guidato da Saipem si aggiudicava il primo lotto dei lavori per 835 milioni di euro. Ieri a Milano il numero due del Cnt Jibril si è limitato a dire che l'accordo di cooperazione va «rivitalizzato». Ma dell'autostrada maledetta nessun cenno.


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Com'era triste la città del raìs

La Repubblica
25 Agosto 2011

Tahar Ben Jelloun

Arrivando a Tripoli si ha l'impressione di trovarsi in un film ambientato alla fine degli Anni ‘50. Muri nudi, negozi con vetrine che espongono vestiti fuori moda da tempo. Nessun poster pubblicitario. Una città triste: se all'orizzonte non ci fosse il mare, tutto sarebbe grigio come un film in bianco e nero girato senza budget. Sulla Corniche non c'è illuminazione. Esistono alcuni grandi hotel per uomini d'affari stranieri, ma nessun albergo di livello medio per i turisti.

La struttura della città è semplice: non si rischia certo di perdersi. Ed è come se vivesse sotto anestesia, sia locale che generale. Non c'è vita notturna. Tutte le donne, giovani o meno, nascondono i capelli sotto il velo. Gli uomini portano abiti grigi, di una tristezza che dà l'emicrania.

Uscendo dalla città, sulla strada che conduce al sito cartaginese di Sabratha, si incontrano una serie di grandi poster con foto del colonnello Gheddafi. Ogni tre o quattro chilometri lo si può vedere in abbigliamenti sempre diversi: Gheddafi in divisa da ufficiale superiore dell'esercito, il petto irto di medaglie (mi sono sempre chiesto dove le acquistino queste medaglie che i dittatori amano esibire, anche se notoriamente non corrispondono a nessuna azione bellica). O ancora Gheddafi in costume da deserto, la faccia nascosta da grandi occhiali neri; in abito tradizionale musulmano; vestito da africano, e così via. Tutta la strada è costellata di questi immensi, ridicoli poster. Le auto in circolazione sono pochissime. La gente non saprebbe dove andare. Dato che da Tripoli a Bengasi la distanza è di mille chilometri, si prende l'aereo.

Più triste ancora è il fatto che la popolazione sia stata mantenuta in uno stato letargico, in cui la vita è ridotta ai minimi termini: casa e lavoro. I pochi tripolitani che possono spendere vanno nei bar dei grandi alberghi; gli altri tornano a casa e guardano l'unico canale tv consentito dallo Stato. Hanno visto Gheddafi, bevuto Gheddafi, mangiato Gheddafi fino al giorno in cui si sono messi a vomitare Gheddafi.
Tripoli è la capitale della demagogia "rivoluzionaria": il pane, il latte, l'olio, lo zucchero e altri prodotti di prima necessità sono venduti a prezzi simbolici (pochi centesimi); gli alloggi sono in generale di proprietà di chi li abita. Dunque tutto va bene! La Jamahiriya (la Repubblica delle masse) provvede ai bisogni del popolo. Cosa chiedere di più?

Ho incontrato a Tripoli un docente universitario, coltissimo e molto simpatico. Prima di partire gli ho detto: «Se viene a Parigi, ecco le mie coordinate». Mi ha risposto con un sorriso: «Sarà ben difficile che io venga a Parigi. Non riuscirò mai a mettere da parte i soldi per pagarmi il viaggio. Il mio stipendio è così basso che dovrei risparmiare per molti anni per potermi allontanare dalla Libia - sempre che la polizia mi permetta di partire».

La dittatura di Gheddafi non è stata altro che una serie di incoerenze e di follie, con la schiavitù quotidiana imposta al popolo. Tutti dovevano fare le stesse cose. È riuscita a congelare il pensiero, a scoraggiare (con l'assassinio) ogni opposizione, comprimendo l'intelligenza ai più bassi livelli. Oggi che questo iettatore sta cadendo (e cadrà, come Saddam, a pezzi) lascia un popolo confuso e impreparato, che non ha mai appreso a ragionare politicamente. I libici passeranno dalla sala di rianimazione di un grande ospedale a un immenso spazio di libertà. Bisognerà accompagnarli e aiutarli, poiché la maledizione di Gheddafi è crudele. Anche da morto, magari impiccato come Saddam, Gheddafi lascerà tracce della sua patologia.

Da giovane, quand'era un soldato dell'esercito libico, aspirava a diventare attore cinematografico. Aveva inviato le sue foto a una rivista egiziana specializzata in resoconti sulla vita di attori e attrici. Ma poiché nessuno lo aveva notato, questo candidato allo spettacolo focalizzò tutta la sua energia sul suo modello politico: il raìs egiziano Gamal Abdel Nasser. Fu così che decise di organizzare un colpo di stato e di impadronirsi del Paese. Se si fosse dato al cinema, oggi sarebbe un vecchio attore senza futuro. In politica, è diventato un assassino di cui la storia tratterrà il nome, se non altro per risputarlo.

Ma Tripoli, e soprattutto i siti archeologici di questo Paese, quali Sabratha, fondata nel V secolo a.C., Leptis Magna, Oea (città antica), Cirene, Barca, ecc., tutte assai ben conservate, grazie al talento degli archeologi italiani e francesi, faranno della Libia, nel prossimo decennio, una delle mete turistiche più richieste. (Traduzione di Elisabetta Horvat)

 


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«Mal di Tripoli», mito e affari: la patria persa degli italiani d'Africa

 

Il Corriere della Sera

Sergio Romano
23 agosto 2011

p. 15

 

Negli ultimi decenni l'immagine corrente della Tripoli italiana e della nostra presenza coloniale in Libia fra il 1911 e la fine della Seconda guerra mondiale è stata influenzata da due fattori, solo apparentemente contraddittori. La critica del colonialismo rendeva impossibile qualsiasi analisi o rievocazione da cui potessero emergere giudizi troppo equanimi e riflessioni troppo nostalgiche. E il desiderio di fare affari con Gheddafi suggeriva prudenza.

Se il pubblico dibattito investiva la Libia, quindi, l'ideologia anticolonialista e il petrolio producevano lo stesso effetto. I ricordi «giusti» erano soltanto le rappresaglie italiane dopo il massacro dei bersaglieri nell'oasi di Sciara Sciat, i prigionieri politici trasportati nelle isole Tremiti sin dall'epoca di Giolitti, la spietata repressione cirenaica del generale Graziani, i campi di concentramento, l'impiccagione di Omar el Mukhtar, le vittime delle mine disseminate dall'esercito italiano nel deserto libico durante la Seconda guerra mondiale.

Tutto vero, naturalmente, anche se certe licenze concesse alle intemperanze di Gheddafi durante le sue visite romane furono un errore di stile politico. Ma quando una verità ne cancella un'altra, il quadro è necessariamente parziale e incompleto. Accanto alla verità anticolonialista esiste un «mal di Tripoli», una struggente nostalgia che ha colpito il cuore di molti italiani e non è ancora interamente scomparsa.

Roberto Gaja, segretario generale della Farnesina e ambasciatore a Washington, fu uno dei migliori diplomatici della sua generazione. Ma prima di entrare a Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli Esteri, fu attratto dalla carriera militare, divenne tenente del Nizza Cavalleria e fu mandato a Tripoli per comandare un plotone di cavalleggeri libici. Quando la conversazione cadeva sulla Libia, ricordava con una punta di commozione le perlustrazioni nel deserto, il primo sole dell'alba sulle dune, la devota fedeltà delle truppe indigene, il sentimento di una missione da compiere. Gaja era troppo intelligente per non sapere che in quei ricordi vi era un po' di paternalismo colonialista. Ma quando tornò a Tripoli, negli anni Cinquanta, per organizzare il passaggio dell'amministrazione coloniale italiana al giovane regno del vecchio Idris, capo della Senussia, ebbe la sensazione di tornare in una patria perduta. Non so se avesse mai letto i grandi romanzi «coloniali» di Alessandro Spina, uno scrittore italiano di origini libico-siriane. Ma avrebbe potuto esserne il protagonista.

Ho un altro ricordo legato a quel periodo. Nel 1954, tre anni dopo la nascita del regno voluto dal governo britannico, lavoravo a Palazzo Chigi in un ufficio che si occupava dei rapporti economici con l'ex colonia. Da un rapporto dell'ambasciata a Tripoli apprendemmo che re Idris chiedeva al governo italiano il progetto per il piano regolatore della capitale, approvato negli ultimi tempi dell'amministrazione coloniale. Quando mi detti da fare per trovare quel documento, appresi che l'ex podestà di Tripoli lavorava in una stanzuccia dell'ammezzato di Palazzo Chigi, là dove i principi del casato alloggiavano i loro servitori. Quando bussai alla porta di Saverio Pagnutti, «direttore di governo di seconda classe comandato dal ministero dell'Africa italiana» conobbi un signore di piccola statura e di poche parole, simpatico e intelligente. Gli archivi, in buona parte, erano andati dispersi, ma Pagnutti ricordava bene il piano regolatore e promise che avrebbe fatto del suo meglio per trovarlo. Devo arrossire se confesso che la richiesta di re Idris mi sembrò un omaggio all'amministrazione coloniale di cui era lecito essere orgogliosi?

Una buona parte delle nostre nostalgie coloniali, del resto, è legata alle trasformazioni urbanistiche di Tripoli durante gli anni Venti e Trenta. Quando divenne governatore della Tripolitania nel 1921, Giuseppe Volpi, il magnate dell'energia elettrica che aveva concepito con Vittorio Cini e Achille Gaggia il grande progetto di Porto Marghera, volle emulare Hubert Lyautey, residente-generale del Marocco francese dal 1912 al 1925. Volle anzitutto restaurare il castello di Tripoli, vecchio presidio di milizie spagnole, pirati saraceni e guarnigioni ottomane, una confusa e pasticciata acropoli di vecchie mura, baracche, caserme, magazzini, torri di guardia. Dai lavori di ricostruzione emerse una sorta di struttura medioevale, falsa ma nobile e marziale. Per gli altri grandi edifici, invece, scelse un pot-pourri di stili architettonici: una dose di neoclassico, un pizzico di bizantino, una spruzzata di moresco e qualche citazione di gotico veneziano.

Nacquero così il Palazzo di giustizia, la Banca d'Italia, la cattedrale, il Grand Hotel municipale, il vicariato apostolico, la moschea di Sidi Hamuda, il monumento ai caduti. Le costruzioni coincisero con l'adozione di un piano regolatore che prevedeva la modernizzazione del porto, il lungomare, alcune piazze, e il quartiere arabo, congiunto alla città nuova dall'arco di Settimio Severo. Per dimostrare che la Libia era «nostra» da sempre, Volpi avviò i restauri di Sabratha (che qualche cortigiano cercò di battezzare «Sabratha Vulpia») e, più tardi, quelli molto più importanti e impegnativi di Leptis Magna. Per sé, quando non era al Palazzo di governo, volle comprare la «casa del Pascià», una splendida villa turca costruita all'ombra di grandi palme a pochi chilometri dalla capitale. La famiglia ne conservò la proprietà e la figlia Marina vi passava qualche settimana ogni anno sino alla fine degli anni Sessanta. La visitai nel 1966, tre anni prima dell'avvento di Gheddafi al potere. Seppi più tardi che veniva usata dal ministero degli Esteri libico per i suoi ricevimenti. Chissà se esiste ancora.

L'altro grande costruttore fu Italo Balbo, governatore della Libia dal 1934 al 1940. Il suo stile architettonico, soprattutto nei numerosi villaggi agricoli edificati per le due grandi immigrazioni dall'Italia (20 mila nell'ottobre del 1938, 10 mila nell'ottobre 1939), è quello razionale e un po' metafisico delle città del Littorio che il regime, negli anni precedenti, aveva costruito soprattutto nel Lazio e in Sardegna. Ma vi furono anche villaggi per gli arabi con nomi fiabeschi: la Coltivata, la Deliziosa, la Fiorita, l'Alba, la Nuova. Nella immaginazione degli italiani di Libia la Tripoli belle époque di Volpi e quella più razionale e austera di Balbo fanno parte degli stessi sogni e degli stessi ricordi.

Fascisti o antifascisti, cristiani o ebrei, tutti coloro che furono cacciati dalla Libia nei diversi esodi del secolo scorso hanno conservato o trasmesso ai loro eredi il sentimento di una patria perduta. Basta dare un'occhiata ai bollettini dell'Airl (l'Associazione italiana dei rimpatriati dalla Libia, presieduta da Giovanna Ortu) per ritrovare i pezzi sparsi di quelle memorie: i battesimi, i matrimoni, le cresime, i Bar Mitzvah, le foto di gruppo alla fine dell'anno scolastico, i picnic nelle oasi, le tombe di famiglia. Oscurato dalla storiografia anticolonialista e dalla diplomazia economica dei governi italiani, questo «mal di Tripoli» non è mai scomparso e sopravvive tenacemente nelle tradizioni familiari di molti italiani. Credo che qualche rimpatriato, in questi giorni, si chieda se e quando potrà tornare nella città da cui la sua famiglia era partita dopo il provvedimento di espulsione del luglio 1970.


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La disfatta di Gheddafi è vicina e i ribelli non sono affatto nel caos

 

Il Corriere della Sera
20 luglio 2011

Bernard Henri-Levy

p. 36

 

Sono di ritorno dal Jebel Nafusa, l' altopiano montuoso a nord-ovest della Libia che costituisce - dopo quello di Misurata a est, poi quello di Brega ancora più a est - il terzo fronte di questa guerra di cui ho voluto rendermi conto andandoci di persona. Quel che ho visto mi porta a contestare, più che mai, le dichiarazioni stranamente disfattiste che da qualche settimana si odono a Washington, Londra, Roma e Parigi. Dichiarazioni che ci parlano, per esempio, dell' esercito ribelle come di un esercito disorganizzato, mal preparato al combattimento, indisciplinato. Sul fronte di Gualich, che è la sua prima linea di attacco davanti alle forze di Gheddafi, ho constatato il contrario: una cinquantina di uomini ben addestrati, inquadrati da ex militari che hanno disertato e fieri di avere, in dieci giorni, riconquistato i 60 chilometri che li separano da Zintan, base del comando unificato della regione. Il contrario, francamente, dell' impantanamento. Ci dicono che si tratterebbe di combattenti che non vedono al di là del loro villaggio e incapaci di una visione strategica d' insieme in vista della presa di Tripoli. A Zintan come a Yefren, in terra araba come in zone berbere, si sente e si vede tutt' altro. Una ribellione, cioè, il cui obiettivo è Tripoli. Capi tribù per i quali l' unità della Libia è diventata, nell' impeto della lotta, un imperativo. Ufficiali perfettamente consapevoli del fatto che questo obiettivo è raggiungibile solo in stretto coordinamento con la direzione operativa delle forze Nato. Nulla a che vedere, di nuovo, con il disordine, l' improvvisazione, lo «spirito tribale», come ci viene ripetuto di continuo. Ci si preoccupa della qualità degli armamenti di cui dispongono gli insorti e dello squilibrio di forze che ne sarebbe la conseguenza. Che ai rivoltosi manchino, per poter effettivamente marciare sulla capitale, armi pesanti e semi-pesanti, è probabile. Ed è probabile che la Nato dovrebbe rispondere, al più presto, alla loro richiesta di bombardare le postazioni di Jawsh, Tidji, al-Jhizaya, al-Ruess e Badr, da cui l' artiglieria continua, mentre scrivo queste righe, a minacciare le popolazioni civili di Nalut e al-Araba. Ma un grande progresso è stato compiuto con la consegna, in particolare da parte della Francia, di parecchie decine di tonnellate di armamenti, buona parte dei quali è andata nella regione del Jebel Nafusa. Per chi avesse qualche dubbio, l' équipe che mi accompagnava mette a disposizione le immagini che ha potuto filmare di questa consegna di armi. Era un fine pomeriggio, su una strada che sovrasta la vallata, ma al riparo dal fuoco nemico. I ribelli l' hanno trasformata in una pista d' atterraggio, segnalata come tale e illuminata per 1.600 metri . Un aereo da carico, proveniente da Bengasi, si è posato lì. Ha scaricato materiale, totalmente coperto e immediatamente sistemato su pick-up giunti da Zintan, che vi sono subito ritornati. Secondo uno degli uomini del check point, si trattava di una mezza tonnellata di armi semi-pesanti destinate alle prime linee. Ci descrivono infine l' esercito di Gheddafi come un esercito che «resisterebbe» - sic - alla Coalizione. Oltre al fatto che applicare il bel termine «resistenza» alla soldatesca di un tiranno allo stremo mi sembra un' ingiuria al buon senso; oltre al fatto che le nostre indicazioni lasciano sospettare che il tiranno possegga l' arma sporca per eccellenza, il napalm, si dà il caso che siamo potuti entrare, a Zintan, in una madrasa trasformata in prigione militare e in una sala dell' ospedale dove vengono curati i prigionieri feriti. Qui abbiamo raccolto due tipi di testimonianze. Racconti di mercenari venuti dal Niger, dal Mali, dal Sudan e che, a Asabah, di fronte a Gualich, costituiscono apparentemente la metà degli effettivi. E la testimonianza di un artigliere libico che ci ha raccontato, in condizioni deontologicamente accettabili, cioè non davanti ai suoi carcerieri, come i suoi compagni restino al loro posto solo perché hanno, dietro di loro, aguzzini incaricati di abbatterli al minimo tentativo di diserzione. È questo l' esercito «lealista» pronto a morire per la sua «Guida»? Aggiungo che il militante dei diritti dell' uomo quale io sono non poteva non avere in mente, e contestare ai responsabili dell' esercito dei libici liberi, che la Ong Human Rights Watch lo aveva recentemente accusato di violenze. Violenze che tutti i miei interlocutori, a cominciare dal colonnello Mukthar Khalifa, vice-capo della Difesa di Zintan, hanno categoricamente smentito. Io stesso, sui 60 chilometri che separano Zintan dal fronte di Gualich, non ho trovato traccia di altre distruzioni o saccheggi, se non quelli commessi sistematicamente dai mercenari di Gheddafi allo sbando. Almeno su un punto, quello del saccheggio nell' ospedale di Aweinya, sono in grado di smentire queste accuse, poiché è l' assemblea locale della città, diventata una città quasi fantasma, che ha deciso di trasferire il materiale medico che vi si trovava verso la città, più popolata, di Zintan: tale decisione è stata oggetto di un atto amministrativo nella debita forma, che ho visto con i miei occhi. È un dettaglio? Forse. Ma è da dettagli di questo genere che si può giudicare il comportamento, come anche l' avvenire, di un movimento di resistenza. Insomma, davvero non capisco il tono disincantato dei commentatori che non hanno mai trovato troppo lunghi i 42 anni della dittatura ma che, improvvisamente, trovano interminabili i 100 giorni della liberazione. E ancor meno capisco i ripetuti appelli a un «negoziato» che, da solo, permetterebbe di uscire dal «pantano» in cui i signori Cameron e Sarkozy ci avrebbero fatto precipitare. Non c' è che una «soluzione politica» alla crisi aperta, il 17 febbraio scorso, dall' offensiva lanciata da questo regime contro il proprio popolo: l' allontanamento di Gheddafi - e intuisco che ci siamo vicini. A quali condizioni? Se accantoniamo il necessario rafforzamento di una resistenza che è sulla via del successo, ma deve ancora progredire, ci sono tre condizioni alla vittoria finale. 1. Che i francesi, i britannici e i loro alleati non cedano all' intimidazione e continuino sulla strada che hanno aperto: questa guerra, poiché riguarda un dittatore che aveva promesso di annegare il proprio popolo «in fiumi di sangue», è una guerra giusta. 2. Che Washington, anche se si tiene in disparte e lascia l' essenziale delle operazioni agli alleati europei, non cada in una auto-flagellazione che porterebbe la guerra di Libia a raggiungere l' assurda guerra d' Iraq nella stessa riprovazione: la guerra in Iraq si basò su una menzogna di Stato (le famose e introvabili «armi di distruzione di massa»), nulla di simile per la guerra in Libia. Quella dell' Iraq fu una guerra di vendetta (11 settembre... la volontà, di Bush figlio, di lavare l' affronto fatto a Bush padre da un Saddam Hussein che non gli fu grato di averlo risparmiato), nulla di simile per la guerra in Libia. La guerra d' Iraq, in una sorta di messianismo democratico, credeva in una democrazia portata dall' esterno e capace di nascere da un giorno all' altro. In Libia, ci siamo appoggiati su una rivendicazione democratica giunta non solo dall' interno, ma dal profondo della società, e incarnata, in particolare, dal Consiglio nazionale di transizione. 3. Che la comunità internazionale, infine, non cada nella trappola che consisterebbe nel far di Gheddafi chissà quale «topo del deserto» capace di sfidare le forze coalizzate, e diventato una specie di semi-eroe che si batte da solo contro tutti: senza ricordare Lockerbie e il sostegno militare al terrorismo irlandese di cui si potrebbe, al massimo, ritenere che appartengono al passato, non bisogna perdere di vista né la brutalità della repressione condotta da Gheddafi contro il proprio popolo né il fatto che la sua iniziale, istintiva reazione al primo giorno dell' intervento alleato, fu di minacciare, in risposta alla nostra offensiva sui suoi aerei militari, un' offensiva sui nostri aerei civili: il che è la definizione stessa del terrorismo. Gheddafi non è «cambiato». Non ha mai smesso di essere - e tale rimane - un tiranno barocco ma sanguinario, diventato maestro nell' arte del crimine di massa.

 


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Lettere al Corriere: L'esistenza delle tribù

Il Corriere della Sera

28 giugno 2011

Sergio Romano

p. 43

Caro Romano,
sono un cittadino italo-libico. Personalmente considero le tribù un fatto del passato senza utilizzo pratico nel presente. So da che tribù provengo e so per certo che non esistono né capo tribù, né una scala gerarchica, né un consiglio tribale. Non so a quale tribù appartengano i miei amici libici e se lo venissi a sapere, non cambierebbe nulla. Chissà come ha fatto il ministro Frattini a trovare 150 capi tribù per un incontro a Roma (incontro rinviato senza data). Gheddafi ha utilizzato il fatto delle tribù per dividere e imperare. Gli occidentali, invece? Io non li capisco. Capisco solo che questa cosa mi offende. La rivoluzione araba è una creatura dell'epoca moderna, dei social network, dei giovani che scendono in piazza. E voi continuate a vederci in una tenda berbera con il cammello e le mosche sul naso.

Karim Mutawassit, Bologna

Le tribù sono famiglie allargate, gruppi di autodifesa, associazioni di mutuo soccorso. Non esistono soltanto in alcuni Paesi africani, ma anche, con nomi e forme diverse, in alcune società europee. Sono importanti quando controllano una risorsa (un giacimento petrolifero, il consenso politico, i voti) e possono negoziare con il governo un trattamento di favore per il gruppo dirigente e i suoi seguaci. Per gli uomini liberi sono un abito troppo stretto di cui è meglio sbarazzarsi il più presto possibile.


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Libia, i calciatori contro il Colonnello con i ribelli diciassette star del pallone

 

La Repubblica

26 giugno 2011

Vincenzo Nigro

p. 19  

ANCHE il calcio abbandona Muhammar Gheddafi. Come con Milosevic in Serbia, con Saddam Hussein in Iraq, quando sportivi e calciatori abbandonano il ruolo di valletti di regime e passano con l' altra squadra, la partita è persa. Sta accadendo anche a Gheddafi, e vedremo perché la fuga di 17 calciatori della nazionale e della serie A libica ha un significato militare negativo per Gheddafi. I diciassette si sono presentati nelle ultime ore in un alberghetto di Jadu, un paesone delle montagne Nafusa, la regione delle montagne occidentali alle spalle di Tripoli verso il confine tunisino. Fra i 17 ci sono il portiere della nazionale Juma Gtat, altri tre giocatori della selezione, e soprattutto l' allenatore di uno dei due club di Tripoli, Adel Bin Issa che guidava l' al Ahli. Gtat e Bin Issa hanno presentato il gruppo a un giornalista della Bbc che li ha incontrati nell' albergo di Jadu. Nella sua camera Juma, il portiere, si inventa un messaggio politico da lanciare al colonnello che fino a ieri terrorizzava un paese intero, calciatori compresi: «Io dico a Gheddafi di andarsene, di lasciarci in pace per poter creare una Libia libera. In effetti vorrei che lasciasse anche questo mondo, ma vedremo...». Anche in Libia, come sempre più in tutta l' Africa, il calcio ha conquistato una popolarità e gioca un ruolo con la politica e gli affari che ormai hanno cancellato il fatto sportivo. A Tripoli l' altra grande squadra, l' Ittihad, è sotto il controllo di Saadi Gheddafi, il figlio del leader che aveva provato l' avventura di calciatore in Italia affidandosi alle cure commerciali di Luciano Gaucci. Ninì Occhipinti, un trainer italiano, aveva allenato l' Ittihad prima di Donadoni, «ma io guidai la squadra nel 2002-2003, prima che passasse sotto il controllo del figlio di Gheddafi». Occhipinti non fa nessuna valutazione politica, «ma certo il controllo dei Gheddafi sul calcio era totale: per esempio Saadi per gelosia non volle che uno dei giocatori più bravi, Tarek Tajeb, passasse al Genova che era interessato a comprarlo. E il contratto non si fece». Il sistema Gheddafi, la cricca politica affaristica che negli ultimi 15 anni aveva accentuato la gestione mafioso-commerciale della Libia, aveva scelto il calcio come uno degli strumenti per accrescere la sua sfera di controllo del paese: «Al tempo in cui Saadi si occupava di calcio, Saif el Islam che oggi viene considerato l' erede del colonnello, si dedicava alla pittura», dice Ninì Occhipinti . Oggi l' Ittihad fornisce i suoi tifosi agli organizzatori politici che mandano giovani e donne in strada a manifestare per il regime nei giorni dei bombardamenti Nato: con un tariffario ben preciso, i tifosi dell' Ittihad manifestano sulla Piazza verde così come tifavano per la squadra del figlio del colonnello. Ma la defezione dei 17 calciatori conferma anche un altro elemento: le Nafusa Mountains sono diventate una vera e propria spina nel fianco di Gheddafi. È la regione più vicina a Tripoli, dove Gheddafi si è asserragliato con i suoi fedelissimi, e nonostante i ribelli siano un gruppo improvvisato e male armato come i loro compagni di Bengasi, la Montagna occidentale ormai è per buona parte sotto il loro controllo. Nella zona hanno le loro basi i capi ribelli che ormai spingono le loro staffette fino dentro Tripoli, dove stanno organizzando la resistenza armata. Secondo notizie di più fonti, i "ribelli delle montagne" hanno fatto entrare carichi di armi a Tripoli, hanno preso contatti con nuclei di oppositori a Gheddafi dentro la città, hanno contatti con capi e capetti della polizia e degli altri apparati di sicurezza gheddafiani che al momento opportuno abbandoneranno il regime. La defezione dei calciatori, quindi, è solo la spia di una manovra militare sempre più soffocante per il colonnello.

 


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"A Roma la Costituente per gettare le basi della nuova nazione"

La Stampa         

Guido Ruotolo   

17 giugno 2011    

                      

La cricca di Muammar Gheddafi deve farsi da parte, consegnan­dosi al popolo libico. E invece prende tempo, pensa di essere più intelligente degli altri». L'ambasciatore a Roma, Hafed Gaddur, oggi rappresentante del popolo libico, risponde a stretto giro di posta al figlio del raiss Seif Al Islam. E annuncia che a Roma si terrà dal 25 al 27 giugno un'assemblea nazionale costituente per gettare le basi della nuova Libia.   

Ambasciatore, Seif Al lslam vuole elezioni entro tre mesi e dice che le vincerà…. «È un arrogante presuntuoso che prende in giro il popolo libico. Con tutti i martiri che piange, nel futuro della Libia non c'è spazio peri suoi carnefici, per la famiglia Gheddafi». E dire che la rivolta era nata per chiedere di poter manifestare in modo pacifico per le riforme, come hanno fatto in Tunisia e in Egitto. «Tutti noi abbiamo sottovalutato quello che si muoveva nella società. Dal primo giorno il regime ha pérso legittimità. Se solo avesse accettato le richieste di una nuova Costituzione o della libertà di stampa, forse la situazione sarebbe stata diversa».

Il figlio del raiss dice che i due milio­ni di tripolini e i bengasini sono con loro...

«Dove sono questi due milioni di tripolini? Noi Vediamo in televisione immagini di poche decine di persone che manifestano per il regime. Che mobiliti pure due milioni di persona in piazza, ma la verità è che il regime controlla la città con la forza. E a Tripoli si combatte ogni notte».

Il Consiglio nazionale transitorio avreb­be accettato la condizione di nessun esilio per Gheddafi in cambio 'del suo pensionamento?

«l familiari dei martiri di Bengasi, Misurata, Adjabia, delle Montagne occidentali, di Zawiah, di Tripoli stessa non potrebbero mai accettare una soluzione del genere. Specialmente oggi che siamo arrivati vicini al traguardo, alla libertà conquistata con il sangue».

Molti, in Italia come negli Stati Uniti, si chiedono se valga ancora la pena com­battere contro Gheddafi.

«Già oggi è nata la Nuova Libia, dove libertà e democrazia sono diventate parole sacre. Mai più un dittatore potrà governare il Paese. Dispiace che qualcuno soffra di mal 'di pancia. Noi saremo sempre grati a chi ha garantito l'attuazione della risoluzione 1973 dell'Onu proteggendo il popolo libico. Se non ci fossero stati i bombardamenti Nato, quante altre migliaia di morti piangeremmo?» . Qualcuno teme per l'Eni.

«L'Eni gode di grande fiducia e stima da parte della Noc e della Libia. Ha lavorato sempre bene e pertanto sarà sempre la benvoluta dalla Libia e dal suo popolo».       

Ormai è questione di ore: la Corte dell'Aja spiccherà il mandato di cattura per i Gheddafi. «Gheddafi ha: due problemi irrisolvibili: il popolo libico che non è disposto a lasciarlo libero, vivo; e, se andrà all'estero, il mandato di cattura internazionale. Politicamente è finito e il tempo per negoziare è scaduto». Perché avete scelto Roma per la vostra assemblea? E questa a cosa servirà? «L'Italia è un Paese amico. Noi e voi abbiamo voluto un trattato d'amicizia che va ben oltre chi materialmente l'ha sottoscritto, Gheddafi e Berlusconi. D'intesa con il Cnt abbiamo convocato a Roma tutti i rappresentanti della Libia. Si discuterà e si presenteranno e voteranno mozioni su tutti i temi d'attualità: dal petrolio all'economia, dalla riconciliazione alla politica estera; dalla nuova Costituzione alle infrastrutture. Ci saranno,le donne, i sindacati le grandi correnti politiche che troveranno spazio nei partiti che stanno per na­scere. E rappresentanti di città e territori già liberi e quelli da liberare.


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Saif Gheddafi : "Subito elezioni. E' l'unico modo indolore per uscirne"

Corriere della Sera    

16 giugno 2011

Lorenzo Cremonesi         

              

Il figlio del Rais: «Ricucire con l'Italia? No, finchè ci sarà Berlusconi, lui e Frattini ci hanno tradito»

TRIPOLI - «Elezioni, subito e con la supervisione internazionale. E' l'unico modo indolore per uscire dall'impasse in Libia»: il momento più interessante dell'intervista l'altra sera nel cuore della capitale arriva a 14 minuti dal suo inizio. Sino a quel momento Saif al-Islam aveva ribadito le dichiarazioni già rilasciate alla stampa in passato e sbandierate in ogni occasione dalla propaganda della dittatura. «I ribelli agli ordini dei terroristi di Bengasi sono banditi, uomini di Al Qaeda, criminali. I loro capi sono traditori, che sino allo scoppio del caos il 17 febbraio erano legati a filo doppio a mio padre. Se non ci fosse l'ombrello Nato sarebbero stati sconfitti da un pezzo», afferma quasi meccanicamente. Ma è quando gli si chiede come pensa di uscire dall'impasse militare e dalla minaccia di violenze anche peggiori che lui avanza la formula di compromesso. «Andiamo alle urne. E vinca il migliore». Un messaggio nuovo di apertura alla comunità internazionale da parte del più politico tra i figli del Colonnello.

Nelle ultime settimane nessuno della famiglia Gheddafi si è fatto vedere in pubblico . Neppure Saif al-Islam. E dal primo maggio, quando un missile Nato uccise suo fratello Saif al-Arab assieme a tre nipotini, le misure di sicurezza si sono fatte più strette. La cautela ha dominato anche la nostra intervista. I portavoce governativi nel tardo pomeriggio dell'altro ieri ci avevano annunciato un incontro con il ministro degli Esteri. Veniamo condotti in una stanza al quindicesimo piano dell'hotel Radisson Blu, sul lungomare. E solo qui, dopo una lunga attesa, arriva Saif che ci dà il benvenuto. Sorridente, abbronzato, in forma, sembra più giovane dei suoi 39 anni. Alla fine parleremo sino a serata inoltrata. Vuole spiegare, farsi comprendere dal mondo. Si dice «in continuo contatto» con il padre. Ma pone anche tante domande. Per due ore chiede valutazioni sulla forza dei ribelli, sul loro consenso interno, sul rapporto tra Bengasi e Misurata. L'uomo che oggi è accusato dalla nomenclatura del regime di essersi troppo operato per aprire la Libia alla globalizzazione e ai nuovi mezzi di comunicazione via web, cerca ancora dai media stranieri chiavi di lettura per capire il suo Paese.

Usciamo dal tunnel delle accuse reciproche. Lei sostiene che i ribelli vanno perseguitati come traditori. E loro replicano che tutta la vostra famiglia va processata, al meglio espulsa all'estero. La Nato sta dalla loro parte, godono di un crescente sostegno internazionale. Gheddafi è sempre più isolato, deve andarsene. Dove il compromesso?
«Elezioni. Si potrebbero tenere entro tre mesi. Al massimo a fine anno. E la garanzia della loro trasparenza potrebbe essere la presenza di osservatori internazionali. Non ci formalizziamo su quali. Accettiamo l'Unione Europea, l'Unione Africana, l'Onu, la stessa Nato. L'importante è che lo scrutinio sia pulito, non ci siano sospetti di brogli. E allora tutto il mondo scoprirà quanto Gheddafi è ancora popolare nel suo Paese. Non ho alcun dubbio: la stragrande maggioranza dei libici sta con mio padre e vede i ribelli come fanatici integralisti islamici, terroristi sobillati dall'estero, mercenari agli ordini di Sarkozi. Alla nostra gente non sfugge che lo stesso presidente del governo fantoccio a Bengasi, Mustafa Abdel Jalil, come del resto il loro responsabile militare, Abdel Fatah Younes, sono, al pari di tanti altri, uomini della vecchia nomenclatura, gente che è saltata sul carro delle rivolte all'ultimo minuto, miserabili profittatori, venduti. Erano ministri con Gheddafi e ora vogliono giocare la parte dei leader contro di lui. Ridicoli. Non li temiamo affatto. Sono fantocci di Parigi. Marionette incapaci di stare in piedi da sole».

I ribelli temono di essere assassinati, perseguitati, come del resto è avvenuto in 42 anni di dittatura a tanti membri dell'opposizione. Cosa offre per garantire la loro incolumità?
«Sono loro che hanno paura, non noi. Li conosco bene, uno a uno, sono stati con me nelle università straniere. Hanno goduto del mio programma di liberalizzazione negli ultimi dieci anni, di cui, si badi bene, non mi pento affatto. Il nostro rapporto è come quello tra il serpente e il topo che vorrebbero convivere nella stessa tana. Ci considerano il serpente. La soluzione? Dobbiamo essere tutti eguali: tutti serpenti, o tutti topi. E la via è quella delle urne».

Ma come li garantisce?
«Occorre pensarci. Dovremo cercare di mettere in piedi un meccanismo per garantirli. Nel periodo prima del voto si dovrà comunque elaborare la nuova costituzione e un sistema di media completamente libero. Credo in una Libia del futuro composta da forti autonomie locali e un debole governo federale a Tripoli. Il modello potrebbero essere gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda o l'Australia. In questi ultimi mesi ho maturato una convinzione profonda: la Libia pre-17 febbraio non esiste più. Qualsiasi cosa accada, inclusa la sconfitta militare o politica dei ribelli, non si potrà tornare indietro. Il regime di mio padre così come si è sviluppato dal 1969 è morto e sepolto. Gheddafi è stato superato dagli avvenimenti, ma così anche Jalil. Occorre costruire qualche cosa di completamente nuovo».

E se le elezioni le vincono i dirigenti di Bengasi?
«Bravi. Tanto di cappello. Noi ci faremo da parte. Sono però certo della nostra vittoria. Sui poco più di cinque milioni di libici, almeno i due milioni residenti a Tripoli stanno con noi e anche a Bengasi godiamo della maggioranza. Semplicemente laggiù la gente non può parlare per paura di rappresaglie. Comunque, se dovessimo perdere, ovvio che lasceremo il governo. Rispettiamo le regole. Non mi opporrei neppure se venisse democraticamente eletto nostro premier l'intellettuale ebreo-francese Bernard-Henri Levy» (sorride per la battuta).

La pensa così anche suo padre dopo 42 anni di regime?
«Certo».                         

E, in quel caso, Gheddafi sarebbe pronto all'esilio?
«No. Non c'è motivo. Perché mai? Questo è il nostro Paese. Mio padre continua a ripeterlo. Non se ne andrà mai dalla Libia. Qui è nato e qui intende morire ed essere sepolto, accanto ai suoi cari».                           

A quel punto non sareste però voi a rischio di vendette? Andrete a cercare protezione tra qualche tribù fedele nel deserto?
«Staremo a Tripoli, a casa nostra. Nessuno di noi scappa. Sappiamo come difenderci».

L'Italia potrebbe avere un ruolo in questo processo di ricostruzione democratica?
«Non ora. Non sino a quando ci sarà Berlusconi al governo. Da quello che possiamo capire qui a Tripoli, il vostro premier è in difficoltà, pare inevitabile la sua prossima sconfitta elettorale. Bene. Non possiamo che gioirne. Lui e il ministro degli Esteri Frattini si sono comportati in modo abominevole con noi. Sino a tre mesi prima lo scoppio della ribellione venivano a inchinarsi e baciavano le mani a Gheddafi. Salvo poi voltare la schiena e passare armi e bagagli tra le file dei nostri nemici alla prima difficoltà. Vergogna!».         

Che sarà dei contratti con l'Eni? Italia e Libia hanno una lunga storia di rapporti economici che va ben oltre i governi Berlusconi.
«Ovvio, e infatti separiamo nettamente la figura di Berlusconi dall'Italia. Apprezziamo le critiche alla guerra e contro la Nato avanzate dalle Lega. Guardiamo con interesse ai vostri partiti della sinistra. La Libia terrà un atteggiamento assolutamente diverso nei confronti di un'Italia senza Berlusconi».                   

E il petrolio?
«Non so. E' prematuro parlarne. Per ora dobbiamo porre fine alla guerra, imporre la legge e l'ordine in tutto il Paese. Ma voglio essere franco. Da tempo Mosca guarda con interesse ai pozzi e alle infrastrutture Eni in Libia. Forse, ora i russi hanno una carta in più».   

Pure, anche Mosca ultimamente ha perorato la causa dell'esilio di Gheddafi. Non la penalizzate?
«Lo so. Ma con Berlusconi è diverso. Si diceva vero amico di Gheddafi. Il suo tradimento brucia di più».                         

E allora, quale tra i governi stranieri potrebbe meglio aiutare la transizione verso il voto in Libia e nel contempo mediare con la Nato?
»La Francia. Abbiamo già avuto abboccamenti con Parigi, ma per ora senza seguito. Comunque, sono loro che impongono la politica del governo di Bengasi. E' stato Sarkozy a volere più di tutti l'intervento Nato. Dunque a loro il compito di cercare una via d'uscita il meno cruenta possibile».                     

Sono ormai le dieci di sera. Il figlio di Gheddafi già da qualche tempo ha spostato la sedia sul balcone. Guarda verso l'alto. Il cielo stellato domina il porto. Ma lui cerca soprattutto i segnali di pericolo. Si odono i rumori dei caccia Nato. Lontano, i traccianti di una contraerea vanno a perdersi nel buio, come fuochi d'artificio stanchi. «E' tempo di partire - esclama uscendo di fretta -. Basta poco per restare uccisi.


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Tripoli, profanato il cimitero italiano

La Repubblica

Vincenzo Nigro

5 Giugno 2011  

p. 21

 

Dopo l' assalto e la totale devastazione dell' ambasciata d' Italia a Tripoli, ancora un raid contro un simbolo italiano in Libia. Questa volta è stato devastato e profanato il cimitero cattolico della città, il luogo consacrato in cui erano concentrati in due ossari i resti di ottomila italiani morti in Libia, tutti civili visto che Gheddafi nel 1970 aveva imposto che i resti di ufficiali e soldati venissero trasferiti in Italia. L' assalto è stato reso noto da Giovanna Ortu, presidente dell' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. «Sono entrati nel cimitero venerdì, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso: non sono riusciti a entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, hanno devastato l' abitazione del custode e lasciato scritte minacciose con cui promettono di bruciare tutto la prossima volta». La Ortu era stata in prima linea nello spingere il governo italiano a restaurare il cimitero, che negli anni era caduto nel più totale abbandono. Due anni fa, al termine del lavori avviati al tempo in cui Gianfranco Fini era ministro degli Esteri, il camposanto era stato inaugurato con una cerimonia. A Tripoli, a guardia del cimitero e della sua piccola abitazione ormai devastata, era rimasto il custode Bruno Dalmasso, a sua volte reduce dall' Eritrea. Sul fronte militare, ieri la Nato ha annunciato che per la prima volta sono entrati in azione elicotteri d' attacco britannici e francesi. I primi video girati con telecamere notturne mostrano il decollo, le esplosioni sulla costa e poi il rientro degli "Apache" dell' esercito inglese su una nave: immagini destinate a giocare un effetto di propaganda, visto che ormai, al quarto mese di guerra, davvero gli obiettivi militari libici devono essersi assottigliati di molto. Gli attacchi sono stati compiuti nella zona di Brega, un porto petrolifero tenuto dai gheddafiani che le forze dei ribelli si dicono pronte a riconquistare. La prima operazione degli elicotteri quindi potrebbe essere parte del lavoro preparatorio per la nuova offensiva dei ribelli.


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Libia: profanato cimitero italiano a Tripoli, danneggiata cappella

 

Il Tempo

4 Giugno 2011

 

Il cimitero italiano a Tripoli, dove riposano i resti di 8mila connazionali, e' stato profanato. Lo ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. "Sono entrati ieri, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso"- ha raccontato all'ADNKRONOS- "non sono riusciti a entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente danneggiato l'abitazione del custode". "Sono state fatte anche delle scritte minacciose dove promettono di bruciare tutto la prossima volta", ha aggiunto la Ortu. Il cimitero, ha spiegato, era stato restaurato meno di due anni fa a cura della Farnesina e alla fine dei lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica. Costruito negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con tutti i caduti italiani nelle guerre d'Africa. Nel Settanta, ricorda la Ortu, Muammar "Gheddafi si presento' davanti al cimitero con i tank dicendo che avrebbe buttato giu' tutto se non fossero stati portati via i resti dei militari". I corpi furono cosi' traslati nel sacrario di Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato. Nel 2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di andare in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu il cimitero. Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro degli Esteri Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari del cimitero furono restituiti alla municipalita' di Tripoli e tutti i corpi furono traslati nell'ossario militare . L'Airl, sottolinea infine la Ortu, si sente molto vicina agli insorti libici e visita regolarmente i feriti che sono ricoverati a Roma, provvedendo alle loro piccole necessita'

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Libia, profanato cimitero italiano di Tripoli

Primo attacco della Nato con elicotteri

ANSA

4 giugno, 2011

E' stato profanato il cimitero italiano di Tripoli che dopo decenni di abbandono era stato restaurato ed inaugurato meno di due anni fa. Né dà notizia Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia). Gli aggressori, probabilmente fedeli di Gheddafi, hanno tentato, senza riuscirci, di forzare il complesso monumentale che ospita i resti di 8.000 italiani. Hanno coperto di scritte oltraggiose le mura del cimitero e distrutto l'abitazione del custode.
Tra le scritte con le quali sono state imbrattate le mura del cimitero si legge anche una minaccia: "la prossima volta bruceremo tutto". La profanazione del cimitero, inaugurato dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, alla presenza di una delegazione dei rimpatriati che si erano a lungo battuti per ottenere dalla Farnesina i fondi necessari, è avvenuta ieri, ma si è saputo solo oggi. "E' una notizia tristissima che dà un ulteriore segno della totale inciviltà di quanti ancora si ostinano a non abbandonare Muhammar Gheddafi", è il commento di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl. Il cimitero è stato parzialmente distrutto mentre è in corso il completamento del progetto con la traslazione ad Hammangi (così si chiama la località dove sorge il cimitero) delle salme tuttora sepolte nei villaggi grazie ai fondi messi a disposizione dal Fondo di Beneficenza della Banca Intesa Sanpaolo. Luigi Sillano che, per conto dell'associazione segue il progetto, confida che l'Istituto al quale era stata comunicata nel febbraio scorso la necessaria sospensione dell'iniziativa a seguito della rivolta in Libia, seguiterà a sostenerlo quando anche Tripoli sarà liberata. Sarà allora possibile riparare i danni fatti e quelli futuri qualora le frasi minacciose scritte sulle mura di recinzione della struttura dovessero tramutarsi nell'incendio totale del complesso.

NATO, primo attacco con elicotteri - La Nato ha annunciato di aver compiuto oggi per la prima volta attacchi con elicotteri da combattimento in Libia, contro veicoli militari, attrezzature e forze dell'esercito del colonnello Muammar Gheddafi. "Elicotteri da combattimento sotto comando Nato sono stati utilizzati per la prima volta il 4 giugno in azioni militari sulla Libia, nel contesto dell'operazione 'Protezione unificata'", spiega un comunicato dell'Alleanza atlantica. "Tra gli obiettivi colpiti figurano veicoli, equipaggiamenti e forze militari" dell'esercito di Gheddafi, specifica la nota della Nato senza indicare il luogo degli attacchi.

Elicotteri dell'esercito francese del tipo Tigre e Gazelle hanno partecipato ai raid notturni della Nato sulla Libia, in collaborazione con elicotteri britannici. Lo ha annunciato lo stato maggiore francese interarmi. Nella notte la Nato aveva reso noto che per la prima volta erano stati condotti attacchi con elicotteri da combattimento in Libia contro veicoli militari, attrezzature e forze dell'esercito del colonnello Muammar Gheddafi.

Gli elicotteri britannici che per la prima volta stanotte hanno compiuto attacchi sul territorio libico, hanno distrutto un posto di controllo militare e una installazione radar presso la città di Brega, nell'est del paese. Lo ha annunciato il ministero della difesa britannico secondo il quale il raid è stato compiuto con "elicotteri di attacco Apache, che hanno effettuato la loro prima missione a partire dalla portaelicotteri HMS Ocean" al largo della costa nordafricana. Stanotte è scattata la prima missione degli elicotteri da combattimento francesi e britannici nell'ambito della missione Nato in Libia.


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Profanato il cimitero italiano a Tripoli

Adnkronos 

4 Giugno 2011

 

Il cimitero italiano a Tripoli, dove riposano i resti di 8mila connazionali , è stato profanato. Lo ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. " Sono entrati ieri, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso - ha raccontato all'ADNKRONOS- non sono riusciti a entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente danneggiato l'abitazione del custode". "Sono state fatte anche delle scritte minacciose dove promettono di bruciare tutto la prossima volta ", ha aggiunto la Ortu.

Il cimitero, ha spiegato, era stato restaurato meno di due anni fa a cura della Farnesina e alla fine dei lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica. Costruito negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con tutti i caduti italiani nelle guerre d'Africa . Nel Settanta, ricorda la Ortu, Muammar "Gheddafi si presentò davanti al cimitero con i tank dicendo che avrebbe buttato giù tutto se non fossero stati portati via i resti dei militari". I corpi furono così traslati nel sacrario di Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato.

Nel 2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di andare in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu il cimitero. Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro degli Esteri Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari del cimitero furono restituiti alla municipalità di Tripoli e tutti i corpi furono traslati nell'ossario militare. L'Airl, sottolinea infine la Ortu, si sente molto vicina agli insorti libici e visita regolarmente i feriti che sono ricoverati a Roma, provvedendo alle loro piccole necessità.


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FRATTINI VOLA A BENGASI E PROMETTE SOLDI E BENZINA

Il Corriere della Sera

Maurizio Caprara

1 Giugno 2011

Il ministro degli Esteri e l`impegno di Eri e Unicredit Frattini vola, a Bengasi e promette soldi e benzina Il sostegno del governo italiano ai ribelli libici DAL NOSTRO INVIATO BENGASI -Nella città scelta da Muammar el Gheddafi per firmare con Silvio Berlusconi il trattato di amicizia italo-libica nel 2009, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha sottoscritto ieri una dichiarazione che innalza il grado di legittimazione internazionale attestato dal nostro Paese ai li bici insorti in febbraio contro il Colonnello. «Il governo italiano riconosce il Consiglio nazionale transitorio quale titolare dell`autorità di governo nei territorio da esso effettivamente controllato», c`è scritto nei due fogli che il titolare della Farnesina ha firmato nell`hotel Tibesti della seconda città della Libia e capitale della rivolta. Un passo ulteriore rispetto alla definizione del Consiglio come < 4 il Frattini da adottata Libia», la rappresentare per legittimo politico interlocutore>

Il governo italiano lo ha accompagnato con due tipi di aiuti: il via a prestiti di soldi e a forniture di carburante a quella che ormai tratta come parte di Libia liberata.

Giornate come ieri confermano che la politica non è una linea retta, si nutre talvolta di paradossi. In base alla dichiarazione congiunta che Frattini ha firmato con il vice primo ministro Abd al Aziz Isawi, l'Italia (che da anni acquista dalla Libia un terzo del proprio fabbisogno energetico) venderà benzina alle autorità di Bengasi, oggi incapaci di raffinare il greggio. Sarà l'Eni, che ha spinto la Farnesina ad aiutare i ribelli per non perdere peso nei giacimenti libici, a fornire carburante per 150 milioni di euro. A guerra finita, il conto sarà pagato in greggio.

Non è l'unico dei paradossi di questa situazione nella quale l'accordo alla faccia del Colonnello è stato raggiunto tra due suoi ex interlocutori privilegiati:

Frattini, che lo indicava in gennaio come esempio di dialogo con i popoli arabi e ieri definiva il suo regime «finito», e al Isawi, il quale fino a febbraio rappresentava la Giamahiria in India da ambasciatore.

A scortare il ministro italiano a Bengasi, ieri mattina, erano gli uomini armati in divisa scura della «Brigata 17 febbraio». Il nome di questa unità dei ribelli deriva sì dalla rivolta del 17 febbraio 2011, ma allora Bengasi si infiammò perché gli antigheddafiani manifestavano in ricordo del 17 febbraio 2006, quando una sommossa contro il Colonnello comportò anche un assalto al Consolato d'Italia.

In altri locali, Frattini ieri ha inaugurato il nuovo consolato, per sicurezza mai riaperto finché Bengasi rimaneva sotto il Colonnello. Un altro passo gradito agli insorti, come i crediti per centinaia di milioni di euro dell'italiana Unicredit permessi dalla dichiarazione.

Il 7,6% della banca, congelato da sanzioni dell'Onu, è libico e garantirà il prestito. «Sei generali hanno defezionato e ci stanno dando a Roma informazioni preziose: a Gheddafi resta il 15-20% della capacità militare», ha detto Frattini. Salutando il Consiglio così: «La prossima volta spero di incontrarvi nella Tripoli liberata».

Il «governo» Il Consiglio nazionale di transizione libico è formato da 31 membri: con gli insorti anche uomini dell`ex regime Leader Il segretario generale è Abdel Jalll, l'ex ministro della Giustizia di Gheddafi: sulla sua testa c`è una taglia di 500 mila dinari libici. Primo ministro è Mahmud Jibril Tre mesi di vita Riunitosi la prima volta a Beida il 24 febbraio e poi trasferitosi a Bengasi, il 5 marzo si è autoproclamato «unico legittimo rappresentante della Repubblica iibica» Riconoscimento La Francia è stata la prima, il 10 marzo, a dare un riconoscimento diplomatico al Cnt. Il 12 marzo l`Europa lo definisce «un interlocutore politico credibile» senza però riconoscerlo come governo, Il riconoscimento dell`Italia arriva il 4 aprile dopo la visita a Roma dell'inviato per l`estero del Cnt` Abd al Aziz Isawi. Ieri la visita di Frattini a Bengasi


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Il giallo di Gheddafi sparito da nove giorni

La Stampa

Guido Ruotolo

9 Maggio 2011

Voci dalla capitale: forse è rimasto ferito o ucciso nei raid

Otto giorni, anzi nove. L'astinenza dal video di Gheddafi comincia a essere sospetta. Se poi si aggiungono le indiscrezioni rilanciate da ambienti diplomatici a Tripoli (sono 45 le rappresentanze straniere in Libia) allora l'assenza diventa un giallo, un mistero. Insomma, per dirla tutta, che fine ha fatto il Colonnello? È vivo? O è rimasto ucciso o gravemente ferito dai bombardamenti della Nato? «Quella notte ci hanno portati in quella casa - rivela un ambasciatore straniero presente a Tripoli - ed era tutto distrutto. La Nato ha utilizzato delle bombe speciali, di quelle che creano una violentissima pressione in orizzontale. Insomma, è difficile sopravvivere agli effetti di quelle bombe...».Un passo indietro nel tempo. Al 30 aprile. La mattina Gheddafi rilancia l'ipotesi di una tregua e nello stesso tempo avverte Roma: sarà guerra in Italia. L'amico (ex) Berlusconi aveva dato il via libera alla possibilità che i nostri velivoli diventassero operativi, insomma sganciassero le bombe.Poi, nel cuore della notte di sabato 30 aprile, il portavoce del regime comunica ai media che la Nato ha bombardato la casa dove si trovava Gheddafi ed erano stati uccisi il figlio Saif el Arab, la moglie e tre nipotini del raiss, figli di tre figli del Colonnello: Mohammad, Hanibal e Aisha. Alcuni testimoni eccellenti sono stati portati nella camera ardente. Ma i corpi di Saif el Arab e di sua moglie erano avvolti in teli bianchi. Il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, si è limitato ad osservare: «Il cadavere era troppo sfigurato...». Insomma non si poteva procedere alla sua identificazione. Era davvero Saif? Il dubbio che potrebbe essere stata una messinscena è fortissimo. Perché non hanno fatto delle fotografie? E poi c'è il precedente della morte della figlia adottiva di Gheddafi, Hana, rimasta sotto le macerie a Bab el Azizia, durante i bombardamenti voluti da Reagan, nel 1986. Fonti dei rivoltosi sostengono che Hana non sia mai morta, che faccia il medico e che in questi anni abbia viaggiato all'estero, a Parigi, a Londra, in Germania, lasciando tracce documentali della sua esistenza e del suo passaggio attraverso le frontiere Schengen. E dunque, perché Gheddafi non si fa vedere in pubblico da prima del bombardamento della casa di Saif el Arab? Perché è ferito o, peggio, è rimasto ucciso dalle bombe Nato?Ma in questi giorni il filo delle comunicazioni tra la comunità internazionale e il regime non si è mai interrotto. Proprio ieri si segnala un indubbio successo di Gheddafi: il governo transitorio egiziano ha infatti introdotto il visto per i cittadini libici. Una novità che arriva dopo che, la settimana scorsa, un rappresentante del Cairo era stato a Tripoli, ricevuto dal primo ministro Al Baghdadi Ali al Mahmoudi. E dunque l'introduzione del visto ha il sapore del favore egiziano fatto a Tripoli. Se per esempio un libico emigrato in Canada decidesse di tornare a casa, per imbracciare il kalasnikhov e combattere in Cirenaica contro le truppe lealiste, non potrebbe entrare in Libia attraverso la frontiera egiziana se sprovvisto di visto. E il visto potrebbe non essere concesso. Ma chi è in questi giorni che guida l'offensiva militare contro i ribelli, che tesse la rete di relazioni diplomatiche internazionali, che organizza le partenze dei profughi verso l'Italia? Chi è l'erede del Colonnello, soprattutto oggi, se è vero che Gheddafi si trova in difficoltà perché ferito o se addirittura è morto per via dei bombardamenti? Sia le fonti diplomatiche internazionali che ambienti dei rivoltosi indicano in Saif el Islam, l'erede di Gheddafi, il figlio che ha ereditato lo scettro del comando in questi mesi. E' lui che sta organizzando il popolo dei profughi del Corno d'Africa da usare come bombe contro l'Italia? E' lui che li carica sulle carrette del mare stipate fino all'inverosimile, con il rischio che ormai è certezza che i pescherecci naufragano. Le ultime tragedie di questi giorni portano i rivoltosi a interrogarsi. E probabilmente nei prossimi giorni chiederanno ai Paesi della Nato di far bombardare la flotta peschereccia per evitare che quelle navi si trasformino in bare. Per evitare che in questa maledetta guerra si contino migliaia di vittime straniere: i profughi del Corno d'Africa.


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Gheddafi: porteremo la guerra in Italia

Il Sole 24 Ore

Alberto Negri

1 Maggio 2011

p. 5

 

«Con l'Italia ormai è guerra aperta»: senza giri di parole Muammar Gheddafi ha parlato della possibilità di trasferire il conflitto nella penisola dopo che nella notte tra venerdì e sabato si era detto disponibile a negoziare un cessate il fuoco con la Nato. Ancora non sapeva che un raid dell'Alleanza nella tarda serata di ieri avrebbe ucciso a Tripoli il figlio più giovane Saif al-Arab, 29 anni, e tre suoi nipoti. Il raìs, nello stesso edificio, è miracolosamente uscito illeso dall'attacco sferrato con tre missili. Notizie confermate da un portavoce del governo.
Un'escalation drammatica improvvisa, dopo l'arma della retorica sfoggiata dal Colonnello nel pomeriggio: acrimoniosa ma non del tutto ingiustificata la reprimenda contro l'ex potenza coloniale, «l'amico Berlusconi» e un trattato d'amicizia rimasto soltanto sulla carta. Ma questo è il raìs che ci siamo meritati noi e tutto l'Occidente, con il beneplacito degli americani, trasformando in fretta un abile manovratore di trame terroristiche in partner d'affari delle nostre imprese e in una sorta di poliziotto del Nordafrica. Sono errori di valutazione che si pagano.
Abbiamo così un nuovo nemico, che soltanto otto mesi fa sbarcava a Roma gonfio di medaglie pittoresche e contratti miliardari. E, puntuale, è arrivata la reazione della Lega: «Era quello che temevamo. Sono dichiarazioni da non sottovalutare, temiamo delle ripercussioni perché Gheddafi non ci vede solo come nemici ma anche come traditori», ha detto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli.
Il raìs non è molto credibile nelle sue offerte di tregua, respinte sia dall'Alleanza atlantica («Servono fatti e non parole») che dai ribelli di Bengasi. Ci sono buoni motivi per non dargli fiducia: in questa guerra, come in passato, ha mentito spudoratamente, facendo esattamente il contrario di quanto affermava. Una settimana fa aveva proclamato il ritiro da Misurata per lasciare, a suo dire, il campo libero alle tribù lealiste, poi ha stretto d'assedio la città nel tentativo di riconquistarla. Si è limitato a togliere la divisa verde oliva ai soldati: una trappola in cui sono caduti gli aerei della Nato che hanno falciato una dozzina di insorti. Un fuoco amico che miete vittime ma di cui malvolentieri si parla perché i ribelli sono disposti a pagare qualunque prezzo. Così come si discute assai poco delle dimensioni reali di questo conflitto: fonti varie, arabe e occidentali, parlano di 10mila o 30mila morti. Non si vedono però né le immagini né le prove di un simile massacro.
Anche noi, pur non volendo dare alcuna fiducia al qaid libico, dovremmo farci qualche domanda, soprattutto dopo la tormentata decisione italiana di partecipare ai bombardamenti. In primo luogo sull'obiettivo reale di questa guerra. Se intendiamo farlo fuori, i raid potrebbero non bastare. A meno di un colpo di fortuna, come quello che per un soffio non è andato a segno ieri, cioè un missile che fa secco il Colonnello in uno dei suoi bunker. Altrimenti la Nato dovrà prendere in considerazione operazioni di terra non previste dall'Onu. Tutti, compreso il bellicoso Sarkozy, negano di volere questa soluzione.
La seconda opzione è continuare nella guerra di logoramento. In questo caso bisognerà armare i ribelli creando una forza d'urto per mettere Gheddafi spalle al muro e controllare il Paese senza scivolare nell'anarchia. Il Colonnello, per il momento, non può dirsi troppo preoccupato dall'armata degli insorti che a Est è inchiodata ad Ajdabiya, a 160 chilometri da Bengasi, e non sta tentando neppure, per motivi tattici, di riconquistare i terminali petroliferi. La valorosa ma disorganizzata guerriglia di Bengasi è incapace di cogliere obiettivi militari importanti e, soprattutto, di mantenerli.
La terza alternativa, nella speranza di ottenere risultati immediati, è dotare i ribelli dei fondi necessari per comprare il consenso delle tribù ancora fedeli promettendo loro di spartire le ricchezze petrolifere custodite in Cirenaica. Questo potrebbe essere uno degli argomenti di cui si parlerà alla conferenza sulla Libia che si terrà a Roma il 5 maggio.
In ogni caso le sabbie libiche hanno già inceppato i piani francesi, britannici e americani. È per questo che hanno così ben accolto la partecipazione italiana ai raid: si dividono un po' di spese di guerra e di responsabilità. Non sarà complicato ricompensarci con quote di petrolio libico. Sarebbe però alquanto sconveniente che la Nato fosse costretta ad accordarsi per una tregua che sancirebbe la divisione in due della Libia. Ma questa potrebbe essere la soluzione transitoria, per rinviare a una seconda fase l'eliminazione del raìs.
Tutti questi ragionamenti sono comunque destinati a saltare in caso di altri eventi drammatici in Nordafrica e Medio Oriente, dove una mezza dozzina di Paesi arabi sono in ebollizione. Non è quindi indifferente che l'operazione libica finisca presto: l'imprevedibile Gheddafi, per nostra insipienza o per le disgrazie altrui, potrebbe restare ancora in sella.


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Pasticcio libico. Febbre padana

Il Corriere della Sera

Giovanni Sartori

30 aprile 2011

p. 1

Che l'asse Berlusconi - Bossi si incrinasse in modo vistoso su Gheddafi proprio non me lo aspettavo. E per una volta (mi capita di rado) devo dare ragione a Berlusconi. Che la politica estera del nostro premier sia dilettantesca è comune opinione dell'Occidente che conta. Però il nostro premier non è stupido. Ne combina di tutti i colori, ma è intelligente.

È chiaro che a Berlusconi la ribellione in Libia contro il suo molto corteggiato e baciato (sulla mano) Gheddafi, è andata di traverso, e molto. Gheddafi era, per noi, petrolio assicurato e anche un guardiano che poteva socchiudere, invece di spalancare, i cancelli dell'immigrazione clandestina degli africani. Lampedusa è vicina, la Spagna e la Francia sono lontane; e quindi noi siamo i più esposti.

All'inizio Berlusconi ha temporeggiato. Non poteva rompere con Francia, Inghilterra e Stati Uniti né sconfessare una delibera delle Nazioni Unite. Così ha inventato la ingegnosa formula degli aerei da guerra che volano ma non sparano. Sperando in cuor suo (immagino) che il Colonnello domasse la ribellione in fretta, e così contando di ripresentarsi a lui a Tripoli come la persona che, frenando gli altri, lo aveva salvato. Ma poi, passa un giorno passa l'altro, si è accorto che non poteva fare un doppio gioco, o un gioco su due fronti, più di tanto. Ha anche capito, immagino, che ormai Gheddafi non lo avrebbe perdonato in nessun caso, e che la sua ovvia vendetta sarebbe stata di negarci il petrolio e di inondarci di migranti. E così, obtorto collo, ha capito che si doveva schierare, e che la cacciata di Gheddafi era diventata un vitale interesse anche per lui.

Ora Berlusconi si batte il petto e ammette di aver sbagliato nel lasciare Bossi all'oscuro del suo voltafaccia. Ma secondo me non ha sbagliato per niente. Sapeva che avvertendo Bossi si sarebbe imbattuto nel suo veto. Dopo aver detto sì al presidente Obama non poteva richiamarlo per dirgli che Bossi non voleva. Molto meglio far finta ex post, a cose fatte, di essere dispiaciuto e di scusarsi. Tanto Bossi sa di aver bisogno di Berlusconi per varare il suo agognato federalismo, così come il Cavaliere sa di aver bisogno di Bossi per restare in sella. Difatti il Senatur ha già detto che non farà cadere il governo, anche se al momento i rapporti tra i due restano gelidi.

Comunque sia la vicenda mette a nudo quanto sia profondo e purtroppo radicato il «localismo» chiuso della Lega. Niente Europa, niente guerra, niente stranieri, insomma niente di niente. La Lega è come un mulo che s'impunta, e che si impunta sempre.

Inoltre, nel frattempo, l'Europa ci ha appena condannati per la legge che considera l'immigrazione clandestina un «reato ». Difatti, e a prescindere da quanta accoglienza l'Italia vorrà e potrà dare agli stranieri che fuggono dai loro Paesi, dalla fame o anche dalla tirannide, l'idea del reato non è stata una buona idea, anche perché coinvolge una magistratura bizzarra e già oberata da troppi carichi e troppi arretrati. Davvero un bel pasticcio.


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Nato a Tripoli e cacciato da Gheddafi mi schiero a fianco dei fratelli libici

Mattino di Padova

2 marzo 2011

Antonio Stefanile Saonara

p. 26

Cari fratelli libici, vi chiamo fratelli perché sono nato in quella indimenticabile terra nel 1953 e lì sono vissuto fino al 1970, anno in cui Gheddafi ci cacciò via da quella meravigliosa terra. E lì ho lasciato il mio cuore.
Mio papà arrivò in Libia nel 1928, lasciando Nola (Napoli) che aveva 10 anni, mia mamma arrivò in Libia prima dello scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939. Papà faceva l'agricoltore nella più bella zona di Tripoli, a Collina Verde, e gestiva un'azienda con agrumeti e oliveti. Contemporaneamente iniziò l'importazione di bestiame da macello, perché scarseggiava la carne presso le macellerie libiche.
A Tripoli risiedeva anche una vasta comunità ebraica, e tutti vivevamo in armonia, con il massimo rispetto gli uni degli altri, mantenendo inalterate le nostre radici, culture e feste religiose.
Si viveva in tranquillità, ci si aiutava a vicenda: tra arabi, italiani e ebrei, non ricordo nessun tipo di razzismo.
Il vecchio monarca senussita Idris I amava gli italiani. Nonostante fosse stato umiliato dai nostri militari durante il secondo conflitto mondiale, aveva capito che noi coloni non rispecchiavamo affatto il colonialismo di stampo fascista, bensì eravamo ormai diventati parte integrante della società libica.
Abitavamo alla periferia di Tripoli. Sono cresciuto con i bambini arabi, parlo tutt'ora l'arabo, più di qualche libico frequentava le scuole italiane. La Libia della mia giovinezza era un paradiso terrestre: duemila chilometri di costa, un mare cristallino, un clima caldo, una natura incontaminata, tramonti ed albe al limite del mistico, un deserto infinito, silenzioso, misterioso dove si percepiva quasi la presenza di Dio.
Oggi vedendo Tripoli in tv ridotta a ferro e fuoco ricordandomi quanto bella fosse, a stento trattengo le lacrime. Era una città stupenda, un lungomare costruito dagli italiani, che per chilometri costeggiava un litorale fantastico. Le moschee con il muezzin che chiamava i fedeli alla preghiera, e le chiese italiane, con la nostra cattedrale, diventata sotto Gheddafi moschea a Nasser.
Aveva il suo fascino Tripoli, i suoi odori, profumi, i suoi colori, con il mercato vecchio della casbah costruita dai turchi, Suk el Turk, la statua dell'imperatore romano Settimio Severo, che era nato in Libia.
Quando Gheddafi salì al potere, favorì in maniera impressionante i militari, con dei stipendi da capogiro, creando una dittatura. Militari che tuttavia non avrebbero mai immaginato di dover sparare, un giorno, sui propri fratelli.
Gheddafi ha trasformato una terra che era un paradiso terrestre in un inferno. Ha dimostrato di essere solo quello che già 42 anni fa, da certi suoi atteggiamenti, si prevedeva sarebbe diventato: un dittatore. Un despota che esordì umiliando gli stranieri, specialmente noi italiani, che avevamo reso quella terra un fiore del Nord Africa.
Onore al popolo libico, quel popolo che sta morendo per la sua libertà. Ricordo la sofferenza che provammo lasciando la Libia nel 1970, nella maniera che tutti sanno.
Tornerò in Libia! Tornerò ad onorare quei martiri che sono caduti sotto la ferocia dei cecchini di Gheddafi! Inshallah!


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Intervista al principe Idris Al Senussi

"In passato ha cercato di uccidermi, ora ho un piano per fare fuori Gheddafi"

Libero

17 aprile 2011

Anna Corradini Porta

A chi, se non a lui, posso chiedere quale potrà essere il futuro della Libia? E chi, se non lui, può aiutarmi a decifrare l'intricata personalità di Ghed­dafi, tiranno spocchioso ed esibizionista, cinico e pericoloso, bruciato da un orgoglio smisurato? Incontro il principe Idris Al Senussi, nipote dell'ultimo re libico di cui porta il nome, in un grande albergo di Washington. Seduti nella sua suite si parla della tragedia del suo paese e di quali saranno le prossime iniziative. Ci offre un caffè la moglie, la marchesa Ana Maria Quinones, nobildonna spagnola di grande classe e di grande fascino, che lo segue ovunque. Principe, lei crede che Gheddafi accet­terà di andare in esilio quando si accorgerà di non avere più vie d'uscita? Se lo vede con la valigetta in mano voltare le spalle al potere, al petrolio, al paese che ha tenuto in scacco per 42 anni? «Non se ne parla nemmeno che se ne vada, non ci pensa proprio, non lo farà mai. E poi dove potrebbe andare, chi lo vuole? Non lo vuole nessuno. Forse la Russia, ma che fa, mette la sua tenda sulla piazza Rossa, si accampa al Cremlino?»

Non si può più tentare nessun tipo di accordo? «Dopo che ha bombardato il suo popolo con i caccia, non c'è più intesa possibile».

Allora non restano che due possibilità, o si ammazza, o lo ammazzate. «È troppo vigliacco per suicidarsi. lo comunque sto mettendo a punto un piano che dovrebbe isolarlo completamente, che dovrebbe risolvere il pro­blema. Non ci ho dormito molte notti e sto precisando tutti i particolari. Ne ho parlato con molti libici che vivono qui in America e ricoprono posizioni di grande prestigio, molti sono professori d'università che insegnano nei migliori istituti, lavorano nei grandi ospedali, in importanti società. E naturalmente ne ho parlato con i miei parenti in Libia. Credo in pochi giorni di poter concludere questo lavoro, poi preparerò un dossier da presentare al Dipartimento di Stato americano e ai vari governi europei, ognuno lo avrà nella sua lingua. Naturalmente in questa operazione sarà coinvolto il movimento senussita che io guido e che gestisce la seconda maggiore moschea della Mecca. La confraternita dei senussi è una delle grandi correnti progressiste dell'Islam, fra le più tolleranti verso la modernità e i non mussulmani».

In libia la vostra famiglia è molto ama­ta, com'era molto amato re Idris che governò per quasi vent'anni fino al golpe I del colonnello. Infatti la bandiera che hanno issato i ribelli, quando si sono opposti a Gheddafi, è stata quella della, famiglia reale, la vostra e non altre. «Quando in televisione l'ho vista sventoare non mi vergogno a confessarle che mi sono messo a piangere come un bambino. Ho pensato a mio nonno, a mio padre, a quale sarebbe stata la loro soddisfazione se avessero potuto vedere».

Principe, lei pensa ci possa essere un ri­torno alla monarchia? Anche se siete in tre a pretendere il trono, oltre a lei in­fatti, c'è suo fratello maggiore Hashem e suo cugino Muhammad. Ci vorrebbe un trono a tre posti. «Sarà il popolo libico a decidere se vuo­le la monarchia o un buon governo, composto da gente di specchiata onestà, amore profondo per il paese e disponibilità a sacrificarsi per migliorare il futuro della Libia. A me interessa il bene dei miei connazionali, il rifiorire di una nazione che ha tutti i diritti di vivere finalmente lontana dal giogo del tiranno».

Lei non crede che alla fine per liberarsi di Gheddafi bisognerà farlo fuori? «Bisogna vedere come vanno le cose è presto per parlarne. Le dico però, sinceramente, che lui ha tentato di ammazzarmi e io ho tentato di ammazzarlo, questa è la verità. Non c'è mai stata intesa fra noi due, Gheddafi in passato mi ha offerto soldi e incarichi, ma io ho sempre rifiutato. Posso vantarmi di non avergli mai dato la mano. Per questo sono rimasto malissimo quando ho visto Berlusconi "baciargli l'anello". Non potevo crederei. Ma la cosa che mi ha fatto più male è quella sua dichiarazione dove diceva che era addolorato per Gheddafi. Per Gheddafi? E non per il popolo che veniva trucidato, che ha bagnato col suo sangue le strade della Libia?»

Che rapporti ha con Berlusconi? «Più che altro li ho con il Quirinale».

Se il suo piano per liberare la Libia andasse in porto, coinvolgerebbe Europa ed America? «Naturalmente. E la Lega Araba. Ora non posso anticiparle i particolari, ma è questione di giorni e poi quando sarà consegnato ai vari governi, farò delle conferenze stampa per parlarne. Certo deve essere una mossa globale col consenso di tutti».

Nella Libia liberata, quando si formerà il nuovo governo, ne faranno parte quelli che attualmente rappresentano i ribelli? Perché in quelle fila ci sono bravissime persone, ma anche ex ufficiali di Gheddafi, ex suoi collaboratori, che si, hanno lasciato il colonnello per af­fiancarsi ai contestatori, ma restano comunque dei traditori. E chi tradisce una volta, può farlo ancora. «Chi ne farà parte sarà scelto con molta cura e con il consenso del popolo».

A lei, principe, ai suoi parenti sono stati confiscati molti beni in Libia, pen­sa che potrà tornarne in possesso? «Il palazzo dove sono nato era diventato una caserma ed è stato abbattuto. Altre proprietà, se rimarranno in piedi dopo questa guerra, dovrebbero tornare ai legittimi proprietari. So che è difficile crederlo, ma non è l'interesse che mi spinge a fare quello che faccio, anche mia figlia Alia che ha solo 26 anni non pensa ad altro e sta raccogliendo soldi per la Croce/Mezzaluna Rossa. C'è un sentimento di patria che solo chi lo prova profondamente può capirlo, che va al di là di ogni altro pensiero».

Per questo è stato fra quelli che ha preparato la rivolta del 17 febbraio, dopo che il 4 aveva lanciato un appello pubblico a Gheddafi per aperture e riforme necessarie per migliorare il benessere lei paese? «Nell'ultimo anno, forse perché si sen­tiva il fiato sul collo Gheddafi aveva ef­fettuato alcune liberalizzazioni nel campo del commercio e aveva anche restituito qualche proprietà confiscata, ma non ha tenuto conto del malcontento dei giova­ni che chiedevano democrazia, libertà, lavo­ro, un minimo di benessere. Erano stanchi del pugno di ferro. La risposta, lo avete visto tutti è stata una bruta - le repressione, fino a far bombardare con i caccia la sua gente. Da è iniziata la sua fine. Quando è stato necessario io sono volato subito qui a Washington, da Roma dove vivo, permettermi a disposizione del Dipartimento di Stato col quale ho ottimi rapporti, per fornire preziose informazioni ai dirigenti della politica estera americana».

Principe, lei vive fra Roma, Londra e Washington, ma di cosa vive? «Sono finanziere e investitore oltre che mediatore di commesse importanti. Grazie ai miei contatti con le famiglie reali del mondo arabo, ho favorito l'ingresso di molti gruppi italiani sui mer­cati del Golfo. E ho portato gli arabi a investire in Italia »

Mi tolga una curiosità principe Idris, che nulla ha a che fare con tutto quello che ci siamo detti. Chiamavano suo pa­dre Il "principe nero", perché un appel­lativo cosi inquietante? «Ma non c'era niente di inquietante, lo chiamavano il "principe nero" perché era nero, il più scuro della famiglia. Tutto qui».


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Libyan rebels, hoping for one state, prepare for two

Washington post

5 Aprile 2011

Tara Bahrampour

BENGHAZI, Libya — “One Libya, with Tripoli as its capital” is spray-painted on walls around this rebel city and glides off the tongues of opposition leaders. Moammar Gaddafi will fall in a week, they predict, two at the most, and they'll build a new country then.

But as weeks stretch into months and progress on the battlefield stalls, this rebel-held area of Libya is settling into its status as a de facto separate state. Since the February uprising that ended Gaddafi's rule here, schools and many businesses have remained closed. But police are back on the streets, hospitals are functioning and shops are slowly reopening. Behind the scenes, opposition leaders are feverishly courting international partners as they work to set up a political and economic system for a period of division that some quietly admit may stretch on indefinitely.

A tanker arrived in the rebel-held port of Tobruk on Tuesday to load oil for export, the first time that has happened in nearly three weeks. Although it is unclear whether the rebels will be able to export enough oil to keep the east afloat economically, the tanker's arrival marked a symbolic step in the rebels' journey from accidental revolutionaries to governors and statesmen.

Also on Tuesday, rebel leaders for the first time welcomed to Benghazi an official U.S. envoy, who is here both to meet opposition leaders and provide assistance to the fledgling council that runs affairs in the east. For the United States and other Western powers, the rebel efforts to build the rudiments of a nation in eastern Libya reflect the reality of a military stalemate — one in which NATO could be ensnared for months or more. “We don't like it, we don't want it, but this scenario might happen,” said Fathi Baja, the rebels' head of international affairs.

When the uprising began, “people didn't have a slight idea of what they wanted to do, other than that they knew they wanted Gaddafi to go,” Baja said. “Now, as we start to create some political entities here and there, and we try to start some economic life and create an army, we find ourselves in another stage, and we understand that it might take a little time.”

It is no small task. During nearly 42 years of rule by Gaddafi, economic and political power was entrenched in Tripoli and civil society was virtually nonexistent. The east, which had long been resistant to Gaddafi's rule, was badly neglected. “The whole of Libya is living in the Middle Ages,” said opposition spokeswoman Iman Bugaighis, “but especially the east.” Mustafa Gheriani, an opposition spokesman, said that when Gaddafi's forces pulled out amid the uprising, “we thought it would be like Egypt — that we have ministries, we have an institution that was running. And we found that there was nothing.” Now, the Transitional National Council — composed of 31 representatives, nominated by each of the towns in the east — is responsible for creating a political, economic and military infrastructure from scratch, a task complicated by the fact that a war is going on just a couple of hours' drive away. The council includes a crisis management team, which functions as a cabinet. Many of its members have lived abroad, including an economics minister who abruptly left his position as a University of Washington professor in February.

The team is learning as it goes, and putting out fires almost daily. This week, team members dealt with a spat between the rebels' top military leaders as well as an attack on an oilfield that the rebels are counting on for revenue. They also hosted diplomats from Italy, which formally recognized the rebels on Monday, and from Great Britain, which they hope will follow. France and Qatar have already recognized the rebels as Libya's legitimate government.

With plans to draft a constitution and electoral laws, opposition leaders are consulting with experts in the United States and Europe. The leaders say they want a democratic system, including freedom of expression, multiple political parties and an independent judiciary.

On Monday the economics minister, Ali Tarhouni, presented a $1.5 billion, four-month budget that includes salaries for soldiers and civil employees. For such a budget to be sustainable, the east will need to start selling from its ample oil fields.

Libya has long relied on oil, and the rebel government is working hard to resume exports. Qatar has agreed to market the oil, but Libya's Central Bank and National Oil Corporation were hit with U.N. sanctions last month because of associations with Gaddafi's family. The rebels have asked the United Nations to exempt them from the sanctions, arguing that both entities have split from Tripoli's version, though they have retained their names in anticipation of reunification.

Until then, the proceeds will go into an escrow account and the opposition will withdraw them in the form of food, medicine and other humanitarian aid, which would not violate the sanctions, Tarhouni said. Even if sanctions are lifted, it is unclear whether rebel-controlled oil will be sufficient to sustain this region, which is home to roughly 2 million people. Before the uprising, the country was producing 1.6 million barrels a day. Now, the rebels claim to be producing 100,000 to 130,000.

“It's not enough,” Baja said.

Although the bulk of Libya's oil riches lie in fields in the central or eastern parts of the country, the biggest export terminals have been trading hands in the fighting. Ports at Ras Lanuf, Brega and Es Sider are either beyond the rebels' grasp or too heavily contested to be useful to their cause. The tanker that arrived for loading Tuesday came in at Tobruk, which is safely in rebel hands but has limited ability to export.

“They have been talking about larger volumes, but I don't think they can do that,” said Greg Priddy, an oil analyst at the Eurasia Group.

“The bottom line is, this is a trickle. This isn't enough to move the needle on the world oil market,” Priddy added. “But it is a substantial amount of money for the provisional government.” At today's prices, he said, rebel leaders could earn about $100 million a month, enough to buy some basic foodstuffs.

One fact that simplifies shipments from Tobruk: The oil is likely coming from the Sarir field, which is operated by Libyans, not foreigners. That means production can proceed without outside companies.

But on Monday a facility that feeds oil to Tobruk was sabotaged, presumably by Gaddafi's forces. The damage to production has not yet been assessed, but the attack underscored the east's fragility. For now its leaders live in semi-hiding, with bodyguards and safe houses, and the east is dependent on NATO airstrikes to keep Gaddafi's forces at bay.

The rebels' plans, whether for what will be one state or two, include a more diverse economy. Until now, 96 percent of Libya's revenue has come from oil; leaders here say they would like to add tourism, agriculture and solar energy. “Libya will never be a superpower economically,” Tarhouni said. “It will be a small, independent state, democratic, somewhat diversified.”


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"Il raìs che ci ha cacciato deve andar via"

 

Nuova Sardegna

3 Aprile 2011

Umberto Aime

 

L'appassionato racconto di Giovanna Ortu, presidente dei profughi italiani della Libia

Cagliari. Padre di Bolotana, madre siciliana, città natale Tripoli, vive a Roma da quarant'anni. Classe 1939, Giovanna Ortu è l'inesauribile presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia. Degli italiani cacciati da Tripoli e Bengasi, nel 1970. Allora furono espulsi in ventimila da Muammar Gheddafi, pochi mesi dopo il colpo di stato del tenentino berbero e la caduta di Re Idris.
Corsi e ricorsi della storia. Adesso è il colonnello a rischiare.
«Rischiare? Deve andar via, per il bene della Libia».
Ha sete di vendetta?
«Non vivo più l'età della rabbia. Il mio lutto l'ho elaborato da tempo seppure con molto dolore. Oggi sono qui a dire che questo è il Risorgimento di un popolo oppresso da una lunga dittatura».
È la frase del presidente Napolitano.
«Sì ed è un'immagine stupenda, meravigliosa che io, con molta umiltà, prendo in prestito».
Risorgimento che va aiutato, ha detto ancora il Presidente.
«Certo, è un nostro dovere stare al fianco di chi lotta in nome della democrazia. I morti di Bengasi, sono martiri della libertà. Basta, non possiamo lasciare i libici nelle mani di un tiranno che spara sulla gente con i cannoni e fa mitragliare le piazze dal cielo».
Gheddafi è stato anche il suo aguzzino.
«Io non l'ho mai conosciuto ma so bene quello che fa adesso e quello che ha fatto ai ventimila italiani, nell'estate del 1970. In una manciata di mesi, oltre quarant'anni fa, ci ha privato della dignità e di quello che avevano messo assieme in una vita».
Racconti.
«Al presente, come se fosse oggi. Mio padre, Giovanni Maria, emigra da Bolotana a Tripoli nel 1914, quand'è appena un liceale. Ha vinto il concorso per cancelliere di tribunale, sceglie la Libia, in Sardegna c'è poco lavoro. Lì si sposa con una ragazza siciliana di diciott'anni, Maria, mia madre. È figlia dell'allora direttore della Tirrenia trasferito a Tripoli dopo esserlo stato ad Alessandria d'Egitto».

Sfogli l'album.
«A Tripoli nascono i loro tre figli, tutti ancora vivi: Nella, nel 1924, Tonino, 1934 e la sottoscritta, cinque anni dopo. Lì la mia famiglia strappa al deserto un'azienda agricola, splendida: ettari ed ettari di agrumi e ulivi. Lì sono rimasta fino a trentadue anni. Lì mia figlia Antonella, nata a Roma, ha vissuto fino a nove mesi».
Ultima data conosciuta, a Tripoli: martedì 21 luglio 1970.
«Ricordo bene il giorno della legge sull'esproprio, che colpiva italiani ed ebrei. È una mattina allegra, guarda caso festeggiamo il mio compleanno. La torta è sul tavolo, ci sono due bottiglie di champagne, comprate sottobanco, Gheddafi ha messo fuorilegge l'alcol. Prima delle candeline, all'improvviso, è un amico a farci sapere che il nostro mondo sta per essere spazzato via, come se niente fosse».
Quale fu la reazione in Casa Ortu?
«Restiamo tutti muti e scossi. La torta e lo champagne finiscono nella pattumiera e noi con loro. È stato quello il compleanno più amaro della mia vita: ha segnato l'inizio della nostra via crucis».
Continui, anche se...
«Anche se fa ancora male. Per noi dal 22 luglio fino a ottobre è una trafila di burocrazia ostile, vessazioni e persino perquisizioni corporali. Sono settimane terribili, in cui dimagrisco di tredici chili».
Cosa accadde?
«Le autorità libiche ci costringono a consegnare i nostri beni, dal primo all'ultimo, compresi gli orecchini che indosso. Un'umiliazione tra le lacrime».
Cacciati perché?
«Noi, i ventimila, allora fummo il capro espiatorio delle brutalità orrende compiute dal colonialismo. Da alcuni coloni degli anni trenta, non certo dalle nostre famiglie. Noi c'eravamo integrati e siamo rimasti in libia anche dopo la Seconda guerra mondiale».
Espulsi perché "figli" del fascismo?
«Dal 1951, primo anno del regno di Idris, all'avvento del Colonnello, la nostra vita in Libia era andata avanti bene. Non era a Tripoli ma in Italia che alcuni ci chiamavano fascisti, sbagliando».
Il tempo vi ha concesso la rivincita.
«Ripeto, non c'è rancore. Oggi c'è soltanto un tumulto di sentimenti. Per Gheddafi è finita un'epoca. Siamo alla chiusura del cerchio: è l'ora della democrazia».

Senza il colonnello.
«Esatto. Altro non può esistere: i libici non vogliono la spartizione della loro terra».
Gettiamo a mare un presunto amico storico dell'Italia.
«Amico? Non direi proprio.
Da italiana ripeto: siamo stati troppo accondiscendenti nei confronti di chi ci ha sempre ricattato con gli errori commessi dal primo colonialismo. Gheddafi lo ha fatto per quarant'anni, fino al trattato del 2008. È stato furbo e trasformista con gli occidentali: era una canaglia, poi c'è mancato poco che lo facessero santo».
Esagerata.
«No, da Roma e a Roma, quand'è stato in visita, ha preteso onori che non gli erano dovuti. Ha ottenuto sei corvette e mesi dopo con quelle ha sparato contro un peschereccio italiano. Ha ottenuto risarcimenti per cinque miliardi di dollari per i prossimi vent'anni, nonostante i conti l'Italia li avesse già chiusi col trattato del 1956. Allora lo Stato pagò cinque milioni in sterline, quattro miliardi in lire, più la consegna dei beni demaniali e la confisca del nostro patrimonio, 400 miliardi dell'epoca, tre miliardi, in euro, adesso».
Doppio indennizzo, doppia beffa.
«Esatto. Il raìs ha avuto tutto quello che voleva. Attenzione, nel 2008, noi profughi eravamo ben contenti che ci fosse stato un riavvicinamento fra le nostre due patrie. Non c'è piaciuto il resto».
Cosa?
«L'errore commesso da molti governi italiani, da Prodi a Berlusconi, che hanno sempre assecondato Gheddafi nelle bizzarrie, per poi considerarlo un interlocutore affidabile. Non siamo riusciti a smarcarci dal ricatto del colonialismo e poi da quelli del petrolio e dei clandestini».
Sono i giochi di ruolo, negli affari esteri.
«Affari compiuti senza equilibrio da parte dell'Italia. Lui con noi ha mostrato sempre i muscoli, lo Stato solo l'altra guancia».
Baciamano compreso, quello del presidente del Consiglio Berlusconi.
«Quello è stato un atto indegno e doloroso per noi».
Facile dire perché.
«Nel 2008, come nel 1970, la dignità dell'Italia e degli italiani è stata barattata sul mercato degli affari».
Quali?
«Ci sono alcuni documenti della Farnesina, oggi non più segreti, che dicono: quarant'anni fa le nostre famiglie furono lasciate alla loro sorte, nonostante un trattato internazionale ci consentisse di rimanere, per tutelare gli interessi dell'Eni e della Fiat».
Nel 1970 capitò così e nel 2008?
«Berlusconi ha commesso lo stesso errore, tre anni fa. Sì, purtroppo ha avuto un atteggiamento ossequioso che, nel frattempo, Gheddafi non si era certo meritato».
Risultato?
«Che non abbiamo fatto una bella figura, nonostante più volte al Colonnello abbiamo dato una mano per farlo riammettere nel club mondiale dell'Onu. Ripeto, in due occasioni, sempre sulla spinta del business, lo Stato italiano ha consentito al raìs delle libertà inimmaginabili».
Quali?
«Le sue scorribande italiane: tende, cavalli ed hostess».
Gheddafi ora accusa Roma di tradimento.
«Abbiamo sbagliato in passato, non sbagliamo adesso».
Torniamo ai giorni nostri: la rivolta.
«Al mondo occidentale chiedo di sostenere la protesta esplosa nelle città. Deve farlo prima che la guerra civile diventi guerra totale».
L'Italia fa bene a partecipare alla missione?
«Certo e aggiungo: l'Onu si è mosso con troppo ritardo».
E se Gheddafi dovesse rivincere?
«Non può succedere, non deve accadere. Altrimenti, sarebbe la fine per una delle mie due patrie, la Libia».

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Libia: per l'Associazione Italiani Rimpatriati, "Nonostante tutto amore intatto"

Prismanews.net

25 Marzo 2011

Mafalda Bruno

 

'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL) , riunisce 20mila italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese dal regime di Gheddafi, appena salito al potere. Una sede a Roma e una a Latina, precisano di non essere un club di nostalgici chiuso nelle proprie memorie ma una comunità moderna e dinamica, che ha saputo inserirsi con successo nella società italiana. Una grande famiglia, insomma, che ha conquistato ovunque posizioni di rilievo, ottenendo riconoscimenti e fiducia ai più alti livelli delle Istituzioni e della realtà nazionale italiana.

Alla luce del conflitto in atto in Libia, passato in queste ore sotto il comando della NATO, Prismanews ha rivolto alcune domande a Maria Laura Trovato , assistente personale del presidente dell'AIRL, Giovanna Ortu .

Dottoressa Trovato, la vostra Associazione si definisce “un osservatorio attento e consapevole della non facile realtà libica”. Qual è la vostra opinione sul conflitto di questi giorni?
“Dal nostro punto di vista, in qualità di “cacciati” da Gheddafi, espropriati di tutto, ovviamente l'attuale situazione non può che causare dolore e preoccupazione. Non per la persona di Gheddafi, che consideriamo un dittatore sanguinario, siamo addolorati per il popolo libico, con il quale abbiamo sempre avuto rapporti cordiali sin da quando vivevamo in quella terra. La nostra Associazione ha continuato sempre ad avere rapporti con i libici, in un clima di affetto e simpatia reciproca. C'è stato sempre un ottimo feeling tra loro e noi, al punto che consideriamo la Libia la nostra seconda patria. Questa guerra ora ci addolora, e la nostra speranza è che tutto finisca presto e si riesca ad instaurare un governo democratico, in modo che i libici possano vivere in prosperità, visto che col petrolio che hanno possono vivere agiatamente tutti quanti”.

Ci racconta com' è avvenuta, nei fatti, la vostra “cacciata” dalla Libia?
“Noi siamo stati tra i primi, nel 1970, a subire i provvedimenti del Raìs che ci ha confiscato beni mobili e immobili per un valore di 400 milioni di lire dell'epoca (rivalutati a oggi 3 miliardi di euro!), costringendoci ad abbandonare le nostre case e gli amici libici con i quali eravamo cresciuti. La partenza dalla Libia è avvenuta in maniera traumatica: da un giorno all'altro ci è stato chiesto di fare i bagagli, è diventata una corsa contro il tempo per approntare tutti i documenti di espatrio. E lì nessuno ci aiutava ad andare via, ma ci pressavano perché andassimo via, abbiamo dovuto fare tutto da soli e pure in fretta. All'aeroporto alcune donne sono state sottoposte a visite ginecologiche per verificare, prima della partenza, che non avessero rubato gioielli”.

Secondo voi l'Italia ha fatto bene ad unirsi al conflitto o doveva percorrere la via diplomatica del dialogo? 
“Diciamo che al punto in cui la situazione è precipitata, unirsi al conflitto è stata un'azione doverosa perché la Libia è geograficamente di fronte a noi e abbiamo sempre avuto, con i libici, rapporti economici importanti. Spero tuttavia che l'Italia tenti in tutte le maniere di fermare questa strage di massa. Non possiamo prevedere, al momento, come andrà a finire, soprattutto in termini di vite umane e per questo seguiamo costantemente, e con apprensione, l'evolversi della situazione. Siamo lieti per tutti gli aiuti umanitari che l'Italia sta inviando al popolo libico”.
Qual era il vostro status in Libia? Eravate residenti?
“Eravamo residenti italiani rimasti in Libia, nonostante le guerre che si sono succedute nel tempo. Poi nel '56, col Trattato Internazionale, l'Italia ha pagato i danni coloniali, e noi che eravamo i “nipoti” del colonizzatori, siamo rimasti a vivere lì, peraltro in buona compagnia di altri europei, ebrei, arabi, ecc; non c'era alcun clima di rivalità tra noi, vivevamo pacificamente. Mio padre, per farle un esempio, costruiva strade a Tripoli, tutti i suoi dipendenti erano arabi e lavoravano in un clima di fattiva collaborazione. Io ho fatto le medie e il liceo a Tripoli: non c'era nessun clima di astio o diffidenza nei nostri confronti”.
E cosa è accaduto al vostro rientro in Italia? Come siete stati accolti?
“Nient'affatto bene: eravamo tacciati come fascisti che tornavano con la coda tra le gambe. In più, le voci erano che in Libia ci eravamo arricchiti mentre - le ripeto - siamo dovuti tornare senza nulla, con a malapena i vestiti addosso e i documenti. Abbiamo perso tutto lasciando la Libia. E da quei giorni tragici, il nostro Governo non è stato mai in grado di varare una legge che ci consentisse di poter tornare in Libia: non siamo più riusciti a metterci piede , neanche per un breve soggiorno di turismo. Perché eravamo, e siamo ancora, schedati come colonialisti. E di quello che avevamo in Libia, ci è stata restituita solo una minima parte. Ecco perché la nostra rivendicazione è ancora oggi contro il Governo italiano, non quello libico”.

Esprimiamo un desiderio: fine della guerra, Libia libera e democratica… 
“Magari! Certamente sarebbe festa grande per noi e per loro: sono certa che se potessimo tornare lì, ci accoglierebbero con enorme affetto e cordialità. Nonostante tutto, lo avrà capito, il nostro amore per la Libia è rimasto intatto”.

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Raìs spietato con gli italiani perdonato da tutti i governi

 

Il Tempo

27 Marzo 2011

Federico Guiglia

p. 1

 

Dopo i libici, che da quarantadue anni erano in balìa di un tiranno sanguinario - come oggi, che facile! tutti riconoscono - gli italiani rimpatriati da Tripoli nel 1970 sono state le vittime dimenticate della tragedia. Cacciati dalla mattina alla sera e i loro beni confiscati da Gheddafi ma la storia di questa violenza inaudita e non udita è stata cancellata, come se l'espulsione di ventimila connazionali dalla terra in cui erano nati o cresciuti potesse essere un dettaglio. O peggio, un pedaggio da pagare in nome e per conto dei trisavoli che nel 1911 avevano colonizzato la Libia quando ancora non era la Libia.

Se invece il mondo libero, e soprattutto i governi del nostro Paese avessero dato a quel precedente ignominioso del 1970 il rilievo politico-diplomatico che meritava, se l'Italia e i suoi alleati avessero prestato attenzione a quel sopruso anti-italiano, non avremmo dovuto attendere né la bomba dell'aereo a Lockerbie (21 dicembre 1988, 270 innocenti ammazzati) né le persecuzioni e le torture ricorrenti alla sua gente dissidente per capire chi fosse Gheddafi. L'uomo che era salito al potere, oltretutto, con un colpo di Stato: anche nella scelta del mezzo si dovrebbe cogliere il fine che uno si propone. C'è da inorridire, allora, a vedere quanto, negli anni, i governi della Repubblica abbiano snobbato il grido di dolore degli esuli in patria. Esuli due volte: dalla Libia, la radice degli affetti, e dall'Italia, la madrepatria che si mostrava indifferente rispetto al dramma di massa. Al contrario, la politica nazionale s'incaricava non già di far valere le ragioni, anche diplomatiche, per sollevare la questione dell'espatrio violento nelle sedi internazionali preposte, a cominciare dalle Nazioni Unite, ma per confortare il dittatore che se ne era reso responsabile. Era in ballo un principio, nazionale e internazionale, di giustizia, non solamente le note questioni economiche e petrolifere, all'insegna delle quali le classi dirigenti hanno invece accettato ogni genere di sopraffazione. Compresa quello d'aver firmato un cosiddetto trattato di amicizia con chi s'era inventato persino la giornata dell'inimicizia anti-italiana. Trattato nel quale neppure in una piccola nota a piè pagina figurava un riferimento all'esodo dei nostri connazionali depredati d'ogni bene.

Si badi: quest'atteggiamento vile ha riguardato proprio tutti e senza eccezioni, perché ogni governo, nel tempo, pretendeva di «chiudere la controversia» con chi voleva mantenerla sempre aperta, e incurante del fatto che tale controversia fosse già stata conclusa negli anni Cinquanta con accordi internazionali nero su bianco. Ma pretendevano di chiuderla, tale istigata controversia, arrendendosi al punto di vista unilaterale e provocatorio della controparte, che già aveva fatto vedere di che pasta fosse fatto. Intendiamoci, c'è una ragion di Stato per tutti, e i vicini di casa, com'è noto, uno non se li può scegliere. Ma neanche i libici avevano scelto Gheddafi, mai avendolo votato, e soltanto sopportato per paura, anzi, per terrore o per convenienza di chi con lui condivideva violenza e privilegio. Adesso i rimpatriati dalla Libia potrebbero chiedere «riparazioni» e recriminare: «Visto che l'avevamo detto?». Quei connazionali che hanno sofferto, e che in larga maggioranza ormai hanno i capelli bianchi, oggi invece preferiscono dare pubblico sostegno ai libici che si battono per la libertà. Quarant'anni dopo, le vittime stanno dalla parte delle vittime, a conferma della vera e grande riconciliazione che gli italiani e i libici avevano fatto da tempo, nonostante quel bugiardo di Gheddafi e quei creduloni dei nostri governanti.

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E' ora di finirla con il vittimismo

 

Il Tempo

27 Marzo 2011

Mario Sechi

p. 1

 

Questa volta ha ragione Bossi. Non riesco a capire come di fronte a una guerra, un'emergenza umanitaria, il ministro degli Esteri possa pensare di risolvere tutto con un bonus in denaro per il rientro del clandestino a casa. Non è una soluzione, ma la complicazione del problema. Immagino la scena: mercanti di uomini e donne che organizzano l'industria dell'andata e del ritorno per incassare il premio. Solo che l'incasso finisce tutto nelle mani se va bene di profittatori, se va male di organizzazioni terroristiche.

Se volevamo raggiungere l'apice del surreale nella vicenda libica ci stiamo riuscendo. Francia e Inghilterra stanno muovendo pedine importanti per controllare il Mediterraneo. Mi dispiace che la maggioranza agiti un complotto: Parigi e Londra fanno il loro interesse nazionale. Noi dobbiamo essere capaci di fare altrettanto ma non ci riusciremo con il vittimismo. Bisognerebbe soltanto allinearsi all'Occidente, sfruttare la nostra conoscenza del mondo arabo e del Medioriente, mettere in campo le nostre ben addestrate forze armate. Gheddafi cadrà. È meglio se una spinta gliela diamo pure noi. Altrimenti qualcun altro ci prenderà a calci per buttarci fuori dal mare Nostrum.

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L'Europa che non vuole disturbare Gheddafi

La Repubblica

Adriano Sofri

17 Marzo 2011

P. 1

Quando leggete queste righe, forse Bengasi è caduta, e finalmente la famosa Comunità Internazionale potrà dire, sospirando, che è troppo tardi per intervenire. Potrà aggiungere, alzando le spalle, che i ribelli hanno millantato credito e si sono fatti espugnare con qualche bombardamento e "col gesso". Solo che non è più in questione il credito militare dei ribelli, ma la sorte di una popolazione civile in balia della rappresaglia. Per parlare di oggi, vorrei ricordare due date dell' altro ieri. Il 15 aprile 1986 due missili Scud lanciati dalla Libia si inabissarono a un paio di chilometri dalla costa di Lampedusa. Undici giorni dopo, il 26 aprile, esplose il reattore di Chernobyl.I missili libici rispondevano a un massiccio attacco aereo americano mirato a uccidere Gheddafi. Uccise una sua figlia piccola e alcuni civili, il dittatore se la cavò (avvertito, si disse poi, dal governo di Craxi e Andreotti). Quanto alla nube di Chernobyl, fu portata qua e là sull' Europa; da noi si presero misure restrittive sul latte e le verdure. Lampedusa, che non era ancora così affollata, apparve per un momento come una fortunata terra di nessuno, appena a nord della gittata dei missili libici, appena a sud della nuvola radioattiva. Sono passati venticinque anni, Gheddafi completa la riconquista, la Comunità Internazionale maschera meglio l' imbarazzo dietro la commozione per il disastro giapponese e lo spavento nucleare. Che cosa è successo, in venticinque anni, che ha fatto passare da una ritorsione militare americana condotta con ben 24 bombardieri su molti obiettivi libici, comprese Tripoli e Bengasi, il cui movente dichiarato era l' attentato sanguinoso in una discoteca tedesca, all' omissione di ogni azione quando il dittatore scatena contro la popolazione insorta la sua schiacciante macchina militare? Tante cose, certo, dalla Somalia 1993 all' 11 settembre, e la guerra in Iraq e in Afghanistan ... Questo spiega l' astensione di Obama, benché non le dia ragione. Ma l'Europa? L'Europa fa affari grossi in armi, ma quando si tratti di un' azione di polizia diventa più pacifista di un fachiro indù, "per non disturbare". L' Europa è quella che ha lasciato massacrare la Bosnia per anni - e la Bosnia era europea - finché Clinton ne ebbe abbastanza. Dall' Europa si vedeva il fumo di Sarajevo a occhio nudo, si vede a occhio nudo il fumo di Bengasi. Il fumo è la verità dell' Europa. Non si accorgono, le potenze democratiche (le chiamiamo così?) che una simile inerzia di fronte alla rappresaglia dei miliziani di Gheddafi rivaluta a posteriori l' impresa unilaterale di Bush contro Saddam? Saddam scommise, come Gheddafi oggi, sull' impotenza delle potenze democratiche, lui sbagliò la sua puntata, Gheddafi l' ha azzeccata, a quanto pare. Le potenze democratiche l'hanno bandito e additato al tribunale internazionale, gli hanno dato tutto il tempo di riaversi dal colpo della ribellione e di ricomprarsi le sue forze armate, e hanno fatto da spettatrici a una riconquista che consegna alla vendetta una gente inerme. La quale, ubriaca di liberazione, ha avuto l' ingenuità di intimargli la resa, come un condannato può intimarla al plotone di esecuzione, convinta di avere alle spalle il sostegno, oltre che gli applausi, delle potenze democratiche. Il dilemma è ormai antico, nuovo è solo il contesto in cui si pone. Che esistano una giustizia e un tribunale internazionale senza che esista una polizia internazionale è una boutade. La giustizia internazionale - se non l' aspirazione morale, il minimo di legalità nelle relazioni sociali - sconta l' incapacità a misurarsi con corpi separati troppo potenti, come le banche troppo grandi per fallire, gli Stati troppo grossi per essere messi agli arresti, a cominciare dal più grosso, la Cina. Ma se Cina e Russia sono troppo grosse per fischiar loro la contravvenzione, non lo siano almeno tanto da imporre il veto ad azioni di difesa del diritto e delle vite umane in ogni punto del pianeta. Gheddafi può essere arrestato, o mandato a quel paese, almeno quando una buona parte dei suoi sudditi gli si è ribellata. Si può avanzare un' obiezione, cui peraltro ha già risposto il diritto-dovere di ingerenza umanitaria, dove se ne diano le condizioni, e qui perfino l' avventurosa imputazione di crimini contro l' umanità: che un' insurrezione che non conti sulle proprie forze non è legittimata a vincere. Non è vero, e lo è stato molto di rado, Risorgimento compreso, per non dire della Resistenza. Una moderna dittatura dinastica e tribale, come quella di Gheddafi, confisca una ricchezza sufficiente a mantenere una vasta base sociale e una forte milizia pretoriana, sfruttando un lavoro servile innumerevole, un popolo di formiche invisibile fino a che non si è rovesciato sui confini. Ci sono in Africa situazioni esemplarmente complementari, quella libica, dove una rivolta ottiene un vastissimo riconoscimento internazionale, inclusa la Lega araba, e viene abbandonata alla repressione, e quella della Costa d' Avorio, in cui la vittoria di un candidato - Ouattara - in elezioni riconosciute regolari dall' Unione africana, viene rifiutata dal despota uscente, Gbagbo, precipitando il paese nel sangue. E intanto l' unico intervento militare straniero avviene nel Bahrein ad opera dell' Arabia Saudita, e sia pure su richiesta del sovrano, per soffocare la ribellione della maggioranza sciita. È difficile certo seguire una rotta ferma nell' incandescenza del mondo, e tanto meno una rotta che non voglia deridere troppo i principii solennemente proclamati. Ma il piccolo cabotaggio non rende quando le onde sono così alte. L' Europa sembra più divisa che mai. La Francia di Sarkozy l' ha sparata troppo grossa e intempestiva per non dare l' impressione di cedere a un tornaconto elettorale, a qualche vanità personale, e al peso delle perdite in Afghanistan o della disgraziata operazione di liberazione di ostaggi in Niger: ma almeno l' ha detto. Così la combattiva posizione di Cameron, che in altri tempi sarebbe stata presa sul serio, ha un timbro meramente retorico. (E c' è solo da augurarsi che la riconsegna, nell' estate 2009, di Al-Megrahi, l' "eroe nazionale" di Lockerbie, non abbia aperto la strada alla concessione di prospezioni di profondità nel Golfo della Sirte, nell' estate scorsa, a quella BP fresca del disastro nel Golfo del Messico; rispetto al quale il Mediterraneo è una piscina domestica). Angela Merkel ha usato un' espressione rivelatrice: vuole «aspettare e vedere come si evolve la situazione». I prossimi popoli che covano voglie di ribellione e libertà sono avvisati. Si direbbe che le stonature stridenti nei pronunciamenti europei siano in effetti il concerto di un continente unito nell' intenzione di lavarsene reciprocamente le mani. L' Italia poi è irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile. Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare. E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo per qualunque sbocco, l'Europa prende, cioè perde, tempo. È questo perdere tempo, l' Europa.


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Fuga dalla Libia, 44 anni fa l'esodo:<<Tripoli nel '67, provo la stessa angoscia>>

Corriere della Sera

22 Febbraio 2011

Paolo Brogi

Intervista al professor David Meghnagi.

Gli ebrei italiani espulsi da Gheddafi, tracciano un parallelo tra il pogrom e l'attualità: «Avevo 18 anni, provo uguale strazio per i bimbi e la gente innocente».

«Provo di nuovo l'angoscia di allora, di quel mese asserragliati in casa con la paura di essere uccisi da un momento all'altro …». Tripoli, 1967. La Libia caccia gli ebrei dal paese. David Meghnagi è uno di quegli ebrei che scampano al pogrom, arriva in Italia con altri otto familiari, oggi è professore di psicologia clinica all'università di Roma Tre dove dirige anche il Master sulla Shoah. Nelle immagini di queste ore dalla Libia ha rivisto quelle giornate tragiche di allora, della sua giovinezza: aveva solo 18 anni. E per un mese visse recluso in casa nell'attesa da un momento all'altro di essere ucciso.

Il destino di un paese - «Angoscia certo per quel che vedo, per i bambini e la gente innocente. Tragico destino per un Paese che aveva tutto per uscire dal sottosviluppo e che oggi implode come risultato di una violenza cumulativa che ha colpito prima le minoranze indifese (prima gli ebrei derubati e fuggiti in silenzio da tutto il mondo arabo, poi gli italiani che erano rimasti dopo l'indipendenza del Paese, derubati e cacciati da un giorno all'altro) e che oggi si rovescia in modo indifferenziato».
«Tutto quel giugno del 1967, che precedette la guerra arabo-israeliana, lo passammo a Tripoli con l'attesa di una catastrofe che sentivamo stava per abbattersi sulle nostre vite – ricorda oggi Meghnagi -. Se scoppiava la guerra, noi ebrei di Libia sapevamo di essere degli ostaggi, vivevamo alla giornata con grande angoscia. E poi la guerra scoppiò davvero…».

Di nuovo al fronte - «La mia famiglia era composta di otto persone, cinque figli maschi e una figlia femmina più i miei genitori – va avanti Meghnagi -. Papà gestiva una piccola agenzia per sbrigare documenti, mamma era casalinga. Durante la seconda guerra mondiale la nostra famiglia aveva perso tutti i suoi beni. Alle sofferenze patite sotto il fascismo seguirono i pogrom arabi del 1945 e del 1948». Una condizione comune ad altri in ciò che era rimasto della comunità ebraica a Tripoli, «dove eravamo ridotti a 5300 persone dalle 35-40 mila della guerra».
Con la nascita di Israele la maggioranza gli ebrei emigrarono in massa in Israele con la speranza di una vita diversa. «Chi rimase visse in un lungo limbo. Nel 1967 ci ritrovammo di nuovo di fronte alla minaccia di un altro, definitivo pogrom. Per le strade giravano folle urlanti, alla radio Israele veniva dato per distrutto, riuscimmo a chiuderci in casa in un palazzotto dove per fortuna risiedevano solo ebrei. Eravamo in tutto in 52».

Minacce al telefono - «Comunicavamo con l'esterno con estrema difficoltà - ricorda il docente di Roma Tre -, avendo un solo telefono, sul quale ricevevamo di continuo anche minacce. Ricordo quella casa di corso Giaddat Omar El Mukhtar conosciuto anche come Corso Sicilia. Siamo restati asserragliati là dentro un intero mese, non potevamo uscire».
Altri ebrei come quelli dell'antico quartiere ebraico di Tripoli erano stati invece trasferiti nel campo di Grungi. «Cosa aspettavamo? Uno schiarimento, non perdevamo la speranza di potercene andare via, solo che occorrevano documenti, chi ne aveva di inglesi o italiani aveva qualche chance, noi Meghnagi non disponevamo di documenti».

Salvacondotto - «Voglio ricordare che gli ebrei in Cirenaica c'erano da oltre duemila anni, c'è una città romana che si chiama Yahudia (in arabo Giudea). Gli ebrei vivevano anche all'interno del paese, molto prima delle invasioni arabe. Alla fine ci rilasciarono un visto di uscita. Le vecchie classi dirigenti, lo ripeto, ci fornirono un salvacondotto. C'era una contraddizione tra quelle classi e le nuove che stavano emergendo e che avrebbero portato al potere Gheddafi…».

Campi profughi a Latina - «L'Italia ci accolse con i campi profughi di Latina e Capua – prosegue Meghnagi -. Per fortuna ci aiutarono le istituzioni ebraiche di assistenza americane (la Joint). E ci fui preziosa l'amicizia della comunità ebraica romana. Comunque bisognava arrangiarsi, Io ho fatto la guida turistica per qualche mese, ho dato lezioni private di latino che conoscevo bene, lavorato come commesso».
«Intanto continuavo a studiare - ricorda il professore -. Conclusi gli esami di filosofia con sei mesi di anticipo, ma dovetti attendere per legge prima di laurearmi. Poi mi sono specializzato in sociologia a cui poi ho aggiunto una formazione psicoanalitica. Ho continuato a studiare l'arabo e ad approfondire la cultura ebraica. Anche i miei fratelli si sono arrangiati allo stesso modo. Poi mettevamo tutto insieme, siamo andati avanti così».

Conta solo il futuro - Quarant'anni dopo l'ex esule, di fronte alle drammatiche notizie da Tripoli, consegna una riflessione di speranza: «Mi sono lasciato alle spalle il dolore - dice Meghnagi -. Ciò che conta è il futuro, poter offrire ospitalità alle generazioni che verranno. Oggi assistiamo tragicamente a un epilogo che avrà conseguenze su tutto il Nord Africa e anche per l'Europa. Abbiamo di fronte dopo la tragedia del colonialismo l'esito fallimentare dei processi di decolonizzazione, il fallimento del rapporto tra l'Europa e i Paesi arabi, il fallimento dei regimi arabi incapaci di accettare Israele, unico Paese democratico finora dell'intera area . Eppure, se solo accettassero Israele, come sarebbe diversa la storia della regione. Unendo le loro risorse e intelligenze, arabi e israeliani potrebbero scrivere con l'Europa e l'Africa una pagina nuova della storia».


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Quelle parole sul nostro paese

 

Corriere della Sera

3 marzo 2011

Sergio Romano

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Le parole pronunciate da Gheddafi sull'Italia possono sorprendere il presidente del Consiglio, probabilmente convinto di avere stretto con il colonnello libico un rapporto infrangibile fondato sulla reciproca ammirazione e sugli interessi comuni. Non possono sorprendere chiunque abbia qualche familiarità con il trattamento che Gheddafi ha riservato all'Italia sin dal giorno in cui conquistò il potere a Tripoli nel 1969.
Non vi è stato momento della sua lunga dittatura in cui il Colonnello abbia rinunciato a usare il colonialismo italiano come una piaga aperta della memoria nazionale. Se ne è servito per distinguersi da Idris, il re bonario e saggio che aveva stabilito rapporti cordiali con l'Italia, aperto il Paese all'Eni nel 1959, lasciato che gli italiani vivessero indisturbati e svolgessero attività utili per il suo Paese. Se ne è servito per dimostrare che nessuno meglio di lui incarnava l'orgoglio nazionale. Se ne è servito anche quando investiva denaro nelle imprese italiane, riceveva i ministri italiani nella sua tenda, stringeva calorosamente la mano dei nostri presidenti del Consiglio. Si potrebbe sostenere che nulla gli importava veramente quanto la possibilità di dire ai suoi connazionali, con parecchie forzature, che all'origine dello Stato libico vi erano le sofferenze e le umiliazioni subite durante il periodo coloniale. L'anticolonialismo e la denuncia delle colpe italiane sono stati lo zoccolo del suo potere, l'argomento retorico che gli consentiva di rappresentare se stesso come l'uomo che aveva liberato i libici dallo stato di soggezione morale e psicologica in cui avevano continuato a vivere durante il regno di Idris.
Beninteso, questo non gli ha impedito di fare affari con l'Italia e con la sua maggiore compagnia petrolifera. Ma accusarlo di duplicità sarebbe sbagliato. Duplice è l'uomo che nasconde i suoi pensieri e le sue intenzioni. Gheddafi, invece, ha agito sempre su due piani egualmente visibili. Era pronto a trattare con l'Italia, ma non avrebbe mai smesso di usarla come la bestia nera del suo Paese, il nemico secolare della nazione. Ne abbiamo avuto una ennesima prova quando ha portato con sé, durante la visita a Roma, un veterano della resistenza anti-italiana e appiccicato sul bavero della sua giacca il ritratto di Omar el-Mukhtar, il leader cirenaico che il generale Graziani fece impiccare nel settembre 1931. È davvero sorprendente che questo nuovo attacco all'Italia coincida con una fase in cui il suo potere è traballante? Mai il «nemico italiano» gli è stato utile come in questo momento. Per certi aspetti l'ennesima sfuriata anti-italiana è un segno della precarietà della sua situazione.
Potremmo alzare le spalle e compatirlo se non avessimo il sentimento di avere contribuito al suo disprezzo. Ho sempre pensato che l'Italia avesse un interesse, non soltanto economico, a seppellire il passato. Tutti i maggiori Paesi coloniali (la Francia in Algeria, la Gran Bretagna in India, la Spagna in Marocco) hanno sacrificato un po' del loro orgoglio e riconosciuto le loro colpe. L'Italia e la Libia vivono nello stesso mare, hanno economie complementari, e la conflittualità permanente non può giovare né all'una né all'altra. L'accordo con la Libia è stato voluto da tutti i governi italiani. Ma sarebbe stato preferibile raggiungere l'obiettivo con lo stile di Giulio Andreotti, tanto per fare un esempio, piuttosto che con quello di Silvio Berlusconi. Dopo l'ultimo discorso di Gheddafi, il ricordo del suo trionfale viaggio a Roma diventa insopportabilmente penoso


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La follia di Gheddafi ci ha reso fratelli

Secolo D'Italia

Federico Locchi

26 Febbraio 2011

p. 5

Certi eventi della vita lasciano ferite profonde ma danno anche la possibilità di guardare la storia da una pro­spettiva privilegiata. Quando osserva i fatti di Tripoli, Gio­vanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia , vive una situazione simile. I 20 mila italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese in cui risiedevano da un Gheddafi appena salito al potere, co­noscono bene ciò che accade di là dal Mediterraneo, per ché lì hanno lasciato un pezzo di cuore.

Signora Ortu, ha visto che caos in Libia?

La avverto che non credo di essere la persona più obietti va del mondo su questo tema. Sa, ho il dente avvelenato ...

Fa niente, è proprio la sua passione che ci inte­ressa. Allora, è stata sorpresa dalla rapida escala­tion della crisi libica?

No, non mi ha sorpreso. Solo qualche giorno fa delle per­sone di ritorno dalla Libia mi avevano detto: Tira un'aria strana lì ...

Posso chiederle chi erano?

Due esponenti della nostra associazione. Tornavano dalla Libia dove erano stati nell'ambito della nostra operazione di restauro dei cimiteri italiani. Molti erano in condizioni penose. Quelli che non sono stati profanati, ovviamente. È un operazione a cui teniamo particolarmente e in tutto ciò la Farnesina e Gianfranco Fini, quando era ministro de­gli Esteri, ci hanno aiutato molto.

E queste persone le hanno antici­pato che qualcosa stava cambiando?

In generale sì, anche se era inimmaginabi­le quello che poi è effettivamente successo.

Che idea si è fatta di questa rivolta?

Le notizie che giungono da lì mi addolora­no molto. Una fonte autorevole mi ha detto che ci sarebbero sparatorie sui civili, con membri delle milizie che sparano dalle am­bulanze. Non so se è vero, ma la fonte è piuttosto sicura. Spero comunque che que­sto anelito di libertà trovi sbocco nella fine di un uomo che ci ha fatto molto soffrire.

Un uomo che però sembra va essere divenuto il miglior amico dell'Italia, ultimamente ...

Qualche giorno fa ho letto un'intervista a Dini e diceva, più o meno: con lui ci siamo trovati bene. perché cambiare? Sono inorridita. Gheddafi ci ha cacciato a pedate nel sedere!

Realpolitik, dicono ...

Ma guardi che io lo capisco. Noi ci siamo sacrificati, in onore della Realpolitik. Eravamo 20 mila, non poteva ma condizionare 58 milioni di persone. Ma da subito si è presa una china come su di un piano inclinato che poi è divenuta valanga. Va bene tutelare gli interessi, ma bisognerebbe trovare un giusto mezzo. Prenda Berlu­sconi...

Un grande amico del Colonnello ...

Mi ha fatto rimanere molto male. Insomma. lui è anche il mio presidente del Consiglio. Eppure fino ad ora non ci ha mai ricevuto.

Intanto impazza il dibattito sul "che fare" rispetto all'emergenza ...

È un dibattito sballato, sta prevalendo il calcolo utilita­ristico mentre di là c'è la guerra civile. Dovrebbe pre­valere il cuore e l'autentica solidarietà. Bisognerebbe predisporsi all'accoglienza rispetto a un'emergenza che non può che essere transitoria.

I rapporti fra i due popoli usciranno compro­messi dalla crisi?

Al contrario, saranno rafforzati…

Ma quanto c'è di autentico nella retorica anti-italiana che per anni ha diffuso Gheddafi?

Guardi, i libici ci amano. Anche quando ci hanno cac­ciato, con la voce del Colonnello che dagli altoparlanti inneggiava alla caccia all'italiano, non ci hanno torto un capello”.

La ferita del colonialismo è ancora viva?

Ci sono sicuramente state pagine vergo­gnose nella nostra colonizzazione. Ma di questo non devo rispondere io, che parlo a nome di una collettività umana che ha vissuto in armonia con la popolazione lo­cale ed è stata cacciata violando un trat­tato. E comunque non si può giudicare col senno del poi. Anche perché bisogne­rebbe parlare pure del buono che abbia­mo fatto. Basti pensare all'architettura razionalista di Tripoli.

E ora?

Diventeremo fratelli, perché loro per Gheddafi hanno sofferto più di noi e ora pagheranno un prezzo altissimo…

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Sono nato in Cirenaica adesso è il regno del terrore

Il corriere della sera

21 Febbraio 2011

Marco Nese

p.3

Ho molti amici là, ma ho paura a chiamarli perché le comunicazioni sono intercettate. «A marzo sarei tornato in Libia. Ma un mese fa al ministero degli Esteri mi sconsigliarono. C' erano già segnali di turbolenza». L' ingegner Francesco Prestopino in Libia c' è nato. «Sono nato proprio a Bengasi, la città che in questo momento è sotto assedio. Ho tanti amici laggiù. Evito di chiamarli al telefono perché le comunicazioni sono intercettate e loro potrebbero subire brutte conseguenze». Nato nel 1934, Prestopino, vicepresidente dell' associazione degli italiani espulsi, è tornato a Bengasi a metà degli anni 70. «Mi ero laureato in ingegneria civile a Bologna e sono andato a lavorare laggiù prima con la Lodigiani e poi con la Impregilo». Sotto la direzione di Prestopino sono sorti in Libia il porto industriale di Marsa el-Brega, il complesso petrolchimico di Ras Lanuf, il complesso siderurgico di Misurata e il porto militare di Homs. Durante i dieci anni in cui ha seguito la costruzione di queste opere, Prestopino abitava a Bengasi e ricorda che già a quel tempo la gente mal sopportava la dittatura di Gheddafi. «In tutta l' area della Cirenaica i libici erano amareggiati per quello che il colonnello aveva fatto a re Idris. Loro amavano il re. Gheddafi ne era consapevole e aveva piazzato spie dappertutto. Li teneva in pugno col terrore. Nessuno osava aprire bocca, ma si vedeva che dentro ribollivano di odio».


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Raffiche di mitra e finto tripudio nella capitale ormai impazzita

La Stampa

Guido Ruotolo

7 Marzo 2011

p. 1

E' buio pesto alle cinque del mattino, che in Italia sono le quattro. Sveglia di soprassalto. Colpi di Kalashnikov, o almeno sembrano tali. In pochi secondi siamo tutti pronti a muoverci, nel caso fosse necessario. Insomma, pronti a evacuare. Del resto si dorme vestiti ormai da più di dieci giorni. Dagli angoli delle finestre si vedono i traccianti in aria. Fa paura Tripoli perché sembra giunta l'ora fatale, la resa dei conti e trovandoci qui, con questi protagonisti, la resa che si annuncia potrebbe essere senza esclusione di colpi. Era atteso questo momento ormai da più di due settimane, da quel 17 febbraio quando è iniziata la rivolta in Cirenaica. Sì, anche a Tripoli si era sparato le prime notti, tra il 20 e il 22 febbraio - ma mai come questa notte -, poi, è vero, c'erano state le proteste del venerdì, all'uscita dalle moschee dove i fedeli erano andati a pregare, represse duramente, con morti e feriti. E le retate nelle case degli oppositori, e Internet che da giovedì ci ha lasciati. Ma in sostanza Tripoli continuava ad essere saldamente in mano a Gheddafi e alle sue milizie. E la città con i suoi due milioni e mezzo di abitanti rappresenta quasi la metà della popolazione della Libia.
Dunque, colpi di Kalashnikov, poi quelli sordi delle pistole e quelli inconfondibili delle mitragliatrici pesanti poste sui gipponi. Addirittura, nel silenzio della notte, c'è chi riusciva a ricostruire da dove venivano sparati i colpi disegnando così una mappa della città che combatteva.
I primi colpi sono partiti da Tajura, il quartiere ribelle protagonista delle proteste di questi giorni. Siamo in periferia, i colpi si avvicinano. Il lungomare, il porto, il quartiere Dhara dove si trovano alcune ambasciate, compresa la nostra. Le sparatorie si sentono anche verso Piazza Verde, la piazza della Rivoluzione, e poi dietro la Medina, l'hotel Corinthia.
Per un'ora si va avanti con le stesse sequenze: come fossero fraseggi di sparatorie seguiti poi da silenzi, pause. Pochi secondi e via di nuovo con i colpi. Certi proiettili sembra che ti sfiorino, si fa attenzione a non sporgere il corpo, a ripararsi dietro le finestre e le mura delle scale. C'è un guardiano di un edificio vicino che impugna il Kalashnikov e si diverte a colpire come se fosse un bersaglio posto a terra.
Ogni tanto il fragore degli spari viene interrotto dal passare di sirene e lampeggianti. Si vedono cortei di auto della polizia, gipponi carichi di miliziani. Le prime luci dell'alba. Strane sensazioni che devono essere messe a fuoco. Indizi di un qualcosa che non quadra. Una cantilena viene diffusa da un megafono, da un altoparlante. E poco dopo anche la preghiera del muezzin, come se nulla fosse. E poi quelli che erano traccianti si trasformano in fuochi d'artificio. Sono ormai le sette e passa del mattino. Un paio d'ore e qualcosa in più di sparatorie. Dietro il maestoso Corinthia, l'hotel di lusso dei maltesi, di fronte alla Medina, più che traccianti si vedono quelli che sembrano fuochi d'artificio.
Ma come, siamo all'alba di domenica, che qui è come se fosse il nostro lunedì, inizio di settimana lavorativa, e si spara all'impazzata e poi si fanno esplodere fuochi d'artificio? Quale festa ci siamo persi? C'è qualcosa che non quadra. Lentamente diventano nitidi i contorni di questa scena sfocata. La televisione di stato annuncia che il Leader, Muammar Gheddafi, ha trovato una intesa con le più importanti tribù, c'è una tregua, si stanno riconquistando le città ribelli della Cirenaica e non solo: Tobruk, Raf Lanouf, Misurata. Può cadere anche Bengasi da un momento all'altro. Tutte notizie smentite poco dopo dai portavoce dei ribelli, del Consiglio nazionale libico che ha sede a Bengasi.

La sonnolenta Tripoli è sveglia oramai. Dal tetto si vedono scene di tripudio. Cortei di centinaia di auto, di jeep, di monovolumi, di camioncini carichi all'inverosimile sono imbottigliati sul lungomare, in direzione Piazza Verde. Clacson e colpi di mitra o pistola sono la colonna sonora di questa domenica mattina. Dopo tre ore di sparatorie, la città impazzita si riversa per le strade.
È vero, sicuramente sono i fedelissimi del raiss, che non fanno mistero di adorare il Colonnello come se fosse un mito vivente, baciando la sua immagine. Però colpisce questa prova di forza. Gheddafi è in grado di mobilitare la piazza anche all'alba di una domenica mattina. Anche se con la menzogna, colpisce questa capacità del raiss di fare propaganda, di essere il protagonista per nulla messo all'angolo degli avvenimenti.
Lascia gli ormeggi un rimorchiatore stracarico di persone. Festeggia anche lui la vittoria, con la sirena assordante va avanti e indietro, di fronte al lungomare. La televisione di stato diffonde le immagini di Piazza Verde piena di bandiere verdi.
Che prova di forza, riuscitissima, questa del Leader. Che minaccia: «Se cado io migliaia e migliaia di stranieri vi invaderanno». Altro che all'angolo. Il raiss sfida l'Occidente. Chi lo ha dato per sconfitto deve ricredersi. Venderà cara la pelle, Gheddafi. E lo ha dimostrato in questi giorni.


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Le conquiste della Libia a suon di petrodollari

Il Sole 24 Ore

2 Marzo 2011

Morya Longo

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Quando ieri il gruppo inglese Pearson ha congelato la quota del 3,27% in mano al fondo sovrano libico, i vertici della banca italiana Ubae devono avere sentito un brivido nella schiena. I'istituto, joint venture italo-libica, è infatti posseduto al 67,55% da Tripoli. E lo stesso brivido l'hanno sentito probabilmente in tanti: Tripoli, attraverso i suoi veicoli finanziari, è infatti presente come azionista in almeno 60 società internazionali. Non esiste una mappa completa delle partecipazioni libiche, ne degli interessi economici, ne dei depositi all'estero. Ma Il Sole 24 Ore, consultando molteplici fonti, ne ha costruita una. Parziale, certo. Ma sufficiente per capire quanto la guerra civile in Libia e i congelamenti di fondi possano frenare o rendere più difficile l'operatività di società in tutto il mondo. Insomma: tutti guardano all'effetto-petrolio ma le conseguenze economico-finanziarie della crisi libica potrebbero avere una portata molto più ampia.

E incredibile come un paese, uscito dalle sanzioni internazionali solamente nel 2003, sia riuscito a conquistare il mondo così velocemente. Eppure a suon di petrodollari - attraverso i veicoli finanziari Lia, Lafico e Libyan Aftican Investment Portfolio - Tripoli l'ha fatto: solo la Libyan Investment Authority ha un patrimonio di 69 (c'è chi stima 100) miliardi di dollari in gran parte investito all'estero. Insieme alla Lafico e alla Banca centrale, Tripoli è azionista di almeno 60 società: dalle italiane UniCredit, Juventus, Retelit e Finmeccanica (in passato anche Fiat), a società inglesi, olandesi, irlandesi, africane. Negli Stati Uniti Tripoli non ha grandi partecipazioni, ma secondo le recenti rivelazioni di Wikileaks - ha 32 miliardi di dollari di liquidità depositata (e ora congelata) nei conti delle banche Usa.

Ci sono poi tutte le operazioni immobiliari, soprattut­to a Londra: è per esempio libico il centro commerciale Portman House a Oxford Street. La capitale inglese, più che terreno di speculazione immobiliare, è però la vera e propria succursale finanziaria di Tripoli: a Londra Gheddafi ha per esempio posizionato i suoi due fondi, FM Capital Partners e Dalia Advisory. E in tanti sostengono che proprio da Londra si muovessero i sui investimenti.

C'è poi l'Africa. Nel 2000 gli investimenti libici nel continente nero avevano già raggiunto 30 diversi stati, con cifre non elevate - 1,5 miliardi di dollari - ma rilevanti.

Non solo. Ci sono anche tutti gli investimenti esteri in Libia: secondo l'Unctad ammontavano nel 2009 a 15,5 miliardi di dollari. Sono noti i legami con l'Italia, rafforzati con l'accordo di cooperazione firmato il 30 agosto. Ma anche la Francia ha interessi rilevanti: si pensi, per esempio, che Bnp Paribas nel 2007 ha acquistato il 16% della banca locale Sahara, con l'obiettivo di salire fino al 51%. Insomma: la Libia è un paese piccolo (un PIL da 73 miliardi di dollari nel 2010, investimenti diretti dall'estero di appena 15,5 miliardi di dollari e 6,5 milioni di popolazione), ma l'impatto mondiale di una crisi libica è potenzialmente molto più vasto a causa della ragnatela di partecipazioni e di interessi economici tessuta in pochi anni post-sanzioni dal Colonnello.

Quale effetto la crisi libica possa produrre all'estero è chiaro nella corsa record del prezzo del petrolio. Ma le implicazioni potrebbero essere maggiori. Per le società con i libici tra gli azionisti (incluse le italiane) si potrebbe creare un'impasse nei consigli di amministrazione: «Gli eventi a Tripoli potrebbero senza dubbio alterare gli equilibri nei cda delle società che hanno i libici tra gli azionisti rilevanti - osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace . Nel breve questo effetto si può tamponare, ma alla lunga può rallentare le decisioni».

Questo è il primo possibile effetto. Ma ce n'è uno più ampio: quello derivante dal contagio. Le turbolenze a Tripoli e nell'intero Nord Africa stanno rallentando gli investimenti di fondi sovrani molto più grandi, come quello di Abu Dhabi (600 miliardi di dollari di dotazione): veicoli finanziari pieni di soldi che, in passato, hanno salvato banche e società internazionali dalla crisi. Il fatto che l'Arabia Saudita abbia deciso di spendere 37 miliardi di dollari per riforme interne, unito al fatto che !l Barhain, Libia, Oman e Kuwait abbiano aumentato le spese interne per una cifra pari al 4% del PiI, ha un significato ben preciso: gli investimenti sui mercati inter­nazionali potrebbero presto diminuire».


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Tre scenari per una crisi

Il Corriere della Sera

7 Marzo 2011

Angelo Panebianco

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Non bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere

L'Italia e il futuro della Libia

Non bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere

Per quanto essa sia elusiva, vaga e refrattaria a essere imprigionata in definizioni precise, dall'idea di «interesse nazionale» non si può tuttora prescindere. Nonostante i fiumi di inchiostro versati sui cambiamenti delle relazioni interstatali indotti dalla cosiddetta globalizzazione o, nel caso dei Paesi del Vecchio continente, dall'integrazione europea, l'interesse nazionale resta la principale bussola per coloro che devono decidere le politiche estere come per coloro che ne valutano gli effetti. Cruciali questioni di interesse nazionale, come tutti sanno, sono in gioco per l'Italia nella vicenda libica. A seconda degli esiti di quella crisi il nostro interesse nazionale verrà salvaguardato oppure gravemente danneggiato.

Allo stato degli atti, sembrano essere tre i possibili esiti della crisi libica. Nel primo scenario, Gheddafi viene sconfitto, abbandona il potere e gli subentra una nuova classe dirigente che, nonostante grandi difficoltà, si rivela capace di tenere insieme il Paese e di ristabilire normali relazioni con gli altri Stati. Nel secondo scenario, la guerra civile si protrae a lungo e la Libia sprofonda negli inferi, finisce nel girone riservato agli «Stati falliti», in compagnia di Paesi come la Somalia o l'Afghanistan. Nel terzo scenario, infine, Gheddafi riprende il controllo dell'intero territorio, Cirenaica compresa, al prezzo di un terribile bagno di sangue.

Il primo scenario, ovviamente, è il migliore per la Libia ma anche per noi italiani. Si tratterà di stabilire relazioni con una nuova classe dirigente che, presumibilmente, avrà anch'essa interesse a un buon rapporto con l'Italia, che avrà bisogno dei legami economici con noi, tanto più nella fase della ricostruzione post dittatura. Avevamo, è vero, eccellenti rapporti con Gheddafi, il che ci renderà sospetti ai loro occhi, ma è comunque un fatto che, fra gli occidentali, non siamo stati i soli a coccolarlo. Il realismo imporrà ai nuovi dirigenti libici di non rinunciare a una cooperazione vantaggiosa per entrambi i Paesi.

Gli altri due scenari, invece, ci danneggerebbero grandemente. Se la Libia diventasse uno Stato fallito, si trasformerebbe in una piattaforma adibita al trasferimento al di qua del Mediterraneo di fiumi di disperati, di caos, di criminalità e terrorismo, ossia dei frutti avvelenati che crescono sempre negli Stati falliti. E noi saremmo in prima linea, i primi a subirne le conseguenze. In uno scenario «somalo» diventerebbe prima o poi inevitabile un intervento militare della comunità internazionale volto a frenare il caos. Nonostante le insidie e l'alto rischio di fallimento a cui un intervento militare andrebbe incontro.

Ma anche il terzo scenario, quello che prevede un Gheddafi di nuovo vittorioso in Libia, sarebbe pessimo per noi.

In politica internazionale l'ipocrisia è la regola. Fino a ieri tutti, non solo noi italiani, fingevano di non sapere che Gheddafi fosse un turpe dittatore che aveva sempre fatto strame di diritti umani. Lo fingevano i governi, i banchieri, il Consiglio dei diritti umani dell'Onu, persino la prestigiosa Lse (la London School of Economics and Political Science di Londra) destinataria di generosi finanziamenti libici, e tantissimi altri. Adesso però l'incanto si è rotto, adesso Gheddafi è un paria, un ricercato dell'Interpol, un possibile imputato del tribunale penale internazionale. D'ora in poi, fare affari con lui diventerà molto difficile. Se Gheddafi riconquisterà la Libia, per l'Italia saranno dolori, pagheremo un costo economico salatissimo. Per non parlare della difficoltà di ristabilire rapporti di cooperazione su materie sensibili come il controllo dell'emigrazione dall'Africa.

La questione dei rapporti economici Italia-Libia ha due facce. C'è, in primo luogo, il destino del centinaio di imprese che operavano fino a pochi giorni fa in Libia e il futuro ruolo dell'Eni. Adesso che anche noi abbiamo scaricato Gheddafi, un vendicativo dittatore di nuovo in sella potrebbe decidere di spazzarci via a vantaggio di meno scrupolosi concorrenti. La Cina, soprattutto, un Paese che non ha problemi a trattare con i peggiori dittatori, sarebbe certo lieta di subentrare alle nostre e alle altre imprese occidentali. E c'è poi la questione dei fondi sovrani, dei cospicui investimenti dello Stato libico in Italia (la presenza in Unicredit, Finmeccanica, Eni, il ruolo della Banca libica con sede a Roma, eccetera). Per ora, in omaggio alle direttive Onu, abbiamo congelato, come altri Paesi, i beni della famiglia Gheddafi e ci siamo dichiarati pronti, per bocca del ministro degli Esteri Franco Frattini, a congelare anche i fondi sovrani se ciò verrà deciso dall'Onu o dall'Unione Europea. Ma è un tema delicatissimo. Da un lato, sarà impossibile per noi non ottemperare alle eventuali richieste in tal senso degli organismi internazionali. Dall'altro lato, sarà di particolare danno farlo dal momento che i libici sono uno dei principali investitori sulla nostra piazza e, per giunta, un congelamento dei loro capitali sarebbe un pessimo segnale per altri investitori. In ogni caso sarebbe per noi una perdita secca e pesante.

Posto dunque che non solo ai libici ma anche a noi conviene che Gheddafi se ne vada, si può constatare quanto siano state improvvide le dichiarazioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu del 26 febbraio secondo cui Gheddafi va processato di fronte al Tribunale penale internazionale, l'apertura di un procedimento a suo carico da parte del Tribunale dell'Aja, l'allerta dell'Interpol per impedire che egli e il suo entourage possano espatriare. Non bisogna mai mettere un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere con le spalle al muro. Serviva un salvacondotto, non un processo. Magari Gheddafi è davvero pronto, come ha detto, a morire con le armi in pugno. Ma un salvacondotto, come alternativa al bagno di sangue, doveva comunque essergli offerto. E dovrà essergli offerto. Conviene anche agli entusiasti della cosiddetta «giustizia internazionale». Per dimostrare che fra i suoi effetti perversi non ci sia anche quello di prolungare le sofferenze dei popoli.


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Roman Ruins

Foreign Policy

03 Marzo 2011

Maurizio Molinari

 

In each of my three conversations with Col. Muammar al-Qaddafi throughout the 1990s, one theme prevailed: the Libyan leader's contempt for my country. Listening to his verbose condemnation of Italian colonialism was the price I paid to ask my own questions -- no matter the supposed topic of the interview. In one encounter, in the middle of the night under a tent in the Sirte desert, he bemoaned Libya's exploitation at Italian hands; at noon near the sand dunes just outside Tripoli, he blamed his country's troubles on Rome. Now, with his regime on edge, he is again blaming outsiders for Libya's ills. The protests, he said in a Feb. 22 address, were sparked by malevolent foreigners who were giving the demonstrators drugs. He accused the Italians -- along with the Americans -- of having delivered shoulder-launched rocket-propelled grenades to the rebel forces.

Given all this, you might find it odd -- as I still do -- that Qaddafi's closest European ally is, or was until very recently, none other than the Italian government. During his four decades of rule, the colonel managed to convince Italian leaders not only that their country owed Libya a historical debt, but that Rome couldn't do without Tripoli's help on everything from terrorism to immigration to oil. He extracted huge concessions from Rome and won huge economic windfalls for cronies including Farhat Bengdara, governor of the Central Bank of Libya, who became ice chairman of UniCredit, the biggest Italian bank, in 2009. Perhaps most significantly, he convinced Italy to be an evangelist for Libya's reintegration into the world community. The result is an absurdly asymmetrical relationship between the two countries; Qaddafi was always the winner.

At the beginning of his rule in 1969, Qaddafi's beef with Italy may have been justified. Like Britain and France elsewhere in Africa, Italy had occupied the country, sometimes brutally, beginning in 1911. After World War I, 30,000 Italian settlers were given farmland, taken away from local cultivators. When Benito Mussolini came to power in Italy, he ordered his forces to crush the fledgling Libyan resistance using any and all means. Untold numbers were killed, forced to migrate, or shoved into concentration camps. It wasn't until after World War II that Libya became independent again.

Libya was reborn in 1951 as a monarchy under King Idris, who was overthrown by the coup d'état that brought Qaddafi to power. A disciple of the anti-colonialism preached by Egyptian leader Gamal Abdel Nasser, Qaddafi found in Italy the perfect enemy. In 1970, less than a year after coming to power, he expelled every Italian living in the country -- more than 20,000 people -- and seized all their assets.

Qaddafi's hatred for Italy escalated into distaste for the entire West. He became a seemingly indiscriminate supporter of anti-Western militancy and terrorism. He funded and trained the Red Army Faction, the Red Brigades, and the Irish Republican Army. He also carried out his own attacks against targets such as Berlin's La Belle nightclub in 1986 and the Pan Am Flight 103 jumbo jet that exploded over Lockerbie, Scotland, in 1988, killing 270 people.

Yet throughout this period, Italy-Libya relations remained solid -- even after the colonel dubbed a 1985 terrorist attack against the Rome airport that took the lives of 13 people a "heroic act," after he shot a Scud missile at the Italian island of Lampedusa as revenge for the U.S. bombing of Tripoli in 1986, and after he offered refuge in 1989 to Abdel Osama al-Zomar, the Palestinian terrorist sentenced to life for having been part of the 1982 attack against the Great Synagogue of Rome.

Yes, through it all, Italy found a way to work with Qaddafi. Its energy giant, Eni, began operating in Libya in 1956. Today the country supplies Italy with 22 percent of its oil and 10 percent of its gas -- some 28 percent of Libya's total exports. In 1998, Rome and Tripoli signed an agreement that committed Italy to paying reparations for colonialism, without any stipulations that Libya compensate Italians for the properties it seized in 1970. Then, beginning in 2000, Romano Prodi, then pre­si­dent of the European Commission, pushed Europe to restart trade relations with Tripoli, which was under U.N. sanctions because of the Pan Am bombing. In 2004, he succeeded. Prodi received Qaddafi at the European Commission building in Brussels that April in the leader's first visit to Europe after 15 years.

It has always been clear who is in charge of the Italy-Libya relationship: The mo­re Qaddafi insulted Italy, the mo­re concessions he won from Ro­me. The colonel never wanted to build on the two countries' common past. What he was after was more tangible: huge Italian investments in Libyan infrastructure projects and permission to invest in the big­gest I­ta­lian bank as well as in many strategic pri­va­te com­pa­nies. This is to say nothing of oil, which Italian firms pump to the tune of 89 million barrels a year, decade after decade -- including during a U.N. trade embargo. Eni was the only major Western oil company to remain in the country -- a choice that was rewarded in 2007 when Eni entered into a giant, 10-year, $28 billion deal with Libya, which agreed to extend existing oil supply contracts through 2042 and natural gas ones through 2047. (Qaddafi allegedly received a significant cut of those sales' profit.)


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Quando tutto profumava d'Italia

 

Il Sole 24Ore

24 febbraio 2011

Mario Platero

C'erano i "club", il Beach Club e l'Underwater, il Lido; le scuole dei Fratelli Cristiani, il liceo statale Dante Alighieri in Via Lazio, la scuola elementare Regina Elena, fondata prima ancora della conquista italiana della Libia del 1911 da Giannetto Paggi. C'era il Circolo Italia, subito davanti al Uaddan, uno degli alberghi più belli della città con sala da gioco; roulette e night club. Cerano il lungomare e il porto. C'erano il Caffè Aurora e l'Akropol su Piazza Cattedrale, il Gambrinus su Corso Vittorio, c'erano il passeggio e le latterie, Girus e la Triestina, frappè e granite da concorso. In fondo al Corso c'era Piazza Italia, oggi la Green Square di Gheddafi. C'erano i commercianti, i meccanici, i salumieri, gli imprenditori, le vecchie concessioni, le tonnare, gli Schubert che avevano la birra Oea, i rappresentanti delle grandi aziende italiane, le Generali, l'Eridania. Alcune di queste società furono portate in Libia prima ancora dell'arrivo delle truppe italiane nel 1911, fra gli altri da Ernesto Labio. Poi diventò la Ditta Fresco, grandi vetrate sul mezzanino che si affacciava sul Corso. C'erano la Fiat e la Ditta Frassati che importava le Lancia e le Vespe. C'erano i cinema, l'Odeon in Via Roma, il Rex in Via Ciano, l'Alhambra: davano solo film in italiano.

Questo per dire che Tripoli prima di Gheddafi, ai tempi del Re buono, Idris al Senussi, era a tutti gli effetti una città italiana. Si parlava italiano, l'atmosfera era italiana anche se la popolazione era una minoranza di 40mila persone su 300mila abitanti. La ragione è semplice, la popolazione araba viveva ancora nella città vecchia e in periferia. La città centrale; tipica italiana costruita dal fascismo, esiste intatta, con i nomi cambiati. La Libia di popolazioni nomadi millenarie passò dall'impero romano alla conquista araba, all'impero ottomano, poi all'Italia. Non fu mai indipendente fino al 1951. E gli italiani restarono semplicemente nelle loro case, nei loro caffè a vivere la propria vita garantiti dalla Costituzione. C'erano anche molti stranieri forse 20mila, molti americani, inglesi, olandesi, dopo la scoperta del petrolio del '59. E c'era la base aerea americana, la Wheelus Field, la più importante del Mediterraneo. Una cittadina nella città. Si prendeva il "channel 7", trasmetteva film americani e serial televisivi: chi, come me, cresceva a Tripoli in quegli anni, gli anni '60, cresceva con The Untouchables, Bonanza e Popeye the Sailor Man. La televisione italiana si prendeva male di sera, disturbata. In quegli anni i caccia americani rombavano sul mare per le loro esercitazioni. E si sentiva in questo mondo ancora coloniale il sapore vicino dell' America lontana, appena al di là dei reticolati della Mellaha, dove c'era la base.

L'ambiente negli anni 60, prima di Gheddafi era cosmopolita e tranquillo. Idris era monarca costituzionale. C'era un primo ministro. I libici si arricchivano con il petrolio e con le nuove regole che gli attribuivano la maggioranza di ogni società. L'arabo era obbligatorio a scuola per un'ora al giorno. Ma non lo imparava davvero nessuno. Poi la rivoluzione, finta, perché non si sparò un colpo. Idris era in vacanza. L'ascesa di Gheddafi, la riscrittura della storia, l'espulsione improvvisa degli italiani rimasti e l'esproprio. Un colpo di spugna. Una pagina che resta ingloriosa per la nostra Repubblica, che non fece nulla per proteggerli.


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Silvione l'africano

 

Il Venerdì

7 gennaio 2011

Francesca Spinola

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Silvio Berlusconi sorridente, Muammar Gheddafi radioso, fermi nell'istante in cui la stretta di mano, da saluto formale, diventa il gesto d'affetto di chi stringe al petto il polso di un amico. È l'immagine che un mattino è apparsa su una palazzina a pochi metri dalla caserma di Bab El Aziziya, la cittadella dove il leader libico ha piantato la sua tenda.

Sette piani di fotografia per suggellare pubblicamente quella che ormai da due anni è una vera amicizia, in un Paese dove, dal primo settembre 1969, è ammessa una sola immagine, quella di Muammar Gheddafi.

L'idillio fra i due inizia a Bengasi, il 30 agosto del 2008 quando, nell'edificio che ospitava il quartier generale del governo italiano ai tempi del colonialismo, seduti davanti a un'imponente scrivania in radica, firmano l' «Accordo di amicizia, cooperazione e partenariato» che avrebbe regolato i rapporti fra i due Paesi. L'Italia finanzierà la realizzazione di infrastrutture sul territorio libico per cinque miliardi di dollari nell'arco di vent'anni. L'esecuzione delle opere sarà affidata a imprese italiane. Roma si impegna a realizzare alcune iniziative speciali tra le quali la costruzione di duecento abitazioni, l'assegnazione di borse di studio universitarie, la cura delle persone colpite dallo scoppio di mine, il ripristino del pagamento delle pensioni di guerra ai titolari libici, la restituzione di reperti trasferiti in Italia in epoca coloniale.

«La firma di questo trattato» dice Berlusconi «chiude definitivamente la pagina del passato». La penna in una mano, nell'altra la Venere di Cirene (scultura di Afrodite restituita dopo 95 anni): così il premier si guadagna la simpatia e la stima di Gheddafi e del suo intero popolo. La tv di Stato manda e rimanda le immagini del primo e unico europeo che abbia pubblicamente presentato «le scuse del suo governo per il periodo coloniale».

La scrivania dell'accordo ora ha trovato una sua collocazione nel Museo di Tripoli in piazza Verde. Quello stesso in cui, fra la biglietteria e lo shop dei souvenir straripante copie del Libro Verde di Gheddafi, ora campeggiano due poster retroilluminati. In uno c'è Silvio Berlusconi con Muammar Gheddafi. Nell'altro, Massimo D'Alema -lui nel '99 restituì la Venere delle Terme trafugata dall'antica Leptis Magna - con il colonnello. Due immagini esposte con un tale equilibrio di colori, dimensioni e forme che sembrano suggerire all'ignaro visitatore: «Questi signori meritano la mia stima».

Ma il Trattato con il quale l'Italia ha chiuso il capitolo del colonialismo - assicurandosi in cambio la fine del flusso mi­gratorio clandestino attraverso il Canale di Sicilia - non è solo farina del sacco del Cavaliere. «Il mio amico Berlusconi ha concluso oggi quello che i suoi predecessori Prodi, Dini e D'Alema avevano iniziato con la firma del primo accordo nel lontano '98». Lo ricordava il colonnello a Bengasi nel 2008. Ma se a D'Alema va l'onore di un poster retroilluminato, a Berlusconi va la gloria delle prime pagine dei quotidiani governativi a ogni suo viaggio in terra libica. Sei visite di Stato, intervallate da due trasferte in Italia di Muammar Gheddafi e del suo numeroso seguito. Dal 2008 al 2010 un totale di otto incontri, con una media di uno ogni novanta giorni in cui la riconoscenza di Gheddafi non si limita al dono di cammelli, alla stampa di cartoline raffiguranti la loro stretta di mano, all'annuncio di inserire il volto dell'amico nella filigrana dei futuri passaporti libici. Il colonnello, che di propaganda è un esperto, regala al premier occasioni di visibilità internazionale con il gioco del trovarsi «al posto giusto nel momento giusto», come nella visita del 27 marzo 2010.

L'occasione è data dalla riunione della Lega Araba. Siamo in piena «crisi dei visti», conseguenza della guerra diplomatica libico-svizzera innescata dall'arresto di Hannibal Gheddafi a Ginevra nell'estate del 2008. La Libia non rilascia più visti ai cittadini europei. Miguel Angel Moratinos, ministro degli Esteri spagnolo, è a Sirte. Dopo una serie di incontri, la Commissione Ue annuncia la cancellazione della black list che impediva a 188 personalità libiche di entrare nei Paesi Schengen e la Libia annuncia «la fine del blocco». Berlusconi è a Sirte e Gheddafi gli regala buona parte del merito. Questo gioco ha il suo culmine il 13 giugno 2010, quando, in una visita lampo priva di motivazione ufficiale, Berlusconi va a Tripoli, proprio nel giorno in cui là si sta negoziando la firma di un accordo che regoli la questione con la Svizzera e porti alla liberazione di Max Goeldi, un uomo d'affari elvetico finito nelle maglie della crisi e detenuto in carcere. L'uomo è liberato.

Vola a Tunisi dove trova ad attenderlo i ministri svizzero e spagnolo partiti dopo un incontro con il leader libico sotto la sua tenda. Berlusconi parte per ultimo e Gheddafi gli regala un «grazie Silvio». Grazie per una crisi già risolta. Ma la riconoscenza per aver aiutato la Libia a uscire dall'embargo, durato dal 1986 al 2004, è più forte di ogni altra cosa.Oggi vedi giovani per strada vestire Armani e Prada. Ascoltano Ramazzotti e Nek, partono per viaggi di nozze in Italia, acquistano mozzarella e parmigiano reggiano, cappelletti e panettoni. E se chiedete loro di Berlusconi, arrivano a proporre uno scambio: «Voi vi prendete la Guida, Gheddafi, e a noi ci date Silvio».

L'Italia importa dalla Libia il 25 per cento del suo fabbisogno di petrolio e il 33 di quello di gas. L'Eni ha visto allungarsi le concessioni di altri venticinque anni e la nostra ex quarta sponda ha ottenuto partecipazioni in Eni e Unicredit, ha finanziarie che guardano a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali e usa l'amico Berlusconi come megafono delle richieste all'Europa. L'ultima: cinque miliardi di euro l'anno per contrastare l'immigrazione clandestina.


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In arrivo 150 milioni per gli espulsi libici

 

Il Sole 24Ore

2 dicembre 2010

Saverio Fossati e Serena Uccello

 

Una vecchia cinquecento e una foto. Un'automobile degli anni '70 e l'immagine di qualcosa che non esiste. Degli anni libici a Vincenzo Calabretta, catanese di 73 anni, questo è quello che resta. Oggi al posto del suo stabilimento per la produzione di ghiaccio, primo e unico in Libia, fondato dal padre, ci sono cinque palazzoni: le cinque torri di Tripoli. «Mentre al posto della mia azienda agricola c'è solo una distesa di terreno incolto». Trent'anni dopo lo strappo, Calabretta stenta a raccontare un ricordo che, fa capire, resta nitido. «Ero in viaggio di nozze quando è arrivata la notizia che non potevo più rientrare. Mia sorella era già in Italia perché si era sposata con un ingegnere catanese. Mia madre era troppo anziana per capire appieno cosa stava accadendo». Dice solo che: «Dal giorno alla notte è cambiato tutto». Come risarcimento per quello che hanno lasciato in Libia, lui e la sorella, dopo due cause vinte, hanno ricevuto 200mila euro, ora il nuovo decreto aggiunge qualcosa. Comunque poco per far pace con la storia.

Le vittime delle espulsioni selvagge (anche nella ex Jugoslavia e nelle altre ex colonie) hanno infatti avuto una piccola chance in più con la legge 7/2009, che ora ha trovato il decreto attuativo, pubblicato da pochissimo in Gazzetta. Una premessa: per beneficiare della possibilità di ottenere un supplemento di risarcimento occorreva aver «confermato» la domanda presentata a suo tempo (cioè in base alle leggi 1066/71, 16/80, 135/85 e 98/94), entro il 18 agosto 2009 .

Il Dm dell'Economia del 7 ottobre 2010 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 30 novembre) stabilisce che il nuovo indennizzo corrisponde al 30% di quanto già ottenuto come risarcimento in passato. L'ordine di assegnazione è determinato dalla data di arrivo delle "conferme" all'Economia. Si apre anche uno spiraglio per cm si era visto respingere le domande a suo tempo: può ripresentarle con nuova documentazione alla Commissione interministeriale. Il fondo a disposizione è di 150 milioni per gli anni dal 2009 al 2011 e, se ci saranno residui, ci potrà essere un'ulteriore integrazione del 5% all'indennizzo.

«Qualche volta - dice Calabretta – i miei figli mi chiedono, sono curiosi vorrebbero che li accompagnassi. Ma io continuo a rimandare». Per la verità Calabretta in Libia c'è tornato. Con lui c'era una sua vecchia compagna di classe, Giovanna Ortu, che oggi presiede l' Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia. «Mi sono fermato davanti a quella che era la mia casa e ho scattato qualche foto. Un libico si è avvicinato Per chiedermi chi fossi e per dirmi che quella era la sua casa. Ho risposto di no che quella era casa mia». I Calabretta in Libia sono arrivati nel 1911, idea di un nonno giornalista poi diventato imprenditore. Prima le imprese di costruzioni e le aziende agricole. Poi il padre di Vincenzo, ingegnere, si lancia nel business del ghiaccio. Nel 1940 muore in un incidente aereo. Gli anni di guerra Vincenzo li trascorre a Catania, come il periodo degli studi universitari. A Tripoli c'è sua madre a gestire l'azienda del marito. Lo farà fino agli anni '60, quando la lascerà al figlio. E se per quei 20mila italiani costretti a lasciare la Libia in poche ore e di corsa un parziale indennizzo è arrivato, ci sono invece altri italiani che aspettano ancora. Sono le imprese, si calcola poco più di un centinaio («ma queste sono quelle rimaste in vista, le altre sono fallite», spiega Leone Massa che guida l'associazione che le rappresenta), che sono andate a Tripoli negli anni '80 vincitrici di commesse. Dopo la nazionalizzazione voluta dal colonnello Gheddafi, hanno perso tutto: commesse, aziende, macchinari. Tutto confiscato e al momento nessun indennizzo.


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Gheddafi loda l'Italia per la lotta ai clandestini, ma il Quirinale frena sul cavalierato al rais di Tripoli

 

Il Sole 24Ore

29 novembre 2010

Gerardo Pelosi

 

Per la seconda volta in pochi mesi Silvio Berlusconi avrebbe voluto "blindare" il rapporto di "amicizia e cooperazione" con la Grande Jamahiriya libica offrendo al colonnello Gheddafi la più alta onorificenza della Repubblica italiana, ossia il cavalierato di Gran croce che viene normalmente concesso, su proposta del capo del Governo, ai capi di Stato e di Governo stranieri con i quali il nostro Paese ha rapporti di particolare vicinanza.

Il premier italiano aveva già tentato, ma inutilmente, di consegnare l'onorificenza a Gheddafi il 30 agosto scorso a Roma in occasione dei festeggiamenti per l'anniversario della firma del Trattato di amicizia e cooperazione Italia-Libia. Ma la richiesta avanzata al Quirinale avrebbe incontrato più di qualche difficoltà. Le procedure necessarie alla consegna dell'onorificenza avrebbero richiesto più tempo del necessario. Un "no" formale non sarebbe mai stato messo nero su bianco, ma di sicuro dal Colle un assenso alla richiesta non sarebbe mai arrivato fino al punto da fare pensare a una "frenata" del Quirinale su una proposta giudicata "poco opportuna".

I tempi di istruzione della pratica non avrebbero neppure consentito a Berlusconi di portare le insegne di "Cavaliere di gran croce" per Gheddafi questa mattina a Tripoli. Nel vertice Unione africana-Ue Berlusconi era oggi l'unico dei premier presenti tra i grandi Paesi Ue (Francia, Germania e Regno Unito erano presenti solo a livello ministeriale). E solo al nostro paese Gheddafi ha riservato parole di apprezzamento per la collaborazione nella lotta all'immigrazione clandestina mentre, ha aggiunto il colonnello, se l'Europa intera vorrà frenare il fenomeno «dovrà versare alla Libia 5 miliardi di dollari».


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I libici ci attaccano con le nostre navi

 

Il Giornale

14 settembre 2010

Gabriele Villa

p.17

 

Una motovedetta libica (ma regalata dall'Italia) che spara all'impazzata contro pescatori italiani. E sei uomini della Guardia di Finanza, italiani ovviamente, a bordo di quella motovedetta, che sceglie come bersaglio il peschereccio italiano. Drammatico e surreale. Perché oltre alla beffa c'è di più, ammettiamolo. Dunque vediamo di capirci: Amiconi o burloni i nostri vicini di casa libici? Qualcosa non torna. Il fatto non proprio irrilevante e, a dire il vero nemmeno troppo divertente, è accaduto, avant'ieri sera, nel Golfo della Sirte, dove un peschereccio della flotta di Mazara del Vallo è stato mitragliato da una motovedetta libica. All'origine della sgradevole vicenda, i soliti millimetri che, tra un onda e l'altra, vengono interpretati, a seconda di chi li interpreta come acque territoriali o extraterritoriali. Solo che un conto è scambiarsi i saluti e mandarsi a quel paese reciprocamente, e un conto è, citiamo testualmente le parole dell'equipaggio del peschereccio «Ariete», ancora sotto choc, «sparavano per uccidere». Questo avrebbero fatto i nostri «amici» libici.
I colpi hanno infatti forato una fiancata del motopesca d'altura di 32 metri e un gommone utilizzato come tender. Il peschereccio, guidato dal capitano Gaspare Marrone, che è riuscito ad evitare l'abbordaggio e allontanarsi. ha proseguito la navigazione verso il porto di Lampedusa, dove è giunto nella mattinata di ieri.
Ma c'è di più, appunto, e quel qualcosa in più suscita ben altri interrogativi. Secondo il capitano Marrone, l'unità della marina libica che ha aperto il fuoco potrebbe infatti essere una delle imbarcazioni regalate (sei in tutto) dall'Italia alla Libia, nell'ambito dell'accordo per il contrasto all'immigrazione clandestina. Così infatti il comandante dell'Ariete si è espresso quando ha ricostruito l'episodio nella Capitaneria di Porto. «Era una motovedetta molto nuova, e questo mi fa pensare che possa essere una di quelle donate dall'Italia alla Libia per il servizio di respingimento. Inoltre ho il dubbio che vi potesse essere un italiano a bordo di quella motovedetta perché l'intimazione a fermarsi ci è arrivata da un uomo che parlava con un accento italiano impeccabile. Ci ha urlato: «Fermatevi o questi vi sparano» . Che motivo aveva di dire “questi?”. Avrebbe detto piuttosto “fermi o vi spariamo”. E poi con quell'accento più italiano del mio. Ripeto, la motovedetta era di costruzione recente e non aveva armi pesanti. Ma a bordo era stata piazzata una mitragliatrice Mg e con quella ci hanno sparato addosso. Siamo vivi per miracolo perché i libici hanno sparato all'impazzata e solo per un caso non hanno provocato l'esplosione di alcune bombole di gas che avevamo a bordo». In altre parole, che sono anche le parole di un altro componente dell'equipaggio, Alessandro Novara («L'unità militare che ci ha mitragliato era identica a quelle utilizzate in Italia dalla Guardia di Finanza, anche se batteva bandiera libica») c'è la fondata ipotesi che quei colpi siano partiti da uno dei nostri regali al colonnello e c'è anche la certezza visto che il Comando generale lo ha confermato ieri in serata, che a bordo di quel regalo, cioè di quella motovedetta, ci fossero sei militari delle Fiamme gialle, tra quelli distaccati a seguire da vicino, con compiti di addestramento e osservazione, i colleghi libici. Da anni le autorità libiche rivendicano la loro giurisdizione sul Golfo della Sirte, sequestrando (gli ultimi episodi risalgono a Giugno) le imbarcazioni mazaresi sorprese a pescare in quel tratto di mare. Ma il capitano assicura che l'Ariete, al momento del tentativo di abbordaggio, stava navigando e non era impegnato in una battuta: «Non avevano nessun diritto di fermarci». Per chiarire i dubbi la posizione dell'imbarcazione italiana sarà comunque controllata mediante i dati Gps forniti dal blue box, una sorta di scatola nera in dotazione alle imbarcazioni. Il Viminale e la Farnesina hanno aperto un'inchiesta. Nel frattempo il comandante della Guardia costiera libica ha espresso le sue scuse alle autorità italiane per l'accaduto.

 

 


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E nel porto ora cresce la rivolta dei pescatori: "Gheddafi sorride ma ci attaccano ogni giorno"

La Repubblica

14 Settembre 2010

Francesco Viviano

p.9

 

«Della più grande marineria del Mediterraneo ci è rimasto solo il nome. Qui si gioca con il nostro pane e la nostra pelle e gli armatori non sono più in grado di assicurarci neanche il minimo garantito, ma non da ora. Sono anni che ci sparano addosso e non gliene frega niente a nessuno». Lo sfogo di un marinaio in cerca di imbarco nel porto di Mazara suscita applausi e insulti all´indirizzo di quelle che quaggiù chiamano solo le «autorità».
La notizia dell´agguato al motopesca «Ariete» rimbalza tra la gente di mare che alterna rabbia a rassegnazione. «Niente di nuovo sotto il sole - dice Vito Giacalone, armatore di una delle famiglie storiche di Mazara, proprietario di tre pescherecci - questa incredibile situazione si trascina da anni, ma è peggiorata da quando unilateralmente i libici hanno deciso di dichiarare di propria competenza le acque fino a 74 miglia dalla costa, e non 12 miglia come prevede il diritto internazionale. Ma quelli sono i nostri mari, la vita nostra e delle nostre famiglie, lì abbiamo sempre pescato e continueremo a pescare nonostante i sequestri, gli inseguimenti, le sparatorie. I libici non vogliono sentire, e ai nostri governanti a quanto pare non interessa più di tanto. E meno male che Gheddafi è appena venuto in Italia e che tutti sbandierano gli ottimi rapporti con la Libia. La verità è che ci sono interessi economici e affari ben più importanti del nostro pane, della convivenza civile, della pace nel Mediterraneo».
Il pane e la vita. Solo questi due sostantivi e l´universo che ci gira attorno interessa ad armatori e marinai di Mazara del Vallo e alle migliaia di nordafricani stabilitisi qui da anni. Cinquecento euro per trenta giorni di pesca nel mammellone, è questo il salario minimo garantito che gli armatori riescono con difficoltà ad assicurare agli equipaggi perché - spiega uno di loro - «per fare uscire un peschereccio in mare oggi ci vogliono almeno 50mila euro e quindi non ci possiamo permettere né di stare poco in mare, né di non andare a pescare almeno a 30 miglia dalla costa, né tantomeno di fermarci».
Quattrocento pescherecci, un volume d´affari di 450 milioni di euro all´anno, 30 mila tonnellate di pescato, 7000 occupati compreso l´indotto. Questi i numeri che fanno di Mazara il primo distretto della pesca in Italia. Numeri che non si sono mai sposati con i più recenti trattati italo-libici (nel 2007 quello firmato dal governo Prodi, nel 2009 quello di Berlusconi) che hanno cercato di rinnovare gli accordi in tema di immigrazione e di pesca. A Mazara si fa il conto solo degli ultimi pescherecci sequestrati nel 2010 e delle multe salatissime che gli armatori sono stati costretti a pagare: l´Alibut, il Marine 10, il «Vincenza Giacalone», sequestrati il 10 giugno e rilasciati dopo tre giorni e l´intervento personale di Berlusconi.
Dice Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto produttivo della pesca: «É arrivato il momento di mettere fine ad una vicenda ormai annosa e, cioè, quella dell´estensione unilaterale da parte della Libia delle proprie acque territoriali ben oltre le 12 miglia . Bisogna trovare un accordo economico-scientifico e produttivo con le autorità libiche. Bisogna dare seguito concreto al trattato italo-libico firmato nel 2008».
Il sindaco Nicola Cristaldi non nasconde la sua preoccupazione: «Siamo molto amareggiati per la gravissima aggressione perpetrata da parte di unità navali libiche nei confronti del peschereccio Ariete. Questo episodio vanifica il grande lavoro fatto a Mazara del Vallo e fa risvegliare dal letargo gli scettici della multiculturalità e multi etnicità. Il governo libico dovrà rendere conto di questa gravissima azione».
La gente di Mazara è esasperata: i giovani che scelgono ancora di andare per mare lo fanno per fame e disperazione e soprattutto lo fanno con paura. «Nella disgrazia anche oggi non è successo niente - dice un pescatore, Salvatore Limuli - ma sappiamo tutti ogni giorno che potrebbe succedere ad uno di noi. Quelli sparano per affondare e uccidere».

 


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Emma Bonino: “Quel trattato non ha mai sciolto il nodo delle acque territoriali”

 

La Repubblica

14 settembre 2010  

Giampaolo Cadalanu

p.9  

 

ROMA - Il ruolo di Cassandra a Emma Bonino, vicepresidente del Senato, proprio non piace: non vuole pronunciare la fatidica frase "noi l'avevamo detto", ma la tentazione è forte. Presidente Bonino, come valuta quello che è accaduto al largo della Libia? «È l'ennesimo episodio nefasto di un trattato, quello del 2008, di per sé sciagurato, voluto da destra e da sinistra con poche lodevoli eccezioni. Oltre ai radicali votarono contro solo Furio Colombo e pochi altri. Era stato D'Alema a sostenere che il partenariato con la Libia era "strategico"». E invece? «Quell'accordo prevede un partenariato speciale, con implicazioni e conseguenze che si potevano facilmente prevedere. Ma non mi piace il ruolo della Cassandra». Qual era il punto meno convincente dell'accordo? «La cessione alla Libia di tre motovedette della Guardia di Finanza - poi seguite da tre pattugliatori - per il controllo dell' emigrazione clandestina prevedeva anche che venisse sciolto il nodo delle acque territoriali. In altre parole, bisognava risolvere la disputa sul Golfo della Sirte, che Tripoli considera territorio libico e la comunità internazionale no. Ma ad affrontare questa disputa la Libia non ci ha pensato neppure». Come mai l' accordo prevedeva anche la presenza di personale italiano a bordo delle motovedette? «Era prevista a bordo di quelle navi la presenza di ufficiali italiani come istruttori. Ma adesso con quelle stesse navi ci mitragliano! È una conseguenza paradossale, ma prevedibile e prevista, di un trattato nefasto. Questi mitragliano ad altezza d'uomo». Secondo lei, avevano riconosciuto la nave? «Senza dubbio. Sapevano perfettamente di avere di fronte l'Ariete. Sapevano che stava seguendo le leggi del mare, che prevedono la salvezza delle persone prima di tutto. Sapevano che l'Ariete era in acque internazionali». Come va giudicata l'azione libica? «Per lo meno come atto ostile. Il trattato di amicizia non impegnava i due paesi a evitare atti ostili? E questo come lo definiamo, un atto di gentilezza?». Lei vede un legame fra questo episodio e la visita di Gheddafi a Roma? «Non so proprio se ci siano legami. Ma so che per valutare la visita del colonnello ci si è fermati sugli elementi più kitsch, la presenza delle hostess pagate 80 euro per la comparsata. Fra l'altro, il parterre della visita precedente era composto da ministre, deputate e imprenditrici, non pagate, che ascoltavano religiosamente le lezioni di Gheddafi sul libretto verde». Ma il problema è la politica sull' immigrazione o gli accordi con una dittatura? «Tutti e due. Gli accordi con dittatori non sono rari: appena nel luglio scorso noi radicali siamo riusciti a rimandare in commissione un accordo di "partenariato speciale" con il Sudan di Omar al Bashir, ricercato dalle Nazioni Unite. Ma il problema non è la politica di questo governo. L'accordo con la Libia è stato votato entusiasticamente da destra e da sinistra. Ci vogliamo fermare un attimo a pensare?».

 

 


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Il Trattato da riscrivere

 

Corriere della Sera

14 settembre 2010

Fiorenza Sarzanini

p.1


L' imbarazzo che si respira al Viminale non basterà a rovinare i rapporti con la Libia, ma certo quanto accaduto ieri riapre in maniera forte le polemiche sull' accordo siglato dal governo italiano con il colonnello Gheddafi. Perché quelle sei motovedette consegnate ai militari di Tripoli - le prime tre nel maggio scorso durante una cerimonia organizzata nel porto di Gaeta alla presenza del ministro dell' Interno Roberto Maroni e dell' ambasciatore in Italia Hafed Gaddur - devono essere utilizzate per un compito preciso: contrastare l' immigrazione clandestina. E dunque adesso bisognerà capire come mai i militari libici che erano a bordo abbiano sparato contro il motopeschereccio, ma soprattutto quale ruolo abbiano avuto i sei finanzieri, due ufficiali e quattro sottufficiali. La versione libica fatta filtrare nel pomeriggio di ieri assicura che l' imbarcazione di Mazara era entrata in acque territoriali e la reazione si è resa necessaria per bloccare la pesca di frodo. In particolare è stato detto che «si trovavano al largo della località di Abu Kammash», dunque a circa 30 miglia dal porto di Zwarah. Questa ricostruzione non appare però supportata da alcun dato concreto per dimostrare che davvero il peschereccio abbia superato le acque internazionali. Del resto l' accordo sottoscritto dall' Italia prevede che i mezzi marittimi pattuglino la zona a ridosso del confine, ma dove passi esattamente questa linea nessuno lo ha mai stabilito. E in ogni caso non è previsto che si possa fare fuoco per fermare chi ha eventualmente superato la frontiera. Invece proprio questo è accaduto e adesso anche i rappresentanti del governo sono costretti ad ammettere la necessità di modificare le regole di ingaggio, intervenendo su quei punti del «trattato d' amicizia» che lasciano spazio all'interpretazione sull' utilizzo delle motovedette e sui compiti effettivi assegnati agli ufficiali che attualmente hanno soltanto funzioni di «osservazione e supporto». Maroni ne ha parlato a lungo con il titolare degli Esteri Franco Frattini prima di confermare per oggi una riunione tecnica che dovrà servire proprio ad avviare la procedura per correggere l' intesa bilaterale. Anche perché quanto accaduto ieri è soltanto l'ultimo degli episodi che segnano la volontà dei libici di ottenere il controllo pressoché totale di quel tratto di mare. Già da molti anni Gheddafi rivendica infatti la propria giurisdizione sul Golfo della Sirte. Gli ordini impartiti ai suoi mezzi navali violano le regole internazionali e in ogni caso non possono valere - proprio questo sarebbe stato ribadito nei contatti fra i due Paesi visto che poi in serata sono arrivate le scuse ufficiali e l' annuncio della creazione di un comitato d'inchiesta che indagherà su quella che viene ritenuta una vera e propria aggressione - per il personale libico che utilizza le motovedette messe a disposizione dall'Italia. La Farnesina, ma anche i comandi delle forze italiane che hanno inviato a Tripoli un contingente per addestrare e affiancare il personale, specificano che «i nostri sono cittadini stranieri su suolo libico e dunque non hanno alcun potere di intervento». È proprio la regola che deve essere cambiata, assegnando agli ufficiali italiani un compito operativo che consenta loro di poter agire quantomeno in accordo con il comandante libico. «Ma - chiariscono al ministero degli Esteri - bisogna anche mettere a punto l' elenco delle situazioni nell' ambito delle quali è consentito l' utilizzo delle motovedette, specificando che tutte le apparecchiature fornite sono esclusivamente destinate al contrasto dell' immigrazione clandestina e non ad altri scopi». Del resto le motovedette sono soltanto una delle numerose concessioni fatte dall' Italia a Tripoli per ottenere il pattugliamento marino. Oltre ai sei mezzi navali sono state consegnate apparecchiature per il controllo terrestre, radar, autoveicoli, senza contare i 5 miliardi di dollari in vent' anni e l' impegno alla costruzione dell' autostrada che attraverserà perpendicolarmente il Paese. Il «grande gesto» che il colonnello rivendica e sul quale ha ormai ottenuto la sottoscrizione dell' impegno formale.

 

 


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Se Gheddafi ci ripaga così

 

Il Messaggero

14 settembre 2010

Claudio Rizza

p.1

C'è tanto fumo sulla vicenda del motopesca Ariete, sforacchiato dalla mitragliatrice di una delle sei motovedette che l'Italia ha regalato alla Libia. Fumo è la guerra dei pescherecci, fumo è persino la presenza di nostri militari sulla motovedetta. L'arrosto il vero problema è un altro: le motovedette sono state regalate per contrastare in mare l'immigrazione clandestina, per intercettare barconi e barchine che puntano verso Lampedusa o le coste siciliane, e impedire che vi arrivino. Non certo per partecipare alla caccia ai pescherecci, imbottiti, questo sì, di pescatori immigrati nord africani che lavorano come bestie per gli armatori di Mazara. Neri ma non clandestini, forzati del mare che non possono tornare a terra se non con la stiva piena. E infatti, l'Ariete, dopo essersi riparato nel porto di Lampedusa ed aver turato i buchi dei proiettili, è dovuto subito salpare per tornare a pescare.
La guerra tra i pescherecci mazaresi e i libici è vecchia di decenni, noi a rubare il pesce nelle acque della Sirte, loro a catturare le nostre barche, in una perenne lite su quali siano le acque internazionali e quali no. Fumo. Come lo è, paradossalmente, anche che uomini della Guardia di Finanza stiano sulla motovedetta che ha sparato: gli accordi lo prevedono, i libici vengono addestrati ad usare le nostre barche e l'osservatore con le stellette italiane serve a controllare gli scopi della missione, visto che i pattugliamenti sono “condivisi” da Roma e Tripoli.
Il 14 maggio scorso, a Gaeta, il ministro leghista Maroni partecipò alla consegna di tre motovedette alla Libia. Iniziò così un «nuovo capitolo della collaborazione tra il nostro Paese e Tripoli ai fini della lotta contro i traffici criminali di esseri umani e lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina», disse il comandante generale della Guardia di Finanza, Cosimo D'Arrigo. Che spiegò come i pattugliamenti congiunti nelle acque territoriali libiche e internazionali avevano come «priorita' assoluta alla ricerca e al salvataggio delle persone che in mare si trovano in condizioni di grave ed imminente pericolo» ma anche «l'azione concomitante di contrasto delle organizzazioni criminali internazionali».
Cosa c'entrino i pescherecci bisognerebbe chiederlo ai militari di Gheddafi ma soprattutto al ministero degli Esteri del Colonnello. Non si regalano sei navette modernissime, 43 nodi di velocità, 90 tonnellate di stazza, lunghe 27 metri l'una, dotate di moderni sistemi di scoperta e telecomunicazioni, per andare a scippare qualche cassetta di pesce. Né lo si può fare dopo che si è venuti a Roma, in pompa magna, a celebrare il trattato italo-libico, a dimostrazione della grande amicizia che ormai alberga tra Berlusconi e Gheddafi. Il problema è politico, e non è mostrando arrendevolezza al dittatore libico che si difendono gli interessi italiani. Tutt'al più si beccano cannonate, e i proiettili sono pure nostri.


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E' il momento di risolvere vecchie questioni

 

Il Tempo

28 agosto 2010

Federico Guiglia

p.1

 

Per qualche giorno il Cavaliere non sarà più il Cavaliere. Il titolo passa a Muammar Gheddafi, che arriva a Roma con una squadriglia di cavalieri e trenta cavalli arabi per celebrare il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. L'ospite pianterà l'inseparabile tenda non più a Villa Pamphili, come fece nella visita dell'anno scorso, ma presso la residenza del suo ambasciatore.

Seguiranno eventi alla caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto di Tor di Quinto e mostre fotografiche, non si sa se anche quest'anno al Cavaliere di Tripoli sarà riservato un trattamento da stella di Hollywood. Le poche notizie che filtrano sulla sua galoppata romana, lascerebbero intendere che il circolo degli adulatori avrà qualche difficoltà a strappargli l'autografo, perché l'avvenimento – dicono – è stato organizzato con maggiore sobrietà.

Ecco, ci risparmino almeno gli osanna: il colonnello Gheddafi non è Obama, né Lula, né Mandela. Che il contenzioso con l'Italia da lui aperto e dilatato dovesse essere chiuso una volta per tutte, non ci sono dubbi. Anche se c'è modo e modo di chiudere i contenziosi. Che il Trattato rappresenti un nuovo inizio nei rapporti complicati tra i due Paesi, non è solo un auspicio di amicizia ritrovata, e peraltro mai perduta, fra le popolazioni, ma anche un atto lungimirante di interesse nazionale. E poi “uno i vicini non se li può scegliere”, come disse una volta Giulio Andreotti, riferendosi proprio al dirimpettaio in Libia. Ma il tappeto rosso no. Al contrario, proprio grazie alla nuova era che si è spalancata tra Roma e Tripoli, ora sarà più facile far valere quella dignità nazionale che per quarant'anni è stata ignorata dopo la cacciata dei ventimila nostri connazionali dalla Libia e dei loro beni confiscati nel 1970. A proposito: perché essi o i loro familiari (dati i tempi, molti rimpatriati sono nel frattempo morti), non sono stati ancora risarciti secondo giustizia ed equità? Perché l'Italia “riscoperta” da Gheddafi non pone la questione con amichevole franchezza? Adesso può farlo, adesso deve farlo.

Intendiamoci, non siamo così sciocchi da non capire che la corsia preferenziale accordata alle imprese italiane, con tutti i vantaggi che ricadono anche a beneficio dei cittadini italiani, sia più importante dei quattro spiccioli ancora reclamati dagli italiani di Libia. Ma un'ingiustizia non cessa di essere tale solo perché nel frattempo, costruiremo in Libia la strada più bella dell'Africa. D'altronde, accordi riparatori in questo senso sono già stati realizzati, Italiani e libici hanno restaurato insieme il cimitero cattolico di Tripoli: per quanto bizzarro sembri e sia il Cavaliere libico, con lui ragionare si può. Ragionare su tutto, quindi: investimenti e gesti simbolici, immigrazione e umanità per gli immigrati, convegni storici e mostre archeologiche.

Ma pure ragionare sugli italiani che in Libia sono nati o cresciuti, e che tutto hanno perso all'epoca dell'espulsione da lui decretata. C'è un importante precedente che mostra quale possa essere il nuovo spirito tra nuovo amici. Ricordate quando, non si sa se per un equivoco o per un dispetto, le autorità libiche non volevano che le Frecce Tricolori firmassero con il Tricolore il cielo di Libia? Il comandante delle Frecce disse, semplicemente, di no: “Senza il Tricolore, le Frecce non volano”. Finì come doveva finire, con verde, bianco e rosso che si stagliava nell'azzurro di Tripoli. Ecco un piccolo, grande esempio di quella dignità nazionale che vale sempre.


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Italia-Libia: i profughi italiani, ancora non ci hanno risarcito un euro

Ortu (Airl), non firmati i decreti attuativi della legge di stanziamento fondi

 

Adnkronos

28 agosto 2010

Enzo Bonaiuto

 

"Ancora non abbiamo visto un euro". In vista dell'arrivo in Italia del leader libico Gheddafi, protesta la presidente dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, nata nel 1939 nel paese africano da padre sardo e madre siciliana e cacciata assieme ad altre 20.000 persone nel luglio 1970, subito dopo la presa del potere da parte del colonnello Gheddafi nel settembre 1969.

"Il governo Berlusconi con il suo ministro dell'Economia Tremonti - spiega all'ADNKRONOS - non ha firmato il decreto attuativo della legge del febbraio 2009 di ratifica del trattato fra Italia e Libia dell'agosto 2008, con la quale si stanziavano 150 milioni di euro per tre anni - 2009, 2010, 2011 - quale risarcimento ai privati per i beni confiscati quarant'anni fa. In media, fa circa 8.000 euro a persona".

In realtà, osserva Ortu, "più che di risarcimento, si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400 miliardi di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero pari a circa 3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente pari ai 5 miliardi dollari destinati dal nostro governo alla Libia per i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso la costruzione di un'autostrada e altre opere urbanistiche, per i cui lavori sono comunque interessate aziende italiane: una sorta di 'partita di giro' insomma. Ma la realtà è che anche di questo modesto indennizzo nelle nostre tasche non è arrivato finora nulla".

Più che con la Libia , l'associazione degli italiani rimpatriati se la prende con l'Italia, "che storicamente non si è mai dimostrata in grado di intervenire con efficacia, fin da quando l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro - ricorda Ortu - si affidò all'Egitto, sbagliando, per ottenere la tutela dei nostri interessi. L'accordo recente con la Libia è sembrata essere l'occasione giusta per liquidare l'intera questione, ma purtroppo finora così non è stato".

In 'compenso', alla presidente dell'Airl è arrivato un invito firmato Berlusconi per assistere lunedì prossimo assieme al premier e al colonnello Gheddafi alla kermesse di equitazione prevista alla caserma dei Carabinieri 'Salvo D'Acquisto' a Tor di Quinto. "Sono molto grata dell'invito che è pur sempre un gentile segnale di attenzione che negli anni passati è mancato - sottolinea - nonostante anche l'interessamento testimoniato dal Quirinale".

Aggiunge poi con un pizzico di ironia: "Andrò volentieri alla manifestazione, ma non vorrei che fosse un invito indiretto a darci all'ippica... nel senso di rinunciare alle nostre sacrosante richieste. Anzi, l'occasione potrebbe essere la più adatta per firmare i decreti attuativi, ora rimandati con la scusa della crisi economica".

 


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Gheddafi: delusi i rimpatriati italiani, di noi non si parla mai


AGI

31 agosto 2010

 

Grande delusione: si puo' 'tradurre' cosi' la reazione dell'Associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia (Airl) alla visita a Roma di Muammar Gheddafi che ha rivendicato il merito di aver salvato la vita dei nostri esuli. Scherza Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, invitata alla festa per il Trattato di amicizia e alla manifestazione equestre: "La mia prima reazione stamane? E' stata quella di prenotare una doppia seduta dallo psicanalista", dice. Poi spiega: "Di noi non si parla mai, si citano il fascismo e i suoi mali per esaltare il nuovo trattato. Neanche ieri, dopo il discorso di mezz'ora tenuto da Gheddafi, il Governo ha ricordato che la presenza italiana in Libia risale ai nostri avi, nessuno ha citato il patrimonio architettonico considerevole che abbiamo lasciato e nemmeno i danni di guerra ripagati".
"Ma le pare - ha incalzato la Ortu - che oggi Israele se la potrebbe prendere con la Germania della Merkel per i campi di concentramento, senza suscitare reazioni? Gheddafi si e' sentito in dovere di giustificare il proprio operato, nessuno, invece, ha difeso il nostro Paese che quarant'anni fa ha schierato la flotta della Marina, pronta ad intervenire se qualcuno ci avesse torto un capello".
Uno Stato "deve difendere i propri cittadini e la verita' della propria storia. Ieri non era forse il momento di replicare, ma il mio invito a farlo resta", dice Ortu che sulla festa aggiunge: "non riesco a capire perche' mi abbiano invitato. Non ho potuto nemmeno salutare Gheddafi. Il carosello dei
carabinieri? E' l'unica parte che mi ha scaldato il cuore".

 

 


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La presidente dei rimpatriati italiani: “Roma come Tripoli non ci ha dato un euro”

 

Quotidiano Nazionale

31 agosto 2010

Alessandro Farruggia

p. 5

“Non abbiamo petrolio né clandestini, e così nessuno ci ascolta. Ci hanno promesso una miseria di indennizzi, ma poi neppure quelli ci danno: Tremonti dice che non ci son soldi e non firma i decreti attuativi. E così, paradossalmente speriamo in Gheddafi…”. Giovanna Ortu è la combattiva presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, E non ha mia mancato di far valere i diritti dei 20 mila italiani che furono cacciati nel luglio del 1970.

Signora Ortu, com'è che ha accettato di andare alla cena con Gheddafi e Berlusconi?

“Vede, noi non abbiamo i potere ricattatorio di Gheddafi, ma abbiamo pagato per colpe non nostre e soprattutto non vogliamo rinunciare ai nostri diritti. Quest'anno è il 40° anniversario dell'espulsione e noi non vogliamo dimenticare le nostre ferite morali e materiali”.

Ma perché accettare l'invito se vi sentite maltrattati?

“Perché nel trattato italo-libico del 2008 si stanziavano 150 milioni di euro quale risarcimento per i beni che ci furono confiscati dai libici, e che ai valori di oggi ammontavano a circa 3 miliardi. Il risarcimento deve essere pagato dall'Italia che in qualche modo si era accollata il ‘debito' libico, spalmato su tre anni, 2009-2011, ma sinora non abbiamo visto un euro. Ora siccome Berlusconi ascolta attentamente Gheddafi, spero di avere l'occasione di scambiarci due parole”.

Con Gheddafi?

“Già. E sono sicura che se lui intercedesse, Berlusconi finirebbe per parlare con Tremonti…”.

Una provocazione

“Certo. E comunque siccome siamo ancora in uno stato di diritto, i nostri avvocati hanno diffidato

Tremonti. Non molliamo mica”.

Irritata per le ultime prese di posizione di Gheddafi sulla religione e le donne?

“Io sono amica del popolo libico, ma dire che lì le donne hanno più diritti è una pura assurdità. Un esempio: e una donna si separa perde tutti i diritti sui figli. Cos'è, moderno? Giusto? Quanto all'Islam, crede che ci sia consentito di fare proselitismo a Tripoli? Provate, poi mi dite…”.

 


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Incresciosa messa in scena o forse solo un boomerang

Avvenire

31 agosto 2010

Marco Tarquinio

 

Amiamo l'idea di un Mediterraneo «mare comune» dei popoli che gli vivono attorno, specchio di culture e di economie amiche e in serena collaborazione, metaforica e concreta via di comunicazione anche tra le religioni dopo essere stato per secoli tramite di ostilità, di terrori e di reciproche invasioni militari. Abbiamo perciò accolto come una buonissima notizia, due anni fa, la «riconciliazione» tra Italia e Libia dopo un lunghissimo e aspro contenzioso, frutto della politica coloniale italiana e dei suoi misfatti – per molto tempo taciuti – contro le popolazioni libiche e delle dolorose ingiustizie subìte – e in troppo breve tempo dimenticate – dagli italiani spogliati di tutto e cacciati dalle loro case in terra libica.
Viva la nuova stagione e il conseguente fiorire – tra gran sfoggio di amicizia e qualche tenace sospetto – di intese e di commerci tra Roma e Tripoli. Viva anche la chiusura di certe rotte marine della sofferenza e della morte per migranti d'Africa e dei cinici traffici dei nuovi mercanti di esseri umani, sebbene inevitabile e dolente il pensiero corra ai "respinti e basta", agli uomini e alle donne e ai bambini in fuga dalle guerre e dalla persecuzione che si arenano nei deserti di Libia e nessuno riconosce e nessuno accoglie secondo umanità e secondo le leggi che le nazioni civili si sono date.
Ma incontrarsi serve comunque. Serve sempre. E la solenne visita che il colonnello Gheddafi sta effettuando per la seconda volta nella capitale italiana è ovviamente un'occasione d'incontro e di reciproca conoscenza. Sperabilmente di crescita, di chi più ha da crescere, nella comprensione del valore della democrazia e dei diritti umani. Un avvenimento con aspetti sostanziali e circostanze, per così dire, volutamente folkloristiche. Ma anche con momenti incresciosi e urtanti. Come l'incontro per una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate. Messa in scena organizzata, quasi di soppiatto, un anno fa e questa volta lanciata, invece, come spettacolare prologo agli incontri più strettamente politici con le autorità italiane.
Viene da chiedersi – e tanti, in effetti, se lo sono chiesti – a quale leader d'un Paese di tradizione e maggioranza cristiana sarebbe stato concesso di predicare e battezzare in un Paese di tradizione e maggioranza islamica. Anche se è una domanda insensata. Prima di tutto, perché ai politici cristiani mai verrebbe in mente di farlo e, subito dopo, perché neanche a preti e missionari cristiani viene consentito di farlo mentre ai cristiani semplici (che siano lì per lavori servili o per affari o per prestazioni professionali qualificate) è addirittura interdetto – tranne che in poche eccezioni – di proclamarsi tali a parole e segni.
Nella tollerante e pluralista Italia, in questo nostro Paese di profonde e vive radici cristiane e capace di una positiva laicità, nella Roma cattolica, Gheddafi ha potuto invece fare deliberato spettacolo di «proselitismo» (anche grazie a un tg pubblico incredibilmente servizievole e disposto a far spiegare alle otto di sera della domenica che il colonnello ha esercitato il «dovere» di «ogni musulmano: convertire» gli altri). Non sapremmo dire in quanti altri Paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso, avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco.
Probabilmente è stato un boomerang, una dimostrazione di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato non (più) estremista piano politico e piano religioso. Certamente è stata una lezione. Magari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata...

 

 


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Gheddafi: "Bene festeggiamenti, resta amarezza mancata firma decreto"

 

Comunicato stampa dell'On. Marco Marsilio (PDL)

30 agosto 2010

“Sono eccezionali i risultati ottenuti dal Governo con lo storico Trattato Italia-Libia firmato nell'agosto del 2008;  gli sbarchi si sono ridotti in modo drastico così come lo schiavismo che imperava dietro la tratta di esseri umani, forte anche la conseguente riduzione dell'immigrazione clandestina”. È

quanto dichiara il deputato del Pdl, Marco Marsilio .

“Gli effetti positivi che questo tipo di politica ha portato e continua a portare – continua Marsilio - sono palesi, ma al tempo stesso c'è l'amarezza del fatto che non è ancora stato firmato il decreto per distribuire ai profughi italiani rimpatriati dalla Libia le somme che il Parlamento ha stanziato nella legge di ratifica del Trattato tra Italia e Libia. Si tratta di un debito storico che la comunità nazionale ha nei confronti di queste famiglie che da quarant'anni attendono giustizia ”.

“La firma del decreto – aggiunge Marsilio - e l'erogazione dei fondi sarebbe stato un segnale di attenzione che anche se largamente insufficiente dal punto di vista economico avrebbe avuto un grande valore morale. Sulla firma di questo decreto c'è un'inspiegabile ritardo perché le commissioni parlamentari hanno praticamente da un anno licenziato il testo che attende solo di essere firmato e pubblicato in Gazzetta”.  

“Prima dell'estate – conclude Marsilio - i ministri Meloni e La Russa riprendendo le sollecitazioni del sottoscritto e dell'Associazione Italiana dei Rimpatriati dalla Libia, avevano esortato il presidente Berlusconi in Consiglio dei Ministri a prendere l'iniziativa per sbloccare la vicenda. Ciò nonostante sono due anni che Gheddafi viene ricevuto in Italia con tutti gli onori per celebrare lo storico accordo, mentre i nostri connazionali aspettano quello che gli è dovuto. Mi appello al Governo perché questa ferita venga al più presto sanata, dando la giusta soddisfazione ai nostri connazionali firmando il decreto senza più nessun indugio”.

 

 


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Gheddafi sbarca a Roma accolto da 200 hostess. Lo show spiana la strada all'industria della difesa

Il Sole 24Ore

29 agosto 2010

Gerardo Pelosi

 

Con un giorno di anticipo Gheddafi è arrivato oggi a Roma accolto da 200 hostess (a pagamento). È uno "sdoganamento" in grande stile quello che il premier Silvio Berlusconi si prepara a offrire su un piatto d'argento al colonnello libico Muammar Gheddafi domani sera nella caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto a Roma. Le celebrazioni per il secondo anniversario del Trattato di cooperazione e partenariato italo-libico archivieranno forse per sempre l'annoso capitolo dei danni di guerra e la storia infinita del "gesto simbolico" di riparazione ossia l'autostrada litoranea da 1.700 chilometri (2,3 miliardi di euro) e apriranno una nuova pagina nelle relazioni tra Roma e Tripoli in cui anche la collaborazione nel settore della difesa potrà trovare uno spazio più strutturato.

Il leader libico, da oggi a Roma dove alloggerà nella residenza dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur e il premier italiano Berlusconi discuteranno, come sempre in queste occasioni, dei grandi temi dell'attualità internazionale: la crisi economica, il sottosviluppo, i problemi dell'Africa. Durante l'Iftar, la cena che interrompe il Ramadan, davanti al carosello dei Carabinieri e all'esibizione dei cavalli berberi arrivati per l'occasione dalla Libia, non ci sarà spazio per entrare in dettagli della cooperazione economica tra i due paesi. Il colonnello avrà incontri separati anche con l'ad di Eni, Paolo Scaroni e con quello di UniCredit, Alessandro Profumo ma si tratterà di colloqui di cortesia che non anticiperanno in alcun modo le prossime mosse del Fondo sovrano Libyan Investment Authority su possibili aumenti nelle partecipazioni (7% in Unicredit e 1% in Eni). Alla cena offerta domani dal Governo italiano Gheddafi incrocerà probabilmente per la prima volta anche lo sguardo di Giovanna Ortu, la battagliera presidente dell'Airl, l'associazione degli italiani già residenti in Libia espulsi nel '70 ai quali furono sequestrati beni per un valore attuale di 3 miliardi di euro ma che attendono ancora di vedere attuato da parte italiana l'articolo del Trattato italo-libico che concede loro un indennizzo di 150 milioni.

Ma la cerimonia di domani nella prestigiosa sede dei Carabinieri servirà a preparare il terreno per nuovi accordi. Solo alla fine di settembre, fanno sapere fonti governative, i dossier italo-libici torneranno all'attenzione delle delegazioni dei due governi. C'è da approfondire, ad esempio, la questione della pesca dopo gli arresti di pescatori di Mazara del Vallo e la lotta all'immigrazione clandestina. Ma i tempi sembrano maturi anche per finalizzare il dossier della collaborazione della Difesa nell'ambito di quanto già acquisito nel formato 5+5 di cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. Tutto questo dopo che lo shopping bellico di Gheddafi ha già portato a una fornitura da parte francese (in cambio della soluzione della vicenda delle infermiere bulgare condannate a morte) di missili anticarro e apparecchiature di comunicazione per 400 milioni di dollari nel 2007 e nel gennaio scorso l'accordo da 1,3 miliardi di dollari con i russi per i caccia Sukhoi e gli addestratori Yak130. Un accordo quadro politico sulle forniture italiane nel settore difesa potrebbe essere discusso proprio alla fine di settembre tra il ministro italiano Ignazio La Russa e il segretario del comitato per la difesa libico, Younis Jaber. Finmeccanica e Fincantieri sono i gruppi più interessati e in parte hanno già avviato contatti con le controparti libiche. I rapporti tra Agusta Westland e la Libia risalgono addirittura a prima del Trattato di cooperazione. Nel 2007 l 'azienda del gruppo Finmeccanica aveva firmato un contratto per dieci elicotteri AW 109 e AW 119 Koala da assemblare in uno stabilimento libico inaugurato qualche mese fa. Ed è prodotto da Finmeccanica anche il piccolo aereo-spia Falco per il controllo delle carovane dei migranti nel deserto. Anche la Fincantieri potrà offrire una vasta gamma di navi rafforzata ora dalle collaborazioni con le industrie francesi e tedesche senza contare che da anni la nostra Marina collabora attivamente con la Marina libica in esercitazioni congiunte. Nel settore trasporti, Ansaldo Breda è pronta a partecipare al progetto per la metropolitana di Tripoli.

 


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Le vacanze romane di Gheddafi. Fra proteste e caroselli a cavallo

L'Unità

29 agosto 2010

U. De Giovannangeli

Stavolta il contrordine non è arrivato. Il Colonnello, i purosangue, le tende beduine, le amazzoni con i baschi rossi e in alta uniforme, sono a Roma. Nessun rinvio, stavolta. Nessuna imbarazzata correzione dell'ultim'ora da parte della Farnesina. I fotoreporter, i cineoperatori, possono prendere d'assalto il super blindato aeroporto di Ciampino. L'appuntamento è a mezzogiorno. Gheddafi c'è. A ricevere il Raìs non sarà l'«amico Silvio» ma il ministro degli Esteri Franco Frattini. Resta il mistero su come il Colonnello trascorrerà la domenica romana. I primi appuntamenti ufficiali per i festeggiamenti del Trattato di Amicizia sono fissati per lunedì, a due anni esatti dalla firma dell'accordo di Bengasi del 30 agosto 2008. Ma anche stavolta non si escludono possibili «blitz» nelle strade della Capitale o più generici «incontri con la gente».
Domenica libera . «Il leader ama fare queste cose...», raccontavano nel pomeriggio di ieri fonti libiche. E tornano alla mente le «serate di gala» dello scorso novembre, quando Gheddafi - a Roma per il vertice Fao - si fece reclutare centinaia di avvenenti ragazze da un'agenzia di hostess per impartire lezioni di Islam sotto la tenda. «Non sappiamo cosa vorranno fare questa volta i libici, decidono sempre all'ultimo minuto - raccontano dalla sede dell'agenzia che “servì” Gheddafi l'ultima volta -. Ci hanno contattato negli ultimi giorni per allertarci nel caso servisse, ma ci sembra di capire che se Gheddafi vorrà, inviterà solo alcune delle ragazze che ha già visto l'altra volta. Noi comunque - assicurano - siamo pronti per qualsiasi evenienza». Sorprese a parte, c'è già anche qualcosa di già definito. È confermato ad esempio che Gheddafi pianterà la sua inseparabile tenda beduina nella residenza dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur in un elegante quartiere a ridosso della Cassia (e non nel bel mezzo di Villa Pamphili, come nel giugno del 2009) e che domani pomeriggio inaugurerà assieme a Berlusconi una mostra fotografica sulla storia della Libia all'Accademia libica.
Spettacolo assicurato Il clou della serata sarà uno spettacolo equestre davanti a Berlusconi, Gheddafi e agli oltre 800 invitati che culminerà con le figure disegnate dal Carosello dei Carabinieri. Sarà sempre nella caserma «Salvo D'Acquisto» di Tor di Quinto, che il premier offrirà al suo ospite l'Iftar, la cena di interruzione del digiuno previsto nel mese di Ramadan. Fino a questo momento è l'ultimo appuntamento segnato in agenda, con Gheddafi che dovrebbe - ma il condizionale diventa d'obbligo - ripartire martedì. Nel frattempo, cresce la protesta. «Ancora non abbiamo visto un euro», denuncia l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. Dell'Airl, Giovanna Ortu, nata nel 1939 nel Paese africano da padre sardo e madre siciliana e cacciata assieme ad altre 20.000 persone nel luglio 1970, subito dopo la presa del potere da parte del colonnello Gheddafi nel settembre 1969, è la presidente.
Voci di protesta «Più che di risarcimento - spiega Ortu in un colloquio con l'Adnkronos - , si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400 miliardi di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero pari a circa 3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente pari ai 5 miliardi dollari destinati dal nostro governo alla Libia per i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso la costruzione di un'autostrada e altre opere urbanistiche, per i cui lavori sono comunque interessate aziende italiane: una sorta di “partita di giro” insomma. Ma la realtà è che anche di questo modesto indennizzo nelle nostre tasche non è arrivato finora nulla».
I diritti umani? A Berlusconi si rivolge anche l'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi chiedendogli «di rinegoziare in tempi rapidissimi gli accordi Italia-Libia in maniera tale che includano strumenti di garanzia del rispetto dei diritti umani, con il coinvolgimento delle istituzioni dell'Europa e dell'Onu». «Chiediamo inoltre - dice il responsabile generale, Giovanni Paolo Ramonda - la cessazione di ogni respingimento verso la Libia o verso ogni altro Paese che non garantisca il pieno rispetto dei diritti umani; la garanzia a tutti gli immigrati che cercano di raggiungere l'Italia di poter accedere alle procedure per la richiesta di asilo; il rispetto delle leggi del diritto del mare; la promozione di una politica seria per l'innalzamento dei finanziamenti ai progetti di sviluppo, unici in grado di combattere la povertà e quindi di agire sulla causa». L'associazione ricorda alle istituzioni italiane «che dal 7 maggio 2009, in aperto spregio delle norme internazionali sui diritti umani, il nostro Paese ha consegnato alle autorità libiche centinaia di donne, uomini e bambini, migranti e richiedenti asilo, che tentavano di raggiungere l'Europa imbarcandosi attraverso il Mediterraneo su mezzi di fortuna, rischiando la vita per sfuggire a persecuzioni, torture, guerre e condizioni di povertà estrema».

 

 


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Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

La Repubblica

28 agosto 2010

Ettore Livini

Non solo tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa , a due anni dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L'oggetto sociale d'esordio  -  la chiusura delle ferite del colonialismo  -  è stato rapidamente archiviato all'atto della firma del Trattato d'amicizia bilaterale nel 2008.
L'Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia. Poi - snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei "parrucconi" come Freedom House che considerano il Paese africano una delle dieci peggiori dittature al mondo - sono cominciati i veri affari. Un pirotecnico giro d'operazioni gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria di casa nostra.
La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po' del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell'Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti.
Il Cavaliere tira le fila, consiglia e gongola. L'ingresso del Colonnello in Unicredit - oltre che a innescare i mal di pancia leghisti - è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi "salotti buoni" tricolori, la stanza dei bottoni che controlla Telecom, Rcs - vale a dire il Corriere della Sera - e le Generali. Il momento per l'affondo è propizio. Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia - con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% - c'è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall'alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) - se mai ce ne fosse stato bisogno - sono stati confermati dalla difesa d'ufficio di entrambi al Meeting di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l'assicuratore di Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Il puzzle adesso è quasi completo. Il Cavaliere ha in mano il controllo di industria e finanza pubbliche. E ora, grazie all'asse con Ben Ammar e Geronzi e ai soldi di Gheddafi (sommati alla debolezza delle vecchie dinastie imprenditoriali tricolori), può blindare quella privata estendendo la sua influenza su tlc, editoria e - Bossi permettendo - sulle ricchissime casseforti delle banche e delle Generali.
L'asse con il Colonnello gli regala però un'altra opportunità d'oro: quella di distribuire le carte delle commesse a Tripoli garantite dall'attivismo dell'efficientissimo tandem, immortalato ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici. Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l'Istituto europeo di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta - previo via libera della Gheddasconi Spa - è abbastanza grande per tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L'Italia è il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall'isolamento nell'era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra - grazie a un'operazione di diplomazia sotterranea guardata con sospetto a Washington - l'abbinata politica-affari ha dato risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa Abdelbaset Al Megrahi, l'ex 007 libico condannato per l'attentato di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l'ok alle trivellazioni Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund. O quando il numero uno della London School of Economics è entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.
Pecunia non olet. E anche l'(ex) dittatore Gheddafi non è più un appestato per le cancellerie internazionali. Il premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per cercare aiuti. La Russia di Putin - altro alleato di ferro dell'asse Gheddafi-Berlusconi - si è aggiudicata fior di commesse a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme, più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo del denaro.

 

 


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Rimpatriati, attendiamo giustizia da governo a vigilia 40/mo anniversario confisca proprieta' italiani

ANSA

20 luglio 2010

Alla vigilia del quarantesimo anniversario della "confisca delle proprietà italiane in Libia, operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo di stato che lo portò al potere", i rimpatriati "attendono ancora giustizia dal Governo italiano" che, nel Trattato di Amicizia tra Italia e Libia firmato dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi il 30 agosto 2008 "nulla ha preteso dai libici come risarcimento, aggiungendo anzi un altro consistente esborso a favore di Gheddafi, a titolo di riparazione per i danni coloniali". Lo denuncia, in un comunicato, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia "pur comprendendo le ragioni politico/economiche che hanno reso necessario il nuovo corso". "Anche l'indennizzo, men che simbolico, per i Rimpatriati - inserito nella legge di ratifica del Trattato per unanime volontà parlamentare - a distanza di un anno e mezzo non può ancora essere liquidato, perché il ministro Tremonti non appone la firma sul previsto decreto attuativo", afferma la nota. "Tutto ciò oltre che ingiusto è assai amaro - commenta Giovanna Ortu presidente dell'Airl, che da decenni si batte con grande tenacia e modesti risultati - non si possono accampare scuse per eludere atti dovuti, soprattutto quando da autorevoli fonti e da documenti della Farnesina abbiamo appreso che, dietro il colpo di stato in Libia, ci furono i servizi segreti italiani e che Moro definì un errore della nostra politica estera l'aver affidato la sorte della collettività italiana di Libia e i loro beni alla protezione dello Stato egiziano". Dopo "il colpo di stato" e "prima di essere espulsi dal Paese, 20.000 cittadini italiani persero, in violazione del trattato internazionale del 1956, tutti i beni, persino i contributi previdenziali versati prima all'Inps e poi all'istituto libico corrispondente". "Due sono i festeggiamenti che ci attendono nei prossimi mesi; - conclude Giovanna Ortu - il 30 agosto Gheddafi sarà in Italia per celebrare con Berlusconi il secondo anniversario della firma del Trattato; il 10 ottobre prossimo i rimpatriati ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione dalla Libia con un grande convegno presso il Museo Storico dell'Aereonautica Militare di Vigna di Valle. Riusciremo ad avere la presenza del Presidente del Consiglio Berlusconi che fino ad ora ci ha ignorato? Me lo auguro davvero!"


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Italiani cacciati dalla Libia: 40 anni senza giustizia

La Vera Cronaca

20 luglio 2010

Pierfrancesco Palattella

 

Una giornata importante quella di mercoledì 21 luglio, data in cui la storia ritorna prepotentemente a farsi viva riversando acredini ed inquietudini di un passato quanto mai ingombrante ed ancora irrisolto; ricorre in questa data il quarantesimo anniversario della confisca delle proprietà italiane in Libia operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo di stato che lo portò al potere. Ricordiamo per i lettori che, in quella circostanza, 20.000 cittadini italiani vennero cacciati dal paese libico perdendo di fatto tutti i loro beni nonostante un trattato internazionale del 1956 di collaborazione economica li garantisse in tal senso. La giustificazione fornita da Gheddafi per questa operazione fu di una sorta di ricompensa per i danni arrecati al suo paese dal colonialismo italiano. Tutti i rimpatriati, a distanza di quarant'anni, sono ancora in attesa di giustizia e soprattutto di un risarcimento.
In questa giornata che rievoca la storia di quel sopruso, si alza per l' ennesima volta la protesta da parte di coloro che furono le vittime: “stiamo lottando da 40 anni e continueremo a farlo; per ora tuttavia non abbiamo ottenuto risultati.” A parlare è  Giovanna Ortu, presidente dell' Airl, Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia che riunisce i 20 mila italiani (o i discendenti essendo molti, nel frattempo, venuti a mancare) che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese in cui risiedevano; l'Airl è tutt'ora l'unica associazione che rappresenta e riunisce i rimpatriati dalla Libia.
“Stiamo ancora lottando; – continua la presidente Giovanna Ortu - quando siamo venuti via dalla Libia ero una giovane trentenne ed ora di anni ne ho 71; da allora ho cercato di battermi ma come si vede con modesti risultati. La cosa peggiore è che ora che ci tocca assistere anche a questo idillio tra Berlusconi  Gheddafi; noi con i libici non abbiamo niente in contrario però non ne capiamo il perché.” Il riferimento evidente è al nuovo trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato da Berlusconi e Gheddafi il 30 Agosto 2008 con il quale l'Italia si è impegnata a pagherà nei prossimi 20 anni 5 miliardi di dollari di risarcimenti alla Libia per il passato coloniale: “il prossimo 30 Agosto Gheddafi verrà in Italia per festeggiare il secondo anniversario di questo trattato; mi sembra un'eccessiva considerazione, non so per quanto tempo ancora ci dovremo prostrare con la scusa del passato coloniale. L'ultima volta che è venuto abbiamo assistito a scene incredibili quali il baciamano da parte di Berlusconi.”

Torniamo alla cacciata dai territori libici ed al conseguente sequestro dei beni: “La nostra cacciata è stata un fatto strumentale poiché noi vivevamo in pace ed armonia con gli arabi. I nostri beni ammontavano ad attuali 3 miliardi di euro, e negli anni abbiamo recuperato solo una piccola parte beneficiando di qualche legge per chi perde beni all'estero; abbiamo perso tutto, anche le pensioni. Io ho lottato fino al 1992 affinchè i nostri potessero riprendere le assicurazioni perdute. Non c' è stata mai attenzione nei nostri riguardi, nemmeno quando il parlamento a furor di popolo ha voluto darci qualche cosa senza che poi tuttavia questo abbia avuto un seguito nella realtà.” Il Governo italiano infatti, in sede di Trattato, non ha preteso nulla dai libici come risarcimento, ed ha anzi aggiunto un ulteriore cifra a favore di Gheddafi come titolo di parziale rimborso per i danni del periodo coloniale: “è una questione prima che materiale anche morale, i nostri diritti sono stati calpestati, noi eravamo lì protetti da un trattato che è stato violato da Gheddafi e l'Italia non ha fatto niente, non è ricorsa alla clausola arbitrale. Chi ci ha rimesso in prima persona siamo stati solo noi. E' tutto come 40 anni fa, non c'è la certezza nemmeno di poter mettere le mani su quel piccolo indennizzo che era stato deciso di darci.”
L'indennizzo cui si fa riferimento, e che non è certo una grossa cifra, è stato inserito nella legge di ratifica del trattato per volontà parlamentare ma, a distanza di un anno e mezzo, non può ancora essere liquidato: “Gli unici soldi che non si trovano sembrano essere quelli destinati noi. Per intenderci, l'Italia attua questa dura politica dei respingimenti in accordo con la Libia che però ci costa molti soldi, a cominciare dalle motovedette che abbiamo regalato al governo libico; poi ci sono i 5 miliardi di dollari da dare a Gheddafi in 20 anni. I soldi per i nostri risarcimenti sono gli unici a non essere disponibili.”
Dopo 40 anni e con una ferita di tali dimensioni ancora aperta, le chiediamo quali sono state le risposte che hanno provato a darsi sul perché di questa mancanza di giustizia: “In Italia spesso le categorie più deboli sono le meno protette; è vero che siamo un' associazione che riunisce 20.000 persone ma lottiamo contro un nemico troppo grande; ci sono di mezzo cose troppo importanti, come le forniture petrolifere e partnership economiche. Basti pensare che, in un libro che è stato pubblicato di recente sulla base di documenti, sembra che la nostra cacciata sia stata quasi barattata per favorire l' Italia in interessi superiori; è stato un atteggiamento molto cinico di fronte al quale è stato mantenuto per anni un atteggiamento di omertà. La Libia non ha accettato di dare l'indennizzo ma in realtà ha favorito molto l'Eni per le commesse.” In effetti gli scambi commerciali tra i due paesi sono molto fitti e l'Italia risulta essere tra i principali partner economici del governo libico.
Quello del 21 Luglio appare come un giorno importante in ricordo di quella cacciata di 40 anni fa, tuttavia l'appuntamento cui si sta già guardando è un altro, come ci conferma la stessa presidente Ortu: “Faremo un grande convegno ad Ottobre cui parteciperanno anche ospiti di riguardo; il 7 Ottobre infatti la Libia l'ha sempre festeggiato come giorno della vendetta per celebrare la nostra cacciata. Il 10 ottobre prossimo i rimpatriati ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione dalla Libia con un grande convegno. Noi non abbandoniamo la lotta, non posso credere che in uno  stato di diritto non si riesca ad avere giustizia; nè che il Presidente del Consiglio seguiti ad ignorarci come ha sempre fatto. In passato l'Italia non ha saputo ne voluto difenderci, ma la cosa che fa più male è un'altra; non solo abbiamo avuto un sopruso, ma dopo 40 anni ci tocca vedere Gheddafi trattato, quando viene in Italia, con tutti gli onori del caso come fosse un ospite di riguardo.”


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“L'Italia proteggeva Gheddafi, il DC-9 fu abbattuto dai francesi”

 

Il Fatto Quotidiano

26 giugno 2010

Giovanni Fasanella*

p. 14

 

Pubblichiamo un estratto dell'intervista al magistrato Rosario Priore - che della strage di Ustica (27 giugno 1980, 81 morti) si è occupato in una lunga inchiesta - contenuta nel libro Intrigo internazionale, edito da Chiarelettere .

“C'era un groviglio di verità "indicibili" che nascevano dalla nostra politica mediterranea, in particolare verso la Libia , e dall'irritazione che quella politica provocava nei nostri alleati europei. Se quelle verità fossero venute pubblicamente a galla, non sarebbero rimaste prive di conseguenze”, così risponde Rosario Priore (il giudice che su Ustica ha emesso una sentenza-ordinanza nel 1999: DC-9 abbattuto da un missile) alla madre di tutte le domande: quale verità non si poteva far conoscere all'opinione pubblica.

Dunque ci fu un episodio di guerra aerea: l'obiettivo degli attaccanti non poteva che essere libico. e di un certo rilievo?

Ovviamente sì. E quanto più alto fosse stato il rango dell'obiettivo, tanto più sarebbe stato di rilievo il successo dell'operazione. L'attacco militare nel cielo di Ustica era diretto contro un aereo che si sapeva sarebbe passato proprio di lì.

E perché lo si sapeva?

Perché succedeva sistematicamente. E non doveva succedere. Perché il sistema Nadge, la rete radar che proteggeva i paesi europei dell' Alleanza atlantica, dalla Norvegia alla Turchia, nel tratto italiano aveva dei "buchi". Cioè passaggi o aree non coperti dai radar del Nadge. E quei corridoi erano noti ai libici, che potevano utilizzarli per il passaggio dei loro aerei militari pur non potendo lo fare, perché aerei miliari di un paese non Nato. Se fossero stati individuati, il sistema li avrebbe automaticamente definiti nemici da abbattere.

E come facevano, i libici, a conoscere quei “buchi”?

Nel linguaggio dei servizi, si di­rebbe che c'erano state delle "perdite". Insomma, qualcuno, in Italia, si era “perso” quei varchi della difesa radar atlantica, i libici li avevano "trovati" ed erano venuti a conoscenza delle vie non protette di pene­trazione in Europa. In quel periodo, tra l'altro, molti ex ufficiali dell'Aeronautica italiana erano andati in congedo e avevano messo a disposizione dei libici tutte le loro cognizioni tecniche e tutta la loro esperienza.

Quindi i libici utilizzavano sistematicamente quei corridoi. E a quale scopo?

Sia a scopo civile sia a scopo militare, per arrivare fino al cuore dell'Europa. E succedeva perché i libici avevano un rapporto privilegiato con l'Italia. Sì, i loro aerei si recavano spesso in Jugoslavia per riparazioni, a Banja Luka. Oppure a Venezia, dove noi fornivamo all'Aviazione libica tutta l'assistenza di cui aveva bisogno. Pensi che in quello stesso mese di giugno 1980, poco prima dell'esplosione su Ustica, nelle officine di Venezia Tessera, accanto agli aerei ufficiali del presidente statunitense e di quello francese, lì per un summit internazionale, c'erano anche dei C-130 libici: aerei da trasporto che, in barba a ogni embargo, noi militarizzavamo trasformandoli in mezzi da trasporto per paracadutisti.

È comprensibile che aerei militari libici utilizzassero dei corridoi "discreti". Ma quelli civili, perché?

Perché a bordo spesso c'erano personaggi di primo piano, a rischio o in missioni segrete. Arafat, per esempio, si diceva che viaggiasse spesso su aerei libici passando per i nostri corridoi. Insomma, si trattava di perso­naggi che avevano bisogno di viaggiare in sicurezza e ai quali noi in qualche modo garantivamo protezione.

Anche Gheddafi?

Sì, anche Gheddafi. Secondo una fondata ipotesi, emersa già nel corso della nostra inchiesta e rafforzatasi in seguito, sembra che il bersaglio fosse proprio un aereo su cui viaggiava Gheddafi. Nei piani di volo conservati presso la nostra Aeronautica, quella sera era previsto un volo con vip a bordo da Tripoli a Varsavia.

L'aereo che viaggiava sotto la pancia del nostro DC-9 po­teva essere quello di Ghed­dafi?

Secondo ragionevoli ipotesi, potevano essere uno o più caccia militari libici che tornavano dalla Jugoslavia utilizzando un corridoio senza la copertura del Nadge. Secondo ipotesi più recenti, quei caccia dovevano prelevare il leader libico sul Tirreno e scortarlo in un viaggio nell'Europa dell'Est. Ma, avvertito da qualcuno dell'imminente pericolo, all'altezza di Malta l'aereo avrebbe improvvisamente cambiato rotta per tornare in Libia.

Dunque i caccia libici provenienti da nord volavano sot­to la protezione del DC-9 per andare a prelevare Gheddafi che stava arrivando da sud?

Questa è la situazione più probabile. Ed è del tutto evidente che chi avesse voluto attaccare Gheddafi avrebbe dovuto prima abbattere le sue scorte.

In definitiva i caccia libici vennero abbattuti, mentre Gheddafi si salvò perché avvertito del pericolo. Chi lo avvisò? Gli italiani?

È del tutto verosimile, visti i rapporti privilegiati tra l'Italia e la Libia. Il capo dei servizi segreti libici era di casa a Roma e nel Sismi (il nostro servizio segreto militare dell'epoca).

C'era una forte cordata filoaraba e una filolibica, omologhe a quelle che esistevano all'interno dei governi della Repubblica e, più in generale, nella classe politica italiana.

Chi voleva uccidere Gheddafi?

Di recente, a inchiesta giudiziaria ormai conclusa, dopo che le sentenze di assoluzione dei generali erano ormai divenute definitive, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che all'epoca era presidente del Consiglio, ha detto qualcosa in proposito. Riferendo informazioni provenienti dall'interno dei nostri servizi, ha parlato esplicitamente di una responsabilità francese.

La ritiene un'ipotesi attendibile?

Sì, la ritengo attendibile. Però procederei per gradi, segue­do l'evoluzione dell'inchiesta. In primo luogo perché, da un punto di vista tecnico, a quel tempo e nel Mediterraneo, solo due paesi erano in grado di compiere un'operazione militare di quel tipo: gli Stati Uniti e la Francia. Perché occorreva un sistema di guida dei caccia capace di indirizzarli verso l'obiettivo in qualsiasi condizione. Insomma un "guida caccia" estremamente sofisticato. E poi era necessario avere basi a terra o su portaerei a una giusta distanza dal punto d'attacco. La Francia aveva portaerei nel Tirreno e basi a terra in Corsica. Gli Stati Uniti avevano la Sesta flotta dotata di portaerei, oltre alle basi in territorio italiano. Entrambi i paesi, dunque, avevano anche propri sistemi radar.

Quindi chi attaccò: Francia, Stati Uniti o entrambi?

Tenderei a escludere responsabilità dell'Amministrazione americana dell'epoca. Primo perché c'era Jimmy Carter, che manteneva rapporti con la Libia ; addirittura la riforniva di armi. Secondo, perché gli americani ci aiutarono nell'inchiesta più degli italiani.

* giornalista, sceneggiatore e documentarista

 


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Tra Cavaliere e Colonnello non c'è solo la Svizzera

 

Il Riformista

15 giugno 2010

Anna Mazzone

p. 11

Baci, abbracci e cotillons. Il repertorio dei due superamici, il Cavaliere e il Colonello, si ripete. I due si incontrano spesso, appena possono, e qualche cosa succede sempre. La Libia solitamente fa qualche gesto eclatante per il quale poi dichiara: «Tutto merito dell'Italia se abbiamo preso questa decisione», e Berlusconi ringrazia compiaciuto e, lontano dalla telecamere, sigla qualche accordo commerciale.

Anche questa volta il copione non ha subito variazioni. Da Sofia, dove si trovava per inaugurare una statua di Giuseppe Garibaldi (e per festeggiare il 510 compleanno del premier Boyko Borissov), il Cavaliere è volato a Tripoli, giusto in tempo per avere un faccia a faccia di due ore con Gheddafi e far liberare l'imprenditore svizzero Max Goeldi, che ieri è arrivato a Zurigo dopo due anni di carcere. La crisi tra Berna e Tripoli era nata subito dopo l'arresto di uno dei figli del Colonnello, Hannibal Gheddafi, e di sua moglie, il 15 luglio 2008 a Ginevra. L'ira del Colonnello non si era fatta attendere. Le autorità libiche avevano arrestato Max Goeldi, condannandolo "per direttissima" a 16 anni di carcere. Il fatto diventa un caso internazionale. La Libia chiude i rubinetti del petrolio per la Svizzera e ritira i suoi depositi dalle banche di Ginevra e Zurigo. La Svizzera contrattacca e diffonde un elenco di cittadini libici "indesiderati" (188 nominativi); la Libia blocca l'ingresso dei cittadini di Schengen. L'Europa viene tirata in ballo. Il business è a rischio e i Ventisette tremano. L'Italia si attiva con il Colonnello, negoziando il rilascio di Goeldi. Berlusconi fa pesare la sua storica "amicizia" con Gheddafi. Alla fine, alla presenza del ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, Goeldi viene rilasciato.

Tutto merito di Berlusconi? Certamente !'Italia ha svolto un ruolo decisivo nell'intero negoziato, ma è pur vero che le prime agenzie internazionali (Reuters in testa) indicano la liberazione di Goeldi alle 13.08 del 13 giugno. A quell'ora Berlusconi era ancora a Sofia e stava per salire sull' aereo verso Tripoli. Durante il lungo faccia a faccia con Gheddafi, dunque, Berlusconi avrà parlato d'altro. Probabilmente del rilascio dei pescherecci Alibut, Mariner 10 e Vincenza Giacalone di Mazara del Vallo, sequestrati dalle autorità libiche il 9 giugno. E non solo.

La Libia è la "little Italy" delle imprese italiane all' estero. Sono 109, secondo gli ultimi dati dell'Ice (l'Istituto per il Commercio con l'Estero), le aziende sparse nella Grande Jamahiriyya. L'Italia è il primo mercato di sbocco delle esportazioni libiche (20%), seguita da Germania, Cina, Tunisia, Francia e Turchia. Affari di petrolio e gas naturale, ma anche di progettazione e realizzazione di infrastrutture. In Libia operano la Ansaldo e la Saipem , tra le altre. Spicca su tutte l'Eni, lì dal 1959.

Il feeling tra il cavaliere e il Colonnello nasce molto prima della fine delle sanzioni imposte a Gheddafi dalla comunità internazionale (nel 2006). Il 7 ottobre del 2004 a Mellitah (ad ovest di Tripoli), viene inaugurato "Green Stream", il gasdotto italo-libico realizzato da Eni. Presenti e abbracciati per le foto di rito Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. È il gasdotto sottomarino più lungo del Mediterraneo. Nel 2008 Berlusconi decide di ampliare i rapporti economici con Tripoli e sigla un nuovo accordo tra Eni e la National Oil Company of Libya (Noc), in base al quale le concessioni in Libia di Eni vengono prorogate automaticamente per altri 25 anni, con un investimento nel settore energetico libico di 28 miliardi di dollari. Il 30 agosto, sotto la tenda beduina, Berlusconi e Gheddafi siglano il "Trattato di Bengasi", ratificato a febbraio del 2009 come un accordo di «Amicizia, partenariato e cooperazione». Per scusarsi del periodo coloniale, Roma ricoprirà di denari Tripoli. 5 miliardi di dollari in 20 anni, per costruire infrastrutture come l'autostrada che collegherà Egitto e Tunisia e che passerà sul suolo libico.

Già, ma da dove viene fuori questa cifra e, soprattutto, chi paga? Con una legge ad hoc, il governo mette sulle spalle dell'Eni un'addizionale Ires da 250 milioni l'anno. La società petrolifera, a partecipazione statale del 30%, non ci sta e presenta ricorso. L'autostrada per ora non si fa. In molti fanno notare che 5 miliardi sono (troppi per la costruzione di un' autostrada e il Colonnello è poco avvezzo ad azioni "trasparenti". Inoltre, la seconda parte del Trattato di Bengasi, che Gheddafi festeggerà in Italia il prossimo 30 agosto, non prevede «prestazioni reciproche». Insomma,è certo che l'Italia si impegna a pagare, ma la Libia tiene le mani in tasca.

Secondo fonti da Tripoli per Il Riformista, in quelle due ore di faccia a faccia Berlusconi avrebbe cercato di rabbonire Gheddafi. Da mesi, infatti, le autorità libiche sostengono che alle generose promesse del presidente del Consiglio non corrisponde un eguale entusiasmo degli imprenditori italiani, che tuttora vedono nella Libia «un Paese rischioso» e si sentono poco «garantiti». Qualche giorno fa a Tripoli è stato chiuso l'ufficio dell'Unhcr, l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati politici. Ma Berlusconi di questo non ha fatto menzione con l'amico Gheddafi. Così come non ha perorato la cau­sa dei rimpatriati italiani, che ieri si chiedevano come mai dopo sedici mesi il decreto attuativo che consente la liquidazione «del modestissimo indennizzo per i beni confiscati previsto dalla legge» di ratifica del Trattato di Bengasi, giace sul tavolo del ministro Tremonti, ancora senza firma. Così come, visto il ricorso dell'Eni, mancano anche quei famosi 5 miliardi per l'autostrada.

Berlusconi ha avuto due ore per scusarsi con Gheddafi, ma anche per parlare di altri business. Secondo un'inchiesta del Guar­dian, il fondo sovrano libico avrebbe rilevato una parte del capitale azionario della "Quinta Communications SA", costituita dal 1989 in Francia da Berlusconi e dall'imprenditore franco-tunisino Tareq ben Hammar. La società ha come obiettivo la produzione di film destinati al mercato arabo.

Annunciata dal 2008 (e poi negata) una compartecipazione Berlusconi, Tareq, Gheddafi anche in Nessma TV, una emittente privata tunisina. Insomma, non solo Svizzera per il Cavaliere in visita dal Colonnello.


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Il Cavaliere in Libia per chiudere la crisi con Berna

 

Il Sole 24Ore

Gerardo Pelosi

13 giugno 2010


Il premier italiano Silvio Berlusconi potrebbe essere chiamato a svolgere un ruolo decisivo nella fase finale dell'accordo tra Libia e Svizzera annunciato per oggi e soprattutto per la liberazione dell'uomo d'affari elvetico, Max Goeldi, scarcerato il 10 giugno dalla Corte Suprema libica ma ancora trattenuto nella Jamahiriya.
Berlusconi volerà questa mattina a Sofia per inaugurare una statua dedicata a Garibaldi. Dopo la colazione con il premier Borissov, il presidente del Consiglio partirà alla volta di Tripoli dove incontrerà il colonnello Gheddafi per preparare l'incontro del prossimo 30 agosto a Roma (secondo anniversario dell'accordo italo-libico) e per cercare di risolvere l'ultimo sequestro di tre pescherecci siciliani.
La coincidenza temporale del viaggio lampo di Berlusconi con la firma prevista per oggi dell'accordo tra Svizzera e Libia (per il quale sono da ieri sera a Tripoli i ministri degli Esteri di Svizzera, Micheline Calmy-Rey e di Spagna, Miguel Angel Moratinos) lascia però aperta ogni ipotesi sul ruolo che potrebbe giocare il nostro premier in un'intricata vicenda che risale al 2008. Nel luglio di quell'anno l'imprenditore svizzero Goeldi fu arrestato insieme ad un altro uomo d'affari elvetico, Rashid Hamdani (liberato nel febbraio scorso) per "permanenza illegale" sul territorio libico. In realtà si trattava di una rappresaglia per l'arresto a Ginevra del figlio del leader libico Gheddafi, Hannibal, accusato di aver maltrattato i propri domestici. Tra ritorsioni e accuse reciproche la vicenda sfociò nel febbraio scorso con una grave crisi diplomatica nella concessione dei visti ai cittadini dell'area Schengen, crisi che fu superata solo il 27 marzo scorso a margine del vertice della Lega araba a Sirte dopo una mediazione dello stesso Berlusconi.
Nelle ultime settimane, anche grazie a una mediazione tedesca, i rapporti tra Tripoli e Berna si sono rasserenati fino al punto di programmare per oggi la firma di un accordo che dovrebbe prevedere la creazione di una commissione di arbitraggio per verificare la legalità dell'arresto di Hannibal e forme di risarcimento per i danni di immagine subiti dalla Libia per le foto di Hannibal durante la sua detenzione. Ma la firma dell'accordo lascerebbe ancora sospesa la sorte dell'imprenditore Goeldi che, pur avendo ricevuto ieri mattina il suo passaporto con il visto di uscita, resta confinato in un albergo di Tripoli. Proprio nelle pieghe di quest'accordo il nostro premier potrebbe svolgere un ruolo convincendo Gheddafi a consegnargli Goeldi forse già nella serata di oggi. In maniera molto poco diplomatica lo stesso Berlusconi, venerdì sera, ai giovani dei Club delle libertà aveva annunciato che Goeldi «potrebbe forse essere consegnato al nostro Paese». Se Berlusconi dovesse riuscire nell'impresa acquisirebbe un importante credito nei confronti del Governo elvetico che nonostante gli sforzi del ministro dell'Economia Giulio Tremonti, tarda a concedere all'Italia il trattamento dato alla Francia per inserire nel nuovo accordo contro la doppia imposizione gli standard Ocse sugli scambi di informazione tra amministrazioni fiscali per la lotta all'evasione.

La notizia del viaggio lampo di Berlusconi a Tripoli ha suscitato reazioni critiche delle opposizioni, dai radicali al Pd all'Italia dei valori mentre l'Associazione degli italiani residenti in Libia (Airl) con la presidente Giovanna Ortu rileva che mentre Berlusconi si è subito reso disponibile a volare a Tripoli per prendere in consegna il cittadino svizzero i rimpatriati sono sempre più offesi all'atteggiamento del Governo che «non ha ancora firmato il decreto attuativo che consente la liquidazione del modestissimo indennizzo per i beni confiscati previsto dalla legge di ratifica del Trattato italo-libico».


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Berlusconi a Tripoli dopo Sofia

La Stampa

13 giugno 2010

Francesca Paci

Se oggi pomeriggio il premier Silvio Berlusconi atterrerà davvero a Tripoli - perché come avvertono fonti di Palazzo Chigi «con la Libia fino all'ultimo non si sa mai» - sarà questione di routine, una delle numerose consultazioni da tempo in corso tra i due governi. Almeno ufficialmente.
Mentre infatti il programma protocollato della visita prevede che i due capi di Stato discutano della preparazione del G8, del G20 e soprattutto del 30 agosto prossimo, ex giornata dell'odio contro gli italiani trasformata in ricorrenza dell'amicizia, voci di corridoio suggeriscono che la sortita di Berlusconi abbia motivazioni diplomatiche assai più circostanziate. Certo, c'è la storia dei tre pescherecci battenti bandiera tricolore intercettati e fermati dai libici, ma si tratta di normale amministrazione. Nulla a che vedere comunque con il destino dell'imprenditore svizzero Max Goeldi sul cui rilascio, atteso per questa sera, il primo ministro italiano potrebbe avere un'influenza determinante.
Il condizionale a questo punto è d'obbligo. Di certo c'è solo la presenza a Tripoli di Micheline Calmy Rey e Miguel Angel Morations, rispettivamente ministro degli esteri elvetico e spagnolo, con la missione di risolvere la vicenda che contrappone Berna a Muammar Gheddafi dal 2008, quando Hannibal Gheddafi, uno dei figli del colonnello, fu arrestato a Ginevra con l'accusa d'aver maltrattato due domestici. In cambio dovrebbe essere rilasciato Max Goeldi, l'uomo d'affari svizzero condannato l'11 febbraio scorso a quattro mesi di detenzione per violazione della legge sull'immigrazione.
E Berlusconi? Come s'incastra la deviazione dal viaggio di ritorno da Sofia nel complicato puzzle geopolitico euro-mediterraneo? Non è un mistero che da quelle parti la sua parola sia piuttosto ascoltata: perché non spenderla in un caso delicato come questo? Da mesi Spagna e Germania mediano per raggiungere un accordo. Ma mentre la Libia continua a subordinare il rilascio di Goeldi all'istituzione di un tribunale che si pronunci sulla legalità del procedimento contro Hannibal, nessuno ha dimenticato il summit della Lega araba a Sirte, quando il premier italiano giocò un ruolo decisivo nello sblocco della crisi dei visti tra Tripoli e l'Unione Europea. Nonostante il lavoro delle diplomazie di Berlino e Madrid restava in piedi la barriera con la Svizzera e oggi, in prossimità dell'epilogo, è meglio assestare una vigorosa spallata in più.
Storia o leggenda, a credere all'intercessione provvidenziale di Berlusconi è l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, che ieri ha tuonato contro la disponibilità del nostro premier «a prendere in consegna il cittadino svizzero in cambio di chissà quali contropartite del governo elvetico». La presidente Giovanna Ortu non usa mezzi termini: «E' una vicenda che trascende le nostre povere cose e sarà certamente occasione d'un nuovo scambio di effusioni tra Berlusconi e Gheddafi in vista della visita del leader libico in Italia il 30 agosto».


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The Gaddafi-Berlusconi connection

 

The Guardian

4 September 2009

John Hooper

 

Before the hullabaloo over the celebrations in Libya passes away, it is worth making a small but intriguing point.

As noted earlier this week, one of the few western leaders to turn up was Silvio Berlusconi (though his government stressed it was to celebrate, not Colonel Gaddafi 's seizure of power, God forbid!, but the first anniversary of a co-operation treaty with Libya ). The conventional explanation of Berlusconi's chumminess with Gaddafi (you may recall he had the colonel over for a high-profile visit in June ) is that he has no alternative.

The media tycoon returned to office last year mainly because of a promise to crack down on crime and clandestine immigration. And if clandestine migrants from Libya continue to land on Italy 's southern shorelines and islands, he will be accused of failing to deliver. In May, for the first time, Tripoli agreed to take back migrants intercepted by the Italians in international waters (controversially, because they do not have a chance to apply for asylum). Libya's agreement was a direct outcome of the co-operation treaty mentioned earlier and signed in August 2008 after a diplomatic operation handled personally by Berlusconi, and from which Italy's professional envoys were almost wholly excluded. Among other things, the treaty promised the Libyans extensive investment, partly in reparation for Italy's colonial wrongdoings.

But the two leaders are connected by something other than political expediency. Their families have a common (and highly debatable) business interest.

In June, the small Italian news agency Radiocor reported that a Libyan company, Lafitrade, had taken a 10% stake in Quinta Communications , a cinema production company founded by a Tunisian-born but French-based entrepreneur, Tarak Ben Ammar. Lafitrade is controlled by the Gaddafi's family's investment vehicle, Lafico.

So far, so uncontroversial. Except that a) one of the other firms invested in Quinta Communications, with a stake of around 22%, is a Luxembourg-registered investment company owned by the Berlusconi family investment vehicle, Fininvest; and b) Quinta Communications and Mediaset , the Berlusconi-founded TV empire, each own a one-quarter stake in a new satellite TV channel for the Maghreb, Nessma TV.

This would seem to constitute a pretty staggering conflict of interest for Berlusconi, to add to the many he already has in Italy. But even leaving that aside, one of Nessma's target markets is Libya. And by letting the colonel's minions into Quinta, Berlusconi and Ben Ammar have handed a share in the ownership of the station to the Libyan regime. It will be interesting to see the extent to which Nessma's journalists will feel free to criticise Gaddafi's running of the country.

Ben Ammar, a businessman pure and simple, can do what he likes. But Berlusconi is in a rather different position as prime minister of a democratic nation.

What is as striking as anything about all this is the role played – or rather, not played – by the Italian media. In all the thousands of words I have read and heard since June about the dealings between the Berlusconi and Gaddafi governments, I had not read even one that called attention to this new link between the two leaders. My attention was drawn to it by a reader. Libya's entry into Quinta, which I suspect would have been front-page news in any other European country, was reported briefly by a couple of dailies, but in their financial section. Neither piece made any allusion to the link to Nessma.

When Berlusconi visited Tunisia last month, some of the reporters who accompanied him chronicled his visit to a local satellite TV station and described how he had chatted in his usual, apparently relaxed, fashion to journalists in the newsroom. The station was Nessma. Only the Italian news agency Ansa, as far as I can make out, was indelicate enough to mention that the Berlusconi family's TV empire was one of the owners. And that was in the last paragraph of its correspondent's dispatch.


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Berlusconi bacia la mano a Gheddafi (video)

Repubblica.it

28 marzo 2010

http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-bacia-la-mano-di-gheddafi/44664?video

 


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Libia-Europa, risolta la crisi dei visti. «Grazie all'Italia»

 

Corriere della Sera

28 marzo 2010

Maurizio Caprara

La Libia si è impegnata a riprendere il rilascio di visti ai cittadini dei Paesi dell'Unione europea aderenti alla cosiddetta «area Schengen». A causa di un contenzioso con la Svizzera , seppure con alcune eccezioni questi permessi di ingresso sul territorio della Giamahiria sono stati negati o sospesi dal 14 febbraio scorso. La novità sulla fine blocco è emersa ieri dopo che il regime del Colonnello Muammar Gheddafi, il cui figlio Hannibal venne arrestato per due giorni a Ginevra nel 2008 con l'accusa di aver picchiato due persone di servizio, ha apprezzato un comunicato della presidenza di turno spagnola dell'Ue preparato da José Luis Zapatero anche in seguito a una consultazione al telefono con Silvio Berlusconi.

Il presidente del Consiglio italiano, ieri unico capo di governo occidentale presente al 22° vertice della Lega araba a Sirte, in Libia, aveva premuto affinché l'Unione diffondesse quel comunicato che sancisce una svolta: dal «sistema informativo di Schengen sono stati cancellati» i nomi di 188 libici, Colonnello compreso, inseriti nel novembre 2009 dalla Svizzera tra i visitatori indesiderati. Diceva ieri sera al Corriere, di ritorno da Sirte, l'ambasciatore libico a Roma Abdulhafed Gaddur: «Grazie a Berlusconi. Ce l'ha messa tutta nell'Ue per riconciliare. Con la Svizzera rimane tutto come prima: deve accettare un arbitrato internazionale sulla detenzione di Hannibal Gheddafi e le sue foto agli arresti date alla stampa». In sostanza la nota spagnola, e il suo «rammarico» per «i disagi causati a cittadini libici» dalla lista nera, avrebbe l'effetto di far esonerare dal blocco dei visti di Tripoli i cittadini di circa 20 Stati tranne gli svizzeri. A Sirte, ai margini dell'incontro della Lega araba, Berlusconi ha letto alcuni suoi appunti con proposte di soluzione al premier libico Baghdadi Ali al Mahmudi e al ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos. Poi la telefonata con Zapatero.

A proposito di visti, la Libia ha chiesto a Berlusconi un permesso: a pubblicare una sua foto di quando firmava con Gheddafi il trattato di amicizia, nel 2008, nella storia a immagini del Paese che comparirà in filigrana sulle pagine dei nuovi passaporti. Parentesi di conversazioni appartate in una giorno particolare. Tra l'Amministrazione di Barack Obama, contraria a 1.600 nuove abitazioni israeliane a Gerusalemme Est, e il governo d'Israele guidato da Benjamin Netanyahu, Berlusconi ha scelto di difendere la prima. Accolto a braccia aperte dal Colonnello, salutato da inni e balli berberi, davanti alla Lega araba ha definito «controproducenti» le decisioni sugli insediamenti. «Credo nell'impegno del presidente Obama», ha detto Berlusconi dalla tribuna, augurandosi una pace che includa il «Golan alla Siria» (aveva parlato con Basahar el Assad) ed elogiando la moderazione del palestinese Abu Mazen. Il quale, ieri, accusava Israele: «Non ci saranno negoziati indiretti senza la fine dell'occupazione».


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La Libia respinge i cittadini europei

Il Secolo XIX

15 febbraio 2010

Giuseppe Giannotti

Domenica mattina avevano reso nota la decisione di annullare con effetto immediato i visti di tutti i turisti provenienti dall'area Schengen. E già la sera le autorità libiche hanno messo in atto il provvedimento, respingendo i cittadini europei. All'aeroporto internazionale di Tripoli è scoppiato il caos. Anche perché sono stati colpiti dal provvedimento cittadini già in possesso di un regolare visto, concesso nei giorni scorsi. A farne le spese anche diversi italiani. Un primo gruppo, del quale facevano parte tre italiani e nove portoghesi, è stato bloccato all'aeroporto dalle autorità libiche, sottoposto a severi controlli durati ore, poi rimpatriato con lo stesso aereo con il quale era arrivato. I nove portoghesi respinti, fra l'altro, erano stati invitati dello stesso governo libico per partecipare alla fiera libico-portoghese. Ad assistere gli italiani bloccati, il console generale Francesca Tardioli che ha passato la notte in aeroporto. I respingimenti sono proseguiti per tutta la giornata, man mano che arrivavano i voli dall'Europa. Altri tre italiani, arrivati con un volo dell'Air Malta, sono stati rimandati indietro. I cittadini fatti entrare in Libia sono per lo più di dipendenti a contratto di società petrolifere che operano in Libia.
Oltre agli italiani hanno avuto problemi anche cittadini portoghesi, austriaci, francesi, greci e maltesi. Il provvedimento non riguarda i cittadini britannici, dato che la Gran Bretagna non aderisce al patto di Schengen. Da Bruxelles arriva la prima reazione per voce del commissario europeo agli Affari Interni, la svedese Cecilia Malmstroem. «La Commissione Europea - si legge nella nota diffusa a Bruxelles - deplora la decisione unilaterale e sproporzionata delle autorità libiche di sospendere la concessione di visti a cittadini di paesi Ue dell'area Schengen. La Commissione si rammarica inoltre che a viaggiatori che avevano ottenuto visti legalmente prima della misura di sospensione è stato rifiutato l'ingresso una volta giunti in Libia».
L'Italia, da parte sua, ha fatto sapere di voler «verificare la correttezza della decisione della Svizzera». «Priorità del governo italiano e di tutti i paesi colpiti dal provvedimento - ha evidenziato il ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi - è tutelare i cittadini, gli imprenditori e le libertà di interscambio» dell'area Schengen. Mentre il ministro degli esteri Frattini ha affermato che «la decisione svizzera» di inserire Gheddafi nella cosiddetta lista nera di Schengen «per risolvere una questione bilaterale, di fatto prende in ostaggio tutti i Paesi» dell'area Schengen. La Farnesina ha poi diramato un comunicato nel quale sconsiglia tutti i viaggi verso la Libia «fino a quando il problema non sarà risolto».
La Svizzera non ha commentato lo stop della Libia ai visti. Una decisione assunta da Tripoli dopo che la Svizzera aveva emanato un decreto per evitare l'ingresso nel territorio elvetico a 188 libici, tra cui il leader Gheddafi e membri della sua famiglia.«Il governo svizzero - si è limitato ad affermare il portavoce del Ministero degli Esteri elvetico, Lars Knuchel - ha deciso alla fine dell'estate 2009 una politica dei visti restrittiva nei confronti della Libia. E tale politica è ancora applicata».

“Una ferita che si riapre ogni volta”

“Ogni volta che sentiamo queste cose, per noi è come se si riaprisse una ferita”. Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), commenta così la decisione di Tripoli di sospendere i visti turistici ai cittadini dell'area Schengen. La Ortu sottolinea con rammarico “quanti sforzi l'Italia abbia fatto per prostrarsi al colonnello” e come quest'ultimo “ne inventi sempre una nuova”. La presidente dell'Airl chiede più “fermezza” alle autorità italiane. “Non si può far ragionare uno psicopatico ma si può cercare una costante che salvi almeno la dignità”.

 


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Il racconto degli italiani cacciati: "Ma perché vi stupite? Quello è capace di tutto"

 

La Stampa

16 febbraio 2010

Francesco Grignetti

p. 2


Dalla bolgia dell'aeroporto di Tripoli, dove le autorità libiche hanno bloccato tutti i passeggeri provenienti dall'area Schengen, filtra un solo aggettivo: «Estenuante». Il console generale d'Italia, la signora Francesca Tardioli, riferisce di «difficoltà trovate da diversi passeggeri europei». Sono stati almeno sessanta gli italiani rimasti impigliati nelle maglie del capriccioso dispositivo dei libici: 10 alla fine li hanno respinti, 52 sono passati. Il personale diplomatico, però, e la stessa Tardioli, hanno assistito per tutta la notte a scene di confusione e di dubbio. Sia a quelli ammessi, sia ai respinti non è stata fornita alcuna spiegazione.
A sentire di quel caos a Tripoli, ci sono però alcuni italiani che hanno sorriso. Amaramente. «Quell'uomo ci ha abituati ad aspettarci davvero di tutto», scrolla le spalle la signora Giovanna Ortu, che è la presidente dell'associazione italiani rimpatriati dalla Libia e che con Gheddafi gioca una partita di nervi da quasi quarant'anni. La signora Ortu aveva trent'anni, nel 1970, quando il Colonnello decise d'improvviso di cacciare tutti gli italiani residenti in Libia. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti correnti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo portassimo al sicuro».
Ci furono altre perquisizioni anche prima di riuscire a salire sull'aereo che li avrebbe portati in Italia: sani e salvi, ma poverissimi. E però la signora Ortu, pensando a quei manager o ai semplici turisti bloccati in aeroporto per un capriccio del leader con il turbante, ricorda ancora l'ansia per salirci, su quel benedetto aereo. «Non riuscivamo a ottenere il nullaosta per la partenza e ci sentivamo ostaggi a casa nostra. All'epoca eravamo dei piccoli proprietari terreni; il decreto di requisizione ci portava via tutto, non avevamo più nulla, eppure non ci lasciavano partire. Finché non capimmo che mancava all'appello un vecchissimo furgoncino, un ferrovecchio che noi nemmeno consideravamo più, e invece, siccome risultava dall'elenco delle proprietà, loro pensavano che lo tenessimo nascosto. Per fortuna, in un modo o nell'altro riuscimmo a portarlo e ci lasciarono liberi».
La rivista «Italiani d'Africa», il bollettino dell'associazione, sta per ripubblicare un articolo di Igor Man. La professoressa Ortu lo rilegge con trepidazione. «Erano - scriveva il Vecchio cronista - giornate convulse; gli italiani importanti e gli italiani umili salivano e scendevano pressoché ogni mattina le scale della nostra ambasciata, ma il povero ambasciatore Borromeo non aveva risposte soddisfacenti da dare ai mille angosciosi interrogativi che poi si riducevano a una domanda sola: che fine faremo?».
La professore Ortu, a sentirlo, si commuove: «Andò proprio così. Bravissimo Igor Man a raccontare la nostra angoscia».


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Roma,“Il Quadrifoglio” ha organizzato il convegno “Italia-Libia: pari diritti, pari opportunità”

IRIS Press

26 novembre 2009

bar.co.

“Si è appena concluso il Convegno 'Italia–Libia: pari diritti, pari dignità', organizzato dall'Associazione Quadrifoglio, con la collaborazione dell'A.I.R.L. (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia)". Così dichiara in una nota il responsabile del progetto, Giovanni Picone.
“E' stato un momento di incontro e confronto con la Comunità italo-libica che, anche attraverso la testimonianza diretta della dott. Giovanna Ortu (Presidente AIRL), è stata divulgata la storia dei nostri connazionali esuli libici”.
“Questo convegno – prosegue la nota del Quadrifoglio - è stato organizzato per rispondere all'impegno assunto dalla Giunta Comunale che si fatta promotrice, affinchè la ratifica del Trattato di Amicizia e Cooperazione stipulato tra il Presidente Berlusconi e il leader libico Gheddafi,  possa segnare finalmente la fine di tutti i contenziosi in essere tra i due Paesi, riconoscendo i diritti degli italiani rimpatriati dalla Libia".
All'incontro hanno partecipato importanti esponenti politici, come l'On. Fabrizio Santori primo firmatario della mozione approvata dal Consiglio Comunale lo scorso 2 febbraio sui diritti degli italiani rimpatriati dalla Libia e sulle iniziative storico-culturali volte a diffondere i valori della libertà e dell'identità nazionale, l'On. Rocco Buttiglione, Presidente nazionale UDC, il sottosegretario all'Economia e alle Finanze, Alberto Giorgetti, nonché l'On. Marco Marsilio che da sempre si è posto come primo interlocutore per difendere gli interessi soprattutto morali dei nostri connazionali.
Il Progetto 'Italia–Libia', non si fermerà a questa conferenza inaugurale ma proseguirà negli istituti scolastici del territorio del Comune di Roma, al fine di creare adeguate sinergie a livello didattico.
"Verranno organizzate – conclude il Quadrifoglio -  delle conferenze per diffondere, anche attraverso la visione di una mostra fotografica, la storia della Comunità Italo Libica alle nuove generazioni, storia che per troppo tempo è rimasta in secondo piano”.


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Tutti zitti sulle "lezioni" di Gheddafi

 

Corriere della Sera

18 novembre 2009

Pierluigi Battista

p.1

 

Un paio di domande su donne e potere. La prima: perché una ragazza non avvenente o di statura inferiore al metro e 70 deve essere esclusa, e solo a causa di queste presunte «manchevolezze» fisiche, dagli insegnamenti religiosi impartiti dal colonnello Gheddafi nel suo tour romano? La seconda: si ha per caso notizia di qualche petizione, di qualche protesta, di qualche indignata considerazione che voglia stigmatizzare questa palese offesa alla dignità delle donne, ragazze come gingilli da esibire al cospetto del satrapo in visita ufficiale?

Le prescrizioni di Gheddafi sono state molto precise . I suoi collaboratori dovevano contattare circa duecento ragazze attraverso un sito specializzato per il reperimento di hostess da retribuire con una sessantina di euro (tra l'altro: non esiste un sindacato delle hostess?). Il canone fissato prevedeva che le ragazze fossero di bell'aspetto, possibilmente bionde. Che dal metro e sessantanove centimetri in giù di statura sarebbe scattato implacabile l'ostracismo. Che fossero vestite di nero, vietate minigonne e scollature, il tacco di almeno sette centimetri, e la taglia, inderogabilmente, 42. Solo a queste condizioni le ragazze sarebbero state meritevoli delle lezioni di Gheddafi sul Corano e sensibili alle istruzioni del Libretto Verde, distribuito come cadeaux dopo un paio di notti di infervorate diatribe religiose innaffiate, raccontano le cronache, da dosi massicce di cappuccino.

Dicono inoltre le cronache che una ragazza è stata allontanata , perché giudicata troppo bassa e un'altra esortata a lasciare la compagnia (sarebbe meglio dire l'improvvisato simulacro di un harem?) perché non del tutto compatibile con i canoni ideali della bellezza secondo il colonnello Gheddafi: in altre parole, perché bruttina. Ma c'è qualcosa di più feroce di un'esclusione dovuta esclusivamente per cause, per così dire, fisiche? Mica quelle ragazze erano state selezionate per un concorso di bellezza, o per il casting di una trasmissione televisiva, o per allietare un evento mondano. No, erano state scelte per ascol­tare la parola di Gheddafi sull'Islam, sul crocifisso, sulle profezie, sulla virtù, sulla conversione. E allora che c'entrano la taglia 42 e il tacco di almeno sette centimetri? Ma se non c'entrano, come mai si è improvvisamente inaridito il fiume di discorsi e petizioni che in questi mesi si è imposto sulla degradazione del corpo delle donne, sulle ragazze ridotte e umiliate a strumento per allietare le serate dei sultani, all'imposizione di un canone convenzionale di bellezza che mortifica l'intelligenza delle donne, che trasforma le ragazze in oche e veline sottomesse ai capricci dei potenti? E invece adesso c'è il silenzio. Il silenzio assoluto.

L'imbarazzo ufficiale per le stravaganze di un sultano con cui è obbligatorio (e conveniente) conservare eccellenti rapporti bilaterali. L'imbarazzo civile di chi centellina con un po' di cinismo (o di malafede?) la propria indignazione, azionandola solo in qualche occasione, imbavagliandola quando il bersaglio non è il solito Nemico di cui è persino superfluo fare il nome. Una festa dell'ipocrisia in cui a farne le spese sono un gruppo di ragazze ammassate su un torpedone. Taglia 42, tacco di sette centimetri, abitino nero per regalare al colonnello la soddisfazione di una bella lezione di religione.


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Libri. L'Italia e l'ascesa di Gheddafi

 

Il Foglio

23 ottobre 2009

Cinque anni cruciali di relazioni tra l'Italia e la Libia: dall'arrivo al potere di Gheddafi, che in soli undici mesi, avrebbe portato alla brutale espulsione di ventimila italiani, costretti ad abbandonare senza alcun risarcimento un patrimonio valutato intorno ai duecento miliardi di lire dell'epoca; fino a quello storico accordo di cooperazione tra Italia e Libia del 1974 che rese di nuovo i due paesi partner privilegiati, facendo anzi dell'Italia una delicatissima e fondamentale “cerniera”. Da quell'accordo nacque una nuova storia di relazioni che - pur tra alti e bassi, soprattutto legati all'erratica personalità del raìs libico – portò fino al trattato d'amicizia del 2008.

La prefazione è di Angelo Del Boca: massimo storico del colonialismo italiano, e anche suo massimo fustigatore da posizioni di sinistra anticolonialista, anche se sempre rispettoso dell'equanimità storica.

La presentazione del volume ieri a Roma, è stata però organizzata in collaborazione con l'Associazione Italiana Rimpatriati dalla Libia, che a lungo ha esposto valutazioni opposte a quelle di Del Boca. E Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, è stata tra gli oratori. Un fatto che segnala un progressivo avvicinamento delle posizioni. Ma ci voleva anche un libro come quello di Varvelli per “rappresentare questo nuovo spirito”. Ricercatore presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) di Milano, Varvelli ha infatti compiuto una ricerca certosina tra archivi e documenti diplomatici non al servizio di tesi dì parte ma della verità storica. E di sorprese e rivelazioni ne ha fatte emergere in quantità.

Una su tutte: c'è la possibilità che a provocare la cacciata degli italiani dalla Libia sia stata in realtà la pasticciata visita di tre deputati di sinistra italiani, venuti “a nome del Parlamento” e all'insaputa dell'ambasciata a presenziare, unici occidentali, alle manifestazioni per il ritiro statunitense dalla base di Wheelus nel 1970. Insospettendo però il terzomondista ma anche anticomunista Gheddafi al punto da fargli “intravedere una manovra” obliqua del nostro paese. Insomma, non una vendetta per il fascismo, ma una prevenzione del comunismo. La complementarietà tra le due economie era assoluta. Per questo l'Italia non poté procedere a rappresaglie. Per questo la Libia colpì i coloni che avevano in mano gran parte della piccola impresa, ma senza toccare i grandi interessi, a partire dall'Eni. E la diplomazia italiana a lungo si illuse, non capendo che la distruzione del ceto medio straniero era per Gheddafi un obiettivo irrinunciabile e sperò nella mediazione di Nasser.


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Noi fiorentini, dall'altra parte della Libia

 

Corriere Fiorentino

16 ottobre 2009

Edoardo Semmola

p. 12

 

«Un giorno si inventarono la tassa sul balcone, quello dopo una tassa sulla porta d'ingresso, se sporgeva sulla strada, un altro pure la tassa sul cane... Ore e ore di fila agli sportelli solo per ‘‘documentare'' di non aver mai avuto cani in famiglia... Dovevamo capire che aria stava tirando, ogni giorno la radio annunciava nuove vessazioni a cui noi italiani dovevamo sottostare».

Francesco Chirchirillo oggi ha 60 anni, vive a Firenze, e ieri pomeriggio è andato all'inaugurazione della mostra L'occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo. 1911-1943 a Palazzo Medici Riccardi. È nato a Tripoli, suo padre era nato a Bengasi e «parlava l'arabo come prima lingua, prima ancora dell'italiano», e il nonno siciliano trasportava merci tra la Tunisia e la Libia già dal 1898. «Insomma, non si può dire che fossimo ‘‘integrati'', come si dice oggi, perché la comunità italiana è sempre stata separata dai libici, ma quasi». Francesco Chirchirillo faceva il geometra per una compagnia petrolifera americana e lavorava nel deserto. Con il primo stipendio, a pochissimi mesi dalla cacciata, «mi comprai la Cinquecento ». Ma non ebbe grandi occasioni per guidarla: aveva solo 20 anni quando con decreto del colonnello Ghed­dafi improvvisamente divenne un cittadino «indesiderato». Ne doveva compiere 21 quando fu cacciato, come tutti gli italiani, una mattina presto, svegliato di soprassalto. «Mi misero su una nave alle 2 del pomeriggio, all'imbarco ci sequestrarono alcune casse e a mio padre tolsero l'orologio direttamente dal polso dopo avergli portato via tutto». Eppure, Francesco Chirchirillo, come tanti italiani che hanno vissuto quella dolorosa esperienza, la Libia ce l'ha nel cuore. Quando ne parla, quando ricorda, non può fare a meno di commuoversi. «Mi scusi un attimo, fa male, fa ancora male, a quarant'anni di distanza, certe ferite non si rimarginano». Ce l'ha nel cuore, nella memoria: «Ho nostalgia dei miei 20 anni, della terra che ho lasciato ma non di quella che potrei trovarci oggi». Ma quando la commozione cede il passo, torna su prepotentemente la rabbia: «Vorrei tornarci, un giorno, anche solo per poter venire via ancora una volta e dire di averlo fatto di mia spontanea volontà perché quella non è più la mia terra, e non perché mi hanno buttato fuori».

GLI «INDESIDERATI» - Di quegli italiani che nel 1970 si svegliarono «indesiderati» (questo il termine del decreto di Gheddafi con cui si definivano gli italiani a partire dal 1969), a Firenze vivono cinque famiglie. Per qualcuno di loro, ieri sera a Palazzo Medici Riccardi, più che un amarcord è stata una «brutta sorpresa», qualcosa contro cui «protestare». Mauro Annese , 72 anni, è nato in Libia e si è sposato con una fiorentina. Per questo oggi vive a Firenze. Di fronte alle fotografie in mostra è visibilmente irritato: «Questa è una mostra di sinistra e parla solo delle efferatezze degli italiani, non è imparziale, disconosce tutta una parte di storia, quella della generazione di mio padre che a partire dagli anni Trenta ha contribuito a costruire quel paese dal nulla. Avrei voluto manifestare insieme ad altri tripolini fiorentini davanti al palazzo e spiegare bene come stanno le cose». Non ha fatto alcuna protesta, in compenso però è entrato a Palazzo Medici Riccardi armato di tutto punto di cartoline che mostrano una Tripoli bellissima, «quella che abbiamo costruito noi italiani, perché si capisca che non ci sono state solo le torture e le violenze durante il fascismo, ma c'è stato anche altro, dopo, quando fino all'avvento di Gheddafi la vita era bella e tra noi, i libici e gli ebrei c'era grande simpatia, si lavorava tutti insieme senza pregiudizi, con grande rispetto reciproco e nessun astio, e per 30 anni non abbiamo mai avuto problemi». Guardano le foto, sfogliano i libri e i documenti che si sono portati dietro, come pezzi di memoria. E tutti, come anche Vittorio Lattanzi e Claudio Tascone , anche loro fiorentini reduci della «cacciata» del '70, sono concordi su una cosa: «Non ci vorremmo più tornare neanche se Gheddafi volesse, perché ce l'ha distrutta la nostra Tripoli, l'ha riempita di grattaceli e orribili palazzoni, non la riconosceremmo più, soprattutto il lungomare... quel bellissimo, quasi da Costa Azzurra, lungomare con le palme». «Gheddafi aveva la necessità di implementare le funzioni portuali e la bellezza del lungomare è stata una delle prime ‘‘vittime'' della sua ascesa al potere» racconta Tascone. «Qualcuno è tornato, più che altro per turismo — continua Annese — Ma io no. I miei sono ricordi molto felici, con mia moglie abbiamo vissuto lì per 7 anni...» e, aggiunge Lattanzi, «anche se mi dessero la possibilità di tornare non ci andrei: Tripoli è stata distrutta dal cemento, vedere delle dune al posto degli ulivi piantati da mio padre, portati direttamente dalla Toscana nel 1926, e frutto di 44 anni di lavoro... No, preferisco i bei ricordi invece che trovarmi davanti agli occhi uno sfacelo».

IL GIORNO DELLA «CACCIATA» - Anche lui ricorda il giorno della «cacciata»: «Fortunatamente noi fummo rimpatriati in aereo e non in nave, ma fu ugualmente umiliante per le perquisizioni, specialmente quella di mia madre a cui delle soldatesse (prese in prestito dall'Egitto perché in Libia non ce n'erano) rubarono molti gioielli». Suo padre faceva l'olio. «Era un gran olio! Eravamo milanesi di famiglia ma mio padre mi mandò a studiare agraria a Firenze perché qui la facoltà era specializzata nel campo degli ulivi. D'accordo, furono fatte brutte cose durante l'occupazione ma la mia generazione ha lavorato e prodotto ricchezza per la Libia e i libici, Gheddafi non può fare di tutti gli italiani un fascio: il nostro olio era consumato dai libici stessi, e abbiamo anche portato macchinari all'ora di avanguardia dalla Veraci di Firenze». Sono tornati in Italia senza niente, espropriati di tutto. E se c'è chi, come Mauro Annese, sospira e pensa, «se mio padre avesse venduto tutto quando le cose cominciarono a peggiorare, oggi sarei miliardario!», c'è anche chi ha messo da parte il rancore. Uno è l'ottantunenne Claudio Tascone che si definisce «più che italiano, sono un uomo di mondo, e infatti il mondo l'ho girato tutto». Lui è più propenso a chiudere i conti con il passato. Anche se suo nonno «ha realizzato dal niente una grande azienda agricola, un impianto di irrigazione, perfino una chiesa in collina», Tascone vuole lasciarsi alle spalle le polemiche, il colonnello Gheddafi, l'esplusione, e sorriderci sopra: «La Libia ci ha cacciato ma l'Italia non ci ha accolto, non c'era neanche un cane all'aeroporto, sono tornato con una mano davanti e una di dietro (e 20 dollari scampati alla perquisizione perché nascosti molto bene!) mentre prima dirigevo una grande trading company libico-svizzera, ma oggi i miei sentimenti sono in aggiornamento: è giusto ormai fare un accordo con quel gran furbacchione di Gheddafi, sarebbe assurdo continuare per altri cento anni un contenzioso inutile. Meglio chiudere alla svelta i conti in sospeso con un individuo come questo, con fermezza ma senza manifestazioni emotive». Neanche lui tornerà in Libia. «La conosco palmo a palmo, ci tornerei solo come cane sciolto, senza rivolgermi a un'agenzia di viaggi... Verso il popolo libico ho un sentimento di amicizia, mi rammarico solo di non poter abbracciare di nuovo alcuni miei ex dipendenti. Nessun rancore, sono un uomo di mondo».


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Le imprese aspettano 626 milioni da Gheddafi

 

Corriere Economia

28 settembre 2009

Cecilia Zecchinelli

p.2

 

Passate le celebrazioni per la ritrovata amicizia italo-libica, archiviate ormai le polemiche sulla visita di Silvio Berlusconi a Tripoli, restano altre questioni aperte tra i due Paesi. L'immigrazione, certo. L'ingresso del colonnello nel Milan, forse (ma questa è faccenda privata del premier). E l'ormai trentennale pasticcio dei crediti delle aziende italiane. Un pacchetto di oltre 600 milioni che la Jamahiriya dovrebbe versare dopo aver sospeso i pagamenti, come ritorsione, in seguito al primo embargo occidentale nel 1986.

Il contenzioso, che tutti si dicono pronti a risolvere, non è però di facile soluzione. Un'intesa è stata si decisa nell'ormai celebre Trattato d'amicizia italo-libico del 2008 (articolo 13), ma solo in linea di principio. Sulla somma da versare, e soprattutto su chi debba assumersi l'onere (e il rischio) di decidere chi deve prendere quanto, l'intera operazione si è are nata.

«La Libia ha deciso non solo di pagare 450 milioni anziché i 626 dovuti in solo conto capitale, ma di versarli al governo italiano e non alle imprese», spiega Pierluigi d'Agata, direttore generale di Assafrica, l'associazione di Confindustria per l'Africa e il Medio Oriente.

E il governo italiano non intende (per ora?) incassa­re quel denaro e ridistribuirlo, vista l'alto rischio di contestazioni da parte dei creditori. I 450 milioni sono stati poi ancora «scontati" da Tripoli, che sostiene di averne già versati 200 a varie imprese e quindi di avere ormai un debito che ammonterebbe a soli 250 milioni.

«Qualcuno è stato pagato, è vero, come Alitalia o Impregilo; altri hanno recuperato qualcosa tramite Sace - conferma Giorgio Vinai, amministratore de­legato della Conicos, in Libia da oltre 30 anni e ora impegnata nella costruzione dell'aeroporto di Ghat, tra i maggiori creditori -. E delle 115 imprese, rimaste c'è chi ha chiuso, chi non ha documentazione dei crediti. Ma che la Libia debba pagare è fuori dubbio. Altrettanto certo è che l'Italia deve risolvere questo pasticcio: dopo il successo del Trattato d'amicizia è inconcepibile lasciare il nostro problema in sospeso».

A complicare ulteriormente le cose, il fronte creditori è diviso in tre gruppi: Assafrica, Ance (con gli importi maggiori) e Airil. Oltre a Finmeccanica. Gruppi che si parlano, certo, ma con idee diverse su come uscire dal pantano e diversi gradi di bellicosità. Come diversa è la posizione tra chi in Libia vuole restare e chi se ne è andato. O tra chi deve avere somme ingenti e chi ne aspetta di minime, più pronto a battaglie di principio. Magari (si dice) anche ad incatenarsi davanti a Palazzo Chigi.

«Il problema - confermano fonti del governo italiano - resta aperto e complicato: oggi non c'è nessun accordo nè sulle cifre nè sui metodi, anzi è tutto bloccato. E l'Italia si trova in una posizione molto scomoda». Perché la proposta dei creditori, già oggetto di proposte di legge non'ancora approvate, è che «Roma prenda quanto offre la Libia per ragion di Stato», facendosi magari carico di pagare la differenza alle imprese. Cosa che porterebbe a molti probabili contenziosi.

Ma posizione scomoda anche perché i libici non sono contenti di vedersi rinfacciare che non hanno pagato. Proprio ora che il clima è tornato sereno tra i due Paesi.

«Ci sarebbe ancora quel problema dei crediti delle aziende da risolvere ... », ha ricordato Berlusconi a Gheddafi nell'ultimo tete-à-tète il 30 agosto, tra un passaggio delle Frecce Tricolori e una considerazione sul Medio Oriente. Ma il discorso, a quanto è dato sapere, è finito lì.


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La lettera del giorno: Italia e Libia di Gheddafi una pietra sul passato

 

Corriere della Sera

3 Settembre 2009
p.41

 

La storia dell'Italia in Libia coincide con quella di tante nostre famiglie lì rimaste fino alla brutale espulsione da parte di Gheddafi. Non so se da quel momento ci hanno addolorato di più i mille sgarbi libici dei quali siamo stati oggetto, oppure l'indifferenza del Governo italiano, tutto proteso a cercare ogni possibile ossequio per ingraziarsi il dittatore e per vantare la lungimiranza (o non piuttosto l'acquiescenza) della sua politica estera. E arriviamo oggi alle incredibili affermazioni, riportate dal Corriere del 28 agosto, del senatore Lamberto Dini, ex ministro degli Esteri e attuale presidente della Commissione Esteri del Senato. Il suo invito a «mettere una pietra sopra» al nostro dolore e ai nostri diritti, solo perché vecchi di quarant'anni, per lasciare posto a risarcimenti miliardari per storia di cent'anni fa, al cane a sei zampe, ai cammelli vari e alle nostre adorate Frecce Tricolori, ci ha ferito e indignato molto più dell'espulsione e della confisca. Vorremmo far sapere, tramite il Corriere, al senatore Dini che le pietre possono anche andare bene purché siano d'oro e possano essere facilmente suddivise in preziose pepite fra i tanti rimpatriati che ne hanno diritto.

Raffaele Iannotti - AIRL Terni

 

Risponde Sergio Romano:

 

Caro Iannotti,

Ricordo brevemente per i lettori che Lamberto Dini è stato uno dei maggiori artefici degli accordi italo- libici. Berlusconi ha raccolto molti allori e, come nel caso della sua lettera, altrettante critiche. Ma i risultati sono stati ottenuti grazie ai lavori di una squadra di cui hanno fatto parte, insieme a Franco Frattini e all'attuale presidente del Consiglio, Romano Prodi, Dini, Giuliano Amato, Giuseppe Pisanu e Roberto Maroni. Nella sua intervista al Corriere Dini non esita a sostenere che la riconciliazione è un evento positivo e che gli accordi gioveranno complessivamente all'econo­mia italiana. Bisogna quindi, conclude, mettere una pietra sul passato e guardare avanti. Avrei forse usato parole diverse, ma debbo confessare, caro Iannotti, che sono d'accordo con lui. Per due ragioni. In primo luogo la sicurezza energetica è un interesse dell'Italia, non del «cane a sei zampe». Sarebbe assurdo voltare le spalle a un Paese che è, insieme all'Algeria, il più vicino e il più conveniente dei nostri fornitori.
In secondo luogo ciò che a noi maggiormente interessa in questo momento è creare un rapporto di organica collaborazione con la società libica, con i suoi tecnici, i suoi studenti, i suoi amministratori e i suoi professionisti. Vogliamo che l'Italia diventi per queste persone il principale punto di riferimento dell'Europa mediterranea. Le intemperanze e i furori nazionalisti di Gheddafi non mi piacciono. Lo stile del presidente del Consiglio nel corso dei suoi incontri con Gheddafi a Roma e a Tripoli avrebbe potuto essere più sobrio. Ma né Gheddafi né Berlusconi sono eterni. Mentre Italia e Libia continueranno ad affacciarsi sullo stesso mare per parecchio tempo.
Resta naturalmente il problema degli indennizzi dovuti agli italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970. Mi auguro che le vostre associazioni riescano ad ottenere una somma superiore ai 150 milioni che sarebbero oggi previsti dall'accordo. Ma sulla utilità delle relazioni fra i due Paesi non ho dubbi.

 

 


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Quel Tenente Colonnello che ha saputo dire no a Gheddafi

 

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Gressi Roberto

p.13

 

Non è facile dire di no al Colonnello. Se Muammar Gheddafi vuole piantare la tenda nel bel mezzo di villa Pamphili si vanno a comprare i picchetti. E se vuole libero Abdel Basset Ali Mohmet al-Megrahi, condannato per la strage nei cieli di Lockerbie, Gordon Brown e la regina Elisabetta convincono la Scozia ad aprire le porte della prigione. Sarebbe sciocco leggere tutto questo come un asservimento dell' Occidente al dittatore: proprio lui paga un prezzo per queste concessioni. È stato costretto a rinunciare al terrorismo, ad avviare una politica di collaborazione e di porte aperte e, con le necessarie cautele, ad accettare la costruzione di una amicizia tra popoli e Stati. Ma sull' immagine no, sull' immagine il Colonnello non cede di un millimetro. E allora arriva a Roma accolto con sorrisi e strette di mano con appuntata sul petto la foto dell' eroe anti-italiano Omar Al-Mukhtar. O, per anni, regala ai leader in visita in Libia i fucili dell' occupazione italiana. O, ancora, chiede di avere la pattuglia acrobatica delle Frecce tricolori per festeggiare i quarant'anni della sua rivoluzione. Non ha senso riaprire qui la polemica sull' opportunità o meno di mandare in Libia un corpo scelto della nostra aeronautica. Ma abituati alle pretese di Gheddafi assai spesso esaudite dagli occidentali per un po' abbiamo ingiustamente temuto di veder uscire una scia verde dagli scarichi degli aerei, così come i libici chiedevano, in omaggio alla loro bandiera. Così non è stato. Tammaro Massimo, da Savona, classe 1968, asciutto e senza capelli, figlio di un ragioniere della prefettura, tenente colonnello e comandante della pattuglia acrobatica nazionale, ha detto di no. Niente fumata verde. Inutile insistere: o la scia tricolore o ce ne andiamo. Ha avuto il sostegno del ministro della Difesa e del premier, ma per primo, a chiare lettere, quell'atto di coraggio e di orgoglio per le insegne nazionali lo ha fatto lui. E, per una volta, senza rispettare i gradi: un tenente colonnello che dice no al Colonnello.

 


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Il tenente colonnello Massimo Tammaro, alla testa della formazione acrobatica

 

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Nese Marco

p.16

Il nostro tricolore è una cosa preziosa. Io amo la mia patria. Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati molto amichevoli

«Un volo tranquillo, con un passaggio verticale e uno virato». Le Frecce tricolori hanno appena concluso la loro esibizione nei cieli di Tripoli. E il loro comandante, il tenente colonnello Massimo Tammaro, racconta come si è svolta la missione. «Abbiamo steso il nostro tricolore sulla città. Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati tutti molto gentili e amichevoli con noi». L' aveva detto Tammaro. «O il tricolore o ce ne andiamo». Niente scia verde come voleva Gheddafi. «Il nostro tricolore è una cosa preziosa. Io amo la mia patria». Ma chi è questo pilota che ha detto no al leader libico? «Se dovessi dare una definizione di me stesso, direi che sono uno degli uomini più fortunati del mondo». Fortunato fin da bambino. «Con un padre straordinario, ragioniere alla prefettura di Savona dove sono nato nel 1968. Mio padre usciva dal lavoro e studiava. Mi ha inculcato l' amore per la cultura». Lo portava a visitare musei e cattedrali in giro per l' Europa. «Le cattedrali gotiche mi davano i brividi. Fantastiche. Mi è rimasto un amore sconfinato per l' arte. Ho visitato ben 9 volte il Louvre». E' anche un buon collezionista di arte moderna. Il suo pezzo forte è un Armand Fernandez, detto Arman. Non ama i «valori effimeri». Dedica il suo tempo libero e i suoi risparmi a «chi non è fortunato come me». Aiuta bambini handicappati, gli hanno dato anche premi per questa sua generosità, ma non ne vuole parlare, dice che queste cose «si fanno non per ottenerne pubblicità, ma solo perché il cuore dice di farle». Di un altro premio invece parla volentieri, è un riconoscimento alla carriera che gli ha consegnato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «per aver valorizzato l' eccellenza italiana nel mondo» con la tecnologia e la professionalità della pattuglia acrobatica. «Ne sono felice. Il mio sogno è contribuire sempre più a far capire al resto del mondo quanto sia grande e bello il mio Paese». Con lui le Frecce tricolori sono entrate in ambienti dai quali prima erano fuori. «Massimo è straordinario nelle pubbliche relazioni - racconta il colonnello Paolo Tarantino, il precedente comandante della pattuglia acrobatica -. Frequenta convegni economici, imprenditori, personaggi della cultura. Fa conoscere la pattuglia e impara dagli altri le tecniche di gestione umana». Quando entrò in Accademia aeronautica, nel 1989, diede filo da torcere agli altri allievi perché era un atleta formidabile. Sui 1500 metri non lo batteva nessuno. Era anche un bravo calciatore. L' amore per il calcio gli è rimasto e quando può una partitella la gioca volentieri. Anzi. Una squadra friulana gli deve la promozione in prima categoria. La pattuglia acrobatica è di base a Rivolto, appunto in Friuli, e quando una squadra locale si trovò in difficoltà, lui accettò di scendere in campo e la portò al successo. Come tifoso, tiene per la Juventus. «Sono nato sul mare. Da bambino uscivo di casa, attraversavo la strada ed ero in spiaggia». E al mare torna. Ha un' imbarcazione sulla quale può salire solo a ottobre, perché in primavera ed estate è in giro per il mondo a sbalordire gli spettatori con le straordinarie esibizioni delle Frecce tricolori. Dice che l' aria e il mare richiedono un atteggiamento simile. Sia l' aereo che la barca comportano pianificazione e umiltà. Non si arrabbia mai. Luca Giurato, però, lo fece infuriare quando a Uno Mattina, invece di chiamarlo Tammaro storpiò il nome in Tamarro. Dieci anni fa arrivò tra gli acrobati dell' aria, i suoi colleghi della pattuglia, 10 supermen in grado di compiere evoluzioni strabilianti. «Eravamo tutti un po' tristi - ricorda il colonnello Tarantino -. Uno dei piloti aveva problemi al labirinto di un orecchio. Siccome la pattuglia acrobatica non ha riserve, rischiavamo di doverci esibire in nove invece che in dieci». Dopo una rapida selezione, fu scelto Tammaro come sostituto del pilota ammalato. «Fu una sorpresa - racconta Tarantino -. Non immaginavamo che in pochissimo tempo riuscisse a entrare nei meccanismi della pattuglia. Invece ci riuscì alla grande e portò una ventata di allegria pazzesca». Tammaro ha cominciato da Pony 9, cioè quello che nella formazione si chiama 2° fanalino. Ha scalato nel tempo da 9 a 0. Oggi è appunto Pony 0, il capo.


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Mostra sul colonialismo. L' ambasciatore protesta «Carente e incompleta».

Ma Dini, che l' ha inaugurata: no, è bella

 

Corriere della Sera

31 agosto 2009

Fregonara Gianna

p.3

 

A leggere le dichiarazioni rilasciate dall' ambasciatore italiano in Libia Francesco Paolo Trupiano sembra un altro schiaffo all' Italia: «La mostra fotografica sul colonialismo è carente e incompleta. Non andava inaugurata nel giorno dell' Amicizia italo-libica», sbotta il diplomatico dopo aver visto la ricostruzione iconografica del trentennio 1911-1943. E non si perita per il fatto che poco prima il presidente della commissione esteri Lamberto Dini abbia tagliato il nastro della mostra dichiarando sorridente: «E' comprensibile che la Libia come altri Paesi oggetto di sofferenze e violenze non voglia dimenticare il suo passato e abbia voluto allestire una mostra così bella ed equilibrata». «C'era chi avrebbe preferito una mostra che illustrasse tutto il secolo dei rapporti Italia-Libia - spiega Dini - ma i libici mi hanno assicurato che ci stanno lavorando e che a oggi era pronta solo questa fase». Tra questi sicuramente l' ambasciatore e la Farnesina, impegnata ad evitare contorni imbarazzanti e polemiche su questa visita del premier: «L' Italia ha riconosciuto le sue colpe ma la storia va avanti - spiega Trupiano - avremmo apprezzato che la mostra si concludesse con la foto di Berlusconi e Gheddafi che si stringono la mano in occasione della firma del Trattato di amicizia un anno fa, oppure con l' immagine del Castello Rosso di Tripoli accanto al Colosseo». Ennesima ambiguità di Gheddafi, che aveva promesso una cosa e ne ha inaugurata un' altra? Del resto il titolo della mostra non lascia molti dubbi sul tenore della ricostruzione: «L' occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo» e all' ingresso campeggia, su un collage di foto di violenze, mutilazioni, torture e deportazioni, la scritta: «Never Forget». Le foto sono di provenienza italiana e, anzi, all' allestimento ha collaborato oltre alla Farnesina anche lo storico Costantino Di Sante insieme all' archivio nazionale di studi storici di Tripoli. «Non farei polemiche, del resto a Gerusalemme a vedere il museo della Shoah vanno anche i tedeschi», chiosa Dini, che spiega come nella mostra siano ben in evidenza anche foto che testimoniano la costruzione di palazzi e i miglioramenti di vita portati dagli italiani. Non è contenta di altre polemiche neppure la sottosegretaria agli Esteri Stefania Craxi: «La mostra è brutta? Pace, non guardiamo alla pagliuzza nell' occhio... E' vero che nel colonialismo ci sono state responsabilità dell' Occidente ma anche la Libia nel dopoguerra ha avuto le sue. Ma oggi quello che è importante è il trattato di amicizia».


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Italia-Libia: sit in Udc davanti ambasciata, non ci inchiniamo a Gheddafi

 

Adnkronos

31 agosto 2009

 

'Basta inchini al dittatore libico', e' la scritta che campeggia sui manifesti esposti questa mattina da una delegazione dell'Udc davanti all'ambasciata libica in via Nomentana, a Roma, per protestare contro la visita di ieri di Silvio Berlusconi a Tripoli. Lorenzo Cesa, segretario del partito di via dei Due Macelli non usa giri di parole: 'Riteniamo che inchinarsi di fronte a dei dittatori sia sbagliato. In Libia vige un regime dittatoriale senza controlli internazionali, dove i diritti umani e la liberta' delle persone vengono ripetutamente violati. In piu', il regime non rispetta il dolore delle vittime, accogliendo come un eroe l'attentatore di Lockerbie. Il trattato di amicizia italo-libico e' un accordo costosissimo per noi, perche' 5 mld di dollari potevano essere investiti oggi a sostegno delle nostre imprese, infrastrutture e famiglie'.
Il leader centrista non ha dubbi: 'Non possiamo dimenticare, inoltre, gli esuli, privati di tutto, gli incarcerati da Gheddafi, gli atti di terrorismo. E' chiaro che di mezzo c'e' un ricatto di tipo energetico. E' stata una scelta quanto meno discutibile quella di lasciare i partner tradizionali per fare l'occhiolino a Gheddafi e a Putin: significa affidare all'incertezza e alla precarieta' il futuro energetico dell'Italia, pagandone pero' subito il prezzo'. Alla manifestazione partecipano circa un centinaio di persone. Ad accompagnare Cesa ci sono gli esponenti del partito Ferdinando Adornato e Francesco D'Onofrio.

Cesa insiste: 'Si tratta di un trattato mortificante per i nostri connazionali esuli, cacciati dalla Libia e privati di tutti i loro averi, che aspettano ancora un vero risarcimento. E' scandaloso che lo Stato italiano si sia occupato prima dei libici e poi degli italiani. Il ministro La Russa ha poi confermato che ci saranno collaborazioni di tipo militare con la Libia. Ma per le questioni energetiche non possiamo sacrificare tanti anni di impegno (passato, presente e futuro) nell'ambito della Nato e a fianco dei Paesi occidentali'.
Il leader centrista denuncia 'ad oggi un rischio concreto: che la politica estera del nostro Paese scivoli pericolosamente fuori dall'atlantismo e dall'europeismo e si apra alle cattive amicizie come quella con Gheddafi. La sola forza politica che si e' opposta fin dall'inizio alla firma del trattato con la Libia -sottolinea e' stata l'Unione di centro. Noi siamo stati coerenti fin dall'inizio. Gli altri no. E' un trattato umiliante per l'Italia, che fa sorridere solo Gheddafi e che non da' garanzie al nostro Paese che venga rispettato'.

 


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Berlusconi con Gheddafi: rigorosi sull'immigrazione

 

Sole 24 Ore

Gerardo Pelosi

30 agosto 2009

 

Sia pure in mezzo a mille contraddizioni comincia a concretizzarsi il Trattato di amicizia e cooperazione italo-libica, a un anno dalla firma dell'accordo di Sirte tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. Alcuni passaggi acrobatici delle Frecce Tricolori (senza fumogeni tricolori ma neutri di colore grigio-marrone) hanno salutato ieri sera i due leader riuniti in una tensostruttura nel Porto di Tripoli in attesa di prendere parte al rito dell'Iftar, la cena che interrompe il digiuno del Ramadan.

Il presidente del Consiglio italiano e leader della Giamahiria si erano incontrati poche ore prima per festeggiare il Trattato di amicizia e cooperazione firmato un anno fa a Sirte e che prevede il finanziamento da parte italiana di alcune grandi opere infrastrutturali per chiudere il passato della dominazione coloniale. Berlusconi e' atterrato a Tripoli alle 15 proveniente da Milano.
Un breve faccia a faccia con il colonnello che festeggia quest'anno i 40 anni della rivoluzione verde per affrontare tutte le questioni bilaterali a cominciare da immigrazione e pesca, poi  trasferimento a 20 chilometri dalla capitale, a Shabiz Shara, per la posa della prima pietra dell'autostrada litoranea che verrà realizzata da imprese italiane tra cui Impregilo. Un'opera di 1700 km con 203 ponti, 1470 tunnel e 30 uscite. Un'impresa storica, ha detto Berlusconi che contribuirà alla pace della regione perché collega tutti i Paesi del Maghreb. La realizzazione di un accordo che e' conveniente per entrambi i Paesi.

Sull'immigrazione Berlusconi non e' entrato nel dettaglio del barcone con a bordo 75 candestini partiti dalla Libia e intercettati in acque internazionali. Se vogliamo rispettare tutte le leggi, ha detto Berlusconi, e fare delle vere politiche di integrazione dobbiamo essere rigorosi e non aprire l'Italia a chiunque. Berlusconi e Gheddafi si sono poi trasferiti nella capitale per visitare insieme al presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini il nuovo treno veloce dell'Ansaldo Breda (gruppo Finmeccanica), che verrà' utilizzato per il collegamento della linea costiera tra Ras Ajdir e Sirte.

Il primo anniversario del Trattato che d'ora in avanti verrà celebrato come giorno dell'amicizia italo-libica e' stato festeggiato con un convegno al quale hanno preso parte oltre all'ex ministro degli Esteri Lamberto Dini e al presidente dell'associazione di amicizia italo-libica Gian Guido Folloni circa 400 italiani tra cui rappresentanti del mondo accademico e della società civile e figli di esuli espulsi nel '70 proprio da Gheddafi . L'ambasciatore italiano in Libia, Francesco Trupiano, non ha mancato, pero', di segnalare come la mostra fotografica sul passato coloniale dal titolo Never Forget non abbia messo in luce tutti gli sforzi più recenti per sanare la ferita del passato che nessuno intende negare. 

Ma l'incontro tra Gheddafi e Berlusconi e' servito anche per fare il punto sulla crisi in Medio Oriente mentre il premier italiano ha manifestato il suo compiacimento per l'andamento del voto in Afghanistan che si e' svolto in modo pacifico anche grazie alla presenza dei numerosi militari italiani. Gheddafi ha poi chiesto a Berlusconi alcuni chiarimenti sulle polemiche che lo vedono protagonista in Italia. Nessun problema, avrebbe tagliato corto il premier italiano «ho ancora il 68,4 % dei consensi degli italiani».

 


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Da Frecce Tricolori a frecce beduine per onorare il Raìs

 

Libero

30 agosto 2009

Magdi C. Allam

p.14

 

Il 20 agosto 2009 è stato il “giorno della vergogna” per questa Europa. Quasi nelle stesse ore Gran Bretagna, Svizzera ed Italia hanno incurvato la schiena per prostrarsi di fronte al dittatore libico Gheddafi, incarnazione del dio del petrolio, del gas e del denaro, confermando che siamo a tal punto moralmente degradati da non avere più alcuna remora nello svendere i nostri valori e rinunciare alla nostra dignità.

Nello stesso giorno la Gran Bretagna ha rilasciato il terrorista libico Abdel Baset al-Megrahi, condannato per la strage dell'aereo della Pan Am il 21 dicembre 1988 costata la vita a 270 persone, in cambio di nuove agevolazioni petrolifere alla Bp; il presidente svizzero Hans-Rudolf Merz si è recato a Tripoli e si è scusato per l'arresto e la detenzione del figlio del dittatore libico, Hannibal, condannato per aver picchiato a sangue due domestici circa un anno fa; il governo italiano ha confermato che Berlusconi si sarebbe recato in Libia nella ricorrenza del primo anniversario del del Trattato italo-libico di amicizia, che avviene proprio oggi, a dispetto dell'ennesima strage di clandestini costata la vita a 73 etiopi partiti dalle coste libiche, che getta ombra sul rispetto del trattato stesso.

Per l'Europa è arrivato il momento di fare la scelta strategica di liberarci dalla schiavitù del petrolio, del gas e del denaro sporco. Perché se domani, primo settembre, l'Italia sarà costretta a omaggiare il dittatore libico Gheddafi con l'esibizione delle frecce tricolori per condividere la sua festa per il quarantesimo anniversario del colpo di stato al seguito del quale cacciò 20 mila italiani confiscando tutte le loro proprietà, stimate dall'Airl in 3 miliardi di euro e che a tutt'oggi si rifiuta di indennizzare, significa che abbiamo abdicato alla nostra dignità nazionale. Ed il fatto che sia Gheddafi a pagare il costo dell'esibizione delle nostre frecce tricolori è ancor più grave, dal momento che rappresentando un simbolo della nazione, significa che ormai siamo disponibili a barattarlo in cambio di denaro. È del tutto evidente che il problema si pone dal momento che si tratta di un regime dittatoriale e reo-confesso di terrorismo internazionale, che a tutt'oggi non esita a impiegare le armi del ricatto per sottomettere ai propri diktat un'Europa edonista e pavida, che è pronta a tutto pur di poter perpetuare una concezione della felicità appiattita su parametri materialistici e consumistici.

Dovrebbe farci riflettere il fatto che oggi i nostri tre principali alleati internazionali sono Putin, Gheddafi ed Erdogan, a capo di tre regimi autoritari che detengono i giacimenti o controllano le rotte del petrolio e del gas, costituendo al tempo stesso dei mercati allettanti per le nostre esportazioni. E non a caso questa strategia è patrocinata dall'Eni che, dall'indomani della seconda guerra mondiale, ha determinato le scelte sia energetiche sia politiche dell'Italia in Medio Oriente, nel Golfo e ovunque coltivi degli interessi. Sia chiaro che a queste scelte hanno aderito sia i governi democristiani, sia i successivi governi di sinistra e di destra. È quindi una scelta che accomuna l'insieme della classe politica italiana, in cui si ritiene che la garanzia delle riforniture di petrolio e di gas debba prevalere su qualsiasi altra considerazione, compresa la legittimazione di regimi dittatoriali che violano i diritti dell'uomo e sponsorizzano il terrorismo internazionale. Non mi sorprende affatto che la Procura di Perugia, come si legge in un'inchiesta pubblicata da L'Espresso, dopo tre anni di indagini ha emesso delle condanne e rinviato a giudizio alcuni italiani coinvolti in una rete che riforniva la Libia di armi russe.

Probabilmente in Italia stiamo sottovalutando l'impatto e le conseguenze dell'accordo italo-russo-turco del 6 agosto scorso per la costruzione del gasdotto “South Stream”, frutto di un'intesa tra l'Eni e la russa Gazprom, che porterà 63 miliardi di metri cubi di gas annui dai giacimenti del Mar Caspio all'Europa attraversando il Mar Nero e i Balcani, che sostanzialmente determinerà la morte del gasdotto Nabucco, voluto dall'Ue e dagli Stati Uniti, per affrancare l'Europa dal monopolio delle forniture di gas russo. Di fatto l'Italia partecipa con la Russia e la Turchia ad una strategia energetica che favorisce la crescita della dipendenza dell'Europa sia dalla Russia che dalla Turchia che, tra l'altro, ha ottenuto in cambio dell'autorizzazione al transito del gasdotto sul proprio territorio, la costruzione da parte dei russi della sua prima centrale nucleare.

È tutto l'insieme che non torna. Dall'accoglienza trionfale in patria da parte dello stesso Gheddafi alla stregua di un eroe nazionale al terrorista reo-confesso al-Meghrahi; alla volontà di riarmarsi sia tramite gli accordi diretti con il governo italiano sia con l'accordo miliardario con la Finmeccanica sia infine operando clandestinamente sul mercato nero; fino alla persistente strumentalizzazione dei clandestini come arma di ricatto per condizionare la nostra politica: tutto sta ad indicare che il regime libico è tutt'altro che cambiato e che tuttavia noi ci siamo sottomessi al suo arbitrio.

Ha ragione il ministro dell'Interno Roberto Maroni quando rileva che dall'entrata in vigore del trattato con la Libia, lo scorso maggio, il numero dei clandestini arrivati in Italia a partire dalle coste libiche è calato del 92%, passando da 10.116 nel periodo dal primo maggio al 31 luglio 2008, a 1.116 nello stesso periodo del 2009. Tuttavia se si considera che dalla firma del trattato con la Libia il 30 agosto 2008 il totale dei clandestini partiti dalle coste libiche è di circa 10mila, che sono oltre un migliaio i clandestini che continuano a partire dalle coste libiche a dispetto dell'entrata in vigore del trattato e che comunque ci sono stati decine di morti le cui vite sono inestimabili, è evidente che Gheddafi continua a tenere in piedi la minaccia degli sbarchi per mantenere in tensione permanente i rapporti con l'Italia. Il quadro d'insieme di questa Europa è desolante. Ormai abbiamo superato ogni limite di decenza nello svendere i valori e siamo pronti a prostituirci pur di possedere a tutti i costi beni materiali da cui facciamo dipendere la nostra concezione di sviluppo e felicità. Quando lo scorso anno Gheddafi minacciò il ritiro dei fondi libici dalle banche svizzere come ritorsione per la sanzione inflitta dalla magistratura elvetica a suo figlio Hannibal, il nostro governo intervenne per ottenere che quei fondi fossero versati alle banche italiane. Qual è il messaggio che diamo a Gheddafi, ad arabi e islamici che detengono petrolio, gas, fondi sovrani e mercati allettanti? Che siamo pronti a tutto pur di avere il denaro, anche se si tratta di pugnalare alle spalle governi europei alleati e con cui dovremmo condividere i valori non negoziabili alla base della civiltà d'Europa.

Ecco perché dobbiamo dire basta a questa scelleratezza che ci sta degradando moralmente. Riappropriamoci dei nostri valori, stringiamoci attorno alla nostra identità, riscattiamo la nostra civiltà affrancandoci dalla schiavitù del petrolio. È ora di fare delle scelte coraggiose e lungimiranti nell'ambito vitale delle fonti energetiche, al fine di poter salvaguardare la nostra dignità come persone e come nazione.


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Quello scatolone di sabbia che unì Mussolini e Nenni


Corriere della Sera

28 agosto 2009

Sergio Romano

p. 1

 

Tutti e due erano contrari alla conquista e organizzarono manifestazioni contro la partenza delle reclute Gheddafi ha trattato a lungo l' Italia come un nemico secolare, ma i rapporti di affari tra i due Paesi ci sono sempre stati Quando Mussolini e Nenni furono processati insieme per la Libia

La conquista della Libia nel 1911 disegnò una nuova e paradossale geografia politica italiana. L' impresa piacque ai nazionalisti di Luigi Federzoni, a molti intellettuali de La Voce di Giuseppe Prezzolini, al poeta Giovanni Pascoli, al «vate» Gabriele D' Annunzio, al Corriere della Sera di Luigi Albertini, a La Stampa di Alfredo Frassati. Piacque anche a parecchi diplomatici, a qualche sindacalista rivoluzionario e ai socialisti riformisti. Ma non, anche se per ragioni diverse, a Gaetano Salvemini, a Benito Mussolini, a Pietro Nenni e a Luigi Bollati, ambasciatore e segretario generale del ministero degli Esteri. Salvemini scrisse che la Tripolitania e la Cirenaica erano uno «scatolone di sabbia». Il socialista Mussolini sostenne che era un Paese povero dove il governo avrebbe sprecato denari di cui sarebbe stato meglio fare uso in Italia, e si comportò di conseguenza inscenando una sorta di rivolta popolare contro la partenza delle reclute. Il repubblicano Nenni (sarebbe divenuto socialista qualche anno dopo) guidò 3.000 persone alla conquista della stazione di Forlì per impedire il passaggio dei treni. E Luigi Bollati, secondo i suoi collaboratori, fu «freddo e riservato». Fra i suoi tanti paradossi la guerra ebbe persino l' effetto di creare un rapporto di simpatia e di amicizia fra due uomini che dieci anni dopo si sarebbero duramente combattuti. Mussolini e Nenni vennero processati per direttissima, condannati e «alloggiati» insieme per qualche mese nel carcere di Bologna. Ancora più paradossale, per molti aspetti, è l' atteggiamento dell' uomo che decise la conquista e dichiarò guerra alla Turchia. Giovanni Giolitti fu un colonialista algido, scettico, distaccato. S' imbarcò nel conflitto perché la Francia si stava impadronendo del Marocco e i due vilayet turchi dell' Africa settentrionale (Tripolitania e Cirenaica) erano ormai le ultime poltrone rimaste libere in un teatro dove francesi e inglesi avevano conquistato i posti migliori. Vinse, ma non volle mai servirsi della vittoria per soffiare sul fuoco del nazionalismo e della retorica patriottica. E fece tesoro di quella esperienza per raccomandare, alla vigilia della Grande guerra, una politica di neutralità a cui rimase coerentemente fedele sino alla fine del conflitto. Durante le operazioni in Libia aveva capito che l' esercito disponeva di una limitata capacità d' intervento e che molti generali non erano all' altezza della situazione. Era convinto che l' Italia, nel 1915, non fosse in grado di affrontare una prova molto più severa di quella che aveva superato nel 1912. Le preoccupazioni di Giolitti furono confermate dagli avvenimenti. L' Italia vinse la guerra di Libia a tavolino ma dovette scontrarsi con la guerriglia dei beduini in Tripolitania e la resistenza meglio organizzata di una forte congregazione religiosa, la Senussia, in Cirenaica. Durante il conflitto europeo, gli effettivi ridotti delle truppe italiane dovettero attestarsi sulla costa e limitarsi al controllo delle principali città. La riconquista cominciò prima dell' avvento del fascismo, quando il ministro delle Colonie era Giovanni Amendola e il governatore a Tripoli Giovanni Volpi, l' industriale finanziere che aveva partecipato ai negoziati di pace nel 1912. Le cose andarono bene in Tripolitania, male in Cirenaica dove le truppe italiane dovettero battersi contro l' uomo ritratto nel «santino» che il colonnello Gheddafi si è cucito sul petto durante la sua recente visita in Italia. Si chiamava Omar el Mukhtar e fu un valoroso combattente a cui gli italiani, dopo la sua cattura, avrebbero dovuto rendere l' onore delle armi. Ma il comandante della spedizione era Rodolfo Graziani, un soldataccio brutale e privo di qualsiasi virtù cavalleresca che aveva deciso di trattare il nemico sconfitto come un criminale e un traditore. La riconquista non fu più dura e spietata delle numerose campagne con cui altre potenze coloniali riconquistarono territori perduti. I francesi in Algeria e in Marocco, gli inglesi in Egitto, nel Sudan e in Sud Africa, gli spagnoli nei loro possedimenti marocchini e i tedeschi nella terra degli herrero non furono meno spietati degli italiani. Ma l' impiccagione di Omar el Mukhtar fu contemporaneamente un crimine e un errore politico. Il governatorato di Italo Balbo, dal 1934 al 1940, fu alquanto diverso e segnato da avvenimenti notevoli sul piano politico e sociale. Balbo fu un costruttore e un organizzatore. Esiliato in colonia dalla gelosia di Mussolini, fece della Libia una sorta di principato dove egli regnava, come il duca d' Este nella sua Ferrara, circondato e adulato da una piccola corte. Ma la visita di Mussolini nel 1937 fu un successo che l' Italia, con una diversa politica, avrebbe potuto sfruttare. E l' arrivo di 30.000 coloni in due successive spedizioni (1938 e 1939) fu per molti aspetti, insieme alle bonifiche e alla costruzione di nuove città nella penisola, il New Deal italiano. Ucciso per un errore dalla contraerea mentre rientrava a Tripoli sul suo aereo dopo una ispezione del fronte, Balbo ebbe la fortuna di non vedere né la partenza di molti italiani nel 1942 né la perdita della Libia nel 1943. Ma sarebbe stato lieto di apprendere che i coloni erano rimasti fedeli alla loro nuova patria. Nel 1947, sommando quelli che erano rimasti e quelli che erano tornati, la colonia agricola italiana ammontava a circa 15.000 persone. Molti poderi vennero venduti negli anni seguenti, ma i rapporti degli italiani con re Idris, dopo la costituzione del regno di Libia, furono complessivamente felici. Nel settembre del 1969, quando Gheddafi prese il potere, gli italiani erano 24.988. Di questi 6000 partirono subito. Di quelli che rimasero 1500 erano agricoltori, 3000 impiegati in imprese italiane, gli altri piccoli industriali, commercianti, artigiani. Partirono dopo il decreto del 21 luglio 1970 con cui il governo rivoluzionario confiscò le loro terre (40.000 ettari) e le loro proprietà immobiliari. Comincia da quel momento una specie di tragicommedia. Gheddafi non perde occasione per trattare l' Italia alla stregua di un nemico secolare e di servirsi del passato coloniale per cementare il sentimento nazionale di un Paese che non aveva, sino alla conquista italiana, alcuna identità storica. Ma gli affari sono un' altra cosa. Il petrolio, scoperto sin dagli anni Trenta, diventa la base di un accordo con l' Eni che continua, fra alti e bassi, sino ai nostri giorni. Il diagramma dei rapporti politici italo-libici sembra quello di un sismografo, ma questo non impedisce all' Italia di essere il maggiore cliente e il maggior Paese fornitore. I coloni cacciati nel 1970 non possono tornare neppure per deporre un mazzo di fiori sulle tombe dei loro morti, ma si forma in Libia, nel frattempo, una nuova colonia italiana composta da tecnici, professionisti, rappresentanti di commercio, dirigenti d' impresa. Non basta. Come il partito della guerra, nel 1911, fu costituito da una variopinta coalizione di persone provenienti dalla destra e dalla sinistra, così il partito della conciliazione, in questi ultimi anni, ha rappresentata un' area della politica italiana che comprende Lamberto Dini, Romano Prodi e Silvio Berlusconi. La migliore rappresentazione possibile dei rapporti dell' Italia con la Libia (e viceversa) è nei versi in cui due poeti romani, Ovidio e Marziale, descrissero gli amori difficili: non posso vivere né con te né senza di te.

 

 


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Lamberto Dini: «Partner strategico Sarebbe un errore non partecipare»

 

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Marco Nese

p.2

«Ci vorrebbe una partita di calcio fra Italia e Libia». Secondo il presidente della Commissione esteri del Senato Lamberto Dini, sarebbe il suggello finale alla ritrovata amicizia fra i due Paesi. «Così forse finirebbero anche tante polemiche incomprensibili». Incomprensibile, a suo avviso, è «la strumentalizzazione politica relativa al detenuto libico rilasciato dalla Scozia». Non è sorprendente che a Tripoli abbiano accolto trionfalmente «un uomo che i libici ritengono innocente, anche in Bulgaria festeggiarono il ritorno a casa delle infermiere liberate dalla Libia». Perciò nessun dubbio: Berlusconi deve andare a Tripoli. Lo stesso Dini lo accompagnerà per celebrare il primo anniversario del Trattato di amicizia fra Italia e Libia. Un Trattato di cui proprio Dini, come ministro degli Esteri, creò le condizioni iniziali, nel 1998, quando firmò il primo accordo coi libici col quale l' Italia riconosceva i torti del colonialismo e si mettevano le basi per una normalizzazione dei rapporti. «Gheddafi è un partner strategico e, come dice Andreotti, le relazioni fra due Paesi non si giudicano da un singolo episodio ma sul lungo periodo». C' è chi teme che Gheddafi possa approfittare della visita di Berlusconi per riproporre con una mostra fotografica episodi poco gradevoli del colonialismo. «Mi auguro di no - dice Dini -. Tuttavia bisogna capire il personaggio Gheddafi. E' una figura molto carismatica, ma anche molto complessa. La questione del colonialismo ha lasciato in lui segni indelebili. Perciò è stato molto difficile superare la sua diffidenza e solo con le nostre visite, la costruzione dell' autostrada costiera, e tutte le azioni che il governo compie possiamo convincerlo della sincera amicizia italiana». Anche l' esibizione delle Frecce tricolori nei cieli di Tripoli «va intesa come un altro gesto di riconciliazione fra i due Paesi». Certo rimane il dolore degli italiani che furono espulsi dalla Libia quando Gheddafi prese il potere. «Ma è un fatto di 40 anni fa e penso che sia bene metterci una pietra sopra. Anche altri popoli, alla fine di storie coloniali, hanno subito rappresaglie». I risultati dei nuovi rapporti con la Libia sono apprezzabili, secondo Dini. «Il blocco delle imbarcazioni dei clandestini funziona. Può succedere a volte che i controlli vengano allentati, ma questo fa parte della personalità complessa del leader libico». In generale, però, le buone relazioni con Tripoli sono fruttuose. «Non solo per le forniture di petrolio. Ma per tutta l' economia italiana. Non dimentichiamo che l' Italia è il Paese che esporta più merci verso la Libia. Buona anche la collaborazione culturale, con scambi di visite di studenti».

 

 


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Storace: Dini penoso e antitaliano

Agenzia Dire

28 agosto 2009

"Dini si rende conto di quello che dice? E' stupefacente quello che il prodiano riciclato dal Pdl afferma al Corriere. Una pietra sopra sugli italiani cacciati dalla Libia perché accadde 40 anni fa? E allora perché celebrate la Resistenza? Penoso, semplicemente penoso e antitaliano". Lo dichiara Francesco Storace, segretario nazionale de la Destra.


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L'arte del raìs. Bastonare anche gli amici

 

Libero

28 agosto 2009

Maurizio Stefanini

p.10

 

Il 21 luglio 1970 Gheddafi espelle dalla tibia 20.000 italiani. Nel 1972 l'Eni dà vita a una società mista col governo libico. Nel 1976 Gheddafi compra il 10% delle azioni della Fiat. Nel 1978 si è ricostituita in Libia una comunità di 16.000 italiani, e va a Tripoli in visita ufficiale il presidente del Consiglio Andreotti. Nel 1986 fa lanciare due missili Scud-B su Lampedusa. Nel 2004 Berlusconi è il primo statista straniero a venire in visita a Tripoli dopo la fine dell' embargo internazionale per l'attentato di Lockerbie. Tra quell'incontro e una successiva intervista alla Rai Gheddafi dice che gli italiani espulsi nel 1970 possono tornare a loro volta in visita; che se vogliono si farà fotografare assieme a loro; che ai sensi delle leggi sul periodo coloniale si considera anche lui cittadino italiano e che potrebbe candidarsi alle elezioni; che la "giornata della vendetta" istituita in ricordo della battaglia di Sciara Sciat del 24 ottobre 1911 è abolita. Nel 2006, una folla di scalmanati dà l'assalto al consolato italiano di Bengasi dopo che il ministro Calderoli si è esibito con una maglietta su cui compariva una delle contestate vignette danesi, «decisi a uccidere il console e la sua famiglia», e Gheddafi sente il bisogno di spiegare che i manifestanti «non protestavano contro la Danimarca, perché non hanno idea di cosa sia la Danimarca: è l'Italia che odiano»: «I libici approfittano di ogni opportunità Per sfogare la loro rabbia contro l'Italia fin dal 1911, data dell'occupazione italiana». Infine, gli ultimi accordi, la tenda a Villa Doria Pamphili, e addirittura la richiesta delle Frecce Tricolori per festeggiare l' anniversario della Rivoluzione.

Di che far girare la testa, ma d'altronde le giravol­te sono la specialità di Gheddafi. L'accordo di integrazione con l'Egitto del 1972 è seguito nel 1977 da una guerra di confine, e lo stesso accade per l'altro accordo del 1974 con la Tunisia: cosa impossibile col Marocco dopo la federazione del 1984 per mancanza di frontiere comuni; ma Gheddafi iuta comunque la guerriglia del Fronte Polisario contro Rabat.

Con la Francia perde la Guerra delle Toyota in Ciad nel 1980-87: così chiamata per il modo in cui le rapide camionette dei ciadiani, armati dai francesi, fecero a pezzi i pesanti carri armati libici Si vendica con l'attentato al volo Uta 772 de 1989; accetta poi di pagare un indennizzo. Finisce che firma con Sarkozy un accordo di cooperazione nel nucleare civile e ne ottiene pure armi, dopo che gli ha permesso di fare una bella figura da mediatore per la liberazione delle infermiere bulgare costrette con la tortura a confessare di aver provocato nel 1998 un' epidemia di Aids nell' ospedale di Bengasi in cui lavoravano, infettando oltre quattrocento bambini.

E non parliamo degli Usa! Nel 1970 chiude le loro basi in Libia Nel 1971 coopera con loro in appoggio al Pakistan in guerra con l'India, appoggiata invece dall'Urss. Nel 1972 appoggiar espulsione dei consi­glieri sovietici decisa dal presidente egiziano Sadat. Nel 1976 va in visita a Mosca, iniziando a riceverne armi. Nel 1981 si ha il primo scontro armato tra Usa e Libia sul Golfo della Sirte, cui seguiranno quello più vasto del 1986 e quell'altro del 1989, mentre la tibia risponde con l'offensiva terrorista di cui sono vertici l'attentato alla discoteca La Belle di Berlino e quello di Lockerbie. Ma nel 2001 approva la guerra Usa ai Taleban, e nel 2004 si vanta di aver fatto vin­cere le elezioni a George W. Bush.

«Tendeteci la mano; apriteci i vostri cuori; dimenticate le avversità e fate fronte, saldati in un unico blocco, al nemico della nazione araba, al nemico dell'Islam, al nemico dell'umanità; quel nemico che ha bruciato i nostri santuari e irriso il nostro onore», è il tenore di uno dei suoi appella via radio all'unità del mondo islamico, quando arriva al potere. Adesso dice che la causa araba è una causa persa, che gli integralisti islamici vanno «schiacciati come scorpioni» e la Turchia in Europa sarebbe «il cavallo di Troia di Bin Laden».

 

 


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Il Cavaliere evita imbarazzo e polemiche

 

La Stampa

28 agosto 2009

Ugo Magri

p.1

Sarà per fiuto politico, o perché è baciato dalla fortuna. Fatto sta che in tempi non sospetti Berlusconi pare avesse spostato la data del suo viaggio in Libia. E invece di recarsi a Tripoli l'l settembre, per festeggiare l'anniversario del golpe che portò Gheddafi al potere, chiese e ottenne dal Colonnello di anticipare l'appuntamento al 30 agosto (ricorrenza del Trattato di amicizia italo-libico siglato un anno fa a Bengasi). Questo, perlomeno, sussurrano fonti diplomatiche bene informate. Palazzo Chigi smentisce con forza, «la data del primo settembre non è mai esistita» assicura il portavoce Bonaiuti, «il viaggio è sempre stato quello del 30 agosto». E tuttavia certe «gole profonde» dalla Farnesina insistono, aggiungendo che il Cavaliere si giustificò coi libici in modo geniale, negando di possedere il dono dell'ubiquità: purtroppo l'l settembre lui intendeva recarsi a Danzica per un'altra celebrazione densa di significati, i 70 anni dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, come poteva trovarsi a Tripoli nello stesso giorno?

In questo modo Berlusconi ha schivato una tegola. Perché la sua presenza alla festa del regime sarebbe stata insostenibile, specie dopo la liberazione del terrorista libico al­Megrahi, condannato in Scozia per la strage di Lockerbie e riaccolto trionfalmente in patria non più tardi di sette giorni fa. Il presidente francese Sarkozy s'è precipitato ieri a smentire le voci che lo volevano a Tripoli. Idem il primo ministro russo Putin. I 40 anni di Gheddafi al potere saranno festeggiati da un gruppo di leader africani e dall' «uomo forte» del Venezuela, Hugo Chavez. Avesse accolto l'invito, si sarebbe trovato in loro compagnia, esposto a ogni sorta di critica. Viceversa, Berlusconi ha trovato il modo di sottrarsi senza offendere l'ospite, il quale ci vende gas e petrolio, per non dire degli investimenti finanziari che la Jamahiriyya si appresta a compiere nel nostro paese.

Gioco facile, per Palazzo Chigi, segnalare in una nota che Berlusconi andrà a Tripoli due giorni prima, e per tutt'altri motivi. Partirà con un aeroplanino senza seguito di giornalisti (solo telecamere), avrà un colloquio col Colonnello nella stessa tenda che gli americani non sanno dove ospitare, quando Gheddafi si recherà a New York il 23 settembre. A sera, frugale cena perché sono i giorni del Ramadan, e ritorno in patria del premier. Nel mezzo, visita al cantiere dell'autostrada che l'Italia s'è impegnata a costruire per chiudere il contenzioso coloniale, quindi posa della prima pietra, infine ispezione del vagone proposto dall' Ansaldo per la nuova ferrovia libica. Affari, affari e ancora affari. Punta l'indice Di Pietro nel suo blog: «Sono questi il motivo dell'atteggiamento da zerbino», insinuando che Berlusconi possa avere qualche vantaggio in proprio. E l'Udc insiste, che vergogna far esibire le Frecce Tricolori alla parata del regime ...

Però in effetti pure la Francia spedirà dei suoi aerei. Gli stessi inglesi invieranno una banda di ottoni del Galles che farà a gara con i nostri della Brigata meccanizzata Sassari. Alza le spalle l'ex presidente Cossiga: «Se Gheddafi ci dà il petrolio, chissenefrega delle Frecce Tricolori ... Io gli avrei mandato pure l'Amerigo Vespucci».

 

 


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L'esempio di Fini e l'orgoglio delle Frecce Tricolori

Lettere a Il Riformista

Augusto Ceccarelli

28 agosto 2009

p.15

 

Le Frecce Tricolori rappresentano il simbolo come essenza naziona.le, unità nazionflle, dignità nazionale, valori che travalicano lo spazio temporale; in conseguenza di ciò, le Frecce Tricolori non appartengono totalmente a questo o quel Governo, ma appartengono a tutta la Nazione. Pertanto il loro impiego deve essere attentamente valutato e non può essere strumentalizzato per fini propagandistici volti più all'ambizione personale (si tratti di un Presidente del Consiglio o di un Ministro o di altrapersonalità) e/o a sigillare un patto essenzialmente di natura economica.

Nel caso specifico, anniversario della presa del potere in Libia di Gheddafi con golpe militare, il far partecipare le Frecce Tricolori non è tanto mostrare l'ardimento e l'esaltazione tecnica raggiunta dalla nostra aeronautica militare, ma è l'ennesimo omaggio a un personaggio che non ha perso oc­casione per umiliarci. Senza voler disconoscere o minimizzare eventuali atrocità da noi commesse nei periodi dèlla conquista dalla Turchia e successivi, è un ulteriore affronto nei confronti dei nostri connazionali, che col loro lavoro avevano creato villaggi, aziende, scuole, ospedali, strade e acquedotti, a vantaggio anche della popolazione libica, connazionali che 40 anni fa dovettero abbandonare nel giro di poche ore quella terra, che per molti era divenuta la seconda patria, anche per esserci nati. Basta atti di sudditanza, ma si abbia la capacità di mostrare, dopo quello di Fini, almeno uno scatto di orgoglio.

 

 


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Solo noi saliamo sul cammello

Il Riformista

28 agosto 2009

Luigi Spinola

p.1

Al faraonico show voluto dal Colonnello Gheddafi per celebrare i suoi quarant'anni al potere, il despota dello Zimbabwe Robert Mugabe non mancherà. Con lui a Tripoli il primo settembre ci saranno circa 300.000 persone, tra spettatori e protagonisti. Gli ospiti più frequentabili però declinano l'invito. Ieri è stato il giorno delle defezioni. L'Eliseo fa sapere che la partecipazione di Nicolas Sarkozy “non è mai stata presa in considerazione”. Dalla Francia non partirà nessuna delegazione, basta l'Ambasciatore. Il Presidente russo Medvedev “è già impegnato” e così anche il premier Vladimir Putin. Buckingham Palace conferma l'annullamento del viaggio d'affari del Principe Andrea. E a New York e dintorni, dove è atteso per un intervento al Palazzo di Vetro i 23 settembre, il Colonnello no trova un lembo di terra dove piantare la sua tenda. L'Italia fa eccezione.

Palazzo Chigi ieri si è premurato di precisare che Silvio Berlusconi sarà in Libia il 30 agosto solo per celebrare il primo anniversario del Trattato di Amicizia. Scapperà in tempo per evitare - se non ci saranno tranelli - l'omaggio formale alla festa della dittatura. Tanto più che il primo settembre è atteso a Danzica per il settantesimo anniversario dell'inizio della seconda guerra mondiale. La smemoratezza storica è stata arginata. Ma non basta.

Lo scivolone rimane, anche se è più di forma che di sostanza. L'Italia pecca più per goffagine - scontando ancora una volta la diplomazia free-lance del suo Presidente del Consiglio - che per cinismo. E paga una tempistica sfortunata, facendosi trovare impreparata dalla bufera sull'accoglienza da eroe riservata da Tripoli allo stragista di Lockerbie. Sia chiaro però che chi diserta la festa di Gheddafi non è in condizione di darci lezioni di moralità politica sui rapporti con i tiranni, neanche su questo tiranno che l'Italia si ostina a corteggiare pubblicamente.

La «nausea» lamentata da Gordon Brown per il trionfale ritorno in patria di al-Megrahi non toglie nulla alle responsabilità britanniche. Il tentativo di Downing Street di fare della liberazione del ter­rorista una "questione scozzese" è poco credibile. Né risulta convincente l'indignazione di Lord Mandelson di fronte al sospetto - accreditato dalla famiglia Gheddafi - che la «compassionevole» 'liberazione dello stragista malato sia: stata barattata in cambio di nuove opportunità di business. È bene inoltre ricordare che è stato il promotore dei diritti umani Nicolas Sarkozy il primo leader occidentale ad aprire (a fine 2007) le porte di casa allo sdoganato Colonnello, offrendogli cinque giorni da protagonista a Parigi in cambio di una ventina di Airbus e una sfilza di accordi commerciali. E a Tripoli è passata meno di un anno fa anche Condoleeza Rice, intenzionata a «migliorare il clima per gli investimenti americani».

Entro certi limiti, nulla di scandaloso. Gheddafi dal 2003 ha compiuto i passi richiesti dalla comunità per la sua riabilitazione: rinuncia a proseguire il programma di sviluppo delle armi di distruzione di massa, ripudio del terrorismo, compensazioni in denaro alle vittime degli attentati (inclusa Lockerbie). Le porte da allora sono aperte per trattare con i libici.

L'Italia peraltro si trova in una posizione assai diversa rispetto agli altri Paesi occidentali. A torto o a ragione il nostro governo ha puntato sulla collaborazione di Tripoli per far fronte al flusso incontrollato di immigrati. E così, seppur tortuosamente, ha finito col farsi tardivamente carico delle responsabilità per il nostro passato coloniale. Il rapporto con la Libia per l'Italia non è solo un'opzione commerciale. E il Trattato di Amicizia che Silvio Berlusconi intende celebrare con il viaggio a Tripoli non può essere liquidato come semplice cedimento a un tiranno.

Il problema è che Roma sembra confondere il delicato - forse necessario - rapporto con un dittatore con una affettuosa amicizia. Nella tragicomica visita in Italia dello scorso giugno abbiamo offerto al più inaffidabile dei tiranni un palcoscenico ideale per sbeffeggiarci. Gheddafi non si è fatto pregare. Ora perseveriamo. Nel cielo di Tripoli le nostre Frecce lasceranno una scia tricolore - quasi un omaggio alla cacciata della comunità italiana - o verde in onore della Rivoluzione. Manca solo l'invito a Villa Certosa, ma la nuova pochade internazionale è tipicamente berlusconiana.

Il Presidente del Consiglio da tempo teorizza la sostituzione della politica estera con la promozione .del business italiano. Ma è nello stile, prima ancora che nella sostanza, che Silvio Berlusconi applica il talento da imprenditore­venditore. Tratta ogni interlocutore come un cliente da conquistare. Riadatta sul palcoscenico internazionale il leg­gendario decalogo fornito anni fa alla squadra di venditori di Publitalia. Punta tutto - per citarlo - sulla «mia personale autorevolezza, la mia capacità di farmi concavo o convesso». Eccede nello zelo. Si fa troppo concavo. E ci mette in imbarazzo.


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Tra Malta e Libia ringraziamenti e gratitudine

Avvenire

26 agosto 2009

“La Libia comprende la difficile situazione che sta affrontando Malta sul fronte dell'immigrazione clandestina”. Parola del sottosegretario agli esteri libico Sulemain Shoumi, ieri in visita ufficiale a La Valletta. L'esponente libico ha incontrato il ministro degli Esteri maltese Tonio Borg che ha espresso la “gratitudine” del governo della Valletta per “gli sforzi e gli impegni” presi da Tripoli nel controllare il fenomeno “tramite i pattugliamenti in mare”.

Intanto si è appreso di una imminenti visita ufficiale a Malta del leader libico Gheddafi, mentre il Presidente maltese Gorge Abela sarà a Tripoli il 1 settembre, giorno del quarantesimo anniversario della rivoluzione libica.

Una ricorrenza che verrà celebrata anche con l'esibizione delle Frecce Tricolori. Una scelta che per Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani Rimpatriati dalla Libia “dimostra come il nostro governo intende perseguire a ogni costa una politica basata sulla convenienza economica, senza ricordarzi dell'antico debito verso chi ha perso tutto, non solo i beni materiali”.

 


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Inchinarsi ai dittatori è sempre sbagliato

 

Libero

26 agosto

Gennaro Malgieri

p.1

 

Anche al realismo politico c'è un limite. Comprendiamo le ragioni che sottostanno al rapporto di buon vicinato tra Italia e Libia, come ha scritto ieri Maurizio Belpietro, ma esse non possono giustificare l'eccesso di zelo nel compiacere il dittatore di Tripoli a fini commerciali o per indurlo a tenere sotto controllo i flussi migratori. L'ennesimo omaggio che Berlusconi si appresta a rendere a Gheddafi non aggiunge e non toglie niente a quanto già stabilito tra i governi dei due Paesi. Ma è innegabile che si presta ad una lettura negativa se si tiene conto che la Libia ha accolto soltanto pochi giorni fa l'assassino di duecentosettanta persone come un eroe. Sulla testa del “padrone" di questo terrorista voleranno le Frecce Tricolori come se l'uomo che ha cacciato gli italiani ed i loro morti da quella che era anche la loro terra fosse un benefattore e non l'equivoco personaggio che per decenni ha terrorizzato il mondo.

A Berlusconi vorremmo ricordare che quando qualcuno si è opposto, sia pure a parole, a Gheddafi, ha quantomeno ottenuto il suo rispetto. Ad esempio Oriana Fallaci che riuscì a tenergli testa e a trattarlo perciò che era: un predone ignorante.

Nel giugno scorso venne accolto in Italia come un trionfatore. ma purtroppo non c'era una Fallaci disposta a rinfacciargli le sue malefatte. Vedemmo soltanto uno stuolo di politici scodinzolanti, pronti a minimizzarne le minacce e a ridere delle sue sciocchezze. Per fortuna, al deprimente spettacolo si sottrasse il Presidente della Camera Gianfranco Fini il quale, stufo del ritardo del colonnello, gli fece trovare il portone di Montecitorio chiuso. Se è dalle relazioni internazionali che si giudica la grandezza di una nazione, bisogna concludere che l'Italia è piccola piccola.

Per Sadat, saggio presidente egiziano che conosceva bene Gheddafi, era «il pazzo di Tripoli». Del resto chi definiva la patria di Dante, Michelangelo e Leonardo come una «terra selvaggia» ,l'appellativo se lo meritava tutto. Se poi consideriamo che il suo "libro verde", una sorta di vademecum sciovinistico e visionario, egli stesso lo definì , la guida nel viaggio dell'emancipa­zione dell'uomo, oltre che «nuovo Vangelo, il Vangelo della nuova era», non è difficile farsi un'idea del personaggio.

Gheddafi non è più lo stesso, si dice. Forse è vero. Adesso, infatti, si fa ricevere dai potenti della Terra, ma non rinuncia alle gratuite provocazioni, come quella di nominare, poco prima del viaggio in Italia, ministro degli Esteri il capo dei servizi segreti. Un tempo si faceva accompagnare da beduini armati fino ai denti, oggi da procaci fanciulle altrettanto armate. Prima espelleva gli italiani, i figli di italiani, i nipoti di italiani soltanto perché italiani:da un po' li blandisce, ma ne pretende le scuse come se tutti fossimo criminali, figli e nipoti di criminali. Non s'è mai vista una nazione dal passato imperiale (vero e non da operetta come quello dell'Italia) inchinarsi ai dittatori che in nome della "liberazione" hanno schiavizzato i paesi "europeizzati". E neppure abbiamo mai sentito nessuno, in un'aula universitaria. giustificare l'assenza di elezioni e Parlamento nel proprio Paese in nome di un vago potere che già sarebbe nelle mani del popolo: così si espresse Gheddafi alla Sapienza di Roma

Va tutto bene, naturalmente, perché siamo diventati "amici". E quindi abbiamo munificamente risarcito la Libia dei danni che le avremmo arrecato occupandola nel 1911. Ma c'è un particolare del quale nessuno tiene conto: all'epoca la Libia non esisteva Esistevano Tripolitania e Cirenaica, sotto la sovranità dell'Impero Ottomano: un dominio davvero barbaro e primitivo, una «scatola di sabbia» come i non interventisti italiani definirono l'impresa. Non c'era niente e l'Italia costruì tremila chilometri di strade asfaltate, rese percorribili settemilacinquecento chilometri di piste, creò i porti di Tripoli e di Bengasi, fece una ferrovia lunga quattrocento chilometri, bonificò migliaia di terre incolte. Gli efferati episodi di crudeltà sono noti, deprecati e condannati. Ma mettiamoci pure dell'altro nella nostra vicenda coloniale e chiamiamolo scuole, ospedali, villaggi, il tutto per gli italiani, ma soprattutto per gli indigeni. E ricordiamo anche che quando Gheddafi inaugurò il suo potere assoluto, espellendo i nostri connazionali, confiscandone i beni, profanando i cimiteri per liberarsi perfino delle ossa degli italiani, violò la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

La memoria corta gioca brutti scherzi. E gli scherzi generano ilarità. Ridiamo amaro, però, immaginando le nostre Frecce Tricolori volteggiare nel cielo di Tripoli.

 


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Assurdo omaggio al dittatore: le Frecce Tricolori da Gheddafi

 

Libero

25 agosto 2009

Andrea Valle

p. 6

Quanto costano le Frecce tricolori? Sulla scia di Lidia Menapace, la storica esponente comunista passata alla storia per le critiche sul rumore e l'inquinamento degli aerei gloria della nostra aeronautica, due senatori radicali ­Marco Perduca e Donatella Poretti - hanno presentato ieri una interrogazione al ministro della Difesa Ignazio La Russa per conoscere l'esborso delle nostre casse per colore di verde, bianco e rosso il ciclo di Tripoli in occasione della visita di domenica del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Una visita lampo, in pieno Ramadan: il premier parteciperà alle celebrazioni del Trattato di amicizia trai due paesi e dovrebbe essere ospite a cena di Muammar Gheddafi. Dunque nessun cambio di programma, né per le Frecce tricolori né per gli incidenti in mare né per le polemiche inseguito alla liberazione di Abdelbaset al Megrahi, condannato per la strage di Lockerbie e accolto in Libia come Cannavaro dopo i Mondiali tedeschi (il principe Andrea, duca di York, non ci sarà per questo motivo). Il presidente del Consiglio, in questi giorni ad Arcore, sta preparando nei dettagli il suo viaggio per la prima giornata dell'Amicizia tra Italia e Libia, che cade in un momento molto delicato per le questioni migratorie e per i forti accordi commerciali sanciti tra i due Paesi. Non è escluso che assisterà alla posa della prima pietra dell' autostrada costiera voluta dal Colonnello, simbolo della ricompensa pattuita con l'Italia a seguito dei danni del periodo coloniale.

Confermata sopratutto l' esibizione delle Frecce Tricolori, che celebreranno a modo loro il 40esimo della presa del potere da parte del leader libico (1 settembre). Il ministro La Russa ha infatti ribadito che si tratta di «un impegno che il Governo ha assunto sulla base di una richiesta venuta dalla Libia» e «non si è mai discusso di annullarla». «I Radicali consultino una carta geografica per scoprire che la Libia è molto vicina, l'esibizione a Tripoli costa dunque come un'esibizione a Trieste, anzi forse anche meno. La richiesta di un'esibizione delle Frecce Tricolori è un chiaro riconoscimento all' eccellenza italiana di cui sono orgoglioso. Alla prima riunione del Consiglio dei ministri», ha aggiunto, «voglio richiedere un risarcimento più adeguato per gli italiani espulsi dalla Libia». Tra l'altro, alloggio e carburante per l'esibizione saranno a carico di Tripoli, come previsto da accordi internazionali. Alla protesta si sono uniti anche i deputati dell'Idv, già protagonisti di una clamorosa iniziativa in occasione della visita di Gheddafi in Italia.

Margherita Boniver (PdL, presidente del Comitato Schengen) ha sottolineato ieri come il viaggio sia «stato preparato da molto tempo e cada in un momento molto importante delle relazioni bilaterali. Potrebbe avere qualche inghippo se i libici continuassero a festeggiare il rientro in patria del loro agente condannato per l'attentato di Lockerbie. Comunque la questione riguarda soprattutto i rapporti con la Gran Bretagna». Di visita «più che necessaria» aveva parlato, nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il 30 agosto 2008 è stato infatti sottoscritto il "Trattato di amicizia e cooperazione": l'Italia investirà 4 miliardi di euro in 20 anni in infrastrutture sul suolo libico in cambio della cooperazione nella lotta al terrorismo e all'emigrazione. Coinvolte in molte attività e costruzione di infrastrutture le maggiori aziende (e banche) del Paese, dall'Eni all'Enel. Sul tavolo di Arcore restano le pratiche calde delle Regionali e della Finanziaria. Potrebbe esserci spazio al massimo per un blitz di Berlusconi in Costa Azzurra dalla figlia Marina. Venerdì 28 agosto, puntata in Abruzzo per il consueto vertice sulla ricostruzione. Il giorno dopo c'è Milan-Inter, e pare difficile non attendersi il Cavaliere a San Siro. li 30 agosto la trasferta a Tripoli (ma il premier non sarà lì mentre i nostri piloti voleranno) e, il 10, volo a Danzica per il settant­simo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale.


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Italia-Libia: Airl, governo guarda solo convenienza economica

           

Ansa

25 agosto 2009

La decisione del premier, Silvio Berlusconi, di partecipare "nonostante tutto" ai festeggiamenti per l'anniversario "del cosiddetto 'Trattato storico' bilaterale" e di "far esibire la nostra straordinaria pattuglia acrobatica per il 40/o anniversario della rivoluzione libica" dimostra "che il nostro governo intende perseguire ad ogni costo una politica basata esclusivamente sulla convenienza economica, senza peraltro ricordarsi dell'antico debito verso chi ha perso tutto, non solo beni materiali". Lo afferma l'Airl, l'Associazione dei rimpatriati dalla Libia, che ricorda come nel 1970, quando gli italiani furono 'cacciati' da Tripoli, non ci fu nessun invio di "navi o aerei militari per facilitare il rimpatrio".

"Non avremmo immaginato - dice Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia - di vedere rinnovato tante volte il nostro dolore, dai missili lanciati su Lampedusa, al Mig libico caduto sulla Sila negli anni '80, fino all'offensivo atteggiamento in occasione della liberazione del terrorista condannato per Lockerbie, passando per le provocazioni della recente visita di Gheddafi in Italia e le drammatiche e inarrestabili vicende dei clandestini che partono dai porti libici".

Ora i rimpatriati attendono "con fiducia che il Consiglio dei ministri accolga la proposta del ministro Ignazio La Russa, tesa ad ottenere un risarcimento per i beni perduti che sia meno umiliante di quello concesso nel gennaio scorso".

"Anche noi - conclude Giovanna Ortu - abbiamo un importante anniversario da celebrare: il 7 ottobre 2010 ricorre il quarantennale della nostra cacciata, fino all'anno passato ricordato dalla Libia come 'giorno della vendetta'. Noi invece dobbiamo poterlo celebrare come il completamento del nostro riscatto in Patria".


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Finmeccanica, maxiaccordo con la Libia

 

Corriere della Sera
29 luglio 2009

Federico De Rosa

Pag. 24

Maxi alleanza nel settore civile tra Finmeccanica e la Libia. Il gruppo guidato da Pierfrancesco Guarguaglini e la Libyan Investment Authority, il fondo sovrano della Grande Jamaihirya, daranno vita a una joint-venture paritetica per sviluppare in Libia, Medio Oriente e Africa la cooperazione strategica nei settori dell' aerospazio, dell' elettronica, dei trasporti e dell' energia. «L' accordo non prevede l' ingresso dei libici nel capitale» di Finmeccanica, ha subito precisato il presidente Guarguaglini, sgombrando così il campo dalle indiscrezioni circolate nei giorni scorsi (smentite da Piazza Montegrappa) di colloqui in corso con Tripoli per aprire l' azionariato del gruppo pubblico. Quello siglata ieri è la prima grande alleanza tra Italia e Libia dopo la firma dell' Accordo di Amicizia tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. Ed il coinvolgimento di Finmeccanica è particolarmente significativo, visto il ruolo strategico del gruppo di difesa sullo scacchiere internazionale. «Abbiamo firmato un accordo strategico di ampia portata che coinvolge tutti i nostri settori del comparto civile: elicotteri, energia, elettronica, sicurezza e aerospazio - ha spiegato il numero uno di Finmeccanica -. Ma non solo. L' accordo stabilisce il concetto che è possibile mettere in campo investimenti anche fuori dalla Libia, sia in Africa che in Medio Oriente». Mercato che per Finmeccanica vale oltre 20 miliardi di dollari. Il gruppo di difesa ha già un accordo con la Libia, firmato nel 2006, nel settore degli elicotteri che ha portato alla costituzione della Libyan Italian Advanced Tecnology Company, Liatec, partecipata da Finmeccanica e Augusta Westland. E la scorsa settimana la controllata Ansaldo Sts ha ottenuto una commessa da 541 milioni di euro da Tripoli. «Lia - ha spiegato Guarguaglini - rappresenta un partner straordinario che potrà fornire a Finmeccanica ulteriori risorse finanziarie e opportunità di business per sviluppare nuove iniziative in aree geografiche strategiche per la futura crescita del Gruppo». Oltre alla Libyan Investment Authority, nella partnership è entrata anche la Libya Libya Africa Investment Portfolio, un altro veicolo utilizzato per gli investimenti dalla Grande Jamaihirya. La joint-venture, che sarà creata entro la fine dell' anno e avrà una dotazione di 400 milioni di euro, verrà utilizzata per le iniziative congiunte di business e potrà effettuare investimenti diretti in attività commerciali e industriali, anche fuori dalla Libia. «Si tratta, dunque, di uno strumento di grande flessibilità di partnership nell' investimento» ha spiegato il numero uno di Finmeccanica. «Questo accordo è l' esempio della continua e profonda attenzione della Lia verso intese di tipo strategico e alleanze internazionali, come investitore di lungo termine» ha aggiunto il vice amministratore delegato del fondo, Mustafa Zarti. Grazie a questa alleanza la Lia, che ha una dotazione di 65 miliardi di dollari, potrà diventare socio di altre iniziative targate Finmeccanica. E' prevista infatti la possibilità di ingresso come azionista di minoranza nei settori interessati dall' accordo siglato ieri. Quindi nelle attività civili. La difesa è esclusa dall' intesa. Ma Guarguaglini già vede oltre. «In Libia - ha ricordato - abbiamo già acquisito diversi ordini». E Finmeccanica è in corsa per la realizzazione della Metropolitana di Tripoli: «Noi abbiamo fatto l' offerta: è un' altra possibilità». L' anno prossimo, inoltre, sarà inaugurato l' impianto della Liatec, dove verranno assemblati 10 velivoli AW 109 Power e AW 119 Koala già ordinati da Tripoli. E, passando dal civile al militare, un' altra possibilità potrebbe arrivare dalla messa a terra dei vecchi Mig russi. In vista della scadenza di un' opzione per acquistare i francesi Rafale, Tripoli avrebbe iniziato a studiare con attenzione gli Eurofighter.


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Fini e la Libia: deludente sulla vicenda dei profughi

 

Corriere della Sera

22 luglio 2009

Paola Di Caro

Pag. 10

 

Con Tripoli ci sono problemi seri, come dimostra una lettera ricevuta dal presidente della Camera libico che respinge la richiesta di Gianfranco Fini di una visita di una commissione mista di parlamentari italiani e locali ai centri di raccolta di clandestini in Libia perché, è la giustificazione al rifiuto «lì non ci sono rifugiati politici, noi tuteliamo i diritti umani e comunque si tratta di una questione interna». Con Napolitano invece i rapporti vanno a gonfie vele: non è un «asse», piuttosto sono «assonanze e convergenze» ma, lo conferma lo stesso Fini parlando durante la tradizionale cerimonia di consegna del Ventaglio da parte dell' Associazione stampa parlamentare, la sintonia tra Quirinale e presidenza della Camera c' è eccome. Soprattutto sull' invito a riforme condivise, in particolare quella sulle intercettazioni, che secondo Fini sarebbe un bene che maggioranza e opposizione votassero assieme. E però, secondo l' ex leader di An, perché davvero si arrivi a un' intesa, c' è bisogno che «tutti» facciano un passo nella direzione della controparte: un invito che in questo caso sembra rivolto più all' opposizione che alla maggioranza, che comunque sul testo un' intesa di massima al suo interno l' ha raggiunta. Viceversa, su un altro tema delicato come il testamento biologico, Fini pensa alla sua parte politica quando auspica «meno dogmatismo» e disponibilità nel cambiare un testo, quello votato al Senato, sul quale anche l' ordine dei medici «ha espresso preoccupazione, cosa che non è piaciuta ad alcuni miei autorevoli colleghi ma che invece a me ha dato soddisfazione». Si parla anche dell' abuso di voti di fiducia da parte del governo, ma il presidente della Camera frena: è vero, spiega, che un abuso della fiducia implica «un problema politico», ma è anche vero che se il governo la porrà sul decreto anticrisi già votato dalle commissioni «non si può parlare di mortificazione del Parlamento». Diverso sarebbe invece «se la fiducia fosse posta su un maxi-emendamento che contenesse parti ulteriori, non trattate o conosciute durante l' esame in commissione». Infine, si torna al caso Libia: Fini rivela che una sua lettera in cui proponeva una commissione mista di controllo nei Cpt libici è stata appunto rifiutata dal suo omologo di Tripoli. E il suo giudizio è molto duro: «Dire che si tratta di una risposta inadeguata, deludente e politicamente miope è dire poco, di fronte a un dato di fatto». Paola Di Caro Le assonanze Capo dello Stato Sulle intercettazioni «tutti i soggetti» dimostrino «spirito di apertura e senso della misura»: sì a soluzioni «il più possibile condivise» Presidente della Camera «In questa legislatura possano prevalere momenti di accordo, soprattutto per riforme che riguardano tutti i cittadini»

 

 


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Interventi & Repliche

 

Corriere della Sera
27 giugno 2009

Vittorio Sgarbi

Pag. 37

La restituzione delle opere d' arte Chiamato direttamente in causa da Paolo Conti («Da Axum ai fregi del Partenone. Quando è giusto restituire», Corriere del 20 giugno) su una questione essenziale come la restituzione delle opere d' arte, in una singolare confusione tra ciò che è proprio dello Stato e ciò che è arbitrio della criminalità, mi vedo messo all' angolo con una richiamo alla «serietà» per avere, da sottosegretario ai Beni Culturali e, pervicacemente, da osservatore critico, sostenuto i principi elementari della tutela e della natura stessa delle istituzioni museali. Se dovessimo accettare il principio della restituzione ai luoghi d' origine, in ordine alla confusione tra dominio coloniale e occupazione, e se si sostiene la legittimità della richiesta della restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone (annosa battaglia iniziata dalla intrepida ministra della Cultura Melina Mercouri), dovremmo smantellare importanti musei: tutto il Louvre, tutti i musei di Berlino, quello di Pergamo,

l' Antikensammlung di Monaco, il British Museum di Londra ma anche la National Gallery e la stessa Pinacoteca di Brera, esemplare rappresentazione di tutte le scuole di arte pittorica italiana, frutto delle rapine «regionali» di Napoleone. La storia ha visto il patrimonio dei vinti traslato nei musei dei vincitori: ma è la storia, appunto, ed è anche la storia dei musei. E mi pare bene che i rigorosissimi inglesi non seguano il nostro scellerato esempio. L' obelisco di Axum è stato il segnale negativo di uno Stato debole che si vergogna della sua Storia arrivando alla farsa della visita di Gheddafi che ha ottenuto i risarcimenti dall' Italia ma non ha ancora restituito i beni sequestrati ai profughi italiani e si è dimenticato di manifestare riconoscenza per il dono da parte degli archeologici italiani dei siti di Leptis Magna, di Sabratha, di Apollonia, di Cyrene. Senza gli italiani, quei luoghi dell' Umanità riposerebbero ancora sotto la sabbia.


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Col G8 torna Gheddafi: attenti alla dignita'

Politicamentecorretto.com

2 luglio 2009

Rainero Schembri


Arriva il G8. E con il G8 arriverà per la seconda volta in Italia anche Muammar Gheddafi, l'imprevedibile leader libico, questa volta come rappresentante dell'Unione Africa (carica a rotazione e della durata di un anno). Nel corso del suo  primo soggiorno italico, avvenuta nel mese di giugno, sul piano dell'immagine e della dignità nazionale non abbiamo certamente fatto una brillante figura.  
“In nome del business”, ha dichiarato a Politicamentecorretto Giovanna Ortu, Presidente AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) “e dei grandi interessi petroliferi, degli investimenti in Fiat, Eni e Unicredit, sono state consentite a Gheddafi delle liberalità che probabilmente in altri Paesi, come l'Inghilterra, la Germania o la Francia non gli sarebbero mai state concesse. Penso solo” ha detto  ancora la Ortu, “alla visita al Quirinale con la foto appiccicata al petto dell'eroe libico Omar al Mukhtar,  ucciso dai fascisti.  Ebbene, credo che ci sia un limite a tutto. Per fortuna il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha avuto un sussulto di dignità cancellando un incontro alla Camera dopo due ore di ritardo”.
Ecco il punto. Il Presidente della Repubblica, che è il rappresentante supremo della Nazione italiana non doveva, a nostro modesto parere, permettere una simile sfida mediatica.  Già siamo stati l'unico ex paese coloniale del mondo che oltre alle scuse ha accettato di pagare un maxi risarcimento per il periodo coloniale di 5 miliardi di dollari in vent'anni. E ciò dopo di  un primo consistente risarcimento effettuato (ma non riconosciuto da Gheddafi)  nel 1956. Poi siamo stati così ‘buoni' da non fare entrare in questi calcoli i beni confiscati agli italiani nel 1970 dopo il colpo di Stato: beni che ai valori attuali ammonterebbero a 3 miliardi di Euro. In compenso, siamo stati abilissimi a fare affari di tutti i tipi con Libia, salvo a trovare solo dopo quarant'anni qualche spicciolo per indennizzare almeno in parte i 20 mila italiani che dal 1911 (era Giolitti) sono stati costretti a lasciare l'Italia, quasi sempre in povertà. 
Ora è stato firmato un importante accordo di amicizia tra i due Paesi. Appare più che ragionevole essere contenti che la Libia sia diventata un grande partner commerciale dell'Italia e che ci fornisca l'energia necessaria per sviluppare il nostro Paese. E' comprensibile, inoltre, che in nome della real politic, si possa accettare tutto e di più. Anche molte pagine nerissime dei nostri rapporti passati. Ma c'è una cosa che non dovrebbe mai essere messa in svendita. La dignità nazionale e su di essa il capo dello Stato dovrà sempre vigilare. Quindi, ben tornato Gheddafi, ma questa volta stiamo attenti agli scherzi. Lo chiediamo soprattutto al Quirinale. 


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La tenda beduina e le imprese senza dignità

La Repubblica Affari & Finanza

15 giugno 2009
Massimo Giannini

pag. 1

D'accordo, gli affari sono affari. Le leggi del profitto non sempre coincidono con i principi morali. E il business, come diceva quel tale, a volte "è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo". E' tutto vero. Ma c'è qualcosa di umiliante nel modo in cui l'establishment economico (non solo quello politico) si è prostrato per baciare l'anello di Sua Altezza Muhammar Gheddafi.
Prima l'incontro pubblico con il gotha di Confindustria, che il Colonnello ha blandito con una garanzia ("la Libia non venderà mai risorse energetiche a scapito dell'Italia") e rassicurato con una bugia ("finché c'è Berlusconi al governo siete fortunati"). Poi il vertice riservato con l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni, ricevuto lontano da telecamere accese e da orecchie indiscrete sotto l'ormai mitica tenda beduina di Villa Pamphili.
E' la famosa "geopolitica del gas e del petrolio", che ancora una volta rende questo Paese tragicamente dipendente da qualunque fornitore, che si tratti della democratica Norvegia o della dispotica Russia. E' la promessa di far costruire alle aziende italiane opere infrastrutturali nel territorio libico per oltre 5 miliardi di dollari in 20 anni. Insomma, c'è poco da scandalizzarsi: it's the economy, stupid. Ma c'è modo e modo di accaparrarsi commesse e contratti. Non ci si può presentare col cappelluccio in mano, neanche fossimo l'Italietta prostrata del dopoguerra che il povero De Gasperi andò a raccomandare all'America, ottenendo un primo assegno da 50 milioni di dollari dal segretario di Stato Byrnes. Era il gennaio del '47, e nella delegazione italiana gente del calibro di Guido Carli non poté partecipare al ricevimento alla Casa Bianca: non aveva neanche i pochi soldi necessari per affittare il frac imposto dal cerimoniale. L'Italia di oggi non naviga nell'oro. Ma, nonostante il Cavaliere, non è ridotta come quella di allora.
Via, signori imprenditori, un po' di dignità.

 


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Se la diplomazia diventa uno show

La Repubblica

domenica 14 giugno 2009

Francesco Merlo

p.1

Non è possibile che la diplomazia italiana non prepari e non governi una visita di Stato, non ne contenga gli eccessi pittoreschi, non concordi forme e contenuti degli interventi. Nonè possibile che la diplomazia italiana spinga l' accattonaggio di Stato sino a lodare gli estremismi di Gheddafi che, imbottito di dollari grazie al petrolio, nell' Aula Magna della Sapienza, dopo averci generosamente perdonato, ci ha spiegato che «bisogna capire le ragioni del terrorismo». Le ragioni cioè dei macellai che sgozzano, delle bombe nelle stazioni, delle stragi nei centri commerciali. Insomma, non è Gheddafi che ci indigna ma è la nostra diplomazia che ci mortifica. Perché lo facciamo? Nessuna superiore ragion di Stato , nessun rimpatrio di migranti, nessun bisogno energetico consentono infatti di perdere faccia e coscienza permettendo a un dittatore, che ha impiegato la vita a finanziare e ad armare i killer di tante orribili imprese terroristiche, di equiparare, proprio nel nostro paese, gli Stati Uniti a Bin Laden. È vero che il nostro governo, al quale sempre più piace fare l' amico dei nemici e il nemico degli amici, ci ha abituati alla "diplomazia del sorriso", vale a dire alla politica estera degli ammiccamenti e delle battute, delle pacche sulla spalla e delle gag al limite della licenza e della decenza, ma persino quel vestito con il quale Gheddafi si è presentato al Quirinale esprime, ancor più della vanagloriosa aggressività dell' ospite, la sostanziale impotenza della nostra diplomazia. E non solo perché è proprio così che il cinema abbiglia i satrapi degli stati centro africani, con le foto appuntate sul petto e le divise colorate e superaccessoriate che disonorano i soldati di tutto il ... mondo civile e ridicolizzano la professione delicata dei colonnelli. Oggi i militari non esibiscono nulla, sono esperti di geopolitica, storiografi di qualità, ingegneri sobri misurati ed equilibrati, insomma sono gli ultimi a voler fare quello che sono chiamati a fare: la guerra. Gheddafi a Roma non somiglia a un militare, ma a una parodia del vigile urbano in grande spolvero. È l' africano come se lo immaginano i leghisti. Pur di cacciare gli immigrati da Vicenza, i nostri xenofobi padani cedono Roma, i suoi giardini e le sue università a un beduino in ghingheri.
Gheddafi che tiene lezioni di alta politica a Palazzo Giustiniani e nella nostra più importante accademia è in questo senso il trionfo del ministro dell' Interno Maroni: la politica estera asservita agli umori dei bottegai di Vigevano. E sebbene non ci sia memoria di un set cinematografico altrettanto pittoresco, il rettore Luigi Frati, medico specialista, ha trovato nell' esibizione di Gheddafi «spunti di grande interesse». E il presidente del Senato Renato Schifani vi ha letto «una pagina importante» e già pensa di invitarlo di nuovo. Solo il ministro degli Esteri Franco Frattini ha ammesso che, perbacco, «non si può essere d' accordo su tutto». Rimane da capire su che cosa è d' accordo Frattini con Gheddafi, quali sono gli spunti di grande interesse, e perché questa esibizione sarebbe una pagina importante. Ecco: se si tratta di umorismo è umorismo nero, se si tratta di diplomazia è diplomazia spudorata. Ma forse il politologo Frati, lo studioso Schifanie il Marco Polo Frattini si riferiscono alla carica della polizia contro gli studenti, alle intelligenze critiche mortificate e zittite all' università, alla prepotenza dei gorilla libici, al gineceo amazzonico che guarda il corpo del dittatore...
Ma perché la nostra politica estera deve diventare sbracamento? Noi non pensiamo come quelli di An (dov' erano?) che Gheddafi abbia fatto diventare debiti i nostri crediti storici. Ma distinguiamo il popolo libico da Gheddafi che, come i governatori colonialisti italiani, violai diritti umanie peggio di loro, da ben quaranta anni, commette soprusi. È vero che anche gli Stati Uniti si sono ammorbiditi con Gheddafi, ne hanno lodato il nuovo corso e la rinunzia alla ambizioni nucleari, e lo hanno depennato dalla lista dei paesi canaglia. Ma ve lo immaginate Gheddafi, vestito da capobanda municipale, che parla al Congresso degli Stati Uniti, o che fa una lezione ad Harvard o che pianta la tenda al National Mall, la striscia verde che è il cuore politico e istituzionale dell' America? L' Italia squattrinata può anche invitare Gheddafi, se davvero è disposto a comprare azioni della Telecom o, come dicono, a salvare la squadra della Roma, o ancora a riempirei nostri ammanchi energetici...
Quando sono in ballo grandi e vitali interessi , non dico che approveremmo ma almeno capiremmo. Purché - lo ripetiamo - la diplomazia controlli ogni cosa e non si lasci sopraffare. Mai un invito diplomatico può diventare un evento da baraccone, una roba da estate romana, un' esibizione che, ideata per impataccare, ha finito con l' impataccarci. Ed è una patacca che ci resterà a lungo sul groppone, questa nostra politica da cammellieri, ingombrante come la tenda a villa Pamphili. Se il capo di Stato da spennare fosse stato esquimese, lo avremmo messo in una cella frigorifera accanto al laghetto di Villa Borghese, ghiacciato per l' occasionee popolato con le foche de Roma?


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Piegare troppo la schiena non raddrizza gli affari

Libero

14 giugno 2009

Magdi C. Allam

 

La vera lezione da trarre dalla sciagurata visita del dittatore libico Gheddafi a Roma è che non è affatto vero che incurvando la schiena si possano raddrizzare gli affari. Perché se, da un lato, il messaggio recondito che trapela dai canali informativi è che dovremmo perdonare gli “eccessi verbali” di Gheddafi per salvaguardare degli interessi energetici, economici e commerciali che corrisponderebbero ad una priorità nazionale, dall'altro si tende a omettere che a giovarne sono essenzialmente i tradizionali potentati della finanza e dell'impresa, anche a scapito della piccola e media impresa che rappresentano il fulcro dell'attività sana della nostra economia, con un danno che prima o dopo si ripercuote sui nostri portafogli. Per trarre le somme dobbiamo partire dall'inizio della storia recente tra i due Paesi, per prendere atto dell'assoluta inaffidabilità di Gheddafi. Il 2 ottobre 1956 il presidente del Consiglio dei ministri Antonio Segni e il primo ministro e ministro degli Esteri libico Mustafà Ben Halim sottoscrissero a Roma l'Accordo tra l'Italia e la Libia di collaborazione economica e di regolamento delle questioni derivanti dalla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 15 dicembre 1950. Esso consta di 19 articoli, 20 allegati e 14 scambi di note. Di fatto l'Italia risolse la spinosa e controversa questione del risarcimento dei danni coloniali, così come attesta l'articolo 18 che recita: «I due governi, nel dichiarare di loro piena soddisfazione le intese raggiunte col presente accordo, confermano di aver definito tutte le questioni dipendenti dalla risoluzione (dell'Onu del 15 dicembre 1950 che conferisce l'indipendenza alla Libia, ndr) o con questa connesse o dipendenti dal passaggio di sovranità». Concretamente l'Italia saldò il debito coloniale con il versamento alla Libia, così come contemplato dall'articolo 16 dell'accordo, della somma di 2.750.000 lire libiche, pari a 4.812.500.000 lire italiane quale contributo alla ricostruzione economica della Libia. Di questa somma, due terzi dovevano essere impiegati da parte del governo libico per l'acquisto in Italia, in tre esercizi finanziari successivi, di prodotti dell'industria italiana, mentre un terzo fu versato in contanti. Il colpo di Statoe il regime di Muammar Sennonché Gheddafi, dopo il colpo di Stato con cui nel 1969 rovesciò la monarchia, sconfessò gli accordi internazionali precedentemente sottoscritti e pretese la riapertura della questione dei risarcimenti coloniali. Teniamo presente che l'Italia è l'unica ex potenza coloniale al mondo che ha accettato di farlo, anche se il nostro peso coloniale è stato del tutto infimo rispetto a quello della Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo e Belgio. Di fatto abbiamo scoperto che, ogni qual volta si era a un passo da un possibile accordo di natura finanziaria anche se sotto forma di un ospedale o dello sminamento delle aree desertiche teatro della seconda guerra mondiale, Gheddafi rialzava la posta perché ciò che gli interessava, veramente non era l'indennizzo, ma il poter usare l'Italia come valvola di sfogo delle frustrazioni interne di un popolo represso in quanto sottomesso alla sua feroce tirannia.

La conferma dell'inquadramento politico della questione del risarcimento coloniale è che il recente accordo, che contempla un esborso stratosferico di 5 miliardi di dollari, è stato accettato da Gheddafi solo nel contesto di un cosiddetto trattato di amicizia che di fatto stravolge l'alleanza dell'Italia con la Nato assumendoci l'impegno a non consentire che dal nostro territorio possano partire azioni aggressive nei confronti della Libia. Così come aveva implicitamente contemplato l'impegno dell'Italia a completare l'opera di sdoganamento di Gheddafi a livello internazionale, cominciando ad accoglierlo con i massimi onori a casa nostra come se si trattasse del più autorevole e prestigioso leader del mondo.

Ben ci sta! Che umiliazione sentirci dare delle lezioni di democrazia («Se il popolo italiano me lo chiedesse, gli darei il potere annullando i partiti e le elezioni») da un tiranno che ha le mani insanguinate di migliaia di oppositori interni massacrati e di centinaia di vittime di attentati terroristici di cui è stato definitivamente accusato dal tribunale internazionale dell'Aja. Che orrore accoglierlo il Campidoglio, nel Senato della Repubblica e nell'Università La Sapienza per permettergli di giustificare e legittimare il terrorismo equiparando gli Stati Uniti a Osama bin Laden. Che vergogna vedere il nostro capo di governo Berlusconi, qui a casa nostra, doversi infilare sotto una tenda eretta a residenza romana di Gheddafi, consentendogli un arbitrio che non sarebbe concesso a nessun italiano, nel tentativo di rabbonirlo dopo l'ennesima offesa alle nostre istituzioni che ha portato all'annullamento della sua visita alla Camera dei deputati, fino al punto da elevarlo a modello da emulare: «Gheddafi? Come un cliente un po' originale. È intel­ligentissimo, se è stato al potere per 40 anni è perché ci sa fare».

Ebbene noi italiani dovremmo ingoiare tutti questi rospi perché Gheddafi in cambio ci garantirebbe un fiume di affari irresistibili. Ma a chi? I soliti nomi: Eni, innanzitutto, la madre della nostra politica energetica e della nostra politica mediorientale sin dal dopoguerra; Impregilo, Alenia Aeronautica, Prysmian Cable (ex Pirelli), Sirti Alcatel. Tanti progetti sulla carta, alcune promesse ventilate, certezze nessuna almeno per il momento. Le sole certezze che abbiamo è che finora gli affari con la Libia, da cui importiamo il 30% del nostro fabbisogno di petrolio e il 12,5% del nostro fabbisogno di gas, pari al 10% del nostro fabbisogno complessivo di energia, si sono spesso ritorte contro l'interesse degli italiani.

Partiamo dal caso della Fiat che, dopo aver consentito alla Libia di acquistare il 15% delle proprie azioni a par­tire dal 1976, dieci anni dopo le riacquistò con l'intermediazione di Mediobanca, con un'operazione in cui i piccoli azionisti dell'Ifil furono ingannati e danneggiati, avendo sottoscritto un aumento di capitale di una società ricca di attività finanziarie e si ritrovarono a possedere titoli industriali Fiat precipitati da 16.500 lire a 9.600 lire. Diciamo pure che, dopo il lancio dei missili libici su Lampedusa, la Fiat si sbarazzò dell'imbarazzante azionista libico riversando sulle nostre spalle un conto salato, 2,6 miliardi di dollari.

Prendiamo il caso dei crediti per un ammontare di 650 milioni di euro che 120 imprese italiane, perlopiù piccole e medie imprese, continuano a vantare nei confronti della Libia e che Gheddafi continua a non voler onorare. Fino al caso dei 3 miliardi di euro che la Airl (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) rivendica per le perdite e le confische subite dai 20 mila italiani cacciati dalla libia nel 1970. Al riguardo, di fronte al perdurante rifiuto di Gheddafi di indennizzare i nostri connazionali, quest'onere è stato assunto dal governo italiano anche se i versamenti effettuati sono ancora parziali.

Ecco perché è arrivato il momento di prendere atto che solo salvaguardando i nostri valori, la nostra dignità e la sovranità nazionale, potremo tutelare anche l'interesse economico dell'insieme della collettività. Ricordiamoci: con la schiena ricurva otterremo solo disprezzo e perdite; con la schiena dritta ci meriteremo rispetto e guadagni.

 


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Missione a Tripoli in difesa dei diritti dei migranti

 

Il Sole 24ore

14 giugno 2009

Gianfranco Fini

 

Saluto il Leader Gheddafi, anche nella sua veste di presidente dell'Unione africana. La presidenza libica dell'Unione africana può contare sull'Italia per il rafforzamento dell'impegno della Ue per l'Africa, soprattutto con riferimento alle crisi umanitarie che travagliano il Darfur e la Somalia. (…)

Italia e Libia sono unite da profondi vincoli storici e geografici. La collocazione al centro del Mediterraneo ha favorito sin dall'età romana i contatti reciproci, come dimostrano le meravigliose testimonianze archeologiche di Leptis Magna, patrimonio dell'umanità, secondo l'Unesco.

Nel più recente passato, la dominazione coloniale ha segnato una pagina dolorosa. Con la ratifica del Trattato di amicizia siglato lo scorso 30 agosto a Bengasi, la responsabilità italiana del passato coloniale è stata affermata inequivocabilmente. La camera dei deputati, con una larga maggioranza, ha ratificato il Trattato e ha ribadito la volontà di chiudere definitivamente il doloroso “capitolo del passato” e di aprire contemporaneamente il capitolo del futuro, quello dell'amicizia.

Il Trattato di Bengasi è stato il punto di arrivo di un lungo negoziato portato avanti da parte italiana con eguale impegno dai governi dell'ultimo decennio, indipendentemente dall'orientamento politico. Comune, infatti, alle forze politiche italiane è stata ed è la convinzione che un partenariato privilegiato con la Libia sia necessaria per la stabilita e lo sviluppo della regione mediterranea.

Il negoziato bilaterale è stato accompagnato dal nuovo corso della politica estera libica, caratterizzato dalla rinuncia pubblica alle anni di distruzione di massa e dalla condanna del terrorismo internazionale, che non è mai alimentato dalle democrazie. Le democrazie, a parte da quella americana, possono sbagliare, ma certo non possono essere paragonate ai terroristi.

Confido vivamente che l'entrata in vigore del Trattato sia di auspicio per una rapida conclusione dell'accordo-quadro con l'Unione europea (…). Confido, altresì, che la Libia possa riconsiderare la sua posizione nei confronti del "processo di Barcellona" che da un anno si è sviluppato nell'Unione per il Mediterraneo, ma che stenta a decollare.

Ciò è dovuto anche alla scelta compiuta dai Paesi arabi in segno di protesta per l'aggravamen­to della crisi israelo-palestinese. Voglio sottolineare al leader Gheddafi che proprio lo sviluppo dell'Unione per il Mediterraneo - di cui Israele e l'Autorità Palestinese fanno parte a pari titolo - può favorire la conquista della pace in Medio Oriente e che l'adesione della Libia rafforzerebbe una simile possibilità.

Mi preme a questa proposito ricordare che il Parlamento italiano rappresenta i Parlamenti nazionali degli Stati europei nella Presidenza dell'Assemblea parlamentare euromediterranea e che, in tale qualità, ne ospiterà i lavori dal marzo 2010 a quello del 2011.

Sarebbe particolarmente significativo se, in quella circostanza, una delegazione parlamenta­re libica sedesse sui banchi dell'Aula di questa Palazzo. Sarebbe, infatti, un riconoscimento del ruolo guida avuto dalla Camera dei deputati e dal Congresso generale del popolo (…).

In questo senso, formulo l'auspicio che le due Assemblee parlamentari possano al più presto dotarsi di un quadro istituzionale di collaborazione che sia all'altezza del livello del dialogo politico intergovernativo. Sarebbe così possibile definire un programma di scambi periodici di visite, di regolari riunioni di commissioni miste, per favorire la mutua conoscenza e comprensione, per discutere i problemi comuni ed individuare le soluzioni migliori.

L'emergenza dell'immigrazione clandestina, ad esempio, è stata oggetto di un'azione con­cordata tra i rispettivi esecutivi, meriterebbe di essere maggiormente affrontata anche sul piano interparlamentare.

A tal riguardo, proporrò al mio collega libico, Embarak El Shamakh, Segretario generale del Congresso del Popolo, la creazione di un gruppo congiunto di monitoraggio parlamentare. Auspico che una delegazione di deputati italiani possa recarsi presto in visita ai campi libici di raccolta degli immigrati per verificare il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo sanciti dalle Nazioni Unite e dal Trattato di Bengasi, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e ai perseguitati politici.

Le relazioni italo-libiche offrono amplissimi margini di approfondimento, che il Trattato di Bengasi incentiva L'Italia è già il primo partner commerciale della Libia, ma questa posizione è destinata a rinsaldarsi grazie ai reciproci investimenti diretti, che favoriranno soprattutto la rete infrastrutturale. L'Istituto italiano di cultura a Tripoli e l'Accademia libica in Italia potranno diventare centri di promozione degli scambi di studio e di ricerca.

In tale contesto, auspico che gli italiani cattolici ed ebrei che hanno lasciato la Libia costituiscano una preziosa risorsa per il futuro delle relazioni bilaterali. Di generazione in generazione essi hanno conservato un sincero attaccamento per la Libia. Hanno contribuito con il loro lavoro alla prosperità del Paese e hanno sofferto pagando responsabilità non loro. E quindi motivo di apprezzamento e di speranza il fatto che nel programma della visita a Roma del Leader Gheddafi sia previsto un incontro con loro.

Italia e Libia hanno interessi comuni nel mondo globale. La lotta al terrorismo fondamentalista,la sicurezza del bacino mediterraneo, la pacificazione del Medio Oriente, lo sviluppo dell'Africa, la non proliferazione delle armi di distruzione di massa sono tutti obiettivi che ci uniscono, il cui raggiungimento potrà senz'altro essere accelerato se intensificheremo la nostra cooperazione.

La scelta coraggiosa della via del dialogo - che il Leader Gheddafi ha impreso al suo Paese – ha fornito un'ulteriore smentita dell'ineluttabilità dello scontro tra le civiltà ed ha aperto alla Libia la possibilità di svolgere un'azione internazionale particolarmente decisiva.


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Agli esuli cacciati via nel 1970: «Vi ho salvato dalla deportazione»

Il Giornale

14 giugno 2009

Fausto Biloslavo

 

I 20mila italiani cacciati dalla Libia a pedate nel 1970 dovrebbero ringraziarlo, perché è stato il Colonnello ad opporsi alla loro deportazione in massa in un lager della Cirenaica, dove sarebbero stati decimati dalla prigionia. Gli esuli potrebbero fondare un partito, che il munifico leader libico è pronto a sovvenzionare, perché i governi italiani li hanno sempre trattati a pesci in faccia.
Gheddafi superstar ieri mattina all'ultima puntata delle sue sceneggiate romane. Con espatriati dalla Libia o loro eredi, rigorosamente selezionati dall'ambasciata libica, che fanno a gara per un autografo, in rigoroso inchiostro verde, dal grande capo della Jamahiriya socialista ed islamica. L'appuntamento era a villa Pamphili, ma non nella mitica tenda beduina. «Eravamo in 220 circa sotto un enorme gazebo bianco, con le sedie di plastica allineate. Lui parlava da un palchetto, a braccio ed è andato avanti per un'ora e cinque minuti», racconta un italiano nato a Tripoli, che ha ricevuto l'invito. Il suo nome è meglio non farlo «perché in Libia ci voglio tornare». Come sempre il Colonnello è arrivato in ritardo di 90 minuti e ha attaccato con il solito pistolotto storico sulle colpe del colonialismo italiano. «Ad un certo punto ha praticamente detto che dobbiamo ringraziarlo per averci salvato – racconta la fonte de Il Giornale – perché quando prese il potere una parte del consiglio della rivoluzione voleva deportare tutti gli italiani in Libia in un campo di concentramento ad El Agheila, in Cirenaica. Lui si è opposto e ha fatto valere la sua scelta di mandarci via». E sequestrare i beni degli italiani (400 miliardi di allora) espropriati e nazionalizzati. «Ho tre anni in più di Gheddafi e tre in meno di Berlusconi, le umiliazioni ed il dolore nei giorni in cui ci hanno cacciato dalla Libia me li ricordo bene. Non solo ti portavano via tutto, ma non te ne potevi andare prima di ottenere il certificato di nullatenenza». Lo racconta a Il Giornale, Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, che aveva 30 anni quando è stata cacciata da Tripoli. Ieri sotto il gazebo non c'era, perché gli inviti non sono mai arrivati. «È deplorevole che non si sia ritenuto necessario inserire una rappresentanza dei rimpatriati italiani nell'agenda ufficiale – tuona la Ortu -. Davo per scontato un incontro con Gheddafi. Ma forse è meglio così. Ci siamo evitati un'umiliazione visti i toni del Colonnello in questi giorni».
Sotto il gazebo, invece, c'era un gruppo di Latina con tanto di cappellino verde e la scritta Italia-Libia. «Gheddafi ha detto che i nostri governi ci hanno sempre trattato malissimo – spiega la fonte de Il Giornale sotto il gazebo –. Ci ha incitato a fondare un partito facendo capire che lo avrebbe sovvenzionato». E giù gli applausi delle vittime a chi li ha cacciati.
Fra il pubblico non sono mancate le scene stucchevoli, come qualche fan italiano armato di gigantografia di Gheddafi, che è riuscito a farsi firmare il “santino”. Un espatriato voleva prendere la parola per chiedere ingresso senza visto in Libia, apertura degli archivi di Tripoli sui beni italiani nazionalizzati e risarcimento almeno parziale degli espropri, ma non ce l'ha fatta. Un gruppetto di donne lo ha preceduto per farsi autografare l'invito con rigoroso inchiostro verde, come se Gheddafi fosse una star di Hollywood. Qualcuno gli ha regalato un quadro in argento ed il Colonnello bonario ha assicurato: «Costituite delle società, tornate a lavorare da noi. Avrete dei privilegi rispetto agli italiani che non sono nati in Libia». La Ortu ricorda che nel 1970 i libici «ti frugavano anche nei capelli. Non si poteva portare via neppure gli orecchini. L'argenteria di famiglia l'abbiamo consegnata ad amici arabi e americani, che poi ce l'hanno fatta riavere. Si poteva partire con sole 34mila lire in tasca».

Sotto il gazebo di villa Pamphili l'impressione era di grande cordialità con Gheddafi, scialle marrone e camicia all'orientale, che dispensava strette di mano e sorrisi. Però Umberto Gobbi, settantenne, che in Libia ha vissuto a lungo, ammetteva: «Mi sento un po' preso in giro». Shalom Tesciuba, leader carismatico della comunità ebraica tripolina, ha consegnato una lettera all'ambasciatore di Tripoli scrivendo che “gli ebrei non abbasseranno la testa e non dissacreranno il sabato”. Giorno fissato apposta dai libici per un incontro “riparatore” con Gheddafi, che li ha cacciati come gli italiani.


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Alfeo e la casa persa due volte
La famiglia Agostinetto espulsa nel '70 ora si ritrova terremotata in Abruzzo

Il Sole 24Ore

14 giugno 2009

Gerardo Pelosi

Ci sono storie che nessuna fantasia riuscirebbe a partorire con così tanta crudeltà. Coincidenze tra vicende politiche e tragedie personali che lasciano quasi atterriti. Chissà cosa dovrà pensare dei casi della vita Alfeo Agostinetto, classe 1920, ora relegato in una casa di cura a Pontecchio, in Abruzzo, dopo una vita difficile.
Non aveva neppure 20 anni nel '39, quando da San Donà di Piave, Venezia, prese la sua morosa, Milena Zanin, di Casale sul Sile per cercare fortuna in terra libica. Trovò un pezzo di deserto da coltivare a Dafnia, provincia di Misurata, 150 Km da Tripoli, ex villaggio Garibaldi. In quei 35 ettari coltivati a olivi, mandorli e vigna vennero alla luce sei figli: Alberto, Pietro, Claudio, Giancarlo, Noemi e Rosetta. Una vita di soddisfazioni ma anche di fatica. Poi, nel '69, la rivoluzione dei colonnelli capeggiati da Muammar Gheddafi.
Molti erano già riusciti a vendere case e poderi. Alfeo no. Nell'agosto del '70 fu colpito dalla confisca dei beni e dal decreto di espulsione. Il rientro in Italia non fu facile. Un mese di pensione a Roma fino a quando la generosa ospitalità degli abruzzesi consentì alla famiglia Agostinetto di rifarsi una vita. Lui come bidello nelle scuole elementari dell'Aquila fino alla pensione. Poi i figli che crescono e si sposano con le usanze italiane interrotte dal cous cous del venerdì e da qualche amico libico in visita di tanto in tanto.
Le scosse del terremoto di due mesi fa non hanno lesionato la casa di cura di Pontecchio dove si trova Alfeo. È lui il più fortunato ma tre dei sei figli sono, per la seconda volta nella loro vita, senza un tetto sulla testa. A Paganica, la notte del terremoto, Claudio e Pietro si ritrovano di nuovo a guardare il cielo non da una nave che li riporta in Italia ma fuori dalle loro case crollate. Si cercano l'un con l'altro, sono tutti incolumi davanti alle macerie. Stessa sorte per Alberto, in affitto in un appartamento all'Aquila gravemente lesionato. La famiglia di Claudio, moglie e due figli, si sistema sotto una tenda (tenda vera, non come quella di Gheddafi usata solo per gli incontri ufficiali). Alberto si ritira nel suo camper cui aggiunge un container per un po' di privacy per i figli adulti. Pietro accetta l'ospitalità degli alberghi sulla costa. A chi chiede loro cosa si può fare per aiutarli, dicono: «Per ora ci viene dato tutto quel che ci serve».
Differenze a analogie tra le due esperienze? Claudio risponde: «Ero un bambino, della campagna di Dafnia ricordo giochi con le lucertole, le valigie rigonfie alla partenza, le ore di attesa sotto il sole al porto, i pianti di mia madre e il coraggio fiero di mio padre». Ma se gli si chiede della visita del "leader" a Roma a denti stretti sussurra: «Se avessi un mitra...». Pietro: «Solo questo ci mancava, Gheddafi è venuto a dettare legge pure qua». E Alberto: «Avevo 14 anni quando siamo partiti ma mi ha dato fastidio vedere Gheddafi ricevuto in questo modo ».
Resta la domanda. Cosa penserà Alfeo Agostinetto, classe 1920, del bizzarro intreccio dei destini quando Gheddafi, presidente di turno dell'Unione africana, scorrazzerà tra le strade di Abruzzo per partecipare al G-8 tra poche settimane?

 


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Lettere al Direttore: La foto di Gheddafi

Gazzetta di Parma

13 giugno 2009

Professor Giulio Olmo

p. 13

 

Egregio direttore,

leggo sul suo giornale che «Gheddafi portava una singolare fotografia:quella dell'arresto, operato dagli squadroni fascisti, l'11 settembre 1931, proprio di Omar Al Muktar». Per la verità storica, Omar Al Muktar, il Leone del deserto, eroe dell'insurrezione senussita in Cirenaica contro gli italiani, fu catturato dal XV squadrone del II Gruppo Squadroni Savaridella Tripolitania, reparto del quale io ho fatto parte nei primi sette mesi del 1942, ed ho conosciuto personalmente diversi «sciubasci» (vice comandanti indigeni) dei reparti di cavalleria libica del Regio Esercito che avevano partecipato alla cattura undici anni prima. La fotografia riguarda probabilmente il momento nel quale il capo senussita viene condotto o ritorna dal processo nel quale fu condannato a morte. Ripeto spesso senussita perché Muhammar Gheddafi, ufficiale dell'esercito (credo di origine beduina) si ribellò a Idris I, il «Gran Senusso», che dagli inglesi era stato messo sul trono nel 1951. Non è peraltro nemmeno un mistero che le cabile della Cirenaica siano in continuo dissidio con quelle del resto della Libia, tant'è che i principi Karamanly, una delle più importanti famiglie di Tripoli, al tempo dell'occupazione italiana erano ufficiali del Regio Esercito. Rimane quindi da spiegare come mai il Colonnello Gheddafi ci accusi della morte di un eroe del quale lui in prima persona ha tradito la causa, detronizzando re Idris I.


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Gheddafi non arriva, Fini annulla l'incontro

 

Corriere della Sera

13 giugno 2009

Gianna Fregonara

 

Sono le 18.31 quando Gianfranco Fini strappa: «Considero annullata la manifestazione» per «l' ingiustificato ritardo del presidente della Giamahiria libica». Applausi ripetuti, persino qualche «bravo!». E tutti smobilitano dalla Sala della Lupa. Via Fini, via le telecamere, i deputati, gli addetti ai lavori, i giornalisti e anche il carrello del tè, che da due ore attendono l' arrivo di Gheddafi. Nell' ufficio di Fini, aspetta Massimo D' Alema, l' organizzatore con la sua Italianieuropei dell' happening di Montecitorio. Dopo l' annuncio, lui non affronta i giornalisti ma detta una dichiarazione: «Non posso che condividere». Che l' attesa si annunci lunga si capisce quasi subito. Si sussegue il ritornello: «Non è ancora partito da Villa Pamphili», «sta partendo», «è tutto pronto», ma si capisce chiaramente che nessuno sa nulla e i commessi si tolgono i guanti della divisa delle grandi occasioni. In sala sono schierati in prima fila Beppe Pisanu e Lamberto Dini, Andrea Manzella e Matteo Colaninno, Enzo Carra, Vincenzo Visco, Alberto Michelini. C' è il giudice Rosario Priore. Alessandro Ruben, il presidente dell' Antidefamation league che Berlusconi ha voluto in Parlamento, attende Gheddafi insieme al capo degli ebrei libici Shalom Tesciuba che ha una lettera per il Colonnello che oggi non può incontrare a causa dello shabbat. Deputati vanno e vengono, nessuno sembra essere in contatto con la tenda, D' Alema ha appena annunciato che «sembra che Gheddafi stia arrivando», il predecessore di Fini Pier Ferdinando Casini consiglia indirettamente «di chiudere, dopo due ore di ritardo, le porte al Colonnello, se rimanesse un minimo di dignità e di decoro delle istituzioni». E quando alla fine proprio il presidente della Camera entra nella sala, ha difficoltà a farsi ascoltare perché nessuno guarda verso il leggio ma tutti verso la porta convinti che finalmente Gheddafi sia in arrivo. Picchietta sul microfono, Fini e tutto di un fiato annuncia: «Devo limitarmi ad una comunicazione, la prevista manifestazione con il colonnello Gheddafi organizzata per le 17 non ha avuto luogo fino a questo momento per il ritardo del Presidente della Giamahiria libica. Ritardo che al presidente della Camera non è stato giustificato ed è la ragione per la quale, assumendomene la responsabilità e nel pieno rispetto di quello che credo che sia il ruolo che il Parlamento ha in una democrazia, considero annullata la manifestazione». Il brusio in sala diventa applauso. Mentre la sala si svuota lo staff di Fini fa sapere che la decisione del presidente della Camera è stata presa in solitudine e per «difendere il popolo italiano». Ma poi, ad evitare un incidente diplomatico alla fine della visita del leader libico, Fini chiama subito Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, nonché il ministro degli Esteri Franco Frattini che da Santa Margherita Ligure ha appena stigmatizzato quanti hanno criticato in questi giorni Gheddafi. Con un certo ulteriore ritardo, quasi alle nove di sera, l' ambasciata libica si assume la responsabilità dell' incidente: una cattiva formulazione del programma degli impegni di Gheddafi che ha mancato l' incontro con Fini perché «doveva fare la preghiera al-Assr (del pomeriggio) del venerdì, che ha coinciso con l' orario degli incontri».


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La mia foto sul petto

 

Corriere della Sera

12 giugno 2009

Lettera di Maria Imperatore

 

Gentile Direttore,

la foto appuntata sul petto di Gheddafi, esibita con provocazione prima a Berlusconi poi a Napolitano e, attraverso la TV al mondo intero, mi ha fatto venire in mente di mandarne una a Lei molto diversa ma altrettanto significativa.

Anche se non mi riconosco in nessuna delle persone rappresentate, l'ho conservato gelosamente perché potrei essere benissimo io una di loro dato che da quella nave sono sbarcata anche io, ragazza, un giorno d'estate di quasi quarant'anni fa.

Avevo perso tutto: non solo la casa, le cose, gli amici, la spiaggia, i luoghi spensierati della mia gioventù ma mi sentivo violata addirittura nella mia intimità.

Come era stato lungo e difficile quel mese torrido tra fine luglio e fine agosto vissuto a Tripoli dopo aver ascoltato alla radio il provvedimento di confisca emanato da Gheddafi. Quanti problemi per me e per i miei: non c'era neppure il tempo di piangere perché bisognava occuparsi di tante brutte cose pratiche. I beni li avevamo perduti, ma bisognava pure consegnare i relativi documenti facendo lunghe file sotto cartelli minacciosi in ricordo delle nostre “malefatte”. Bisognava cercare di sistemare presso affettuosi amici libici il nostro adorato cagnolino. Bisognava dimostrare il pagamento di tutte le utenze luce, gas, telefono: con quali soldi affrontare questi oneri dato che i conti in banca erano bloccati? E i libri? I miei adorati libri, per essere infilati in valigia, dovevano passare sotto il visto di un apposito controllo mentre ori e argenti venivano inesorabilmente sequestrati in dogana, luogo dell'ultima umiliazione: donne gentili e imbarazzate ti frugavano da per tutto, dopo averti fatto spogliare, pensando che persino fra i capelli potevi portarti via qualche tesoro. Ma questo gli italiani, i deputati, i membri del governo, le nostre giovani ministre lo hanno mai saputo?

La ringrazio e La saluto

 

 


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“Incontrerò Gheddafi senza alcun rancore”

 

Il Giornale dell'Umbria

12 giugno 2009

G.Bas.

Pag. 37

A vedere domani mattina a Roma il leader libico, da alcuni giorni in visita nella Capitale, sarà Raffaele Iannotti, uno dei tanti esuli italiani di Libia.

Iannotti - 60 anni, ternano e da sempre impegnato in politica"­ da decenni sta portando avanti, assieme all'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), la battaglia contro lo Stato italiano per ottenere i 'risarcimenti a seguito della confisca dei beni attuata dallo stesso colonnello Muammar Gheddafi a seguito del colpo di stato del 1 settembre 1969. Gheddafi prese in mano le sorti del Paese spodestando il re Idris Sanussi I, salito al trono con la caduta del fascismo.

Con l'ascesa del colonnello, ventimila italiani, nel 1970, furono costretti a dire addio alla costa africane fare ritorno nel Belpaese. Lasciando in Libia amori, amici, ricordi e soprattutto proprietà terriere e immobiliari per un valore di circa 400 miliardi di vecchie lire.

"Se domani mattina avrò l' occasione di incontrare Gheddafi a villa Pamphili (dove è stata allestita la lussuosa tenda beduina, ndr) - spiega lannotti - lo saluterò come si conviene a un rappresentante di un Paese straniero. Lo ripeto, senza alcun rancore, per quanto accadde nel 1969. Anzi, gli dirò: sono amico del popolo libico e se lei è il popolo libico, allora è anche amico mio". Quindi nessun accenno alla faccenda delle proprietà confiscate. "Il contenzioso è aperto con lo Stato italiano non con la Libia -puntualizza lo stesso Iannotti -. Quando gli italiani andarono in Libia erano stati garantiti in tutto e per tutto dall'Italia, quindi i risarcimenti che dobbiamo ancora ottenere, almeno 400 milioni di euro, devono essere elargiti dal nostro Stato. Un piccolo passo in avanti - aggiunge ­è stato fatto lo scorso febbraio in occasione del nuovo trattato di amicizia tra l'Italia e la Libia. Un trattato da 5 miliardi di dollari in cui sono previsti anche 150 milioni di euro per noi esiliati, ma è una cifra completamente insufficiente per chiudere la storia". Insomma, la battaglia per ottenere i "giusti" risarcimenti è destinata a durare ancora per anni. Intanto, però, una piccola soddisfazione gli esuli italiani l 'hanno già avuta: sono potuti ritornare in Libia.

"Sono andato già diverse volte - racconta Iannotti -, malgrado le diversità che ci sono tra noi occidentali e la gente di un paese arabo, io resto sempre molto legato a quei luoghi, anche perché io sono nato in Libia. Ogni volta che vado in quella terra è un' emozione forte, lì sono ancorati i miei ricordi di fanciullo e di ragazzo, quando fummo cacciati avevo 21 anni". Nelle parole di Iannotti anche se non c'è rancore, si avverte comunque un pizzico di amarezza.

Adesso il grande incontro. "Spero proprio che ci sia la possibilità - dice il sessantenne ternano -. Non è ancora arrivata la comunicazione ufficiale. Sappiamo che l'ambasciata ha fissato il faccia a faccia con Gheddafi per domani mattina, poche ore prima del suo ritorno in Libia. Comunque sappiamo già che al colonnello non potremmo presentarci come esponenti dell' Airl, ma come semplici italiani che 39 anni fa vennero rimpatriati dalla Libia. Ma questo non è un problema." E nemmeno un grande segnale di distensione. Ma questa è un' altra storia.


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Accolto con troppi onori

 

Massimo Teodori

12 giugno 2009

Il Tempo

 

Era proprio necessaria accettare la comparsata del tendone verde eretto a villa Pamphili? Era proprio necessario, lui che non ha mai conosciuto la democrazia, tentare di farlo parlare addirittura nell'aula del Senato, l'assemblea più prestigiosa della libera Repubblica? Era proprio necessario dargli tanto spago da consentire che paragonasse con iattanza gli Stati Uniti al terrorismo di Osama bin Laden? Gli interrogativi potrebbero continuare ma, per carità di patria - è proprio il caso di dirlo -, non cito neppure la scempiaggine della laurea honoris causa in Diritto (!) dell'università di Sassari. Intendiamoci, non siamo così sprovveduti dal non sapere quali interessi economici, a cominciare dal petrolio dell'Eni, legano l'Italia alla Libia, e quale situazione geografica impone obbligatoriamente un buon rapporto per fare fronte all'immigrazione clandestina.

Ma se le nostre autorità ritengono di ammansire l'uomo della tenda con accoglienze da operetta, si sbagliano di grosso. Sappiamo tutti di cosa sia capace il colonnello megalomane e quale sia l'abilità nel rilanciare la posta in gioco che già costa all'Italia 5000 miliardi di dollari. È vero che l'Italia si è resa colpevole di gravissimi misfatti nelle avventure coloniali sull'altra sponda del Mediterraneo. Ma il responsabile è stato il fascismo che non c'è più da sessant'anni, mentre ora siamo in un regime democratico che ha pubblicamente riconosciuto i torti del passato. E' sempre difficile fare il bilancio in termini di civiltà.

Ma, nel tributare a Gheddafi onori che non sono stati mai rivolti ad alcun capo di Stato e di governo d'Europa e d'America, si è dimenticato di ricordare che gli italiani hanno lasciato in Libia splendide terre agricole, belle cittadine mediterranee, e opere pubbliche mai più imitate. La contropartita di tutto il ben d'Iddio che abbiamo lasciato al popolo libico è stata l'espulsione di migliaia di italiani integrati nelle regioni di cui erano divenuti a tutti gli effetti cittadini grazie a un lavoro non indifferente. Le ragioni politiche ed economiche dei rapporti tra Stati devono essere tenute in conto C'è tuttavia modo e modo per considerarle. L'Italia che oggi si inchina al colonnello libico non onora certo i valori dell'occidente.

 

 


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Libertà (di far quel che gli va)

La Stampa

12 giugno 2009

Massimo Gramellini

 

D'accordo: ha la pompa di benzina dalla parte del manico ed è un amico caro del Cavaliere, al quale in certe cose assomiglia (aspetto da eterno giovane e maggiore considerazione per le amazzoni che per i partiti). Inoltre il vestito di Michael Jackson con cui è sceso dall'aereo l'altra mattina era semplicemente spettacolare. Però un po' se ne approfitta, il sor Gheddafi. Non che pensassimo che la recente svolta buonista lo avesse trasformato in un epigono di Gandhi. Né che il suo amore per il palcoscenico potesse esimerlo dal cambiarsi d'abito cinque volte al giorno, accumulando ritardi sul programma come un accelerato Bolzano-Reggio Calabria. Ma insomma, un briciolo di riconoscenza in più ce la saremmo aspettata. Se non per il nostro pentimento, per l'assoluta mancanza di colonna vertebrale con cui abbiamo accolto le sue comparsate.
E' arrivato con la foto di un martire incollata sulla giacca come un rimorso e nessuno ha fiatato. Al Senato ha inneggiato a piazzale Loreto e paragonato gli Usa di Reagan a Bin Laden, e lì almeno Frattini si è dissociato. Poi è andato alla Sapienza, dove non lasciarono parlare il Papa, e invece a lui hanno permesso di dire, senza contraddittorio, che i libri di storia sono pieni di falsità e che un giorno anche noi, forse, conosceremo la democrazia. Ce ne ha fornito un assaggio affacciandosi dal balcone del Campidoglio, non troppo distante da quello di Mussolini, per proporre l'abolizione dei partiti e la loro sostituzione con il Popolo, un simpatico signore che di nome fa Muhammar.

 


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Il colonnello alla Sapienza un discorso fuori Onda

Il Riformista

12 giugno 2009

Anna Mazzone

 

«L'esodo e gia cominciato, la resistenza 10 protegge. Non· ci prenderete mai». Si concludeva cosi il volantino di "mobilitazione" pubblicato il giomo prima dell' arrivo di Muammar Gheddafi sul sito network dei ribelli degli atenei italiani, Uniriot.org. Autori, i ragazzi dell'onda, il movimento studentesco che ha la sua testa all'università La Sapienza di Roma. Anche gli studenti, insime a tanti altri, hanno preso male il caloroso abbraccio del nostro Governo al colonnello di Tripoli e hanno organizzato una manifestazione di protesta. «Come studenti della Sapienza in onda abbiamo partecipato alle azioni e manifestazioni contro il pacchetto sicurezza e il vertice del G8 su sicurezza e immigrazione e riteniamo inopportuna la visita del Colonnello: l'università non è una vetrina per il Governo e i suoi accordi criminali sull'immigrazione!», cosi i loro volantini.

Ieri mattina, Gheddafi ha tenuto un discorso nell'Aula magna dell'ateneo romano, le domande erano concordate e i protestatari lo hanno accolto in assetto di guerra. Radunati in diverse centinaia in piazza della Minerva, per l'occasione blindata, nell'attesa di veder comparire la macchina bianca del colonnello hanno lanciato vernice rossa - «come simbolo del sangue versato dagli immigrati respinti» - e uova contro le forze dell'ordine. Fumogeni, spintoni, urla, calci e cariche. Tutto secondo copione. Sui campo, fortunatamente, nessun ferito. E alla presenza massiccia della polizia, si sono poi aggiunti i variopinti bodyguard del colonnello, in stile libico-kitch, tra cravattoni colorati, spalline e occhiali da sole. Arrivati in ritardo, ma pur sempre presenti e ricevuti dagli applausi in controtendenza di una cinquantina di curdi che agitavano gigantografie del loro leader Ocalan.

Ma quelli dell'Onda non so­no i soli che lo hanno duramente attaccato per i 40 anni della sua dittatura. Anche al Senato, in mattinata, la sala Zuccari contava le assenze dei senatori dell'Idv e dell'Udc. In una sala attigua, i senatori del partito di Di Pietro hanno tenuto un contro-discorso, facendo il verso a Gheddafi e indossando sulle giacche al posta della foto di Omar-al Mukhtar (l'eroe libico della resistenza anti-italiana), la foto dei rottami del volo Pan Am, che a dicembre del 1988 fu distrutto in volo da un'esplosione sui cieli di Lockerbie. Le vittime furono 270. Per l'Udc di Casini, invece, l'accoglienza cosi amichevole riservata al colonnello indica «problemi di decoro delle istituzioni e di dignità». Sulla stessa linea i radicali. Il senatore Marco Perduca ha assistito al discorso di Gheddafi, per poi bollarlo come «interminabile» e sottolineare che «non ha detto una parola a nome e per conto dell'Unione africana o sui problemi continentali, ma ha inflitto all'uditorio un con­centrato di terzomondismo, anti-capitalismo, anti-americanismo e anti-fascismo».

«Noi questa visita ce l'aspettavamo da moltissimi anni» Dice al Riformista Giovanna Ortu, presidente dell' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia (Airl). «Sin dal '77, a sette anni dal decreto di confisca. In quell'anno ci fu l'accordo tra la Fiat e Tripoli e si ventilo una visita di Gheddafi qui in Italia. Ma noi ci opponemmo. Eravamo tutti scoraggiati e molto arrabbiati. Abbiamo subito innumerevoli perdite, in violazione del diritto internazionale». Ora, però, le cose sono cambiate e sabato mattina Gheddafi incontrerà, seppur ufficiosamente, gli italiani nati in Libia. «Vede - ci dice la Ortu - il tempo è un grande balsamo per tutte le ferite. Certo che vedere al tg uno che scende in quel modo tragicomico dall' aereo, dovrebbe far vergognare un po' tutti gli italiani!». Cosa ne pensate dell'accoglienza che gli è stata riservata? «Ce l'abbiamo con il Governo, in primo luogo perché avevamo chiesto di essere coinvolti ufficialmente e poi perché riteniamo che il colonnello debba chiedere scusa anche a noi italiani».

«Mi auguro che il nostro premier, che si sottopone a tante umiliazioni, possa vederne il riflesso se non altro economico. Se vogliamo essere ancora uno Sta­to dignitoso e non solo da operetta». A parlare ora è Raffaele Iannotti, vicepresidente dell' Airl. Quando fu costretto ad abbandonare la Libia aveva 20 anni. Il suo cruccio è aver fatto un impianto elettrico a casa sua a Misurata (un paese a 250 km da Tripoli) che non ha mai potuto provare. «Quando siamo tornati a Tripoli nel 2004 - racconta al Riformista - la prima cosa che ho fatto e stata andare a Misurata per verificare che l'impianto funzionasse». E funzionava? «Certo. Funzionava benissimo!».

 

 


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Borghezio: «Da leghista chiedo scusa alla Capitale»

 

Libero

12 giugno 2009

 

«Come leghista e come patriota chiedo scusa a Roma e all'Italia per aver dovuto accettare anch'io, sia pure obtorto collo, l'accoglienza trionfale al presidente della Repubblica libica. Ne risultano infatti offese sia la memoria storica della nostra epopea coloniale, sia, ancor di più, i sentimenti dei nostri connazionali espulsi dalla Libia, depredati dei loro averi e mai risarciti». Così Mario Borghezio, capodelegazione della Lega Nord al Parlamento europeo, ha commentato la visita in Italia del presidente libico Muammar Gheddafi.

“Solo un immenso amore per il nostro popolo”, ha aggiunto Borghezio, “poteva indurci a tanto, posto che il presidente dell'unione africana può fermare l'invasione dei clandestini provenienti da quel continente, Ma ciò con tutta la mortificazione e la vergogna per tale situazione, non con gli smaglianti sorrisi delle nostre autorità.”

Non tutti i romani, però. Sembrano aver preso male la visita di Gheddafi. Un tifoso romanista, infatti, si è avvicinato al leader libico mentre scendeva le scale del Campidoglio e gli ha consegnato una maglia della squadra giallorosa, a dimostrazione sul suo consenso a un eventuale ingresso nella proprietà.

Gheddafi ha accettato sorridendo il dono, poi si è allontanato con il suo corteo di auto al seguito.

 


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Scusarsi per la storia? Quella foto sulla giacca del dittatore

UnSognoItaliano.it

11 giugno 2009

Salvatore Sfrecola

 

Il "Colonnello" Gheddafi si è presentato con appuntata sulla giacca una foto in  bianco e nero che ritrae  Omar el Mukhtar, l'eroe libico, il guerrigliero antiitaliano, catturato dai nostri soldati. Così mi sono chiesto se qualcuno dei patres conscripti che accoglieranno il Dittatore di Tripoli oggi nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani si presenterà con appuntata sulla giacca una foto delle tante opere pubbliche e sociali realizzate in Libia dall'Italia coloniale.

Ci vorrebbe più di una foto, un book, come oggi si dice, di quelli a soffietto che un tempo andavano di moda per offrire ai turisti una panoramica del luogo visitato, per ritrarre scuole, strade, ospedali, villaggi rurali, fabbriche che i governi vollero lungo il mezzo secolo nel quale la Libia fu la quarta sponda d'Italia.

L'Italia si è scusata con il "Colonnello" per il suo passato coloniale, fatto delle tante opere sociali di cui si è detto ma anche di qualche episodio cruento, come quelli che hanno accompagnato la repressione dei ribelli beduini dell'interno, una repressione culminata con il processo e la condanna a morte del "Leone del deserto", l'eroe che Gheddafi esalta anche per cancellare dalla memoria del suo popolo il vero capo della resistenza antiitaliana, Idris I Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi, primo ed unico re di Libia . da lui detronizzato nel 1969. Quando cominciò la confisca dei beni della comunità italiana in un crescendo di angherie e soprusi dovuti alla ventata nazionalistica promossa dal "Colonnello" nel tentativo di creare una "identità nazionale" in un paese senza storia, una somma di tribù di pastori e di piccole comunità di predoni.

L'Italia si è scusata. Le scuse vanno di moda da qualche tempo anche oltre Tevere dove i Papi si sono spesso scusati di più di qualche nefandezza dei colonizzatori cristiani assistiti da virtuosi cappellani di Santa Romana Chiesa.

La storia va capita nella realtà dei tempi nei quali si sono svolti i fatti, ma le scuse di oggi sono un fatto politico che nulla ha a che fare con la storia, perché se questa fosse la regola sarebbe tutto uno scusarsi. A cominciare da chi ha mandato a morte Cristo per un "reato" religioso, ossia l'essersi proclamato figlio di Dio, per giungere ai tempi nostri che richiederebbero una litania di scuse delle quali moltissime dovrebbero provenire proprio dal mondo arabo, da quanti, a far data dalla morte di Maometto, hanno massacrato milioni di cristiani dal Medio Oriente all'Egitto, alla Libia, appunto. La quale era terra romana e dovrebbe chiedere scusa per il modo con il quale ne conserva le vestigia, incurante anche dei propri interessi turistici, pur di negare quelle radici che gli islamici nei secoli hanno sistematicamente  estirpato con il sangue.

Né mi risulta che gli eredi dell'Unione Sovietica si siano scusati mai per i massacri che ne hanno accompagnato la nascita e l'affermazione di potenza, per non dire del sangue sparso in Ungheria e Cecoslovacchia e di quello che ha bagnato il muro di Berlino.

Sono fatti consegnati alla storia ed alla valutazione degli storici. Fatti esecrabili, ma le scuse appartengono ad altra valutazione, di opportunità politica o di opportunismo, la cui utilità va valutata attentamente, ad evitare che appaia agli occhi di chi riceve le scuse un errore che manifesta debolezza per errori dei quali le istituzioni attuali e le persone che le incarnano non hanno alcuna responsabilità. Errore ancora più grande se le scuse vengono rivolte ad uno sfrontato dittatore il cui scopo è tenere l'Italia, meglio la classe politica italiana, sotto ricatto per spillare denaro del contribuente.


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Dromedari e flamenco, anche Roma ci casca

Il Messaggero

11 giugno 2009

Mario Ajello

E' arrivato il raìs nell'Urbe, e trova panem et circenses per i suoi gusti. Indosseremo tutti, fino a quando Gheddafi non ripartirà, un costume da danzatori tuareg, per allietare il suo soggiorno romano? Pasteggeremo, intorno alla tenda beduina piazzata in mezzo a Villa Pamphili, a base di zupponi di carne d'origine berbera, per essere più simili al Colonnello e farlo sentire davvero a casa sua?
Gheddafi è quello che è, non proprio un santo, ma ogni volta che s'affaccia in un Paese straniero chiede tante cortesie per l'ospite e riesce benevolmente a ottenerle. Ecco, vuole essere trattato in guanti bianchi, anche se lui in patria non è solito usarli con tutti i suoi connazionali.
Peccato soltanto - il raìs ci scuserà - che la ricostruzione a Roma del suo habitat naturale si sia limitata per ora al montaggio della tenda da rude leone del deserto, ben sorvegliata dalle quaranta amazzoni in divisa cachi e basco rosso che sono le ”vergini del Colonnello”, particolarmente addestrate nel corpo a corpo. Per omaggiarlo di più, e meglio, non si poteva portare a Villa Pamphili anche qualche ettaro di sabbia rossa dell'Hamada al Hamra, il deserto roccioso di cui lui è genius loci? E perchè non abbiamo fatto arrivare da laggiù anche un po' d'acqua del Golfo della Sirte, l'arco di Marco Aurelio che si trova nella Medina di Tripoli e i cavalli e i cammelli che Gheddafi voleva portarsi, per esempio, nella visita che fece a Parigi due anni fa?
Nella capitale francese, il presidente-colonnello-dittatore piazzò la sua tenda a ridosso degli Champs Elysées, fra nuvole d'incenso e traffico impazzito tutt'intorno. Parigini incuriositi, ma più spesso inferociti. E quando il rais se ne tornò in patria, il quotidiano «Le Parisien» - sintetizzando il fastidio dei cittadini per i capricci dell'ospite - titolò: «Ouf!» (per dire: finalmente se n'è andato!). Mentre Nicolas Sakozy simpaticamente ironizzò sul difficile rapporto che s'era stabilito fra gli abitanti di Parigi e il leader libico voglioso di far pesare in tutti i modi la sua presenza in città, rendendola più caotica del solito: «Ho evitato una guerra di religione fra l'Occidente e l'Islam!», commentò il presidente francese.
Anche a Bruxelles, quando era presidente della Commissione Europea il professor Prodi, un tipo che capisce il ruolo di Gheddafi ma certo non ne condivide gli atteggiamenti e tantomeno le politiche, il raìs si presentò portandosi appresso la sua dimora del deserto, la fece montare nel grande parco che circonda Val Duchesse e per il numero di richieste e la larga compagnia al seguito (oltre trecento persone) fece tanta impressione agli occhi dei belgi, notoriamente sobri. E sarebbe stato gustoso assistere anche alla sua visita al Cremlino, dove aveva allestito la tenda sul piazzale e s'infilò un colbacco sulla testa riccioluta che in queste ore compare su ogni schermo tivvù. E fai zapping, e la ritrovi su un altro canale, vai sul satellite e rieccola, fuggi sul digitale terrestre ma non c'è niente da fare.
A Roma, data l'estrema gentilezza con cui viene ricevuto, al punto che il raìs terrà un discorso in Parlamento (in realtà anche in Francia lo fece e lì fu peggio: in Aula mentre qui solo nella Sala Zuccari del Senato), si potrebbe concedere al nostro eroe, si fa per dire, una carta d'identità. Perchè gli manca: «Sono un nomade beduino sperduto, che non possiede neppure il certificato di nascita». Glielo diamo noi? Non c'è tempo. Troppi gli impegni, troppi gli svaghi. Vuoi una festa di piazza? Eccoti servito! Vuoi una laurea in giurisprudenza, e l'onore di recitare una lectio magistralis a «La Sapienza» dedicata al diritto (pur non essendo il tuo forte), fai pure! Anche se il look del rais, un po' pallido e sbattuto nella sua divisa su cui s'è appiccicato il poster dell'antico eroe anti-italiano Omar Al Mukhtar, più che quello d'un accademico del Lincei sembra quello di un'attempata rock star o del giovane-vecchio Michael Jackson nel celeberrimo video di «Thriller». Intorno a lui e al suo camerino di stoffa ruvida, bastava ieri fare un salto dalle parti di Villa Pamphili, impazza il Muhammar Gheddafi Show: in ogni angolo poliziotti, carabinieri, vigili urbani, guardie forestali, agenti dei servizi segreti nostrani e libici (chi finge di leggere un giornale, chi di baciare una collega nelle vesti di pseudofidanzata), elicotteri, aerei di ricognizione... Gli basta? Speriamo di sì. Perchè quando andò a Madrid nel 2007 (sempre in compagnia della sua capanna che s'è portato anche a Bruxelles), Gheddafi chiese e ottenne da Zapatero un'impetuosa esibizione di flamenco che la gitana andalusa «Maria la Coneja» (Maria la Coniglia) subito eseguì deliziando l'ospite e poi riempendolo di complimenti: «Lo sa che lei assomiglia a un patriarca zingaro?».
Chissà se qui a Roma pretenderà un coro di voci bianche, ma quirite, che sotto la tenda intonino per lui in romanesco: «Er barcarolo va, controcoreeeenteeee...». A questo punto, sarebbe il minimo.


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Ma quella foto la poteva evitare

 

Il Giornale

11 giugno 2009

Mario Cervi

 

Lo so, non dobbiamo essere schizzinosi. La Realpolitik ha esigenze alle quali s'inchinano, se costretti dalle circostanze, anche i fervidi apostoli della Moralpolitik. Un presidente Usa cui erano state rimproverate eccessive indulgenze verso i dittatorelli centroamericani così rispose: «Lo so, sono figli di puttana, ma sono i NOSTRI figli di puttana». Se nel nome dei «respingimenti», del petrolio, del gas naturale, magari della Juventus una visita in Italia del colonnello Gheddafi appariva proprio indispensabile, è bene che sia avvenuta. La maggioranza degli italiani è disposta a farsene una ragione.
Nessuno ci batte nell'essere uomini di mondo: capaci di soffocare spontanei impulsi d'ilarità quando il leader libico si presenta in una tenuta al cui confronto il costume di Radames nell'Aida è un modello di sobrietà. Le fatue e impertinenti ironie devono cedere il passo, quando l'interesse del Paese chiama, a sentimenti di ben diversa importanza e concretezza. Roma, che ne ha viste tante, non sarebbe andata al di là d'una qualche pasquinata, se la presenza di Gheddafi in visita di Stato avesse avuto solo qualche increspatura folkloristica. L'uomo è ormai accettato nei salotti buoni internazionali, è di cattivo gusto rievocare i precedenti che in tempi ormai lontani lo inserirono tra i peggiori soggetti della scena mondiale, Lockerbie è un nome sbiadito, la vicenda delle povere infermiere bulgare accusate d'avere contagiato di Aids bambini libici è nel dimenticatoio, come le espulsioni degli italiani. In definitiva se in Libia le procedure democratiche non esistono e i mezzi d'informazione inneggiano compatti al Presidente dei Presidenti africani, a noi poco ci cale.
Insomma, saremmo pronti con molta buona volontà ad associarci al tripudio delle Alte Autorità per questo evento storico, se alcuni aspetti del soggiorno gheddafiano non ci sembrassero inopportuni, troppo compiacenti, troppo zelanti nell'ossequio. Vizi di forma che, se il rapporto tra i due Paesi è così delicato e il personaggio così controverso, finiscono per diventare vizi di sostanza. È difficile chiedere discrezione a Gheddafi. Possiamo capire che il suo petto sia carico, più dei petti della Nomenklatura sovietica, di decorazioni conferitegli in memoria di sfolgoranti vittorie. Ma la foto di Omar Al Mukhtar, capo della rivolta anticoloniale, in catene e circondato da soldati italiani, se la poteva risparmiare. Saremmo stati i primi nel criticare Silvio Berlusconi se avesse rivolto al colonnello un predicozzo - peraltro meritatissimo - sui diritti umani.
Anche sugli aspetti cerimoniali riteniamo che ci sia molto da ridire, e infatti hanno avuto da ridire esponenti di ogni settore dell'arco partitico, con una concordanza d'espressioni e di argomenti che è molto significativa. Tribune che hanno un prestigio politico notevole e un prestigio storico straordinario, come il Campidoglio e l'aula del Senato (poi si è optato per un'altra sala), sono state offerte al colonnello perché vi disserti, da par suo, sui maggiori temi del momento: preceduto al Senato, in questo onore, solo da re Juan Carlos e dal segretario dell'Onu Kofi Annan. Il parco pubblico di Villa Pamphili è stato chiuso ai cittadini perché potesse trovarvi posto la tenda che Gheddafi considera l'unica degna sede per ricevere i suoi ospiti. Pretesa tipica di un potente che trasforma i suoi capricci in affari di Stato, e che era pronto a rompere le relazioni con la Svizzera per un intervento della polizia contro le intemperanze d'un dei suoi figli in quel Paese. Non vogliamo rotture, l'amicizia del colonnello è preziosa. Ma quanto ci costa
.


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Un'occasione di chiarezza

Corriere della Sera

11 giugno 2009

Franco Venturini

 

Evento storico certamente lo è: la prima volta del leader libico nell'ex potenza coloniale, gli ampi passi compiuti dall'Italia nel riconoscere gli orrori commessi in quel periodo, il trattato italo-libico dello scorso anno, tutto contribuisce a fare della visita di Muammar el Gheddafi uno d quegli episodi che modificano in profondità il rapporto tra due Stati. Eppure una sensazione di disagio permane, e ci sembra giustificata.

Per alcuni non trascurabili versi, il nuovo clima di cooperazione e di amicizia instaurato con Gheddafi e nell'interesse dell'Italia.

Interesse economico, ovviamente nel settore energetico ma anche a beneficio di altre imprese la cui attività dovrebbe riequilibrare i pesanti impegni finanziari sottoscritti dall'Italia lo scorso anno.

Interesse politico, perché il governo Berlusconi ha avuto il merito di finalizzare l'intesa con Tripoli (anche se le prime aperture vennero da Prodi) e conta ora sulla collaborazione libica nella lotta all'immigrazione clandestina nel nostro Paese. Il recente e controverso “respingimento” verso la Libia di un contingente di aspiranti immigrati e stato soltanto la prova generale di una strategia cui il governo intende rimanere fedele, sperando che la selezione delle richieste d'asilo possa avvenire sul suolo libico. Meccanismo questo, peraltro, tutto da verificare e sul quale l'Italia dovrebbe insistere.

Interesse geopolitico, infine, perché in un Mediterraneo sempre pronto ad infiammarsi la stabilita del Nord-Africa e un elemento cruciale. Soprattutto quando questa stabilita, come avviene nel caso di Gheddafi, non viene raggiunta in alleanza con gli islamisti ma piuttosto contro di essi. Non è poco, e a conti fatti tanto i dirigenti italiani quanta il Colonnello di Tripoli sono impegnati in una operazione saggia. A una condizione, però: che l'onere della memoria sia completo e non unilaterale, che ai nostri torti tanto sottolineati (persino dall'immagine dell'eroe della resistenza Omar al Mukhtar, impiccato dagli italiani, che Gheddafi portava ieri sulla divisa) corrisponda una eguale capacita mnemonica nei confronti dell'ospite.

Perché qualcosa, se non si vuole essere ipocriti, va ricordato. Vanno ricordati gli anni nei quali la Libia di Gheddafi era fornitore privilegiato di alcuni movimenti nazional-indipendentisti europei che spesso e volentieri facevano ricorso al terrorismo (l'Eta basco e l'Ira nord-irlandese, per non andar lontano). Va ricordato che moltissimi italiani furono espulsi dalla Libia nel 1970 e che 16 anni dopo, per rispondere a un proditorio bombardamento Usa a sua volta innescato da un presunto attentato libico a Berlino, Gheddafi non aveva esitato a sparare due missili contro Lampedusa (senza raggiungerla). Va ricordato - ma nella sua regione la Libia non fa davvero eccezione - che quella di Tripoli non e proprio una democrazia. Va ricordato che la Libia ha pagato indennizzi enormi per sbarazzarsi (secondo un metodo davvero singolare) dell'accusa di aver fatto cadere due aerei con centinaia di vittime, il PanAm di Lockerbie (peraltro al processo la responsabilità libica e stata ampiamente rimessa in discussione) e l'Uta francese caduto nel Sahara. Va ricordato, e siamo a tempi più vicini, che le scelte internazionali della Libia erano cambiate dalla fine degli anni Novanta, ma la svolta vera, tra il 2001 e il 2003, avviene dopo che la intelligence americana e inglese scoprono per puro caso un programma per la costruzione di armi di distruzione di massa, nucleari comprese, con la consulenza dello scienziato pachistano Abdul Qadeer Khan. Da quel momento la Libia si autodenuncia, accetta di rinunciare ai suoi progetti, e passa sotto l'ala dell'Occidente.

A tutti, beninteso, va riconosciuto il diritto di cambiare idee e anche comportamenti. Non vogliamo buttare il peso di una storia pur recente sulle spalle di Gheddafi. Ma visto che gli italiani appaiono propensi a rendergli un omaggio appena scalfito dal mancato intervento nell'aula del Senato mentre il Colonnello non rinuncia a stuzzicarli ( «sono qui soltanto perché l'Italia si e scusata»), non incontra i nostri connazionali espulsi, e agli ebrei libici allontanati prima della sua ascesa al potere assegna provocatoriamente una udienza di sabato, allora la voglia di riequilibrare le memorie si fa impellente. Forse Gheddafi intende continuare «da amico» in quella doccia scozzese anti-italiana che tanto gli e servita a tenere vivo il consenso nazionalista interno? La visita e una grande occasione di chiarezza. Non soltanto per l'Italia, però.

 


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Cassone (Pdl): "Giovedi' non saro' in aula se Gheddafi si rifiuta di incontrare l'Airl"

Adnkronos

9 giugno 2009

"Mi sembra necessario che l'esecutivo italiano contempli tra le priorita' degli accordi internazionali anche la quantificazione di un risarcimento da parte del Governo libico da destinare ai nostri rimpatriati. Ci aspettiamo da parte del leader Gheddafi parole di riconciliazione, riappacificazione e di scuse nei confronti dei nostri connazionali esuli degli anni '70". Lo dichiara Ugo Cassone consigliere Pdl del Comune di Roma.

"Condivido la linea politica adottata dal nostro presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, - ha aggiunto Cassone - in merito agli accordi internazionali tra Italia e Libia. Queste misure sono

necessarie per impedire l'ingresso nel nostro Paese di immigrati clandestini e, soprattutto, per contrastare le ormai migliaia di morti che in questi anni sono avvenute tra i disperati che tentavano di raggiungere le nostre coste".

"Pur nel rispetto di questa azione di governo, pero', - conclude il consigliere Pdl - voglio annunciare la mia assenza in Aula Giulio Cesare, giovedi', qualora il premier libico si rifiutasse di incontrare l'Associazione degli italiani rimpatriati in Libia (Airl)".


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Gheddafi a Roma: agenda pronta, tre giornate intense

 

Ansa

5 giugno 2009
  

E' tutto pronto per l'attesa tre-giorni romana di Muhammar Gheddafi e della folta delegazione (oltre 300 persone) che lo accompagna: l'agenda del colonnello libico e' stata messa a punto nei dettagli dall'arrivo nella capitale mercoledi' 10 alle 11.00, fino a venerdi' 12. Ad accoglierlo all'aeroporto ci sara' il premier Silvio Berlusconi. Non e' esclusa una coda della visita fino a sabato per incontri non istituzionali.
Una visita ''articolata'' e ''per molti aspetti storica'' - l'ha definita il portavoce della Farnesina Maurizio Massari presentandola oggi alla stampa - che fa seguito al consolidamento delle relazioni italo-libiche rinate a nuova vita con il Trattato di Amicizia e Cooperazione firmato a Bengasi il 30 agosto dello scorso anno dal premier Silvio Berlusconi e dallo stesso colonnello Gheddafi.
Dal punto di vista politico manca solo un incontro: quello con l'Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl) che rappresenta i connazionali 'cacciati' dalla Libia nel 1970, cui furono confiscati tutti i beni. ''Non e' stato previsto nulla anche se ci era stato assicurato - ha detto Giovanna Ortu, presidente dell'associazione - siamo dispiaciuti. Noi ce lo aspettavamo, anzi, lo davamo per scontato''. L'agenda non istituzionale lascia pero' aperti dei margini.
Di certo si sta lavorando ancora a un possibile incontro del colonnello con gli ebrei libici, circa 6000 cacciati dalla Libia a partire dal 1967. Un appuntamento chiesto dallo stesso Gheddafi, ma rifiutato perche' sarebbe caduto in pieno Shabat, ossia sabato 13.
Il primo appuntamento del leader libico e' al Quirinale dove, subito dopo il suo arrivo, sara' ospite a colazione del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Sempre mercoledi' alle 18.00 Gheddafi e' atteso a Palazzo Chigi per il colloquio con il presidente del Consiglio al quale sara' presente anche il ministro degli Esteri Franco Frattini. Terminato l'incontro - nel quale saranno siglati una serie di accordi tecnici di interesse bilaterale sull'onda dell'accordo di Bengasi - il premier ed il colonnello terranno una conferenza stampa congiunta a Villa Madama.
Giovedi' 11, in mattinata il leader libico incontrera' in Senato il presidente Renato Schifani. Alle 12.30 e' atteso da studenti e docenti alla Sapienza per un incontro-dibattito. Alle 18.00, invece, Gheddafi si spostera' in Campidoglio per un faccia a faccia con il primo cittadino Gianni Alemanno ed esponenti della capitale.
Intensa anche l'ultima giornata romana, venerdi' 12: la mattina alle 10.30 il colonnello sara' accolto in Confindustria dalla presidente Emma Marcegaglia che lo introdurra' al ghota degli imprenditori italiani ansiosi di ascoltarlo.Terminato l'incontro in Confindustria, Gheddafi - su sua richiesta - incontrera' all'Auditorium, rappresentanze femminili del mondo politico, della cultura e dell'imprenditoria del nostro Paese. Un evento organizzato dall'ambasciata libica in collaborazione con il ministro per le Pari opportunita', Mara Carfagna che rappresentera' il governo. L'ingresso sara' consentito ad un massimo di 700 donne: tra loro il sindaco di
Milano Letizia Moratti. Nel suo intervento, il colonnello libico dovrebbe parlare della condizione della donna nel suo Paese, mentre il ministro Carfagna si concentrera' sullo stato delle donne africane.
Sempre mercoledi', alle 16.30 l'agenda del leader libico prevede l'incontro alla Camera con il presidente Gianfranco Fini. Quindi, nella Sala della Lupa, partecipera' ad una tavola rotonda d'eccezione organizzata dalla Fondazione italianieuropei con due ex ministri degli Esteri, lo stesso Fini e Massimo D'Alema.
Non risulta - al momento - la possibilita' di incontri del colonnello in Vaticano. Cosi' come non e' dato sapere quali saranno gli ospiti italiani ammessi nella gigantesca tenda beduina che Gheddafi ha chiesto fosse montata nei giardini di Villa Doria Pamphili, storica depandance del Governo italiano.

 


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Martines: «Fui cacciato dalla Libia e ho perso tutto. Sbagliato riverire quel despota»

 

Il Gazzettino

1 giugno 2009

Daniela Baresi

p.1

  

«Tanta amarezza». E questa la parola che Carlo Martines, cardiologo, libico nel cuore e italiano nel passaporto, usa più volte nel descrivere il sentimento che prova oggi, nel vedere Gheddafi omaggiato e riverito.

«Ma non è solo questo che ferisce, sono le scuse che non riesco a capire –precisa - La storia va avanti, ogni Paese allora ha qualcosa da imputare ad un altro. Anch'io ho molte cose da rimproverare alla Libia. La prima il modo con cui me ne sono andato».

Misura le parole e non alza mai toni, ma il disagio è palpabile.

Dottar Martines si sente italiano o libico?

«Dico sempre che il mio cervello ha due emisferi, uno libico e uno italiano. La mia famiglia è vissuta lì per sei generazioni e tre sono nate in quel Paese. Io sono nato, ho fatto il Liceo, poi mi sono laureato in medicina a Padova e sono rientrato in Libia, mi sono sposato e ho avuto, tre figli. Il Paese nordafricano era stato colonizzato e naturalmente nessuna colonizzazione è incruenta, ma dopo la guerra c'era stato un lento affiatamento fra le popolazioni» .

Andavate d'accordo con la popolazione locale?

«Certo, c'era amicizia e affiatamento. Soprattutto la nuova generazione negli anni Sessanta aveva massa da parte le tensioni le si viveva in piena solidarietà. Tra di noi si era creato un profondo equilibrio, noi eravamo utili a loro e stavamo bene in quel Paese».

E poi?

«Poi è arrivato Gheddafi e tutto si è rotto, c'è stata ondata di rivalsa e tutti gli equilibri si sono frantumati».

Ha dovuto lasciare la Libia.

«Sono venuto via quattro mesi prima della cacciata, non gli ho dato questa soddisfazione. Ero medico dell'ambasciata, curavo molti ministri libici e lavoravo in ospedale: avevo cominciato a servire che le cose si mettevano male. Certo, abbiamo perso tutto e abbiamo dovuto ricominciare daccapo»

E' un gesto che non avete mai compreso?

«Voglio ragionare da libico e da occidentale. Non si può nascondere che un processo storico del genere poteva causare una rivalsa, che sotto un certo aspetto è anche comprensibile. Ma non lo è il modo in cui è stata fatta».

Oggi che Gheddafi è in Italia come si sente?

«Mi sento un italiano esiliato in patria. Venire cacciati è stato un trauma non indifferente, ancor più accentuato per i miei genitori e i miei nonni. Non ci fa piacere che a Gheddafi vengano presentate continuamente scuse. Allora noi dovremmo chiedere scusa a austriaci, francesi, gli americani a noi per i bombardamenti. Il tempo dovrebbe se non far dimenticare, sopire i disaccordi e indurci a guardare al futuro non al passato. L'Italia ha fatto una colonizzazione forse dolorosa, ma ha fatto anche del bene, ha costruito pozzi di acqua, debellato la tubercolosi, ha fatto scuole e moschee».

Aveva molti amici in Libia?

«Moltissimi, alcuni si sono mantenuti nel tempo. Ricordo quando giovane medico venni mandato dal ministro della sanità che era un mio ex compagno di scuola di Italia per riportare in patria un senatore libico, grande amico di re Idris, che stava morendo in una clinica romana. L'ho portato a Tripoli e l'indomani i giornali hanno scritto che “se l'avessero preso i nostri nonni l'avrebbero impiccato, invece le nuove generazioni hanno superato le decisioni e questo giovane medico l'ha aiutato”. E' stata una bella testimonianza del clima che c'era allora».

E quando se ne è andato ha avuto attestazioni di solidarietà?

«Ho avuto una processione di persone che venivano a salutarmi e portarmi dei doni. Ricordo una anziana signora che ha fatto dieci chilometri a piedi per portarmi quattro uova: aveva le lacrime agli occhi perché perdeva il suo medico».

E' più tornato?

«No, prima non si poteva e poi ho deciso io di non farlo. Ma forse cambierò idea».


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La Russa: risarcire italiani espulsi nel 1970

Primo passo potrebbe avvenire con arrivo a Roma di Gheddafi

Apcom

17 maggio 2009


E' arrivato il momento di sanare "una ferita aperta da tanti anni" e di "risarcire" tutti gli italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970 e "che hanno dovuto abbandonare i loro beni". E' quanto ha spiegato il ministro della Difesa Ignazio La Russa, a margine dei lavori dell'Iniziativa 5+5, che si sono svolti oggi a Tripoli. Un primo passo in questa direzione potrà essere compiuto in occasione dell'arrivo di Muammar Gheddafi a Roma nel prossimo mese di giugno, ha spiegato il ministro. Incontrando il primo ministro libico Ali al Mahmudi al Baghdadi, La Russa ha accennato "alla possibilità di ripresa di un rapporto con gli italiani che lasciarono la Libia tanti anni fa". "Sono in contatto con la loro associazione e credo che non è escluso che possa esserci un incontro quando verrà Gheddafi in Italia, il prossimo mese di giugno", ha spiegato La Russa. "Io lo auspico, perché questa è una ferita che va completamente sanata. Quando abbiamo approvato l'accordo italo-libico in parlamento, con larghissimo consenso, abbiamo avallato un provvedimento almeno simbolicamente riparatore nei confronti degli italiani che hanno dovuto abbandonare i loro beni ed hanno diritto a un risarcimento, anche se non esaustivo del danno subito. Credo che sia giunto il momento di un incontro anche con le autorità libiche per sanare questa ferita aperta da tanti anni", ha aggiunto. La Russa ha quindi confermato di essere stato ufficialmente invitato in Libia per un incontro bilaterale "in un immediato futuro". "Ho raccolto con piacere l'invito. Ho espresso il desiderio, se possibile, di visitare i centri di accoglienza libici per verificare di persona le condizioni di chi vi si trova. La visita sarà comunque sui rapporti che ci sono con la Libia", ha concluso il ministro.


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Gheddafi, "l'amico libico" in Italia per una visita storica

La Repubblica

14 maggio 2009

Vincenzo Nigro

 

Odiato e amato, demonizzato e corteggiato. Muhammar Gheddafi per l`Italia è stato tutto e il contrario di tutto. Di solito contemporaneamente. E continua ad esserlo, 40 anni dopo aver preso il potere a Tripoli con la sua rivoluzione verde. Dal 10 al 12 giugno il colonnello farà la sua primavisita in Italia, per ritornare poiínAbruzzo al G8 di luglio, dove rappresenterà l`Africa come presidente di turno dell`Oua, l`Unione africana. Arabo e africano, statista e terrorista, anti-americano ma poi pro-americano, Gheddafi ha fatto della sua lucida duplicità, apparentemente irrazionale, il segreto di un record di sopravvivenza: è il leader più longevo di tutto il Medio Oriente, del Mediterraneo, del mondo intero se possiamo trascurare personaggi marginali.

Ma in questo viaggio, nel corteggiamento intenso che riceve da Berlusconi, Gheddafi si troverà di fronte un fenomeno interessante: il buonvecchio, doppio binario della politica estera italiana non è stato per nulla abbandonato.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini sta costruendo quasi una "duplicità responsabile" che in politica estera permette al governo Berlusconi di essere "il miglior amico" dilsraeleinEuropama anche ilmiglior socio commerciale dell`Iran di Ahmadinejad; l`alleato fedele degli Usa, ma anche una forte sponda per la Russia di Putin.

Il viaggio di Gheddafi per partecipare al G8 italiano era già stato confermato da tempo, con tanto di giocondo mistero sul luogo in cui ilcolonnello avrebbe piantato la tradizionale tenda beduina, prima alla Maddalena e poi all`Aquila. Ma la conferma che un mese prima del G8 Gheddafi sarà a Roma per una missione totalmente bilaterale è l`ultimo segno della concreta importanza del rapporto Italia-Libia.

Gheddafi vedrà tutti, Napolitano, Berlusconi, Schifani, Fini, l'opposizione.

Ieri solo due "entità" hanno protestato per l`arrivo del colonnello in Italia: la prima è il Partito radicale di Marco Pannella ed EmmaBonino, che non dimentica il passato terrorista del regime libico, i dissidenti uccisi anche in Italia sotto gli occhi distratti del Sismi e della polizia. Così come Pannella e Bonino non dimenticano i diritti umani nella Libia di oggi. E contestano quindi la concessione di una laurea honoris causa che l`Università di Sassari vorrebbe consegnare al colonnello.

Altra associazione che obietta qualcosa è l`Airl, il comitato che riunisce i rimpatriati dalla Libia, gli italiani espulsi dopo il 1970. «Prima della visita di Gheddafi a Roma, Napolitano e Berlusconi ricevano anche noi», dice Giovanna Ortu, combattiva leader dei rimpatriati: «La rinnovata amicizia tra i due paesi ci ha permesso di tornare a Tripoli, dove abbiamo partecipato all`inaugurazione del restaurato cimitero».

Adesso gli associati dell`Airl chiedono però che qualcuno si ricordi di onorare l`impegno di rimborsare, di ricompensare le case espropriate, i negozi, le attività confiscate dai libici.

Non è quindi una vera protesta per l`arrivo di Gheddafi, a Roma, è la richiesta di tutelare diritti che gli interessi di oggi e gli affari del futuro potrebbero gettare nel cestino delle storie dimenticate. E` quasi sicuro allora che a Roma il 10 giugnoMuhammar Gheddafi verrà accolto con interesse e curiosità, specchio arabo di una politica italiana che poi non è mai stata così estranea alla sua.


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Mantica a Tripoli per inaugurazione cimitero italiano

 

Ansa

8 maggio 2009

Un progetto durato cinque anni per dare una sistemazione dignitosa ai defunti italiani abbandonati nel cimitero civile del quartiere Hammangi di Tripoli. Il cimitero, che versava in uno stato di degrado dopo essere stato abbandonato in seguito all'espulsione dei cittadini italiani dalla Libia, nel 1970, e' stato risistemato e oggi sara' inaugurato alla presenza del sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica.
''L'operazione di riqualificazione del cimitero -ha spiegato il sottosegretario- era iniziata nell'ottobre del 2004. Dopo l'accordo con la municipalita' di Tripoli, l'area cimiteriale e' stata ridotta da circa 8,86 ettari a 1,50 per un costo di 3.800 milioni di euro''. I fondi sono serviti per le opere di bonifica e risanamento dell'area da restituire alla municipalita', la ristrutturazione del vecchio edificio d'ingresso all'area cimiteriale e le opere specialistiche ed artistiche. Dopo il trasferimento di 6.500 salme, oggi sara' finalmente inaugurato.
''Anche questa inaugurazione -ha concluso Mantica- rappresentaun gesto importante nel contesto delle relazioni italo-libiche, e sottolinea l'importanza dei rapporti non solo economici fra i nostri due Paesi''.


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Mantica, a rimpatriati italiani un riconoscimento morale

Ansa

8 maggio 2009

''Rinunciare a un valore economico e' sempre difficile, ma sono passati quarant'anni e quello che conta adesso e' il riconoscimento morale''. Sono le parole del sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, in visita a Tripoli in occasione dell'inaugurazione del restaurato cimitero civile italiano, riguardo al risarcimento ottenuto di recente dagli italiani che nel 1970 furono cacciati dalla Libia e persero tutti i loro beni.
Soddisfatta e commossa e' apparsa anche Giovanna Ortu, Presidente dell'Airl, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, presente alla cerimonia con una rappresentanza di italiani espulsi. La Ortu ha abbracciato commossa l'onorevole in segno di riconoscimento e si e' detta ''grata per gli sforzi compiuti insieme'', riferendosi a quelli che hanno portato all'inserimento nel Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione con la Libia, di un indennizzo di 150 milioni di euro per i beni confiscati nel 1970 dal colonnello Gheddafi.


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I profughi dalla Libia: “Ci restano solo briciole e ricordi”

 

La Sicilia

20 aprile 2009

Vittorio Romano

 

«Se oggi in Italia avessimo gli immobili, i terreni agricoli, l'industria di aeromotori per il sollevamento dell'acqua e la fabbrica di ghiaccio che avevamo in Libia, saremmo ricchissimi. Ma Gheddafi, nel 1970, ci cacciò come appestati. Come sanguinari conquistatori sconfitti per mano di un (discutibile) ritrovato ordine. E perdemmo tutto quello che i miei genitori e i miei zii avevano poco alla volta conquistato con il lavoro e il sacrificio di decenni».
Chi parla è l'ing. Vincenzo Calabretta, 72 anni, profugo libico, che ieri mattina alle Ciminiere ha partecipato, su iniziativa dell'Airl (l'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia), a un incontro durante il quale la presidente Giovanna Ortu ha illustrato ai circa 70 soci giunti da diverse parti della Sicilia orientale il contenuto del nuovo provvedimento di indennizzo per i beni confiscati da Gheddafi nel 1970. Un riconoscimento che, sottolinea la stessa presidente, «ancorché assai limitato rispetto alle legittime aspettative degli aventi diritto, ha un grande valore di risarcimento morale perché inserito nella legge di ratifica del Trattato firmato a Bengasi il 30 agosto scorso, con il quale l'Italia ha fatto generose concessioni anche economiche alla Libia in cambio della normalizzazione dei rapporti».
«La mia famiglia era molto ben voluta - riprende Calabretta - fummo i primi ad aprire una fabbrica del ghiaccio in Tripolitania. Si chiamava "Ghiacciaie della Tripolitania" e dava lavoro a tanta gente del luogo. Io nacqui nel '37. Tre anni dopo mio padre morì in un incidente aereo sullo Stromboli. Pochi mesi dopo scoppiò la guerra. Tornammo in Sicilia, per rientrare in Libia nel '47. Molti possedimenti e alcune case li trovammo occupati da altra gente. Non l'industria del ghiaccio, che fu ampliata. Tutto andò bene fino al 1970. Quel maledetto anno in cui Gheddafi decise di rimpatriarci. Ci confiscarono terreni, case, industrie. Io ero in viaggio di nozze, fuori della Libia. Appresi i fatti per radio. E con mia moglie rientrammo direttamente a Catania. Qui, ho fatto per tanti anni l'assicuratore e mi sono anche occupato di alcuni centri di riabilitazione per malati mentali. Le briciole che abbiamo avuto dai vari governi italiani sono sempre state sudate e frutto di cause giudiziarie. Pretendevano i certificati di proprietà. Una presa in giro, per chi è dovuto fuggire o addirittura non rientrare, come me. Il nuovo accordo? È un passo avanti, ma il quantum che spetterà a ciascuno di noi non è stato ancora stabilito».
«Avevo appena conseguito il diploma. Era il luglio 1970 - racconta Enzo Lucenti, 61 anni, oggi assicuratore -. Appena il tempo di godermi uno spicchio d'estate. Poi fummo cacciati da Gheddafi. I miei genitori, i miei fratelli e io. I nostri terreni nel villaggio Francesco Crispi, a 120 chilometri da Tripoli, furono confiscati. Producevamo grano, olio e ortaggi. Tutto perduto. Pur essendo di Scicli, nel Ragusano, decidemmo di tornare a Catania, dove la famiglia di mio padre aveva un'impresa edile che lavorava per la Casa reale. Mio padre fu assunto come bidello. I miei fratelli dopo brevi esperienze lavorative si trasferirono al nord. Io fui assunto da una compagnia di assicurazione. Oggi sono titolare di una filiale. Ho moglie e due figli. Non possiamo lamentarci. Ma in questi 39 anni abbiamo ottenuto davvero poco dallo Stato italiano».
Vincenzo Trotolo, 67 anni, siracusano, è uno di quei profughi che in Libia lavorava ma non aveva possedimenti. «In quella terra, dov'ero nato e dove mia madre aveva trovato la morte dandomi alla luce - racconta - ho lasciato soltanto un pezzo di cuore. E tanti affetti. Ma questi non sono rimborsabili. E io non chiedo nulla. Vorrei solo che la smettessimo di inchinarci davanti a chi (Gheddafi, ndr.) continua a infangarci e sa solo pretendere dal nostro Paese». Un altro che in Libia non ha lasciato niente è il dott. Giancarlo Isaia, 70 anni, alto dirigente del ministero del Tesoro a riposo, nativo di Tripoli dove la sua famiglia aveva un'industria di barche e pescherecci ereditata dai nonni materni. «Nel '51 i miei decisero di rientrare in Italia, a Catania. Zii e cugini restarono in Libia fino al '70. E persero tutto quello che avevano portato avanti con fatica e sacrificio. È per loro che io sono iscritto all'Airl. E per l'amicizia che mi lega alla sua presidente».

 

150 milioni per gli italiani espulsi dalla Libia

«Nel trattato di Bengasi il nuovo provvedimento d'indennizzo»

Finalmente per i rimpatriati dalla Libia è arrivato un giusto riconoscimento: 150 milioni di euro per i profughi cacciati nel 1970 da Gheddafi (su come ottenerli consultare il sito www.airl.it). Il nuovo provvedimento di indennizzo rientra nell'ambito del Trattato firmato a Bengasi il 30 agosto scorso. «Dalla ratifica gli italiani espulsi dalla Libia sono stati beneficiati perché - dice Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (associazione italiani rimpatriati Libia) -, grazie a emendamenti presentati da An, Udc, Radicali e fatti propri da tutto il Pd e dall'IdV, con il placet del ministro La Russa, sono riusciti a incassare un "cip" sull'indennizzo minimo che avevano richiesto e un pieno riconoscimento morale del loro sacrificio da parte di tutti i parlamentari. In più il Trattato ha posto fine a una inammissibile discriminazione in tema di visti turistici, determinata non da una volontà vessatoria della Jamahiria, ma dalla necessità di Gheddafi di avere un efficace strumento di pressione per arrivare alla soddisfazione di ogni pretesa».


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Crisi: Berlusconi a banche, continuate fare vostro dovere

Noi fatto tanto per voi, come in Libia dove ne abbiamo combinate ogni colore

 

ANSA

11 marzo 2009

 

Silvio Berlusconi rinnova l'appello affinche' le banche continuino a fare il loro dovere e non restringano i cordoni del credito di fronte alla crisi economica. In quella che ormai e' diventata una consuetudine, la cena fra governo e manager a villa Madama, il presidente del Consiglio e' tornato a premere sul tasto dell'ottimismo sostenendo che solo cosi' si puo' uscire dall'attuale situazione. Per parte sua, ha detto il premier, mai come ora il governo e' vicino al mondo delle imprese e per dimostrarlo ha portato l'esempio dell'accordo con la Libia, particolarmente difficile soprattutto per la pessima immagine che l'Italia aveva in quel paese visto che ''i nostri nonni'' laggiu' ''ne hanno combinate di tutti i colori''. ''Voi dovete continuare a dare una mano alle aziende'', ha detto il presidente del Consiglio ai dirigenti di azienda e agli imprenditori (in massima parte banchieri e del settore assicurativo) invitati a villa Madama. ''Diteci cosa possiamo fare in piu' '', ha aggiunto il Cavaliere ricordando i 12 miliardi gia' stanziati a sostegno del settore creditizio. Berlusconi ha quindi ringraziato i presenti, rivolgendo il particolare saluto a Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo che insieme a Roberto Colaninno (presidente di Cai, assente a villa Madama) per aver permesso la formazione di una ''cordata di coraggiosi'' che ha permesso ad Alitalia di restare compagnia di bandiera. Il premier ha quindi presentato i ministri seduti ai vari tavoli (tra gli altri Giulio Tremonti, Claudio Scajola, Angelino Alfano, Raffaele Fitto, Mara Carfagna), elogiando una squadra di governo di ''giovani bravi, preparati, competenti e pieni di voglia di fare''. Ha quindi ricordato che quando era lui ad essere imprenditore ''il mondo della politica era distante'', mentre ora, come dimostrano queste cene, e' vicino alle imprese. Parlando della crisi, Berlusconi ha ribadito la linea dell'ottimismo: ''e' dovere del governo quello di diffondere fiducia'' anche perche' ''con il pessimismo non si combina nulla di buono''. E per sottolineare quanto il governo abbia fatto per sostenere le imprese anche all'estero, il Cavaliere ha citato l'esempio dell'intesa con Tripoli. ''L'accordo con la Libia - ha detto con riferimento alla sua recente visita al Colonnello Gheddafi - ha garantito la priorita' alle imprese italiane nell'assegnazione degli appalti per la ricostruzione del paese''. Un'impresa non facile, ha aggiunto, visto che ''in Libia ne abbiamo combinate davvero di tutti i colori: altro che 'Italiani brava gente', ne abbiamo fatte di tutti i colori, certo non noi, i nostri nonni''. Il premier ha quindi proseguito: ''abbiamo messo 130 mila persone in un campo di concentramento, abbiamo messo bombe avvelenate nelle oasi, i nostri aerei hanno mitragliato questi poveracci lasciando una serie incredibili di cadaveri e migliaia di persone sono state portate alle Tremiti''. Insomma, ha concluso, nonostante le difficolta' ''credo che questo governo debba essere soddisfatto di quanto ha fatto''.


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La diplomazia dell'Eni dietro l'intesa con la Libia

 

Il Sole 24Ore

4 marzo 2009

Gerardo Pelosi

 

Non vi è alcuna prova che il fondatore dell'Eni Enrico Mattei e il colonnello Muammar Gheddafi si siano mai conosciuti. Ma a qualcuno piace pensarlo per trovare una "ratio", un filo rosso che viene da lontano e porta all'abbraccio di lunedì, a Sirte, tra Silvio Berlusconi e il "leader" della grande Jamahiriya libica con tanto di richiesta di perdono ufficiale peri crimini del passato e invito al G8 della Maddalena contenda al seguito.

Il 27 ottobre`62 a Gela, proprio lì dove c'è il punto di arrivo del gasdotto Green Stream, prima di imbarcarsi sull'aereo che precipitò poi a Bascapè, Mattei pare abbia incontrato un gruppo di emissari arabi, uno libico, che stavano preparando un colpo di Stato contro re Idris. Forse un giovanissimo Gheddafi? Le ipotesi si sprecano.

Di certo bruciava molto a Mattei la decisione del sovrano Idris di bloccare un accordo quadro con l'Eni per lo sfruttamento delle risorse energetiche della Libia.

Lo sponsor dell'accordo, il primo ministro Zine El-Abidine Ben Ali, era stato messo da parte e re Idris aveva dato via libera all'accordo con Esso e Occidental.

L'Italia si dovette accontentare di una fetta più piccola del business almeno fino al ‘67 quando fu scoperto il giacimento di Bu Attifel, a un migliaio di chilometri a Sud Est di Tripoli.

Ma è con l'avvento del colonnello, nel `69, che l'Eni torna ad avere un ruolo di peso. Con una decisione apparentemente contraddittoria, mentre a ventimila italiani lì residenti viene ingiunto di lasciare il Paese in ventiquattro ore, il gruppo petrolifero italiano allarga le proprie attività. A ricordarlo oggi è Guglielmo Moscato una vita spesa tutta nell'Eni fino a ricoprire la carica di presidente dell'Agip, poi di ad e infine, dal`96 al`99, presidente del gruppo. «Dopo la prima scoperta del campo di Bu Attifel - ricostruisce Moscato alla metà degli anni`70 nel Golfo della Sirte l'Agip ottenne un permesso di ricerca denominato NC 41, permesso dal quale proviene il greggio del campo di Buri e il gas esportato in Italia fino al 2005».

Moscato parla di rapporti cordiali con gli uomini della società Noc, di reciproco rispetto, nonostante i problemi politici del passato, maturato nella vita in comune nei campi e nei training per i tecnici locali.

Ma il vero salto di qualità si ha nel`93 quando, nel deserto di Ras Lanuf, l'allora ministro del petrolio libico e oggi segretario generale dell'Opec, Abdallah El Badri, firma con il presidente dell'Agip Moscato un accordo quadro che consente lo sviluppo dei campi di gas offshore e quello onshore (Wafa) al confine con l'Algeria. «Voglio precisare - aggiunge Moscato che quell'accordo fu farina del nostro sacco, non c'era alcuna sponda politica, semplicemente abbiamo convinto la controparte libica a puntare non più sul greggio ma sul gas così come andava dicendo fin dall'inizio Mattei perché ve ne era tanto e nel futuro la domanda sarebbe cresciuta».

L'importanza strategica di quell'accordo quadro fu compresa molto bene sia a Tripoli che a Roma. «Ma Gheddafi - ricorda sempre Moscato - aveva