IMPORTANTE
LA
RASSEGNA STAMPA SUCESSIVA AL 27 SETTEMBRE 2008 E' CONSULTABILE
NELL'APPOSITA SEZIONE DI QUESTO SITO DEDICATA ALLO "STORICO"
ACCORDO
TRA ITALIA E LIBIA FIRMATO IL 30 AGOSTO 2008.
(torna su)
Ortu (Airl),
rivendichiamo giusti indennizzi prima di ratifica accordo
"Verrà notificata a premier istanza per consegna e
conoscenza testo"
Adnkronos
27
settembre 2008
"Rivendichiamo il
diritto di essere ricevuti dal Presidente del Consiglio per poter
ottenere assicurazioni in merito agli indennizzi che ci sono dovuti.
Questo deve accadere prima della ratifica
parlamentare dell'accordo di amicizia, partenariato e collaborazione
con la Libia". Lo dichiara all'Adnkronos la presidente dell'Associazione
Italiana Rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu. L'associazione
ha promosso da martedì, davanti alla sede del Governo a
Palazzo Chigi, un presidio permanente costituito da due persone
che si alternano ogni tre ore, per dodici ore consecutive. "La
nostra iniziativa - aggiunge Giovanna Ortu - non è contro
la persona di Silvio Berlusconi, ma contro un governo che ha firmato
un accordo con Gheddafi senza prima ascoltarci e senza fornire
le giuste garanzie di risarcimento per le violazioni che abbiamo
subito nel 1970, anno della nostra espulsione dal paese nordafricano"."Voglio
peraltro ricordare -prosegue la presidente dell'Associazione Italiana
dei Rimpatriati dalla Libia - che il testo dell'accordo è
frutto di un lavoro bipartisan, essendo stato preparato dall'esecutivo
precedente l'attuale, anche se rammento che Massimo D'Alema mi
manifestò diverse perplessità in merito. Non è
mia intenzione condurre la politica estera del Paese, ma metto
in evidenza che nel '70 abbiamo perduto tutto, un enorme patrimonio
morale, affettivo, economico: ci sono stati confiscati beni per
400 miliardi di lire dell'epoca, circa 3 miliardi di euro di oggi.
Siamo 20mila persone prive di qualsiasi protezione da parte del
nostro governo, ci sentiamo veri capri espiatori di decisioni
assunte senza ascoltarci. Abbiamo compiuto molti passi istituzionali,
senza però ricevere una risposta dal premier".E sottolineo
anche che la presenza di molti italiani e nostri antenati in Libia
risale al 1865, decenni prima della colonizzazione del 1912 e
del periodo fascista"."Io non sono affatto contro la
stipula dell'accordo con Gheddafi nè contro la Libia; pretendiamo
di essere trattati come persone che meritano rispetto. Peraltro
voglio segnalare che l'esatto contenuto del patto non è
stato ancora conosciuto nè reso noto, alimentando le versioni
più disparate e contrastanti su di esso. E' un diritto
dei cittadini, non solo di quelli direttamente coinvolti nella
vicenda in esame, averne piena cognizione: a questo proposito
comunico che un ufficiale giudiziario notificherà alla
Presidenza del Consiglio un'istanza per la consegna dell'accordo,
per renderne trasparente il testo all'opinione pubblica".
(torna su)
Italiani
d'africa, dimenticati dallo Stato
Famiglia
Cristiana
25
settembre 2008
Giulia
Cerqueti
In attesa rischia di diventare
interminabile. Ma loro, gli italiani di Libia, non mollano. Sono
passati 38 anni da quando, salito al potere, il colonnello Gheddafi
cacciò 20 mila italiani che vivevano e lavoravano in Libia,
espropriandoli dei loro beni e delle loro attività nel
Paese. «Nel 1970, quando fummo cacciati, io avevo trent'anni
e abbiamo vissuto un dramma di vita», ricorda Giovanna Ortu,
presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia
(Airl). «Nel 1976, Gheddafi era appena entrato nel capitale
della Fiat investendo 360 miliardi di lire: noi italiani ne avevamo
persi 400». Ma i rimpatriati non ce l'hanno tanto con Gheddafi,
quanto con lo Stato italiano, che ancora non ha risolto la questione.
Il problema è tornato con forza in occasione dell'accordo
firmato a Tripoli da Berlusconi e dal Colonnello. «In parte
siamo stati risarciti da un primo acconto. Ma dobbiamo ancora
recuperare molto. Eravamo protetti da un Trattato del 1956 e quando
Gheddafi lo ha violato, l'Italia non ci ha difesi. Non entriamo
nel merito dell'accordo, ma vogliamo ciò che ci spetta.
In questo, destra e sinistra sono bipartisan: nell'atteggiamento
di ossequio verso Gheddafi, prima per il petrolio, ora per il
problema dell'immigrazione».
(torna su)
Marsilio
(Pdl): “Solidarietà ai rimpatriati dalla Libia”
9
colonne
24
settembre 2008
Questa mattina i parlamentari
che si sono recati a Montecitorio hanno trovato in piazza Colonna
i rappresentanti dell'Associazione Rimpatriati dalia Libia (AIRL),
che manifestano davanti Palazzo Chigi per chiedere al governo
di onorare uno storico debito che l'Italia ha nei loro confronti.
"Hanno pienamente ragione e desidero esprimere tutta la mia
solidarietà ai rimpatriati dalla Libia", Così,
Marco Marsilio, deputato del Pdl-An, secondo cui "nel momento
in cui il Governo italiano si appresta a chiudere uno storico
contenzioso con la Libia di Gheddafi, diventa allo stesso tempo
imprescindibile risarcire i 40mi!a italiani che vennero espropriati
di tutti i loro beni nei 1970, quando vennero espulsi dalla Libia.
Se è realisticamente impossibile che la Libia riconosca
di dover loro qualcosa, è assolutamente inevitabile che
tale diritto venga riconosciuto dall'Italia. Sollecito pertanto
il Governo a prendere iniziative in questa direzione, associando
le pratiche per la ratifica del trattato con Gheddafi alla definizione
nella misura dell'indennizzo dei nostri concittadini: è
un dovere morale che il centrodestra non può non onorare".
(torna su)
E
i rimpatriati italiani protestano oggi davanti a palazzo Chigi
Avvenire
23
settembe 2008
Giovanni
Grasso
Da oggi gli italiani rimpatriati
a forza dalla Libia nel 1970 effettueranno un picchetto no stop
e a oltranza davanti a Palazzo Chigi per «ottenere da Berlusconi
un incontro e un impegno preciso circa i risarcimenti» che
reclamano.
«E' vero che siamo
vecchi e stanchi dopo 38 anni di attesa – dice Giovanna Ortu,
Presidente dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia - ma nessuno
pensi di imbrogliarci facendo carta straccia dei nostri diritti,
offrendoci in cambio il visto turistico per “tornare nella nostra
Patria” o addirittura di sbarazzarsi di noi rispedendoci a vivere
nei duecento complessi di edilizia abitativi che il Trattato prevede»
«Il Presidente del
Consiglio – prosegue Ortu - pur nell'ansia di concludere l'“accordo
storico” con la Libia avrebbe dovuto far meglio i suoi conti,
includendovi anche lo stanziamento per il nostro definitivo anche
se tardivo indennizzo e soprattutto avrebbe dovuto darci un segno
della sua considerazione e del suo rispetto, ricevendo una nostra
delegazione»
(torna su)
Libia: Gasparri incontra delegazione rimpatriati
Comunicato
stampa della Segreteria del Senatore Gasparri
19
settembre 2008
Il presidente del gruppo
parlamentare Pdl al Senato, sen. Maurizio Gasparri, ha incontrato
questo pomeriggio al Senato una delegazione dell'Airl, Associazione
italiana rimpatriati dalla Libia, guidata dalla dottoressa Ortu.
La delegazione ha illustrato i problemi relativi agli italiani
espulsi dalla Libia nel 1970 ed ancora in attesa di un indennizzo
per i danni patiti in quell'occasione. Tale esigenza si è
posta ancora con maggiore forza dopo le intese tra l'Italia e
la Libia e gli impegni economici assunti dal governo italiano
nei confronti di quello libico.
"Conoscevo da tempo
la questione - ha dichiarato Gasparri al termine della riunione
- ed ho volentieri incontrato la delegazione dell'Airl. La politica
del governo, tesa ad una cooperazione tra i popoli nel Mediterraneo
e che ha portato alle recenti intese, deve ovviamente essere accompagnata
da adeguati interventi nei confronti dei cittadini italiani che
furono espulsi dalla Libia nel 1970. Ho preso atto della proposta
dell'Airl affinchè ci possa essere un incontro con il presidente
del Consiglio Berlusconi ed i presidenti di Camera e Senato. Personalmente
sosterrò le loro iniziative, convinto che ci debba essere
giustizia per tutti, su tutte le sponde del Mediterraneo. E le
esigenze con grande senso di responsabilità poste dall'Airl
saranno da me appoggiate presso la Presidenza del Consiglio che
ben conosce l'annosa vicenda".
(torna su)
Un
invito in Italia per Gheddafi
La
Stampa
5
settembre 2008
Igor
Man
Già
spiazzati dall'accordo Roma-Tripoli, neocon italiani e foresti,
politici in perdita di velocità attaccano l'articolo 4
dell'accordo assumendo ch'esso sia una sorta di patto leonino
poiché condannerebbe l'Italia all'immobilismo se la Nato
fosse costretta a «punire» un Gheddafi bellicoso.
Una nota della Farnesina chiarisce che l'accordo «fa, come
ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dall'Italia».
Insomma: «gli impegni Nato non si toccano». Il viaggio
della Signora Rice a Tripoli è una sorta di imprimatur
a un accordo per molti versi inappuntabile; non poteva essere
altrimenti quando a distribuire le carte al «tavolo»
è un signore chiamato Gianni Letta, saggio praticante del
low profile. Per il Vecchio Cronista che frequenta la Libia da
mezzo secolo l'accordo Roma-Tripoli apre un nuovo capitolo nel
libro mastro del complicato rapporto con la Jamahirjia libica.
Tuttavia.
Tuttavia
ci sembra lecito smorzare la legittima soddisfazione governativa.
Vediamo. Da 40 anni si dice e si scrive che Gheddafi è
un dittatore. Il Colonnello ha inventato la «Terza Teoria»
forma e faro della Jamahirjia, il «governo delle masse»
del quale Gheddafi sarebbe semplicemente al Qaid, la Guida. Guida,
non dittatore. Epperò nel disegnare il «governo delle
masse», il Colonnello s'è preoccupato di lasciare
ampio margine diremo ideologico operativo ai Comitati Popolari,
piccoli parlamenti disseminati nell'immenso territorio libico.
Nell'intenzione di Gheddafi dovrebbero ispirare la Guida. Nel
tempo codesti Comitati son diventati una sorta di «coscienza
critica» immanente, invadente. Trent'anni fa ero con Enrico
Recchi, il non dimenticato costruttore di strade e ponti nel Terzo
Mondo e dunque anche in Libia, quando telefonano da Tripoli: «Hanno
arrestato il Vescovo Martinelli». Ebbene, dissi a Enrico,
chiama Jallud che metta fine a questa cavolata. Ma all'allibito
Ingegner Recchi, Jallud (allora potente Numero 2) disse: «Bisogna
aver pazienza, i Comitati son difficili da gestire, diamo tempo
al tempo». Monsignor Martinelli venne banalmente interrogato
durante 11 giorni e infine rilasciato. Ad attenderlo all'uscita
dalla «prigione», lui, la Guida, Gheddafi, il beduino
dalle sette vite e dalle 700 uniformi. Il Vecchio Cronista vorrebbe
raccomandare a chi di pertinenza di non farsi troppe illusioni.
Non nascondiamoci dietro un dito: non ci preoccupa tanto il rifornimento
energetico (è un florido capitolo a parte) quanto ci angustia
lo sbarco ininterrotto dei clandestini smistati dai porti libici.
È la nostra freccia nel fianco. Che i Comitati Popolari
possono moltiplicare quando e come vogliono. Il 17 di febbraio
di due anni fa, per fermare un «attacco popolare»
contro il Consolato d'Italia guidato dai Comitati di Bengasi (provincia
ribelle), il Colonnello fu costretto a far sparare l'esercito.
Trentuno morti. Fra interviste ufficiali, colloqui informali eccetera,
il Vecchio Cronista avrà incontrato il Colonnello almeno
otto volte. Gheddafi è soprattutto e soltanto un beduino;
«il nemico viene dal mare», lo ammoniva sua madre.
Per fugare la fastidiosa, per noi, diffidenza di al Qaid, per
farne un interlocutore affidabile, potrebbe funzionare un invito
ufficiale in Italia. Amore e odio, questo il sentimento di Gheddafi
per l'Italia. Un protocollare invito, magari con tenda piantata
nei giardini del Quirinale, non muterebbe il lupo in agnello ma
darebbe ai rapporti con l'Italia una valenza seria, pesante, spegnendo
gli erratici fuochi dei Comitati Popolari, timonieri dei barconi
della morte.
Il
libro da comodino di Gheddafi è una biografia di Mitridate.
(torna su)
Il prezzo
imposto
L'Unità
4
settembre 2008
Luigi
Bonanate
La
cosa più simpatica della politica estera italiana è
proprio la simpatia che vuole sprigionare: il nostro paese (quello
stesso che si abbarbica testardamente all'asta della bandiera
della compagnia di bandiera) vuole andare d'amore e d'accordo
con tutto il mondo. Berlusconi è tanto amico di Putin ma
anche di Saakashvili; va d'accordissimo con la Cina ma anche con
gli Stati Uniti, con Israele e un po' anche con al Fatha.
Il
premier la pensa come la Merkel ma anche come Medvedev, come Sarkozy
e magari, chi sa, anche con Zapatero. Più o meno, rimane
fuori Chavez, ma se andasse a trovarlo in Sardegna la prossima
estate...
La
diplomazia del sorriso è quanto ci sia di più desiderabile
al mondo; ma se fosse già in atto dovremmo allora dirci
che abbiamo dormito a lungo e ci siamo svegliati in un altro mondo,
nel quale pare che i trattati ormai non valgano più nulla
e le bugie si possono dire senza alcun imbarazzo, mentre sono
essi che creano il diritto della società internazionale,
cioè qualche cosa di importantissimo e che non può
mai mancare: immaginate se la vita di uno stato non fosse regolata
dal diritto... L'importanza dei trattati, quasi sacrale nella
storia della diplomazia mondiale, è tale che la loro efficacia
viene fatta dipendere da alcune condizioni formali che tutti i
paesi osservano - salvo, forse, ora che il nostro Governo dovrà
presentare al Parlamento il testo del trattato.
Su
che cosa verterà la discussione parlamentare questa volta?
Se le cose stanno come si mormora (e ci sono autorevolissime conferme),
il prezzo che Gheddafi avrebbe chiesto per regolamentare il flusso
dei clandestini verso le nostre coste sarebbe la promessa che
l'Italia non userà e non concederà mai a nessun
paese il suo territorio per farne la base di attacchi militari
contro la Libia. La Nato ha già tracciato un limite dicendosi
convinta che l'Italia non verrà meno ai suoi pregressi
impegni internazionali che, in caso di eventi bellici o di gravi
tensioni in area, potrebbero però anche costringerla a
concedere basi agli alleati storici, magari contro le aspettative
della Libia o di paesi del circondario. E tra i suoi alleati,
l'Italia conta anche gli Stati Uniti e Israele, per non fare che
due nomi, che grandissima simpatia e fiducia nei confronti di
Gheddafi (che poi siede su un giacimento di petrolio: ecco un'attrattiva
non irrilevante per gli Usa) non hanno mai avuto. L'Italia potrebbe
dunque trovarsi in contraddizione con se stessa a causa della
banale ricerca del consenso massimo possibile, del sorriso a tutti
i costi, della ricerca dell'applauso. Non è Berlusconi,
del resto, che ha frenato i bollenti spiriti di Putin (così
almeno ci ha fatto sapere lui stesso)? Riuscirà la politica
estera italiana (sovente telefonica) a restar fedele a tutti i
suoi impegni?
Berlusconi
è giunto al suo ormai famoso trattato con Gheddafi grazie
all'idea di uno scambio: un'autostrada contro il controllo dei
clandestini. L'Italia prenderebbe due piccioni con una fava: si
laverebbe la coscienza (per l'ennesima volta) per il passato colonialistico,
e farebbe anche un piacere al Papa che la scorsa settimana si
è espresso al riguardo in termini del tutto antimaroniani.
Forse né Berlusconi né Frattini ricordano (e hanno
ragione: non erano ancora in politica quei tempi) che almeno due
(o forse tre) volte Andreotti andò a promettere a Gheddafi,
sotto la tenda sulla sabbia, lui nel suo impacciato doppiopetto
e il leader libico in caffetano e turbante, la costruzione di
un ospedale a titolo di risarcimento morale. Li avesse fatti costruire
davvero, ora potremmo andare tutti in Libia a farci curare. Con
le autostrade la musica è la stessa: già nella sua
precedente esperienza governativa Berlusconi ne aveva promessa
una, ma non mi pare proprio che sia mai andato a inaugurarla.
Forse è per questo che Gheddafi questa volta ha alzato
il prezzo e Berlusconi (che può permetterselo) ha pagato.
Ha tuttavia tenuto un comportamento che si potrebbe definire di
dispregio delle istituzioni. Le ragioni sono due. La prima riguarda
l'iter formativo dei trattati così come è stabilito
dalla Costituzione italiana, che non permette a nessuno (ripeto:
nessuno; solo i dittatori compiono atti con valore di legge senza
consultazioni) di prendere decisioni che impegnano l'intero paese
nei confronti di uno o altri Stati senza una procedura democratica
che prevede, in primo luogo, una preparazione consistente in contatti
tra plenipotenziari (così si diceva una volta) che si consultano
e predispongono le carte per una successiva trattativa politica.
Questa fase si raggiunge quando un governo ha maturato una politica,
discussa e condivisa, non semplicemente voluta da un Presidente
e/o da un ministro. Mi piacerebbe sapere quanti al Ministero degli
esteri erano al corrente di ciò che Berlusconi sarebbe
andato a trattare... Ma credo di conoscere anche la risposta!
Non siamo, più, oltretutto, in tempi di trattati segreti,
e la nostra Costituzione aggiunge che la validità di un
trattato è condizionata non soltanto alla ratifica del
Presidente della Repubblica ma a una autorizzazione politica,
ovvero a una pubblica discussione parlamentare. Di che cosa parleranno
in Parlamento: di autostrade, o di lealtà atlantica, di
ricordi del colonialismo o di monumenti di ripulre, di petrolio
o di calcio? Di questo passo, il cammino della nostra politica
estera rischia di inciamparsi da solo nelle sue contraddittorie
scelte dettate dalle estemporanee risoluzioni berlusconiane che,
ogni tanto, decide di dare una sistemata a un qualche capitolo
del nostro sciamannato modo di vivere. Purtroppo, per il nostro
paese, questa non è neppure una storia nuova. Berlusconi
forse non lo sa, ma quando arrivò il giorno dell'approvazione
della legge di ratifica del trattato con cui l'Italia entrava
nella Nato (restiamo dunque in argomento), De Gasperi ne chiese
l'approvazione senza neppur rivelare ai parlamentari il contenuto
(allora rimasto segreto) del trattato stesso! Nonostante l'intervento
di Togliatti, che denunciò la ferita alla democrazia che
quella procedura implicava, ovviamente il trattato fu approvato
al buio. Forse anche l'attuale governo preferirebbe simili vie
spicce.
(torna su)
"Il
vostro premier è un pò strano"
La
Stampa
3
settembre 2008
Glauco
Maggi
«Perché
l'Italia doveva mai fare un accordo con la Libia, e concedere
a Gheddafi le riparazioni economiche sul lontano passato?».
Al telefono nel suo ufficio di Washington del pensatoio Hudson
Institute, l'esperto di politica internazionale Laurent Murawiec,
convinto neoconservatore, ride sarcastico alla domanda sul patto
tra Gheddafi e Berlusconi, che contiene, tra l'altro, pure il
famoso articolo 4 sul divieto all'uso delle basi americane in
Italia in caso di tensioni con la Libia. «Mi auguro che
il particolare del divieto non sia vero, ma purtroppo non ci sarebbe
da stupirsi se rosse proprio cosi», commenta Murawiec.
Lei
pensa che Berlusconi possa aver firmato un accordo che nega le
basi Usa al Pentagono senza aver avvertito prima il dipartimento
di Stato e la Casa Bianca?
«Questo
io non lo so, ma le posizioni del governo italiano in politica
estera sono piuttosto strane, di questi tempi. Non mi stupirei,
insomma, che sia avvenuto alle spalle di Washington, perché
Berlusconi non mi pare stia tenendo una linea abbastanza energica,
per dire il minimo, sulle questioni internazionali del momento.
Per esempio Pabbiamo visto a proposito della guerra in Georgia,
e nei rapporti con Putin. Durante il suo precedente mandato il
premier italiano era stato molto meglio, distinguendosi dal francese
Chirac e dal tedesco Schroeder su tutti i temi caldi».
Ma
non è stata la stessa America a fare la pace con la Libia
dopo la rinuncia di Gheddafi al piano di armamento nucleare?
«Il
passaggio dal non essere più nemici a quello di diventare
amici non è automatico, né obbligatorio. Far chiudere
il programma nucleare è stato un'ottima cosa: Gheddafi
aveva del resto una paura tremenda. Ma da allora sono alquanto
critico sulla politica molto tenera degli Stati Uniti verso la
Libia, come verso altri dittatori del mondo arabo e mediorientale».
Secondo
lei, ci saranno conseguenze al patto Italia-Libia nei rapporti
tra Roma e Washington, se emergesse che non è stato concordato
prima il particolare delle basi vietate?
«Il
Dipartimento di Stato è stata l'avanguardia del governo
americano nel perseguire la politica dell'"essere carini"
verso Gheddafi. Come fanno a criticare l'Italia per essere, oggi,
ancora più amica di Gheddafi? Io però insisto a
non capire il senso delle riparazioni economiche riconosciute
al governo libico. Non mi pare sia questa una priorità
della politica estera italiana".
Quindi
lei non è convinto dell'intera bontà dell'accordo
basato sui risarcimenti...
«Posso
ammettere che vengano concessi dei rimborsi a chi è stato
individualmente colpito e danneggiato e reclama delle riparazioni
economiche, ma allora perché l'Italia e gli italiani interessati
non hanno sollevato la questione degli espropri subiti tre decenni
fa, sia da parte dello stesso governo libico sia da parte di quello
egiziano?».
(torna su)
Le
mille svolte del Colonnello mago del baratto
Corriere
della Sera
3
settembre 2008
Guido
Olimpio
I
gesti del colonnello, però, non sono mai definitivi. Si
è sempre lasciato una o più vie di fuga. Un po'
come Yasser Arafat, che però — guarda caso — non c'è
più. Da grande sopravvissuto, Gheddafi ha stretto patti
con tutti, diavolo compreso. Un esempio. La Libia ha aiutato per
anni i terroristi più pericolosi, ma è stata la
magistratura di Tripoli ad emettere il primo mandato di cattura
contro Osama Bin Laden. Era il 1994 e i libici lo volevano arrestare
per l'uccisione di due 007 tedeschi avvenuta nel Paese.
D
colonnello sa che si può sempre barattare qualcosa. La
testa di un pericoloso estremista come la tecnologia sofisticata.
L'importante è avere la moneta di scambio al momento giusto,
quando c'è qualcuno che te la chiede. Ed è così
che la Libia è rientrata nella comunità internazionale.
La rinuncia al suo programma nucleare è stato il prezzo
pagato per tornare ad essere un interlocutore politico. Era il
2003 e gli americani — per interessi economici e strategici —
volevano chiudere il dossier libico. La Cia, che è riuscita
ad arruolare una famiglia di svizzeri coinvolti nel piano nucleare
del colonnello, organizza il colpo. Un mercantile, la «Bbc
China», che trasporta materiale sensibile destinato a Tripoli,
viene costretto a far scalo a Taranto. Con un'azione congiunta
con il Sismi il cargo è bloccato. Dalle stive saltano fuori
«le prove» dei progetti libici. Il colonnello, ben
volentieri, si piega ad un accordo e la confisca del carico è
il gancio che lo trascina verso la dirczione giusta. I rapporti
con Washington migliorano. La Cia conduce la mediazione e poi
coinvolge i libici nella guerra ad Al Qaeda. Una volta gli aerei
facevano scalo nelle basi nordafricane per nascondere pericolosi
terroristi, ora trasportano i militanti catturati dagli Usa con
operazioni speciali e destinati a Guantanamo.
Un
approccio pragmatico — Gheddafi teme che i qaedisti libici creino
problemi all'interno della Libia — che cerca di far dimenticare
il passato. A cominciare dal mistero di Lockerbie.Il 21 dicembre
1988 un jet Pan Am esplode nei cicli di Scozia, 270 le vittime.
Un attentato per il quale è stato condannato lo 007 libico
Mohammed Al Megrahi. Ma anche in questa storia non mancano le
ambiguità. Prove importanti che potevano scagionare la
spia sono state nascoste dalla polizia. Un paio di testimonianze
appaiono oggi dubbie. Ma Tripoli ammette le responsabilità
in modo da ottenere, in cambio, la fine delle sanzioni. Di nuovo
è il grande baratto. Più facile per il colonnello
che non ha alcun dovere verso un'opinione pubblica inesistente.
E
lo schema in qualche modo si ripete con il dramma delle infermiere
bulgare accusate di avere infettato con l'Aids decine di bambini
libici. Gheddafi alza il prezzo per evitare che vengano consegnate
nelle mani del boia.
E'
come se il colonnello, diventato «buono» in nome dei
contratti, voglia ricordare il suo passato di «cattivo».
Un'eredità pesante che ancora lo insegue. Dieci giorni
fa in un attentato in Irlanda del Nord è stato usato dell'esplosivo
Semtex. I resti, secondo la polizia, del carico regalato dalla
Libia all'Ira negli anni 80. Altro episodio in Libano. La magistratura
libanese ha appena chiesto l'arresto di Gheddafi per la scomparsa
dell'imam Moussa Sadr avvenuta nei settembre 1978. Un giallo che
ha coinvolto anche l'Italia in quanto l'esponente libanese era
diretto nel nostro Paese. Il caso non è ancora chiuso e
potrebbe riservare sorprese non gradite.
(torna su)
Gheddafi:
l'Italia non darà le basi alla Nato per bombardare la Libia
Libero
3
settembre 2008
Maurizio
Stefanini
Articolo
4 del Trattato di Amicizia appena firmato tra Italia e Libia:
«in rispetto dei principi di legittimità internazionale,
l'Italia non userà o permetterà l'uso dei propri
tenitori per nessuna aggressione contro la Libia e la Libia
non userà o permetterà l'uso dei propri tenitori
per nessuna azione ostile contro l'Italia». Che significa?
Un'interpretazione "autentica" l'ha data ieri Gheddafi
attraverso l'agenzia Jana: «quello che vogliamo è
che voi assicuriate che né l'America né la Nato
usino i tenitori italiani contro la Libia».
Ovvia
la bagarre. Nero su bianco, il Trattato dell'Atlantico del Nord
prevede un principio di solidarietà automatica, in base
al quale l'attacco a un partner è considerato attacco a
tutti, con le relative conseguenze. E Palazzo Chigi in una nota
spiega infatti che in effetti non è proprio come dice Gheddafi.
«In relazione a quanto riportato oggi dall'agenzia di stampa
libica Jana, circa il trattato firmato sabato scorso tra l'Italia
e la Libia, si precisa che l'accordo fa, come è ovvio,
salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dal nostro Paese,
secondo i principi della legalità internazionale».
Ovvero: se Gheddafi fa il matto, l'alleanza atlantica prende il
sopravvento sul Trattato di Amicizia. D'altra parte, proprio il
combinato tra Patto Atlantico e Trattato di Amicizia imporrebbe
a Gheddafi di non attaccare alcun partner Nato, proprio perché
sarebbe "azione ostile" anche verso il nostro Paese.
In
sé il chiarimento è completo, e toglie abbastanza
spazio alla quasi surreale ira filo-americana con cui l'ex comunista
Fassino attacca il governo. «Di fronte alle dichiarazioni
che arrivano da Tripoli è assolutamente indispensabile
che il governo venga a riferire in Parlamento, venga ad illustrare
gli effettivi contenuti dell'accordo e se ci sono impegni "di
quel tipo sulle basi Nato in Italia. Sono impegni che ci sorprenderebbero
molto perché non si conoscono nella diplomazia e nelle
relazioni internazionali un Paese che rinunci preventivamente
a decisioni che attengono alla sua sovranità e al suo interesse
nazionale. Stabilire oggi che non si concederanno mai le basi
è incomprensibile e non ci soddisfa la nota di palazzo
Chigi redatta in modo imbarazzato e reticente». Evoluzione
filo Usa della sinistra italiana a parte, è però
vero che è parte della storia della diplomazia quel tipo
di situazioni in cui uno stato prendeva impegni aperti di solidarietà
militare con un Paese, assieme a impegni con altri Paesi
in senso del tutto contrario: non pensate sempre ai "Giri
di Valzer" dell'Italietta che trattava sotto banco con gli
anglo-francesi mentre erano formalmente alleata a Germania e Austria;
prima ancora, nel 1887 la stessa Germania aveva fatto con la Russia
un Trattato di Controassicurazione in flagrante contraddizione
all'alleanza con l'Austria. Ma, appunto, erano quelli impegni
che venivano presi rigorosamente di nascosto. Non si spiattellavano
in pubblico due giorni dopo, come ha fatto Gheddafi. Fiducia tradita?
O è il rais che elabora su un testo volutamente ambiguo?
(torna su)
Intesa
Italia-Libia. Non solo sorrisi
Il
Giornale
2
settembre 2008
Mario
Cervi
Gli
accordi sono una bella cosa. Quello raggiunto tra l'Italia e la
Libia, e suggellato da un incontro tra Silvio Berlusconi e il
colonnello Gheddafi è poi, a prima vista, una cosa non
bella ma bellissima: perché mette fine - almeno si spera,
personalmente ho qualche dubbio - a quasi quarant'anni di accuse
libiche all'Italia colonizzatrice, e perché porta la firma
d'un leader che s'è fatto proclamare «Re dei re d'Africa».
È oltretutto un accordo bipartisan, la cui conclusione
è stata preceduta da un lungo negoziato portato avanti
volta a volta dal centrosinistra e dal centrodestra.
Non
voglio aver l'aria di saperne più dei politici e dei funzionari
che si sono impegnati a risolvere un contenzioso le cui premesse
- guerra giolittiana di Libia - risalgono a quasi un secolo fa.
Ma avendo sollevato qualche obiezione prima dell'entente cordiale
di Bengasi, ritengo sia mio dovere tornare sul tema. Nessuno può
contestare che la Libia sia per l'Italia un interlocutore importante.
Si affaccia sul Mediterraneo proprio di fronte alla penisola,
ha il petrolio, ha la possibilità di bloccare - o non bloccare
- il flusso delle imbarcazioni cariche di clandestini disperati
che vogliono raggiungere le nostre coste.
Disponendo di questi strumenti di pressione - non vogliamo chiamarli
di ricatto - e rifacendosi a remote colpe storiche già
pagate dalla collettività italiana in Libia con il «giorno
della vendetta», ossia con l'espropriazione dei beni, il
Re dei re ha duramente preteso, e ottenuto, un indennizzo colossale.
Tale può essere considerato sia per l'entità della
spesa addossata ai contribuenti italiani, sia per la congiuntura
economica critica in cui l'onere viene assunto.
Pazienza, si dirà. Ne abbiamo
passate tante, passeremo anche questa. Rimane un problemino, che
è di particolare attualità dopo le recenti polemiche
per le Olimpiadi in Cina, e per le trasgressioni dei diritti umani
dalla Cina compiute. Gheddafi è un dittatore, e non dei più
bonari. La Libia fu a lungo iscritta nella lista statunitense degli
Stati-canaglia, poi ne è stata depennata non per una sua
conversione alla democrazia ma perché non se la prendeva
più con il Grande Satana di Washington. Vogliamo, nel nome
della realpolitik, passar sopra ai peccatucci autoritari del colonnello?
Siamo uomini di mondo e capiamo. Ma avremmo almeno preferito un
tantino meno d'enfasi, nel celebrare l'evento.
(torna su)
Libia:
Ortu (Airl), Frattini è confuso
Ansa
2 settembre
2008
"Parlando poco fa a Radio City, il ministro Frattini ha dichiarato
che il trattato firmato il 30 agosto prevede per gli italiani che
hanno subito la confisca nel 1970 la possibilità di tornare
in Libia e di sedersi ad un tavolo negoziale della Farnesina per
trattare con la Libia i loro crediti. Il ministro evidentemente
troppo impegnato a dare eco alle sue vicende sentimentali, non ha
approfondito le questioni di sua competenza e confonde i crediti
vantati dalle aziende italiane per commesse eseguite negli anni
'80 con i risarcimenti dovuti agli espulsi del '70 che da 38 anni
attendono di recuperare almeno in parte il valore dei loro beni.
Ah l'amore che fa fare!". Lo ha dichiarato Giovanna Ortu, presidente
dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia.
(torna su)
Io,
imprenditore espropriato da Gheddafi e mai risarcito
Il Sole
24Ore
2 Settembre
2008
di Alessandro
Milan
Leone Massa lo ripete di
continuo, come un mantra: «Articolo 35 della Costituzione,
ultimo comma: la Repubblica tutela il lavoro italiano all'estero.
La verità è che Gheddafi ha saputo difendere benissimo
i diritti dei suoi cittadini, Berlusconi non ancora. Ci sono molti
imprenditori, come il sottoscritto, che vantano crediti da Tripoli
e non hanno mai ottenuto un euro».
Lo storico accordo Italia-Libia, siglato sabato scorso a Bengasi,
non piace a tutti. Non a Massa, 76enne napoletano, che presiede
l'associazione italiana per i rapporti italo-libici e dal 2000
porta avanti la battaglia di 21 aziende italiane creditrici per
oltre 250 milioni di euro. Soldi che sono frutto di commesse mai
incassate o di strutture sequestrate dal governo Gheddafi tra
la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80, quando il Colonnello
iniziò ad avanzare pretese insistenti sui risarcimenti
coloniali da parte dell'Italia. «Fu allora che iniziarono
gli espropri» ricorda Massa, all'epoca titolare di un'impresa
che costruiva impianti elevatori.
«Io ho lavorato bene in Libia fino al 1982, poi mi sono
state sequestrate le strutture da un giorno all'altro. In quel
momento avevo commesse per 1 milione 152mila dollari». Massa
ha portato avanti la sua causa anche nei tribunali libici e la
Corte Suprema gli ha addirittura dato ragione: «Mi hanno
riconosciuto crediti per 407mila dollari, anche se me ne spetterebbero
951mila, ma la verità è che non ho ancora ottenuto
nulla». Da allora è un elenco di riunioni, di comitati
tecnici italo-libici, di tentativi mai andati in porto di trovare
un accordo.
Quella delle imprese italiane in Libia non è solo una battaglia
economica. Dietro a ogni contenzioso c'è una storia umana,
spesso di sofferenza, che Massa ricorda: «Le potrei raccontare
vicende incredibili: un imprenditore, dopo che gli fu sequestrato
tutto, tornò in Italia e venne rimproverato dalla famiglia
che si trovò improvvisamente sul lastrico. Ha finito i
suoi giorni come un barbone alla stazione Termini. Ne ricordo
un altro di Figline Valdarno: i libici gli presero tutto e lo
misero in carcere tre anni e mezzo con l'accusa di concussione.
Tornato in Italia, poco dopo si tolse la vita. Conservo ancora
l'ultima sua lettera in cui mi scrisse: "Lunedì prossimo
compra la Nazione" dove avrei letto la notizia del suo tragico
gesto. E che dire di Edoardo Seliciato: lavorava a Tobruk quando
fu arrestato e accusato di attentare alla vita di Gheddafi. Sua
moglie si incatenò davanti alla Farnesina e alla fine il
governo italiano riuscì a farlo tornare ma in cambio concedemmo
la libertà a tre libici. Seliciato non si è più
ripreso da quell'esperienza traumatica ed è ancora oggi
in cura».
Massa in questi anni le ha provate tutte per ottenere i crediti
spettanti dalla Libia: «Ho parlato più volte con
le istituzioni italiane e ho fatto parte di vari comitati tecnici.
Una settimana prima dell'accordo siglato da Berlusconi ero in
Libia per l'ennesima riunione. C'erano il nostro ambasciatore,
il viceministro libico agli esteri e il viceministro all'economia.
I libici continuavano a dire che la questione dei crediti è
politica, che è inutile fare cifre e che ogni governo deve
tutelare i propri cittadini. Beh, a quel punto io mi sono alzato
e ho abbandonato la trattativa». Massa ne ha abbastanza
di riunioni e di discussioni: «Nell'accordo siglato sabato
scorso non c'è nulla che risolva la nostra situazione,
tutto è rimandato a ulteriori negoziati. Ma ora basta:
se entro l'autunno la politica italiana non ci darà una
risposta denunceremo tutto, con documenti, perché vuol
dire che non viviamo in uno Stato di diritto». Già,
lo storico accordo Italia-Libia che pone fine a 40 anni di rapporti
a corrente alternata tra i due Paesi: «Cosa ne penso? -
commenta Massa - Dire che sono arrabbiato è poco. Sa, io
non mi sono mai piegato. Nel 1969, quando la camorra mi occupò
uno stabilimento, denunciai tutto in Procura e un anno dopo il
mio fascicolo sparì. Da allora ho capito che devi sempre
tenere la schiena dritta. E ho capito un'altra cosa: se paghi
una volta, come fa ora l'Italia con la Libia, finirai per pagare
sempre».
(torna su)
Italia-Libia,
la promessa di Frattini. “Risarcimenti anche agli italiani”
La Repubblica
1 settembre
2008
Dopo la firma degli accordi
tra Italia e Libia si apre un nuovo capitolo del contenzioso tra
i due paesi. Lo annuncia il ministro degli Esteri Franco Frattini
che, ieri sera dai microfoni di Sky, ha spiegato che “sulla questione
dei risarcimenti agli italiani cacciati dalla Libia da Muammar
Gheddafi nel 1970 apriremo subito un tavolo di negoziato”. Frattini
ha fatto sapere che “c'è già una disponibilità
libica, ad esempio, a risarcire al cento per cento quelle imprese
italiane che hanno dei crediti che possono essere dimostrarti”.
“Ma noi – ha aggiunto il titolare della Farnesina – vogliamo ottenere
qualcosa di più, cioè anche quei crediti che non
possono essere dimostrati totalmente, la Libia deve dare qualcosa”.
Frattini ha comunque escluso che a risarcire i connazionali sia
lo stato italiano.
E il giorno dopo l'intesa, il premier Berlusconi torna sui “grandi
vantaggi che verranno per le nostre imprese, magari maggiori che
per le altre imprese”. Con questa firma “potranno partecipare alle
grandi opere che la Libia oggi pensare per dotarsi di quelle infrastrutture
che prima le sono mancate”. E, intanto, il leader libico ha voluto
ringraziare “l'amico Berlusconi” ma anche “quegli uomini audaci
che firmarono ed emanarono la dichiarazione congiunta dek 2 luglio
1998 come Prodi, Dini e D'Alema”
(torna su)
Gli italiani
rimpatriati «Governo cinico, così vi siete dimenticati
di noi»
Il Secolo
XIX
31 agosto
2008
«È
un governo cinico e baro, a cui non sappiamo come rispondere perché,
al contrario di Gheddafi, non abbiamo petrolio, clandestini da
far sbarcare sulle coste italiane, consolati a cui appiccare il
fuoco». Non è un giorno di festa per gli italiani
rimpatriati dalla Libia nel 1970 – e per i loro eredi – quello
in cui il premier Silvio Berlusconi firma con Gheddafi il “trattato
di amicizia, partenariato e cooperazione” che riallaccia i rapporti
con la Libia. Il nostro Paese ieri ha voluto mettere una pietra
sopra il suo infamante passato coloniale, ma per gli italiani
che hanno vissuto nel Paese africano sino a quel 7 ottobre di
38 anni fa quando il Colonnello comandò la cacciata dei
nostri connazionali, dopo averne confiscato tutti i beni, è
difficile archiviare un passato che brucia ancora.
«Siamo
stati dimenticati dal governo: un accordo da 5 miliardi di dollari
firmato con la pistola del ricatto alla tempia e nulla per risarcire
i 20.000 italiani e i loro eredi per i beni confiscati nel 1970»
denuncia Giovanna Ortu. Lei ha 69 anni («un po' di più
di Gheddafi, che ne ha 67, un po' meno dei 71 di Berlusconi»)
ed è presidente della Airl, l'associazione degli italiani
rimpatriati dalla Libia. Si ricorda con tragica chiarezza di quel
giorno in cui lasciò Tripoli «con una figlia di 18
mesi e le spoglie di mio padre. Dietro mi lasciavo l'azienda agricola
strappata al deserto e tirata su da mio padre: dimagrii in pochi
giorni di 15 chili». «Da allora - dice - vivo a Roma
e ho dedicato la mia vita alla causa degli italiani rimpatriati
dalla Libia. Ora si chiude tutto con un nulla di fatto: mai avrei
creduto che un governo di centrodestra, i cui esponenti ci manifestavano
solidarietà quando erano all'opposizione, si dimenticasse
di noi».
Nei cassetti
degli uffici ministeriali prendono da tempo la polvere le 6.000
domande di indennizzo degli italiani rimpatriati. I beni a loro
confiscati, nel 1970, erano pari a 400 miliardi di lire. Negli
anni, i governi che si sono succeduti hanno riconosciuto a queste
persone e ai loro eredi solo briciole. Tenendo conto delle rivalutazioni,
oggi la somma da restituire - che dovrebbe accollarsi il governo
italiano in assenza di risposte dalle autorità libiche,
visto che nell'intesa di ieri niente è previsto su questo
argomento - è di 3 miliardi di euro. «Ma non sono
certo i soldi che noi chiediamo. Ci accontereremmo di un 10% di
quello che ci spetta. Magari senza altri ritardi, tramite decreto.
Perché sia riconosciuto almeno questo principio: non siamo
meno responsabili degli altri italiani delle atrocità commesse
negli anni del colonialismo, per cui noi pagammo con le confische
e la cacciata dalle case in cui abitavamo».
Sull'accordo
di ieri, la signora Ortu si concede un po' di ironia. Come di
chi dal Colonnello non si aspetta certo nulla di buono: «La
scelta di Berlusconi di chiudere la partita mi auguro sia proprio
vincente, ma chi può dire che Gheddafi non se ne inventi
ancora una delle sue?»
L'ultima
volta in cui l'associazione si era fatta sentire, lo scorso 7
agosto, a palazzo Chigi il premier incontrava El Baghdadi El Mahmoud
augurandosi un accordo «entro il mese». Quell'accordo
ora c'è. Se siete disposti a pagare tanti soldi a Gheddafi,
scrisse in sostanza quel giorno la signora Ortu al governo, forse
dovreste riconoscere qualcosa anche a noi. «Nessuno ci ha
risposto, forse si vergognano di noi. Mi rimane un'esile speranza,
ma forse bisogna riconoscere che 38 anni di battaglie si chiudono
così, senza un nulla di fatto. Forse siamo un peso per
questo Paese, non so. Eppure non mi rassegno al fatto che un governo
democratico possa fare come se nulla fosse, come se non esistessimo.
È che forse, da un governo sotto il ricatto del petrolio,
mi sarei aspettato un sussulto di dignità».
(torna su)
Noi e
il Colonnello: storia di aiuti e sospetti
La Stampa
30 Agosto
2008
Alfio
Caruso
In un signorile appartamento
di Gorizia un anziano medico conserva i documenti scritti dal
padre, ingegnere e ufficiale degli alpini, durante la missione
nel deserto libico a caccia di petrolio. Eravamo a metà
degli Anni Trenta e le perforazioni di Ardito Desio nell'oasi
di Marada avevano fatto intuire che sotto lo scatolone di sabbia
esistessero giacimenti importanti.
Ma, secondo Desio bisognava perforare fino a duemila metri per
trovare il prezioso liquido. Tant'è vero che Mussolini
aveva incaricato il presidente dell'Agip di trovare una soluzione
con Balbo, governatore della Libia. Il duce, uomo del passato,
anche con il petrolio si mostrò restio a capire i cambiamenti
imposti dalla modernità come aveva già fatto con
le portaerei, con i carri armati, con i radar, con gli aerosiluranti.
Tutto quello che ci sarebbe mancato nella sciagurata guerra del
'40. Di conseguenza i rilievi dell'ingegnere sull'ottima qualità
del petrolio (scarsi residui di zolfo) e sulla sua presenza a
profondità molto più accessibili (intorno ai 1000
metri) rimasero inascoltati.
Attualmente l'Eni compra oltre 500 mila barili al giorno dalla
Libia. Per l'Italia rappresenta l'approvvigionamento più
importante sia per la vicinanza, sia per quella purezza di cui
eravamo già informati settant'anni addietro. Questa fondamentale
risorsa non sfruttata allora rende adesso Gheddafi un partner
obbligato della politica italiana. E sebbene il petrolio sia stato
solo sfiorato da Berlusconi nello spiegare l'entità dell'enorme
regalo che noi contribuenti faremo all'eterno colonnello, è
arduo immaginare che abbia pesato meno dei disperati scaricatici
giornalmente addosso. Ma i cinque miliardi di dollari, un regalo
mai elargito da alcun Paese a un'ex colonia, basteranno a salvare
le importazioni di petrolio e a bloccare gli sbarchi degli ultimi
dannati della Terra? Il passato non offre motivi di conforto.
Gheddafi è una sorta di nostra creatura. Il colpo di stato
che nel '69 gli consentì di spodestare re Idris ebbe la
centrale più attiva a Palermo. Idris era stato imposto
dagli inglesi, i quali, infatti, avevano ottenuto nel '55 le concessioni
che quattro anni più tardi portarono al primo pozzo della
Esso a Zeltan in Cirenaica, non lontano dall'oasi di Marada.
Ma le speranze che la riconoscenza di Gheddafi fosse di lunga
durata s'infransero un anno dopo allorché 20 mila italiani
vennero cacciati in poche ore dalla Libia perdendo ogni sostanza,
benché spesso si trattasse di patrimoni accumulati in mezzo
secolo di duro e onesto lavoro. Già al tempo Gheddafi parlò
di dovuto risarcimento per i danni inflitti dall'occupazione,
ma l'Italia in Libia ha più dato che ricevuto, a parte
la gratuita ferocia esercitata nel domare la guerriglia in Cirenaica.
Anche i tremila cittadini confinati nel 1911 nelle Tremiti ricevettero
un buon trattamento e dopo qualche anno rispediti a casa.
Il nostro atteggiamento con Gheddafi ha sempre avuto ampi margini
di doppiezza. Da un lato sforzi continui di accattivarcelo con
un'eccessiva libertà di azione concessa alla folcloristica
associazione siculo-libica, che alternava la promessa di uno scambio
alla pari tra un chilo di arance e un litro di petrolio alle trame
per allungare le mani su alcune località strategiche dell'isola;
dall'altro lato l'intenzione di liberarci di un vicino molto più
bravo di noi a imbrogliare le carte: così nella primavera
dell'80 in molti a Roma tennero la mano agli ufficiali dell'aviazione
libica impegnati in una congiura, di cui forse l'abbattimento
del Dc9 su Ustica potrebbe esser stata una conseguenza. E anche
in quell'occasione sullo sfondo c'era il petrolio dei Banchi di
Medina al largo di Malta in acque internazionali, ma Gheddafi
le considerava libiche come considera sempre di sua proprietà
la fetta di Mediterraneo in cui decide di sequestrare un peschereccio
siciliano. Tanto per ricordare che sulla mitica quarta sponda
si sentono e sono molto più furbi di noi.
D'altronde, quando nell'aprile dell'86 decidemmo di dare una severa
lezione al colonnello, ritenuto colpevole di aver tirato due misteriosi
missili contro Lampedusa (probabilmente era stata una messinscena
statunitense), tutto si risolse con il divieto di mandare in onda
su Rai 1 un'intervista di Biagi a Gheddafi. Al ricordo il nero
crinito Muhammar trema ancora.
(torna su)
Scud
e tè nel deserto: l' altalena del Colonnello
Corriere
della Sera
31 agosto
2008
Paolo Conti
«Napoli, sei sotto
tiro». Dicembre 1995, Gheddafi ospita alcuni giornalisti
stranieri a Tripoli. Mostra la casa bombardata da Reagan il 15
ottobre 1986, lui ne uscì incolume ma lì morì
l' amata figlia adottiva Hana. E avverte: «Se organizzano
adesso un' aggressione contro la Libia, sappiate che sono pronto
a colpire Napoli dove c' è la base Nato». Così,
tanto per dire. Torniamo a venticinque anni prima. Nel 1970 quello
stesso uomo, appena approdato al potere dopo aver rovesciato la
monarchia, rispedisce nella nostra penisola ventimila italiani
che vivevano in Libia da interi decenni. Incamera tutti i beni.
Il nuovo capo libico grida alla radio che i 4.5 miliardi di lire
pagati dalla Repubblica Italiana a Re Idris nel 1956 per la ricostruzione
economica dell' ex colonia italiana sono semplicemente «un'
ipocrisia». Troppi, anzi incommensurabili, per il giovane
Colonnello, i conti in sospeso per la colonizzazione tra il 1911
e il 1943: centomila libici uccisi in battaglia o con esecuzioni
di massa, quattromila deportati nelle carceri italiane, migliaia
di mutilati per le mine disseminate nel deserto. Un libico su
quattro, avrebbe calcolato in seguito lo storico Angelo del Boca,
in quegli anni morì per difendere il suo Paese dagli italiani.
Gheddafi lo sa e cavalca il rancore come strumento popolare per
chiudere i conti con l' Italia. Previo congruo accordo economico,
s' intende. Infatti da quel 1970 a oggi il rapporto tra il leader
libico e l' Italia è sempre stato un' altalena di minacce
e di accordi, di tè nel deserto con i nostri politici e
di dichiarazioni d' odio anti-italiano. C' è il Gheddafi
che nel 1976 si avventura in operazioni finanziarie acquistando,
attraverso la libica Filaco, il 10 e poi il 15% della Fiat, quota
mantenuta fino al 1986. Così come c' è la tessitura
di ottimi rapporti con Giulio Andreotti nel 1983 con cui tratta
un versamento per le imprese italiane in credito e ipotizza la
costruzione di un ospedale a Tripoli come compensazione italiana
alla Libia. Poi c' è il Colonnello che il 15 aprile 1986
spedisce (ma la nostra Marina poi smentirà anni dopo) due
Scud verso Lampedusa. «Ho distrutto quell' isola italiana!»,
grida trionfante Gheddafi alla conferenza dei non allineati a
settembre di quell' anno. In verità, dell' impresa restano
immortalati su foto, esposte all' Hotel Lido Azzurro, solo due
pezzi di ferro accartocciati. Nel 1995 il leader si correggerà:
«Non volevamo attaccare Lampedusa ma una base della Sesta
Flotta Usa». Bisogna arrivare al 1997 per un primo disgelo
con Lamberto Dini alla Farnesina. Ma già a ottobre Gheddafi
minaccia: «Dovete definire "criminale" la conquista
italiana del 1911, altrimenti niente accordo». Dini si rimette
al lavoro e a luglio del 1998 proclama: «Dobbiamo fidarci
della Libia». Sigla un accordo. Il risultato diplomatico
è la visita di Massimo D' Alema a Tripoli il 2 dicembre
1999, la prima di un capo di governo europeo dopo l' embargo Onu
del 1992. Il premier italiano, che gli rende la Venere di Leptis
Magna portata a Roma da Italo Balbo, trova un Colonnello ironico:
«Lei dice che tutto questo è merito dell' Ulivo al
governo? Allora vuol dire che gli ulivi li avete presi qui...».
Risate, allegria, distensione. Finalmente. Invece nel 2002 arriva
il nodo dell' immigrazione clandestina, Lampedusa non viene più
raggiunta dagli Scud ma dai barconi di clandestini che partono
dalla frontiera libico-tunisina. Il ministro dell' Interno Giuseppe
Pisanu vola a Tripoli nel 2004. Ed è in quell' anno che
il Colonnello comincia a chiedere il finanziamento per la costruzione
di 1700 chilometri di autostrada lungo la litoranea. Ne parla
direttamente a Berlusconi, che raggiunge Tripoli. «Abolirò
la "giornata della vendetta contro l' Italia" del 7
ottobre», gli promette. Passano pochi mesi ed ecco che proprio
il 7 ottobre 2005 Gheddafi ripristina la festa, con tanto di vistose
manifestazioni anti-italiane trasmesse dalla tv. Poi arriva la
maglietta anti-Islam del ministro Calderoli, l' assalto al consolato
italiano a Bengasi del febbraio 2006. In tre giorni, tra il 3
e il 21 marzo, il Colonnello usa bastone e carota. Il 3: «Calderoli,
ministro fascista che ha usato un linguaggio razzista, da colonialista
e retrogrado... Non escludo nuovi attacchi all' Italia».
Invece il 6 l' ambasciata libica a Roma promette di «collaborare
con qualsiasi governo eletto per migliorare le relazioni».
Il 21 marzo nuova doccia gelata, stavolta da Sky Tg24: «Risarcimento
per la colonizzazione o la rabbia resterà, non escludo
nuove Bengasi». A metà del 2007 ennesima schiarita
con un tè nel deserto offerto da Gheddafi a D' Alema, stavolta
titolare della Farnesina. A giugno Seif El Islam Gheddafi, figlio
del Colonnello, già immagina accordi economici. Ma è
lo stesso Seif che, a maggio del 2008, minaccia l' Italia: «Se
Calderoli torna ministro non proteggeremo più le coste
italiane dagli immigrati illegali». Ma poche ore dopo l'
incidente è già chiuso. Appena in tempo per aprire
la strada alla visita di Berlusconi a Tripoli, in questo torrido
agosto 2008.
(torna su)
Delusi
i rimpatriati: beni confiscati e mai risarciti
Avvenire
31
agosto 2008
Avrà
Berlusconi, di ritorno da Bengasi, un sussulto di dignità,
di umanità e di rispetto, riuscendo a dare una risposta
personale ai 20mila cittadini italiani che fino a ora hanno invano
reclamato un idoneo stanziamento da parte del loro Governo, a
chiusura del contenzioso per i beni confiscati da Gheddafi in
violazione di un accordo internazionale?». L'associazione
italiani rimpatriati dalla Libia esprime così la sua delusione,
dopo l'accordo da 5 miliardi raggiunto ieri con il Paese nordafricano.
«Giustizia dove sei?» è l'amaro sfogo
di Giovanna Ortu presidente dell'associazione: dal 1970 si batte
per ottenere una legge che metta fine al contenzioso per i beni
confiscati agli italiani, ma che è stata sempre rinviata
«per mancanza di fondi». Il Governo darà risposte
anche a loro, assicura il presidente dei Senatori Pdl Maurizio
Gasparri. Se non lo facesse, incalza l'Udc Maurizio Ronconi, l'accordo
raggiunto ieri «suonerebbe in modo beffardo». A sorpresa
plaude a Berlusconi Valentino Parlato, fondatore de «il
Manifesto» e originario anche lui della Libia (dalla quale
però venne espulso già negli anni Quaranta, perché
comunista). La nazione nordafricana «è in grande
crescita, tra dieci anni sarà pronta per la democrazia»,
ha detto al «Corriere della sera».
(torna su)
Calderoli:
soldi anche a chi fu cacciato
Corriere
della Sera
31 agosto
2008
Paolo
Conti
ROMA - «A questo
punto bisogna pensare ai "nostri", cioè agli
italiani cacciati dalla Libia nel 1970. Se abbiamo individuato
le risorse per chiudere il contenzioso con Gheddafi, i soldi si
devono trovare anche per quei connazionali che lasciarono quella
terra senza un soldo in tasca». Ti aspetteresti un Roberto
Calderoli combattivo e furioso: in fondo fu Gheddafi a dargli
del «ministro fascista» dopo la storia della maglietta
anti-islamica indossata (sotto la camicia) dall' esponente leghista
il 15 febbraio 2006 al Tg1. Calderoli si dimise per evitare una
crisi internazionale, dopo l' assalto del consolato italiano a
Bengasi. Ma oggi il ministro è di buon umore: «Bravo
Berlusconi a chiudere l' accordo con Gheddafi. Ci sarà
più certezza sul futuro energetico, sulle imprese impegnate
in Libia, vedremo una vera lotta all' immigrazione clandestina.
Se riusciremo a realizzare davvero il controllo congiunto delle
coste, com' è avvenuto con l' Albania, con il monitoraggio
satellitare, allora il valore aggiunto sarà veramente considerevole».
Ma non sono tanti 200 milioni di dollari l' anno per venticinque
anni, Calderoli? «Siamo sui 150 milioni di euro annui. Fosse
stata superata quella soglia, l' accordo sarebbe stato molto discutibile.
Così è conveniente. Se poi pensiamo che la gran
parte dell' autostrada verrà realizzata da imprese italiane,
ecco qui che metà del denaro in pratica ci rientra».
Che fine ha fatto la famosa maglietta? La conserva ancora? «Macché.
La regalai a un generale dei carabinieri a patto che la indossasse
in pubblico subito. Così fece. E non successe niente».
E chi è il generale? «Nemmeno il nome, figuriamoci
il cognome. Conservo solo una copia di quell' indumento. Nessuno
l' ha mai visto. E mi viene da ridere pensando che non c' era
nessun insulto all' Islam ma solo un inno all' amore tra le religioni,
nessun incitamento all' odio». E qui Calderoli ride: «Amore,
si vedeva solo amore... Lo assicuro. Ma ormai è tutta acqua
passata, ho avuto l' occasione di spiegarmi. L' ho fatto perché
quando ci sono interessi superiori bisogna saper chinare la testa.
E non credo ci siano più equivoci con la Libia.»
(torna su)
Cinque
miliardi per far pace con Gheddafi
La Stampa
31
Agosto 2008
Flavia Amabile
L'Italia investirà
cinque miliardi, in cambio la Libia promette di chiudere una volta
per tutte un contenzioso che va avanti da quarant'anni. E' stato
il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a volare a Bengasi,
nel paese dell'inossidabile colonnello, carico di regali, riviste
con foto di nipotini, accordi economici.
Cinque miliardi, dunque. In 20 anni permetteranno la realizzazione
di immobili, la costruzione dell'autostrada costiera che attraverserà
la Libia, dall'Egitto alla Tunisia. Sono previste anche borse
di studio per offrire la possibilità a studenti libici
di studiare in Italia, e pensioni per i mutilati vittime di mine
anti-persona.
Da parte sua, Tripoli si impegna a un maggiore contrasto ai flussi
migratori verso l'Italia, ossia quella che Berlusconi ha definito
una comune «lotta ai commercianti di schiavi». Una
firma che il premier italiano considera di «portata storica»
perché «chiude definitivamente una pagina del passato».
I libici non hanno evitato di ricordare i numerosi danni provocati
dal colonialismo italiano. A farlo è stato il ministro
degli Esteri Abdul Rahman Chalgham. E a Berlusconi è toccato
scusarsi per «le ferite profonde provocate dal periodo coloniale
italiano al popolo libico», dopo di che ha ringraziato Gheddafi
per aver voluto l'accordo. Il Colonello ha risposto sottolineando
che l'intesa «apre le porte a una futura cooperazione e
alla partnership tra Italia e Libia».
Il tutto è avvenuto, come d'abitudine, sotto la tenda del
colonnello alla presenza dei capi tribù locali. Abito blu
e cravatta per Berlusconi, tunica chiara e turbante color nocciola
per Gheddafi. Prima della firma, scambio di doni tra i due leader.
Il Cavaliere ha offerto a Gheddafi un portapenne d'argento a forma
di testa di leone che conteneva le due penne e il calamaio usate
per firmare l'accordo. Un dono ricambiato con un vestito bianco
di lino con camicia. In realtà, l'Italia ha anche restituito,
dopo novantacinque anni, la statua della Venere di Cirene.
Il premier ha quindi mostrato al colonnello le foto dei suoi nipotini
pubblicate su alcune riviste: in una, in particolare, si vede
la moglie Veronica Lario che tiene in braccio Alessandro, l'ultimo
arrivato tra i Berlusconi.
Soddisfatto il ministro dell'Interno Roberto Maroni: ora è
possibile il pattugliamento delle coste previsto dall'accordo
tecnico di un anno fa. Tuttavia, sia Alleanza nazionale con Maurizio
Gasparri che la Lega con Roberto Calderoli hanno sottolineato
la necessità, adesso, di pensare ai risarcimenti per gli
italiani rimpatriati a cui all'epoca furono confiscati tutti i
beni. Una richiesta che, peraltro, arriva direttamente anche dall'Airl
(Associazione Italiana rimpatriati dalla Libia). «Il
governo italiano dovrebbe pensare prima a risarcire noi, con almeno
300 milioni di euro», dice infatti il presidente, Giovanna
Ortu. Per il Pd, il senatore Enzo Bianco, sottolinea anche che
quella seguita da Berlusconi è la strada che era stata
tracciata dal centrosinistra già con Napolitano ministro
degli Interni anche se «al tempo - osserva - l'impegno costò
all'Italia un cifra insignificante non i miliardi di euro di adesso.
Certo, noi almeno negoziavamo su basi di pari dignità e
rispetto».
A polemizzare contro la firma dell'accordo sono anche le formazioni
di destra. Parla di «scandalo» Forza Nuova: per l'eurodeputato
Roberto Fiore, infatti, Berlusconi dovrebbe vergognarsi per aver
aiutato una «nazione ostile» che «ci manda decine
di migliaia di immigrati» mentre «gli italiani sono
in grave difficoltà economica». Critico anche il
segretario de La Destra, Francesco Storace. «Questo governo
- sottolinea -discrimina gli esuli italiani e regala soldi nostri
a Gheddafi»
(torna su)
Zard,
scappato da Tripoli: di sinistra, ma bravo Silvio
Corriere
della Sera
31 agosto
2008
Andrea
Laffranchi
MILANO - Ventiquattro
anni a Tripoli. Nel 1967, quando la situazione per gli ebrei stava
diventando pericolosa, David Zard fuggì in Italia. «Mi
avete accolto talmente bene che ho chiesto la cittadinanza»
dice oggi il 65enne produttore che negli Anni 80 ha portato i
grandi del rock in Italia, ha reinventato il musical con «Notre
Dame» e ha portato Lola Ponce e Giò di Tonno a vincere
Sanremo ' 08. Come giudica l' accordo fra Italia e Libia? «Sono
concettualmente di sinistra, ma bisogna riconoscere che, tranne
le leggi ad personam, Berlusconi sa guardare al di là del
proprio naso. Non si può dire no a tutto». Perché
promuove la «pace»? «È un trattato che
apre molte prospettive, un grandissimo accordo commerciale dal
quale l' Italia potrà trarre profitto. Questo è
il punto, non tanto i controlli sui clandestini. Il governo verserà
5 miliardi di dollari, ma le imprese italiane saranno privilegiate
nella realizzazione delle grandi opere. Se non ci saranno furbate,
tipo aziende con sede in Liechtenstein, qualcosa rientrerà
in tasse». Cosa ricorda della sua fuga da Tripoli? «Noi
ebrei eravamo cittadini di serie B. Io ero un contestatore e spesso
discutevo con toni accesi e gestacci sulle idee di Nasser (leader
egiziano che sosteneva il panarabismo ndr). Correva voce che sarei
stato una delle prime vittime e mi consigliarono di partire».
Come organizzò la fuga? «In due giorni. Convinsi
un funzionario che, se mi avesse negato il visto, la Fiera di
Tripoli, con la quale lavoravo, avrebbe perso soldi. Grazie ad
amici dell' Alitalia trovai un posto su un aereo pieno e senza
neanche prelevare in banca partii. Era il 4 giugno. In Italia
c' era un parente ad accogliermi e pochi giorni dopo arrivò
il resto della famiglia. Tutti salvi, a differenza di altri ebrei».
Cosa ricorda di quegli anni? «Una grande comunità
cosmopolita che pensava internazionalmente. Anche se avevo il
passaporto israeliano frequentavo la scuola italiana, avevo amici
italiani coi quali giocavo a calcio e basket». Com' era
la presenza italiana in Libia? «Gli italiani, come tutti
i padroni in casa d' altri, hanno fatto molti danni ma hanno anche
lasciato grandi ricchezze e hanno aiutato lo sviluppo agricolo».
È mai tornato laggiù? «Fuggii quando c' era
il re, prima di Gheddafi. Ma non ci tornerò mai fino quando
non sarà un Paese democratico e non ci saranno più
discriminazioni religiose».
(torna su)
Un
patto miliardario benedetto dalla Lega
Il Mattino
31 agosto
2008
Marco
Conti
I cinque miliardi di dollari
spuntati ieri all'Italia confermano l'abilità che ha il
colonnello Gheddafi a muoversi nell'intricata ragnatela della
politica italiana, con i suoi ribaltoni, cambi di governi e le
sensibilità delle diverse maggioranze. Di ”moschetti91”
da regalare all'ospite di turno, il leader indiscusso della ”Jamahiriya”
e da ieri ”re dei re dell'Africa”, deve averne ancora molti. Lo
stesso Berlusconi ne ha già collezionati un paio, seguendo
a ruota Andreotti, Dini e D'Alema. Proprio perchè il Colonnello
non fa differenze di schieramento, i nervi li ha fatti saltare
più o meno a tutti i ministri degli Esteri e presidenti
del Consiglio con il quale si è trovato a trattare. In
maniera più o meno analoga è andata anche l'ultima
trattativa. Quella che si è svolta prima alla Farnesina
e poi a palazzo Chigi e che, malgrado il viaggio a Bengasi del
premier, non si è ancora del tutto conclusa. Certo è
l'ammontare della cifra (5 miliardi di dollari) che l'Italia mette
a disposizione per chiudere una volta per tutte la parentesi coloniale
ed evitare che i libici spingano sempre più carrette del
mare verso l'Italia. Meno chiara la durata dell'impegno, anche
se ieri sera palazzo Chigi precisava che i versamenti dureranno
vent'anni con quote di 250 milioni di euro l'anno. Del tutto avvolta
nel mistero resta la destinazione della cifra che non è
detto vada per la costruzione dell'ormai famosa autostrada di
1600 chilometri che sino a qualche tempo fa chiedevano i libici
dopo aver abbandonato l'idea della ferrovia e di due ospedali.
Proprio perché Gheddafi segue da molto vicino le vicende
della politica italiana, sa del pressing esercitato dalla Lega
sul Cavaliere e degli ultimatum di Bossi che ora assicura: «Il
patto va bene. La Libia finalmente ferma i clandestini invece
di mandarceli qui sarebbe un aiuto insperato, atteso e positivo.
Comunque se Berlusconi ha firmato l'accordo è anche perché
ci ha lavorato il nostro ministro Maroni». Al tavolo negoziale,
che negli ultimi giorni palazzo Chigi ha avocato sfilandolo alla
Farnesina, la delegazione del governo libico ha fatto saltare
più volte i nervi anche alla controparte. Vano è
stato il tentativo italiano di fare un elenco delle infrastrutture
da realizzare e il tentativo di coinvolgere imprese italiane nella
realizzazione delle stesse, visto che ormai in Libia dopo la fine
dell'embargo internazionale per l'attentato di Lockerbie, la fanno
da padrone le imprese cinesi, tedesche e russe. Eppure Berlusconi
a Tripoli c'era stato poco prima dell'estate confessando ai suoi
di aver trovato il Colonnello «terribilmente invecchiato».
Ieri l'altro a palazzo Chigi sul punto di rottura si è
giunti più volte per colpa dei continui rialzi della controparte.
Anche quando il Colonnello ha fatto sapere che intendeva accogliere
l'ospite non più a Tripoli ma a Bengasi, nella città
che due anni fa si rivoltò per la maglietta di Calderoli.
Nulla da fare l'appuntamento è stato fissato proprio nel
quartier generale dove nel 1911 i capitribù della Cirenaica
firmarono la resa. Berlusconi, che già nel 2003 e poi nel
2004, riteneva di aver svoltato pagina, ha alla fine accettato
di sedersi ancora una volta sotto la tenda e ha fatto caricare
sull'aereo la statua della ”Venere di Cirene” dal 1913 in Italia.
Malgrado la stagione degli sbarchi volga al termine con la fine
dell'estate, non c'è dubbio che le motovedette miste italo-libiche
e i sistemi radar possano bloccare sin dalla partenza i gommoni
carichi di clandestini che quest'anno sono arrivati a Lampedusa
con cifre da record. «Con la Libia l'Eni non conosce crisi
di rapporti - spiegava qualche giorno l'ad di Eni Paolo Scaroni
- abbiamo firmato un grandissimo accordo che è stato oggetto
di una negoziazione durata molti mesi e l'abbiamo siglato in forma
definitiva tre mesi fa».
(torna su)
Andreotti:
il Mediterraneo è la nostra vera risorsa giusto chiudere
il capitolo
Il Mattino
31 agosto
2008
Teresa
Bartoli
Più volte presidente
del Consiglio e ministro degli Esteri, il senatore a vita Giulio
Andreotti è «molto, lieto» della chiusura del
contenzioso per i danni di guerra tra Italia e Libia: «È
un obiettivo che abbiamo più volte cercato di raggiungere
ma, per una difficoltà o l'altra, non ci si era mai arrivati.
È un capitolo che si chiude, rientra in quella necessità
di buoni rapporti tra paesi del mediterraneo che ha rappresentato
un punto centrale della nostra politica». Quel è
stato lo scoglio più grosso che, quando è toccato
a lei cercare la soluzione, le ha impedito di stringere l'intesa?
«In parte era anche quantitativo. Ma soprattutto era il
fatto che forse nessuna delle due parti voleva la responsabilità
di cedere e chiudere il passato. Non è che ci abbiamo sempre
messo tutta la buna volontà necessaria per riuscirci».
Cinque miliardi di dollari, anche se spalmati su diversi anni.
Non è una cifra enorme? «No se andiamo a vedere le
realtà che c'erano. Mi è capitato di vedere un documentario
sulla loro agricoltura fiorente. I valori sono effettivi».
Certo leggere che l'Italia costruirà un'autostrada di quando
non riesce a completare la Salerno-Reggo Calabria. Non è
imbarazzante? «Questo è vero, però se uno
dei nostri punti centrali di sviluppo è il turismo, quello
è un centro che può rappresentare un polmone di
sviluppo notevole per l'Italia. Quindi non è solo interesse
loro». Però protestano gli italiani che furono costretti
ad abbandonare la Libia e i loro beni. Sostengono di esser stati
dimenticati e non indennizzati. «È vero fino ad un
certo punto. Una parte dei danni è stata indennizzata.
La verità è che c'è stata molta confusione
in una vicenda in cui si sono anche inserite molte persone che
non c'entravano niente. Comunque penso che, nello spirito nuovo
di oggi, sia anche possibile ottenere qualcosa». La chiusura
dell'accordo era necessaria per garantirsi sul fronte del controllo
dell'immigrazione clandestina? «È un problema che
dovrebbe essere autonomo ma, certo, era legato al contenzioso
ancora aperto. Quindi togliere un motivo delle immigrazioni facili
e disordinate è un interesse notevole per il nostro Paese».
Ci si può fidare di Gheddafi? «Io direi di sì.
E comunque i rapporti internazionali si costruiscono con chi è
al potere. Lavorando con chi deve arrivare dopo non si conclude
niente».
(torna su)
L'intesa
con la Libia
Libero
31 agosto
2008
Andrea
Scaglia
E alla fine, questa firma
è arrivata. Dopo decenni di tira e molla, ora l'accordo
di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia è
una realtà. Berlusconi è volato a Bengasi, si è
accomodato nella tenda di Gheddafi. Gli ha fatto vedere le foto
di famiglia, soprattutto il nipotino. Poi uno scambio di regali:
Silvio ha donato al leader libico un leone d'argento a mo di calamaio
con due penne per firmare il trattato, Gheddafi ha ricambiato
con un abito bianco di lino. «Questo trattato ha una portata
storica e chiude la pagina del passato» ha detto il Cavaliere.
«Questo storico accordo apre le porte alla cooperazione
tra Italia e Libia» gli ha fatto eco il Colonnello. Berlusconi
ha anche restituito la famosa Venere di Cirene, scultura portata
in Italia neI 1913 dai nostri archeologi. I termini dell'accordo
erano già noti. L'Italia verserà e investirà
nel Paese nordafricano cinque miliardi di dollari in vent'anni,
250 milioni all'anno. Il nodo politico da sciogliere era il riconoscimento,
da parte italiana, dei danni provocati in Tripolitania nella prima
metà dei Novecento, fatti Berlusconi vi ha fatto esplicito
riferimento, nel discorso seguito alla firma. Rinnovando le scuse
al popolo libico per l'occupazione di Cirenaica e Tripolitania,
riconoscendo «le ferite profonde inferte al popolo libico
dalla colonizzazione italiana», ringraziando Gheddafi e
concludendo con un aulico «lascio a voi il mio cuore, felice
di essere riuscito a mettere da parte tutto ci che non era amore».
Un gongolante Colonnello ha poi rafforzato il concetto: «In
questo storico documento, l'Italia si scusa per gli eccidi, le
distruzioni e la repressione ai danni del popolo libico durante
l'occupazione coloniale». Nessun cenno agli italiani cacciati
e defraudati di ogni bene dal regime libico nel 1970. In ogni
caso, la cerimonia si è svolta simbolicamente nell'edificio
che ospitava a Bengasi il quartier generale italiano durante l'occupazione,
dal 1911 al 1943. «Avremo meno clandestini e pi gas e petrolio
libico» ha infine commentato Berlusconi. I due Paesi sono
già molto legati, visto che la Libia fornisce all'Italia
il 30 per cento del fabbisogno petrolifero e, attraverso il gasdotto
dell'Eni, 8 miliardi di metri cubi di gas, che aumenteranno per
l'ampliamento di quest'impianto e la costruzione di un altro,
la cooperazione economica sarà ulteriormente rafforzata,
facilitando gli investimenti. Ma naturalmente, dalla Libia l'Italia
si aspetta finalmente un'efficace azione di contrasto all'immigrazione
illegale e della «lotta ai commercianti di schiavi»,
come ha detto Berlusconi. Con particolare riferimento al controllo
delle sue coste, da dove ogni anno migliaia di disperati partono
pér sbarcare da clandestini in Sicilia. E infatti il ministro
dell'Interno Maroni conta adesso di «dare piena attuazione
all'accordo, firmato lo scorso anno, per il contrasto dell'immigrazione
clandestina, che prevede il pattugliamento di unità navali
di fronte alle coste libiche. Nei prossimi giorni prender contatti
con le autorità di Tripoli per dare inizio alle operazioni».
(torna su)
I rimpatriati
italiani rompono con Silvio: «Vogliamo i danni. Pronti a
citare Roma»
Libero
31 agosto
2008
Tommaso
Montesano
«Il
governo risarcisce i danni ai libici e dimentica gli italiani.
Dov'è la giustizia? Sono quasi quarant'anni che aspettiamo.
Adesso Berlusconi dovrà trovare i soldi anche per noi».
Non ci stanno, le associazioni dei rifugiati e delle imprese creditrici
della Libia. Prima di siglare la pace con Gheddafi, protestano
in coro, il governo avrebbe dovuto pensare ai ventimila italiani
e alle 120 aziende che a causa del regime del Colonnello hanno
perso tutto: lavoro, case e pensioni. La maggioranza si difende:
«L'accordo darà risposte concrete anche agli italiani
cacciati nel 1970». Leone Massa, presidente dell'Associazione
italiana per i rapporti italo-libici (Airil), la sigla che raggruppa
le aziende che vantano crediti nei confronti della Libia, non
ci crede: «Sono quarant'anni che ci prendono in giro».
L'ultima volta è successo nel 2003, quando la Libia, nonostante
l'accordo siglato nell'ottobre precedente tra il governo italiano
e quello di Tripoli, si è ben guardata dal saldare i suoi
debiti. «Gli accordi si fanno in due e di solito si concretizzano
in un dare e avere . Al presidente del consiglio chiedo: dove
sta tutto questo nel patto che ha siglato con Gheddafi? Berlusconi
ha letto l'articolo 35 della Costituzione, secondo cui lo Stato
italiano tutela il lavoro italiano nel mondo?». Massa non
si aspetta nulla dalle nuove relazioni italo-libiche: «Tutto
è demandato ai comitati misti, E la solita storia, la stessa
A mandare
su tutte le furie l'Airil è anche l'iter del disegno di
legge necessario per dare copertura ai 650 milioni di euro che
lo Stato italiano, in attesa del pagamento da parte del governo
di Tripoli, dovrebbe garantire ai cittadini e alle imprese italiane
oggetto di «confische, sequestri e altri provvedimenti limitativi
o impeditivi adottati dalle autorità libiche». Bloccato
dalla crisi del governo Prodi e dal veti incrociati (un emendamento
alla Finanziaria con lo stesso oggetto era stato respinto), il
provvedimento è stato ripresentato all'inizio della legislatura.
«Per noi si tratta della richiesta minima per chiudere la
partita, è impensabile che il governo italiano stanzi cinque
miliardi di dollari per la Libia e non assicuri copertura a 650
milioni, in sette anni, per noi». Ora la pazienza è
finita. «Citeremo in giudizio lo Stato italiano e chiederemo
il riconoscimento dei danni economici ed esistenziali»,
avverte Massa. Lancia bordate al governo anche Giovanna Orto,
presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia
(Airl): «Risarcimento per Gheddafi? L'Italia dovrebbe pensare
prima a risarcire noi, con almeno 300 milioni di coro».
La sigla raggruppa i ventimila italiani che nel luglio 1970 furono
espulsi dalla Libia a seguito del colpo di Stato grazie al quale
il Colonnello era salito al potere. Ortu ha quantificato in quattrocento
miliardi di lire - che oggi, rivalutati, sarebbero tre miliardi
di euro - l'ammontare dei beni, compresi i contributi pensionistici
versati, che furono confiscati agli italiani, «Abbiamo perso
tutto: cose, case e pensioni. Ci spetta anche un risarcimento
morale». La cifra che l'associazione chiede è di
«300 milioni di euro in più annualità. »
Dal Popolo
della Libertà Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato,
prova a rassicurare gli esuli: «Il nostro governo, siamo
certi, darà risposte concrete anche agli italiani cacciati
dalla Libia nel 1970 con gravi danni morali e materiali».
Destra e Udc sono già passati al contrattacco. «Questo
governo discrimina gli esuli italiani e regala soldi nostri a
Gheddafi, Era già successo con gli esuli istriani. Per
i profughi italiani non c'è giustizia , fa sapere il partito
di Francesco Storace. «Il governo non dimentichi gli italiani
espulsi da Gheddafi», concorda il centrista Maurizio Ronconi,
«altrimenti l'accordo suonerebbe beffardo. Soddisfatto,
invece, il ministro dell'interno, Roberto Maroni: «E ora
possibile dare piena attuazione all'accordo tecnico, firmato lo
scorso anno dal ministero dell'Interno, il contrasto dell'immigrazione
clandestina che prevede il pattugliamento di unità navali
di fronte alle coste libiche
(torna su)
Il patto
piace anche a Calderoli «Sembra folle, invece è un
affare»
Libero
31 agosto
2008
Matteo Pandini
«Aspetto di vedere
l'accordo nero su bianco. Complessivamente, anche se sembra una
roba pazzesca, alla fine è un affare». E il parere
di Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione, sull'accordo
Roma Tripoli per risarcire i danni coloniali. Il leghista s'intende
di Libia. Nel febbraio 2006, in un'intervista televisiva, mostra
una maglietta con vignette satiriche sull'islam: a Bengasi assaltarono
il consolato italiano. Morti e feriti, Seguirono polemiche, dimissioni
di Calderoli, dichiarazioni di pentimento, scuse, minacce dei
figli di Gheddafi. Fino al pronunciamento del Colonnello in persona:
Il caso è chiuso. Ministro, è davvero così
soddisfatto? «Sì: versiamo 150mila euro all'anno
per risparmiamo sui prodotti che compriamo li (gas e petrolio,
ndr,). Non avremmo le stesse condizioni in nessun altro mercato».
In cambio, l'Italia pretende anche un bel giro dl vite contro
I clandestini. «Io parto prima dai soldi e poi vedo tutto
il resto, Cinque miliardi di dollari sono una cifra, ma in 25
anni è una bella forma rateale. Una forma rateale che rientra
grazie a quello che risparmiamo in termini di acquisto del prodotto.
Poi l'investimento mi interessa perché, mi auguro sia previsto
nell'accordo, possono lavorare aziende italiane, E quindi do lavoro
per 5 miliardi ad aziende italiane. E poi c'è l'immigrazione..
«Facciamo partire il controllo attraverso le nostre guardiacoste
con una composizione mista. E la stessa soluzione adottata in
Albania e che aveva ridotto a zero il passaggio di clandestini
nel canale di Otranto. Poi vogliamo far partire ll controllo satellitare:
il Nord della Libia è la piattaforma di lancio dei clandestini
verso l'Europa». L'Italia pagherà a Tripoli rate
annuali. È un modo per evitare possibili scherzetti di
Gheddafi? «Gheddafi è persona con cui va bene il
pagamento rateale. L'Italia dovrà realizzare in Libia un'autostrada
lunga 2mila chilometri: non sarebbe meglio con- centrarsi prima
sulle infrastrutture di casa nostra? «Il discorso è
che il Sud deve riuscire a trasformare questo pagamento in una
risorsa, e non solo per contrastare l'immigrazione irregolare.
Guardi che può davvero essere una risorsa anche dal punto
di vista finanziario. Anzi, per alcuni lo diventerà davvero».
Intanto i profughi italiani, cacciati dal Colonnello nel 1970,
chiedono a Berlusconi di non dimenticarli. «Bravissimo Berlusconi
a chiudere l'accordo, ma non appena ci saranno le risorse sarà
necessario pensare a chi è stato espulso dalla Libia e
s'è visto sequestrare i beni, Dovremo fare lo stesso ragionamento
anche per la Iugoslavia». Prima di Berlusconi, nessuno era
riuscito ad accordarsi col Colonnello. Tanto che il fondatore
de il manifesto, Valentino Parlato, dice bravo Silvio . «Gheddafi
è molto sfuggente. La chiusura dell'accordo è il
miglior riscontro del ruolo e del peso che ha Berlusconi nella
politica italiana ed europea». Febbraio 2006.11 ministro
Calderoli indossa una maglietta satirica sull'islam e a Bengasi
scoppia la rivolta. Morti e feriti.» Preferisco non parlarne
più. C'è stato un chiarimento, Adesso addirittura
l'ambasciatore libico dice che sono suo amico Con Gheddafi non
ha mai parlato? «No. Per conosco i figli. Infatti Saif El
Islam Gheddafi, nel maggio 2008, minaccia: «Se Calderoli
diventa ministro ci saranno ripercussioni catastrofiche».
«Abbiamo sistemato le cose», Ci tolga una curiosità.
Alla Libia restituiremo la Venere di Cirene, portata in Italia
nel 1913. Nel 2005 Roma ha rispedito in Etiopia l'obelisco di
Axum. Possibile che delle opere italiane finite all'estero non
ritorni mal nulla? «Un pò è per l'orgoglio
di avere artisti che hanno avuto ruolo mondiale, un po' è
per l'avarizia degli altri, Per l'arte è un patrimonio
di tutti, I capolavori italiani all'estero rappresentano per noi
il miglior volantino pubblicitario possibile.
(torna su)
Italia-Libia,
firmato il patto di amicizia da 5 miliardi di dollari
Il Sole
24Ore
30 Agosto
2008
di Gerardo
Pelosi
TRIPOLI - Dietro al solenne
protocollo e al clima festoso che ha accompagnato oggi pomeriggio
a Bengasi la firma dell'accordo di amicizia, partenariato e cooperazione
tra il premier italiano, Silvio Berlusconi e il colonnello Muhammar
Gheddafi già si intravedono insidie e contraddizioni. Non
è chiaro, ad esempio, attraverso quale meccanismo il Governo
italiano reperirà i 200 milioni di dollari l'anno per 25
anni (5 miliardi di dollari) per finanziare il "grande gesto"
a ripararazione del periodo coloniale, ossia l'autostrada litoranea
da 2mila km più un piano di infrastrutture e di edilizia
abitativa. Non è poi chiaro quale parte delle opere verranno
realizzate da ditte italiane. Sul contrasto all'immigrazione clandestina
Berlusconi si è detto convinto che, d'ora in avanti, Italia
e Libia combatteranno insieme i commercianti di schiavi anche
attraverso la costruzione da parte di Finmeccanica di un sistema
di controllo radar e satellitare sulle frontiere meridionali del
Paese. Di certo con la stagione autunnale gli sbarchi a Lampedusa
diminuiranno, ma il problema si riproporrà il prossimo
anno come una spada di Damocle. Le pensioni di invalidità
alle vittime delle mine italiane e agli eredi degli "ascari"
che combatterono a fianco delle truppe italiane hanno fatto gridare
allo scandalo l'associazione dei rimpatriati dalla Libia che attendono
ancora una parte degli indenizzi per i beni sequestrati a suo
tempo da Gheddafi (che non sono stati computati per ridurre le
pretese libiche). Cauto ottimismo invece delle imprese che vantavano
crediti per 620 milioni di dollari che dovrebbero in buona parte
essere liquidati. Ma i primi a non credere che questo accordo
chiuderà realmente ogni questione pregressa sono proprio
le due parti negoziali che già hanno incaricato una serie
di gruppi tecnici di lavoro di approfonidre i singoli capitoli
dell'accordo. C'è, tuttavia, da sottolineare che, per la
prima volta, anche rispetto ai politici della prima Repubblica,
Berlusconi ha saputo intercettare l'anima profonda del Colonnello
e ha saputo creare una corrente di simpatia che ha favorito il
clima necessario per l'intesa. Per la prima volta Gheddafi non
ha donato al premier italiano il vecchio e arrugginito moschetto
91 dei soldati italiani ma una camicia di lino bianco mentre il
Cavaliere ha portato in dono all'ospite un calamaio d'argento
a forma di leone con due penne con le quali è stato frimato
l'accordo. Se sono rose fioriranno.
(torna su)
Gli esuli
italiani al premier “Ora il governo pensi a noi”
Il Tempo
30 Agosto
2008
di Fabio
Perugia
Sono circa
20 mila gli italiani che nel luglio del 1970 furono espulsi dalla
Libia. Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'associazione che
li riunisce, da anni lavora per ottenere un risarcimento economico
per i beni che a loro sono stati confiscati.
Ma ad oggi
i risultati ottenuti sono scarsi.
Presidente Ortu, dopo la
visita di Silvio Berlusconi a Sirte nel 2004 la sua Associazione
decise di aspettare decisioni precise del presidente del Consiglio
prima di commentare. Ora queste decisioni sono state prese.
«Tra quel febbraio del 2004 e oggi ci sono state molte altre
date che videro il leader italiano e quello libico incontrarsi.
Il 7 ottobre del 2004 Silvio Berlusconi andò a Tripoli
e riuscì già a strappare un accordo, concedendo
a noi i visti per entrare in Libia. Visti che agli altri italiani
venivano dati con normale procedura, mentre a noi erano negati
perché applicavano una sorta di ritorsione».
Poi che è successo?
«Siamo stati ricevuti a Tripoli, ma i visti che dovevano
concedere sono rimasti sulla carta perché alcuni rapporti
si sono incrinati».
Il premier li ha ricuciti.
«L'accordo che ha fatto Berlusconi ci esclude completamente.
Mi chiedo: come fa un governo italiano a rispondere di colpe di
cento anni prima e non dare ai propri cittadini quello che gli
spetta?».
Quanto vi spetta?
«Vogliamo 300 milioni di euro in più annualità».
Mi scusi, che calcolo ha fatto?
«È il 10 per cento di quello che ci spetta, di quello
che ci è stato tolto. Finora ci hanno sempre detto che
non si trovano i fondi, ma a quanto pare i fondi ci sono solo
per chi ha gli strumenti per ricattare. E secondo il diritto internazionale
noi dobbiamo chiedere i soldi allo stato italiano, non alla Libia.
Nel 1956 è stato firmato un trattato che ci tutelava, ma
quando Gheddafi l'ha violato l'Italia non ha fatto la minima mossa
per difenderci».
Nella trattativa Italia-Libia quale crede sia stato il momento
di rottura con i 20 mila esuli? Quando siete stati dimenticati?
«È Lamberto Dini il vero responsabile di tutto questo.
Era il 1998 quando ha firmato il protocollo d'intesa con il ministro
degli Esteri della Libia. In quell'accordo non siamo neanche nominati.
L'Italia ha rinunciato a mettere sul piatto della bilancia il
valore dei nostri beni».
Perché non siete mai riusciti a inserirvi nelle trattative?
«Perché il presidente del Consiglio non ci ha mai
ricevuti. Abbiamo scritto lettere, fatto appelli, telefonate,
inviato note alle agenzie stampa ma il governo non ci ha mai ricevuto,
perché ha sempre avuto paura di incrinare i rapporti con
la Libia».
Adesso avete chiesto al governo una cifra precisa per il risarcimento:
300 milioni. Se non riceverete risposta?
«Ci attiveremo per risolvere la situazione con altri mezzi.
Se Berlusconi non ci riceverà entro una settimana saremo
sotto Palazzo Chigi giorno e notte per protestare. Il nostro è
un sussulto di dignità e rispetto. Berlusconi ci dica pure
che non ci vuole, ma ce lo dica».
Lei tornerà mai in Libia?
«Dopo il viaggio del 2004 e le promesse non realizzate considero
chiuso quel ciclo. No, non tornerò mai più in Libia».
(torna su)
Miliardi
a Gheddafi? Sì, ma poi basta con le prepotenze
Il
Giornale
27
luglio 2008
Livio
Caputo
Dopo
la visita lampo di Silvio Ber lusconi a Tripoli c'era forse da
aspettarselo: Seif El-Islam, il figlio «politico»
di Gheddafi, annuncia alla TV che il suo Paese sta per concludere
un accordo miliardario a chiusura del contenzioso con l'Italia
per i danni del colonialismo, e il nostro premier conferma che
spera di concludere uri «trattato di amicizia» con
la Libia entro il 31 agosto. Peccato che l'annuncio dell'accordo
coincida con tre nuove prove della inaffidabilità del Colonnello.
Primo, è tornato ad usare, a negoziati in corso, l'arma
di pressione della immigrazione clandestina, permettendo che migliaia
di disperati partissero dalle coste libiche per riversarsi a Lampe
dusa e in Sicilia e costringendo così Roma a proclamare
lo stato d'emergenza. Secondo, ha rifiutato - unico fra gli invitati
- di aderire alla Unione per il Mediterraneo che dieci giorni
fa ha riunito a Parigi tutti i Paesi rivieraschi, sostenendo che
si trattava di una forma di neocolonialismo. Terzo, non ha esitato
a tagliare i rifornimenti di greggio alla Svizzera e di sbattere
in galera con un pretesto due suoi cittadini a mo' di ritorsione
per l'arresto a Ginevra di suo figlio Hannibal, colpevole di avere
percosso due dipendenti. Viene spontaneo chiedersi se un trattato
concluso con un personaggio così spregiudicato servirà
davvero a chiudere una vicenda che si trascina da 39 anni, o diventerà
solo un'altra tappa di un cammino che per l'Italia è stato
costellato di spine.
La
tesi di Gheddafi è che l'Italia non ha ancora indennizzato
a sufficienza la Libia per i danni che le ha inflitto durante
i 30 anni di dominio coloniale. Perciò, dopo avere
espulso nel 1970 da un' ora all'altra ventimila nostri connazionali
ed averli spogliati di tutti i loro beni, ha continuato a pretendere
- con ricatti e minacce - varie forme di risarcimento.
Prima sembrava accontentarsi di un ospedale, adesso esige la costruzione
di una autostrada dal confine egiziano a quello tunisino del costo
di circa tre miliardi. Grazie alla sua rinuncia alle armi di distruzioni
di massa e al conseguente reinserimento della Libia nella comunità
internazionale, la sua posizione nei nostri confronti si è
raffor zata. Mentre, negli anni in cui era al bando a causa dei
suoi coinvolgimenti con il terrorismo il nostro Paese era praticamente
la sua unica sponda occidentale, oggi riceve investimenti da tutto
il mondo e può commerciare con chi vuole; e, mentre noi
abbiamo più che mai bisogno dei suoi idrocarburi, tanto
che l'Eni ha appena concluso con Tripoli un accordo trentennale,
la dipendenza della Libia dall'Italia è in calo. Le sue
esportazioni verso di noi sono scese in cinque anni dal 42,8 al
37 per cento del totale e le sue importazioni dal 25 al 14. Quello
che una volta era un «nesso di reciproca indispensabilità»
si è perciò molto indebolito.
Con tutte le riserve del caso, la prospettiva
di un accordo politico ed economico, che in qualche modo arresti
questa tendenza negativa non è perciò da buttar via,
ma solo a patto che chiuda davvero il contenzioso a condizioni non
troppo onerose e avvii i due Paesi verso una nuova fase di collaborazione,
che magari spiani la strada a una maggiore penetrazione sul mercato
libico delle nostre piccole e medie imprese. Se proprio dobbiamo
costruire l'autostrada, spalmiamone almeno i costi nel tempo, pretendiamo
in cambio il saldo dei 600 milioni che la Libia deve a ditte italiane
ed esigiamo che Tripoli risarcisca almeno in parte i nostri
connazionali espulsi. In sintesi, l'accordo in fieri ci
deve mettere al sicuro da future prepotenze.
(torna su)
I
regali di Prodi a palestinesi e libici
Soldi
ai morti di Tripoli e ai drogati cambogiani
Libero
19
luglio 2008
Lucia
Esposito
Nauru
e Vanuatu non sono insulti in dialetto swaili ma due puntini sul
mappamondo; isolette immerse nell'Oceano Pacifico dove, per gentile
concessione del governo Prodi, l'anno scorso sono approdati 70mila
euro per l'acquisto di attrezzature mediche. I conti italiani
facevano acqua da tutte le parti ma le nostre casse lanciavano
ancore di salvataggio a destra e manca. Il Paese dal fiato corto
regalava boccate di ossigeno sopra e sotto l'equatore.
Ha
spedito 64mila euro in Cambogia per prevenire l'uso della droga
e altri 48mila, sempre a Phnom Pehn, per l'eliminazione delle
sostanze chimiche; ha elargito prima 42mila euro e poi altri 64mila
all'associazione argentina "Abuelas Plaza del mayo".
Nei due anni di governo Prodi ha risposto immediatamente ai bisogni
della polizia stradale. Quella palestinese. Ha inviato un milione
e 240mila euro all'Autorità Nazionale perché provvedesse
a formare gli agenti che si occupano della circolazione; ha finanziato
con 16mila euro una ricerca sul terrorismo. In Africa. Ha preso
a cuore i problemi che i cittadini hanno con il sistema giudiziario.
E ha investito 41mila euro per rendere più agevole il rapporto
della gente con la giustizia. In Paraguay. Sempre qui sono andati
98mila euro per il progetto "Radicamento, protezione e sviluppo",
per risolvere fenomeni sociali delle donne e dei bambini. Molto
più alta (105mila) la cifra spesa per migliorare le condizioni
di vita della popolazione del "cantone frontaliero"
di San Lorenzo. In Ecuador. Diecimila euro sono stati investiti
per il restauro dei dipinti della Chiesa di Nostra Signora del
Santo Rosario di Isfahan. In Iran. L'Italia ha partecipato
con 647mila euro al completamento del progetto di recupero e riqualificazione
del cimitero Hammangi di Tripoli. «Un progetto che si inserisce
nel processo di consolidamento del clima di amicizia tra il popolo
italiano e quello libico, nella prospettiva della costruzione
di un'area di pace, stabilità e sicurezza nelle regioni
mediterranee» .
L'elenco
di aiuti e contributi in tutto il mondo è lunghissimo ma
è solo una parte infinitesimale e marginale rispetto al
mare magnum cooperazione internazionale. Si tratta dei soldi versati
nel 2007 a enti con finalità di pace e umanitarie (la cui
lista, durante il precedente governo, si è allungata con
l'introduzione di molte realtà politicamente orientate
a sinistra). Al centro internazionale di formazione per operatori
di pace "Kofi Annan" sono andati 300mila euro; organizzare
e realizzare il progetto speciale WYO (World Youth Orchestra)
- Tour Mediterraneo “la fratellanza EuroMediterranea" tra
l'Italia e l'Algeria ci è costato 22mila euro. Per il seminario
"Medio Oriente, ricominciamo dalla fine" abbiamo speso
30mila euro, 300mila sono andati alla Commissione Elettorale Indipendente
della Repubblica del Congo per «assicurare i seguiti delle
consultazioni politiche generali avvenute nella primavera del
2007».
Un
altro contributo di 100mila euro è finito al Caricom per
l'attività della "Commission on Youth Development",
che si occupa di «coordinare lo sviluppo e l'implementazione
di un'analisi delle sfide e opportunità dei giovani nell'economia
dei Paesi del Caricom». Le casse della "Defensoria
del Pueblo" di Colombia si sono arricchite di 89mila euro
per il "Programma di educazione e informazione per la protezione
e promozione dei diritti umani attraverso la sensibilizzazione
e formazione».
Per
il seminario intitolato "Presentation of the regional water
data Bank project from Exact Representatives" sono stati
investiti 20mila euro. Il regno Hashemita di Giordania ha ricevuto
30mila euro per le attività del "Conflict Prevention
Center" di Amman, Finanziamenti anche al "Centro internazionale
di transizione Democratica", la "Community of Democracies".
E come negare 500mila euro all'Organizzazione Subregionale dell'Africa
occidentale Ecowas? Indispensabile sostenere l'attività
dell'Ufficio del relatore speciale per la libertà di espressione
della "Iachr" che si occupa di promuovere e difendere
la libertà di espressione nei paesi americani: è
stato concesso un contributo di 42mila euro per «attività
di diffusione, prevenzione e di sviluppo istituzionale dell'associazione».
Dal bagno pubblico costruito in Moldavia fino ai soldi arrivati
sugli isolotti sperduti nell'Oceano Pacifico, la pioggia di contributi
è diventata uno tsunami, un'onda che ha investito tutto
il mondo.
La
lettera di protesta inviata dall'AIRL al Direttore di Libero:
Gentile
Direttore,
apprezziamo
molto le denunce fatte dal Suo giornale ma, se tutte sono documentate
come quella che ci ha visto nostro malgrado protagonisti (“I regali
di Prodi a palestinesi e libici” di Lucia Esposito, Libero del
19/07/2008), esse rischiano di diventare un boomerang, un rimedio
peggiore del male.
Tutto
ciò che l'Associazione che rappresento ha fatto per il
cimitero di Hammangi a Tripoli (nel quale sono sepolti morti italiani
e non libici) è riuscita ad ottenerlo innanzitutto grazie
al governo di destra di Berlusconi e, successivamente, a quello
di D'Alema.
Riteniamo
- e le attestazioni di gratitudine che ci giungono da ogni parte
d'Italia ne sono la testimonianza più profonda - che ridare
dignità ai nostri defunti sia un'opera altamente meritoria
e vederla associata, come nel vostro sottotitolo, ai “drogati
cambogiani” non può che indignarci, come Lei potrà
ben comprendere.
Sul nostro
sito c'è una sezione dedicata all'opera di ristrutturazione
del cimitero di Hammangi, opera in via di completamento ma non
ancora conclusa, in cui si possono trovare, nomi, fotografie e
tutte le informazioni necessarie a suffragare la bontà
del nostro lavoro.
Il
Ministero degli Affari Esteri è intervenuto solo successivamente,
a seguito dell'evidenza mediatica data all'iniziativa dell'AIRL;
le stesse imprese italiane, e persino l'Eni che spende ogni anno
250 milioni di euro a favore della popolazione libica, non hanno
ritenuto opportuno dare il loro contributo a quest'opera.
La
vostra giornalista Lucia Esposito avrebbe dovuto documentarsi
in tal senso, senza farsi guidare da un atteggiamento quantomeno
superficiale nel reperimento delle notizie che pure, come ricordato,
sono disponibili anche online.
Riteniamo
che un pur minimo atto di giustizia nei nostri confronti e di
tutti gli italiani che hanno lasciato in terra libica i loro cari
defunti (a cui non possono nemmeno far visita dato che sono loro
negati i visti) sia quello, da parte della giornalista, di scrivere
un servizio su questa opera di civiltà, l'unica finora
compiuta in Libia a favore degli italiani.
La
nostra Associazione sarà a completa disposizione per fornire
qualsiasi informazione di cui la Vostra redazione avrà
bisogno.
RingraziandoLa
per l'attenzione Le porgo distinti saluti
Giovanna Ortu
(torna su)
Il
premier a Gheddafi: bisogna rafforzare la nostra cooperazione
Avvenire
28
giugno 2008
Giovanni
Grasso
Lo stesso premier Berlusconi, prima di partire per la Libia
ieri, l'aveva definito «un viaggio importante». E,
in effetti, il suo incontro a quattr'occhi sotto la tenda con
il Colonnello Gheddafi aveva un'agenda piuttosto ricca. Con un
punto nodale in cima alla lista: la questione dell'immigrazione
e, in particolare, l'insoddisfazione italiana per l'attuazione,
da parte del regime libico, degli accordi contro i clandestini.
Qualche tempo fa esponenti di governo della Lega nord avevano
accusato la Libia di inviare masse di clandestini africani verso
le nostre coste. Ma Berlusconi ha diplomaticamente trasformato
l'insoddisfazione italiana in un appello al numero uno libico
per «ulteriore rafforzamento della cooperazione bilaterale»
e affinché collabori di più per il pattugliamento
congiunto delle coste, previsto con l'accordo del 29 dicembre
2007 e rimasto lettera morta.
La questione dei clandestini
si intreccia però ad altre spinose problematiche. Il governo
libico chiede, con alterna insistenza, la chiusura della vicenda
coloniale italiana attraverso una 'riparazione', che fu quantificata
con la costruzione finanziata dallo Stato italiano della autostrada
che dovrebbe attraversare la Libia da est a ovest. Dall'altro
lato, però, ci sono le rivendicazioni degli italiani, cacciati
letteralmente da Gheddafi nel 1970, ai quali furono confiscate
case, imprese e depositi bancari. L'associazione che li rappresenta,
l'Airl, ieri ha fatto sentire la sua voce, augurandosi che «nei
negoziati bilaterali il nuovo governo vorrà tenere conto
dei diritti finora non solo negati ma addirittura ignorati dei
cittadini espulsi dalla Libia nel 1970» e chiedendo che
«nel risolvere le controversie si tenga conto della necessità
di sciogliere definitivamente il nodo legato agli indennizzi per
i beni confiscati» che secondo l'Airl ammontano oggi a 3
miliardi di euro, «pari al valore della famosa autostrada
». Il colloquio tra Berlusconi e Gheddafi è
stato molto cordiale. Il premier italiano si è complimentato
per «l'eleganza » dell'ospite africano, che sfoggiava
un completo bianco dal taglio molto occidentale. Quanto ai risultati
concreti, una nota di Palazzo Chigi spiega che il premier ha sicuramente
posto con forza sul tavolo dei colloqui la questione dell'immigrazione:
«Il presidente Berlusconi ha sollevato, in particolare,
la questione di come contrastare l'immigrazione clandestina, auspicando
nell'ulteriore rafforzamento della cooperazione tra Libia e Italia,
che dovrebbe essere meglio inquadrata anche in un'ottica Europea».
Ma nulla è trapelato sulla reazione del leader libico sulla
questione.
«I due leader»,
invece, «hanno convenuto sulla necessità di chiudere
al più presto e definitivamente tutti i punti in sospeso
del contenzioso bilaterale. In tale ambito, il presidente del
Consiglio ha ricordato l'importanza che l'Italia attribuisce alla
ricerca di soluzioni soddisfacenti sui crediti vantati dalle imprese
italiane e sul rilascio di visti per gli italiani rimpatriati
dalla Libia». Berlusconi «ha espresso apprezzamento
per le recenti intese stipulate dai due Paesi nel settore dell'energia
e ha confermato la volontà delle imprese italiane di partecipare
ai vasti progetti infrastrutturali varati dalla Libia».
Una parte del colloquio, infine, è stata dedicata al processo
di pace in Medio Oriente e alla preparazione del vertice di Parigi
del 13 luglio dell'Unione per il Mediterraneo.
(torna su)
Italia-Libia:
Associazione Rimpatriati, tenere conto dei nostri diritti
AnsaMed
27
giugno 2008
In
occasione dell'incontro odierno tra il Presidente del Consiglio
Berlusconi e il Colonnello Gheddafi, i Rimpatriati dalla Libia
si augurano che, nei negoziati bilaterali, il nuovo Governo vorrà
tener conto dei diritti, finora non solo negati ma addirittura
ignorati, dei cittadini italiani espulsi nel 1970.
Noi
ricordiamo che fu proprio il generoso impegno del Presidente Berlusconi
che provò a sbloccare, dopo una trentennale attesa, il
problema dei nostri visti anche se, alla prova dei fatti, da parte
libica le promesse strappate nell'ottobre 2004 sono state disattese.
E' tuttavia indispensabile ora, nel risolvere
le controversie con la Libia, tener conto della necessità
di sciogliere definitivamente in sede interna il nodo legato agli
indennizzi per i beni confiscati (valore rivalutato ad oggi 3 miliardi
di euro, pari al costo della famosa autostrada), per il quale noi
abbiamo indicato una cifra forfetaria minimale di 300 milioni di
euro e che, guarda caso, corrisponde al valore dell'impianto che
la Finmeccanica è pronta a fornire alla Libia per monitorare
il flusso dei clandestini nel deserto.
(torna su)
La
Libia: per noi il caso è chiuso
Il
Sole 24Ore
10
maggio 2008
Carlo
Marroni
Crisi-lampo
con la Libia: in 24 ore il caso si è chiuso. Era iniziato
la sera di giovedì, con il governo di Silvio Berlusconi
insediato da tre ore, con Tripoli che dichiarava di non collaborare
più nel contrasto dell'immigra zione clandestina. A quel
punto si è mossa la diplomazia e il premier ha subito abbassato
i toni e lanciato messaggi di grande dialogo e collaborazione:
«Avremo modo di chiarire e tranquillizza re la situazione
con le autorità li biche. Sono fiducioso», ha detto
ieri mattina. Il messaggio distensivo del presidente del Consiglio
ha indicato che la diplomazia (alle prese anche con la crisi libanese)
era già al lavoro, e così è stato per tutta
la giornata, fino ad arrivare a un pubblico "mea culpa"
del ministro Roberto Calderoli, che nel febbraio 2006 con la ormai
celebre scena della maglietta anti-Islam in tv scatenò
proteste durissime contro l'Italia e che di recente è stato
oggetto di attacchi da parte di Tripoli quando il suo nome è
emerso come papabile ministro.
«Sono
sinceramente rammaricato - ha detto - per le vittime degli scontri
di Bengasi di qualche anno fa provocati da interpretazione non
corretta, di cui rinnovo le scuse, di alcune mie dichiarazioni.
Come uomo politico e ministro nutro il più profondo rispetto
per tutte le civiltà e sono convinto che il dialogo con
quella islamica sia un tema imprescindibile dei nostri tempi».
«Le relazioni tra Libia e Italia - ha aggiunto - sono improntate
al reciproco rispetto. Sono certo che saranno sempre più
costruttive e mi adopererò personalmente perché
ciò avvenga».
Le
scuse pubbliche di Caldero li hanno sortito l'effetto voluto:
la Libia ha accolto «con soddisfazione» «le
dichiarazioni pubbliche di pentimento» del ministro e i
tanti contatti avuti con le autorità italiane e considera
«il caso chiuso», ha detto in una nota l'ambasciata
libica in Italia. Nei giorni scorsi, hanno spiegato i libici,
la fondazione Ghed dafi presieduta dal figlio del Colonnello,
aveva espresso in un comunicato le sue preoccupazioni per gli
effetti sul rapporto tra Libia ed Italia nel caso Calderoli fosse
nominato ministro del governo. «Successivamente alla nomina
di Calderoli a ministro, al comunicato ufficiale sul problema
dell'immigrazione clandestina e al susseguirsi di voci di stampa
circa il congelamento dell'accordo con il gruppo Eni e la sospensione
dei visti di ingresso ai cittadini italiani, le autorità
libiche ed italiane - ha aggiunto il comunicato - hanno avviato
una serie di contatti ad alto livello, che hanno dato origine
alle dichiarazioni pubbliche di pentimento rese dal ministro Calderoli
ai media italiani e libici». Calderoli ha quindi avuto «un
colloquio» con l'ambasciatore di Tripoli a Roma, Abdulhjafed
Gaddur, «nel corso del quale ha chiarito il senso delle
dichiarazioni già rese ai media e diffuse nei due paesi»,
ha precisato l'ambasciata, ricordando che lo stesso Gaddur «ha
avuto un colloquio telefonico» con il sottosegretario Gianni
Letta, con il segretario generale della Farnesina, Giampiero Massolo,
e con il direttore generale per Nord Africa e Medio Oriente, Cesare
Ragaglini.
Ora
il lavoro del Governo è mirato a mettere a punto una comunicazione
alla Libia sulla questione immigrazione nel suo complesso: già
dalla prossima settimana gruppi di lavoro di Palazzo Chigi, Esteri
e Interni si riuniranno per stilare un «messaggio molto
chiaro alla Libia, che è un paese amico con il quale vogliamo
collaborare», come ha detto il ministro degli Esteri, Franco
Frattini.
Ma
la giornata ha segnato anche momenti di viva preoccupazione, quando
il leader della Lega, Umberto Bossi, è uscito allo scoperto
come solo lui sa fare, dicendo che gli immigrati clandestini che
attraversano il canale di Sicilia «sono loro (i libici,
ndr) che ce li mandano. Bisognerebbe mandarli indietro
quando li vedi con il satellite. La lingua di Gheddafi è
sempre stata lunga».
Dichiarazioni
pesantemente condannate dal leader Pd, Walter Veltroni: «Sono
sconcertato, non capisco quale sia l'interesse ad aprire un attrito
con la Libia». Alla fine anche le parole del Senatur sembrerebbero
state accantonate, grazie all'uscita di Calderoli.
(torna su)
Gheddafi,
amore e odio
La
Stampa
10 maggio
2008
Igor Man
La prima “grana” del
governo Berlusconi si chiama Gheddafi. “Grana” risolta, a Dio
piacendo, che si innesta nel Leitmotiv che ha caratterizzato
la campagna elettorale: la sicurezza. A dispetto delle statistiche
(non solo italiane) che collocano l'Italia fuori da ogni e qualsiasi
girone infernale, la gente percepisce
tutta una serie (recente) di delitti contro la persona e beni
come banche e luoghi di relax alla stregua d'un buco nero. La
notevole vittoria del Pdl si deve in gran parte alla richiesta
di sicurezza. La presenza disordinata di terzomondiali a Roma,
a Milano, nei luoghi deputati d'Italia, lo spettacolo d'una via
Condotti non più salotto di Roma ma suk di borse
taroccate, le rituali risse notturne in Campo de' Fiori, il circolar
sfacciato della droga, tutto questo insano cocktail di vizio e
violenza ha senz'altro premiato l'intuizione del partito-movimento
di Berlusconi. Al tempo stesso ha fornito legna al fuoco
sempre acceso dell'amore-odio verso l'Italia di un leader arabo
senza paragoni. E così è accaduto che proprio nel
giorno di battesimo del nuovo governo italiano la Jamahiriya libica
(regime delle masse) abbia ufficialmente comunicato che sull'immigrazione
la Libia non avrebbe più collaborato con l'Italia. E questo
perché, come spiega un comunicato diffuso per il tramite
della Reuters, l'Italia e altri paesi della UÈ non avrebbero
dato l'appoggio promesso. «La Jamahiriya s'è strenuamente
impegnata nel respingere l'afflusso di immigrati illegali verso
l'Italia, esaurendo grosse risorse materiali e impegnando copiose
quantità di denaro».
Siamo
di fronte a una «mossa» tipicamente gheddafiana. Apparentemente
facile da interpretare. Vediamo. Venerdì scorso Seif el
Islam, il figlio «politico» di Gheddafi, aveva parlato
di «ripercussioni catastrofiche» nelle relazioni con
Roma se fra i membri del governo italiano ci fosse stato Roberto
Calderoli. Costui, accusa l'agenzia Jana, «è
l'assassino» dei libici morti a Bengasi nell'assalto al
consolato d'Italia del 2006 in relazione alla «esibizione
in tv» d'una T-shirt che in sultava il Profeta Maometto,
indossata dall'allora ministro leghista. Scosso da Berlusconi,
il sottosegretario Calderoli s'è profuso in scuse e il
suo mea colpa deve aver commosso Gheddafi che per altro
Umberto Bossi accusa di falsità: «Sono i libici che
ci mandano i clandestini (...). La lingua di Gheddafi è
sempre stata lunga...». «Il governo libico è
molto irato con l'Italia per il "caso Calderoli"; si
stanno esaminando alcuni accordi con l'Eni», afferma un
esponente della Libyan National Oil Company. Il primo sbarco di
Eni in Libia risale al 1959, l'ultimo all'ottobre scorso. E qui
va detto come i non pochi «momenti di crisi» fra Italia
e Libia mai abbiano offuscato un rapporto chiaro e importante
fra Eni e Noc. È andata così anche stavolta? Probabilmente
sì: il viaggio lampo dell'ex ministro degli Esteri D'Alema
ha chiuso infatti il contenzioso sui risarcimenti del periodo
coloniale. Di più: l'Italia parteciperà alla costruzione
dell'autostrada Ras Jdeir Assalum, opera da tre miliardi di euro.
Ma allora perché e come mai questa replica del caso Calderoli?
A muovere la (apparente) indignazione del Colonnello pel gesto
certamente infantile d'un sottosegretario, è stata una
volta ancora la noia. Il beduino dalle sette vite e dalle settecento
uniformi afferma d'esser soltanto al Qaid, la guida spirituale,
umile interprete del volere, delle aspirazioni delle masse. In
verità il suo potere è quello d'un monarca assoluto.
Lui, l'autore della «Terza Teoria» (il libretto verde),
non ha letto Bodin ma come quello studioso (cinquecentesco) proclama
i «fondamenti giuridici» della sovranità, il
diritto al «potere totale», temperato tuttavia dalla
tolleranza in materia di religione. Muammar Gheddafi, un sovrano
beduino ma col braccialetto d'oro massiccio di Cartier, è,
a suo modo, un re filosofo.
S'è
sempre detto che la Libia di Gheddafi è il «caos
organizzato», una rivoluzione culturale africomaoista permanente.
E però può anche essere divertente per un re-filosofo
come Gheddafi gestire quel tipo di caos quando l'economia tira
grazie al petrolio. Ma oggi, arrugginendosi il welfare state di
cui il Colonnello è l'orgoglioso artefice e l'amministratore
unico, cresce il malcontento d'un popolo mite, scansafatiche,
amante del buon vivere, fruitore di infiniti benefici. L'olfatto
politico di Gheddafi è eccezionale, il Colonnello deve
aver fiutato aria di fronda in Cirenaica ed è subito corso
ai ripari cavando dal suo burnus d'ottimo taglio la carta Calderoli.
L'ho
intervistato almeno dieci volte e capitò di domandargli
perché mai se la prendesse spesso e volentieri con l'Italia.
«E con chi vuoi che me la pigli, a chi vuoi che presenti
il conto del colonialismo?». E il tuo sentimento verso l'Italia,
domandai un'altra volta. «D'amore», rispose. Chi scrive
ha sempre sostenuto che per scongiurare irritanti a fondo di Gheddafi
bisognerebbe invitarlo in Italia, in visita ufficiale. Stare in
cucina come un gatto fuligginoso gli fa venire cattivi pensieri.
Non gli mancano i problemi ma non è escluso che una volta
ancora riesca a cavalcare il malcontento. Che lo preoccupa ma
soprattutto l'annoia. Una volta scrisse a Sadat: «Saremmo
felici di vivere nel deserto, nudi, senza petrolio, senza elettricità,
senza città, senza luoghi di piacere, senza la tv ma con
la dignità, la religione, il patriottismo arabo».
Al giornalista Patrick Seale che gli chiese se si fosse fatto
un'idea del perché i leaders del mondo e parecchi dei suoi
«fratelli» lo avessero sulle scatole, rispose: «E'
perché non mi conoscono».
Dopo
ogni intervista, congedandomi da questo beduino autodidatta ed
elusivo, ho sempre avvertito un senso di vuoto. La sua estraneità
finisce con lo stranire il vecchio cronista che si presume abbastanza
cinico dopo tanti incontri con uomini e mascalzoni. E però
alla sua età sarebbe ora che il Colonnello smettesse di
masticar petardi. Mangi datteri: sono dolci e niente affatto pericolosi.
«Dio non ama coloro che eccedono» (Corano: VH,31).
(torna su)
La
tela infinita del Colonnello e i continui rilanci
Il
Sole 24Ore
10
maggio 2008
Gerardo
Pelosi
Di
una cosa bisogna dare atto al colonnello Gheddafi. In un mondo
che guarda la politica italiana come a un rompicapo, il"leader"
della Jamahiriya, nei suoi 38 anni di potere, ha padroneggiato
(spesso usandole) le vicende di casa nostra senza mai sbagliare
una mossa, con una scelta perfettam nei tempi e nell'intensità
delle "minacce" quasi fosse un consumato politico nostrano.
Stava
sbagliando solo una volta, dopo i due missili Scud lanciati contro
Lampedusa nell'86. Missili di cui è ancora dubbia la paternità
libica ma tanto bastò a Bettino Craxi, presidente del Consiglio
(che aveva salvato la vita al colonnello avvertendolo in tempo
del raid Usa) che gli fece arrivare un messaggio chiaro: un altro
segnale di ostilità e sarebbero sbarcati i marò
del battaglione SanMarco sul lungomare di Tripoli. Nel frattempo,
il capo della diplomazia, Giulio Andreotti, fedele al principio
che «uno i vicini non se li può scegliere»
accettava in dono dal colonnello, sia pure a denti stretti, un
arrugginito moschetto 91 sotto la tenda eretta nella caserma Bab
al-Azyzya. Il primo di una serie di moschetti di cui Gheddafì
ha fatto omaggio a tutti i premier e ministri degli Esteri italiani
che si sono avvicendati sotto la sua tenda, Berlusconi compreso.
Un regalo che era un monito: «Ricordatevi cosa avete fatto,
quante mine italiane sono ancora sepolte nel nostro deserto; potremo,
dunque, fare affari ma mai dimenticare».
Dal
punto di vista del diritto internazionale l'Italia, oggi, non
deve più nulla alla Libia. Tutto è stato risolto
con le varie conferenze di pace e con i risarcimenti concordati
con re Idris. Se non fosse che il regime del colonnello, dal '69
in poi, ha trovato un fertile cemento identita rio nella contrapposizione
all'Italia forza occupante, ossia da quando espulse tutta
la comunità italiana requisendo beni e proprietà
per circa 400 miliardi dell'epoca. L'equivalente attuale di 3
miliardi di euro. La stessa cifra che servirebbe per costruire
l'autostrada litoranea da Ras Jdeir ad Assaloum . Il
cosiddetto "grande gesto", opera simbolica che avrebbe
modernizzato l'antica via costruita da Italo Balbo, dedicata all'amicizia
tra i due Paesi e utile a chiudere il passato coloniale.
Ma
chi volesse, in questi giorni, sfidare i 40 gradi di Tripoli e
il fastidioso vento ghibli verifi cando sul posto cosa sta accedendo
nella zona litoranea si troverebbe di fronte ad inaspettate sorprese.
La linea ferroviaria (anche quella, in un primo momento, oggetto
della trattati va italo-libica) sta per essere rin novata con
due appalti conces si a società cinesi e russe. Sulla strada
molti i cantieri aperti ma non si scorgono nomi di ditte italiane
(come Astaldi, Impregi lo, Todini ecc). Cosa sta accadendo? Forse
l'Italia ha perso veramente il treno di cui era l'unico passeggero
durante l'embargo internazionale per l'attentato di Lockerbie.
Certo, c'è il petrolio, quello dal "retrogusto fruttato"
del giacimento Elephant del Fezzan, a 800 chilometri a Sud di
Tripoli, che l'Eni estrae e vorrebbe portare a Gela con un oleodotto
oltre al secondo metanodotto parallelo a Greenstream e a un impianto
di liquefazione sulla costa libica. Quando, in televisione, Roberto
Calderoli si è aperto la camicia sapeva che stava mettendo
a rischio tutto questo? Ora qualcuno deve averglielo detto ma
le scuse del ministro leghista, ieri, avranno fatto gongolare
ancora di più il colonnello, consapevole che il "gioco"
della politica italiana lui, ormai, lo conosce a memoria.
Massimo
D'Alema fu l'unico, da premier, che si spazientì ripartendo
da Tripoli senza incontrare il "leader" e sottostare
al penoso rito dell'anticamera (due, tre ore, anche mezza giornata
di attesa passata all'ambasciata italiana) che Gheddafì
applica ai suoi ospiti stranieri con particolare, sadica predilezione
per quelli italiani. Ma da ministro degli Esteri, lo stesso D'Alema
si mostrò molto disponibile ad assecondare gli umori del
colonnello appianando perfino alcuni contrasti familiari che avevano
portato alla chiusura dell'ambasciata libica a Roma con un viaggio
nel deserto nella Pasqua 2007. A quel punto, D'Alema pensava che
l'accordo sull'autostrada fosse cosa fatta. Niente di più
sbagliato. Dopo mesi di negoziato, tutto si arenò perché
l'Italia voleva fosse scritto che l'opera avrebbe chiuso ogni
contenzioso sul passato mentre i libici chiedevano di tenere in
vigore il comunicato congiunto del luglio '98, una sorta di umiliante
atto di capitolazione verso una potenza vincitrice. Anche sull'immigrazione
l'accordo Amato-Shalgam del 29 dicembre 2007 è rimasto
lettera morta ma per inadempienze libiche. Le ultime minacce riaprono,
per l'ennesima volta, danze già viste ma la "festa"
è finita da un pezzo.
(torna su)
Lo
sceicco bianco che "gioca" per restare attaccato al
potere
Il
Giornale
10
maggio 2008
Maria
Giovanna Maglie
La
cialtroneria di Gheddafi, lo stile da sceicco bianco ormai penosamente
invecchiato, la pantomima volgare della tenda beduina imposta
anche a Parigi, sono sempre trucchetti destinati a uso interno.
È una pratica dei dittatori far vedere che il mondo si
spaventa quando loro minacciano, e usare situazioni di conflitto
apparente per tacitare qualunque opposizione interna. Il figlio
eviterei di prenderlo in seria considerazione, visto che per ora
rappresenta solo sé medesimo. Piuttosto, giovedì,
il ministero dell'Interno di Tripoli ha di nuovo agitato minacce
contro l'Italia: «Non bloccheremo più l'immigrazione
illegale verso le vostre coste - scrive una nota ufficiale - perché
Roma e gli altri Paesi dell'Unione europea non hanno rispettato
l'impegno di fornire i mezzi necessari al pattugliamento».
La
mossa arriva dopo i recenti accordi siglati dall'Eni che prolungano
le concessioni per la produzione di petrolio e gas; è dopo
il viaggio lampo dell'ex ministro Massimo D'Alema, in novembre.
Considerato giustamente un amico del mondo arabo, D'Alema ha chiuso
il contenzioso sui risarcimenti del periodo coloniale, ma ha soprattutto
confermato la disponibilità di finanziare la realizzazione
dell'autostrada che collega Ras Jdeir ad Assaloum, un'opera controversa
da tre miliardi di euro alla quale parteciperebbero diverse imprese
italiane, a cominciare dall'Eni. Ora il colonnello Gheddafì
vede un governo nuovo, sente odore di politica seria conto gli
immigrati clandestini sui barconi che non ha mai realmente fermato,
e torna all'attacco. Ma tutto fa parte dello stesso pasticcio,
della «ammuina» che nasconde il disastro e l'incompetenza
del colonnello sotto la tenda. I governi italiani, business o
non business, dovrebbero cominciare a tenerne conto quando trattano
obbligatoriamente con lui, invece di costringere Calderoli a fingersi
goffamente pentito, dopo due anni e una dimissione, della sua
maglietta della salute a fumetti. Invece di credere che l'assalto
al nostro Consolato di Bengasi nel 2006 non lo abbia organizzato
lui. Gheddafi tiene in piedi uno Stato nel quale le istituzioni
non funzionano e non ci sono garanzie legali; scuole e ospedali
sono inadeguati, le strade sono poche e pericolose, la popolazione
è povera, isolata e impreparata. Ha giustificato lo stato
di arretratezza inventando un conflitto con le potenze imperialiste
e le sanzioni economiche. Ma l'Onu ha eliminato il regime delle
sanzioni nel 2003 e gli Stati Uniti hanno ripreso le relazioni
diplomatiche nel 2004, dopo che Gheddafi ha accettato di chiudere
la vicenda della strage di Lockerbie dichiarandosi indirettamente
responsabile, e di fermare il programma di armamento nucleare
e chimico. Ora in Libia oltre la metà della popolazione
ha meno di 20 anni e comincia a farsi qualche domanda su arretratezza
e povertà, e perfino sull'assenza dì qualsiasi libertà
di parola, di riunione, di stampa, sugli arresti arbitrari, sulle
torture riservate agli oppositori. Gheddafi, se volesse, potrebbe
fare le riforme emettere la Libia al passo con il mondo, grazie
al petrolio. Le riserve di valuta estera sono salite di recente
a 56 milioni di dollari per cinque milioni e seicentomila abitanti.
Ma l'ammodernamento e le aperture economiche si fermano sulla
soglia della corruzione e del sospetto . Si fermano sulla pratica
della, lamentazione, soprattutto verso l'Italia.
Non
finisce mai, infatti, la richiesta di compensi per i danni e le
colpe coloniali, e non sono accettabili le nuove offerte di chiusura
del contenzioso in cambio della costruzione di una autostrada
di duemila chilometri lungo la costa, con una spesa totale 3,5
miliardi di euro, visto che il contenzioso con le ditte italiane
danneggiate dalle decisioni libiche prese nel 1970, ha un valore
stimato di soli 600 milioni. D'Alema ha sbagliato ad accettare,
se ha accettato. Nel 1970 furono espulsi ventimila italiani
che risiedevano in Libia da molte generazioni, le loro proprietà
furono sequestrate ; avevano trasformato Tripoli in un
piccolo gioiello architettonico, costruito strade, ospedali, scuole;
importato la coltivazione dell'olivo, degli agrumi e della vite.
Eppure Gheddafi fa celebrare ogni anno «la giornata dell'odio
e della vendetta». E' un cialtrone saldo al potere purtroppo,
ma se lo guardi nudo capisci che dei Paesi occidentali ha bisogno
come dell'aria. Perciò con lui si può e si deve
trattare a schiena dritta.
(torna su)
Le
reazioni italiane alle dichiarazioni di Saif El Islam Muammar
al Gheddafi
La Voce
d'Italia
5 maggio
2008
Marco Rogna
Tripoli –
Ingerenza nelle questioni di politica interna . Così sono
state giudicate da molti esponenti politici italiani, di entrambi
gli schieramenti, le parole di Saif El Islam Muammar al Gheddafi
, all'agenzia ufficiale libica Jana circa la possibilità
che Roberto Calderoli torni alla guida di un ministero della Repubblica
italiana.
Secondo quanto
riportato dall'agenzia stessa, il figlio del leader Muammar Gheddafi
ha detto che un eventuale incarico ministeriale affidato
all'esponente della Lega Nord, Roberto Calderoli , potrebbe avere
“ ripercussioni catastrofiche nelle relazioni tra l'Italia e la
Libia ”. Saif El Islam ha riconosciuto che si tratta di “ un affare
interno che riguarda l'Italia ”, ma ha sottolineato “ la gravità
di questa questione ”.
All'origine
dell'ostilità del figlio di Gheddafi, gli avvenimenti
del 2006: Calderoli decise di presentarsi ad una trasmissione
televisiva italiana indossando una T-shirt con stampate immagini
satiriche su Maometto e subito scoppiò una dura protesta
in Libia. Il Consolato italiano di Bengasi fu preso d'assalto
da una folla di manifestanti e da allora è rimasto chiuso
per i danni subiti. La polizia libica , nel tentativo di allontanare
i manifestanti, aveva causato 11 morti . Nel testo pubblicato
dalla Jana si capisce perfettamente il motivo delle dichiarazioni
di Saif El Islam: “ La crisi è stata allora circoscritta,
causando anche le dimissioni del ministro italiano. Ma in seguito
alla vittoria della destra italiana nelle ultime elezioni, sono
giunte voci sulla possibilità di ricandidare nuovamente
quel ministro , che si considera il vero assassino dei cittadini
libici morti in quell'occasione ”.
A condannare
le affermazioni del figlio di Gheddafi non solo molti esponenti
politici italiani, ma anche Giovanna Ortu , Presidente
dell'Associazione Italiana Rimpatriati della Libia (AIRL),
la quale, dopo aver affermato di “ non essere sorpresa ” di questa
uscita, nonostante spesso Saif El Islam “ abbia fatto dichiarazioni
che mirano a distendere i rapporti con l'Italia ed abbia persino
ammesso che in Libia la libertà è scarsa ”, le ha
bollate come una “ ingerenza inammissibile ”. Ortu ha proseguito
spiegando che un tale atteggiamento era prevedibile trattandosi
“ di un tracotante figlio del leader Gheddafi ”, ma indicando
un ulteriore motivo, ovvero l'eccessiva accondiscendenza del Governo
italiano , verso cui “ ci si può permettere di tutto ”.
Il Presidente
dell' AIRL ha portato un esempio per illustrare
questo errore di eccessiva moderazione ed arrendevolezza. “ Durante
il precedente Governo Berlusconi – ha spiegato – era in cantiere
un trattato bilaterale fra l'Italia e la Libia che è stato
portato avanti da D'Alema , da sempre amico di Gheddafi, quando
è divenuto ministro degli Esteri. Questo ha fatto ulteriori
concessioni alla Libia, promettendo la costruzione di un'autostrada.
Alla fine l'accordo non è stato firmato perché il
leader libico ha alzato ulteriormente la posta ”. Questo proverebbe
quindi la necessità di mantenere un atteggiamento più
fermo verso il Paese mediterraneo, anche in riferimento alla questione
delle riparazioni di guerra . “ Si deve dire basta alle richieste
del passato ” ha sentenziato Ortu , la quale
ha poi ricordato che “ 38 anni fa agli Italiani residenti in Libia
sono stati espropriati beni per un valore di 400 miliardi di lire
in dispregio degli accordi presi e del diritto internazionale.
Anche la polemica sul comportamento di Calderoli risale ormai
a due anni fa ”.
E' però
vero che la Libia, per le sue riserve energetiche è un
Paese importante per l'Italia e la sua strategia di differenziazione
degli approvvigionamenti. Questo fatto è stato riconosciuto
da Giovanna Ortu, che però ha evidenziato come altri Stati
europei, pur avendo simili necessità geo-strategiche, riescano
a mantenere un comportamento più risoluto. “ Sulla questione
dei missili contro Lampedusa nel 1986 , - ha affermato - sulle
uccisioni di oppositori del regime avvenute in territorio italiano
, il nostro Paese ha invece sempre ceduto ”.
Una pratica utilizzata dalla Libia per fare pressione è
“ l'utilizzo degli immigrati clandestini, che vengono mandati
sulle coste italiane, come minaccia ”. Pratica a cui occorre opporsi
duramente. “ Va bene essere realisti – ha concluso il Presidente
dell' AIRL – ma non certo vendere la propria
dignità ”.
Di fronte
alle esternazioni di Saif El Islam, però, a parte le dichiarazioni
di Massimo D'Alema, di alcuni esponenti leghisti e di altri partiti,
è mancata la chiara condanna del presidente del Consiglio
in pectore, Silvio Berlusconi , e del presidente della Camera,
Gianfranco Fini , che invece hanno preferito lasciar correre in
modo da non innescare ulteriori polemiche. Lo stesso D'Alema poi,
pur riconoscendo “ l'intollerabile ingerenza ” ha aggiunto di
considerare “ inopportuno che un uomo politico che abbia responsabilità
istituzionali faccia ciò che fece Roberto Calderoli ” ed
ha concluso augurandosi che “ il nuovo governo tenga conto dell'esperienza
ed eviti vecchi errori ”.
Su questa
linea di pensiero si pone Angelo Del Boca , scrittore
e saggista fra i massimi conoscitori in Italia della realtà
libica, il quale ha innanzi tutto sminuito la gravità della
questione. “ Saif El Islam – ha spiegato – è un personaggio
senza una vera e propria qualifica. Sarebbe stato grave se una
tale esternazione fosse stata fatta da un ministro degli Esteri,
ma si tratta solamente del presidente di una fondazione a cui
è vero che suo padre ha affidato importanti incarichi in
passato, ma che al momento non riveste alcuna carica istituzionale.
Praticamente è l'opinione di un semplice cittadino ”. Del
Boca si è però spinto oltre sostenendo che quanto
affermato da Saif “ non è una cosa così sciocca
”. “ Se si porta al Governo un personaggio di quel livello – ha
spiegato ripercorrendo il percorso mentale che dovrebbe aver fatto
il figlio di Gheddafi – la Libia ha le sue ragioni per rivedere
la propria politica estera ” che , ha aggiunto, “ è molto
altalenante nei confronti dell'Italia ”. Il saggista ha posto
l'accento sulle responsabilità di Calderoli che “ mentre
ricopriva una importante carica istituzionale ha compiuto un gesto
che ha avuto gravi conseguenze ”. Secondo Del Boca non si possono
“ imputare totalmente alla brutalità della polizia libica
” i morti del 2006.
Per quanto
riguarda invece la presunta remissività italiana nei confronti
di Tripoli l'ex corrispondente della 'Gazzetta del Popolo' ha
precisato che “ ci si deve chiedere che cosa si vuole in un momento
in cui il petrolio sta superando i 120 dollari al barile ”, ricordando
che “ l'Italia riceve da questo Paese un terzo del petrolio e
del gas che importa ”. La conclusione a cui l'ha portato questa
considerazione è che “ la prudenza ” dell'atteggiamento
politico italiano "è certamente legittima ”.
(torna su)
La
Ue cerca l'accordo con la Libia
News
Italia Press
28
febbraio 2008
“Si profila
una svolta nei rapporti tra Ue e Libia”. Così all'incirca
aprivano oggi i giornali italiani ed europei in merito alla richiesta
della Commissione europea agli Stati membri di un mandato per
negoziare un accordo quadro che regoli le relazioni politiche,
sociali ed economiche con il Paese nordafricano. " Questa
e' una decisione storica ", ha commentato il commissario
Ue per le Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner , " sebbene
la Libia sia un interlocutore importante nel bacino del Mediterraneo
e in Africa a tutt'oggi non esiste un quadro che disciplini le
sue relazioni con l'Ue ". Secondo il commissario Ue al Commercio
Peter Mandelson " un accordo di libero scambio ambizioso
servirebbe a intensificare la cooperazione fra l'Ue e la Libia
sulle questioni economiche e commerciali " e " parallelamente
al nostro sostegno alla richiesta della Libia di aderire all'Organizzazione
mondiale del commercio, questi negoziati daranno un primo e fondamentale
impulso al reinserimento della Libia nel sistema commerciale mondiale
". La questione sarà sul tavolo del Vertice Ue che
si terrà a Bruxelles il 13 e 14 marzo.
Il problema
è che per profilarsi una svolta ci vuole una volontà
politica che la Libia ha sempre dimostrato di non avere. Gheddafi
non ha mai trovato indispensabile legarsi all'Unione Europea neanche
quando sono state smesse le sanzioni economiche . Negli ultimi
anni infatti il governo di Tripoli pare aver intrapreso la strada
del moderato riformismo e dell'apertura, anche su alcune questioni
umanitarie, come quella delle infermiere libiche detenute, principalmente
con due finalità: riacquistare legittimità sul piano
internazionale e rilanciare la propria economia. Dal punto di
vista libico, naturalmente la normalizzazione dei rapporti libico-americani,
come precedentemente quelli con l'Europa, ha contribuito molto
di più di un costoso programma di armamenti non convenzionali
(a cui Gheddafi ha definitivamente rinunciato tra la fine del
2003 e il 2004) al mantenimento dello status quo in Libia, da
sempre la priorità del leader libico.
Ma, come
già ricordato, la Libia non ha accordi siglati con l'Ue
anche perché non li ha voluti, rifiutando di aderire al
processo di Barcellona per i paesi del mediterraneo, che prevede,
tra le altre cose, la sottoscrizione di un patto per il rispetto
dei diritti umani . Sino ad ora la Libia, come anche l'Algeria,
ha usato verso l'Europa la leva energetica per regolare i propri
rapporti con il Vecchio continente.
Uno dei temi
aperti con il paese di Gheddafi è quello dell'immigrazione
clandestina, anche questo spesso sfruttato dalla Libia come forma
di pressione sull'Europa, in particolare verso l'Italia e Malta.
Quindi più
di una svolta pare essere un invito europeo alla Libia , un invito
che, a questo punto dovrà essere correlato da una offerta
che venga percepita come vantaggiosa dalla Libia. La politica
di prossimità iniziata negli ultimi anni dall'Unione Europea,
prevede che i partner mediterranei che lo vogliano possano rafforzare
la cooperazione e l'integrazione con la UE attraverso forme di
adesione al mercato unico. Il governo libico è però
sembrato, sino ad oggi, non intenzionato ad aderire alle richieste
implicite del partenariato euro-mediterraneo, l'accettazione dell'acquis
comunitario , con il rischio di dover accoglierne le circostanze
e gli obblighi, preferendo limitarsi ad un ruolo di osservatore
o a quello di intermediario fra l'Europa e l'Africa, per la quale
ha manifestato sicuramente più interesse. Tuttavia non
è nell'ambito dell'Unione Africana che la Libia potrà
trovare soluzione ai propri problemi di sviluppo, dati principalmente
dalla necessità di acquisire tecnologia e know-how.
I problemi politici poi non sarebbero finiti. Rimane aperta la questione
italo-libica , a incidere nel complesso delle relazioni tra Tripoli
e l'europa, con la richiesta di Gheddafi di compensazioni per i
danni di guerra. “ La situazione rimane in stallo – ha
detto a News Italia Press Giovanna Ortu dell'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia -. L'accordo economico
sembrava trovato per quanto mi aveva personalmente riferito il Ministro
D'Alema nel dicembre scorso, ma vi erano altri ostacoli, su richieste
immateriali di Gheddafi. Richieste che potrebbero essere portate
ora all'Unione Europea. Io capisco ora che l'Unione Europea rincorra
la Libia per l'insostituibilità delle risorse energetiche,
ma dovrebbe anche considerare altre faccende: non ho dati certi,
ma appare probabile, ad esempio, che Gheddafi usi l'arma dell'immigrazione
clandestina come arma politica. Il governo italiano ora è
impossibilitato dal firmare qualsiasi cosa, toccherà al prossimo
governo cercare di concludere l'accordo”.
(torna su)
I
petrodollari non valgono l'anima
Corriere
della Sera
4 gennaio 2008
di
Magdi Allam
Di primo acchito dovremmo sentirci
offesi e umiliati per il boicottaggio dell'Italia da parte del
leader libico Gheddafi nel suo recente tour europeo. Ma considerando
l'esito avvilente delle sue visite in Spagna e in Francia, ci
auguriamo che Romano Prodi risparmierà agli italiani l'indecoroso
spettacolo di cui si sono resi responsabili Zapatero e Sarkozy
immaginando che i diritti dell'uomo e i valori fondanti della
civiltà occidentale possano essere svenduti sull'altare
del dio denaro.
La
lezione che si trae dall'ondata di polemiche, che in due paesi
europei retti da governi schierati su opposte sponde hanno visto
destra e sinistra unite nella denuncia di un dittatore e di un
reo-confesso burattinaio del terrorismo internazionale, è
che se non possiamo fare a meno del petrolio, del gas e del mercato
libico, che si mantenga il rapporto in un ambito strettamente
economico. Ovvero affari in cambio di affari.
Nessuno
al mondo meglio dell'Italia conosce l'inaffidabilità di
Gheddafi e l'arbitrio assoluto del suo comportamento. Non è
stata forse l'Italia di D'Alema e poi di Berlusconi a sdoganarlo
dopo la quarantena impostagli dall'Onu per aver ordinato gli attentati
terroristici che hanno portato all'abbattimento di due aerei nei
cieli di Lockerbie nel 1988 e del Niger nel 1989? Non è
stato l'allora commissario dell'Unione Europea Prodi a riaccreditarlo
sulla scena internazionale accogliendolo a Bruxelles nel 2004?
Non è forse l'Italia il paese che più di altri subisce
impassibile i suoi soprusi fino al punto da far allontanare il
18 febbraio 2006 dal governo un proprio ministro, Roberto Calderoli,
di cui il figlio di Gheddafi, Seif Al-islam, aveva chiesto le
dimissioni nove giorni prima?
Ebbene
qual è stato il risultato? Che Gheddafi ha deciso di non
includere l'Italia tra i paesi europei visitati, nonostante l'impegno
ufficiale — annunciato dal ministro degli Esteri D'Alema — ad
accondiscendere alla di per sé iniqua pretesa di sborsare
3,5 miliardi di euro per costruire un'autostrada lungo il litorale
libico dalla Tunisia all'Egitto, quale indennizzo per i danni
coloniali. Perché quel risarcimento è stato già
saldato nel 1951, versando 5 milioni di sterline e cedendo tutte
le strutture pubbliche coloniali alla monarchia di re Idriss.
Ma Gheddafi, come è sua consuetudine, ha imposto la sua
legge sconfessando quell'accordo internazionale. Nel 2002 Berlusconi
gli offrì 63 milioni di euro per la costruzione di un ospedale
o di un'autostrada tra Tripoli e Bengasi. Ma dopo l'attacco, il
saccheggio e la distruzione del nostro consolato a Bengasi il
17 febbraio 2006, di cui incredibilmente l'Italia si è
ufficialmente scusata benché fossimo parte lesa e si trattasse
di un attentato ordinato da Gheddafi, quest'ultimo ha alzato la
posta: l'autostrada la vuole lunga circa 1700 chilometri e la
tangente da pagare è 50 volte superiore a quella da noi
proposta.
E non
è tutto. Il 29 dicembre, dopo il boicottaggio dell'Italia
nel suo tour europeo, Gheddafi ha acconsentito al pattugliamento
misto delle coste libiche per bloccare i clandestini solo dopo
che l'Italia gli ha regalato unità navali e terrestri,
apparecchiature sofisticate di controllo e un sistema informatico
di registrazione dei dati anagrafici. È incredibile: tutti
sappiamo che Gheddafi strumentalizza le centinaia di migliaia
di clandestini che ha accolto in Libia come arma per condizionare
i suoi rapporti con l'Italia, e noi lo premiamo con mezzi e denaro.
Come se la Libia fosse un paese povero e non ricco con il petrolio
a 100 dollari a barile.
Per
tutte queste ragioni credo che gli italiani non debbano subire
oltre l'arbitrio e l'arroganza di Gheddafi. Se è proprio
necessario firmare degli accordi economici e commerciali, che
vada Prodi a incontrarlo sotto la sua tenda nel deserto libico.
Ma risparmiateci la visita di Gheddafi in Italia. Non confondiamo
il sacro con il profano, non barattiamo la nostra anima con i
petrodollari.
(torna su)
Italia-Libia:
contenzioso perenne/ Intervista a Leone Massa
L'Opinione
3
gennaio 2008
di
Walter Ricci
Dopo
il viaggio a Tripoli del Ministro D'Alema del 10 novembre scorso
abbiamo letto sui quotidiani più importanti di possibili
decisivi accordi raggiunti per chiudere il contenzioso pluriennale
esistente fra i due Paesi. Secondo le dichiarazioni del Ministro
D'Alema ci sarebbero stati da concordare solo alcuni dettagli
fra i quali il pagamento dei crediti delle imprese italiane da
parte della Libia, gli indennizzi per i beni confiscati
ai ventimila italiani espulsi nel 1970 ed i visti di
ingresso in Libia per questi ultimi. Abbiamo, a tal proposito,
intervistato il presidente dell'AIRIL, Associazione che sin dalla
sua costituzione si batte per il rispetto dei diritti non solo
delle imprese italiane ma anche delle migliaia di operai e tecnici
che hanno lavorato in quel paese e che attendono di essere pagati.
Questi pagamenti furono bloccati sin dal 1980 e per alcuni anche
nel 1970 a seguito della richiesta libica dei danni di guerra
e del periodo coloniale.
Presidente
Massa da quanto tempo le imprese italiane ed i loro tecnici attendono
il pagamento dei loro diritti e cosa ha fatto lo stato italiano
per tutelarli?
Sin
dal 1970 alcune imprese italiane non appartenenti alla comunità
italiana residente in Libia si videro confiscati i loro cantieri
con le relative attrezzature , senza riuscire a ricevere
attraverso la nostra Ambasciata di Tripoli alcuna certificazione
attestante la confisca. Successivamente, nel 1980, vi fu la nazionalizzazione
di tutte le attività private e il blocco dei trasferimenti
di valuta da parte dei vecchi importatori dei beni e servizi.
Anche in seguito le imprese italiane che avevano stipulato contratti
per lavori o forniture con le compagnie di stato libiche si videro
sequestrati i cantieri, confiscate le attrezzature e bloccati
i crediti per la richiesta libica dei danni di guerra e del colonialismo
già concordati e pagati dall'Italia nel 1956. Questo problema
fu affrontato da Andreotti con gli accordi del 1984 e 1985 con
la compensazione in petrolio che fallì il suo scopo per
il rifiuto libico di rilasciare la certificazione dei crediti
per i lavori eseguiti. In tali accordi si prevedeva la costituzione
di un fondo presso la Banca Nazionale del Lavoro ed Agip con 300
milioni di dollari semestrali da riservare sui roialty che l'Agip
avrebbe pagato alla Libia. A quel tempo si verificò un
atteggiamento lesivo per le imprese in quanto dopo alcuni mesi
il fondo fu trasferito alla Banca Centrale libica. Nel 1989 fu
emesso il famoso decreto Vassalli in base al quale si proibì
il sequestro dei beni libici in Italia, dichiarato dopo alcuni
anni anticostituzionale. Nel 1998 con l'accordo Dini-Muntasser
si dava corso ad un Comitato misto italo-libico per i crediti
che avrebbe dovuto portare a soluzione il problema. Anche questo
accordo non produsse alcun esito. Il 28 ottobre 2002, e grazie
alle pressioni della nostra Associazione, fu siglato un accordo
tra Berlusconi e Shamek in cui si prevedevano precisi termini
per l'analisi della documentazione creditizia, la sua quantificazione
ed il calcolo della rivalutazione monetaria ed interessi nonché
la data del 31 marzo 2003 per il pagamento da parte libica dei
crediti accertati. La Farnesina si prese carico assieme ad UBAE
ed ALI di dare esecuzione a tale accordo ma produsse soltanto
una quantificazione dei crediti sulla sola sorta capitale senza
tener in alcun conto le sentenze delle corti libiche e senza provvedere
alla rivalutazione monetaria ed agli interessi. La cosa più
grave fu il 27 marzo 2003, quando, all'insaputa delle associazioni
più rappresentative delle imprese creditrici (Confindustria,
AIRIL ed ANCE) rilasciò alla delegazione libica una proposta
scritta di chiusura forfetaria del contenzioso per 314 milioni
di euro, meno del 50% di quanto da essa stessa accertato.
Questa
è in breve la storia, seppur dolorosa dei crediti sofferenti,
ma quali prospettive si aprono dopo la visita di D'Alema a Tripoli?
Già
il 31 ottobre fummo convocati alla Farnesina dal ministro Ragaglini
allo scopo di sottoporci una proposta forfetaria libica di 313
milioni di euro. Ancora una volta il Ministero Esteri ha dimostrato
di non saper far rispettare il diritto alla controparte libica.
Il dovere dello stato, e quindi delle proprie istituzioni, prescritto
dalla nostra carta costituzionale è di tutelare, ossia
difendere e salvaguardare, il lavoro italiano nel mondo non viene
tenuto in alcun conto. Non c'è da meravigliarsi in un'Italia
in profondo degrado morale ed istituzionale che si manifesta quotidianamente
agli occhi dei propri concittadini. La proposta libica è
stata da noi dichiarata inaccettabile.
Stia
ben certo che pur essendo stato il problema crediti degradato
a mero dettaglio di un accordo bilaterale, l'azione della nostra
associazione sarà ben determinata e decisa a tutti i livelli,
non escludendo precise denunce nei confronti di istituzioni e
personaggi che vengono meno ai propri doveri.
Da
quanto ci risulta in Senato sono stati presentati dei disegni
di legge per una garanzia sovrana dello stato alle imprese creditrici
della Libia. Crede che l'eventuale loro approvazione da parte
di Senato e Camera possano dare soluzione al problema?
I disegni
di legge presentati, uno dalla maggioranza e due dall'opposizione,
hanno visto la firma di tutti gli esponenti dei gruppi parlamentari
ed il testo è stato unificato il 4 ottobre scorso presso
la VI Commissione finanze e tesoro. L'articolato è molto
preciso ed inquadra perfettamente il problema. La garanzia sovrana
prevista è stata dettata per non incidere, in un momento
difficile, sulle finanze dello Stato e dar tempo cinque anni alla
nostra diplomazia di tutelare il lavoro italiano in Libia facendo
rispettare i diritti delle imprese italiane. Purtroppo la sensibilità
degli estensori dei disegni di legge non è stata compresa
dalle nostre istituzioni. Per questo motivo ho inviato telegrammi
al Presidente della Repubblica,supremo garante della Costituzione,
ed al Presidente del Consiglio senza ricevere alcun riscontro.
Nel testo dei telegrammi ho fatto preciso riferimento allo Stato
di diritto, al rispetto della Carta Costituzionale, alla giustizia
ed alla volontà espressa dall'organo parlamentare, massima
espressione di un paese democratico.
In
definitiva cosa si aspetta dall'attuale Governo?
Già
nella passata legislatura molti esponenti dell'attuale maggioranza,
come quelli dell'attuale minoranza, presentarono in Parlamento
centinaia di interrogazioni, interpellanze, ordini del giorno
e mozioni. Oggi hanno presentato precisi disegni di legge bipartisan
che sono all'esame della VI Commissione del Senato. Voglio sperare
che abbiano la determinazione e la forza di imporre al governo
il rispetto del diritto. Un mancato parere favorevole del governo
al disegno di legge in esame al Senato significherebbe innanzitutto
la mancata capacità del nostro Ministero Esteri di assolvere
i propri doveri dettati dalla Costituzione. Certamente le aziende
ed i propri dipendenti hanno già atteso lunghi decenni
e non è accettabile che si attenda ulteriormente. In altri
paesi, vedi Francia, Inghilterra e Germania, questi problemi sono
stati risolti da anni con indennizzi e risarcimenti diretti verso
le proprie imprese. Qui si tratta di problemi politici e non di
rischi di impresa e lo stato se ne deve fare carico. Molte imprese
hanno presentato ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell'uomo
richiedendo la condanna dello Stato italiano al pagamento dei
crediti con rivalutazione monetaria, interessi ed al risarcimento
dei danni economici ed esistenziali. Dobbiamo attendere la sentenza
oppure il governo riconosce in anticipo i suoi doveri?
(torna su)
Clandestini,
una task force tra Italia e Libia
La
Repubblica
30
dicembre 2007
di
Alberto Custodero
Stop alle
«carrette del mare» in partenza dal Nord Africa: la
Libia ha concesso all'Italia la possibilità di pattugliare
le sue coste e bloccare i trafficanti di es seri umani. In cambio,
il nostro Paese farà pressioni sull'Unione Europea affinché
aiuti il governo di Muammar Gheddafi a presidiare i suoi confini
a Sud attraverso i quali entrano nella Gran Giamahiria Araba Libica
Popolare Socialista (lo stato libico), milioni di clandestini.
Questo accordo contribuisce a creare un clima favorevole per il
raggiungimento di una soluzione al contenzioso con la Libia, che
- dopo aver requisito beni per 3 miliardi di euro ai 20
mila italiani espulsi nel 1970 - chiede ora all'Italia
un'autostrada a saldo dei danni del periodo coloniale. Queste
trattative fra Tripoli e la Farnesina che si trovano in una fase
molto delicata - l'autostrada ha un costo compreso fra i 3 e i
6 miliardi di euro e l'associazione dei Rimpatriati di
Libia preme per avere dal governo italiano un indennizzo
- potrebbero trarre un impulso dalla collaborazione raggiunta
sul fronte dell'immi grazione.
In segno
di distensione, la firma della convenzione, preparata in questi
mesi dal capo di gabinetto del Viminale Gianni De Gennaro, è
avvenuta ieri a Tripoli, fra il ministro dell'Interno Giuliano
Amato e quello degli Esteri libico, Abdurrahman Mohamed Shalgam.
Amato ha voluto esprimere la propria «gratitudine alle autorità
di Tripoli per lo spirito di collaborazione dimostrato».
L'intesa si ispira a quella già stipulata anni fa con l'Albania
che ha di fatto stroncato il fenomeno degli «scafisti»
che trasportavano sulle coste dell'Adriatico mi gliaia di albanesi.
Ogni anno dal Maghreb, e in particolare dalla Libia, approdano
sulle coste italiane, per poi finire a Lampedu sa, circa 15 mila
clandestini, cifra destinata a ridursi drasticamen te con la cooperazione
navale italo-libica.
«Sarà
ora possibile - ha dichiarato il ministro Giuliano Amato - un
pattugliamento con squadre miste a ridosso delle coste libi che,
davanti ai porti e alle baie da cui escono le navi dei trafficanti
di uomini». Sei unità navali della guardia di finanza,
tre guardacoste e tre vedette, saranno cedute temporaneamente
alla Libia per effettuare le operazioni di ricerca delle «carrette
del mare». A bordo equipaggi misti con personale li bico
e personale di polizia italiano, che si occuperà anche
di addestramento, formazione, assistenza e manutenzione dei mezzi.
La direzione delle attività di pattugliamento marittimo
è affidata a un libico che avrà come vice un italiano.
A fronte
di questa disponibilità di Tripoli, l'Italia si è
impegnata a cooperare con l'Unione Europea per fornire, con finanziamento
a carico del bilancio comunitario, un sistema di controllo per
le frontiere terrestri e marittime libiche. L'Italia, inoltre,
farà «ogni sforzo» perché si arrivi
prima possibile all'adozione dell'«accordo quadro fra l'Unione
Europea e la Grande Giamahiria».
(torna su)
Gheddafi
convinto dall'autostrada
Il
Corriere della Sera
30
dicembre 2007
di
Fiorenza Sarzanini
ROMA — Si è mossa su un doppio binario la trattativa
dell'Italia con la Libia. Ma alla fine l'uomo della svolta è
stato Gianni De Gennaro, l'ex capo della polizia attuale responsabile
del gabinetto del ministro Giuliano Amato. È stato lui
a tessere la tela con le autorità di Tripoli sin dal giugno
scorso e a ottenere il via libera definitivo all'accordo. Il resto
lo hanno fatto i diplomatici che in questi ultimi mesi hanno assicurato
a Gheddafi l'impegno formale per sanare i vecchi conti del passato,
cioè i danni causati dal colonialismo che il colonnello
non ha mai smesso di pretendere. E così il titolare della
Farnesina Massimo D'Alema agli inizi di novembre ha potuto dichiarare
pubblicamente: «Abbiamo raggiunto un'intesa di massima che
dovrà essere perfezionata». Un patto che prevede
l'impegno dell'Italia alla costruzione dell'autostrada che attraversa
tutto il Paese, visto che parte dal confine con la Tunisia e arriva
a quello con l'Egitto. È il «grande gesto»
più volte promesso da Silvio Berlusconi quando era a capo
del governo e mai realizzato. È stato il nodo da sciogliere
per riuscire a convincere il governo della Giamahiria a consentire
il pattugliamento delle sue coste. Ma non è stato l'unico.
Perché De Gennaro ha mostrato concretamente quale potesse
essere l'apporto che l'Italia era disposta a fornire per aiutare
i libici a presidiare le proprie frontiere interne. E così
sono stati consegnati «cinque veicoli fuoristrada completamente
allestiti per il deserto e dotati di apparecchiature satellitari
gps e impianti radio; gli strumenti per l'individuazione del falso
documentale; sette computer e altrettanti sistemi di comunicazione
satellitare». Ma è stato soprattutto messo a disposizione
un finanziamento di due milioni di euro dell'Unione Europea al
quale l'Italia ha partecipato con 700.000 euro, per mettere a
punto il progetto di rimpatrio volontario per gli extracomunitari
entrati in Libia dai Paesi limitrofi. Segnali forti che, uniti
all'organizzazione dei voli interni per riportare a casa i clandestini
affidata proprio agli italiani, hanno alla fine convinto il colonnello
Gheddafi. Il negoziato, come del resto avviene da anni, ha avuto
anche nell'ultimo periodo fasi alterne. Avviato quando al Viminale
c'era ancora Giuseppe Pisanu, è stato più volte
interrotto dal governo libico. E gli analisti sono stati concordi
nel valutare come nei momenti di crisi tra i due Paesi gli sbarchi
di persone provenienti dai porti che guardano l'Italia si siano
intensificati. Del resto, basta allentare i controlli e consentire
alle carrette del mare di salpare per far sì che sulle
coste siciliane arrivino migliaia di clandestini. Persone che
dovrebbero essere riportare in patria, ma che molto spesso si
è costretti a trattenere visto che con alcuni Stati non
esistono accordi di riammissione. Nel giugno scorso è stato
consegnato il centro di accasermamento per la polizia libica a
Gharyan, costruito con fondi italiani, e il Viminale ha messo
a disposizione sette milioni di euro per creare il sistema informatico
di registrazione dei dati anagrafici dei cittadini. L'Italia si
è fatta carico della formazione del personale di polizia
e dell'addestramento dei piloti e degli ufficiali che a bordo
di elicotteri e motovedette si occupano della ricerca in mare.
L'impegno a concedere altri fondi e farsi garante nei confronti
dell'Unione Europea per la consegna di mezzi e ulteriori soldi
alla fine ha sbloccato la trattativa. Ieri mattina il ministro
Amato, accompagnato da De Gennaro, è volato a Tripoli per
la firma definitiva. L'incontro con Gheddafi è saltato
all'ultimo minuto, ma ci sarà tempo per rivedersi. Anche
perché il premier Romano Prodi sembra intenzionato a tornare
in Libia entro la fine di gennaio.
(torna su)
Il
colonnello e i 30 anni di trattative
Corriere
della Sera
30
dicembre 2007
di
Gianna Fregonara
Chi lo conosce
bene e lo ha frequentato di più è Giulio Andreotti:
«Ricordo che nel 1978 — ha raccontato di recente — mi disse
preoccupato che il problema che ci saremmo trovati a fronteggiare
sarebbe stato quello del fondamentalismo». Nel '78...
«E un'altra volta, credo nel 1994 o nel '95, mi raccontò
che le autorità del suo Paese avevano spiccato un ordine
di cattura contro Osama bin Laden». Ma le sue preferenze
sono per Francesco Cossiga, «un uomo saggio» con il
quale si consulta sugli acciacchi dell'età e protesi all'anca.
Anche se l'unico che è riuscito a fargli firmare un documento
per chiudere il contenzioso coloniale e postcoloniale (con tante
scuse e altrettanti soldi) è stato Lamberto Dini, nel 1998.
Ma poiché
con Muhammar Gheddafi non c'è mai niente di definitivo,
il leader della Giamahiria si è poi rimangiato tutto. Silvio
Berlusconi — nonostante alcune visite sotto la famosa tenda nel
deserto e la folkloristica foto di Gheddafi con la camicia panafricana
— non è riuscito a far avanzare il negoziato e per ora
neppure Massimo D'Alema, che qualche mese fa aveva annunciato
la fine delle trattative sul contenzioso coloniale: la Farnesina
è in attesa di una risposta da Gheddafi, che non a caso
non si è fatto vedere a Roma durante il suo tour delle
capitali europee a dicembre.
Quella dei
turbolenti rapporti tra Italia e Libia è una. storia che
dura da quasi un secolo. Prima ci furono l'occupazione, i massacri
del generale Graziani, Italo Balbo. Poi l'indipendenza e Re Idris.
Il golpe. La cacciata degli italiani, ventimila in tutto, e la
confisca dei loro beni. Le azioni Fiat, comprate da Gheddafi a
metà degli anni Settanta. I missili su Lampedusa e il terrorismo.
L'Eni. E la famosa autostrada da Ras Jdeir ad Assaloum, dal confine
con la Tunisia all'Egitto, sul tracciato di quella che fu la via
Balbia. A spese dell'Italia, pretende Gheddafi che ha fatto di
questa striscia d'asfalto la trincea della sua abilità
negoziale. E con la quale da 5 anni,da quando cioè la Libia
è stata sdoganata (e dunque è diventata terra di
investimenti e di profitti) dalla comunità internazionale
tiene sulla corda i governi (e le aziende) italiani.
Da quando
prima Bonn e poi l'Europa, sponsor Romano Prodi che da presidente
della Commissione Ue ricevette Gheddafi a Bruxelles nel 2004 ricambiato
da stima e amicizia dai leader libico, hanno revocato le sanzioni
e cancellato Tripoli dall'elenco dei Paesi canaglia, la Libia
è diventata un ambito partner commerciale per tutti. A
partire da Usa e Gran Bretagna, che con Gheddafi avevano un conto
aperto dagli anni '80 con i bombardamenti e l'attentato di Lockerbie
(volo PanAm Londra-New York, 270 morti).
Per le imprese
italiane — in prima linea l'Eni, che a ottobre ha un maxiaccordo
da 20 miliardi di euro per prolungare di 25 anni i contratti per
la produzione del petrolio e di gas — c'è una doppia tassazione
oltre che la spada di Damocle dell'approvazione degli investimenti
da parte di Gheddafi, che comunque non fa mancare i buoni affari.
Ma la retorica del regime impone continui rimandi al passato coloniale
e ai soprusi subiti, nel tentativo di creare una memoria di una
eroica guerra di indipendenza nazionale e di trasformare i sensi
di colpa e i timori per le ritorsioni in denaro per le infrastrutture.
Aveva promesso a Berlusconi
che avrebbe abolito «la giornata della vendetta» celebrazione
della cacciata degli italiani, e permesso il ritorno degli esuli.
In cambio della famosa autostrada. Berlusconi ha offerto un ospedale,
come prevedevano gli accordi di dieci anni fa. E la festa anti-italiana
si continua a fare e agli non vengono rilasciati i visti. Chissà
se ora il fondo proposto da D'Alema con gli investimenti dei privati
e forse dell'Eni, consentirà a Gheddafi di asfaltare la
costa e alle imprese italiane di investire.
(torna su)
La
delusione di Giovanna Ortu (AIRL) dopo l'incontro con il Ministro
D'Alema
Assurdo
pensare che quello tra il nostro indennizzo e il nuovo Trattato
con Tripoli sia un collegamento improprio
Aise
19
dicembre 2007
di
Raffaella Aronica
"La montagna ha partorito
il topolino", certo, perché finalmente un ministro degli
Affari Esteri ha ritenuto doveroso coinvolgere anche l'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia nella definizione del nuovo Trattato
tra Roma e Tripoli. Ma purtroppo al momento Giovanna Ortu deve
incassare un'altra delusione.
L'incontro avvenuto lunedì alla Farnesina, infatti, portava
con sé molte speranze, che, però, sono state in
parte disattese. Sì, è vero che nel Trattato, per
altro in fase "molto avanzata", è previsto il rilascio
dei visti che l'anno scorso Gheddafi aveva revocato ai cittadini
italiani rimpatriati nel 1970. Ma la questione, ancor più
delicata, degli indennizzi a quegli stessi cittadini italiani
che più di trent'anni fa hanno subito la confisca di tutti
i loro beni in Libia è, ad oggi, ancora fuori discussione.
C'è di più. Un'amareggiata presidente dell'Airl
ha riferito all' Aise che, sebbene l'incontro con D'Alema
"sotto il profilo formale" sia andato "molto bene" – "abbiamo
avuto un'ottima accoglienza" –, "immaginavo che il ministro avesse
in serbo per noi qualche notizia decente". Ed invece, quando la
Ortu ha prospettato la sua proposta – 250/300 milioni di euro
– per un indennizzo definitivo che non c'è mai stato, il
titolare della Farnesina ha parlato di "collegamento improprio"
ed ha rimandato la questione al ministro Padoa Schioppa ed al
presidente del Consiglio Prodi. Il Ministero degli Esteri sarebbe
"l'amministrazione sbagliata" alla quale rivolgersi!
Giovanna Ortu si è detta "sbalordita", perché il
collegamento tra quanto accaduto a suo tempo a cittadini italiani
e quanto accade oggi tra Italia e Libia non può non avere
un collegamento. "Se un trattato è stato violato", ed è
ciò che è accaduto nel 1970, "ed oggi lo Stato italiano
e quello libico decidono di stipularne un'altro, non possono non
tenere conto dei precedenti". Dunque, per la Ortu, "il collegamento
c'è e chiunque può notarlo".
"Si fa troppo presto a rinunciare ai nostri diritti". Ma nonostante
ciò l'Airl ha dovuto incassare e la presidente Ortu si
rivolta al ministro D'Alema "come vice presidente del Consiglio",
affinché per lo meno possa "intercedere" con le sedi competenti.
Perché alla fine "quello che chiediamo è molto poco",
specie se paragonato al valore delle proprietà confiscate
agli italiai in Libia, che nel 1970 ammontava a "400 miliardi
di lire", pari oggi ai "3 miliardi di euro che Gheddafi chiede
all'Italia per costruire la famosa autotrada".
C'è comunque un aspetto positivo emerso lunedì.
Massimo D'Alema ha assicurato che per ora Gheddafi non verrà
in Italia e, anzi, "è molto lontano il momento in cui potrà
farlo". Una dichiarazione che ha "rassicurato" la Ortu, contenta
che il suo Paese "non rischi di fare lo zerbino" di uno Stato
produttore di gas e petrolio, come accaduto nei giorni scorsi
per la Francia di Sarkozy. Ciò assume un senso ancora più
chiaro se si pensa che, come ha confermato D'Alema, "Gheddafi
che non ha nessun interesse a chiudere il contenzioso con l'Italia"
e così il nostro Paese "continua a pagare il prezzo del
colonialismo" in cambio di "gas importato a buon prezzo" dalle
nostri imprese, che però sono le sole nell'Ue a dover pagare
la "fee", diventando meno competitive sul mercato. E per questo
il governo ha anche denunciato la Libia "per discriminazione"
presso la Corte di Giustizia europea.
L'Italia e la Libia stanno stipulando "un trattato d'affari vantaggioso
per entrambi", ha spiegato il ministro, illustrando alla delegazione
dell'Airl le grandi linee del negoziato in corso, che intende
"chiudere definitivamente i contenziosi del passato" e "porre
al tempo stesso solide fondamenta per un nuovo ed equilibrato
partenariato italo-libico. Ma l'Airl, ha ribadito la sua presidente,
vuole "avere delle garanzie".
"Vogliono far passare questo trattato non come un pagamento dei
danni coloniali, come di fatto è, non come un "cedere"
a Gheddafi, ma come un accordo in cui ogni interesse trova il
suo legittimo corrispettivo". E poco importa la questione dei
visti, perché "dopo essere stata trattata così sia
dalla Libia che dall'Italia non mi interessano più", ha
dichiarato Giovanna Ortu.
Lo stesso vale a questo punto anche per l'ex cimitero italiano
di Tripoli, per il quale D'Alema ha appena firmato l'ultima tranche
di finanziamento. Il cimitero sarà bonificato, ristrutturato
e restituito nella quasi totalità alla città libica,
per una spesa pari a 650 mila euro.
"Come italiana rappresentante di una minoranza mi sono sentita
presa in giro", ha chiosato la Ortu. "I soldi rimangono una ferita
forte alla dignità". Giovanna Ortu era "speranzosa" e avrebbe
prferito sentirsi dire di "no, gli indennizzi non sono previsti"
in modo "molto più chiaro", piuttosto che facendo appello
ad un "collegamento improprio". Così "è troppo semplice".
Prodi dovebbe recarsi a Tripoli prima di Natale. E, se la questione
degli indennizzi può essere risolta solo "a livello interno",
sarà a lui che ci si dovrà rivolgere. Per la verità
la presidente dell'Airl ha già scritto una lettera al presidente
del Consiglio. ma non ha nessuna intenzione di chiedergli un incontro
prima che parta. E non solo perché sarebbe, per questioni
di tempo e di organizzazione, molto difficile. "Non mi vorrei
esporre ad un altro regalo di Natale... improprio!".
(torna su)
Italia-Libia:
Ortu, siamo delusi da incontro con D'Alema
ANSA
17 dicembre
2007
di Fabrizio
Finzi
“Abbiamo
trovato il ministro D'Alema molto espansivo nella forma, poco
concludente nella sostanza”. Con queste parole il presidente dell'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl) ha definito l'incontro
avuto oggi con il titolare della Farnesina sull'annosa questione
dei beni confiscati agli italiani nel 1970 (stimati in circa 400
miliardi di vecchie lire).
La Ortu non
ha nascosto la propria “delusione” perché il ministro degli
Esteri, spiegandole lo stato del negoziato in atto con Tripoli
per la definizione di un grande Accordo di Amicizia e Cooperazione,
ha escluso ogni collegamento tra l'accordo stesso ed il problema
dei beni confiscati agli italiani.
“Da 37 anni attendiamo
un congruo risarcimento”, ha spiegato la Ortu ricordando che la
sua associazione chiede solo una piccola parte di quello che gli
spetterebbe (250 milioni di euro in cinque anni) che rappresenterebbe
“la restituzione della nostra dignità”. Infatti, secondo
i calcoli dell'Airl, la somma rivalutata ad oggi
ammonterebbe in realtà a 6000 miliardi di vecchie lire,
“cioè quanto costerebbe la costruzione dell'autostrada
promessa dall'Italia a Gheddafi”.
(torna su)
Libia:
Ortu (Airl), delusa da incontro con D'Alema
Adnkronos
17 dicembre
2007
di Maria Grazia
Napolitano
"Sono
delusa dall'incontro con il ministro degli Esteri Massimo D'Alema,
abbiamo incassato promesse che mi sembrano troppo vaghe".
Lo ha detto all'Adnkronos Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione
italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), ricevuta oggi
pomeriggio alla Farnesina insieme al suo vice Raffaele Iannotti
per un incontro richiesto dopo le notizie delle settimane scorse
sulla prossima conclusione di un accordo tra Roma e Tripoli che
chiuda il capitolo del passato coloniale.
"Non
abbiamo ricevuto alcuna rassicurazione sul contenzioso italo-italiano,
vale a dire il risarcimento che noi rimpatriati dalla Libia attendiamo
da anni dal governo (400 miliardi di lire del '70 pari a tre miliardi
di euro di oggi) - ha denunciato la Ortu - E' una questione di
giustizia su cui non ci arrendiamo". Tra l'altro, la presidente
dell'Airl ha detto di ritenere "inaccettabile"
la posizione di D'Alema, secondo cui "è pretestuoso
il collegamento che noi facciamo tra la trattativa in corso con
la Libia e la questione degli indennizzi che il governo ci deve".
Una questione su cui dal ministro "abbiamo ricevuto solo
la vaga promessa che ne parlerà con il titolare dell'Economia
Tommaso Padoa-Schioppa", ha affermato la Ortu.
Unico elemento positivo, secondo la presidente dell'Airl,
la notizia che "per il momento il leader libico Muammar Gheddafi
non verrà in Italia, dal momento che la trattativa è
in alto mare, così almeno non rischiamo di fare le figuracce
del presidente francese Nicolas Sarkozy", che ha ospitato il
colonnello a Parigi la settimana scorsa.
(torna su)
Incontro
del Ministro D'Alema con una delegazione dell'Associazione Rimpatriati
dalla Libia
Comunicato
stampa del Ministero degli Affari Esteri
17 Dicembre
2007
Il Vicepresidente
del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Massimo D'Alema ha
ricevuto oggi alla Farnesina una delegazione dell'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL), guidata dal
suo Presidente, Signora Giovanna Ortu.
L'incontro
ha consentito uno scambio di vedute sulle principali questioni
riguardanti gli italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970,
subendo la confisca dei propri beni. Sono state trattate, fra
le altre, la questione degli indennizzi, quella delle disposizioni
tuttora vigenti nell'ordinamento libico che vietano la concessione
dei visti in loro favore, nonché il progetto, attualmente
in fase conclusiva, concernente la risistemazione dell'ex-cimitero
italiano di Tripoli.
Il Ministro D'Alema ha inoltre illustrato alla delegazione
dell' AIRL le grandi linee del negoziato in corso
con la Libia, volto a definire i termini di un accordo complessivo,
che consenta di chiudere definitivamente i contenziosi del passato
e di porre al tempo stesso solide fondamenta per un nuovo ed equilibrato
partenariato italo-libico.
(torna su)
Il
Ministro D'Alema riceve i rimpatriati dalla Libia.
Giovanna
Ortu: le nostre sono richieste ragionevoli
Aise
14 dicembre
2007
di Raffaella Aronica
Ha molta
fiducia nell'incontro che avrà lunedì con Massimo
D'Alema, alla Farnesina, la presidente dell'Associazione
italiana dei rimpatriati dalla Libia (Airl), Giovanna
Ortu. Fiducia perché finalmente un governo ha accolto anche
l'associazione al tavolo delle trattative prima che gli accordi
bilaterali con la Libia siano conclusi.
Il ministro
ha fatto sapere ieri, tramite il portavoce della Farnesina, che
"sarà aperto alle proposte operative che dall'Associazione
verranno, anche nel più ampio contesto del negoziato in
corso con la Libia, che è di carattere complessivo".
Al suo interno c'è anche il contenzioso sui beni confiscati
nel 1970 a coloro che furono rimpatriati da Gheddafi e che da
allora attendono un risarcimento. "Questo – ha reso noto
D'Alema – è uno dei tasselli del mosaico che si sta mettendo
insieme per arrivare a una conclusione".
Ci siamo
allora? Abbiamo chiesto a Giovanna Ortu, che non ha dubbi, anche
se conserva una certa dose di cautela. "Conoscendo un po'
D'Alema e, d'altra parte, avendo incassato la delusione del precedente
governo che, dopo tante promesse, non ci ha dato niente, vivo
questa come l'ultima occasione perché ci sia data giustizia",
dichiara la Ortu all'Aise.
Il punto
è fermo e la presidente dell'Airl lo aveva
già espresso in una lettera aperta inviata poco tempo fa
al ministro degli Affari Esteri, dopo l'accordo tra Eni e Noc.
"Noi vogliamo essere parte del negoziato tra Italia e Libia".
Ciò non vuol dire non avere i piedi per terra.
"I libici,
che chiedono all'Italia il risarcimento per i danni di guerra,
certamente non sono disposti a riconoscerci più quanto
ci fu da loro confiscato". E per la verità, ricorda
con amarezza Giovanna Ortu, negli anni la questione non è
stata mai neanche posta loro sul tappeto. Solo Andreotti, a suo
tempo, non dimenticò di ribadire più volte al governo
libico che già si era appropriato dei soldi degli italiani
che vivevano in Libia e che aveva cacciato. Soldi, precisa la
Ortu, peraltro "presi illecitamente, perché noi eravamo
lì protetti dal trattato internazionale che Gheddafi non
ha rispettato".
A distanza
di tanto tempo, la Ortu, donna pacata ma combattiva, non c'è
che dire, ammette: "queste sono le cose che succedono nella
vita" e d'altra parte c'è poco da aspettarsi da un
uomo, Gheddafi, "il cui passato testimonia uno scarso rispetto
dei diritti dell'uomo". La presidente dell'Airl
non dimentica che allora agli italiani che, come lei, vivevano
sull'altra sponda del Mediterraneo furono tolte "anche le
pensioni" e che furono sottoposti dal colonnello "a
vessazioni, come quella delle perquisizioni personali, che il
governo italiano di allora ha tollerato". E per questo annuncia
l'intenzione di scrivere alla segretaria di Stato francese per
i diritti umani, che nei confronti di Gheddafi "ha assunto
una posizione molto più decisa e dignitosa".
Nonostante
la confisca dei beni agli italiani in Libia, i vari governi italiani
che si sono succeduti dal 1970 ad oggi non hanno mai "fatto
pesare" quanto accaduto "nel momento in cui da Tripoli
venivano avanzate altre pretese". Eppure "il valore
delle nostre proprietà al 1970 ammontava a 400 miliardi
di lire che, rivalutate ad oggi con il coefficiente 15, sarebbero
seimila miliardi di lire, cioé proprio quei tre miliardi
di euro che oggi Gheddafi chiede all'Italia per costruire la famosa
autotrada".
Tre miliardi
di euro che nessuno mai ha pensato di restituire ai legittimi
proprietari. "Negli anni – ricorda Giovanna Ortu – non abbiamo
mai avuto una legge ad hoc, ma abbiamo sempre beneficiato di leggi
riparatorie nei confronti di tutti i cittadini italiani che sono
andati all'estero di propria volontà e che poi, a seguito
di conflitti o eventi di altro genere, hanno perso tutti i loro
beni". In totale, dagli anni Ottanta ad oggi, l'ammontare
di quanto restituito agli italiani cacciati dalla Libia "non
ha mai neanche raggiunto il valore nominale al 1970".
La presidente
dell'Airl chiarisce subito che la loro proposta,
quella che presenteranno lunedì al ministro D'Alema, non
sarà certo di tre miliardi di euro. "Non penserei
mai di affossare il mio Paese, che amo e stimo, con richieste
che possano metterlo in difficoltà", spiega. "Sono
un'italiana rispettosa del diritto, ma ciò che mi offende
e mi umilia è che il nostro governo non sia riuscito a
mettere sino ad ora sul piatto quello che modestamente abbiamo
chiesto", ossia una somma pari a circa "250-300 milioni
di euro più annualità per darci una legge di indennizzo
definitiva". Una legge, incalza, cui spetta il suo posto
tra le "operazioni di alchimia petrolifera" in corso
tra Italia e Libia. "Non si può non tenere conto che
esistiamo anche noi".
"Negli
anni", prosegue ancora la Ortu, "siamo stati una collettività
scomoda più per il nostro governo che per il governo di
Tripoli, che nel 2004 ci ha molto ben accolti". Poi, però,
"i nostri visti sono diventati di nuovo merce di scambio".
A questo punto, osserva la presidente dell'Airl,
"con la Libia ci tiriamo da parte, anche se – non manca di
sottolineare – non riuscire ad ottenere i visti per i propri cittadini
è una discriminazione" bella e buona.
Stando così
le cose, l'Airl era già pronta a mobilitarsi
con una manifestazione se Gheddafi fosse giunto in Italia. "Gheddafi
non potrà mettere piede in Italia finché il nostro
governo non si sarà liberato dal peso del nostro problema.
E, poiché il nostro problema ha un'entità irrisoria
rispetto agli enormi interessi in gioco – petrolio, terrorismo,
clandestini –, il governo italiano non può pensare, per
favorire questi grandi interessi, di usarci come zerbino".
Perché gli italiani rimpatriati dalla Libia "lo zerbino
lo hanno fatto per 37 anni e su questo zerbino purtroppo molti
presidenti del consiglio hanno camminato".
Adesso basta,
è il monito di Giovanna Ortu, che da combattente torna
poi serena. "Sono contenta che il problema venga ora affrontato,
anche perché – ribadisce – non è un problema irrisolvibile".
"Siamo
persone che hanno sofferto, che amano il proprio Paese, tanto
quanto amano la Libia", e l'Airl lunedì
rappresenterà "soltanto i sacrosanti interessi di
decine di migliaia di persone, molte delle quali in questi 37
anni sono morte". Ma se alla fine il problema verrà
affrontato "potranno riposare in pace". Anche quelli
nel cimitero di Tripoli, del quale si sta ora completando il restauro.
Il "nostro" cimitero, sottolinea la Ortu, "che
per 37 anni è stato lì in condizioni tremende e
adesso, grazie ad un'iniziativa dell'Airl con
i fondi messi a disposizione dalla Farnesina, sarà restaurato".
Ed il completamento del restauro comprenderà anche la restituzione
al governo libico di nove dei dieci ettari di terreno su cui ha
sede, nel centro della città. "Noi ci siamo accontentati
di stringerci in un solo ettaro" lasciando il resto ai libici.
"È il regalo che i morti di Tripoli sono ben contenti
di fare ai cittadini libici", conferma la Ortu.
Prima di
salutarla, le chiediamo se crede che il ministro D'Alema lunedì
acconsentirà alle richieste dell'Airl,
sia per l'indennizzo prospettato sia per la riconcessione dei
visti. E Giovanna Ortu chiude con una battuta. "Non lo so.
So che un punto in comune con il ministro ce l'ho, perché
lui ama cucinare e anch'io. E sono convinta che il risotto lo
faccio meglio di lui. Certamente il suo mestiere di ministro,
D'Alema lo sa fare molto meglio di una povera donna come me, che
tra l'altro è sfiancata da 37 anni di lotte con poche soddisfazioni.
Naturalmente andrò alla Farnesina con l'animo carico di
speranza, però", conclude infine, "porto con
me il peso di tante delusioni e quest'ultima non la voglio avere,
anche perché sono convinta della bontà e della ragionevolezza
delle mie richieste".
(torna su)
Libia,
Gheddafi fa shopping a Parigi. Roma lavora per un accordo
Il Velino
13 dicembre
2007
di Carlo Rebecchi
Mentre
il leader libico Muammar Gheddafi è in visita in Francia,
dove ha comperato reattori nucleari per uso civile e aerei civili
e militari del valore di oltre dieci miliardi di euro, la diplomazia
italiana continua a fare pressing nel difficile tentativo di concludere
con la Libia un accordo per superare il contenzioso dovuto al
“passato coloniale” dell'Italia e rendere possibile, con il rilancio
delle relazioni bilaterali su nuove basi, una visita del leader
libico anche a Roma. Da Parigi intanto il colonnello ha annunciato
che si recherà presto “in altre capitali europee” – prima
tappa, già nota, la Spagna. Al momento, secondo quanto
ha affermato il portavoce della Farnesina, il ministro Pasquale
Ferrara, il negoziato continua. La visita di una delegazione libica
il cui arrivo in Italia “per chiudere il contenzioso” era stato
annunciato per la fine di novembre è slittato sine die
ma, ha precisato Ferrara, la diplomazia “sta lavorando, perché
c'è modo di negoziare anche attraverso l'ambasciatore libico
a Roma”. L'obiettivo, ha affermato il portavoce, è quello
di giungere a un “accordo globale”. L'ostacolo non sarebbe più
la realizzazione della strada litoranea (ex Balbia) tra le frontiere
della Libia con Tunisia e Egitto, che sarà cofinanziato
dalle aziende italiane (in particolare l'Eni), quanto la richiesta
di Tripoli di inserire nell'accordo uno specifico riferimento
alla “occupazione coloniale” dell'Italia in Libia. Per Gheddafi,
secondo quanto hanno indicato fonti libiche al VELINO, “l'ammissione
di responsabilità” dell'Italia è “indispensabile”;
e soltanto una volta che questo ostacolo sarà superato,
aggiungono, sarà possibile aprire una pagina nuova nelle
relazioni politiche tra i due Paesi. Che sul piano economico,
e in particolare per quanto riguarda l'energia, sono ottime.
Massimo
D'Alema segue personalmente il negoziato, che è del resto
vasto e complesso, e riguarda anche la collettività italiana
espulsa nel 1970 dalla Libia e un centinaio di aziende che vantano
tuttora nei confronti delle autorità libiche crediti vecchi
di una ventina di anni, del valore di oltre 650 milioni di euro
(rivalutazione monetaria esclusa). Lunedì prossimo, il
ministro riceverà alla Farnesina una delegazione dell'Airl
(Associazione italiana rimpatriati dalla Libia) guidata
da Giovanna Ortu. “Si tratta di un incontro chiesto dall'Airl
tempo fa, e che non ha alcuna relazione diretta con un'eventuale
visita di Gheddafi a Roma, dei cui contenuto il ministro terrà
conto nel negoziato per una soluzione globale del contenzioso”.
Nella lettera in cui chiedeva l'incontro, l'Airl
sollecitava D'Alema a “non permettere che altisonanti sirene di
accordi economici facciano passare in secondo piano i diritti
legittimi di migliaia di cittadini italiani che hanno solo onestamente
lavorato per decenni come gli stessi libici riconoscono. Aiutarci
in concreto, data la nostra ragionevolezza, ad avere una tardiva
e definitiva giustizia non è né eludibile né
ulteriormente dilazionabile”. I rimpatriati denunciano che il
governo “si dimentica di stanziare nella finanziaria i pochi fondi
necessari al nostro risarcimento” e chiedono che esso esiga da
Tripoli il rispetto dell'accordo in base al quale i rimpatriati
possono ottenere il visto per recarsi in Libia.
Il
valore dei beni confiscati nel 1970 agli italiani espulsi
dalla Libia era di 400 miliardi di lire dell'epoca; parte
di queste perdite è stata poi indennizzata dallo stato
italiano. Una somma di gran lunga maggiore – 650 milioni di euro
- chiedono le aziende italiane che hanno realizzato lavori nel
Paese nordafricano dopo la “rivoluzione” di Gheddafi. La controproposta
fatta da Tripoli nelle scorse settimane attraverso il ministero
degli Esteri è di 313 milioni di euro. L'associazione che
raggruppa le aziende, l'Airl, fa sapere di non
essere stata convocata in vista di un eventuale accordo globale.
“Invece di tutelare i nostri interessi lo stato cerca soltanto
di mediare. Anche per una questione di dignità, questo
a noi non sta bene, e l'Italia deve risponderne. Ci siamo rivolti
alla Corte europea di giustizia e da questa aspettiamo una risposta”.
In Francia, dove la visita di Gheddafi è avvenuta tra polemiche
non indifferenti (i parlamentari dell'opposizione hanno boicottato
il suo discorso all'Assemblea nazionale, e il sottosegretario
per i diritti umano del governo Fillon, Rama Yade, si è
detta “sconvolta” dalla presenza del leader libico), il presidente
Nicolas Sarkozy e il colonnello hanno concluso accordi del valore
di almeno dieci miliardi di euro, dalla vendita di “uno o più
reattori nucleari” destinati ad alimentare impianti di desalinizzazione
e per il sostegno “alle attività di prospezione e sfruttamento
di giacimenti di uranio”, fino a un memorandum in base al quale
la Libia si impegna a “negoziati esclusivi con la Francia per
l'acquisto di equipaggiamento” militare. Tripoli, che ha comperato
21 aerei Airbus, intenderebbe acquistare anche 14 caccia Rafale
e 35 elicotteri da combattimento. Il presidente Sarkozy ha chiesto
al leader libico – che durante la visita a Parigi ha innalzato
la sua tenda beduina nei giardini dell'Hotel de Marigny, accanto
al Palais de l'Elysée –, di “fare progressi sulla via dei
diritti umani” e gli ha dato atto di avere già “deciso
di rinunciare definitivamente a possedere l'arma atomica, di rinunciare
definitivamente al terrorismo, di risarcire le vittime e di aver
liberato le infermiere bulgare detenute per oltre otto anni”.
Proprio da Parigi, a proposito di terrorismo, il colonnello ha
pubblicamente definito come “atti da condannare” gli attentati
compiuti qualche ora prima che avevano provocato decine di morti
ad Algeri. Gheddafi ha anche insistito sulla necessità
di accrescere il dialogo nel Mediterraneo proponendo di trasformare
l'attuale “gruppo 5+5” (Algeria, Libia, Mauritania, Marocco, Tunisia
e Spagna, Francia, Italia, Malta e Portogallo) in un “gruppo 6+6”
per includervi anche Egitto e Grecia.
(torna su)
"Colonialisti,
risarciteci".
Show
del leader libico a Lisbona: "L'Onu è una dittatura"
Il
Sole 24 Ore
8
dicembre 2007
Adriana
Cerretelli
Dovrebbe
essere il vertice della grande riconciliazione. Invece rischia
di finire in un grande e in fondo tragico happening dove le incomunicabilità
tra Europa e Africa si confermeranno, profonde e per ora anco
ra irrecuperabili, sia pure stemperate nel rito dei soliti sorrisi
di circostanza.
Non
è facile imparare a parlarsi da pari a pari quando alle
spalle si ha la storia che si ha. Non è facile quando,
in fondo, per tutti è difficile dimenticare. Molto più
semplice intendersi con la Cina e perfino con gli Stati Uniti:
meno problemi, molte meno recriminazioni.
Non
è facile quando l'Europa predica democrazia e rispetto
dei diritti umani ma poi spalanca le porte ai dittatori e ai collusi
con il terrorismo. E così perde credibilità e si
ritrova messa sotto accusa non solo da quei Governi che vorrebbe
convenire al suo credo e ai suoi valori ma anche dalla sua stessa
società civile che non accetta di avallare quelle contraddizioni,
quei balletti spregiudicati spesso senza alcun costrutto.
Vertice
Europa-Africa, Lisbona, dicembre 2007. Vertice Cina-Africa, Pechino,
novembre 2006. Il paragone è obbligato. L'anno scorso un
incontro composto, asettico, niente sparate di Gheddafì,
niente cartelli né striscioni per strada. Incontro business-like,
molto concreto. Quest'anno una kermesse all'europea. Che fa la
differenza in bene perché esprime i fermenti in libertà
di società libere. Ma che potrebbe farla ancora in meglio
se per una volta questo vertice non si limitasse ad arruffare
impegni e promesse confuse, che troppo spesso poi si dimostra
incapace di mantenere.
(torna su)
Gheddafi
"Clandestini? Un miliardo e ci penso io"
Il
Sole 24 Ore
9 dicembre
2007
Adriana
Cerretelli
Alla
vigilia aveva promesso fuoco e fiamme sulla questione degli indennizzi
per le spoliazioni coloniali dell'Africa. Invece ieri, al vertice
euroafricano, Muammar Gheddafì ha mantenuto la parola solo
a metà.
Nel
suo intervento incontenibile, 25 minuti invece dei 7 previsti
per tutti, tanto da costringere a un certo punto il premier portoghese
Josè Socrates ad alzare a tutto volume il gong elettronico
per in durlo (invano) a desistere, il colonnello libico non ha
ignorato «il saccheggio di un continente vittima della colonizzazione,
che però è stata anche araba». Però
ha tirato oltre. «Siamo qui come amici - ha detto - siamo
tutti rivieraschi del Mediterraneo». E allora?
Ecco
il nuovo coniglio fuori dal cappello. «Bisogna evitare il
boomerang dell'immigrazione senza controllo. E per farlo va anche
bene distribuire aiuti all'Africa, ma non senza condizioni. Non
bisogna usare i soldi alla cieca né darli a chi non li
usa bene». Conclusione? «La Libia non esporta emigranti,
ma è la porta dell'emi grazione africana verso l'Europa.
Se mi darete un miliardo di euro all'anno vi assicuro che non
un immigrato illegale passerà più dal mio Paese.
E ogni anno vi presenterò l'esatto rendiconto di come quei
soldi saranno stati spesi».
Silenzio
in sala, la risposta alla nuova provocazione. A quella di ieri
sugli indennizzi aveva replicato secco, poco prima dell'apertura
del vertice, il belga Louis Michel, commissario Ue allo Sviluppo:
«Abbiamo già dato, peccato che spesso queste somme
non siano state spese nel modo migliore. E comunque su questo
fronte non abbiamo lezioni da ricevere».
(torna su)
Italia-Libia/
P.Chigi: Gheddafi vedrà Prodi ad accordo concluso
Apcom
4 dicembre 2007
Un incontro
fra il presidente del Consiglio Romano Prodi e il leader libico
Muammar Gheddafi, e più precisamente una visita di Gheddafi
a Roma è "legata alla finalizzazione, alla conclusione
dell'accordo" fra Italia e Libia sul risarcimento per il
passato coloniale. Lo sottolineano fonti diplomatiche di Palazzo
Chigi, rispondendo alle domande dei giornalisti sul tour imminente
del colonnello in alcune capitali europee, in occasione del vertice
Ue-Africa in programma per il weekend prossimo, l'8 e 9 dicembre
a Lisbona.
In Portogallo,
dove alla riunione internazionale parteciperanno sia Prodi sia
Gheddafi non è in agenda nessun colloquio bilaterale, confermano
le fonti. Né per il momento è stata fissata una
data per una visita a Roma del 'Grande Leader' libico, che nei
prossimi giorni sarà anche a Parigi e Madrid. L'accordo
fra Italia e Libia è infatti "in stato di 'avanzata
cottura', ma mancano ancora un paio di elementi, però importanti,
che devono essere ancora definiti" spiegano le fonti diplomatiche.
Se l'intesa
sarà finalizzata "in tempi brevi, e i negoziatori
sono ancora al lavoro (a questo scopo) - aggiungono - non ci dovrebbero
essere problemi per chiudere il cerchio, e quindi per definire
anche una visita del colonnello Gheddafi in Italia". Entro
l'anno? "Inshallah" rispondono ironicamente le stesse
fonti, facendo riferimento a una "serie di passaggi"
ancora necessari per "tradurre il comando (di Gheddafi, ndr)
in aspetti operativi".
(torna su)
Il
risarcimento alla Libia, un affare della storia
Il
Venerdì di Repubblica
23
novembre 2007
di
Giorgio Bocca
Come
annunciato dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema, il governo
ha raggiunto un accordo di massima con la Libia: l'Italia pagherà
il «risarcimento» dei danni per l'occupazione fascista.
In realtà il negoziato non è ancora concluso. Ma
il punto è che, storicamente, questo regalo non avrebbe
alcun fondamento. Nella storia, le invasioni e le occupazioni
sono fatti naturali, cataclismi naturali che si impongono o si
sopportano senza possibilità di rivendicare alcun diritto
a riparazioni. La Parigi napoleonica ostenta tutti i tesori rapinati
nelle altre nazioni. La Londra imperiale celebra tutte le sue
conquiste e nessuno pensa a riparazioni da parte dei paesi vinti.
La
Libia venne occupata dagli italiani quando era una colonia turca,
ma a chiedere il risarcimento è un governo arabo che dell'Impero
ottomano era una pro vincia. Il tentativo di chiedere dei risarcimenti
alla storia nasconde regolarmente degli affari che poco o nulla
hanno a che vedere con la giustizia. Muammar Gheddafi chiede da
anni all'Italia, come risarcimento per l'ingiusta occupazione,
una autostrada litoranea che secondo alcuni costerebbe sei miliardi
di euro e secondo altri meno della metà. Comunque il risarcimento
storico è la copertura di rapporti economici più
recenti e concreti: l'Eni ha avuto il rinnovo per i prossimi venticinque
anni delle concessioni per l'estrazione del petrolio e del gas.
E infatti sarà l'Eni a farsi carico del progetto per la
costruenda autostrada. Il conto dei danni storici per cui chiedere
risarcimenti è quasi impossibile nel gioco delle complicità
fra gli Stati. L'occupazione nazista dell'Italia è certamente
costata carissima, solo il patrimonio bovino si ridusse quasi
della metà e le spese dell' occupante pagate dalla Banca
d'Italia significarono la svalutazione della nostra lira. Ma a
chi attribuire la responsabilità degli eventi? Alla prepotenza
nazista o all'alleanza con il nazismo voluta da un legittimo governo
italiano?
Nel
contenzioso attuale fra la Libia di Gheddafi e la Repubblica italiana
c'è molto di incommensurabile in termini di prezzi da pagare.
La privazione dell'indipendenza fu o non fu compensata da un fiume
di miliardi che l'Italia investì senza ricavarne alcun
vantaggio? E fu o non fu un grosso risarcimento l'abbandono forzato
dei coloni che erano andati in Libia e vi avevano compiuto una
patetica colonizzazione contadina? Va bene che l'Italia conservi
con la Libia delle buone relazioni, ma i «risarcimenti»
storici in realtà sono affari.
(torna su)
Solo
passaporti in arabo. Tripoli chiude agli europei
Corriere
della Sera
13
novembre 2007
di
Maurizio Caprara
Vladimir
Ilich Ulianov Lenin aveva intitolato uno dei suoi scritti Un
passo avanti e due indietro: è ciò che accade
nella vita dei singoli, sosteneva, e accade anche nella storia
delle nazioni. In questo caso l'inversione di marcia non avrà
un peso storico, forse, ma nella cronaca, di sicuro, un posto
lo trova. Negli ultimi due giorni, la Libia ha chiuso la porta
in faccia a qualche migliaio di europei. Lo ha fatto nel nome
di una norma che impone la traduzione in arabo delle generalità
segnate sui passaporti, ripristinata all'improvviso domenica benché
fosse stata abolita nel 2005.
Il
cambiamento ha trovato impreparate molte linee aeree e agenzie
turistiche. È scattato dopo che Muham mar el Gheddafi ha
raggiunto con la Francia un livello di rapporti così buoni
da essere stato invitato a Parigi, per dicembre, dal presidente
Nicolas Sarkozy. E dopo che Massimo D'Alema, sabato, ha messo
a punto con il Colonnello a Tripoli «un'intesa di massima»,
«un importante passo in avanti», come l'ha definita
il ministro degli Esteri, nel negoziato in corso da anni per indurre
la Giamahiria a non chiedere più compensazioni sull'era
coloniale italiana.
Il
pubblico più vasto per la sorpresa è stato quello
della «Musica», nave della Msc, compagnia italiana
che ha preso il posto della «Lauro crociere». Una
folla di passeggeri stimata ieri dalla società tra le 2000
e le 2500 persone, in gran parte italiane, alla quale ne vanno
aggiunte altre 987 di equipaggio. Entrata in mattinata nel porto
di Tripoli per far partecipare i turisti a un giro della città,
la nave, lunga 294 metri e larga 32, è stata costretta
a ripartire: il personale di frontiera non poteva accettare sul
suolo libico ingressi di europei con passaporti privi di traduzione,
i croceristi non potevano dotarsi al volo della versione in arabo
delle proprie generalità.
Il
comandante ha ordinato di riaccendere i motori. Rotta: Messina,
stessa tappa nella quale si sarebbe dovuti attraccare oggi, soltanto
che l'arrivo sarà tre ore prima del previsto.
«Procediamo
tranquilli verso Messina», ci ha detto ieri sera una dipendente
della Msc che ha risposto da bordo al telefono satellitare del
comandante. La crociera è cominciata il 4 novembre da Genova
e continuata con scali in Corsica, a Malta, a Rodi, Alessandria
d'Egitto. Da Napoli, prossima tappa, la compagnia ci ha fatto
presente di aver avviato i rimborsi della gita a
Tripoli ai turisti che
l'avevano prenotata.
Sulla
«Musica», i passeggeri
dispongono di sushi bar,
centro benessere, cabine con tv. Meno
comfort hanno avuto
a portata di mano all' aeroporto di Sebha gli 83 passeggeri prenotati
domenica per raggiungere la
Francia su
un aereo Air Mediterranee. Erano
in Libia da quando la legislazione non era
cambiata. Lì
sono rimasti fin quando
un Airbus 321 è
stato procurato
ieri per loro dal
Quai d'Orsay. La resurrezione dell'obbligo
di
traduzione sui passaporti per i cittadini europei, di tutta Europa
e non soltanto dell' Unione europea, è infatti a doppio
senso: vale per chi entra, ma anche per chi esce. Gli 83 non potevano
uscire. L'aereo dell'Air Mediterranee che
doveva caricarli era stato fatto ridecollare subito con i suoi
172 viaggiatori atterrati a
Sebha: erano senza
dati anagrafici in arabo. Lo stesso è successo
a 37 provenienti da Zurigo con la Swiss. Problemi anche per vari
britannici.
Per
i passeggeri di alcuni voli Alitalia, l'avviso sulla norma reintrodotta
è arrivato in tempo. Sono partiti per Tripoli quanti avevano
la vecchia traduzione. Gli italiani respinti negli aeroporti,
una decina, a quanto pareva ieri, avevano viaggiato su linee straniere.
Il problema è che, naturalmente, non basta una traduzione
qualsiasi. Come informa adesso la Farnesina
sul sito www.viaggiaresicuri.it,
ne serve una «di norma effettuata dalla Questura»
e va sottoposta all'ambasciata libica a Roma al momento della
richiesta del visto.
È
difficile capire se la reintroduzione repentina della norma sia
un tic della confusa burocrazia libica, uno sgambetto al «Leader»
compiuto da settori dell'apparato statale che resistono al recupero
dei rapporti con l'Occidente o una mossa del Colonnello volta
a tirare sul prezzo nelle trattative in corso per normalizzare
le relazioni con i Paesi europei. Un mistero. Tra tanti.
(torna su)
Visto
in arabo per la Libia
Il
Sole 24 Ore
13
novembre 2007
di
Gerardo Pelosi
La
notizia arriva come una doccia fredda a poche ore dal viaggio
lampo a Tripoli del ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, e
alla vigilia dell'arri vo a Roma di una delegazione libica che
dovrebbe definire, venerdì prossimo, i dettagli del nuovo
accordo quadro tra Italia e la Jamahiriyia, che prevede la costruzione
dell'autostrada litoranea da 3 miliardi di euro a riparazione
dei danni causati dal colonialismo italiano.
Ieri
mattina, alla nave da crociera "Musica", ammiraglia
della Mediterranean Shipping Cruises di Napoli (erede della Star
lauro) non è stato consentito l'attracco nel porto di Tripoli.
Il comandante si è visto costretto a fare rotta su Messina.
Motivo del rifiuto alla frontiera marittima libica il fatto che
i 2.500 pas seggeri a bordo, di cui almeno la metà italiani,
non avevano il visto d'ingresso con traduzione in arabo. Anche
loro sono infatti incappati in una disposizione già introdotta
in passato, poi abolita nel 2005 e ora ripristinata senza alcun
preavviso, si pensa come ritorsione verso quei Paesi Ue, in particolare
la Francia, che non ammettono nel loro territorio i libici in
possesso di visti Schengen. Da ieri mattina a tutti i cittadini
stranieri in entrata ed uscita dalla Libia è stato quindi
chiesto di «esibire la traduzione in lingua araba dei dati
anagrafi ci risultanti dal passaporto».
In
base alla disposizione, da domenica è stato vietato l'ingresso
in Libia a due gruppi di turisti italiani che viaggiavano su voli
Alitalia, mentre altri sette non sono riusciti a lasciare il Paese.
Vittime della "mancata traduzione" anche 45 inglesi,
30 austriaci e 20 indonesiani. Un aereo francese con 172 passeggeri
è stato costretto, per lo stesso motivo, a fare marcia
indietro mentre un Airbus A321 ha recuperato la notte scorsa 83
francesi bloccati da domenica in Libia.
Non
è chiaro se il presidente francese, Nicolas Sarkozy, fosse
a conoscenza di questo stato di cose quando ieri a Berlino, a
conclusione del vertice francotedesco, ha confermato l'intenzione
di accogliere all'Eliseo il colonnello Gheddafi a dicembre. «Non
vedo perché non dovrei riceverlo» ha detto il presidente
aggiungendo che «la Libia ha rinunciato a dotarsi di armi
atomiche, adesso combatte il terrorismo e ha liberato le infermiere
bulgare; se non ricevessi il capo di un Paese che ha rinunciato
a tutte le attività condannate dalla comunità internazionale
allora cosa diciamo all'Iran e alla Corea del Nord? Dobbiamo incoraggiare
questi Paesi a rientrare nell'ambito della comunità internazionale».
Quanto
alla nave "Musica", i 2.500 turisti (oltre 1.200 italiani)
pare non abbiano protestato più di tanto per l'inatteso
fuoriprogramma. Erano partiti il 4 novembre da Genova per poi
toccare la Corsica, Malta, Rodi e Alessandria d'Egitto. Sono rientrati
a Messina in anticipo, saltando la tappa libica. Ma è presto
per dire se e in che modo tutto ciò potrà riflettersi
sull'andamento del nuovo accordo di cooperazione tra Roma e Tripoli
che dovrebbe essere firmato a Roma da Prodi e dal colonnello Gheddafi
nel corso della sua prima visita ufficiale in Italia.
(torna su)
Italia
e Libia verso l'intesa
Il
Sole 24 Ore
11
novembre 2007
di
Gerardo Pelosi
L'obiettivo
è ambizioso. Ne hanno parlato nel dettaglio, venerdì
scorso, il premier Romano Prodi e il ministro degli Esteri Massimo
D'Alema alla vigilia del viaggio lampo compiuto ieri dal responsabile
della Farnesina a Tripoli. Mettere a punto un accordo complessivo
tra Italia e Libia che chiuda definitivamente tutti i contenziosi
economici e politici aperti nelle relazioni bilaterali.
«È
stata raggiunta un'intesa di massima - ha detto D'Alema - anche
se il negoziato non è ancora concluso. L'Italia, in particolare,
accoglierebbe la richiesta libica del "grande gesto"
a chiusura del periodo coloniale: la costruzione di un'autostrada
da Ras Jdeir ad Assaloum, un'opera faraonica di oltre 3 miliardi
di euro che verrebbe finanziata con un fondo al quale dovrebbero
contribuire le aziende italiane impegnate nello sviluppo delle
infrastrutture libiche e della modernizzazione del Paese a cominciare
dall'Eni che, proprio venti giorni fa, ha concluso una maxi commessa
con la compagnia libica Noc.
Un
accordo che dovrebbe essere firmato dal premier Prodi e dal colonnello
Muammar Gheddafi a Roma, nei primi giorni di dicembre, nell'ambito
di una missione del leader libico in alcune capitali europee.
Sarebbe la prima visita ufficiale di Gheddafi nel Paese contro
il quale, dagli anni 70 a oggi, si sono diretti i più violenti
attacchi di Tripoli per il passato coloniale ma che è anche
la sua sponda più sicura in Occidente.
L'incontro
di ieri tra il ministro D'Alema e il suo omologo libico, Abdel
Rahman Shalgam, è servito per definire gli ultimi punti
ancora in forse. Il protocollo prevederebbe 22 articoli ma su
un terzo di questi (sette articoli), fino a pochi giorni fa vi
erano ancora troppe parentesi quadre a testimonianza delle diverse
valutazioni tra le due delegazioni. Poi, negli ultimi giorni,
le differenze si sono appianate e D'Alema ha deciso di volare
a Tripoli per dare un'accelerazione politica al negoziato. I libici
avrebbero infatti voluto un testo che non abrogasse il comunicato
congiunto del 4 luglio '98 firmato dall'ex ministro degli Esteri
Lamberto Dini con il suo omologo dell'epoca, Omar Mustafa El Muntasser,
con il quale l'Italia, per la prima volta in un documento bilaterale
dopo la fine della guerra, ammetteva le proprie colpe per il periodo
coloniale, riconosceva di avere inflitto gravi violenze al popolo
libico e si impegnava a correggere gli errori del passato.
Il
lavoro di Palazzo Chigi e della Farnesina nelle ultime settimane
è stato invece teso a chiudere tutti i contenziosi abrogando
ogni altra intesa del passato compreso il comunicato congiunto
del '98. Il disco verde al "grande gesto" ha di fatto
sbloccato tutti gli altri punti in discussione. Oltre alla costruzione
dell'autostrada litoranea sarebbe previsto anche un grande centro
congressi con albergo a Tripoli. Opere che verrebbero finanziate
con un fondo alimentato dalle aziende italiane a cominciare dall'Eni,
che ha già in corso progetti a sfondo sociale in Libia
per 150 milioni di Euro. La costruzione dell'autostrada vedrebbe
coinvolte le principali imprese del settore: Impregilo, Astaldi
e soprattutto la Vianini.
Una
soluzione è prevista anche per gli insoluti di pagamento
sofferti da circa 100 imprese italiane per complessivi 600 milioni
di dollari. L'accordo dovrebbe anche risolvere in via definitiva
la questione delle doppie imposizioni fiscali. Non è
chiaro invece se e in che modo abbia trovato accoglienza nel testo
la questione dei visti richiesti dagli esuli italiani costretti
dal regime di Gheddafi a fuggire dal Paese e fare ritorno in Italia
nel '70 abbandonando in Libia beni immobili e imprese e sol o
in minima parte risarciti.
L'autostrada
L'intesa
prevede la disponibilità da parte dell'Italia a costruire
un'autostrada offerta nel quadro dei risarcimenti per il periodo
coloniale. L'opera si snoderebbe da Ras Jdeir ad Assalum, per
un importo complessivo di 3 miliardi di euro che verrebbe finanziato
con un fondo al quale dovrebbero contribuire le aziende italiane
impegnate nello sviluppo libico, a cominciare dall'Eni
Gli
insoluti delle imprese
Una
soluzione è prevista anche per gli insoluti di pagamento
sofferti da circa 100 imprese italiane per complessivi 600 milioni
di dollari. L'accordo dovrebbe anche risolvere la questione delle
doppie imposizioni fiscali. Non è chiaro se abbia
trovato accoglienza la questione dei visti richiesti dagli esuli
italiani costretti dal regime di Gheddafi a fuggire dal Paese
a fare ritorno in Italia nel 70
Accordo
a dicembre
L'accordo
italo-libico dovrebbe essere firmato dal premier Prodi e dal colonnello
Muammar Gheddafi a Roma, nei primi giorni di dicembre, nell'ambito
di una missione del leader libico in alcune capitali europee.
Sarebbe la prima visita ufficiale di Gheddafi in Italia
La
maxi-intesa Eni
Il
16 ottobre scorso l'Eni ha annunciato un accordo in Libia che
dovrebbe garantire maggiore sicurezza a lungo termine negli approvvigionamenti
italiani di petrolio e gas. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni
ha rinnovato per altri 25 anni le concessioni per lo sfruttamento
dei giacimenti di idrocarburi. Nell'ambito dell'intesa sono previsti
investimenti complessivi per 28 miliardi di dollari e un potenziamento
del metanodotto Libia-Sicilia
Le
infermiere liberate
Il 24
luglio scorso, dopo le pressioni dell'Unione europea, in particolare
del presidente francese Nicolas Sarkozy e della moglie Cècilia,
il leader libico Muammar Gheddafi aveva liberato le infermiere
bulgare e il medico palestinese accusati di aver contagiato bambini
con il virus dell'Aids.
(torna su)
Risarcimenti
italiani alla Libia. D'Alema: accordo quasi fatto
Corriere
della Sera
11
novembre 2007
di
Maurizio Caprara
Un
accordo che soddisfi Muammar el Gheddafi nelle sue rivendicazioni
di gesti riparatori dei danni addebitati al colonialismo italiano
è il classico traguardo da vincolare al detto: non dire
gatto se non l'hai nel sacco. Ma ieri il negoziato che, a singhiozzo,
va avanti da anni tra Giamahiria e Italia sembra essere arrivato
vicino come non mai alla meta finale.
«È
stata raggiunta un'intesa di massima, un'intesa di principio»,
ha riferito Massimo D'Alema dopo essere stato a cena a Tripoli
dal Colonnello. «È un importante passo in avanti»,
ha detto il ministro degli Esteri per riassumere il risultato
di oltre due ore di colloquio con il «Leader»,
precedute da incontri con il premier Al Baghdadi
Ali al Mahmudi e il ministro degli Esteri Abdul Arham Shalgam,
conoscitore del l'Italia ed ex ambasciatore a Roma.
L'accelerazione
è avvenuta durante una visita del titolare della Farnesina
decisa in segreto tra giovedì sera e venerdì. La
prossima tappa della maratona è prevista per 15 e 16 novembre,
quando una delegazione libica raggiungerà Roma per mettere
a punto clausole specifiche. Il perno dell'intesa saranno i finanziamenti
italiani per costruire un'autostrada costiera dalla Tunisia all'
Egitto, quasi duemila chilometri lungo il percorso della vecchia
via Balbia, dedicata durante il periodo fascista al governatore
della Libia Italo Balbo. Se non si riproporranno ostacoli, la
firma di un pacchetto che comprende questo e altro potrebbe venire
entro l'anno.
La
Farnesina sta esaminando la possibilità di una visita del
Colonnello in Italia, ritenuta opportuna: soltanto se servirà
a chiudere un contenzioso, quello sul colonialismo, che in origine
era stato già concluso con re Idris, il sovrano spodestato
dagli ufficiali che compirono con Gheddafi il colpo di Stato del
1969. Quindici giorni fa, l'Eliseo ha confermato che Parigi si
prepara ad accogliere il Colonnello. Le Journal du dimanche
aveva ipotizza to che le porte della Francia potessero essergli
aperte «prima o dopo il vertice euro africano di 8 e 9 dicembre
a Lisbona». È da vedere se Roma rientrerà
nello stesso giro europeo dell'uomo che era tenuto all'indice
dagli Stati Uniti finché non ha rinunciato, nel 2003, ai
suoi programmi di armi di distruzione di massa.
«Sui
principi siamo d'accordo, ma si tratta di affrontare questioni
di dettaglio», ha spiegato D'Alema all'Ansa a proposito
dell'accordo tra Italia e Libia prima di salire sull'aereo per
tornare a casa. Gheddafi aveva chiesto l'autostrada anche a Silvio
Berlusconi, il quale il 6 marzo 2006 non escluse di farla costruire.
A frenarne la realizzazione è sempre stato il suo costo,
stimato in 6 miliardi di euro. Adesso la Farnesina valuta una
cifra che si aggira intorno alla metà. A coprire tutte
le spese non sarebbe però lo Stato italiano. Come anticipato
al Corriere il 16 giugno da Seif el Islam, figlio del
«Leader», tra i finanziatori ci sarebbe l'Eni.
Nelle trattative riservate si è ipotizzato che lo Stato
possa pagare uno studio di fattibilità, il resto dei costi
verrebbe coperto da un fondo con soldi di nostre imprese che lavorano
in Libia. L'Eni, portata lì da Enrico Mattei nel 1959,
ha ottenuto in ottobre prolungamenti di 25 anni delle concessioni
per individuare ed estrarre petrolio e gas.
«È
andata bene», diceva ieri D'Alema, ma ci sono ancora «problemi
aperti». Uno è di certo il contenzioso tra la Giamahiria
e oltre cento aziende italiane in attesa del saldo di crediti
degli anni '70 e '80. Poi ci sono i visti, le doppie imposizioni...
Quanto basta per rendere ancora suscettibile di passi indietro
quello che è stato, finora, un transcontinentale gioco
dell'oca.
LA
CONQUISTA
L'Italia
acquisisce il controllo della Cirenaica nel 1911. Dall'unione
di Tripolitania e Cirenaica nasce nel 1934 la colonia fascista
della Libia. Nel 1943 il ritiro
LE
ESPULSIONI
Nel
1970 Gheddafi espelle 20 mila italiani. Tripoli chiede come risarcimento
della colonizzazione la costruzione di un'autostrada di 2 mila
km per un costo previsto di 3,5 miliardi di euro
GLI
ITALIANI
Gheddafi
deve pagare i debiti contratti con le aziende
italiane danneggiate e risarcire le migliaia di italiani i cui
beni furono confiscati dopo l'espulsione
(torna su)
Libia:
messa per i caduti al cimitero italiano di Tripoli
ANSAMed
2 novembre
2007
Il vescovo
di Tripoli, Mons. Martinelli, ha celebrato oggi alla presenza
dell'ambasciatore d'Italia Francesco Paolo Trupiano e di numerosi
rappresentanti della comunità italiana la tradizionale
messa di commemorazione dei defunti, officiata sull'altare che
sovrasta la cripta dove era sepolto Italo Balbo al cimitero italiano
della capitale libica. Il cimitero di Hammangi, dove riposano
i resti di almeno 8.600 connazionali, che dopo essere stato definito
per anni il ''cimitero della vergogna'', ''il cimitero dimenticato'',
sta ritrovando poco a poco una dignità grazie al progetto
di risanamento avviato a luglio del 2006. Per anni il cimitero
di Hammangi e' stato una vera e propria discarica a cielo aperto,
profanato da mani ignote che hanno divelto le croci, spezzato
le lapidi, frugato nelle tombe in cerca di qualche catenina d'oro,
o forse solo per il gusto di profanare. Uno spettacolo
desolante, drammatico, che accolse quei primi esuli tra i 20 mila
italiani di Libia cacciati nel 1970 dal colonnello Gheddafi, che
nel novembre 2004 ottennero l'autorizzazione a tornare a Tripoli
e si trovarono davanti ad un vero scempio. L'IMG (international
management group), organismo internazionale cui e' stato affidato
l'intervento di riqualificazione ambientale - finanziato dal ministero
degli Esteri italiano - del complesso cimiteriale progettato dall'architetto
Paolo Caccia Dominioni, ha pressoché completato il lavoro
di esumazione delle 6.472 salme, di cui 3.730 sono già
state sistemate nei nuovi loculi. Le altre sono per ora conservate
in una cripta sotterranea del sacrario militare che per anni ha
accolto le spoglie di oltre 11mila soldati caduti durante la guerra
coloniale, in attesa del loro trasferimento nei nuovi loculi,
una volta completati i lavori. Rimangono da esumare solo 23 salme
che saranno trasferite in Italia appena espletate le pratiche
necessarie. I lavori di sistemazione dell'area interna al muro
di cinta proseguono, l'inceneritore, utilizzato per bruciare oltre
5000 vecchie casse in legno ed i vestiti delle salme esumate,
sarà consegnato alle autorità libiche assieme alle
casse in ferro. Resta ora da completare la terza fase del progetto
che, secondo gli impegni presi a suo tempo con le autorità
di Tripoli, prevede tra l'altro la sistemazione del piazzale esterno
e la costruzione di una nuova via d'accesso dalla strada principale.
Tutta l'area circostante al nuovo perimetro, circa 12 ettari,
verrà restituita al comune di Tripoli che ne farà
una zona verde. ''Spero che presto non si parli più di
Hammangi come del cimitero della vergogna'', disse Giovanna Ortu,
la presidente dell' associazione italiani rimpatriati
dalla Libia (Airl) , che fece parte del ''viaggio della
memoria'' nel novembre 2004. L'auspicio si sta avverando, grazie
anche al paziente lavoro dell' angelo custode degli italiani di
Libia sepolti ad Hammangi, Bruno Dalmasso, che ha guidato gli
scavi per riesumare le salme, e le ha identificate una ad una.
Grazie alla sua costanza e a quella del consolato d'Italia quei
morti hanno ormai un nome, almeno il 95%.
(torna su)
Accordo
in vista tra Italia e Libia. D'Alema: «Giusto ammettere
le colpe»
Corriere
della Sera
30 ottobre
2007
di Marco
Nese
Gheddafi
sarà accontentato. L'Italia riconosce le colpe del suo
passato coloniale. E un accordo fra Roma e Tripoli suggellerà
la nuova ritrovata amicizia. I termini dell'accordo non sono ancora
noti, ma sia il ministro degli Esteri Massimo D'Alema che l'ambasciatore
libico Abdulhafed Gaddur lo danno per concluso.
Questioni
di giorni, ha detto D'Alema, «e speriamo di annunciare un
accordo fra Italia e Libia che segna l'approdo di un lungo processo
politico durato un decennio e che ha visto progressivamente collaborazione,
distensione e cooperazione economica tra i nostri Paesi».
Sarà
un trattato di amicizia, ha aggiunto l'ambasciatore Gaddur, che
dovrà costituire «il fondamento per regolare i rapporti»
fra i due Paesi.
L'annuncio
è avvenuto al convegno sui tremila libici che nel 1911
e 1912 furono deportati dagli italiani nelle isole Tremiti, Ustica,
Ponza, Favignana e a Gaeta. Una brutta pagina di storia nazionale
rievocata dagli studiosi che hanno avuto accesso a 7 mila documenti
e memorie finora sconosciuti e che, come ha spiegato il professor
Salvatore Bono, vengono a mano a mano resi pubblici.
Allo scopo
di far emergere tutti gli aspetti deplorevoli del colonialismo
italiano, di far venire a galla i soprusi patiti dai libici, l'Italia
ha investito finora 2 milioni di euro per finanziare le ricerche
e organizzare convegni, e il professor Luigi Rossi ha sentito
il bisogno di segnalare all'ambasciatore che sarebbe il caso di
«finanziare insieme» queste attività. Anche
perché il prossimo convegno si svolgerà a Tripoli,
forse in gennaio.
Voluta da
Giolitti nel 1911, l'occupazione della Libia aveva l'ambizione
di dare all'Italia la «quarta sponda» dove trasferire
i contadini più miseri. Ne soffrì molto la popolazione
locale e per questo Gheddafi ha insistentemente richiesto la liquidazione
dei danni di guerra. E l'Italia ha cercato nel corso degli ultimi
anni con «gesti simbolici e significativi» di venire
incontro alle rivendicazioni del colonnello.
Si è
parlato della promessa di costruire un'autostrada, è stato
eretto nel 2006 un Mausoleo libico nell'isola di San Nicola, alle
Tremiti, per ricordare i libici morti in seguito a un'epidemia
quando si trovavano confinati nel 1911 e 1912. Paragonata con
i metodi operativi di altre potenze europee, quella italiana non
fu una forma di colonialismo devastante, dice Massimo D'Alema,
tuttavia gli italiani si macchiarono di comportamenti a volte
disumani. E allora, dice il ministro degli Esteri, è giusto
«riconoscere le pagine oscure del passato».
Lo ritiene
necessario anche l'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Con
Berlusconi visitò più volte la Libia, dove si rese
conto che «il dolore è rimasto nella coscienza
del popolo». Ci vogliono «parole e gesti adeguati»
per chiudere «quel capitolo tragico». La Libia merita,
secondo Pisanu, un occhio di riguardo perché ha scelto
l'Italia come interlocutore privilegiato, lo dimostra «l'accordo
per la lotta al traffico dei clandestini, l'accordo con l'Eni»
e queste forme di cooperazione sono il «modo migliore per
sanare le ferite» del passato.
Tutto giusto, i misfatti
dell'occupazione furono vergognosi, i danni incontestabili. Non
si fa però mai cenno alla tragedia patita da ventimila
italiani che nel 1970 furono espulsi da Gheddafi.
(torna su)
Farnesina,
trattato prenderà in considerazione tutti i contenziosi
aperti
Adnkronos
30 ottobre
2007
Maria Grazia Napolitano
«Capiamo
l'interesse dell'Italia a risolvere tutti i problemi con la Libia,
ma quello che non possiamo accettare è di essere le vittime
sacrificali di questo rapporto, di essere trattati dal nostro
governo peggio di come ci trattò Muammar Gheddafi».
All'indomani dell'annuncio del ministro degli Esteri Massimo D'Alema
di una prossima conclusione del Trattato di amicizia, cooperazione
e partenariato tra Roma e Tripoli, gli italiani rimpatriati
dalla Libia danno sfogo a tutta la loro delusione.
«Noi non vogliamo
entrare nelle maglie del contenzioso bilaterale - dice all'Adnkronos
Giovanna Ortu, presidente dell' Airl - Da bravi
cittadini italiani noi siamo disposti a pagare come tutti gli
altri quello che dovrà essere pagato a Gheddafi, anche
se lui si è già preso un acconto quando ci cacciò
dalla Libia, nel 1970, confiscando tutti i nostri beni».
Un acconto all'epoca del valore di 400 miliardi di lire. I rimpatriati
«non hanno nulla da obiettare, perché capiscono l'importanza
della Libia per l'Italia per quanto riguarda le questioni energetiche,
il traffico di clandestini, la lotta al terrorismo», sostiene
la Ortu, che denuncia piuttosto la «disattenzione»
del governo nei confronti delle loro richieste. «Noi ci
accontentiamo di poco, abbiamo chiesto 250 milioni di euro in
cinque anni», ricorda la presidente dell' Airl ,
precisando che sono seimila le pratiche aperte al ministero degli
Esteri.
«Quello che noi non possiamo
accettare - insiste ancora la Ortu - è che dal governo
italiano non arrivi un segnale di attenzione nei nostri confronti
prima della firma di quel trattato, non possiamo accettare di
non avere una sia pur piccola riparazione, non possiamo accettare
di essere le vittime sacrificali» della rinnovata amicizia
tra Roma e Tripoli».
Il Trattato con la Libia
si fonda su «un pacchetto negoziale complessivo e bilaterale
equo per entrambi - assicurano alla Farnesina - che terrà
conto di tutti gli interessi, anche di quelli degli esuli».
Nell'escludere che l'accordo preveda «gesti unilaterali
italiani», fonti del ministero degli Esteri insistono nel
sottolineare che «l'intesa prenderà in considerazione
tutti i contenziosi aperti e liquiderà le questioni sospese
del passato». Ancora, il Trattato, che sarà accompagnato
da una serie di protocolli applicativi, riguarderà tutti
i settori, da quello economico a quello energetico, da quello
socio-migratorio a quello infrastrutturale.
(torna su)
Italia-Libia,
Forlani (Udc): Risarcire gli italiani espulsi
Il Velino
30 ottobre
2007
“Nella prospettiva dell'accordo di cooperazione e di amicizia che
il governo italiano si accinge a concludere con la Libia e che probabilmente
impegnerà l'Italia nella realizzazione di importanti progetti
infrastrutturali in territorio libico, ritengo necessario che sia
affrontata in via definitiva anche la questione dei risarcimenti
spettanti agli italiani espulsi da Gheddafi dopo il suo
avvento al potere”. Lo afferma Alessandro Forlani, capogruppo
Udc in commissione Esteri alla Camera . “Se, come afferma
il ministro D'Alema, dobbiamo saldare alcuni debiti con il popolo
libico legati ai nostri trascorsi coloniali, dobbiamo ugualmente
ricordarci – sostiene l'esponente centrista – di
quei cittadini italiani che si videro espropriati, senza colpa,
di tutti i loro beni e costretti a lasciare una terra
in cui avevano vissuto e lavorato con passione”. “ Questa
– conclude Forlani – potrebbe essere l'occasione propizia per chiudere
anche questo capitolo, assicurando loro un'equa reintegrazione ”.
(torna su)
Scaroni
a Tripoli, Al Obeidi a Roma: riparte il dialogo dopo l'accordo
Eni in Libia
Il Sole
24 Ore
17 ottobre
2007
di Gerardo
Pelosi
Nelle stesse ore in cui, martedì 16 ottobre, l'amministratore
delegato dell'Eni Paolo Scaroni annunciava da Tripoli il "maxiaccordo"
su gas e greggio con la Noc libica con investimenti per 28 miliardi
di Euro in 10 anni, alla Farnesina il viceministro degli Esteri
di Gheddafi Al Obeidi si incontrava con i più stretti collaboratori
del ministro degli Esteri Massimo D'Alema per cercare un accordo
sul contenzioso politico bilaterale. Già a metà
dello scorso luglio Al Obeidi aveva incontrato D'Alema per concordare
le modalità di un "negoziato complessivo", un
tavolo unico sul quale affrontare le questioni degli insoluti
di pagamenti, dei visti e del "grande gesto", ossia
la costruzione della strada litoranea sulla traccia della vecchia
via Balbia (spesa prevista almeno 3 miliardi di euro). Il nuovo
clima di distensione dopo gli incidenti di Bengasi e dopo la misteriosa
chiusura, nei primi mesi del 2007, dell'ambasciata libica a Roma
(risolta dopo un viaggio lampo di Pasqua nel deserto libico del
ministro d'Alema) avrebbero favorito la firma dell'accordo che
l'Eni stava negoziando da due anni.
La conclusione
dell'intesa Eni-Noc potrebbe ora accelerare una conclusione anche
delle altre questioni rimaste aperte nel dialogo con Tripoli.
C'è perfino chi ipotizza che la firma per la proroga delle
concessioni fino al 2042 per il petrolio e fino al 2047 per il
gas siano giunte solo dopo un'intesa di massima sul principale
nodo nei rapporti italo-libici ossia il via libera da parte italiana
alla costruzione della strada per chiudere definitivamente la
vicenda del periodo coloniale con un collegamento diretto tra
accordo Eni e costruzione della strada.
Del resto
in nessun altro Paese come in Libia petrolio e politica sono due
facce della stessa medaglia. Nel '98 l'Eni riuscì a sbloccare
un negoziato lunghissimo con condizioni molto favorevoli ma soltanto
dopo la firma del "comunicato congiunto" negoziato per
l'Italia dall'allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini, in
cui il nostro Paese faceva atto pubblico di contrizione per il
periodo coloniale e si impegnava «a non fare più
patire» analoghe atrocità in futuro al popolo della
Jamahiriya. Sta di fatto che quel comunicato dettato dalle esigenze
della diplomazia economica aprì la strada ad un vantaggioso
contratto energetico.
Una logica
dello scambio che è un connotato tipico della diplomazia
di Gheddafi. Anche qualche mese fa l'iperattivismo francese di
Sarkozy (e di sua moglie Cécilia) che ha portato alla liberazione
delle infermiere bulgare sulle quali pesava una condanna a morte
è stato reso possibile a fronte dello sblocco di Parigi
per la fornitura a Tripoli di missili anticarro Milan per 168
milioni di euro.
In nome della
ragion di Stato, purtroppo, c'è sempre qualcuno che rischia
di rimetterci. Ad esempio non è chiaro se e quando
gli italiani residenti in Libia cacciati da Gheddafi nel 70 potranno
tornare in quel Paese. Il presidente dell'associazione dei rimpatriati
dalla Libia Giovanna Ortu ha espresso soddisfazione per l'accordo
Eni e per gli annunciati investimenti in attività sociali
a favore della popolazione libica anche se, ha aggiunto «l'Eni
ha risposto picche due anni fa alla richiesta di contribuire almeno
in parte alla ristrutturazione del cimitero cattolico di Tripoli».
La Ortu non si spiega inoltre come mai, a fronte di questi accordi
lucrosi per l'Italia, non si riescano a trovare i pochi milioni
di euro chiesti dai rimpatriati per una legge di indennizzo che
li ricompensi almeno parzialmente delle confische subite nel 70
da Gheddafi.
(torna su)
Eni,
accordo strategico in Libia
Il
Messaggero
17
ottobre 2007
di
Barbara Corrao
L'aereo
era pronto a decollare, il comandante aveva dato l'avviso a stewart
e hostess,
e chiesto di spegnere i cellulari. Ma Muammar Ghed dafì
non ha voluto smentire se stesso e con uno dei suoi colpi a sorpresa,
ha invitato a terra Paolo Scaroni e la sua delegazione per un
incontro fuori programma. E' questo il "brindisi" che
ha sugella to la firma del l'accordo tra Eni e Lybian National
Oil Company (Noc), la compagnia petro lifera libica. Un
vero asso che rafforza l'approvvigionamento
di gas per l'Italia e consente
al gruppo petr olifero italiano di aumentare la propria produzione
non solo di gas, ma anche
di petrolio, rinnovando così le
proprie riserve. L'Eni ha prolungato
di 25 anni, dal 1° gennaio 2008, le proprie concessioni in
terra libica: considerate
anche le estensioni, le nuove scadenze si spostano al 2042 per
il petrolio e al 2047 per il gas. E' quest'ultimo il capitolo
più interessante dell'intesa che conferma il Cane a sei
zampe come gruppo leader in Libia, dove ha una presenza consolidata
da anni. Per l'Italia significa poter contare su 8 miliardi di
metri cubi di
gas in più, ogni anno.
Tre miliardi saranno trasportati
con il gasdotto
Green stream che sarà potenziato rispetto
ad oggi. Vuol dire che nei
tubi che oggi esportano 9,2-9,3
miliardi di metri cubi di gas ne passeranno 11-12 miliardi nel
2011 quando si prevede sarà
pronto il potenziamento del gasdotto e l'ulteriore sviluppo della
produzione di gas a monte. Altri 5 miliardi di metri cubi di gas
potranno arrivare grazie alla costruzione di un nuovo impianto
di gas liquefatto nell'hub di Mellitah che sarà completato
nel 2013. Occorrerà però che in Italia si costruiscano
i rigassificatori o il gas sarà trasportato altrove (al
momento c'è solo quello dell'Eni a Pani gaglia
da 3 miliardi di metri cubi, nel 2008 sarà pronto quello
di Edison da 8 miliardi di metri cubi di gas dal Qatar).
Il
raddoppio sostanziale a Mellitah e l'aumento delle aree esplorative
accanto ai campi già sviluppati e «solitamente più
promettenti», porterà Eni e Noc a investire 28 miliardi
di dollari, metà ciascuno, nel gas e altri 800 milioni
di dollari nei prossimi 7 anni a carico dell'Eni per programmi
addizionali sul versante petrolifero in aree già scoperte.
«La
Libia è di gran lunga il primo Paese per noi» ha
commentato soddisfatto l'amministratore delegato dell'Eni Paolo
Scaroni. «Con gli attuali 290 mila barili equivalenti al
giorno - ha sottolineato - la produzione vale più del doppio
del Kashagan, dove la nostra quota di competenza, almeno nel primo
periodo, sarà di 50 mila barili al giorno».
L'Eni ha ottenuto la semplificazione
di alcuni schemi contrattuali in un unico schema standard per tutte
le aree. «E' stata una negoziazione lunga e difficile, ma
abbiamo chiuso risolvendo tra l'altro un problema grave che avevamo:
la scadenza a breve di alcuni giacimenti», ha detto Scaroni.
«Siamo diventati il primo operatore del Paese e continueremo
a crescere in Libia - ha concluso - che è per noi fondamentale».
«Si tratta di un passo importante per la sicurezza energetica
e per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici del
nostro Paese», ha commentato il ministro dello Sviluppo Bersani.
Soddisfazione anche da D'Alema, ministro degli Esteri: «Conferma
l'Eni come uno dei più importanti operatori nell'area del
Mediterraneo, nel contesto del rilancio della cooperazione economica,
commerciale ed industriale tra l'Italia ed i Paesi della regione».
L'associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia coglie
invece l'occasione per ricordare che il governo deve ancora trovare
i soldi per il loro indennizzo.
(torna su)
Ex
Tripolini: la parola d'ordine è "dialogo"
Bresciaoggi
15
ottobre 2007
Sono
passati 37 anni dall'espulsione degli italiani in Libia imposta
dal regime di Gheddafi e ieri, come ogni anno, si è tenuta
la festa dei rimpatriati.
«Il
raduno - spiega Anna Sciaraffa, delegata bresciana dell'Associazione
– oltre a un momento conviviale per i 70 nuclei familiari di rimpatriati
presenti a Brescia è l'occasione per presentare il libro
di Alberto Paratore "Sguardi sull'Islam - Tra pensiero e
attualità».
Paratore,
docente di commercio estero e islamista nato a Tripoli nel 1938,
spiega: «Il mio scritto nasce dalla volontà di creare
un dialogo continuo con il popolo islamico fondato sul vicendevole
rispetto. Nella vita pratica le differenze restano, ma nel dialogo
è possibile trovare punti di contatto». Sull'esperienza
a Tripoli, Paratore ricorda: «Non provo nostalgia, ma tranquillità
e assenza di senso di colpa. Auspico un riavvicinamento da entrambe
le parti. Da cattolico praticante non mi sento estraneo al confronto
con l'altro».
Anche
Franca Bianchini, delegata nazionale Airl, ricorda il tempo trascorso
a Tripoli: «Un legame profondo di fraternità unisce
i «tripolini». Durante gli incontri annuali, oltre
a parlare dell'annosa, irrisolta questione degli indennizzi, c'è
la gioia di tenere viva la nostra memoria culturale».
(torna su)
Il
ricatto di Gheddafi costa 461 milioni all'Ue
Il
Giornale
25
luglio 2007
Fausto
Biloslavo
In
Libia hanno patito le pene dell'inferno per otto anni, a un passo
dalla forca, ma da ieri all'alba sono finalmente libere le cinque
infermiere bulgare, assieme al medico di origine palestinese,
accusati ingiustamente di avere infettato oltre 400 bambini con
il virus dell'Hiv. Un lieto fine che non può far dimenticare
l'assurda realtà di questa vicenda, con l'Europa pronta
a piegarsi a una specie di «ricatto» di Stato.
Tutti
sapevano che le infermiere e il medico, condannati a morte, erano
innocenti e sono stati utilizzati, fin dall'inizio, come capri
espiatori per coprire le gravi manchevolezze della sanità
libica.
La
liberazione di sei innocenti è avvenuta grazie a un maxi
accordo fra l'Unione Europea e il regime, non proprio liberale,
del colonnello Muammar Gheddafi. Uno sdoganamento definitivo in
cambio di un atto dì giustizia dovuto. Inoltre sta venendo
fuori che alla fine saremo noi europei a pagare il 461 milioni
di dollari di compensazione versati alle famiglie di altre vittime
innocenti, i bambini infetti a causa della mancanza di igiene
dell'ospedale di Bengasi, dove è avvenuto il contagio.
Non solo: il «ricatto» di Stato si è trasformato
davanti ai media internazionali in un grande successo diplomatico
della famiglia Sarkozy, con la moglie del presidente francese,
Cecilia, che ha rubato la scena all'Unione Europea. A bordo di
un aereo della presidenza francese, i sei «ostaggi»
sono decollati ieri mattina da Tripoli diretti a Sofia. Nella
capitale bulgara, fra un tripudio di fiori, travolti dall'abbraccio
dei familiari, li ha accolti il presidente, Georgi Parvanov. La
grazia era già stata firmata; anche per il medico palestinese
che aveva ottenuto la cittadinanza bulgara. Da un punto di vista
tecnico le autorità libiche hanno solo «estradato»
i prigionieri, che rimanevano condannati all'ergastolo per colpe
mai commesse. La pena era stata commutata dalla sentenza capitale
che pesava sulle loro teste, e in teoria avrebbe dovuto essere
scontata in patria. «Mi hanno picchiato, riempito di pugni
e torturato in diversi modi - ripete fra le lacrime Valentina
Siropulo, una delle infermiere, ai microfoni di Sky Tg24 -. Alla
fine sono stata costretta a confessare una cosa che non ho mai
commesso».
La
tremenda ingiustizia, comprovata dalla parola di scienziati di
fama internazionale che hanno dimostrato come il contagio fosse
iniziato prima dell'arrivo delle infermiere all'ospedale di Bengasi,
è stata pagata a peso d'oro. Tripoli e l'Unione Europea
hanno firmato un accordo, che sdogana definitivamente Gheddafì
dopo la sua lunga infatuazione per i terroristi. Le esportazioni
libiche verso l'Europa vengono favorite, e saranno forniti aiuti
nella lotta contro l'immigrazione illegale. Inoltre sono previsti
finanziamenti per il patrimonio archeologico libico e facilitazioni
nel rilascio dei visti.
L'aspetto
più complesso del «ricatto» è che l'Europa
si impegna a migliorare la lotta all'Aids in Libia e di fatto
rimborsa i 461 milioni di dollari, uno a testa circa, già
versati alle famiglie dei piccoli infettati dal virus. Lo ha ammesso
l'eurocommissario alle Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner,
che era a Tripoli per firmare l'accordo ed è ripartita
con i bulgari scarcerati. Non è chiaro chi tirerà
fuori i soldi versandoli sul cosiddetto Fondo di Bengasi, che
per ora è finanziato da Stati Uniti, Repubblica Ceca, Slovacchia,
Bulgaria, Francia. La Commissione Europea ha previsto di versare
12,5 milioni di euro, e probabilmente toccherà anche all'Italia
versare uffa quota. La situazione si è sbloccata dopo l'arrivo
a Tripoli domenica sera della moglie del presidente francese,
Cecilia Sarkozy. La first lady di Parigi, assieme all'austriaca
Ferrero-Waldner, sono state ricevute da Gheddafi. Lunedì
è stato firmato l'accordo con l'Ue, poi le due donne sono
volate a Sofia, con gli innocenti finalmente liberi. Oggi a Tripoli
è atteso lo stesso presidente francese, Nicolàs
Sarkozy, per incassare l'ultimo tributo di immagine di questa
brutta storia e stringere la mano a Gheddafi.
Il
colpaccio della famiglia Sarkozy non è piaciuto a molti
Paesi europei, tra cui l'Italia, la Germania e la Gran Bretagna,
che hanno espresso la loro irritazione.
(torna su)
Infermiere
libere: vittoria di Sarko
La
Stampa
25
luglio 2007
Marco
Zatterin
«Partiamo».
Alle sei e mezzo Benita Ferrero-Waldner, responsabile Ue
per le relazioni esterne, ha inviato un sms a Bruxelles per avvertire
che la trattativa era conclusa e che, dopo oltre otto anni dietro
le sbarre, le cinque infermiere bulgare e il dottore palestinese
condannati all'ergastolo in Libia con l'accusa di aver infettato
col virus dell'Aids 461 bambini potevano tornare a Sofia. Fine
dell'incubo, con gli abbracci ai piedi della scaletta per il sestetto
liberato e gli applausi per le due protagoniste del lieto fine,
la commissaria austriaca, che per mesi ha pazientemente tenuto
il bandolo del negoziato, e Cecilia Sarkozy, first lady francese
messa in scena nelle ultime due settimane dal marito per dare
la spinta finale all'intesa. Sorrisi e soddisfazione di rito.
Al
di là della vicenda umana, la liberazione dei sei prigionieri
sblocca di fatto le relazioni fra l'Europa e il paese di Gheddafi
facendo nascere più d'un interrogativo. L'Europa ha pagato
per il rilascio? Quanto? Chi? E perché? «Non è
stato dato il minimo contributo finanziario» ha detto il
presidente francese Sarkozy, smentendo il ministro degli Esteri
di Tripoli, Abdelrahman Shalhgam. La versione ufficiale della
Ferrero-Waldner è che la Commissione si è impegnata
a «cercare donazioni volontarie governative e non»
da far arrivare a un fondo libico di sviluppo economico e sociale
per un totale di 461 milioni di dollari. La somma equivale a un
milione per ognuno dei bambini contagiati dall'Hiv.
Non
è un riscatto. È «un contributo». La
legge islamica consente alle vittime di concedere perdono e indulgenza
in cambio di un'offerta. Con 750 mila euro a testa il sangue è
lavato, mentre un'astuzia giuridica impedisce di dire che la libertà
sia stata barattata violando la legge libica: Tripoli aveva condannato
a morte i sei, poi optato per l'ergastolo, quindi ha stabilito
che la pena fosse scontata in Bulgaria; tornati in patria, sono
stati subito graziati.
L'intreccio
si infittisce con l'apparizione in extremis dell'emiro del Qatar.
«Ha fatto un intervento umanitario», ha precisato
Sarkozy. Probabilmente ci ha messo qualcosa di tasca sua, come
la Bulgaria che avrebbe promesso 44 milioni di dollari e gli stessi
libici, pare impegnati con 74 milioni. La Commissione Europea,
che ha versato 2,5 milioni di euro per l'ospedale di Bengasi,
chiederà agli stati membri «un impegno complessivo
sul bilancio di 12,5 milioni di euro». Tutti soldi, almeno
a quanto pare, sulla carta.
C'è
di più. «Questa decisione apre la strada per un nuovo
e accresciuto rapporto tra Ue e Libia e rafforzerà i nostri
legami con la regione del Mediterraneo e dell'Africa» recita
la Ferrero-Waldner. In effetti, oltre al risarcimento, la liberazione
si accompagna con un memorandum col quale la Commissione, su mandato
dei Ventisette, ridisegnerà le relazioni bilaterali. È
la premessa per una rivoluzione politica ed economica: accesso
facilitato per l'export libico; aiuti tecnici e finanziari all'archeologia;
costituzione d'un dispositivo di controllo sull'immigrazione clandestina;
formazione universitaria; maggiore libertà di circolazione
sul vecchio continente.
Bruxelles
si sforza di dimostrare che l'Ue marcia compatta. Non è
vero. Gheddafi già sogna un asse preferenziale con Sarkozy
che ammira per la verve con cui progetta l'Unione Mediterranea
(Parigi avrebbe anche proposto tecnologie per l'energia nucleare).
Il presidente oggi sbarca a Tripoli e la missione di Madame Sarko
segna dunque l'avvio di una strategia più ampia, sospetto
che ha fatto innervosire parecchie capitali, a partire da Berlino,
visto che i tedeschi hanno fatto il diavolo a quattro per i bulgari.
Delizioso il modo in cui il ministro degli esteri portoghese Amado,
presidente di turno, ha spiegato come mai non abbia ringraziato
formalmente i francesi: «Non ho citato paesi - ha detto
-. E poi siamo chiari: sarebbe stato assurdo rifiutare il peso
negoziale che Parigi poteva esercitare in questa vicenda».
L'Italia, in compenso, non s'è vista, pare abbia lavorato
sottotraccia. Dietro le quinte, si racconta, anche Londra. Poche
settimane fa Blair ha siglato con Tripoli un accordo per lo scambio
dei prigionieri. Quali? Gli osservatori fanno notare che è
riaperto il processo per Lockerbie. E che in galera c'è
un solo detenuto. Libico, guarda caso.
(torna su)
Il
gran ritorno del colonnello
Il
Sole 24 Ore
25
luglio 2007
L'inizio
del disgelo
Nelle
aspettative di Tripoli, la liberazione delle infermiere bulgare
sono la chiave del miglioramento dei rapporti con l'Occidente.
La Libia esce da più di vent'anni di isolamento, culminato
nel dicembre 1988 quando un jet della Pan Am, in volo da New York
a Londra, precipita in Scozia, a Lockerbie, uccidendo 270 persone.
Solo nel 2003 Tripoli accetterà la responsabilità
per l'attentato, per poi abbandonare i piani di armamento nucleare
L'accordo
con la Ue
Alcuni
Paesi membri della Ue sono già tra i principali partner
commerciali della Libia, ma l'accordo firmato ieri è destinato
a trasformare lo scenario delle relazioni future. L'intesa prevede
misure per facilitare l'accesso alle esportazioni libiche nel
mercato europeo, in particolare prodotti agricoli e pesca; aiuti
tecnici e finanziari nel settore dell'archeologia e del restauro;
collaborazione nella sorveglianza delle frontiere libiche per
affrontare l'immigrazione clandestina; borse di studio e formazione
di studenti libici nelle università europee; consegna dei
visti di classe A ai cittadini libici che vivono all'estero in
cambio della soppressione dei visti per i cittadini dell'Unione
europea.
L'indennizzo
«Il
Fondo internazionale di Bengasi per l'aiuto ai bambini vittima
dell'Aids, finanziato da Ue, Usa, Bulgaria e Libia, verserà
461 milioni di dollari alle famiglie dei bambini che hanno contratto
l'Aids nell'ospedale della città.. La Commissione Ue verserà
12,5 milioni di euro, il fondo è aperto a donatori di tutto
il mondo.
Gli
Stati Uniti
Nel
2004, dopo 24 anni, gli Stati Uniti riallacciano legami diplomatici
con la Libia, e poco dopo il presidente George W. Bush mette fine
all'embargo commerciale. Il passo successivo è la rimozione
della Libia dalla lista dei Paesi sostenitori del terrorismo.
L'11 luglio scorso Bush ha annunciato l'arrivo del primo ambasciatore
americano a Tripoli dopo 35 anni.
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