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L'accordo Italia-Libia: ci siamo anche noi

L'Airl
e l'accordo
del 30 agosto

Annamaria Cancellieri: il "nostro" commissario conquista Bologna

Italia d'Africa

maggio-luglio 2010

I due professori innamorati del raìs

Corriere della Sera

14 settembre 2011

Il bacio a Muammar

La Repubblica

10 settembre 2011

Italiani cacciati da Gheddafi, anche noi nella rifondazione

AGI

2 settembre 2011

L'illusione dentro la testa di Gheddafi che alimenta la guerriglia

Il Foglio

27 agosto 2011

La mia Libia d'oro profanata dal Rais

Corriere della Sera

26 agosto 2011

La maledizione della via Balbia

Il Sole 24Ore

25 agosto 2011

Com'era triste la città del Rais

La Repubblica

25 agosto 2011

"Mal di Tripoli, mito e affari: la patria persa degli italiani d'Africa

Il Corriere della Sera

23 agosto 2011

La disfatta di Gheddafi è vicina

Il Corriere della Sera

20 luglio 2011

L'esistenza delle tribù

Il Corriere della Sera

28 giugno 2011

Libia, i calciatori contro il Colonnello

La Repubblica

26 giugno 2011

A Roma la Costituente per gettare le basi della nuova nazione

La Stampa

17 giugno 2011

Saif Gheddafi : Subito elezioni. E' l'unico modo indolore per uscirne

Corriere della Sera

16 Giugno 2011

Tripoli, profanato il cimitero italiano

La Repubblica

5 Giugno 2011

Libia, profanato cimitero italiano di Tripoli,danneggiata cappella

Il Tempo

4 Giugno 2011i

Libia, profanato cimitero italiano di Tripoli

ANSA

4 Giugno 2011

Profanato il cimitero italiano a Tripoli

AdnKronos

4 Giugno 2011

Frattini vola a Bengasi e promette soldi e benzina

Corriere della Sera

1 Giugno 2011

Gheddafi: porteremo la guerra in Italia

Il Sole24 ore

1 Maggio 2011

Pasticcio libico. Febbre padana

Corriere della Sera

30 Aprile 2011

Nato a Tripoli e cacciato da Gheddafi mi schiero a fianco dei fratelli libici

Mattino Padova

2 Marzo 2011

Intervista al principe Idris Al Senussi

Libero

17 Aprile 2011

Libyan rebels, hoping for one state, prepare for two

Washington post

5 Aprile 2011

Il raìs che ci ha cacciato deve andar via

Nuova Sardegna

3 Aprile 2011

Nonostante tutto amore intatto

Prismanews

25 Marzo 2011

Rais spietato con gli italiani perdonato da tutti i governi

Il Tempo

27 Marzo 2011

E' ora di finirla con il vittimismo

Il Tempo

27 Marzo 2011

L'Europa che non vuole disturbare Gheddafi

La Repubblica

17 Marzo 2011

Fuga dalla Libia, 44 anni fa l'esodo Corriere della Sera 22 Febbraio 2011

Quelle parole sul nostro paese Corriere della Sera

3 Marzo 2011

La follia di Gheddafi ci ha reso fratelli

Secolo D'Italia

26 Febbraio 2011

Sono nato in Cirenaica adesso è il regno del terrore

Il corriere della sera

21 Febbraio 2011

Raffiche di mitra e finto tripudio nella capitale ormai impazzita

La Stampa

7 Marzo 2011

Le conquiste della Libia a suo di petrodollari

Il Solo 24 ore

2 Marzo 2011

Tre scenari per una crisi

Il Corriere della Sera

7 Marzo 2011

Roman Ruins

Foreign Policy

3 marzo 2011

Quando tutto profumava d'Italia

Il Sole 24Ore

24 febbraio 2011

Silvione l'africano

Il Venerdì

7 gennaio 2011

In arrivo 150 milioni per gli espulsi libici

Il Sole 24Ore

2 dicembre 2010

Gheddafi loda l'Italia per la lotta ai clandestini, ma il Quirinale frena sul cavalierato al rais

Il Sole 24Ore

29 novembre 2010

I libici ci attaccano con le nostre navi

Il Giornale

14 settembre 2010

Gheddafi sorride ma ci attaccano ogni giorno

La Repubblica

14 settembre 2010

"Quel Trattato non ha mai sciolto il nodo sulle acque territoriali"

La Repubblica

14 settembre 2010

Il Trattato da riscrivere

Corriere della Sera

14 settembre 2010

Se Gheddafi ci ripaga così

Il Messaggero

14 settembre 2010

E' il momento di risolvere vecchie questioni

Il Tempo

28 agosto 2010

I profughi italiani: ancora non ci hanno risarcito un euro

Adnkronos

28 agosto 2010

Gheddafi: delusi i rimpatriati italiani, di noi non si parla mai

AGI

31 agosto 2010

La presidente dei rimpatriati italiani: “Roma come Tripoli non ci ha dato un euro”

Quotidiano Nazionale

31 agosto 2010

Incresciosa messa in scena o forse solo un boomerang

Avvenire

31 agosto 2010

Gheddafi: "Bene festeggiamenti, resta amarezza mancata firma decreto"

Comunicato stampa dell'On. Marco Marsilio

Gheddafi sbarca a Roma accolto da 200 hostess

Il Sole 24Ore

29 agosto 2010

Le vacanze romane di Gheddafi

L'Unità

29 agosto 2010

Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

La Repubblica

28 agosto 2010

Rimpatriati, attendiamo giustizia da governo a vigilia 40/mo anniversario confisca proprieta' italiani

ANSA

20 luglio 2010

Italiani cacciati dalla Libia: 40 anni senza giustizia

La Vera Cronaca

20 luglio 2010

L'Italia proteggeva Gheddafi, il DC-9 fu abbattuto dai francesi

Il Fatto Quotidiano

26 giugno 2010

Tra Cavaliere e Colonnello non c'è

solo la Svizzera

Il Riformista

15 giugno 2010

Il Cavaliere in Libia per chiudere la crisi con Berna

Il Sole 24Ore

13 giugno 2010

Berlusconi a Tripoli dopo Sofia

La Stampa

13 giugno 2010

The Gaddafi-Berlusconi connection

The Guardian

4 September 2009

Video di Berlusconi che bacia la mano a Gheddafi

Repubblica.it

28 marzo 2010

Libia-Europa, risolta la crisi dei visti. «Grazie all'Italia»

Corriere della Sera

28 marzo 2010

La Libia respinge i cittadini europei

Il Secolo XIX

15 febbraio 2010

"Ma perché vi stupite? Quello è capace di tutto"

La Stampa

16 febbraio 2010

Il Quadrifoglio ha organizzato il convegno "Italia-Libia: pari diritti, pari opportunità"

IRIS Press

26 novembre 2009

Tutti zitti sulle "lezioni" di Gheddafi

Corriere della Sera

18 novembre 2009

Libri. L'Italia e l'ascesa di Gheddafi

Il Foglio

23 ottobre 2009

Noi fiorentini, dall'altra parte della Libia

Corriere Fiorentino

16 ottobre 2009

Le imprese aspettano 626 milioni da Gheddafi

CorrierEconomia

28 settembre 2009

Italia e Libia di Gheddafi una pietra sul passato

Corriere della Sera

3 settembre 2009

Quel Tenente Colonnello che ha saputo dire no a Gheddafi

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Il tenente colonnello Massimo Tammaro, alla testa della formazione acrobatica

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Mostra sul colonialismo.

L' ambasciatore protesta

Corriere della Sera

31 agosto 2009

Italia-Libia: sit in Udc davanti ambasciata, non ci inchiniamo a Gheddafi

Adnkronos

31 agosto 2009

Berlusconi con Gheddafi: rigorosi sull'immigrazione

Sole 24 Ore

Gerardo Pelosi

Da frecce tricolori a frecce beduine per onorare il Rais

Libero

30 agosto 2009

Quello scatolone di sabbia che unì Mussolini e Nenni

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Lamberto Dini: «Partner strategico Sarebbe un errore non partecipare»

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Storace: Dini penoso e antitaliano

Agenzia Dire

28 agosto 2009

L'arte del raìs. Bastonare anche gli amici

Libero

28 agosto 2009

Il Cavaliere evita imbarazzo e polemiche

La Stampa

28 agosto 2009

L'esempio di Fini e l'orgoglio delle Frecce Tricolori

Il Riformista

28 agosto 2009

Solo noi saliamo sul cammello

Il Riformista

28 agosto 2009

Tra Malta e Libia ringraziamenti e gratitudine

Avvenire

26 agosto 2009

Inchinarsi ai dittatori è sempre sbagliato

Libero

26 agosto

Assurdo omaggio al dittatore: le Frecce Tricolori da Gheddafi

Libero

25 agosto 2009

Airl, governo guarda solo convenienza economica

Ansa

25 agosto 2009

Finmeccanica, maxiaccordo con la Libia

Corriere della Sera
29 luglio 2009

Fini e la Libia: deludente sulla vicenda dei profughi

Corriere della Sera

22 luglio 2009

Interventi & Repliche

Corriere della Sera
27 giugno 2009

Col G8 torna Gheddafi: attenti alla dignità

Politicamente

corretto

2 luglio 2009

La tenda beduina e le imprese senza dignità

La Repubblica Affari&Finanza

15 giugno 2009

Se la diplomazia diventa uno show

La Repubblica

14 giugno 2009

Piegare troppo la schiena non raddrizza gli affari

Libero

14 giugno 2009

Missione a Tripoli in difesa dei diritti dei migranti

Il Sole 24ore

14 giugno 2009

Agli esuli cacciati via nel 1970: «Vi ho salvato dalla deportazione»

Il Giornale

14 giugno 2009

Alfeo e la casa persa due volte

Il Sole 24Ore

14 giugno 2009

La foto di Gheddafi

Gazzetta di Parma

13 giugno 2009

Gheddafi non arriva, Fini annulla l'incontro

Corriere della Sera

13 giugno 2009

La mia foto sul petto

Corriere della Sera

12 giugno 2009

“Incontrerò Gheddafi senza alcun rancore”

Il Giornale dell'Umbria

12 giugno 2009

Accolto con troppi onori

Il Tempo

12 giugno 2009

 

Libertà (di far quel che gli va)

La Stampa

12 giugno 2009

 

Il colonnello ala sapienza un discorso fuori Onda

Il Riformista

12 giugno 2009

 

Borghezio: «Da leghista chiedo scusa alla Capitale»

Libero

12 giugno 2009

Scusarsi per la storia? Quella foto sulla giacca del dittatore

UnSognoItaliano.it

11 giugno 2009

Dromedari e flamenco, anche Roma ci casca

Il Messaggero

11 giugno 2009

Ma quella foto la poteva evitare

Il Giornale

11 giugno 2009

Un'occasione di chiarezza

Corriere della Sera

11 giugno 2009

Cassone (Pdl): "Giovedì non sarò in Aula se Gheddafi si rifiuta di incontrare l'Airl"

Adnkronos

9 giugno 2009

Gheddafi a Roma: agenda pronta, tre giornate intense

Ansa

5 giugno 2009

Martines: «Fui cacciato dalla Libia e ho perso tutto. Sbagliato riverire quel despota»

Il Gazzettino

1 giugno 2009

La Russa: risarcire italiani espulsi nel 1970

Apcom

17 maggio 2009

Gheddafi,"l'amico libico" in Italia per una visita storica

La Repubblica

14 maggio 2009

Mantica a Tripoli per inaugurazione cimitero

Ansa

8 maggio 2009

Mantica, a rimpatriati italiani un riconoscimento morale

Ansa

8 maggio 2009

I profughi dalla Libia “Ci restano solo briciole e ricordi”

La Sicilia

20 aprile 2009

Berlusconi: in Libia ne abbiamo combinate di tutti i colori

ANSA

11 marzo 2009

La diplomazia dell'Eni dietro l'intesa con la Libia

Il Sole 24Ore

4 marzo 2009

La Libia e la strategia mediterranea

Il Tempo

4 marzo 2009

I fondi libici in Italia con Mediobanca

La Repubblica

13 febbraio 2009

Tripoli offre capitali e chiede in cambio legittimazione politica

Il Sole 24Ore

13 febbraio 2009

Ciarrapico: «Porteremo il caffè al beduino»

Corriere della Sera

4 febbraio 2009

Camera, si' a risarcimento per italiani espulsi

ANSA

21 gennaio 2009

Aiuti alla Libia se risarcirà i nostri esuli del ‘70

Libero

21 gennaio 2009

Marsilio e Rampelli (Pdl), risarcimento esuli chiude capitolo doloroso

AdnKronos

20 gennaio 2009

Rimpatriati soddisfatti, accolte nostre istanze

ANSA

20 gennaio 2009

Mecacci, governo ripristini cifra indennizzi

AGI

20 gennaio 2009

Un trattato contestato

L'Opinione

20 gennaio 2009

Petrolio, spunta l'addizionale Italia-Libia

Il Sole 24Ore

15 gennaio 2009

Maroni: "Rimpatri immediati". Lite con La Russa

Il Messaggero

30 dicembre 2008

Rimpatriati, soddisfare i nostri diritti

ANSA

20 dicembre 2008

Rimpatriati dalla Libia: gli indennizzi

Corriere della Sera

14 dicembre 2008

Libia e Eni: storia di una relazione

senza rotture

Corriere della Sera

8 dicembre 2008

Eni, i fondi libici prenotano il 10% del capitale

Il Tempo

8 dicembre 2008

I comunicati degli incontri istituzionali con l'Airl

19 settembre-3 novembre 2008

I libici rivelano 20 anni dopo: «Così Craxi salvò Gheddafi»

Corriere della Sera

31 ottobre 2008

 

Libia: Frattini, lavoreremo per indennizzi rimpatriati italiani
AGI

30 ottobre 2008

Italia-Libia, Marsilio: Siano risarciti gli italiani rimpatriati

Il Velino

30 ottobre 2008

Italia-Libia: Frattini, risolveremo problema indennizzi

ANSA

30 ottobre 2008

 

Libia, Frattini: accordo bipartisan, auspico ratifica bipartisan

Il Velino Diplomatico

30 ottobre 2008 

Tra Italia e Libia chi è il fesso?

L'Opinione delle Libertà

24 ottobre 2008

Ecco chi è seduto sulla sponda italiana della Libia di Gheddafi Il Riformista

23 ottobre 2008

"Italia e Libia saranno alleati militari". Ecco i segreti del Trattato

La Repubblica 23 ottobre 2008

Il testo del Trattato "storico" tra Italia e Libia del 30 agosto 2008

Italia-Libia: Rimpatriati, chiediamo 350 milioni, Letta disponibile

ANSA

22 ottobre 2008

Gli esuli: "Gheddafi in Italia non ci mette piede"

Il Secolo XIX

9 ottobre 2008

Fini riceve Associazione Rimpatriati dalla Libia

Comunicato Stampa

8 ottobre 2008

 

Libia: Ortu (Airl), no a Gheddafi in Italia se Berlusconi non ci chiede scusa

Adnkronos

8 ottobre 2008

Andreotti, Dini, Latorre, Pisanu. Tutti nel deserto da Gheddafi Corriere della Sera 8 ottobre 2008

Tripoli non è suol di risarcimenti Panorama Economy

8 ottobre 2008

Dichiarazioni di Frattini e Baldassarri in Commissione Finanze del Senato

7 ottobre 2008

Lettere per chiedere un incontro al Presidente del Consiglio

5 maggio 2008-

6 ottobre 2008

Italia-Libia: Rimpatriati, Frattini cattivo e offensivo

Ansa

3 ottobre 2008  

Italia-Libia: Frattini, non dimentichiamo diritti rimpatriati Ansa

3 ottobre 2008

Ortu (Airl), rivendichiamo giusti indennizzi prima di ratifica accordo
Adnkronos

27 settembre 2008

Italiani d'africa, dimenticati dallo Stato

Famiglia Cristiana

25 settembre 2008

Marsilio (Pdl): “Solidarietà ai rimpatriati dalla Libia”

9 colonne

24 settembre 2008

E i rimpatriati italiani protestano oggi davanti a palazzo Chigi

Avvenire

23 settembre 2008


Libia: Gasparri incontra delegazione rimpatriati

Comunicato stampa

19 settembre 2008






LEGGE 26 marzo 1999, N. 68

LEGGE 29 GENNAIO 1994, n. 98

LEGGE 1° giugno 1991, n. 166

LEGGE 5 aprile 1985, n. 135

LEGGE 2 maggio 1983, n. 181

LEGGE 26 dicembre 1981, N. 763

LEGGE 26 gennaio 1980, n. 16

LEGGE 6 dicembre 1971, n. 1066

 


 

Annamaria Cancellieri: il “nostro” commissario conquista Bologna

 

Italiani d'Africa

Maggio-luglio 2010

Giovanna Ortu

 

*Nel giorno della nomina del commissario Annamaria Cancellieri a Ministro dell'Interno, riproponiamo l'articolo pubblicato su Italiani d'Africa nel luglio del 2010

 

Amabile, se è possibile ancor più della sua sorridente segretaria che così si chiama. Questa è la prima impressione all'apparire del nostro “personaggio” Annamaria Cancellieri, donna dal piglio deciso e dalla luminosa carriera, tornata in pista, subito dopo essere andata “a riposo”, nel ruolo prestigioso di Commissario del Comune di Bologna a seguito delle dimissioni del sindaco Flavio Delbono.

Prima di incontrarla ho il tempo di leggere sul Resto del Carlino del 6 maggio la sua battaglia del giorno: è contro i graffiti che imbrattano la città. Dice il Commissario: “Puliremo tutti i palazzi di proprietà comunale”, un'affermazione accompagnata dal fermo invito rivolto a tutti i proprietari privati a seguire questo “esempio” dando “segnali immediati e concreti perché Bologna è bellissima”

È un amore ricambiato quello del Commissario Cancellieri per la Città. Insediatasi nel febbraio scorso ha subito conquistato i bolognesi riuscendo a sbloccare tanti progetti primo fra tutti quello del metrò che sarà finanziato a piccole rate così da non deprimere gli investimenti necessari a far vivere il capoluogo emiliano.

Del suo mandato, che durerà fino alle prossime elezioni fissate presumibilmente nella primavera del 2011 Annamaria Cancellieri lascerà certamente il segno, dando un'ulteriore prova della sua esperienza nell'affrontare i problemi in concreto e delle sue spiccate capacità di mediazione.

Ma lei ed io oggi dobbiamo parlare di altre cose, certo più nostalgiche perché vecchie di quarant'anni; sicuramente più allegre perché si rifanno al tempo della nostra gioventù, comunque venate di tristezza e commozione. Così lei ricorda l'incontro all'aeroporto di Fiumicino con suo padre nel settembre del '70: “un uomo distrutto, improvvisamente invecchiato, quasi malato di dolore e incredulità per aver perso ogni suo avere”.

In quel periodo Annamaria, dopo la laurea alla Sapienza di Roma col massimo dei voti, aveva già dato avvio alla sua attività lavorativa, al contrario di tante “signorine bene” (me compresa) impegnate a costruirsi un futuro un po' limitato di madri di famiglia e di perfette casalinghe.

Dopo pochi minuti di conversazione ci sentiamo amiche di vecchia data anche se non ricordiamo di esserci mai incontrate a Tripoli. Forse i quattro anni che ci separano – io sono più grande di Lei – hanno fatto sì che io fossi già adolescente quando lei era ancora una bambina ma quanti ricordi in comune di cose, case e persone; basti pensare che suo padre, l'Ingegner Virgilio, e mia madre sono stati così amici da ragazzini che mia mamma ha sempre ricordato il suo coetaneo come un ragazzo golosissimo, soprattutto di cioccolata. Io, lo confesso, sono un po' intimidita dal suo ruolo e un po' incredula della facilità con la quale si muove in ufficio e fuori senza scorta, senza autista, accompagnata solo dalla spontaneità del suo sorriso e dalla garbata semplicità dei suoi modi. Non è un caso che prima di me avesse ricevuto una famiglia di immigrati con due deliziosi piccoli bimbi del Gabon che attendono dal Commissario un aiuto per la sistemazione del loro papà ed intanto girano felici per l'anticamera gratificando anche me di baci e sorrisi.

Per Annamaria che, insieme a fratelli e sorelle ha sempre frequentato le scuole a Roma, il ricordo di Tripoli è ancor più bello perché legato alle lunghe estati di vacanza, alle estenuanti nuotate in quel mare bellissimo, alle gite a Leptis Magna e Sabratha, alle serate danzanti sulla terrazza dell'Uaddan al ritmo delle canzoni dal vivo di un Peppino di Capri giovanissimo e già famoso.

E in quelle estati tripoline, complice il mare, il sole e la musica Annamaria ha pure trovato l'amore. Da allora Le è accanto il marito Nuccio Peluso (Zezè per gli amici) padre dei suoi due figli Piergiorgio e Federico nati in Italia ma che sono ansiosi di poter finalmente conoscere davvero, al di la dei racconti di papà e mamma, il paese dei loro genitori, dei loro nonni e del bisnonno che era giunto a Tripoli nel 1911 con una moglie preoccupatissima di riuscire ad assicurare al figlio Virgilio, apparentemente gracile, le condizioni igieniche che considerava indispensabili: ma fu proprio giocando tra la sabbia con i coetanei indigeni e divorando, da goloso qual era, i datteri impolverati che il ragazzino si fortificò: e la mamma si arrese!

Annamaria ancora adesso ha amici tripolini quasi in ogni città dove ha vissuto e lavorato, amici che seguita a frequentare regolarmente: a Siracusa e Catania dove vivono i cugini Franca e Antonio Peluso, a Roma dove vive la sorella Caterina (Nellina) che ha per marito un non “tripolino” che immagino sia felicemente rassegnato ad essere entrato a far parte della schiera dei rimpatriati,il fratello Franco che a Tripoli ha lavorato a lungo anche dopo il 1970, la sorella Luciana (Lilli) che ha sposato Kevork (Giorgio) Devruscian, tripolino d.o.c. perché nato e vissuto a Tripoli sino alla guerra dei cinque giorni e alla nascita della figlia Carlotta nel 1967.

Ognuno di loro ha nei confronti della Libia sentimenti diversi. Annamaria sogna fortemente di tornare a rivedere quel Paese soprattutto per mostrarlo ai figli e per rivivere con il marito emozioni e ricordi intensissimi. Il cognato Giorgio non ne vuole più sentire parlare,forse perché l'ha amata troppo e ne ha sofferto troppo. Nellina è agnostica, ma ci tornerebbe volentieri con i figli. Franco è l'unico ad aver mantenuto i contatti e va e torna da Tripoli con frequenza,ama tanto quella città che, se potesse, ci vivrebbe volentieri. Ma ho la sensazione che un nutrito gruppo della famiglia Cancellieri, giovani e meno giovani, farà un “viaggio della memoria” appena possibile; appena Annamaria riuscirà a ritagliarsi uno spazio negli impegni connessi al suo ruolo che svolge con tanta passione; il giorno stesso del nostro incontro è partita per Roma per partecipare all'incontro che il Capo dello Stato ha riservato alle vittime del terrorismo. Mentre scrivo, ho appena letto della decisione del Commissario Cancellieri di dare un senso diverso alla cerimonia per l'anniversario della strage alla stazione di Bologna. Ad evitare dolorose e inaccettabili contestazioni questa volta, dopo trent'anni, non più politici sul palco, ma solo il rappresentante dei familiari delle vittime ancora in attesa che venga sollevato il velo sul segreto di stato decisivo per arrivare finalmente alla verità. Il Commissario naturalmente sarà presente ma ha deciso di non prendere la parola.

“La politica che tace: comunque la si voglia leggere un evento raro” chiosa Francesco Alberti autore dell'articolo. E noi aggiungiamo “chi lavora non chiacchera”.

Mentre questo giornale va in macchina i sondaggi riferiscono dell'autentico entusiasmo con il quale sempre più bolognesi, sia di destra che di sinistra, accoglierebbero la nomina della Cancellieri a candidato sindaco nelle prossime elezioni: “ci si aspettava un burocrate tiranno e invece spunta Annamaria Cancellieri: un fenomeno patriarcale!” scrive l'Espresso. Se si votasse oggi il commissario-candidato “vincerebbe di volata” leggo su Il Venerdì di Repubblica. L'unica titubante, se non contraria, è finora la “candidata” pur dopo gli apprezzamenti bipartisan da Prodi a Fini passando per Lucio Dalla. Annamaria ha fatto sapere che di “appartenere ad una schiatta incoercibile: quella al di sopra delle parti che, lontani dai riflettori sono la spina dorsale dello Stato”.

Ma noi tutti suoi “colleghi rimpatriati” come pressante e accorata sollecitazione ad Annamaria vorremmo dirle di fare violenza al suo legittimo credo per dimostrare al Paese quanto possa fare una persona capace, onesta e credibile non solo per il bene di una città, ma soprattutto come esempio di “meritocrazia”.

 


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Libia: La Russa, vicino a rimpatriati, comprendo loro commozione
Prossima volta che andro' a Tripoli mi faro' accompagnare dalla signora Ortu

 

Adnkronos

20 ottobre 2011

 

"Ho dovuto interrompere la telefonata oggi perchè sentivo tutta la commozione della signora Ortu quando l'ho chiamata per informarla della cattura di Gheddafi". Lo dice ai cronisti Ignazio La Russa riferendo la telefonata con Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

"Una signora eccezionale -aggiunge- di una vitalità incredibile, che ha dedicato molti anni della sua vita a mantenere vivo il legame con la Libia degli italiani che vennero cacciati da Gheddafi".

"La signora Ortu -prosegue il ministro della Difesa- mi ha detto che la fine di Gheddafi è la seconda bella notizia in poco tempo dopo che Jalil, alcuni giorni fa, ha riconosciuto come la permanenza degli italiani in Libia abbia coinciso con un periodo di crescita morale e materiale per il Paese. La prossima volta che andrò in Libia -conclude La Russa- mi farò accompagnare dalla signora Ortu".

 

 


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Libia: Rimpatriati, ora popolo libero e pieno di prospettive
Ortu (Airl), ho pianto di commozione parlando con La Russa


Adnkronos

20 ottobre 2011

 

Con la morte di Gheddafi finalmente in Libia ci sarà "solo democrazia e libertà" e il popolo libico, da oggi in poi "è veramente libero, ricco e pieno di prospettive". E' commossa la presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, che - dice all'Adnkronos - di aver pianto di commozione "parlando al telefono con il ministro La Russa" che "mi ha detto 'so che significa questo per voi".

"Sono commossa non tanto per la fine di un uomo, perchè la vita di un essere umano non ha prezzo, fosse anche l'ultimo criminale della terra - aggiunge - ma per quello che ciò significa per il popolo libico. Devo poter credere che ci sarà solo democrazia e libertà, come ho avuto modo di constatare nel mio viaggio a Bengasi 15 giorni fa".

"Da parte nostra - aggiunge - faremo tutto ciò che, con le nostre forze, potremo fare: abbiamo tanti progetti. Ci hanno chiesto aiuto in determinati settori, quali l'ambiente, i giovani, oltre che il ripristino dell'architettura dell'era coloniale, non per un 'ritorno al passato', ma per ciò che hanno significato nella storia della Libia. Una storia che da oggi in poi è la storia di un popolo veramente libero, ricco e pieno di prospettive. Per il 29 e 30 ottobre - conclude - abbiamo organizzato a Roma il convegno del centenario, al quale parteciperà anche un esponente del Cnt, e quella sarà l'occasione per fare festa insieme".


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I due professori innamorati del raìs


Corriere della Sera

14 settembre 2011

Stella Gian Antonio

Pag. 43

 

Gli illustrissimi Luigi Frati e Giovanni Lobrano hanno cambiato idea sul «professor» Muammar Gheddafi? O si getteranno anche loro all'inseguimento dell'ex dittatore libico non per consegnarlo ai ribelli, si capisce, ma per tornare a invitarlo a fare una lectio magistralis o addirittura a ritirare una laurea honoris causa? I primi ad avere questa curiosità dovrebbero essere gli studenti della Sapienza di Roma e della facoltà di giurisprudenza dell'Università di Cagliari, protagoniste di indecorose genuflessioni all' allora capo della Jamahirya. Se la storia è davvero maestra di vita, infatti, nulla è più importante della memoria. Per imparare dagli errori. Per pesare le persone. Sono passati solo poco più di due anni dal giugno 2009 in cui il Colonnello venne in Italia. Due anni. Ed è impossibile dimenticare i salamelecchi nei quali si prostrarono Franco Frattini, Silvio Berlusconi (che indifferente alla tragedia degli italiani buttati fuori dal dittatore non solo gli baciava l'anello ma gli prometteva di tornare in Libia per festeggiare «la vostra grande rivoluzione») e tanti altri esponenti della politica nostrana. Che arrivarono a spendere 994.923 euro per «lavori di adeguamento» della meravigliosa Villa Doria Pamphili dove il capriccioso ospite, che a Tripoli viveva nel palazzo da mille e una notte coi rubinetti d'oro che abbiamo scoperto poche settimane fa, fece tirar su una tenda beduina. Bene: in queste sviolinate spiccarono appunto quei due uomini della cultura nostrana. Il primo, Giovanni Lobrano, preside di Giurisprudenza a Cagliari, spiegò solenne che «la delibera del consiglio di Facoltà ha deciso per il conferimento della laurea honoris causa al Presidente Gheddafi» spiegando che comunque la decisione finale sarebbe spettata al Rettore e al Ministero, che grazie a Dio riposero la stupidaggine là dove doveva stare, nel cestino. Il secondo, Luigi Frati, rettore della Sapienza, già noto come uomo tutto ateneo e famiglia per aver piazzato nei suoi immediati dintorni universitari la moglie, il figlio e la figlia, si spinse con sommo sprezzo del ridicolo a concedere al tiranno tripolino addirittura l'aula magna (dove il despota si presentò annoiatissimo con due ore di ritardo) perché tenesse una lezione sulla democrazia. Lui! Sulla democrazia! Una «lezione» di leggendaria cialtroneria: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie. Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie». Surreale, poi, fu l' invito a farsi avanti rivolto alle «amazzoni» bellocce e grintose che gli facevano da body-guard . Ammazza!, sbottò er rettore: «Le abbiamo apprezzate molto! Purtroppo c' è qui mia moglie...». Ecco: entrando nel vivo dell' anno accademico non pensano i due esimi professori di avere qualcosa da spiegare ai loro studenti?


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Il bacio a Muammar

 

La Repubblica

10 settembre 2011

Alessandra Longo

p. 13

 

Finalmente una ricostruzione originale del famoso inchino di Berlusconi a Gheddafi con bacio devoto dell'anello. La fornisce lo stesso premier alla platea dei giovani di Atreju, festa Pdl. “Nessuna sottomissione. Io ho baciato la mano di Gheddafi per educazione, lì si usa così”. Bon ton del deserto, niente di più. Ci sentiamo sollevati. Davvero all'epoca le immagini suggerivano una buona dose di asservimento. E ancora più piacere provoca l'apprendere che la famosa corsa dei 30 cavalli berberi nel perimetro di una caserma dei carabinieri a Roma in occasione dell'ultima visita del Rais si è rivelata un'umiliazione per i libici. “Davanti alla valentia dei cavalli dell'Arma – confida Berlusconi – ho visto Gheddafi sprofondare”. E beccati questa Muammar.


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Libia: italiani cacciati da Gheddafi,anche noi nella rifondazione

 

AGI

2 settembre 2011

 

Partecipare alla "rifondazione sociale e civile" della nuova Libia: e' questa l'aspirazione dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl), dopo la presa di Tripoli e con il regime di Muammar Gheddafi ormai agli sgoccioli. "C'e' molta aspettativa nella comunita' dei rimpatriati, alcuni sognano di tornare in Libia, molti altri vorrebbero andare li' per dare una mano al popolo libico nella ricostruzione", spiega all'Agi la presidente dell'associazione, Giovanna Ortu. Nel 1970 il Colonnello espulse dal Paese circa 20mila italiani. Oggi ancora "2mila famiglie sono regolarmente iscritte all'Airl e altrettante gravitano intorno alla nostra organizzazione", riferisce Ortu. "E almeno un 20-30 per cento di queste persone spera di poter riattivare i rapporti con la Libia, dando un contributo alla sua rifondazione. Naturalmente non ci vogliamo imporre, e' soltanto un desiderio, un'aspirazione che ci auguriamo possano essere accolti dai nuovi leader, soprattutto se si considera che la nuova Libia ha ora bisogno di molte cose per rimettersi in moto".

Proprio ieri una rappresentanza dell'Airl si e' riunita a Ostia con Hashem Senoussi, uno dei nipoti di re Idris, deposto da Gheddafi nel 1969. "Abbiamo festeggiato il crollo del regime e abbiamo osservato un minuto di silenzio per i martiri", ha raccontato Ortu. L'Associazione ha invece convocato la propria Assemblea generale nazionale per il 29 e 30 ottobre prossimi, presso la Pontificia Universita' Lateranense a Roma.

All'appuntamento, ha precisato la presidente, verra' invitato anche un rappresentante del Consiglio nazionale Transitorio degli insorti libici.


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L'illusione dentro la testa di Gheddafi che alimenta la guerriglia

Il Foglio

27 agosto 2011

Mohammed Abdulmuttalib al Huni

Pagina 3

 

Pubblichiamo stralci di un'analisi del professore libico Mohammed Abdulmuttalib al Huni sulla condizione mentale rende incapace Gheddafi di trattare la propria resa.

Adesso, dopo che il regime di Gheddafi ha perso la propria legittimità internazionale e l'ingresso della Nato sul teatro degli avvenimenti, ed il riconoscimento del Consiglio dei rivoltosi quale interlocutore legittimo e unico, anche da parte di quegli stati che avevano mostrato le proprie riserve sulle risoluzioni internazionali contro il suo regime, arriverà l'ora zero? Deciderà, cioè, Gheddafi di partire? Io ne dubito.
Gheddafi non partirà dalla Libia e continuerà lo scontro armato fino all'ultimo soldato disposto a ricevere i suoi ordini e a eseguirli. Ciò perché Gheddafi vive in un mondo virtuale e il suo legame con la realtà si è già rotto da tempo. Egli crede che il popolo libico lo ami, e che chi prende le armi contro di lui faccia parte di una banda locale gestita da forze imperialiste e coloniali schierate contro la sua persona, che regge la bandiera della lotta a queste forze.
Egli è diventato nella sua immaginazione , con il passare del tempo, decano dei leader arabi,  re dei re dell'Africa con corona e scettro d'oro, egli è il pensatore unico che ha inventato una teoria senza la quale il mondo non si redimerà. Egli considera la Libia un paese piccolo che va stretto per le sue speranze e le sue ambizioni, e considera il sacrificio della Libia per il più alto fine della sua leadership una cosa misera e insignificante, perché alla fine del percorso egli darà la gloria alla Libia tramite la sua leadership che attraverserà la Storia. Questo da una parte. Dall'altra, Gheddafi per i quattro decenni del suo governo è stato esposto a tutti i rischi: dal bombardamento aereo contro la sua residenza ai numerosi tentativi di rovesciare il regime, alle rivolte ripetute del popolo contro il suo potere, agli attentati da cui è scampato per miracolo compiuti dalla gente che gli era più vicina. Tutto questo lo rende sicuro che adesso supererà anche questa prova. La ritiene come un incubo, da cui si sveglierà in un momento per trovarsi di nuovo nel migliore dei mondi. E questo non è soltanto il suo pensiero, ma anche quello di chi lo circonda ed esegue i suoi ordini con lealtà e dedizione.
Per questi motivi, che non sono reali ma soltanto illusioni, appartenenti a un mondo virtuale che Gheddafi ha edificato e arredato per restarci, diventandone prigioniero, il rais non accetterà di partire. Come può un uomo muoversi da un mondo che non esiste? La psicanalisi ci soccorre spiegando che un uomo che costruisce per sé questi mondi virtuali perde il contatto con il mondo reale e il suo comportamento non è più spiegabile con un processo logico e obiettivo. Perciò chi tentasse di paragonare il caso di Gheddafi a quello di altri casi nella regione, come Zine el Abidine Ben Ali o Hosni Mubarak, o anche alla Siria e allo Yemen, commetterebbe un errore, perché poggerebbe su premesse errate, dalle quali non si potrebbero che desumere risultati errati. La seduzione del potere assoluto crea per tutti un mondo di illusioni. la differenza con Gheddafi è che lui non si sveglia dalla seduzione e dall'illusione.
Nei primi giorni della rivoluzione libica Gheddafi aveva un piano completo che lo avrebbe condotto alla vittoria schiacciante e alla permanenza sullo scranno del potere. Il piano prevedeva che nel caso il cerchio della rivoluzione si fosse allargato egli avrebbe usato i proventi del petrolio per arruolare milioni di africani dagli stati confinanti e altri uomini dall'America latina – in coordinamento con il leader del Venezuela – per lo sterminio di gra parte del popolo libico e la possibilità per gli africani che avessero combattuto di prendere il posto dei libici e restare nel paese a godere i proventi del petrolio. Vale a dire: la parziale sostituzione del popolo traditore con un popolo alternativo. Nel suo mondo virtuale, questa era la soluzione più pratica e più facile, e lo ha dichiarato nei discorsi appena è iniziata la rivolta, quando minacciò di marciare con milioni al suo seguito per invadere le zone controllate dai “sorci”. Questo scenario non è stato possibile per cinque motivi: l'intervento della Nato, l'estendersi della rivolta, l'impossibilità di esportare petrolio, il congelamento dei crediti depositati all'estero, la diserzione di molti appartenenti al suo entourage. Il caso è speciale. La persona affetta da una simile patologia, cioè la perdita di contatto con la realtà, è assalita da uno stato di collera ogni volta che qualcuno tenta di ricondurlo alla ragione o minaccia il suo mondo virtuale. Per questo i figli e chi gli sta attorno nascondono la verità.
Una persona in simile stato, se questa analisi è azzeccata, non lascerà il paese e vi rimarrà fino a quando non verrà ucciso in un raid o in un attentato da parte di coloro che gli stanno vicino, o fino a quando non sarà arrestato in uno dei nascondigli. E anche durante gli ultimi attimi, egli non riconoscerà la realtà e continuerà a considerare quello che sta accadendo come l'effetto di incubi. Perché i milioni che egli sogna, quelli che avevano celebrato le cerimonie davanti a lui in Africa, e quelli dei regni africani che lo hanno proclamato re dei re, e quelli delle popolazioni in Africa, Asia e America latina che i suoi collaboratori gli hanno descritto come persuasi della sua teoria universale, e le tribù arabe che lo hanno acclamato loro leader, guida e speranza del panarabismo, non tarderanno a sostenerlo e a sconfiggere gli oppositori e l'Alleanza atlantica e riportarlo sulle spalle dalla ghigliottina allo scranno del governo. Chi scommette sulla fuga di Gheddafi o su un esilio all'estero è un illuso, e non ricaverà da quest'illusione che una perdita di tempo dannosa per tutte le forze alleate.


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La mia Libia d'oro profanata dal Raìs

Corriere della Sera

26 agosto 2011

Abravanel Roger

Pagina 11

 

Ho lasciato la Libia più di 40 anni fa, quando l' ascesa al potere di Gheddafi portò all' espulsione degli ebrei libici, che si aggiunsero all' «esodo silente» di più di un milione di ebrei cacciati dai Paesi arabi, solo per il fatto di essere ebrei (un numero simile a quello dei palestinesi che persero la propria terra). In Libia gli ebrei furono particolarmente perseguitati: ricordo che una delle prime iniziative di Gheddafi fu quella di costruire una strada sul cimitero ebraico dopo avere buttato a mare con le ruspe le ossa dei morti (tra cui quelle dei miei nonni) e che ci furono diversi pogrom. In quell' occasione perdemmo tutti i nostri beni. Ma anche molti altri, e soprattutto gli italiani, persero tutto in Libia e divennero profughi nell' arco di pochi giorni. Alla fine però, un evento così traumatico si rivelò una fortuna per me: perché mi offrì l' occasione di partecipare allo straordinario sviluppo economico e sociale dell' Occidente degli ultimi quarant' anni. Non è stato così per i milioni di cittadini libici che, invece, hanno visto ristagnare la loro economia, arretrare la società e regredire la propria cultura, senza poter sfruttare le grandi opportunità che offriva loro una terra, ricca e bellissima, come la Libia. Non ci sono più voluto tornare da allora, per non dover sostituire questi bei ricordi con le immagini della Libia di Gheddafi. Conoscendo questo passato, ho assistito con sgomento alle cerimonie che hanno accolto Gheddafi al G8 all' Aquila e all' Eliseo a Parigi. Essendo pragmatico, capivo che Gheddafi rappresentava un valore economico e politico, ma la prudenza avrebbe dovuto, per lo meno, frenare l' entusiasmo di tanti politici e uomini d' affari occidentali. Collaborare senza «benedire» sarebbe stato più saggio, conoscendo il personaggio. Gli stessi cortigiani di Gheddafi di pochi mesi fa sono diventati i mandanti dell' intervento militare Nato e, oggi, si posizionano come i migliori amici dei ribelli. Ma nessun Pr di grande livello può mascherare al pubblico informato il grave errore che hanno commesso. La vera buona notizia è che la deposizione di Gheddafi offre una grande opportunità alla «primavera araba»: un modello di democrazia. Grazie alla sua posizione geografica e, soprattutto alla sua storia e alla sua cultura, la Libia potrebbe diventare un riferimento per i 350 milioni di arabi che, nei 100 anni dalla caduta dell' Impero ottomano, hanno potuto scegliere solo tra il torpore fatale della dittatura laica e la delusione dell' estremismo islamico. Dopo 40 anni, oggi, il popolo libico ha finalmente la libertà di scegliere. Potrà perseguire la strada del fondamentalismo xenofobo e antisemita, che lo porterà inevitabilmente a un isolamento politico e a una stagnazione economica, forse anche peggiori che ai tempi di Gheddafi. Oppure potrà ricreare quella società tollerante e multietnica che ricordo ai tempi di re Idris; magari riuscirà anche a recuperare il tempo perduto e a offrire alle nuove generazioni opportunità straordinarie. Come molti altri profughi italo-libici, osserverò con trepidazione queste scelte. Per 40 anni ho voluto dimenticare le mie radici, anzi: doverle di tanto in tanto rammentare, come quando Gheddafi divenne azionista della mia adorata Juventus, spesso mi irritava. Ma, come molti dei miei connazionali, so che al primo segnale di una Libia veramente libera, il desiderio di riscoprire le mie radici e rivivere i momenti straordinari della mia fanciullezza sarà fortissimo.

 


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La maledizione della «via Balbia»

Il Sole 24Ore

26 agosto 2011

Gerardo Pelosi

 

È un assoluto eufemismo parlare di "destino inquietante" per la litoranea libica da 1.800 chilometri tra il confine con l'Egitto e quello con la Tunisia che un gruppo di aziende italiane guidate dalla Saipem si stavano accingendo nel marzo scorso a trasformare in un'opera faraonica per il regime di Gheddafi. C'è molto di più, quasi una maledizione.
Fino al '34 Tripolitania e Cirenaica avevano, ognuna, la propria rete stradale. Solo con la riunificazione delle due regioni dell'Africa orientale italiana si pose il problema di creare un'arteria unica di collegamento sulla costa per ragioni funzionali ma soprattutto politiche. Il 14 marzo del '35 un decreto legge fissava le modalità dell'opera divisa in 16 tronchi per iniziali 813 chilometri . Vi lavorarono mille operai italiani e 12mila maestranze locali. Nel gennaio del '37, dopo neppure un anno e mezzo, fu inaugurata. Prese il nome dal governatore Italo Balbo che fu abbattuto sul cielo di Tobruk dalla contraerea italiana il 29 giugno del '40. Da allora per tutti, italiani e libici, quella rimarrà sempre la "via Balbia".
Un segno tangibile della presenza italiana che il colonnello Gheddafi non poteva cancellare per la sua funzione strategica e che avrebbe, quindi, voluto trasformare nell'opera della riconciliazione italo-libica o, per meglio dire, in una sorta di megarisarcimento per i danni subiti durante il periodo coloniale.
Ma a fornire facili argomenti al leader sono stati proprio i governi italiani. Nel luglio del '98 il cosiddetto comunicato congiunto Dini-Shalgam si rivelava nient'altro che un duro atto di accusa (da parte italiana di pesante autocritica) contro le ingiustizie patite dal popolo libico per mano italiana. Ingiustizie talmente gravi che non erano state adeguatamente risarcite dagli accordi raggiunti dopo la fine della guerra e che andavano quindi liquidate nuovamente. Nasce da quell'ammissione di colpa italiana del '98 (giustificata, pare, solo dalla necessità di rivitalizzare un accordo Eni) tutta la storia successiva del "gesto riparatore" o "grande gesto" che poi prese la forma dell'autostrada costiera.
Nel luglio del 2001 il premier Berlusconi diede istruzione al suo ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, che sarebbe andato nell'agosto a Tripoli, di offrire al colonnello un gesto da non più di 70 miliardi di lire, un'ospedale dove curare le vittime delle mine italiane sparse nel deserto o una tratta ferroviaria. Nonostante fosse rimasto colpito dall'insolita durezza di Ruggiero, Gheddafi alzò il prezzo. Alla fine, si capì che il grande gesto doveva essere l'autostrada. I tecnici italiani si misero al lavoro per preparare uno studio di fattibilità per la litoranea a quattro corsie. Si trattatava di un progetto da 45 miliardi di lire. Ma calò il gelo sulle trattative quando si capì che i libici non chiedevano solo il progetto ma la sua realizzazione completa. Un'opera da 3 miliardi di euro da realizzare in venti anni sulla quale il colonnello si prese anche l'arbitrio di fare qualche battuta, come quando disse a Berlusconi in conferenza stampa all'aeroporto di Tripoli: «Se farete l'autostrada le regalerò una bella villa e uno svincolo ad hoc tutto per lei». «Grazie ma mi bastano le ville che ho», rispose un po' infastidito il cavaliere.
La questione rimase aperta con il governo Prodi anche se il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, si era lambiccato il cervello per capire come finanziare i lavori, ipotizzando, perfino, di usare un tesoretto che la finanza pubblica allora consentiva.
Solo nell'agosto 2008 Berlusconi chiudeva l'accordo di amicizia e cooperazione con 5 miliardi di dollari in venti anni da utilizzare in opere infrastrutturali in Libia (dell'autostrada non si parlava). Un anno dopo, a Shabit Jfrai, 15 chilometri da Tripoli, Gheddafi e Berlusconi prendevano parte alla cerimonia della posa della prima pietra del collegamento tra Raiss Ajdir e Imsaad. Nel gennaio di quest'anno un consorzio guidato da Saipem si aggiudicava il primo lotto dei lavori per 835 milioni di euro. Ieri a Milano il numero due del Cnt Jibril si è limitato a dire che l'accordo di cooperazione va «rivitalizzato». Ma dell'autostrada maledetta nessun cenno.


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Com'era triste la città del raìs

La Repubblica
25 Agosto 2011

Tahar Ben Jelloun

Arrivando a Tripoli si ha l'impressione di trovarsi in un film ambientato alla fine degli Anni ‘50. Muri nudi, negozi con vetrine che espongono vestiti fuori moda da tempo. Nessun poster pubblicitario. Una città triste: se all'orizzonte non ci fosse il mare, tutto sarebbe grigio come un film in bianco e nero girato senza budget. Sulla Corniche non c'è illuminazione. Esistono alcuni grandi hotel per uomini d'affari stranieri, ma nessun albergo di livello medio per i turisti.

La struttura della città è semplice: non si rischia certo di perdersi. Ed è come se vivesse sotto anestesia, sia locale che generale. Non c'è vita notturna. Tutte le donne, giovani o meno, nascondono i capelli sotto il velo. Gli uomini portano abiti grigi, di una tristezza che dà l'emicrania.

Uscendo dalla città, sulla strada che conduce al sito cartaginese di Sabratha, si incontrano una serie di grandi poster con foto del colonnello Gheddafi. Ogni tre o quattro chilometri lo si può vedere in abbigliamenti sempre diversi: Gheddafi in divisa da ufficiale superiore dell'esercito, il petto irto di medaglie (mi sono sempre chiesto dove le acquistino queste medaglie che i dittatori amano esibire, anche se notoriamente non corrispondono a nessuna azione bellica). O ancora Gheddafi in costume da deserto, la faccia nascosta da grandi occhiali neri; in abito tradizionale musulmano; vestito da africano, e così via. Tutta la strada è costellata di questi immensi, ridicoli poster. Le auto in circolazione sono pochissime. La gente non saprebbe dove andare. Dato che da Tripoli a Bengasi la distanza è di mille chilometri, si prende l'aereo.

Più triste ancora è il fatto che la popolazione sia stata mantenuta in uno stato letargico, in cui la vita è ridotta ai minimi termini: casa e lavoro. I pochi tripolitani che possono spendere vanno nei bar dei grandi alberghi; gli altri tornano a casa e guardano l'unico canale tv consentito dallo Stato. Hanno visto Gheddafi, bevuto Gheddafi, mangiato Gheddafi fino al giorno in cui si sono messi a vomitare Gheddafi.
Tripoli è la capitale della demagogia "rivoluzionaria": il pane, il latte, l'olio, lo zucchero e altri prodotti di prima necessità sono venduti a prezzi simbolici (pochi centesimi); gli alloggi sono in generale di proprietà di chi li abita. Dunque tutto va bene! La Jamahiriya (la Repubblica delle masse) provvede ai bisogni del popolo. Cosa chiedere di più?

Ho incontrato a Tripoli un docente universitario, coltissimo e molto simpatico. Prima di partire gli ho detto: «Se viene a Parigi, ecco le mie coordinate». Mi ha risposto con un sorriso: «Sarà ben difficile che io venga a Parigi. Non riuscirò mai a mettere da parte i soldi per pagarmi il viaggio. Il mio stipendio è così basso che dovrei risparmiare per molti anni per potermi allontanare dalla Libia - sempre che la polizia mi permetta di partire».

La dittatura di Gheddafi non è stata altro che una serie di incoerenze e di follie, con la schiavitù quotidiana imposta al popolo. Tutti dovevano fare le stesse cose. È riuscita a congelare il pensiero, a scoraggiare (con l'assassinio) ogni opposizione, comprimendo l'intelligenza ai più bassi livelli. Oggi che questo iettatore sta cadendo (e cadrà, come Saddam, a pezzi) lascia un popolo confuso e impreparato, che non ha mai appreso a ragionare politicamente. I libici passeranno dalla sala di rianimazione di un grande ospedale a un immenso spazio di libertà. Bisognerà accompagnarli e aiutarli, poiché la maledizione di Gheddafi è crudele. Anche da morto, magari impiccato come Saddam, Gheddafi lascerà tracce della sua patologia.

Da giovane, quand'era un soldato dell'esercito libico, aspirava a diventare attore cinematografico. Aveva inviato le sue foto a una rivista egiziana specializzata in resoconti sulla vita di attori e attrici. Ma poiché nessuno lo aveva notato, questo candidato allo spettacolo focalizzò tutta la sua energia sul suo modello politico: il raìs egiziano Gamal Abdel Nasser. Fu così che decise di organizzare un colpo di stato e di impadronirsi del Paese. Se si fosse dato al cinema, oggi sarebbe un vecchio attore senza futuro. In politica, è diventato un assassino di cui la storia tratterrà il nome, se non altro per risputarlo.

Ma Tripoli, e soprattutto i siti archeologici di questo Paese, quali Sabratha, fondata nel V secolo a.C., Leptis Magna, Oea (città antica), Cirene, Barca, ecc., tutte assai ben conservate, grazie al talento degli archeologi italiani e francesi, faranno della Libia, nel prossimo decennio, una delle mete turistiche più richieste. (Traduzione di Elisabetta Horvat)

 


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«Mal di Tripoli», mito e affari: la patria persa degli italiani d'Africa

 

Il Corriere della Sera

Sergio Romano
23 agosto 2011

p. 15

 

Negli ultimi decenni l'immagine corrente della Tripoli italiana e della nostra presenza coloniale in Libia fra il 1911 e la fine della Seconda guerra mondiale è stata influenzata da due fattori, solo apparentemente contraddittori. La critica del colonialismo rendeva impossibile qualsiasi analisi o rievocazione da cui potessero emergere giudizi troppo equanimi e riflessioni troppo nostalgiche. E il desiderio di fare affari con Gheddafi suggeriva prudenza.

Se il pubblico dibattito investiva la Libia, quindi, l'ideologia anticolonialista e il petrolio producevano lo stesso effetto. I ricordi «giusti» erano soltanto le rappresaglie italiane dopo il massacro dei bersaglieri nell'oasi di Sciara Sciat, i prigionieri politici trasportati nelle isole Tremiti sin dall'epoca di Giolitti, la spietata repressione cirenaica del generale Graziani, i campi di concentramento, l'impiccagione di Omar el Mukhtar, le vittime delle mine disseminate dall'esercito italiano nel deserto libico durante la Seconda guerra mondiale.

Tutto vero, naturalmente, anche se certe licenze concesse alle intemperanze di Gheddafi durante le sue visite romane furono un errore di stile politico. Ma quando una verità ne cancella un'altra, il quadro è necessariamente parziale e incompleto. Accanto alla verità anticolonialista esiste un «mal di Tripoli», una struggente nostalgia che ha colpito il cuore di molti italiani e non è ancora interamente scomparsa.

Roberto Gaja, segretario generale della Farnesina e ambasciatore a Washington, fu uno dei migliori diplomatici della sua generazione. Ma prima di entrare a Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli Esteri, fu attratto dalla carriera militare, divenne tenente del Nizza Cavalleria e fu mandato a Tripoli per comandare un plotone di cavalleggeri libici. Quando la conversazione cadeva sulla Libia, ricordava con una punta di commozione le perlustrazioni nel deserto, il primo sole dell'alba sulle dune, la devota fedeltà delle truppe indigene, il sentimento di una missione da compiere. Gaja era troppo intelligente per non sapere che in quei ricordi vi era un po' di paternalismo colonialista. Ma quando tornò a Tripoli, negli anni Cinquanta, per organizzare il passaggio dell'amministrazione coloniale italiana al giovane regno del vecchio Idris, capo della Senussia, ebbe la sensazione di tornare in una patria perduta. Non so se avesse mai letto i grandi romanzi «coloniali» di Alessandro Spina, uno scrittore italiano di origini libico-siriane. Ma avrebbe potuto esserne il protagonista.

Ho un altro ricordo legato a quel periodo. Nel 1954, tre anni dopo la nascita del regno voluto dal governo britannico, lavoravo a Palazzo Chigi in un ufficio che si occupava dei rapporti economici con l'ex colonia. Da un rapporto dell'ambasciata a Tripoli apprendemmo che re Idris chiedeva al governo italiano il progetto per il piano regolatore della capitale, approvato negli ultimi tempi dell'amministrazione coloniale. Quando mi detti da fare per trovare quel documento, appresi che l'ex podestà di Tripoli lavorava in una stanzuccia dell'ammezzato di Palazzo Chigi, là dove i principi del casato alloggiavano i loro servitori. Quando bussai alla porta di Saverio Pagnutti, «direttore di governo di seconda classe comandato dal ministero dell'Africa italiana» conobbi un signore di piccola statura e di poche parole, simpatico e intelligente. Gli archivi, in buona parte, erano andati dispersi, ma Pagnutti ricordava bene il piano regolatore e promise che avrebbe fatto del suo meglio per trovarlo. Devo arrossire se confesso che la richiesta di re Idris mi sembrò un omaggio all'amministrazione coloniale di cui era lecito essere orgogliosi?

Una buona parte delle nostre nostalgie coloniali, del resto, è legata alle trasformazioni urbanistiche di Tripoli durante gli anni Venti e Trenta. Quando divenne governatore della Tripolitania nel 1921, Giuseppe Volpi, il magnate dell'energia elettrica che aveva concepito con Vittorio Cini e Achille Gaggia il grande progetto di Porto Marghera, volle emulare Hubert Lyautey, residente-generale del Marocco francese dal 1912 al 1925. Volle anzitutto restaurare il castello di Tripoli, vecchio presidio di milizie spagnole, pirati saraceni e guarnigioni ottomane, una confusa e pasticciata acropoli di vecchie mura, baracche, caserme, magazzini, torri di guardia. Dai lavori di ricostruzione emerse una sorta di struttura medioevale, falsa ma nobile e marziale. Per gli altri grandi edifici, invece, scelse un pot-pourri di stili architettonici: una dose di neoclassico, un pizzico di bizantino, una spruzzata di moresco e qualche citazione di gotico veneziano.

Nacquero così il Palazzo di giustizia, la Banca d'Italia, la cattedrale, il Grand Hotel municipale, il vicariato apostolico, la moschea di Sidi Hamuda, il monumento ai caduti. Le costruzioni coincisero con l'adozione di un piano regolatore che prevedeva la modernizzazione del porto, il lungomare, alcune piazze, e il quartiere arabo, congiunto alla città nuova dall'arco di Settimio Severo. Per dimostrare che la Libia era «nostra» da sempre, Volpi avviò i restauri di Sabratha (che qualche cortigiano cercò di battezzare «Sabratha Vulpia») e, più tardi, quelli molto più importanti e impegnativi di Leptis Magna. Per sé, quando non era al Palazzo di governo, volle comprare la «casa del Pascià», una splendida villa turca costruita all'ombra di grandi palme a pochi chilometri dalla capitale. La famiglia ne conservò la proprietà e la figlia Marina vi passava qualche settimana ogni anno sino alla fine degli anni Sessanta. La visitai nel 1966, tre anni prima dell'avvento di Gheddafi al potere. Seppi più tardi che veniva usata dal ministero degli Esteri libico per i suoi ricevimenti. Chissà se esiste ancora.

L'altro grande costruttore fu Italo Balbo, governatore della Libia dal 1934 al 1940. Il suo stile architettonico, soprattutto nei numerosi villaggi agricoli edificati per le due grandi immigrazioni dall'Italia (20 mila nell'ottobre del 1938, 10 mila nell'ottobre 1939), è quello razionale e un po' metafisico delle città del Littorio che il regime, negli anni precedenti, aveva costruito soprattutto nel Lazio e in Sardegna. Ma vi furono anche villaggi per gli arabi con nomi fiabeschi: la Coltivata, la Deliziosa, la Fiorita, l'Alba, la Nuova. Nella immaginazione degli italiani di Libia la Tripoli belle époque di Volpi e quella più razionale e austera di Balbo fanno parte degli stessi sogni e degli stessi ricordi.

Fascisti o antifascisti, cristiani o ebrei, tutti coloro che furono cacciati dalla Libia nei diversi esodi del secolo scorso hanno conservato o trasmesso ai loro eredi il sentimento di una patria perduta. Basta dare un'occhiata ai bollettini dell'Airl (l'Associazione italiana dei rimpatriati dalla Libia, presieduta da Giovanna Ortu) per ritrovare i pezzi sparsi di quelle memorie: i battesimi, i matrimoni, le cresime, i Bar Mitzvah, le foto di gruppo alla fine dell'anno scolastico, i picnic nelle oasi, le tombe di famiglia. Oscurato dalla storiografia anticolonialista e dalla diplomazia economica dei governi italiani, questo «mal di Tripoli» non è mai scomparso e sopravvive tenacemente nelle tradizioni familiari di molti italiani. Credo che qualche rimpatriato, in questi giorni, si chieda se e quando potrà tornare nella città da cui la sua famiglia era partita dopo il provvedimento di espulsione del luglio 1970.


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La disfatta di Gheddafi è vicina e i ribelli non sono affatto nel caos

 

Il Corriere della Sera
20 luglio 2011

Bernard Henri-Levy

p. 36

 

Sono di ritorno dal Jebel Nafusa, l' altopiano montuoso a nord-ovest della Libia che costituisce - dopo quello di Misurata a est, poi quello di Brega ancora più a est - il terzo fronte di questa guerra di cui ho voluto rendermi conto andandoci di persona. Quel che ho visto mi porta a contestare, più che mai, le dichiarazioni stranamente disfattiste che da qualche settimana si odono a Washington, Londra, Roma e Parigi. Dichiarazioni che ci parlano, per esempio, dell' esercito ribelle come di un esercito disorganizzato, mal preparato al combattimento, indisciplinato. Sul fronte di Gualich, che è la sua prima linea di attacco davanti alle forze di Gheddafi, ho constatato il contrario: una cinquantina di uomini ben addestrati, inquadrati da ex militari che hanno disertato e fieri di avere, in dieci giorni, riconquistato i 60 chilometri che li separano da Zintan, base del comando unificato della regione. Il contrario, francamente, dell' impantanamento. Ci dicono che si tratterebbe di combattenti che non vedono al di là del loro villaggio e incapaci di una visione strategica d' insieme in vista della presa di Tripoli. A Zintan come a Yefren, in terra araba come in zone berbere, si sente e si vede tutt' altro. Una ribellione, cioè, il cui obiettivo è Tripoli. Capi tribù per i quali l' unità della Libia è diventata, nell' impeto della lotta, un imperativo. Ufficiali perfettamente consapevoli del fatto che questo obiettivo è raggiungibile solo in stretto coordinamento con la direzione operativa delle forze Nato. Nulla a che vedere, di nuovo, con il disordine, l' improvvisazione, lo «spirito tribale», come ci viene ripetuto di continuo. Ci si preoccupa della qualità degli armamenti di cui dispongono gli insorti e dello squilibrio di forze che ne sarebbe la conseguenza. Che ai rivoltosi manchino, per poter effettivamente marciare sulla capitale, armi pesanti e semi-pesanti, è probabile. Ed è probabile che la Nato dovrebbe rispondere, al più presto, alla loro richiesta di bombardare le postazioni di Jawsh, Tidji, al-Jhizaya, al-Ruess e Badr, da cui l' artiglieria continua, mentre scrivo queste righe, a minacciare le popolazioni civili di Nalut e al-Araba. Ma un grande progresso è stato compiuto con la consegna, in particolare da parte della Francia, di parecchie decine di tonnellate di armamenti, buona parte dei quali è andata nella regione del Jebel Nafusa. Per chi avesse qualche dubbio, l' équipe che mi accompagnava mette a disposizione le immagini che ha potuto filmare di questa consegna di armi. Era un fine pomeriggio, su una strada che sovrasta la vallata, ma al riparo dal fuoco nemico. I ribelli l' hanno trasformata in una pista d' atterraggio, segnalata come tale e illuminata per 1.600 metri . Un aereo da carico, proveniente da Bengasi, si è posato lì. Ha scaricato materiale, totalmente coperto e immediatamente sistemato su pick-up giunti da Zintan, che vi sono subito ritornati. Secondo uno degli uomini del check point, si trattava di una mezza tonnellata di armi semi-pesanti destinate alle prime linee. Ci descrivono infine l' esercito di Gheddafi come un esercito che «resisterebbe» - sic - alla Coalizione. Oltre al fatto che applicare il bel termine «resistenza» alla soldatesca di un tiranno allo stremo mi sembra un' ingiuria al buon senso; oltre al fatto che le nostre indicazioni lasciano sospettare che il tiranno possegga l' arma sporca per eccellenza, il napalm, si dà il caso che siamo potuti entrare, a Zintan, in una madrasa trasformata in prigione militare e in una sala dell' ospedale dove vengono curati i prigionieri feriti. Qui abbiamo raccolto due tipi di testimonianze. Racconti di mercenari venuti dal Niger, dal Mali, dal Sudan e che, a Asabah, di fronte a Gualich, costituiscono apparentemente la metà degli effettivi. E la testimonianza di un artigliere libico che ci ha raccontato, in condizioni deontologicamente accettabili, cioè non davanti ai suoi carcerieri, come i suoi compagni restino al loro posto solo perché hanno, dietro di loro, aguzzini incaricati di abbatterli al minimo tentativo di diserzione. È questo l' esercito «lealista» pronto a morire per la sua «Guida»? Aggiungo che il militante dei diritti dell' uomo quale io sono non poteva non avere in mente, e contestare ai responsabili dell' esercito dei libici liberi, che la Ong Human Rights Watch lo aveva recentemente accusato di violenze. Violenze che tutti i miei interlocutori, a cominciare dal colonnello Mukthar Khalifa, vice-capo della Difesa di Zintan, hanno categoricamente smentito. Io stesso, sui 60 chilometri che separano Zintan dal fronte di Gualich, non ho trovato traccia di altre distruzioni o saccheggi, se non quelli commessi sistematicamente dai mercenari di Gheddafi allo sbando. Almeno su un punto, quello del saccheggio nell' ospedale di Aweinya, sono in grado di smentire queste accuse, poiché è l' assemblea locale della città, diventata una città quasi fantasma, che ha deciso di trasferire il materiale medico che vi si trovava verso la città, più popolata, di Zintan: tale decisione è stata oggetto di un atto amministrativo nella debita forma, che ho visto con i miei occhi. È un dettaglio? Forse. Ma è da dettagli di questo genere che si può giudicare il comportamento, come anche l' avvenire, di un movimento di resistenza. Insomma, davvero non capisco il tono disincantato dei commentatori che non hanno mai trovato troppo lunghi i 42 anni della dittatura ma che, improvvisamente, trovano interminabili i 100 giorni della liberazione. E ancor meno capisco i ripetuti appelli a un «negoziato» che, da solo, permetterebbe di uscire dal «pantano» in cui i signori Cameron e Sarkozy ci avrebbero fatto precipitare. Non c' è che una «soluzione politica» alla crisi aperta, il 17 febbraio scorso, dall' offensiva lanciata da questo regime contro il proprio popolo: l' allontanamento di Gheddafi - e intuisco che ci siamo vicini. A quali condizioni? Se accantoniamo il necessario rafforzamento di una resistenza che è sulla via del successo, ma deve ancora progredire, ci sono tre condizioni alla vittoria finale. 1. Che i francesi, i britannici e i loro alleati non cedano all' intimidazione e continuino sulla strada che hanno aperto: questa guerra, poiché riguarda un dittatore che aveva promesso di annegare il proprio popolo «in fiumi di sangue», è una guerra giusta. 2. Che Washington, anche se si tiene in disparte e lascia l' essenziale delle operazioni agli alleati europei, non cada in una auto-flagellazione che porterebbe la guerra di Libia a raggiungere l' assurda guerra d' Iraq nella stessa riprovazione: la guerra in Iraq si basò su una menzogna di Stato (le famose e introvabili «armi di distruzione di massa»), nulla di simile per la guerra in Libia. Quella dell' Iraq fu una guerra di vendetta (11 settembre... la volontà, di Bush figlio, di lavare l' affronto fatto a Bush padre da un Saddam Hussein che non gli fu grato di averlo risparmiato), nulla di simile per la guerra in Libia. La guerra d' Iraq, in una sorta di messianismo democratico, credeva in una democrazia portata dall' esterno e capace di nascere da un giorno all' altro. In Libia, ci siamo appoggiati su una rivendicazione democratica giunta non solo dall' interno, ma dal profondo della società, e incarnata, in particolare, dal Consiglio nazionale di transizione. 3. Che la comunità internazionale, infine, non cada nella trappola che consisterebbe nel far di Gheddafi chissà quale «topo del deserto» capace di sfidare le forze coalizzate, e diventato una specie di semi-eroe che si batte da solo contro tutti: senza ricordare Lockerbie e il sostegno militare al terrorismo irlandese di cui si potrebbe, al massimo, ritenere che appartengono al passato, non bisogna perdere di vista né la brutalità della repressione condotta da Gheddafi contro il proprio popolo né il fatto che la sua iniziale, istintiva reazione al primo giorno dell' intervento alleato, fu di minacciare, in risposta alla nostra offensiva sui suoi aerei militari, un' offensiva sui nostri aerei civili: il che è la definizione stessa del terrorismo. Gheddafi non è «cambiato». Non ha mai smesso di essere - e tale rimane - un tiranno barocco ma sanguinario, diventato maestro nell' arte del crimine di massa.

 


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Lettere al Corriere: L'esistenza delle tribù

Il Corriere della Sera

28 giugno 2011

Sergio Romano

p. 43

Caro Romano,
sono un cittadino italo-libico. Personalmente considero le tribù un fatto del passato senza utilizzo pratico nel presente. So da che tribù provengo e so per certo che non esistono né capo tribù, né una scala gerarchica, né un consiglio tribale. Non so a quale tribù appartengano i miei amici libici e se lo venissi a sapere, non cambierebbe nulla. Chissà come ha fatto il ministro Frattini a trovare 150 capi tribù per un incontro a Roma (incontro rinviato senza data). Gheddafi ha utilizzato il fatto delle tribù per dividere e imperare. Gli occidentali, invece? Io non li capisco. Capisco solo che questa cosa mi offende. La rivoluzione araba è una creatura dell'epoca moderna, dei social network, dei giovani che scendono in piazza. E voi continuate a vederci in una tenda berbera con il cammello e le mosche sul naso.

Karim Mutawassit, Bologna

Le tribù sono famiglie allargate, gruppi di autodifesa, associazioni di mutuo soccorso. Non esistono soltanto in alcuni Paesi africani, ma anche, con nomi e forme diverse, in alcune società europee. Sono importanti quando controllano una risorsa (un giacimento petrolifero, il consenso politico, i voti) e possono negoziare con il governo un trattamento di favore per il gruppo dirigente e i suoi seguaci. Per gli uomini liberi sono un abito troppo stretto di cui è meglio sbarazzarsi il più presto possibile.


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Libia, i calciatori contro il Colonnello con i ribelli diciassette star del pallone

 

La Repubblica

26 giugno 2011

Vincenzo Nigro

p. 19  

ANCHE il calcio abbandona Muhammar Gheddafi. Come con Milosevic in Serbia, con Saddam Hussein in Iraq, quando sportivi e calciatori abbandonano il ruolo di valletti di regime e passano con l' altra squadra, la partita è persa. Sta accadendo anche a Gheddafi, e vedremo perché la fuga di 17 calciatori della nazionale e della serie A libica ha un significato militare negativo per Gheddafi. I diciassette si sono presentati nelle ultime ore in un alberghetto di Jadu, un paesone delle montagne Nafusa, la regione delle montagne occidentali alle spalle di Tripoli verso il confine tunisino. Fra i 17 ci sono il portiere della nazionale Juma Gtat, altri tre giocatori della selezione, e soprattutto l' allenatore di uno dei due club di Tripoli, Adel Bin Issa che guidava l' al Ahli. Gtat e Bin Issa hanno presentato il gruppo a un giornalista della Bbc che li ha incontrati nell' albergo di Jadu. Nella sua camera Juma, il portiere, si inventa un messaggio politico da lanciare al colonnello che fino a ieri terrorizzava un paese intero, calciatori compresi: «Io dico a Gheddafi di andarsene, di lasciarci in pace per poter creare una Libia libera. In effetti vorrei che lasciasse anche questo mondo, ma vedremo...». Anche in Libia, come sempre più in tutta l' Africa, il calcio ha conquistato una popolarità e gioca un ruolo con la politica e gli affari che ormai hanno cancellato il fatto sportivo. A Tripoli l' altra grande squadra, l' Ittihad, è sotto il controllo di Saadi Gheddafi, il figlio del leader che aveva provato l' avventura di calciatore in Italia affidandosi alle cure commerciali di Luciano Gaucci. Ninì Occhipinti, un trainer italiano, aveva allenato l' Ittihad prima di Donadoni, «ma io guidai la squadra nel 2002-2003, prima che passasse sotto il controllo del figlio di Gheddafi». Occhipinti non fa nessuna valutazione politica, «ma certo il controllo dei Gheddafi sul calcio era totale: per esempio Saadi per gelosia non volle che uno dei giocatori più bravi, Tarek Tajeb, passasse al Genova che era interessato a comprarlo. E il contratto non si fece». Il sistema Gheddafi, la cricca politica affaristica che negli ultimi 15 anni aveva accentuato la gestione mafioso-commerciale della Libia, aveva scelto il calcio come uno degli strumenti per accrescere la sua sfera di controllo del paese: «Al tempo in cui Saadi si occupava di calcio, Saif el Islam che oggi viene considerato l' erede del colonnello, si dedicava alla pittura», dice Ninì Occhipinti . Oggi l' Ittihad fornisce i suoi tifosi agli organizzatori politici che mandano giovani e donne in strada a manifestare per il regime nei giorni dei bombardamenti Nato: con un tariffario ben preciso, i tifosi dell' Ittihad manifestano sulla Piazza verde così come tifavano per la squadra del figlio del colonnello. Ma la defezione dei 17 calciatori conferma anche un altro elemento: le Nafusa Mountains sono diventate una vera e propria spina nel fianco di Gheddafi. È la regione più vicina a Tripoli, dove Gheddafi si è asserragliato con i suoi fedelissimi, e nonostante i ribelli siano un gruppo improvvisato e male armato come i loro compagni di Bengasi, la Montagna occidentale ormai è per buona parte sotto il loro controllo. Nella zona hanno le loro basi i capi ribelli che ormai spingono le loro staffette fino dentro Tripoli, dove stanno organizzando la resistenza armata. Secondo notizie di più fonti, i "ribelli delle montagne" hanno fatto entrare carichi di armi a Tripoli, hanno preso contatti con nuclei di oppositori a Gheddafi dentro la città, hanno contatti con capi e capetti della polizia e degli altri apparati di sicurezza gheddafiani che al momento opportuno abbandoneranno il regime. La defezione dei calciatori, quindi, è solo la spia di una manovra militare sempre più soffocante per il colonnello.

 


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"A Roma la Costituente per gettare le basi della nuova nazione"

La Stampa         

Guido Ruotolo   

17 giugno 2011    

                      

La cricca di Muammar Gheddafi deve farsi da parte, consegnan­dosi al popolo libico. E invece prende tempo, pensa di essere più intelligente degli altri». L'ambasciatore a Roma, Hafed Gaddur, oggi rappresentante del popolo libico, risponde a stretto giro di posta al figlio del raiss Seif Al Islam. E annuncia che a Roma si terrà dal 25 al 27 giugno un'assemblea nazionale costituente per gettare le basi della nuova Libia.   

Ambasciatore, Seif Al lslam vuole elezioni entro tre mesi e dice che le vincerà…. «È un arrogante presuntuoso che prende in giro il popolo libico. Con tutti i martiri che piange, nel futuro della Libia non c'è spazio peri suoi carnefici, per la famiglia Gheddafi». E dire che la rivolta era nata per chiedere di poter manifestare in modo pacifico per le riforme, come hanno fatto in Tunisia e in Egitto. «Tutti noi abbiamo sottovalutato quello che si muoveva nella società. Dal primo giorno il regime ha pérso legittimità. Se solo avesse accettato le richieste di una nuova Costituzione o della libertà di stampa, forse la situazione sarebbe stata diversa».

Il figlio del raiss dice che i due milio­ni di tripolini e i bengasini sono con loro...

«Dove sono questi due milioni di tripolini? Noi Vediamo in televisione immagini di poche decine di persone che manifestano per il regime. Che mobiliti pure due milioni di persona in piazza, ma la verità è che il regime controlla la città con la forza. E a Tripoli si combatte ogni notte».

Il Consiglio nazionale transitorio avreb­be accettato la condizione di nessun esilio per Gheddafi in cambio 'del suo pensionamento?

«l familiari dei martiri di Bengasi, Misurata, Adjabia, delle Montagne occidentali, di Zawiah, di Tripoli stessa non potrebbero mai accettare una soluzione del genere. Specialmente oggi che siamo arrivati vicini al traguardo, alla libertà conquistata con il sangue».

Molti, in Italia come negli Stati Uniti, si chiedono se valga ancora la pena com­battere contro Gheddafi.

«Già oggi è nata la Nuova Libia, dove libertà e democrazia sono diventate parole sacre. Mai più un dittatore potrà governare il Paese. Dispiace che qualcuno soffra di mal 'di pancia. Noi saremo sempre grati a chi ha garantito l'attuazione della risoluzione 1973 dell'Onu proteggendo il popolo libico. Se non ci fossero stati i bombardamenti Nato, quante altre migliaia di morti piangeremmo?» . Qualcuno teme per l'Eni.

«L'Eni gode di grande fiducia e stima da parte della Noc e della Libia. Ha lavorato sempre bene e pertanto sarà sempre la benvoluta dalla Libia e dal suo popolo».       

Ormai è questione di ore: la Corte dell'Aja spiccherà il mandato di cattura per i Gheddafi. «Gheddafi ha: due problemi irrisolvibili: il popolo libico che non è disposto a lasciarlo libero, vivo; e, se andrà all'estero, il mandato di cattura internazionale. Politicamente è finito e il tempo per negoziare è scaduto». Perché avete scelto Roma per la vostra assemblea? E questa a cosa servirà? «L'Italia è un Paese amico. Noi e voi abbiamo voluto un trattato d'amicizia che va ben oltre chi materialmente l'ha sottoscritto, Gheddafi e Berlusconi. D'intesa con il Cnt abbiamo convocato a Roma tutti i rappresentanti della Libia. Si discuterà e si presenteranno e voteranno mozioni su tutti i temi d'attualità: dal petrolio all'economia, dalla riconciliazione alla politica estera; dalla nuova Costituzione alle infrastrutture. Ci saranno,le donne, i sindacati le grandi correnti politiche che troveranno spazio nei partiti che stanno per na­scere. E rappresentanti di città e territori già liberi e quelli da liberare.


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Saif Gheddafi : "Subito elezioni. E' l'unico modo indolore per uscirne"

Corriere della Sera    

16 giugno 2011

Lorenzo Cremonesi         

              

Il figlio del Rais: «Ricucire con l'Italia? No, finchè ci sarà Berlusconi, lui e Frattini ci hanno tradito»

TRIPOLI - «Elezioni, subito e con la supervisione internazionale. E' l'unico modo indolore per uscire dall'impasse in Libia»: il momento più interessante dell'intervista l'altra sera nel cuore della capitale arriva a 14 minuti dal suo inizio. Sino a quel momento Saif al-Islam aveva ribadito le dichiarazioni già rilasciate alla stampa in passato e sbandierate in ogni occasione dalla propaganda della dittatura. «I ribelli agli ordini dei terroristi di Bengasi sono banditi, uomini di Al Qaeda, criminali. I loro capi sono traditori, che sino allo scoppio del caos il 17 febbraio erano legati a filo doppio a mio padre. Se non ci fosse l'ombrello Nato sarebbero stati sconfitti da un pezzo», afferma quasi meccanicamente. Ma è quando gli si chiede come pensa di uscire dall'impasse militare e dalla minaccia di violenze anche peggiori che lui avanza la formula di compromesso. «Andiamo alle urne. E vinca il migliore». Un messaggio nuovo di apertura alla comunità internazionale da parte del più politico tra i figli del Colonnello.

Nelle ultime settimane nessuno della famiglia Gheddafi si è fatto vedere in pubblico . Neppure Saif al-Islam. E dal primo maggio, quando un missile Nato uccise suo fratello Saif al-Arab assieme a tre nipotini, le misure di sicurezza si sono fatte più strette. La cautela ha dominato anche la nostra intervista. I portavoce governativi nel tardo pomeriggio dell'altro ieri ci avevano annunciato un incontro con il ministro degli Esteri. Veniamo condotti in una stanza al quindicesimo piano dell'hotel Radisson Blu, sul lungomare. E solo qui, dopo una lunga attesa, arriva Saif che ci dà il benvenuto. Sorridente, abbronzato, in forma, sembra più giovane dei suoi 39 anni. Alla fine parleremo sino a serata inoltrata. Vuole spiegare, farsi comprendere dal mondo. Si dice «in continuo contatto» con il padre. Ma pone anche tante domande. Per due ore chiede valutazioni sulla forza dei ribelli, sul loro consenso interno, sul rapporto tra Bengasi e Misurata. L'uomo che oggi è accusato dalla nomenclatura del regime di essersi troppo operato per aprire la Libia alla globalizzazione e ai nuovi mezzi di comunicazione via web, cerca ancora dai media stranieri chiavi di lettura per capire il suo Paese.

Usciamo dal tunnel delle accuse reciproche. Lei sostiene che i ribelli vanno perseguitati come traditori. E loro replicano che tutta la vostra famiglia va processata, al meglio espulsa all'estero. La Nato sta dalla loro parte, godono di un crescente sostegno internazionale. Gheddafi è sempre più isolato, deve andarsene. Dove il compromesso?
«Elezioni. Si potrebbero tenere entro tre mesi. Al massimo a fine anno. E la garanzia della loro trasparenza potrebbe essere la presenza di osservatori internazionali. Non ci formalizziamo su quali. Accettiamo l'Unione Europea, l'Unione Africana, l'Onu, la stessa Nato. L'importante è che lo scrutinio sia pulito, non ci siano sospetti di brogli. E allora tutto il mondo scoprirà quanto Gheddafi è ancora popolare nel suo Paese. Non ho alcun dubbio: la stragrande maggioranza dei libici sta con mio padre e vede i ribelli come fanatici integralisti islamici, terroristi sobillati dall'estero, mercenari agli ordini di Sarkozi. Alla nostra gente non sfugge che lo stesso presidente del governo fantoccio a Bengasi, Mustafa Abdel Jalil, come del resto il loro responsabile militare, Abdel Fatah Younes, sono, al pari di tanti altri, uomini della vecchia nomenclatura, gente che è saltata sul carro delle rivolte all'ultimo minuto, miserabili profittatori, venduti. Erano ministri con Gheddafi e ora vogliono giocare la parte dei leader contro di lui. Ridicoli. Non li temiamo affatto. Sono fantocci di Parigi. Marionette incapaci di stare in piedi da sole».

I ribelli temono di essere assassinati, perseguitati, come del resto è avvenuto in 42 anni di dittatura a tanti membri dell'opposizione. Cosa offre per garantire la loro incolumità?
«Sono loro che hanno paura, non noi. Li conosco bene, uno a uno, sono stati con me nelle università straniere. Hanno goduto del mio programma di liberalizzazione negli ultimi dieci anni, di cui, si badi bene, non mi pento affatto. Il nostro rapporto è come quello tra il serpente e il topo che vorrebbero convivere nella stessa tana. Ci considerano il serpente. La soluzione? Dobbiamo essere tutti eguali: tutti serpenti, o tutti topi. E la via è quella delle urne».

Ma come li garantisce?
«Occorre pensarci. Dovremo cercare di mettere in piedi un meccanismo per garantirli. Nel periodo prima del voto si dovrà comunque elaborare la nuova costituzione e un sistema di media completamente libero. Credo in una Libia del futuro composta da forti autonomie locali e un debole governo federale a Tripoli. Il modello potrebbero essere gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda o l'Australia. In questi ultimi mesi ho maturato una convinzione profonda: la Libia pre-17 febbraio non esiste più. Qualsiasi cosa accada, inclusa la sconfitta militare o politica dei ribelli, non si potrà tornare indietro. Il regime di mio padre così come si è sviluppato dal 1969 è morto e sepolto. Gheddafi è stato superato dagli avvenimenti, ma così anche Jalil. Occorre costruire qualche cosa di completamente nuovo».

E se le elezioni le vincono i dirigenti di Bengasi?
«Bravi. Tanto di cappello. Noi ci faremo da parte. Sono però certo della nostra vittoria. Sui poco più di cinque milioni di libici, almeno i due milioni residenti a Tripoli stanno con noi e anche a Bengasi godiamo della maggioranza. Semplicemente laggiù la gente non può parlare per paura di rappresaglie. Comunque, se dovessimo perdere, ovvio che lasceremo il governo. Rispettiamo le regole. Non mi opporrei neppure se venisse democraticamente eletto nostro premier l'intellettuale ebreo-francese Bernard-Henri Levy» (sorride per la battuta).

La pensa così anche suo padre dopo 42 anni di regime?
«Certo».                         

E, in quel caso, Gheddafi sarebbe pronto all'esilio?
«No. Non c'è motivo. Perché mai? Questo è il nostro Paese. Mio padre continua a ripeterlo. Non se ne andrà mai dalla Libia. Qui è nato e qui intende morire ed essere sepolto, accanto ai suoi cari».                           

A quel punto non sareste però voi a rischio di vendette? Andrete a cercare protezione tra qualche tribù fedele nel deserto?
«Staremo a Tripoli, a casa nostra. Nessuno di noi scappa. Sappiamo come difenderci».

L'Italia potrebbe avere un ruolo in questo processo di ricostruzione democratica?
«Non ora. Non sino a quando ci sarà Berlusconi al governo. Da quello che possiamo capire qui a Tripoli, il vostro premier è in difficoltà, pare inevitabile la sua prossima sconfitta elettorale. Bene. Non possiamo che gioirne. Lui e il ministro degli Esteri Frattini si sono comportati in modo abominevole con noi. Sino a tre mesi prima lo scoppio della ribellione venivano a inchinarsi e baciavano le mani a Gheddafi. Salvo poi voltare la schiena e passare armi e bagagli tra le file dei nostri nemici alla prima difficoltà. Vergogna!».         

Che sarà dei contratti con l'Eni? Italia e Libia hanno una lunga storia di rapporti economici che va ben oltre i governi Berlusconi.
«Ovvio, e infatti separiamo nettamente la figura di Berlusconi dall'Italia. Apprezziamo le critiche alla guerra e contro la Nato avanzate dalle Lega. Guardiamo con interesse ai vostri partiti della sinistra. La Libia terrà un atteggiamento assolutamente diverso nei confronti di un'Italia senza Berlusconi».                   

E il petrolio?
«Non so. E' prematuro parlarne. Per ora dobbiamo porre fine alla guerra, imporre la legge e l'ordine in tutto il Paese. Ma voglio essere franco. Da tempo Mosca guarda con interesse ai pozzi e alle infrastrutture Eni in Libia. Forse, ora i russi hanno una carta in più».   

Pure, anche Mosca ultimamente ha perorato la causa dell'esilio di Gheddafi. Non la penalizzate?
«Lo so. Ma con Berlusconi è diverso. Si diceva vero amico di Gheddafi. Il suo tradimento brucia di più».                         

E allora, quale tra i governi stranieri potrebbe meglio aiutare la transizione verso il voto in Libia e nel contempo mediare con la Nato?
»La Francia. Abbiamo già avuto abboccamenti con Parigi, ma per ora senza seguito. Comunque, sono loro che impongono la politica del governo di Bengasi. E' stato Sarkozy a volere più di tutti l'intervento Nato. Dunque a loro il compito di cercare una via d'uscita il meno cruenta possibile».                     

Sono ormai le dieci di sera. Il figlio di Gheddafi già da qualche tempo ha spostato la sedia sul balcone. Guarda verso l'alto. Il cielo stellato domina il porto. Ma lui cerca soprattutto i segnali di pericolo. Si odono i rumori dei caccia Nato. Lontano, i traccianti di una contraerea vanno a perdersi nel buio, come fuochi d'artificio stanchi. «E' tempo di partire - esclama uscendo di fretta -. Basta poco per restare uccisi.


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Tripoli, profanato il cimitero italiano

La Repubblica

Vincenzo Nigro

5 Giugno 2011  

p. 21

 

Dopo l' assalto e la totale devastazione dell' ambasciata d' Italia a Tripoli, ancora un raid contro un simbolo italiano in Libia. Questa volta è stato devastato e profanato il cimitero cattolico della città, il luogo consacrato in cui erano concentrati in due ossari i resti di ottomila italiani morti in Libia, tutti civili visto che Gheddafi nel 1970 aveva imposto che i resti di ufficiali e soldati venissero trasferiti in Italia. L' assalto è stato reso noto da Giovanna Ortu, presidente dell' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. «Sono entrati nel cimitero venerdì, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso: non sono riusciti a entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, hanno devastato l' abitazione del custode e lasciato scritte minacciose con cui promettono di bruciare tutto la prossima volta». La Ortu era stata in prima linea nello spingere il governo italiano a restaurare il cimitero, che negli anni era caduto nel più totale abbandono. Due anni fa, al termine del lavori avviati al tempo in cui Gianfranco Fini era ministro degli Esteri, il camposanto era stato inaugurato con una cerimonia. A Tripoli, a guardia del cimitero e della sua piccola abitazione ormai devastata, era rimasto il custode Bruno Dalmasso, a sua volte reduce dall' Eritrea. Sul fronte militare, ieri la Nato ha annunciato che per la prima volta sono entrati in azione elicotteri d' attacco britannici e francesi. I primi video girati con telecamere notturne mostrano il decollo, le esplosioni sulla costa e poi il rientro degli "Apache" dell' esercito inglese su una nave: immagini destinate a giocare un effetto di propaganda, visto che ormai, al quarto mese di guerra, davvero gli obiettivi militari libici devono essersi assottigliati di molto. Gli attacchi sono stati compiuti nella zona di Brega, un porto petrolifero tenuto dai gheddafiani che le forze dei ribelli si dicono pronte a riconquistare. La prima operazione degli elicotteri quindi potrebbe essere parte del lavoro preparatorio per la nuova offensiva dei ribelli.


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Libia: profanato cimitero italiano a Tripoli, danneggiata cappella

 

Il Tempo

4 Giugno 2011

 

Il cimitero italiano a Tripoli, dove riposano i resti di 8mila connazionali, e' stato profanato. Lo ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. "Sono entrati ieri, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso"- ha raccontato all'ADNKRONOS- "non sono riusciti a entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente danneggiato l'abitazione del custode". "Sono state fatte anche delle scritte minacciose dove promettono di bruciare tutto la prossima volta", ha aggiunto la Ortu. Il cimitero, ha spiegato, era stato restaurato meno di due anni fa a cura della Farnesina e alla fine dei lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica. Costruito negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con tutti i caduti italiani nelle guerre d'Africa. Nel Settanta, ricorda la Ortu, Muammar "Gheddafi si presento' davanti al cimitero con i tank dicendo che avrebbe buttato giu' tutto se non fossero stati portati via i resti dei militari". I corpi furono cosi' traslati nel sacrario di Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato. Nel 2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di andare in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu il cimitero. Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro degli Esteri Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari del cimitero furono restituiti alla municipalita' di Tripoli e tutti i corpi furono traslati nell'ossario militare . L'Airl, sottolinea infine la Ortu, si sente molto vicina agli insorti libici e visita regolarmente i feriti che sono ricoverati a Roma, provvedendo alle loro piccole necessita'

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Libia, profanato cimitero italiano di Tripoli

Primo attacco della Nato con elicotteri

ANSA

4 giugno, 2011

E' stato profanato il cimitero italiano di Tripoli che dopo decenni di abbandono era stato restaurato ed inaugurato meno di due anni fa. Né dà notizia Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia). Gli aggressori, probabilmente fedeli di Gheddafi, hanno tentato, senza riuscirci, di forzare il complesso monumentale che ospita i resti di 8.000 italiani. Hanno coperto di scritte oltraggiose le mura del cimitero e distrutto l'abitazione del custode.
Tra le scritte con le quali sono state imbrattate le mura del cimitero si legge anche una minaccia: "la prossima volta bruceremo tutto". La profanazione del cimitero, inaugurato dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, alla presenza di una delegazione dei rimpatriati che si erano a lungo battuti per ottenere dalla Farnesina i fondi necessari, è avvenuta ieri, ma si è saputo solo oggi. "E' una notizia tristissima che dà un ulteriore segno della totale inciviltà di quanti ancora si ostinano a non abbandonare Muhammar Gheddafi", è il commento di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl. Il cimitero è stato parzialmente distrutto mentre è in corso il completamento del progetto con la traslazione ad Hammangi (così si chiama la località dove sorge il cimitero) delle salme tuttora sepolte nei villaggi grazie ai fondi messi a disposizione dal Fondo di Beneficenza della Banca Intesa Sanpaolo. Luigi Sillano che, per conto dell'associazione segue il progetto, confida che l'Istituto al quale era stata comunicata nel febbraio scorso la necessaria sospensione dell'iniziativa a seguito della rivolta in Libia, seguiterà a sostenerlo quando anche Tripoli sarà liberata. Sarà allora possibile riparare i danni fatti e quelli futuri qualora le frasi minacciose scritte sulle mura di recinzione della struttura dovessero tramutarsi nell'incendio totale del complesso.

NATO, primo attacco con elicotteri - La Nato ha annunciato di aver compiuto oggi per la prima volta attacchi con elicotteri da combattimento in Libia, contro veicoli militari, attrezzature e forze dell'esercito del colonnello Muammar Gheddafi. "Elicotteri da combattimento sotto comando Nato sono stati utilizzati per la prima volta il 4 giugno in azioni militari sulla Libia, nel contesto dell'operazione 'Protezione unificata'", spiega un comunicato dell'Alleanza atlantica. "Tra gli obiettivi colpiti figurano veicoli, equipaggiamenti e forze militari" dell'esercito di Gheddafi, specifica la nota della Nato senza indicare il luogo degli attacchi.

Elicotteri dell'esercito francese del tipo Tigre e Gazelle hanno partecipato ai raid notturni della Nato sulla Libia, in collaborazione con elicotteri britannici. Lo ha annunciato lo stato maggiore francese interarmi. Nella notte la Nato aveva reso noto che per la prima volta erano stati condotti attacchi con elicotteri da combattimento in Libia contro veicoli militari, attrezzature e forze dell'esercito del colonnello Muammar Gheddafi.

Gli elicotteri britannici che per la prima volta stanotte hanno compiuto attacchi sul territorio libico, hanno distrutto un posto di controllo militare e una installazione radar presso la città di Brega, nell'est del paese. Lo ha annunciato il ministero della difesa britannico secondo il quale il raid è stato compiuto con "elicotteri di attacco Apache, che hanno effettuato la loro prima missione a partire dalla portaelicotteri HMS Ocean" al largo della costa nordafricana. Stanotte è scattata la prima missione degli elicotteri da combattimento francesi e britannici nell'ambito della missione Nato in Libia.


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Profanato il cimitero italiano a Tripoli

Adnkronos 

4 Giugno 2011

 

Il cimitero italiano a Tripoli, dove riposano i resti di 8mila connazionali , è stato profanato. Lo ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. " Sono entrati ieri, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso - ha raccontato all'ADNKRONOS- non sono riusciti a entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente danneggiato l'abitazione del custode". "Sono state fatte anche delle scritte minacciose dove promettono di bruciare tutto la prossima volta ", ha aggiunto la Ortu.

Il cimitero, ha spiegato, era stato restaurato meno di due anni fa a cura della Farnesina e alla fine dei lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica. Costruito negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con tutti i caduti italiani nelle guerre d'Africa . Nel Settanta, ricorda la Ortu, Muammar "Gheddafi si presentò davanti al cimitero con i tank dicendo che avrebbe buttato giù tutto se non fossero stati portati via i resti dei militari". I corpi furono così traslati nel sacrario di Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato.

Nel 2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di andare in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu il cimitero. Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro degli Esteri Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari del cimitero furono restituiti alla municipalità di Tripoli e tutti i corpi furono traslati nell'ossario militare. L'Airl, sottolinea infine la Ortu, si sente molto vicina agli insorti libici e visita regolarmente i feriti che sono ricoverati a Roma, provvedendo alle loro piccole necessità.


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FRATTINI VOLA A BENGASI E PROMETTE SOLDI E BENZINA

Il Corriere della Sera

Maurizio Caprara

1 Giugno 2011

Il ministro degli Esteri e l`impegno di Eri e Unicredit Frattini vola, a Bengasi e promette soldi e benzina Il sostegno del governo italiano ai ribelli libici DAL NOSTRO INVIATO BENGASI -Nella città scelta da Muammar el Gheddafi per firmare con Silvio Berlusconi il trattato di amicizia italo-libica nel 2009, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha sottoscritto ieri una dichiarazione che innalza il grado di legittimazione internazionale attestato dal nostro Paese ai li bici insorti in febbraio contro il Colonnello. «Il governo italiano riconosce il Consiglio nazionale transitorio quale titolare dell`autorità di governo nei territorio da esso effettivamente controllato», c`è scritto nei due fogli che il titolare della Farnesina ha firmato nell`hotel Tibesti della seconda città della Libia e capitale della rivolta. Un passo ulteriore rispetto alla definizione del Consiglio come < 4 il Frattini da adottata Libia», la rappresentare per legittimo politico interlocutore>

Il governo italiano lo ha accompagnato con due tipi di aiuti: il via a prestiti di soldi e a forniture di carburante a quella che ormai tratta come parte di Libia liberata.

Giornate come ieri confermano che la politica non è una linea retta, si nutre talvolta di paradossi. In base alla dichiarazione congiunta che Frattini ha firmato con il vice primo ministro Abd al Aziz Isawi, l'Italia (che da anni acquista dalla Libia un terzo del proprio fabbisogno energetico) venderà benzina alle autorità di Bengasi, oggi incapaci di raffinare il greggio. Sarà l'Eni, che ha spinto la Farnesina ad aiutare i ribelli per non perdere peso nei giacimenti libici, a fornire carburante per 150 milioni di euro. A guerra finita, il conto sarà pagato in greggio.

Non è l'unico dei paradossi di questa situazione nella quale l'accordo alla faccia del Colonnello è stato raggiunto tra due suoi ex interlocutori privilegiati:

Frattini, che lo indicava in gennaio come esempio di dialogo con i popoli arabi e ieri definiva il suo regime «finito», e al Isawi, il quale fino a febbraio rappresentava la Giamahiria in India da ambasciatore.

A scortare il ministro italiano a Bengasi, ieri mattina, erano gli uomini armati in divisa scura della «Brigata 17 febbraio». Il nome di questa unità dei ribelli deriva sì dalla rivolta del 17 febbraio 2011, ma allora Bengasi si infiammò perché gli antigheddafiani manifestavano in ricordo del 17 febbraio 2006, quando una sommossa contro il Colonnello comportò anche un assalto al Consolato d'Italia.

In altri locali, Frattini ieri ha inaugurato il nuovo consolato, per sicurezza mai riaperto finché Bengasi rimaneva sotto il Colonnello. Un altro passo gradito agli insorti, come i crediti per centinaia di milioni di euro dell'italiana Unicredit permessi dalla dichiarazione.

Il 7,6% della banca, congelato da sanzioni dell'Onu, è libico e garantirà il prestito. «Sei generali hanno defezionato e ci stanno dando a Roma informazioni preziose: a Gheddafi resta il 15-20% della capacità militare», ha detto Frattini. Salutando il Consiglio così: «La prossima volta spero di incontrarvi nella Tripoli liberata».

Il «governo» Il Consiglio nazionale di transizione libico è formato da 31 membri: con gli insorti anche uomini dell`ex regime Leader Il segretario generale è Abdel Jalll, l'ex ministro della Giustizia di Gheddafi: sulla sua testa c`è una taglia di 500 mila dinari libici. Primo ministro è Mahmud Jibril Tre mesi di vita Riunitosi la prima volta a Beida il 24 febbraio e poi trasferitosi a Bengasi, il 5 marzo si è autoproclamato «unico legittimo rappresentante della Repubblica iibica» Riconoscimento La Francia è stata la prima, il 10 marzo, a dare un riconoscimento diplomatico al Cnt. Il 12 marzo l`Europa lo definisce «un interlocutore politico credibile» senza però riconoscerlo come governo, Il riconoscimento dell`Italia arriva il 4 aprile dopo la visita a Roma dell'inviato per l`estero del Cnt` Abd al Aziz Isawi. Ieri la visita di Frattini a Bengasi


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Il giallo di Gheddafi sparito da nove giorni

La Stampa

Guido Ruotolo

9 Maggio 2011

Voci dalla capitale: forse è rimasto ferito o ucciso nei raid

Otto giorni, anzi nove. L'astinenza dal video di Gheddafi comincia a essere sospetta. Se poi si aggiungono le indiscrezioni rilanciate da ambienti diplomatici a Tripoli (sono 45 le rappresentanze straniere in Libia) allora l'assenza diventa un giallo, un mistero. Insomma, per dirla tutta, che fine ha fatto il Colonnello? È vivo? O è rimasto ucciso o gravemente ferito dai bombardamenti della Nato? «Quella notte ci hanno portati in quella casa - rivela un ambasciatore straniero presente a Tripoli - ed era tutto distrutto. La Nato ha utilizzato delle bombe speciali, di quelle che creano una violentissima pressione in orizzontale. Insomma, è difficile sopravvivere agli effetti di quelle bombe...».Un passo indietro nel tempo. Al 30 aprile. La mattina Gheddafi rilancia l'ipotesi di una tregua e nello stesso tempo avverte Roma: sarà guerra in Italia. L'amico (ex) Berlusconi aveva dato il via libera alla possibilità che i nostri velivoli diventassero operativi, insomma sganciassero le bombe.Poi, nel cuore della notte di sabato 30 aprile, il portavoce del regime comunica ai media che la Nato ha bombardato la casa dove si trovava Gheddafi ed erano stati uccisi il figlio Saif el Arab, la moglie e tre nipotini del raiss, figli di tre figli del Colonnello: Mohammad, Hanibal e Aisha. Alcuni testimoni eccellenti sono stati portati nella camera ardente. Ma i corpi di Saif el Arab e di sua moglie erano avvolti in teli bianchi. Il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, si è limitato ad osservare: «Il cadavere era troppo sfigurato...». Insomma non si poteva procedere alla sua identificazione. Era davvero Saif? Il dubbio che potrebbe essere stata una messinscena è fortissimo. Perché non hanno fatto delle fotografie? E poi c'è il precedente della morte della figlia adottiva di Gheddafi, Hana, rimasta sotto le macerie a Bab el Azizia, durante i bombardamenti voluti da Reagan, nel 1986. Fonti dei rivoltosi sostengono che Hana non sia mai morta, che faccia il medico e che in questi anni abbia viaggiato all'estero, a Parigi, a Londra, in Germania, lasciando tracce documentali della sua esistenza e del suo passaggio attraverso le frontiere Schengen. E dunque, perché Gheddafi non si fa vedere in pubblico da prima del bombardamento della casa di Saif el Arab? Perché è ferito o, peggio, è rimasto ucciso dalle bombe Nato?Ma in questi giorni il filo delle comunicazioni tra la comunità internazionale e il regime non si è mai interrotto. Proprio ieri si segnala un indubbio successo di Gheddafi: il governo transitorio egiziano ha infatti introdotto il visto per i cittadini libici. Una novità che arriva dopo che, la settimana scorsa, un rappresentante del Cairo era stato a Tripoli, ricevuto dal primo ministro Al Baghdadi Ali al Mahmoudi. E dunque l'introduzione del visto ha il sapore del favore egiziano fatto a Tripoli. Se per esempio un libico emigrato in Canada decidesse di tornare a casa, per imbracciare il kalasnikhov e combattere in Cirenaica contro le truppe lealiste, non potrebbe entrare in Libia attraverso la frontiera egiziana se sprovvisto di visto. E il visto potrebbe non essere concesso. Ma chi è in questi giorni che guida l'offensiva militare contro i ribelli, che tesse la rete di relazioni diplomatiche internazionali, che organizza le partenze dei profughi verso l'Italia? Chi è l'erede del Colonnello, soprattutto oggi, se è vero che Gheddafi si trova in difficoltà perché ferito o se addirittura è morto per via dei bombardamenti? Sia le fonti diplomatiche internazionali che ambienti dei rivoltosi indicano in Saif el Islam, l'erede di Gheddafi, il figlio che ha ereditato lo scettro del comando in questi mesi. E' lui che sta organizzando il popolo dei profughi del Corno d'Africa da usare come bombe contro l'Italia? E' lui che li carica sulle carrette del mare stipate fino all'inverosimile, con il rischio che ormai è certezza che i pescherecci naufragano. Le ultime tragedie di questi giorni portano i rivoltosi a interrogarsi. E probabilmente nei prossimi giorni chiederanno ai Paesi della Nato di far bombardare la flotta peschereccia per evitare che quelle navi si trasformino in bare. Per evitare che in questa maledetta guerra si contino migliaia di vittime straniere: i profughi del Corno d'Africa.


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Gheddafi: porteremo la guerra in Italia

Il Sole 24 Ore

Alberto Negri

1 Maggio 2011

p. 5

 

«Con l'Italia ormai è guerra aperta»: senza giri di parole Muammar Gheddafi ha parlato della possibilità di trasferire il conflitto nella penisola dopo che nella notte tra venerdì e sabato si era detto disponibile a negoziare un cessate il fuoco con la Nato. Ancora non sapeva che un raid dell'Alleanza nella tarda serata di ieri avrebbe ucciso a Tripoli il figlio più giovane Saif al-Arab, 29 anni, e tre suoi nipoti. Il raìs, nello stesso edificio, è miracolosamente uscito illeso dall'attacco sferrato con tre missili. Notizie confermate da un portavoce del governo.
Un'escalation drammatica improvvisa, dopo l'arma della retorica sfoggiata dal Colonnello nel pomeriggio: acrimoniosa ma non del tutto ingiustificata la reprimenda contro l'ex potenza coloniale, «l'amico Berlusconi» e un trattato d'amicizia rimasto soltanto sulla carta. Ma questo è il raìs che ci siamo meritati noi e tutto l'Occidente, con il beneplacito degli americani, trasformando in fretta un abile manovratore di trame terroristiche in partner d'affari delle nostre imprese e in una sorta di poliziotto del Nordafrica. Sono errori di valutazione che si pagano.
Abbiamo così un nuovo nemico, che soltanto otto mesi fa sbarcava a Roma gonfio di medaglie pittoresche e contratti miliardari. E, puntuale, è arrivata la reazione della Lega: «Era quello che temevamo. Sono dichiarazioni da non sottovalutare, temiamo delle ripercussioni perché Gheddafi non ci vede solo come nemici ma anche come traditori», ha detto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli.
Il raìs non è molto credibile nelle sue offerte di tregua, respinte sia dall'Alleanza atlantica («Servono fatti e non parole») che dai ribelli di Bengasi. Ci sono buoni motivi per non dargli fiducia: in questa guerra, come in passato, ha mentito spudoratamente, facendo esattamente il contrario di quanto affermava. Una settimana fa aveva proclamato il ritiro da Misurata per lasciare, a suo dire, il campo libero alle tribù lealiste, poi ha stretto d'assedio la città nel tentativo di riconquistarla. Si è limitato a togliere la divisa verde oliva ai soldati: una trappola in cui sono caduti gli aerei della Nato che hanno falciato una dozzina di insorti. Un fuoco amico che miete vittime ma di cui malvolentieri si parla perché i ribelli sono disposti a pagare qualunque prezzo. Così come si discute assai poco delle dimensioni reali di questo conflitto: fonti varie, arabe e occidentali, parlano di 10mila o 30mila morti. Non si vedono però né le immagini né le prove di un simile massacro.
Anche noi, pur non volendo dare alcuna fiducia al qaid libico, dovremmo farci qualche domanda, soprattutto dopo la tormentata decisione italiana di partecipare ai bombardamenti. In primo luogo sull'obiettivo reale di questa guerra. Se intendiamo farlo fuori, i raid potrebbero non bastare. A meno di un colpo di fortuna, come quello che per un soffio non è andato a segno ieri, cioè un missile che fa secco il Colonnello in uno dei suoi bunker. Altrimenti la Nato dovrà prendere in considerazione operazioni di terra non previste dall'Onu. Tutti, compreso il bellicoso Sarkozy, negano di volere questa soluzione.
La seconda opzione è continuare nella guerra di logoramento. In questo caso bisognerà armare i ribelli creando una forza d'urto per mettere Gheddafi spalle al muro e controllare il Paese senza scivolare nell'anarchia. Il Colonnello, per il momento, non può dirsi troppo preoccupato dall'armata degli insorti che a Est è inchiodata ad Ajdabiya, a 160 chilometri da Bengasi, e non sta tentando neppure, per motivi tattici, di riconquistare i terminali petroliferi. La valorosa ma disorganizzata guerriglia di Bengasi è incapace di cogliere obiettivi militari importanti e, soprattutto, di mantenerli.
La terza alternativa, nella speranza di ottenere risultati immediati, è dotare i ribelli dei fondi necessari per comprare il consenso delle tribù ancora fedeli promettendo loro di spartire le ricchezze petrolifere custodite in Cirenaica. Questo potrebbe essere uno degli argomenti di cui si parlerà alla conferenza sulla Libia che si terrà a Roma il 5 maggio.
In ogni caso le sabbie libiche hanno già inceppato i piani francesi, britannici e americani. È per questo che hanno così ben accolto la partecipazione italiana ai raid: si dividono un po' di spese di guerra e di responsabilità. Non sarà complicato ricompensarci con quote di petrolio libico. Sarebbe però alquanto sconveniente che la Nato fosse costretta ad accordarsi per una tregua che sancirebbe la divisione in due della Libia. Ma questa potrebbe essere la soluzione transitoria, per rinviare a una seconda fase l'eliminazione del raìs.
Tutti questi ragionamenti sono comunque destinati a saltare in caso di altri eventi drammatici in Nordafrica e Medio Oriente, dove una mezza dozzina di Paesi arabi sono in ebollizione. Non è quindi indifferente che l'operazione libica finisca presto: l'imprevedibile Gheddafi, per nostra insipienza o per le disgrazie altrui, potrebbe restare ancora in sella.


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Pasticcio libico. Febbre padana

Il Corriere della Sera

Giovanni Sartori

30 aprile 2011

p. 1

Che l'asse Berlusconi - Bossi si incrinasse in modo vistoso su Gheddafi proprio non me lo aspettavo. E per una volta (mi capita di rado) devo dare ragione a Berlusconi. Che la politica estera del nostro premier sia dilettantesca è comune opinione dell'Occidente che conta. Però il nostro premier non è stupido. Ne combina di tutti i colori, ma è intelligente.

È chiaro che a Berlusconi la ribellione in Libia contro il suo molto corteggiato e baciato (sulla mano) Gheddafi, è andata di traverso, e molto. Gheddafi era, per noi, petrolio assicurato e anche un guardiano che poteva socchiudere, invece di spalancare, i cancelli dell'immigrazione clandestina degli africani. Lampedusa è vicina, la Spagna e la Francia sono lontane; e quindi noi siamo i più esposti.

All'inizio Berlusconi ha temporeggiato. Non poteva rompere con Francia, Inghilterra e Stati Uniti né sconfessare una delibera delle Nazioni Unite. Così ha inventato la ingegnosa formula degli aerei da guerra che volano ma non sparano. Sperando in cuor suo (immagino) che il Colonnello domasse la ribellione in fretta, e così contando di ripresentarsi a lui a Tripoli come la persona che, frenando gli altri, lo aveva salvato. Ma poi, passa un giorno passa l'altro, si è accorto che non poteva fare un doppio gioco, o un gioco su due fronti, più di tanto. Ha anche capito, immagino, che ormai Gheddafi non lo avrebbe perdonato in nessun caso, e che la sua ovvia vendetta sarebbe stata di negarci il petrolio e di inondarci di migranti. E così, obtorto collo, ha capito che si doveva schierare, e che la cacciata di Gheddafi era diventata un vitale interesse anche per lui.

Ora Berlusconi si batte il petto e ammette di aver sbagliato nel lasciare Bossi all'oscuro del suo voltafaccia. Ma secondo me non ha sbagliato per niente. Sapeva che avvertendo Bossi si sarebbe imbattuto nel suo veto. Dopo aver detto sì al presidente Obama non poteva richiamarlo per dirgli che Bossi non voleva. Molto meglio far finta ex post, a cose fatte, di essere dispiaciuto e di scusarsi. Tanto Bossi sa di aver bisogno di Berlusconi per varare il suo agognato federalismo, così come il Cavaliere sa di aver bisogno di Bossi per restare in sella. Difatti il Senatur ha già detto che non farà cadere il governo, anche se al momento i rapporti tra i due restano gelidi.

Comunque sia la vicenda mette a nudo quanto sia profondo e purtroppo radicato il «localismo» chiuso della Lega. Niente Europa, niente guerra, niente stranieri, insomma niente di niente. La Lega è come un mulo che s'impunta, e che si impunta sempre.

Inoltre, nel frattempo, l'Europa ci ha appena condannati per la legge che considera l'immigrazione clandestina un «reato ». Difatti, e a prescindere da quanta accoglienza l'Italia vorrà e potrà dare agli stranieri che fuggono dai loro Paesi, dalla fame o anche dalla tirannide, l'idea del reato non è stata una buona idea, anche perché coinvolge una magistratura bizzarra e già oberata da troppi carichi e troppi arretrati. Davvero un bel pasticcio.


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Nato a Tripoli e cacciato da Gheddafi mi schiero a fianco dei fratelli libici

Mattino di Padova

2 marzo 2011

Antonio Stefanile Saonara

p. 26

Cari fratelli libici, vi chiamo fratelli perché sono nato in quella indimenticabile terra nel 1953 e lì sono vissuto fino al 1970, anno in cui Gheddafi ci cacciò via da quella meravigliosa terra. E lì ho lasciato il mio cuore.
Mio papà arrivò in Libia nel 1928, lasciando Nola (Napoli) che aveva 10 anni, mia mamma arrivò in Libia prima dello scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939. Papà faceva l'agricoltore nella più bella zona di Tripoli, a Collina Verde, e gestiva un'azienda con agrumeti e oliveti. Contemporaneamente iniziò l'importazione di bestiame da macello, perché scarseggiava la carne presso le macellerie libiche.
A Tripoli risiedeva anche una vasta comunità ebraica, e tutti vivevamo in armonia, con il massimo rispetto gli uni degli altri, mantenendo inalterate le nostre radici, culture e feste religiose.
Si viveva in tranquillità, ci si aiutava a vicenda: tra arabi, italiani e ebrei, non ricordo nessun tipo di razzismo.
Il vecchio monarca senussita Idris I amava gli italiani. Nonostante fosse stato umiliato dai nostri militari durante il secondo conflitto mondiale, aveva capito che noi coloni non rispecchiavamo affatto il colonialismo di stampo fascista, bensì eravamo ormai diventati parte integrante della società libica.
Abitavamo alla periferia di Tripoli. Sono cresciuto con i bambini arabi, parlo tutt'ora l'arabo, più di qualche libico frequentava le scuole italiane. La Libia della mia giovinezza era un paradiso terrestre: duemila chilometri di costa, un mare cristallino, un clima caldo, una natura incontaminata, tramonti ed albe al limite del mistico, un deserto infinito, silenzioso, misterioso dove si percepiva quasi la presenza di Dio.
Oggi vedendo Tripoli in tv ridotta a ferro e fuoco ricordandomi quanto bella fosse, a stento trattengo le lacrime. Era una città stupenda, un lungomare costruito dagli italiani, che per chilometri costeggiava un litorale fantastico. Le moschee con il muezzin che chiamava i fedeli alla preghiera, e le chiese italiane, con la nostra cattedrale, diventata sotto Gheddafi moschea a Nasser.
Aveva il suo fascino Tripoli, i suoi odori, profumi, i suoi colori, con il mercato vecchio della casbah costruita dai turchi, Suk el Turk, la statua dell'imperatore romano Settimio Severo, che era nato in Libia.
Quando Gheddafi salì al potere, favorì in maniera impressionante i militari, con dei stipendi da capogiro, creando una dittatura. Militari che tuttavia non avrebbero mai immaginato di dover sparare, un giorno, sui propri fratelli.
Gheddafi ha trasformato una terra che era un paradiso terrestre in un inferno. Ha dimostrato di essere solo quello che già 42 anni fa, da certi suoi atteggiamenti, si prevedeva sarebbe diventato: un dittatore. Un despota che esordì umiliando gli stranieri, specialmente noi italiani, che avevamo reso quella terra un fiore del Nord Africa.
Onore al popolo libico, quel popolo che sta morendo per la sua libertà. Ricordo la sofferenza che provammo lasciando la Libia nel 1970, nella maniera che tutti sanno.
Tornerò in Libia! Tornerò ad onorare quei martiri che sono caduti sotto la ferocia dei cecchini di Gheddafi! Inshallah!


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Intervista al principe Idris Al Senussi

"In passato ha cercato di uccidermi, ora ho un piano per fare fuori Gheddafi"

Libero

17 aprile 2011

Anna Corradini Porta

A chi, se non a lui, posso chiedere quale potrà essere il futuro della Libia? E chi, se non lui, può aiutarmi a decifrare l'intricata personalità di Ghed­dafi, tiranno spocchioso ed esibizionista, cinico e pericoloso, bruciato da un orgoglio smisurato? Incontro il principe Idris Al Senussi, nipote dell'ultimo re libico di cui porta il nome, in un grande albergo di Washington. Seduti nella sua suite si parla della tragedia del suo paese e di quali saranno le prossime iniziative. Ci offre un caffè la moglie, la marchesa Ana Maria Quinones, nobildonna spagnola di grande classe e di grande fascino, che lo segue ovunque. Principe, lei crede che Gheddafi accet­terà di andare in esilio quando si accorgerà di non avere più vie d'uscita? Se lo vede con la valigetta in mano voltare le spalle al potere, al petrolio, al paese che ha tenuto in scacco per 42 anni? «Non se ne parla nemmeno che se ne vada, non ci pensa proprio, non lo farà mai. E poi dove potrebbe andare, chi lo vuole? Non lo vuole nessuno. Forse la Russia, ma che fa, mette la sua tenda sulla piazza Rossa, si accampa al Cremlino?»

Non si può più tentare nessun tipo di accordo? «Dopo che ha bombardato il suo popolo con i caccia, non c'è più intesa possibile».

Allora non restano che due possibilità, o si ammazza, o lo ammazzate. «È troppo vigliacco per suicidarsi. lo comunque sto mettendo a punto un piano che dovrebbe isolarlo completamente, che dovrebbe risolvere il pro­blema. Non ci ho dormito molte notti e sto precisando tutti i particolari. Ne ho parlato con molti libici che vivono qui in America e ricoprono posizioni di grande prestigio, molti sono professori d'università che insegnano nei migliori istituti, lavorano nei grandi ospedali, in importanti società. E naturalmente ne ho parlato con i miei parenti in Libia. Credo in pochi giorni di poter concludere questo lavoro, poi preparerò un dossier da presentare al Dipartimento di Stato americano e ai vari governi europei, ognuno lo avrà nella sua lingua. Naturalmente in questa operazione sarà coinvolto il movimento senussita che io guido e che gestisce la seconda maggiore moschea della Mecca. La confraternita dei senussi è una delle grandi correnti progressiste dell'Islam, fra le più tolleranti verso la modernità e i non mussulmani».

In libia la vostra famiglia è molto ama­ta, com'era molto amato re Idris che governò per quasi vent'anni fino al golpe I del colonnello. Infatti la bandiera che hanno issato i ribelli, quando si sono opposti a Gheddafi, è stata quella della, famiglia reale, la vostra e non altre. «Quando in televisione l'ho vista sventoare non mi vergogno a confessarle che mi sono messo a piangere come un bambino. Ho pensato a mio nonno, a mio padre, a quale sarebbe stata la loro soddisfazione se avessero potuto vedere».

Principe, lei pensa ci possa essere un ri­torno alla monarchia? Anche se siete in tre a pretendere il trono, oltre a lei in­fatti, c'è suo fratello maggiore Hashem e suo cugino Muhammad. Ci vorrebbe un trono a tre posti. «Sarà il popolo libico a decidere se vuo­le la monarchia o un buon governo, composto da gente di specchiata onestà, amore profondo per il paese e disponibilità a sacrificarsi per migliorare il futuro della Libia. A me interessa il bene dei miei connazionali, il rifiorire di una nazione che ha tutti i diritti di vivere finalmente lontana dal giogo del tiranno».

Lei non crede che alla fine per liberarsi di Gheddafi bisognerà farlo fuori? «Bisogna vedere come vanno le cose è presto per parlarne. Le dico però, sinceramente, che lui ha tentato di ammazzarmi e io ho tentato di ammazzarlo, questa è la verità. Non c'è mai stata intesa fra noi due, Gheddafi in passato mi ha offerto soldi e incarichi, ma io ho sempre rifiutato. Posso vantarmi di non avergli mai dato la mano. Per questo sono rimasto malissimo quando ho visto Berlusconi "baciargli l'anello". Non potevo crederei. Ma la cosa che mi ha fatto più male è quella sua dichiarazione dove diceva che era addolorato per Gheddafi. Per Gheddafi? E non per il popolo che veniva trucidato, che ha bagnato col suo sangue le strade della Libia?»

Che rapporti ha con Berlusconi? «Più che altro li ho con il Quirinale».

Se il suo piano per liberare la Libia andasse in porto, coinvolgerebbe Europa ed America? «Naturalmente. E la Lega Araba. Ora non posso anticiparle i particolari, ma è questione di giorni e poi quando sarà consegnato ai vari governi, farò delle conferenze stampa per parlarne. Certo deve essere una mossa globale col consenso di tutti».

Nella Libia liberata, quando si formerà il nuovo governo, ne faranno parte quelli che attualmente rappresentano i ribelli? Perché in quelle fila ci sono bravissime persone, ma anche ex ufficiali di Gheddafi, ex suoi collaboratori, che si, hanno lasciato il colonnello per af­fiancarsi ai contestatori, ma restano comunque dei traditori. E chi tradisce una volta, può farlo ancora. «Chi ne farà parte sarà scelto con molta cura e con il consenso del popolo».

A lei, principe, ai suoi parenti sono stati confiscati molti beni in Libia, pen­sa che potrà tornarne in possesso? «Il palazzo dove sono nato era diventato una caserma ed è stato abbattuto. Altre proprietà, se rimarranno in piedi dopo questa guerra, dovrebbero tornare ai legittimi proprietari. So che è difficile crederlo, ma non è l'interesse che mi spinge a fare quello che faccio, anche mia figlia Alia che ha solo 26 anni non pensa ad altro e sta raccogliendo soldi per la Croce/Mezzaluna Rossa. C'è un sentimento di patria che solo chi lo prova profondamente può capirlo, che va al di là di ogni altro pensiero».

Per questo è stato fra quelli che ha preparato la rivolta del 17 febbraio, dopo che il 4 aveva lanciato un appello pubblico a Gheddafi per aperture e riforme necessarie per migliorare il benessere lei paese? «Nell'ultimo anno, forse perché si sen­tiva il fiato sul collo Gheddafi aveva ef­fettuato alcune liberalizzazioni nel campo del commercio e aveva anche restituito qualche proprietà confiscata, ma non ha tenuto conto del malcontento dei giova­ni che chiedevano democrazia, libertà, lavo­ro, un minimo di benessere. Erano stanchi del pugno di ferro. La risposta, lo avete visto tutti è stata una bruta - le repressione, fino a far bombardare con i caccia la sua gente. Da è iniziata la sua fine. Quando è stato necessario io sono volato subito qui a Washington, da Roma dove vivo, permettermi a disposizione del Dipartimento di Stato col quale ho ottimi rapporti, per fornire preziose informazioni ai dirigenti della politica estera americana».

Principe, lei vive fra Roma, Londra e Washington, ma di cosa vive? «Sono finanziere e investitore oltre che mediatore di commesse importanti. Grazie ai miei contatti con le famiglie reali del mondo arabo, ho favorito l'ingresso di molti gruppi italiani sui mer­cati del Golfo. E ho portato gli arabi a investire in Italia »

Mi tolga una curiosità principe Idris, che nulla ha a che fare con tutto quello che ci siamo detti. Chiamavano suo pa­dre Il "principe nero", perché un appel­lativo cosi inquietante? «Ma non c'era niente di inquietante, lo chiamavano il "principe nero" perché era nero, il più scuro della famiglia. Tutto qui».


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Libyan rebels, hoping for one state, prepare for two

Washington post

5 Aprile 2011

Tara Bahrampour

BENGHAZI, Libya — “One Libya, with Tripoli as its capital” is spray-painted on walls around this rebel city and glides off the tongues of opposition leaders. Moammar Gaddafi will fall in a week, they predict, two at the most, and they'll build a new country then.

But as weeks stretch into months and progress on the battlefield stalls, this rebel-held area of Libya is settling into its status as a de facto separate state. Since the February uprising that ended Gaddafi's rule here, schools and many businesses have remained closed. But police are back on the streets, hospitals are functioning and shops are slowly reopening. Behind the scenes, opposition leaders are feverishly courting international partners as they work to set up a political and economic system for a period of division that some quietly admit may stretch on indefinitely.

A tanker arrived in the rebel-held port of Tobruk on Tuesday to load oil for export, the first time that has happened in nearly three weeks. Although it is unclear whether the rebels will be able to export enough oil to keep the east afloat economically, the tanker's arrival marked a symbolic step in the rebels' journey from accidental revolutionaries to governors and statesmen.

Also on Tuesday, rebel leaders for the first time welcomed to Benghazi an official U.S. envoy, who is here both to meet opposition leaders and provide assistance to the fledgling council that runs affairs in the east. For the United States and other Western powers, the rebel efforts to build the rudiments of a nation in eastern Libya reflect the reality of a military stalemate — one in which NATO could be ensnared for months or more. “We don't like it, we don't want it, but this scenario might happen,” said Fathi Baja, the rebels' head of international affairs.

When the uprising began, “people didn't have a slight idea of what they wanted to do, other than that they knew they wanted Gaddafi to go,” Baja said. “Now, as we start to create some political entities here and there, and we try to start some economic life and create an army, we find ourselves in another stage, and we understand that it might take a little time.”

It is no small task. During nearly 42 years of rule by Gaddafi, economic and political power was entrenched in Tripoli and civil society was virtually nonexistent. The east, which had long been resistant to Gaddafi's rule, was badly neglected. “The whole of Libya is living in the Middle Ages,” said opposition spokeswoman Iman Bugaighis, “but especially the east.” Mustafa Gheriani, an opposition spokesman, said that when Gaddafi's forces pulled out amid the uprising, “we thought it would be like Egypt — that we have ministries, we have an institution that was running. And we found that there was nothing.” Now, the Transitional National Council — composed of 31 representatives, nominated by each of the towns in the east — is responsible for creating a political, economic and military infrastructure from scratch, a task complicated by the fact that a war is going on just a couple of hours' drive away. The council includes a crisis management team, which functions as a cabinet. Many of its members have lived abroad, including an economics minister who abruptly left his position as a University of Washington professor in February.

The team is learning as it goes, and putting out fires almost daily. This week, team members dealt with a spat between the rebels' top military leaders as well as an attack on an oilfield that the rebels are counting on for revenue. They also hosted diplomats from Italy, which formally recognized the rebels on Monday, and from Great Britain, which they hope will follow. France and Qatar have already recognized the rebels as Libya's legitimate government.

With plans to draft a constitution and electoral laws, opposition leaders are consulting with experts in the United States and Europe. The leaders say they want a democratic system, including freedom of expression, multiple political parties and an independent judiciary.

On Monday the economics minister, Ali Tarhouni, presented a $1.5 billion, four-month budget that includes salaries for soldiers and civil employees. For such a budget to be sustainable, the east will need to start selling from its ample oil fields.

Libya has long relied on oil, and the rebel government is working hard to resume exports. Qatar has agreed to market the oil, but Libya's Central Bank and National Oil Corporation were hit with U.N. sanctions last month because of associations with Gaddafi's family. The rebels have asked the United Nations to exempt them from the sanctions, arguing that both entities have split from Tripoli's version, though they have retained their names in anticipation of reunification.

Until then, the proceeds will go into an escrow account and the opposition will withdraw them in the form of food, medicine and other humanitarian aid, which would not violate the sanctions, Tarhouni said. Even if sanctions are lifted, it is unclear whether rebel-controlled oil will be sufficient to sustain this region, which is home to roughly 2 million people. Before the uprising, the country was producing 1.6 million barrels a day. Now, the rebels claim to be producing 100,000 to 130,000.

“It's not enough,” Baja said.

Although the bulk of Libya's oil riches lie in fields in the central or eastern parts of the country, the biggest export terminals have been trading hands in the fighting. Ports at Ras Lanuf, Brega and Es Sider are either beyond the rebels' grasp or too heavily contested to be useful to their cause. The tanker that arrived for loading Tuesday came in at Tobruk, which is safely in rebel hands but has limited ability to export.

“They have been talking about larger volumes, but I don't think they can do that,” said Greg Priddy, an oil analyst at the Eurasia Group.

“The bottom line is, this is a trickle. This isn't enough to move the needle on the world oil market,” Priddy added. “But it is a substantial amount of money for the provisional government.” At today's prices, he said, rebel leaders could earn about $100 million a month, enough to buy some basic foodstuffs.

One fact that simplifies shipments from Tobruk: The oil is likely coming from the Sarir field, which is operated by Libyans, not foreigners. That means production can proceed without outside companies.

But on Monday a facility that feeds oil to Tobruk was sabotaged, presumably by Gaddafi's forces. The damage to production has not yet been assessed, but the attack underscored the east's fragility. For now its leaders live in semi-hiding, with bodyguards and safe houses, and the east is dependent on NATO airstrikes to keep Gaddafi's forces at bay.

The rebels' plans, whether for what will be one state or two, include a more diverse economy. Until now, 96 percent of Libya's revenue has come from oil; leaders here say they would like to add tourism, agriculture and solar energy. “Libya will never be a superpower economically,” Tarhouni said. “It will be a small, independent state, democratic, somewhat diversified.”


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"Il raìs che ci ha cacciato deve andar via"

 

Nuova Sardegna

3 Aprile 2011

Umberto Aime

 

L'appassionato racconto di Giovanna Ortu, presidente dei profughi italiani della Libia

Cagliari. Padre di Bolotana, madre siciliana, città natale Tripoli, vive a Roma da quarant'anni. Classe 1939, Giovanna Ortu è l'inesauribile presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia. Degli italiani cacciati da Tripoli e Bengasi, nel 1970. Allora furono espulsi in ventimila da Muammar Gheddafi, pochi mesi dopo il colpo di stato del tenentino berbero e la caduta di Re Idris.
Corsi e ricorsi della storia. Adesso è il colonnello a rischiare.
«Rischiare? Deve andar via, per il bene della Libia».
Ha sete di vendetta?
«Non vivo più l'età della rabbia. Il mio lutto l'ho elaborato da tempo seppure con molto dolore. Oggi sono qui a dire che questo è il Risorgimento di un popolo oppresso da una lunga dittatura».
È la frase del presidente Napolitano.
«Sì ed è un'immagine stupenda, meravigliosa che io, con molta umiltà, prendo in prestito».
Risorgimento che va aiutato, ha detto ancora il Presidente.
«Certo, è un nostro dovere stare al fianco di chi lotta in nome della democrazia. I morti di Bengasi, sono martiri della libertà. Basta, non possiamo lasciare i libici nelle mani di un tiranno che spara sulla gente con i cannoni e fa mitragliare le piazze dal cielo».
Gheddafi è stato anche il suo aguzzino.
«Io non l'ho mai conosciuto ma so bene quello che fa adesso e quello che ha fatto ai ventimila italiani, nell'estate del 1970. In una manciata di mesi, oltre quarant'anni fa, ci ha privato della dignità e di quello che avevano messo assieme in una vita».
Racconti.
«Al presente, come se fosse oggi. Mio padre, Giovanni Maria, emigra da Bolotana a Tripoli nel 1914, quand'è appena un liceale. Ha vinto il concorso per cancelliere di tribunale, sceglie la Libia, in Sardegna c'è poco lavoro. Lì si sposa con una ragazza siciliana di diciott'anni, Maria, mia madre. È figlia dell'allora direttore della Tirrenia trasferito a Tripoli dopo esserlo stato ad Alessandria d'Egitto».

Sfogli l'album.
«A Tripoli nascono i loro tre figli, tutti ancora vivi: Nella, nel 1924, Tonino, 1934 e la sottoscritta, cinque anni dopo. Lì la mia famiglia strappa al deserto un'azienda agricola, splendida: ettari ed ettari di agrumi e ulivi. Lì sono rimasta fino a trentadue anni. Lì mia figlia Antonella, nata a Roma, ha vissuto fino a nove mesi».
Ultima data conosciuta, a Tripoli: martedì 21 luglio 1970.
«Ricordo bene il giorno della legge sull'esproprio, che colpiva italiani ed ebrei. È una mattina allegra, guarda caso festeggiamo il mio compleanno. La torta è sul tavolo, ci sono due bottiglie di champagne, comprate sottobanco, Gheddafi ha messo fuorilegge l'alcol. Prima delle candeline, all'improvviso, è un amico a farci sapere che il nostro mondo sta per essere spazzato via, come se niente fosse».
Quale fu la reazione in Casa Ortu?
«Restiamo tutti muti e scossi. La torta e lo champagne finiscono nella pattumiera e noi con loro. È stato quello il compleanno più amaro della mia vita: ha segnato l'inizio della nostra via crucis».
Continui, anche se...
«Anche se fa ancora male. Per noi dal 22 luglio fino a ottobre è una trafila di burocrazia ostile, vessazioni e persino perquisizioni corporali. Sono settimane terribili, in cui dimagrisco di tredici chili».
Cosa accadde?
«Le autorità libiche ci costringono a consegnare i nostri beni, dal primo all'ultimo, compresi gli orecchini che indosso. Un'umiliazione tra le lacrime».
Cacciati perché?
«Noi, i ventimila, allora fummo il capro espiatorio delle brutalità orrende compiute dal colonialismo. Da alcuni coloni degli anni trenta, non certo dalle nostre famiglie. Noi c'eravamo integrati e siamo rimasti in libia anche dopo la Seconda guerra mondiale».
Espulsi perché "figli" del fascismo?
«Dal 1951, primo anno del regno di Idris, all'avvento del Colonnello, la nostra vita in Libia era andata avanti bene. Non era a Tripoli ma in Italia che alcuni ci chiamavano fascisti, sbagliando».
Il tempo vi ha concesso la rivincita.
«Ripeto, non c'è rancore. Oggi c'è soltanto un tumulto di sentimenti. Per Gheddafi è finita un'epoca. Siamo alla chiusura del cerchio: è l'ora della democrazia».

Senza il colonnello.
«Esatto. Altro non può esistere: i libici non vogliono la spartizione della loro terra».
Gettiamo a mare un presunto amico storico dell'Italia.
«Amico? Non direi proprio.
Da italiana ripeto: siamo stati troppo accondiscendenti nei confronti di chi ci ha sempre ricattato con gli errori commessi dal primo colonialismo. Gheddafi lo ha fatto per quarant'anni, fino al trattato del 2008. È stato furbo e trasformista con gli occidentali: era una canaglia, poi c'è mancato poco che lo facessero santo».
Esagerata.
«No, da Roma e a Roma, quand'è stato in visita, ha preteso onori che non gli erano dovuti. Ha ottenuto sei corvette e mesi dopo con quelle ha sparato contro un peschereccio italiano. Ha ottenuto risarcimenti per cinque miliardi di dollari per i prossimi vent'anni, nonostante i conti l'Italia li avesse già chiusi col trattato del 1956. Allora lo Stato pagò cinque milioni in sterline, quattro miliardi in lire, più la consegna dei beni demaniali e la confisca del nostro patrimonio, 400 miliardi dell'epoca, tre miliardi, in euro, adesso».
Doppio indennizzo, doppia beffa.
«Esatto. Il raìs ha avuto tutto quello che voleva. Attenzione, nel 2008, noi profughi eravamo ben contenti che ci fosse stato un riavvicinamento fra le nostre due patrie. Non c'è piaciuto il resto».
Cosa?
«L'errore commesso da molti governi italiani, da Prodi a Berlusconi, che hanno sempre assecondato Gheddafi nelle bizzarrie, per poi considerarlo un interlocutore affidabile. Non siamo riusciti a smarcarci dal ricatto del colonialismo e poi da quelli del petrolio e dei clandestini».
Sono i giochi di ruolo, negli affari esteri.
«Affari compiuti senza equilibrio da parte dell'Italia. Lui con noi ha mostrato sempre i muscoli, lo Stato solo l'altra guancia».
Baciamano compreso, quello del presidente del Consiglio Berlusconi.
«Quello è stato un atto indegno e doloroso per noi».
Facile dire perché.
«Nel 2008, come nel 1970, la dignità dell'Italia e degli italiani è stata barattata sul mercato degli affari».
Quali?
«Ci sono alcuni documenti della Farnesina, oggi non più segreti, che dicono: quarant'anni fa le nostre famiglie furono lasciate alla loro sorte, nonostante un trattato internazionale ci consentisse di rimanere, per tutelare gli interessi dell'Eni e della Fiat».
Nel 1970 capitò così e nel 2008?
«Berlusconi ha commesso lo stesso errore, tre anni fa. Sì, purtroppo ha avuto un atteggiamento ossequioso che, nel frattempo, Gheddafi non si era certo meritato».
Risultato?
«Che non abbiamo fatto una bella figura, nonostante più volte al Colonnello abbiamo dato una mano per farlo riammettere nel club mondiale dell'Onu. Ripeto, in due occasioni, sempre sulla spinta del business, lo Stato italiano ha consentito al raìs delle libertà inimmaginabili».
Quali?
«Le sue scorribande italiane: tende, cavalli ed hostess».
Gheddafi ora accusa Roma di tradimento.
«Abbiamo sbagliato in passato, non sbagliamo adesso».
Torniamo ai giorni nostri: la rivolta.
«Al mondo occidentale chiedo di sostenere la protesta esplosa nelle città. Deve farlo prima che la guerra civile diventi guerra totale».
L'Italia fa bene a partecipare alla missione?
«Certo e aggiungo: l'Onu si è mosso con troppo ritardo».
E se Gheddafi dovesse rivincere?
«Non può succedere, non deve accadere. Altrimenti, sarebbe la fine per una delle mie due patrie, la Libia».

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Libia: per l'Associazione Italiani Rimpatriati, "Nonostante tutto amore intatto"

Prismanews.net

25 Marzo 2011

Mafalda Bruno

 

'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL) , riunisce 20mila italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese dal regime di Gheddafi, appena salito al potere. Una sede a Roma e una a Latina, precisano di non essere un club di nostalgici chiuso nelle proprie memorie ma una comunità moderna e dinamica, che ha saputo inserirsi con successo nella società italiana. Una grande famiglia, insomma, che ha conquistato ovunque posizioni di rilievo, ottenendo riconoscimenti e fiducia ai più alti livelli delle Istituzioni e della realtà nazionale italiana.

Alla luce del conflitto in atto in Libia, passato in queste ore sotto il comando della NATO, Prismanews ha rivolto alcune domande a Maria Laura Trovato , assistente personale del presidente dell'AIRL, Giovanna Ortu .

Dottoressa Trovato, la vostra Associazione si definisce “un osservatorio attento e consapevole della non facile realtà libica”. Qual è la vostra opinione sul conflitto di questi giorni?
“Dal nostro punto di vista, in qualità di “cacciati” da Gheddafi, espropriati di tutto, ovviamente l'attuale situazione non può che causare dolore e preoccupazione. Non per la persona di Gheddafi, che consideriamo un dittatore sanguinario, siamo addolorati per il popolo libico, con il quale abbiamo sempre avuto rapporti cordiali sin da quando vivevamo in quella terra. La nostra Associazione ha continuato sempre ad avere rapporti con i libici, in un clima di affetto e simpatia reciproca. C'è stato sempre un ottimo feeling tra loro e noi, al punto che consideriamo la Libia la nostra seconda patria. Questa guerra ora ci addolora, e la nostra speranza è che tutto finisca presto e si riesca ad instaurare un governo democratico, in modo che i libici possano vivere in prosperità, visto che col petrolio che hanno possono vivere agiatamente tutti quanti”.

Ci racconta com' è avvenuta, nei fatti, la vostra “cacciata” dalla Libia?
“Noi siamo stati tra i primi, nel 1970, a subire i provvedimenti del Raìs che ci ha confiscato beni mobili e immobili per un valore di 400 milioni di lire dell'epoca (rivalutati a oggi 3 miliardi di euro!), costringendoci ad abbandonare le nostre case e gli amici libici con i quali eravamo cresciuti. La partenza dalla Libia è avvenuta in maniera traumatica: da un giorno all'altro ci è stato chiesto di fare i bagagli, è diventata una corsa contro il tempo per approntare tutti i documenti di espatrio. E lì nessuno ci aiutava ad andare via, ma ci pressavano perché andassimo via, abbiamo dovuto fare tutto da soli e pure in fretta. All'aeroporto alcune donne sono state sottoposte a visite ginecologiche per verificare, prima della partenza, che non avessero rubato gioielli”.

Secondo voi l'Italia ha fatto bene ad unirsi al conflitto o doveva percorrere la via diplomatica del dialogo? 
“Diciamo che al punto in cui la situazione è precipitata, unirsi al conflitto è stata un'azione doverosa perché la Libia è geograficamente di fronte a noi e abbiamo sempre avuto, con i libici, rapporti economici importanti. Spero tuttavia che l'Italia tenti in tutte le maniere di fermare questa strage di massa. Non possiamo prevedere, al momento, come andrà a finire, soprattutto in termini di vite umane e per questo seguiamo costantemente, e con apprensione, l'evolversi della situazione. Siamo lieti per tutti gli aiuti umanitari che l'Italia sta inviando al popolo libico”.
Qual era il vostro status in Libia? Eravate residenti?
“Eravamo residenti italiani rimasti in Libia, nonostante le guerre che si sono succedute nel tempo. Poi nel '56, col Trattato Internazionale, l'Italia ha pagato i danni coloniali, e noi che eravamo i “nipoti” del colonizzatori, siamo rimasti a vivere lì, peraltro in buona compagnia di altri europei, ebrei, arabi, ecc; non c'era alcun clima di rivalità tra noi, vivevamo pacificamente. Mio padre, per farle un esempio, costruiva strade a Tripoli, tutti i suoi dipendenti erano arabi e lavoravano in un clima di fattiva collaborazione. Io ho fatto le medie e il liceo a Tripoli: non c'era nessun clima di astio o diffidenza nei nostri confronti”.
E cosa è accaduto al vostro rientro in Italia? Come siete stati accolti?
“Nient'affatto bene: eravamo tacciati come fascisti che tornavano con la coda tra le gambe. In più, le voci erano che in Libia ci eravamo arricchiti mentre - le ripeto - siamo dovuti tornare senza nulla, con a malapena i vestiti addosso e i documenti. Abbiamo perso tutto lasciando la Libia. E da quei giorni tragici, il nostro Governo non è stato mai in grado di varare una legge che ci consentisse di poter tornare in Libia: non siamo più riusciti a metterci piede , neanche per un breve soggiorno di turismo. Perché eravamo, e siamo ancora, schedati come colonialisti. E di quello che avevamo in Libia, ci è stata restituita solo una minima parte. Ecco perché la nostra rivendicazione è ancora oggi contro il Governo italiano, non quello libico”.

Esprimiamo un desiderio: fine della guerra, Libia libera e democratica… 
“Magari! Certamente sarebbe festa grande per noi e per loro: sono certa che se potessimo tornare lì, ci accoglierebbero con enorme affetto e cordialità. Nonostante tutto, lo avrà capito, il nostro amore per la Libia è rimasto intatto”.

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Raìs spietato con gli italiani perdonato da tutti i governi

 

Il Tempo

27 Marzo 2011

Federico Guiglia

p. 1

 

Dopo i libici, che da quarantadue anni erano in balìa di un tiranno sanguinario - come oggi, che facile! tutti riconoscono - gli italiani rimpatriati da Tripoli nel 1970 sono state le vittime dimenticate della tragedia. Cacciati dalla mattina alla sera e i loro beni confiscati da Gheddafi ma la storia di questa violenza inaudita e non udita è stata cancellata, come se l'espulsione di ventimila connazionali dalla terra in cui erano nati o cresciuti potesse essere un dettaglio. O peggio, un pedaggio da pagare in nome e per conto dei trisavoli che nel 1911 avevano colonizzato la Libia quando ancora non era la Libia.

Se invece il mondo libero, e soprattutto i governi del nostro Paese avessero dato a quel precedente ignominioso del 1970 il rilievo politico-diplomatico che meritava, se l'Italia e i suoi alleati avessero prestato attenzione a quel sopruso anti-italiano, non avremmo dovuto attendere né la bomba dell'aereo a Lockerbie (21 dicembre 1988, 270 innocenti ammazzati) né le persecuzioni e le torture ricorrenti alla sua gente dissidente per capire chi fosse Gheddafi. L'uomo che era salito al potere, oltretutto, con un colpo di Stato: anche nella scelta del mezzo si dovrebbe cogliere il fine che uno si propone. C'è da inorridire, allora, a vedere quanto, negli anni, i governi della Repubblica abbiano snobbato il grido di dolore degli esuli in patria. Esuli due volte: dalla Libia, la radice degli affetti, e dall'Italia, la madrepatria che si mostrava indifferente rispetto al dramma di massa. Al contrario, la politica nazionale s'incaricava non già di far valere le ragioni, anche diplomatiche, per sollevare la questione dell'espatrio violento nelle sedi internazionali preposte, a cominciare dalle Nazioni Unite, ma per confortare il dittatore che se ne era reso responsabile. Era in ballo un principio, nazionale e internazionale, di giustizia, non solamente le note questioni economiche e petrolifere, all'insegna delle quali le classi dirigenti hanno invece accettato ogni genere di sopraffazione. Compresa quello d'aver firmato un cosiddetto trattato di amicizia con chi s'era inventato persino la giornata dell'inimicizia anti-italiana. Trattato nel quale neppure in una piccola nota a piè pagina figurava un riferimento all'esodo dei nostri connazionali depredati d'ogni bene.

Si badi: quest'atteggiamento vile ha riguardato proprio tutti e senza eccezioni, perché ogni governo, nel tempo, pretendeva di «chiudere la controversia» con chi voleva mantenerla sempre aperta, e incurante del fatto che tale controversia fosse già stata conclusa negli anni Cinquanta con accordi internazionali nero su bianco. Ma pretendevano di chiuderla, tale istigata controversia, arrendendosi al punto di vista unilaterale e provocatorio della controparte, che già aveva fatto vedere di che pasta fosse fatto. Intendiamoci, c'è una ragion di Stato per tutti, e i vicini di casa, com'è noto, uno non se li può scegliere. Ma neanche i libici avevano scelto Gheddafi, mai avendolo votato, e soltanto sopportato per paura, anzi, per terrore o per convenienza di chi con lui condivideva violenza e privilegio. Adesso i rimpatriati dalla Libia potrebbero chiedere «riparazioni» e recriminare: «Visto che l'avevamo detto?». Quei connazionali che hanno sofferto, e che in larga maggioranza ormai hanno i capelli bianchi, oggi invece preferiscono dare pubblico sostegno ai libici che si battono per la libertà. Quarant'anni dopo, le vittime stanno dalla parte delle vittime, a conferma della vera e grande riconciliazione che gli italiani e i libici avevano fatto da tempo, nonostante quel bugiardo di Gheddafi e quei creduloni dei nostri governanti.

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E' ora di finirla con il vittimismo

 

Il Tempo

27 Marzo 2011

Mario Sechi

p. 1

 

Questa volta ha ragione Bossi. Non riesco a capire come di fronte a una guerra, un'emergenza umanitaria, il ministro degli Esteri possa pensare di risolvere tutto con un bonus in denaro per il rientro del clandestino a casa. Non è una soluzione, ma la complicazione del problema. Immagino la scena: mercanti di uomini e donne che organizzano l'industria dell'andata e del ritorno per incassare il premio. Solo che l'incasso finisce tutto nelle mani se va bene di profittatori, se va male di organizzazioni terroristiche.

Se volevamo raggiungere l'apice del surreale nella vicenda libica ci stiamo riuscendo. Francia e Inghilterra stanno muovendo pedine importanti per controllare il Mediterraneo. Mi dispiace che la maggioranza agiti un complotto: Parigi e Londra fanno il loro interesse nazionale. Noi dobbiamo essere capaci di fare altrettanto ma non ci riusciremo con il vittimismo. Bisognerebbe soltanto allinearsi all'Occidente, sfruttare la nostra conoscenza del mondo arabo e del Medioriente, mettere in campo le nostre ben addestrate forze armate. Gheddafi cadrà. È meglio se una spinta gliela diamo pure noi. Altrimenti qualcun altro ci prenderà a calci per buttarci fuori dal mare Nostrum.

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L'Europa che non vuole disturbare Gheddafi

La Repubblica

Adriano Sofri

17 Marzo 2011

P. 1

Quando leggete queste righe, forse Bengasi è caduta, e finalmente la famosa Comunità Internazionale potrà dire, sospirando, che è troppo tardi per intervenire. Potrà aggiungere, alzando le spalle, che i ribelli hanno millantato credito e si sono fatti espugnare con qualche bombardamento e "col gesso". Solo che non è più in questione il credito militare dei ribelli, ma la sorte di una popolazione civile in balia della rappresaglia. Per parlare di oggi, vorrei ricordare due date dell' altro ieri. Il 15 aprile 1986 due missili Scud lanciati dalla Libia si inabissarono a un paio di chilometri dalla costa di Lampedusa. Undici giorni dopo, il 26 aprile, esplose il reattore di Chernobyl.I missili libici rispondevano a un massiccio attacco aereo americano mirato a uccidere Gheddafi. Uccise una sua figlia piccola e alcuni civili, il dittatore se la cavò (avvertito, si disse poi, dal governo di Craxi e Andreotti). Quanto alla nube di Chernobyl, fu portata qua e là sull' Europa; da noi si presero misure restrittive sul latte e le verdure. Lampedusa, che non era ancora così affollata, apparve per un momento come una fortunata terra di nessuno, appena a nord della gittata dei missili libici, appena a sud della nuvola radioattiva. Sono passati venticinque anni, Gheddafi completa la riconquista, la Comunità Internazionale maschera meglio l' imbarazzo dietro la commozione per il disastro giapponese e lo spavento nucleare. Che cosa è successo, in venticinque anni, che ha fatto passare da una ritorsione militare americana condotta con ben 24 bombardieri su molti obiettivi libici, comprese Tripoli e Bengasi, il cui movente dichiarato era l' attentato sanguinoso in una discoteca tedesca, all' omissione di ogni azione quando il dittatore scatena contro la popolazione insorta la sua schiacciante macchina militare? Tante cose, certo, dalla Somalia 1993 all' 11 settembre, e la guerra in Iraq e in Afghanistan ... Questo spiega l' astensione di Obama, benché non le dia ragione. Ma l'Europa? L'Europa fa affari grossi in armi, ma quando si tratti di un' azione di polizia diventa più pacifista di un fachiro indù, "per non disturbare". L' Europa è quella che ha lasciato massacrare la Bosnia per anni - e la Bosnia era europea - finché Clinton ne ebbe abbastanza. Dall' Europa si vedeva il fumo di Sarajevo a occhio nudo, si vede a occhio nudo il fumo di Bengasi. Il fumo è la verità dell' Europa. Non si accorgono, le potenze democratiche (le chiamiamo così?) che una simile inerzia di fronte alla rappresaglia dei miliziani di Gheddafi rivaluta a posteriori l' impresa unilaterale di Bush contro Saddam? Saddam scommise, come Gheddafi oggi, sull' impotenza delle potenze democratiche, lui sbagliò la sua puntata, Gheddafi l' ha azzeccata, a quanto pare. Le potenze democratiche l'hanno bandito e additato al tribunale internazionale, gli hanno dato tutto il tempo di riaversi dal colpo della ribellione e di ricomprarsi le sue forze armate, e hanno fatto da spettatrici a una riconquista che consegna alla vendetta una gente inerme. La quale, ubriaca di liberazione, ha avuto l' ingenuità di intimargli la resa, come un condannato può intimarla al plotone di esecuzione, convinta di avere alle spalle il sostegno, oltre che gli applausi, delle potenze democratiche. Il dilemma è ormai antico, nuovo è solo il contesto in cui si pone. Che esistano una giustizia e un tribunale internazionale senza che esista una polizia internazionale è una boutade. La giustizia internazionale - se non l' aspirazione morale, il minimo di legalità nelle relazioni sociali - sconta l' incapacità a misurarsi con corpi separati troppo potenti, come le banche troppo grandi per fallire, gli Stati troppo grossi per essere messi agli arresti, a cominciare dal più grosso, la Cina. Ma se Cina e Russia sono troppo grosse per fischiar loro la contravvenzione, non lo siano almeno tanto da imporre il veto ad azioni di difesa del diritto e delle vite umane in ogni punto del pianeta. Gheddafi può essere arrestato, o mandato a quel paese, almeno quando una buona parte dei suoi sudditi gli si è ribellata. Si può avanzare un' obiezione, cui peraltro ha già risposto il diritto-dovere di ingerenza umanitaria, dove se ne diano le condizioni, e qui perfino l' avventurosa imputazione di crimini contro l' umanità: che un' insurrezione che non conti sulle proprie forze non è legittimata a vincere. Non è vero, e lo è stato molto di rado, Risorgimento compreso, per non dire della Resistenza. Una moderna dittatura dinastica e tribale, come quella di Gheddafi, confisca una ricchezza sufficiente a mantenere una vasta base sociale e una forte milizia pretoriana, sfruttando un lavoro servile innumerevole, un popolo di formiche invisibile fino a che non si è rovesciato sui confini. Ci sono in Africa situazioni esemplarmente complementari, quella libica, dove una rivolta ottiene un vastissimo riconoscimento internazionale, inclusa la Lega araba, e viene abbandonata alla repressione, e quella della Costa d' Avorio, in cui la vittoria di un candidato - Ouattara - in elezioni riconosciute regolari dall' Unione africana, viene rifiutata dal despota uscente, Gbagbo, precipitando il paese nel sangue. E intanto l' unico intervento militare straniero avviene nel Bahrein ad opera dell' Arabia Saudita, e sia pure su richiesta del sovrano, per soffocare la ribellione della maggioranza sciita. È difficile certo seguire una rotta ferma nell' incandescenza del mondo, e tanto meno una rotta che non voglia deridere troppo i principii solennemente proclamati. Ma il piccolo cabotaggio non rende quando le onde sono così alte. L' Europa sembra più divisa che mai. La Francia di Sarkozy l' ha sparata troppo grossa e intempestiva per non dare l' impressione di cedere a un tornaconto elettorale, a qualche vanità personale, e al peso delle perdite in Afghanistan o della disgraziata operazione di liberazione di ostaggi in Niger: ma almeno l' ha detto. Così la combattiva posizione di Cameron, che in altri tempi sarebbe stata presa sul serio, ha un timbro meramente retorico. (E c' è solo da augurarsi che la riconsegna, nell' estate 2009, di Al-Megrahi, l' "eroe nazionale" di Lockerbie, non abbia aperto la strada alla concessione di prospezioni di profondità nel Golfo della Sirte, nell' estate scorsa, a quella BP fresca del disastro nel Golfo del Messico; rispetto al quale il Mediterraneo è una piscina domestica). Angela Merkel ha usato un' espressione rivelatrice: vuole «aspettare e vedere come si evolve la situazione». I prossimi popoli che covano voglie di ribellione e libertà sono avvisati. Si direbbe che le stonature stridenti nei pronunciamenti europei siano in effetti il concerto di un continente unito nell' intenzione di lavarsene reciprocamente le mani. L' Italia poi è irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile. Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare. E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo per qualunque sbocco, l'Europa prende, cioè perde, tempo. È questo perdere tempo, l' Europa.


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Fuga dalla Libia, 44 anni fa l'esodo:<<Tripoli nel '67, provo la stessa angoscia>>

Corriere della Sera

22 Febbraio 2011

Paolo Brogi

Intervista al professor David Meghnagi.

Gli ebrei italiani espulsi da Gheddafi, tracciano un parallelo tra il pogrom e l'attualità: «Avevo 18 anni, provo uguale strazio per i bimbi e la gente innocente».

«Provo di nuovo l'angoscia di allora, di quel mese asserragliati in casa con la paura di essere uccisi da un momento all'altro …». Tripoli, 1967. La Libia caccia gli ebrei dal paese. David Meghnagi è uno di quegli ebrei che scampano al pogrom, arriva in Italia con altri otto familiari, oggi è professore di psicologia clinica all'università di Roma Tre dove dirige anche il Master sulla Shoah. Nelle immagini di queste ore dalla Libia ha rivisto quelle giornate tragiche di allora, della sua giovinezza: aveva solo 18 anni. E per un mese visse recluso in casa nell'attesa da un momento all'altro di essere ucciso.

Il destino di un paese - «Angoscia certo per quel che vedo, per i bambini e la gente innocente. Tragico destino per un Paese che aveva tutto per uscire dal sottosviluppo e che oggi implode come risultato di una violenza cumulativa che ha colpito prima le minoranze indifese (prima gli ebrei derubati e fuggiti in silenzio da tutto il mondo arabo, poi gli italiani che erano rimasti dopo l'indipendenza del Paese, derubati e cacciati da un giorno all'altro) e che oggi si rovescia in modo indifferenziato».
«Tutto quel giugno del 1967, che precedette la guerra arabo-israeliana, lo passammo a Tripoli con l'attesa di una catastrofe che sentivamo stava per abbattersi sulle nostre vite – ricorda oggi Meghnagi -. Se scoppiava la guerra, noi ebrei di Libia sapevamo di essere degli ostaggi, vivevamo alla giornata con grande angoscia. E poi la guerra scoppiò davvero…».

Di nuovo al fronte - «La mia famiglia era composta di otto persone, cinque figli maschi e una figlia femmina più i miei genitori – va avanti Meghnagi -. Papà gestiva una piccola agenzia per sbrigare documenti, mamma era casalinga. Durante la seconda guerra mondiale la nostra famiglia aveva perso tutti i suoi beni. Alle sofferenze patite sotto il fascismo seguirono i pogrom arabi del 1945 e del 1948». Una condizione comune ad altri in ciò che era rimasto della comunità ebraica a Tripoli, «dove eravamo ridotti a 5300 persone dalle 35-40 mila della guerra».
Con la nascita di Israele la maggioranza gli ebrei emigrarono in massa in Israele con la speranza di una vita diversa. «Chi rimase visse in un lungo limbo. Nel 1967 ci ritrovammo di nuovo di fronte alla minaccia di un altro, definitivo pogrom. Per le strade giravano folle urlanti, alla radio Israele veniva dato per distrutto, riuscimmo a chiuderci in casa in un palazzotto dove per fortuna risiedevano solo ebrei. Eravamo in tutto in 52».

Minacce al telefono - «Comunicavamo con l'esterno con estrema difficoltà - ricorda il docente di Roma Tre -, avendo un solo telefono, sul quale ricevevamo di continuo anche minacce. Ricordo quella casa di corso Giaddat Omar El Mukhtar conosciuto anche come Corso Sicilia. Siamo restati asserragliati là dentro un intero mese, non potevamo uscire».
Altri ebrei come quelli dell'antico quartiere ebraico di Tripoli erano stati invece trasferiti nel campo di Grungi. «Cosa aspettavamo? Uno schiarimento, non perdevamo la speranza di potercene andare via, solo che occorrevano documenti, chi ne aveva di inglesi o italiani aveva qualche chance, noi Meghnagi non disponevamo di documenti».

Salvacondotto - «Voglio ricordare che gli ebrei in Cirenaica c'erano da oltre duemila anni, c'è una città romana che si chiama Yahudia (in arabo Giudea). Gli ebrei vivevano anche all'interno del paese, molto prima delle invasioni arabe. Alla fine ci rilasciarono un visto di uscita. Le vecchie classi dirigenti, lo ripeto, ci fornirono un salvacondotto. C'era una contraddizione tra quelle classi e le nuove che stavano emergendo e che avrebbero portato al potere Gheddafi…».

Campi profughi a Latina - «L'Italia ci accolse con i campi profughi di Latina e Capua – prosegue Meghnagi -. Per fortuna ci aiutarono le istituzioni ebraiche di assistenza americane (la Joint). E ci fui preziosa l'amicizia della comunità ebraica romana. Comunque bisognava arrangiarsi, Io ho fatto la guida turistica per qualche mese, ho dato lezioni private di latino che conoscevo bene, lavorato come commesso».
«Intanto continuavo a studiare - ricorda il professore -. Conclusi gli esami di filosofia con sei mesi di anticipo, ma dovetti attendere per legge prima di laurearmi. Poi mi sono specializzato in sociologia a cui poi ho aggiunto una formazione psicoanalitica. Ho continuato a studiare l'arabo e ad approfondire la cultura ebraica. Anche i miei fratelli si sono arrangiati allo stesso modo. Poi mettevamo tutto insieme, siamo andati avanti così».

Conta solo il futuro - Quarant'anni dopo l'ex esule, di fronte alle drammatiche notizie da Tripoli, consegna una riflessione di speranza: «Mi sono lasciato alle spalle il dolore - dice Meghnagi -. Ciò che conta è il futuro, poter offrire ospitalità alle generazioni che verranno. Oggi assistiamo tragicamente a un epilogo che avrà conseguenze su tutto il Nord Africa e anche per l'Europa. Abbiamo di fronte dopo la tragedia del colonialismo l'esito fallimentare dei processi di decolonizzazione, il fallimento del rapporto tra l'Europa e i Paesi arabi, il fallimento dei regimi arabi incapaci di accettare Israele, unico Paese democratico finora dell'intera area . Eppure, se solo accettassero Israele, come sarebbe diversa la storia della regione. Unendo le loro risorse e intelligenze, arabi e israeliani potrebbero scrivere con l'Europa e l'Africa una pagina nuova della storia».


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Quelle parole sul nostro paese

 

Corriere della Sera

3 marzo 2011

Sergio Romano

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Le parole pronunciate da Gheddafi sull'Italia possono sorprendere il presidente del Consiglio, probabilmente convinto di avere stretto con il colonnello libico un rapporto infrangibile fondato sulla reciproca ammirazione e sugli interessi comuni. Non possono sorprendere chiunque abbia qualche familiarità con il trattamento che Gheddafi ha riservato all'Italia sin dal giorno in cui conquistò il potere a Tripoli nel 1969.
Non vi è stato momento della sua lunga dittatura in cui il Colonnello abbia rinunciato a usare il colonialismo italiano come una piaga aperta della memoria nazionale. Se ne è servito per distinguersi da Idris, il re bonario e saggio che aveva stabilito rapporti cordiali con l'Italia, aperto il Paese all'Eni nel 1959, lasciato che gli italiani vivessero indisturbati e svolgessero attività utili per il suo Paese. Se ne è servito per dimostrare che nessuno meglio di lui incarnava l'orgoglio nazionale. Se ne è servito anche quando investiva denaro nelle imprese italiane, riceveva i ministri italiani nella sua tenda, stringeva calorosamente la mano dei nostri presidenti del Consiglio. Si potrebbe sostenere che nulla gli importava veramente quanto la possibilità di dire ai suoi connazionali, con parecchie forzature, che all'origine dello Stato libico vi erano le sofferenze e le umiliazioni subite durante il periodo coloniale. L'anticolonialismo e la denuncia delle colpe italiane sono stati lo zoccolo del suo potere, l'argomento retorico che gli consentiva di rappresentare se stesso come l'uomo che aveva liberato i libici dallo stato di soggezione morale e psicologica in cui avevano continuato a vivere durante il regno di Idris.
Beninteso, questo non gli ha impedito di fare affari con l'Italia e con la sua maggiore compagnia petrolifera. Ma accusarlo di duplicità sarebbe sbagliato. Duplice è l'uomo che nasconde i suoi pensieri e le sue intenzioni. Gheddafi, invece, ha agito sempre su due piani egualmente visibili. Era pronto a trattare con l'Italia, ma non avrebbe mai smesso di usarla come la bestia nera del suo Paese, il nemico secolare della nazione. Ne abbiamo avuto una ennesima prova quando ha portato con sé, durante la visita a Roma, un veterano della resistenza anti-italiana e appiccicato sul bavero della sua giacca il ritratto di Omar el-Mukhtar, il leader cirenaico che il generale Graziani fece impiccare nel settembre 1931. È davvero sorprendente che questo nuovo attacco all'Italia coincida con una fase in cui il suo potere è traballante? Mai il «nemico italiano» gli è stato utile come in questo momento. Per certi aspetti l'ennesima sfuriata anti-italiana è un segno della precarietà della sua situazione.
Potremmo alzare le spalle e compatirlo se non avessimo il sentimento di avere contribuito al suo disprezzo. Ho sempre pensato che l'Italia avesse un interesse, non soltanto economico, a seppellire il passato. Tutti i maggiori Paesi coloniali (la Francia in Algeria, la Gran Bretagna in India, la Spagna in Marocco) hanno sacrificato un po' del loro orgoglio e riconosciuto le loro colpe. L'Italia e la Libia vivono nello stesso mare, hanno economie complementari, e la conflittualità permanente non può giovare né all'una né all'altra. L'accordo con la Libia è stato voluto da tutti i governi italiani. Ma sarebbe stato preferibile raggiungere l'obiettivo con lo stile di Giulio Andreotti, tanto per fare un esempio, piuttosto che con quello di Silvio Berlusconi. Dopo l'ultimo discorso di Gheddafi, il ricordo del suo trionfale viaggio a Roma diventa insopportabilmente penoso


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La follia di Gheddafi ci ha reso fratelli

Secolo D'Italia

Federico Locchi

26 Febbraio 2011

p. 5

Certi eventi della vita lasciano ferite profonde ma danno anche la possibilità di guardare la storia da una pro­spettiva privilegiata. Quando osserva i fatti di Tripoli, Gio­vanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia , vive una situazione simile. I 20 mila italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese in cui risiedevano da un Gheddafi appena salito al potere, co­noscono bene ciò che accade di là dal Mediterraneo, per ché lì hanno lasciato un pezzo di cuore.

Signora Ortu, ha visto che caos in Libia?

La avverto che non credo di essere la persona più obietti va del mondo su questo tema. Sa, ho il dente avvelenato ...

Fa niente, è proprio la sua passione che ci inte­ressa. Allora, è stata sorpresa dalla rapida escala­tion della crisi libica?

No, non mi ha sorpreso. Solo qualche giorno fa delle per­sone di ritorno dalla Libia mi avevano detto: Tira un'aria strana lì ...

Posso chiederle chi erano?

Due esponenti della nostra associazione. Tornavano dalla Libia dove erano stati nell'ambito della nostra operazione di restauro dei cimiteri italiani. Molti erano in condizioni penose. Quelli che non sono stati profanati, ovviamente. È un operazione a cui teniamo particolarmente e in tutto ciò la Farnesina e Gianfranco Fini, quando era ministro de­gli Esteri, ci hanno aiutato molto.

E queste persone le hanno antici­pato che qualcosa stava cambiando?

In generale sì, anche se era inimmaginabi­le quello che poi è effettivamente successo.

Che idea si è fatta di questa rivolta?

Le notizie che giungono da lì mi addolora­no molto. Una fonte autorevole mi ha detto che ci sarebbero sparatorie sui civili, con membri delle milizie che sparano dalle am­bulanze. Non so se è vero, ma la fonte è piuttosto sicura. Spero comunque che que­sto anelito di libertà trovi sbocco nella fine di un uomo che ci ha fatto molto soffrire.

Un uomo che però sembra va essere divenuto il miglior amico dell'Italia, ultimamente ...

Qualche giorno fa ho letto un'intervista a Dini e diceva, più o meno: con lui ci siamo trovati bene. perché cambiare? Sono inorridita. Gheddafi ci ha cacciato a pedate nel sedere!

Realpolitik, dicono ...

Ma guardi che io lo capisco. Noi ci siamo sacrificati, in onore della Realpolitik. Eravamo 20 mila, non poteva ma condizionare 58 milioni di persone. Ma da subito si è presa una china come su di un piano inclinato che poi è divenuta valanga. Va bene tutelare gli interessi, ma bisognerebbe trovare un giusto mezzo. Prenda Berlu­sconi...

Un grande amico del Colonnello ...

Mi ha fatto rimanere molto male. Insomma. lui è anche il mio presidente del Consiglio. Eppure fino ad ora non ci ha mai ricevuto.

Intanto impazza il dibattito sul "che fare" rispetto all'emergenza ...

È un dibattito sballato, sta prevalendo il calcolo utilita­ristico mentre di là c'è la guerra civile. Dovrebbe pre­valere il cuore e l'autentica solidarietà. Bisognerebbe predisporsi all'accoglienza rispetto a un'emergenza che non può che essere transitoria.

I rapporti fra i due popoli usciranno compro­messi dalla crisi?

Al contrario, saranno rafforzati…

Ma quanto c'è di autentico nella retorica anti-italiana che per anni ha diffuso Gheddafi?

Guardi, i libici ci amano. Anche quando ci hanno cac­ciato, con la voce del Colonnello che dagli altoparlanti inneggiava alla caccia all'italiano, non ci hanno torto un capello”.

La ferita del colonialismo è ancora viva?

Ci sono sicuramente state pagine vergo­gnose nella nostra colonizzazione. Ma di questo non devo rispondere io, che parlo a nome di una collettività umana che ha vissuto in armonia con la popolazione lo­cale ed è stata cacciata violando un trat­tato. E comunque non si può giudicare col senno del poi. Anche perché bisogne­rebbe parlare pure del buono che abbia­mo fatto. Basti pensare all'architettura razionalista di Tripoli.

E ora?

Diventeremo fratelli, perché loro per Gheddafi hanno sofferto più di noi e ora pagheranno un prezzo altissimo…

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Sono nato in Cirenaica adesso è il regno del terrore

Il corriere della sera

21 Febbraio 2011

Marco Nese

p.3

Ho molti amici là, ma ho paura a chiamarli perché le comunicazioni sono intercettate. «A marzo sarei tornato in Libia. Ma un mese fa al ministero degli Esteri mi sconsigliarono. C' erano già segnali di turbolenza». L' ingegner Francesco Prestopino in Libia c' è nato. «Sono nato proprio a Bengasi, la città che in questo momento è sotto assedio. Ho tanti amici laggiù. Evito di chiamarli al telefono perché le comunicazioni sono intercettate e loro potrebbero subire brutte conseguenze». Nato nel 1934, Prestopino, vicepresidente dell' associazione degli italiani espulsi, è tornato a Bengasi a metà degli anni 70. «Mi ero laureato in ingegneria civile a Bologna e sono andato a lavorare laggiù prima con la Lodigiani e poi con la Impregilo». Sotto la direzione di Prestopino sono sorti in Libia il porto industriale di Marsa el-Brega, il complesso petrolchimico di Ras Lanuf, il complesso siderurgico di Misurata e il porto militare di Homs. Durante i dieci anni in cui ha seguito la costruzione di queste opere, Prestopino abitava a Bengasi e ricorda che già a quel tempo la gente mal sopportava la dittatura di Gheddafi. «In tutta l' area della Cirenaica i libici erano amareggiati per quello che il colonnello aveva fatto a re Idris. Loro amavano il re. Gheddafi ne era consapevole e aveva piazzato spie dappertutto. Li teneva in pugno col terrore. Nessuno osava aprire bocca, ma si vedeva che dentro ribollivano di odio».


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Raffiche di mitra e finto tripudio nella capitale ormai impazzita

La Stampa

Guido Ruotolo

7 Marzo 2011

p. 1

E' buio pesto alle cinque del mattino, che in Italia sono le quattro. Sveglia di soprassalto. Colpi di Kalashnikov, o almeno sembrano tali. In pochi secondi siamo tutti pronti a muoverci, nel caso fosse necessario. Insomma, pronti a evacuare. Del resto si dorme vestiti ormai da più di dieci giorni. Dagli angoli delle finestre si vedono i traccianti in aria. Fa paura Tripoli perché sembra giunta l'ora fatale, la resa dei conti e trovandoci qui, con questi protagonisti, la resa che si annuncia potrebbe essere senza esclusione di colpi. Era atteso questo momento ormai da più di due settimane, da quel 17 febbraio quando è iniziata la rivolta in Cirenaica. Sì, anche a Tripoli si era sparato le prime notti, tra il 20 e il 22 febbraio - ma mai come questa notte -, poi, è vero, c'erano state le proteste del venerdì, all'uscita dalle moschee dove i fedeli erano andati a pregare, represse duramente, con morti e feriti. E le retate nelle case degli oppositori, e Internet che da giovedì ci ha lasciati. Ma in sostanza Tripoli continuava ad essere saldamente in mano a Gheddafi e alle sue milizie. E la città con i suoi due milioni e mezzo di abitanti rappresenta quasi la metà della popolazione della Libia.
Dunque, colpi di Kalashnikov, poi quelli sordi delle pistole e quelli inconfondibili delle mitragliatrici pesanti poste sui gipponi. Addirittura, nel silenzio della notte, c'è chi riusciva a ricostruire da dove venivano sparati i colpi disegnando così una mappa della città che combatteva.
I primi colpi sono partiti da Tajura, il quartiere ribelle protagonista delle proteste di questi giorni. Siamo in periferia, i colpi si avvicinano. Il lungomare, il porto, il quartiere Dhara dove si trovano alcune ambasciate, compresa la nostra. Le sparatorie si sentono anche verso Piazza Verde, la piazza della Rivoluzione, e poi dietro la Medina, l'hotel Corinthia.
Per un'ora si va avanti con le stesse sequenze: come fossero fraseggi di sparatorie seguiti poi da silenzi, pause. Pochi secondi e via di nuovo con i colpi. Certi proiettili sembra che ti sfiorino, si fa attenzione a non sporgere il corpo, a ripararsi dietro le finestre e le mura delle scale. C'è un guardiano di un edificio vicino che impugna il Kalashnikov e si diverte a colpire come se fosse un bersaglio posto a terra.
Ogni tanto il fragore degli spari viene interrotto dal passare di sirene e lampeggianti. Si vedono cortei di auto della polizia, gipponi carichi di miliziani. Le prime luci dell'alba. Strane sensazioni che devono essere messe a fuoco. Indizi di un qualcosa che non quadra. Una cantilena viene diffusa da un megafono, da un altoparlante. E poco dopo anche la preghiera del muezzin, come se nulla fosse. E poi quelli che erano traccianti si trasformano in fuochi d'artificio. Sono ormai le sette e passa del mattino. Un paio d'ore e qualcosa in più di sparatorie. Dietro il maestoso Corinthia, l'hotel di lusso dei maltesi, di fronte alla Medina, più che traccianti si vedono quelli che sembrano fuochi d'artificio.
Ma come, siamo all'alba di domenica, che qui è come se fosse il nostro lunedì, inizio di settimana lavorativa, e si spara all'impazzata e poi si fanno esplodere fuochi d'artificio? Quale festa ci siamo persi? C'è qualcosa che non quadra. Lentamente diventano nitidi i contorni di questa scena sfocata. La televisione di stato annuncia che il Leader, Muammar Gheddafi, ha trovato una intesa con le più importanti tribù, c'è una tregua, si stanno riconquistando le città ribelli della Cirenaica e non solo: Tobruk, Raf Lanouf, Misurata. Può cadere anche Bengasi da un momento all'altro. Tutte notizie smentite poco dopo dai portavoce dei ribelli, del Consiglio nazionale libico che ha sede a Bengasi.

La sonnolenta Tripoli è sveglia oramai. Dal tetto si vedono scene di tripudio. Cortei di centinaia di auto, di jeep, di monovolumi, di camioncini carichi all'inverosimile sono imbottigliati sul lungomare, in direzione Piazza Verde. Clacson e colpi di mitra o pistola sono la colonna sonora di questa domenica mattina. Dopo tre ore di sparatorie, la città impazzita si riversa per le strade.
È vero, sicuramente sono i fedelissimi del raiss, che non fanno mistero di adorare il Colonnello come se fosse un mito vivente, baciando la sua immagine. Però colpisce questa prova di forza. Gheddafi è in grado di mobilitare la piazza anche all'alba di una domenica mattina. Anche se con la menzogna, colpisce questa capacità del raiss di fare propaganda, di essere il protagonista per nulla messo all'angolo degli avvenimenti.
Lascia gli ormeggi un rimorchiatore stracarico di persone. Festeggia anche lui la vittoria, con la sirena assordante va avanti e indietro, di fronte al lungomare. La televisione di stato diffonde le immagini di Piazza Verde piena di bandiere verdi.
Che prova di forza, riuscitissima, questa del Leader. Che minaccia: «Se cado io migliaia e migliaia di stranieri vi invaderanno». Altro che all'angolo. Il raiss sfida l'Occidente. Chi lo ha dato per sconfitto deve ricredersi. Venderà cara la pelle, Gheddafi. E lo ha dimostrato in questi giorni.


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Le conquiste della Libia a suon di petrodollari

Il Sole 24 Ore

2 Marzo 2011

Morya Longo

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Quando ieri il gruppo inglese Pearson ha congelato la quota del 3,27% in mano al fondo sovrano libico, i vertici della banca italiana Ubae devono avere sentito un brivido nella schiena. I'istituto, joint venture italo-libica, è infatti posseduto al 67,55% da Tripoli. E lo stesso brivido l'hanno sentito probabilmente in tanti: Tripoli, attraverso i suoi veicoli finanziari, è infatti presente come azionista in almeno 60 società internazionali. Non esiste una mappa completa delle partecipazioni libiche, ne degli interessi economici, ne dei depositi all'estero. Ma Il Sole 24 Ore, consultando molteplici fonti, ne ha costruita una. Parziale, certo. Ma sufficiente per capire quanto la guerra civile in Libia e i congelamenti di fondi possano frenare o rendere più difficile l'operatività di società in tutto il mondo. Insomma: tutti guardano all'effetto-petrolio ma le conseguenze economico-finanziarie della crisi libica potrebbero avere una portata molto più ampia.

E incredibile come un paese, uscito dalle sanzioni internazionali solamente nel 2003, sia riuscito a conquistare il mondo così velocemente. Eppure a suon di petrodollari - attraverso i veicoli finanziari Lia, Lafico e Libyan Aftican Investment Portfolio - Tripoli l'ha fatto: solo la Libyan Investment Authority ha un patrimonio di 69 (c'è chi stima 100) miliardi di dollari in gran parte investito all'estero. Insieme alla Lafico e alla Banca centrale, Tripoli è azionista di almeno 60 società: dalle italiane UniCredit, Juventus, Retelit e Finmeccanica (in passato anche Fiat), a società inglesi, olandesi, irlandesi, africane. Negli Stati Uniti Tripoli non ha grandi partecipazioni, ma secondo le recenti rivelazioni di Wikileaks - ha 32 miliardi di dollari di liquidità depositata (e ora congelata) nei conti delle banche Usa.

Ci sono poi tutte le operazioni immobiliari, soprattut­to a Londra: è per esempio libico il centro commerciale Portman House a Oxford Street. La capitale inglese, più che terreno di speculazione immobiliare, è però la vera e propria succursale finanziaria di Tripoli: a Londra Gheddafi ha per esempio posizionato i suoi due fondi, FM Capital Partners e Dalia Advisory. E in tanti sostengono che proprio da Londra si muovessero i sui investimenti.

C'è poi l'Africa. Nel 2000 gli investimenti libici nel continente nero avevano già raggiunto 30 diversi stati, con cifre non elevate - 1,5 miliardi di dollari - ma rilevanti.

Non solo. Ci sono anche tutti gli investimenti esteri in Libia: secondo l'Unctad ammontavano nel 2009 a 15,5 miliardi di dollari. Sono noti i legami con l'Italia, rafforzati con l'accordo di cooperazione firmato il 30 agosto. Ma anche la Francia ha interessi rilevanti: si pensi, per esempio, che Bnp Paribas nel 2007 ha acquistato il 16% della banca locale Sahara, con l'obiettivo di salire fino al 51%. Insomma: la Libia è un paese piccolo (un PIL da 73 miliardi di dollari nel 2010, investimenti diretti dall'estero di appena 15,5 miliardi di dollari e 6,5 milioni di popolazione), ma l'impatto mondiale di una crisi libica è potenzialmente molto più vasto a causa della ragnatela di partecipazioni e di interessi economici tessuta in pochi anni post-sanzioni dal Colonnello.

Quale effetto la crisi libica possa produrre all'estero è chiaro nella corsa record del prezzo del petrolio. Ma le implicazioni potrebbero essere maggiori. Per le società con i libici tra gli azionisti (incluse le italiane) si potrebbe creare un'impasse nei consigli di amministrazione: «Gli eventi a Tripoli potrebbero senza dubbio alterare gli equilibri nei cda delle società che hanno i libici tra gli azionisti rilevanti - osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace . Nel breve questo effetto si può tamponare, ma alla lunga può rallentare le decisioni».

Questo è il primo possibile effetto. Ma ce n'è uno più ampio: quello derivante dal contagio. Le turbolenze a Tripoli e nell'intero Nord Africa stanno rallentando gli investimenti di fondi sovrani molto più grandi, come quello di Abu Dhabi (600 miliardi di dollari di dotazione): veicoli finanziari pieni di soldi che, in passato, hanno salvato banche e società internazionali dalla crisi. Il fatto che l'Arabia Saudita abbia deciso di spendere 37 miliardi di dollari per riforme interne, unito al fatto che !l Barhain, Libia, Oman e Kuwait abbiano aumentato le spese interne per una cifra pari al 4% del PiI, ha un significato ben preciso: gli investimenti sui mercati inter­nazionali potrebbero presto diminuire».


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Tre scenari per una crisi

Il Corriere della Sera

7 Marzo 2011

Angelo Panebianco

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Non bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere

L'Italia e il futuro della Libia

Non bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere

Per quanto essa sia elusiva, vaga e refrattaria a essere imprigionata in definizioni precise, dall'idea di «interesse nazionale» non si può tuttora prescindere. Nonostante i fiumi di inchiostro versati sui cambiamenti delle relazioni interstatali indotti dalla cosiddetta globalizzazione o, nel caso dei Paesi del Vecchio continente, dall'integrazione europea, l'interesse nazionale resta la principale bussola per coloro che devono decidere le politiche estere come per coloro che ne valutano gli effetti. Cruciali questioni di interesse nazionale, come tutti sanno, sono in gioco per l'Italia nella vicenda libica. A seconda degli esiti di quella crisi il nostro interesse nazionale verrà salvaguardato oppure gravemente danneggiato.

Allo stato degli atti, sembrano essere tre i possibili esiti della crisi libica. Nel primo scenario, Gheddafi viene sconfitto, abbandona il potere e gli subentra una nuova classe dirigente che, nonostante grandi difficoltà, si rivela capace di tenere insieme il Paese e di ristabilire normali relazioni con gli altri Stati. Nel secondo scenario, la guerra civile si protrae a lungo e la Libia sprofonda negli inferi, finisce nel girone riservato agli «Stati falliti», in compagnia di Paesi come la Somalia o l'Afghanistan. Nel terzo scenario, infine, Gheddafi riprende il controllo dell'intero territorio, Cirenaica compresa, al prezzo di un terribile bagno di sangue.

Il primo scenario, ovviamente, è il migliore per la Libia ma anche per noi italiani. Si tratterà di stabilire relazioni con una nuova classe dirigente che, presumibilmente, avrà anch'essa interesse a un buon rapporto con l'Italia, che avrà bisogno dei legami economici con noi, tanto più nella fase della ricostruzione post dittatura. Avevamo, è vero, eccellenti rapporti con Gheddafi, il che ci renderà sospetti ai loro occhi, ma è comunque un fatto che, fra gli occidentali, non siamo stati i soli a coccolarlo. Il realismo imporrà ai nuovi dirigenti libici di non rinunciare a una cooperazione vantaggiosa per entrambi i Paesi.

Gli altri due scenari, invece, ci danneggerebbero grandemente. Se la Libia diventasse uno Stato fallito, si trasformerebbe in una piattaforma adibita al trasferimento al di qua del Mediterraneo di fiumi di disperati, di caos, di criminalità e terrorismo, ossia dei frutti avvelenati che crescono sempre negli Stati falliti. E noi saremmo in prima linea, i primi a subirne le conseguenze. In uno scenario «somalo» diventerebbe prima o poi inevitabile un intervento militare della comunità internazionale volto a frenare il caos. Nonostante le insidie e l'alto rischio di fallimento a cui un intervento militare andrebbe incontro.

Ma anche il terzo scenario, quello che prevede un Gheddafi di nuovo vittorioso in Libia, sarebbe pessimo per noi.

In politica internazionale l'ipocrisia è la regola. Fino a ieri tutti, non solo noi italiani, fingevano di non sapere che Gheddafi fosse un turpe dittatore che aveva sempre fatto strame di diritti umani. Lo fingevano i governi, i banchieri, il Consiglio dei diritti umani dell'Onu, persino la prestigiosa Lse (la London School of Economics and Political Science di Londra) destinataria di generosi finanziamenti libici, e tantissimi altri. Adesso però l'incanto si è rotto, adesso Gheddafi è un paria, un ricercato dell'Interpol, un possibile imputato del tribunale penale internazionale. D'ora in poi, fare affari con lui diventerà molto difficile. Se Gheddafi riconquisterà la Libia, per l'Italia saranno dolori, pagheremo un costo economico salatissimo. Per non parlare della difficoltà di ristabilire rapporti di cooperazione su materie sensibili come il controllo dell'emigrazione dall'Africa.

La questione dei rapporti economici Italia-Libia ha due facce. C'è, in primo luogo, il destino del centinaio di imprese che operavano fino a pochi giorni fa in Libia e il futuro ruolo dell'Eni. Adesso che anche noi abbiamo scaricato Gheddafi, un vendicativo dittatore di nuovo in sella potrebbe decidere di spazzarci via a vantaggio di meno scrupolosi concorrenti. La Cina, soprattutto, un Paese che non ha problemi a trattare con i peggiori dittatori, sarebbe certo lieta di subentrare alle nostre e alle altre imprese occidentali. E c'è poi la questione dei fondi sovrani, dei cospicui investimenti dello Stato libico in Italia (la presenza in Unicredit, Finmeccanica, Eni, il ruolo della Banca libica con sede a Roma, eccetera). Per ora, in omaggio alle direttive Onu, abbiamo congelato, come altri Paesi, i beni della famiglia Gheddafi e ci siamo dichiarati pronti, per bocca del ministro degli Esteri Franco Frattini, a congelare anche i fondi sovrani se ciò verrà deciso dall'Onu o dall'Unione Europea. Ma è un tema delicatissimo. Da un lato, sarà impossibile per noi non ottemperare alle eventuali richieste in tal senso degli organismi internazionali. Dall'altro lato, sarà di particolare danno farlo dal momento che i libici sono uno dei principali investitori sulla nostra piazza e, per giunta, un congelamento dei loro capitali sarebbe un pessimo segnale per altri investitori. In ogni caso sarebbe per noi una perdita secca e pesante.

Posto dunque che non solo ai libici ma anche a noi conviene che Gheddafi se ne vada, si può constatare quanto siano state improvvide le dichiarazioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu del 26 febbraio secondo cui Gheddafi va processato di fronte al Tribunale penale internazionale, l'apertura di un procedimento a suo carico da parte del Tribunale dell'Aja, l'allerta dell'Interpol per impedire che egli e il suo entourage possano espatriare. Non bisogna mai mettere un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere con le spalle al muro. Serviva un salvacondotto, non un processo. Magari Gheddafi è davvero pronto, come ha detto, a morire con le armi in pugno. Ma un salvacondotto, come alternativa al bagno di sangue, doveva comunque essergli offerto. E dovrà essergli offerto. Conviene anche agli entusiasti della cosiddetta «giustizia internazionale». Per dimostrare che fra i suoi effetti perversi non ci sia anche quello di prolungare le sofferenze dei popoli.


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Roman Ruins

Foreign Policy

03 Marzo 2011

Maurizio Molinari

 

In each of my three conversations with Col. Muammar al-Qaddafi throughout the 1990s, one theme prevailed: the Libyan leader's contempt for my country. Listening to his verbose condemnation of Italian colonialism was the price I paid to ask my own questions -- no matter the supposed topic of the interview. In one encounter, in the middle of the night under a tent in the Sirte desert, he bemoaned Libya's exploitation at Italian hands; at noon near the sand dunes just outside Tripoli, he blamed his country's troubles on Rome. Now, with his regime on edge, he is again blaming outsiders for Libya's ills. The protests, he said in a Feb. 22 address, were sparked by malevolent foreigners who were giving the demonstrators drugs. He accused the Italians -- along with the Americans -- of having delivered shoulder-launched rocket-propelled grenades to the rebel forces.

Given all this, you might find it odd -- as I still do -- that Qaddafi's closest European ally is, or was until very recently, none other than the Italian government. During his four decades of rule, the colonel managed to convince Italian leaders not only that their country owed Libya a historical debt, but that Rome couldn't do without Tripoli's help on everything from terrorism to immigration to oil. He extracted huge concessions from Rome and won huge economic windfalls for cronies including Farhat Bengdara, governor of the Central Bank of Libya, who became ice chairman of UniCredit, the biggest Italian bank, in 2009. Perhaps most significantly, he convinced Italy to be an evangelist for Libya's reintegration into the world community. The result is an absurdly asymmetrical relationship between the two countries; Qaddafi was always the winner.

At the beginning of his rule in 1969, Qaddafi's beef with Italy may have been justified. Like Britain and France elsewhere in Africa, Italy had occupied the country, sometimes brutally, beginning in 1911. After World War I, 30,000 Italian settlers were given farmland, taken away from local cultivators. When Benito Mussolini came to power in Italy, he ordered his forces to crush the fledgling Libyan resistance using any and all means. Untold numbers were killed, forced to migrate, or shoved into concentration camps. It wasn't until after World War II that Libya became independent again.

Libya was reborn in 1951 as a monarchy under King Idris, who was overthrown by the coup d'état that brought Qaddafi to power. A disciple of the anti-colonialism preached by Egyptian leader Gamal Abdel Nasser, Qaddafi found in Italy the perfect enemy. In 1970, less than a year after coming to power, he expelled every Italian living in the country -- more than 20,000 people -- and seized all their assets.

Qaddafi's hatred for Italy escalated into distaste for the entire West. He became a seemingly indiscriminate supporter of anti-Western militancy and terrorism. He funded and trained the Red Army Faction, the Red Brigades, and the Irish Republican Army. He also carried out his own attacks against targets such as Berlin's La Belle nightclub in 1986 and the Pan Am Flight 103 jumbo jet that exploded over Lockerbie, Scotland, in 1988, killing 270 people.

Yet throughout this period, Italy-Libya relations remained solid -- even after the colonel dubbed a 1985 terrorist attack against the Rome airport that took the lives of 13 people a "heroic act," after he shot a Scud missile at the Italian island of Lampedusa as revenge for the U.S. bombing of Tripoli in 1986, and after he offered refuge in 1989 to Abdel Osama al-Zomar, the Palestinian terrorist sentenced to life for having been part of the 1982 attack against the Great Synagogue of Rome.

Yes, through it all, Italy found a way to work with Qaddafi. Its energy giant, Eni, began operating in Libya in 1956. Today the country supplies Italy with 22 percent of its oil and 10 percent of its gas -- some 28 percent of Libya's total exports. In 1998, Rome and Tripoli signed an agreement that committed Italy to paying reparations for colonialism, without any stipulations that Libya compensate Italians for the properties it seized in 1970. Then, beginning in 2000, Romano Prodi, then pre­si­dent of the European Commission, pushed Europe to restart trade relations with Tripoli, which was under U.N. sanctions because of the Pan Am bombing. In 2004, he succeeded. Prodi received Qaddafi at the European Commission building in Brussels that April in the leader's first visit to Europe after 15 years.

It has always been clear who is in charge of the Italy-Libya relationship: The mo­re Qaddafi insulted Italy, the mo­re concessions he won from Ro­me. The colonel never wanted to build on the two countries' common past. What he was after was more tangible: huge Italian investments in Libyan infrastructure projects and permission to invest in the big­gest I­ta­lian bank as well as in many strategic pri­va­te com­pa­nies. This is to say nothing of oil, which Italian firms pump to the tune of 89 million barrels a year, decade after decade -- including during a U.N. trade embargo. Eni was the only major Western oil company to remain in the country -- a choice that was rewarded in 2007 when Eni entered into a giant, 10-year, $28 billion deal with Libya, which agreed to extend existing oil supply contracts through 2042 and natural gas ones through 2047. (Qaddafi allegedly received a significant cut of those sales' profit.)


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Quando tutto profumava d'Italia

 

Il Sole 24Ore

24 febbraio 2011

Mario Platero

C'erano i "club", il Beach Club e l'Underwater, il Lido; le scuole dei Fratelli Cristiani, il liceo statale Dante Alighieri in Via Lazio, la scuola elementare Regina Elena, fondata prima ancora della conquista italiana della Libia del 1911 da Giannetto Paggi. C'era il Circolo Italia, subito davanti al Uaddan, uno degli alberghi più belli della città con sala da gioco; roulette e night club. Cerano il lungomare e il porto. C'erano il Caffè Aurora e l'Akropol su Piazza Cattedrale, il Gambrinus su Corso Vittorio, c'erano il passeggio e le latterie, Girus e la Triestina, frappè e granite da concorso. In fondo al Corso c'era Piazza Italia, oggi la Green Square di Gheddafi. C'erano i commercianti, i meccanici, i salumieri, gli imprenditori, le vecchie concessioni, le tonnare, gli Schubert che avevano la birra Oea, i rappresentanti delle grandi aziende italiane, le Generali, l'Eridania. Alcune di queste società furono portate in Libia prima ancora dell'arrivo delle truppe italiane nel 1911, fra gli altri da Ernesto Labio. Poi diventò la Ditta Fresco, grandi vetrate sul mezzanino che si affacciava sul Corso. C'erano la Fiat e la Ditta Frassati che importava le Lancia e le Vespe. C'erano i cinema, l'Odeon in Via Roma, il Rex in Via Ciano, l'Alhambra: davano solo film in italiano.

Questo per dire che Tripoli prima di Gheddafi, ai tempi del Re buono, Idris al Senussi, era a tutti gli effetti una città italiana. Si parlava italiano, l'atmosfera era italiana anche se la popolazione era una minoranza di 40mila persone su 300mila abitanti. La ragione è semplice, la popolazione araba viveva ancora nella città vecchia e in periferia. La città centrale; tipica italiana costruita dal fascismo, esiste intatta, con i nomi cambiati. La Libia di popolazioni nomadi millenarie passò dall'impero romano alla conquista araba, all'impero ottomano, poi all'Italia. Non fu mai indipendente fino al 1951. E gli italiani restarono semplicemente nelle loro case, nei loro caffè a vivere la propria vita garantiti dalla Costituzione. C'erano anche molti stranieri forse 20mila, molti americani, inglesi, olandesi, dopo la scoperta del petrolio del '59. E c'era la base aerea americana, la Wheelus Field, la più importante del Mediterraneo. Una cittadina nella città. Si prendeva il "channel 7", trasmetteva film americani e serial televisivi: chi, come me, cresceva a Tripoli in quegli anni, gli anni '60, cresceva con The Untouchables, Bonanza e Popeye the Sailor Man. La televisione italiana si prendeva male di sera, disturbata. In quegli anni i caccia americani rombavano sul mare per le loro esercitazioni. E si sentiva in questo mondo ancora coloniale il sapore vicino dell' America lontana, appena al di là dei reticolati della Mellaha, dove c'era la base.

L'ambiente negli anni 60, prima di Gheddafi era cosmopolita e tranquillo. Idris era monarca costituzionale. C'era un primo ministro. I libici si arricchivano con il petrolio e con le nuove regole che gli attribuivano la maggioranza di ogni società. L'arabo era obbligatorio a scuola per un'ora al giorno. Ma non lo imparava davvero nessuno. Poi la rivoluzione, finta, perché non si sparò un colpo. Idris era in vacanza. L'ascesa di Gheddafi, la riscrittura della storia, l'espulsione improvvisa degli italiani rimasti e l'esproprio. Un colpo di spugna. Una pagina che resta ingloriosa per la nostra Repubblica, che non fece nulla per proteggerli.


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Silvione l'africano

 

Il Venerdì

7 gennaio 2011

Francesca Spinola

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Silvio Berlusconi sorridente, Muammar Gheddafi radioso, fermi nell'istante in cui la stretta di mano, da saluto formale, diventa il gesto d'affetto di chi stringe al petto il polso di un amico. È l'immagine che un mattino è apparsa su una palazzina a pochi metri dalla caserma di Bab El Aziziya, la cittadella dove il leader libico ha piantato la sua tenda.

Sette piani di fotografia per suggellare pubblicamente quella che ormai da due anni è una vera amicizia, in un Paese dove, dal primo settembre 1969, è ammessa una sola immagine, quella di Muammar Gheddafi.

L'idillio fra i due inizia a Bengasi, il 30 agosto del 2008 quando, nell'edificio che ospitava il quartier generale del governo italiano ai tempi del colonialismo, seduti davanti a un'imponente scrivania in radica, firmano l' «Accordo di amicizia, cooperazione e partenariato» che avrebbe regolato i rapporti fra i due Paesi. L'Italia finanzierà la realizzazione di infrastrutture sul territorio libico per cinque miliardi di dollari nell'arco di vent'anni. L'esecuzione delle opere sarà affidata a imprese italiane. Roma si impegna a realizzare alcune iniziative speciali tra le quali la costruzione di duecento abitazioni, l'assegnazione di borse di studio universitarie, la cura delle persone colpite dallo scoppio di mine, il ripristino del pagamento delle pensioni di guerra ai titolari libici, la restituzione di reperti trasferiti in Italia in epoca coloniale.

«La firma di questo trattato» dice Berlusconi «chiude definitivamente la pagina del passato». La penna in una mano, nell'altra la Venere di Cirene (scultura di Afrodite restituita dopo 95 anni): così il premier si guadagna la simpatia e la stima di Gheddafi e del suo intero popolo. La tv di Stato manda e rimanda le immagini del primo e unico europeo che abbia pubblicamente presentato «le scuse del suo governo per il periodo coloniale».

La scrivania dell'accordo ora ha trovato una sua collocazione nel Museo di Tripoli in piazza Verde. Quello stesso in cui, fra la biglietteria e lo shop dei souvenir straripante copie del Libro Verde di Gheddafi, ora campeggiano due poster retroilluminati. In uno c'è Silvio Berlusconi con Muammar Gheddafi. Nell'altro, Massimo D'Alema -lui nel '99 restituì la Venere delle Terme trafugata dall'antica Leptis Magna - con il colonnello. Due immagini esposte con un tale equilibrio di colori, dimensioni e forme che sembrano suggerire all'ignaro visitatore: «Questi signori meritano la mia stima».

Ma il Trattato con il quale l'Italia ha chiuso il capitolo del colonialismo - assicurandosi in cambio la fine del flusso mi­gratorio clandestino attraverso il Canale di Sicilia - non è solo farina del sacco del Cavaliere. «Il mio amico Berlusconi ha concluso oggi quello che i suoi predecessori Prodi, Dini e D'Alema avevano iniziato con la firma del primo accordo nel lontano '98». Lo ricordava il colonnello a Bengasi nel 2008. Ma se a D'Alema va l'onore di un poster retroilluminato, a Berlusconi va la gloria delle prime pagine dei quotidiani governativi a ogni suo viaggio in terra libica. Sei visite di Stato, intervallate da due trasferte in Italia di Muammar Gheddafi e del suo numeroso seguito. Dal 2008 al 2010 un totale di otto incontri, con una media di uno ogni novanta giorni in cui la riconoscenza di Gheddafi non si limita al dono di cammelli, alla stampa di cartoline raffiguranti la loro stretta di mano, all'annuncio di inserire il volto dell'amico nella filigrana dei futuri passaporti libici. Il colonnello, che di propaganda è un esperto, regala al premier occasioni di visibilità internazionale con il gioco del trovarsi «al posto giusto nel momento giusto», come nella visita del 27 marzo 2010.

L'occasione è data dalla riunione della Lega Araba. Siamo in piena «crisi dei visti», conseguenza della guerra diplomatica libico-svizzera innescata dall'arresto di Hannibal Gheddafi a Ginevra nell'estate del 2008. La Libia non rilascia più visti ai cittadini europei. Miguel Angel Moratinos, ministro degli Esteri spagnolo, è a Sirte. Dopo una serie di incontri, la Commissione Ue annuncia la cancellazione della black list che impediva a 188 personalità libiche di entrare nei Paesi Schengen e la Libia annuncia «la fine del blocco». Berlusconi è a Sirte e Gheddafi gli regala buona parte del merito. Questo gioco ha il suo culmine il 13 giugno 2010, quando, in una visita lampo priva di motivazione ufficiale, Berlusconi va a Tripoli, proprio nel giorno in cui là si sta negoziando la firma di un accordo che regoli la questione con la Svizzera e porti alla liberazione di Max Goeldi, un uomo d'affari elvetico finito nelle maglie della crisi e detenuto in carcere. L'uomo è liberato.

Vola a Tunisi dove trova ad attenderlo i ministri svizzero e spagnolo partiti dopo un incontro con il leader libico sotto la sua tenda. Berlusconi parte per ultimo e Gheddafi gli regala un «grazie Silvio». Grazie per una crisi già risolta. Ma la riconoscenza per aver aiutato la Libia a uscire dall'embargo, durato dal 1986 al 2004, è più forte di ogni altra cosa.Oggi vedi giovani per strada vestire Armani e Prada. Ascoltano Ramazzotti e Nek, partono per viaggi di nozze in Italia, acquistano mozzarella e parmigiano reggiano, cappelletti e panettoni. E se chiedete loro di Berlusconi, arrivano a proporre uno scambio: «Voi vi prendete la Guida, Gheddafi, e a noi ci date Silvio».

L'Italia importa dalla Libia il 25 per cento del suo fabbisogno di petrolio e il 33 di quello di gas. L'Eni ha visto allungarsi le concessioni di altri venticinque anni e la nostra ex quarta sponda ha ottenuto partecipazioni in Eni e Unicredit, ha finanziarie che guardano a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali e usa l'amico Berlusconi come megafono delle richieste all'Europa. L'ultima: cinque miliardi di euro l'anno per contrastare l'immigrazione clandestina.


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In arrivo 150 milioni per gli espulsi libici

 

Il Sole 24Ore

2 dicembre 2010

Saverio Fossati e Serena Uccello

 

Una vecchia cinquecento e una foto. Un'automobile degli anni '70 e l'immagine di qualcosa che non esiste. Degli anni libici a Vincenzo Calabretta, catanese di 73 anni, questo è quello che resta. Oggi al posto del suo stabilimento per la produzione di ghiaccio, primo e unico in Libia, fondato dal padre, ci sono cinque palazzoni: le cinque torri di Tripoli. «Mentre al posto della mia azienda agricola c'è solo una distesa di terreno incolto». Trent'anni dopo lo strappo, Calabretta stenta a raccontare un ricordo che, fa capire, resta nitido. «Ero in viaggio di nozze quando è arrivata la notizia che non potevo più rientrare. Mia sorella era già in Italia perché si era sposata con un ingegnere catanese. Mia madre era troppo anziana per capire appieno cosa stava accadendo». Dice solo che: «Dal giorno alla notte è cambiato tutto». Come risarcimento per quello che hanno lasciato in Libia, lui e la sorella, dopo due cause vinte, hanno ricevuto 200mila euro, ora il nuovo decreto aggiunge qualcosa. Comunque poco per far pace con la storia.

Le vittime delle espulsioni selvagge (anche nella ex Jugoslavia e nelle altre ex colonie) hanno infatti avuto una piccola chance in più con la legge 7/2009, che ora ha trovato il decreto attuativo, pubblicato da pochissimo in Gazzetta. Una premessa: per beneficiare della possibilità di ottenere un supplemento di risarcimento occorreva aver «confermato» la domanda presentata a suo tempo (cioè in base alle leggi 1066/71, 16/80, 135/85 e 98/94), entro il 18 agosto 2009 .

Il Dm dell'Economia del 7 ottobre 2010 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 30 novembre) stabilisce che il nuovo indennizzo corrisponde al 30% di quanto già ottenuto come risarcimento in passato. L'ordine di assegnazione è determinato dalla data di arrivo delle "conferme" all'Economia. Si apre anche uno spiraglio per cm si era visto respingere le domande a suo tempo: può ripresentarle con nuova documentazione alla Commissione interministeriale. Il fondo a disposizione è di 150 milioni per gli anni dal 2009 al 2011 e, se ci saranno residui, ci potrà essere un'ulteriore integrazione del 5% all'indennizzo.

«Qualche volta - dice Calabretta – i miei figli mi chiedono, sono curiosi vorrebbero che li accompagnassi. Ma io continuo a rimandare». Per la verità Calabretta in Libia c'è tornato. Con lui c'era una sua vecchia compagna di classe, Giovanna Ortu, che oggi presiede l' Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia. «Mi sono fermato davanti a quella che era la mia casa e ho scattato qualche foto. Un libico si è avvicinato Per chiedermi chi fossi e per dirmi che quella era la sua casa. Ho risposto di no che quella era casa mia». I Calabretta in Libia sono arrivati nel 1911, idea di un nonno giornalista poi diventato imprenditore. Prima le imprese di costruzioni e le aziende agricole. Poi il padre di Vincenzo, ingegnere, si lancia nel business del ghiaccio. Nel 1940 muore in un incidente aereo. Gli anni di guerra Vincenzo li trascorre a Catania, come il periodo degli studi universitari. A Tripoli c'è sua madre a gestire l'azienda del marito. Lo farà fino agli anni '60, quando la lascerà al figlio. E se per quei 20mila italiani costretti a lasciare la Libia in poche ore e di corsa un parziale indennizzo è arrivato, ci sono invece altri italiani che aspettano ancora. Sono le imprese, si calcola poco più di un centinaio («ma queste sono quelle rimaste in vista, le altre sono fallite», spiega Leone Massa che guida l'associazione che le rappresenta), che sono andate a Tripoli negli anni '80 vincitrici di commesse. Dopo la nazionalizzazione voluta dal colonnello Gheddafi, hanno perso tutto: commesse, aziende, macchinari. Tutto confiscato e al momento nessun indennizzo.


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Gheddafi loda l'Italia per la lotta ai clandestini, ma il Quirinale frena sul cavalierato al rais di Tripoli

 

Il Sole 24Ore

29 novembre 2010

Gerardo Pelosi

 

Per la seconda volta in pochi mesi Silvio Berlusconi avrebbe voluto "blindare" il rapporto di "amicizia e cooperazione" con la Grande Jamahiriya libica offrendo al colonnello Gheddafi la più alta onorificenza della Repubblica italiana, ossia il cavalierato di Gran croce che viene normalmente concesso, su proposta del capo del Governo, ai capi di Stato e di Governo stranieri con i quali il nostro Paese ha rapporti di particolare vicinanza.

Il premier italiano aveva già tentato, ma inutilmente, di consegnare l'onorificenza a Gheddafi il 30 agosto scorso a Roma in occasione dei festeggiamenti per l'anniversario della firma del Trattato di amicizia e cooperazione Italia-Libia. Ma la richiesta avanzata al Quirinale avrebbe incontrato più di qualche difficoltà. Le procedure necessarie alla consegna dell'onorificenza avrebbero richiesto più tempo del necessario. Un "no" formale non sarebbe mai stato messo nero su bianco, ma di sicuro dal Colle un assenso alla richiesta non sarebbe mai arrivato fino al punto da fare pensare a una "frenata" del Quirinale su una proposta giudicata "poco opportuna".

I tempi di istruzione della pratica non avrebbero neppure consentito a Berlusconi di portare le insegne di "Cavaliere di gran croce" per Gheddafi questa mattina a Tripoli. Nel vertice Unione africana-Ue Berlusconi era oggi l'unico dei premier presenti tra i grandi Paesi Ue (Francia, Germania e Regno Unito erano presenti solo a livello ministeriale). E solo al nostro paese Gheddafi ha riservato parole di apprezzamento per la collaborazione nella lotta all'immigrazione clandestina mentre, ha aggiunto il colonnello, se l'Europa intera vorrà frenare il fenomeno «dovrà versare alla Libia 5 miliardi di dollari».


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I libici ci attaccano con le nostre navi

 

Il Giornale

14 settembre 2010

Gabriele Villa

p.17

 

Una motovedetta libica (ma regalata dall'Italia) che spara all'impazzata contro pescatori italiani. E sei uomini della Guardia di Finanza, italiani ovviamente, a bordo di quella motovedetta, che sceglie come bersaglio il peschereccio italiano. Drammatico e surreale. Perché oltre alla beffa c'è di più, ammettiamolo. Dunque vediamo di capirci: Amiconi o burloni i nostri vicini di casa libici? Qualcosa non torna. Il fatto non proprio irrilevante e, a dire il vero nemmeno troppo divertente, è accaduto, avant'ieri sera, nel Golfo della Sirte, dove un peschereccio della flotta di Mazara del Vallo è stato mitragliato da una motovedetta libica. All'origine della sgradevole vicenda, i soliti millimetri che, tra un onda e l'altra, vengono interpretati, a seconda di chi li interpreta come acque territoriali o extraterritoriali. Solo che un conto è scambiarsi i saluti e mandarsi a quel paese reciprocamente, e un conto è, citiamo testualmente le parole dell'equipaggio del peschereccio «Ariete», ancora sotto choc, «sparavano per uccidere». Questo avrebbero fatto i nostri «amici» libici.
I colpi hanno infatti forato una fiancata del motopesca d'altura di 32 metri e un gommone utilizzato come tender. Il peschereccio, guidato dal capitano Gaspare Marrone, che è riuscito ad evitare l'abbordaggio e allontanarsi. ha proseguito la navigazione verso il porto di Lampedusa, dove è giunto nella mattinata di ieri.
Ma c'è di più, appunto, e quel qualcosa in più suscita ben altri interrogativi. Secondo il capitano Marrone, l'unità della marina libica che ha aperto il fuoco potrebbe infatti essere una delle imbarcazioni regalate (sei in tutto) dall'Italia alla Libia, nell'ambito dell'accordo per il contrasto all'immigrazione clandestina. Così infatti il comandante dell'Ariete si è espresso quando ha ricostruito l'episodio nella Capitaneria di Porto. «Era una motovedetta molto nuova, e questo mi fa pensare che possa essere una di quelle donate dall'Italia alla Libia per il servizio di respingimento. Inoltre ho il dubbio che vi potesse essere un italiano a bordo di quella motovedetta perché l'intimazione a fermarsi ci è arrivata da un uomo che parlava con un accento italiano impeccabile. Ci ha urlato: «Fermatevi o questi vi sparano» . Che motivo aveva di dire “questi?”. Avrebbe detto piuttosto “fermi o vi spariamo”. E poi con quell'accento più italiano del mio. Ripeto, la motovedetta era di costruzione recente e non aveva armi pesanti. Ma a bordo era stata piazzata una mitragliatrice Mg e con quella ci hanno sparato addosso. Siamo vivi per miracolo perché i libici hanno sparato all'impazzata e solo per un caso non hanno provocato l'esplosione di alcune bombole di gas che avevamo a bordo». In altre parole, che sono anche le parole di un altro componente dell'equipaggio, Alessandro Novara («L'unità militare che ci ha mitragliato era identica a quelle utilizzate in Italia dalla Guardia di Finanza, anche se batteva bandiera libica») c'è la fondata ipotesi che quei colpi siano partiti da uno dei nostri regali al colonnello e c'è anche la certezza visto che il Comando generale lo ha confermato ieri in serata, che a bordo di quel regalo, cioè di quella motovedetta, ci fossero sei militari delle Fiamme gialle, tra quelli distaccati a seguire da vicino, con compiti di addestramento e osservazione, i colleghi libici. Da anni le autorità libiche rivendicano la loro giurisdizione sul Golfo della Sirte, sequestrando (gli ultimi episodi risalgono a Giugno) le imbarcazioni mazaresi sorprese a pescare in quel tratto di mare. Ma il capitano assicura che l'Ariete, al momento del tentativo di abbordaggio, stava navigando e non era impegnato in una battuta: «Non avevano nessun diritto di fermarci». Per chiarire i dubbi la posizione dell'imbarcazione italiana sarà comunque controllata mediante i dati Gps forniti dal blue box, una sorta di scatola nera in dotazione alle imbarcazioni. Il Viminale e la Farnesina hanno aperto un'inchiesta. Nel frattempo il comandante della Guardia costiera libica ha espresso le sue scuse alle autorità italiane per l'accaduto.

 

 


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E nel porto ora cresce la rivolta dei pescatori: "Gheddafi sorride ma ci attaccano ogni giorno"

La Repubblica

14 Settembre 2010

Francesco Viviano

p.9

 

«Della più grande marineria del Mediterraneo ci è rimasto solo il nome. Qui si gioca con il nostro pane e la nostra pelle e gli armatori non sono più in grado di assicurarci neanche il minimo garantito, ma non da ora. Sono anni che ci sparano addosso e non gliene frega niente a nessuno». Lo sfogo di un marinaio in cerca di imbarco nel porto di Mazara suscita applausi e insulti all´indirizzo di quelle che quaggiù chiamano solo le «autorità».
La notizia dell´agguato al motopesca «Ariete» rimbalza tra la gente di mare che alterna rabbia a rassegnazione. «Niente di nuovo sotto il sole - dice Vito Giacalone, armatore di una delle famiglie storiche di Mazara, proprietario di tre pescherecci - questa incredibile situazione si trascina da anni, ma è peggiorata da quando unilateralmente i libici hanno deciso di dichiarare di propria competenza le acque fino a 74 miglia dalla costa, e non 12 miglia come prevede il diritto internazionale. Ma quelli sono i nostri mari, la vita nostra e delle nostre famiglie, lì abbiamo sempre pescato e continueremo a pescare nonostante i sequestri, gli inseguimenti, le sparatorie. I libici non vogliono sentire, e ai nostri governanti a quanto pare non interessa più di tanto. E meno male che Gheddafi è appena venuto in Italia e che tutti sbandierano gli ottimi rapporti con la Libia. La verità è che ci sono interessi economici e affari ben più importanti del nostro pane, della convivenza civile, della pace nel Mediterraneo».
Il pane e la vita. Solo questi due sostantivi e l´universo che ci gira attorno interessa ad armatori e marinai di Mazara del Vallo e alle migliaia di nordafricani stabilitisi qui da anni. Cinquecento euro per trenta giorni di pesca nel mammellone, è questo il salario minimo garantito che gli armatori riescono con difficoltà ad assicurare agli equipaggi perché - spiega uno di loro - «per fare uscire un peschereccio in mare oggi ci vogliono almeno 50mila euro e quindi non ci possiamo permettere né di stare poco in mare, né di non andare a pescare almeno a 30 miglia dalla costa, né tantomeno di fermarci».
Quattrocento pescherecci, un volume d´affari di 450 milioni di euro all´anno, 30 mila tonnellate di pescato, 7000 occupati compreso l´indotto. Questi i numeri che fanno di Mazara il primo distretto della pesca in Italia. Numeri che non si sono mai sposati con i più recenti trattati italo-libici (nel 2007 quello firmato dal governo Prodi, nel 2009 quello di Berlusconi) che hanno cercato di rinnovare gli accordi in tema di immigrazione e di pesca. A Mazara si fa il conto solo degli ultimi pescherecci sequestrati nel 2010 e delle multe salatissime che gli armatori sono stati costretti a pagare: l´Alibut, il Marine 10, il «Vincenza Giacalone», sequestrati il 10 giugno e rilasciati dopo tre giorni e l´intervento personale di Berlusconi.
Dice Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto produttivo della pesca: «É arrivato il momento di mettere fine ad una vicenda ormai annosa e, cioè, quella dell´estensione unilaterale da parte della Libia delle proprie acque territoriali ben oltre le 12 miglia . Bisogna trovare un accordo economico-scientifico e produttivo con le autorità libiche. Bisogna dare seguito concreto al trattato italo-libico firmato nel 2008».
Il sindaco Nicola Cristaldi non nasconde la sua preoccupazione: «Siamo molto amareggiati per la gravissima aggressione perpetrata da parte di unità navali libiche nei confronti del peschereccio Ariete. Questo episodio vanifica il grande lavoro fatto a Mazara del Vallo e fa risvegliare dal letargo gli scettici della multiculturalità e multi etnicità. Il governo libico dovrà rendere conto di questa gravissima azione».
La gente di Mazara è esasperata: i giovani che scelgono ancora di andare per mare lo fanno per fame e disperazione e soprattutto lo fanno con paura. «Nella disgrazia anche oggi non è successo niente - dice un pescatore, Salvatore Limuli - ma sappiamo tutti ogni giorno che potrebbe succedere ad uno di noi. Quelli sparano per affondare e uccidere».

 


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Emma Bonino: “Quel trattato non ha mai sciolto il nodo delle acque territoriali”

 

La Repubblica

14 settembre 2010  

Giampaolo Cadalanu

p.9  

 

ROMA - Il ruolo di Cassandra a Emma Bonino, vicepresidente del Senato, proprio non piace: non vuole pronunciare la fatidica frase "noi l'avevamo detto", ma la tentazione è forte. Presidente Bonino, come valuta quello che è accaduto al largo della Libia? «È l'ennesimo episodio nefasto di un trattato, quello del 2008, di per sé sciagurato, voluto da destra e da sinistra con poche lodevoli eccezioni. Oltre ai radicali votarono contro solo Furio Colombo e pochi altri. Era stato D'Alema a sostenere che il partenariato con la Libia era "strategico"». E invece? «Quell'accordo prevede un partenariato speciale, con implicazioni e conseguenze che si potevano facilmente prevedere. Ma non mi piace il ruolo della Cassandra». Qual era il punto meno convincente dell'accordo? «La cessione alla Libia di tre motovedette della Guardia di Finanza - poi seguite da tre pattugliatori - per il controllo dell' emigrazione clandestina prevedeva anche che venisse sciolto il nodo delle acque territoriali. In altre parole, bisognava risolvere la disputa sul Golfo della Sirte, che Tripoli considera territorio libico e la comunità internazionale no. Ma ad affrontare questa disputa la Libia non ci ha pensato neppure». Come mai l' accordo prevedeva anche la presenza di personale italiano a bordo delle motovedette? «Era prevista a bordo di quelle navi la presenza di ufficiali italiani come istruttori. Ma adesso con quelle stesse navi ci mitragliano! È una conseguenza paradossale, ma prevedibile e prevista, di un trattato nefasto. Questi mitragliano ad altezza d'uomo». Secondo lei, avevano riconosciuto la nave? «Senza dubbio. Sapevano perfettamente di avere di fronte l'Ariete. Sapevano che stava seguendo le leggi del mare, che prevedono la salvezza delle persone prima di tutto. Sapevano che l'Ariete era in acque internazionali». Come va giudicata l'azione libica? «Per lo meno come atto ostile. Il trattato di amicizia non impegnava i due paesi a evitare atti ostili? E questo come lo definiamo, un atto di gentilezza?». Lei vede un legame fra questo episodio e la visita di Gheddafi a Roma? «Non so proprio se ci siano legami. Ma so che per valutare la visita del colonnello ci si è fermati sugli elementi più kitsch, la presenza delle hostess pagate 80 euro per la comparsata. Fra l'altro, il parterre della visita precedente era composto da ministre, deputate e imprenditrici, non pagate, che ascoltavano religiosamente le lezioni di Gheddafi sul libretto verde». Ma il problema è la politica sull' immigrazione o gli accordi con una dittatura? «Tutti e due. Gli accordi con dittatori non sono rari: appena nel luglio scorso noi radicali siamo riusciti a rimandare in commissione un accordo di "partenariato speciale" con il Sudan di Omar al Bashir, ricercato dalle Nazioni Unite. Ma il problema non è la politica di questo governo. L'accordo con la Libia è stato votato entusiasticamente da destra e da sinistra. Ci vogliamo fermare un attimo a pensare?».

 

 


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Il Trattato da riscrivere

 

Corriere della Sera

14 settembre 2010

Fiorenza Sarzanini

p.1


L' imbarazzo che si respira al Viminale non basterà a rovinare i rapporti con la Libia, ma certo quanto accaduto ieri riapre in maniera forte le polemiche sull' accordo siglato dal governo italiano con il colonnello Gheddafi. Perché quelle sei motovedette consegnate ai militari di Tripoli - le prime tre nel maggio scorso durante una cerimonia organizzata nel porto di Gaeta alla presenza del ministro dell' Interno Roberto Maroni e dell' ambasciatore in Italia Hafed Gaddur - devono essere utilizzate per un compito preciso: contrastare l' immigrazione clandestina. E dunque adesso bisognerà capire come mai i militari libici che erano a bordo abbiano sparato contro il motopeschereccio, ma soprattutto quale ruolo abbiano avuto i sei finanzieri, due ufficiali e quattro sottufficiali. La versione libica fatta filtrare nel pomeriggio di ieri assicura che l' imbarcazione di Mazara era entrata in acque territoriali e la reazione si è resa necessaria per bloccare la pesca di frodo. In particolare è stato detto che «si trovavano al largo della località di Abu Kammash», dunque a circa 30 miglia dal porto di Zwarah. Questa ricostruzione non appare però supportata da alcun dato concreto per dimostrare che davvero il peschereccio abbia superato le acque internazionali. Del resto l' accordo sottoscritto dall' Italia prevede che i mezzi marittimi pattuglino la zona a ridosso del confine, ma dove passi esattamente questa linea nessuno lo ha mai stabilito. E in ogni caso non è previsto che si possa fare fuoco per fermare chi ha eventualmente superato la frontiera. Invece proprio questo è accaduto e adesso anche i rappresentanti del governo sono costretti ad ammettere la necessità di modificare le regole di ingaggio, intervenendo su quei punti del «trattato d' amicizia» che lasciano spazio all'interpretazione sull' utilizzo delle motovedette e sui compiti effettivi assegnati agli ufficiali che attualmente hanno soltanto funzioni di «osservazione e supporto». Maroni ne ha parlato a lungo con il titolare degli Esteri Franco Frattini prima di confermare per oggi una riunione tecnica che dovrà servire proprio ad avviare la procedura per correggere l' intesa bilaterale. Anche perché quanto accaduto ieri è soltanto l'ultimo degli episodi che segnano la volontà dei libici di ottenere il controllo pressoché totale di quel tratto di mare. Già da molti anni Gheddafi rivendica infatti la propria giurisdizione sul Golfo della Sirte. Gli ordini impartiti ai suoi mezzi navali violano le regole internazionali e in ogni caso non possono valere - proprio questo sarebbe stato ribadito nei contatti fra i due Paesi visto che poi in serata sono arrivate le scuse ufficiali e l' annuncio della creazione di un comitato d'inchiesta che indagherà su quella che viene ritenuta una vera e propria aggressione - per il personale libico che utilizza le motovedette messe a disposizione dall'Italia. La Farnesina, ma anche i comandi delle forze italiane che hanno inviato a Tripoli un contingente per addestrare e affiancare il personale, specificano che «i nostri sono cittadini stranieri su suolo libico e dunque non hanno alcun potere di intervento». È proprio la regola che deve essere cambiata, assegnando agli ufficiali italiani un compito operativo che consenta loro di poter agire quantomeno in accordo con il comandante libico. «Ma - chiariscono al ministero degli Esteri - bisogna anche mettere a punto l' elenco delle situazioni nell' ambito delle quali è consentito l' utilizzo delle motovedette, specificando che tutte le apparecchiature fornite sono esclusivamente destinate al contrasto dell' immigrazione clandestina e non ad altri scopi». Del resto le motovedette sono soltanto una delle numerose concessioni fatte dall' Italia a Tripoli per ottenere il pattugliamento marino. Oltre ai sei mezzi navali sono state consegnate apparecchiature per il controllo terrestre, radar, autoveicoli, senza contare i 5 miliardi di dollari in vent' anni e l' impegno alla costruzione dell' autostrada che attraverserà perpendicolarmente il Paese. Il «grande gesto» che il colonnello rivendica e sul quale ha ormai ottenuto la sottoscrizione dell' impegno formale.

 

 


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Se Gheddafi ci ripaga così

 

Il Messaggero

14 settembre 2010

Claudio Rizza

p.1

C'è tanto fumo sulla vicenda del motopesca Ariete, sforacchiato dalla mitragliatrice di una delle sei motovedette che l'Italia ha regalato alla Libia. Fumo è la guerra dei pescherecci, fumo è persino la presenza di nostri militari sulla motovedetta. L'arrosto il vero problema è un altro: le motovedette sono state regalate per contrastare in mare l'immigrazione clandestina, per intercettare barconi e barchine che puntano verso Lampedusa o le coste siciliane, e impedire che vi arrivino. Non certo per partecipare alla caccia ai pescherecci, imbottiti, questo sì, di pescatori immigrati nord africani che lavorano come bestie per gli armatori di Mazara. Neri ma non clandestini, forzati del mare che non possono tornare a terra se non con la stiva piena. E infatti, l'Ariete, dopo essersi riparato nel porto di Lampedusa ed aver turato i buchi dei proiettili, è dovuto subito salpare per tornare a pescare.
La guerra tra i pescherecci mazaresi e i libici è vecchia di decenni, noi a rubare il pesce nelle acque della Sirte, loro a catturare le nostre barche, in una perenne lite su quali siano le acque internazionali e quali no. Fumo. Come lo è, paradossalmente, anche che uomini della Guardia di Finanza stiano sulla motovedetta che ha sparato: gli accordi lo prevedono, i libici vengono addestrati ad usare le nostre barche e l'osservatore con le stellette italiane serve a controllare gli scopi della missione, visto che i pattugliamenti sono “condivisi” da Roma e Tripoli.
Il 14 maggio scorso, a Gaeta, il ministro leghista Maroni partecipò alla consegna di tre motovedette alla Libia. Iniziò così un «nuovo capitolo della collaborazione tra il nostro Paese e Tripoli ai fini della lotta contro i traffici criminali di esseri umani e lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina», disse il comandante generale della Guardia di Finanza, Cosimo D'Arrigo. Che spiegò come i pattugliamenti congiunti nelle acque territoriali libiche e internazionali avevano come «priorita' assoluta alla ricerca e al salvataggio delle persone che in mare si trovano in condizioni di grave ed imminente pericolo» ma anche «l'azione concomitante di contrasto delle organizzazioni criminali internazionali».
Cosa c'entrino i pescherecci bisognerebbe chiederlo ai militari di Gheddafi ma soprattutto al ministero degli Esteri del Colonnello. Non si regalano sei navette modernissime, 43 nodi di velocità, 90 tonnellate di stazza, lunghe 27 metri l'una, dotate di moderni sistemi di scoperta e telecomunicazioni, per andare a scippare qualche cassetta di pesce. Né lo si può fare dopo che si è venuti a Roma, in pompa magna, a celebrare il trattato italo-libico, a dimostrazione della grande amicizia che ormai alberga tra Berlusconi e Gheddafi. Il problema è politico, e non è mostrando arrendevolezza al dittatore libico che si difendono gli interessi italiani. Tutt'al più si beccano cannonate, e i proiettili sono pure nostri.


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E' il momento di risolvere vecchie questioni

 

Il Tempo

28 agosto 2010

Federico Guiglia

p.1

 

Per qualche giorno il Cavaliere non sarà più il Cavaliere. Il titolo passa a Muammar Gheddafi, che arriva a Roma con una squadriglia di cavalieri e trenta cavalli arabi per celebrare il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. L'ospite pianterà l'inseparabile tenda non più a Villa Pamphili, come fece nella visita dell'anno scorso, ma presso la residenza del suo ambasciatore.

Seguiranno eventi alla caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto di Tor di Quinto e mostre fotografiche, non si sa se anche quest'anno al Cavaliere di Tripoli sarà riservato un trattamento da stella di Hollywood. Le poche notizie che filtrano sulla sua galoppata romana, lascerebbero intendere che il circolo degli adulatori avrà qualche difficoltà a strappargli l'autografo, perché l'avvenimento – dicono – è stato organizzato con maggiore sobrietà.

Ecco, ci risparmino almeno gli osanna: il colonnello Gheddafi non è Obama, né Lula, né Mandela. Che il contenzioso con l'Italia da lui aperto e dilatato dovesse essere chiuso una volta per tutte, non ci sono dubbi. Anche se c'è modo e modo di chiudere i contenziosi. Che il Trattato rappresenti un nuovo inizio nei rapporti complicati tra i due Paesi, non è solo un auspicio di amicizia ritrovata, e peraltro mai perduta, fra le popolazioni, ma anche un atto lungimirante di interesse nazionale. E poi “uno i vicini non se li può scegliere”, come disse una volta Giulio Andreotti, riferendosi proprio al dirimpettaio in Libia. Ma il tappeto rosso no. Al contrario, proprio grazie alla nuova era che si è spalancata tra Roma e Tripoli, ora sarà più facile far valere quella dignità nazionale che per quarant'anni è stata ignorata dopo la cacciata dei ventimila nostri connazionali dalla Libia e dei loro beni confiscati nel 1970. A proposito: perché essi o i loro familiari (dati i tempi, molti rimpatriati sono nel frattempo morti), non sono stati ancora risarciti secondo giustizia ed equità? Perché l'Italia “riscoperta” da Gheddafi non pone la questione con amichevole franchezza? Adesso può farlo, adesso deve farlo.

Intendiamoci, non siamo così sciocchi da non capire che la corsia preferenziale accordata alle imprese italiane, con tutti i vantaggi che ricadono anche a beneficio dei cittadini italiani, sia più importante dei quattro spiccioli ancora reclamati dagli italiani di Libia. Ma un'ingiustizia non cessa di essere tale solo perché nel frattempo, costruiremo in Libia la strada più bella dell'Africa. D'altronde, accordi riparatori in questo senso sono già stati realizzati, Italiani e libici hanno restaurato insieme il cimitero cattolico di Tripoli: per quanto bizzarro sembri e sia il Cavaliere libico, con lui ragionare si può. Ragionare su tutto, quindi: investimenti e gesti simbolici, immigrazione e umanità per gli immigrati, convegni storici e mostre archeologiche.

Ma pure ragionare sugli italiani che in Libia sono nati o cresciuti, e che tutto hanno perso all'epoca dell'espulsione da lui decretata. C'è un importante precedente che mostra quale possa essere il nuovo spirito tra nuovo amici. Ricordate quando, non si sa se per un equivoco o per un dispetto, le autorità libiche non volevano che le Frecce Tricolori firmassero con il Tricolore il cielo di Libia? Il comandante delle Frecce disse, semplicemente, di no: “Senza il Tricolore, le Frecce non volano”. Finì come doveva finire, con verde, bianco e rosso che si stagliava nell'azzurro di Tripoli. Ecco un piccolo, grande esempio di quella dignità nazionale che vale sempre.