Annamaria
Cancellieri: il “nostro” commissario conquista Bologna
Italiani
d'Africa
Maggio-luglio
2010
Giovanna
Ortu
*Nel
giorno della nomina del commissario Annamaria Cancellieri a
Ministro dell'Interno, riproponiamo l'articolo pubblicato su
Italiani d'Africa nel luglio del 2010
Amabile,
se è possibile ancor più della sua sorridente
segretaria che così si chiama. Questa è la prima
impressione all'apparire del nostro “personaggio” Annamaria
Cancellieri, donna dal piglio deciso e dalla luminosa carriera,
tornata in pista, subito dopo essere andata “a riposo”, nel
ruolo prestigioso di Commissario del Comune di Bologna a seguito
delle dimissioni del sindaco Flavio Delbono.
Prima
di incontrarla ho il tempo di leggere sul Resto del Carlino
del 6 maggio la sua battaglia del giorno: è contro
i graffiti che imbrattano la città. Dice il Commissario:
“Puliremo tutti i palazzi di proprietà comunale”, un'affermazione
accompagnata dal fermo invito rivolto a tutti i proprietari
privati a seguire questo “esempio” dando “segnali immediati
e concreti perché Bologna è bellissima”
È
un amore ricambiato quello del Commissario Cancellieri per la
Città. Insediatasi nel febbraio scorso ha subito conquistato
i bolognesi riuscendo a sbloccare tanti progetti primo fra tutti
quello del metrò che sarà finanziato a piccole
rate così da non deprimere gli investimenti necessari
a far vivere il capoluogo emiliano.
Del
suo mandato, che durerà fino alle prossime elezioni fissate
presumibilmente nella primavera del 2011 Annamaria Cancellieri
lascerà certamente il segno, dando un'ulteriore prova
della sua esperienza nell'affrontare i problemi in concreto
e delle sue spiccate capacità di mediazione.
Ma
lei ed io oggi dobbiamo parlare di altre cose, certo più
nostalgiche perché vecchie di quarant'anni; sicuramente
più allegre perché si rifanno al tempo della nostra
gioventù, comunque venate di tristezza e commozione.
Così lei ricorda l'incontro all'aeroporto di Fiumicino
con suo padre nel settembre del '70: “un uomo distrutto, improvvisamente
invecchiato, quasi malato di dolore e incredulità per
aver perso ogni suo avere”.
In
quel periodo Annamaria, dopo la laurea alla Sapienza di Roma
col massimo dei voti, aveva già dato avvio alla sua attività
lavorativa, al contrario di tante “signorine bene” (me compresa)
impegnate a costruirsi un futuro un po' limitato di madri di
famiglia e di perfette casalinghe.
Dopo
pochi minuti di conversazione ci sentiamo amiche di vecchia
data anche se non ricordiamo di esserci mai incontrate a Tripoli.
Forse i quattro anni che ci separano – io sono più grande
di Lei – hanno fatto sì che io fossi già adolescente
quando lei era ancora una bambina ma quanti ricordi in comune
di cose, case e persone; basti pensare che suo padre, l'Ingegner
Virgilio, e mia madre sono stati così amici da ragazzini
che mia mamma ha sempre ricordato il suo coetaneo come un ragazzo
golosissimo, soprattutto di cioccolata. Io, lo confesso, sono
un po' intimidita dal suo ruolo e un po' incredula della facilità
con la quale si muove in ufficio e fuori senza scorta, senza
autista, accompagnata solo dalla spontaneità del suo
sorriso e dalla garbata semplicità dei suoi modi. Non
è un caso che prima di me avesse ricevuto una famiglia
di immigrati con due deliziosi piccoli bimbi del Gabon che attendono
dal Commissario un aiuto per la sistemazione del loro papà
ed intanto girano felici per l'anticamera gratificando anche
me di baci e sorrisi.
Per
Annamaria che, insieme a fratelli e sorelle ha sempre frequentato
le scuole a Roma, il ricordo di Tripoli è ancor più
bello perché legato alle lunghe estati di vacanza, alle
estenuanti nuotate in quel mare bellissimo, alle gite a Leptis
Magna e Sabratha, alle serate danzanti sulla terrazza dell'Uaddan
al ritmo delle canzoni dal vivo di un Peppino di Capri giovanissimo
e già famoso.
E
in quelle estati tripoline, complice il mare, il sole e la musica
Annamaria ha pure trovato l'amore. Da allora Le è accanto
il marito Nuccio Peluso (Zezè per gli amici) padre dei
suoi due figli Piergiorgio e Federico nati in Italia ma che
sono ansiosi di poter finalmente conoscere davvero, al di la
dei racconti di papà e mamma, il paese dei loro genitori,
dei loro nonni e del bisnonno che era giunto a Tripoli nel 1911
con una moglie preoccupatissima di riuscire ad assicurare al
figlio Virgilio, apparentemente gracile, le condizioni igieniche
che considerava indispensabili: ma fu proprio giocando tra la
sabbia con i coetanei indigeni e divorando, da goloso qual era,
i datteri impolverati che il ragazzino si fortificò:
e la mamma si arrese!
Annamaria
ancora adesso ha amici tripolini quasi in ogni città
dove ha vissuto e lavorato, amici che seguita a frequentare
regolarmente: a Siracusa e Catania dove vivono i cugini Franca
e Antonio Peluso, a Roma dove vive la sorella Caterina (Nellina)
che ha per marito un non “tripolino” che immagino sia felicemente
rassegnato ad essere entrato a far parte della schiera dei rimpatriati,il
fratello Franco che a Tripoli ha lavorato a lungo anche dopo
il 1970, la sorella Luciana (Lilli) che ha sposato Kevork (Giorgio)
Devruscian, tripolino d.o.c. perché nato e vissuto a
Tripoli sino alla guerra dei cinque giorni e alla nascita della
figlia Carlotta nel 1967.
Ognuno
di loro ha nei confronti della Libia sentimenti diversi. Annamaria
sogna fortemente di tornare a rivedere quel Paese soprattutto
per mostrarlo ai figli e per rivivere con il marito emozioni
e ricordi intensissimi. Il cognato Giorgio non ne vuole più
sentire parlare,forse perché l'ha amata troppo e ne ha
sofferto troppo. Nellina è agnostica, ma ci tornerebbe
volentieri con i figli. Franco è l'unico ad aver mantenuto
i contatti e va e torna da Tripoli con frequenza,ama tanto quella
città che, se potesse, ci vivrebbe volentieri. Ma ho
la sensazione che un nutrito gruppo della famiglia Cancellieri,
giovani e meno giovani, farà un “viaggio della memoria”
appena possibile; appena Annamaria riuscirà a ritagliarsi
uno spazio negli impegni connessi al suo ruolo che svolge con
tanta passione; il giorno stesso del nostro incontro è
partita per Roma per partecipare all'incontro che il Capo dello
Stato ha riservato alle vittime del terrorismo. Mentre scrivo,
ho appena letto della decisione del Commissario Cancellieri
di dare un senso diverso alla cerimonia per l'anniversario della
strage alla stazione di Bologna. Ad evitare dolorose e inaccettabili
contestazioni questa volta, dopo trent'anni, non più
politici sul palco, ma solo il rappresentante dei familiari
delle vittime ancora in attesa che venga sollevato il velo sul
segreto di stato decisivo per arrivare finalmente alla verità.
Il Commissario naturalmente sarà presente ma ha deciso
di non prendere la parola.
“La
politica che tace: comunque la si voglia leggere un evento raro”
chiosa Francesco Alberti autore dell'articolo. E noi aggiungiamo
“chi lavora non chiacchera”.
Mentre
questo giornale va in macchina i sondaggi riferiscono dell'autentico
entusiasmo con il quale sempre più bolognesi, sia di
destra che di sinistra, accoglierebbero la nomina della Cancellieri
a candidato sindaco nelle prossime elezioni: “ci si aspettava
un burocrate tiranno e invece spunta Annamaria Cancellieri:
un fenomeno patriarcale!” scrive l'Espresso. Se si votasse oggi
il commissario-candidato “vincerebbe di volata” leggo su Il
Venerdì di Repubblica. L'unica titubante, se non contraria,
è finora la “candidata” pur dopo gli apprezzamenti bipartisan
da Prodi a Fini passando per Lucio Dalla. Annamaria ha fatto
sapere che di “appartenere ad una schiatta incoercibile: quella
al di sopra delle parti che, lontani dai riflettori sono la
spina dorsale dello Stato”.
Ma
noi tutti suoi “colleghi rimpatriati” come pressante e accorata
sollecitazione ad Annamaria vorremmo dirle di fare violenza
al suo legittimo credo per dimostrare al Paese quanto possa
fare una persona capace, onesta e credibile non solo per il
bene di una città, ma soprattutto come esempio di “meritocrazia”.
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Libia:
La Russa, vicino a rimpatriati, comprendo loro commozione
Prossima volta che andro' a Tripoli mi faro' accompagnare dalla
signora Ortu
Adnkronos
20
ottobre 2011
"Ho
dovuto interrompere la telefonata oggi perchè sentivo
tutta la commozione della signora Ortu quando l'ho chiamata
per informarla della cattura di Gheddafi". Lo dice ai cronisti
Ignazio La Russa riferendo la telefonata con Giovanna Ortu,
presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia.
"Una
signora eccezionale -aggiunge- di una vitalità incredibile,
che ha dedicato molti anni della sua vita a mantenere vivo il
legame con la Libia degli italiani che vennero cacciati da Gheddafi".
"La
signora Ortu -prosegue il ministro della Difesa- mi ha detto
che la fine di Gheddafi è la seconda bella notizia in
poco tempo dopo che Jalil, alcuni giorni fa, ha riconosciuto
come la permanenza degli italiani in Libia abbia coinciso con
un periodo di crescita morale e materiale per il Paese. La prossima
volta che andrò in Libia -conclude La Russa- mi farò
accompagnare dalla signora Ortu".
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Libia:
Rimpatriati, ora popolo libero e pieno di prospettive
Ortu (Airl), ho pianto di commozione parlando con La Russa
Adnkronos
20
ottobre 2011
Con
la morte di Gheddafi finalmente in Libia ci sarà "solo
democrazia e libertà" e il popolo libico, da oggi
in poi "è veramente libero, ricco e pieno di prospettive".
E' commossa la presidente dell'Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia, Giovanna Ortu, che - dice all'Adnkronos - di aver
pianto di commozione "parlando al telefono con il ministro
La Russa" che "mi ha detto 'so che significa questo
per voi".
"Sono
commossa non tanto per la fine di un uomo, perchè la
vita di un essere umano non ha prezzo, fosse anche l'ultimo
criminale della terra - aggiunge - ma per quello che ciò
significa per il popolo libico. Devo poter credere che ci sarà
solo democrazia e libertà, come ho avuto modo di constatare
nel mio viaggio a Bengasi 15 giorni fa".
"Da
parte nostra - aggiunge - faremo tutto ciò che, con le
nostre forze, potremo fare: abbiamo tanti progetti. Ci hanno
chiesto aiuto in determinati settori, quali l'ambiente, i giovani,
oltre che il ripristino dell'architettura dell'era coloniale,
non per un 'ritorno al passato', ma per ciò che hanno
significato nella storia della Libia. Una storia che da oggi
in poi è la storia di un popolo veramente libero, ricco
e pieno di prospettive. Per il 29 e 30 ottobre - conclude -
abbiamo organizzato a Roma il convegno del centenario, al quale
parteciperà anche un esponente del Cnt, e quella sarà
l'occasione per fare festa insieme".
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I
due professori innamorati del raìs
Corriere della Sera
14
settembre 2011
Stella
Gian Antonio
Pag.
43
Gli
illustrissimi Luigi Frati e Giovanni Lobrano hanno cambiato
idea sul «professor» Muammar Gheddafi? O si getteranno
anche loro all'inseguimento dell'ex dittatore libico non per
consegnarlo ai ribelli, si capisce, ma per tornare a invitarlo
a fare una lectio magistralis o addirittura a ritirare una laurea
honoris causa? I primi ad avere questa curiosità dovrebbero
essere gli studenti della Sapienza di Roma e della facoltà
di giurisprudenza dell'Università di Cagliari, protagoniste
di indecorose genuflessioni all' allora capo della Jamahirya.
Se la storia è davvero maestra di vita, infatti, nulla
è più importante della memoria. Per imparare dagli
errori. Per pesare le persone. Sono passati solo poco più
di due anni dal giugno 2009 in cui il Colonnello venne in Italia.
Due anni. Ed è impossibile dimenticare i salamelecchi
nei quali si prostrarono Franco Frattini, Silvio Berlusconi
(che indifferente alla tragedia degli italiani buttati fuori
dal dittatore non solo gli baciava l'anello ma gli
prometteva di tornare in Libia per festeggiare «la vostra
grande rivoluzione») e tanti altri esponenti della politica
nostrana. Che arrivarono a spendere 994.923 euro per «lavori
di adeguamento» della meravigliosa Villa Doria Pamphili
dove il capriccioso ospite, che a Tripoli viveva nel palazzo
da mille e una notte coi rubinetti d'oro che abbiamo scoperto
poche settimane fa, fece tirar su una tenda beduina. Bene: in
queste sviolinate spiccarono appunto quei due uomini della cultura
nostrana. Il primo, Giovanni Lobrano, preside di Giurisprudenza
a Cagliari, spiegò solenne che «la delibera del
consiglio di Facoltà ha deciso per il conferimento della
laurea honoris causa al Presidente Gheddafi» spiegando
che comunque la decisione finale sarebbe spettata al Rettore
e al Ministero, che grazie a Dio riposero la stupidaggine là
dove doveva stare, nel cestino. Il secondo, Luigi Frati, rettore
della Sapienza, già noto come uomo tutto ateneo e famiglia
per aver piazzato nei suoi immediati dintorni universitari la
moglie, il figlio e la figlia, si spinse con sommo sprezzo del
ridicolo a concedere al tiranno tripolino addirittura l'aula
magna (dove il despota si presentò annoiatissimo con
due ore di ritardo) perché tenesse una lezione sulla
democrazia. Lui! Sulla democrazia! Una «lezione»
di leggendaria cialtroneria: «Demos in arabo vuol dire
popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole
sedere sulle sedie. Se noi ci troviamo in questa sala siamo
il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata
democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie».
Surreale, poi, fu l' invito a farsi avanti rivolto alle «amazzoni»
bellocce e grintose che gli facevano da body-guard . Ammazza!,
sbottò er rettore: «Le abbiamo apprezzate molto!
Purtroppo c' è qui mia moglie...». Ecco: entrando
nel vivo dell' anno accademico non pensano i due esimi professori
di avere qualcosa da spiegare ai loro studenti?
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Il
bacio a Muammar
La
Repubblica
10
settembre 2011
Alessandra
Longo
p.
13
Finalmente una ricostruzione
originale del famoso inchino di Berlusconi a Gheddafi con bacio
devoto dell'anello. La fornisce lo stesso premier alla platea
dei giovani di Atreju, festa Pdl. “Nessuna sottomissione. Io
ho baciato la mano di Gheddafi per educazione, lì si
usa così”. Bon ton del deserto, niente di più.
Ci sentiamo sollevati. Davvero all'epoca le immagini suggerivano
una buona dose di asservimento. E ancora più piacere
provoca l'apprendere che la famosa corsa dei 30 cavalli berberi
nel perimetro di una caserma dei carabinieri a Roma in occasione
dell'ultima visita del Rais si è rivelata un'umiliazione
per i libici. “Davanti alla valentia dei cavalli dell'Arma –
confida Berlusconi – ho visto Gheddafi sprofondare”. E beccati
questa Muammar.
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Libia:
italiani cacciati da Gheddafi,anche noi nella rifondazione
AGI
2
settembre 2011
Partecipare
alla "rifondazione sociale e civile" della nuova Libia:
e' questa l'aspirazione dell'Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia (Airl), dopo la presa di Tripoli e con il regime
di Muammar Gheddafi ormai agli sgoccioli. "C'e' molta aspettativa
nella comunita' dei rimpatriati, alcuni sognano di tornare in
Libia, molti altri vorrebbero andare li' per dare una mano al
popolo libico nella ricostruzione", spiega all'Agi la presidente
dell'associazione, Giovanna Ortu. Nel 1970 il Colonnello espulse
dal Paese circa 20mila italiani. Oggi ancora "2mila famiglie
sono regolarmente iscritte all'Airl e altrettante gravitano
intorno alla nostra organizzazione", riferisce Ortu. "E
almeno un 20-30 per cento di queste persone spera di poter riattivare
i rapporti con la Libia, dando un contributo alla sua rifondazione.
Naturalmente non ci vogliamo imporre, e' soltanto un desiderio,
un'aspirazione che ci auguriamo possano essere accolti dai nuovi
leader, soprattutto se si considera che la nuova Libia ha ora
bisogno di molte cose per rimettersi in moto".
Proprio
ieri una rappresentanza dell'Airl si e' riunita a Ostia con
Hashem Senoussi, uno dei nipoti di re Idris, deposto da Gheddafi
nel 1969. "Abbiamo festeggiato il crollo del regime e abbiamo
osservato un minuto di silenzio per i martiri", ha raccontato
Ortu. L'Associazione ha invece convocato la propria Assemblea
generale nazionale per il 29 e 30 ottobre prossimi, presso la
Pontificia Universita' Lateranense a Roma.
All'appuntamento,
ha precisato la presidente, verra' invitato anche un rappresentante
del Consiglio nazionale Transitorio degli insorti libici.
(torna su)
L'illusione
dentro la testa di Gheddafi che alimenta la guerriglia
Il
Foglio
27
agosto 2011
Mohammed
Abdulmuttalib al Huni
Pagina
3
Pubblichiamo
stralci di un'analisi del professore libico Mohammed Abdulmuttalib
al Huni sulla condizione mentale rende incapace Gheddafi di
trattare la propria resa.
Adesso, dopo che il regime di Gheddafi
ha perso la propria legittimità internazionale
e l'ingresso della Nato sul teatro degli avvenimenti, ed il
riconoscimento del Consiglio dei rivoltosi quale interlocutore
legittimo e unico, anche da parte di quegli stati che avevano
mostrato le proprie riserve sulle risoluzioni internazionali
contro il suo regime, arriverà l'ora zero? Deciderà,
cioè, Gheddafi di partire? Io ne dubito.
Gheddafi non partirà dalla Libia
e continuerà lo scontro armato fino all'ultimo
soldato disposto a ricevere i suoi ordini e a eseguirli. Ciò
perché Gheddafi vive in un mondo virtuale e il suo legame
con la realtà si è già rotto da tempo.
Egli crede che il popolo libico lo ami, e che chi prende le
armi contro di lui faccia parte di una banda locale gestita
da forze imperialiste e coloniali schierate contro la sua persona,
che regge la bandiera della lotta a queste forze.
Egli è diventato nella sua immaginazione
, con il passare del tempo, decano dei leader arabi,
re dei re dell'Africa con corona e scettro d'oro, egli è
il pensatore unico che ha inventato una teoria senza la quale
il mondo non si redimerà. Egli considera la Libia un
paese piccolo che va stretto per le sue speranze e le sue ambizioni,
e considera il sacrificio della Libia per il più alto
fine della sua leadership una cosa misera e insignificante,
perché alla fine del percorso egli darà la gloria
alla Libia tramite la sua leadership che attraverserà
la Storia. Questo da una parte. Dall'altra, Gheddafi per i quattro
decenni del suo governo è stato esposto a tutti i rischi:
dal bombardamento aereo contro la sua residenza ai numerosi
tentativi di rovesciare il regime, alle rivolte ripetute del
popolo contro il suo potere, agli attentati da cui è
scampato per miracolo compiuti dalla gente che gli era più
vicina. Tutto questo lo rende sicuro che adesso supererà
anche questa prova. La ritiene come un incubo, da cui si sveglierà
in un momento per trovarsi di nuovo nel migliore dei mondi.
E questo non è soltanto il suo pensiero, ma anche quello
di chi lo circonda ed esegue i suoi ordini con lealtà
e dedizione.
Per questi motivi, che non sono reali
ma soltanto illusioni, appartenenti a un mondo virtuale che
Gheddafi ha edificato e arredato per restarci, diventandone
prigioniero, il rais non accetterà di partire. Come può
un uomo muoversi da un mondo che non esiste? La psicanalisi
ci soccorre spiegando che un uomo che costruisce per sé
questi mondi virtuali perde il contatto con il mondo reale e
il suo comportamento non è più spiegabile con
un processo logico e obiettivo. Perciò chi tentasse di
paragonare il caso di Gheddafi a quello di altri casi nella
regione, come Zine el Abidine Ben Ali o Hosni Mubarak, o anche
alla Siria e allo Yemen, commetterebbe un errore, perché
poggerebbe su premesse errate, dalle quali non si potrebbero
che desumere risultati errati. La seduzione del potere assoluto
crea per tutti un mondo di illusioni. la differenza con Gheddafi
è che lui non si sveglia dalla seduzione e dall'illusione.
Nei primi giorni della rivoluzione libica
Gheddafi aveva un piano completo che lo avrebbe condotto alla
vittoria schiacciante e alla permanenza sullo scranno del potere.
Il piano prevedeva che nel caso il cerchio della rivoluzione
si fosse allargato egli avrebbe usato i proventi del petrolio
per arruolare milioni di africani dagli stati confinanti e altri
uomini dall'America latina – in coordinamento con il leader
del Venezuela – per lo sterminio di gra parte del popolo libico
e la possibilità per gli africani che avessero combattuto
di prendere il posto dei libici e restare nel paese a godere
i proventi del petrolio. Vale a dire: la parziale sostituzione
del popolo traditore con un popolo alternativo. Nel suo mondo
virtuale, questa era la soluzione più pratica e più
facile, e lo ha dichiarato nei discorsi appena è iniziata
la rivolta, quando minacciò di marciare con milioni al
suo seguito per invadere le zone controllate dai “sorci”. Questo
scenario non è stato possibile per cinque motivi: l'intervento
della Nato, l'estendersi della rivolta, l'impossibilità
di esportare petrolio, il congelamento dei crediti depositati
all'estero, la diserzione di molti appartenenti al suo entourage.
Il caso è speciale. La persona affetta da una simile
patologia, cioè la perdita di contatto con la realtà,
è assalita da uno stato di collera ogni volta che qualcuno
tenta di ricondurlo alla ragione o minaccia il suo mondo virtuale.
Per questo i figli e chi gli sta attorno nascondono la verità.
Una persona in simile stato, se
questa analisi è azzeccata, non lascerà il paese
e vi rimarrà fino a quando non verrà ucciso in
un raid o in un attentato da parte di coloro che gli stanno
vicino, o fino a quando non sarà arrestato in uno dei
nascondigli. E anche durante gli ultimi attimi, egli non riconoscerà
la realtà e continuerà a considerare quello che
sta accadendo come l'effetto di incubi. Perché i milioni
che egli sogna, quelli che avevano celebrato le cerimonie davanti
a lui in Africa, e quelli dei regni africani che lo hanno proclamato
re dei re, e quelli delle popolazioni in Africa, Asia e America
latina che i suoi collaboratori gli hanno descritto come persuasi
della sua teoria universale, e le tribù arabe che lo
hanno acclamato loro leader, guida e speranza del panarabismo,
non tarderanno a sostenerlo e a sconfiggere gli oppositori e
l'Alleanza atlantica e riportarlo sulle spalle dalla ghigliottina
allo scranno del governo. Chi scommette sulla fuga di Gheddafi
o su un esilio all'estero è un illuso, e non ricaverà
da quest'illusione che una perdita di tempo dannosa per tutte
le forze alleate.
(torna su)
La
mia Libia d'oro profanata dal Raìs
Corriere
della Sera
26
agosto 2011
Abravanel
Roger
Pagina
11
Ho
lasciato la Libia più di 40 anni fa, quando l' ascesa
al potere di Gheddafi portò all' espulsione degli ebrei
libici, che si aggiunsero all' «esodo silente» di
più di un milione di ebrei cacciati dai Paesi arabi,
solo per il fatto di essere ebrei (un numero simile a quello
dei palestinesi che persero la propria terra). In Libia gli
ebrei furono particolarmente perseguitati: ricordo che una delle
prime iniziative di Gheddafi fu quella di costruire una strada
sul cimitero ebraico dopo avere buttato a mare con le ruspe
le ossa dei morti (tra cui quelle dei miei nonni) e che ci furono
diversi pogrom. In quell' occasione perdemmo tutti i nostri
beni. Ma anche molti altri, e soprattutto gli italiani, persero
tutto in Libia e divennero profughi nell' arco di pochi giorni.
Alla fine però, un evento così traumatico si rivelò
una fortuna per me: perché mi offrì l' occasione
di partecipare allo straordinario sviluppo economico e sociale
dell' Occidente degli ultimi quarant' anni. Non è stato
così per i milioni di cittadini libici che, invece, hanno
visto ristagnare la loro economia, arretrare la società
e regredire la propria cultura, senza poter sfruttare le grandi
opportunità che offriva loro una terra, ricca e bellissima,
come la Libia. Non ci sono più voluto tornare da allora,
per non dover sostituire questi bei ricordi con le immagini
della Libia di Gheddafi. Conoscendo questo passato, ho assistito
con sgomento alle cerimonie che hanno accolto Gheddafi al G8
all' Aquila e all' Eliseo a Parigi. Essendo pragmatico, capivo
che Gheddafi rappresentava un valore economico e politico, ma
la prudenza avrebbe dovuto, per lo meno, frenare l' entusiasmo
di tanti politici e uomini d' affari occidentali. Collaborare
senza «benedire» sarebbe stato più saggio,
conoscendo il personaggio. Gli stessi cortigiani di Gheddafi
di pochi mesi fa sono diventati i mandanti dell' intervento
militare Nato e, oggi, si posizionano come i migliori amici
dei ribelli. Ma nessun Pr di grande livello può mascherare
al pubblico informato il grave errore che hanno commesso. La
vera buona notizia è che la deposizione di Gheddafi offre
una grande opportunità alla «primavera araba»:
un modello di democrazia. Grazie alla sua posizione geografica
e, soprattutto alla sua storia e alla sua cultura, la Libia
potrebbe diventare un riferimento per i 350 milioni di arabi
che, nei 100 anni dalla caduta dell' Impero ottomano, hanno
potuto scegliere solo tra il torpore fatale della dittatura
laica e la delusione dell' estremismo islamico. Dopo 40 anni,
oggi, il popolo libico ha finalmente la libertà di scegliere.
Potrà perseguire la strada del fondamentalismo xenofobo
e antisemita, che lo porterà inevitabilmente a un isolamento
politico e a una stagnazione economica, forse anche peggiori
che ai tempi di Gheddafi. Oppure potrà ricreare quella
società tollerante e multietnica che ricordo ai tempi
di re Idris; magari riuscirà anche a recuperare il tempo
perduto e a offrire alle nuove generazioni opportunità
straordinarie. Come molti altri profughi italo-libici, osserverò
con trepidazione queste scelte. Per 40 anni ho voluto dimenticare
le mie radici, anzi: doverle di tanto in tanto rammentare, come
quando Gheddafi divenne azionista della mia adorata Juventus,
spesso mi irritava. Ma, come molti dei miei connazionali, so
che al primo segnale di una Libia veramente libera, il desiderio
di riscoprire le mie radici e rivivere i momenti straordinari
della mia fanciullezza sarà fortissimo.
(torna su)
La
maledizione della «via Balbia»
Il
Sole 24Ore
26
agosto 2011
Gerardo
Pelosi
È
un assoluto eufemismo parlare di "destino inquietante"
per la litoranea libica da 1.800 chilometri tra il confine con
l'Egitto e quello con la Tunisia che un gruppo di aziende italiane
guidate dalla Saipem si stavano accingendo nel marzo scorso
a trasformare in un'opera faraonica per il regime di Gheddafi.
C'è molto di più, quasi una maledizione.
Fino al '34 Tripolitania e Cirenaica avevano, ognuna, la propria
rete stradale. Solo con la riunificazione delle due regioni
dell'Africa orientale italiana si pose il problema di creare
un'arteria unica di collegamento sulla costa per ragioni funzionali
ma soprattutto politiche. Il 14 marzo del '35 un decreto legge
fissava le modalità dell'opera divisa in 16 tronchi per
iniziali 813 chilometri . Vi lavorarono mille operai italiani
e 12mila maestranze locali. Nel gennaio del '37, dopo neppure
un anno e mezzo, fu inaugurata. Prese il nome dal governatore
Italo Balbo che fu abbattuto sul cielo di Tobruk dalla contraerea
italiana il 29 giugno del '40. Da allora per tutti, italiani
e libici, quella rimarrà sempre la "via Balbia".
Un segno tangibile della presenza italiana che il colonnello
Gheddafi non poteva cancellare per la sua funzione strategica
e che avrebbe, quindi, voluto trasformare nell'opera della riconciliazione
italo-libica o, per meglio dire, in una sorta di megarisarcimento
per i danni subiti durante il periodo coloniale.
Ma a fornire facili argomenti al leader sono stati proprio i
governi italiani. Nel luglio del '98 il cosiddetto comunicato
congiunto Dini-Shalgam si rivelava nient'altro che un duro atto
di accusa (da parte italiana di pesante autocritica) contro
le ingiustizie patite dal popolo libico per mano italiana. Ingiustizie
talmente gravi che non erano state adeguatamente risarcite dagli
accordi raggiunti dopo la fine della guerra e che andavano quindi
liquidate nuovamente. Nasce da quell'ammissione di colpa italiana
del '98 (giustificata, pare, solo dalla necessità di
rivitalizzare un accordo Eni) tutta la storia successiva del
"gesto riparatore" o "grande gesto" che
poi prese la forma dell'autostrada costiera.
Nel luglio del 2001 il premier Berlusconi diede istruzione al
suo ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, che sarebbe andato
nell'agosto a Tripoli, di offrire al colonnello un gesto da
non più di 70 miliardi di lire, un'ospedale dove curare
le vittime delle mine italiane sparse nel deserto o una tratta
ferroviaria. Nonostante fosse rimasto colpito dall'insolita
durezza di Ruggiero, Gheddafi alzò il prezzo. Alla fine,
si capì che il grande gesto doveva essere l'autostrada.
I tecnici italiani si misero al lavoro per preparare uno studio
di fattibilità per la litoranea a quattro corsie. Si
trattatava di un progetto da 45 miliardi di lire. Ma calò
il gelo sulle trattative quando si capì che i libici
non chiedevano solo il progetto ma la sua realizzazione completa.
Un'opera da 3 miliardi di euro da realizzare in venti anni sulla
quale il colonnello si prese anche l'arbitrio di fare qualche
battuta, come quando disse a Berlusconi in conferenza stampa
all'aeroporto di Tripoli: «Se farete l'autostrada le regalerò
una bella villa e uno svincolo ad hoc tutto per lei».
«Grazie ma mi bastano le ville che ho», rispose
un po' infastidito il cavaliere.
La questione rimase aperta con il governo Prodi anche se il
ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, si era lambiccato il
cervello per capire come finanziare i lavori, ipotizzando, perfino,
di usare un tesoretto che la finanza pubblica allora consentiva.
Solo nell'agosto 2008 Berlusconi chiudeva l'accordo di amicizia
e cooperazione con 5 miliardi di dollari in venti anni da utilizzare
in opere infrastrutturali in Libia (dell'autostrada non si parlava).
Un anno dopo, a Shabit Jfrai, 15 chilometri da Tripoli, Gheddafi
e Berlusconi prendevano parte alla cerimonia della posa della
prima pietra del collegamento tra Raiss Ajdir e Imsaad. Nel
gennaio di quest'anno un consorzio guidato da Saipem si aggiudicava
il primo lotto dei lavori per 835 milioni di euro. Ieri a Milano
il numero due del Cnt Jibril si è limitato a dire che
l'accordo di cooperazione va «rivitalizzato». Ma
dell'autostrada maledetta nessun cenno.
(torna su)
Com'era
triste la città del raìs
La
Repubblica
25
Agosto 2011
Tahar
Ben Jelloun
Arrivando
a Tripoli si ha l'impressione di trovarsi in un film ambientato
alla fine degli Anni ‘50. Muri nudi, negozi con vetrine che
espongono vestiti fuori moda da tempo. Nessun poster pubblicitario.
Una città triste: se all'orizzonte non ci fosse il mare,
tutto sarebbe grigio come un film in bianco e nero girato senza
budget. Sulla Corniche non c'è illuminazione. Esistono
alcuni grandi hotel per uomini d'affari stranieri, ma nessun
albergo di livello medio per i turisti.
La
struttura della città è semplice: non si rischia
certo di perdersi. Ed è come se vivesse sotto anestesia,
sia locale che generale. Non c'è vita notturna. Tutte
le donne, giovani o meno, nascondono i capelli sotto il velo.
Gli uomini portano abiti grigi, di una tristezza che dà
l'emicrania.
Uscendo
dalla città, sulla strada che conduce al sito cartaginese
di Sabratha, si incontrano una serie di grandi poster con foto
del colonnello Gheddafi. Ogni tre o quattro chilometri lo si
può vedere in abbigliamenti sempre diversi: Gheddafi
in divisa da ufficiale superiore dell'esercito, il petto irto
di medaglie (mi sono sempre chiesto dove le acquistino queste
medaglie che i dittatori amano esibire, anche se notoriamente
non corrispondono a nessuna azione bellica). O ancora Gheddafi
in costume da deserto, la faccia nascosta da grandi occhiali
neri; in abito tradizionale musulmano; vestito da africano,
e così via. Tutta la strada è costellata di questi
immensi, ridicoli poster. Le auto in circolazione sono pochissime.
La gente non saprebbe dove andare. Dato che da Tripoli a Bengasi
la distanza è di mille chilometri, si prende l'aereo.
Più
triste ancora è il fatto che la popolazione sia stata
mantenuta in uno stato letargico, in cui la vita è ridotta
ai minimi termini: casa e lavoro. I pochi tripolitani che possono
spendere vanno nei bar dei grandi alberghi; gli altri tornano
a casa e guardano l'unico canale tv consentito dallo Stato.
Hanno visto Gheddafi, bevuto Gheddafi, mangiato Gheddafi fino
al giorno in cui si sono messi a vomitare Gheddafi.
Tripoli è la capitale della demagogia "rivoluzionaria":
il pane, il latte, l'olio, lo zucchero e altri prodotti di prima
necessità sono venduti a prezzi simbolici (pochi centesimi);
gli alloggi sono in generale di proprietà di chi li abita.
Dunque tutto va bene! La Jamahiriya (la Repubblica delle masse)
provvede ai bisogni del popolo. Cosa chiedere di più?
Ho
incontrato a Tripoli un docente universitario, coltissimo e
molto simpatico. Prima di partire gli ho detto: «Se viene
a Parigi, ecco le mie coordinate». Mi ha risposto con
un sorriso: «Sarà ben difficile che io venga a
Parigi. Non riuscirò mai a mettere da parte i soldi per
pagarmi il viaggio. Il mio stipendio è così basso
che dovrei risparmiare per molti anni per potermi allontanare
dalla Libia - sempre che la polizia mi permetta di partire».
La
dittatura di Gheddafi non è stata altro che una serie
di incoerenze e di follie, con la schiavitù quotidiana
imposta al popolo. Tutti dovevano fare le stesse cose. È
riuscita a congelare il pensiero, a scoraggiare (con l'assassinio)
ogni opposizione, comprimendo l'intelligenza ai più bassi
livelli. Oggi che questo iettatore sta cadendo (e cadrà,
come Saddam, a pezzi) lascia un popolo confuso e impreparato,
che non ha mai appreso a ragionare politicamente. I libici passeranno
dalla sala di rianimazione di un grande ospedale a un immenso
spazio di libertà. Bisognerà accompagnarli e aiutarli,
poiché la maledizione di Gheddafi è crudele. Anche
da morto, magari impiccato come Saddam, Gheddafi lascerà
tracce della sua patologia.
Da
giovane, quand'era un soldato dell'esercito libico, aspirava
a diventare attore cinematografico. Aveva inviato le sue foto
a una rivista egiziana specializzata in resoconti sulla vita
di attori e attrici. Ma poiché nessuno lo aveva notato,
questo candidato allo spettacolo focalizzò tutta la sua
energia sul suo modello politico: il raìs egiziano Gamal
Abdel Nasser. Fu così che decise di organizzare un colpo
di stato e di impadronirsi del Paese. Se si fosse dato al cinema,
oggi sarebbe un vecchio attore senza futuro. In politica, è
diventato un assassino di cui la storia tratterrà il
nome, se non altro per risputarlo.
Ma
Tripoli, e soprattutto i siti archeologici di questo Paese,
quali Sabratha, fondata nel V secolo a.C., Leptis Magna, Oea
(città antica), Cirene, Barca, ecc., tutte assai ben
conservate, grazie al talento degli archeologi italiani e francesi,
faranno della Libia, nel prossimo decennio, una delle mete turistiche
più richieste. (Traduzione di Elisabetta
Horvat)
(torna su)
«Mal
di Tripoli», mito e affari: la patria persa degli italiani
d'Africa
Il
Corriere della Sera
Sergio
Romano
23 agosto 2011
p.
15
Negli
ultimi decenni l'immagine corrente della Tripoli italiana e
della nostra presenza coloniale in Libia fra il 1911 e la fine
della Seconda guerra mondiale è stata influenzata da
due fattori, solo apparentemente contraddittori. La critica
del colonialismo rendeva impossibile qualsiasi analisi o rievocazione
da cui potessero emergere giudizi troppo equanimi e riflessioni
troppo nostalgiche. E il desiderio di fare affari con Gheddafi
suggeriva prudenza.
Se
il pubblico dibattito investiva la Libia, quindi, l'ideologia
anticolonialista e il petrolio producevano lo stesso effetto.
I ricordi «giusti» erano soltanto le rappresaglie
italiane dopo il massacro dei bersaglieri nell'oasi di Sciara
Sciat, i prigionieri politici trasportati nelle isole Tremiti
sin dall'epoca di Giolitti, la spietata repressione cirenaica
del generale Graziani, i campi di concentramento, l'impiccagione
di Omar el Mukhtar, le vittime delle mine disseminate dall'esercito
italiano nel deserto libico durante la Seconda guerra mondiale.
Tutto
vero, naturalmente, anche se certe licenze concesse alle intemperanze
di Gheddafi durante le sue visite romane furono un errore di
stile politico. Ma quando una verità ne cancella un'altra,
il quadro è necessariamente parziale e incompleto. Accanto
alla verità anticolonialista esiste un «mal di
Tripoli», una struggente nostalgia che ha colpito il cuore
di molti italiani e non è ancora interamente scomparsa.
Roberto
Gaja, segretario generale della Farnesina e ambasciatore a Washington,
fu uno dei migliori diplomatici della sua generazione. Ma prima
di entrare a Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli
Esteri, fu attratto dalla carriera militare, divenne tenente
del Nizza Cavalleria e fu mandato a Tripoli per comandare un
plotone di cavalleggeri libici. Quando la conversazione cadeva
sulla Libia, ricordava con una punta di commozione le perlustrazioni
nel deserto, il primo sole dell'alba sulle dune, la devota fedeltà
delle truppe indigene, il sentimento di una missione da compiere.
Gaja era troppo intelligente per non sapere che in quei ricordi
vi era un po' di paternalismo colonialista. Ma quando tornò
a Tripoli, negli anni Cinquanta, per organizzare il passaggio
dell'amministrazione coloniale italiana al giovane regno del
vecchio Idris, capo della Senussia, ebbe la sensazione di tornare
in una patria perduta. Non so se avesse mai letto i grandi romanzi
«coloniali» di Alessandro Spina, uno scrittore italiano
di origini libico-siriane. Ma avrebbe potuto esserne il protagonista.
Ho
un altro ricordo legato a quel periodo. Nel 1954, tre anni dopo
la nascita del regno voluto dal governo britannico, lavoravo
a Palazzo Chigi in un ufficio che si occupava dei rapporti economici
con l'ex colonia. Da un rapporto dell'ambasciata a Tripoli apprendemmo
che re Idris chiedeva al governo italiano il progetto per il
piano regolatore della capitale, approvato negli ultimi tempi
dell'amministrazione coloniale. Quando mi detti da fare per
trovare quel documento, appresi che l'ex podestà di Tripoli
lavorava in una stanzuccia dell'ammezzato di Palazzo Chigi,
là dove i principi del casato alloggiavano i loro servitori.
Quando bussai alla porta di Saverio Pagnutti, «direttore
di governo di seconda classe comandato dal ministero dell'Africa
italiana» conobbi un signore di piccola statura e di poche
parole, simpatico e intelligente. Gli archivi, in buona parte,
erano andati dispersi, ma Pagnutti ricordava bene il piano regolatore
e promise che avrebbe fatto del suo meglio per trovarlo. Devo
arrossire se confesso che la richiesta di re Idris mi sembrò
un omaggio all'amministrazione coloniale di cui era lecito essere
orgogliosi?
Una
buona parte delle nostre nostalgie coloniali, del resto, è
legata alle trasformazioni urbanistiche di Tripoli durante gli
anni Venti e Trenta. Quando divenne governatore della Tripolitania
nel 1921, Giuseppe Volpi, il magnate dell'energia elettrica
che aveva concepito con Vittorio Cini e Achille Gaggia il grande
progetto di Porto Marghera, volle emulare Hubert Lyautey, residente-generale
del Marocco francese dal 1912 al 1925. Volle anzitutto restaurare
il castello di Tripoli, vecchio presidio di milizie spagnole,
pirati saraceni e guarnigioni ottomane, una confusa e pasticciata
acropoli di vecchie mura, baracche, caserme, magazzini, torri
di guardia. Dai lavori di ricostruzione emerse una sorta di
struttura medioevale, falsa ma nobile e marziale. Per gli altri
grandi edifici, invece, scelse un pot-pourri di stili architettonici:
una dose di neoclassico, un pizzico di bizantino, una spruzzata
di moresco e qualche citazione di gotico veneziano.
Nacquero
così il Palazzo di giustizia, la Banca d'Italia, la cattedrale,
il Grand Hotel municipale, il vicariato apostolico, la moschea
di Sidi Hamuda, il monumento ai caduti. Le costruzioni coincisero
con l'adozione di un piano regolatore che prevedeva la modernizzazione
del porto, il lungomare, alcune piazze, e il quartiere arabo,
congiunto alla città nuova dall'arco di Settimio Severo.
Per dimostrare che la Libia era «nostra» da sempre,
Volpi avviò i restauri di Sabratha (che qualche cortigiano
cercò di battezzare «Sabratha Vulpia») e,
più tardi, quelli molto più importanti e impegnativi
di Leptis Magna. Per sé, quando non era al Palazzo di
governo, volle comprare la «casa del Pascià»,
una splendida villa turca costruita all'ombra di grandi palme
a pochi chilometri dalla capitale. La famiglia ne conservò
la proprietà e la figlia Marina vi passava qualche settimana
ogni anno sino alla fine degli anni Sessanta. La visitai nel
1966, tre anni prima dell'avvento di Gheddafi al potere. Seppi
più tardi che veniva usata dal ministero degli Esteri
libico per i suoi ricevimenti. Chissà se esiste ancora.
L'altro
grande costruttore fu Italo Balbo, governatore della Libia dal
1934 al 1940. Il suo stile architettonico, soprattutto nei numerosi
villaggi agricoli edificati per le due grandi immigrazioni dall'Italia
(20 mila nell'ottobre del 1938, 10 mila nell'ottobre 1939),
è quello razionale e un po' metafisico delle città
del Littorio che il regime, negli anni precedenti, aveva costruito
soprattutto nel Lazio e in Sardegna. Ma vi furono anche villaggi
per gli arabi con nomi fiabeschi: la Coltivata, la Deliziosa,
la Fiorita, l'Alba, la Nuova. Nella immaginazione degli italiani
di Libia la Tripoli belle époque di Volpi e quella più
razionale e austera di Balbo fanno parte degli stessi sogni
e degli stessi ricordi.
Fascisti
o antifascisti, cristiani o ebrei, tutti coloro che furono cacciati
dalla Libia nei diversi esodi del secolo scorso hanno conservato
o trasmesso ai loro eredi il sentimento di una patria perduta.
Basta dare un'occhiata ai bollettini dell'Airl (l'Associazione
italiana dei rimpatriati dalla Libia, presieduta da Giovanna
Ortu) per ritrovare i pezzi sparsi di quelle memorie: i battesimi,
i matrimoni, le cresime, i Bar Mitzvah, le foto di gruppo alla
fine dell'anno scolastico, i picnic nelle oasi, le tombe di
famiglia. Oscurato dalla storiografia anticolonialista e dalla
diplomazia economica dei governi italiani, questo «mal
di Tripoli» non è mai scomparso e sopravvive tenacemente
nelle tradizioni familiari di molti italiani. Credo che qualche
rimpatriato, in questi giorni, si chieda se e quando potrà
tornare nella città da cui la sua famiglia era partita
dopo il provvedimento di espulsione del luglio 1970.
(torna su)
La
disfatta di Gheddafi è vicina e i ribelli non sono affatto
nel caos
Il
Corriere della Sera
20 luglio 2011
Bernard
Henri-Levy
p.
36
Sono
di ritorno dal Jebel Nafusa, l' altopiano montuoso a nord-ovest
della Libia che costituisce - dopo quello di Misurata a est,
poi quello di Brega ancora più a est - il terzo fronte
di questa guerra di cui ho voluto rendermi conto andandoci di
persona. Quel che ho visto mi porta a contestare, più
che mai, le dichiarazioni stranamente disfattiste che da qualche
settimana si odono a Washington, Londra, Roma e Parigi. Dichiarazioni
che ci parlano, per esempio, dell' esercito ribelle come di
un esercito disorganizzato, mal preparato al combattimento,
indisciplinato. Sul fronte di Gualich, che è la sua prima
linea di attacco davanti alle forze di Gheddafi, ho constatato
il contrario: una cinquantina di uomini ben addestrati, inquadrati
da ex militari che hanno disertato e fieri di avere, in dieci
giorni, riconquistato i 60 chilometri che li separano da Zintan,
base del comando unificato della regione. Il contrario, francamente,
dell' impantanamento. Ci dicono che si tratterebbe di combattenti
che non vedono al di là del loro villaggio e incapaci
di una visione strategica d' insieme in vista della presa di
Tripoli. A Zintan come a Yefren, in terra araba come in zone
berbere, si sente e si vede tutt' altro. Una ribellione, cioè,
il cui obiettivo è Tripoli. Capi tribù per i quali
l' unità della Libia è diventata, nell' impeto
della lotta, un imperativo. Ufficiali perfettamente consapevoli
del fatto che questo obiettivo è raggiungibile solo in
stretto coordinamento con la direzione operativa delle forze
Nato. Nulla a che vedere, di nuovo, con il disordine, l' improvvisazione,
lo «spirito tribale», come ci viene ripetuto di
continuo. Ci si preoccupa della qualità degli armamenti
di cui dispongono gli insorti e dello squilibrio di forze che
ne sarebbe la conseguenza. Che ai rivoltosi manchino, per poter
effettivamente marciare sulla capitale, armi pesanti e semi-pesanti,
è probabile. Ed è probabile che la Nato dovrebbe
rispondere, al più presto, alla loro richiesta di bombardare
le postazioni di Jawsh, Tidji, al-Jhizaya, al-Ruess e Badr,
da cui l' artiglieria continua, mentre scrivo queste righe,
a minacciare le popolazioni civili di Nalut e al-Araba. Ma un
grande progresso è stato compiuto con la consegna, in
particolare da parte della Francia, di parecchie decine di tonnellate
di armamenti, buona parte dei quali è andata nella regione
del Jebel Nafusa. Per chi avesse qualche dubbio, l' équipe
che mi accompagnava mette a disposizione le immagini che ha
potuto filmare di questa consegna di armi. Era un fine pomeriggio,
su una strada che sovrasta la vallata, ma al riparo dal fuoco
nemico. I ribelli l' hanno trasformata in una pista d' atterraggio,
segnalata come tale e illuminata per 1.600 metri . Un aereo
da carico, proveniente da Bengasi, si è posato lì.
Ha scaricato materiale, totalmente coperto e immediatamente
sistemato su pick-up giunti da Zintan, che vi sono subito ritornati.
Secondo uno degli uomini del check point, si trattava di una
mezza tonnellata di armi semi-pesanti destinate alle prime linee.
Ci descrivono infine l' esercito di Gheddafi come un esercito
che «resisterebbe» - sic - alla Coalizione. Oltre
al fatto che applicare il bel termine «resistenza»
alla soldatesca di un tiranno allo stremo mi sembra un' ingiuria
al buon senso; oltre al fatto che le nostre indicazioni lasciano
sospettare che il tiranno possegga l' arma sporca per eccellenza,
il napalm, si dà il caso che siamo potuti entrare, a
Zintan, in una madrasa trasformata in prigione militare e in
una sala dell' ospedale dove vengono curati i prigionieri feriti.
Qui abbiamo raccolto due tipi di testimonianze. Racconti di
mercenari venuti dal Niger, dal Mali, dal Sudan e che, a Asabah,
di fronte a Gualich, costituiscono apparentemente la metà
degli effettivi. E la testimonianza di un artigliere libico
che ci ha raccontato, in condizioni deontologicamente accettabili,
cioè non davanti ai suoi carcerieri, come i suoi compagni
restino al loro posto solo perché hanno, dietro di loro,
aguzzini incaricati di abbatterli al minimo tentativo di diserzione.
È questo l' esercito «lealista» pronto a
morire per la sua «Guida»? Aggiungo che il militante
dei diritti dell' uomo quale io sono non poteva non avere in
mente, e contestare ai responsabili dell' esercito dei libici
liberi, che la Ong Human Rights Watch lo aveva recentemente
accusato di violenze. Violenze che tutti i miei interlocutori,
a cominciare dal colonnello Mukthar Khalifa, vice-capo della
Difesa di Zintan, hanno categoricamente smentito. Io stesso,
sui 60 chilometri che separano Zintan dal fronte di Gualich,
non ho trovato traccia di altre distruzioni o saccheggi, se
non quelli commessi sistematicamente dai mercenari di Gheddafi
allo sbando. Almeno su un punto, quello del saccheggio nell'
ospedale di Aweinya, sono in grado di smentire queste accuse,
poiché è l' assemblea locale della città,
diventata una città quasi fantasma, che ha deciso di
trasferire il materiale medico che vi si trovava verso la città,
più popolata, di Zintan: tale decisione è stata
oggetto di un atto amministrativo nella debita forma, che ho
visto con i miei occhi. È un dettaglio? Forse. Ma è
da dettagli di questo genere che si può giudicare il
comportamento, come anche l' avvenire, di un movimento di resistenza.
Insomma, davvero non capisco il tono disincantato dei commentatori
che non hanno mai trovato troppo lunghi i 42 anni della dittatura
ma che, improvvisamente, trovano interminabili i 100 giorni
della liberazione. E ancor meno capisco i ripetuti appelli a
un «negoziato» che, da solo, permetterebbe di uscire
dal «pantano» in cui i signori Cameron e Sarkozy
ci avrebbero fatto precipitare. Non c' è che una «soluzione
politica» alla crisi aperta, il 17 febbraio scorso, dall'
offensiva lanciata da questo regime contro il proprio popolo:
l' allontanamento di Gheddafi - e intuisco che ci siamo vicini.
A quali condizioni? Se accantoniamo il necessario rafforzamento
di una resistenza che è sulla via del successo, ma deve
ancora progredire, ci sono tre condizioni alla vittoria finale.
1. Che i francesi, i britannici e i loro alleati non cedano
all' intimidazione e continuino sulla strada che hanno aperto:
questa guerra, poiché riguarda un dittatore che aveva
promesso di annegare il proprio popolo «in fiumi di sangue»,
è una guerra giusta. 2. Che Washington, anche se si tiene
in disparte e lascia l' essenziale delle operazioni agli alleati
europei, non cada in una auto-flagellazione che porterebbe la
guerra di Libia a raggiungere l' assurda guerra d' Iraq nella
stessa riprovazione: la guerra in Iraq si basò su una
menzogna di Stato (le famose e introvabili «armi di distruzione
di massa»), nulla di simile per la guerra in Libia. Quella
dell' Iraq fu una guerra di vendetta (11 settembre... la volontà,
di Bush figlio, di lavare l' affronto fatto a Bush padre da
un Saddam Hussein che non gli fu grato di averlo risparmiato),
nulla di simile per la guerra in Libia. La guerra d' Iraq, in
una sorta di messianismo democratico, credeva in una democrazia
portata dall' esterno e capace di nascere da un giorno all'
altro. In Libia, ci siamo appoggiati su una rivendicazione democratica
giunta non solo dall' interno, ma dal profondo della società,
e incarnata, in particolare, dal Consiglio nazionale di transizione.
3. Che la comunità internazionale, infine, non cada nella
trappola che consisterebbe nel far di Gheddafi chissà
quale «topo del deserto» capace di sfidare le forze
coalizzate, e diventato una specie di semi-eroe che si batte
da solo contro tutti: senza ricordare Lockerbie e il sostegno
militare al terrorismo irlandese di cui si potrebbe, al massimo,
ritenere che appartengono al passato, non bisogna perdere di
vista né la brutalità della repressione condotta
da Gheddafi contro il proprio popolo né il fatto che
la sua iniziale, istintiva reazione al primo giorno dell' intervento
alleato, fu di minacciare, in risposta alla nostra offensiva
sui suoi aerei militari, un' offensiva sui nostri aerei civili:
il che è la definizione stessa del terrorismo. Gheddafi
non è «cambiato». Non ha mai smesso di essere
- e tale rimane - un tiranno barocco ma sanguinario, diventato
maestro nell' arte del crimine di massa.
(torna su)
Lettere
al Corriere: L'esistenza delle tribù
Il
Corriere della Sera
28
giugno 2011
Sergio
Romano
p.
43
Caro Romano,
sono un cittadino italo-libico. Personalmente considero le tribù
un fatto del passato senza utilizzo pratico nel presente. So
da che tribù provengo e so per certo che non esistono
né capo tribù, né una scala gerarchica,
né un consiglio tribale. Non so a quale tribù
appartengano i miei amici libici e se lo venissi a sapere, non
cambierebbe nulla. Chissà come ha fatto il ministro Frattini
a trovare 150 capi tribù per un incontro a Roma (incontro
rinviato senza data). Gheddafi ha utilizzato il fatto delle
tribù per dividere e imperare. Gli occidentali, invece?
Io non li capisco. Capisco solo che questa cosa mi offende.
La rivoluzione araba è una creatura dell'epoca moderna,
dei social network, dei giovani che scendono in piazza. E voi
continuate a vederci in una tenda berbera con il cammello e
le mosche sul naso.
Karim Mutawassit,
Bologna
Le tribù sono
famiglie allargate, gruppi di autodifesa, associazioni di mutuo
soccorso. Non esistono soltanto in alcuni Paesi africani, ma
anche, con nomi e forme diverse, in alcune società europee.
Sono importanti quando controllano una risorsa (un giacimento
petrolifero, il consenso politico, i voti) e possono negoziare
con il governo un trattamento di favore per il gruppo dirigente
e i suoi seguaci. Per gli uomini liberi sono un abito troppo
stretto di cui è meglio sbarazzarsi il più presto
possibile.
(torna su)
Libia,
i calciatori contro il Colonnello con i ribelli diciassette
star del pallone
La
Repubblica
26
giugno 2011
Vincenzo
Nigro
p.
19
ANCHE
il calcio abbandona Muhammar Gheddafi. Come con Milosevic in
Serbia, con Saddam Hussein in Iraq, quando sportivi e calciatori
abbandonano il ruolo di valletti di regime e passano con l'
altra squadra, la partita è persa. Sta accadendo anche
a Gheddafi, e vedremo perché la fuga di 17 calciatori
della nazionale e della serie A libica ha un significato militare
negativo per Gheddafi. I diciassette si sono presentati nelle
ultime ore in un alberghetto di Jadu, un paesone delle montagne
Nafusa, la regione delle montagne occidentali alle spalle di
Tripoli verso il confine tunisino. Fra i 17 ci sono il portiere
della nazionale Juma Gtat, altri tre giocatori della selezione,
e soprattutto l' allenatore di uno dei due club di Tripoli,
Adel Bin Issa che guidava l' al Ahli. Gtat e Bin Issa hanno
presentato il gruppo a un giornalista della Bbc che li ha incontrati
nell' albergo di Jadu. Nella sua camera Juma, il portiere, si
inventa un messaggio politico da lanciare al colonnello che
fino a ieri terrorizzava un paese intero, calciatori compresi:
«Io dico a Gheddafi di andarsene, di lasciarci in pace
per poter creare una Libia libera. In effetti vorrei che lasciasse
anche questo mondo, ma vedremo...». Anche in Libia, come
sempre più in tutta l' Africa, il calcio ha conquistato
una popolarità e gioca un ruolo con la politica e gli
affari che ormai hanno cancellato il fatto sportivo. A Tripoli
l' altra grande squadra, l' Ittihad, è sotto il controllo
di Saadi Gheddafi, il figlio del leader che aveva provato l'
avventura di calciatore in Italia affidandosi alle cure commerciali
di Luciano Gaucci. Ninì Occhipinti, un trainer
italiano, aveva allenato l' Ittihad prima di Donadoni, «ma
io guidai la squadra nel 2002-2003, prima che passasse sotto
il controllo del figlio di Gheddafi». Occhipinti non fa
nessuna valutazione politica, «ma certo il controllo dei
Gheddafi sul calcio era totale: per esempio Saadi per gelosia
non volle che uno dei giocatori più bravi, Tarek Tajeb,
passasse al Genova che era interessato a comprarlo. E il contratto
non si fece». Il sistema Gheddafi, la cricca politica
affaristica che negli ultimi 15 anni aveva accentuato la gestione
mafioso-commerciale della Libia, aveva scelto il calcio come
uno degli strumenti per accrescere la sua sfera di controllo
del paese: «Al tempo in cui Saadi si occupava di calcio,
Saif el Islam che oggi viene considerato l' erede del colonnello,
si dedicava alla pittura», dice Ninì Occhipinti
. Oggi l' Ittihad fornisce i suoi tifosi agli organizzatori
politici che mandano giovani e donne in strada a manifestare
per il regime nei giorni dei bombardamenti Nato: con un tariffario
ben preciso, i tifosi dell' Ittihad manifestano sulla Piazza
verde così come tifavano per la squadra del figlio del
colonnello. Ma la defezione dei 17 calciatori conferma anche
un altro elemento: le Nafusa Mountains sono diventate una vera
e propria spina nel fianco di Gheddafi. È la regione
più vicina a Tripoli, dove Gheddafi si è asserragliato
con i suoi fedelissimi, e nonostante i ribelli siano un gruppo
improvvisato e male armato come i loro compagni di Bengasi,
la Montagna occidentale ormai è per buona parte sotto
il loro controllo. Nella zona hanno le loro basi i capi ribelli
che ormai spingono le loro staffette fino dentro Tripoli, dove
stanno organizzando la resistenza armata. Secondo notizie di
più fonti, i "ribelli delle montagne" hanno
fatto entrare carichi di armi a Tripoli, hanno preso contatti
con nuclei di oppositori a Gheddafi dentro la città,
hanno contatti con capi e capetti della polizia e degli altri
apparati di sicurezza gheddafiani che al momento opportuno abbandoneranno
il regime. La defezione dei calciatori, quindi, è solo
la spia di una manovra militare sempre più soffocante
per il colonnello.
(torna su)
"A
Roma la Costituente per gettare le basi della nuova nazione"
La
Stampa
Guido
Ruotolo
17
giugno 2011
La
cricca di Muammar Gheddafi deve farsi da parte, consegnandosi
al popolo libico. E invece prende tempo, pensa di essere più
intelligente degli altri». L'ambasciatore a Roma, Hafed
Gaddur, oggi rappresentante del popolo libico, risponde a stretto
giro di posta al figlio del raiss Seif Al Islam. E annuncia
che a Roma si terrà dal 25 al 27 giugno un'assemblea
nazionale costituente per gettare le basi della nuova Libia.
Ambasciatore,
Seif Al lslam vuole elezioni entro tre mesi e dice che le vincerà….
«È
un arrogante presuntuoso che prende in giro il popolo libico.
Con tutti i martiri che piange, nel futuro della Libia non c'è
spazio peri suoi carnefici, per la famiglia Gheddafi».
E dire che la rivolta era nata per chiedere di poter manifestare
in modo pacifico per le riforme, come hanno fatto in Tunisia
e in Egitto. «Tutti noi abbiamo sottovalutato quello che
si muoveva nella società. Dal primo giorno il regime
ha pérso legittimità. Se solo avesse accettato
le richieste di una nuova Costituzione o della libertà
di stampa, forse la situazione sarebbe stata diversa».
Il
figlio del raiss dice che i due milioni di tripolini e
i bengasini sono con loro...
«Dove
sono questi due milioni di tripolini? Noi Vediamo in televisione
immagini di poche decine di persone che manifestano per il regime.
Che mobiliti pure due milioni di persona in piazza, ma la verità
è che il regime controlla la città con la forza.
E a Tripoli si combatte ogni notte».
Il
Consiglio nazionale transitorio avrebbe accettato la condizione
di nessun esilio per Gheddafi in cambio 'del suo pensionamento?
«l
familiari dei martiri di Bengasi, Misurata, Adjabia, delle Montagne
occidentali, di Zawiah, di Tripoli stessa non potrebbero mai
accettare una soluzione del genere. Specialmente oggi che siamo
arrivati vicini al traguardo, alla libertà conquistata
con il sangue».
Molti,
in Italia come negli Stati Uniti, si chiedono se valga ancora
la pena combattere contro Gheddafi.
«Già
oggi è nata la Nuova Libia, dove libertà e democrazia
sono diventate parole sacre. Mai più un dittatore potrà
governare il Paese. Dispiace che qualcuno soffra di mal 'di
pancia. Noi saremo sempre grati a chi ha garantito l'attuazione
della risoluzione 1973 dell'Onu proteggendo il popolo libico.
Se non ci fossero stati i bombardamenti Nato, quante altre migliaia
di morti piangeremmo?» . Qualcuno
teme per l'Eni.
«L'Eni
gode di grande fiducia e stima da parte della Noc e della Libia.
Ha lavorato sempre bene e pertanto sarà sempre la benvoluta
dalla Libia e dal suo popolo».
Ormai
è questione di ore: la Corte dell'Aja spiccherà
il mandato di cattura per i Gheddafi. «Gheddafi
ha: due problemi irrisolvibili: il popolo libico che non è
disposto a lasciarlo libero, vivo; e, se andrà all'estero,
il mandato di cattura internazionale. Politicamente è
finito e il tempo per negoziare è scaduto». Perché
avete scelto Roma per la vostra assemblea? E questa a cosa servirà?
«L'Italia è un Paese amico. Noi e voi abbiamo voluto
un trattato d'amicizia che va ben oltre chi materialmente l'ha
sottoscritto, Gheddafi e Berlusconi. D'intesa con il Cnt abbiamo
convocato a Roma tutti i rappresentanti della Libia. Si discuterà
e si presenteranno e voteranno mozioni su tutti i temi d'attualità:
dal petrolio all'economia, dalla riconciliazione alla politica
estera; dalla nuova Costituzione alle infrastrutture. Ci saranno,le
donne, i sindacati le grandi correnti politiche che troveranno
spazio nei partiti che stanno per nascere. E rappresentanti
di città e territori già liberi e quelli da liberare.
(torna su)
Saif
Gheddafi : "Subito elezioni. E' l'unico modo indolore per
uscirne"
Corriere
della Sera
16
giugno 2011
Lorenzo
Cremonesi
Il
figlio del Rais: «Ricucire con l'Italia? No, finchè
ci sarà Berlusconi, lui e Frattini ci hanno tradito»
TRIPOLI
- «Elezioni, subito e con la supervisione internazionale.
E' l'unico modo indolore per uscire dall'impasse in Libia»:
il momento più interessante dell'intervista l'altra sera
nel cuore della capitale arriva a 14 minuti dal suo inizio.
Sino a quel momento Saif al-Islam aveva ribadito le dichiarazioni
già rilasciate alla stampa in passato e sbandierate in
ogni occasione dalla propaganda della dittatura. «I ribelli
agli ordini dei terroristi di Bengasi sono banditi, uomini di
Al Qaeda, criminali. I loro capi sono traditori, che sino allo
scoppio del caos il 17 febbraio erano legati a filo doppio a
mio padre. Se non ci fosse l'ombrello Nato sarebbero stati sconfitti
da un pezzo», afferma quasi meccanicamente. Ma è
quando gli si chiede come pensa di uscire dall'impasse militare
e dalla minaccia di violenze anche peggiori che lui avanza la
formula di compromesso. «Andiamo alle urne. E vinca il
migliore». Un messaggio nuovo di apertura alla comunità
internazionale da parte del più politico tra i figli
del Colonnello.
Nelle
ultime settimane nessuno della famiglia Gheddafi si è
fatto vedere in pubblico .
Neppure Saif al-Islam. E dal primo maggio, quando un missile
Nato uccise suo fratello Saif al-Arab assieme a tre nipotini,
le misure di sicurezza si sono fatte più strette. La
cautela ha dominato anche la nostra intervista. I portavoce
governativi nel tardo pomeriggio dell'altro ieri ci avevano
annunciato un incontro con il ministro degli Esteri. Veniamo
condotti in una stanza al quindicesimo piano dell'hotel Radisson
Blu, sul lungomare. E solo qui, dopo una lunga attesa, arriva
Saif che ci dà il benvenuto. Sorridente, abbronzato,
in forma, sembra più giovane dei suoi 39 anni. Alla fine
parleremo sino a serata inoltrata. Vuole spiegare, farsi comprendere
dal mondo. Si dice «in continuo contatto» con il
padre. Ma pone anche tante domande. Per due ore chiede valutazioni
sulla forza dei ribelli, sul loro consenso interno, sul rapporto
tra Bengasi e Misurata. L'uomo che oggi è accusato dalla
nomenclatura del regime di essersi troppo operato per aprire
la Libia alla globalizzazione e ai nuovi mezzi di comunicazione
via web, cerca ancora dai media stranieri chiavi di lettura
per capire il suo Paese.
Usciamo
dal tunnel delle accuse reciproche. Lei sostiene che i ribelli
vanno perseguitati come traditori. E loro replicano che tutta
la vostra famiglia va processata, al meglio espulsa all'estero.
La Nato sta dalla loro parte, godono di un crescente sostegno
internazionale. Gheddafi è sempre più isolato,
deve andarsene. Dove il compromesso?
«Elezioni. Si potrebbero tenere entro tre mesi. Al massimo
a fine anno. E la garanzia della loro trasparenza potrebbe essere
la presenza di osservatori internazionali. Non ci formalizziamo
su quali. Accettiamo l'Unione Europea, l'Unione Africana, l'Onu,
la stessa Nato. L'importante è che lo scrutinio sia pulito,
non ci siano sospetti di brogli. E allora tutto il mondo scoprirà
quanto Gheddafi è ancora popolare nel suo Paese. Non
ho alcun dubbio: la stragrande maggioranza dei libici sta con
mio padre e vede i ribelli come fanatici integralisti islamici,
terroristi sobillati dall'estero, mercenari agli ordini di Sarkozi.
Alla nostra gente non sfugge che lo stesso presidente del governo
fantoccio a Bengasi, Mustafa Abdel Jalil, come del resto il
loro responsabile militare, Abdel Fatah Younes, sono, al pari
di tanti altri, uomini della vecchia nomenclatura, gente che
è saltata sul carro delle rivolte all'ultimo minuto,
miserabili profittatori, venduti. Erano ministri con Gheddafi
e ora vogliono giocare la parte dei leader contro di lui. Ridicoli.
Non li temiamo affatto. Sono fantocci di Parigi. Marionette
incapaci di stare in piedi da sole».
I
ribelli temono di essere assassinati, perseguitati, come del
resto è avvenuto in 42 anni di dittatura a tanti membri
dell'opposizione. Cosa offre per garantire la loro incolumità?
«Sono loro che hanno paura, non noi. Li conosco
bene, uno a uno, sono stati con me nelle università straniere.
Hanno goduto del mio programma di liberalizzazione negli ultimi
dieci anni, di cui, si badi bene, non mi pento affatto. Il nostro
rapporto è come quello tra il serpente e il topo che
vorrebbero convivere nella stessa tana. Ci considerano il serpente.
La soluzione? Dobbiamo essere tutti eguali: tutti serpenti,
o tutti topi. E la via è quella delle urne».
Ma
come li garantisce?
«Occorre pensarci. Dovremo cercare di mettere in piedi
un meccanismo per garantirli. Nel periodo prima del voto si
dovrà comunque elaborare la nuova costituzione e un sistema
di media completamente libero. Credo in una Libia del futuro
composta da forti autonomie locali e un debole governo federale
a Tripoli. Il modello potrebbero essere gli Stati Uniti, la
Nuova Zelanda o l'Australia. In questi ultimi mesi ho maturato
una convinzione profonda: la Libia pre-17 febbraio non esiste
più. Qualsiasi cosa accada, inclusa la sconfitta militare
o politica dei ribelli, non si potrà tornare indietro.
Il regime di mio padre così come si è sviluppato
dal 1969 è morto e sepolto. Gheddafi è stato superato
dagli avvenimenti, ma così anche Jalil. Occorre costruire
qualche cosa di completamente nuovo».
E
se le elezioni le vincono i dirigenti di Bengasi?
«Bravi. Tanto di cappello. Noi ci faremo da parte. Sono
però certo della nostra vittoria. Sui poco più
di cinque milioni di libici, almeno i due milioni residenti
a Tripoli stanno con noi e anche a Bengasi godiamo della maggioranza.
Semplicemente laggiù la gente non può parlare
per paura di rappresaglie. Comunque, se dovessimo perdere, ovvio
che lasceremo il governo. Rispettiamo le regole. Non mi opporrei
neppure se venisse democraticamente eletto nostro premier l'intellettuale
ebreo-francese Bernard-Henri Levy» (sorride per la battuta).
La
pensa così anche suo padre dopo 42 anni di regime?
«Certo».
E,
in quel caso, Gheddafi sarebbe pronto all'esilio?
«No. Non c'è motivo. Perché mai? Questo
è il nostro Paese. Mio padre continua a ripeterlo. Non
se ne andrà mai dalla Libia. Qui è nato e qui
intende morire ed essere sepolto, accanto ai suoi cari».
A
quel punto non sareste però voi a rischio di vendette?
Andrete a cercare protezione tra qualche tribù fedele
nel deserto?
«Staremo a Tripoli, a casa nostra. Nessuno di
noi scappa. Sappiamo come difenderci».
L'Italia
potrebbe avere un ruolo in questo processo di ricostruzione
democratica?
«Non ora. Non sino a quando ci sarà Berlusconi
al governo. Da quello che possiamo capire qui a Tripoli, il
vostro premier è in difficoltà, pare inevitabile
la sua prossima sconfitta elettorale. Bene. Non possiamo che
gioirne. Lui e il ministro degli Esteri Frattini si sono comportati
in modo abominevole con noi. Sino a tre mesi prima lo scoppio
della ribellione venivano a inchinarsi e baciavano le mani a
Gheddafi. Salvo poi voltare la schiena e passare armi e bagagli
tra le file dei nostri nemici alla prima difficoltà.
Vergogna!».
Che
sarà dei contratti con l'Eni? Italia e Libia hanno una
lunga storia di rapporti economici che va ben oltre i governi
Berlusconi.
«Ovvio, e infatti separiamo nettamente la figura
di Berlusconi dall'Italia. Apprezziamo le critiche alla guerra
e contro la Nato avanzate dalle Lega. Guardiamo con interesse
ai vostri partiti della sinistra. La Libia terrà un atteggiamento
assolutamente diverso nei confronti di un'Italia senza Berlusconi».
E
il petrolio?
«Non so. E' prematuro parlarne. Per ora dobbiamo porre
fine alla guerra, imporre la legge e l'ordine in tutto il Paese.
Ma voglio essere franco. Da tempo Mosca guarda con interesse
ai pozzi e alle infrastrutture Eni in Libia. Forse, ora i russi
hanno una carta in più».
Pure,
anche Mosca ultimamente ha perorato la causa dell'esilio di
Gheddafi. Non la penalizzate?
«Lo so. Ma con Berlusconi è diverso. Si diceva
vero amico di Gheddafi. Il suo tradimento brucia di più».
E
allora, quale tra i governi stranieri potrebbe meglio aiutare
la transizione verso il voto in Libia e nel contempo mediare
con la Nato?
»La Francia. Abbiamo già avuto abboccamenti con
Parigi, ma per ora senza seguito. Comunque, sono loro che impongono
la politica del governo di Bengasi. E' stato Sarkozy a volere
più di tutti l'intervento Nato. Dunque a loro il compito
di cercare una via d'uscita il meno cruenta possibile».
Sono
ormai le dieci di sera. Il figlio di Gheddafi già da
qualche tempo ha spostato la sedia sul balcone. Guarda verso
l'alto. Il cielo stellato domina il porto. Ma lui cerca soprattutto
i segnali di pericolo. Si odono i rumori dei caccia Nato. Lontano,
i traccianti di una contraerea vanno a perdersi nel buio, come
fuochi d'artificio stanchi. «E' tempo di partire - esclama
uscendo di fretta -. Basta poco per restare uccisi.
(torna su)
Tripoli,
profanato il cimitero italiano
La
Repubblica
Vincenzo
Nigro
5
Giugno 2011
p.
21
Dopo
l' assalto e la totale devastazione dell' ambasciata d' Italia
a Tripoli, ancora un raid contro un simbolo italiano in Libia.
Questa volta è stato devastato e profanato il cimitero
cattolico della città, il luogo consacrato in cui erano
concentrati in due ossari i resti di ottomila italiani morti
in Libia, tutti civili visto che Gheddafi nel 1970 aveva imposto
che i resti di ufficiali e soldati venissero trasferiti in Italia.
L' assalto è stato reso noto da Giovanna Ortu, presidente
dell' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. «Sono
entrati nel cimitero venerdì, hanno spaccato tutto, la
cappella con il crocifisso: non sono riusciti a entrare nelle
due ali dove ci sono gli ossari, hanno devastato l' abitazione
del custode e lasciato scritte minacciose con cui promettono
di bruciare tutto la prossima volta». La Ortu era stata
in prima linea nello spingere il governo italiano a restaurare
il cimitero, che negli anni era caduto nel più totale
abbandono. Due anni fa, al termine del lavori avviati al tempo
in cui Gianfranco Fini era ministro degli Esteri, il camposanto
era stato inaugurato con una cerimonia. A Tripoli, a guardia
del cimitero e della sua piccola abitazione ormai devastata,
era rimasto il custode Bruno Dalmasso, a sua volte reduce dall'
Eritrea. Sul fronte militare, ieri la Nato ha annunciato che
per la prima volta sono entrati in azione elicotteri d' attacco
britannici e francesi. I primi video girati con telecamere notturne
mostrano il decollo, le esplosioni sulla costa e poi il rientro
degli "Apache" dell' esercito inglese su una nave:
immagini destinate a giocare un effetto di propaganda, visto
che ormai, al quarto mese di guerra, davvero gli obiettivi militari
libici devono essersi assottigliati di molto. Gli attacchi sono
stati compiuti nella zona di Brega, un porto petrolifero tenuto
dai gheddafiani che le forze dei ribelli si dicono pronte a
riconquistare. La prima operazione degli elicotteri quindi potrebbe
essere parte del lavoro preparatorio per la nuova offensiva
dei ribelli.
(torna su)
Libia:
profanato cimitero italiano a Tripoli, danneggiata cappella
Il
Tempo
4
Giugno 2011
Il cimitero italiano a Tripoli,
dove riposano i resti di 8mila connazionali, e' stato profanato.
Lo ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia. "Sono entrati ieri,
hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso"- ha
raccontato all'ADNKRONOS- "non sono riusciti a entrare nelle
due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente danneggiato
l'abitazione del custode". "Sono state fatte anche delle
scritte minacciose dove promettono di bruciare tutto la prossima
volta", ha aggiunto la Ortu. Il cimitero, ha spiegato, era
stato restaurato meno di due anni fa a cura della Farnesina e
alla fine dei lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica.
Costruito negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente
su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con tutti i
caduti italiani nelle guerre d'Africa. Nel Settanta, ricorda la
Ortu, Muammar "Gheddafi si presento' davanti al cimitero
con i tank dicendo che avrebbe buttato giu' tutto se non fossero
stati portati via i resti dei militari". I corpi furono cosi'
traslati nel sacrario di Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato.
Nel 2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di
andare in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu
il cimitero. Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro
degli Esteri Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari
del cimitero furono restituiti alla municipalita' di Tripoli e
tutti i corpi furono traslati nell'ossario militare .
L'Airl, sottolinea infine la Ortu, si sente molto vicina
agli insorti libici e visita regolarmente i feriti che sono ricoverati
a Roma, provvedendo alle loro piccole necessita'
(torna su)
Libia,
profanato cimitero italiano di Tripoli
Primo
attacco della Nato con elicotteri
ANSA
4
giugno, 2011
E'
stato profanato il cimitero italiano di Tripoli che dopo decenni
di abbandono era stato restaurato ed inaugurato meno di due
anni fa. Né dà notizia Giovanna Ortu, presidente
dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia). Gli
aggressori, probabilmente fedeli di Gheddafi, hanno tentato,
senza riuscirci, di forzare il complesso monumentale che ospita
i resti di 8.000 italiani. Hanno coperto di scritte oltraggiose
le mura del cimitero e distrutto l'abitazione del custode.
Tra le scritte con le quali sono state imbrattate le mura del
cimitero si legge anche una minaccia: "la prossima volta
bruceremo tutto". La profanazione del cimitero, inaugurato
dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, alla presenza
di una delegazione dei rimpatriati che si erano a lungo battuti
per ottenere dalla Farnesina i fondi necessari, è avvenuta
ieri, ma si è saputo solo oggi. "E' una notizia
tristissima che dà un ulteriore segno della totale inciviltà
di quanti ancora si ostinano a non abbandonare Muhammar Gheddafi",
è il commento di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl.
Il cimitero è stato parzialmente distrutto mentre è
in corso il completamento del progetto con la traslazione ad
Hammangi (così si chiama la località dove sorge
il cimitero) delle salme tuttora sepolte nei villaggi grazie
ai fondi messi a disposizione dal Fondo di Beneficenza della
Banca Intesa Sanpaolo. Luigi Sillano che, per conto dell'associazione
segue il progetto, confida che l'Istituto al quale era stata
comunicata nel febbraio scorso la necessaria sospensione dell'iniziativa
a seguito della rivolta in Libia, seguiterà a sostenerlo
quando anche Tripoli sarà liberata. Sarà allora
possibile riparare i danni fatti e quelli futuri qualora le
frasi minacciose scritte sulle mura di recinzione della struttura
dovessero tramutarsi nell'incendio totale del complesso.
NATO, primo attacco con elicotteri - La Nato ha annunciato di
aver compiuto oggi per la prima volta attacchi con elicotteri
da combattimento in Libia, contro veicoli militari, attrezzature
e forze dell'esercito del colonnello Muammar Gheddafi. "Elicotteri
da combattimento sotto comando Nato sono stati utilizzati per
la prima volta il 4 giugno in azioni militari sulla Libia, nel
contesto dell'operazione 'Protezione unificata'", spiega
un comunicato dell'Alleanza atlantica. "Tra gli obiettivi
colpiti figurano veicoli, equipaggiamenti e forze militari"
dell'esercito di Gheddafi, specifica la nota della Nato senza
indicare il luogo degli attacchi.
Elicotteri
dell'esercito francese del tipo Tigre e Gazelle hanno partecipato
ai raid notturni della Nato sulla Libia, in collaborazione con
elicotteri britannici. Lo ha annunciato lo stato maggiore francese
interarmi. Nella notte la Nato aveva reso noto che per la prima
volta erano stati condotti attacchi con elicotteri da combattimento
in Libia contro veicoli militari, attrezzature e forze dell'esercito
del colonnello Muammar Gheddafi.
Gli
elicotteri britannici che per la prima volta stanotte hanno
compiuto attacchi sul territorio libico, hanno distrutto un
posto di controllo militare e una installazione radar presso
la città di Brega, nell'est del paese. Lo ha annunciato
il ministero della difesa britannico secondo il quale il raid
è stato compiuto con "elicotteri di attacco Apache,
che hanno effettuato la loro prima missione a partire dalla
portaelicotteri HMS Ocean" al largo della costa nordafricana.
Stanotte è scattata la prima missione degli elicotteri
da combattimento francesi e britannici nell'ambito della missione
Nato in Libia.
(torna su)
Profanato
il cimitero italiano a Tripoli
Adnkronos
4
Giugno 2011
Il
cimitero italiano a Tripoli, dove riposano i resti
di 8mila connazionali , è stato profanato. Lo
ha denunciato oggi Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia. " Sono
entrati ieri, hanno spaccato tutto, la cappella con il crocifisso
- ha raccontato all'ADNKRONOS- non sono riusciti a
entrare nelle due ali dove ci sono gli ossari, ma hanno gravemente
danneggiato l'abitazione del custode". "Sono state
fatte anche delle scritte minacciose dove promettono
di bruciare tutto la prossima volta ", ha aggiunto
la Ortu.
Il
cimitero, ha spiegato, era stato restaurato meno di
due anni fa a cura della Farnesina e alla fine dei
lavori era venuto il sottosegretario Alfredo Mantica. Costruito
negli anni Venti, il camposanto si estendeva originariamente
su 12 ettari e dal 1960 ospitava anche un ossario con
tutti i caduti italiani nelle guerre d'Africa . Nel
Settanta, ricorda la Ortu, Muammar "Gheddafi si presentò
davanti al cimitero con i tank dicendo che avrebbe buttato giù
tutto se non fossero stati portati via i resti dei militari".
I corpi furono così traslati nel sacrario di
Bari e il resto del cimitero rimase abbandonato.
Nel
2004, quando esponenti dell'Airl ottennero il permesso di andare
in Libia come turisti, la loro prima preoccupazione fu il cimitero.
Grazie ai fondi della Farnesina, allora era ministro degli Esteri
Gianfranco Fini, fu avviato il restauro. Dieci ettari del cimitero
furono restituiti alla municipalità di Tripoli e tutti
i corpi furono traslati nell'ossario militare. L'Airl, sottolinea
infine la Ortu, si sente molto vicina agli insorti libici e
visita regolarmente i feriti che sono ricoverati a Roma, provvedendo
alle loro piccole necessità.
(torna su)
FRATTINI
VOLA A BENGASI E PROMETTE SOLDI E BENZINA
Il
Corriere della Sera
Maurizio
Caprara
1
Giugno 2011
Il
ministro degli Esteri e l`impegno di Eri e Unicredit Frattini
vola, a Bengasi e promette soldi e benzina Il sostegno del governo
italiano ai ribelli libici DAL NOSTRO INVIATO BENGASI -Nella
città scelta da Muammar el Gheddafi per firmare con Silvio
Berlusconi il trattato di amicizia italo-libica nel 2009, il
ministro degli Esteri Franco Frattini ha sottoscritto ieri una
dichiarazione che innalza il grado di legittimazione internazionale
attestato dal nostro Paese ai li bici insorti in febbraio contro
il Colonnello. «Il governo italiano riconosce il Consiglio
nazionale transitorio quale titolare dell`autorità di
governo nei territorio da esso effettivamente controllato»,
c`è scritto nei due fogli che il titolare della Farnesina
ha firmato nell`hotel Tibesti della seconda città della
Libia e capitale della rivolta. Un passo ulteriore rispetto
alla definizione del Consiglio come < 4 il Frattini da adottata
Libia», la rappresentare per legittimo politico interlocutore>
Il
governo italiano lo ha accompagnato con due tipi di aiuti: il
via a prestiti di soldi e a forniture di carburante a quella
che ormai tratta come parte di Libia liberata.
Giornate
come ieri confermano che la politica non è una linea
retta, si nutre talvolta di paradossi. In base alla dichiarazione
congiunta che Frattini ha firmato con il vice primo ministro
Abd al Aziz Isawi, l'Italia (che da anni acquista dalla Libia
un terzo del proprio fabbisogno energetico) venderà benzina
alle autorità di Bengasi, oggi incapaci di raffinare
il greggio. Sarà l'Eni, che ha spinto la Farnesina ad
aiutare i ribelli per non perdere peso nei giacimenti libici,
a fornire carburante per 150 milioni di euro. A guerra finita,
il conto sarà pagato in greggio.
Non
è l'unico dei paradossi di questa situazione nella quale
l'accordo alla faccia del Colonnello è stato raggiunto
tra due suoi ex interlocutori privilegiati:
Frattini,
che lo indicava in gennaio come esempio di dialogo con i popoli
arabi e ieri definiva il suo regime «finito», e
al Isawi, il quale fino a febbraio rappresentava la Giamahiria
in India da ambasciatore.
A
scortare il ministro italiano a Bengasi, ieri mattina, erano
gli uomini armati in divisa scura della «Brigata 17 febbraio».
Il nome di questa unità dei ribelli deriva sì
dalla rivolta del 17 febbraio 2011, ma allora Bengasi si infiammò
perché gli antigheddafiani manifestavano in ricordo del
17 febbraio 2006, quando una sommossa contro il Colonnello comportò
anche un assalto al Consolato d'Italia.
In
altri locali, Frattini ieri ha inaugurato il nuovo consolato,
per sicurezza mai riaperto finché Bengasi rimaneva sotto
il Colonnello. Un altro passo gradito agli insorti, come i crediti
per centinaia di milioni di euro dell'italiana Unicredit permessi
dalla dichiarazione.
Il
7,6% della banca, congelato da sanzioni dell'Onu, è libico
e garantirà il prestito. «Sei generali hanno defezionato
e ci stanno dando a Roma informazioni preziose: a Gheddafi resta
il 15-20% della capacità militare», ha detto Frattini.
Salutando il Consiglio così: «La prossima volta
spero di incontrarvi nella Tripoli liberata».
Il «governo» Il Consiglio
nazionale di transizione libico è formato da 31 membri:
con gli insorti anche uomini dell`ex regime Leader Il segretario
generale è Abdel Jalll, l'ex ministro della Giustizia di
Gheddafi: sulla sua testa c`è una taglia di 500 mila dinari
libici. Primo ministro è Mahmud Jibril Tre mesi di vita
Riunitosi la prima volta a Beida il 24 febbraio e poi trasferitosi
a Bengasi, il 5 marzo si è autoproclamato «unico
legittimo rappresentante della Repubblica iibica» Riconoscimento
La Francia è stata la prima, il 10 marzo, a dare un riconoscimento
diplomatico al Cnt. Il 12 marzo l`Europa lo definisce «un
interlocutore politico credibile» senza però riconoscerlo
come governo, Il riconoscimento dell`Italia arriva il 4 aprile
dopo la visita a Roma dell'inviato per l`estero del Cnt` Abd al
Aziz Isawi. Ieri la visita di Frattini a Bengasi
(torna su)
Il
giallo di Gheddafi sparito da nove giorni
La
Stampa
Guido
Ruotolo
9
Maggio 2011
Voci
dalla capitale: forse è rimasto ferito o ucciso nei raid
Otto
giorni, anzi nove. L'astinenza dal video di Gheddafi comincia
a essere sospetta. Se poi si aggiungono le indiscrezioni rilanciate
da ambienti diplomatici a Tripoli (sono 45 le rappresentanze
straniere in Libia) allora l'assenza diventa un giallo, un mistero.
Insomma, per dirla tutta, che fine ha fatto il Colonnello? È
vivo? O è rimasto ucciso o gravemente ferito dai bombardamenti
della Nato? «Quella notte ci hanno portati in quella casa
- rivela un ambasciatore straniero presente a Tripoli - ed era
tutto distrutto. La Nato ha utilizzato delle bombe speciali,
di quelle che creano una violentissima pressione in orizzontale.
Insomma, è difficile sopravvivere agli effetti di quelle
bombe...».Un passo indietro nel tempo. Al 30 aprile. La
mattina Gheddafi rilancia l'ipotesi di una tregua e nello stesso
tempo avverte Roma: sarà guerra in Italia. L'amico (ex)
Berlusconi aveva dato il via libera alla possibilità
che i nostri velivoli diventassero operativi, insomma sganciassero
le bombe.Poi, nel cuore della notte di sabato 30 aprile, il
portavoce del regime comunica ai media che la Nato ha bombardato
la casa dove si trovava Gheddafi ed erano stati uccisi il figlio
Saif el Arab, la moglie e tre nipotini del raiss, figli di tre
figli del Colonnello: Mohammad, Hanibal e Aisha. Alcuni testimoni
eccellenti sono stati portati nella camera ardente. Ma i corpi
di Saif el Arab e di sua moglie erano avvolti in teli bianchi.
Il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli,
si è limitato ad osservare: «Il cadavere era troppo
sfigurato...». Insomma non si poteva procedere alla sua
identificazione. Era davvero Saif? Il dubbio che potrebbe essere
stata una messinscena è fortissimo. Perché non
hanno fatto delle fotografie? E poi c'è il precedente
della morte della figlia adottiva di Gheddafi, Hana, rimasta
sotto le macerie a Bab el Azizia, durante i bombardamenti voluti
da Reagan, nel 1986. Fonti dei rivoltosi sostengono che Hana
non sia mai morta, che faccia il medico e che in questi anni
abbia viaggiato all'estero, a Parigi, a Londra, in Germania,
lasciando tracce documentali della sua esistenza e del suo passaggio
attraverso le frontiere Schengen. E dunque, perché Gheddafi
non si fa vedere in pubblico da prima del bombardamento della
casa di Saif el Arab? Perché è ferito o, peggio,
è rimasto ucciso dalle bombe Nato?Ma in questi giorni
il filo delle comunicazioni tra la comunità internazionale
e il regime non si è mai interrotto. Proprio ieri si
segnala un indubbio successo di Gheddafi: il governo transitorio
egiziano ha infatti introdotto il visto per i cittadini libici.
Una novità che arriva dopo che, la settimana scorsa,
un rappresentante del Cairo era stato a Tripoli, ricevuto dal
primo ministro Al Baghdadi Ali al Mahmoudi. E dunque l'introduzione
del visto ha il sapore del favore egiziano fatto a Tripoli.
Se per esempio un libico emigrato in Canada decidesse di tornare
a casa, per imbracciare il kalasnikhov e combattere in Cirenaica
contro le truppe lealiste, non potrebbe entrare in Libia attraverso
la frontiera egiziana se sprovvisto di visto. E il visto potrebbe
non essere concesso. Ma chi è in questi giorni che guida
l'offensiva militare contro i ribelli, che tesse la rete di
relazioni diplomatiche internazionali, che organizza le partenze
dei profughi verso l'Italia? Chi è l'erede del Colonnello,
soprattutto oggi, se è vero che Gheddafi si trova in
difficoltà perché ferito o se addirittura è
morto per via dei bombardamenti? Sia le fonti diplomatiche internazionali
che ambienti dei rivoltosi indicano in Saif el Islam, l'erede
di Gheddafi, il figlio che ha ereditato lo scettro del comando
in questi mesi. E' lui che sta organizzando il popolo dei profughi
del Corno d'Africa da usare come bombe contro l'Italia? E' lui
che li carica sulle carrette del mare stipate fino all'inverosimile,
con il rischio che ormai è certezza che i pescherecci
naufragano. Le ultime tragedie di questi giorni portano i rivoltosi
a interrogarsi. E probabilmente nei prossimi giorni chiederanno
ai Paesi della Nato di far bombardare la flotta peschereccia
per evitare che quelle navi si trasformino in bare. Per evitare
che in questa maledetta guerra si contino migliaia di vittime
straniere: i profughi del Corno d'Africa.
(torna su)
Gheddafi:
porteremo la guerra in Italia
Il
Sole 24 Ore
Alberto
Negri
1
Maggio 2011
p.
5
«Con
l'Italia ormai è guerra aperta»: senza giri di
parole Muammar Gheddafi ha parlato della possibilità
di trasferire il conflitto nella penisola dopo che nella notte
tra venerdì e sabato si era detto disponibile a negoziare
un cessate il fuoco con la Nato. Ancora non sapeva che un raid
dell'Alleanza nella tarda serata di ieri avrebbe ucciso a Tripoli
il figlio più giovane Saif al-Arab, 29 anni, e tre suoi
nipoti. Il raìs, nello stesso edificio, è miracolosamente
uscito illeso dall'attacco sferrato con tre missili. Notizie
confermate da un portavoce del governo.
Un'escalation drammatica improvvisa, dopo l'arma della retorica
sfoggiata dal Colonnello nel pomeriggio: acrimoniosa ma non
del tutto ingiustificata la reprimenda contro l'ex potenza coloniale,
«l'amico Berlusconi» e un trattato d'amicizia rimasto
soltanto sulla carta. Ma questo è il raìs che
ci siamo meritati noi e tutto l'Occidente, con il beneplacito
degli americani, trasformando in fretta un abile manovratore
di trame terroristiche in partner d'affari delle nostre imprese
e in una sorta di poliziotto del Nordafrica. Sono errori di
valutazione che si pagano.
Abbiamo così un nuovo nemico, che soltanto otto mesi
fa sbarcava a Roma gonfio di medaglie pittoresche e contratti
miliardari. E, puntuale, è arrivata la reazione della
Lega: «Era quello che temevamo. Sono dichiarazioni da
non sottovalutare, temiamo delle ripercussioni perché
Gheddafi non ci vede solo come nemici ma anche come traditori»,
ha detto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli.
Il raìs non è molto credibile nelle sue offerte
di tregua, respinte sia dall'Alleanza atlantica («Servono
fatti e non parole») che dai ribelli di Bengasi. Ci sono
buoni motivi per non dargli fiducia: in questa guerra, come
in passato, ha mentito spudoratamente, facendo esattamente il
contrario di quanto affermava. Una settimana fa aveva proclamato
il ritiro da Misurata per lasciare, a suo dire, il campo libero
alle tribù lealiste, poi ha stretto d'assedio la città
nel tentativo di riconquistarla. Si è limitato a togliere
la divisa verde oliva ai soldati: una trappola in cui sono caduti
gli aerei della Nato che hanno falciato una dozzina di insorti.
Un fuoco amico che miete vittime ma di cui malvolentieri si
parla perché i ribelli sono disposti a pagare qualunque
prezzo. Così come si discute assai poco delle dimensioni
reali di questo conflitto: fonti varie, arabe e occidentali,
parlano di 10mila o 30mila morti. Non si vedono però
né le immagini né le prove di un simile massacro.
Anche noi, pur non volendo dare alcuna fiducia al qaid libico,
dovremmo farci qualche domanda, soprattutto dopo la tormentata
decisione italiana di partecipare ai bombardamenti. In primo
luogo sull'obiettivo reale di questa guerra. Se intendiamo farlo
fuori, i raid potrebbero non bastare. A meno di un colpo di
fortuna, come quello che per un soffio non è andato a
segno ieri, cioè un missile che fa secco il Colonnello
in uno dei suoi bunker. Altrimenti la Nato dovrà prendere
in considerazione operazioni di terra non previste dall'Onu.
Tutti, compreso il bellicoso Sarkozy, negano di volere questa
soluzione.
La seconda opzione è continuare nella guerra di logoramento.
In questo caso bisognerà armare i ribelli creando una
forza d'urto per mettere Gheddafi spalle al muro e controllare
il Paese senza scivolare nell'anarchia. Il Colonnello, per il
momento, non può dirsi troppo preoccupato dall'armata
degli insorti che a Est è inchiodata ad Ajdabiya, a 160
chilometri da Bengasi, e non sta tentando neppure, per motivi
tattici, di riconquistare i terminali petroliferi. La valorosa
ma disorganizzata guerriglia di Bengasi è incapace di
cogliere obiettivi militari importanti e, soprattutto, di mantenerli.
La terza alternativa, nella speranza di ottenere risultati immediati,
è dotare i ribelli dei fondi necessari per comprare il
consenso delle tribù ancora fedeli promettendo loro di
spartire le ricchezze petrolifere custodite in Cirenaica. Questo
potrebbe essere uno degli argomenti di cui si parlerà
alla conferenza sulla Libia che si terrà a Roma il 5
maggio.
In ogni caso le sabbie libiche hanno già inceppato i
piani francesi, britannici e americani. È per questo
che hanno così ben accolto la partecipazione italiana
ai raid: si dividono un po' di spese di guerra e di responsabilità.
Non sarà complicato ricompensarci con quote di petrolio
libico. Sarebbe però alquanto sconveniente che la Nato
fosse costretta ad accordarsi per una tregua che sancirebbe
la divisione in due della Libia. Ma questa potrebbe essere la
soluzione transitoria, per rinviare a una seconda fase l'eliminazione
del raìs.
Tutti questi ragionamenti sono comunque destinati a saltare
in caso di altri eventi drammatici in Nordafrica e Medio Oriente,
dove una mezza dozzina di Paesi arabi sono in ebollizione. Non
è quindi indifferente che l'operazione libica finisca
presto: l'imprevedibile Gheddafi, per nostra insipienza o per
le disgrazie altrui, potrebbe restare ancora in sella.
(torna su)
Pasticcio
libico. Febbre padana
Il
Corriere della Sera
Giovanni
Sartori
30
aprile 2011
p.
1
Che
l'asse Berlusconi - Bossi si incrinasse in modo vistoso su Gheddafi
proprio non me lo aspettavo. E per una volta (mi capita di rado)
devo dare ragione a Berlusconi. Che la politica estera del nostro
premier sia dilettantesca è comune opinione dell'Occidente
che conta. Però il nostro premier non è stupido.
Ne combina di tutti i colori, ma è intelligente.
È
chiaro che a Berlusconi la ribellione in Libia contro il suo
molto corteggiato e baciato (sulla mano) Gheddafi, è
andata di traverso, e molto. Gheddafi era, per noi, petrolio
assicurato e anche un guardiano che poteva socchiudere, invece
di spalancare, i cancelli dell'immigrazione clandestina degli
africani. Lampedusa è vicina, la Spagna e la Francia
sono lontane; e quindi noi siamo i più esposti.
All'inizio
Berlusconi ha temporeggiato. Non poteva rompere con Francia,
Inghilterra e Stati Uniti né sconfessare una delibera
delle Nazioni Unite. Così ha inventato la ingegnosa formula
degli aerei da guerra che volano ma non sparano. Sperando in
cuor suo (immagino) che il Colonnello domasse la ribellione
in fretta, e così contando di ripresentarsi a lui a Tripoli
come la persona che, frenando gli altri, lo aveva salvato. Ma
poi, passa un giorno passa l'altro, si è accorto che
non poteva fare un doppio gioco, o un gioco su due fronti, più
di tanto. Ha anche capito, immagino, che ormai Gheddafi non
lo avrebbe perdonato in nessun caso, e che la sua ovvia vendetta
sarebbe stata di negarci il petrolio e di inondarci di migranti.
E così, obtorto collo, ha capito che si doveva schierare,
e che la cacciata di Gheddafi era diventata un vitale interesse
anche per lui.
Ora
Berlusconi si batte il petto e ammette di aver sbagliato nel
lasciare Bossi all'oscuro del suo voltafaccia. Ma secondo me
non ha sbagliato per niente. Sapeva che avvertendo Bossi si
sarebbe imbattuto nel suo veto. Dopo aver detto sì al
presidente Obama non poteva richiamarlo per dirgli che Bossi
non voleva. Molto meglio far finta ex post, a cose fatte, di
essere dispiaciuto e di scusarsi. Tanto Bossi sa di aver bisogno
di Berlusconi per varare il suo agognato federalismo, così
come il Cavaliere sa di aver bisogno di Bossi per restare in
sella. Difatti il Senatur ha già detto che non farà
cadere il governo, anche se al momento i rapporti tra i due
restano gelidi.
Comunque
sia la vicenda mette a nudo quanto sia profondo e purtroppo
radicato il «localismo» chiuso della Lega. Niente
Europa, niente guerra, niente stranieri, insomma niente di niente.
La Lega è come un mulo che s'impunta, e che si impunta
sempre.
Inoltre,
nel frattempo, l'Europa ci ha appena condannati per la legge
che considera l'immigrazione clandestina un «reato ».
Difatti, e a prescindere da quanta accoglienza l'Italia vorrà
e potrà dare agli stranieri che fuggono dai loro Paesi,
dalla fame o anche dalla tirannide, l'idea del reato non è
stata una buona idea, anche perché coinvolge una magistratura
bizzarra e già oberata da troppi carichi e troppi arretrati.
Davvero un bel pasticcio.
(torna su)
Nato
a Tripoli e cacciato da Gheddafi mi schiero a fianco dei fratelli
libici
Mattino
di Padova
2
marzo 2011
Antonio
Stefanile Saonara
p.
26
Cari
fratelli libici, vi chiamo fratelli perché sono nato
in quella indimenticabile terra nel 1953 e lì sono vissuto
fino al 1970, anno in cui Gheddafi ci cacciò via da quella
meravigliosa terra. E lì ho lasciato il mio cuore.
Mio papà arrivò in Libia nel 1928, lasciando Nola
(Napoli) che aveva 10 anni, mia mamma arrivò in Libia
prima dello scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939.
Papà faceva l'agricoltore nella più bella zona
di Tripoli, a Collina Verde, e gestiva un'azienda con agrumeti
e oliveti. Contemporaneamente iniziò l'importazione di
bestiame da macello, perché scarseggiava la carne presso
le macellerie libiche.
A Tripoli risiedeva anche una vasta comunità ebraica,
e tutti vivevamo in armonia, con il massimo rispetto gli uni
degli altri, mantenendo inalterate le nostre radici, culture
e feste religiose.
Si viveva in tranquillità, ci si aiutava a vicenda: tra
arabi, italiani e ebrei, non ricordo nessun tipo di razzismo.
Il vecchio monarca senussita Idris I amava gli italiani. Nonostante
fosse stato umiliato dai nostri militari durante il secondo
conflitto mondiale, aveva capito che noi coloni non rispecchiavamo
affatto il colonialismo di stampo fascista, bensì eravamo
ormai diventati parte integrante della società libica.
Abitavamo alla periferia di Tripoli. Sono cresciuto con i bambini
arabi, parlo tutt'ora l'arabo, più di qualche libico
frequentava le scuole italiane. La Libia della mia giovinezza
era un paradiso terrestre: duemila chilometri di costa, un mare
cristallino, un clima caldo, una natura incontaminata, tramonti
ed albe al limite del mistico, un deserto infinito, silenzioso,
misterioso dove si percepiva quasi la presenza di Dio.
Oggi vedendo Tripoli in tv ridotta a ferro e fuoco ricordandomi
quanto bella fosse, a stento trattengo le lacrime. Era una città
stupenda, un lungomare costruito dagli italiani, che per chilometri
costeggiava un litorale fantastico. Le moschee con il muezzin
che chiamava i fedeli alla preghiera, e le chiese italiane,
con la nostra cattedrale, diventata sotto Gheddafi moschea a
Nasser.
Aveva il suo fascino Tripoli, i suoi odori, profumi, i suoi
colori, con il mercato vecchio della casbah costruita dai turchi,
Suk el Turk, la statua dell'imperatore romano Settimio Severo,
che era nato in Libia.
Quando Gheddafi salì al potere, favorì in maniera
impressionante i militari, con dei stipendi da capogiro, creando
una dittatura. Militari che tuttavia non avrebbero mai immaginato
di dover sparare, un giorno, sui propri fratelli.
Gheddafi ha trasformato una terra che era un paradiso terrestre
in un inferno. Ha dimostrato di essere solo quello che già
42 anni fa, da certi suoi atteggiamenti, si prevedeva sarebbe
diventato: un dittatore. Un despota che esordì umiliando
gli stranieri, specialmente noi italiani, che avevamo reso quella
terra un fiore del Nord Africa.
Onore al popolo libico, quel popolo che sta morendo per la sua
libertà. Ricordo la sofferenza che provammo lasciando
la Libia nel 1970, nella maniera che tutti sanno.
Tornerò in Libia! Tornerò ad onorare quei martiri
che sono caduti sotto la ferocia dei cecchini di Gheddafi! Inshallah!
(torna su)
Intervista
al principe Idris Al Senussi
"In
passato ha cercato di uccidermi, ora ho un piano per fare fuori
Gheddafi"
Libero
17
aprile 2011
Anna
Corradini Porta
A
chi, se non a lui, posso chiedere quale potrà essere
il futuro della Libia? E chi, se non lui, può aiutarmi
a decifrare l'intricata personalità di Gheddafi,
tiranno spocchioso ed esibizionista, cinico e pericoloso, bruciato
da un orgoglio smisurato? Incontro il principe Idris Al Senussi,
nipote dell'ultimo re libico di cui porta il nome, in un grande
albergo di Washington. Seduti nella sua suite si parla della
tragedia del suo paese e di quali saranno le prossime iniziative.
Ci offre un caffè la moglie, la marchesa Ana Maria Quinones,
nobildonna spagnola di grande classe e di grande fascino, che
lo segue ovunque. Principe,
lei crede che Gheddafi accetterà di andare in esilio
quando si accorgerà di non avere più vie d'uscita?
Se
lo vede con la valigetta in mano voltare le spalle al potere,
al petrolio, al paese che ha tenuto in scacco per 42 anni? «Non
se ne parla nemmeno che se ne vada, non ci pensa proprio, non
lo farà mai. E poi dove potrebbe andare, chi lo vuole?
Non lo vuole nessuno. Forse la Russia, ma che fa, mette la sua
tenda sulla piazza Rossa, si accampa al Cremlino?»
Non
si può più tentare nessun tipo di accordo? «Dopo
che ha bombardato il suo popolo con i caccia, non c'è
più intesa possibile».
Allora
non restano che due possibilità, o si ammazza, o lo ammazzate.
«È
troppo vigliacco per suicidarsi. lo comunque sto mettendo a
punto un piano che dovrebbe isolarlo completamente, che dovrebbe
risolvere il problema. Non ci ho dormito molte notti e
sto precisando tutti i particolari. Ne ho parlato con molti
libici che vivono qui in America e ricoprono posizioni di grande
prestigio, molti sono professori d'università che insegnano
nei migliori istituti, lavorano nei grandi ospedali, in importanti
società. E naturalmente ne ho parlato con i miei parenti
in Libia. Credo in pochi giorni di poter concludere questo lavoro,
poi preparerò un dossier da presentare al Dipartimento
di
Stato americano e ai vari governi europei, ognuno lo avrà
nella sua lingua. Naturalmente in questa operazione sarà
coinvolto il movimento senussita che io guido e che gestisce
la seconda maggiore moschea della Mecca. La confraternita dei
senussi è
una delle grandi correnti progressiste dell'Islam, fra le più
tolleranti verso la modernità e i non mussulmani».
In
libia la vostra famiglia è molto amata, com'era
molto amato re Idris che governò per quasi vent'anni
fino al golpe I del colonnello. Infatti la bandiera che hanno
issato i ribelli, quando si sono opposti a Gheddafi, è
stata quella della, famiglia reale, la vostra e non altre.
«Quando in televisione l'ho vista sventoare non mi vergogno
a confessarle che mi sono messo a piangere come un bambino.
Ho pensato a mio nonno, a mio padre, a quale sarebbe stata la
loro soddisfazione se avessero potuto vedere».
Principe,
lei pensa ci possa essere un ritorno alla monarchia? Anche
se siete in tre a pretendere il trono, oltre a lei infatti,
c'è suo fratello maggiore Hashem e suo cugino Muhammad.
Ci vorrebbe un trono a tre posti. «Sarà
il popolo libico a decidere se vuole la monarchia o un
buon governo, composto da gente di specchiata onestà,
amore profondo per il paese e disponibilità a sacrificarsi
per migliorare il futuro della Libia. A me interessa il bene
dei miei connazionali, il rifiorire di una nazione che ha tutti
i diritti di vivere finalmente lontana dal giogo del tiranno».
Lei
non crede che alla fine per liberarsi di Gheddafi bisognerà
farlo fuori?
«Bisogna vedere come vanno le cose è presto per
parlarne. Le dico però, sinceramente, che lui ha tentato
di ammazzarmi e io ho tentato di ammazzarlo, questa è
la
verità. Non c'è mai stata intesa fra noi due,
Gheddafi in passato mi ha offerto soldi e incarichi, ma io ho
sempre rifiutato. Posso vantarmi di non avergli mai dato la
mano. Per questo sono rimasto malissimo quando ho visto Berlusconi
"baciargli l'anello". Non potevo crederei. Ma la cosa
che mi ha fatto più male è quella sua
dichiarazione dove diceva che era addolorato per Gheddafi. Per
Gheddafi? E non per il popolo che veniva trucidato, che ha bagnato
col suo sangue le strade della Libia?»
Che
rapporti ha con Berlusconi?
«Più che altro li ho con il Quirinale».
Se
il suo piano per liberare la Libia andasse in porto, coinvolgerebbe
Europa ed America?
«Naturalmente. E la Lega Araba. Ora non posso anticiparle
i particolari, ma è
questione di giorni e poi quando sarà consegnato ai vari
governi, farò delle conferenze stampa per parlarne. Certo
deve essere una mossa globale col consenso di tutti».
Nella
Libia liberata, quando si formerà il nuovo governo, ne
faranno parte quelli che attualmente rappresentano i ribelli?
Perché in quelle fila ci sono bravissime persone, ma
anche ex ufficiali di Gheddafi, ex suoi collaboratori, che si,
hanno lasciato il colonnello per affiancarsi ai contestatori,
ma restano comunque dei traditori. E chi tradisce una volta,
può farlo ancora.
«Chi ne farà parte sarà scelto con molta
cura e con il consenso del popolo».
A
lei, principe, ai suoi parenti sono stati confiscati molti beni
in Libia, pensa che potrà tornarne in possesso?
«Il palazzo dove sono nato era diventato una caserma ed
è
stato
abbattuto. Altre proprietà, se rimarranno in piedi dopo
questa guerra, dovrebbero tornare ai legittimi proprietari.
So che è
difficile
crederlo, ma non è
l'interesse che mi spinge a fare quello che faccio, anche mia
figlia Alia che ha solo 26 anni non pensa ad altro e sta raccogliendo
soldi per la Croce/Mezzaluna Rossa. C'è un sentimento
di patria che solo chi lo prova profondamente può capirlo,
che va al di là di ogni altro pensiero».
Per
questo è stato
fra quelli che ha preparato la rivolta del 17 febbraio, dopo
che il 4 aveva lanciato un appello pubblico a Gheddafi per aperture
e riforme necessarie per migliorare il benessere lei paese?
«Nell'ultimo
anno, forse perché si sentiva il fiato sul collo
Gheddafi aveva effettuato alcune liberalizzazioni nel campo
del commercio e aveva anche restituito qualche proprietà
confiscata, ma non ha tenuto conto del malcontento dei giovani
che chiedevano democrazia, libertà, lavoro, un minimo
di benessere. Erano stanchi del pugno di ferro. La risposta,
lo avete visto tutti è
stata una bruta - le repressione, fino a far bombardare con
i caccia la sua gente. Da lì
è
iniziata la sua fine. Quando è stato necessario io sono
volato subito qui a Washington, da Roma dove vivo, permettermi
a disposizione del Dipartimento di Stato col quale ho ottimi
rapporti, per fornire preziose informazioni ai dirigenti della
politica estera americana».
Principe,
lei vive fra Roma, Londra e Washington, ma di cosa vive? «Sono
finanziere e investitore oltre che mediatore di commesse importanti.
Grazie ai miei contatti con le famiglie reali del mondo arabo,
ho favorito l'ingresso di molti gruppi italiani sui mercati
del Golfo. E ho portato gli arabi a investire in Italia »
Mi
tolga una curiosità principe Idris, che nulla ha a che
fare con tutto quello che ci siamo detti. Chiamavano suo padre
Il "principe nero", perché un appellativo
cosi inquietante? «Ma
non c'era niente di inquietante, lo chiamavano il "principe
nero" perché era nero, il più scuro della
famiglia. Tutto
qui».
(torna su)
Libyan
rebels, hoping for one state, prepare for two
Washington
post
5
Aprile 2011
Tara
Bahrampour
BENGHAZI,
Libya — “One Libya, with Tripoli as its capital” is spray-painted
on walls around this rebel city and glides off the tongues of
opposition leaders. Moammar Gaddafi will fall in a week, they
predict, two at the most, and they'll build a new country then.
But as
weeks stretch into months and progress on the battlefield stalls,
this rebel-held area of Libya is settling into its status as
a de facto separate state. Since the February uprising that
ended Gaddafi's rule here, schools and many businesses have
remained closed. But police are back on the streets, hospitals
are functioning and shops are slowly reopening. Behind the scenes,
opposition leaders are feverishly courting international partners
as they work to set up a political and economic system for a
period of division that some quietly admit may stretch on indefinitely.
A
tanker arrived in the rebel-held port of Tobruk on Tuesday to
load oil for export, the first time that has happened in nearly
three weeks. Although it is unclear whether the rebels will
be able to export enough oil to keep the east afloat economically,
the tanker's arrival marked a symbolic step in the rebels' journey
from accidental revolutionaries to governors and statesmen.
Also on
Tuesday, rebel leaders for the first time welcomed to Benghazi
an official U.S. envoy, who is here both to meet opposition
leaders and provide assistance to the fledgling council that
runs affairs in the east. For the United States and other Western
powers, the rebel efforts to build the rudiments of a nation
in eastern Libya reflect the reality of a military stalemate
— one in which NATO could be ensnared for months or more. “We
don't like it, we don't want it, but this scenario might happen,”
said Fathi Baja, the rebels' head of international affairs.
When
the uprising began, “people didn't have a slight idea of what
they wanted to do, other than that they knew they wanted Gaddafi
to go,” Baja said. “Now, as we start to create some political
entities here and there, and we try to start some economic life
and create an army, we find ourselves in another stage, and
we understand that it might take a little time.”
It is no
small task. During nearly 42 years of rule by Gaddafi, economic
and political power was entrenched in Tripoli and civil society
was virtually nonexistent. The east, which had long been resistant
to Gaddafi's rule, was badly neglected. “The whole of Libya
is living in the Middle Ages,” said opposition spokeswoman Iman
Bugaighis, “but especially the east.” Mustafa Gheriani, an opposition
spokesman, said that when Gaddafi's forces pulled out amid the
uprising, “we thought it would be like Egypt — that we have
ministries, we have an institution that was running. And we
found that there was nothing.” Now, the Transitional National
Council — composed of 31 representatives, nominated by each
of the towns in the east — is responsible for creating a political,
economic and military infrastructure from scratch, a task complicated
by the fact that a war is going on just a couple of hours' drive
away. The council includes a crisis management team, which functions
as a cabinet. Many of its members have lived abroad, including
an economics minister who abruptly left his position as a University
of Washington professor in February.
The
team is learning as it goes, and putting out fires almost daily.
This week, team members dealt with a spat between the rebels'
top military leaders as well as an attack on an oilfield that
the rebels are counting on for revenue. They also hosted diplomats
from Italy, which formally recognized the rebels on Monday,
and from Great Britain, which they hope will follow. France
and Qatar have already recognized the rebels as Libya's legitimate
government.
With
plans to draft a constitution and electoral laws, opposition
leaders are consulting with experts in the United States and
Europe. The leaders say they want a democratic system, including
freedom of expression, multiple political parties and an independent
judiciary.
On
Monday the economics minister, Ali Tarhouni, presented a $1.5
billion, four-month budget that includes salaries for soldiers
and civil employees. For such a budget to be sustainable, the
east will need to start selling from its ample oil fields.
Libya
has long relied on oil, and the rebel government is working
hard to resume exports. Qatar has agreed to market the oil,
but Libya's Central Bank and National Oil Corporation were hit
with U.N. sanctions last month because of associations with
Gaddafi's family. The rebels have asked the United Nations to
exempt them from the sanctions, arguing that both entities have
split from Tripoli's version, though they have retained their
names in anticipation of reunification.
Until then,
the proceeds will go into an escrow account and the opposition
will withdraw them in the form of food, medicine and other humanitarian
aid, which would not violate the sanctions, Tarhouni said. Even
if sanctions are lifted, it is unclear whether rebel-controlled
oil will be sufficient to sustain this region, which is home
to roughly 2 million people. Before the uprising, the country
was producing 1.6 million barrels a day. Now, the rebels claim
to be producing 100,000 to 130,000.
“It's
not enough,” Baja said.
Although
the bulk of Libya's oil riches lie in fields in the central
or eastern parts of the country, the biggest export terminals
have been trading hands in the fighting. Ports at Ras Lanuf,
Brega and Es Sider are either beyond the rebels' grasp or too
heavily contested to be useful to their cause. The tanker that
arrived for loading Tuesday came in at Tobruk, which is safely
in rebel hands but has limited ability to export.
“They
have been talking about larger volumes, but I don't think they
can do that,” said Greg Priddy, an oil analyst at the Eurasia
Group.
“The
bottom line is, this is a trickle. This isn't enough to move
the needle on the world oil market,” Priddy added. “But it is
a substantial amount of money for the provisional government.”
At today's prices, he said, rebel leaders could earn about $100
million a month, enough to buy some basic foodstuffs.
One
fact that simplifies shipments from Tobruk: The oil is likely
coming from the Sarir field, which is operated by Libyans, not
foreigners. That means production can proceed without outside
companies.
But
on Monday a facility that feeds oil to Tobruk was sabotaged,
presumably by Gaddafi's forces. The damage to production has
not yet been assessed, but the attack underscored the east's
fragility. For now its leaders live in semi-hiding, with bodyguards
and safe houses, and the east is dependent on NATO airstrikes
to keep Gaddafi's forces at bay.
The rebels'
plans, whether for what will be one state or two, include a
more diverse economy. Until now, 96 percent of Libya's revenue
has come from oil; leaders here say they would like to add tourism,
agriculture and solar energy. “Libya will
never be a superpower economically,” Tarhouni said. “It will
be a small, independent state, democratic, somewhat diversified.”
(torna su)
"Il
raìs che ci ha cacciato deve andar via"
Nuova
Sardegna
3
Aprile 2011
Umberto
Aime
L'appassionato
racconto di Giovanna Ortu, presidente dei profughi italiani
della Libia
Cagliari.
Padre di Bolotana,
madre siciliana, città natale Tripoli, vive a Roma da
quarant'anni. Classe 1939, Giovanna Ortu è l'inesauribile
presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia. Degli
italiani cacciati da Tripoli e Bengasi, nel 1970. Allora furono
espulsi in ventimila da Muammar Gheddafi, pochi mesi dopo il
colpo di stato del tenentino berbero e la caduta di Re Idris.
Corsi e ricorsi della storia. Adesso è il
colonnello a rischiare.
«Rischiare? Deve andar via, per il bene della
Libia».
Ha sete di vendetta?
«Non vivo più l'età della rabbia.
Il mio lutto l'ho elaborato da tempo seppure con molto dolore.
Oggi sono qui a dire che questo è il Risorgimento di
un popolo oppresso da una lunga dittatura».
È la frase del presidente Napolitano.
«Sì ed è un'immagine stupenda,
meravigliosa che io, con molta umiltà, prendo in prestito».
Risorgimento che va aiutato, ha detto ancora il Presidente.
«Certo, è un nostro dovere stare al fianco
di chi lotta in nome della democrazia. I morti di Bengasi, sono
martiri della libertà. Basta, non possiamo lasciare i
libici nelle mani di un tiranno che spara sulla gente con i
cannoni e fa mitragliare le piazze dal cielo».
Gheddafi è stato anche il suo aguzzino.
«Io non l'ho mai conosciuto ma so bene quello
che fa adesso e quello che ha fatto ai ventimila italiani, nell'estate
del 1970. In una manciata di mesi, oltre quarant'anni fa, ci
ha privato della dignità e di quello che avevano messo
assieme in una vita».
Racconti.
«Al presente, come se fosse oggi. Mio padre,
Giovanni Maria, emigra da Bolotana a Tripoli nel 1914, quand'è
appena un liceale. Ha vinto il concorso per cancelliere di tribunale,
sceglie la Libia, in Sardegna c'è poco lavoro. Lì
si sposa con una ragazza siciliana di diciott'anni, Maria, mia
madre. È figlia dell'allora direttore della Tirrenia
trasferito a Tripoli dopo esserlo stato ad Alessandria d'Egitto».
Sfogli
l'album.
«A Tripoli
nascono i loro tre figli, tutti ancora vivi: Nella, nel 1924,
Tonino, 1934 e la sottoscritta, cinque anni dopo. Lì
la mia famiglia strappa al deserto un'azienda agricola, splendida:
ettari ed ettari di agrumi e ulivi. Lì sono rimasta fino
a trentadue anni. Lì mia figlia Antonella, nata a Roma,
ha vissuto fino a nove mesi».
Ultima data conosciuta, a Tripoli: martedì 21
luglio 1970.
«Ricordo bene il giorno della legge sull'esproprio,
che colpiva italiani ed ebrei. È una mattina allegra,
guarda caso festeggiamo il mio compleanno. La torta è
sul tavolo, ci sono due bottiglie di champagne, comprate sottobanco,
Gheddafi ha messo fuorilegge l'alcol. Prima delle candeline,
all'improvviso, è un amico a farci sapere che il nostro
mondo sta per essere spazzato via, come se niente fosse».
Quale fu la reazione in Casa Ortu?
«Restiamo tutti muti e scossi. La torta e lo
champagne finiscono nella pattumiera e noi con loro. È
stato quello il compleanno più amaro della mia vita:
ha segnato l'inizio della nostra via crucis».
Continui, anche se...
«Anche se fa ancora male. Per noi dal 22 luglio
fino a ottobre è una trafila di burocrazia ostile, vessazioni
e persino perquisizioni corporali. Sono settimane terribili,
in cui dimagrisco di tredici chili».
Cosa accadde?
«Le autorità libiche ci costringono a
consegnare i nostri beni, dal primo all'ultimo, compresi gli
orecchini che indosso. Un'umiliazione tra le lacrime».
Cacciati perché?
«Noi, i ventimila, allora fummo il capro espiatorio
delle brutalità orrende compiute dal colonialismo. Da
alcuni coloni degli anni trenta, non certo dalle nostre famiglie.
Noi c'eravamo integrati e siamo rimasti in libia anche dopo
la Seconda guerra mondiale».
Espulsi perché "figli"
del fascismo?
«Dal 1951, primo anno del regno di Idris, all'avvento
del Colonnello, la nostra vita in Libia era andata avanti bene.
Non era a Tripoli ma in Italia che alcuni ci chiamavano fascisti,
sbagliando».
Il tempo vi ha concesso la rivincita.
«Ripeto, non c'è rancore. Oggi c'è
soltanto un tumulto di sentimenti. Per Gheddafi è finita
un'epoca. Siamo alla chiusura del cerchio: è l'ora della
democrazia».
Senza il colonnello.
«Esatto. Altro non può esistere: i libici
non vogliono la spartizione della loro terra».
Gettiamo
a mare un presunto amico storico dell'Italia.
«Amico? Non direi proprio.
Da italiana ripeto: siamo stati troppo accondiscendenti nei confronti
di chi ci ha sempre ricattato con gli errori commessi dal primo
colonialismo. Gheddafi lo ha fatto per quarant'anni, fino al trattato
del 2008. È stato furbo e trasformista con gli occidentali:
era una canaglia, poi c'è mancato poco che lo facessero
santo».
Esagerata.
«No, da Roma e a Roma, quand'è stato in
visita, ha preteso onori che non gli erano dovuti. Ha ottenuto
sei corvette e mesi dopo con quelle ha sparato contro un peschereccio
italiano. Ha ottenuto risarcimenti per cinque miliardi di dollari
per i prossimi vent'anni, nonostante i conti l'Italia li avesse
già chiusi col trattato del 1956. Allora lo Stato pagò
cinque milioni in sterline, quattro miliardi in lire, più
la consegna dei beni demaniali e la confisca del nostro patrimonio,
400 miliardi dell'epoca, tre miliardi, in euro, adesso».
Doppio indennizzo, doppia beffa.
«Esatto. Il raìs ha avuto tutto quello che
voleva. Attenzione, nel 2008, noi profughi eravamo ben contenti
che ci fosse stato un riavvicinamento fra le nostre due patrie.
Non c'è piaciuto il resto».
Cosa?
«L'errore commesso da molti governi italiani, da
Prodi a Berlusconi, che hanno sempre assecondato Gheddafi nelle
bizzarrie, per poi considerarlo un interlocutore affidabile. Non
siamo riusciti a smarcarci dal ricatto del colonialismo e poi
da quelli del petrolio e dei clandestini».
Sono i giochi di ruolo, negli affari
esteri.
«Affari compiuti senza equilibrio da parte dell'Italia.
Lui con noi ha mostrato sempre i muscoli, lo Stato solo l'altra
guancia».
Baciamano compreso, quello del
presidente del Consiglio Berlusconi.
«Quello è stato un atto indegno e doloroso
per noi».
Facile dire perché.
«Nel 2008, come nel 1970, la dignità dell'Italia
e degli italiani è stata barattata sul mercato degli affari».
Quali?
«Ci sono alcuni documenti della Farnesina, oggi
non più segreti, che dicono: quarant'anni fa le nostre
famiglie furono lasciate alla loro sorte, nonostante un trattato
internazionale ci consentisse di rimanere, per tutelare gli interessi
dell'Eni e della Fiat».
Nel 1970 capitò così
e nel 2008?
«Berlusconi ha commesso lo stesso errore, tre anni
fa. Sì, purtroppo ha avuto un atteggiamento ossequioso
che, nel frattempo, Gheddafi non si era certo meritato».
Risultato?
«Che non abbiamo fatto una bella figura, nonostante
più volte al Colonnello abbiamo dato una mano per farlo
riammettere nel club mondiale dell'Onu. Ripeto, in due occasioni,
sempre sulla spinta del business, lo Stato italiano ha consentito
al raìs delle libertà inimmaginabili».
Quali?
«Le sue scorribande italiane: tende, cavalli ed
hostess».
Gheddafi ora accusa Roma di tradimento.
«Abbiamo sbagliato in passato, non sbagliamo adesso».
Torniamo ai giorni nostri: la rivolta.
«Al mondo occidentale chiedo di sostenere la protesta
esplosa nelle città. Deve farlo prima che la guerra civile
diventi guerra totale».
L'Italia fa bene a partecipare
alla missione?
«Certo e aggiungo: l'Onu si è mosso con
troppo ritardo».
E se Gheddafi dovesse rivincere?
«Non può succedere, non deve accadere. Altrimenti,
sarebbe la fine per una delle mie due patrie, la Libia».
(torna su)
Libia:
per l'Associazione Italiani Rimpatriati, "Nonostante tutto
amore intatto"
Prismanews.net
25
Marzo 2011
Mafalda
Bruno
'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL) , riunisce
20mila italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese
dal regime di Gheddafi, appena salito al potere. Una sede a
Roma e una a Latina, precisano di non essere un club di nostalgici
chiuso nelle proprie memorie ma una comunità moderna
e dinamica, che ha saputo inserirsi con successo nella società
italiana. Una grande famiglia, insomma, che ha conquistato ovunque
posizioni di rilievo, ottenendo riconoscimenti e fiducia ai
più alti livelli delle Istituzioni e della realtà
nazionale italiana.
Alla
luce del conflitto in atto in Libia, passato in queste ore sotto
il comando della NATO, Prismanews ha rivolto alcune domande
a Maria Laura Trovato , assistente personale
del presidente dell'AIRL, Giovanna Ortu .
Dottoressa
Trovato, la vostra Associazione si definisce “un osservatorio
attento e consapevole della non facile realtà libica”.
Qual è la vostra opinione sul conflitto di questi giorni?
“Dal nostro punto di vista, in qualità di “cacciati”
da Gheddafi, espropriati di tutto, ovviamente l'attuale situazione
non può che causare dolore e preoccupazione. Non per
la persona di Gheddafi, che consideriamo un dittatore sanguinario,
siamo addolorati per il popolo libico, con il quale abbiamo
sempre avuto rapporti cordiali sin da quando vivevamo in quella
terra. La nostra Associazione ha continuato sempre ad avere
rapporti con i libici, in un clima di affetto e simpatia reciproca.
C'è stato sempre un ottimo feeling tra loro e noi, al
punto che consideriamo la Libia la nostra seconda patria. Questa
guerra ora ci addolora, e la nostra speranza è che tutto
finisca presto e si riesca ad instaurare un governo democratico,
in modo che i libici possano vivere in prosperità, visto
che col petrolio che hanno possono vivere agiatamente tutti
quanti”.
Ci
racconta com' è avvenuta, nei fatti, la vostra “cacciata”
dalla Libia?
“Noi siamo stati tra i primi, nel 1970, a subire i provvedimenti
del Raìs che ci ha confiscato beni mobili e immobili
per un valore di 400 milioni di lire dell'epoca (rivalutati
a oggi 3 miliardi di euro!), costringendoci ad abbandonare le
nostre case e gli amici libici con i quali eravamo cresciuti.
La partenza dalla Libia è avvenuta in maniera traumatica:
da un giorno all'altro ci è stato chiesto di fare i bagagli,
è diventata una corsa contro il tempo per approntare
tutti i documenti di espatrio. E lì nessuno ci aiutava
ad andare via, ma ci pressavano perché andassimo via,
abbiamo dovuto fare tutto da soli e pure in fretta. All'aeroporto
alcune donne sono state sottoposte a visite ginecologiche
per verificare, prima della partenza, che non avessero rubato
gioielli”.
Secondo
voi l'Italia ha fatto bene ad unirsi al conflitto o doveva percorrere
la via diplomatica del dialogo?
“Diciamo che al punto in cui la situazione è precipitata,
unirsi al conflitto è stata un'azione doverosa perché
la Libia è geograficamente di fronte a noi e abbiamo
sempre avuto, con i libici, rapporti economici importanti. Spero
tuttavia che l'Italia tenti in tutte le maniere di fermare questa
strage di massa. Non possiamo prevedere, al momento, come andrà
a finire, soprattutto in termini di vite umane e per questo
seguiamo costantemente, e con apprensione, l'evolversi della
situazione. Siamo lieti per tutti gli aiuti umanitari
che l'Italia sta inviando al popolo libico”.
Qual era il vostro status in Libia? Eravate residenti?
“Eravamo residenti italiani rimasti in Libia, nonostante le
guerre che si sono succedute nel tempo. Poi nel '56, col Trattato
Internazionale, l'Italia ha pagato i danni coloniali, e noi
che eravamo i “nipoti” del colonizzatori, siamo rimasti a vivere
lì, peraltro in buona compagnia di altri europei, ebrei,
arabi, ecc; non c'era alcun clima di rivalità tra noi,
vivevamo pacificamente. Mio padre, per farle un esempio, costruiva
strade a Tripoli, tutti i suoi dipendenti erano arabi e lavoravano
in un clima di fattiva collaborazione. Io ho fatto le medie
e il liceo a Tripoli: non c'era nessun clima di astio o diffidenza
nei nostri confronti”.
E cosa è accaduto al vostro rientro in Italia?
Come siete stati accolti?
“Nient'affatto bene: eravamo tacciati come fascisti che tornavano
con la coda tra le gambe. In più, le voci erano che in
Libia ci eravamo arricchiti mentre - le ripeto - siamo dovuti
tornare senza nulla, con a malapena i vestiti addosso e i documenti.
Abbiamo perso tutto lasciando la Libia. E da quei giorni tragici,
il nostro Governo non è stato mai in grado di varare
una legge che ci consentisse di poter tornare in Libia: non
siamo più riusciti a metterci piede , neanche per un
breve soggiorno di turismo. Perché eravamo, e siamo ancora,
schedati come colonialisti. E di quello che avevamo in Libia,
ci è stata restituita solo una minima parte. Ecco perché
la nostra rivendicazione è ancora oggi contro il Governo
italiano, non quello libico”.
Esprimiamo un desiderio: fine della
guerra, Libia libera e democratica…
“Magari! Certamente sarebbe festa grande per noi e per loro: sono
certa che se potessimo tornare lì, ci accoglierebbero con
enorme affetto e cordialità. Nonostante tutto, lo avrà
capito, il nostro amore per la Libia è rimasto intatto”.
(torna su)
Raìs
spietato con gli italiani perdonato da tutti i governi
Il
Tempo
27
Marzo 2011
Federico
Guiglia
p.
1
Dopo
i libici, che da quarantadue anni erano in balìa di un
tiranno sanguinario - come oggi, che facile! tutti riconoscono
- gli italiani rimpatriati da Tripoli nel 1970 sono state le
vittime dimenticate della tragedia. Cacciati dalla mattina alla
sera e i loro beni confiscati da Gheddafi ma la storia di questa
violenza inaudita e non udita è stata cancellata, come
se l'espulsione di ventimila connazionali dalla terra in cui
erano nati o cresciuti potesse essere un dettaglio. O peggio,
un pedaggio da pagare in nome e per conto dei trisavoli che
nel 1911 avevano colonizzato la Libia quando ancora non era
la Libia.
Se
invece il mondo libero, e soprattutto i governi del nostro Paese
avessero dato a quel precedente ignominioso del 1970 il rilievo
politico-diplomatico che meritava, se l'Italia e i suoi alleati
avessero prestato attenzione a quel sopruso anti-italiano, non
avremmo dovuto attendere né la bomba dell'aereo a Lockerbie
(21 dicembre 1988, 270 innocenti ammazzati) né le persecuzioni
e le torture ricorrenti alla sua gente dissidente per capire
chi fosse Gheddafi. L'uomo che era salito al potere, oltretutto,
con un colpo di Stato: anche nella scelta del mezzo si dovrebbe
cogliere il fine che uno si propone. C'è da inorridire,
allora, a vedere quanto, negli anni, i governi della Repubblica
abbiano snobbato il grido di dolore degli esuli in patria. Esuli
due volte: dalla Libia, la radice degli affetti, e dall'Italia,
la madrepatria che si mostrava indifferente rispetto al dramma
di massa. Al contrario, la politica nazionale s'incaricava non
già di far valere le ragioni, anche diplomatiche, per
sollevare la questione dell'espatrio violento nelle sedi internazionali
preposte, a cominciare dalle Nazioni Unite, ma per confortare
il dittatore che se ne era reso responsabile. Era in ballo un
principio, nazionale e internazionale, di giustizia, non solamente
le note questioni economiche e petrolifere, all'insegna delle
quali le classi dirigenti hanno invece accettato ogni genere
di sopraffazione. Compresa quello d'aver firmato un cosiddetto
trattato di amicizia con chi s'era inventato persino la giornata
dell'inimicizia anti-italiana. Trattato nel quale neppure in
una piccola nota a piè pagina figurava un riferimento
all'esodo dei nostri connazionali depredati d'ogni bene.
Si badi: quest'atteggiamento vile
ha riguardato proprio tutti e senza eccezioni, perché ogni
governo, nel tempo, pretendeva di «chiudere la controversia»
con chi voleva mantenerla sempre aperta, e incurante del fatto
che tale controversia fosse già stata conclusa negli anni
Cinquanta con accordi internazionali nero su bianco. Ma pretendevano
di chiuderla, tale istigata controversia, arrendendosi al punto
di vista unilaterale e provocatorio della controparte, che già
aveva fatto vedere di che pasta fosse fatto. Intendiamoci, c'è
una ragion di Stato per tutti, e i vicini di casa, com'è
noto, uno non se li può scegliere. Ma neanche i libici
avevano scelto Gheddafi, mai avendolo votato, e soltanto sopportato
per paura, anzi, per terrore o per convenienza di chi con lui
condivideva violenza e privilegio. Adesso i rimpatriati dalla
Libia potrebbero chiedere «riparazioni» e recriminare:
«Visto che l'avevamo detto?». Quei connazionali che
hanno sofferto, e che in larga maggioranza ormai hanno i capelli
bianchi, oggi invece preferiscono dare pubblico sostegno ai libici
che si battono per la libertà. Quarant'anni dopo, le vittime
stanno dalla parte delle vittime, a conferma della vera e grande
riconciliazione che gli italiani e i libici avevano fatto da tempo,
nonostante quel bugiardo di Gheddafi e quei creduloni dei nostri
governanti.
(torna su)
E'
ora di finirla con il vittimismo
Il
Tempo
27
Marzo 2011
Mario
Sechi
p.
1
Questa
volta ha ragione Bossi. Non riesco a capire come di fronte a
una guerra, un'emergenza umanitaria, il ministro degli Esteri
possa pensare di risolvere tutto con un bonus in denaro per
il rientro del clandestino a casa. Non è una soluzione,
ma la complicazione del problema. Immagino la scena: mercanti
di uomini e donne che organizzano l'industria dell'andata e
del ritorno per incassare il premio. Solo che l'incasso finisce
tutto nelle mani se va bene di profittatori, se va male di organizzazioni
terroristiche.
Se volevamo raggiungere l'apice del surreale
nella vicenda libica ci stiamo riuscendo. Francia e Inghilterra
stanno muovendo pedine importanti per controllare il Mediterraneo.
Mi dispiace che la maggioranza agiti un complotto: Parigi e Londra
fanno il loro interesse nazionale. Noi dobbiamo essere capaci
di fare altrettanto ma non ci riusciremo con il vittimismo. Bisognerebbe
soltanto allinearsi all'Occidente, sfruttare la nostra conoscenza
del mondo arabo e del Medioriente, mettere in campo le nostre
ben addestrate forze armate. Gheddafi cadrà. È meglio
se una spinta gliela diamo pure noi. Altrimenti qualcun altro
ci prenderà a calci per buttarci fuori dal mare Nostrum.
(torna su)
L'Europa
che non vuole disturbare Gheddafi
La
Repubblica
Adriano
Sofri
17
Marzo 2011
P.
1
Quando
leggete queste righe, forse Bengasi è caduta, e finalmente
la famosa Comunità Internazionale potrà dire,
sospirando, che è troppo tardi per intervenire. Potrà
aggiungere, alzando le spalle, che i ribelli hanno millantato
credito e si sono fatti espugnare con qualche bombardamento
e "col gesso". Solo che non è più in
questione il credito militare dei ribelli, ma la sorte di una
popolazione civile in balia della rappresaglia. Per parlare
di oggi, vorrei ricordare due date dell' altro ieri. Il 15 aprile
1986 due missili Scud lanciati dalla Libia si inabissarono a
un paio di chilometri dalla costa di Lampedusa. Undici giorni
dopo, il 26 aprile, esplose il reattore di Chernobyl.I missili
libici rispondevano a un massiccio attacco aereo americano mirato
a uccidere Gheddafi. Uccise una sua figlia piccola e alcuni
civili, il dittatore se la cavò (avvertito, si disse
poi, dal governo di Craxi e Andreotti). Quanto alla nube di
Chernobyl, fu portata qua e là sull' Europa; da noi si
presero misure restrittive sul latte e le verdure. Lampedusa,
che non era ancora così affollata, apparve per un momento
come una fortunata terra di nessuno, appena a nord della gittata
dei missili libici, appena a sud della nuvola radioattiva. Sono
passati venticinque anni, Gheddafi completa la riconquista,
la Comunità Internazionale maschera meglio l' imbarazzo
dietro la commozione per il disastro giapponese e lo spavento
nucleare. Che cosa è successo, in venticinque anni, che
ha fatto passare da una ritorsione militare americana condotta
con ben 24 bombardieri su molti obiettivi libici, comprese Tripoli
e Bengasi, il cui movente dichiarato era l' attentato sanguinoso
in una discoteca tedesca, all' omissione di ogni azione quando
il dittatore scatena contro la popolazione insorta la sua schiacciante
macchina militare? Tante cose, certo, dalla Somalia 1993 all'
11 settembre, e la guerra in Iraq e in Afghanistan ... Questo
spiega l' astensione di Obama, benché non le dia ragione.
Ma l'Europa? L'Europa fa affari grossi in armi, ma quando si
tratti di un' azione di polizia diventa più pacifista
di un fachiro indù, "per non disturbare". L'
Europa è quella che ha lasciato massacrare la Bosnia
per anni - e la Bosnia era europea - finché Clinton ne
ebbe abbastanza. Dall' Europa si vedeva il fumo di Sarajevo
a occhio nudo, si vede a occhio nudo il fumo di Bengasi. Il
fumo è la verità dell' Europa. Non si accorgono,
le potenze democratiche (le chiamiamo così?) che una
simile inerzia di fronte alla rappresaglia dei miliziani di
Gheddafi rivaluta a posteriori l' impresa unilaterale di Bush
contro Saddam? Saddam scommise, come Gheddafi oggi, sull' impotenza
delle potenze democratiche, lui sbagliò la sua puntata,
Gheddafi l' ha azzeccata, a quanto pare. Le potenze democratiche
l'hanno bandito e additato al tribunale internazionale, gli
hanno dato tutto il tempo di riaversi dal colpo della ribellione
e di ricomprarsi le sue forze armate, e hanno fatto da spettatrici
a una riconquista che consegna alla vendetta una gente inerme.
La quale, ubriaca di liberazione, ha avuto l' ingenuità
di intimargli la resa, come un condannato può intimarla
al plotone di esecuzione, convinta di avere alle spalle il sostegno,
oltre che gli applausi, delle potenze democratiche. Il dilemma
è ormai antico, nuovo è solo il contesto in cui
si pone. Che esistano una giustizia e un tribunale internazionale
senza che esista una polizia internazionale è una boutade.
La giustizia internazionale - se non l' aspirazione morale,
il minimo di legalità nelle relazioni sociali - sconta
l' incapacità a misurarsi con corpi separati troppo potenti,
come le banche troppo grandi per fallire, gli Stati troppo grossi
per essere messi agli arresti, a cominciare dal più grosso,
la Cina. Ma se Cina e Russia sono troppo grosse per fischiar
loro la contravvenzione, non lo siano almeno tanto da imporre
il veto ad azioni di difesa del diritto e delle vite umane in
ogni punto del pianeta. Gheddafi può essere arrestato,
o mandato a quel paese, almeno quando una buona parte dei suoi
sudditi gli si è ribellata. Si può avanzare un'
obiezione, cui peraltro ha già risposto il diritto-dovere
di ingerenza umanitaria, dove se ne diano le condizioni, e qui
perfino l' avventurosa imputazione di crimini contro l' umanità:
che un' insurrezione che non conti sulle proprie forze non è
legittimata a vincere. Non è vero, e lo è stato
molto di rado, Risorgimento compreso, per non dire della Resistenza.
Una moderna dittatura dinastica e tribale, come quella di Gheddafi,
confisca una ricchezza sufficiente a mantenere una vasta base
sociale e una forte milizia pretoriana, sfruttando un lavoro
servile innumerevole, un popolo di formiche invisibile fino
a che non si è rovesciato sui confini. Ci sono in Africa
situazioni esemplarmente complementari, quella libica, dove
una rivolta ottiene un vastissimo riconoscimento internazionale,
inclusa la Lega araba, e viene abbandonata alla repressione,
e quella della Costa d' Avorio, in cui la vittoria di un candidato
- Ouattara - in elezioni riconosciute regolari dall' Unione
africana, viene rifiutata dal despota uscente, Gbagbo, precipitando
il paese nel sangue. E intanto l' unico intervento militare
straniero avviene nel Bahrein ad opera dell' Arabia Saudita,
e sia pure su richiesta del sovrano, per soffocare la ribellione
della maggioranza sciita. È difficile certo seguire una
rotta ferma nell' incandescenza del mondo, e tanto meno una
rotta che non voglia deridere troppo i principii solennemente
proclamati. Ma il piccolo cabotaggio non rende quando le onde
sono così alte. L' Europa sembra più divisa che
mai. La Francia di Sarkozy l' ha sparata troppo grossa e intempestiva
per non dare l' impressione di cedere a un tornaconto elettorale,
a qualche vanità personale, e al peso delle perdite in
Afghanistan o della disgraziata operazione di liberazione di
ostaggi in Niger: ma almeno l' ha detto. Così la combattiva
posizione di Cameron, che in altri tempi sarebbe stata presa
sul serio, ha un timbro meramente retorico. (E c' è solo
da augurarsi che la riconsegna, nell' estate 2009, di Al-Megrahi,
l' "eroe nazionale" di Lockerbie, non abbia aperto
la strada alla concessione di prospezioni di profondità
nel Golfo della Sirte, nell' estate scorsa, a quella BP fresca
del disastro nel Golfo del Messico; rispetto al quale il Mediterraneo
è una piscina domestica). Angela Merkel ha usato un'
espressione rivelatrice: vuole «aspettare e vedere come
si evolve la situazione». I prossimi popoli che covano
voglie di ribellione e libertà sono avvisati. Si direbbe
che le stonature stridenti nei pronunciamenti europei siano
in effetti il concerto di un continente unito nell' intenzione
di lavarsene reciprocamente le mani. L' Italia poi è
irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende
lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne
vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile.
Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci
come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare.
E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo
per qualunque sbocco, l'Europa prende, cioè perde, tempo.
È questo perdere tempo, l' Europa.
(torna su)
Fuga
dalla Libia, 44 anni fa l'esodo:<<Tripoli nel '67, provo
la stessa angoscia>>
Corriere
della Sera
22
Febbraio 2011
Paolo
Brogi
Intervista
al professor David Meghnagi.
Gli
ebrei italiani espulsi da Gheddafi, tracciano un parallelo tra
il pogrom e l'attualità: «Avevo 18 anni, provo
uguale strazio per i bimbi e la gente innocente».
«Provo
di nuovo l'angoscia di allora, di quel mese asserragliati in
casa con la paura di essere uccisi da un momento all'altro …».
Tripoli, 1967. La Libia caccia gli ebrei dal paese. David Meghnagi
è uno di quegli ebrei che scampano al pogrom, arriva
in Italia con altri otto familiari, oggi è professore
di psicologia clinica all'università di Roma Tre dove
dirige anche il Master sulla Shoah. Nelle immagini di queste
ore dalla Libia ha rivisto quelle giornate tragiche di allora,
della sua giovinezza: aveva solo 18 anni. E per un mese visse
recluso in casa nell'attesa da un momento all'altro di essere
ucciso.
Il
destino di un paese -
«Angoscia certo per quel che vedo, per i bambini e la
gente innocente. Tragico destino per un Paese che aveva tutto
per uscire dal sottosviluppo e che oggi implode come risultato
di una violenza cumulativa che ha colpito prima le minoranze
indifese (prima gli ebrei derubati e fuggiti in silenzio da
tutto il mondo arabo, poi gli italiani che erano rimasti dopo
l'indipendenza del Paese, derubati e cacciati da un giorno all'altro)
e che oggi si rovescia in modo indifferenziato».
«Tutto quel giugno del 1967, che precedette la guerra
arabo-israeliana, lo passammo a Tripoli con l'attesa di una
catastrofe che sentivamo stava per abbattersi sulle nostre vite
– ricorda oggi Meghnagi -. Se scoppiava la guerra, noi ebrei
di Libia sapevamo di essere degli ostaggi, vivevamo alla giornata
con grande angoscia. E poi la guerra scoppiò davvero…».
Di
nuovo al fronte -
«La mia famiglia era composta di otto persone, cinque
figli maschi e una figlia femmina più i miei genitori
– va avanti Meghnagi -. Papà gestiva una piccola agenzia
per sbrigare documenti, mamma era casalinga. Durante la seconda
guerra mondiale la nostra famiglia aveva perso tutti i suoi
beni. Alle sofferenze patite sotto il fascismo seguirono i pogrom
arabi del 1945 e del 1948». Una condizione comune ad altri
in ciò che era rimasto della comunità ebraica
a Tripoli, «dove eravamo ridotti a 5300 persone dalle
35-40 mila della guerra».
Con la nascita di Israele la maggioranza gli ebrei emigrarono
in massa in Israele con la speranza di una vita diversa. «Chi
rimase visse in un lungo limbo. Nel 1967 ci ritrovammo di nuovo
di fronte alla minaccia di un altro, definitivo pogrom. Per
le strade giravano folle urlanti, alla radio Israele veniva
dato per distrutto, riuscimmo a chiuderci in casa in un palazzotto
dove per fortuna risiedevano solo ebrei. Eravamo in tutto in
52».
Minacce
al telefono -
«Comunicavamo con l'esterno con estrema difficoltà
- ricorda il docente di Roma Tre -, avendo un solo telefono,
sul quale ricevevamo di continuo anche minacce. Ricordo quella
casa di corso Giaddat Omar El Mukhtar conosciuto anche come
Corso Sicilia. Siamo restati asserragliati là dentro
un intero mese, non potevamo uscire».
Altri ebrei come quelli dell'antico quartiere ebraico di Tripoli
erano stati invece trasferiti nel campo di Grungi. «Cosa
aspettavamo? Uno schiarimento, non perdevamo la speranza di
potercene andare via, solo che occorrevano documenti, chi ne
aveva di inglesi o italiani aveva qualche chance, noi Meghnagi
non disponevamo di documenti».
Salvacondotto
- «Voglio
ricordare che gli ebrei in Cirenaica c'erano da oltre duemila
anni, c'è una città romana che si chiama Yahudia
(in arabo Giudea). Gli ebrei vivevano anche all'interno del
paese, molto prima delle invasioni arabe. Alla fine ci rilasciarono
un visto di uscita. Le vecchie classi dirigenti, lo ripeto,
ci fornirono un salvacondotto. C'era una contraddizione tra
quelle classi e le nuove che stavano emergendo e che avrebbero
portato al potere Gheddafi…».
Campi
profughi a Latina - «L'Italia
ci accolse con i campi profughi di Latina e Capua – prosegue
Meghnagi -. Per fortuna ci aiutarono le istituzioni ebraiche
di assistenza americane (la Joint). E ci fui preziosa l'amicizia
della comunità ebraica romana. Comunque bisognava arrangiarsi,
Io ho fatto la guida turistica per qualche mese, ho dato lezioni
private di latino che conoscevo bene, lavorato come commesso».
«Intanto continuavo a studiare - ricorda il professore
-. Conclusi gli esami di filosofia con sei mesi di anticipo,
ma dovetti attendere per legge prima di laurearmi. Poi mi sono
specializzato in sociologia a cui poi ho aggiunto una formazione
psicoanalitica. Ho continuato a studiare l'arabo e ad approfondire
la cultura ebraica. Anche i miei fratelli si sono arrangiati
allo stesso modo. Poi mettevamo tutto insieme, siamo andati
avanti così».
Conta
solo il futuro - Quarant'anni
dopo l'ex esule, di fronte alle drammatiche notizie da Tripoli,
consegna una riflessione di speranza: «Mi sono lasciato
alle spalle il dolore - dice Meghnagi -. Ciò che conta
è il futuro, poter offrire ospitalità alle generazioni
che verranno. Oggi assistiamo tragicamente a un epilogo che
avrà conseguenze su tutto il Nord Africa e anche per
l'Europa. Abbiamo di fronte dopo la tragedia del colonialismo
l'esito fallimentare dei processi di decolonizzazione, il fallimento
del rapporto tra l'Europa e i Paesi arabi, il fallimento dei
regimi arabi incapaci di accettare Israele, unico Paese democratico
finora dell'intera area . Eppure, se solo accettassero Israele,
come sarebbe diversa la storia della regione. Unendo le loro
risorse e intelligenze, arabi e israeliani potrebbero scrivere
con l'Europa e l'Africa una pagina nuova della storia».
(torna su)
Quelle
parole sul nostro paese
Corriere
della Sera
3
marzo 2011
Sergio
Romano
p.1
Le
parole pronunciate da Gheddafi sull'Italia possono sorprendere
il presidente del Consiglio, probabilmente convinto di avere
stretto con il colonnello libico un rapporto infrangibile fondato
sulla reciproca ammirazione e sugli interessi comuni. Non possono
sorprendere chiunque abbia qualche familiarità con il
trattamento che Gheddafi ha riservato all'Italia sin dal giorno
in cui conquistò il potere a Tripoli nel 1969.
Non vi è stato momento della sua lunga dittatura in cui
il Colonnello abbia rinunciato a usare il colonialismo italiano
come una piaga aperta della memoria nazionale. Se ne è
servito per distinguersi da Idris, il re bonario e saggio che
aveva stabilito rapporti cordiali con l'Italia, aperto il Paese
all'Eni nel 1959, lasciato che gli italiani vivessero indisturbati
e svolgessero attività utili per il suo Paese. Se ne
è servito per dimostrare che nessuno meglio di lui incarnava
l'orgoglio nazionale. Se ne è servito anche quando investiva
denaro nelle imprese italiane, riceveva i ministri italiani
nella sua tenda, stringeva calorosamente la mano dei nostri
presidenti del Consiglio. Si potrebbe sostenere che nulla gli
importava veramente quanto la possibilità di dire ai
suoi connazionali, con parecchie forzature, che all'origine
dello Stato libico vi erano le sofferenze e le umiliazioni subite
durante il periodo coloniale. L'anticolonialismo e la denuncia
delle colpe italiane sono stati lo zoccolo del suo potere, l'argomento
retorico che gli consentiva di rappresentare se stesso come
l'uomo che aveva liberato i libici dallo stato di soggezione
morale e psicologica in cui avevano continuato a vivere durante
il regno di Idris.
Beninteso, questo non gli ha impedito di fare affari con l'Italia
e con la sua maggiore compagnia petrolifera. Ma accusarlo di
duplicità sarebbe sbagliato. Duplice è l'uomo
che nasconde i suoi pensieri e le sue intenzioni. Gheddafi,
invece, ha agito sempre su due piani egualmente visibili. Era
pronto a trattare con l'Italia, ma non avrebbe mai smesso di
usarla come la bestia nera del suo Paese, il nemico secolare
della nazione. Ne abbiamo avuto una ennesima prova quando ha
portato con sé, durante la visita a Roma, un veterano
della resistenza anti-italiana e appiccicato sul bavero della
sua giacca il ritratto di Omar el-Mukhtar, il leader cirenaico
che il generale Graziani fece impiccare nel settembre 1931.
È davvero sorprendente che questo nuovo attacco all'Italia
coincida con una fase in cui il suo potere è traballante?
Mai il «nemico italiano» gli è stato utile
come in questo momento. Per certi aspetti l'ennesima sfuriata
anti-italiana è un segno della precarietà della
sua situazione.
Potremmo alzare le spalle e compatirlo se non avessimo il sentimento
di avere contribuito al suo disprezzo. Ho sempre pensato che
l'Italia avesse un interesse, non soltanto economico, a seppellire
il passato. Tutti i maggiori Paesi coloniali (la Francia in
Algeria, la Gran Bretagna in India, la Spagna in Marocco) hanno
sacrificato un po' del loro orgoglio e riconosciuto le loro
colpe. L'Italia e la Libia vivono nello stesso mare, hanno economie
complementari, e la conflittualità permanente non può
giovare né all'una né all'altra. L'accordo con
la Libia è stato voluto da tutti i governi italiani.
Ma sarebbe stato preferibile raggiungere l'obiettivo con lo
stile di Giulio Andreotti, tanto per fare un esempio, piuttosto
che con quello di Silvio Berlusconi. Dopo l'ultimo discorso
di Gheddafi, il ricordo del suo trionfale viaggio a Roma diventa
insopportabilmente penoso
(torna su)
La
follia di Gheddafi ci ha reso fratelli
Secolo
D'Italia
Federico
Locchi
26
Febbraio 2011
p.
5
Certi
eventi della vita lasciano ferite profonde ma danno anche la
possibilità di guardare la storia da una prospettiva
privilegiata. Quando osserva i fatti di Tripoli, Giovanna
Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia , vive una situazione simile. I 20 mila
italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese in cui
risiedevano da un Gheddafi appena salito al potere, conoscono
bene ciò che accade di là dal Mediterraneo, per
ché lì hanno lasciato un pezzo di cuore.
Signora
Ortu, ha visto che caos in Libia?
La
avverto che non credo di essere la persona più obietti
va del mondo su questo tema. Sa, ho il dente avvelenato ...
Fa
niente, è proprio la sua passione che ci interessa.
Allora, è stata sorpresa dalla rapida escalation
della crisi libica?
No,
non mi ha sorpreso. Solo qualche giorno fa delle persone
di ritorno dalla Libia mi avevano detto: Tira un'aria strana
lì ...
Posso
chiederle chi erano?
Due
esponenti della nostra associazione. Tornavano dalla Libia dove
erano stati nell'ambito della nostra operazione di restauro
dei cimiteri italiani. Molti erano in condizioni penose. Quelli
che non sono stati profanati, ovviamente. È un operazione
a cui teniamo particolarmente e in tutto ciò la Farnesina
e Gianfranco Fini, quando era ministro degli Esteri, ci
hanno aiutato molto.
E
queste persone le hanno anticipato che qualcosa stava cambiando?
In
generale sì, anche se era inimmaginabile quello
che poi è effettivamente successo.
Che
idea si è fatta di questa rivolta?
Le
notizie che giungono da lì mi addolorano molto.
Una fonte autorevole mi ha detto che ci sarebbero sparatorie
sui civili, con membri delle milizie che sparano dalle ambulanze.
Non so se è vero, ma la fonte è piuttosto sicura.
Spero comunque che questo anelito di libertà trovi
sbocco nella fine di un uomo che ci ha fatto molto soffrire.
Un
uomo che però sembra va essere divenuto il miglior amico
dell'Italia, ultimamente ...
Qualche
giorno fa ho letto un'intervista a Dini e diceva, più
o meno: con lui ci siamo trovati bene. perché cambiare?
Sono inorridita. Gheddafi ci ha cacciato a pedate nel sedere!
Realpolitik,
dicono ...
Ma
guardi che io lo capisco. Noi ci siamo sacrificati, in onore
della Realpolitik. Eravamo 20 mila, non poteva ma condizionare
58 milioni di persone. Ma da subito si è presa una china
come su di un piano inclinato che poi è divenuta valanga.
Va bene tutelare gli interessi, ma bisognerebbe trovare un giusto
mezzo. Prenda Berlusconi...
Un
grande amico del Colonnello ...
Mi
ha fatto rimanere molto male. Insomma. lui è anche il
mio presidente del Consiglio. Eppure fino ad ora non ci ha mai
ricevuto.
Intanto
impazza il dibattito sul "che fare" rispetto all'emergenza
...
È
un dibattito sballato, sta prevalendo il calcolo utilitaristico
mentre di là c'è la guerra civile. Dovrebbe prevalere
il cuore e l'autentica solidarietà. Bisognerebbe predisporsi
all'accoglienza rispetto a un'emergenza che non può che
essere transitoria.
I
rapporti fra i due popoli usciranno compromessi dalla crisi?
Al
contrario, saranno rafforzati…
Ma
quanto c'è di autentico nella retorica anti-italiana
che per anni ha diffuso Gheddafi?
Guardi,
i libici ci amano. Anche quando ci hanno cacciato, con
la voce del Colonnello che dagli altoparlanti inneggiava alla
caccia all'italiano, non ci hanno torto un capello”.
La
ferita del colonialismo è ancora viva?
Ci
sono sicuramente state pagine vergognose nella nostra colonizzazione.
Ma di questo non devo rispondere io, che parlo a nome di una
collettività umana che ha vissuto in armonia con la popolazione
locale ed è stata cacciata violando un trattato.
E comunque non si può giudicare col senno del poi. Anche
perché bisognerebbe parlare pure del buono che abbiamo
fatto. Basti pensare all'architettura razionalista di Tripoli.
E
ora?
Diventeremo
fratelli, perché loro per Gheddafi hanno sofferto più
di noi e ora pagheranno un prezzo altissimo…
(torna su)
Sono
nato in Cirenaica adesso è il regno del terrore
Il
corriere della sera
21
Febbraio 2011
Marco
Nese
p.3
Ho
molti amici là, ma ho paura a chiamarli perché
le comunicazioni sono intercettate. «A marzo sarei tornato
in Libia. Ma un mese fa al ministero degli Esteri mi sconsigliarono.
C' erano già segnali di turbolenza». L' ingegner
Francesco Prestopino in Libia c' è nato. «Sono
nato proprio a Bengasi, la città che in questo momento
è sotto assedio. Ho tanti amici laggiù. Evito
di chiamarli al telefono perché le comunicazioni sono
intercettate e loro potrebbero subire brutte conseguenze».
Nato nel 1934, Prestopino, vicepresidente dell' associazione
degli italiani espulsi, è tornato a Bengasi a metà
degli anni 70. «Mi ero laureato in ingegneria civile a
Bologna e sono andato a lavorare laggiù prima con la
Lodigiani e poi con la Impregilo». Sotto la direzione
di Prestopino sono sorti in Libia il porto industriale di Marsa
el-Brega, il complesso petrolchimico di Ras Lanuf, il complesso
siderurgico di Misurata e il porto militare di Homs. Durante
i dieci anni in cui ha seguito la costruzione di queste opere,
Prestopino abitava a Bengasi e ricorda che già a quel
tempo la gente mal sopportava la dittatura di Gheddafi. «In
tutta l' area della Cirenaica i libici erano amareggiati per
quello che il colonnello aveva fatto a re Idris. Loro amavano
il re. Gheddafi ne era consapevole e aveva piazzato spie dappertutto.
Li teneva in pugno col terrore. Nessuno osava aprire bocca,
ma si vedeva che dentro ribollivano di odio».
(torna su)
Raffiche
di mitra e finto tripudio nella capitale ormai impazzita
La
Stampa
Guido
Ruotolo
7
Marzo 2011
p.
1
E'
buio pesto alle cinque del mattino, che in Italia sono le quattro.
Sveglia di soprassalto. Colpi di Kalashnikov, o almeno sembrano
tali. In pochi secondi siamo tutti pronti a muoverci, nel caso
fosse necessario. Insomma, pronti a evacuare. Del resto si dorme
vestiti ormai da più di dieci giorni. Dagli angoli delle
finestre si vedono i traccianti in aria. Fa paura Tripoli perché
sembra giunta l'ora fatale, la resa dei conti e trovandoci qui,
con questi protagonisti, la resa che si annuncia potrebbe essere
senza esclusione di colpi. Era atteso questo momento ormai da
più di due settimane, da quel 17 febbraio quando è
iniziata la rivolta in Cirenaica. Sì, anche a Tripoli
si era sparato le prime notti, tra il 20 e il 22 febbraio -
ma mai come questa notte -, poi, è vero, c'erano state
le proteste del venerdì, all'uscita dalle moschee dove
i fedeli erano andati a pregare, represse duramente, con morti
e feriti. E le retate nelle case degli oppositori, e Internet
che da giovedì ci ha lasciati. Ma in sostanza Tripoli
continuava ad essere saldamente in mano a Gheddafi e alle sue
milizie. E la città con i suoi due milioni e mezzo di
abitanti rappresenta quasi la metà della popolazione
della Libia.
Dunque, colpi di Kalashnikov, poi quelli sordi delle pistole
e quelli inconfondibili delle mitragliatrici pesanti poste sui
gipponi. Addirittura, nel silenzio della notte, c'è chi
riusciva a ricostruire da dove venivano sparati i colpi disegnando
così una mappa della città che combatteva.
I primi colpi sono partiti da Tajura, il quartiere ribelle protagonista
delle proteste di questi giorni. Siamo in periferia, i colpi
si avvicinano. Il lungomare, il porto, il quartiere Dhara dove
si trovano alcune ambasciate, compresa la nostra. Le sparatorie
si sentono anche verso Piazza Verde, la piazza della Rivoluzione,
e poi dietro la Medina, l'hotel Corinthia.
Per un'ora si va avanti con le stesse sequenze: come fossero
fraseggi di sparatorie seguiti poi da silenzi, pause. Pochi
secondi e via di nuovo con i colpi. Certi proiettili sembra
che ti sfiorino, si fa attenzione a non sporgere il corpo, a
ripararsi dietro le finestre e le mura delle scale. C'è
un guardiano di un edificio vicino che impugna il Kalashnikov
e si diverte a colpire come se fosse un bersaglio posto a terra.
Ogni tanto il fragore degli spari viene interrotto dal passare
di sirene e lampeggianti. Si vedono cortei di auto della polizia,
gipponi carichi di miliziani. Le prime luci dell'alba. Strane
sensazioni che devono essere messe a fuoco. Indizi di un qualcosa
che non quadra. Una cantilena viene diffusa da un megafono,
da un altoparlante. E poco dopo anche la preghiera del muezzin,
come se nulla fosse. E poi quelli che erano traccianti si trasformano
in fuochi d'artificio. Sono ormai le sette e passa del mattino.
Un paio d'ore e qualcosa in più di sparatorie. Dietro
il maestoso Corinthia, l'hotel di lusso dei maltesi, di fronte
alla Medina, più che traccianti si vedono quelli che
sembrano fuochi d'artificio.
Ma come, siamo all'alba di domenica, che qui è come se
fosse il nostro lunedì, inizio di settimana lavorativa,
e si spara all'impazzata e poi si fanno esplodere fuochi d'artificio?
Quale festa ci siamo persi? C'è qualcosa che non quadra.
Lentamente diventano nitidi i contorni di questa scena sfocata.
La televisione di stato annuncia che il Leader, Muammar Gheddafi,
ha trovato una intesa con le più importanti tribù,
c'è una tregua, si stanno riconquistando le città
ribelli della Cirenaica e non solo: Tobruk, Raf Lanouf, Misurata.
Può cadere anche Bengasi da un momento all'altro. Tutte
notizie smentite poco dopo dai portavoce dei ribelli, del Consiglio
nazionale libico che ha sede a Bengasi.
La sonnolenta Tripoli è sveglia oramai. Dal tetto si
vedono scene di tripudio. Cortei di centinaia di auto, di jeep,
di monovolumi, di camioncini carichi all'inverosimile sono imbottigliati
sul lungomare, in direzione Piazza Verde. Clacson e colpi di
mitra o pistola sono la colonna sonora di questa domenica mattina.
Dopo tre ore di sparatorie, la città impazzita si riversa
per le strade.
È vero, sicuramente sono i fedelissimi del raiss, che
non fanno mistero di adorare il Colonnello come se fosse un
mito vivente, baciando la sua immagine. Però colpisce
questa prova di forza. Gheddafi è in grado di mobilitare
la piazza anche all'alba di una domenica mattina. Anche se con
la menzogna, colpisce questa capacità del raiss di fare
propaganda, di essere il protagonista per nulla messo all'angolo
degli avvenimenti.
Lascia gli ormeggi un rimorchiatore stracarico di persone. Festeggia
anche lui la vittoria, con la sirena assordante va avanti e
indietro, di fronte al lungomare. La televisione di stato diffonde
le immagini di Piazza Verde piena di bandiere verdi.
Che prova di forza, riuscitissima, questa del Leader. Che minaccia:
«Se cado io migliaia e migliaia di stranieri vi invaderanno».
Altro che all'angolo. Il raiss sfida l'Occidente. Chi lo ha
dato per sconfitto deve ricredersi. Venderà cara la pelle,
Gheddafi. E lo ha dimostrato in questi giorni.
(torna su)
Le
conquiste della Libia a suon di petrodollari
Il
Sole 24 Ore
2
Marzo 2011
Morya
Longo
p.
2
Quando
ieri il gruppo inglese Pearson ha congelato la quota del 3,27%
in mano al fondo sovrano libico, i vertici della banca italiana
Ubae devono avere sentito un brivido nella schiena. I'istituto,
joint venture italo-libica, è infatti posseduto al 67,55%
da Tripoli. E lo stesso brivido l'hanno sentito probabilmente
in tanti: Tripoli, attraverso i suoi veicoli finanziari, è
infatti presente come azionista in almeno 60 società
internazionali. Non esiste una mappa completa delle partecipazioni
libiche, ne degli interessi economici, ne dei depositi all'estero.
Ma Il Sole 24 Ore, consultando molteplici fonti, ne ha costruita
una. Parziale, certo. Ma sufficiente per capire quanto la guerra
civile in Libia e i congelamenti di fondi possano frenare o
rendere più difficile l'operatività di società
in tutto il mondo. Insomma: tutti guardano all'effetto-petrolio
ma le conseguenze economico-finanziarie della crisi libica potrebbero
avere una portata molto più ampia.
E
incredibile come un paese, uscito dalle sanzioni internazionali
solamente nel 2003, sia riuscito a conquistare il mondo così
velocemente. Eppure a suon di petrodollari - attraverso i veicoli
finanziari Lia, Lafico e Libyan Aftican Investment Portfolio
- Tripoli l'ha fatto: solo la Libyan Investment Authority ha
un patrimonio di 69 (c'è chi stima 100) miliardi di dollari
in gran parte investito all'estero. Insieme alla Lafico e alla
Banca centrale, Tripoli è azionista di almeno 60 società:
dalle italiane UniCredit, Juventus, Retelit e Finmeccanica (in
passato anche Fiat), a società inglesi, olandesi, irlandesi,
africane. Negli Stati Uniti Tripoli non ha grandi partecipazioni,
ma secondo le recenti rivelazioni di Wikileaks - ha 32 miliardi
di dollari di liquidità depositata (e ora congelata)
nei conti delle banche Usa.
Ci
sono poi tutte le operazioni immobiliari, soprattutto a
Londra: è per esempio libico il centro commerciale Portman
House a Oxford Street. La capitale inglese, più che terreno
di speculazione immobiliare, è però la vera e
propria succursale finanziaria di Tripoli: a Londra Gheddafi
ha per esempio posizionato i suoi due fondi, FM Capital Partners
e Dalia Advisory. E in tanti sostengono che proprio da Londra
si muovessero i sui investimenti.
C'è
poi l'Africa. Nel 2000 gli investimenti libici nel continente
nero avevano già raggiunto 30 diversi stati, con cifre
non elevate - 1,5 miliardi di dollari - ma rilevanti.
Non
solo. Ci sono anche tutti gli investimenti esteri in Libia:
secondo l'Unctad ammontavano nel 2009 a 15,5 miliardi di dollari.
Sono noti i legami con l'Italia, rafforzati con l'accordo di
cooperazione firmato il 30 agosto. Ma anche la Francia ha interessi
rilevanti: si pensi, per esempio, che Bnp Paribas nel 2007 ha
acquistato il 16% della banca locale Sahara, con l'obiettivo
di salire fino al 51%. Insomma: la Libia è un paese piccolo
(un PIL da 73 miliardi di dollari nel 2010, investimenti diretti
dall'estero di appena 15,5 miliardi di dollari e 6,5 milioni
di popolazione), ma l'impatto mondiale di una crisi libica è
potenzialmente molto più vasto a causa della ragnatela
di partecipazioni e di interessi economici tessuta in pochi
anni post-sanzioni dal Colonnello.
Quale
effetto la crisi libica possa produrre all'estero è chiaro
nella corsa record del prezzo del petrolio. Ma le implicazioni
potrebbero essere maggiori. Per le società con i libici
tra gli azionisti (incluse le italiane) si potrebbe creare un'impasse
nei consigli di amministrazione: «Gli eventi a Tripoli
potrebbero senza dubbio alterare gli equilibri nei cda delle
società che hanno i libici tra gli azionisti rilevanti
- osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace . Nel breve
questo effetto si può tamponare, ma alla lunga può
rallentare le decisioni».
Questo
è il primo possibile effetto. Ma ce n'è uno più
ampio: quello derivante dal contagio. Le turbolenze a Tripoli
e nell'intero Nord Africa stanno rallentando gli investimenti
di fondi sovrani molto più grandi, come quello di Abu
Dhabi (600 miliardi di dollari di dotazione): veicoli finanziari
pieni di soldi che, in passato, hanno salvato banche e società
internazionali dalla crisi. Il fatto che l'Arabia Saudita abbia
deciso di spendere 37 miliardi di dollari per riforme interne,
unito al fatto che !l Barhain, Libia, Oman e Kuwait abbiano
aumentato le spese interne per una cifra pari al 4% del PiI,
ha un significato ben preciso: gli investimenti sui mercati
internazionali potrebbero presto diminuire».
(torna su)
Tre
scenari per una crisi
Il
Corriere della Sera
7
Marzo 2011
Angelo
Panebianco
p.
1
Non
bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non
ha ancora abbandonato il potere
L'Italia
e il futuro della Libia
Non
bisogna mai mettere con le spalle al muro un dittatore che non
ha ancora abbandonato il potere
Per
quanto essa sia elusiva, vaga e refrattaria a essere imprigionata
in definizioni precise, dall'idea di «interesse nazionale»
non si può tuttora prescindere. Nonostante i fiumi di
inchiostro versati sui cambiamenti delle relazioni interstatali
indotti dalla cosiddetta globalizzazione o, nel caso dei Paesi
del Vecchio continente, dall'integrazione europea, l'interesse
nazionale resta la principale bussola per coloro che devono
decidere le politiche estere come per coloro che ne valutano
gli effetti. Cruciali questioni di interesse nazionale, come
tutti sanno, sono in gioco per l'Italia nella vicenda libica.
A seconda degli esiti di quella crisi il nostro interesse nazionale
verrà salvaguardato oppure gravemente danneggiato.
Allo
stato degli atti, sembrano essere tre i possibili esiti della
crisi libica. Nel primo scenario, Gheddafi viene sconfitto,
abbandona il potere e gli subentra una nuova classe dirigente
che, nonostante grandi difficoltà, si rivela capace di
tenere insieme il Paese e di ristabilire normali relazioni con
gli altri Stati. Nel secondo scenario, la guerra civile si protrae
a lungo e la Libia sprofonda negli inferi, finisce nel girone
riservato agli «Stati falliti», in compagnia di
Paesi come la Somalia o l'Afghanistan. Nel terzo scenario, infine,
Gheddafi riprende il controllo dell'intero territorio, Cirenaica
compresa, al prezzo di un terribile bagno di sangue.
Il
primo scenario, ovviamente, è il migliore per la Libia
ma anche per noi italiani. Si tratterà di stabilire relazioni
con una nuova classe dirigente che, presumibilmente, avrà
anch'essa interesse a un buon rapporto con l'Italia, che avrà
bisogno dei legami economici con noi, tanto più nella
fase della ricostruzione post dittatura. Avevamo, è vero,
eccellenti rapporti con Gheddafi, il che ci renderà sospetti
ai loro occhi, ma è comunque un fatto che, fra gli occidentali,
non siamo stati i soli a coccolarlo. Il realismo imporrà
ai nuovi dirigenti libici di non rinunciare a una cooperazione
vantaggiosa per entrambi i Paesi.
Gli
altri due scenari, invece, ci danneggerebbero grandemente. Se
la Libia diventasse uno Stato fallito, si trasformerebbe in
una piattaforma adibita al trasferimento al di qua del Mediterraneo
di fiumi di disperati, di caos, di criminalità e terrorismo,
ossia dei frutti avvelenati che crescono sempre negli Stati
falliti. E noi saremmo in prima linea, i primi a subirne le
conseguenze. In uno scenario «somalo» diventerebbe
prima o poi inevitabile un intervento militare della comunità
internazionale volto a frenare il caos. Nonostante le insidie
e l'alto rischio di fallimento a cui un intervento militare
andrebbe incontro.
Ma
anche il terzo scenario, quello che prevede un Gheddafi di nuovo
vittorioso in Libia, sarebbe pessimo per noi.
In
politica internazionale l'ipocrisia è la regola. Fino
a ieri tutti, non solo noi italiani, fingevano di non sapere
che Gheddafi fosse un turpe dittatore che aveva sempre fatto
strame di diritti umani. Lo fingevano i governi, i banchieri,
il Consiglio dei diritti umani dell'Onu, persino la prestigiosa
Lse (la London School of Economics and Political Science di
Londra) destinataria di generosi finanziamenti libici, e tantissimi
altri. Adesso però l'incanto si è rotto, adesso
Gheddafi è un paria, un ricercato dell'Interpol, un possibile
imputato del tribunale penale internazionale. D'ora in poi,
fare affari con lui diventerà molto difficile. Se Gheddafi
riconquisterà la Libia, per l'Italia saranno dolori,
pagheremo un costo economico salatissimo. Per non parlare della
difficoltà di ristabilire rapporti di cooperazione su
materie sensibili come il controllo dell'emigrazione dall'Africa.
La
questione dei rapporti economici Italia-Libia ha due facce.
C'è, in primo luogo, il destino del centinaio di imprese
che operavano fino a pochi giorni fa in Libia e il futuro ruolo
dell'Eni. Adesso che anche noi abbiamo scaricato Gheddafi, un
vendicativo dittatore di nuovo in sella potrebbe decidere di
spazzarci via a vantaggio di meno scrupolosi concorrenti. La
Cina, soprattutto, un Paese che non ha problemi a trattare con
i peggiori dittatori, sarebbe certo lieta di subentrare alle
nostre e alle altre imprese occidentali. E c'è poi la
questione dei fondi sovrani, dei cospicui investimenti dello
Stato libico in Italia (la presenza in Unicredit, Finmeccanica,
Eni, il ruolo della Banca libica con sede a Roma, eccetera).
Per ora, in omaggio alle direttive Onu, abbiamo congelato, come
altri Paesi, i beni della famiglia Gheddafi e ci siamo dichiarati
pronti, per bocca del ministro degli Esteri Franco Frattini,
a congelare anche i fondi sovrani se ciò verrà
deciso dall'Onu o dall'Unione Europea. Ma è un tema delicatissimo.
Da un lato, sarà impossibile per noi non ottemperare
alle eventuali richieste in tal senso degli organismi internazionali.
Dall'altro lato, sarà di particolare danno farlo dal
momento che i libici sono uno dei principali investitori sulla
nostra piazza e, per giunta, un congelamento dei loro capitali
sarebbe un pessimo segnale per altri investitori. In ogni caso
sarebbe per noi una perdita secca e pesante.
Posto
dunque che non solo ai libici ma anche a noi conviene che Gheddafi
se ne vada, si può constatare quanto siano state improvvide
le dichiarazioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu del 26
febbraio secondo cui Gheddafi va processato di fronte al Tribunale
penale internazionale, l'apertura di un procedimento a suo carico
da parte del Tribunale dell'Aja, l'allerta dell'Interpol per
impedire che egli e il suo entourage possano espatriare. Non
bisogna mai mettere un dittatore che non ha ancora abbandonato
il potere con le spalle al muro. Serviva un salvacondotto, non
un processo. Magari Gheddafi è davvero pronto, come ha
detto, a morire con le armi in pugno. Ma un salvacondotto, come
alternativa al bagno di sangue, doveva comunque essergli offerto.
E dovrà essergli offerto. Conviene anche agli entusiasti
della cosiddetta «giustizia internazionale». Per
dimostrare che fra i suoi effetti perversi non ci sia anche
quello di prolungare le sofferenze dei popoli.
(torna su)
Roman
Ruins
Foreign
Policy
03
Marzo 2011
Maurizio
Molinari
In each
of my three conversations with Col. Muammar al-Qaddafi throughout
the 1990s, one theme prevailed: the Libyan leader's contempt
for my country. Listening to his verbose condemnation of Italian
colonialism was the price I paid to ask my own questions --
no matter the supposed topic of the interview. In one encounter,
in the middle of the night under a tent in the Sirte desert,
he bemoaned Libya's exploitation at Italian hands; at noon near
the sand dunes just outside Tripoli, he blamed his country's
troubles on Rome. Now, with his regime on edge, he is again
blaming outsiders for Libya's ills. The protests, he said in
a Feb. 22 address, were sparked by malevolent foreigners who
were giving the demonstrators drugs. He accused the Italians
-- along with the Americans -- of having delivered shoulder-launched
rocket-propelled grenades to the rebel forces.
Given all
this, you might find it odd -- as I still do -- that Qaddafi's
closest European ally is, or was until very recently, none other
than the Italian government. During his four decades of rule,
the colonel managed to convince Italian leaders not only that
their country owed Libya a historical debt, but that Rome couldn't
do without Tripoli's help on everything from terrorism to immigration
to oil. He extracted huge concessions from Rome and won huge
economic windfalls for cronies including Farhat Bengdara, governor
of the Central Bank of Libya, who became ice chairman of UniCredit,
the biggest Italian bank, in 2009. Perhaps most significantly,
he convinced Italy to be an evangelist for Libya's reintegration
into the world community. The result is an absurdly asymmetrical
relationship between the two countries; Qaddafi was always the
winner.
At
the beginning of his rule in 1969, Qaddafi's beef with Italy
may have been justified. Like Britain and France elsewhere in
Africa, Italy had occupied the country, sometimes brutally,
beginning in 1911. After World War I, 30,000 Italian settlers
were given farmland, taken away from local cultivators. When
Benito Mussolini came to power in Italy, he ordered his forces
to crush the fledgling Libyan resistance using any and all means.
Untold numbers were killed, forced to migrate, or shoved into
concentration camps. It wasn't until after World War II that
Libya became independent again.
Libya
was reborn in 1951 as a monarchy under King Idris, who was overthrown
by the coup d'état that brought Qaddafi to power. A disciple
of the anti-colonialism preached by Egyptian leader Gamal Abdel
Nasser, Qaddafi found in Italy the perfect enemy. In 1970, less
than a year after coming to power, he expelled every Italian
living in the country -- more than 20,000 people -- and seized
all their assets.
Qaddafi's
hatred for Italy escalated into distaste for the entire West.
He became a seemingly indiscriminate supporter of anti-Western
militancy and terrorism. He funded and trained the Red Army
Faction, the Red Brigades, and the Irish Republican Army. He
also carried out his own attacks against targets such as Berlin's
La Belle nightclub in 1986 and the Pan Am Flight 103 jumbo jet
that exploded over Lockerbie, Scotland, in 1988, killing 270
people.
Yet
throughout this period, Italy-Libya relations remained solid
-- even after the colonel dubbed a 1985 terrorist attack against
the Rome airport that took the lives of 13 people a "heroic
act," after he shot a Scud missile at the Italian island
of Lampedusa as revenge for the U.S. bombing of Tripoli in 1986,
and after he offered refuge in 1989 to Abdel Osama al-Zomar,
the Palestinian terrorist sentenced to life for having been
part of the 1982 attack against the Great Synagogue of Rome.
Yes, through
it all, Italy found a way to work with Qaddafi. Its energy giant,
Eni, began operating in Libya in 1956. Today the country supplies
Italy with 22 percent of its oil and 10 percent of its gas --
some 28 percent of Libya's total exports. In 1998, Rome and
Tripoli signed an agreement that committed Italy to paying reparations
for colonialism, without any stipulations that Libya compensate
Italians for the properties it seized in 1970. Then, beginning
in 2000, Romano Prodi, then president of the European
Commission, pushed Europe to restart trade relations with Tripoli,
which was under U.N. sanctions because of the Pan Am bombing.
In 2004, he succeeded. Prodi received Qaddafi at the European
Commission building in Brussels that April in the leader's first
visit to Europe after 15 years.
It
has always been clear who is in charge of the Italy-Libya relationship:
The more Qaddafi insulted Italy, the more concessions
he won from Rome. The colonel never wanted to build on
the two countries' common past. What he was after was more tangible:
huge Italian investments in Libyan infrastructure projects and
permission to invest in the biggest Italian bank
as well as in many strategic private companies.
This is to say nothing of oil, which Italian firms pump to the
tune of 89 million barrels a year, decade after decade -- including
during a U.N. trade embargo. Eni was the only major Western
oil company to remain in the country -- a choice that was rewarded
in 2007 when Eni entered into a giant, 10-year, $28 billion
deal with Libya, which agreed to extend existing oil supply
contracts through 2042 and natural gas ones through 2047. (Qaddafi
allegedly received a significant cut of those sales' profit.)
(torna su)
Quando
tutto profumava d'Italia
Il
Sole 24Ore
24
febbraio 2011
Mario
Platero
C'erano i "club",
il Beach Club e l'Underwater, il Lido; le scuole dei Fratelli
Cristiani, il liceo statale Dante Alighieri in Via Lazio, la
scuola elementare Regina Elena, fondata prima ancora della conquista
italiana della Libia del 1911 da Giannetto Paggi. C'era il Circolo
Italia, subito davanti al Uaddan, uno degli alberghi più
belli della città con sala da gioco; roulette e night
club. Cerano il lungomare e il porto. C'erano il Caffè
Aurora e l'Akropol su Piazza Cattedrale, il Gambrinus su Corso
Vittorio, c'erano il passeggio e le latterie, Girus e la Triestina,
frappè e granite da concorso. In fondo al Corso c'era
Piazza Italia, oggi la Green Square di Gheddafi. C'erano i commercianti,
i meccanici, i salumieri, gli imprenditori, le vecchie concessioni,
le tonnare, gli Schubert che avevano la birra Oea, i rappresentanti
delle grandi aziende italiane, le Generali, l'Eridania. Alcune
di queste società furono portate in Libia prima ancora
dell'arrivo delle truppe italiane nel 1911, fra gli altri da
Ernesto Labio. Poi diventò la Ditta Fresco, grandi vetrate
sul mezzanino che si affacciava sul Corso. C'erano la Fiat e
la Ditta Frassati che importava le Lancia e le Vespe. C'erano
i cinema, l'Odeon in Via Roma, il Rex in Via Ciano, l'Alhambra:
davano solo film in italiano.
Questo per dire che Tripoli
prima di Gheddafi, ai tempi del Re buono, Idris al Senussi,
era a tutti gli effetti una città italiana. Si parlava
italiano, l'atmosfera era italiana anche se la popolazione era
una minoranza di 40mila persone su 300mila abitanti. La ragione
è semplice, la popolazione araba viveva ancora nella
città vecchia e in periferia. La città centrale;
tipica italiana costruita dal fascismo, esiste intatta, con
i nomi cambiati. La Libia di popolazioni nomadi millenarie passò
dall'impero romano alla conquista araba, all'impero ottomano,
poi all'Italia. Non fu mai indipendente fino al 1951. E gli
italiani restarono semplicemente nelle loro case, nei loro caffè
a vivere la propria vita garantiti dalla Costituzione. C'erano
anche molti stranieri forse 20mila, molti americani, inglesi,
olandesi, dopo la scoperta del petrolio del '59. E c'era la
base aerea americana, la Wheelus Field, la più importante
del Mediterraneo. Una cittadina nella città. Si prendeva
il "channel 7", trasmetteva film americani e serial
televisivi: chi, come me, cresceva a Tripoli in quegli anni,
gli anni '60, cresceva con The Untouchables, Bonanza e Popeye
the Sailor Man. La televisione italiana si prendeva male di
sera, disturbata. In quegli anni i caccia americani rombavano
sul mare per le loro esercitazioni. E si sentiva in questo mondo
ancora coloniale il sapore vicino dell' America lontana, appena
al di là dei reticolati della Mellaha, dove c'era la
base.
L'ambiente negli anni
60, prima di Gheddafi era cosmopolita e tranquillo. Idris era
monarca costituzionale. C'era un primo ministro. I libici si
arricchivano con il petrolio e con le nuove regole che gli attribuivano
la maggioranza di ogni società. L'arabo era obbligatorio
a scuola per un'ora al giorno. Ma non lo imparava davvero nessuno.
Poi la rivoluzione, finta, perché non si sparò
un colpo. Idris era in vacanza. L'ascesa di Gheddafi, la riscrittura
della storia, l'espulsione improvvisa degli italiani rimasti
e l'esproprio. Un colpo di spugna. Una pagina che resta ingloriosa
per la nostra Repubblica, che non fece nulla per proteggerli.
(torna su)
Silvione
l'africano
Il
Venerdì
7
gennaio 2011
Francesca
Spinola
p.
54
Silvio
Berlusconi sorridente, Muammar Gheddafi radioso, fermi nell'istante
in cui la stretta di mano, da saluto formale, diventa il gesto
d'affetto di chi stringe al petto il polso di un amico. È
l'immagine che un mattino è apparsa su una palazzina
a pochi metri dalla caserma di Bab El Aziziya, la cittadella
dove il leader libico ha piantato la sua tenda.
Sette
piani di fotografia per suggellare pubblicamente quella che
ormai da due anni è una vera amicizia, in un Paese dove,
dal primo settembre 1969, è ammessa una sola immagine,
quella di Muammar Gheddafi.
L'idillio
fra i due inizia a Bengasi, il 30 agosto del 2008 quando, nell'edificio
che ospitava il quartier generale del governo italiano ai tempi
del colonialismo, seduti davanti a un'imponente scrivania in
radica, firmano l' «Accordo di amicizia, cooperazione
e partenariato» che avrebbe regolato i rapporti fra i
due Paesi. L'Italia finanzierà la realizzazione di infrastrutture
sul territorio libico per cinque miliardi di dollari nell'arco
di vent'anni. L'esecuzione delle opere sarà affidata
a imprese italiane. Roma si impegna a realizzare alcune iniziative
speciali tra le quali la costruzione di duecento abitazioni,
l'assegnazione di borse di studio universitarie, la cura delle
persone colpite dallo scoppio di mine, il ripristino del pagamento
delle pensioni di guerra ai titolari libici, la restituzione
di reperti trasferiti in Italia in epoca coloniale.
«La
firma di questo trattato» dice Berlusconi «chiude
definitivamente la pagina del passato». La penna in una
mano, nell'altra la Venere di Cirene (scultura di Afrodite restituita
dopo 95 anni): così il premier si guadagna la simpatia
e la stima di Gheddafi e del suo intero popolo. La tv di Stato
manda e rimanda le immagini del primo e unico europeo che abbia
pubblicamente presentato «le scuse del suo governo per
il periodo coloniale».
La
scrivania dell'accordo ora ha trovato una sua collocazione nel
Museo di Tripoli in piazza Verde. Quello stesso in cui, fra
la biglietteria e lo shop dei souvenir straripante copie del
Libro Verde di Gheddafi, ora campeggiano due poster retroilluminati.
In uno c'è Silvio Berlusconi con Muammar Gheddafi. Nell'altro,
Massimo D'Alema -lui nel '99 restituì la Venere delle
Terme trafugata dall'antica Leptis Magna - con il colonnello.
Due immagini esposte con un tale equilibrio di colori, dimensioni
e forme che sembrano suggerire all'ignaro visitatore: «Questi
signori meritano la mia stima».
Ma
il Trattato con il quale l'Italia ha chiuso il capitolo del
colonialismo - assicurandosi in cambio la fine del flusso migratorio
clandestino attraverso il Canale di Sicilia - non è solo
farina del sacco del Cavaliere. «Il mio amico Berlusconi
ha concluso oggi quello che i suoi predecessori Prodi, Dini
e D'Alema avevano iniziato con la firma del primo accordo nel
lontano '98». Lo ricordava il colonnello a Bengasi nel
2008. Ma se a D'Alema va l'onore di un poster retroilluminato,
a Berlusconi va la gloria delle prime pagine dei quotidiani
governativi a ogni suo viaggio in terra libica. Sei visite di
Stato, intervallate da due trasferte in Italia di Muammar Gheddafi
e del suo numeroso seguito. Dal 2008 al 2010 un totale di otto
incontri, con una media di uno ogni novanta giorni in cui la
riconoscenza di Gheddafi non si limita al dono di cammelli,
alla stampa di cartoline raffiguranti la loro stretta di mano,
all'annuncio di inserire il volto dell'amico nella filigrana
dei futuri passaporti libici. Il colonnello, che di propaganda
è un esperto, regala al premier occasioni di visibilità
internazionale con il gioco del trovarsi «al posto giusto
nel momento giusto», come nella visita del 27 marzo 2010.
L'occasione
è data dalla riunione della Lega Araba. Siamo in piena
«crisi dei visti», conseguenza della guerra diplomatica
libico-svizzera innescata dall'arresto di Hannibal Gheddafi
a Ginevra nell'estate del 2008. La Libia non rilascia più
visti ai cittadini europei. Miguel Angel Moratinos, ministro
degli Esteri spagnolo, è a Sirte. Dopo una serie di incontri,
la Commissione Ue annuncia la cancellazione della black list
che impediva a 188 personalità libiche di entrare nei
Paesi Schengen e la Libia annuncia «la fine del blocco».
Berlusconi è a Sirte e Gheddafi gli regala buona parte
del merito. Questo gioco ha il suo culmine il 13 giugno 2010,
quando, in una visita lampo priva di motivazione ufficiale,
Berlusconi va a Tripoli, proprio nel giorno in cui là
si sta negoziando la firma di un accordo che regoli la questione
con la Svizzera e porti alla liberazione di Max Goeldi, un uomo
d'affari elvetico finito nelle maglie della crisi e detenuto
in carcere. L'uomo è liberato.
Vola
a Tunisi dove trova ad attenderlo i ministri svizzero e spagnolo
partiti dopo un incontro con il leader libico sotto la sua tenda.
Berlusconi parte per ultimo e Gheddafi gli regala un «grazie
Silvio». Grazie per una crisi già risolta. Ma la
riconoscenza per aver aiutato la Libia a uscire dall'embargo,
durato dal 1986 al 2004, è più forte di ogni altra
cosa.Oggi vedi giovani per strada vestire Armani e Prada. Ascoltano
Ramazzotti e Nek, partono per viaggi di nozze in Italia, acquistano
mozzarella e parmigiano reggiano, cappelletti e panettoni. E
se chiedete loro di Berlusconi, arrivano a proporre uno scambio:
«Voi vi prendete la Guida, Gheddafi, e a noi ci date Silvio».
L'Italia
importa dalla Libia il 25 per cento del suo fabbisogno di petrolio
e il 33 di quello di gas. L'Eni ha visto allungarsi le concessioni
di altri venticinque anni e la nostra ex quarta sponda ha ottenuto
partecipazioni in Eni e Unicredit, ha finanziarie che guardano
a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali e usa l'amico
Berlusconi come megafono delle richieste all'Europa. L'ultima:
cinque miliardi di euro l'anno per contrastare l'immigrazione
clandestina.
(torna su)
In
arrivo 150 milioni per gli espulsi libici
Il
Sole 24Ore
2
dicembre 2010
Saverio
Fossati e Serena Uccello
Una vecchia cinquecento
e una foto. Un'automobile degli anni '70 e l'immagine di qualcosa
che non esiste. Degli anni libici a Vincenzo Calabretta, catanese
di 73 anni, questo è quello che resta. Oggi al posto
del suo stabilimento per la produzione di ghiaccio, primo e
unico in Libia, fondato dal padre, ci sono cinque palazzoni:
le cinque torri di Tripoli. «Mentre al posto della mia
azienda agricola c'è solo una distesa di terreno incolto».
Trent'anni dopo lo strappo, Calabretta stenta a raccontare un
ricordo che, fa capire, resta nitido. «Ero in viaggio
di nozze quando è arrivata la notizia che non potevo
più rientrare. Mia sorella era già in Italia perché
si era sposata con un ingegnere catanese. Mia madre era troppo
anziana per capire appieno cosa stava accadendo». Dice
solo che: «Dal giorno alla notte è cambiato tutto».
Come risarcimento per quello che hanno lasciato in Libia, lui
e la sorella, dopo due cause vinte, hanno ricevuto 200mila euro,
ora il nuovo decreto aggiunge qualcosa. Comunque poco per far
pace con la storia.
Le vittime delle espulsioni
selvagge (anche nella ex Jugoslavia e nelle altre ex colonie)
hanno infatti avuto una piccola chance in più con la
legge 7/2009, che ora ha trovato il decreto attuativo, pubblicato
da pochissimo in Gazzetta. Una premessa: per beneficiare della
possibilità di ottenere un supplemento di risarcimento
occorreva aver «confermato» la domanda presentata
a suo tempo (cioè in base alle leggi 1066/71, 16/80,
135/85 e 98/94), entro il 18 agosto 2009 .
Il Dm dell'Economia del
7 ottobre 2010 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 30 novembre)
stabilisce che il nuovo indennizzo corrisponde al 30% di quanto
già ottenuto come risarcimento in passato. L'ordine di
assegnazione è determinato dalla data di arrivo delle
"conferme" all'Economia. Si apre anche uno spiraglio
per cm si era visto respingere le domande a suo tempo: può
ripresentarle con nuova documentazione alla Commissione interministeriale.
Il fondo a disposizione è di 150 milioni per gli anni
dal 2009 al 2011 e, se ci saranno residui, ci potrà essere
un'ulteriore integrazione del 5% all'indennizzo.
«Qualche volta
- dice Calabretta – i miei figli mi chiedono, sono curiosi vorrebbero
che li accompagnassi. Ma io continuo a rimandare». Per
la verità Calabretta in Libia c'è tornato. Con
lui c'era una sua vecchia compagna di classe, Giovanna Ortu,
che oggi presiede l' Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia. «Mi sono fermato davanti a quella
che era la mia casa e ho scattato qualche foto. Un libico si
è avvicinato Per chiedermi chi fossi e per dirmi che
quella era la sua casa. Ho risposto di no che quella era casa
mia». I Calabretta in Libia sono arrivati nel 1911, idea
di un nonno giornalista poi diventato imprenditore. Prima le
imprese di costruzioni e le aziende agricole. Poi il padre di
Vincenzo, ingegnere, si lancia nel business del ghiaccio. Nel
1940 muore in un incidente aereo. Gli anni di guerra Vincenzo
li trascorre a Catania, come il periodo degli studi universitari.
A Tripoli c'è sua madre a gestire l'azienda del marito.
Lo farà fino agli anni '60, quando la lascerà
al figlio. E se per quei 20mila italiani costretti a lasciare
la Libia in poche ore e di corsa un parziale indennizzo è
arrivato, ci sono invece altri italiani che aspettano ancora.
Sono le imprese, si calcola poco più di un centinaio
(«ma queste sono quelle rimaste in vista, le altre sono
fallite», spiega Leone Massa che guida l'associazione
che le rappresenta), che sono andate a Tripoli negli anni '80
vincitrici di commesse. Dopo la nazionalizzazione voluta dal
colonnello Gheddafi, hanno perso tutto: commesse, aziende, macchinari.
Tutto confiscato e al momento nessun indennizzo.
(torna su)
Gheddafi
loda l'Italia per la lotta ai clandestini, ma il Quirinale frena
sul cavalierato al rais di Tripoli
Il
Sole 24Ore
29
novembre 2010
Gerardo
Pelosi
Per
la seconda volta in pochi mesi Silvio Berlusconi avrebbe voluto
"blindare" il rapporto di "amicizia e cooperazione"
con la Grande Jamahiriya libica offrendo al colonnello Gheddafi
la più alta onorificenza della Repubblica italiana, ossia
il cavalierato di Gran croce che viene normalmente concesso,
su proposta del capo del Governo, ai capi di Stato e di Governo
stranieri con i quali il nostro Paese ha rapporti di particolare
vicinanza.
Il
premier italiano aveva già tentato, ma inutilmente, di
consegnare l'onorificenza a Gheddafi il 30 agosto scorso a Roma
in occasione dei festeggiamenti per l'anniversario della firma
del Trattato di amicizia e cooperazione Italia-Libia. Ma la
richiesta avanzata al Quirinale avrebbe incontrato più
di qualche difficoltà. Le procedure necessarie alla consegna
dell'onorificenza avrebbero richiesto più tempo del necessario.
Un "no" formale non sarebbe mai stato messo nero su
bianco, ma di sicuro dal Colle un assenso alla richiesta non
sarebbe mai arrivato fino al punto da fare pensare a una "frenata"
del Quirinale su una proposta giudicata "poco opportuna".
I
tempi di istruzione della pratica non avrebbero neppure consentito
a Berlusconi di portare le insegne di "Cavaliere di gran
croce" per Gheddafi questa mattina a Tripoli. Nel vertice
Unione africana-Ue Berlusconi era oggi l'unico dei premier presenti
tra i grandi Paesi Ue (Francia, Germania e Regno Unito erano
presenti solo a livello ministeriale). E solo al nostro paese
Gheddafi ha riservato parole di apprezzamento per la collaborazione
nella lotta all'immigrazione clandestina mentre, ha aggiunto
il colonnello, se l'Europa intera vorrà frenare il fenomeno
«dovrà versare alla Libia 5 miliardi di dollari».
(torna su)
I libici
ci attaccano con le nostre navi
Il Giornale
14 settembre
2010
Gabriele Villa
p.17
Una motovedetta libica
(ma regalata dall'Italia) che spara all'impazzata contro pescatori
italiani. E sei uomini della Guardia di Finanza, italiani ovviamente,
a bordo di quella motovedetta, che sceglie come bersaglio il
peschereccio italiano. Drammatico e surreale. Perché
oltre alla beffa c'è di più, ammettiamolo. Dunque
vediamo di capirci: Amiconi o burloni i nostri vicini di casa
libici? Qualcosa non torna. Il fatto non proprio irrilevante
e, a dire il vero nemmeno troppo divertente, è accaduto,
avant'ieri sera, nel Golfo della Sirte, dove un peschereccio
della flotta di Mazara del Vallo è stato mitragliato
da una motovedetta libica. All'origine della sgradevole vicenda,
i soliti millimetri che, tra un onda e l'altra, vengono interpretati,
a seconda di chi li interpreta come acque territoriali o extraterritoriali.
Solo che un conto è scambiarsi i saluti e mandarsi a
quel paese reciprocamente, e un conto è, citiamo testualmente
le parole dell'equipaggio del peschereccio «Ariete»,
ancora sotto choc, «sparavano per uccidere». Questo
avrebbero fatto i nostri «amici» libici.
I colpi hanno infatti forato una fiancata del motopesca d'altura
di 32 metri e un gommone utilizzato come tender. Il peschereccio,
guidato dal capitano Gaspare Marrone, che è riuscito
ad evitare l'abbordaggio e allontanarsi. ha proseguito la navigazione
verso il porto di Lampedusa, dove è giunto nella mattinata
di ieri.
Ma c'è di più, appunto, e quel qualcosa in più
suscita ben altri interrogativi. Secondo il capitano Marrone,
l'unità della marina libica che ha aperto il fuoco potrebbe
infatti essere una delle imbarcazioni regalate (sei in tutto)
dall'Italia alla Libia, nell'ambito dell'accordo per il contrasto
all'immigrazione clandestina. Così infatti il comandante
dell'Ariete si è espresso quando ha ricostruito l'episodio
nella Capitaneria di Porto. «Era una motovedetta molto
nuova, e questo mi fa pensare che possa essere una di quelle
donate dall'Italia alla Libia per il servizio di respingimento.
Inoltre ho il dubbio che vi potesse essere un italiano a bordo
di quella motovedetta perché l'intimazione a fermarsi
ci è arrivata da un uomo che parlava con un accento italiano
impeccabile. Ci ha urlato: «Fermatevi o questi vi sparano»
. Che motivo aveva di dire “questi?”. Avrebbe detto piuttosto
“fermi o vi spariamo”. E poi con quell'accento più italiano
del mio. Ripeto, la motovedetta era di costruzione recente e
non aveva armi pesanti. Ma a bordo era stata piazzata una mitragliatrice
Mg e con quella ci hanno sparato addosso. Siamo vivi per miracolo
perché i libici hanno sparato all'impazzata e solo per
un caso non hanno provocato l'esplosione di alcune bombole di
gas che avevamo a bordo». In altre parole, che sono anche
le parole di un altro componente dell'equipaggio, Alessandro
Novara («L'unità militare che ci ha mitragliato
era identica a quelle utilizzate in Italia dalla Guardia di
Finanza, anche se batteva bandiera libica») c'è
la fondata ipotesi che quei colpi siano partiti da uno dei nostri
regali al colonnello e c'è anche la certezza visto che
il Comando generale lo ha confermato ieri in serata, che a bordo
di quel regalo, cioè di quella motovedetta, ci fossero
sei militari delle Fiamme gialle, tra quelli distaccati a seguire
da vicino, con compiti di addestramento e osservazione, i colleghi
libici. Da anni le autorità libiche rivendicano la loro
giurisdizione sul Golfo della Sirte, sequestrando (gli ultimi
episodi risalgono a Giugno) le imbarcazioni mazaresi sorprese
a pescare in quel tratto di mare. Ma il capitano assicura che
l'Ariete, al momento del tentativo di abbordaggio, stava navigando
e non era impegnato in una battuta: «Non avevano nessun
diritto di fermarci». Per chiarire i dubbi la posizione
dell'imbarcazione italiana sarà comunque controllata
mediante i dati Gps forniti dal blue box, una sorta di scatola
nera in dotazione alle imbarcazioni. Il Viminale e la Farnesina
hanno aperto un'inchiesta. Nel frattempo il comandante della
Guardia costiera libica ha espresso le sue scuse alle autorità
italiane per l'accaduto.
(torna su)
E nel
porto ora cresce la rivolta dei pescatori: "Gheddafi sorride
ma ci attaccano ogni giorno"
La Repubblica
14 Settembre
2010
Francesco Viviano
p.9
«Della più
grande marineria del Mediterraneo ci è rimasto solo il
nome. Qui si gioca con il nostro pane e la nostra pelle e gli
armatori non sono più in grado di assicurarci neanche
il minimo garantito, ma non da ora. Sono anni che ci sparano
addosso e non gliene frega niente a nessuno». Lo sfogo
di un marinaio in cerca di imbarco nel porto di Mazara suscita
applausi e insulti all´indirizzo di quelle che quaggiù
chiamano solo le «autorità».
La notizia dell´agguato al motopesca «Ariete»
rimbalza tra la gente di mare che alterna rabbia a rassegnazione.
«Niente di nuovo sotto il sole - dice Vito Giacalone,
armatore di una delle famiglie storiche di Mazara, proprietario
di tre pescherecci - questa incredibile situazione si trascina
da anni, ma è peggiorata da quando unilateralmente i
libici hanno deciso di dichiarare di propria competenza le acque
fino a 74 miglia dalla costa, e non 12 miglia come prevede il
diritto internazionale. Ma quelli sono i nostri mari, la vita
nostra e delle nostre famiglie, lì abbiamo sempre pescato
e continueremo a pescare nonostante i sequestri, gli inseguimenti,
le sparatorie. I libici non vogliono sentire, e ai nostri governanti
a quanto pare non interessa più di tanto. E meno male
che Gheddafi è appena venuto in Italia e che tutti sbandierano
gli ottimi rapporti con la Libia. La verità è
che ci sono interessi economici e affari ben più importanti
del nostro pane, della convivenza civile, della pace nel Mediterraneo».
Il pane e la vita. Solo questi due sostantivi e l´universo
che ci gira attorno interessa ad armatori e marinai di Mazara
del Vallo e alle migliaia di nordafricani stabilitisi qui da
anni. Cinquecento euro per trenta giorni di pesca nel mammellone,
è questo il salario minimo garantito che gli armatori
riescono con difficoltà ad assicurare agli equipaggi
perché - spiega uno di loro - «per fare uscire
un peschereccio in mare oggi ci vogliono almeno 50mila euro
e quindi non ci possiamo permettere né di stare poco
in mare, né di non andare a pescare almeno a 30 miglia
dalla costa, né tantomeno di fermarci».
Quattrocento pescherecci, un volume d´affari di 450 milioni
di euro all´anno, 30 mila tonnellate di pescato, 7000
occupati compreso l´indotto. Questi i numeri che fanno
di Mazara il primo distretto della pesca in Italia. Numeri che
non si sono mai sposati con i più recenti trattati italo-libici
(nel 2007 quello firmato dal governo Prodi, nel 2009 quello
di Berlusconi) che hanno cercato di rinnovare gli accordi in
tema di immigrazione e di pesca. A Mazara si fa il conto solo
degli ultimi pescherecci sequestrati nel 2010 e delle multe
salatissime che gli armatori sono stati costretti a pagare:
l´Alibut, il Marine 10, il «Vincenza Giacalone»,
sequestrati il 10 giugno e rilasciati dopo tre giorni e l´intervento
personale di Berlusconi.
Dice Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto produttivo
della pesca: «É arrivato il momento di mettere
fine ad una vicenda ormai annosa e, cioè, quella dell´estensione
unilaterale da parte della Libia delle proprie acque territoriali
ben oltre le 12 miglia . Bisogna trovare un accordo economico-scientifico
e produttivo con le autorità libiche. Bisogna dare seguito
concreto al trattato italo-libico firmato nel 2008».
Il sindaco Nicola Cristaldi non nasconde la sua preoccupazione:
«Siamo molto amareggiati per la gravissima aggressione
perpetrata da parte di unità navali libiche nei confronti
del peschereccio Ariete. Questo episodio vanifica il grande
lavoro fatto a Mazara del Vallo e fa risvegliare dal letargo
gli scettici della multiculturalità e multi etnicità.
Il governo libico dovrà rendere conto di questa gravissima
azione».
La gente di Mazara è esasperata: i giovani che scelgono
ancora di andare per mare lo fanno per fame e disperazione e
soprattutto lo fanno con paura. «Nella disgrazia anche
oggi non è successo niente - dice un pescatore, Salvatore
Limuli - ma sappiamo tutti ogni giorno che potrebbe succedere
ad uno di noi. Quelli sparano per affondare e uccidere».
(torna su)
Emma
Bonino: “Quel trattato non ha mai sciolto il nodo delle acque
territoriali”
La
Repubblica
14
settembre 2010
Giampaolo
Cadalanu
p.9
ROMA
- Il ruolo di Cassandra a Emma Bonino, vicepresidente del Senato,
proprio non piace: non vuole pronunciare la fatidica frase "noi
l'avevamo detto", ma la tentazione è forte. Presidente
Bonino, come valuta quello che è accaduto al largo della
Libia? «È l'ennesimo episodio nefasto di un trattato,
quello del 2008, di per sé sciagurato, voluto da destra
e da sinistra con poche lodevoli eccezioni. Oltre ai radicali
votarono contro solo Furio Colombo e pochi altri. Era stato
D'Alema a sostenere che il partenariato con la Libia era "strategico"».
E invece? «Quell'accordo prevede un partenariato speciale,
con implicazioni e conseguenze che si potevano facilmente prevedere.
Ma non mi piace il ruolo della Cassandra». Qual era il
punto meno convincente dell'accordo? «La cessione alla
Libia di tre motovedette della Guardia di Finanza - poi seguite
da tre pattugliatori - per il controllo dell' emigrazione clandestina
prevedeva anche che venisse sciolto il nodo delle acque territoriali.
In altre parole, bisognava risolvere la disputa sul Golfo della
Sirte, che Tripoli considera territorio libico e la comunità
internazionale no. Ma ad affrontare questa disputa la Libia
non ci ha pensato neppure». Come mai l' accordo prevedeva
anche la presenza di personale italiano a bordo delle motovedette?
«Era prevista a bordo di quelle navi la presenza di ufficiali
italiani come istruttori. Ma adesso con quelle stesse navi ci
mitragliano! È una conseguenza paradossale, ma prevedibile
e prevista, di un trattato nefasto. Questi mitragliano ad altezza
d'uomo». Secondo lei, avevano riconosciuto la nave? «Senza
dubbio. Sapevano perfettamente di avere di fronte l'Ariete.
Sapevano che stava seguendo le leggi del mare, che prevedono
la salvezza delle persone prima di tutto. Sapevano che l'Ariete
era in acque internazionali». Come va giudicata l'azione
libica? «Per lo meno come atto ostile. Il trattato di
amicizia non impegnava i due paesi a evitare atti ostili? E
questo come lo definiamo, un atto di gentilezza?». Lei
vede un legame fra questo episodio e la visita di Gheddafi a
Roma? «Non so proprio se ci siano legami. Ma so che per
valutare la visita del colonnello ci si è fermati sugli
elementi più kitsch, la presenza delle hostess pagate
80 euro per la comparsata. Fra l'altro, il parterre della visita
precedente era composto da ministre, deputate e imprenditrici,
non pagate, che ascoltavano religiosamente le lezioni di Gheddafi
sul libretto verde». Ma il problema è la politica
sull' immigrazione o gli accordi con una dittatura? «Tutti
e due. Gli accordi con dittatori non sono rari: appena nel luglio
scorso noi radicali siamo riusciti a rimandare in commissione
un accordo di "partenariato speciale" con il Sudan
di Omar al Bashir, ricercato dalle Nazioni Unite. Ma il problema
non è la politica di questo governo. L'accordo con la
Libia è stato votato entusiasticamente da destra e da
sinistra. Ci vogliamo fermare un attimo a pensare?».
(torna su)
Il
Trattato da riscrivere
Corriere
della Sera
14
settembre 2010
Fiorenza
Sarzanini
p.1
L'
imbarazzo che si respira al Viminale
non basterà a rovinare i rapporti con la Libia, ma certo
quanto accaduto ieri riapre in maniera forte le polemiche sull'
accordo siglato dal governo italiano con il colonnello Gheddafi.
Perché quelle sei motovedette consegnate ai militari
di Tripoli - le prime tre nel maggio scorso durante una cerimonia
organizzata nel porto di Gaeta alla presenza del ministro dell'
Interno Roberto Maroni e dell' ambasciatore in Italia Hafed
Gaddur - devono essere utilizzate per un compito preciso: contrastare
l' immigrazione clandestina. E dunque adesso bisognerà
capire come mai i militari libici che erano a bordo abbiano
sparato contro il motopeschereccio, ma soprattutto quale ruolo
abbiano avuto i sei finanzieri, due ufficiali e quattro sottufficiali.
La versione libica fatta filtrare nel pomeriggio di ieri assicura
che l' imbarcazione di Mazara era entrata in acque territoriali
e la reazione si è resa necessaria per bloccare la pesca
di frodo. In particolare è stato detto che «si
trovavano al largo della località di Abu Kammash»,
dunque a circa 30 miglia dal porto di Zwarah. Questa ricostruzione
non appare però supportata da alcun dato concreto per
dimostrare che davvero il peschereccio abbia superato le acque
internazionali. Del resto l' accordo sottoscritto dall' Italia
prevede che i mezzi marittimi pattuglino la zona a ridosso del
confine, ma dove passi esattamente questa linea nessuno lo ha
mai stabilito. E in ogni caso non è previsto che si possa
fare fuoco per fermare chi ha eventualmente superato la frontiera.
Invece proprio questo è accaduto e adesso anche i rappresentanti
del governo sono costretti ad ammettere la necessità
di modificare le regole di ingaggio, intervenendo su quei punti
del «trattato d' amicizia» che lasciano spazio all'interpretazione
sull' utilizzo delle motovedette e sui compiti effettivi assegnati
agli ufficiali che attualmente hanno soltanto funzioni di «osservazione
e supporto». Maroni ne ha parlato a lungo con il titolare
degli Esteri Franco Frattini prima di confermare per oggi una
riunione tecnica che dovrà servire proprio ad avviare
la procedura per correggere l' intesa bilaterale. Anche perché
quanto accaduto ieri è soltanto l'ultimo degli episodi
che segnano la volontà dei libici di ottenere il controllo
pressoché totale di quel tratto di mare. Già da
molti anni Gheddafi rivendica infatti la propria giurisdizione
sul Golfo della Sirte. Gli ordini impartiti ai suoi mezzi navali
violano le regole internazionali e in ogni caso non possono
valere - proprio questo sarebbe stato ribadito nei contatti
fra i due Paesi visto che poi in serata sono arrivate le scuse
ufficiali e l' annuncio della creazione di un comitato d'inchiesta
che indagherà su quella che viene ritenuta una vera e
propria aggressione - per il personale libico che utilizza le
motovedette messe a disposizione dall'Italia. La Farnesina,
ma anche i comandi delle forze italiane che hanno inviato a
Tripoli un contingente per addestrare e affiancare il personale,
specificano che «i nostri sono cittadini stranieri su
suolo libico e dunque non hanno alcun potere di intervento».
È proprio la regola che deve essere cambiata, assegnando
agli ufficiali italiani un compito operativo che consenta loro
di poter agire quantomeno in accordo con il comandante libico.
«Ma - chiariscono al ministero degli Esteri - bisogna
anche mettere a punto l' elenco delle situazioni nell' ambito
delle quali è consentito l' utilizzo delle motovedette,
specificando che tutte le apparecchiature fornite sono esclusivamente
destinate al contrasto dell' immigrazione clandestina e non
ad altri scopi». Del resto le motovedette sono soltanto
una delle numerose concessioni fatte dall' Italia a Tripoli
per ottenere il pattugliamento marino. Oltre ai sei mezzi navali
sono state consegnate apparecchiature per il controllo terrestre,
radar, autoveicoli, senza contare i 5 miliardi di dollari in
vent' anni e l' impegno alla costruzione dell' autostrada che
attraverserà perpendicolarmente il Paese. Il «grande
gesto» che il colonnello rivendica e sul quale ha ormai
ottenuto la sottoscrizione dell' impegno formale.
(torna su)
Se
Gheddafi ci ripaga così
Il
Messaggero
14
settembre 2010
Claudio
Rizza
p.1
C'è
tanto fumo sulla vicenda del motopesca Ariete, sforacchiato
dalla mitragliatrice di una delle sei motovedette che l'Italia
ha regalato alla Libia. Fumo è la guerra dei pescherecci,
fumo è persino la presenza di nostri militari sulla motovedetta.
L'arrosto il vero problema è un altro: le motovedette
sono state regalate per contrastare in mare l'immigrazione clandestina,
per intercettare barconi e barchine che puntano verso Lampedusa
o le coste siciliane, e impedire che vi arrivino. Non certo
per partecipare alla caccia ai pescherecci, imbottiti, questo
sì, di pescatori immigrati nord africani che lavorano
come bestie per gli armatori di Mazara. Neri ma non clandestini,
forzati del mare che non possono tornare a terra se non con
la stiva piena. E infatti, l'Ariete, dopo essersi riparato nel
porto di Lampedusa ed aver turato i buchi dei proiettili, è
dovuto subito salpare per tornare a pescare.
La guerra tra i pescherecci mazaresi e i libici è vecchia
di decenni, noi a rubare il pesce nelle acque della Sirte, loro
a catturare le nostre barche, in una perenne lite su quali siano
le acque internazionali e quali no. Fumo. Come lo è,
paradossalmente, anche che uomini della Guardia di Finanza stiano
sulla motovedetta che ha sparato: gli accordi lo prevedono,
i libici vengono addestrati ad usare le nostre barche e l'osservatore
con le stellette italiane serve a controllare gli scopi della
missione, visto che i pattugliamenti sono “condivisi” da Roma
e Tripoli.
Il 14 maggio scorso, a Gaeta, il ministro leghista Maroni partecipò
alla consegna di tre motovedette alla Libia. Iniziò così
un «nuovo capitolo della collaborazione tra il nostro
Paese e Tripoli ai fini della lotta contro i traffici criminali
di esseri umani e lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina»,
disse il comandante generale della Guardia di Finanza, Cosimo
D'Arrigo. Che spiegò come i pattugliamenti congiunti
nelle acque territoriali libiche e internazionali avevano come
«priorita' assoluta alla ricerca e al salvataggio delle
persone che in mare si trovano in condizioni di grave ed imminente
pericolo» ma anche «l'azione concomitante di contrasto
delle organizzazioni criminali internazionali».
Cosa c'entrino i pescherecci bisognerebbe chiederlo ai militari
di Gheddafi ma soprattutto al ministero degli Esteri del Colonnello.
Non si regalano sei navette modernissime, 43 nodi di velocità,
90 tonnellate di stazza, lunghe 27 metri l'una, dotate di moderni
sistemi di scoperta e telecomunicazioni, per andare a scippare
qualche cassetta di pesce. Né lo si può fare dopo
che si è venuti a Roma, in pompa magna, a celebrare il
trattato italo-libico, a dimostrazione della grande amicizia
che ormai alberga tra Berlusconi e Gheddafi. Il problema è
politico, e non è mostrando arrendevolezza al dittatore
libico che si difendono gli interessi italiani. Tutt'al più
si beccano cannonate, e i proiettili sono pure nostri.
(torna su)
E'
il momento di risolvere vecchie questioni
Il
Tempo
28
agosto 2010
Federico
Guiglia
p.1
Per
qualche giorno il Cavaliere non sarà più il Cavaliere.
Il titolo passa a Muammar Gheddafi, che arriva a Roma con una
squadriglia di cavalieri e trenta cavalli arabi per celebrare
il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia
e Libia. L'ospite pianterà l'inseparabile tenda non più
a Villa Pamphili, come fece nella visita dell'anno scorso, ma
presso la residenza del suo ambasciatore.
Seguiranno
eventi alla caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto di Tor
di Quinto e mostre fotografiche, non si sa se anche quest'anno
al Cavaliere di Tripoli sarà riservato un trattamento
da stella di Hollywood. Le poche notizie che filtrano sulla
sua galoppata romana, lascerebbero intendere che il circolo
degli adulatori avrà qualche difficoltà a strappargli
l'autografo, perché l'avvenimento – dicono – è
stato organizzato con maggiore sobrietà.
Ecco,
ci risparmino almeno gli osanna: il colonnello Gheddafi non
è Obama, né Lula, né Mandela. Che il contenzioso
con l'Italia da lui aperto e dilatato dovesse essere chiuso
una volta per tutte, non ci sono dubbi. Anche se c'è
modo e modo di chiudere i contenziosi. Che il Trattato rappresenti
un nuovo inizio nei rapporti complicati tra i due Paesi, non
è solo un auspicio di amicizia ritrovata, e peraltro
mai perduta, fra le popolazioni, ma anche un atto lungimirante
di interesse nazionale. E poi “uno i vicini non se li può
scegliere”, come disse una volta Giulio Andreotti, riferendosi
proprio al dirimpettaio in Libia. Ma il tappeto rosso
no. Al contrario, proprio grazie alla nuova era che si è
spalancata tra Roma e Tripoli, ora sarà più facile
far valere quella dignità nazionale che per quarant'anni
è stata ignorata dopo la cacciata dei ventimila nostri
connazionali dalla Libia e dei loro beni confiscati nel 1970.
A proposito: perché essi o i loro familiari (dati i tempi,
molti rimpatriati sono nel frattempo morti), non sono stati
ancora risarciti secondo giustizia ed equità? Perché
l'Italia “riscoperta” da Gheddafi non pone la questione con
amichevole franchezza? Adesso può farlo, adesso deve
farlo.
Intendiamoci,
non siamo così sciocchi da non capire che la corsia preferenziale
accordata alle imprese italiane, con tutti i vantaggi che ricadono
anche a beneficio dei cittadini italiani, sia più importante
dei quattro spiccioli ancora reclamati dagli italiani di Libia.
Ma un'ingiustizia
non cessa di essere tale solo perché nel frattempo, costruiremo
in Libia la strada più bella dell'Africa. D'altronde,
accordi riparatori in questo senso sono già stati realizzati,
Italiani e libici hanno restaurato insieme il cimitero cattolico
di Tripoli: per quanto bizzarro sembri e sia il Cavaliere libico,
con lui ragionare si può. Ragionare su tutto, quindi:
investimenti e gesti simbolici, immigrazione e umanità
per gli immigrati, convegni storici e mostre archeologiche.
Ma
pure ragionare sugli italiani che in Libia sono nati o cresciuti,
e che tutto hanno perso all'epoca dell'espulsione da lui decretata.
C'è un importante
precedente che mostra quale possa essere il nuovo spirito tra
nuovo amici. Ricordate quando, non si sa se per un equivoco
o per un dispetto, le autorità libiche non volevano che
le Frecce Tricolori firmassero con il Tricolore il cielo di
Libia? Il comandante delle Frecce disse, semplicemente, di no:
“Senza il Tricolore, le Frecce non volano”. Finì come
doveva finire, con verde, bianco e rosso che si stagliava nell'azzurro
di Tripoli. Ecco un piccolo, grande esempio di quella dignità
nazionale che vale sempre.
(torna su)
Italia-Libia:
i profughi italiani, ancora non ci hanno risarcito un euro
Ortu
(Airl), non firmati i decreti attuativi della legge di stanziamento
fondi
Adnkronos
28
agosto 2010
Enzo
Bonaiuto
"Ancora
non abbiamo visto un euro". In vista dell'arrivo in Italia
del leader libico Gheddafi, protesta la presidente dell'Airl,
l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, Giovanna
Ortu, nata nel 1939 nel paese africano da padre sardo e madre
siciliana e cacciata assieme ad altre 20.000 persone nel luglio
1970, subito dopo la presa del potere da parte del colonnello
Gheddafi nel settembre 1969.
"Il
governo Berlusconi con il suo ministro dell'Economia Tremonti
- spiega all'ADNKRONOS - non ha firmato il decreto attuativo
della legge del febbraio 2009 di ratifica del trattato fra Italia
e Libia dell'agosto 2008, con la quale si stanziavano 150 milioni
di euro per tre anni - 2009, 2010, 2011 - quale risarcimento
ai privati per i beni confiscati quarant'anni fa. In media,
fa circa 8.000 euro a persona".
In
realtà, osserva Ortu, "più che di risarcimento,
si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400 miliardi
di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero pari a circa
3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente pari ai 5
miliardi dollari destinati dal nostro governo alla Libia per
i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso la costruzione
di un'autostrada e altre opere urbanistiche, per i cui lavori
sono comunque interessate aziende italiane: una sorta di 'partita
di giro' insomma. Ma la realtà è che anche di
questo modesto indennizzo nelle nostre tasche non è arrivato
finora nulla".
Più
che con la Libia , l'associazione degli italiani rimpatriati
se la prende con l'Italia, "che storicamente non si è
mai dimostrata in grado di intervenire con efficacia, fin da
quando l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro - ricorda
Ortu - si affidò all'Egitto, sbagliando, per ottenere
la tutela dei nostri interessi. L'accordo recente con la Libia
è sembrata essere l'occasione giusta per liquidare l'intera
questione, ma purtroppo finora così non è stato".
In
'compenso', alla presidente dell'Airl è arrivato un invito
firmato Berlusconi per assistere lunedì prossimo assieme
al premier e al colonnello Gheddafi alla kermesse di equitazione
prevista alla caserma dei Carabinieri 'Salvo D'Acquisto' a Tor
di Quinto. "Sono molto grata dell'invito che è pur
sempre un gentile segnale di attenzione che negli anni passati
è mancato - sottolinea - nonostante anche l'interessamento
testimoniato dal Quirinale".
Aggiunge
poi con un pizzico di ironia: "Andrò volentieri
alla manifestazione, ma non vorrei che fosse un invito indiretto
a darci all'ippica... nel senso di rinunciare alle nostre sacrosante
richieste. Anzi, l'occasione potrebbe essere la più adatta
per firmare i decreti attuativi, ora rimandati con la scusa
della crisi economica".
(torna su)
Gheddafi:
delusi i rimpatriati italiani, di noi non si parla mai
AGI
31
agosto 2010
Grande
delusione: si puo' 'tradurre' cosi' la reazione dell'Associazione
dei rimpatriati italiani dalla Libia (Airl) alla visita a Roma
di Muammar Gheddafi che ha rivendicato il merito di aver salvato
la vita dei nostri esuli. Scherza Giovanna Ortu, presidente
dell'Airl, invitata alla festa per il Trattato di amicizia e
alla manifestazione equestre: "La mia prima reazione stamane?
E' stata quella di prenotare una doppia seduta dallo psicanalista",
dice. Poi spiega: "Di noi non si parla mai, si citano il
fascismo e i suoi mali per esaltare il nuovo trattato. Neanche
ieri, dopo il discorso di mezz'ora tenuto da Gheddafi, il Governo
ha ricordato che la presenza italiana in Libia risale ai nostri
avi, nessuno ha citato il patrimonio architettonico considerevole
che abbiamo lasciato e nemmeno i danni di guerra ripagati".
"Ma le pare - ha incalzato la Ortu - che oggi Israele se
la potrebbe prendere con la Germania della Merkel per i campi
di concentramento, senza suscitare reazioni? Gheddafi si e'
sentito in dovere di giustificare il proprio operato, nessuno,
invece, ha difeso il nostro Paese che quarant'anni fa ha schierato
la flotta della Marina, pronta ad intervenire se qualcuno ci
avesse torto un capello".
Uno Stato "deve difendere i propri cittadini e la verita'
della propria storia. Ieri non era forse il momento di replicare,
ma il mio invito a farlo resta", dice Ortu che sulla festa
aggiunge: "non riesco a capire perche' mi abbiano invitato.
Non ho potuto nemmeno salutare Gheddafi. Il carosello dei
carabinieri? E' l'unica parte che mi ha scaldato il cuore".
(torna su)
La
presidente dei rimpatriati italiani: “Roma come Tripoli non
ci ha dato un euro”
Quotidiano
Nazionale
31
agosto 2010
Alessandro
Farruggia
p.
5
“Non
abbiamo petrolio né clandestini, e così nessuno
ci ascolta. Ci hanno promesso una miseria di indennizzi, ma
poi neppure quelli ci danno: Tremonti dice che non ci son soldi
e non firma i decreti attuativi. E così, paradossalmente
speriamo in Gheddafi…”. Giovanna Ortu è la combattiva
presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia,
E non ha mia mancato di far valere i diritti dei 20 mila italiani
che furono cacciati nel luglio del 1970.
Signora
Ortu, com'è che ha accettato di andare alla cena con
Gheddafi e Berlusconi?
“Vede,
noi non abbiamo i potere ricattatorio di Gheddafi, ma abbiamo
pagato per colpe non nostre e soprattutto non vogliamo rinunciare
ai nostri diritti. Quest'anno è il 40° anniversario
dell'espulsione e noi non vogliamo dimenticare le nostre ferite
morali e materiali”.
Ma
perché accettare l'invito se vi sentite maltrattati?
“Perché
nel trattato italo-libico del 2008 si stanziavano 150 milioni
di euro quale risarcimento per i beni che ci furono confiscati
dai libici, e che ai valori di oggi ammontavano a circa 3 miliardi.
Il risarcimento deve essere pagato dall'Italia che in qualche
modo si era accollata il ‘debito' libico, spalmato su tre anni,
2009-2011, ma sinora non abbiamo visto un euro. Ora siccome
Berlusconi ascolta attentamente Gheddafi, spero di avere l'occasione
di scambiarci due parole”.
Con
Gheddafi?
“Già.
E sono sicura che se lui intercedesse, Berlusconi finirebbe
per parlare con Tremonti…”.
Una
provocazione …
“Certo.
E comunque siccome siamo ancora in uno stato di diritto, i nostri
avvocati hanno diffidato
Tremonti.
Non molliamo mica”.
Irritata
per le ultime prese di posizione di Gheddafi sulla religione
e le donne?
“Io
sono amica del popolo libico, ma dire che lì le donne
hanno più diritti è una pura assurdità.
Un esempio: e una donna si separa perde tutti i diritti sui
figli. Cos'è, moderno? Giusto? Quanto all'Islam, crede
che ci sia consentito di fare proselitismo a Tripoli? Provate,
poi mi dite…”.
(torna su)
Incresciosa
messa in scena o forse solo un boomerang
Avvenire
31
agosto 2010
Marco
Tarquinio
Amiamo
l'idea di un Mediterraneo «mare comune» dei popoli
che gli vivono attorno, specchio di culture e di economie amiche
e in serena collaborazione, metaforica e concreta via di comunicazione
anche tra le religioni dopo essere stato per secoli tramite
di ostilità, di terrori e di reciproche invasioni militari.
Abbiamo perciò accolto come una buonissima notizia, due
anni fa, la «riconciliazione» tra Italia e Libia
dopo un lunghissimo e aspro contenzioso, frutto della politica
coloniale italiana e dei suoi misfatti – per molto tempo taciuti
– contro le popolazioni libiche e delle dolorose ingiustizie
subìte – e in troppo breve tempo dimenticate – dagli
italiani spogliati di tutto e cacciati dalle loro case in terra
libica.
Viva la nuova stagione e il conseguente fiorire – tra gran sfoggio
di amicizia e qualche tenace sospetto – di intese e di commerci
tra Roma e Tripoli. Viva anche la chiusura di certe rotte marine
della sofferenza e della morte per migranti d'Africa e dei cinici
traffici dei nuovi mercanti di esseri umani, sebbene inevitabile
e dolente il pensiero corra ai "respinti e basta",
agli uomini e alle donne e ai bambini in fuga dalle guerre e
dalla persecuzione che si arenano nei deserti di Libia e nessuno
riconosce e nessuno accoglie secondo umanità e secondo
le leggi che le nazioni civili si sono date.
Ma incontrarsi serve comunque. Serve sempre. E la solenne visita
che il colonnello Gheddafi sta effettuando per la seconda volta
nella capitale italiana è ovviamente un'occasione d'incontro
e di reciproca conoscenza. Sperabilmente di crescita, di chi
più ha da crescere, nella comprensione del valore della
democrazia e dei diritti umani. Un avvenimento con aspetti sostanziali
e circostanze, per così dire, volutamente folkloristiche.
Ma anche con momenti incresciosi e urtanti. Come l'incontro
per una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura
europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate.
Messa in scena organizzata, quasi di soppiatto, un anno fa e
questa volta lanciata, invece, come spettacolare prologo agli
incontri più strettamente politici con le autorità
italiane.
Viene da chiedersi – e tanti, in effetti, se lo sono chiesti
– a quale leader d'un Paese di tradizione e maggioranza cristiana
sarebbe stato concesso di predicare e battezzare in un Paese
di tradizione e maggioranza islamica. Anche se è una
domanda insensata. Prima di tutto, perché ai politici
cristiani mai verrebbe in mente di farlo e, subito dopo, perché
neanche a preti e missionari cristiani viene consentito di farlo
mentre ai cristiani semplici (che siano lì per lavori
servili o per affari o per prestazioni professionali qualificate)
è addirittura interdetto – tranne che in poche eccezioni
– di proclamarsi tali a parole e segni.
Nella tollerante e pluralista Italia, in questo nostro Paese
di profonde e vive radici cristiane e capace di una positiva
laicità, nella Roma cattolica, Gheddafi ha potuto invece
fare deliberato spettacolo di «proselitismo» (anche
grazie a un tg pubblico incredibilmente servizievole e disposto
a far spiegare alle otto di sera della domenica che il colonnello
ha esercitato il «dovere» di «ogni musulmano:
convertire» gli altri). Non sapremmo dire in quanti altri
Paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso, avrebbe
avuto spropositata (e stolida) eco.
Probabilmente è stato un boomerang, una dimostrazione
di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato
non (più) estremista piano politico e piano religioso.
Certamente è stata una lezione. Magari pure per i suonatori
professionisti di allarmi sulla laicità insidiata...
(torna su)
Gheddafi:
"Bene festeggiamenti, resta amarezza mancata firma decreto"
Comunicato
stampa dell'On. Marco Marsilio (PDL)
30
agosto 2010
“Sono
eccezionali i risultati ottenuti dal Governo con lo storico
Trattato Italia-Libia firmato nell'agosto del 2008; gli
sbarchi si sono ridotti in modo drastico così come lo
schiavismo che imperava dietro la tratta di esseri umani, forte
anche la conseguente riduzione dell'immigrazione clandestina”.
È
quanto
dichiara il deputato del Pdl, Marco Marsilio .
“Gli
effetti positivi che questo tipo di politica ha portato e continua
a portare – continua Marsilio - sono palesi, ma al tempo stesso
c'è l'amarezza del fatto che non è ancora
stato firmato il decreto per distribuire ai profughi italiani
rimpatriati dalla Libia le somme che il Parlamento ha stanziato
nella legge di ratifica del Trattato tra Italia e Libia. Si
tratta di un debito storico che la comunità nazionale
ha nei confronti di queste famiglie che da quarant'anni attendono
giustizia ”.
“La
firma del decreto – aggiunge Marsilio - e l'erogazione dei fondi
sarebbe stato un segnale di attenzione che anche se largamente
insufficiente dal punto di vista economico avrebbe avuto un
grande valore morale. Sulla firma di questo decreto c'è
un'inspiegabile ritardo perché le commissioni parlamentari
hanno praticamente da un anno licenziato il testo che attende
solo di essere firmato e pubblicato in Gazzetta”.
“Prima
dell'estate – conclude Marsilio - i ministri Meloni e La Russa
riprendendo le sollecitazioni del sottoscritto e dell'Associazione
Italiana dei Rimpatriati dalla Libia, avevano esortato il presidente
Berlusconi in Consiglio dei Ministri a prendere l'iniziativa
per sbloccare la vicenda. Ciò nonostante sono due anni
che Gheddafi viene ricevuto in Italia con tutti gli onori per
celebrare lo storico accordo, mentre i nostri connazionali aspettano
quello che gli è dovuto. Mi appello al Governo perché
questa ferita venga al più presto sanata, dando la giusta
soddisfazione ai nostri connazionali firmando il decreto senza
più nessun indugio”.
(torna su)
Gheddafi
sbarca a Roma accolto da 200 hostess. Lo show spiana la strada
all'industria della difesa
Il
Sole 24Ore
29
agosto 2010
Gerardo
Pelosi
Con
un giorno di anticipo Gheddafi è arrivato oggi a Roma
accolto da 200 hostess (a pagamento). È uno "sdoganamento"
in grande stile quello che il premier Silvio Berlusconi si prepara
a offrire su un piatto d'argento al colonnello libico Muammar
Gheddafi domani sera nella caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto
a Roma. Le celebrazioni per il secondo anniversario del Trattato
di cooperazione e partenariato italo-libico archivieranno forse
per sempre l'annoso capitolo dei danni di guerra e la storia
infinita del "gesto simbolico" di riparazione ossia
l'autostrada litoranea da 1.700 chilometri (2,3 miliardi di
euro) e apriranno una nuova pagina nelle relazioni tra Roma
e Tripoli in cui anche la collaborazione nel settore della difesa
potrà trovare uno spazio più strutturato.
Il
leader libico, da oggi a Roma dove alloggerà nella residenza
dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur e il premier italiano Berlusconi
discuteranno, come sempre in queste occasioni, dei grandi temi
dell'attualità internazionale: la crisi economica, il
sottosviluppo, i problemi dell'Africa. Durante l'Iftar, la cena
che interrompe il Ramadan, davanti al carosello dei Carabinieri
e all'esibizione dei cavalli berberi arrivati per l'occasione
dalla Libia, non ci sarà spazio per entrare in dettagli
della cooperazione economica tra i due paesi. Il colonnello
avrà incontri separati anche con l'ad di Eni, Paolo Scaroni
e con quello di UniCredit, Alessandro Profumo ma si tratterà
di colloqui di cortesia che non anticiperanno in alcun modo
le prossime mosse del Fondo sovrano Libyan Investment Authority
su possibili aumenti nelle partecipazioni (7% in Unicredit e
1% in Eni). Alla cena offerta domani dal Governo italiano
Gheddafi incrocerà probabilmente per la prima volta anche
lo sguardo di Giovanna Ortu, la battagliera presidente dell'Airl,
l'associazione degli italiani già residenti in Libia
espulsi nel '70 ai quali furono sequestrati beni per un valore
attuale di 3 miliardi di euro ma che attendono ancora di vedere
attuato da parte italiana l'articolo del Trattato italo-libico
che concede loro un indennizzo di 150 milioni.
Ma
la cerimonia di domani nella prestigiosa sede dei Carabinieri
servirà a preparare il terreno per nuovi accordi. Solo
alla fine di settembre, fanno sapere fonti governative, i dossier
italo-libici torneranno all'attenzione delle delegazioni dei
due governi. C'è da approfondire, ad esempio, la questione
della pesca dopo gli arresti di pescatori di Mazara del Vallo
e la lotta all'immigrazione clandestina. Ma i tempi sembrano
maturi anche per finalizzare il dossier della collaborazione
della Difesa nell'ambito di quanto già acquisito nel
formato 5+5 di cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo.
Tutto questo dopo che lo shopping bellico di Gheddafi ha già
portato a una fornitura da parte francese (in cambio della soluzione
della vicenda delle infermiere bulgare condannate a morte) di
missili anticarro e apparecchiature di comunicazione per 400
milioni di dollari nel 2007 e nel gennaio scorso l'accordo da
1,3 miliardi di dollari con i russi per i caccia Sukhoi e gli
addestratori Yak130. Un accordo quadro politico sulle forniture
italiane nel settore difesa potrebbe essere discusso proprio
alla fine di settembre tra il ministro italiano Ignazio La Russa
e il segretario del comitato per la difesa libico, Younis Jaber.
Finmeccanica e Fincantieri sono i gruppi più interessati
e in parte hanno già avviato contatti con le controparti
libiche. I rapporti tra Agusta Westland e la Libia risalgono
addirittura a prima del Trattato di cooperazione. Nel 2007 l
'azienda del gruppo Finmeccanica aveva firmato un contratto
per dieci elicotteri AW 109 e AW 119 Koala da assemblare in
uno stabilimento libico inaugurato qualche mese fa. Ed è
prodotto da Finmeccanica anche il piccolo aereo-spia Falco per
il controllo delle carovane dei migranti nel deserto. Anche
la Fincantieri potrà offrire una vasta gamma di navi
rafforzata ora dalle collaborazioni con le industrie francesi
e tedesche senza contare che da anni la nostra Marina collabora
attivamente con la Marina libica in esercitazioni congiunte.
Nel settore trasporti, Ansaldo Breda è pronta a partecipare
al progetto per la metropolitana di Tripoli.
(torna su)
Le
vacanze romane di Gheddafi. Fra proteste e caroselli a cavallo
L'Unità
29
agosto 2010
U.
De Giovannangeli
Stavolta
il contrordine non è arrivato. Il Colonnello, i purosangue,
le tende beduine, le amazzoni con i baschi rossi e in alta uniforme,
sono a Roma. Nessun rinvio, stavolta. Nessuna imbarazzata correzione
dell'ultim'ora da parte della Farnesina. I fotoreporter, i cineoperatori,
possono prendere d'assalto il super blindato aeroporto di Ciampino.
L'appuntamento è a mezzogiorno. Gheddafi c'è.
A ricevere il Raìs non sarà l'«amico Silvio»
ma il ministro degli Esteri Franco Frattini. Resta il mistero
su come il Colonnello trascorrerà la domenica romana.
I primi appuntamenti ufficiali per i festeggiamenti del Trattato
di Amicizia sono fissati per lunedì, a due anni esatti
dalla firma dell'accordo di Bengasi del 30 agosto 2008. Ma anche
stavolta non si escludono possibili «blitz» nelle
strade della Capitale o più generici «incontri
con la gente».
Domenica libera . «Il leader
ama fare queste cose...», raccontavano nel pomeriggio
di ieri fonti libiche. E tornano alla mente le «serate
di gala» dello scorso novembre, quando Gheddafi - a Roma
per il vertice Fao - si fece reclutare centinaia di avvenenti
ragazze da un'agenzia di hostess per impartire lezioni di Islam
sotto la tenda. «Non sappiamo cosa vorranno fare questa
volta i libici, decidono sempre all'ultimo minuto - raccontano
dalla sede dell'agenzia che “servì” Gheddafi l'ultima
volta -. Ci hanno contattato negli ultimi giorni per allertarci
nel caso servisse, ma ci sembra di capire che se Gheddafi vorrà,
inviterà solo alcune delle ragazze che ha già
visto l'altra volta. Noi comunque - assicurano - siamo pronti
per qualsiasi evenienza». Sorprese a parte, c'è
già anche qualcosa di già definito. È confermato
ad esempio che Gheddafi pianterà la sua inseparabile
tenda beduina nella residenza dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur
in un elegante quartiere a ridosso della Cassia (e non nel bel
mezzo di Villa Pamphili, come nel giugno del 2009) e che domani
pomeriggio inaugurerà assieme a Berlusconi una mostra
fotografica sulla storia della Libia all'Accademia libica.
Spettacolo assicurato Il clou della
serata sarà uno spettacolo equestre davanti a Berlusconi,
Gheddafi e agli oltre 800 invitati che culminerà con
le figure disegnate dal Carosello dei Carabinieri. Sarà
sempre nella caserma «Salvo D'Acquisto» di Tor di
Quinto, che il premier offrirà al suo ospite l'Iftar,
la cena di interruzione del digiuno previsto nel mese di Ramadan.
Fino a questo momento è l'ultimo appuntamento segnato
in agenda, con Gheddafi che dovrebbe - ma il condizionale diventa
d'obbligo - ripartire martedì. Nel frattempo, cresce
la protesta. «Ancora non abbiamo visto un euro»,
denuncia l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla
Libia. Dell'Airl, Giovanna Ortu, nata nel 1939 nel Paese africano
da padre sardo e madre siciliana e cacciata assieme ad altre
20.000 persone nel luglio 1970, subito dopo la presa del potere
da parte del colonnello Gheddafi nel settembre 1969, è
la presidente.
Voci di protesta «Più
che di risarcimento - spiega Ortu in un colloquio con l'Adnkronos
- , si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400
miliardi di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero
pari a circa 3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente
pari ai 5 miliardi dollari destinati dal nostro governo alla
Libia per i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso
la costruzione di un'autostrada e altre opere urbanistiche,
per i cui lavori sono comunque interessate aziende italiane:
una sorta di “partita di giro” insomma. Ma la realtà
è che anche di questo modesto indennizzo nelle nostre
tasche non è arrivato finora nulla».
I diritti umani? A Berlusconi si
rivolge anche l'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
fondata da don Oreste Benzi chiedendogli «di rinegoziare
in tempi rapidissimi gli accordi Italia-Libia in maniera tale
che includano strumenti di garanzia del rispetto dei diritti
umani, con il coinvolgimento delle istituzioni dell'Europa e
dell'Onu». «Chiediamo inoltre - dice il responsabile
generale, Giovanni Paolo Ramonda - la cessazione di ogni respingimento
verso la Libia o verso ogni altro Paese che non garantisca il
pieno rispetto dei diritti umani; la garanzia a tutti gli immigrati
che cercano di raggiungere l'Italia di poter accedere alle procedure
per la richiesta di asilo; il rispetto delle leggi del diritto
del mare; la promozione di una politica seria per l'innalzamento
dei finanziamenti ai progetti di sviluppo, unici in grado di
combattere la povertà e quindi di agire sulla causa».
L'associazione ricorda alle istituzioni italiane «che
dal 7 maggio 2009, in aperto spregio delle norme internazionali
sui diritti umani, il nostro Paese ha consegnato alle autorità
libiche centinaia di donne, uomini e bambini, migranti e richiedenti
asilo, che tentavano di raggiungere l'Europa imbarcandosi attraverso
il Mediterraneo su mezzi di fortuna, rischiando la vita per
sfuggire a persecuzioni, torture, guerre e condizioni di povertà
estrema».
(torna su)
Un
business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa
La
Repubblica
28
agosto 2010
Ettore
Livini
Non
solo tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di
soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa , a due anni
dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L'oggetto
sociale d'esordio - la chiusura delle ferite del
colonialismo - è stato rapidamente archiviato
all'atto della firma del Trattato d'amicizia bilaterale nel
2008.
L'Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli
ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia.
Poi - snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei "parrucconi"
come Freedom House che considerano il Paese africano una delle
dieci peggiori dittature al mondo - sono cominciati i veri affari.
Un pirotecnico giro d'operazioni gestite in prima persona dai
due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli
imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il
Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi
di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare
in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria
di casa nostra.
La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua.
Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno:
Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi,
hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società
di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore
franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli.
Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello
ha messo sul piatto un po' del suo tesoretto personale (i 65
miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli
ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell'Italia
Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone
gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici
e imprenditoriali, nel Belpaese.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della
prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7%
(valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla
nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni
a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il
dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e
Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa
realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli
con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato
l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25
anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi
di investimenti.
Il Cavaliere tira le fila, consiglia e gongola. L'ingresso del
Colonnello in Unicredit - oltre che a innescare i mal di pancia
leghisti - è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi
"salotti buoni" tricolori, la stanza dei bottoni che
controlla Telecom, Rcs - vale a dire il Corriere della Sera
- e le Generali. Il momento per l'affondo è propizio.
Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi
chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca,
crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia
- con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% -
c'è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono
andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza
Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia
dall'alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi,
presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello
(e con il premier) - se mai ce ne fosse stato bisogno - sono
stati confermati dalla difesa d'ufficio di entrambi al Meeting
di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l'assicuratore di
Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto
di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor
prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da
Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un
mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui
discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Il puzzle adesso è quasi completo. Il Cavaliere ha in
mano il controllo di industria e finanza pubbliche. E ora, grazie
all'asse con Ben Ammar e Geronzi e ai soldi di Gheddafi (sommati
alla debolezza delle vecchie dinastie imprenditoriali tricolori),
può blindare quella privata estendendo la sua influenza
su tlc, editoria e - Bossi permettendo - sulle ricchissime casseforti
delle banche e delle Generali.
L'asse con il Colonnello gli regala però un'altra opportunità
d'oro: quella di distribuire le carte delle commesse a Tripoli
garantite dall'attivismo dell'efficientissimo tandem, immortalato
ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici.
Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica
(elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni
si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada
libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in
base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi
mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l'Istituto europeo
di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con
una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione
nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti
infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta - previo via
libera della Gheddasconi Spa - è abbastanza grande per
tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L'Italia è
il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall'isolamento
nell'era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio
delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più
bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra
- grazie a un'operazione di diplomazia sotterranea guardata
con sospetto a Washington - l'abbinata politica-affari ha dato
risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa
Abdelbaset Al Megrahi, l'ex 007 libico condannato per l'attentato
di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l'ok alle trivellazioni
Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella
City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore
del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund.
O quando il numero uno della London School of Economics è
entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a
fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.
Pecunia non olet. E anche l'(ex) dittatore Gheddafi non è
più un appestato per le cancellerie internazionali. Il
premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per
cercare aiuti. La Russia di Putin - altro alleato di ferro dell'asse
Gheddafi-Berlusconi - si è aggiudicata fior di commesse
a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry
in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme,
più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo
del denaro.
(torna su)
Rimpatriati,
attendiamo giustizia da governo a vigilia 40/mo anniversario
confisca proprieta' italiani
ANSA
20
luglio 2010
Alla vigilia del quarantesimo
anniversario della "confisca delle proprietà italiane
in Libia, operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo
di stato che lo portò al potere", i rimpatriati
"attendono ancora giustizia dal Governo italiano"
che, nel Trattato di Amicizia tra Italia e Libia firmato dal
premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi
il 30 agosto 2008 "nulla ha preteso dai libici come risarcimento,
aggiungendo anzi un altro consistente esborso a favore di Gheddafi,
a titolo di riparazione per i danni coloniali". Lo denuncia,
in un comunicato, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla
Libia "pur comprendendo le ragioni politico/economiche
che hanno reso necessario il nuovo corso". "Anche
l'indennizzo, men che simbolico, per i Rimpatriati - inserito
nella legge di ratifica del Trattato per unanime volontà
parlamentare - a distanza di un anno e mezzo non può
ancora essere liquidato, perché il ministro Tremonti
non appone la firma sul previsto decreto attuativo", afferma
la nota. "Tutto ciò oltre che ingiusto è
assai amaro - commenta Giovanna Ortu presidente dell'Airl, che
da decenni si batte con grande tenacia e modesti risultati -
non si possono accampare scuse per eludere atti dovuti, soprattutto
quando da autorevoli fonti e da documenti della Farnesina abbiamo
appreso che, dietro il colpo di stato in Libia, ci furono i
servizi segreti italiani e che Moro definì un errore
della nostra politica estera l'aver affidato la sorte della
collettività italiana di Libia e i loro beni alla protezione
dello Stato egiziano". Dopo "il colpo di stato"
e "prima di essere espulsi dal Paese, 20.000 cittadini
italiani persero, in violazione del trattato internazionale
del 1956, tutti i beni, persino i contributi previdenziali versati
prima all'Inps e poi all'istituto libico corrispondente".
"Due sono i festeggiamenti che ci attendono nei prossimi
mesi; - conclude Giovanna Ortu - il 30 agosto Gheddafi sarà
in Italia per celebrare con Berlusconi il secondo anniversario
della firma del Trattato; il 10 ottobre prossimo i rimpatriati
ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione
dalla Libia con un grande convegno presso il Museo Storico dell'Aereonautica
Militare di Vigna di Valle. Riusciremo ad avere la presenza
del Presidente del Consiglio Berlusconi che fino ad ora ci ha
ignorato? Me lo auguro davvero!"
(torna su)
Italiani
cacciati dalla Libia: 40 anni senza giustizia
La
Vera Cronaca
20
luglio 2010
Pierfrancesco
Palattella
Una
giornata importante quella di mercoledì 21 luglio, data
in cui la storia ritorna prepotentemente a farsi viva riversando
acredini ed inquietudini di un passato quanto mai ingombrante
ed ancora irrisolto; ricorre in questa data il quarantesimo
anniversario della confisca delle proprietà italiane
in Libia operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo
di stato che lo portò al potere. Ricordiamo per i lettori
che, in quella circostanza, 20.000 cittadini italiani vennero
cacciati dal paese libico perdendo di fatto tutti i loro beni
nonostante un trattato internazionale del 1956 di collaborazione
economica li garantisse in tal senso. La giustificazione fornita
da Gheddafi per questa operazione fu di una sorta di ricompensa
per i danni arrecati al suo paese dal colonialismo italiano.
Tutti i rimpatriati, a distanza di quarant'anni, sono ancora
in attesa di giustizia e soprattutto di un risarcimento.
In questa giornata che rievoca la storia di quel sopruso, si
alza per l' ennesima volta la protesta da parte di coloro che
furono le vittime: “stiamo lottando da 40 anni e continueremo
a farlo; per ora tuttavia non abbiamo ottenuto risultati.” A
parlare è Giovanna Ortu, presidente dell' Airl,
Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia che riunisce
i 20 mila italiani (o i discendenti essendo molti, nel frattempo,
venuti a mancare) che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese
in cui risiedevano; l'Airl è tutt'ora l'unica associazione
che rappresenta e riunisce i rimpatriati dalla Libia.
“Stiamo ancora lottando; – continua la presidente Giovanna Ortu
- quando siamo venuti via dalla Libia ero una giovane trentenne
ed ora di anni ne ho 71; da allora ho cercato di battermi ma
come si vede con modesti risultati. La cosa peggiore è
che ora che ci tocca assistere anche a questo idillio tra Berlusconi
Gheddafi; noi con i libici non abbiamo niente in contrario però
non ne capiamo il perché.” Il riferimento evidente
è al nuovo trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato
da Berlusconi e Gheddafi il 30 Agosto 2008 con il quale l'Italia
si è impegnata a pagherà nei prossimi 20 anni
5 miliardi di dollari di risarcimenti alla Libia per il passato
coloniale: “il prossimo 30 Agosto Gheddafi verrà in Italia
per festeggiare il secondo anniversario di questo trattato;
mi sembra un'eccessiva considerazione, non so per quanto tempo
ancora ci dovremo prostrare con la scusa del passato coloniale.
L'ultima volta che è venuto abbiamo assistito a scene
incredibili quali il baciamano da parte di Berlusconi.”
Torniamo
alla cacciata dai territori libici ed al conseguente sequestro
dei beni: “La nostra cacciata è stata un fatto strumentale
poiché noi vivevamo in pace ed armonia con gli arabi.
I nostri beni ammontavano ad attuali 3 miliardi di euro, e negli
anni abbiamo recuperato solo una piccola parte beneficiando
di qualche legge per chi perde beni all'estero; abbiamo perso
tutto, anche le pensioni. Io ho lottato fino al 1992 affinchè
i nostri potessero riprendere le assicurazioni perdute. Non
c' è stata mai attenzione nei nostri riguardi, nemmeno
quando il parlamento a furor di popolo ha voluto darci qualche
cosa senza che poi tuttavia questo abbia avuto un seguito nella
realtà.” Il Governo italiano infatti, in sede di Trattato,
non ha preteso nulla dai libici come risarcimento, ed ha anzi
aggiunto un ulteriore cifra a favore di Gheddafi come titolo
di parziale rimborso per i danni del periodo coloniale: “è
una questione prima che materiale anche morale, i nostri diritti
sono stati calpestati, noi eravamo lì protetti da un
trattato che è stato violato da Gheddafi e l'Italia non
ha fatto niente, non è ricorsa alla clausola arbitrale.
Chi ci ha rimesso in prima persona siamo stati solo noi. E'
tutto come 40 anni fa, non c'è la certezza nemmeno di
poter mettere le mani su quel piccolo indennizzo che era stato
deciso di darci.”
L'indennizzo cui si fa riferimento, e che non è certo
una grossa cifra, è stato inserito nella legge di ratifica
del trattato per volontà parlamentare ma, a distanza
di un anno e mezzo, non può ancora essere liquidato:
“Gli unici soldi che non si trovano sembrano essere quelli destinati
noi. Per intenderci, l'Italia attua questa dura politica dei
respingimenti in accordo con la Libia che però ci costa
molti soldi, a cominciare dalle motovedette che abbiamo regalato
al governo libico; poi ci sono i 5 miliardi di dollari da dare
a Gheddafi in 20 anni. I soldi per i nostri risarcimenti sono
gli unici a non essere disponibili.”
Dopo 40 anni e con una ferita di tali dimensioni ancora aperta,
le chiediamo quali sono state le risposte che hanno provato
a darsi sul perché di questa mancanza di giustizia: “In
Italia spesso le categorie più deboli sono le meno protette;
è vero che siamo un' associazione che riunisce 20.000
persone ma lottiamo contro un nemico troppo grande; ci sono
di mezzo cose troppo importanti, come le forniture petrolifere
e partnership economiche. Basti pensare che, in un libro che
è stato pubblicato di recente sulla base di documenti,
sembra che la nostra cacciata sia stata quasi barattata per
favorire l' Italia in interessi superiori; è stato un
atteggiamento molto cinico di fronte al quale è stato
mantenuto per anni un atteggiamento di omertà. La Libia
non ha accettato di dare l'indennizzo ma in realtà ha
favorito molto l'Eni per le commesse.” In effetti gli scambi
commerciali tra i due paesi sono molto fitti e l'Italia risulta
essere tra i principali partner economici del governo libico.
Quello del 21 Luglio appare come un giorno importante in ricordo
di quella cacciata di 40 anni fa, tuttavia l'appuntamento cui
si sta già guardando è un altro, come ci conferma
la stessa presidente Ortu: “Faremo un grande convegno ad Ottobre
cui parteciperanno anche ospiti di riguardo; il 7 Ottobre infatti
la Libia l'ha sempre festeggiato come giorno della vendetta
per celebrare la nostra cacciata. Il 10 ottobre prossimo i rimpatriati
ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione
dalla Libia con un grande convegno. Noi non abbandoniamo la
lotta, non posso credere che in uno stato di diritto non
si riesca ad avere giustizia; nè che il Presidente del
Consiglio seguiti ad ignorarci come ha sempre fatto. In passato
l'Italia non ha saputo ne voluto difenderci, ma la cosa che
fa più male è un'altra; non solo abbiamo avuto
un sopruso, ma dopo 40 anni ci tocca vedere Gheddafi trattato,
quando viene in Italia, con tutti gli onori del caso come fosse
un ospite di riguardo.”
(torna su)
“L'Italia
proteggeva Gheddafi, il DC-9 fu abbattuto dai francesi”
Il
Fatto Quotidiano
26
giugno 2010
Giovanni
Fasanella*
p.
14
Pubblichiamo un estratto
dell'intervista al magistrato Rosario Priore - che della strage
di Ustica (27 giugno 1980, 81 morti) si è occupato in
una lunga inchiesta - contenuta nel libro Intrigo internazionale,
edito da Chiarelettere .
“C'era un groviglio di
verità "indicibili" che nascevano dalla nostra
politica mediterranea, in particolare verso la Libia , e dall'irritazione
che quella politica provocava nei nostri alleati europei. Se
quelle verità fossero venute pubblicamente a galla, non
sarebbero rimaste prive di conseguenze”, così risponde
Rosario Priore (il giudice che su Ustica ha emesso una sentenza-ordinanza
nel 1999: DC-9 abbattuto da un missile) alla madre di tutte
le domande: quale verità non si poteva far conoscere
all'opinione pubblica.
Dunque ci fu
un episodio di guerra aerea: l'obiettivo degli attaccanti non
poteva che essere libico. e di un certo rilievo?
Ovviamente sì.
E quanto più alto fosse stato il rango dell'obiettivo,
tanto più sarebbe stato di rilievo il successo dell'operazione.
L'attacco militare nel cielo di Ustica era diretto contro un
aereo che si sapeva sarebbe passato proprio di lì.
E perché
lo si sapeva?
Perché succedeva
sistematicamente. E non doveva succedere. Perché il sistema
Nadge, la rete radar che proteggeva i paesi europei dell' Alleanza
atlantica, dalla Norvegia alla Turchia, nel tratto italiano
aveva dei "buchi". Cioè passaggi o aree non
coperti dai radar del Nadge. E quei corridoi erano noti ai libici,
che potevano utilizzarli per il passaggio dei loro aerei militari
pur non potendo lo fare, perché aerei miliari di un paese
non Nato. Se fossero stati individuati, il sistema li avrebbe
automaticamente definiti nemici da abbattere.
E come facevano,
i libici, a conoscere quei “buchi”?
Nel linguaggio dei servizi,
si direbbe che c'erano state delle "perdite".
Insomma, qualcuno, in Italia, si era “perso” quei varchi della
difesa radar atlantica, i libici li avevano "trovati"
ed erano venuti a conoscenza delle vie non protette di penetrazione
in Europa. In quel periodo, tra l'altro, molti ex ufficiali
dell'Aeronautica italiana erano andati in congedo e avevano
messo a disposizione dei libici tutte le loro cognizioni tecniche
e tutta la loro esperienza.
Quindi i libici
utilizzavano sistematicamente quei corridoi. E a quale scopo?
Sia a scopo civile sia
a scopo militare, per arrivare fino al cuore dell'Europa. E
succedeva perché i libici avevano un rapporto privilegiato
con l'Italia. Sì, i loro aerei si recavano spesso in
Jugoslavia per riparazioni, a Banja Luka. Oppure a Venezia,
dove noi fornivamo all'Aviazione libica tutta l'assistenza di
cui aveva bisogno. Pensi che in quello stesso mese di giugno
1980, poco prima dell'esplosione su Ustica, nelle officine di
Venezia Tessera, accanto agli aerei ufficiali del presidente
statunitense e di quello francese, lì per un summit internazionale,
c'erano anche dei C-130 libici: aerei da trasporto che, in barba
a ogni embargo, noi militarizzavamo trasformandoli in mezzi
da trasporto per paracadutisti.
È comprensibile
che aerei militari libici utilizzassero dei corridoi "discreti".
Ma quelli civili, perché?
Perché a bordo
spesso c'erano personaggi di primo piano, a rischio o in missioni
segrete. Arafat, per esempio, si diceva che viaggiasse spesso
su aerei libici passando per i nostri corridoi. Insomma, si
trattava di personaggi che avevano bisogno di viaggiare
in sicurezza e ai quali noi in qualche modo garantivamo protezione.
Anche Gheddafi?
Sì, anche Gheddafi.
Secondo una fondata ipotesi, emersa già nel corso della
nostra inchiesta e rafforzatasi in seguito, sembra che il bersaglio
fosse proprio un aereo su cui viaggiava Gheddafi. Nei piani
di volo conservati presso la nostra Aeronautica, quella sera
era previsto un volo con vip a bordo da Tripoli a Varsavia.
L'aereo che viaggiava
sotto la pancia del nostro DC-9 poteva essere quello di
Gheddafi?
Secondo ragionevoli ipotesi,
potevano essere uno o più caccia militari libici che
tornavano dalla Jugoslavia utilizzando un corridoio senza la
copertura del Nadge. Secondo ipotesi più recenti, quei
caccia dovevano prelevare il leader libico sul Tirreno e scortarlo
in un viaggio nell'Europa dell'Est. Ma, avvertito da qualcuno
dell'imminente pericolo, all'altezza di Malta l'aereo avrebbe
improvvisamente cambiato rotta per tornare in Libia.
Dunque i caccia
libici provenienti da nord volavano sotto la protezione
del DC-9 per andare a prelevare Gheddafi che stava arrivando
da sud?
Questa è la situazione
più probabile. Ed è del tutto evidente che chi
avesse voluto attaccare Gheddafi avrebbe dovuto prima abbattere
le sue scorte.
In definitiva
i caccia libici vennero abbattuti, mentre Gheddafi si salvò
perché avvertito del pericolo. Chi lo avvisò?
Gli italiani?
È del tutto verosimile,
visti i rapporti privilegiati tra l'Italia e la Libia. Il capo
dei servizi segreti libici era di casa a Roma e nel Sismi (il
nostro servizio segreto militare dell'epoca).
C'era una forte cordata
filoaraba e una filolibica, omologhe a quelle che esistevano
all'interno dei governi della Repubblica e, più in generale,
nella classe politica italiana.
Chi voleva uccidere
Gheddafi?
Di recente, a inchiesta
giudiziaria ormai conclusa, dopo che le sentenze di assoluzione
dei generali erano ormai divenute definitive, l'ex presidente
della Repubblica Francesco Cossiga, che all'epoca era presidente
del Consiglio, ha detto qualcosa in proposito. Riferendo informazioni
provenienti dall'interno dei nostri servizi, ha parlato esplicitamente
di una responsabilità francese.
La ritiene un'ipotesi
attendibile?
Sì, la ritengo
attendibile. Però procederei per gradi, seguedo
l'evoluzione dell'inchiesta. In primo luogo perché, da
un punto di vista tecnico, a quel tempo e nel Mediterraneo,
solo due paesi erano in grado di compiere un'operazione militare
di quel tipo: gli Stati Uniti e la Francia. Perché occorreva
un sistema di guida dei caccia capace di indirizzarli verso
l'obiettivo in qualsiasi condizione. Insomma un "guida
caccia" estremamente sofisticato. E poi era necessario
avere basi a terra o su portaerei a una giusta distanza dal
punto d'attacco. La Francia aveva portaerei nel Tirreno e basi
a terra in Corsica. Gli Stati Uniti avevano la Sesta flotta
dotata di portaerei, oltre alle basi in territorio italiano.
Entrambi i paesi, dunque, avevano anche propri sistemi radar.
Quindi chi attaccò:
Francia, Stati Uniti o entrambi?
Tenderei a escludere
responsabilità dell'Amministrazione americana dell'epoca.
Primo perché c'era Jimmy Carter, che manteneva rapporti
con la Libia ; addirittura la riforniva di armi. Secondo, perché
gli americani ci aiutarono nell'inchiesta più degli italiani.
* giornalista, sceneggiatore
e documentarista
(torna su)
Tra
Cavaliere e Colonnello non c'è solo la Svizzera
Il
Riformista
15
giugno 2010
Anna
Mazzone
p.
11
Baci, abbracci e cotillons.
Il repertorio dei due superamici, il Cavaliere e il Colonello,
si ripete. I due si incontrano spesso, appena possono, e qualche
cosa succede sempre. La Libia solitamente fa qualche gesto eclatante
per il quale poi dichiara: «Tutto merito dell'Italia se
abbiamo preso questa decisione», e Berlusconi ringrazia
compiaciuto e, lontano dalla telecamere, sigla qualche accordo
commerciale.
Anche questa volta il
copione non ha subito variazioni. Da Sofia, dove si trovava
per inaugurare una statua di Giuseppe Garibaldi (e per festeggiare
il 510 compleanno del premier Boyko Borissov), il Cavaliere
è volato a Tripoli, giusto in tempo per avere un faccia
a faccia di due ore con Gheddafi e far liberare l'imprenditore
svizzero Max Goeldi, che ieri è arrivato a Zurigo dopo
due anni di carcere. La crisi tra Berna e Tripoli era nata subito
dopo l'arresto di uno dei figli del Colonnello, Hannibal Gheddafi,
e di sua moglie, il 15 luglio 2008 a Ginevra. L'ira del Colonnello
non si era fatta attendere. Le autorità libiche avevano
arrestato Max Goeldi, condannandolo "per direttissima"
a 16 anni di carcere. Il fatto diventa un caso internazionale.
La Libia chiude i rubinetti del petrolio per la Svizzera e ritira
i suoi depositi dalle banche di Ginevra e Zurigo. La Svizzera
contrattacca e diffonde un elenco di cittadini libici "indesiderati"
(188 nominativi); la Libia blocca l'ingresso dei cittadini di
Schengen. L'Europa viene tirata in ballo. Il business è
a rischio e i Ventisette tremano. L'Italia si attiva con il
Colonnello, negoziando il rilascio di Goeldi. Berlusconi fa
pesare la sua storica "amicizia" con Gheddafi. Alla
fine, alla presenza del ministro degli Esteri spagnolo, Miguel
Angel Moratinos, Goeldi viene rilasciato.
Tutto merito di Berlusconi?
Certamente !'Italia ha svolto un ruolo decisivo nell'intero
negoziato, ma è pur vero che le prime agenzie internazionali
(Reuters in testa) indicano la liberazione di Goeldi alle 13.08
del 13 giugno. A quell'ora Berlusconi era ancora a Sofia e stava
per salire sull' aereo verso Tripoli. Durante il lungo faccia
a faccia con Gheddafi, dunque, Berlusconi avrà parlato
d'altro. Probabilmente del rilascio dei pescherecci Alibut,
Mariner 10 e Vincenza Giacalone di Mazara del Vallo, sequestrati
dalle autorità libiche il 9 giugno. E non solo.
La Libia è la
"little Italy" delle imprese italiane all' estero.
Sono 109, secondo gli ultimi dati dell'Ice (l'Istituto per il
Commercio con l'Estero), le aziende sparse nella Grande Jamahiriyya.
L'Italia è il primo mercato di sbocco delle esportazioni
libiche (20%), seguita da Germania, Cina, Tunisia, Francia e
Turchia. Affari di petrolio e gas naturale, ma anche di progettazione
e realizzazione di infrastrutture. In Libia operano la Ansaldo
e la Saipem , tra le altre. Spicca su tutte l'Eni, lì
dal 1959.
Il feeling tra il cavaliere
e il Colonnello nasce molto prima della fine delle sanzioni
imposte a Gheddafi dalla comunità internazionale (nel
2006). Il 7 ottobre del 2004 a Mellitah (ad ovest di Tripoli),
viene inaugurato "Green Stream", il gasdotto italo-libico
realizzato da Eni. Presenti e abbracciati per le foto di rito
Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. È il gasdotto sottomarino
più lungo del Mediterraneo. Nel 2008 Berlusconi decide
di ampliare i rapporti economici con Tripoli e sigla un nuovo
accordo tra Eni e la National Oil Company of Libya (Noc), in
base al quale le concessioni in Libia di Eni vengono prorogate
automaticamente per altri 25 anni, con un investimento nel settore
energetico libico di 28 miliardi di dollari. Il 30 agosto, sotto
la tenda beduina, Berlusconi e Gheddafi siglano il "Trattato
di Bengasi", ratificato a febbraio del 2009 come un accordo
di «Amicizia, partenariato e cooperazione». Per
scusarsi del periodo coloniale, Roma ricoprirà di denari
Tripoli. 5 miliardi di dollari in 20 anni, per costruire infrastrutture
come l'autostrada che collegherà Egitto e Tunisia e che
passerà sul suolo libico.
Già, ma da dove
viene fuori questa cifra e, soprattutto, chi paga? Con una legge
ad hoc, il governo mette sulle spalle dell'Eni un'addizionale
Ires da 250 milioni l'anno. La società petrolifera, a
partecipazione statale del 30%, non ci sta e presenta ricorso.
L'autostrada per ora non si fa. In molti fanno notare che 5
miliardi sono (troppi per la costruzione di un' autostrada e
il Colonnello è poco avvezzo ad azioni "trasparenti".
Inoltre, la seconda parte del Trattato di Bengasi, che Gheddafi
festeggerà in Italia il prossimo 30 agosto, non prevede
«prestazioni reciproche». Insomma,è certo
che l'Italia si impegna a pagare, ma la Libia tiene le mani
in tasca.
Secondo fonti da Tripoli
per Il Riformista, in quelle due ore di faccia a faccia Berlusconi
avrebbe cercato di rabbonire Gheddafi. Da mesi, infatti, le
autorità libiche sostengono che alle generose promesse
del presidente del Consiglio non corrisponde un eguale entusiasmo
degli imprenditori italiani, che tuttora vedono nella Libia
«un Paese rischioso» e si sentono poco «garantiti».
Qualche giorno fa a Tripoli è stato chiuso l'ufficio
dell'Unhcr, l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati politici.
Ma Berlusconi di questo non ha fatto menzione con l'amico Gheddafi.
Così come non ha perorato la causa dei rimpatriati
italiani, che ieri si chiedevano come mai dopo sedici mesi il
decreto attuativo che consente la liquidazione «del modestissimo
indennizzo per i beni confiscati previsto dalla legge»
di ratifica del Trattato di Bengasi, giace sul tavolo del ministro
Tremonti, ancora senza firma. Così come, visto
il ricorso dell'Eni, mancano anche quei famosi 5 miliardi per
l'autostrada.
Berlusconi ha avuto due
ore per scusarsi con Gheddafi, ma anche per parlare di altri
business. Secondo un'inchiesta del Guardian, il fondo sovrano
libico avrebbe rilevato una parte del capitale azionario della
"Quinta Communications SA", costituita dal 1989 in
Francia da Berlusconi e dall'imprenditore franco-tunisino Tareq
ben Hammar. La società ha come obiettivo la produzione
di film destinati al mercato arabo.
Annunciata dal 2008 (e
poi negata) una compartecipazione Berlusconi, Tareq, Gheddafi
anche in Nessma TV, una emittente privata tunisina. Insomma,
non solo Svizzera per il Cavaliere in visita dal Colonnello.
(torna su)
Il
Cavaliere in Libia per chiudere la crisi con Berna
Il
Sole 24Ore
Gerardo
Pelosi
13
giugno 2010
Il premier italiano Silvio Berlusconi potrebbe essere chiamato
a svolgere un ruolo decisivo nella fase finale dell'accordo
tra Libia e Svizzera annunciato per oggi e soprattutto per la
liberazione dell'uomo d'affari elvetico, Max Goeldi, scarcerato
il 10 giugno dalla Corte Suprema libica ma ancora trattenuto
nella Jamahiriya.
Berlusconi volerà questa mattina a Sofia per inaugurare
una statua dedicata a Garibaldi. Dopo la colazione con il premier
Borissov, il presidente del Consiglio partirà alla volta
di Tripoli dove incontrerà il colonnello Gheddafi per
preparare l'incontro del prossimo 30 agosto a Roma (secondo
anniversario dell'accordo italo-libico) e per cercare di risolvere
l'ultimo sequestro di tre pescherecci siciliani.
La coincidenza temporale del viaggio lampo di Berlusconi con
la firma prevista per oggi dell'accordo tra Svizzera e Libia
(per il quale sono da ieri sera a Tripoli i ministri degli Esteri
di Svizzera, Micheline Calmy-Rey e di Spagna, Miguel Angel Moratinos)
lascia però aperta ogni ipotesi sul ruolo che potrebbe
giocare il nostro premier in un'intricata vicenda che risale
al 2008. Nel luglio di quell'anno l'imprenditore svizzero Goeldi
fu arrestato insieme ad un altro uomo d'affari elvetico, Rashid
Hamdani (liberato nel febbraio scorso) per "permanenza
illegale" sul territorio libico. In realtà si trattava
di una rappresaglia per l'arresto a Ginevra del figlio del leader
libico Gheddafi, Hannibal, accusato di aver maltrattato i propri
domestici. Tra ritorsioni e accuse reciproche la vicenda sfociò
nel febbraio scorso con una grave crisi diplomatica nella concessione
dei visti ai cittadini dell'area Schengen, crisi che fu superata
solo il 27 marzo scorso a margine del vertice della Lega araba
a Sirte dopo una mediazione dello stesso Berlusconi.
Nelle ultime settimane, anche grazie a una mediazione tedesca,
i rapporti tra Tripoli e Berna si sono rasserenati fino al punto
di programmare per oggi la firma di un accordo che dovrebbe
prevedere la creazione di una commissione di arbitraggio per
verificare la legalità dell'arresto di Hannibal e forme
di risarcimento per i danni di immagine subiti dalla Libia per
le foto di Hannibal durante la sua detenzione. Ma la firma dell'accordo
lascerebbe ancora sospesa la sorte dell'imprenditore Goeldi
che, pur avendo ricevuto ieri mattina il suo passaporto con
il visto di uscita, resta confinato in un albergo di Tripoli.
Proprio nelle pieghe di quest'accordo il nostro premier potrebbe
svolgere un ruolo convincendo Gheddafi a consegnargli Goeldi
forse già nella serata di oggi. In maniera molto poco
diplomatica lo stesso Berlusconi, venerdì sera, ai giovani
dei Club delle libertà aveva annunciato che Goeldi «potrebbe
forse essere consegnato al nostro Paese». Se Berlusconi
dovesse riuscire nell'impresa acquisirebbe un importante credito
nei confronti del Governo elvetico che nonostante gli sforzi
del ministro dell'Economia Giulio Tremonti, tarda a concedere
all'Italia il trattamento dato alla Francia per inserire nel
nuovo accordo contro la doppia imposizione gli standard Ocse
sugli scambi di informazione tra amministrazioni fiscali per
la lotta all'evasione.
La notizia del viaggio
lampo di Berlusconi a Tripoli ha suscitato reazioni critiche
delle opposizioni, dai radicali al Pd all'Italia dei valori
mentre l'Associazione degli italiani residenti in Libia
(Airl) con la presidente Giovanna Ortu rileva che mentre Berlusconi
si è subito reso disponibile a volare a Tripoli per prendere
in consegna il cittadino svizzero i rimpatriati sono sempre
più offesi all'atteggiamento del Governo che «non
ha ancora firmato il decreto attuativo che consente la liquidazione
del modestissimo indennizzo per i beni confiscati previsto dalla
legge di ratifica del Trattato italo-libico».
(torna su)
Berlusconi
a Tripoli dopo Sofia
La
Stampa
13
giugno 2010
Francesca
Paci
Se
oggi pomeriggio il premier Silvio Berlusconi atterrerà
davvero a Tripoli - perché come avvertono fonti di Palazzo
Chigi «con la Libia fino all'ultimo non si sa mai»
- sarà questione di routine, una delle numerose consultazioni
da tempo in corso tra i due governi. Almeno ufficialmente.
Mentre infatti il programma protocollato della visita prevede
che i due capi di Stato discutano della preparazione del G8,
del G20 e soprattutto del 30 agosto prossimo, ex giornata dell'odio
contro gli italiani trasformata in ricorrenza dell'amicizia,
voci di corridoio suggeriscono che la sortita di Berlusconi
abbia motivazioni diplomatiche assai più circostanziate.
Certo, c'è la storia dei tre pescherecci battenti bandiera
tricolore intercettati e fermati dai libici, ma si tratta di
normale amministrazione. Nulla a che vedere comunque con il
destino dell'imprenditore svizzero Max Goeldi sul cui rilascio,
atteso per questa sera, il primo ministro italiano potrebbe
avere un'influenza determinante.
Il condizionale a questo punto è d'obbligo. Di certo
c'è solo la presenza a Tripoli di Micheline Calmy Rey
e Miguel Angel Morations, rispettivamente ministro degli esteri
elvetico e spagnolo, con la missione di risolvere la vicenda
che contrappone Berna a Muammar Gheddafi dal 2008, quando Hannibal
Gheddafi, uno dei figli del colonnello, fu arrestato a Ginevra
con l'accusa d'aver maltrattato due domestici. In cambio dovrebbe
essere rilasciato Max Goeldi, l'uomo d'affari svizzero condannato
l'11 febbraio scorso a quattro mesi di detenzione per violazione
della legge sull'immigrazione.
E Berlusconi? Come s'incastra la deviazione dal viaggio di ritorno
da Sofia nel complicato puzzle geopolitico euro-mediterraneo?
Non è un mistero che da quelle parti la sua parola sia
piuttosto ascoltata: perché non spenderla in un caso
delicato come questo? Da mesi Spagna e Germania mediano per
raggiungere un accordo. Ma mentre la Libia continua a subordinare
il rilascio di Goeldi all'istituzione di un tribunale che si
pronunci sulla legalità del procedimento contro Hannibal,
nessuno ha dimenticato il summit della Lega araba a Sirte, quando
il premier italiano giocò un ruolo decisivo nello sblocco
della crisi dei visti tra Tripoli e l'Unione Europea. Nonostante
il lavoro delle diplomazie di Berlino e Madrid restava in piedi
la barriera con la Svizzera e oggi, in prossimità dell'epilogo,
è meglio assestare una vigorosa spallata in più.
Storia o leggenda, a credere all'intercessione provvidenziale
di Berlusconi è l'Airl, l'associazione degli italiani
rimpatriati dalla Libia, che ieri ha tuonato contro la disponibilità
del nostro premier «a prendere in consegna il cittadino
svizzero in cambio di chissà quali contropartite del
governo elvetico». La presidente Giovanna Ortu non usa
mezzi termini: «E' una vicenda che trascende le nostre
povere cose e sarà certamente occasione d'un nuovo scambio
di effusioni tra Berlusconi e Gheddafi in vista della visita
del leader libico in Italia il 30 agosto».
(torna su)
The
Gaddafi-Berlusconi connection
The
Guardian
4
September 2009
John
Hooper
Before the hullabaloo
over the celebrations in Libya passes away, it is worth making
a small but intriguing point.
As noted earlier this
week, one of the few western leaders to turn up was Silvio Berlusconi
(though his government stressed it was to celebrate, not
Colonel
Gaddafi 's seizure of power, God forbid!, but the
first anniversary of a co-operation treaty with Libya ). The
conventional explanation of Berlusconi's chumminess with Gaddafi
(you may recall he had the colonel over for a high-profile
visit in June ) is that he has no alternative.
The media tycoon returned
to office last year mainly because of a promise to crack down
on crime and clandestine immigration. And if clandestine migrants
from Libya continue to land on Italy
's southern shorelines and islands, he will be accused of
failing to deliver. In May, for the first time, Tripoli agreed
to take back migrants intercepted by the Italians in international
waters (controversially, because they do not have a chance to
apply for asylum). Libya's agreement was a direct outcome of
the co-operation treaty mentioned earlier and signed in August
2008 after a diplomatic operation handled personally by Berlusconi,
and from which Italy's professional envoys were almost wholly
excluded. Among other things, the treaty promised the Libyans
extensive investment, partly in reparation for Italy's colonial
wrongdoings.
But the two leaders are
connected by something other than political expediency. Their
families have a common (and highly debatable) business interest.
In June, the small Italian
news agency Radiocor reported that a Libyan company, Lafitrade,
had taken a 10% stake in Quinta
Communications , a cinema production company founded by
a Tunisian-born but French-based entrepreneur, Tarak Ben Ammar.
Lafitrade is controlled by the Gaddafi's family's investment
vehicle, Lafico.
So far, so uncontroversial.
Except that a) one of the other firms invested in Quinta Communications,
with a stake of around 22%, is a Luxembourg-registered investment
company owned by the Berlusconi family investment vehicle, Fininvest;
and b) Quinta Communications and Mediaset
, the Berlusconi-founded TV empire, each own a one-quarter
stake in a new satellite TV channel for the Maghreb, Nessma
TV.
This would seem to constitute
a pretty staggering conflict of interest for Berlusconi, to
add to the many he already has in Italy. But even leaving that
aside, one of Nessma's target markets is Libya. And by letting
the colonel's minions into Quinta, Berlusconi and Ben Ammar
have handed a share in the ownership of the station to the Libyan
regime. It will be interesting to see the extent to which Nessma's
journalists will feel free to criticise Gaddafi's running of
the country.
Ben Ammar, a businessman
pure and simple, can do what he likes. But Berlusconi is in
a rather different position as prime minister of a democratic
nation.
What is as striking as
anything about all this is the role played – or rather, not
played – by the Italian media. In all the thousands of words
I have read and heard since June about the dealings between
the Berlusconi and Gaddafi governments, I had not read even
one that called attention to this new link between the two leaders.
My attention was drawn to it by a reader. Libya's entry into
Quinta, which I suspect would have been front-page news in any
other European country, was reported briefly by a couple of
dailies, but in their financial section. Neither piece made
any allusion to the link to Nessma.
When Berlusconi visited
Tunisia last month, some of the reporters who accompanied him
chronicled his visit to a local satellite TV station and described
how he had chatted in his usual, apparently relaxed, fashion
to journalists in the newsroom. The station was Nessma. Only
the Italian news agency Ansa, as far as I can make out, was
indelicate enough to mention that the Berlusconi family's TV
empire was one of the owners. And that was in the last paragraph
of its correspondent's dispatch.
(torna su)
Berlusconi
bacia la mano a Gheddafi (video)
Repubblica.it
28
marzo 2010
http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-bacia-la-mano-di-gheddafi/44664?video
(torna su)
Libia-Europa,
risolta la crisi dei visti. «Grazie all'Italia»
Corriere
della Sera
28
marzo 2010
Maurizio
Caprara
La Libia si è
impegnata a riprendere il rilascio di visti ai cittadini dei
Paesi dell'Unione europea aderenti alla cosiddetta «area
Schengen». A causa di un contenzioso con la Svizzera ,
seppure con alcune eccezioni questi permessi di ingresso sul
territorio della Giamahiria sono stati negati o sospesi dal
14 febbraio scorso. La novità sulla fine blocco è
emersa ieri dopo che il regime del Colonnello Muammar Gheddafi,
il cui figlio Hannibal venne arrestato per due giorni a Ginevra
nel 2008 con l'accusa di aver picchiato due persone di servizio,
ha apprezzato un comunicato della presidenza di turno spagnola
dell'Ue preparato da José Luis Zapatero anche in seguito
a una consultazione al telefono con Silvio Berlusconi.
Il presidente del Consiglio
italiano, ieri unico capo di governo occidentale presente al
22° vertice della Lega araba a Sirte, in Libia, aveva premuto
affinché l'Unione diffondesse quel comunicato che sancisce
una svolta: dal «sistema informativo di Schengen sono
stati cancellati» i nomi di 188 libici, Colonnello compreso,
inseriti nel novembre 2009 dalla Svizzera tra i visitatori indesiderati.
Diceva ieri sera al Corriere, di ritorno da Sirte, l'ambasciatore
libico a Roma Abdulhafed Gaddur: «Grazie a Berlusconi.
Ce l'ha messa tutta nell'Ue per riconciliare. Con la Svizzera
rimane tutto come prima: deve accettare un arbitrato internazionale
sulla detenzione di Hannibal Gheddafi e le sue foto agli arresti
date alla stampa». In sostanza la nota spagnola, e il
suo «rammarico» per «i disagi causati a cittadini
libici» dalla lista nera, avrebbe l'effetto di far esonerare
dal blocco dei visti di Tripoli i cittadini di circa 20 Stati
tranne gli svizzeri. A Sirte, ai margini dell'incontro della
Lega araba, Berlusconi ha letto alcuni suoi appunti con proposte
di soluzione al premier libico Baghdadi Ali al Mahmudi e al
ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos. Poi la
telefonata con Zapatero.
A proposito di visti,
la Libia ha chiesto a Berlusconi un permesso: a pubblicare una
sua foto di quando firmava con Gheddafi il trattato di amicizia,
nel 2008, nella storia a immagini del Paese che comparirà
in filigrana sulle pagine dei nuovi passaporti. Parentesi di
conversazioni appartate in una giorno particolare. Tra l'Amministrazione
di Barack Obama, contraria a 1.600 nuove abitazioni israeliane
a Gerusalemme Est, e il governo d'Israele guidato da Benjamin
Netanyahu, Berlusconi ha scelto di difendere la prima. Accolto
a braccia aperte dal Colonnello, salutato da inni e balli berberi,
davanti alla Lega araba ha definito «controproducenti»
le decisioni sugli insediamenti. «Credo nell'impegno del
presidente Obama», ha detto Berlusconi dalla tribuna,
augurandosi una pace che includa il «Golan alla Siria»
(aveva parlato con Basahar el Assad) ed elogiando la moderazione
del palestinese Abu Mazen. Il quale, ieri, accusava Israele:
«Non ci saranno negoziati indiretti senza la fine dell'occupazione».
(torna su)
La
Libia respinge i cittadini europei
Il
Secolo XIX
15
febbraio 2010
Giuseppe
Giannotti
Domenica mattina avevano
reso nota la decisione di annullare con effetto immediato i
visti di tutti i turisti provenienti dall'area Schengen. E già
la sera le autorità libiche hanno messo in atto il provvedimento,
respingendo i cittadini europei. All'aeroporto internazionale
di Tripoli è scoppiato il caos. Anche perché sono
stati colpiti dal provvedimento cittadini già in possesso
di un regolare visto, concesso nei giorni scorsi. A farne le
spese anche diversi italiani. Un primo gruppo, del quale facevano
parte tre italiani e nove portoghesi, è stato bloccato
all'aeroporto dalle autorità libiche, sottoposto a severi
controlli durati ore, poi rimpatriato con lo stesso aereo con
il quale era arrivato. I nove portoghesi respinti, fra l'altro,
erano stati invitati dello stesso governo libico per partecipare
alla fiera libico-portoghese. Ad assistere gli italiani bloccati,
il console generale Francesca Tardioli che ha passato la notte
in aeroporto. I respingimenti sono proseguiti per tutta la giornata,
man mano che arrivavano i voli dall'Europa. Altri tre italiani,
arrivati con un volo dell'Air Malta, sono stati rimandati indietro.
I cittadini fatti entrare in Libia sono per lo più di
dipendenti a contratto di società petrolifere che operano
in Libia.
Oltre agli italiani hanno avuto problemi anche cittadini portoghesi,
austriaci, francesi, greci e maltesi. Il provvedimento non riguarda
i cittadini britannici, dato che la Gran Bretagna non aderisce
al patto di Schengen. Da Bruxelles arriva la prima reazione
per voce del commissario europeo agli Affari Interni, la svedese
Cecilia Malmstroem. «La Commissione Europea - si legge
nella nota diffusa a Bruxelles - deplora la decisione unilaterale
e sproporzionata delle autorità libiche di sospendere
la concessione di visti a cittadini di paesi Ue dell'area Schengen.
La Commissione si rammarica inoltre che a viaggiatori che avevano
ottenuto visti legalmente prima della misura di sospensione
è stato rifiutato l'ingresso una volta giunti in Libia».
L'Italia, da parte sua, ha fatto sapere di voler «verificare
la correttezza della decisione della Svizzera». «Priorità
del governo italiano e di tutti i paesi colpiti dal provvedimento
- ha evidenziato il ministro per le Politiche Europee, Andrea
Ronchi - è tutelare i cittadini, gli imprenditori e le
libertà di interscambio» dell'area Schengen. Mentre
il ministro degli esteri Frattini ha affermato che «la
decisione svizzera» di inserire Gheddafi nella cosiddetta
lista nera di Schengen «per risolvere una questione bilaterale,
di fatto prende in ostaggio tutti i Paesi» dell'area Schengen.
La Farnesina ha poi diramato un comunicato nel quale sconsiglia
tutti i viaggi verso la Libia «fino a quando il problema
non sarà risolto».
La Svizzera non ha commentato lo stop della Libia ai visti.
Una decisione assunta da Tripoli dopo che la Svizzera aveva
emanato un decreto per evitare l'ingresso nel territorio elvetico
a 188 libici, tra cui il leader Gheddafi e membri della sua
famiglia.«Il governo svizzero - si è limitato ad
affermare il portavoce del Ministero degli Esteri elvetico,
Lars Knuchel - ha deciso alla fine dell'estate 2009 una politica
dei visti restrittiva nei confronti della Libia. E tale politica
è ancora applicata».
“Una ferita che
si riapre ogni volta”
“Ogni volta
che sentiamo queste cose, per noi è come se si riaprisse
una ferita”. Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani
rimpatriati dalla Libia (Airl), commenta così la decisione
di Tripoli di sospendere i visti turistici ai cittadini dell'area
Schengen. La Ortu sottolinea con rammarico “quanti sforzi l'Italia
abbia fatto per prostrarsi al colonnello” e come quest'ultimo
“ne inventi sempre una nuova”. La presidente dell'Airl chiede
più “fermezza” alle autorità italiane. “Non si
può far ragionare uno psicopatico ma si può cercare
una costante che salvi almeno la dignità”.
(torna su)
Il
racconto degli italiani cacciati: "Ma perché vi
stupite? Quello è capace di tutto"
La
Stampa
16
febbraio 2010
Francesco
Grignetti
p.
2
Dalla bolgia dell'aeroporto di Tripoli, dove le autorità
libiche hanno bloccato tutti i passeggeri provenienti dall'area
Schengen, filtra un solo aggettivo: «Estenuante».
Il console generale d'Italia, la signora Francesca Tardioli,
riferisce di «difficoltà trovate da diversi passeggeri
europei». Sono stati almeno sessanta gli italiani rimasti
impigliati nelle maglie del capriccioso dispositivo dei libici:
10 alla fine li hanno respinti, 52 sono passati. Il personale
diplomatico, però, e la stessa Tardioli, hanno assistito
per tutta la notte a scene di confusione e di dubbio. Sia a
quelli ammessi, sia ai respinti non è stata fornita alcuna
spiegazione.
A sentire di quel caos a Tripoli, ci sono però alcuni
italiani che hanno sorriso. Amaramente. «Quell'uomo ci
ha abituati ad aspettarci davvero di tutto», scrolla le
spalle la signora Giovanna Ortu, che è
la presidente dell'associazione italiani rimpatriati
dalla Libia e che con Gheddafi gioca una partita di
nervi da quasi quarant'anni. La signora Ortu aveva trent'anni,
nel 1970, quando il Colonnello decise d'improvviso di cacciare
tutti gli italiani residenti in Libia. «Di colpo fu il
caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti
correnti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per
fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente.
E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci
entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo
portassimo al sicuro».
Ci furono altre perquisizioni anche prima di riuscire a salire
sull'aereo che li avrebbe portati in Italia: sani e salvi, ma
poverissimi. E però la signora Ortu, pensando a quei
manager o ai semplici turisti bloccati in aeroporto per un capriccio
del leader con il turbante, ricorda ancora l'ansia per salirci,
su quel benedetto aereo. «Non riuscivamo a ottenere il
nullaosta per la partenza e ci sentivamo ostaggi a casa nostra.
All'epoca eravamo dei piccoli proprietari terreni; il decreto
di requisizione ci portava via tutto, non avevamo più
nulla, eppure non ci lasciavano partire. Finché non capimmo
che mancava all'appello un vecchissimo furgoncino, un ferrovecchio
che noi nemmeno consideravamo più, e invece, siccome
risultava dall'elenco delle proprietà, loro pensavano
che lo tenessimo nascosto. Per fortuna, in un modo o nell'altro
riuscimmo a portarlo e ci lasciarono liberi».
La rivista «Italiani d'Africa», il bollettino
dell'associazione, sta per ripubblicare un articolo
di Igor Man. La professoressa Ortu lo rilegge con trepidazione.
«Erano - scriveva il Vecchio cronista - giornate convulse;
gli italiani importanti e gli italiani umili salivano e scendevano
pressoché ogni mattina le scale della nostra ambasciata,
ma il povero ambasciatore Borromeo non aveva risposte soddisfacenti
da dare ai mille angosciosi interrogativi che poi si riducevano
a una domanda sola: che fine faremo?».
La professore Ortu, a sentirlo, si commuove: «Andò
proprio così. Bravissimo Igor Man a raccontare la nostra
angoscia».
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Roma,“Il
Quadrifoglio” ha organizzato il convegno “Italia-Libia: pari
diritti, pari opportunità”
IRIS
Press
26
novembre 2009
bar.co.
“Si
è appena concluso il Convegno 'Italia–Libia: pari diritti,
pari dignità', organizzato dall'Associazione Quadrifoglio,
con la collaborazione dell'A.I.R.L. (Associazione Italiani
Rimpatriati dalla Libia)". Così dichiara
in una nota il responsabile del progetto, Giovanni Picone.
“E' stato un momento di incontro e confronto con la Comunità
italo-libica che, anche attraverso la testimonianza diretta
della dott. Giovanna Ortu (Presidente AIRL),
è stata divulgata la storia dei nostri connazionali esuli
libici”.
“Questo convegno – prosegue la nota del Quadrifoglio - è
stato organizzato per rispondere all'impegno assunto dalla Giunta
Comunale che si fatta promotrice, affinchè la ratifica
del Trattato di Amicizia e Cooperazione stipulato tra il Presidente
Berlusconi e il leader libico Gheddafi, possa segnare
finalmente la fine di tutti i contenziosi in essere tra i due
Paesi, riconoscendo i diritti degli italiani rimpatriati dalla
Libia".
All'incontro hanno partecipato importanti esponenti politici,
come l'On. Fabrizio Santori primo firmatario della mozione approvata
dal Consiglio Comunale lo scorso 2 febbraio sui diritti degli
italiani rimpatriati dalla Libia e sulle iniziative storico-culturali
volte a diffondere i valori della libertà e dell'identità
nazionale, l'On. Rocco Buttiglione, Presidente nazionale UDC,
il sottosegretario all'Economia e alle Finanze, Alberto Giorgetti,
nonché l'On. Marco Marsilio che da sempre si è
posto come primo interlocutore per difendere gli interessi soprattutto
morali dei nostri connazionali.
Il Progetto 'Italia–Libia', non si fermerà a questa conferenza
inaugurale ma proseguirà negli istituti scolastici del
territorio del Comune di Roma, al fine di creare adeguate sinergie
a livello didattico.
"Verranno organizzate – conclude il Quadrifoglio -
delle conferenze per diffondere, anche attraverso la visione
di una mostra fotografica, la storia della Comunità Italo
Libica alle nuove generazioni, storia che per troppo tempo è
rimasta in secondo piano”.
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Tutti
zitti sulle "lezioni" di Gheddafi
Corriere
della Sera
18
novembre 2009
Pierluigi
Battista
p.1
Un
paio di domande su donne e potere. La prima: perché una
ragazza non avvenente o di statura inferiore al metro e 70 deve
essere esclusa, e solo a causa di queste presunte «manchevolezze»
fisiche, dagli insegnamenti religiosi impartiti dal colonnello
Gheddafi nel suo tour romano? La seconda: si ha per caso notizia
di qualche petizione, di qualche protesta, di qualche indignata
considerazione che voglia stigmatizzare questa palese offesa
alla dignità delle donne, ragazze come gingilli da esibire
al cospetto del satrapo in visita ufficiale?
Le
prescrizioni di Gheddafi sono state molto precise . I suoi collaboratori
dovevano contattare circa duecento ragazze attraverso un sito
specializzato per il reperimento di hostess da retribuire con
una sessantina di euro (tra l'altro: non esiste un sindacato
delle hostess?). Il canone fissato prevedeva che le ragazze
fossero di bell'aspetto, possibilmente bionde. Che dal metro
e sessantanove centimetri in giù di statura sarebbe scattato
implacabile l'ostracismo. Che fossero vestite di nero, vietate
minigonne e scollature, il tacco di almeno sette centimetri,
e la taglia, inderogabilmente, 42. Solo a queste condizioni
le ragazze sarebbero state meritevoli delle lezioni di Gheddafi
sul Corano e sensibili alle istruzioni del Libretto Verde, distribuito
come cadeaux dopo un paio di notti di infervorate diatribe
religiose innaffiate, raccontano le cronache, da dosi massicce
di cappuccino.
Dicono
inoltre le cronache che una ragazza è stata allontanata
, perché giudicata troppo bassa e un'altra esortata a
lasciare la compagnia (sarebbe meglio dire l'improvvisato simulacro
di un harem?) perché non del tutto compatibile con i
canoni ideali della bellezza secondo il colonnello Gheddafi:
in altre parole, perché bruttina. Ma c'è qualcosa
di più feroce di un'esclusione dovuta esclusivamente
per cause, per così dire, fisiche? Mica quelle ragazze
erano state selezionate per un concorso di bellezza, o per il
casting di una trasmissione televisiva, o per allietare
un evento mondano. No, erano state scelte per ascoltare
la parola di Gheddafi sull'Islam, sul crocifisso, sulle profezie,
sulla virtù, sulla conversione. E allora che c'entrano
la taglia 42 e il tacco di almeno sette centimetri? Ma se non
c'entrano, come mai si è improvvisamente inaridito il
fiume di discorsi e petizioni che in questi mesi si è
imposto sulla degradazione del corpo delle donne, sulle ragazze
ridotte e umiliate a strumento per allietare le serate dei sultani,
all'imposizione di un canone convenzionale di bellezza che mortifica
l'intelligenza delle donne, che trasforma le ragazze in oche
e veline sottomesse ai capricci dei potenti? E invece adesso
c'è il silenzio. Il silenzio assoluto.
L'imbarazzo
ufficiale per le stravaganze di un sultano con cui è
obbligatorio (e conveniente) conservare eccellenti rapporti
bilaterali. L'imbarazzo civile di chi centellina con un po'
di cinismo (o di malafede?) la propria indignazione, azionandola
solo in qualche occasione, imbavagliandola quando il bersaglio
non è il solito Nemico di cui è persino superfluo
fare il nome. Una festa dell'ipocrisia in cui a farne le spese
sono un gruppo di ragazze ammassate su un torpedone. Taglia
42, tacco di sette centimetri, abitino nero per regalare al
colonnello la soddisfazione di una bella lezione di religione.
(torna su)
Libri.
L'Italia e l'ascesa di Gheddafi
Il
Foglio
23
ottobre 2009
Cinque
anni cruciali di relazioni tra l'Italia e la Libia: dall'arrivo
al potere di Gheddafi, che in soli undici mesi, avrebbe portato
alla brutale espulsione di ventimila italiani, costretti ad
abbandonare senza alcun risarcimento un patrimonio valutato
intorno ai duecento miliardi di lire dell'epoca; fino
a quello storico accordo di cooperazione tra Italia e Libia
del 1974 che rese di nuovo i due paesi partner privilegiati,
facendo anzi dell'Italia una delicatissima e fondamentale “cerniera”.
Da quell'accordo nacque una nuova storia di relazioni che -
pur tra alti e bassi, soprattutto legati all'erratica personalità
del raìs libico – portò fino al trattato d'amicizia
del 2008.
La
prefazione è di Angelo Del Boca: massimo storico del
colonialismo italiano, e anche suo massimo fustigatore da posizioni
di sinistra anticolonialista, anche se sempre rispettoso dell'equanimità
storica.
La
presentazione del volume ieri a Roma, è stata però
organizzata in collaborazione con l'Associazione Italiana Rimpatriati
dalla Libia, che a lungo ha esposto valutazioni opposte a quelle
di Del Boca. E Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, è
stata tra gli oratori.
Un fatto che segnala un progressivo avvicinamento delle posizioni.
Ma ci voleva anche un libro come quello di Varvelli per “rappresentare
questo nuovo spirito”. Ricercatore presso l'Istituto per gli
Studi di Politica Internazionale (Ispi) di Milano, Varvelli
ha infatti compiuto una ricerca certosina tra archivi e documenti
diplomatici non al servizio di tesi dì parte ma della
verità storica. E di sorprese e rivelazioni ne ha fatte
emergere in quantità.
Una
su tutte: c'è la possibilità che a provocare la
cacciata degli italiani dalla Libia sia stata in realtà
la pasticciata visita di tre deputati di sinistra italiani,
venuti “a nome del Parlamento” e all'insaputa dell'ambasciata
a presenziare, unici occidentali, alle manifestazioni per il
ritiro statunitense dalla base di Wheelus nel 1970. Insospettendo
però il terzomondista ma anche anticomunista Gheddafi
al punto da fargli “intravedere una manovra” obliqua del nostro
paese. Insomma, non una vendetta per il fascismo, ma una prevenzione
del comunismo. La complementarietà tra le due economie
era assoluta. Per questo l'Italia non poté procedere
a rappresaglie. Per questo la Libia colpì i coloni
che avevano in mano gran parte della piccola impresa, ma senza
toccare i grandi interessi, a partire dall'Eni. E la diplomazia
italiana a lungo si illuse, non capendo che la distruzione del
ceto medio straniero era per Gheddafi un obiettivo irrinunciabile
e sperò nella mediazione di Nasser.
(torna su)
Noi
fiorentini, dall'altra parte della Libia
Corriere
Fiorentino
16
ottobre 2009
Edoardo
Semmola
p.
12
«Un
giorno si inventarono la tassa sul balcone, quello dopo una
tassa sulla porta d'ingresso, se sporgeva sulla strada, un altro
pure la tassa sul cane... Ore e ore di fila agli sportelli solo
per ‘‘documentare'' di non aver mai avuto cani in famiglia...
Dovevamo capire che aria stava tirando, ogni giorno la radio
annunciava nuove vessazioni a cui noi italiani dovevamo sottostare».
Francesco
Chirchirillo oggi ha 60 anni, vive a Firenze, e ieri pomeriggio
è andato all'inaugurazione della mostra L'occupazione
italiana della Libia. Violenza e colonialismo. 1911-1943 a Palazzo
Medici Riccardi. È nato a Tripoli, suo padre era nato
a Bengasi e «parlava l'arabo come prima lingua, prima
ancora dell'italiano», e il nonno siciliano trasportava
merci tra la Tunisia e la Libia già dal 1898. «Insomma,
non si può dire che fossimo ‘‘integrati'', come si dice
oggi, perché la comunità italiana è sempre
stata separata dai libici, ma quasi». Francesco Chirchirillo
faceva il geometra per una compagnia petrolifera americana e
lavorava nel deserto. Con il primo stipendio, a pochissimi mesi
dalla cacciata, «mi comprai la Cinquecento ». Ma
non ebbe grandi occasioni per guidarla: aveva solo 20 anni quando
con decreto del colonnello Gheddafi improvvisamente divenne
un cittadino «indesiderato». Ne doveva compiere
21 quando fu cacciato, come tutti gli italiani, una mattina
presto, svegliato di soprassalto. «Mi misero su una nave
alle 2 del pomeriggio, all'imbarco ci sequestrarono alcune casse
e a mio padre tolsero l'orologio direttamente dal polso dopo
avergli portato via tutto». Eppure, Francesco Chirchirillo,
come tanti italiani che hanno vissuto quella dolorosa esperienza,
la Libia ce l'ha nel cuore. Quando ne parla, quando ricorda,
non può fare a meno di commuoversi. «Mi scusi un
attimo, fa male, fa ancora male, a quarant'anni di distanza,
certe ferite non si rimarginano». Ce l'ha nel cuore, nella
memoria: «Ho nostalgia dei miei 20 anni, della terra che
ho lasciato ma non di quella che potrei trovarci oggi».
Ma quando la commozione cede il passo, torna su prepotentemente
la rabbia: «Vorrei tornarci, un giorno, anche solo per
poter venire via ancora una volta e dire di averlo fatto di
mia spontanea volontà perché quella non è
più la mia terra, e non perché mi hanno buttato
fuori».
GLI
«INDESIDERATI» - Di quegli italiani che nel 1970
si svegliarono «indesiderati» (questo il termine
del decreto di Gheddafi con cui si definivano gli italiani a
partire dal 1969), a Firenze vivono cinque famiglie. Per qualcuno
di loro, ieri sera a Palazzo Medici Riccardi, più che
un amarcord è stata una «brutta sorpresa»,
qualcosa contro cui «protestare». Mauro Annese ,
72 anni, è nato in Libia e si è sposato con una
fiorentina. Per questo oggi vive a Firenze. Di fronte alle fotografie
in mostra è visibilmente irritato: «Questa è
una mostra di sinistra e parla solo delle efferatezze degli
italiani, non è imparziale, disconosce tutta una parte
di storia, quella della generazione di mio padre che a partire
dagli anni Trenta ha contribuito a costruire quel paese dal
nulla. Avrei voluto manifestare insieme ad altri tripolini fiorentini
davanti al palazzo e spiegare bene come stanno le cose».
Non ha fatto alcuna protesta, in compenso però è
entrato a Palazzo Medici Riccardi armato di tutto punto di cartoline
che mostrano una Tripoli bellissima, «quella che abbiamo
costruito noi italiani, perché si capisca che non ci
sono state solo le torture e le violenze durante il fascismo,
ma c'è stato anche altro, dopo, quando fino all'avvento
di Gheddafi la vita era bella e tra noi, i libici e gli ebrei
c'era grande simpatia, si lavorava tutti insieme senza pregiudizi,
con grande rispetto reciproco e nessun astio, e per 30 anni
non abbiamo mai avuto problemi». Guardano le foto, sfogliano
i libri e i documenti che si sono portati dietro, come pezzi
di memoria. E tutti, come anche Vittorio Lattanzi e Claudio
Tascone , anche loro fiorentini reduci della «cacciata»
del '70, sono concordi su una cosa: «Non ci vorremmo più
tornare neanche se Gheddafi volesse, perché ce l'ha distrutta
la nostra Tripoli, l'ha riempita di grattaceli e orribili palazzoni,
non la riconosceremmo più, soprattutto il lungomare...
quel bellissimo, quasi da Costa Azzurra, lungomare con le palme».
«Gheddafi aveva la necessità di implementare le
funzioni portuali e la bellezza del lungomare è stata
una delle prime ‘‘vittime'' della sua ascesa al potere»
racconta Tascone. «Qualcuno è tornato, più
che altro per turismo — continua Annese — Ma io no. I miei sono
ricordi molto felici, con mia moglie abbiamo vissuto lì
per 7 anni...» e, aggiunge Lattanzi, «anche se mi
dessero la possibilità di tornare non ci andrei: Tripoli
è stata distrutta dal cemento, vedere delle dune al posto
degli ulivi piantati da mio padre, portati direttamente dalla
Toscana nel 1926, e frutto di 44 anni di lavoro... No, preferisco
i bei ricordi invece che trovarmi davanti agli occhi uno sfacelo».
IL
GIORNO DELLA «CACCIATA» - Anche lui ricorda il giorno
della «cacciata»: «Fortunatamente noi fummo
rimpatriati in aereo e non in nave, ma fu ugualmente umiliante
per le perquisizioni, specialmente quella di mia madre a cui
delle soldatesse (prese in prestito dall'Egitto perché
in Libia non ce n'erano) rubarono molti gioielli». Suo
padre faceva l'olio. «Era un gran olio! Eravamo milanesi
di famiglia ma mio padre mi mandò a studiare agraria
a Firenze perché qui la facoltà era specializzata
nel campo degli ulivi. D'accordo, furono fatte brutte cose durante
l'occupazione ma la mia generazione ha lavorato e prodotto ricchezza
per la Libia e i libici, Gheddafi non può fare di tutti
gli italiani un fascio: il nostro olio era consumato dai libici
stessi, e abbiamo anche portato macchinari all'ora di avanguardia
dalla Veraci di Firenze». Sono tornati in Italia senza
niente, espropriati di tutto. E se c'è chi, come Mauro
Annese, sospira e pensa, «se mio padre avesse venduto
tutto quando le cose cominciarono a peggiorare, oggi sarei miliardario!»,
c'è anche chi ha messo da parte il rancore. Uno è
l'ottantunenne Claudio Tascone che si definisce «più
che italiano, sono un uomo di mondo, e infatti il mondo l'ho
girato tutto». Lui è più propenso a chiudere
i conti con il passato. Anche se suo nonno «ha realizzato
dal niente una grande azienda agricola, un impianto di irrigazione,
perfino una chiesa in collina», Tascone vuole lasciarsi
alle spalle le polemiche, il colonnello Gheddafi, l'esplusione,
e sorriderci sopra: «La Libia ci ha cacciato ma l'Italia
non ci ha accolto, non c'era neanche un cane all'aeroporto,
sono tornato con una mano davanti e una di dietro (e 20 dollari
scampati alla perquisizione perché nascosti molto bene!)
mentre prima dirigevo una grande trading company libico-svizzera,
ma oggi i miei sentimenti sono in aggiornamento: è giusto
ormai fare un accordo con quel gran furbacchione di Gheddafi,
sarebbe assurdo continuare per altri cento anni un contenzioso
inutile. Meglio chiudere alla svelta i conti in sospeso con
un individuo come questo, con fermezza ma senza manifestazioni
emotive». Neanche lui tornerà in Libia. «La
conosco palmo a palmo, ci tornerei solo come cane sciolto, senza
rivolgermi a un'agenzia di viaggi... Verso il popolo libico
ho un sentimento di amicizia, mi rammarico solo di non poter
abbracciare di nuovo alcuni miei ex dipendenti. Nessun rancore,
sono un uomo di mondo».
(torna su)
Le
imprese aspettano 626 milioni da Gheddafi
Corriere
Economia
28
settembre 2009
Cecilia
Zecchinelli
p.2
Passate
le celebrazioni per la ritrovata amicizia italo-libica, archiviate
ormai le polemiche sulla visita di Silvio Berlusconi a Tripoli,
restano altre questioni aperte tra i due Paesi. L'immigrazione,
certo. L'ingresso del colonnello nel Milan, forse (ma questa
è faccenda privata del premier). E l'ormai trentennale
pasticcio dei crediti delle aziende italiane. Un pacchetto di
oltre 600 milioni che la Jamahiriya dovrebbe versare dopo aver
sospeso i pagamenti, come ritorsione, in seguito al primo embargo
occidentale nel 1986.
Il
contenzioso, che tutti si dicono pronti a risolvere, non è
però di facile soluzione. Un'intesa è stata si
decisa nell'ormai celebre Trattato d'amicizia italo-libico del
2008 (articolo 13), ma solo in linea di principio. Sulla somma
da versare, e soprattutto su chi debba assumersi l'onere (e
il rischio) di decidere chi deve prendere quanto, l'intera operazione
si è are nata.
«La
Libia ha deciso non solo di pagare 450 milioni anziché
i 626 dovuti in solo conto capitale, ma di versarli al governo
italiano e non alle imprese», spiega Pierluigi d'Agata,
direttore generale di Assafrica, l'associazione di Confindustria
per l'Africa e il Medio Oriente.
E
il governo italiano non intende (per ora?) incassare quel
denaro e ridistribuirlo, vista l'alto rischio di contestazioni
da parte dei creditori. I 450 milioni sono stati poi ancora
«scontati" da Tripoli, che sostiene di averne già
versati 200 a varie imprese e quindi di avere ormai un debito
che ammonterebbe a soli 250 milioni.
«Qualcuno
è stato pagato, è vero, come Alitalia o Impregilo;
altri hanno recuperato qualcosa tramite Sace - conferma Giorgio
Vinai, amministratore delegato della Conicos, in Libia
da oltre 30 anni e ora impegnata nella costruzione dell'aeroporto
di Ghat, tra i maggiori creditori -. E delle 115 imprese, rimaste
c'è chi ha chiuso, chi non ha documentazione dei crediti.
Ma che la Libia debba pagare è fuori dubbio. Altrettanto
certo è che l'Italia deve risolvere questo pasticcio:
dopo il successo del Trattato d'amicizia è inconcepibile
lasciare il nostro problema in sospeso».
A
complicare ulteriormente le cose, il fronte creditori è
diviso in tre gruppi: Assafrica, Ance (con gli importi maggiori)
e Airil. Oltre a Finmeccanica. Gruppi che si parlano, certo,
ma con idee diverse su come uscire dal pantano e diversi gradi
di bellicosità. Come diversa è la posizione tra
chi in Libia vuole restare e chi se ne è andato. O tra
chi deve avere somme ingenti e chi ne aspetta di minime, più
pronto a battaglie di principio. Magari (si dice) anche ad incatenarsi
davanti a Palazzo Chigi.
«Il
problema - confermano fonti del governo italiano - resta aperto
e complicato: oggi non c'è nessun accordo nè sulle
cifre nè sui metodi, anzi è tutto bloccato. E
l'Italia si trova in una posizione molto scomoda». Perché
la proposta dei creditori, già oggetto di proposte di
legge non'ancora approvate, è che «Roma prenda
quanto offre la Libia per ragion di Stato», facendosi
magari carico di pagare la differenza alle imprese. Cosa che
porterebbe a molti probabili contenziosi.
Ma
posizione scomoda anche perché i libici non sono contenti
di vedersi rinfacciare che non hanno pagato. Proprio ora che
il clima è tornato sereno tra i due Paesi.
«Ci
sarebbe ancora quel problema dei crediti delle aziende da risolvere
... », ha ricordato Berlusconi a Gheddafi nell'ultimo
tete-à-tète il 30 agosto, tra un passaggio delle
Frecce Tricolori e una considerazione sul Medio Oriente. Ma
il discorso, a quanto è dato sapere, è finito
lì.
(torna su)
La
lettera del giorno: Italia e Libia di Gheddafi una pietra sul
passato
Corriere
della Sera
3
Settembre 2009
p.41
La
storia dell'Italia in Libia coincide con quella di tante nostre
famiglie lì rimaste fino alla brutale espulsione da parte
di Gheddafi. Non so se da quel momento ci hanno addolorato di
più i mille sgarbi libici dei quali siamo stati oggetto,
oppure l'indifferenza del Governo italiano, tutto proteso a
cercare ogni possibile ossequio per ingraziarsi il dittatore
e per vantare la lungimiranza (o non piuttosto l'acquiescenza)
della sua politica estera. E arriviamo oggi alle incredibili
affermazioni, riportate dal Corriere del 28 agosto, del senatore
Lamberto Dini, ex ministro degli Esteri e attuale presidente
della Commissione Esteri del Senato. Il suo invito a «mettere
una pietra sopra» al nostro dolore e ai nostri diritti,
solo perché vecchi di quarant'anni, per lasciare posto
a risarcimenti miliardari per storia di cent'anni fa, al cane
a sei zampe, ai cammelli vari e alle nostre adorate Frecce Tricolori,
ci ha ferito e indignato molto più dell'espulsione e
della confisca. Vorremmo far sapere, tramite il Corriere, al
senatore Dini che le pietre possono anche andare bene purché
siano d'oro e possano essere facilmente suddivise in preziose
pepite fra i tanti rimpatriati che ne hanno diritto.
Raffaele
Iannotti
- AIRL Terni
Risponde
Sergio Romano:
Caro
Iannotti,
Ricordo
brevemente per i lettori che Lamberto Dini è stato uno
dei maggiori artefici degli accordi italo- libici. Berlusconi
ha raccolto molti allori e, come nel caso della sua lettera,
altrettante critiche. Ma i risultati sono stati ottenuti grazie
ai lavori di una squadra di cui hanno fatto parte, insieme a
Franco Frattini e all'attuale presidente del Consiglio, Romano
Prodi, Dini, Giuliano Amato, Giuseppe Pisanu e Roberto Maroni.
Nella sua intervista al Corriere Dini non esita a sostenere
che la riconciliazione è un evento positivo e che gli
accordi gioveranno complessivamente all'economia italiana.
Bisogna quindi, conclude, mettere una pietra sul passato e guardare
avanti. Avrei forse usato parole diverse, ma debbo confessare,
caro Iannotti, che sono d'accordo con lui. Per due ragioni.
In primo luogo la sicurezza energetica è un interesse
dell'Italia, non del «cane a sei zampe». Sarebbe
assurdo voltare le spalle a un Paese che è, insieme all'Algeria,
il più vicino e il più conveniente dei nostri
fornitori.
In secondo luogo ciò che a noi maggiormente interessa
in questo momento è creare un rapporto di organica collaborazione
con la società libica, con i suoi tecnici, i suoi studenti,
i suoi amministratori e i suoi professionisti. Vogliamo che
l'Italia diventi per queste persone il principale punto di riferimento
dell'Europa mediterranea. Le intemperanze e i furori nazionalisti
di Gheddafi non mi piacciono. Lo stile del presidente del Consiglio
nel corso dei suoi incontri con Gheddafi a Roma e a Tripoli
avrebbe potuto essere più sobrio. Ma né Gheddafi
né Berlusconi sono eterni. Mentre Italia e Libia continueranno
ad affacciarsi sullo stesso mare per parecchio tempo.
Resta naturalmente il problema degli indennizzi dovuti
agli italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970. Mi auguro
che le vostre associazioni riescano ad ottenere una somma superiore
ai 150 milioni che sarebbero oggi previsti dall'accordo. Ma
sulla utilità delle relazioni fra i due Paesi non ho
dubbi.
(torna su)
Quel
Tenente Colonnello che ha saputo dire no a Gheddafi
Corriere
della Sera
2
settembre 2009
Gressi
Roberto
p.13
Non è facile dire
di no al Colonnello. Se Muammar Gheddafi vuole piantare la tenda
nel bel mezzo di villa Pamphili si vanno a comprare i picchetti.
E se vuole libero Abdel Basset Ali Mohmet al-Megrahi, condannato
per la strage nei cieli di Lockerbie, Gordon Brown e la regina
Elisabetta convincono la Scozia ad aprire le porte della prigione.
Sarebbe sciocco leggere tutto questo come un asservimento dell'
Occidente al dittatore: proprio lui paga un prezzo per queste
concessioni. È stato costretto a rinunciare al terrorismo,
ad avviare una politica di collaborazione e di porte aperte
e, con le necessarie cautele, ad accettare la costruzione di
una amicizia tra popoli e Stati. Ma sull' immagine no, sull'
immagine il Colonnello non cede di un millimetro. E allora arriva
a Roma accolto con sorrisi e strette di mano con appuntata sul
petto la foto dell' eroe anti-italiano Omar Al-Mukhtar. O, per
anni, regala ai leader in visita in Libia i fucili dell' occupazione
italiana. O, ancora, chiede di avere la pattuglia acrobatica
delle Frecce tricolori per festeggiare i quarant'anni della
sua rivoluzione. Non ha senso riaprire qui la polemica sull'
opportunità o meno di mandare in Libia un corpo scelto
della nostra aeronautica. Ma abituati alle pretese di Gheddafi
assai spesso esaudite dagli occidentali per un po' abbiamo ingiustamente
temuto di veder uscire una scia verde dagli scarichi degli aerei,
così come i libici chiedevano, in omaggio alla loro bandiera.
Così non è stato. Tammaro Massimo, da Savona,
classe 1968, asciutto e senza capelli, figlio di un ragioniere
della prefettura, tenente colonnello e comandante della pattuglia
acrobatica nazionale, ha detto di no. Niente fumata verde. Inutile
insistere: o la scia tricolore o ce ne andiamo. Ha avuto il
sostegno del ministro della Difesa e del premier, ma per primo,
a chiare lettere, quell'atto di coraggio e di orgoglio per le
insegne nazionali lo ha fatto lui. E, per una volta, senza rispettare
i gradi: un tenente colonnello che dice no al Colonnello.
(torna su)
Il
tenente colonnello Massimo Tammaro, alla testa della formazione
acrobatica
Corriere
della Sera
2
settembre 2009
Nese
Marco
p.16
Il
nostro tricolore è una cosa preziosa. Io amo la mia patria.
Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati molto amichevoli
«Un
volo tranquillo, con un passaggio verticale e uno virato».
Le Frecce tricolori hanno appena concluso la loro esibizione
nei cieli di Tripoli. E il loro comandante, il tenente colonnello
Massimo Tammaro, racconta come si è svolta la missione.
«Abbiamo steso il nostro tricolore sulla città.
Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati tutti molto
gentili e amichevoli con noi». L' aveva detto Tammaro.
«O il tricolore o ce ne andiamo». Niente scia verde
come voleva Gheddafi. «Il nostro tricolore è una
cosa preziosa. Io amo la mia patria». Ma chi è
questo pilota che ha detto no al leader libico? «Se dovessi
dare una definizione di me stesso, direi che sono uno degli
uomini più fortunati del mondo». Fortunato fin
da bambino. «Con un padre straordinario, ragioniere alla
prefettura di Savona dove sono nato nel 1968. Mio padre usciva
dal lavoro e studiava. Mi ha inculcato l' amore per la cultura».
Lo portava a visitare musei e cattedrali in giro per l' Europa.
«Le cattedrali gotiche mi davano i brividi. Fantastiche.
Mi è rimasto un amore sconfinato per l' arte. Ho visitato
ben 9 volte il Louvre». E' anche un buon collezionista
di arte moderna. Il suo pezzo forte è un Armand Fernandez,
detto Arman. Non ama i «valori effimeri». Dedica
il suo tempo libero e i suoi risparmi a «chi non è
fortunato come me». Aiuta bambini handicappati, gli hanno
dato anche premi per questa sua generosità, ma non ne
vuole parlare, dice che queste cose «si fanno non per
ottenerne pubblicità, ma solo perché il cuore
dice di farle». Di un altro premio invece parla volentieri,
è un riconoscimento alla carriera che gli ha consegnato
il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «per
aver valorizzato l' eccellenza italiana nel mondo» con
la tecnologia e la professionalità della pattuglia acrobatica.
«Ne sono felice. Il mio sogno è contribuire sempre
più a far capire al resto del mondo quanto sia grande
e bello il mio Paese». Con lui le Frecce tricolori sono
entrate in ambienti dai quali prima erano fuori. «Massimo
è straordinario nelle pubbliche relazioni - racconta
il colonnello Paolo Tarantino, il precedente comandante della
pattuglia acrobatica -. Frequenta convegni economici, imprenditori,
personaggi della cultura. Fa conoscere la pattuglia e impara
dagli altri le tecniche di gestione umana». Quando entrò
in Accademia aeronautica, nel 1989, diede filo da torcere agli
altri allievi perché era un atleta formidabile. Sui 1500
metri non lo batteva nessuno. Era anche un bravo calciatore.
L' amore per il calcio gli è rimasto e quando può
una partitella la gioca volentieri. Anzi. Una squadra friulana
gli deve la promozione in prima categoria. La pattuglia acrobatica
è di base a Rivolto, appunto in Friuli, e quando una
squadra locale si trovò in difficoltà, lui accettò
di scendere in campo e la portò al successo. Come tifoso,
tiene per la Juventus. «Sono nato sul mare. Da bambino
uscivo di casa, attraversavo la strada ed ero in spiaggia».
E al mare torna. Ha un' imbarcazione sulla quale può
salire solo a ottobre, perché in primavera ed estate
è in giro per il mondo a sbalordire gli spettatori con
le straordinarie esibizioni delle Frecce tricolori. Dice che
l' aria e il mare richiedono un atteggiamento simile. Sia l'
aereo che la barca comportano pianificazione e umiltà.
Non si arrabbia mai. Luca Giurato, però, lo fece infuriare
quando a Uno Mattina, invece di chiamarlo Tammaro storpiò
il nome in Tamarro. Dieci anni fa arrivò tra gli acrobati
dell' aria, i suoi colleghi della pattuglia, 10 supermen in
grado di compiere evoluzioni strabilianti. «Eravamo tutti
un po' tristi - ricorda il colonnello Tarantino -. Uno dei piloti
aveva problemi al labirinto di un orecchio. Siccome la pattuglia
acrobatica non ha riserve, rischiavamo di doverci esibire in
nove invece che in dieci». Dopo una rapida selezione,
fu scelto Tammaro come sostituto del pilota ammalato. «Fu
una sorpresa - racconta Tarantino -. Non immaginavamo che in
pochissimo tempo riuscisse a entrare nei meccanismi della pattuglia.
Invece ci riuscì alla grande e portò una ventata
di allegria pazzesca». Tammaro ha cominciato da Pony 9,
cioè quello che nella formazione si chiama 2° fanalino.
Ha scalato nel tempo da 9 a 0. Oggi è appunto Pony 0,
il capo.
(torna su)
Mostra
sul colonialismo. L' ambasciatore protesta «Carente e
incompleta».
Ma
Dini, che l' ha inaugurata: no, è bella
Corriere
della Sera
31
agosto 2009
Fregonara
Gianna
p.3
A
leggere le dichiarazioni rilasciate dall' ambasciatore italiano
in Libia Francesco Paolo Trupiano sembra un altro schiaffo all'
Italia: «La mostra fotografica sul colonialismo è
carente e incompleta. Non andava inaugurata nel giorno dell'
Amicizia italo-libica», sbotta il diplomatico dopo aver
visto la ricostruzione iconografica del trentennio 1911-1943.
E non si perita per il fatto che poco prima il presidente della
commissione esteri Lamberto Dini abbia tagliato il nastro della
mostra dichiarando sorridente: «E' comprensibile che la
Libia come altri Paesi oggetto di sofferenze e violenze non
voglia dimenticare il suo passato e abbia voluto allestire una
mostra così bella ed equilibrata». «C'era
chi avrebbe preferito una mostra che illustrasse tutto il secolo
dei rapporti Italia-Libia - spiega Dini - ma i libici mi hanno
assicurato che ci stanno lavorando e che a oggi era pronta solo
questa fase». Tra questi sicuramente l' ambasciatore e
la Farnesina, impegnata ad evitare contorni imbarazzanti e polemiche
su questa visita del premier: «L' Italia ha riconosciuto
le sue colpe ma la storia va avanti - spiega Trupiano - avremmo
apprezzato che la mostra si concludesse con la foto di Berlusconi
e Gheddafi che si stringono la mano in occasione della firma
del Trattato di amicizia un anno fa, oppure con l' immagine
del Castello Rosso di Tripoli accanto al Colosseo». Ennesima
ambiguità di Gheddafi, che aveva promesso una cosa e
ne ha inaugurata un' altra? Del resto il titolo della mostra
non lascia molti dubbi sul tenore della ricostruzione: «L'
occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo»
e all' ingresso campeggia, su un collage di foto di violenze,
mutilazioni, torture e deportazioni, la scritta: «Never
Forget». Le foto sono di provenienza italiana e, anzi,
all' allestimento ha collaborato oltre alla Farnesina anche
lo storico Costantino Di Sante insieme all' archivio nazionale
di studi storici di Tripoli. «Non farei polemiche, del
resto a Gerusalemme a vedere il museo della Shoah vanno anche
i tedeschi», chiosa Dini, che spiega come nella mostra
siano ben in evidenza anche foto che testimoniano la costruzione
di palazzi e i miglioramenti di vita portati dagli italiani.
Non è contenta di altre polemiche neppure la sottosegretaria
agli Esteri Stefania Craxi: «La mostra è brutta?
Pace, non guardiamo alla pagliuzza nell' occhio... E' vero che
nel colonialismo ci sono state responsabilità dell' Occidente
ma anche la Libia nel dopoguerra ha avuto le sue. Ma oggi quello
che è importante è il trattato di amicizia».
(torna su)
Italia-Libia:
sit in Udc davanti ambasciata, non ci inchiniamo a Gheddafi
Adnkronos
31
agosto 2009
'Basta
inchini al dittatore libico', e' la scritta che campeggia sui
manifesti esposti questa mattina da una delegazione dell'Udc
davanti all'ambasciata libica in via Nomentana, a Roma, per
protestare contro la visita di ieri di Silvio Berlusconi a Tripoli.
Lorenzo Cesa, segretario del partito di via dei Due Macelli
non usa giri di parole: 'Riteniamo che inchinarsi di fronte
a dei dittatori sia sbagliato. In Libia vige un regime dittatoriale
senza controlli internazionali, dove i diritti umani e la liberta'
delle persone vengono ripetutamente violati. In piu', il regime
non rispetta il dolore delle vittime, accogliendo come un eroe
l'attentatore di Lockerbie. Il trattato
di amicizia italo-libico e' un accordo costosissimo
per noi, perche' 5 mld di dollari potevano essere investiti
oggi a sostegno delle nostre imprese, infrastrutture e famiglie'.
Il leader centrista non ha dubbi: 'Non possiamo dimenticare,
inoltre, gli esuli, privati di tutto, gli incarcerati da Gheddafi,
gli atti di terrorismo. E' chiaro che di mezzo c'e' un ricatto
di tipo energetico. E' stata una scelta quanto meno discutibile
quella di lasciare i partner tradizionali per fare l'occhiolino
a Gheddafi e a Putin: significa affidare all'incertezza e alla
precarieta' il futuro energetico dell'Italia, pagandone pero'
subito il prezzo'. Alla manifestazione partecipano circa un
centinaio di persone. Ad accompagnare Cesa ci sono gli esponenti
del partito Ferdinando Adornato e Francesco D'Onofrio.
Cesa
insiste: 'Si tratta di un trattato mortificante per i nostri
connazionali esuli, cacciati dalla Libia e privati di tutti
i loro averi, che aspettano ancora un vero risarcimento. E'
scandaloso che lo Stato italiano si sia occupato prima dei libici
e poi degli italiani. Il ministro La Russa ha poi confermato
che ci saranno collaborazioni di tipo militare con la Libia.
Ma per le questioni energetiche non possiamo sacrificare tanti
anni di impegno (passato, presente e futuro) nell'ambito della
Nato e a fianco dei Paesi occidentali'.
Il leader centrista denuncia 'ad oggi un rischio concreto: che
la politica estera del nostro Paese scivoli pericolosamente
fuori dall'atlantismo e dall'europeismo e si apra alle cattive
amicizie come quella con Gheddafi. La sola forza politica che
si e' opposta fin dall'inizio alla firma del trattato con la
Libia -sottolinea e' stata l'Unione di centro. Noi siamo stati
coerenti fin dall'inizio. Gli altri no. E' un trattato umiliante
per l'Italia, che fa sorridere solo Gheddafi e che non da' garanzie
al nostro Paese che venga rispettato'.
(torna su)
Berlusconi
con Gheddafi: rigorosi sull'immigrazione
Sole
24 Ore
Gerardo
Pelosi
30
agosto 2009
Sia
pure in mezzo a mille contraddizioni comincia a concretizzarsi
il Trattato di amicizia e cooperazione italo-libica, a un anno
dalla firma dell'accordo di Sirte tra Silvio Berlusconi e Muammar
Gheddafi. Alcuni passaggi acrobatici delle Frecce Tricolori
(senza fumogeni tricolori ma neutri di colore grigio-marrone)
hanno salutato ieri sera i due leader riuniti in una tensostruttura
nel Porto di Tripoli in attesa di prendere parte al rito dell'Iftar,
la cena che interrompe il digiuno del Ramadan.
Il
presidente del Consiglio italiano e leader della Giamahiria
si erano incontrati poche ore prima per festeggiare il
Trattato di amicizia e cooperazione firmato un anno fa a Sirte
e che prevede il finanziamento da parte italiana di alcune grandi
opere infrastrutturali per chiudere il passato della dominazione
coloniale. Berlusconi e' atterrato a Tripoli alle 15 proveniente
da Milano.
Un breve faccia a faccia con il colonnello che festeggia quest'anno
i 40 anni della rivoluzione verde per affrontare tutte
le questioni bilaterali a cominciare da immigrazione e pesca,
poi trasferimento a 20 chilometri dalla capitale,
a Shabiz Shara, per la posa della prima pietra dell'autostrada
litoranea che verrà realizzata da imprese italiane tra
cui Impregilo. Un'opera di 1700 km con 203 ponti, 1470 tunnel
e 30 uscite. Un'impresa storica, ha detto Berlusconi che
contribuirà alla pace della regione perché collega
tutti i Paesi del Maghreb. La realizzazione di un accordo che
e' conveniente per entrambi i Paesi.
Sull'immigrazione
Berlusconi non e' entrato nel dettaglio del barcone con a bordo
75 candestini partiti dalla Libia e intercettati in acque internazionali.
Se vogliamo rispettare tutte le leggi, ha detto Berlusconi,
e fare delle vere politiche di integrazione dobbiamo essere
rigorosi e non aprire l'Italia a chiunque. Berlusconi e Gheddafi
si sono poi trasferiti nella capitale per visitare insieme al
presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco
Guarguaglini il nuovo treno veloce dell'Ansaldo Breda (gruppo
Finmeccanica), che verrà' utilizzato per il collegamento
della linea costiera tra Ras Ajdir e Sirte.
Il
primo anniversario del Trattato che d'ora in avanti verrà
celebrato come giorno dell'amicizia italo-libica e' stato festeggiato
con un convegno al quale hanno preso parte oltre all'ex ministro
degli Esteri Lamberto Dini e al presidente dell'associazione
di amicizia italo-libica Gian Guido Folloni circa 400 italiani
tra cui rappresentanti del mondo accademico e della società
civile e figli di esuli espulsi nel '70 proprio da Gheddafi .
L'ambasciatore italiano in Libia, Francesco Trupiano, non ha
mancato, pero', di segnalare come la mostra fotografica sul
passato coloniale dal titolo Never Forget non abbia messo in
luce tutti gli sforzi più recenti per sanare la
ferita del passato che nessuno intende negare.
Ma
l'incontro tra Gheddafi e Berlusconi e' servito anche per fare
il punto sulla crisi in Medio Oriente mentre il premier italiano
ha manifestato il suo compiacimento per l'andamento del voto
in Afghanistan che si e' svolto in modo pacifico anche grazie
alla presenza dei numerosi militari italiani. Gheddafi ha poi
chiesto a Berlusconi alcuni chiarimenti sulle polemiche che
lo vedono protagonista in Italia. Nessun problema, avrebbe
tagliato corto il premier italiano «ho ancora il 68,4
% dei consensi degli italiani».
(torna su)
Da
Frecce Tricolori a frecce beduine per onorare il Raìs
Libero
30
agosto 2009
Magdi
C. Allam
p.14
Il
20 agosto 2009 è stato il “giorno della vergogna” per
questa Europa. Quasi nelle stesse ore Gran Bretagna, Svizzera
ed Italia hanno incurvato la schiena per prostrarsi di fronte
al dittatore libico Gheddafi, incarnazione del dio del petrolio,
del gas e del denaro, confermando che siamo a tal punto moralmente
degradati da non avere più alcuna remora nello svendere
i nostri valori e rinunciare alla nostra dignità.
Nello
stesso giorno la Gran Bretagna ha rilasciato il terrorista libico
Abdel Baset al-Megrahi, condannato per la strage dell'aereo
della Pan Am il 21 dicembre 1988 costata la vita a 270 persone,
in cambio di nuove agevolazioni petrolifere alla Bp; il presidente
svizzero Hans-Rudolf Merz si è recato a Tripoli e si
è scusato per l'arresto e la detenzione del figlio del
dittatore libico, Hannibal, condannato per aver picchiato a
sangue due domestici circa un anno fa; il governo italiano ha
confermato che Berlusconi si sarebbe recato in Libia nella ricorrenza
del primo anniversario del del Trattato italo-libico di amicizia,
che avviene proprio oggi, a dispetto dell'ennesima strage di
clandestini costata la vita a 73 etiopi partiti dalle coste
libiche, che getta ombra sul rispetto del trattato stesso.
Per
l'Europa è arrivato il momento di fare la scelta strategica
di liberarci dalla schiavitù del petrolio, del gas e
del denaro sporco. Perché se domani, primo settembre,
l'Italia sarà costretta a omaggiare il dittatore libico
Gheddafi con l'esibizione delle frecce tricolori per condividere
la sua festa per il quarantesimo anniversario del colpo di stato
al seguito del quale cacciò 20 mila italiani confiscando
tutte le loro proprietà, stimate dall'Airl in 3 miliardi
di euro e che a tutt'oggi si rifiuta di indennizzare, significa
che abbiamo abdicato alla nostra dignità nazionale. Ed
il fatto che sia Gheddafi a pagare il costo dell'esibizione
delle nostre frecce tricolori è ancor più grave,
dal momento che rappresentando un simbolo della nazione, significa
che ormai siamo disponibili a barattarlo in cambio di denaro.
È del tutto evidente che il problema si pone dal momento
che si tratta di un regime dittatoriale e reo-confesso di terrorismo
internazionale, che a tutt'oggi non esita a impiegare le armi
del ricatto per sottomettere ai propri diktat un'Europa edonista
e pavida, che è pronta a tutto pur di poter perpetuare
una concezione della felicità appiattita su parametri
materialistici e consumistici.
Dovrebbe
farci riflettere il fatto che oggi i nostri tre principali alleati
internazionali sono Putin, Gheddafi ed Erdogan, a capo di tre
regimi autoritari che detengono i giacimenti o controllano le
rotte del petrolio e del gas, costituendo al tempo stesso dei
mercati allettanti per le nostre esportazioni. E non a caso
questa strategia è patrocinata dall'Eni che, dall'indomani
della seconda guerra mondiale, ha determinato le scelte sia
energetiche sia politiche dell'Italia in Medio Oriente, nel
Golfo e ovunque coltivi degli interessi. Sia chiaro che a queste
scelte hanno aderito sia i governi democristiani, sia i successivi
governi di sinistra e di destra. È quindi una scelta
che accomuna l'insieme della classe politica italiana, in cui
si ritiene che la garanzia delle riforniture di petrolio e di
gas debba prevalere su qualsiasi altra considerazione, compresa
la legittimazione di regimi dittatoriali che violano i diritti
dell'uomo e sponsorizzano il terrorismo internazionale. Non
mi sorprende affatto che la Procura di Perugia, come si legge
in un'inchiesta pubblicata da L'Espresso, dopo tre anni di indagini
ha emesso delle condanne e rinviato a giudizio alcuni italiani
coinvolti in una rete che riforniva la Libia di armi russe.
Probabilmente
in Italia stiamo sottovalutando l'impatto e le conseguenze dell'accordo
italo-russo-turco del 6 agosto scorso per la costruzione del
gasdotto “South Stream”, frutto di un'intesa tra l'Eni e la
russa Gazprom, che porterà 63 miliardi di metri cubi
di gas annui dai giacimenti del Mar Caspio all'Europa attraversando
il Mar Nero e i Balcani, che sostanzialmente determinerà
la morte del gasdotto Nabucco, voluto dall'Ue e dagli Stati
Uniti, per affrancare l'Europa dal monopolio delle forniture
di gas russo. Di fatto l'Italia partecipa con la Russia e la
Turchia ad una strategia energetica che favorisce la crescita
della dipendenza dell'Europa sia dalla Russia che dalla Turchia
che, tra l'altro, ha ottenuto in cambio dell'autorizzazione
al transito del gasdotto sul proprio territorio, la costruzione
da parte dei russi della sua prima centrale nucleare.
È
tutto l'insieme che non torna. Dall'accoglienza trionfale in
patria da parte dello stesso Gheddafi alla stregua di un eroe
nazionale al terrorista reo-confesso al-Meghrahi; alla volontà
di riarmarsi sia tramite gli accordi diretti con il governo
italiano sia con l'accordo miliardario con la Finmeccanica sia
infine operando clandestinamente sul mercato nero; fino alla
persistente strumentalizzazione dei clandestini come arma di
ricatto per condizionare la nostra politica: tutto sta ad indicare
che il regime libico è tutt'altro che cambiato e che
tuttavia noi ci siamo sottomessi al suo arbitrio.
Ha
ragione il ministro dell'Interno Roberto Maroni quando rileva
che dall'entrata in vigore del trattato con la Libia, lo scorso
maggio, il numero dei clandestini arrivati in Italia a partire
dalle coste libiche è calato del 92%, passando da 10.116
nel periodo dal primo maggio al 31 luglio 2008, a 1.116 nello
stesso periodo del 2009. Tuttavia se si considera che dalla
firma del trattato con la Libia il 30 agosto 2008 il totale
dei clandestini partiti dalle coste libiche è di circa
10mila, che sono oltre un migliaio i clandestini che continuano
a partire dalle coste libiche a dispetto dell'entrata in vigore
del trattato e che comunque ci sono stati decine di morti le
cui vite sono inestimabili, è evidente che Gheddafi continua
a tenere in piedi la minaccia degli sbarchi per mantenere in
tensione permanente i rapporti con l'Italia. Il quadro d'insieme
di questa Europa è desolante. Ormai abbiamo superato
ogni limite di decenza nello svendere i valori e siamo pronti
a prostituirci pur di possedere a tutti i costi beni materiali
da cui facciamo dipendere la nostra concezione di sviluppo e
felicità. Quando lo scorso anno Gheddafi minacciò
il ritiro dei fondi libici dalle banche svizzere come ritorsione
per la sanzione inflitta dalla magistratura elvetica a suo figlio
Hannibal, il nostro governo intervenne per ottenere che quei
fondi fossero versati alle banche italiane. Qual è il
messaggio che diamo a Gheddafi, ad arabi e islamici che detengono
petrolio, gas, fondi sovrani e mercati allettanti? Che siamo
pronti a tutto pur di avere il denaro, anche se si tratta di
pugnalare alle spalle governi europei alleati e con cui dovremmo
condividere i valori non negoziabili alla base della civiltà
d'Europa.
Ecco
perché dobbiamo dire basta a questa scelleratezza che
ci sta degradando moralmente. Riappropriamoci dei nostri valori,
stringiamoci attorno alla nostra identità, riscattiamo
la nostra civiltà affrancandoci dalla schiavitù
del petrolio. È ora di fare delle scelte coraggiose e
lungimiranti nell'ambito vitale delle fonti energetiche, al
fine di poter salvaguardare la nostra dignità come persone
e come nazione.
(torna su)
Quello
scatolone di sabbia che unì Mussolini e Nenni
Corriere della Sera
28
agosto 2009
Sergio
Romano
p.
1
Tutti e due erano contrari
alla conquista e organizzarono manifestazioni contro la partenza
delle reclute Gheddafi ha trattato a lungo l' Italia come un
nemico secolare, ma i rapporti di affari tra i due Paesi ci
sono sempre stati Quando Mussolini e Nenni furono processati
insieme per la Libia
La conquista della Libia
nel 1911 disegnò una nuova e paradossale geografia politica
italiana. L' impresa piacque ai nazionalisti di Luigi Federzoni,
a molti intellettuali de La Voce di Giuseppe Prezzolini, al
poeta Giovanni Pascoli, al «vate» Gabriele D' Annunzio,
al Corriere della Sera di Luigi Albertini, a La Stampa di Alfredo
Frassati. Piacque anche a parecchi diplomatici, a qualche sindacalista
rivoluzionario e ai socialisti riformisti. Ma non, anche se
per ragioni diverse, a Gaetano Salvemini, a Benito Mussolini,
a Pietro Nenni e a Luigi Bollati, ambasciatore e segretario
generale del ministero degli Esteri. Salvemini scrisse che la
Tripolitania e la Cirenaica erano uno «scatolone di sabbia».
Il socialista Mussolini sostenne che era un Paese povero dove
il governo avrebbe sprecato denari di cui sarebbe stato meglio
fare uso in Italia, e si comportò di conseguenza inscenando
una sorta di rivolta popolare contro la partenza delle reclute.
Il repubblicano Nenni (sarebbe divenuto socialista qualche anno
dopo) guidò 3.000 persone alla conquista della stazione
di Forlì per impedire il passaggio dei treni. E Luigi
Bollati, secondo i suoi collaboratori, fu «freddo e riservato».
Fra i suoi tanti paradossi la guerra ebbe persino l' effetto
di creare un rapporto di simpatia e di amicizia fra due uomini
che dieci anni dopo si sarebbero duramente combattuti. Mussolini
e Nenni vennero processati per direttissima, condannati e «alloggiati»
insieme per qualche mese nel carcere di Bologna. Ancora più
paradossale, per molti aspetti, è l' atteggiamento dell'
uomo che decise la conquista e dichiarò guerra alla Turchia.
Giovanni Giolitti fu un colonialista algido, scettico, distaccato.
S' imbarcò nel conflitto perché la Francia si
stava impadronendo del Marocco e i due vilayet turchi dell'
Africa settentrionale (Tripolitania e Cirenaica) erano ormai
le ultime poltrone rimaste libere in un teatro dove francesi
e inglesi avevano conquistato i posti migliori. Vinse, ma non
volle mai servirsi della vittoria per soffiare sul fuoco del
nazionalismo e della retorica patriottica. E fece tesoro di
quella esperienza per raccomandare, alla vigilia della Grande
guerra, una politica di neutralità a cui rimase coerentemente
fedele sino alla fine del conflitto. Durante le operazioni in
Libia aveva capito che l' esercito disponeva di una limitata
capacità d' intervento e che molti generali non erano
all' altezza della situazione. Era convinto che l' Italia, nel
1915, non fosse in grado di affrontare una prova molto più
severa di quella che aveva superato nel 1912. Le preoccupazioni
di Giolitti furono confermate dagli avvenimenti. L' Italia vinse
la guerra di Libia a tavolino ma dovette scontrarsi con la guerriglia
dei beduini in Tripolitania e la resistenza meglio organizzata
di una forte congregazione religiosa, la Senussia, in Cirenaica.
Durante il conflitto europeo, gli effettivi ridotti delle truppe
italiane dovettero attestarsi sulla costa e limitarsi al controllo
delle principali città. La riconquista cominciò
prima dell' avvento del fascismo, quando il ministro delle Colonie
era Giovanni Amendola e il governatore a Tripoli Giovanni Volpi,
l' industriale finanziere che aveva partecipato ai negoziati
di pace nel 1912. Le cose andarono bene in Tripolitania, male
in Cirenaica dove le truppe italiane dovettero battersi contro
l' uomo ritratto nel «santino» che il colonnello
Gheddafi si è cucito sul petto durante la sua recente
visita in Italia. Si chiamava Omar el Mukhtar e fu un valoroso
combattente a cui gli italiani, dopo la sua cattura, avrebbero
dovuto rendere l' onore delle armi. Ma il comandante della spedizione
era Rodolfo Graziani, un soldataccio brutale e privo di qualsiasi
virtù cavalleresca che aveva deciso di trattare il nemico
sconfitto come un criminale e un traditore. La riconquista non
fu più dura e spietata delle numerose campagne con cui
altre potenze coloniali riconquistarono territori perduti. I
francesi in Algeria e in Marocco, gli inglesi in Egitto, nel
Sudan e in Sud Africa, gli spagnoli nei loro possedimenti marocchini
e i tedeschi nella terra degli herrero non furono meno spietati
degli italiani. Ma l' impiccagione di Omar el Mukhtar fu contemporaneamente
un crimine e un errore politico. Il governatorato di Italo Balbo,
dal 1934 al 1940, fu alquanto diverso e segnato da avvenimenti
notevoli sul piano politico e sociale. Balbo fu un costruttore
e un organizzatore. Esiliato in colonia dalla gelosia di Mussolini,
fece della Libia una sorta di principato dove egli regnava,
come il duca d' Este nella sua Ferrara, circondato e adulato
da una piccola corte. Ma la visita di Mussolini nel 1937 fu
un successo che l' Italia, con una diversa politica, avrebbe
potuto sfruttare. E l' arrivo di 30.000 coloni in due successive
spedizioni (1938 e 1939) fu per molti aspetti, insieme alle
bonifiche e alla costruzione di nuove città nella penisola,
il New Deal italiano. Ucciso per un errore dalla contraerea
mentre rientrava a Tripoli sul suo aereo dopo una ispezione
del fronte, Balbo ebbe la fortuna di non vedere né la
partenza di molti italiani nel 1942 né la perdita della
Libia nel 1943. Ma sarebbe stato lieto di apprendere che i coloni
erano rimasti fedeli alla loro nuova patria. Nel 1947, sommando
quelli che erano rimasti e quelli che erano tornati, la colonia
agricola italiana ammontava a circa 15.000 persone. Molti poderi
vennero venduti negli anni seguenti, ma i rapporti degli italiani
con re Idris, dopo la costituzione del regno di Libia, furono
complessivamente felici. Nel settembre del 1969, quando
Gheddafi prese il potere, gli italiani erano 24.988. Di questi
6000 partirono subito. Di quelli che rimasero 1500 erano agricoltori,
3000 impiegati in imprese italiane, gli altri piccoli industriali,
commercianti, artigiani. Partirono dopo il decreto del 21 luglio
1970 con cui il governo rivoluzionario confiscò le loro
terre (40.000 ettari) e le loro proprietà immobiliari.
Comincia da quel momento una specie di tragicommedia. Gheddafi
non perde occasione per trattare l' Italia alla stregua di un
nemico secolare e di servirsi del passato coloniale per cementare
il sentimento nazionale di un Paese che non aveva, sino alla
conquista italiana, alcuna identità storica. Ma gli affari
sono un' altra cosa. Il petrolio, scoperto sin dagli
anni Trenta, diventa la base di un accordo con l' Eni che continua,
fra alti e bassi, sino ai nostri giorni. Il diagramma dei rapporti
politici italo-libici sembra quello di un sismografo, ma questo
non impedisce all' Italia di essere il maggiore cliente e il
maggior Paese fornitore. I coloni cacciati nel 1970
non possono tornare neppure per deporre un mazzo di fiori sulle
tombe dei loro morti, ma si forma in Libia, nel frattempo,
una nuova colonia italiana composta da tecnici, professionisti,
rappresentanti di commercio, dirigenti d' impresa. Non basta.
Come il partito della guerra, nel 1911, fu costituito da una
variopinta coalizione di persone provenienti dalla destra e
dalla sinistra, così il partito della conciliazione,
in questi ultimi anni, ha rappresentata un' area della politica
italiana che comprende Lamberto Dini, Romano Prodi e Silvio
Berlusconi. La migliore rappresentazione possibile dei rapporti
dell' Italia con la Libia (e viceversa) è nei versi in
cui due poeti romani, Ovidio e Marziale, descrissero gli amori
difficili: non posso vivere né con te né senza
di te.
(torna su)
Lamberto
Dini: «Partner strategico Sarebbe un errore non partecipare»
Corriere
della Sera
28
agosto 2009
Marco
Nese
p.2
«Ci vorrebbe
una partita di calcio fra Italia e Libia». Secondo il
presidente della Commissione esteri del Senato Lamberto Dini,
sarebbe il suggello finale alla ritrovata amicizia fra i due
Paesi. «Così forse finirebbero anche tante polemiche
incomprensibili». Incomprensibile, a suo avviso, è
«la strumentalizzazione politica relativa al detenuto
libico rilasciato dalla Scozia». Non è sorprendente
che a Tripoli abbiano accolto trionfalmente «un uomo che
i libici ritengono innocente, anche in Bulgaria festeggiarono
il ritorno a casa delle infermiere liberate dalla Libia».
Perciò nessun dubbio: Berlusconi deve andare a Tripoli.
Lo stesso Dini lo accompagnerà per celebrare il primo
anniversario del Trattato di amicizia fra Italia e Libia. Un
Trattato di cui proprio Dini, come ministro degli Esteri, creò
le condizioni iniziali, nel 1998, quando firmò il primo
accordo coi libici col quale l' Italia riconosceva i torti del
colonialismo e si mettevano le basi per una normalizzazione
dei rapporti. «Gheddafi è un partner strategico
e, come dice Andreotti, le relazioni fra due Paesi non si giudicano
da un singolo episodio ma sul lungo periodo». C' è
chi teme che Gheddafi possa approfittare della visita di Berlusconi
per riproporre con una mostra fotografica episodi poco gradevoli
del colonialismo. «Mi auguro di no - dice Dini -. Tuttavia
bisogna capire il personaggio Gheddafi. E' una figura molto
carismatica, ma anche molto complessa. La questione del colonialismo
ha lasciato in lui segni indelebili. Perciò è
stato molto difficile superare la sua diffidenza e solo con
le nostre visite, la costruzione dell' autostrada costiera,
e tutte le azioni che il governo compie possiamo convincerlo
della sincera amicizia italiana». Anche l' esibizione
delle Frecce tricolori nei cieli di Tripoli «va intesa
come un altro gesto di riconciliazione fra i due Paesi».
Certo rimane il dolore degli italiani che furono espulsi
dalla Libia quando Gheddafi prese il potere. «Ma è
un fatto di 40 anni fa e penso che sia bene metterci una pietra
sopra. Anche altri popoli, alla fine di storie coloniali, hanno
subito rappresaglie». I risultati dei nuovi rapporti
con la Libia sono apprezzabili, secondo Dini. «Il blocco
delle imbarcazioni dei clandestini funziona. Può succedere
a volte che i controlli vengano allentati, ma questo fa parte
della personalità complessa del leader libico».
In generale, però, le buone relazioni con Tripoli sono
fruttuose. «Non solo per le forniture di petrolio. Ma
per tutta l' economia italiana. Non dimentichiamo che l' Italia
è il Paese che esporta più merci verso la Libia.
Buona anche la collaborazione culturale, con scambi di visite
di studenti».
(torna su)
Storace:
Dini penoso e antitaliano
Agenzia
Dire
28
agosto 2009
"Dini si rende
conto di quello che dice? E' stupefacente quello che il prodiano
riciclato dal Pdl afferma al Corriere. Una pietra sopra
sugli italiani cacciati dalla Libia perché accadde 40
anni fa? E allora perché celebrate la Resistenza?
Penoso, semplicemente penoso e antitaliano". Lo dichiara
Francesco Storace, segretario nazionale de la Destra.
(torna su)
L'arte
del raìs. Bastonare anche gli amici
Libero
28
agosto 2009
Maurizio
Stefanini
p.10
Il 21 luglio 1970 Gheddafi
espelle dalla tibia 20.000 italiani. Nel 1972 l'Eni dà
vita a una società mista col governo libico. Nel 1976
Gheddafi compra il 10% delle azioni della Fiat. Nel 1978 si
è ricostituita in Libia una comunità di 16.000
italiani, e va a Tripoli in visita ufficiale il presidente del
Consiglio Andreotti. Nel 1986 fa lanciare due missili Scud-B
su Lampedusa. Nel 2004 Berlusconi è il primo statista
straniero a venire in visita a Tripoli dopo la fine dell' embargo
internazionale per l'attentato di Lockerbie. Tra quell'incontro
e una successiva intervista alla Rai Gheddafi dice che gli italiani
espulsi nel 1970 possono tornare a loro volta in visita; che
se vogliono si farà fotografare assieme a loro; che ai
sensi delle leggi sul periodo coloniale si considera anche lui
cittadino italiano e che potrebbe candidarsi alle elezioni;
che la "giornata della vendetta" istituita in ricordo
della battaglia di Sciara Sciat del 24 ottobre 1911 è
abolita. Nel 2006, una folla di scalmanati dà
l'assalto al consolato italiano di Bengasi dopo che il ministro
Calderoli si è esibito con una maglietta su cui compariva
una delle contestate vignette danesi, «decisi a uccidere
il console e la sua famiglia», e Gheddafi sente il bisogno
di spiegare che i manifestanti «non protestavano contro
la Danimarca, perché non hanno idea di cosa sia la Danimarca:
è l'Italia che odiano»: «I libici approfittano
di ogni opportunità Per sfogare la loro rabbia contro
l'Italia fin dal 1911, data dell'occupazione italiana».
Infine, gli ultimi accordi, la tenda a Villa Doria Pamphili,
e addirittura la richiesta delle Frecce Tricolori per festeggiare
l' anniversario della Rivoluzione.
Di che far girare la
testa, ma d'altronde le giravolte sono la specialità
di Gheddafi. L'accordo di integrazione con l'Egitto del 1972
è seguito nel 1977 da una guerra di confine, e lo stesso
accade per l'altro accordo del 1974 con la Tunisia: cosa impossibile
col Marocco dopo la federazione del 1984 per mancanza di frontiere
comuni; ma Gheddafi iuta comunque la guerriglia del Fronte Polisario
contro Rabat.
Con la Francia perde
la Guerra delle Toyota in Ciad nel 1980-87: così chiamata
per il modo in cui le rapide camionette dei ciadiani, armati
dai francesi, fecero a pezzi i pesanti carri armati libici Si
vendica con l'attentato al volo Uta 772 de 1989; accetta poi
di pagare un indennizzo. Finisce che firma con Sarkozy un accordo
di cooperazione nel nucleare civile e ne ottiene pure armi,
dopo che gli ha permesso di fare una bella figura da mediatore
per la liberazione delle infermiere bulgare costrette con la
tortura a confessare di aver provocato nel 1998 un' epidemia
di Aids nell' ospedale di Bengasi in cui lavoravano, infettando
oltre quattrocento bambini.
E non parliamo degli
Usa! Nel 1970 chiude le loro basi in Libia Nel 1971 coopera
con loro in appoggio al Pakistan in guerra con l'India, appoggiata
invece dall'Urss. Nel 1972 appoggiar espulsione dei consiglieri
sovietici decisa dal presidente egiziano Sadat. Nel 1976 va
in visita a Mosca, iniziando a riceverne armi. Nel 1981 si ha
il primo scontro armato tra Usa e Libia sul Golfo della Sirte,
cui seguiranno quello più vasto del 1986 e quell'altro
del 1989, mentre la tibia risponde con l'offensiva terrorista
di cui sono vertici l'attentato alla discoteca La Belle di Berlino
e quello di Lockerbie. Ma nel 2001 approva la guerra Usa ai
Taleban, e nel 2004 si vanta di aver fatto vincere le elezioni
a George W. Bush.
«Tendeteci la mano;
apriteci i vostri cuori; dimenticate le avversità e fate
fronte, saldati in un unico blocco, al nemico della nazione
araba, al nemico dell'Islam, al nemico dell'umanità;
quel nemico che ha bruciato i nostri santuari e irriso il nostro
onore», è il tenore di uno dei suoi appella via
radio all'unità del mondo islamico, quando arriva al
potere. Adesso dice che la causa araba è una causa persa,
che gli integralisti islamici vanno «schiacciati come
scorpioni» e la Turchia in Europa sarebbe «il cavallo
di Troia di Bin Laden».
(torna su)
Il
Cavaliere evita imbarazzo e polemiche
La
Stampa
28
agosto 2009
Ugo
Magri
p.1
Sarà per fiuto
politico, o perché è baciato dalla fortuna. Fatto
sta che in tempi non sospetti Berlusconi pare avesse spostato
la data del suo viaggio in Libia. E invece di recarsi a Tripoli
l'l settembre, per festeggiare l'anniversario del golpe che
portò Gheddafi al potere, chiese e ottenne dal Colonnello
di anticipare l'appuntamento al 30 agosto (ricorrenza del Trattato
di amicizia italo-libico siglato un anno fa a Bengasi). Questo,
perlomeno, sussurrano fonti diplomatiche bene informate. Palazzo
Chigi smentisce con forza, «la data del primo settembre
non è mai esistita» assicura il portavoce Bonaiuti,
«il viaggio è sempre stato quello del 30 agosto».
E tuttavia certe «gole profonde» dalla Farnesina
insistono, aggiungendo che il Cavaliere si giustificò
coi libici in modo geniale, negando di possedere il dono dell'ubiquità:
purtroppo l'l settembre lui intendeva recarsi a Danzica per
un'altra celebrazione densa di significati, i 70 anni dallo
scoppio della Seconda guerra mondiale, come poteva trovarsi
a Tripoli nello stesso giorno?
In questo modo Berlusconi
ha schivato una tegola. Perché la sua presenza alla festa
del regime sarebbe stata insostenibile, specie dopo la liberazione
del terrorista libico alMegrahi, condannato in Scozia per
la strage di Lockerbie e riaccolto trionfalmente in patria non
più tardi di sette giorni fa. Il presidente francese
Sarkozy s'è precipitato ieri a smentire le voci che lo
volevano a Tripoli. Idem il primo ministro russo Putin. I 40
anni di Gheddafi al potere saranno festeggiati da un gruppo
di leader africani e dall' «uomo forte» del Venezuela,
Hugo Chavez. Avesse accolto l'invito, si sarebbe trovato in
loro compagnia, esposto a ogni sorta di critica. Viceversa,
Berlusconi ha trovato il modo di sottrarsi senza offendere l'ospite,
il quale ci vende gas e petrolio, per non dire degli investimenti
finanziari che la Jamahiriyya si appresta a compiere nel nostro
paese.
Gioco facile, per Palazzo
Chigi, segnalare in una nota che Berlusconi andrà a Tripoli
due giorni prima, e per tutt'altri motivi. Partirà con
un aeroplanino senza seguito di giornalisti (solo telecamere),
avrà un colloquio col Colonnello nella stessa tenda che
gli americani non sanno dove ospitare, quando Gheddafi si recherà
a New York il 23 settembre. A sera, frugale cena perché
sono i giorni del Ramadan, e ritorno in patria del premier.
Nel mezzo, visita al cantiere dell'autostrada che l'Italia s'è
impegnata a costruire per chiudere il contenzioso coloniale,
quindi posa della prima pietra, infine ispezione del vagone
proposto dall' Ansaldo per la nuova ferrovia libica. Affari,
affari e ancora affari. Punta l'indice Di Pietro nel suo blog:
«Sono questi il motivo dell'atteggiamento da zerbino»,
insinuando che Berlusconi possa avere qualche vantaggio in proprio.
E l'Udc insiste, che vergogna far esibire le Frecce Tricolori
alla parata del regime ...
Però in effetti
pure la Francia spedirà dei suoi aerei. Gli stessi inglesi
invieranno una banda di ottoni del Galles che farà a
gara con i nostri della Brigata meccanizzata Sassari. Alza le
spalle l'ex presidente Cossiga: «Se Gheddafi ci dà
il petrolio, chissenefrega delle Frecce Tricolori ... Io gli
avrei mandato pure l'Amerigo Vespucci».
(torna su)
L'esempio
di Fini e l'orgoglio delle Frecce Tricolori
Lettere a Il
Riformista
Augusto
Ceccarelli
28
agosto 2009
p.15
Le Frecce Tricolori rappresentano
il simbolo come essenza naziona.le, unità nazionflle,
dignità nazionale, valori che travalicano lo spazio temporale;
in conseguenza di ciò, le Frecce Tricolori non appartengono
totalmente a questo o quel Governo, ma appartengono a tutta
la Nazione. Pertanto il loro impiego deve essere attentamente
valutato e non può essere strumentalizzato per fini propagandistici
volti più all'ambizione personale (si tratti di un Presidente
del Consiglio o di un Ministro o di altrapersonalità)
e/o a sigillare un patto essenzialmente di natura economica.
Nel caso specifico, anniversario
della presa del potere in Libia di Gheddafi con golpe militare,
il far partecipare le Frecce Tricolori non è tanto mostrare
l'ardimento e l'esaltazione tecnica raggiunta dalla nostra aeronautica
militare, ma è l'ennesimo omaggio a un personaggio che
non ha perso occasione per umiliarci. Senza voler disconoscere
o minimizzare eventuali atrocità da noi commesse nei
periodi dèlla conquista dalla Turchia e successivi, è
un ulteriore affronto nei confronti dei nostri connazionali,
che col loro lavoro avevano creato villaggi, aziende, scuole,
ospedali, strade e acquedotti, a vantaggio anche della popolazione
libica, connazionali che 40 anni fa dovettero abbandonare nel
giro di poche ore quella terra, che per molti era divenuta la
seconda patria, anche per esserci nati. Basta atti
di sudditanza, ma si abbia la capacità di mostrare, dopo
quello di Fini, almeno uno scatto di orgoglio.
(torna su)
Solo
noi saliamo sul cammello
Il Riformista
28
agosto 2009
Luigi
Spinola
p.1
Al faraonico show voluto
dal Colonnello Gheddafi per celebrare i suoi quarant'anni al
potere, il despota dello Zimbabwe Robert Mugabe non mancherà.
Con lui a Tripoli il primo settembre ci saranno circa 300.000
persone, tra spettatori e protagonisti. Gli ospiti più
frequentabili però declinano l'invito. Ieri è
stato il giorno delle defezioni. L'Eliseo fa sapere che la partecipazione
di Nicolas Sarkozy “non è mai stata presa in considerazione”.
Dalla Francia non partirà nessuna delegazione, basta
l'Ambasciatore. Il Presidente russo Medvedev “è già
impegnato” e così anche il premier Vladimir Putin. Buckingham
Palace conferma l'annullamento del viaggio d'affari del Principe
Andrea. E a New York e dintorni, dove è atteso per un
intervento al Palazzo di Vetro i 23 settembre, il Colonnello
no trova un lembo di terra dove piantare la sua tenda. L'Italia
fa eccezione.
Palazzo Chigi ieri si
è premurato di precisare che Silvio Berlusconi sarà
in Libia il 30 agosto solo per celebrare il primo anniversario
del Trattato di Amicizia. Scapperà in tempo per evitare
- se non ci saranno tranelli - l'omaggio formale alla festa
della dittatura. Tanto più che il primo settembre è
atteso a Danzica per il settantesimo anniversario dell'inizio
della seconda guerra mondiale. La smemoratezza storica è
stata arginata. Ma non basta.
Lo scivolone rimane,
anche se è più di forma che di sostanza. L'Italia
pecca più per goffagine - scontando ancora una volta
la diplomazia free-lance del suo Presidente del Consiglio -
che per cinismo. E paga una tempistica sfortunata, facendosi
trovare impreparata dalla bufera sull'accoglienza da eroe riservata
da Tripoli allo stragista di Lockerbie. Sia chiaro però
che chi diserta la festa di Gheddafi non è in condizione
di darci lezioni di moralità politica sui rapporti con
i tiranni, neanche su questo tiranno che l'Italia si ostina
a corteggiare pubblicamente.
La «nausea»
lamentata da Gordon Brown per il trionfale ritorno in patria
di al-Megrahi non toglie nulla alle responsabilità britanniche.
Il tentativo di Downing Street di fare della liberazione del
terrorista una "questione scozzese" è
poco credibile. Né risulta convincente l'indignazione
di Lord Mandelson di fronte al sospetto - accreditato dalla
famiglia Gheddafi - che la «compassionevole» 'liberazione
dello stragista malato sia: stata barattata in cambio di nuove
opportunità di business. È bene inoltre ricordare
che è stato il promotore dei diritti umani Nicolas Sarkozy
il primo leader occidentale ad aprire (a fine 2007) le porte
di casa allo sdoganato Colonnello, offrendogli cinque giorni
da protagonista a Parigi in cambio di una ventina di Airbus
e una sfilza di accordi commerciali. E a Tripoli è passata
meno di un anno fa anche Condoleeza Rice, intenzionata a «migliorare
il clima per gli investimenti americani».
Entro certi limiti, nulla
di scandaloso. Gheddafi dal 2003 ha compiuto i passi richiesti
dalla comunità per la sua riabilitazione: rinuncia a
proseguire il programma di sviluppo delle armi di distruzione
di massa, ripudio del terrorismo, compensazioni in denaro alle
vittime degli attentati (inclusa Lockerbie). Le porte da allora
sono aperte per trattare con i libici.
L'Italia peraltro si
trova in una posizione assai diversa rispetto agli altri Paesi
occidentali. A torto o a ragione il nostro governo ha puntato
sulla collaborazione di Tripoli per far fronte al flusso incontrollato
di immigrati. E così, seppur tortuosamente, ha finito
col farsi tardivamente carico delle responsabilità per
il nostro passato coloniale. Il rapporto con la Libia per l'Italia
non è solo un'opzione commerciale. E il Trattato di Amicizia
che Silvio Berlusconi intende celebrare con il viaggio a Tripoli
non può essere liquidato come semplice cedimento a un
tiranno.
Il problema è
che Roma sembra confondere il delicato - forse necessario -
rapporto con un dittatore con una affettuosa amicizia. Nella
tragicomica visita in Italia dello scorso giugno abbiamo offerto
al più inaffidabile dei tiranni un palcoscenico ideale
per sbeffeggiarci. Gheddafi non si è fatto pregare. Ora
perseveriamo. Nel cielo di Tripoli le nostre Frecce
lasceranno una scia tricolore - quasi un omaggio alla cacciata
della comunità italiana - o verde in onore della Rivoluzione.
Manca solo l'invito a Villa Certosa, ma la nuova pochade internazionale
è tipicamente berlusconiana.
Il Presidente del Consiglio
da tempo teorizza la sostituzione della politica estera con
la promozione .del business italiano. Ma è nello stile,
prima ancora che nella sostanza, che Silvio Berlusconi applica
il talento da imprenditorevenditore. Tratta ogni interlocutore
come un cliente da conquistare. Riadatta sul palcoscenico internazionale
il leggendario decalogo fornito anni fa alla squadra di
venditori di Publitalia. Punta tutto - per citarlo - sulla «mia
personale autorevolezza, la mia capacità di farmi concavo
o convesso». Eccede nello zelo. Si fa troppo concavo.
E ci mette in imbarazzo.
(torna su)
Tra
Malta e Libia ringraziamenti e gratitudine
Avvenire
26
agosto 2009
“La Libia comprende la
difficile situazione che sta affrontando Malta sul fronte dell'immigrazione
clandestina”. Parola del sottosegretario agli esteri libico
Sulemain Shoumi, ieri in visita ufficiale a La Valletta. L'esponente
libico ha incontrato il ministro degli Esteri maltese Tonio
Borg che ha espresso la “gratitudine” del governo della Valletta
per “gli sforzi e gli impegni” presi da Tripoli nel controllare
il fenomeno “tramite i pattugliamenti in mare”.
Intanto si è appreso
di una imminenti visita ufficiale a Malta del leader libico
Gheddafi, mentre il Presidente maltese Gorge Abela sarà
a Tripoli il 1 settembre, giorno del quarantesimo anniversario
della rivoluzione libica.
Una ricorrenza che verrà
celebrata anche con l'esibizione delle Frecce Tricolori. Una
scelta che per Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani
Rimpatriati dalla Libia “dimostra come il nostro governo intende
perseguire a ogni costa una politica basata sulla convenienza
economica, senza ricordarzi dell'antico debito verso chi ha
perso tutto, non solo i beni materiali”.
(torna su)
Inchinarsi
ai dittatori è sempre sbagliato
Libero
26
agosto
Gennaro
Malgieri
p.1
Anche al realismo politico
c'è un limite. Comprendiamo le ragioni che sottostanno
al rapporto di buon vicinato tra Italia e Libia, come ha scritto
ieri Maurizio Belpietro, ma esse non possono giustificare l'eccesso
di zelo nel compiacere il dittatore di Tripoli a fini commerciali
o per indurlo a tenere sotto controllo i flussi migratori. L'ennesimo
omaggio che Berlusconi si appresta a rendere a Gheddafi non
aggiunge e non toglie niente a quanto già stabilito tra
i governi dei due Paesi. Ma è innegabile che si presta
ad una lettura negativa se si tiene conto che la Libia ha accolto
soltanto pochi giorni fa l'assassino di duecentosettanta persone
come un eroe. Sulla testa del “padrone" di questo terrorista
voleranno le Frecce Tricolori come se l'uomo che ha
cacciato gli italiani ed i loro morti da quella che era anche
la loro terra fosse un benefattore e non l'equivoco
personaggio che per decenni ha terrorizzato il mondo.
A Berlusconi vorremmo
ricordare che quando qualcuno si è opposto, sia pure
a parole, a Gheddafi, ha quantomeno ottenuto il suo rispetto.
Ad esempio Oriana Fallaci che riuscì a tenergli testa
e a trattarlo perciò che era: un predone ignorante.
Nel giugno scorso venne
accolto in Italia come un trionfatore. ma purtroppo non c'era
una Fallaci disposta a rinfacciargli le sue malefatte. Vedemmo
soltanto uno stuolo di politici scodinzolanti, pronti a minimizzarne
le minacce e a ridere delle sue sciocchezze. Per fortuna, al
deprimente spettacolo si sottrasse il Presidente della Camera
Gianfranco Fini il quale, stufo del ritardo del colonnello,
gli fece trovare il portone di Montecitorio chiuso. Se è
dalle relazioni internazionali che si giudica la grandezza di
una nazione, bisogna concludere che l'Italia è piccola
piccola.
Per Sadat, saggio presidente
egiziano che conosceva bene Gheddafi, era «il pazzo di
Tripoli». Del resto chi definiva la patria di Dante, Michelangelo
e Leonardo come una «terra selvaggia» ,l'appellativo
se lo meritava tutto. Se poi consideriamo che il suo "libro
verde", una sorta di vademecum sciovinistico e visionario,
egli stesso lo definì , la guida nel viaggio dell'emancipazione
dell'uomo, oltre che «nuovo Vangelo, il Vangelo della
nuova era», non è difficile farsi un'idea del personaggio.
Gheddafi non è
più lo stesso, si dice. Forse è vero. Adesso,
infatti, si fa ricevere dai potenti della Terra, ma non rinuncia
alle gratuite provocazioni, come quella di nominare, poco prima
del viaggio in Italia, ministro degli Esteri il capo dei servizi
segreti. Un tempo si faceva accompagnare da beduini armati fino
ai denti, oggi da procaci fanciulle altrettanto armate. Prima
espelleva gli italiani, i figli di italiani, i nipoti di italiani
soltanto perché italiani:da un po' li blandisce, ma ne
pretende le scuse come se tutti fossimo criminali, figli e nipoti
di criminali. Non s'è mai vista una nazione dal passato
imperiale (vero e non da operetta come quello dell'Italia) inchinarsi
ai dittatori che in nome della "liberazione" hanno
schiavizzato i paesi "europeizzati". E neppure abbiamo
mai sentito nessuno, in un'aula universitaria. giustificare
l'assenza di elezioni e Parlamento nel proprio Paese in nome
di un vago potere che già sarebbe nelle mani del popolo:
così si espresse Gheddafi alla Sapienza di Roma
Va tutto bene, naturalmente,
perché siamo diventati "amici". E quindi abbiamo
munificamente risarcito la Libia dei danni che le avremmo arrecato
occupandola nel 1911. Ma c'è un particolare del quale
nessuno tiene conto: all'epoca la Libia non esisteva Esistevano
Tripolitania e Cirenaica, sotto la sovranità dell'Impero
Ottomano: un dominio davvero barbaro e primitivo, una «scatola
di sabbia» come i non interventisti italiani definirono
l'impresa. Non c'era niente e l'Italia costruì tremila
chilometri di strade asfaltate, rese percorribili settemilacinquecento
chilometri di piste, creò i porti di Tripoli e di Bengasi,
fece una ferrovia lunga quattrocento chilometri, bonificò
migliaia di terre incolte. Gli efferati episodi di crudeltà
sono noti, deprecati e condannati. Ma mettiamoci pure dell'altro
nella nostra vicenda coloniale e chiamiamolo scuole, ospedali,
villaggi, il tutto per gli italiani, ma soprattutto per gli
indigeni. E ricordiamo anche che quando Gheddafi inaugurò
il suo potere assoluto, espellendo i nostri connazionali, confiscandone
i beni, profanando i cimiteri per liberarsi perfino delle ossa
degli italiani, violò la Dichiarazione universale dei
diritti dell'uomo.
La memoria corta gioca
brutti scherzi. E gli scherzi generano ilarità. Ridiamo
amaro, però, immaginando le nostre Frecce Tricolori volteggiare
nel cielo di Tripoli.
(torna su)
Assurdo
omaggio al dittatore: le Frecce Tricolori da Gheddafi
Libero
25
agosto 2009
Andrea
Valle
p.
6
Quanto costano le Frecce
tricolori? Sulla scia di Lidia Menapace, la storica esponente
comunista passata alla storia per le critiche sul rumore e l'inquinamento
degli aerei gloria della nostra aeronautica, due senatori radicali
Marco Perduca e Donatella Poretti - hanno presentato ieri
una interrogazione al ministro della Difesa Ignazio La Russa
per conoscere l'esborso delle nostre casse per colore di verde,
bianco e rosso il ciclo di Tripoli in occasione della visita
di domenica del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Una visita lampo, in
pieno Ramadan: il premier parteciperà alle celebrazioni
del Trattato di amicizia trai due paesi e dovrebbe essere ospite
a cena di Muammar Gheddafi. Dunque nessun cambio di programma,
né per le Frecce tricolori né per gli incidenti
in mare né per le polemiche inseguito alla liberazione
di Abdelbaset al Megrahi, condannato per la strage di Lockerbie
e accolto in Libia come Cannavaro dopo i Mondiali tedeschi (il
principe Andrea, duca di York, non ci sarà per questo
motivo). Il presidente del Consiglio, in questi giorni ad Arcore,
sta preparando nei dettagli il suo viaggio per la prima giornata
dell'Amicizia tra Italia e Libia, che cade in un momento molto
delicato per le questioni migratorie e per i forti accordi commerciali
sanciti tra i due Paesi. Non è escluso che assisterà
alla posa della prima pietra dell' autostrada costiera voluta
dal Colonnello, simbolo della ricompensa pattuita con l'Italia
a seguito dei danni del periodo coloniale.
Confermata sopratutto
l' esibizione delle Frecce Tricolori, che celebreranno a modo
loro il 40esimo della presa del potere da parte del leader libico
(1 settembre). Il ministro La Russa ha infatti
ribadito che si tratta di «un impegno che il Governo ha
assunto sulla base di una richiesta venuta dalla Libia»
e «non si è mai discusso di annullarla».
«I Radicali consultino una carta geografica per scoprire
che la Libia è molto vicina, l'esibizione a Tripoli costa
dunque come un'esibizione a Trieste, anzi forse anche meno.
La richiesta di un'esibizione delle Frecce Tricolori è
un chiaro riconoscimento all' eccellenza italiana di cui sono
orgoglioso. Alla prima riunione del Consiglio dei ministri»,
ha aggiunto, «voglio richiedere un risarcimento più
adeguato per gli italiani espulsi dalla Libia».
Tra l'altro, alloggio e carburante per l'esibizione saranno
a carico di Tripoli, come previsto da accordi internazionali.
Alla protesta si sono uniti anche i deputati dell'Idv, già
protagonisti di una clamorosa iniziativa in occasione della
visita di Gheddafi in Italia.
Margherita Boniver
(PdL, presidente del Comitato Schengen) ha sottolineato ieri
come il viaggio sia «stato preparato da molto tempo e
cada in un momento molto importante delle relazioni bilaterali.
Potrebbe avere qualche inghippo se i libici continuassero a
festeggiare il rientro in patria del loro agente condannato
per l'attentato di Lockerbie. Comunque la questione riguarda
soprattutto i rapporti con la Gran Bretagna». Di visita
«più che necessaria» aveva parlato, nei giorni
scorsi, il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il 30 agosto
2008 è stato infatti sottoscritto il "Trattato di
amicizia e cooperazione": l'Italia investirà 4 miliardi
di euro in 20 anni in infrastrutture sul suolo libico in cambio
della cooperazione nella lotta al terrorismo e all'emigrazione.
Coinvolte in molte attività e costruzione di infrastrutture
le maggiori aziende (e banche) del Paese, dall'Eni all'Enel.
Sul tavolo di Arcore restano le pratiche calde delle Regionali
e della Finanziaria. Potrebbe esserci spazio al massimo per
un blitz di Berlusconi in Costa Azzurra dalla figlia Marina.
Venerdì 28 agosto, puntata in Abruzzo per il consueto
vertice sulla ricostruzione. Il giorno dopo c'è Milan-Inter,
e pare difficile non attendersi il Cavaliere a San Siro. li
30 agosto la trasferta a Tripoli (ma il premier non sarà
lì mentre i nostri piloti voleranno) e, il 10, volo a
Danzica per il settantsimo anniversario dello scoppio della
seconda guerra mondiale.
(torna su)
Italia-Libia:
Airl, governo guarda solo convenienza economica
Ansa
25
agosto 2009
La decisione del premier,
Silvio Berlusconi, di partecipare "nonostante tutto"
ai festeggiamenti per l'anniversario "del cosiddetto 'Trattato
storico' bilaterale" e di "far esibire la nostra straordinaria
pattuglia acrobatica per il 40/o anniversario della rivoluzione
libica" dimostra "che il nostro governo intende perseguire
ad ogni costo una politica basata esclusivamente sulla convenienza
economica, senza peraltro ricordarsi dell'antico debito verso
chi ha perso tutto, non solo beni materiali". Lo afferma
l'Airl, l'Associazione dei rimpatriati dalla Libia, che ricorda
come nel 1970, quando gli italiani furono 'cacciati' da Tripoli,
non ci fu nessun invio di "navi o aerei militari per facilitare
il rimpatrio".
"Non avremmo immaginato
- dice Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione Italiani
Rimpatriati dalla Libia - di vedere rinnovato tante volte il
nostro dolore, dai missili lanciati su Lampedusa, al Mig libico
caduto sulla Sila negli anni '80, fino all'offensivo atteggiamento
in occasione della liberazione del terrorista condannato per
Lockerbie, passando per le provocazioni della recente visita
di Gheddafi in Italia e le drammatiche e inarrestabili vicende
dei clandestini che partono dai porti libici".
Ora i rimpatriati attendono
"con fiducia che il Consiglio dei ministri accolga la proposta
del ministro Ignazio La Russa, tesa ad ottenere un risarcimento
per i beni perduti che sia meno umiliante di quello concesso
nel gennaio scorso".
"Anche noi - conclude
Giovanna Ortu - abbiamo un importante anniversario da celebrare:
il 7 ottobre 2010 ricorre il quarantennale della nostra cacciata,
fino all'anno passato ricordato dalla Libia come 'giorno della
vendetta'. Noi invece dobbiamo poterlo celebrare come il completamento
del nostro riscatto in Patria".
(torna su)
Finmeccanica,
maxiaccordo con la Libia
Corriere
della Sera
29 luglio 2009
Federico
De Rosa
Pag.
24
Maxi alleanza nel settore
civile tra Finmeccanica e la Libia. Il gruppo guidato da Pierfrancesco
Guarguaglini e la Libyan Investment Authority, il fondo sovrano
della Grande Jamaihirya, daranno vita a una joint-venture paritetica
per sviluppare in Libia, Medio Oriente e Africa la cooperazione
strategica nei settori dell' aerospazio, dell' elettronica,
dei trasporti e dell' energia. «L' accordo non prevede
l' ingresso dei libici nel capitale» di Finmeccanica,
ha subito precisato il presidente Guarguaglini, sgombrando così
il campo dalle indiscrezioni circolate nei giorni scorsi (smentite
da Piazza Montegrappa) di colloqui in corso con Tripoli per
aprire l' azionariato del gruppo pubblico. Quello siglata ieri
è la prima grande alleanza tra Italia e Libia dopo la
firma dell' Accordo di Amicizia tra Silvio Berlusconi e Muammar
Gheddafi. Ed il coinvolgimento di Finmeccanica è particolarmente
significativo, visto il ruolo strategico del gruppo di difesa
sullo scacchiere internazionale. «Abbiamo firmato un accordo
strategico di ampia portata che coinvolge tutti i nostri settori
del comparto civile: elicotteri, energia, elettronica, sicurezza
e aerospazio - ha spiegato il numero uno di Finmeccanica -.
Ma non solo. L' accordo stabilisce il concetto che è
possibile mettere in campo investimenti anche fuori dalla Libia,
sia in Africa che in Medio Oriente». Mercato che per Finmeccanica
vale oltre 20 miliardi di dollari. Il gruppo di difesa ha già
un accordo con la Libia, firmato nel 2006, nel settore degli
elicotteri che ha portato alla costituzione della Libyan Italian
Advanced Tecnology Company, Liatec, partecipata da Finmeccanica
e Augusta Westland. E la scorsa settimana la controllata Ansaldo
Sts ha ottenuto una commessa da 541 milioni di euro da Tripoli.
«Lia - ha spiegato Guarguaglini - rappresenta un partner
straordinario che potrà fornire a Finmeccanica ulteriori
risorse finanziarie e opportunità di business per sviluppare
nuove iniziative in aree geografiche strategiche per la futura
crescita del Gruppo». Oltre alla Libyan Investment Authority,
nella partnership è entrata anche la Libya Libya Africa
Investment Portfolio, un altro veicolo utilizzato per gli investimenti
dalla Grande Jamaihirya. La joint-venture, che sarà creata
entro la fine dell' anno e avrà una dotazione di 400
milioni di euro, verrà utilizzata per le iniziative congiunte
di business e potrà effettuare investimenti diretti in
attività commerciali e industriali, anche fuori dalla
Libia. «Si tratta, dunque, di uno strumento di grande
flessibilità di partnership nell' investimento»
ha spiegato il numero uno di Finmeccanica. «Questo accordo
è l' esempio della continua e profonda attenzione della
Lia verso intese di tipo strategico e alleanze internazionali,
come investitore di lungo termine» ha aggiunto il vice
amministratore delegato del fondo, Mustafa Zarti. Grazie a questa
alleanza la Lia, che ha una dotazione di 65 miliardi di dollari,
potrà diventare socio di altre iniziative targate Finmeccanica.
E' prevista infatti la possibilità di ingresso come azionista
di minoranza nei settori interessati dall' accordo siglato ieri.
Quindi nelle attività civili. La difesa è esclusa
dall' intesa. Ma Guarguaglini già vede oltre. «In
Libia - ha ricordato - abbiamo già acquisito diversi
ordini». E Finmeccanica è in corsa per la realizzazione
della Metropolitana di Tripoli: «Noi abbiamo fatto l'
offerta: è un' altra possibilità». L' anno
prossimo, inoltre, sarà inaugurato l' impianto della
Liatec, dove verranno assemblati 10 velivoli AW 109 Power e
AW 119 Koala già ordinati da Tripoli. E, passando dal
civile al militare, un' altra possibilità potrebbe arrivare
dalla messa a terra dei vecchi Mig russi. In vista della scadenza
di un' opzione per acquistare i francesi Rafale, Tripoli avrebbe
iniziato a studiare con attenzione gli Eurofighter.
(torna su)
Fini
e la Libia: deludente sulla vicenda dei profughi
Corriere
della Sera
22
luglio 2009
Paola
Di Caro
Pag.
10
Con
Tripoli ci sono problemi seri, come dimostra una lettera ricevuta
dal presidente della Camera libico che respinge la richiesta
di Gianfranco Fini di una visita di una commissione mista di
parlamentari italiani e locali ai centri di raccolta di clandestini
in Libia perché, è la giustificazione al rifiuto
«lì non ci sono rifugiati politici, noi tuteliamo
i diritti umani e comunque si tratta di una questione interna».
Con Napolitano invece i rapporti vanno a gonfie vele: non è
un «asse», piuttosto sono «assonanze e convergenze»
ma, lo conferma lo stesso Fini parlando durante la tradizionale
cerimonia di consegna del Ventaglio da parte dell' Associazione
stampa parlamentare, la sintonia tra Quirinale e presidenza
della Camera c' è eccome. Soprattutto sull' invito a
riforme condivise, in particolare quella sulle intercettazioni,
che secondo Fini sarebbe un bene che maggioranza e opposizione
votassero assieme. E però, secondo l' ex leader di An,
perché davvero si arrivi a un' intesa, c' è bisogno
che «tutti» facciano un passo nella direzione della
controparte: un invito che in questo caso sembra rivolto più
all' opposizione che alla maggioranza, che comunque sul testo
un' intesa di massima al suo interno l' ha raggiunta. Viceversa,
su un altro tema delicato come il testamento biologico, Fini
pensa alla sua parte politica quando auspica «meno dogmatismo»
e disponibilità nel cambiare un testo, quello votato
al Senato, sul quale anche l' ordine dei medici «ha espresso
preoccupazione, cosa che non è piaciuta ad alcuni miei
autorevoli colleghi ma che invece a me ha dato soddisfazione».
Si parla anche dell' abuso di voti di fiducia da parte del governo,
ma il presidente della Camera frena: è vero, spiega,
che un abuso della fiducia implica «un problema politico»,
ma è anche vero che se il governo la porrà sul
decreto anticrisi già votato dalle commissioni «non
si può parlare di mortificazione del Parlamento».
Diverso sarebbe invece «se la fiducia fosse posta su un
maxi-emendamento che contenesse parti ulteriori, non trattate
o conosciute durante l' esame in commissione». Infine,
si torna al caso Libia: Fini rivela che una sua lettera in cui
proponeva una commissione mista di controllo nei Cpt libici
è stata appunto rifiutata dal suo omologo di Tripoli.
E il suo giudizio è molto duro: «Dire che si tratta
di una risposta inadeguata, deludente e politicamente miope
è dire poco, di fronte a un dato di fatto». Paola
Di Caro Le assonanze Capo dello Stato Sulle intercettazioni
«tutti i soggetti» dimostrino «spirito di
apertura e senso della misura»: sì a soluzioni
«il più possibile condivise» Presidente della
Camera «In questa legislatura possano prevalere momenti
di accordo, soprattutto per riforme che riguardano tutti i cittadini»
(torna su)
Interventi
& Repliche
Corriere
della Sera
27 giugno 2009
Vittorio
Sgarbi
Pag.
37
La restituzione delle
opere d' arte Chiamato direttamente in causa da Paolo Conti
(«Da Axum ai fregi del Partenone. Quando è giusto
restituire», Corriere del 20 giugno) su una questione
essenziale come la restituzione delle opere d' arte, in una
singolare confusione tra ciò che è proprio dello
Stato e ciò che è arbitrio della criminalità,
mi vedo messo all' angolo con una richiamo alla «serietà»
per avere, da sottosegretario ai Beni Culturali e, pervicacemente,
da osservatore critico, sostenuto i principi elementari della
tutela e della natura stessa delle istituzioni museali. Se dovessimo
accettare il principio della restituzione ai luoghi d' origine,
in ordine alla confusione tra dominio coloniale e occupazione,
e se si sostiene la legittimità della richiesta della
restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone (annosa battaglia
iniziata dalla intrepida ministra della Cultura Melina Mercouri),
dovremmo smantellare importanti musei: tutto il Louvre, tutti
i musei di Berlino, quello di Pergamo,
l' Antikensammlung
di Monaco, il British Museum di Londra ma anche la National
Gallery e la stessa Pinacoteca di Brera, esemplare rappresentazione
di tutte le scuole di arte pittorica italiana, frutto delle
rapine «regionali» di Napoleone. La storia ha visto
il patrimonio dei vinti traslato nei musei dei vincitori: ma
è la storia, appunto, ed è anche la storia dei
musei. E mi pare bene che i rigorosissimi inglesi non seguano
il nostro scellerato esempio. L' obelisco di Axum è stato
il segnale negativo di uno Stato debole che si vergogna della
sua Storia arrivando alla farsa della visita di Gheddafi
che ha ottenuto i risarcimenti dall' Italia ma non ha ancora
restituito i beni sequestrati ai profughi italiani
e si è dimenticato di manifestare riconoscenza per il
dono da parte degli archeologici italiani dei siti di Leptis
Magna, di Sabratha, di Apollonia, di Cyrene. Senza gli italiani,
quei luoghi dell' Umanità riposerebbero ancora sotto
la sabbia.
(torna su)
Col
G8 torna Gheddafi: attenti alla dignita'
Politicamentecorretto.com
2
luglio 2009
Rainero
Schembri
Arriva il G8. E con il G8 arriverà per la seconda
volta in Italia anche Muammar Gheddafi, l'imprevedibile leader
libico, questa volta come rappresentante dell'Unione Africa
(carica a rotazione e della durata di un anno). Nel corso del
suo primo soggiorno italico, avvenuta nel mese di giugno,
sul piano dell'immagine e della dignità nazionale non
abbiamo certamente fatto una brillante figura.
“In nome del business”, ha dichiarato a Politicamentecorretto
Giovanna Ortu, Presidente AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia) “e dei grandi interessi petroliferi, degli investimenti
in Fiat, Eni e Unicredit, sono state consentite a Gheddafi delle
liberalità che probabilmente in altri Paesi, come l'Inghilterra,
la Germania o la Francia non gli sarebbero mai state concesse.
Penso solo” ha detto ancora la Ortu, “alla visita al Quirinale
con la foto appiccicata al petto dell'eroe libico Omar al Mukhtar,
ucciso dai fascisti. Ebbene, credo che ci sia un limite
a tutto. Per fortuna il Presidente della Camera Gianfranco Fini
ha avuto un sussulto di dignità cancellando un incontro
alla Camera dopo due ore di ritardo”.
Ecco il punto. Il Presidente della Repubblica, che è
il rappresentante supremo della Nazione italiana non doveva,
a nostro modesto parere, permettere una simile sfida mediatica.
Già siamo stati l'unico ex paese coloniale del mondo
che oltre alle scuse ha accettato di pagare un maxi risarcimento
per il periodo coloniale di 5 miliardi di dollari in vent'anni.
E ciò dopo di un primo consistente risarcimento
effettuato (ma non riconosciuto da Gheddafi) nel 1956.
Poi siamo stati così ‘buoni' da non fare entrare in questi
calcoli i beni confiscati agli italiani nel 1970 dopo il colpo
di Stato: beni che ai valori attuali ammonterebbero a 3 miliardi
di Euro. In compenso, siamo stati abilissimi a fare affari di
tutti i tipi con Libia, salvo a trovare solo dopo quarant'anni
qualche spicciolo per indennizzare almeno in parte i 20 mila
italiani che dal 1911 (era Giolitti) sono stati costretti a
lasciare l'Italia, quasi sempre in povertà.
Ora è stato firmato un importante accordo di amicizia
tra i due Paesi. Appare più che ragionevole essere contenti
che la Libia sia diventata un grande partner commerciale dell'Italia
e che ci fornisca l'energia necessaria per sviluppare il nostro
Paese. E' comprensibile, inoltre, che in nome della real politic,
si possa accettare tutto e di più. Anche molte pagine
nerissime dei nostri rapporti passati. Ma c'è una cosa
che non dovrebbe mai essere messa in svendita. La dignità
nazionale e su di essa il capo dello Stato dovrà sempre
vigilare. Quindi, ben tornato Gheddafi, ma questa volta stiamo
attenti agli scherzi. Lo chiediamo soprattutto al Quirinale.
(torna su)
La
tenda beduina e le imprese senza dignità
La Repubblica
Affari & Finanza
15
giugno 2009
Massimo Giannini
pag.
1
D'accordo, gli affari
sono affari. Le leggi del profitto non sempre coincidono con
i principi morali. E il business, come diceva quel tale, a volte
"è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo".
E' tutto vero. Ma c'è qualcosa di umiliante nel modo
in cui l'establishment economico (non solo quello politico)
si è prostrato per baciare l'anello di Sua Altezza Muhammar
Gheddafi.
Prima l'incontro pubblico con il gotha di Confindustria, che
il Colonnello ha blandito con una garanzia ("la Libia non
venderà mai risorse energetiche a scapito dell'Italia")
e rassicurato con una bugia ("finché c'è
Berlusconi al governo siete fortunati"). Poi il vertice
riservato con l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni,
ricevuto lontano da telecamere accese e da orecchie indiscrete
sotto l'ormai mitica tenda beduina di Villa Pamphili.
E' la famosa "geopolitica del gas e del petrolio",
che ancora una volta rende questo Paese tragicamente dipendente
da qualunque fornitore, che si tratti della democratica Norvegia
o della dispotica Russia. E' la promessa di far costruire alle
aziende italiane opere infrastrutturali nel territorio libico
per oltre 5 miliardi di dollari in 20 anni. Insomma, c'è
poco da scandalizzarsi: it's the economy, stupid. Ma c'è
modo e modo di accaparrarsi commesse e contratti. Non ci si
può presentare col cappelluccio in mano, neanche fossimo
l'Italietta prostrata del dopoguerra che il povero De Gasperi
andò a raccomandare all'America, ottenendo un primo assegno
da 50 milioni di dollari dal segretario di Stato Byrnes. Era
il gennaio del '47, e nella delegazione italiana gente del calibro
di Guido Carli non poté partecipare al ricevimento alla
Casa Bianca: non aveva neanche i pochi soldi necessari per affittare
il frac imposto dal cerimoniale. L'Italia di oggi non naviga
nell'oro. Ma, nonostante il Cavaliere, non è ridotta
come quella di allora.
Via, signori imprenditori, un po' di dignità.
(torna su)
Se
la diplomazia diventa uno show
La
Repubblica
domenica
14 giugno 2009
Francesco
Merlo
p.1
Non è possibile
che la diplomazia italiana non prepari e non governi una visita
di Stato, non ne contenga gli eccessi pittoreschi, non concordi
forme e contenuti degli interventi. Nonè possibile che
la diplomazia italiana spinga l' accattonaggio di Stato sino
a lodare gli estremismi di Gheddafi che, imbottito di dollari
grazie al petrolio, nell' Aula Magna della Sapienza, dopo averci
generosamente perdonato, ci ha spiegato che «bisogna capire
le ragioni del terrorismo». Le ragioni cioè dei
macellai che sgozzano, delle bombe nelle stazioni, delle stragi
nei centri commerciali. Insomma, non è Gheddafi che ci
indigna ma è la nostra diplomazia che ci mortifica. Perché
lo facciamo? Nessuna superiore ragion di Stato , nessun rimpatrio
di migranti, nessun bisogno energetico consentono infatti di
perdere faccia e coscienza permettendo a un dittatore, che ha
impiegato la vita a finanziare e ad armare i killer di tante
orribili imprese terroristiche, di equiparare, proprio nel nostro
paese, gli Stati Uniti a Bin Laden. È vero che il nostro
governo, al quale sempre più piace fare l' amico dei
nemici e il nemico degli amici, ci ha abituati alla "diplomazia
del sorriso", vale a dire alla politica estera degli ammiccamenti
e delle battute, delle pacche sulla spalla e delle gag al limite
della licenza e della decenza, ma persino quel vestito con il
quale Gheddafi si è presentato al Quirinale esprime,
ancor più della vanagloriosa aggressività dell'
ospite, la sostanziale impotenza della nostra diplomazia. E
non solo perché è proprio così che il cinema
abbiglia i satrapi degli stati centro africani, con le foto
appuntate sul petto e le divise colorate e superaccessoriate
che disonorano i soldati di tutto il ... mondo civile e ridicolizzano
la professione delicata dei colonnelli. Oggi i militari non
esibiscono nulla, sono esperti di geopolitica, storiografi di
qualità, ingegneri sobri misurati ed equilibrati, insomma
sono gli ultimi a voler fare quello che sono chiamati a fare:
la guerra. Gheddafi a Roma non somiglia a un militare, ma a
una parodia del vigile urbano in grande spolvero. È l'
africano come se lo immaginano i leghisti. Pur di cacciare gli
immigrati da Vicenza, i nostri xenofobi padani cedono Roma,
i suoi giardini e le sue università a un beduino in ghingheri.
Gheddafi che tiene lezioni di alta politica a Palazzo Giustiniani
e nella nostra più importante accademia è in questo
senso il trionfo del ministro dell' Interno Maroni: la politica
estera asservita agli umori dei bottegai di Vigevano. E sebbene
non ci sia memoria di un set cinematografico altrettanto pittoresco,
il rettore Luigi Frati, medico specialista, ha trovato nell'
esibizione di Gheddafi «spunti di grande interesse».
E il presidente del Senato Renato Schifani vi ha letto «una
pagina importante» e già pensa di invitarlo di
nuovo. Solo il ministro degli Esteri Franco Frattini ha ammesso
che, perbacco, «non si può essere d' accordo su
tutto». Rimane da capire su che cosa è d' accordo
Frattini con Gheddafi, quali sono gli spunti di grande interesse,
e perché questa esibizione sarebbe una pagina importante.
Ecco: se si tratta di umorismo è umorismo nero, se si
tratta di diplomazia è diplomazia spudorata. Ma forse
il politologo Frati, lo studioso Schifanie il Marco Polo Frattini
si riferiscono alla carica della polizia contro gli studenti,
alle intelligenze critiche mortificate e zittite all' università,
alla prepotenza dei gorilla libici, al gineceo amazzonico che
guarda il corpo del dittatore...
Ma perché la nostra politica estera deve diventare sbracamento?
Noi non pensiamo come quelli di An (dov' erano?) che Gheddafi
abbia fatto diventare debiti i nostri crediti storici. Ma distinguiamo
il popolo libico da Gheddafi che, come i governatori colonialisti
italiani, violai diritti umanie peggio di loro, da ben quaranta
anni, commette soprusi. È vero che anche gli Stati Uniti
si sono ammorbiditi con Gheddafi, ne hanno lodato il nuovo corso
e la rinunzia alla ambizioni nucleari, e lo hanno depennato
dalla lista dei paesi canaglia. Ma ve lo immaginate Gheddafi,
vestito da capobanda municipale, che parla al Congresso degli
Stati Uniti, o che fa una lezione ad Harvard o che pianta la
tenda al National Mall, la striscia verde che è il cuore
politico e istituzionale dell' America? L' Italia squattrinata
può anche invitare Gheddafi, se davvero è disposto
a comprare azioni della Telecom o, come dicono, a salvare la
squadra della Roma, o ancora a riempirei nostri ammanchi energetici...
Quando sono in ballo grandi e vitali interessi , non dico che
approveremmo ma almeno capiremmo. Purché - lo ripetiamo
- la diplomazia controlli ogni cosa e non si lasci sopraffare.
Mai un invito diplomatico può diventare un evento da
baraccone, una roba da estate romana, un' esibizione che, ideata
per impataccare, ha finito con l' impataccarci. Ed è
una patacca che ci resterà a lungo sul groppone, questa
nostra politica da cammellieri, ingombrante come la tenda a
villa Pamphili. Se il capo di Stato da spennare fosse stato
esquimese, lo avremmo messo in una cella frigorifera accanto
al laghetto di Villa Borghese, ghiacciato per l' occasionee
popolato con le foche de Roma?
(torna su)
Piegare
troppo la schiena non raddrizza gli affari
Libero
14
giugno 2009
Magdi
C. Allam
La vera lezione da trarre
dalla sciagurata visita del dittatore libico Gheddafi a Roma
è che non è affatto vero che incurvando la schiena
si possano raddrizzare gli affari. Perché se, da un lato,
il messaggio recondito che trapela dai canali informativi è
che dovremmo perdonare gli “eccessi verbali” di Gheddafi per
salvaguardare degli interessi energetici, economici e commerciali
che corrisponderebbero ad una priorità nazionale, dall'altro
si tende a omettere che a giovarne sono essenzialmente i tradizionali
potentati della finanza e dell'impresa, anche a scapito della
piccola e media impresa che rappresentano il fulcro dell'attività
sana della nostra economia, con un danno che prima o dopo si
ripercuote sui nostri portafogli. Per trarre le somme dobbiamo
partire dall'inizio della storia recente tra i due Paesi, per
prendere atto dell'assoluta inaffidabilità di Gheddafi.
Il 2 ottobre 1956 il presidente del Consiglio dei ministri Antonio
Segni e il primo ministro e ministro degli Esteri libico Mustafà
Ben Halim sottoscrissero a Roma l'Accordo tra l'Italia e la
Libia di collaborazione economica e di regolamento delle questioni
derivanti dalla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni
Unite del 15 dicembre 1950. Esso consta di 19 articoli, 20 allegati
e 14 scambi di note. Di fatto l'Italia risolse la spinosa e
controversa questione del risarcimento dei danni coloniali,
così come attesta l'articolo 18 che recita: «I
due governi, nel dichiarare di loro piena soddisfazione le intese
raggiunte col presente accordo, confermano di aver definito
tutte le questioni dipendenti dalla risoluzione (dell'Onu del
15 dicembre 1950 che conferisce l'indipendenza alla Libia, ndr)
o con questa connesse o dipendenti dal passaggio di sovranità».
Concretamente l'Italia saldò il debito coloniale con
il versamento alla Libia, così come contemplato dall'articolo
16 dell'accordo, della somma di 2.750.000 lire libiche, pari
a 4.812.500.000 lire italiane quale contributo alla ricostruzione
economica della Libia. Di questa somma, due terzi dovevano essere
impiegati da parte del governo libico per l'acquisto in Italia,
in tre esercizi finanziari successivi, di prodotti dell'industria
italiana, mentre un terzo fu versato in contanti. Il colpo di
Statoe il regime di Muammar Sennonché Gheddafi, dopo
il colpo di Stato con cui nel 1969 rovesciò la monarchia,
sconfessò gli accordi internazionali precedentemente
sottoscritti e pretese la riapertura della questione dei risarcimenti
coloniali. Teniamo presente che l'Italia è l'unica ex
potenza coloniale al mondo che ha accettato di farlo, anche
se il nostro peso coloniale è stato del tutto infimo
rispetto a quello della Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna,
Portogallo e Belgio. Di fatto abbiamo scoperto che, ogni qual
volta si era a un passo da un possibile accordo di natura finanziaria
anche se sotto forma di un ospedale o dello sminamento delle
aree desertiche teatro della seconda guerra mondiale, Gheddafi
rialzava la posta perché ciò che gli interessava,
veramente non era l'indennizzo, ma il poter usare l'Italia come
valvola di sfogo delle frustrazioni interne di un popolo represso
in quanto sottomesso alla sua feroce tirannia.
La conferma dell'inquadramento
politico della questione del risarcimento coloniale è
che il recente accordo, che contempla un esborso stratosferico
di 5 miliardi di dollari, è stato accettato da Gheddafi
solo nel contesto di un cosiddetto trattato di amicizia che
di fatto stravolge l'alleanza dell'Italia con la Nato assumendoci
l'impegno a non consentire che dal nostro territorio possano
partire azioni aggressive nei confronti della Libia. Così
come aveva implicitamente contemplato l'impegno dell'Italia
a completare l'opera di sdoganamento di Gheddafi a livello internazionale,
cominciando ad accoglierlo con i massimi onori a casa nostra
come se si trattasse del più autorevole e prestigioso
leader del mondo.
Ben ci sta! Che umiliazione
sentirci dare delle lezioni di democrazia («Se il popolo
italiano me lo chiedesse, gli darei il potere annullando i partiti
e le elezioni») da un tiranno che ha le mani insanguinate
di migliaia di oppositori interni massacrati e di centinaia
di vittime di attentati terroristici di cui è stato definitivamente
accusato dal tribunale internazionale dell'Aja. Che orrore accoglierlo
il Campidoglio, nel Senato della Repubblica e nell'Università
La Sapienza per permettergli di giustificare e legittimare il
terrorismo equiparando gli Stati Uniti a Osama bin Laden. Che
vergogna vedere il nostro capo di governo Berlusconi, qui a
casa nostra, doversi infilare sotto una tenda eretta a residenza
romana di Gheddafi, consentendogli un arbitrio che non sarebbe
concesso a nessun italiano, nel tentativo di rabbonirlo dopo
l'ennesima offesa alle nostre istituzioni che ha portato all'annullamento
della sua visita alla Camera dei deputati, fino al punto da
elevarlo a modello da emulare: «Gheddafi? Come un cliente
un po' originale. È intelligentissimo, se è
stato al potere per 40 anni è perché ci sa fare».
Ebbene noi italiani dovremmo
ingoiare tutti questi rospi perché Gheddafi in cambio
ci garantirebbe un fiume di affari irresistibili. Ma a chi?
I soliti nomi: Eni, innanzitutto, la madre della nostra politica
energetica e della nostra politica mediorientale sin dal dopoguerra;
Impregilo, Alenia Aeronautica, Prysmian Cable (ex Pirelli),
Sirti Alcatel. Tanti progetti sulla carta, alcune promesse ventilate,
certezze nessuna almeno per il momento. Le sole certezze che
abbiamo è che finora gli affari con la Libia, da cui
importiamo il 30% del nostro fabbisogno di petrolio e il 12,5%
del nostro fabbisogno di gas, pari al 10% del nostro fabbisogno
complessivo di energia, si sono spesso ritorte contro l'interesse
degli italiani.
Partiamo dal caso della
Fiat che, dopo aver consentito alla Libia di acquistare il 15%
delle proprie azioni a partire dal 1976, dieci anni dopo
le riacquistò con l'intermediazione di Mediobanca, con
un'operazione in cui i piccoli azionisti dell'Ifil furono ingannati
e danneggiati, avendo sottoscritto un aumento di capitale di
una società ricca di attività finanziarie e si
ritrovarono a possedere titoli industriali Fiat precipitati
da 16.500 lire a 9.600 lire. Diciamo pure che, dopo il lancio
dei missili libici su Lampedusa, la Fiat si sbarazzò
dell'imbarazzante azionista libico riversando sulle nostre spalle
un conto salato, 2,6 miliardi di dollari.
Prendiamo il caso dei
crediti per un ammontare di 650 milioni di euro che 120 imprese
italiane, perlopiù piccole e medie imprese, continuano
a vantare nei confronti della Libia e che Gheddafi continua
a non voler onorare. Fino al caso dei 3 miliardi di
euro che la Airl (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia)
rivendica per le perdite e le confische subite dai 20 mila italiani
cacciati dalla libia nel 1970. Al riguardo, di fronte al perdurante
rifiuto di Gheddafi di indennizzare i nostri connazionali, quest'onere
è stato assunto dal governo italiano anche se i versamenti
effettuati sono ancora parziali.
Ecco perché è
arrivato il momento di prendere atto che solo salvaguardando
i nostri valori, la nostra dignità e la sovranità
nazionale, potremo tutelare anche l'interesse economico dell'insieme
della collettività. Ricordiamoci: con la schiena ricurva
otterremo solo disprezzo e perdite; con la schiena dritta ci
meriteremo rispetto e guadagni.
(torna su)
Missione
a Tripoli in difesa dei diritti dei migranti
Il
Sole 24ore
14
giugno 2009
Gianfranco
Fini
Saluto il Leader Gheddafi,
anche nella sua veste di presidente dell'Unione africana. La
presidenza libica dell'Unione africana può contare sull'Italia
per il rafforzamento dell'impegno della Ue per l'Africa, soprattutto
con riferimento alle crisi umanitarie che travagliano il Darfur
e la Somalia. (…)
Italia e Libia sono unite
da profondi vincoli storici e geografici. La collocazione al
centro del Mediterraneo ha favorito sin dall'età romana
i contatti reciproci, come dimostrano le meravigliose testimonianze
archeologiche di Leptis Magna, patrimonio dell'umanità,
secondo l'Unesco.
Nel più recente
passato, la dominazione coloniale ha segnato una pagina dolorosa.
Con la ratifica del Trattato di amicizia siglato lo scorso 30
agosto a Bengasi, la responsabilità italiana del passato
coloniale è stata affermata inequivocabilmente. La camera
dei deputati, con una larga maggioranza, ha ratificato il Trattato
e ha ribadito la volontà di chiudere definitivamente
il doloroso “capitolo del passato” e di aprire contemporaneamente
il capitolo del futuro, quello dell'amicizia.
Il Trattato di Bengasi
è stato il punto di arrivo di un lungo negoziato portato
avanti da parte italiana con eguale impegno dai governi dell'ultimo
decennio, indipendentemente dall'orientamento politico. Comune,
infatti, alle forze politiche italiane è stata ed è
la convinzione che un partenariato privilegiato con la Libia
sia necessaria per la stabilita e lo sviluppo della regione
mediterranea.
Il negoziato bilaterale
è stato accompagnato dal nuovo corso della politica estera
libica, caratterizzato dalla rinuncia pubblica alle anni di
distruzione di massa e dalla condanna del terrorismo internazionale,
che non è mai alimentato dalle democrazie. Le democrazie,
a parte da quella americana, possono sbagliare, ma certo non
possono essere paragonate ai terroristi.
Confido vivamente che
l'entrata in vigore del Trattato sia di auspicio per una rapida
conclusione dell'accordo-quadro con l'Unione europea (…). Confido,
altresì, che la Libia possa riconsiderare la sua posizione
nei confronti del "processo di Barcellona" che da
un anno si è sviluppato nell'Unione per il Mediterraneo,
ma che stenta a decollare.
Ciò è dovuto
anche alla scelta compiuta dai Paesi arabi in segno di protesta
per l'aggravamento della crisi israelo-palestinese. Voglio
sottolineare al leader Gheddafi che proprio lo sviluppo dell'Unione
per il Mediterraneo - di cui Israele e l'Autorità Palestinese
fanno parte a pari titolo - può favorire la conquista
della pace in Medio Oriente e che l'adesione della Libia rafforzerebbe
una simile possibilità.
Mi preme a questa proposito
ricordare che il Parlamento italiano rappresenta i Parlamenti
nazionali degli Stati europei nella Presidenza dell'Assemblea
parlamentare euromediterranea e che, in tale qualità,
ne ospiterà i lavori dal marzo 2010 a quello del 2011.
Sarebbe particolarmente
significativo se, in quella circostanza, una delegazione parlamentare
libica sedesse sui banchi dell'Aula di questa Palazzo. Sarebbe,
infatti, un riconoscimento del ruolo guida avuto dalla Camera
dei deputati e dal Congresso generale del popolo (…).
In questo senso, formulo
l'auspicio che le due Assemblee parlamentari possano al più
presto dotarsi di un quadro istituzionale di collaborazione
che sia all'altezza del livello del dialogo politico intergovernativo.
Sarebbe così possibile definire un programma di scambi
periodici di visite, di regolari riunioni di commissioni miste,
per favorire la mutua conoscenza e comprensione, per discutere
i problemi comuni ed individuare le soluzioni migliori.
L'emergenza dell'immigrazione
clandestina, ad esempio, è stata oggetto di un'azione
concordata tra i rispettivi esecutivi, meriterebbe di essere
maggiormente affrontata anche sul piano interparlamentare.
A tal riguardo, proporrò
al mio collega libico, Embarak El Shamakh, Segretario generale
del Congresso del Popolo, la creazione di un gruppo congiunto
di monitoraggio parlamentare. Auspico che una delegazione di
deputati italiani possa recarsi presto in visita ai campi libici
di raccolta degli immigrati per verificare il rispetto dei diritti
fondamentali dell'uomo sanciti dalle Nazioni Unite e dal Trattato
di Bengasi, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e
ai perseguitati politici.
Le relazioni italo-libiche
offrono amplissimi margini di approfondimento, che il Trattato
di Bengasi incentiva L'Italia è già il primo partner
commerciale della Libia, ma questa posizione è destinata
a rinsaldarsi grazie ai reciproci investimenti diretti, che
favoriranno soprattutto la rete infrastrutturale. L'Istituto
italiano di cultura a Tripoli e l'Accademia libica in Italia
potranno diventare centri di promozione degli scambi di studio
e di ricerca.
In tale contesto, auspico
che gli italiani cattolici ed ebrei che hanno lasciato la Libia
costituiscano una preziosa risorsa per il futuro delle relazioni
bilaterali. Di generazione in generazione essi hanno conservato
un sincero attaccamento per la Libia. Hanno contribuito con
il loro lavoro alla prosperità del Paese e hanno sofferto
pagando responsabilità non loro. E quindi motivo di apprezzamento
e di speranza il fatto che nel programma della visita a Roma
del Leader Gheddafi sia previsto un incontro con loro.
Italia e Libia hanno
interessi comuni nel mondo globale. La lotta al terrorismo fondamentalista,la
sicurezza del bacino mediterraneo, la pacificazione del Medio
Oriente, lo sviluppo dell'Africa, la non proliferazione delle
armi di distruzione di massa sono tutti obiettivi che ci uniscono,
il cui raggiungimento potrà senz'altro essere accelerato
se intensificheremo la nostra cooperazione.
La scelta coraggiosa
della via del dialogo - che il Leader Gheddafi ha impreso al
suo Paese – ha fornito un'ulteriore smentita dell'ineluttabilità
dello scontro tra le civiltà ed ha aperto alla Libia
la possibilità di svolgere un'azione internazionale particolarmente
decisiva.
(torna su)
Agli
esuli cacciati via nel 1970: «Vi ho salvato dalla deportazione»
Il
Giornale
14
giugno 2009
Fausto
Biloslavo
I
20mila italiani cacciati dalla Libia a pedate nel 1970 dovrebbero
ringraziarlo, perché è stato il Colonnello ad
opporsi alla loro deportazione in massa in un lager della Cirenaica,
dove sarebbero stati decimati dalla prigionia. Gli esuli potrebbero
fondare un partito, che il munifico leader libico è pronto
a sovvenzionare, perché i governi italiani li hanno sempre
trattati a pesci in faccia.
Gheddafi superstar ieri mattina all'ultima puntata delle sue
sceneggiate romane. Con espatriati dalla Libia o loro eredi,
rigorosamente selezionati dall'ambasciata libica, che fanno
a gara per un autografo, in rigoroso inchiostro verde, dal grande
capo della Jamahiriya socialista ed islamica. L'appuntamento
era a villa Pamphili, ma non nella mitica tenda beduina. «Eravamo
in 220 circa sotto un enorme gazebo bianco, con le sedie di
plastica allineate. Lui parlava da un palchetto, a braccio ed
è andato avanti per un'ora e cinque minuti», racconta
un italiano nato a Tripoli, che ha ricevuto l'invito. Il suo
nome è meglio non farlo «perché in Libia
ci voglio tornare». Come sempre il Colonnello è
arrivato in ritardo di 90 minuti e ha attaccato con il solito
pistolotto storico sulle colpe del colonialismo italiano. «Ad
un certo punto ha praticamente detto che dobbiamo ringraziarlo
per averci salvato – racconta la fonte de Il Giornale – perché
quando prese il potere una parte del consiglio della rivoluzione
voleva deportare tutti gli italiani in Libia in un campo di
concentramento ad El Agheila, in Cirenaica. Lui si è
opposto e ha fatto valere la sua scelta di mandarci via».
E sequestrare i beni degli italiani (400 miliardi di allora)
espropriati e nazionalizzati. «Ho tre anni in più
di Gheddafi e tre in meno di Berlusconi, le umiliazioni ed il
dolore nei giorni in cui ci hanno cacciato dalla Libia me li
ricordo bene. Non solo ti portavano via tutto, ma non te ne
potevi andare prima di ottenere il certificato di nullatenenza».
Lo racconta a Il Giornale, Giovanna Ortu, presidente dell'Airl,
l'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, che aveva 30
anni quando è stata cacciata da Tripoli. Ieri sotto il
gazebo non c'era, perché gli inviti non sono mai arrivati.
«È deplorevole che non si sia ritenuto necessario
inserire una rappresentanza dei rimpatriati italiani nell'agenda
ufficiale – tuona la Ortu -. Davo per scontato un incontro con
Gheddafi. Ma forse è meglio così. Ci siamo evitati
un'umiliazione visti i toni del Colonnello in questi giorni».
Sotto il gazebo, invece, c'era un gruppo di Latina con tanto
di cappellino verde e la scritta Italia-Libia. «Gheddafi
ha detto che i nostri governi ci hanno sempre trattato malissimo
– spiega la fonte de Il Giornale sotto il gazebo –. Ci ha incitato
a fondare un partito facendo capire che lo avrebbe sovvenzionato».
E giù gli applausi delle vittime a chi li ha cacciati.
Fra il pubblico non sono mancate le scene stucchevoli, come
qualche fan italiano armato di gigantografia di Gheddafi, che
è riuscito a farsi firmare il “santino”. Un espatriato
voleva prendere la parola per chiedere ingresso senza visto
in Libia, apertura degli archivi di Tripoli sui beni italiani
nazionalizzati e risarcimento almeno parziale degli espropri,
ma non ce l'ha fatta. Un gruppetto di donne lo ha preceduto
per farsi autografare l'invito con rigoroso inchiostro verde,
come se Gheddafi fosse una star di Hollywood. Qualcuno gli ha
regalato un quadro in argento ed il Colonnello bonario ha assicurato:
«Costituite delle società, tornate a lavorare da
noi. Avrete dei privilegi rispetto agli italiani che non sono
nati in Libia». La Ortu ricorda che nel 1970 i libici
«ti frugavano anche nei capelli. Non si poteva portare
via neppure gli orecchini. L'argenteria di famiglia l'abbiamo
consegnata ad amici arabi e americani, che poi ce l'hanno fatta
riavere. Si poteva partire con sole 34mila lire in tasca».
Sotto
il gazebo di villa Pamphili l'impressione era di grande cordialità
con Gheddafi, scialle marrone e camicia all'orientale, che dispensava
strette di mano e sorrisi. Però Umberto Gobbi, settantenne,
che in Libia ha vissuto a lungo, ammetteva: «Mi sento
un po' preso in giro». Shalom Tesciuba, leader carismatico
della comunità ebraica tripolina, ha consegnato una lettera
all'ambasciatore di Tripoli scrivendo che “gli ebrei non abbasseranno
la testa e non dissacreranno il sabato”. Giorno fissato apposta
dai libici per un incontro “riparatore” con Gheddafi, che li
ha cacciati come gli italiani.
(torna su)
Alfeo
e la casa persa due volte
La famiglia Agostinetto espulsa nel '70 ora si ritrova terremotata
in Abruzzo
Il
Sole 24Ore
14
giugno 2009
Gerardo
Pelosi
Ci sono storie che nessuna fantasia riuscirebbe a partorire
con così tanta crudeltà. Coincidenze tra vicende
politiche e tragedie personali che lasciano quasi atterriti.
Chissà cosa dovrà pensare dei casi della vita
Alfeo Agostinetto, classe 1920, ora relegato in una casa di
cura a Pontecchio, in Abruzzo, dopo una vita difficile.
Non aveva neppure 20 anni nel '39, quando da San Donà
di Piave, Venezia, prese la sua morosa, Milena Zanin, di Casale
sul Sile per cercare fortuna in terra libica. Trovò un
pezzo di deserto da coltivare a Dafnia, provincia di Misurata,
150 Km da Tripoli, ex villaggio Garibaldi. In quei 35 ettari
coltivati a olivi, mandorli e vigna vennero alla luce sei figli:
Alberto, Pietro, Claudio, Giancarlo, Noemi e Rosetta. Una vita
di soddisfazioni ma anche di fatica. Poi, nel '69, la rivoluzione
dei colonnelli capeggiati da Muammar Gheddafi.
Molti erano già riusciti a vendere case e poderi. Alfeo
no. Nell'agosto del '70 fu colpito dalla confisca dei beni e
dal decreto di espulsione. Il rientro in Italia non fu facile.
Un mese di pensione a Roma fino a quando la generosa ospitalità
degli abruzzesi consentì alla famiglia Agostinetto di
rifarsi una vita. Lui come bidello nelle scuole elementari dell'Aquila
fino alla pensione. Poi i figli che crescono e si sposano con
le usanze italiane interrotte dal cous cous del venerdì
e da qualche amico libico in visita di tanto in tanto.
Le scosse del terremoto di due mesi fa non hanno lesionato la
casa di cura di Pontecchio dove si trova Alfeo. È lui
il più fortunato ma tre dei sei figli sono, per la seconda
volta nella loro vita, senza un tetto sulla testa. A Paganica,
la notte del terremoto, Claudio e Pietro si ritrovano di nuovo
a guardare il cielo non da una nave che li riporta in Italia
ma fuori dalle loro case crollate. Si cercano l'un con l'altro,
sono tutti incolumi davanti alle macerie. Stessa sorte per Alberto,
in affitto in un appartamento all'Aquila gravemente lesionato.
La famiglia di Claudio, moglie e due figli, si sistema sotto
una tenda (tenda vera, non come quella di Gheddafi usata solo
per gli incontri ufficiali). Alberto si ritira nel suo camper
cui aggiunge un container per un po' di privacy per i figli
adulti. Pietro accetta l'ospitalità degli alberghi sulla
costa. A chi chiede loro cosa si può fare per aiutarli,
dicono: «Per ora ci viene dato tutto quel che ci serve».
Differenze a analogie tra le due esperienze? Claudio risponde:
«Ero un bambino, della campagna di Dafnia ricordo giochi
con le lucertole, le valigie rigonfie alla partenza, le ore
di attesa sotto il sole al porto, i pianti di mia madre e il
coraggio fiero di mio padre». Ma se gli si chiede della
visita del "leader" a Roma a denti stretti sussurra:
«Se avessi un mitra...». Pietro: «Solo questo
ci mancava, Gheddafi è venuto a dettare legge pure qua».
E Alberto: «Avevo 14 anni quando siamo partiti ma mi ha
dato fastidio vedere Gheddafi ricevuto in questo modo ».
Resta la domanda. Cosa penserà Alfeo Agostinetto, classe
1920, del bizzarro intreccio dei destini quando Gheddafi, presidente
di turno dell'Unione africana, scorrazzerà tra le strade
di Abruzzo per partecipare al G-8 tra poche settimane?
(torna su)
Lettere
al Direttore: La foto di Gheddafi
Gazzetta
di Parma
13
giugno 2009
Professor
Giulio Olmo
p.
13
Egregio direttore,
leggo sul suo giornale
che «Gheddafi portava una singolare fotografia:quella
dell'arresto, operato dagli squadroni fascisti, l'11 settembre
1931, proprio di Omar Al Muktar». Per la verità
storica, Omar Al Muktar, il Leone del deserto, eroe dell'insurrezione
senussita in Cirenaica contro gli italiani, fu catturato dal
XV squadrone del II Gruppo Squadroni Savaridella Tripolitania,
reparto del quale io ho fatto parte nei primi sette mesi del
1942, ed ho conosciuto personalmente diversi «sciubasci»
(vice comandanti indigeni) dei reparti di cavalleria libica
del Regio Esercito che avevano partecipato alla cattura undici
anni prima. La fotografia riguarda probabilmente il momento
nel quale il capo senussita viene condotto o ritorna dal processo
nel quale fu condannato a morte. Ripeto spesso senussita perché
Muhammar Gheddafi, ufficiale dell'esercito (credo di origine
beduina) si ribellò a Idris I, il «Gran Senusso»,
che dagli inglesi era stato messo sul trono nel 1951. Non è
peraltro nemmeno un mistero che le cabile della Cirenaica siano
in continuo dissidio con quelle del resto della Libia, tant'è
che i principi Karamanly, una delle più importanti famiglie
di Tripoli, al tempo dell'occupazione italiana erano ufficiali
del Regio Esercito. Rimane quindi da spiegare come mai il Colonnello
Gheddafi ci accusi della morte di un eroe del quale lui in prima
persona ha tradito la causa, detronizzando re Idris I.
(torna su)
Gheddafi
non arriva, Fini annulla l'incontro
Corriere
della Sera
13
giugno 2009
Gianna
Fregonara
Sono le 18.31 quando
Gianfranco Fini strappa: «Considero annullata la manifestazione»
per «l' ingiustificato ritardo del presidente della Giamahiria
libica». Applausi ripetuti, persino qualche «bravo!».
E tutti smobilitano dalla Sala della Lupa. Via Fini, via le
telecamere, i deputati, gli addetti ai lavori, i giornalisti
e anche il carrello del tè, che da due ore attendono
l' arrivo di Gheddafi. Nell' ufficio di Fini, aspetta Massimo
D' Alema, l' organizzatore con la sua Italianieuropei dell'
happening di Montecitorio. Dopo l' annuncio, lui non affronta
i giornalisti ma detta una dichiarazione: «Non posso che
condividere». Che l' attesa si annunci lunga si capisce
quasi subito. Si sussegue il ritornello: «Non è
ancora partito da Villa Pamphili», «sta partendo»,
«è tutto pronto», ma si capisce chiaramente
che nessuno sa nulla e i commessi si tolgono i guanti della
divisa delle grandi occasioni. In sala sono schierati in prima
fila Beppe Pisanu e Lamberto Dini, Andrea Manzella e Matteo
Colaninno, Enzo Carra, Vincenzo Visco, Alberto Michelini. C'
è il giudice Rosario Priore. Alessandro Ruben, il presidente
dell' Antidefamation league che Berlusconi ha voluto in Parlamento,
attende Gheddafi insieme al capo degli ebrei libici Shalom Tesciuba
che ha una lettera per il Colonnello che oggi non può
incontrare a causa dello shabbat. Deputati vanno e vengono,
nessuno sembra essere in contatto con la tenda, D' Alema ha
appena annunciato che «sembra che Gheddafi stia arrivando»,
il predecessore di Fini Pier Ferdinando Casini consiglia indirettamente
«di chiudere, dopo due ore di ritardo, le porte al Colonnello,
se rimanesse un minimo di dignità e di decoro delle istituzioni».
E quando alla fine proprio il presidente della Camera entra
nella sala, ha difficoltà a farsi ascoltare perché
nessuno guarda verso il leggio ma tutti verso la porta convinti
che finalmente Gheddafi sia in arrivo. Picchietta sul microfono,
Fini e tutto di un fiato annuncia: «Devo limitarmi ad
una comunicazione, la prevista manifestazione con il colonnello
Gheddafi organizzata per le 17 non ha avuto luogo fino a questo
momento per il ritardo del Presidente della Giamahiria libica.
Ritardo che al presidente della Camera non è stato giustificato
ed è la ragione per la quale, assumendomene la responsabilità
e nel pieno rispetto di quello che credo che sia il ruolo che
il Parlamento ha in una democrazia, considero annullata la manifestazione».
Il brusio in sala diventa applauso. Mentre la sala si svuota
lo staff di Fini fa sapere che la decisione del presidente della
Camera è stata presa in solitudine e per «difendere
il popolo italiano». Ma poi, ad evitare un incidente diplomatico
alla fine della visita del leader libico, Fini chiama subito
Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, nonché il ministro
degli Esteri Franco Frattini che da Santa Margherita Ligure
ha appena stigmatizzato quanti hanno criticato in questi giorni
Gheddafi. Con un certo ulteriore ritardo, quasi alle nove di
sera, l' ambasciata libica si assume la responsabilità
dell' incidente: una cattiva formulazione del programma degli
impegni di Gheddafi che ha mancato l' incontro con Fini perché
«doveva fare la preghiera al-Assr (del pomeriggio) del
venerdì, che ha coinciso con l' orario degli incontri».
(torna su)
La
mia foto sul petto
Corriere
della Sera
12
giugno 2009
Lettera
di Maria Imperatore
Gentile Direttore,
la foto appuntata sul
petto di Gheddafi, esibita con provocazione prima a Berlusconi
poi a Napolitano e, attraverso la TV al mondo intero, mi ha
fatto venire in mente di mandarne una a Lei molto diversa ma
altrettanto significativa.
Anche se non mi riconosco
in nessuna delle persone rappresentate, l'ho conservato gelosamente
perché potrei essere benissimo io una di loro dato che
da quella nave sono sbarcata anche io, ragazza, un giorno d'estate
di quasi quarant'anni fa.
Avevo perso tutto: non
solo la casa, le cose, gli amici, la spiaggia, i luoghi spensierati
della mia gioventù ma mi sentivo violata addirittura
nella mia intimità.
Come era stato lungo
e difficile quel mese torrido tra fine luglio e fine agosto
vissuto a Tripoli dopo aver ascoltato alla radio il provvedimento
di confisca emanato da Gheddafi. Quanti problemi per me e per
i miei: non c'era neppure il tempo di piangere perché
bisognava occuparsi di tante brutte cose pratiche. I beni li
avevamo perduti, ma bisognava pure consegnare i relativi documenti
facendo lunghe file sotto cartelli minacciosi in ricordo delle
nostre “malefatte”. Bisognava cercare di sistemare presso affettuosi
amici libici il nostro adorato cagnolino. Bisognava dimostrare
il pagamento di tutte le utenze luce, gas, telefono: con quali
soldi affrontare questi oneri dato che i conti in banca erano
bloccati? E i libri? I miei adorati libri, per essere infilati
in valigia, dovevano passare sotto il visto di un apposito controllo
mentre ori e argenti venivano inesorabilmente sequestrati in
dogana, luogo dell'ultima umiliazione: donne gentili e imbarazzate
ti frugavano da per tutto, dopo averti fatto spogliare, pensando
che persino fra i capelli potevi portarti via qualche tesoro.
Ma questo gli italiani, i deputati, i membri del governo, le
nostre giovani ministre lo hanno mai saputo?
La ringrazio e La saluto
(torna su)
“Incontrerò
Gheddafi senza alcun rancore”
Il
Giornale dell'Umbria
12
giugno 2009
G.Bas.
Pag.
37
A vedere domani mattina
a Roma il leader libico, da alcuni giorni in visita nella Capitale,
sarà Raffaele Iannotti, uno dei tanti esuli italiani
di Libia.
Iannotti - 60 anni, ternano
e da sempre impegnato in politica" da decenni sta
portando avanti, assieme all'Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia (Airl), la battaglia contro lo Stato italiano
per ottenere i 'risarcimenti a seguito della confisca dei beni
attuata dallo stesso colonnello Muammar Gheddafi a seguito del
colpo di stato del 1 settembre 1969. Gheddafi prese in mano
le sorti del Paese spodestando il re Idris Sanussi I, salito
al trono con la caduta del fascismo.
Con l'ascesa del colonnello,
ventimila italiani, nel 1970, furono costretti a dire addio
alla costa africane fare ritorno nel Belpaese. Lasciando in
Libia amori, amici, ricordi e soprattutto proprietà terriere
e immobiliari per un valore di circa 400 miliardi di vecchie
lire.
"Se domani mattina
avrò l' occasione di incontrare Gheddafi a villa Pamphili
(dove è stata allestita la lussuosa tenda beduina, ndr)
- spiega lannotti - lo saluterò come si conviene a un
rappresentante di un Paese straniero. Lo ripeto, senza alcun
rancore, per quanto accadde nel 1969. Anzi, gli dirò:
sono amico del popolo libico e se lei è il popolo libico,
allora è anche amico mio". Quindi nessun accenno
alla faccenda delle proprietà confiscate. "Il contenzioso
è aperto con lo Stato italiano non con la Libia -puntualizza
lo stesso Iannotti -. Quando gli italiani andarono in Libia
erano stati garantiti in tutto e per tutto dall'Italia, quindi
i risarcimenti che dobbiamo ancora ottenere, almeno 400 milioni
di euro, devono essere elargiti dal nostro Stato. Un piccolo
passo in avanti - aggiunge è stato fatto lo scorso
febbraio in occasione del nuovo trattato di amicizia tra l'Italia
e la Libia. Un trattato da 5 miliardi di dollari in cui sono
previsti anche 150 milioni di euro per noi esiliati, ma è
una cifra completamente insufficiente per chiudere la storia".
Insomma, la battaglia per ottenere i "giusti" risarcimenti
è destinata a durare ancora per anni. Intanto, però,
una piccola soddisfazione gli esuli italiani l 'hanno già
avuta: sono potuti ritornare in Libia.
"Sono andato già
diverse volte - racconta Iannotti -, malgrado le diversità
che ci sono tra noi occidentali e la gente di un paese arabo,
io resto sempre molto legato a quei luoghi, anche perché
io sono nato in Libia. Ogni volta che vado in quella terra è
un' emozione forte, lì sono ancorati i miei ricordi di
fanciullo e di ragazzo, quando fummo cacciati avevo 21 anni".
Nelle parole di Iannotti anche se non c'è rancore, si
avverte comunque un pizzico di amarezza.
Adesso il grande incontro.
"Spero proprio che ci sia la possibilità - dice
il sessantenne ternano -. Non è ancora arrivata la comunicazione
ufficiale. Sappiamo che l'ambasciata ha fissato il faccia a
faccia con Gheddafi per domani mattina, poche ore prima del
suo ritorno in Libia. Comunque sappiamo già che al colonnello
non potremmo presentarci come esponenti dell' Airl, ma come
semplici italiani che 39 anni fa vennero rimpatriati dalla Libia.
Ma questo non è un problema." E nemmeno un grande
segnale di distensione. Ma questa è un' altra storia.
(torna su)
Accolto
con troppi onori
Massimo
Teodori
12
giugno 2009
Il
Tempo
Era
proprio necessaria accettare la comparsata del tendone verde
eretto a villa Pamphili? Era proprio necessario, lui che non
ha mai conosciuto la democrazia, tentare di farlo parlare addirittura
nell'aula del Senato, l'assemblea più prestigiosa della
libera Repubblica? Era proprio necessario dargli tanto spago
da consentire che paragonasse con iattanza gli Stati Uniti al
terrorismo di Osama bin Laden? Gli interrogativi potrebbero
continuare ma, per carità di patria - è proprio
il caso di dirlo -, non cito neppure la scempiaggine della laurea
honoris causa in Diritto (!) dell'università di Sassari.
Intendiamoci, non siamo così sprovveduti dal non sapere
quali interessi economici, a cominciare dal petrolio dell'Eni,
legano l'Italia alla Libia, e quale situazione geografica impone
obbligatoriamente un buon rapporto per fare fronte all'immigrazione
clandestina.
Ma
se le nostre autorità ritengono di ammansire l'uomo della
tenda con accoglienze da operetta, si sbagliano di grosso. Sappiamo
tutti di cosa sia capace il colonnello megalomane e quale sia
l'abilità nel rilanciare la posta in gioco che già
costa all'Italia 5000 miliardi di dollari. È vero che
l'Italia si è resa colpevole di gravissimi misfatti nelle
avventure coloniali sull'altra sponda del Mediterraneo. Ma il
responsabile è stato il fascismo che non c'è più
da sessant'anni, mentre ora siamo in un regime democratico che
ha pubblicamente riconosciuto i torti del passato. E' sempre
difficile fare il bilancio in termini di civiltà.
Ma,
nel tributare a Gheddafi onori che non sono stati mai rivolti
ad alcun capo di Stato e di governo d'Europa e d'America, si
è dimenticato di ricordare che gli italiani hanno lasciato
in Libia splendide terre agricole, belle cittadine mediterranee,
e opere pubbliche mai più imitate. La contropartita di
tutto il ben d'Iddio che abbiamo lasciato al popolo libico è
stata l'espulsione di migliaia di italiani integrati nelle regioni
di cui erano divenuti a tutti gli effetti cittadini grazie a
un lavoro non indifferente. Le ragioni politiche ed
economiche dei rapporti tra Stati devono essere tenute in conto
C'è tuttavia modo e modo per considerarle. L'Italia che
oggi si inchina al colonnello libico non onora certo i valori
dell'occidente.
(torna su)
Libertà
(di far quel che gli va)
La
Stampa
12
giugno 2009
Massimo
Gramellini
D'accordo:
ha la pompa di benzina dalla parte del manico ed è un
amico caro del Cavaliere, al quale in certe cose assomiglia
(aspetto da eterno giovane e maggiore considerazione per le
amazzoni che per i partiti). Inoltre il vestito di Michael Jackson
con cui è sceso dall'aereo l'altra mattina era semplicemente
spettacolare. Però un po' se ne approfitta, il sor Gheddafi.
Non che pensassimo che la recente svolta buonista lo avesse
trasformato in un epigono di Gandhi. Né che il suo amore
per il palcoscenico potesse esimerlo dal cambiarsi d'abito cinque
volte al giorno, accumulando ritardi sul programma come un accelerato
Bolzano-Reggio Calabria. Ma insomma, un briciolo di riconoscenza
in più ce la saremmo aspettata. Se non per il nostro
pentimento, per l'assoluta mancanza di colonna vertebrale con
cui abbiamo accolto le sue comparsate.
E' arrivato con la foto di un martire incollata sulla giacca
come un rimorso e nessuno ha fiatato. Al Senato ha inneggiato
a piazzale Loreto e paragonato gli Usa di Reagan a Bin Laden,
e lì almeno Frattini si è dissociato. Poi è
andato alla Sapienza, dove non lasciarono parlare il Papa, e
invece a lui hanno permesso di dire, senza contraddittorio,
che i libri di storia sono pieni di falsità e che un
giorno anche noi, forse, conosceremo la democrazia. Ce ne ha
fornito un assaggio affacciandosi dal balcone del Campidoglio,
non troppo distante da quello di Mussolini, per proporre l'abolizione
dei partiti e la loro sostituzione con il Popolo, un simpatico
signore che di nome fa Muhammar.
(torna su)
Il
colonnello alla Sapienza un discorso fuori Onda
Il
Riformista
12
giugno 2009
Anna
Mazzone
«L'esodo
e gia cominciato, la resistenza 10 protegge. Non· ci
prenderete mai». Si concludeva cosi il volantino di "mobilitazione"
pubblicato il giomo prima dell' arrivo di Muammar Gheddafi sul
sito network dei ribelli degli atenei italiani, Uniriot.org.
Autori, i ragazzi dell'onda, il movimento studentesco che ha
la sua testa all'università La Sapienza di Roma. Anche
gli studenti, insime a tanti altri, hanno preso male il caloroso
abbraccio del nostro Governo al colonnello di Tripoli e hanno
organizzato una manifestazione di protesta. «Come studenti
della Sapienza in onda abbiamo partecipato alle azioni e manifestazioni
contro il pacchetto sicurezza e il vertice del G8 su sicurezza
e immigrazione e riteniamo inopportuna la visita del Colonnello:
l'università non è una vetrina per il Governo
e i suoi accordi criminali sull'immigrazione!», cosi i
loro volantini.
Ieri
mattina, Gheddafi ha tenuto un discorso nell'Aula magna dell'ateneo
romano, le domande erano concordate e i protestatari lo hanno
accolto in assetto di guerra. Radunati in diverse centinaia
in piazza della Minerva, per l'occasione blindata, nell'attesa
di veder comparire la macchina bianca del colonnello hanno lanciato
vernice rossa - «come simbolo del sangue versato dagli
immigrati respinti» - e uova contro le forze dell'ordine.
Fumogeni, spintoni, urla, calci e cariche. Tutto secondo copione.
Sui campo, fortunatamente, nessun ferito. E alla presenza massiccia
della polizia, si sono poi aggiunti i variopinti bodyguard del
colonnello, in stile libico-kitch, tra cravattoni colorati,
spalline e occhiali da sole. Arrivati in ritardo, ma pur sempre
presenti e ricevuti dagli applausi in controtendenza di una
cinquantina di curdi che agitavano gigantografie del loro leader
Ocalan.
Ma
quelli dell'Onda non sono i soli che lo hanno duramente
attaccato per i 40 anni della sua dittatura. Anche al Senato,
in mattinata, la sala Zuccari contava le assenze dei senatori
dell'Idv e dell'Udc. In una sala attigua, i senatori del partito
di Di Pietro hanno tenuto un contro-discorso, facendo il verso
a Gheddafi e indossando sulle giacche al posta della foto di
Omar-al Mukhtar (l'eroe libico della resistenza anti-italiana),
la foto dei rottami del volo Pan Am, che a dicembre del 1988
fu distrutto in volo da un'esplosione sui cieli di Lockerbie.
Le vittime furono 270. Per l'Udc di Casini, invece, l'accoglienza
cosi amichevole riservata al colonnello indica «problemi
di decoro delle istituzioni e di dignità». Sulla
stessa linea i radicali. Il senatore Marco Perduca ha assistito
al discorso di Gheddafi, per poi bollarlo come «interminabile»
e sottolineare che «non ha detto una parola a nome e per
conto dell'Unione africana o sui problemi continentali, ma ha
inflitto all'uditorio un concentrato di terzomondismo,
anti-capitalismo, anti-americanismo e anti-fascismo».
«Noi
questa visita ce l'aspettavamo da moltissimi anni» Dice
al Riformista Giovanna Ortu, presidente dell' Associazione degli
italiani rimpatriati dalla Libia (Airl). «Sin dal '77,
a sette anni dal decreto di confisca. In quell'anno ci fu l'accordo
tra la Fiat e Tripoli e si ventilo una visita di Gheddafi qui
in Italia. Ma noi ci opponemmo. Eravamo tutti scoraggiati e
molto arrabbiati. Abbiamo subito innumerevoli perdite, in violazione
del diritto internazionale». Ora, però, le cose
sono cambiate e sabato mattina Gheddafi incontrerà, seppur
ufficiosamente, gli italiani nati in Libia. «Vede - ci
dice la Ortu - il tempo è un grande balsamo per tutte
le ferite. Certo che vedere al tg uno che scende in quel modo
tragicomico dall' aereo, dovrebbe far vergognare un po' tutti
gli italiani!». Cosa ne pensate dell'accoglienza che gli
è stata riservata? «Ce l'abbiamo con il Governo,
in primo luogo perché avevamo chiesto di essere coinvolti
ufficialmente e poi perché riteniamo che il colonnello
debba chiedere scusa anche a noi italiani».
«Mi
auguro che il nostro premier, che si sottopone a tante umiliazioni,
possa vederne il riflesso se non altro economico. Se vogliamo
essere ancora uno Stato dignitoso e non solo da operetta».
A parlare ora è Raffaele Iannotti, vicepresidente dell'
Airl. Quando fu costretto ad abbandonare la Libia aveva 20 anni.
Il suo cruccio è aver fatto un impianto elettrico a casa
sua a Misurata (un paese a 250 km da Tripoli) che non ha mai
potuto provare. «Quando siamo tornati a Tripoli nel 2004
- racconta al Riformista - la prima cosa che ho fatto e stata
andare a Misurata per verificare che l'impianto funzionasse».
E funzionava? «Certo. Funzionava benissimo!».
(torna su)
Borghezio:
«Da leghista chiedo scusa alla Capitale»
Libero
12
giugno 2009
«Come
leghista e come patriota chiedo scusa a Roma e all'Italia per
aver dovuto accettare anch'io, sia pure obtorto collo, l'accoglienza
trionfale al presidente della Repubblica libica. Ne risultano
infatti offese sia la memoria storica della nostra epopea coloniale,
sia, ancor di più, i sentimenti dei nostri connazionali
espulsi dalla Libia, depredati dei loro averi e mai risarciti».
Così Mario Borghezio, capodelegazione della Lega Nord
al Parlamento europeo, ha commentato la visita in Italia del
presidente libico Muammar Gheddafi.
“Solo
un immenso amore per il nostro popolo”, ha aggiunto Borghezio,
“poteva indurci a tanto, posto che il presidente dell'unione
africana può fermare l'invasione dei clandestini provenienti
da quel continente, Ma ciò con tutta la mortificazione
e la vergogna per tale situazione, non con gli smaglianti sorrisi
delle nostre autorità.”
Non
tutti i romani, però. Sembrano aver preso male la visita
di Gheddafi. Un tifoso romanista, infatti, si è avvicinato
al leader libico mentre scendeva le scale del Campidoglio e
gli ha consegnato una maglia della squadra giallorosa, a dimostrazione
sul suo consenso a un eventuale ingresso nella proprietà.
Gheddafi
ha accettato sorridendo il dono, poi si è allontanato
con il suo corteo di auto al seguito.
(torna su)
Scusarsi
per la storia? Quella foto sulla giacca del dittatore
UnSognoItaliano.it
11
giugno 2009
Salvatore
Sfrecola
Il
"Colonnello" Gheddafi si è presentato con appuntata
sulla giacca una foto in bianco e nero che ritrae
Omar el Mukhtar, l'eroe libico, il guerrigliero antiitaliano,
catturato dai nostri soldati. Così mi sono chiesto se
qualcuno dei patres conscripti che accoglieranno il Dittatore
di Tripoli oggi nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani si
presenterà con appuntata sulla giacca una foto delle
tante opere pubbliche e sociali realizzate in Libia dall'Italia
coloniale.
Ci
vorrebbe più di una foto, un book, come oggi si dice,
di quelli a soffietto che un tempo andavano di moda per offrire
ai turisti una panoramica del luogo visitato, per ritrarre scuole,
strade, ospedali, villaggi rurali, fabbriche che i governi vollero
lungo il mezzo secolo nel quale la Libia fu la quarta sponda
d'Italia.
L'Italia
si è scusata con il "Colonnello" per il suo
passato coloniale, fatto delle tante opere sociali di cui si
è detto ma anche di qualche episodio cruento, come quelli
che hanno accompagnato la repressione dei ribelli beduini dell'interno,
una repressione culminata con il processo e la condanna a morte
del "Leone del deserto", l'eroe che Gheddafi esalta
anche per cancellare dalla memoria del suo popolo il vero capo
della resistenza antiitaliana, Idris I Sidi Muhammad Idris al-Mahdi
al-Senussi, primo ed unico re di Libia
. da lui detronizzato nel 1969. Quando cominciò la
confisca dei beni della comunità italiana in un crescendo
di angherie e soprusi dovuti alla ventata nazionalistica promossa
dal "Colonnello" nel tentativo di creare una "identità
nazionale" in un paese senza storia, una somma di tribù
di pastori e di piccole comunità di predoni.
L'Italia
si è scusata. Le scuse vanno di moda da qualche tempo
anche oltre Tevere dove i Papi si sono spesso scusati di più
di qualche nefandezza dei colonizzatori cristiani assistiti
da virtuosi cappellani di Santa Romana Chiesa.
La
storia va capita nella realtà dei tempi nei quali si
sono svolti i fatti, ma le scuse di oggi sono un fatto politico
che nulla ha a che fare con la storia, perché se questa
fosse la regola sarebbe tutto uno scusarsi. A cominciare da
chi ha mandato a morte Cristo per un "reato" religioso,
ossia l'essersi proclamato figlio di Dio, per giungere ai tempi
nostri che richiederebbero una litania di scuse delle quali
moltissime dovrebbero provenire proprio dal mondo arabo, da
quanti, a far data dalla morte di Maometto, hanno massacrato
milioni di cristiani dal Medio Oriente all'Egitto, alla Libia,
appunto. La quale era terra romana e dovrebbe chiedere scusa
per il modo con il quale ne conserva le vestigia, incurante
anche dei propri interessi turistici, pur di negare quelle radici
che gli islamici nei secoli hanno sistematicamente estirpato
con il sangue.
Né
mi risulta che gli eredi dell'Unione Sovietica si siano scusati
mai per i massacri che ne hanno accompagnato la nascita e l'affermazione
di potenza, per non dire del sangue sparso in Ungheria e Cecoslovacchia
e di quello che ha bagnato il muro di Berlino.
Sono
fatti consegnati alla storia ed alla valutazione degli storici.
Fatti esecrabili, ma le scuse appartengono ad altra valutazione,
di opportunità politica o di opportunismo, la cui utilità
va valutata attentamente, ad evitare che appaia agli occhi di
chi riceve le scuse un errore che manifesta debolezza per errori
dei quali le istituzioni attuali e le persone che le incarnano
non hanno alcuna responsabilità. Errore ancora più
grande se le scuse vengono rivolte ad uno sfrontato dittatore
il cui scopo è tenere l'Italia, meglio la classe politica
italiana, sotto ricatto per spillare denaro del contribuente.
(torna su)
Dromedari
e flamenco, anche Roma ci casca
Il Messaggero
11 giugno
2009
Mario Ajello
E' arrivato
il raìs nell'Urbe, e trova panem et circenses per i suoi
gusti. Indosseremo tutti, fino a quando Gheddafi non ripartirà,
un costume da danzatori tuareg, per allietare il suo soggiorno
romano? Pasteggeremo, intorno alla tenda beduina piazzata in
mezzo a Villa Pamphili, a base di zupponi di carne d'origine
berbera, per essere più simili al Colonnello e farlo
sentire davvero a casa sua?
Gheddafi è quello che è,
non proprio un santo, ma ogni volta che s'affaccia in un Paese
straniero chiede tante cortesie per l'ospite e riesce benevolmente
a ottenerle. Ecco, vuole essere trattato in guanti bianchi,
anche se lui in patria non è solito usarli con tutti
i suoi connazionali.
Peccato soltanto - il raìs
ci scuserà - che la ricostruzione a Roma del suo habitat
naturale si sia limitata per ora al montaggio della tenda da
rude leone del deserto, ben sorvegliata dalle quaranta amazzoni
in divisa cachi e basco rosso che sono le ”vergini del Colonnello”,
particolarmente addestrate nel corpo a corpo. Per omaggiarlo
di più, e meglio, non si poteva portare a Villa Pamphili
anche qualche ettaro di sabbia rossa dell'Hamada al Hamra, il
deserto roccioso di cui lui è genius loci? E perchè
non abbiamo fatto arrivare da laggiù anche un po' d'acqua
del Golfo della Sirte, l'arco di Marco Aurelio che si trova
nella Medina di Tripoli e i cavalli e i cammelli che Gheddafi
voleva portarsi, per esempio, nella visita che fece a Parigi
due anni fa?
Nella capitale francese, il presidente-colonnello-dittatore
piazzò la sua tenda a ridosso degli Champs Elysées,
fra nuvole d'incenso e traffico impazzito tutt'intorno. Parigini
incuriositi, ma più spesso inferociti. E quando il rais
se ne tornò in patria, il quotidiano «Le Parisien»
- sintetizzando il fastidio dei cittadini per i capricci dell'ospite
- titolò: «Ouf!» (per dire: finalmente se
n'è andato!). Mentre Nicolas Sakozy simpaticamente ironizzò
sul difficile rapporto che s'era stabilito fra gli abitanti
di Parigi e il leader libico voglioso di far pesare in tutti
i modi la sua presenza in città, rendendola più
caotica del solito: «Ho evitato una guerra di religione
fra l'Occidente e l'Islam!», commentò il presidente
francese.
Anche a Bruxelles, quando era presidente
della Commissione Europea il professor Prodi, un tipo che capisce
il ruolo di Gheddafi ma certo non ne condivide gli atteggiamenti
e tantomeno le politiche, il raìs si presentò
portandosi appresso la sua dimora del deserto, la fece montare
nel grande parco che circonda Val Duchesse e per il numero di
richieste e la larga compagnia al seguito (oltre trecento persone)
fece tanta impressione agli occhi dei belgi, notoriamente sobri.
E sarebbe stato gustoso assistere anche alla sua visita al Cremlino,
dove aveva allestito la tenda sul piazzale e s'infilò
un colbacco sulla testa riccioluta che in queste ore compare
su ogni schermo tivvù. E fai zapping, e la ritrovi su
un altro canale, vai sul satellite e rieccola, fuggi sul digitale
terrestre ma non c'è niente da fare.
A Roma, data l'estrema gentilezza
con cui viene ricevuto, al punto che il raìs terrà
un discorso in Parlamento (in realtà anche in Francia
lo fece e lì fu peggio: in Aula mentre qui solo nella
Sala Zuccari del Senato), si potrebbe concedere al nostro eroe,
si fa per dire, una carta d'identità. Perchè gli
manca: «Sono un nomade beduino sperduto, che non possiede
neppure il certificato di nascita». Glielo diamo noi?
Non c'è tempo. Troppi gli impegni, troppi gli svaghi.
Vuoi una festa di piazza? Eccoti servito! Vuoi una laurea in
giurisprudenza, e l'onore di recitare una lectio magistralis
a «La Sapienza» dedicata al diritto (pur non essendo
il tuo forte), fai pure! Anche se il look del rais, un po' pallido
e sbattuto nella sua divisa su cui s'è appiccicato il
poster dell'antico eroe anti-italiano Omar Al Mukhtar, più
che quello d'un accademico del Lincei sembra quello di un'attempata
rock star o del giovane-vecchio Michael Jackson nel celeberrimo
video di «Thriller». Intorno a lui e al suo camerino
di stoffa ruvida, bastava ieri fare un salto dalle parti di
Villa Pamphili, impazza il Muhammar Gheddafi Show: in ogni angolo
poliziotti, carabinieri, vigili urbani, guardie forestali, agenti
dei servizi segreti nostrani e libici (chi finge di leggere
un giornale, chi di baciare una collega nelle vesti di pseudofidanzata),
elicotteri, aerei di ricognizione... Gli basta? Speriamo di
sì. Perchè quando andò a Madrid nel 2007
(sempre in compagnia della sua capanna che s'è portato
anche a Bruxelles), Gheddafi chiese e ottenne da Zapatero un'impetuosa
esibizione di flamenco che la gitana andalusa «Maria la
Coneja» (Maria la Coniglia) subito eseguì deliziando
l'ospite e poi riempendolo di complimenti: «Lo sa che
lei assomiglia a un patriarca zingaro?».
Chissà se qui a Roma pretenderà
un coro di voci bianche, ma quirite, che sotto la tenda intonino
per lui in romanesco: «Er barcarolo va, controcoreeeenteeee...».
A questo punto, sarebbe il minimo.
(torna su)
Ma
quella foto la poteva evitare
Il
Giornale
11
giugno 2009
Mario
Cervi
Lo
so, non dobbiamo essere schizzinosi. La Realpolitik ha esigenze
alle quali s'inchinano, se costretti dalle circostanze, anche
i fervidi apostoli della Moralpolitik. Un presidente Usa cui
erano state rimproverate eccessive indulgenze verso i dittatorelli
centroamericani così rispose: «Lo so, sono figli
di puttana, ma sono i NOSTRI figli di puttana». Se nel
nome dei «respingimenti», del petrolio, del gas
naturale, magari della Juventus una visita in Italia del colonnello
Gheddafi appariva proprio indispensabile, è bene che
sia avvenuta. La maggioranza degli italiani è disposta
a farsene una ragione.
Nessuno ci batte nell'essere uomini di mondo: capaci di soffocare
spontanei impulsi d'ilarità quando il leader libico si
presenta in una tenuta al cui confronto il costume di Radames
nell'Aida è un modello di sobrietà. Le fatue e
impertinenti ironie devono cedere il passo, quando l'interesse
del Paese chiama, a sentimenti di ben diversa importanza e concretezza.
Roma, che ne ha viste tante, non sarebbe andata al di là
d'una qualche pasquinata, se la presenza di Gheddafi in visita
di Stato avesse avuto solo qualche increspatura folkloristica.
L'uomo è ormai accettato nei salotti buoni internazionali,
è di cattivo gusto rievocare i precedenti che in tempi
ormai lontani lo inserirono tra i peggiori soggetti della scena
mondiale, Lockerbie è un nome sbiadito, la vicenda delle
povere infermiere bulgare accusate d'avere contagiato di Aids
bambini libici è nel dimenticatoio, come le espulsioni
degli italiani. In definitiva se in Libia le procedure
democratiche non esistono e i mezzi d'informazione inneggiano
compatti al Presidente dei Presidenti africani, a noi poco ci
cale.
Insomma, saremmo pronti con molta buona volontà ad associarci
al tripudio delle Alte Autorità per questo evento storico,
se alcuni aspetti del soggiorno gheddafiano non ci sembrassero
inopportuni, troppo compiacenti, troppo zelanti nell'ossequio.
Vizi di forma che, se il rapporto tra i due Paesi è così
delicato e il personaggio così controverso, finiscono
per diventare vizi di sostanza. È difficile chiedere
discrezione a Gheddafi. Possiamo capire che il suo petto sia
carico, più dei petti della Nomenklatura sovietica, di
decorazioni conferitegli in memoria di sfolgoranti vittorie.
Ma la foto di Omar Al Mukhtar, capo della rivolta anticoloniale,
in catene e circondato da soldati italiani, se la poteva risparmiare.
Saremmo stati i primi nel criticare Silvio Berlusconi se avesse
rivolto al colonnello un predicozzo - peraltro meritatissimo
- sui diritti umani.
Anche sugli aspetti cerimoniali riteniamo che ci sia molto da
ridire, e infatti hanno avuto da ridire esponenti di ogni settore
dell'arco partitico, con una concordanza d'espressioni e di
argomenti che è molto significativa. Tribune che hanno
un prestigio politico notevole e un prestigio storico straordinario,
come il Campidoglio e l'aula del Senato (poi si è optato
per un'altra sala), sono state offerte al colonnello perché
vi disserti, da par suo, sui maggiori temi del momento: preceduto
al Senato, in questo onore, solo da re Juan Carlos e dal segretario
dell'Onu Kofi Annan. Il parco pubblico di Villa Pamphili è
stato chiuso ai cittadini perché potesse trovarvi posto
la tenda che Gheddafi considera l'unica degna sede per ricevere
i suoi ospiti. Pretesa tipica di un potente che trasforma i
suoi capricci in affari di Stato, e che era pronto a rompere
le relazioni con la Svizzera per un intervento della polizia
contro le intemperanze d'un dei suoi figli in quel Paese. Non
vogliamo rotture, l'amicizia del colonnello è preziosa.
Ma quanto ci costa.
(torna su)
Un'occasione
di chiarezza
Corriere
della Sera
11
giugno 2009
Franco
Venturini
Evento
storico certamente lo è: la prima volta del leader libico
nell'ex potenza coloniale, gli ampi passi compiuti dall'Italia
nel riconoscere gli orrori commessi in quel periodo, il trattato
italo-libico dello scorso anno, tutto contribuisce a fare della
visita di Muammar el Gheddafi uno d quegli episodi che modificano
in profondità il rapporto tra due Stati. Eppure una sensazione
di disagio permane, e ci sembra giustificata.
Per
alcuni non trascurabili versi, il nuovo clima di cooperazione
e di amicizia instaurato con Gheddafi e nell'interesse dell'Italia.
Interesse
economico, ovviamente nel settore energetico ma anche a beneficio
di altre imprese la cui attività dovrebbe riequilibrare
i pesanti impegni finanziari sottoscritti dall'Italia lo scorso
anno.
Interesse
politico, perché il governo Berlusconi ha avuto il merito
di finalizzare l'intesa con Tripoli (anche se le prime aperture
vennero da Prodi) e conta ora sulla collaborazione libica nella
lotta all'immigrazione clandestina nel nostro Paese. Il recente
e controverso “respingimento” verso la Libia di un contingente
di aspiranti immigrati e stato soltanto la prova generale di
una strategia cui il governo intende rimanere fedele, sperando
che la selezione delle richieste d'asilo possa avvenire sul
suolo libico. Meccanismo questo, peraltro, tutto da verificare
e sul quale l'Italia dovrebbe insistere.
Interesse
geopolitico, infine, perché in un Mediterraneo sempre
pronto ad infiammarsi la stabilita del Nord-Africa e un elemento
cruciale. Soprattutto quando questa stabilita, come avviene
nel caso di Gheddafi, non viene raggiunta in alleanza con gli
islamisti ma piuttosto contro di essi. Non è poco, e
a conti fatti tanto i dirigenti italiani quanta il Colonnello
di Tripoli sono impegnati in una operazione saggia. A una condizione,
però: che l'onere della memoria sia completo e non unilaterale,
che ai nostri torti tanto sottolineati (persino dall'immagine
dell'eroe della resistenza Omar al Mukhtar, impiccato dagli
italiani, che Gheddafi portava ieri sulla divisa) corrisponda
una eguale capacita mnemonica nei confronti dell'ospite.
Perché
qualcosa, se non si vuole essere ipocriti, va ricordato. Vanno
ricordati gli anni nei quali la Libia di Gheddafi era fornitore
privilegiato di alcuni movimenti nazional-indipendentisti europei
che spesso e volentieri facevano ricorso al terrorismo (l'Eta
basco e l'Ira nord-irlandese, per non andar lontano). Va
ricordato che moltissimi italiani furono espulsi dalla Libia
nel 1970 e che 16 anni dopo, per rispondere a un proditorio
bombardamento Usa a sua volta innescato da un presunto attentato
libico a Berlino, Gheddafi non aveva esitato a sparare due missili
contro Lampedusa (senza raggiungerla). Va ricordato - ma nella
sua regione la Libia non fa davvero eccezione - che quella di
Tripoli non e proprio una democrazia. Va ricordato che la Libia
ha pagato indennizzi enormi per sbarazzarsi (secondo un metodo
davvero singolare) dell'accusa di aver fatto cadere due aerei
con centinaia di vittime, il PanAm di Lockerbie (peraltro al
processo la responsabilità libica e stata ampiamente
rimessa in discussione) e l'Uta francese caduto nel Sahara.
Va ricordato, e siamo a tempi più vicini, che le scelte
internazionali della Libia erano cambiate dalla fine degli anni
Novanta, ma la svolta vera, tra il 2001 e il 2003, avviene dopo
che la intelligence americana e inglese scoprono per puro caso
un programma per la costruzione di armi di distruzione di massa,
nucleari comprese, con la consulenza dello scienziato pachistano
Abdul Qadeer Khan. Da quel momento la Libia si autodenuncia,
accetta di rinunciare ai suoi progetti, e passa sotto l'ala
dell'Occidente.
A
tutti, beninteso, va riconosciuto il diritto di cambiare idee
e anche comportamenti. Non vogliamo buttare il peso di una storia
pur recente sulle spalle di Gheddafi. Ma visto che gli italiani
appaiono propensi a rendergli un omaggio appena scalfito dal
mancato intervento nell'aula del Senato mentre il Colonnello
non rinuncia a stuzzicarli ( «sono qui soltanto perché
l'Italia si e scusata»), non incontra i nostri connazionali
espulsi, e agli ebrei libici allontanati prima della sua ascesa
al potere assegna provocatoriamente una udienza di sabato, allora
la voglia di riequilibrare le memorie si fa impellente. Forse
Gheddafi intende continuare «da amico» in quella
doccia scozzese anti-italiana che tanto gli e servita a tenere
vivo il consenso nazionalista interno? La visita e una grande
occasione di chiarezza. Non soltanto per l'Italia, però.
(torna su)
Cassone
(Pdl): "Giovedi' non saro' in aula se Gheddafi si rifiuta
di incontrare l'Airl"
Adnkronos
9
giugno 2009
"Mi sembra
necessario che l'esecutivo italiano contempli tra le priorita'
degli accordi internazionali anche la quantificazione di un
risarcimento da parte del Governo libico da destinare ai nostri
rimpatriati. Ci aspettiamo da parte del leader Gheddafi parole
di riconciliazione, riappacificazione e di scuse nei confronti
dei nostri connazionali esuli degli anni '70".
Lo dichiara Ugo Cassone consigliere Pdl del Comune di Roma.
"Condivido la linea
politica adottata dal nostro presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi, - ha aggiunto Cassone - in merito agli accordi internazionali
tra Italia e Libia. Queste misure sono
necessarie per impedire
l'ingresso nel nostro Paese di immigrati clandestini e, soprattutto,
per contrastare le ormai migliaia di morti che in questi anni
sono avvenute tra i disperati che tentavano di raggiungere le
nostre coste".
"Pur nel rispetto
di questa azione di governo, pero', - conclude il consigliere
Pdl - voglio annunciare la mia assenza in Aula Giulio
Cesare, giovedi', qualora il premier libico si rifiutasse di
incontrare l'Associazione degli italiani rimpatriati in Libia
(Airl)".
(torna su)
Gheddafi
a Roma: agenda pronta, tre giornate intense
Ansa
5
giugno 2009
E'
tutto pronto per l'attesa tre-giorni romana di Muhammar Gheddafi
e della folta delegazione (oltre 300 persone) che lo accompagna:
l'agenda del colonnello libico e' stata messa a punto nei dettagli
dall'arrivo nella capitale mercoledi' 10 alle 11.00, fino a
venerdi' 12. Ad accoglierlo all'aeroporto ci sara' il premier
Silvio Berlusconi. Non e' esclusa una coda della visita fino
a sabato per incontri non istituzionali.
Una visita ''articolata'' e ''per molti aspetti storica'' -
l'ha definita il portavoce della Farnesina Maurizio Massari
presentandola oggi alla stampa - che fa seguito al consolidamento
delle relazioni italo-libiche rinate a nuova vita con il Trattato
di Amicizia e Cooperazione firmato a Bengasi il 30 agosto dello
scorso anno dal premier Silvio Berlusconi e dallo stesso colonnello
Gheddafi.
Dal punto di vista politico manca solo un incontro:
quello con l'Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia
(Airl) che rappresenta i connazionali 'cacciati' dalla Libia
nel 1970, cui furono confiscati tutti i beni. ''Non e' stato
previsto nulla anche se ci era stato assicurato - ha detto Giovanna
Ortu, presidente dell'associazione - siamo dispiaciuti. Noi
ce lo aspettavamo, anzi, lo davamo per scontato''.
L'agenda non istituzionale lascia pero' aperti dei margini.
Di certo si sta lavorando ancora a un possibile incontro del
colonnello con gli ebrei libici, circa 6000 cacciati dalla Libia
a partire dal 1967. Un appuntamento chiesto dallo stesso Gheddafi,
ma rifiutato perche' sarebbe caduto in pieno Shabat, ossia sabato
13.
Il primo appuntamento del leader libico e' al Quirinale dove,
subito dopo il suo arrivo, sara' ospite a colazione del Capo
dello Stato Giorgio Napolitano. Sempre mercoledi' alle 18.00
Gheddafi e' atteso a Palazzo Chigi per il colloquio con il presidente
del Consiglio al quale sara' presente anche il ministro degli
Esteri Franco Frattini. Terminato l'incontro - nel quale saranno
siglati una serie di accordi tecnici di interesse bilaterale
sull'onda dell'accordo di Bengasi - il premier ed il colonnello
terranno una conferenza stampa congiunta a Villa Madama.
Giovedi' 11, in mattinata il leader libico incontrera' in Senato
il presidente Renato Schifani. Alle 12.30 e' atteso da studenti
e docenti alla Sapienza per un incontro-dibattito. Alle 18.00,
invece, Gheddafi si spostera' in Campidoglio per un faccia a
faccia con il primo cittadino Gianni Alemanno ed esponenti della
capitale.
Intensa anche l'ultima giornata romana, venerdi' 12: la mattina
alle 10.30 il colonnello sara' accolto in Confindustria dalla
presidente Emma Marcegaglia che lo introdurra' al ghota degli
imprenditori italiani ansiosi di ascoltarlo.Terminato l'incontro
in Confindustria, Gheddafi - su sua richiesta - incontrera'
all'Auditorium, rappresentanze femminili del mondo politico,
della cultura e dell'imprenditoria del nostro Paese. Un evento
organizzato dall'ambasciata libica in collaborazione con il
ministro per le Pari opportunita', Mara Carfagna che rappresentera'
il governo. L'ingresso sara' consentito ad un massimo di 700
donne: tra loro il sindaco di
Milano Letizia Moratti. Nel suo intervento, il colonnello libico
dovrebbe parlare della condizione della donna nel suo Paese,
mentre il ministro Carfagna si concentrera' sullo stato delle
donne africane.
Sempre mercoledi', alle 16.30 l'agenda del leader libico prevede
l'incontro alla Camera con il presidente Gianfranco Fini. Quindi,
nella Sala della Lupa, partecipera' ad una tavola rotonda d'eccezione
organizzata dalla Fondazione italianieuropei con due ex ministri
degli Esteri, lo stesso Fini e Massimo D'Alema.
Non risulta - al momento - la possibilita' di incontri del colonnello
in Vaticano. Cosi' come non e' dato sapere quali saranno gli
ospiti italiani ammessi nella gigantesca tenda beduina che Gheddafi
ha chiesto fosse montata nei giardini di Villa Doria Pamphili,
storica depandance del Governo italiano.
(torna su)
Martines:
«Fui cacciato dalla Libia e ho perso tutto. Sbagliato
riverire quel despota»
Il
Gazzettino
1
giugno 2009
Daniela
Baresi
p.1
«Tanta
amarezza». E questa la parola che Carlo Martines, cardiologo,
libico nel cuore e italiano nel passaporto, usa più volte
nel descrivere il sentimento che prova oggi, nel vedere Gheddafi
omaggiato e riverito.
«Ma
non è solo questo che ferisce, sono le scuse che non
riesco a capire –precisa - La storia va avanti, ogni Paese allora
ha qualcosa da imputare ad un altro. Anch'io ho molte cose da
rimproverare alla Libia. La prima il modo con cui me ne sono
andato».
Misura
le parole e non alza mai toni, ma il disagio è palpabile.
Dottar
Martines si sente italiano o libico?
«Dico
sempre che il mio cervello ha due emisferi, uno libico e uno
italiano. La mia famiglia è vissuta lì per sei
generazioni e tre sono nate in quel Paese. Io sono nato, ho
fatto il Liceo, poi mi sono laureato in medicina a Padova e
sono rientrato in Libia, mi sono sposato e ho avuto, tre figli.
Il Paese nordafricano era stato colonizzato e naturalmente nessuna
colonizzazione è incruenta, ma dopo la guerra c'era stato
un lento affiatamento fra le popolazioni» .
Andavate
d'accordo con la popolazione locale?
«Certo,
c'era amicizia e affiatamento. Soprattutto la nuova generazione
negli anni Sessanta aveva massa da parte le tensioni le si viveva
in piena solidarietà. Tra di noi si era creato un profondo
equilibrio, noi eravamo utili a loro e stavamo bene in quel
Paese».
E
poi?
«Poi
è arrivato Gheddafi e tutto si è rotto, c'è
stata ondata di rivalsa e tutti gli equilibri si sono frantumati».
Ha
dovuto lasciare la Libia.
«Sono
venuto via quattro mesi prima della cacciata, non gli ho dato
questa soddisfazione. Ero medico dell'ambasciata, curavo molti
ministri libici e lavoravo in ospedale: avevo cominciato a servire
che le cose si mettevano male. Certo, abbiamo perso tutto e
abbiamo dovuto ricominciare daccapo»
E'
un gesto che non avete mai compreso?
«Voglio
ragionare da libico e da occidentale. Non si può nascondere
che un processo storico del genere poteva causare una rivalsa,
che sotto un certo aspetto è anche comprensibile. Ma
non lo è il modo in cui è stata fatta».
Oggi
che Gheddafi è in Italia come si sente?
«Mi
sento un italiano esiliato in patria. Venire cacciati è
stato un trauma non indifferente, ancor più accentuato
per i miei genitori e i miei nonni. Non ci fa piacere che a
Gheddafi vengano presentate continuamente scuse. Allora noi
dovremmo chiedere scusa a austriaci, francesi, gli americani
a noi per i bombardamenti. Il tempo dovrebbe se non far dimenticare,
sopire i disaccordi e indurci a guardare al futuro non al passato.
L'Italia ha fatto una colonizzazione forse dolorosa, ma ha fatto
anche del bene, ha costruito pozzi di acqua, debellato la tubercolosi,
ha fatto scuole e moschee».
Aveva
molti amici in Libia?
«Moltissimi,
alcuni si sono mantenuti nel tempo. Ricordo quando giovane medico
venni mandato dal ministro della sanità che era un mio
ex compagno di scuola di Italia per riportare in patria un senatore
libico, grande amico di re Idris, che stava morendo in una clinica
romana. L'ho portato a Tripoli e l'indomani i giornali hanno
scritto che “se l'avessero preso i nostri nonni l'avrebbero
impiccato, invece le nuove generazioni hanno superato le decisioni
e questo giovane medico l'ha aiutato”. E' stata una bella testimonianza
del clima che c'era allora».
E
quando se ne è andato ha avuto attestazioni di solidarietà?
«Ho
avuto una processione di persone che venivano a salutarmi e
portarmi dei doni. Ricordo una anziana signora che ha fatto
dieci chilometri a piedi per portarmi quattro uova: aveva le
lacrime agli occhi perché perdeva il suo medico».
E'
più tornato?
«No,
prima non si poteva e poi ho deciso io di non farlo. Ma forse
cambierò idea».
(torna su)
La
Russa: risarcire italiani espulsi nel 1970
Primo
passo potrebbe avvenire con arrivo a Roma di Gheddafi
Apcom
17
maggio 2009
E' arrivato il momento di sanare "una ferita aperta
da tanti anni" e di "risarcire" tutti gli italiani
che furono espulsi dalla Libia nel 1970 e "che hanno dovuto
abbandonare i loro beni". E' quanto ha spiegato il ministro
della Difesa Ignazio La Russa, a margine dei lavori
dell'Iniziativa 5+5, che si sono svolti oggi a Tripoli. Un primo
passo in questa direzione potrà essere compiuto in occasione
dell'arrivo di Muammar Gheddafi a Roma nel prossimo mese di
giugno, ha spiegato il ministro. Incontrando il primo ministro
libico Ali al Mahmudi al Baghdadi, La Russa ha accennato
"alla possibilità di ripresa di un rapporto con
gli italiani che lasciarono la Libia tanti anni fa". "Sono
in contatto con la loro associazione e credo che non è
escluso che possa esserci un incontro quando verrà Gheddafi
in Italia, il prossimo mese di giugno", ha spiegato La
Russa. "Io lo auspico, perché questa è una
ferita che va completamente sanata. Quando abbiamo approvato
l'accordo italo-libico in parlamento, con larghissimo consenso,
abbiamo avallato un provvedimento almeno simbolicamente riparatore
nei confronti degli italiani che hanno dovuto abbandonare i
loro beni ed hanno diritto a un risarcimento, anche se non esaustivo
del danno subito. Credo che sia giunto il momento di un incontro
anche con le autorità libiche per sanare questa ferita
aperta da tanti anni", ha aggiunto. La Russa ha
quindi confermato di essere stato ufficialmente invitato in
Libia per un incontro bilaterale "in un immediato futuro".
"Ho raccolto con piacere l'invito. Ho espresso il desiderio,
se possibile, di visitare i centri di accoglienza libici per
verificare di persona le condizioni di chi vi si trova. La visita
sarà comunque sui rapporti che ci sono con la Libia",
ha concluso il ministro.
(torna su)
Gheddafi,
"l'amico libico" in Italia per una visita storica
La
Repubblica
14
maggio 2009
Vincenzo
Nigro
Odiato e amato, demonizzato
e corteggiato. Muhammar Gheddafi per l`Italia è stato
tutto e il contrario di tutto. Di solito contemporaneamente.
E continua ad esserlo, 40 anni dopo aver preso il potere a Tripoli
con la sua rivoluzione verde. Dal 10 al 12 giugno il colonnello
farà la sua primavisita in Italia, per ritornare poiínAbruzzo
al G8 di luglio, dove rappresenterà l`Africa come presidente
di turno dell`Oua, l`Unione africana. Arabo e africano, statista
e terrorista, anti-americano ma poi pro-americano, Gheddafi
ha fatto della sua lucida duplicità, apparentemente irrazionale,
il segreto di un record di sopravvivenza: è il leader
più longevo di tutto il Medio Oriente, del Mediterraneo,
del mondo intero se possiamo trascurare personaggi marginali.
Ma in questo viaggio,
nel corteggiamento intenso che riceve da Berlusconi, Gheddafi
si troverà di fronte un fenomeno interessante: il buonvecchio,
doppio binario della politica estera italiana non è stato
per nulla abbandonato.
Il ministro degli Esteri
Franco Frattini sta costruendo quasi una "duplicità
responsabile" che in politica estera permette al governo
Berlusconi di essere "il miglior amico" dilsraeleinEuropama
anche ilmiglior socio commerciale dell`Iran di Ahmadinejad;
l`alleato fedele degli Usa, ma anche una forte sponda per la
Russia di Putin.
Il viaggio di Gheddafi
per partecipare al G8 italiano era già stato confermato
da tempo, con tanto di giocondo mistero sul luogo in cui ilcolonnello
avrebbe piantato la tradizionale tenda beduina, prima alla Maddalena
e poi all`Aquila. Ma la conferma che un mese prima del G8 Gheddafi
sarà a Roma per una missione totalmente bilaterale è
l`ultimo segno della concreta importanza del rapporto Italia-Libia.
Gheddafi vedrà
tutti, Napolitano, Berlusconi, Schifani, Fini, l'opposizione.
Ieri solo due "entità"
hanno protestato per l`arrivo del colonnello in Italia: la prima
è il Partito radicale di Marco Pannella ed EmmaBonino,
che non dimentica il passato terrorista del regime libico, i
dissidenti uccisi anche in Italia sotto gli occhi distratti
del Sismi e della polizia. Così come Pannella e Bonino
non dimenticano i diritti umani nella Libia di oggi. E contestano
quindi la concessione di una laurea honoris causa che l`Università
di Sassari vorrebbe consegnare al colonnello.
Altra associazione
che obietta qualcosa è l`Airl, il comitato che riunisce
i rimpatriati dalla Libia, gli italiani espulsi dopo il 1970.
«Prima della visita di Gheddafi a Roma, Napolitano e Berlusconi
ricevano anche noi», dice Giovanna Ortu, combattiva leader
dei rimpatriati: «La rinnovata amicizia tra i due paesi
ci ha permesso di tornare a Tripoli, dove abbiamo partecipato
all`inaugurazione del restaurato cimitero».
Adesso gli associati
dell`Airl chiedono però che qualcuno si ricordi di onorare
l`impegno di rimborsare, di ricompensare le case espropriate,
i negozi, le attività confiscate dai libici.
Non è quindi una
vera protesta per l`arrivo di Gheddafi, a Roma, è la
richiesta di tutelare diritti che gli interessi di oggi e gli
affari del futuro potrebbero gettare nel cestino delle storie
dimenticate. E` quasi sicuro allora che a Roma il 10 giugnoMuhammar
Gheddafi verrà accolto con interesse e curiosità,
specchio arabo di una politica italiana che poi non è
mai stata così estranea alla sua.
(torna su)
Mantica
a Tripoli per inaugurazione cimitero italiano
Ansa
8
maggio 2009
Un progetto durato cinque anni per dare una sistemazione
dignitosa ai defunti italiani abbandonati nel cimitero civile
del quartiere Hammangi di Tripoli. Il cimitero, che versava
in uno stato di degrado dopo essere stato abbandonato
in seguito all'espulsione dei cittadini italiani dalla Libia,
nel 1970, e' stato risistemato e oggi sara' inaugurato
alla presenza del sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica.
''L'operazione di riqualificazione del cimitero -ha spiegato
il sottosegretario- era iniziata nell'ottobre del 2004. Dopo
l'accordo con la municipalita' di Tripoli, l'area cimiteriale
e' stata ridotta da circa 8,86 ettari a 1,50 per un costo di
3.800 milioni di euro''. I fondi sono serviti per le opere di
bonifica e risanamento dell'area da restituire alla municipalita',
la ristrutturazione del vecchio edificio d'ingresso all'area
cimiteriale e le opere specialistiche ed artistiche. Dopo il
trasferimento di 6.500 salme, oggi sara' finalmente inaugurato.
''Anche questa inaugurazione -ha concluso Mantica- rappresentaun
gesto importante nel contesto delle relazioni italo-libiche,
e sottolinea l'importanza dei rapporti non solo economici fra
i nostri due Paesi''.
(torna su)
Mantica,
a rimpatriati italiani un riconoscimento morale
Ansa
8
maggio 2009
''Rinunciare
a un valore economico e' sempre difficile, ma sono passati quarant'anni
e quello che conta adesso e' il riconoscimento morale''. Sono
le parole del sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica,
in visita a Tripoli in occasione dell'inaugurazione del restaurato
cimitero civile italiano, riguardo al risarcimento ottenuto
di recente dagli italiani che nel 1970 furono cacciati
dalla Libia e persero tutti i loro beni.
Soddisfatta e commossa e' apparsa anche Giovanna Ortu, Presidente
dell'Airl, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla
Libia, presente alla cerimonia con una rappresentanza
di italiani espulsi. La Ortu ha abbracciato commossa l'onorevole
in segno di riconoscimento e si e' detta ''grata per gli sforzi
compiuti insieme'', riferendosi a quelli che hanno portato all'inserimento
nel Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione con la
Libia, di un indennizzo di 150 milioni di euro per i beni confiscati
nel 1970 dal colonnello Gheddafi.
(torna su)
I
profughi dalla Libia: “Ci restano solo briciole e ricordi”
La
Sicilia
20
aprile 2009
Vittorio
Romano
«Se oggi in Italia
avessimo gli immobili, i terreni agricoli, l'industria di aeromotori
per il sollevamento dell'acqua e la fabbrica di ghiaccio che
avevamo in Libia, saremmo ricchissimi. Ma Gheddafi, nel 1970,
ci cacciò come appestati. Come sanguinari conquistatori
sconfitti per mano di un (discutibile) ritrovato ordine. E perdemmo
tutto quello che i miei genitori e i miei zii avevano poco alla
volta conquistato con il lavoro e il sacrificio di decenni».
Chi parla è l'ing. Vincenzo Calabretta, 72 anni, profugo
libico, che ieri mattina alle Ciminiere ha partecipato, su iniziativa
dell'Airl (l'Associazione italiani rimpatriati dalla
Libia), a un incontro durante il quale la presidente
Giovanna Ortu ha illustrato ai circa 70 soci giunti da diverse
parti della Sicilia orientale il contenuto del nuovo provvedimento
di indennizzo per i beni confiscati da Gheddafi nel 1970. Un
riconoscimento che, sottolinea la stessa presidente, «ancorché
assai limitato rispetto alle legittime aspettative degli aventi
diritto, ha un grande valore di risarcimento morale perché
inserito nella legge di ratifica del Trattato firmato a Bengasi
il 30 agosto scorso, con il quale l'Italia ha fatto generose
concessioni anche economiche alla Libia in cambio della normalizzazione
dei rapporti».
«La mia famiglia era molto ben voluta - riprende Calabretta
- fummo i primi ad aprire una fabbrica del ghiaccio in Tripolitania.
Si chiamava "Ghiacciaie della Tripolitania" e dava
lavoro a tanta gente del luogo. Io nacqui nel '37. Tre anni
dopo mio padre morì in un incidente aereo sullo Stromboli.
Pochi mesi dopo scoppiò la guerra. Tornammo in Sicilia,
per rientrare in Libia nel '47. Molti possedimenti e alcune
case li trovammo occupati da altra gente. Non l'industria del
ghiaccio, che fu ampliata. Tutto andò bene fino al 1970.
Quel maledetto anno in cui Gheddafi decise di rimpatriarci.
Ci confiscarono terreni, case, industrie. Io ero in viaggio
di nozze, fuori della Libia. Appresi i fatti per radio. E con
mia moglie rientrammo direttamente a Catania. Qui, ho fatto
per tanti anni l'assicuratore e mi sono anche occupato di alcuni
centri di riabilitazione per malati mentali. Le briciole che
abbiamo avuto dai vari governi italiani sono sempre state sudate
e frutto di cause giudiziarie. Pretendevano i certificati di
proprietà. Una presa in giro, per chi è dovuto
fuggire o addirittura non rientrare, come me. Il nuovo accordo?
È un passo avanti, ma il quantum che spetterà
a ciascuno di noi non è stato ancora stabilito».
«Avevo appena conseguito il diploma. Era il luglio 1970
- racconta Enzo Lucenti, 61 anni, oggi assicuratore -. Appena
il tempo di godermi uno spicchio d'estate. Poi fummo cacciati
da Gheddafi. I miei genitori, i miei fratelli e io. I nostri
terreni nel villaggio Francesco Crispi, a 120 chilometri da
Tripoli, furono confiscati. Producevamo grano, olio e ortaggi.
Tutto perduto. Pur essendo di Scicli, nel Ragusano, decidemmo
di tornare a Catania, dove la famiglia di mio padre aveva un'impresa
edile che lavorava per la Casa reale. Mio padre fu assunto come
bidello. I miei fratelli dopo brevi esperienze lavorative si
trasferirono al nord. Io fui assunto da una compagnia di assicurazione.
Oggi sono titolare di una filiale. Ho moglie e due figli. Non
possiamo lamentarci. Ma in questi 39 anni abbiamo ottenuto davvero
poco dallo Stato italiano».
Vincenzo Trotolo, 67 anni, siracusano, è uno di quei
profughi che in Libia lavorava ma non aveva possedimenti. «In
quella terra, dov'ero nato e dove mia madre aveva trovato la
morte dandomi alla luce - racconta - ho lasciato soltanto un
pezzo di cuore. E tanti affetti. Ma questi non sono rimborsabili.
E io non chiedo nulla. Vorrei solo che la smettessimo di inchinarci
davanti a chi (Gheddafi, ndr.) continua a infangarci e sa solo
pretendere dal nostro Paese». Un altro che in Libia non
ha lasciato niente è il dott. Giancarlo Isaia, 70 anni,
alto dirigente del ministero del Tesoro a riposo, nativo di
Tripoli dove la sua famiglia aveva un'industria di barche e
pescherecci ereditata dai nonni materni. «Nel '51 i miei
decisero di rientrare in Italia, a Catania. Zii e cugini restarono
in Libia fino al '70. E persero tutto quello che avevano portato
avanti con fatica e sacrificio. È per loro che io sono
iscritto all'Airl. E per l'amicizia che mi lega alla sua presidente».
150
milioni per gli italiani espulsi dalla Libia
«Nel
trattato di Bengasi il nuovo provvedimento d'indennizzo»
Finalmente per i rimpatriati dalla
Libia è arrivato un giusto riconoscimento: 150 milioni
di euro per i profughi cacciati nel 1970 da Gheddafi (su come
ottenerli consultare il sito www.airl.it). Il nuovo provvedimento
di indennizzo rientra nell'ambito del Trattato firmato a Bengasi
il 30 agosto scorso. «Dalla ratifica gli italiani espulsi
dalla Libia sono stati beneficiati perché - dice Giovanna
Ortu, presidente dell'Airl (associazione italiani rimpatriati
Libia) -, grazie a emendamenti presentati da An, Udc,
Radicali e fatti propri da tutto il Pd e dall'IdV, con il placet
del ministro La Russa, sono riusciti a incassare un "cip"
sull'indennizzo minimo che avevano richiesto e un pieno riconoscimento
morale del loro sacrificio da parte di tutti i parlamentari.
In più il Trattato ha posto fine a una inammissibile
discriminazione in tema di visti turistici, determinata non
da una volontà vessatoria della Jamahiria, ma dalla necessità
di Gheddafi di avere un efficace strumento di pressione per
arrivare alla soddisfazione di ogni pretesa».
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Crisi:
Berlusconi a banche, continuate fare vostro dovere
Noi
fatto tanto per voi, come in Libia dove ne abbiamo combinate
ogni colore
ANSA
11
marzo 2009
Silvio Berlusconi rinnova
l'appello affinche' le banche continuino a fare il loro dovere
e non restringano i cordoni del credito di fronte alla crisi
economica. In quella che ormai e' diventata una consuetudine,
la cena fra governo e manager a villa Madama, il presidente
del Consiglio e' tornato a premere sul tasto dell'ottimismo
sostenendo che solo cosi' si puo' uscire dall'attuale situazione.
Per parte sua, ha detto il premier, mai come ora il governo
e' vicino al mondo delle imprese e per dimostrarlo ha portato
l'esempio dell'accordo con la Libia, particolarmente difficile
soprattutto per la pessima immagine che l'Italia aveva in quel
paese visto che ''i nostri nonni'' laggiu' ''ne hanno combinate
di tutti i colori''. ''Voi dovete continuare a dare una mano
alle aziende'', ha detto il presidente del Consiglio ai dirigenti
di azienda e agli imprenditori (in massima parte banchieri e
del settore assicurativo) invitati a villa Madama. ''Diteci
cosa possiamo fare in piu' '', ha aggiunto il Cavaliere ricordando
i 12 miliardi gia' stanziati a sostegno del settore creditizio.
Berlusconi ha quindi ringraziato i presenti, rivolgendo il particolare
saluto a Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo
che insieme a Roberto Colaninno (presidente di Cai, assente
a villa Madama) per aver permesso la formazione di una ''cordata
di coraggiosi'' che ha permesso ad Alitalia di restare compagnia
di bandiera. Il premier ha quindi presentato i ministri seduti
ai vari tavoli (tra gli altri Giulio Tremonti, Claudio Scajola,
Angelino Alfano, Raffaele Fitto, Mara Carfagna), elogiando una
squadra di governo di ''giovani bravi, preparati, competenti
e pieni di voglia di fare''. Ha quindi ricordato che quando
era lui ad essere imprenditore ''il mondo della politica era
distante'', mentre ora, come dimostrano queste cene, e' vicino
alle imprese. Parlando della crisi, Berlusconi ha ribadito la
linea dell'ottimismo: ''e' dovere del governo quello di diffondere
fiducia'' anche perche' ''con il pessimismo non si combina nulla
di buono''. E per sottolineare quanto il governo abbia fatto
per sostenere le imprese anche all'estero, il Cavaliere ha citato
l'esempio dell'intesa con Tripoli. ''L'accordo con la Libia
- ha detto con riferimento alla sua recente visita al Colonnello
Gheddafi - ha garantito la priorita' alle imprese italiane nell'assegnazione
degli appalti per la ricostruzione del paese''. Un'impresa non
facile, ha aggiunto, visto che ''in Libia ne abbiamo combinate
davvero di tutti i colori: altro che 'Italiani brava gente',
ne abbiamo fatte di tutti i colori, certo non noi, i nostri
nonni''. Il premier ha quindi proseguito: ''abbiamo messo 130
mila persone in un campo di concentramento, abbiamo messo bombe
avvelenate nelle oasi, i nostri aerei hanno mitragliato questi
poveracci lasciando una serie incredibili di cadaveri e migliaia
di persone sono state portate alle Tremiti''. Insomma, ha concluso,
nonostante le difficolta' ''credo che questo governo debba essere
soddisfatto di quanto ha fatto''.
(torna su)
La
diplomazia dell'Eni dietro l'intesa con la Libia
Il
Sole 24Ore
4
marzo 2009
Gerardo
Pelosi
Non vi è alcuna
prova che il fondatore dell'Eni Enrico Mattei e il colonnello
Muammar Gheddafi si siano mai conosciuti. Ma a qualcuno piace
pensarlo per trovare una "ratio", un filo rosso che
viene da lontano e porta all'abbraccio di lunedì, a Sirte,
tra Silvio Berlusconi e il "leader" della grande Jamahiriya
libica con tanto di richiesta di perdono ufficiale peri crimini
del passato e invito al G8 della Maddalena contenda al seguito.
Il 27 ottobre`62 a Gela,
proprio lì dove c'è il punto di arrivo del gasdotto
Green Stream, prima di imbarcarsi sull'aereo che precipitò
poi a Bascapè, Mattei pare abbia incontrato un gruppo
di emissari arabi, uno libico, che stavano preparando un colpo
di Stato contro re Idris. Forse un giovanissimo Gheddafi? Le
ipotesi si sprecano.
Di certo bruciava molto
a Mattei la decisione del sovrano Idris di bloccare un accordo
quadro con l'Eni per lo sfruttamento delle risorse energetiche
della Libia.
Lo sponsor dell'accordo,
il primo ministro Zine El-Abidine Ben Ali, era stato messo da
parte e re Idris aveva dato via libera all'accordo con Esso
e Occidental.
L'Italia si dovette accontentare
di una fetta più piccola del business almeno fino al
‘67 quando fu scoperto il giacimento di Bu Attifel, a un migliaio
di chilometri a Sud Est di Tripoli.
Ma è con l'avvento
del colonnello, nel `69, che l'Eni torna ad avere un ruolo di
peso. Con una decisione apparentemente contraddittoria, mentre
a ventimila italiani lì residenti viene ingiunto di lasciare
il Paese in ventiquattro ore, il gruppo petrolifero italiano
allarga le proprie attività. A ricordarlo oggi è
Guglielmo Moscato una vita spesa tutta nell'Eni fino a ricoprire
la carica di presidente dell'Agip, poi di ad e infine, dal`96
al`99, presidente del gruppo. «Dopo la prima scoperta
del campo di Bu Attifel - ricostruisce Moscato alla metà
degli anni`70 nel Golfo della Sirte l'Agip ottenne un permesso
di ricerca denominato NC 41, permesso dal quale proviene il
greggio del campo di Buri e il gas esportato in Italia fino
al 2005».
Moscato parla di rapporti
cordiali con gli uomini della società Noc, di reciproco
rispetto, nonostante i problemi politici del passato, maturato
nella vita in comune nei campi e nei training per i tecnici
locali.
Ma il vero salto di qualità
si ha nel`93 quando, nel deserto di Ras Lanuf, l'allora ministro
del petrolio libico e oggi segretario generale dell'Opec, Abdallah
El Badri, firma con il presidente dell'Agip Moscato un accordo
quadro che consente lo sviluppo dei campi di gas offshore e
quello onshore (Wafa) al confine con l'Algeria. «Voglio
precisare - aggiunge Moscato che quell'accordo fu farina del
nostro sacco, non c'era alcuna sponda politica, semplicemente
abbiamo convinto la controparte libica a puntare non più
sul greggio ma sul gas così come andava dicendo fin dall'inizio
Mattei perché ve ne era tanto e nel futuro la domanda
sarebbe cresciuta».
L'importanza strategica
di quell'accordo quadro fu compresa molto bene sia a Tripoli
che a Roma. «Ma Gheddafi - ricorda sempre Moscato - aveva