Domenica, 11 June 2017 12:37

Saif, il Gheddafi "risorto" che può cambiare gli equilibri della Libia

Written by Lorenzo Cremonesi
Vota questo articolo
(0 Voti)

Il figlio dell’ex leader libico non si troverebbe più in cella dopo sei anni di prigionia

Un uomo indubbiamente del passato. Che però, proprio grazie a questo, potrebbe giocare un ruolo importante nel futuro. Pochi personaggi hanno avuto un tale privilegio nella storia: la sconfitta nella polvere e la possibilità di risollevarsi. Saif al Islam lo deve al prevalere del caos violento, destabilizzante nella Libia post-rivoluzione «assistita» dalla Nato nel 2011. La sua liberazione venerdì da parte della Abu Baker Sadiq, la milizia di Zintan che lo aveva catturato in pieno deserto circa un mese dopo il linciaggio di suo padre Muammar assieme al fratello Mutassim e un manipolo di fedelissimi alle porte di Sirte il 20 ottobre 2011, viene confermata dai suoi carcerieri e dal suo avvocato libico, Khaled al Zaidi.

Nascosto a Est

«Tanti lo vogliono morto. Se non fosse per i zintani, che lo proteggono, e la mancanza di controllo sul Paese da parte del governo di Tripoli e dei suoi alleati tra le milizie di Misurata, Saif sarebbe già stato fucilato o impiccato in ottemperanza alla sentenza di morte del nostro tribunale centrale nel 2015», ci spiegavano pochi giorni fa i leader delle milizie legate al fronte religioso islamico dominante nella capitale. Da qui la ridda di voci contraddittorie circa il suo nuovo rifugio. «Per garantirgli la sicurezza posso solo dire che è in una cittadina nell’est del Paese», specifica al Zaidi per telefono. I giornalisti locali lo situano comunque tra Beida e Tobruk. Per la Bbc sarebbe presso la sede del governo dell’est. Ma altre fonti molto ben informate parlano di Beida, nel cuore delle «montagne verdi», dove da alcuni mesi è giunta anche la madre Safia proveniente dalla folta diaspora di vecchi sostenitori del regime di Gheddafi insediata al Cairo. E’ importante conoscere i luoghi dove i Gheddafi trovano protezione, aiuta a comprendere i giochi politici destinati a caratterizzare gli assetti del Paese. Beida e Tobruk sono oggi entrambe sotto il controllo dell’uomo forte della Cirenaica, quello stesso generale Khalifa Haftar che si presenta come il legittimo leader del vecchio esercito nelle regioni orientali e cerca proprio tra i sostenitori dell’ex regime l’alleato contro il governo di unità nazionale sostenuto dall’Onu di Fayez al Sarraj in Tripolitania. Ma Haftar vorrebbe dalla sua parte i gheddafiani, senza però dover competere con Saif. «Il figlio di Gheddafi dovrebbe avere tutte le libertà di qualsiasi cittadino libico, ma politicamente credo non conti più nulla», aveva dichiarato lui stesso durante un’intervista in gennaio. Allora il generale si sentiva vincente. Le sue truppe promettevano il totale controllo di Bengasi contro le brigate islamiche e sperava di arrivare presto a Tripoli.

Dal passato al futuro

Così non è stato: la guerra resta aperta e dura. Da qui la necessità di rilanciare i legami con i Warfallah, Warshafanna, gli zintani, le tribù Tuareg, gli Obari, quelle di Bani Walid, Tarhouna, Sabratha e Sirte, che una volta costituivano il punto di forza del clan Gheddafi. Anche su pressione degli alleati egiziani, Haftar accetta di portare Saif nel suo campo, utile nel breve-medio periodo, ma un potenziale concorrente nel futuro. Sempre più numerosi sono ormai quei libici «pentiti», anche tra i rivoluzionari della prima ora, che oggi guardano con nostalgia agli anni della dittatura, quando la benzina era garantita a tutti, l’assistenza medica gratuita, come del resto l’acqua, l’elettricità e la casa. Ma soprattutto quando il Paese era unito, sicuro, sovrano, non squassato dalla guerra civile. Saif a 44 anni potrebbe così rappresentare allo stesso tempo la novità che crea il futuro e la continuità con il passato.

Sangue e internet

A suo tempo era considerato un moderato, una sorta di ministro degli Esteri ombra favorevole al dialogo con l’Occidente anche a costo di limitare le alleanze con le dittature africane, l’uomo che nel 2002 negoziò con gli americani la cancellazione del programma per le armi non convenzionali, il rampollo più «politico» tra i figli del Colonnello laureato alla London School of Economics che sognava di aprire alle innovazioni venute con Internet. Proverbiale fu il suo programma «un computer per ogni studente libico», guardato con sospetto dai circoli conservatori delle tribù. Pochi giorni dopo l’inizio delle rivolte nel febbraio 2011, il Colonello pronunciò il famoso discorso del «zanga zanga», in cui prometteva di reprimere ogni contestazione nel sangue. Saif, contro le aspettative dei molti che si aspettavano una sua presa di distanza per cercare di mediare con la rivoluzione, lo appoggiò invece senza fiatare. E perse così qualsiasi prospettiva di cavalcare il cambiamento. «Non potevo fare altro. Nella Libia conservatrice il figlio non può mai andare contro il padre nei momenti difficili. Sarebbe un’onta, un tradimento che delegittima» spiegò poi al Corriere nel giugno dello stesso anno. «Ma adesso ho l’appoggio della nostra gente e la forza per chiedere l’aiuto di Berlusconi e dell’Europa per arrivare a un compromesso con la rivoluzione e tenere subito libere elezioni». S’illudeva. Era troppo tardi. Saif aveva perso il treno. Adesso però sta tornando alla stazione e non è detto che non possa salirci sopra.

Additional Info

  • Testata giornalistica: Corriere della Sera
Read 198 times Ultima modifica il Giovedì, 15 June 2017 15:49