Venerdì, 05 May 2017 12:32

Ridare alla Libia il controllo dei propri confini

Written by Stefano Stefanini
Vota questo articolo
(0 Voti)

Il problema non sono le Ogn. Il problema sono le acque territoriali (12 miglia) e la fascia contigua (24 miglia), diventate mare di nessuno. Nel vuoto di controllo su coste e acque libiche si sono inseriti, indisturbati, i trafficanti che fanno commercio di esseri umani; e le Ong che li soccorrono. Sta alla Libia riprenderlo, all'Italia e all'Ue aiutarla a darsi una guardia costiera  in grado di farlo. Con mezzi, non promesse, senza escludere l'assistenza diretta dell'Operazione Sophia in situazioni d'emergenza.

Obiettivamente, l'attività umanitaria delle Ong riduce costi e rischi e aumenta volume e proventi del commercio dei migranti. Questo vale soprattuto per le meno scupolose che si spingano fino a comunicare con i trafficanti. La gara a chi ne salva di più li spinge a metterne in mare di più, su imbarcazioni sempre più di fortuna. Ma tutto questo non avverrebbe se le 24 miglia al largo di Tripoli e Sabrata fossero sotto un effettivo controllo statale. Non lo sono.

Frontex ha confermato che le navi di molte Ong (nove per l'esattezza) recuperano sistematicamente carichi di migranti a ridosso della costa libica. Il soccorso ravvicinato si è significativamente intensificato nei primi mesi di quest'anno.

Che sia la magistratura ad occuparsi, auspicabilmente con riservatezza, della collusione o meno con i trafficanti. Non si può però ricacciare sotto il tappeto la questione che queste operazioni umanitarie incentivano il traffico di esseri umani.

L'obiettivo strategico del governo italiano e dell'Unione Europea è di riprenderde il controllo dei flussi immigratori. Se qualcuno dubita sia necessario, lo chieda ai milioni di francesi che domenica voteranno Marine Le Penn; ancora non in grado di eleggerla, a dar retta ai sondaggi, ma non per sempre se la pressione continuerà nei prossimi anni. Angela Merkel se n'è accorta per tempo. L'Ue è praticamente a ridurre a rigagnoli gli ingressi via Grecia e Spagna. La falla degli sbarchi in Italia si è invece allargata.

Non è irragionevole esigere dalle Ong un codice di condotta, specie in presenza di comportamenti opachi come lo spegnimento dei transponder, guarda caso proprio nel momento delle operazioni di soccorso. Affittare navi costa; entità suntate dal nulla dovrebbero rendere conto delle fonti di finanziamento. Queste ed altre misure possono scoraggiare i trafficanti dal mettere in mare carichi nell'attesa che siano prelevati a breve distanza. Lo scopo è di rendere il loro commerico più difficile, non d'impedire i loro salvataggi. Ma resta il problema centrale: ridare alla Libia il controllo delle acque libiche.

La strategia dell'Italia per la Libia consiste nel ricostruire pazientemente e realisticamente la statualità del Paese. Ai fini immigratori Roma ha messo l'accento sulla ripresa di controllo della frontiera sahariana, spingendo per un'intesa fra Tripoli e le tribù che la controllano. Quello che vale per l'entrata in Libia vale anche per l'uscita. Coste e acque territoriali richiedono una guardia costiera libica attrezzata e efficiente. L'anarchia marittima in cui operano trafficanti e Ong la rende urgente.

Qui entra in gioco l'Unione Europea. L'Operazione Sophia non può entrare nelle acque territoriali; Ue e Italia offrono invece a Tripoli assistenza e addestramento mirati proprio alla guardia costiera. Il pattugliamento si fa navigando: servono anche imbarcazioni.

L'Italia ha fornito una decina di motovedette. Bruxelles traccheggia perchè, sostiene, le altre capitali europee non le mettono a disposizione. E' un rimpallo deleterio. Per la Libia, per l'immigrazione, per la credibilità europea.

A luglio scade il mandato di Sophia. L'Ue lo rinegozierà con Tripoli. E'occasione per fare due cose: accelerare la componente di formazione della guardia costiera libica, con mezzi oltre che con addestramento; studiare come consentire un'assistenza diretta di Sophia al controllo libico delle acque territoriali in caso di necessità. Qundo richiesta, l'assistenza internazionale non rappresenta mai una violazione della sovranità territoriale.

Al Sarraj non ha esitato a chiedere quella americana per sloggiare Isis da Sirte. Perchè non fare lo stesso per interventi mirati contro i trafficanti?

Additional Info

  • Testata giornalistica: La Stampa
Read 532 times Ultima modifica il Lunedì, 08 May 2017 16:15