Domenica, 18 December 2016 10:35

La presa di Sirte

Written by Francesca Mannocchi
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Esecuzioni sommarie, linciaggi, esplosioni suicide. Le immagini e il racconto dal fronte nei giorni dell'attacco finale alla città libica.

RACCONTA MOFTH ALI, vent’anni, soldato libico: «Abbiamo visto una donna camminare verso di noi, con un bambino in braccio. Le abbiamo detto che l’avremmo aiutata a uscire, che avremmo salvato lei e i suoi gli. Le abbiamo detto di consegnarci il bambino e aprire la coperta che aveva addosso per dimostrare che non avesse cinture esplosive. Si è avvicinata, ha allungato le braccia per darci il piccolo e abbiamo visto la cintura. Si è fatta esplodere: ha ucciso quattro dei nostri e i civili che erano con lei, ma ha anche ferito una ventina di uomini, tra cui me». Mofth ha il braccio sinistro fasciato, ferito durante gli ultimi giorni dell’offensiva su Sirte, nel quartiere di Al Gizah. Dall’inizio della guerra, sette mesi fa, sono morti settecento soldati libici e 3.500 sono rimasti feriti. «Abbiamo pagato un prezzo troppo alto. Centinaia di autobombe, cecchini, soldati addestrati meglio di noi e la cosa peggiore, più spaventosa: le cinture esplosive», dice Mofth Ali. «Quando guardo la mia mano ora so di essere fortunato, ma se mi concentro vedo ancora gli occhi di quella donna, occhi pronti a tutto, a sacricare anche suo glio in nome di una fede stravolta. Penso ai giovani come me morti quel giorno tra le macerie della città». La ferita del giovane soldato è il segno tangibile degli ultimi disperati attacchi dell’Isis a Sirte. Con un obiettivo chiaro: costringere i soldati libici a non fare differenza tra un civile e un combattente. Questa la ragione per cui l’offensiva di Bunyan al Marsous è stata lentissima e combattuta casa per casa. Dare priorità ai civili era la parola d’ordine, ma come distinguere una famiglia di civili da una famiglia dell’Isis? E, soprattutto, come distinguere una donna disarmata e pronta ad arrendersi da una convinta a farsi saltare in aria in nome di Allah? «Per noi era impossibile capire chi fosse un civile e chi una kamikaze dello Stato islamico. Guardavo le donne di fronte a me e pensavo: cosa posso fare? Le sparo o la salvo? E se ha una cintura? Muoio io o muore lei?», aggiunge Mofth Ali. Sirte oggi è una città spettrale, una massa silenziosa di macerie. Dopo la rotonda di Zafaran, dove no a pochi mesi fa i miliziani dell’Isis impiccavano e crociggevano le persone che consideravano infedeli, le strade portano i segni di una guerra feroce. Case, moschee, banche, ospedali sono distrutti. Non esiste un solo edicio che non porti i segni della guerra. Sulla parete di tutti i negozi spicca ancora il timbro dell’Isis per la riscossione delle tasse. Sulla strada che porta all’imponente centro congressi di Ouagadougou, voluto da Ghedda nella sua città natale a simbolo del proprio potere e del proprio consenso, campeggiano ancora due cartelloni dello Stato islamico. Il primo invita i giovani alla preghiera, il secondo mostra un kalashnikov e un testo che recita: «Se tradisci noi, tradisci la tua famiglia». Le ultime settimane della guerra sono state concentrate nel quartiere di Al Gizah, sul mare. Era impossibile capire quanti miliziani ci fossero ancora all’interno delle case. Oggi, a con.itto nito e dopo cinquecento bombardamenti americani, i corpi recuperati dalle macerie sono quasi seicento. Capire quanti di loro fossero civili è impossibile. Nei due ospedali da campo i dottori hanno cercato di prendersi cura dei bambini estratti vivi dalle macerie. Negli ultimi giorni di guerra il dottor Walid El Hamroush ha prestato soccorso, con i pochi mezzi a disposizione, a decine di bambini ustionati e denutriti. Al posto delle .ebo, bottiglie di plastiche tenute su da strati di nastro isolante, e poca anestesia per ricucire le ferite. «I bambini sono tutti in gravi condizioni», dice il medico, «non hanno mangiato per settimane, nelle case assediate e circondate non era rimasto nulla. Una bambina mi ha detto che per due mesi si è potuta nutrire solo di acqua con della curcuma sciolta dentro. Sono disidratati e traumatizzati dalle bombe». I piccoli negli ospedali da campo avevano i volti segnati dalla fame e gli occhi terrorizzati. Sono i gli dei miliziani, e quando i medici chiedevano loro dove fossero i genitori, dicevano scuotendo la testa: «Stanno combattendo». Bambini feriti, bambini affamati, bambini addestrati a tacere. Nessuno di loro ha detto il nome dei padri, né la loro provenienza. Khaled Zowbat, uno dei conducenti delle ambulanze degli ospedali da campo, pochi giorni prima della ne della guerra ha salvato un bambino egiziano di cinque anni. Khaled lo descrive visibilmente affamato e assetato, non si lavava da settimane. «Ha visto morire il padre durante la guerra. Mi ha detto: “I miei genitori sono morti e sono andati in paradiso, voi di Bunyan al Marsous li avete uccisi, siete infedeli e andrete all’inferno”. Sono stati indottrinati, tutti, n dalla prima infanzia. Il destino di questi bambini sarà la vera tragedia di questa guerra». Anche Abdalh Ahmed è un giovane soldato e anche la sua più grande paura sono stati gli attentatori suicidi. «Tre giorni prima della ne dei combattimenti stavamo avanzando. Una donna e un bambino hanno cercato di raggiungere a piedi le nostre posizioni, ma un cecchino dell’Isis ha sparato alla donna, uccidendola. Il piccolo è rimasto accanto alla madre morta e noi non abbiamo potuto fare nulla. Non potevamo andare verso di lui perché fare dieci passi signicava andare incontro a morte certa. Saremmo diventati bersagli dei loro cecchini. Abbiamo lasciato lì il bambino. Potevamo vederlo piangere sul corpo della madre». Negli ultimi giorni del con.itto, con la battaglia stretta intorno a una manciata di case, di notte i libici potevano sentire le donne e i bambini piangere, gli uomini dell’Isis minacciarli. «Sentivamo tutto, sentivano il nostro ato sul collo», dice Ali al Zawhiri, un soldato specializzato nello sminamento. «Sapevano che ascoltavamo tutto, anche i loro respiri. Ci insultavano e dicevano alle donne che avrebbero tagliato loro la gola se non tacevano. La cosa peggiore è che erano le loro famiglie. Le loro donne, i loro bambini». Usati come armi estreme prima della inevitabile scontta. L’Espresso ha avuto per giorni accesso alla prima linea del fronte. Giorni alternati tra la disperazione per i soldati morti per le cinture esplosive e l’entusiasmo dell’avanzata che volgeva al termine. Parte dei soldati libici aveva a cuore il desiderio di mostrare il coraggio dei giovani impegnati nell’offensiva. Alcuni di loro, invece, sapevano di non poter mostrare tutto, di non poter dire quale fosse il destino dei miliziani catturati. «Andranno in prigione», diceva qualcuno, poco convinto. «Spariamo a tutti, non c’è motivo di tenerli in vita», dicevano altri con più convinzione, a patto che mantenessimo anonima la loro identità. I miliziani, a loro volta, erano consapevoli che la guerra era persa e hanno fatto di tutto per renderla drammatica per i loro nemici. Il giorno prima che Sirte venisse dichiarata ufcialmente liberata, i soldati libici hanno estratto dalle macerie di Al Gizah un giovane miliziano con il volto segnato dalla fame e dalla sete. A decine si sono riuniti intorno a lui, gridando “Allah u Akbar” e sparando in aria. Uno di loro lo teneva per i capelli per trascinarlo via, quando un giovane gli ha sparato alle gambe tra l’euforia collettiva. Siamo stati allontanati per qualche minuto, era la parte della guerra che non potevamo e non dovevamo testimoniare: le esecuzioni sommarie. Al nostro ritorno il corpo del miliziano giaceva sull’asfalto, morto. Come altre decine di ragazzi giovanissimi, scalzi, affamati, pronti a tutto, con i loro passaporti in tasca. Giovani tunisini, iracheni, nigeriani. Dopo pochi minuti, dalle stesse macerie da cui è stato estratto quel giovane, si è sentito un suono sordo, che ha rotto la preghiera dei soldati libici, di fronte al mare. Era un altro miliziano: pur di non farsi catturare si è fatto saltare in aria. E i pezzi del suo corpo esploso sono volati in aria per secondi, interminabili. Nessuno può dire quanti altri corpi saranno estratti da quello che resta di Sirte, sicuramente i numeri al momento stanno raccontando una presenza più massiccia di quella che ci si aspettava. Per giorni i libici hanno raccontato una Sirte con poche decine di miliziani ancora vivi, i morti però si contano a centinaia. «Era necessario eliminare l’Isis da Sirte, era nostro dovere. Ma ora il timore è che la Libia diventi il terreno di una strategia terroristica diversa. Temiamo una serie di attentati». Mohamed al Ghasri è stato il portavoce dell’offensiva militare su Sirte: quando lo incontriamo nella caserma dell’esercito a Misurata mostra un timido e poco convinto ottimismo. Il generale sa che parte dei miliziani dello Stato islamico si sta già riorganizzando a sud, intorno a Sebha, per prepararsi alle battaglie che verranno. «Ci risulta che nel corso di questo anno e mezzo l’Isis abbia messo mano sul trafco di armi e esseri umani, esistono cellule solide a sud e il pericolo, come per l’attentato alla caserma di Zliten dello scorso anno, sono le cellule dormienti nelle città sulla costa. Potrebbero rivendicare la loro presenza seminando paura e terrore». È appena nita la battaglia di Sirte e le fazioni libiche si stanno già preparando alla guerra decisiva, quella per sancire il controllo denitivo del Paese. Il futuro della Libia, lungi dall’essere all’insegna della ricostruzione e della paci- cazione, si sta evolvendo verso una inevitabile, ennesima guerra civile, tra una costellazione di con­itti tribali e locali tra due alleanze che hanno a disposizione artiglieria pesante, forze aeree e solidi alleati internazionali. Non solo. A complicare il mosaico di forze c’è anche l’elemento salata: sulla prima linea del fronte una delle brigate più combattive è stata il battaglione 604, una “katiba” (brigata) salata sostenuta dalla potente tribù dei Farjani, i primi a tentare una rivolta contro l’Isis e per questo giustiziati. L’imam della moschea di Sirte era un Farjani: non a caso è stato proprio il battaglione 604 a riconquistare la moschea, un tempo chiamata Cordoba e poi rinominata dall’Isis “moschea al Zarqawi”. Durante l’offensiva su Sirte, il battaglione 604 aveva i propri ospedali da campo e i propri medici. Per mesi hanno riutato di utilizzare la bandiera libica in battaglia, non volevano mischiarsi con l’esercito. La loro guerra era una resa dei conti religiosa. I soldati libici al fronte parlavano a voce bassa dei salati della 604, sapevano che la loro presenza e il loro addestramento militare era necessario. Ma ora li temono e sussurrando ammettono: «Loro saranno il prossimo grande problema della Libia».

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  • Testata giornalistica: L'Espresso
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