Venerdì, 19 August 2016 11:40

Onore ai libici che lottano contro il Califfato

Written by Bernard-Henri Lévy
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È il torpore dell’estate? La pigrizia delle menti e dei loro pregiudizi? È l’idea, ripetuta fino alla nausea, che la guerra in Libia sia stata un errore e che non possa venirne fuori nulla di buono? Fatto sta che i media stanno sorvolando su un evento di cui sorprende constatare l ’assenza dalle prime pagine dei giorna i . Quest’evento è l’assalto sferrato a Sirte da forze legate al governo libico di unità nazionale insediato a Tripoli. È la caduta annunciata di quello che era, da luglio del 2014, uno dei bastioni dello Stato Islamico, lungo una fascia costiera che si estendeva, in un certo momento, per 200 chilometri e comprendeva alcuni dei grandi terminal petroliferi. Ed è il fatto che persino lunedì scorso, 15 agosto, i combattenti libici anti-Daesh, appoggiati da raid aerei americani e da una manciata di forze speciali giunte da Stati Uniti e Gran Bretagna, stavano espugnando gli ultimi quartieri della città presidiati dai cecchini. Che la punta di lancia di questa offensiva sia costituita, dallo scorso aprile, cioè ancor prima che il governo unitario ufficializzasse l’operazione, dalle milizie di Misurata, non mi è ovviamente indifferente. Tanti ricordi mi legano a questa città. Tanti nomi, tanti volti, incrociati all’epoca – maggio 2011 – in cui la città era assediata, bombardata giorno e notte, affamata, e in cui occorrevano venti ore di navigazione incerta, da Malta, per forzare il blocco e sbarcarvi. Quel notabile, per esempio, decano dell’ordine degli avvocati, che mi aveva accompagnato a Abdel Rauf, a 15 chilometri dal centro, sull’ultima linea del fronte dove gli Shebab tenevano testa ai mercenari di Gheddafi e che è più volte venuto a Parigi, a guerra finita, per presentarmi i suoi progetti per una nuova Libia, amica del diritto e dei diritti dell’uomo: si chiamava Abderrahmane Al-Qissa, e l’8 giugno ha pensato, come nel 2011, che il suo posto fosse al fronte; ed è lì che, al volante della sua vettura, è stato falciato da un razzo. E poi quel comandante, membro eminente del Consiglio locale di transizione che, nel giorno della mia ripartenza per la Francia, mi aveva conferito la cittadinanza onoraria di Misurata: non l’ho più rivisto, ma le sue parole continuano a risuonarmi in testa e assumono oggi, con
questa battaglia di Sirte, un rilievo particolare: «La rivoluzione libica sarà lunga; ci saranno rovesci, passi falsi, errori; ma sia chiaro che qui, a Misurata, non accetteremo che un nuovo dispotismo prenda il posto di quello che avremo rovesciato». Ma quell’evento, in fondo, è importante per tre ragioni. Perché lì sta la prova, una volta di più, che Daesh è debole, che i suo i soldati sono cattivi soldati e che è sufficiente, come nel Kurdistan iracheno, come a Manbij, in Siria, e come ormai a Sirte, che si trovino di fronte dei combattenti disciplinati, determinati , coraggiosi, perché battano vergognosamente in ritirata. Perché viene confermata la l egge che, presso tutti i popoli che hanno vissuto l’esperienza della destituzione di una tirannia, fa avvicendare l’infedeltà a se stessi e l’orgoglio per le proprie azioni, il tradimento degli ideali ai quali ci si è votati e la perseveranza negli stessi, la «rivoluzione congelata» di Saint- Just e gli « scatti di eroismo» che, secondo Michelet, costituivano l’eterno retaggio del 1789. E poi, infine, questo: dalla più prospera città dell ’Ovest l bico, da questa Misurata doppiamente eroica poiché la Libia le deve, in gran parte, la caduta di Gheddafi e , adesso, quella del Califfato sulle sponde del Mediterraneo, da questo «slancio di dedizione e di sacrificio» (ancora Michelet) che porta i suoi cittadini a lottare, ancora una volta, per una certa idea di sé e della libertà, ci giunge il messaggio che, nella guerra dei due islam, nello scontro senza esclusione di colpi tra l’islam jihadista e l’islam moderato, tra quello che taglia le teste e quello che le aiuta a rialzarsi, è il secondo che , ad oggi, si trova in vantaggio. Non tut o si sistemerà, naturalmente , con l’ingresso delle milizie di Misurata negli ultimi palazzi del Centro congressi Ouagadougou. E c’è da temere che i terroristi, sloggiati da Sirte, si disperdano nella regione di Bani Walid o, più verosimilmente, nei paesi limitrofi dai quali spesso provengono. Ma l’evento, lo ripeto, è sotto gli occhi di tutti.È un nuovo fronte dove, nella guerra che ha dichiarato al mondo, Daesh viene sbaragliato.E lo si deve, che piaccia o no, a quei Libici Liberi, ultimi arrivati della Storia, senza memoria repubblicana o anche solo politica, di cui possiamo esser fieri di aver abbracciato la causa (ma che abbiamo, in seguito, piantato in asso – salvo poi disperare del loro avvenire, col pretesto che l’esito della loro rivoluzione era più deludente di quanto potessimo immaginare). L’Occidente , in real tà, ha commesso a suo tempo un solo errore: non accompagnare questo popolo per qualche passo in più sul cammino
della democrazia alla quale aspirava e – a quanto pare – aspira tuttora.L’auspicio è quello di non commettere, una seconda volta, lo stesso errore. In un momento in cui è estremamente importante dire con chiarezza chi è il nemico e chi l’alleato, occorre riconoscere nei libici che, armi alla mano e al prezzo di numerosi morti, proclamano: «Niente jihadisti qui! Non c’è posto per il califfato in Libia!», i nostri compagni di lotta contro quel male assoluto che è Daesh.

Additional Info

  • Testata giornalistica: Corriere della Sera
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