Mercoledì, 29 July 2015 12:15

Le conseguenze degli interventi sbagliati in Libia

Written by Roberto Toscano
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Seif era dal 2011 nelle mani delle milizie di Zintan, una delle bande armate che si contendono il potere in Libia. Una milizia che si oppone agli islamisti di «Alba libica» (affini ai Fratelli Musulmani) che controllano Tripoli, e che è alleata del governo di Tobruk, capeggiato dal Generale Haftar. Ma chi lo condanna oggi, in contumacia, è un tribunale di Tripoli. Nella storia la condanna - e spesso l’esecuzione - dei vertici di un regime dittatoriale rovesciato (da Mussolini a Ceausescu) non è certo una novità, ma l’anomalia libica è costituita dal fatto che non esiste oggi un nuovo soggetto politico che possa segnalare attraverso la pretesa di imporre una propria giustizia che il cambiamento nel Paese è radicale e irreversibile.

Il fatto è che non si può nemmeno parlare di Libia come di un Paese, dato che il governo dittatoriale di Gheddafi non è mai stato veramente sostituito. Lo Stato libico è oggi in preda a un’anarchia violenta che vede lo scontro di 1700 milizie, in realtà bande armate fra il politico e il criminale, oltre che ad una frammentazione del territorio su base sia regionale che tribale, senza contare svariate e contrastanti tendenze islamiste, ivi compreso il jihadismo dello Stato Islamico.Giustiziare il figlio di Gheddafi, in questo contesto, può solo rappresentare il tentativo, per dirigenti politici che non hanno alcun’altra legittimazione se non quella della forza, di accreditarsi come i più veri rappresentanti della rivoluzione del 2011. Tentativo tanto più spurio in quanto non sono pochi fra i protagonisti di questa fase della tragedia libica, a partire dal Generale Haftar, ad avere imbarazzanti biografie segnate dalla diretta collaborazione con il dittatore trucidato quattro anni fa.

Si conferma in modo sempre più drammatico il colossale errore politico, ma forse sarebbe più corretto parlare di crimine, compiuto dalla cosiddetta comunità internazionale nei confronti della disgraziata Libia. Un Paese che per anni è stato lasciato senza alcuna vera contestazione nella mani di un sinistro pagliaccio, un grottesco dittatore che anche chi non lo chiamava «l’amico Mouammar» e non gli baciava la mano non aveva difficoltà ad andare a Tripoli ad omaggiare nella sua tenda beduina. Era un interlocutore interessante come fonte di grandi investimenti e come collaboratore dei servizi occidentali contro il fondamentalismo islamico.

Inoltre, aveva anche acquisito meriti rinunciando ad un programma di sviluppo di un’arma nucleare che in realtà esisteva più nei nostri timori e nelle sue spacconate che non nella realtà. La repressione spesso feroce del dissenso in Libia non è cominciata nel 2011, ma prima di allora si preferiva far finta di non vederla. Prima di allora non c’era l’irresponsabile esaltazione, fatta di faciloneria e scarsa capacità di analisi, di chi si eccitava di fronte all’irresistibile ondata democratica della Primavera Araba. Prima di allora Bernard-Henri Lévy (al quale andrebbe attribuito un Premio Nobel per la pace - alla rovescia) non si era commosso per le sorti degli oppositori libici.

E prima nessuno si preoccupava nemmeno degli immigrati dall’Africa Nera, trattati in modo disumano nella Libia di Gheddafi ma il cui afflusso sulle nostre rive veniva quanto meno controllato e ridotto, e le cui condizioni non ci costava quindi ignorare.

Il dittatore è stato trucidato, ma con lui è stato trucidato anche lo Stato libico. Oggi il popolo libico è ostaggio di bande armate nessuna delle quali è in grado di ricomporre un potere centrale ma che – nonostante gli sforzi coraggiosi ed intelligenti del mediatore Onu Bernardino León - non sembrano realmente intenzionate a raggiungere un compromesso.

E’ più difficile ricostruire uno Stato che non distruggerlo. Certo, chi ha contribuito con una politica dissennata alla sua distruzione dovrebbe assumersi la responsabilità quanto meno di assistere nel processo. Ma come fare, quando mancano interlocutori che siano sia credibili sia accettabili, e quando, come dimostra il recente rapimento dei nostri quattro tecnici, non esiste una minima agibilità che permetta di operare sul territorio? Non solo non sembra concepibile immaginare operazioni di mantenimento o, più realisticamente, di imposizione della pace, ma anche la collaborazione economica o in campo umanitario risulta oggi difficilmente praticabile. La tragedia libica, una tragedia i cui responsabili vanno ben oltre Mouammar Gheddafi e la sua famiglia, non sembra destinata ad avviarsi ad una conclusione.

 

Read 492 times Ultima modifica il Martedì, 24 November 2015 15:50