Giovedì, 09 May 2019 10:20

Libia: «Noi, studenti di italiano di Bengasi dimenticati, amiamo la vostra lingua»

Written by Lorenzo Cremonesi
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Nonostante la guerra, la mancanza di libri, di borse di studio e l’indifferenza di Roma, otto professori e cento studenti libici continuano a studiare al Dipartimento di Italianistica all’Università di Bengasi colpita dalla guerra.

Studiare italiano, nonostante tutto. Nonostante la guerra, nonostante la mancanza di libri, di borse di studio, nonostante l’indifferenza di Roma, nonostante le scarse se non nulle opportunità di lavoro e nonostante l’ombra del pregiudizio per cui le scelte della politica estera italiana sarebbero pro-Tripoli a scapito di Bengasi. «L’italiano non è come l’inglese. Quando ti presenti a un colloquio di lavoro non è una delle lingue richieste. E Roma non è come Parigi, che aiuta con fondi e mezzi chi impara francese. Ma noi amiamo la vostra lingua, che è una delle più ricche e musicali al mondo», dicono praticamente all’unisono il centinaio di studenti e otto docenti al Dipartimento di Italianistica all’Università di Bengasi. Visitarla significa incontrare edifici ancora pesantemente danneggiati dai gravissimi scontri durati dal 2014 al 2017 tra le truppe di Khalifa Haftar e le milizie legate al fronte islamico e tutti coloro che si opposero con ogni mezzo alla sua avanzata sul capoluogo della Cirenaica. Molti dipartimenti sono abbandonati o trasferiti nel nuovo campus ancora in costruzione nelle vicinanze. Quello di Italianistica è formato da quattro aule e un ufficio semivuoto al secondo piano della facoltà di Lingue riparata alla bell’e meglio solo di recente: muri ricostruiti di fresco, segni di cannonate all’esterno, soffitti e corridoi puntellati da traversine e rinforzi in ferro. «Quando rivelo che insegno italiano sono in tanti qui in Cirenaica a dirmi che faccio male a propagandare la lingua dei nemici, degli alleati di Fayez Sarraj e della Tripolitania. Ma, a parte la politica, questo resta uno problema minore. Quelli più gravi sono relativi al fatto che noi siamo abbandonati a noi stessi. Speriamo che la riapertura del consolato italiano qui a Bengasi possa in qualche modo cambiare le cose. Perché sino ad ora è solo un miracolo che il nostro dipartimento sia ancora funzionante», dice Mohammed Saadi, 33enne direttore dell’Istituto. Il suo racconto fa cadere le braccia e anche la vicenda del consolato resta incerta. Roma ha già scelto di inviare Andreas Ferrarese, un diplomatico d’esperienza, che avrebbe dovuto riavviare il consolato prima di Ramadan. Ma le frizioni con Haftar (non ultima la polemica sulla presenza dell’ospedale militare italiano di Misurata) ritardano il lavoro della squadra di agenti italiani già a Bengasi con l’incarico di trovare una sede sicura, visto che l’edificio del vecchio consolato è ridotto in macerie. «Questo Dipartimento venne aperto attorno al 2006, al tempo dei negoziati tra Gheddafi e Berlusconi per il trattato di amicizia italo-libico. Fu associato all’università di Palermo, che però ci mandò più che altro libri in dialetto siciliano e sulla storia del movimento separatista dell’isola dal resto della penisola. Volumi come “La sicilianità nel sangue”, oppure la biografia del Salvatore Turiddu, l’esaltazione del banditismo contro il governo centrale. Non disponiamo neppure di una grammatica italiana o di un vocabolario arabo-italiano», ricorda. La questione venne poi drammaticamente superata dalle devastazioni della guerra. Gli incendi bruciarono gran parte della biblioteca universitaria, lasciando pochissimi volumi tra quelli in italiano. La ventina di studenti che sta sostenendo gli esami per l’ammissione al secondo anno spera in tempi migliori. «Amo la vostra cultura, la musicalità della lingua, la vostra cucina, fa parte della storia di noi libici, anche se ormai la parlano solo pochi anziani che andarono a scuola nel periodo coloniale. Mi auguro che il consolato presto ci faciliti i visti per il vostro Paese», esclama Iman Mohammad, ragazza diciottenne che ha una parte della famiglia Roma e qui spera di poter diventare docente. Secondo il 33enne Issa Labbar, neo-laureato e assistente volontario, se l’Italia offrisse mezzi e fondi il numero degli studenti lieviterebbe facilmente. «Nonostante le contingenze della politica, l’Italia resta molto popolare anche in Cirenaica. Se il Dipartimento di Francese, ricco dei finanziamenti e delle facilitazioni di Parigi, oggi conta 300 studenti, quelli di italiano potrebbero superare velocemente i 500».

Additional Info

  • Testata giornalistica: Corriere della Sera
Read 40 times Ultima modifica il Giovedì, 09 May 2019 11:41