Martedì, 30 April 2019 11:08

La Libia ha bisogno di un altro Gheddafi?

Written by Fausto Biloslavo
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Il Paese che è sull’orlo di una terza guerra civile, lacerato fra le forze del premier Fayez al Serraj e quelle del generale Haftar. Un caos dove è sempre più pressante la richiesta di un leader forte: un cittadino libico su due invoca persino il ritorno del mitico colonnello nella figura del figlio, Saif al Islam, considerato il suo delfino. Che cerca appoggio in Usa, Russia e varie nazioni europee. Ma non è detto che l’impresa gli riesca.

“Prima c’era il colonnello, ora il caos. Un libico su due vuole il ritorno di Gheddafi attraverso suo figlio, Saif al Islam”. Non usa giri di parole l’ex generale Leonardo Tricarico. “In Libia c’è un disperato bisogno di ordine rispetto al polverizzato potere attuale. Più che nostalgia del vecchio regime è l’esigenza di un uomo forte, possibilmente non sanguinario,, che faccia uscire il paese dal baratro” ribadisce a Panorama l’ex capo di Stato maggiore dell’aeronautica e presidente della fondazione Isca, che si occupa di intelligence, difesa e sicurezza. Ormai quasi a Tripoli, il maresciallo Haftar, un tempo generale di Gheddafi poi caduto in disgrazia, aspira a diventare Raìs conquistando la capitale con il suo autoproclamato Esercito nazionale libico, ma forse non ha più l’età, la salute e la stoffa. La grande città finora è stata governata dal premier Fayez al Serraj, appoggiato dall’Italia, che si affida alle milizie per contrastare l’avanzata dell’uomo forte della Cirenaica. “Nei caffè, nelle riunioni nelle case della borghesia impiegatizia umiliata dai ritardi del pagamento degli stipendi, dalle file estenuanti agli sportelli bancari, dalla scarsità di beni di consumo e soprattutto da un senso di insicurezza mai provata prima, si sta facendo strada, per ora a bassa voce, un senso di nostalgia che presto, come contraltare al caos e alla disgregazione, potrebbe trasformarsi in un progetto politico” spiega Salvatore Santangelo del Centro studi geopolitica.info, che era a Tripoli all’inizio dell’attacco. “Più di qualcuno mi ha confessato che Saif al Islam Gheddafi potrebbe essere l’uomo giusto” sostiene il giovane analista. E molti attenderebbero l’ingresso di Haftar stanchi dello strapotere delle milizie. Negli ultimi giorni si rincorrono voci incontrollabili sulla morte del figlio “intelligente” di Gheddafi che si troverebbe da qualche parte in Libia. Classe 1972, delfino riformista del defunto regime, era stato catturato nel 2011, dopo il linciaggio del padre, dai ribelli di Zintan, che lo tennero dietro le sbarre fino al 2016. Poi, un anno dopo, è stato liberato con la scusa di un’amnistia generale. Sulla testa del figlio del colonnello pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra. I suoi sostenitori dicono che si tratta “solo di un sistema di pressione” E fanno notare che altri leader africani governano con accuse del genere, come Omar al-Bashir in Sudan, il presidente che è stato appena destituito. “Saif al Islam può giocare un ruolo importante nell’immediato futuro della Libia per fare uscire il paese dal caos. Non ha ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura, ma è convinto che bisogna indire elezioni parlamentare e presidenziali corrette il prima possibile” dichiara Mohamed Gilushie a Panorama. In esilio in Germania, fa parte della squadra politica voluta dalla “spada dell’islam”, il nome scelto da Gheddafi per il suo secondogenito. Gli uomini di Seif hanno il compito di caldeggiare il suo ritorno sulla scena politica libica presso le cancellerie soprattutto europee.

“Dopo la scarcerazione, ha ristabilito i contatti internazionali. La nostra squadra ha portato i suoi messaggi al presidente russo Vladimir Putin, al premier ungherese Viktor Orbaàn. E siamo stati accolti anche al Quai d’Orsay a Parigi” afferma Gilushie, che era capo gabinetto di Baghdadi Mahmoudi, l’ultimo primo ministro ai tempi del colonnello. La missione più recente della rete gheddafiana, a Lisbona, è del 26 marzo. Lo scorso ottobre a Parigi hanno incontrato il direttore per il Nord Africa del ministero degli Esteri, Jerome Bonnafont, e l’inviato speciale per la Libia Frédéric Desagneaux. L’obiettivo era consegnare una lettera del figlio del colonnello per il presidente francese Emmanuel Macron, nonostante fu proprio il suo predecessore Nicolas Sarcozy a spingere l’intervento della nato contro Gheddafi. “Messaggi di Saif sono stati inviati pure in Italia” rivela Gilushie, senza fornire dettagli. La visita più importante è avvenuta a Mosca lo scorso dicembre, dove gli uomini di Gheddafi junior hanno incontrato il viceministro degli Esteri, Mikhail Bogdanov, consegnandogli la lettera di Saif per Putin. Lo stesso Bogdanov ha dato luce verde alla candidatura dell’erede del colonnello alle presidenziali libiche, sostenendo che “dipenderà dalla sua volontà politica”. Anche Oltreoceano, sulla rivista Foreign policy, era comparsa un’analisi che fin dal sommario non lasciava dubbi: “Il presidente americano Donald Trump ha un’occasione unica per risolvere il caos in Libia appoggiando Saif al Islam come capo dello stato”. Da tripoli in guerra, una fonte di Panorama che monitora la situazione conferma: “Saif ha un consenso popolare perché la gente si rede conto del grande errore del 2011. Alle urne potrebbe prendere una valanga di voti, ma poi? Non ha una forza armata alle spalle per governare”. Haftar è già riuscito a riciclare tanti ex ufficiali di Gheddafi, ma è improbabile che appoggi il figlio del colonnello. Secondo alcune stime, due milioni di libici potrebbero votare per Saif, e i gheddafiani contano su una tv satellitare, Al Jamahirya, dal nome del vecchio stato del Raìs, seguita a Tripoli, che trasmette dall’Egitto. “Il programma di Seif non si basa sulla forza delle armi, ma sulla riconciliazione nazionale. Bisogna indire un forum nazionale senza alcuna esclusione e decidere la tempistica per le elezioni e, dopo, il varo di una nuova Costituzione” sostiene Gilushie, il suo uomo in Europa. L’invisibile “spada” dell’Islam non compare mai in pubblico. Si è collegato in video con i suoi contatti ad alto livello a Mosca, e lo scorso anno via audio con una riunione dei Tuareg, a Ghat nel sud del Paese, che lo hanno sempre appoggiato. Il 22 febbraio la tribù Msallata ha invitato, nero su bianco, il figlio di Gheddafi a farsi carico “della riconciliazione in Libia”. I gheddafiani speravano nell’invito alla Conferenza di pace dell’Onu, che doveva tenersi a Gadames fra il 14 e il 16 aprile, alla fine cancellata a causa dei combattimenti.

“Saif è un attore fondamentale, ma dietro le quinte con fondi familiari depositati chissà dove” sottolinea Arturo Varvelli a Panorama dell’Ispi, centro studi di Milano. “Indubbiamente c’è nostalgia per il passato, quando uscivi di casa e non avevi paura di venire derubato o rapito dai miliziani di turno. Il figlio di Gheddafi, però, non ha chence reali. Haftar gli ha rovinato la piazza assorbendo gli ex gheddafiani. Ma pure lui, a più di 70 anni, per quanto riuscirebbe a fare l’uomo forte anche prendesse il potere?” Non è d’accordo Paolo Quercia, fondatore di un altro think tank, il Cenass. “Più la situazione libica si fa confusa, più l’opzione di un ritorni del figlio di Gheddafi diventa credibile” sostiene l’esperto di Geopolitica. “Deve però uscire allo scoperto e iniziare a trattare con i vari attori”

Additional Info

  • Testata giornalistica: Panorama
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