Lunedì, 29 April 2019 16:21

In Libia Roma deve fare i conti con il sostegno saudita a Haftar

Written by Giuseppe Cucchi
Vota questo articolo
(0 Voti)

L’improvviso divampare di una fiammata di guerra in Libia ha sorpreso non soltanto le Nazioni Unite che puntavano sul negoziato e sul programmato incontro di Gadames ma anche tutti coloro che nella scelta fra i due maggiori contendenti si erano schierati con Serraj ed il Governo di Tripoli. E probabilmente non soltanto quelli, considerato come le prime reazioni ed il comportamento successivo dei russi e degli europei che da sempre sostengono Haftar abbiano rivelato per lo meno il fastidio  di chi è stato avviato soltanto all’ultimo momento, allorché la macchina bellica di Bengasi era già avviata e non si poteva più tornare indietro. In realtà i veri protagonisti dietro le quinte, gli ispiratori di questa guerra “in conto terzi”, come essa è stata definita da Serraj in una recente intervista ad una nostra televisione, sembrano infatti essere stati l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, confortati dal supporto di un Egitto che resta indispensabile senza però divenire mai particolarmente appariscente. Si tratta di una realtà che sempre più si impone, nel procedere di operazioni che tra l’altro con il passare dei giorni si stanno rivelando molto più costose di quanto era stato inizialmente preventivato. Di recente ad esempio i combattenti schierati con Tripoli hanno lamentato l’uso contro di loro di droni armati, mezzi modernissimi certo non reperibili sul mercato ma disponibili nell’imponente arsenale emiratino. Se la notizia fosse confermata essa sarebbe un altro indizio di una realtà perlomeno preoccupante. È ben chiaro infatti come Riyad ed i suoi alleati degli Emirati Arabi Uniti siano ormai avviati sulla pericolosa china di una aggressiva  politica di potenza condotta con una assenza di scrupoli decisamente machiavellica ed orientata in tutte le possibili direzioni. Nel muoversi in questa maniera il giovane Bin Salman ha tra l’altro avuto l’accortezza di proclamarsi l’alfiere della causa sunnita, indicando come suo primo e principale avversario l’Iran sciita nonché  il regime degli hayatollah attualmente al potere a Teheran. Si è trattato di una mossa che gli ha consentito di conseguire tre risultati in un colpo solo. Agli occhi dell’ecumene sunnita egli si è infatti qualificato come il primo ed il più attivo dei suoi campioni. La scelta di contrastare l’Iran gli ha inoltre attirato le simpatie di un Israele che ha anche esso Teheran al culmine delle sue preoccupazioni. In pari tempo infine essa ha consolidato  gli stretti  rapporti già esistenti fra Riyad e un presidente americano che ogni volta che si parla di Hayatollah sembra voler seguire più la via del risentimento che quella della ragione. Bin Salman si è ritrovato così libero di condurre nel sud della penisola una guerra senza esclusione di colpi contro gli Houti yemeniti che dovrebbe al suo termine consentirgli di controllare l’accesso di sud est al Canale di Suez. Contemporanea e forte è stata poi la pressione esercitata  da Riyad e degli Emirati in un Corno d’Africa allargato, col risultato che l’influenza saudita è ora in rapida crescita in Sudan, nei vari tronconi di quella che era la Somalia, a Gibuti, in Eritrea, in Kenya e persino in un Paese in gran parte cristiano come l’Etiopia. Tra l’altro è proprio da due di questi paesi, Somalia e Sudan, che l’Arabia ha robustamente attinto per reclutare volontari da utilizzare come truppe di terra in Yemen. Adesso, approfittando anche della relativa dipendenza di un Egitto che non può fare a meno del sostegno economico saudita, Bin Salman provare a giocare quella carta Haftar che se risultasse vincente gli consentirebbe  anche di affacciarsi al Mediterraneo, facendo del suo paese una vera e propria potenza regionale e del giovane principe la bandiera dell’intero mondo arabo sunnita. Un intendimento che spiega come gli altri aspiranti alla leadership di settore, Turchia e Qatar, siano decisamente schierati nel campo contrario. Sul terreno e nella politica e diplomazia internazionale le cose libiche  stanno intanto andando avanti. L’ultima novità da registrare è il voltafaccia americano, con Trump schierato dalla parte di Haftar malgrado tutte le promesse a suo tempo fatte all’Italia. Un episodio che conferma anche come sia l’Arabia il vero protagonista nell’attuale rinnovarsi del caos libico. E l’Italia? Noi a questo punto siamo ridotti a porci malinconicamente la domanda “cui prodest?” (A chi giova tutto ciò?). Certo non a noi.

Additional Info

  • Testata giornalistica: La Stampa
Read 64 times