Mercoledì, 06 February 2019 11:46

Tripoli, bel suol d’affari. Per Roma e Parigi

Written by Rachele Gonnelli
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Tutto ruota oggi intorno alle commesse di Fincantieri ed Eni. L’Italia partecipò obtorto collo ai raid aerei contro Gheddafi per tutelare gli impianti del Cane a sei zampe. Tolto di mezzo il rais, la rivalità con la Francia è rimasta legata alle due autorità in conflitto: Serraj e Haftar.

“Il colonialismo non è un tipo di relazioni individuali, ma la conquista di un territorio nazionale e l’oppressione di un popolo, tutto qui”, diceva Frantz Fanon alla fine degli anni Cinquanta. Rispetto a quell’epoca il mondo è molto meno lineare. Il neocolonialismo che rispunta ovunque, si mischia con nuovi grandi attori, non europei, sullo scacchiere mediorientale e nordafricano, basti pensare alle potenze del Golfo o alle aspirazioni neo imperiali di Putin e Erdogan. Eppure solo nominare il neocolonialismo francese in Africa oggi, senza peraltro un’analisi attenta, ha innescato una frizione diplomatica rivelatrice del dito nell’occhio che significa un’accusa simile. E l’Italia allora? I rapporti tra Italia e Libia hanno attraversato due fasi: prima della seconda guerra mondiale e dopo. Nella prima fase, dopo la guerra italo-turca del 1911 contro gli ottomani, l’Italia ha commesso crimini efferati, come riportato nei libri di Angelo Del Boca, durante i vent’anno di guerriglia anti-italiana dell’eroe cirenaico Omar al Mukhtar: confische, uccisioni di massa, campi di concentramento. La seconda fase è segnata dall’ascesa di Muammar Gheddafi, figlio di un muntaz – un ufficiale delle truppe coloniali italiane – che con un colpo di stato militare detronizza nel ’69 re Idris al Senussi, legato a doppio filo ai britannici e agli interessi di Bp e Shell.“Non c’è alcun dubbio: l’Italia ha fondato la Libia moderna e Gheddafi era il miglio alleato dell’Italia, oltre che l’elemnto di stabilizzazione contribuendo a frenare le migrazioni dal Sahel”, ci dice Gianluca Podestà, professore di Storia economica alla Bocconi esperto di colonialismo. A ben vedere, la Libia di Gheddafi è stata inizialmente – e in parte lo è ancora – prima di tutto un pull-factor, un magnete dei flussi migratori dall’Africa subsahariana, piuttosto che u push-factor, un gendarme per detenzioni e respingimenti per conto terzi, l’Italia e l’Europa. L’urbanizzazione di Tripoli, dove si è trasferita circa un terzo della popolazione, gli impianti petroliferi, e tutto l’indotto hanno attirato milioni di immigrati, soprattutto africani, in condizioni di grave sfruttamento. Dai primi anni Duemila Gheddafi si butta nel nuovo business della detenzione di immigrati illegali – cioè a discrezione tutti gli africani non arruolati nell’esercito della Jamahirya – costruendo hangar di raccolta a Kufra, Zuwara, Sebha con il contributo dello Stato italiano, ovvero negli stessi luoghi e con condizioni non dissimili dalle attuali, come risulta da relazioni dell’Unhcr. Il business viene poi perfezionato nel trattato di cooperazione firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 da Gheddafi e da Silvio Berlusconi, ratificato nel 2009 a Roma – con grande fasto di cammelli, attendamenti e “vergini” ingaggiate come hostess: un accordo bilaterale che prevede un partenariato militare, impegni alla non aggressione reciproca anche in parziale deroga al patto atlantico, ingenti investimenti nell’arco di un ventennio oltre a un consistente indennizzo per l’occupazione coloniale. In quegli anni però il Colonnello gioca una partita doppia, e se fa mostra di avere in mano un potere ricattatorio notevole minacciando di riaprire le rotte migratorie verso l’Italia, in Francia manda emissari con valigette di banconote – almeno 50 milioni di euro secondo quanto scoperto dal sito d’inchiesta Mediapart nel 2013 – per finanziare la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy. Nel 2011 con il pretesto di aiutare gli insorti della Cirenaica duramente repressi dal regime, la Francia che ha già perso il suo “cavallo” ben Alì in Tunisia, insieme alla Gran Bretagna, trascina l’Italia obtorto collo e gli Stati Uniti a bombardare la Libia. Secondo il generale Vincenzo Camporini, all’epoca capo di Stato maggiore della Difesa, fu una “guerra della Francia contro l’Italia per interposta Libia” e “l’Italia fu costretta a partecipare ai raid per evitare che fossero distrutti gli impianti Eni”. Tolto di mezzo Gheddafi, le rivalità con i cugini d’Oltralpe in Libia sono rimate legate alle due autorità in conflitto, con Roma ancorata al premier di tripoli Serraj ( e alla sua Guardia costiera) e Parigi disposta ad appoggiare il generale cirenaico Haftar.Sono due i dossier incandescenti tra i due Paesi, attualmente: le acquisizioni di Fincantieri nella cantieristica navale francese, sia civile che militare, e la Libia. E sicuramente quest’ultimo è quello più rilevante per l’Italia, visto come la monocultura dei campi petroliferi sia legata mani e piedi dell’Eni, unica multinazionale tricolore, ancora in grado di giocare come player internazionale.Nel settembre di due anni fa l’inviato speciale Onu, il franco-libanese Ghassam Salameh, ha annunciato un piano di azione per la stabilizzazione della nostra “quarta sponda” che dovrebbe comportare una modifica costituzionale, un referendum confermativo e la convocazione entro la primavera 2019 di elezioni generali “libere e sicure” oltre un pacchetto di riforme economiche volte a limitare il differenziale tra cambio ufficiale e cambio al mercato nero – su cui lucrano le milizie – e l’eliminazione dei sussidi statali sui carburanti. Questo processo, di cui era parte la conferenza di Palermo, appare al momento impantanato con una riesplosione dei conflitti armati nella capitale e un’intensa attività militare del generale Haftar a Sebha, sulle rotte dei migranti attraverso il deserto. Si nota un intensi attivismo della nuova ambasciatrice francese Beatrice Le Frapper du Hellen, che si è impegnata a riaprire la sede diplomatica a Tripoli entro primavera mentre il nuovo ambasciatore italiani Giovanni Buccino Grimaldi è atteso ormai da settimane. I libici nel frattempo sono sempre più esacerbati dal proiettarsi del conflitto e dalle condizioni di vita sempre peggiori. In base a una consultazione condotta per conto della missione Unsmil (United nations support mission in Libya) – realizzata con 77 incontri, sui social network e attraverso questionari soprattutto tra intellettuali, professori e professionisti della classe media urbana – la popolazione ritiene che non si riesca a raggiungere la pace e unicamente per le interferenze delle potenze straniere. Intrighi politici, corruzione di doganieri e funzionari, sparatorie tra milizie servirebbero solo a perpetrare lo status quo, a tutto vantaggio degli interessi esteri. Con un saccheggio sistematico delle risorse incorporate nelle tre istituzioni rimaste: Banca centrale, compagnia statale petrolifera Noc, e fondo sovrano creato da Gheddafi (Lia) da 67 miliardi di dollari, congelato dall’Onu con la guerra ma su cui cercano di speculare, da JP Morgan a Goldman Sachs e Société generale. Perché il neocolonialismo oggi non marcia solo col fucile in spalla o nei tubi delle pipeline, si muove anche sui mercati finanziari.

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