Giovedì, 31 January 2019 15:53

Un carnefice e la sua generazione perduta.

Written by Gigi Riva
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Ogni rivoluzione è tradita e quella libica non fa eccezione. Sopravvive un gheddafismo senza Gheddafi che segna una continuità tra dittatura e caos. Il popolo si è liberato del corpo del colonnello che tuttavia continua a invadere le menti. I suoi uomini tornano nei gangli di quelle che sono larve di istituzioni, nella perenne rivincita dei camaleonti. Chi aveva qualche ideale di cambiamento, progresso, libertà, si arrangia come può. Imbraccia il fucile per se stesso e non più per una causa, ingenuo ad averci creduto. Francesca Mannocchi nel suo libro, “Io Khaled vendo uomini e sono innocente”, riveste dello specifico della Libia una lezione universale. Fa parlare in prima persona, dall’inizio alla fine, un trafficante di migranti, senza pretesa di divulgare una qualunque morale ma dando voce alla faccia oscura della luna, dove le polemiche salviniste sulle ong, i porti aperti e chiusi, gli scontri tra cancellerie europee, i dibattiti sull’accoglienza o i respingimenti, sono echi lontani, soppesati solo per rispondere alla domanda: come possiamo continuare a fare business? L’operazione è coraggiosa perché Khaled, il protagonista, è un personaggio in chiaroscuro, emergono le sue nefandezze accanto a qualche alibi. E quando per paragone lo si misura con altri cattivi più cattivi si finisce con il parteggiare per lui. Eppure non gli sono concessi sconti. Si narra dei suoi omicidi, del suo stupro, del suo arricchirsi alle spalle degli “africani” (come se i libici non lo fossero) e dei più remunerativi siriani. Del suo cinismo per necessità. Anche di qualche gesto in controtendenza quando la brutalità è insopportabile persino per chi spinge masse di persone in mare non sapendo se, sull’altra sponda del Mediterraneo, rivedranno la terra o saranno sepolte nel cimitero d’acqua. Era un combattente delle milizie di Misurata, Khaled, ha visto morire in battaglia l’amato fratello a cui avrebbe voluto somigliare e il suo intrepido comandante. Era nella schiera dei vincitori, non ha scelto un facile risarcimento ministeriale preferendo la strada del malandrino, più apertamente disonesta delle carriere in ufficio tra corruzione dilagante e scientifica distruzione dall’interno delle istituzioni del Paese che non c’è. Francesca Mannocchi ha fatto tata Libia da giornalista accumulando una conoscenza profonda, qui messa a disposizione della forma letteraria per completare ciò che resta nel taccuino. Il suo protagonista è la somma di tanti mercanti di uomini incontrati. L’intreccio narrativo un espediente per restituire la complessità di una storia così eccessiva da debordare oltre la cronaca. L’autrice obbliga a voltare il cannocchiale, a chiedersi cosa avrei fatto io se…, a rallegrarsi infine per essere nati sul lato opposto del mare dove per fortuna si ha il privilegio di non porsi questa domanda, dove si accende la televisione e si commenta. Certo, tra il bene e il male c’è sempre la possibilità di scelta, si può sempre dire un sì o u no. La scelta di Khaled, da lui considerata eroica, è stata quella di restare nel paese quando poteva andarsene per la sua personale e agiata diaspora. Di essere contemporaneamente carnefice e benefattore dei molti “dipendenti” che campano alle sue spalle, che lo implorano di dividere una fettina di torta per sfamare la famiglia. I migranti sono l’oro nero della nuova Libia, un patrimonio da non dividere con le potenze straniere come l’altro oro nero, il petrolio. E mai apertamente dichiarata, ma pervasiva, risuona l’accusa alle forme di neocolonialismo non così dissimile da quello del passato. Come in una tragedia greca, sul proscenio salgono altri personaggi a completare lo scenario di un0umanità perduta nel tempo apocalittico. Anche, come un grillo parlante, la madre di Khaled, restia nell’accettare i doni del figlio dopo aver scoperto che grondano di sangue, nel desiderio di perpetuare quel ruolo di genitrice che dispensa buoni consigli seppur fuori tempo massimo. Al padre, infine, Khaled rinfaccia la vigliaccheria della vecchia generazione che tutto accettò dal dittatore, scendendo fino al gradino basso della delazione e del tradimento di amici e congiunti. Non era migliore. La vecchia e la nuova Libia sono accomunate dal deserto della pietà.

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  • Testata giornalistica: L'Espresso
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