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A
chi ha dovuto lasciare la Libia indennizzato metà valore
Il Sole
24 ore
13 dicembre
2004
Gerardo
Pelosi
E'
sempre difficile tradurre in cifre accettabili i sacrifici di
una vita, quasi impossibile indennizzare emozioni e sentimenti
che sono quanto di più personale e meno "valutabile".
Se a questa difficoltà si aggiungono le lentezze della
pubblica amministrazione e la miopia di burocrati interessati
unicamente a rispettare i vincoli di bilancio, si producono quelle
"ferite" che ancora pesano sulle famiglie dei 20mila
italiani residenti in Libia costretti, nel '70 dal colonnello
Gheddafi, a lasciare i loro beni e fare ritorno in Italia.
Lunga
attesa . Un "calvario" che conosce molto bene Giovanna
Ortu presidente dell'Airl, l'associazione che riunisce gli italiani
residenti in Libia che hanno ottenuto, nel corso degli anni, molti
riconoscimenti, fino alla possibilità, realizzatasi il
17 novembre scorso, di fare ritorno in Libia per visitare i luoghi
in cui molti di loro sono nati, hanno vissuto e lavorato.
«È
stato un segnale importante per la normalizzazione dei rapporti
tra Roma e Tripoli — osserva la Ortu — ma le nostre richieste
al Governo italiano comprendevano anche il restauro del cimitero
italiano e la chiusura della vicenda degli indennizzi con una
somma simbolica di 50 milioni di euro per il 2004 e di 100 milioni
per i successivi due anni». Complessivamente 150 milioni,
necessari a finanziare la proposta di legge del senatore di An
Riccardo Pedrizzi, presentata tre anni fa ma bloccata per la mancanza
di copertura finanziaria.
Il
viceministro dell'Economia, Mario Baldassarri, ha promesso che
in Finanziaria sa ranno stanziati i primi 50 milioni.
«C'è
però il rischio serio — aggiunge la Ortu — di non vedere
riconosciuti neppure questa volta i nostri diritti, dopo che gli
stessi rappresentanti di Gheddafi hanno ribadito che le confische
dei nostri beni andavano considerate come risarcimento per i danni
del periodo coloniale. L'oggetto della loro azione non eravamo,
dunque, noi, ma lo Stato italiano».
Gli
indennizzi. Ciò nonostante, dal '70 ad oggi, precisa la
Ortu, con una lentezza esasperante una base di indennizzo è
stata riconosciuta e liquidata. «La perdita subita dagli
italiani che hanno dovuto abbandonare dall'oggi al domani case,
aziende, terreni, esercizi commerciali — aggiunge la presidente
dell'Airl — era stata valutata in maniera molto prudenziale dalle
autorità italiane in 200 miliardi di lire e solo per il
valore immobiliare. Se, però, si considerano anche i depositi
bancari e gli avviamenti delle attività imprenditoriali,
la cifra sale a 400 miliardi del '70, vale a dire circa 3mila
miliardi di lire di oggi».
Tra
il '72 e il '79, sono stati corrisposti 32 miliardi di lire in
base alla legge 1066/71, che prevedeva
acconti
scalari nella misura del 15% del valore perduto. Tra l'80 e l'85,
con la legge 16 dell'70, sono stati corrisposti altri 86 miliardi
come saldi al valore del '70. Tra I'85 e l'88, con la legge 135/85,
sono stati stanziati 168 miliardi come coefficiente di maggiorazione
dello 0,90%, mentre tra il '96 e il Duemila sono stali erogati
15 miliardi, in base alla legge 98/94, per gli avviamenti commerciali.
Complessivamente, circa 150 milioni di euro che non coprono neppure
il valore dei beni nel '70.
Il
dossier è ora nelle mani del nuovo ministro degli Esteri
Gianfranco Fini, che un anno fa si assunse l'impegno di risolvere
il problema indennizzi con la Finanziaria 2004.
Costretti
a fuggire
Gli
italiani abbandonano la Libia: le tappe
•
II cambio di regime. Il 1° settembre 1969 il colonnello Gheddafi
si pone a capo di un colpo di Stato, rovesciando il regime di
re Idris e proclamando la Repubblica libica. Dal 1929 e fino alla
Seconda guerra mondiale la Libia era stata una colonia italiana
e molti nostri connazionali, anche dopo che il Paese aveva riconquistato
l'indipendenza, vivevano e lavoravano lì. Tanti vi erano
nati.
•
L'espatrio. Dal momento del colpo di Stato, circa 20mila italiani
che risiedono in Libia sono costretti a tornare a casa, abbandonando
case, attività e ogni altro tipo di bene, che vengono confiscati
dal nuovo regime, che li considera un risarcimento per il periodo
in cui il Paese era colonia dell'Italia.
•
II valore. I beni perduti dai nostri connazionali in Libia è
stato stimato in circa 400 miliardi di vecchie lire.
(torna su)
Gli
emigrati perdono un tesoro
Il Sole
24 ore
13 dicembre
2004
Marco
De Ciuceis
Centomila
famiglie «sfollate» a rovescio. Sono quelle che nel
corso degli ultimi 60 anni sono state costrette a rimpatriare
in Italia dopo aver dovuto abbandonare i loro beni all'estero.
Eventi a volte legati all'ascesa al potere di un nuovo regime
che decide di espropriare i beni degli stranieri e di espellerli
o ad atti amministrativi delle autorità estere (per esempio,
nazionalizzazioni o espropri per pubblico interesse) o ancora
— ma è il caso solo dell'ultimo conflitto mondiale — a
situazioni di guerra.
Una
volta ritornati in Italia, i nostri connazionali hanno cercato
di recuperare parte del valore dei beni perduti. E hanno battuto
cassa presso lo Stato, che al riguardo ha varato legislazioni
ad hoc, che, però, sono riuscite a garantire, a fatica,
solo risarcimenti parziali. Situazione che si sta cercando di
correggere: il Parlamento ha all'esame un disegno di legge che
estende i casi di indennizzo e aumenta le risorse. Il Governo
intende, però, accelerare i tempi e sta pensando di ricorrere
a un emendamento alla Finanziaria.
Le
domande di risarcimento. Nel corso degli anni sono state presentate
50.600 domande di indennizzo per gli eventi precedenti al trattato
di pace che ha chiuso la seconda guerra mondiale, di cui 35mila
solo per le conseguenze indotte dalla cessione dei territori italiani
alla ex Jugoslavia.
Altre
12.400 richieste sono state, invece, inoltrate successivamente
alla pace, 6.500 delle quali da parte degli italiani espulsi dalla
Libia e che solo di recente sono potuti tornare a visitare i luoghi
in cui hanno vissuto (si veda l'articolo a fianco).
I
beni perduti. Il valore stimato dei beni perduti dagli italiani
all'estero ammonta complessivamente a 10 miliardi di euro, ma
i risarcimenti erogati non raggiungono il miliardo. La prima disciplina
organica per la concessione degli indennizzi è stata dettata
dalla legge 16 del 1980, la quale ha previsto di ripagare i cittadini,
gli enti e le società italiane che avessero perso — in
seguito a confisca o a provvedimenti limitativi della proprietà
adottati dalle autorità straniere — beni, diritti e interessi
posseduti in territori già soggetti alla sovranità
italiana o all'estero. La norma ha messo ordine in una legislazione
prima costituita da disposizioni diverse e da trattati specifici.
La
procedura di risarcimento. I soggetti interessati all'indennizzo
devono possedere la cittadinanza italiana e presentare al ministero
dell'Economia una domanda corredata della documentazione che attesti
la titolarità dei beni confiscati e il loro valore. Sono
risarcibili le perdite di immobili a di attività imprenditoriali,
mentre sono esclusi i beni voluttuari e di lusso.
Due
commissioni interministeriali svolgono gli accertamenti avvalendosi
degli uffici tecnici erariali e,
in
alcuni casi, chiedendo anche alle ambasciate e ai consolali italiani
di effettuare indagini e sopralluoghi. Nel caso degli espropri
devono, per esempio, valutare se si tratta di un abuso o meno.
Se l'istanza viene accolta, il risarcimento viene determinato
moltiplicando il valore accertato dei beni per un coefficiente
di rivalutazione che varia da Paese a Paese. I danneggiati lamentano,
però, l'esiguità dei parametri di rivalutazione,
che a volte risultano anche 10 volte più bassi del tasso
di svalutazione della lira.
Nel
'94 è arrivata la legge 98, che ha previsto la possibilità,
per i cittadini in attesa di risarcimento, di ricorrere, in caso
di controverie, al giudice ordinario.
La
riforma io cantiere. Il 5 maggio di quest'anno l'onorevole Riccardo
Ricciuti (Forza Italia) ha depositato alla Camera una proposta
di legge, assegnata alla commissione Bilancio, per adeguaregli
indennizzi, ritenuti inadeguati. L'obiettivo è anche snellire
e rendere più trasparente il lavoro delle commissioni.
La
riforma, che prevede uno stanziamento annuale di 150 milioni di
euro fino al 2006, intende risarcire anche i cittadini costretti
a scappare dai Paesi stranieri per cause belliche o di guerra
civile e ampliare la tipologia dei beni risarcibili. Per quanto
riguarda i coefficienti di rivalutazione del valore dei beni perduti,
la proposta è di prendere come parametro l'indice dei prezzi
al consumo dell'Istat.
Iraq.
Diverso e più efficiente è stato, invece, l'iter
del risarcimento per i beni perduti in Iraq a partire dalla prima
guerra del Golfo. Di essi si è occupata una commissione
formata dall'Onu, che ha adottato procedure molto snelle, basate
su una autocertificazione dei soggetti interessati, da cui veniva
desunto il loro tenore di vita.
Ancora
all'esame pratiche presentate 24 anni fa
Non
è certo entusiasta di come è stata gestita la concessione
degli indennizzi dal 1980 ad oggi.
«Se
la legge 1980 — afferma Adriano Bilardi, presidente del Comitato
italiano profughi e rimpatriati dall'estero — era un vero e proprio
libro dei sogni, perché stabiliva che venisse corrisposto
per intero il valore dei beni perduti all'estero, l'applicazione
che ne è stata fatta l'ha svilita notevolmente».
Bisogna,
infatti, tenere conto che nella maggior parte dei casi coloro
che se ne sono dovuti andare dai Paesi stranieri lo hanno fatto
frettolosamente, senza il tempo di mettere insieme una documentazione
completa dei loro diritti e che, quindi, non si riesce a provare
la proprietà di quasi la metà dei beni.
«Anche
la possibilità di presentare una dichiarazione giurata
— spiega Bilardi — è venula in molti casi meno, perché
la dichiarazione non fa fede per sé, ma necessita di un
giudizio di asseverazione da parte di ambasciate e consolati,
che molte volte dichiarano di non aver raggiunto la prova dei
fatti.
I
Governi stranieri, poi, tendono a essere reticenti. Se, infine,
consideriamo che a volte gli indennizzi arrivano dopo decine di
anni dall'abbandono dei beni e non si tiene conto della svalutazione,
in alcuni casi il danneggiato arriva a percepire non più
del 20% del valore di ciò che ha perduto".
Dal
ministero dell'Economia, deputato a ricevere ed esaminare le richieste
di risarcimento, replicano che ciò che il rimpatriato perde
è soprattutto il sistema di relazioni sociali e di valori
condivisi dalla comunità italiana in quel Paese, elementi
che è molto difficile quantificare economicamente.
“Questo
è vero — ammette Bilardi — e bisogna inoltre sottolineare
come lo Stato ci sia stato vicino anche moralmente, per esempio
includendoci nella quota protetta per le assunzioni o concedendoci
in Italia la licenza commerciale perduta all'estero. Ma non possiamo
dimenticare la lentezza con cui vengono esaminate le pratiche.
In Francia, l'iter dei risarcimenti per i fatti di Algeria si
è concluso in meno di dieci anni. Da noi si stanno ancora
valutando richieste presentate prima del 1980».
(torna su)
Libia:
che fare per il Cimitero di Hammangi?
Forum
- Il direttore risponde
Avvenire
3 dicembre
2004
Caro
Direttore, la ringrazio davvero di cuore per lo spazio che il
suo giornale ha dedicato al problema del cimitero di Hammangi,
col reportage da Tripoli di Giovanni Grasso. In lui, oltre al
giornalista, abbiamo incontrato un amico sensibile e partecipe.
Per quanto riguarda la ristrutturazione del nostro cimitero, le
segnalo le tante lettere giunte all'Airl e da noi pubblicate sul
secondo dei numeri speciali di "Italiani d'Africa",
a testimonianza della grande trepidazione con la quale viene seguito
questo problema. Confido che Avvenire non vorrà abbandonarci
fino a che non si sarà reperita la somma necessaria alla
realizzazione del progetto di recupero.
Giovanna
Ortu, presidente Airl
Associazione
italiani rimpatriati dalla Libia
Caro
Direttore,
abbiamo
letto sul giornale del 19 novembre il triste racconto del degrado
del cimitero italiano di Tripoli. Per noi non è storia
nuova: sono anni che l'Airl si batte per un'adeguata sistemazione
dell'area cimiteriale e pare assurdo che adesso che c'è
il consenso di Italia e Liba e vi sono tutti i permessi necessari,
non si trovino i fondi per dar corso ai lavori. Bisogna si dia
immediata e degna sistemazione alle circa 8.500 salme di nostri
connazionali che giacciono là abbandonati nel degrado più
avvilente, come sottolineato anche dal reportage di Giovanni Grasso
citato all'inizio.
Andrea
Alagna, Francesco Bardo, Ignazio Scalia, Angelo e Orlando Tripodi,
Claudio Maroso
Latina
Tutti
i passi formali sono compiuti. Ogni ostacolo burocratico è
stato superato. La caduta delle sanzioni decise a suo tempo dall'Occidente
nei confronti della Libia e la cordialità dei vari incontri
tra il colonnello Gheddafi e il premier Berlusconi e il prof.
Prodi nella sua veste europea hanno spianato la strada anche a
quest'ultimo passo nella normalizzazione dei rapporti tra i due
Paesi. Ora l'intera pratica del recupero del cimitero di Hammangi
è in carico al nostro ministero degli Esteri che deve reperire
i quattro milioni e mezzo di euro necessari per la realizzazione
del progetto (e concordati). La tenacia degli amici dell'Airl,
documentata da queste lettere e da quelle che abbiamo avuto occasione
dì ospitare nei giorni seguenti la pubblicazione del reportage
da Tripoli di Giovanni Grasso, è stata un elemento fondamentale
per impostare e far giungere a buon termine la trattativa col
governo libico. Ma ora bisogna andare avanti. Un ritardo nell'erogazione
dei fondi non si tradurrebbe solo in una brutta figura per il
nostro Paese, ma offrirebbe anche un segnale contraddittorio e
inaccettabile ai nostri interlocutori dell'altra sponda del Mediterraneo.
Sarebbero infatti autorizzati a trarre la conclusione che ci interessa
solo ciò che ha a che fare con la nostra sicurezza- vedi
il controllo dell'immigrazione- e col nostro portafogli - rilancio
del commercio -. Sono aspetti questi che, indubbiamente, ci premono,
ma scadrebbero nella grettezza se non fossero integrati da un
disegno più alto, in grado di dimostrare che “civiltà”
non è termine avvizzito e retorico. Quale simbolo più
degno di tale ambizione, del recupero del cimitero di Hammangi?
Quando le lapidi divelte, le tombe profanate, le erbacce, le carcasse
e i rifiuti saranno solo un dolente ricordo, allora il passato
di conflitti sarà davvero sanato. E anche il vostro doloroso
turbamento potrà placarsi. Intanto, per accelerare i tempi,
potreste allargare la vostra colletta "simbolica" (presentata
anche sul sito www.airl.it), aprendola a tutti gl'italiani che
condividono l'obiettivo di ridare al più presto degna sistemazione
ai nostri connazionali sepolti ad Hammangi. Sono convinto che
molti aderiranno.
(torna su)
Roma-Tripoli,
la rinascita di un possibile futuro
Il disgelo
cominciò due anni fa per il restauro del cimitero cristiano
di Hammangi
Secolo
d'Italia
1 dicembre
2004
Federico
Guiglia
Il
disgelo cominciò due anni fa, quando italiani e libici
s'incontrarono a Tripoli per un cimitero: il "Cimitero Cristiano
di Hammangi" abbandonato a se stesso, come quei ventimila
connazionali espulsi dalla mattina alla sera, una mattina del
1970. Nel nome dei morti, italiani e libici hanno costruito, incontro
dopo incontro, un nuovo futuro per i vivi, come racconta l'imprenditore
Luigi Sillano, che ha partecipato per conto del l'Associazione
italiana rimpatriali dalla Libia a tutte le trattative un tempo
silenziose, e ora concluse con l'annuncio del progetto approvato
per restaurare il cimitero. Di nuovo un simbolo, la rinascita
di una possibile, moderna collaborazione fra Roma e Tripoli.
Per
la prima volta Sillano racconta tutto. Racconta delle emozioni
nel rivedere la sua terra di nascita e la sua casa d'infanzia,
dei libici che gli dicevano "bentornato", e in italiano,
del futuro speciale tra Italia e Libia che si può costruire,
forse e finalmente, nel Mediterraneo. A dimostrazione del fatto
che anche le svolte della grande politica sempre derivano dalle
piccole storie degli uomini, prima ancora che dagli interessi
strategici ed economici.
Luigi
Sillano è nato, naturalmente, a Tripoli e ha sessantasette
anni.
Qual
è stata l'emozione della prima volta?
Ho
lascialo Tripoli a trentatré anni e ci sono tornalo esattamente
dopo trentatré anni...
Dedicato
a chi non crede nella divina Provvidenza...
Veramente.
La cosa che più mi ha colpito, la prima volta, è
stata la diversità fra la città abbandonata e quella
ritrovata. Quella di allora era a misura d'uomo, con una certa
architettura tipica di una città che si estendeva in larghezza
più che in altezza. Due anni fa ho trovato i palazzoni
e quartieri radicalmente trasformati; una classica rappresentazione
orientale.
Ha
ritrovato testimonianze anche della lunga storia italiana?
Sì.
Alcune parti della zona vicino all'ospedale dove abitavo io, sono
rimaste tali e quali. Tant'è che ho ritrovato il blocco
delle villette dove risiedevamo. Sono andato a rivedere pure la
mia casa paterna, dove ho vissuto per trentatré anni e
dove sono nati i miei figli. Può immaginare quali sensazioni
abbia provato...
Come
l'hanno accolta i libici che l'abitano oggi?
Io
ho avuto molte perplessità prima di farmi vedere. Finché
ho vinto ogni remora e un venerdì, di mattina presto, sono
andato "a casa" con un amico del consolato. È
uscito il nuovo proprietario, gli ho spiegato chi fossi e mi ha
accolto con calore (e ancora non erano maturi i tempi, perché
gli eventi decisivi sono di queste ultime settimane). Mi ha fatto
scattare delle fotografie, insisteva perché entrassi in
casa, cosa che non ho fatto. Anche per rispetto alle donne presenti.
Io so come ragionano.
La
sua vicenda insegna che i rapporti tra libici e italiani, nonostante
tutto, erano e sono di prim'ordine. O no?
Le
mie sensazioni erano inequivocabili. Anche parlando con i guardiani
del cimitero e con quanti erano coinvolti nelle trattative, io
vedevo l'apertura.
Parlava
in italiano o in inglese?
Loro
si impegnavano a parlare in italiano. Con un misto di italiano
e di inglese ci siamo fatti capire. Ma ho notato che parecchi,
soprattutto quelli della generazione cinquantenne -tipo l'ingegnere-capo
del Comune -si sforzavano di parlare in italiano. Negli incontri
ufficiali c'era e c'è il traduttore arabo e viene assicurato
il rispetto rigoroso del protocollo. Ma finiti i rapporti istituzionali,
fuori dalle riunioni si parla inglese e italiano. E loro non hanno
né paure né remore.
Lei
che cosa faceva in Libia, ai tempi?
L'imprenditore.
Mio padre faceva l'imprenditore. Mio nonno faceva l'imprenditore.
In
che ambito, e da quando?
Nel
settore edile e stradale. Mio nonno arrivò nel 1911 e mia
madre, tuttora vivente, è nata a Tripoli nel 1916.
La
mamma è tornata o tornerà?
No,
l'emozione sarebbe troppo forte.
La
vostra era una famiglia bene inserita, si deduce...
Avevamo
una ditta affermata, sì. Facevamo tanti lavori, anche per
conto del governo. Quando abbiamo lasciato la Libia e ci sequestrarono
tutto, contavamo, per darle l'idea, su una forza di quasi cinquecento
operai tra "importati" - come chiamavamo gli italiani
- e libici. Avevamo dei grandi cantieri sia a Tripoli che a Tobruk.
La nostra era fra le più grosse imprese.
Che
cosa ricorda del giorno dell'espulsione?
Per
me è stato particolarmente drammatico. Quasi tutti riuscivano
a partire ma io no, perché c'era il colera e mia moglie
stava per partorire. Ornella, mia figlia, aveva cinque giorni
quando siamo andati via.
Adesso
è tornata con me, nei giorni scorsi. E pertanto è
stata l'ultima italiana nata a Tripoli a partire; e la prima a
rientrare con la delegazione. Pensi quali sentimenti anche per
lei... Con gli occhi rivedeva i luoghi che per tanti anni noi
le avevamo raccontato e illustrato in Italia. È come se
le avessimo trasmesso una grande fotografia, e lei ha potuto osservare
i posti da cui l'avevamo scattata. Ornella s'è commossa
più di me nel vedere la casa di famiglia. Anche questa
seconda volta i proprietari hanno insistito perché entrassimo.
Ci hanno raccontato di particolari della casa che hanno voluto
lasciare intatti dai tempi di mio padre..... Ma neanche stavolta
me la sono sentita di varcare la porta.
Qual
è la storia del cimitero, e chi se ne sta concretamente
occupando?
Il
cimitero è stato costruito negli anni Venti, dietro donazione
di una persona che ha regalato parte del terreno. Si estende su
quindici ettari di superficie. E si trova ad Hammangi, periferia
di Tripoli. Negli anni Cinquanta il governo italiano pensò
di raggruppare lì tutti i Caduti italiani delle guerre
d'Africa. Commissionò il progetto del sacrario monumentale,
che fu realizzato dentro l'area del cimitero. Il progetto si deve
a Paolo Caccia Dominioni, l'artefice del sacrario di El Alamein.
La direzione dei lavori venne affidata all'ingegner Renato De
Paolis, ancora vivente a Roma. È una specie di ossario
militare, composto da un nucleo centrale con due ali di fabbricati
dov'erano racchiuse circa novemila cassette con i resti dei soldati.
Poi c'erano altre quindicimila salme di civili, le nostre salme
per intenderci.
Che
ne è stato del cimitero?
Dopo
i fatti del 1970 e la cacciata degli italiani, il nostro governo
ebbe l'autorizzazione a portar via tutte le salme dei Caduti,
comprese quelle degli insigniti con le medaglie d'oro e dello
stesso Italo Balbo, tutti sepolti nella cripta sotto la cappella.
Oggi riposano a Redipuglia. Quindi il sacrario è rimasto
vuoto. E nel frattempo le altre salme dei civili sono state, negli
anni, abbandonate e profanate. L'operazione di restauro che noi
abbiamo proposto e sulla quale c'è l'intesa della commissione
italo-libica, è dunque semplice; circoscrivere la parte
centrale e monumentale con una nuova recinzione e lasciare gran
parte dell'area restante alla città, secondo quel che prevede
il piano regolatore.
Chi
compone la commissione e come sarà il nuovo cimitero?
Nella
commissione siamo in sei: per parte italiana il console generale,
il segretario d'ambasciata e il sottoscritto; per parte libica
l'ingegnere capo del Comune e i responsabili dell'urbanistica
e della parte cimiteriale. In sostanza, l'accordo prevede un nuovo
muro di cinta alto tre metri e sullo stile del monumento esistente,
con un nuovo cancello e nuovi servizi di custodia. Prevede la
risistemazione di tutte le salme rimaste, circa novemila - quattromila
nei colombari e cinquemila a terra - e il loro collocamento dentro
l'ossario-mausoleo oggi vuoto. Tutto il resto verrà demolito,
il terreno sarà bonificato e restituito alla municipalità.
Il nuovo e restaurato cimitero italiano sarà di circa un
ettaro e mezzo. Ci basta, anche per non avere problemi di manutenzione
e di custodia su un'area troppo vasta.
Qual
è lo stato delle salme rimaste?
Per
la maggior parte ormai sono salme di oltre cinquant'anni. Verranno
messe tutte in cassette con l'aiuto di imprese cimiteriali italiane,
che già hanno fatto un censimento dei morti. Noi stiamo
informando tutti gli "aventi causa", come dicono le
norme. E debbo dire che i familiari stanno scrivendo, numerosi,
all'Associazione dei rimpatriati. Il cimitero è ridotto
male. L'opera di vandalismo è terminata, si può
dire, due anni fa quando, proprio in seguito al primo incontro
italo-libico, si è sensibilizzato il Comune. Fino a quel
momento non c'erano nemmeno dei guardiani che impedissero ai profanatori
di fare dei fori nelle tombe per poi, di notte, andare con le
torce a caccia di qualunque cosa brillasse: anelli, catenine...
Ci hanno spiegalo che la maggioranza di questi vandali non erano
libici, ma gente proveniente da fuori, dalle coste, e che poi
magari s'imbarcava verso l'Europa
Quando
nascerà II nuovo cimitero?
Noi
abbiamo firmato il verbale d'intesa proprio adesso, il 21 novembre.
In queste ore porterò tutta la documentazione alla Farnesina,
che deve reperire i quattro milioni e mezzo d'euro necessari e
concordati. L'intera trattativa è durata due anni.
Si
ricorda il gelo del primo incontro?
Altroché.
Temevamo che fosse un atto puramente formale nei confronti del
nostro ambasciatore, all'epoca Claudio Pacifico, il vero artefice
del disgelo. Come l'attuale console Carlo Colombo, arrivato da
appena due mesi, ma che ha già "sposato" questa
causa. Ci crediamo tutti, ecco.
Quando
sorgerà il frutto dell'accordo?
Ora
dipende solo dal ministero. Una volta che il progetto sarà
finanziato, ci vorranno due anni. Il primo per fare i lavori,
il secondo per la dissepoltura, il ricompattamento, la sistemazione
delle salme: non si può certo andare li con lo scavatore,
è un'operazione lunga e delicata. Un'operazione nella quale
siamo riusciti a coinvolgere la municipalità di Tripoli.
Loro riesumeranno le salme e il nostro personale seguirà
l'operazione: massima collaborazione.
Nel
ritrovato rispetto dei morti si svilupperà anche l'amicizia
tra i vivi, o guardiamo troppo in avanti?
Tante
volle i morti creano la possibilità di riavvicinamento
tra i vivi. In effetti, questo amaro problema del cimitero è
stato la molla che ha fatto partire un po' tutta la macchina.
Penso, per esempio, alle note dichiarazioni del nostro presidente
del Consiglio in occasione del l'inaugurazione del gasdotto, con
la pubblica richiesta di una svolta politica nelle relazioni tra
i due Paesi. Era ed è cambialo il clima. Trovavamo e troviamo
tanti libici che ci dicono "benvenuti" "bentornati"
"che bello che siete tornati". Sono delle espressioni
di autentica cordialità, sincere, e che forse neppure ci
aspettavamo.
Trasferiamo
il lato umano nella politica: può nascere un rapporto-speciale
fra Italia e Libia dopo il dolore del passato?
Penso
di sì. Se i nostri governanti saranno lungimiranti e disponibili
a credere nella svolta, non potrà che sorgere una forte
intesa fra le due Nazioni. Già lì, a Tripoli, si
sono precipitati Tony Blair e Gerhard Shroder. Sia per arrivare
Jacques Chirac per firmare accordi sulla telefonia mobile. Ma
nessuno di essi ha i rapporti anche affettivi che i libici mostrano
con noi. Tutti i miei interlocutori mi hanno ripetuto: voi potete
essere i nostri interlocutori privilegiati. Vedremo, verificheremo.
L'11
dicembre la presidente dell'Associazione rimpatriati è
stata invitata da Gheddafi a presenziare i lavori del Congresso
del popolo che ratificherà il nostro rientro. Un altro
bel segnale, no?
(torna su)
Italy,
Lybia sign agreement to restore crhristian cemetery in Tripoli
Voanews
Sabina
Castelfranco
1 dicembre
2004
The
Italian and Libyan authorities have signed an agreement to restore
the Christian cemetery in the Libyan capital, Tripoli. It is a
desolate and neglected site, where thousands of Italians were
buried. It was considered a place of shame - not to be visited.
However, as Libya emerges from isolation, this is expected to
change.
The
abandoned condition of the Italian Christian cemetery in Tripoli
is under everyone's eyes. For years, it has been forgotten, as
have those who were laid to rest here - 8,500 people were buried
in this cemetery, many of them Italians who had come to Libya
to work.
The
Hammangi Cemetery has been a no man's land for decades. However,
like elsewhere in Tripoli, something has begun to change. Fabio
Marceglia, an Italian working in Libya, was recently visiting
the cemetery with his wife. He says it is in a better state now
than when he last came here.
He
says there has been a great improvement. He says, last year, it
was full of trash and destroyed graves. Now, it has been cleared
up a little.
The
cemetery had been transformed into an open-air dumping ground
after Colonel Moammar Gaddafi overthrew the monarchy and seized
power in 1969.
Unknown
vandals desecrated hundreds of graves and unearthed the bodies
of dead Italians. Their names are still visible on broken tombstones:
Mancuso, Gambino, Salviani. They were lawyers, writers, engineers
and farmers.
But
not all of them are easy to identify. Italian authorities have
now launched a project, in cooperation with the Libyan authorities,
to restore the cemetery and identify all those who were buried
there. Italy's consul general to Libya, Carlo Colombo, says the
aim of the project is to "give back dignity to the Italians
civilians who died in Libya."
The
head of the Association of Italians repatriated from Libya, Giovanna
Ortu, recently visited the cemetery with a group of Italians who,
like her, formerly lived in Libya.
She
says an agreement has been signed. She says the Libyans are very
open and the Italian foreign ministry has committed itself to
financing the project. However, the funds need to be found.
Ms
Ortu says more than $6.5 million will be needed. She says her
association plans to launch a fund-raising campaign.
Italians
wanting to repatriate relatives buried in Tripoli will be able
to request exhumation and transport of the remains back to Italy.
Ms
Ortu says many Italians were not allowed to come to Libya for
more than 30 years and were unable to visit the graves.
She
and the other Libyan-born Italians returned from Tripoli, last
week, after a five-day visit. Group members had not returned to
Libya since they were forced to leave their homes when Mr. Gaddafi
took power. One of them was Giancarlo Consolandi, who left the
country when he was 21 years old.
He
says the trip was like a dream come true.
Mr.
Consolandi, Ms. Ortu and the others are now hopeful many other
Italians who lived in Libya before being expelled will be able
to follow suit. They hope the Italian burial ground will become
like the adjacent British military cemetery, where hundreds of
evenly-aligned tombstones are arranged on a well-groomed green
lawn.
(torna su)
Libya-born
Italians happy to return to Tripoli
Voanews
Sabina
Castelfranco
25 novembre
2004
A group of
Libyan-born Italians who were among thousands expelled from the
country carried out their first emotional visit to Libya in over
30 years. Most were convinced they were never to return to the
country where they were born and grew up. But last month Colonel
Moammar Gadhafi allowed former Italian residents back into Libya.
Seven Italians
born in Libya attended mass at the Church of Saint Francis in
Tripoli during their first visit back after more than 30 years.
The seven were granted visas to return to the country and spend
five days visiting the places were they used to live.
All their
properties were confiscated when they were ordered to leave in
1970 after Colonel Moammar Gadhafi took power. In a sign of his
improving relations with the West, the Libyan leader last month
announced he was reopening his country's doors to all former Italian
residents.
Giovanna
Ortu was one of the seven who returned. She is president of the
Association of Italians repatriated from Libya, which includes
some 2,500 families.
"I'd
say things went very well," she says, "and that our
emotions grew during our visit as did our understanding with the
Libyans because our role will not be only as tourists but we will
have privileged contacts with the Libyans through the association."
Ms. Ortu
says the association will provide assistance for cooperation and
will strive to develop bilateral relations. 20,000 Italians were
exiled from Libya when Colonel Gadhafi became the country's ruler.
Most of them
had lived in the country since the days when the North African
country was an Italian colony. And it was not easy for them to
leave everything behind. Ms. Ortu says those who traveled with
her wanted to see the places where they had lived.
"Everyone
did," she says. "For some it was easier and for some
more difficult because there are areas outside the capital where
there have been changes as the country developed. But we found
them."
Fifty-five-year-old
Giancarlo Consolandi was 21 when he left Libya. He went back to
visit the places where he studied when he was young. He visited
all the classrooms with some of his old schoolmates and they will
now exchange photos of those years. He was pleased with his visit.
"It
went very well and we are very satisfied because we did not expect
such a warm welcome from the Libyan population," he said.
Mr. Consolandi hopes many other Italians who like himself
lived in Libya will now go back. He sees their return as recovering
an old friendship.
Traveling
as part of the group was 34-year-old Ornella Sillano, who is thought
to have been the last of the Italians to be born in Libya. She
was only 5 days old when her parents were forced to leave and
for her this visit was especially significant because, she says,
she had felt like a piece of her life was missing until she was
able to see where she was born.
"It's
just a dream come true," she said. "I have been dreaming
of coming here since I was born, since I was a little baby because
I have grown up just listening to my parents telling tales about
Tripoli, about how happy they were when they used to live here."
Ms. Sillano
like the others said she felt very welcomed in Libya.
Relations
between Italy and Libya began improving significantly following
the 1998 signing of a joint statement in which Italy expressed
regret and apologized for the damages caused by its occupation
of Libya during the colonial period.
Italy
has maintained good relations with Libya and Prime Minister Silvio
Berlusconi has visited Libya four times in the past two years.
Italy has also successfully lobbied the European Union, which
took a decision last month to lift sanctions on Libya and ease
an arms embargo.
(torna su)
La
mia Tripoli dei sogni ritrovata
Il
Territorio
24 novembre
2004
Lidano
Grassucci
Tripoli
bel suol d'amore, sarai italiana… E lei, Ornella Sillano classe
'70, è l'italiana nata per ultima in questa terra dove
il sole la fa da padrone e dove anche i muri hanno gli accenti
di quelle regioni del sud che forse assomigliavano tanto a questa
terra di oggi. Quelle foto sbiadite di Algeria che erano poco
differenti da quel del sud di Francia. Oggi tutto è a colori,
anche qui a Tripoli i colori sono forti, chissà se Ornella
nei suoi sogni di Tripoli aveva i colori, aveva i profumi dolci
di spezie che l'hanno investita. I suoi occhi (sanno d'Africa
quegli occhi e anche la sua ironia è d'Africa, come la
sua alterigia) che sono stati troppo impegnati hanno trasformato
i ricordi alimentati dalle parole in realtà. Le strade
sono piene di gente, di quel vociare che forse neanche si aspettava
ma che oggi sente suo.
“Ben
tornata a casa”, gli dice in italiano un vecchio arabo. L'ambasciatore
libico in Inghilterra si annuncia con cortesia antica “sorry”.
Una scusa che arriva sul filo di una bambina oggi donna che sui
documenti ha scritto “nata a Tripoli”. In italiano, ma col sapore
d'Africa.
Ci
sono i minareti, c'è il papà Luigi che della difesa
della memoria della sua gente ha fatto ragione di vita, che se
lo incontravi ti mostrava le condizioni del cimitero italiano
di Tripoli, lapidi rotte, memorie interrotte. Ornella rappresenta
il simbolo del recupero di quella memoria. Lei sorride ma non
vuole essere memoria: “basta con il passato, dobbiamo pensare
ad oggi e a domani”. Si fa fotografare sotto il simbolo della
gazzella che è il segno di Tripoli. Lei si sente anche
in imbarazzo, è timida ma diventa una star seguita da un
nugolo di giornalisti, di più degli insetti che in terra
d'Africa danno fastidio. Vorrebbe avere sentimenti privati Ornella,
ma non è possibile deve avere il sentimento di quei 20.000
italiani che furono mandati via da casa dal vento del nazionalismo
arabo. Un vento che ora si trasforma in cortesia. Va sotto casa,
la casa dove è stata per qualche minuto, poi ha dovuto
emigrare in fretta. Non ha avuto il tempo di vivere Tripoli, ma
ha avuto tanto tempo per sognarla. Ornella sente per la prima
volta la sabbia rossa, poi trova familiarità nelle architetture
italiane degli anni venti e trenta, le stesse che è usa
vedere tutti i giorni a Latina la città che la ospita.
A volte le storie delle persone sono curiose, le palme e le case
quadro e squadro sono qui come a Sabaudia. I giornalisti italiani
vogliono sapere, vorrebbero rubare le sue sensazioni eppure non
avevano neanche idea della storia dell'Italia d'Africa: della
Libia, dell'Eritrea, della Somalia e poi dell'Etiopia. Ornella
arriva sotto casa: “quando siamo andati via questa città
aveva 170 mila residenti, oggi questa è una città
da un milioni e mezzo di residenti”. La casa assomiglia a quelle
palazzine che stanno dietro le piazze di Sabaudia: “Qui viveva
mio nonno, qui mia zia, qui la mia famiglia”. La casa è
intatta come se il tempo non fosse passato mai, come la riscoperta
della lingua araba di Puccinelli che a 74 anni ha riparlato arabo
per la prima volta dopo 30 anni come se nulla fosse. Sarà
il suol che gli italiani definirono d'amore.
Ma
Ornella si occupa di internazionalizzazione e gli vengono in mente
le opportunità: “qui c'è bisogno di tutto, qui ci
sarebbe spazio per fare formazione”. E guarda le vetrine piene
di prodotti Ferrero, Barilla. Del resto le altre tre sponde non
sono così lontane da quella che è stata per decenni
la quarta. Gli italiani sono andati via, ma l'Eni è rimasta
sempre. Quell'idea di Enrico Mattei di fare insieme a chi le materie
prime le aveva non è tramontata. Ornella cerca i sogni:
a Sabratha c'è il teatro romano, c'è la memoria
di un passato comune lungo millenni, perché italiani e
libici, meglio arabi di Libia, sono condannati a stare insieme.
Il verde è ovunque, la cattedrale è oggi un minareto,
qui Ornella è stata battezzata. “Ben tornata”. Gli viene
da piangere: “questa è davvero casa mia”. Non fa differenze,
non legge colpe e ragioni di un passato pesante. Nel secolo scorso
i destini si incrociavano, a Tripoli parlavi in arabo e ti rispondevano
in siciliano, nella vicina Tunisi si conversava in francese, si
sognava in italiano e si giocava in arabo. Poi… Ornella riparte
in aereo, meno di due ore e sta a Roma, pochi minuti dopo a Latina.
Palme con la calce bianca alla base, case squadrate. La sua Tripoli
nel cuore. Va a vedere su internet il sito della tv libica, cerca
la foto con il ministro di quel paese, cerca un pezzo di se che
sognato ora è ritrovato.
(torna su)
Libia,
la battaglia degli italiani continua
Secolo
d'Italia
23 novembre
2004
Désirée
Ragazzi
Sono
tornati. Portano souvenir, datteri e spezie, come turisti qualsiasi.
Ma dentro di loro c'è qualcosa in più: c'è
l'emozione di avere rivisto una lena da cui mancavano da trentaquattro
anni. C'è la voglia di andarci ancora e di darsi da fare
più di prima per risolvere problemi come quello del "cimitero
dimenticato" di Tripoli. È con questo bagaglio che
è rientrata a Roma la delegazione degli italiani rimpatriati
dalla Libia nel 1970 e solo mercoledì della scorsa settimana
riammessi per la prima volta nel paese dove sono nati e cresciuti.
Una delegazione costituita da sette persone: la più anziana
ha settantacinqque anni e la più piccola trentaquattro.
La giovane, che quando fu cacciata da Tripoli aveva soli cinque
giorni, si chiama Ornella Sillano, vive a Latina ed è impiegata
alla Camera di commercio. La sua è una famiglia di costruttori
edili di Tripoli, all'epoca molto in vista. In questo viaggio
alla scoperta delle sue radici l'ha accompagnata anche il padre
Luigi Sillano che è consigliere nazionale dell'Airl (Associazione
degli Italiani rimpatriati dalla Libia) ed è anche la persona
che seguirà i lavori di ristrutturazione del cimitero di
Hammangi. Il loro sogno finalmente si e realizzato. Dopa decenni
di ostracismo, la svolta è avvenuta il 7 ottobre scorso
quando i! colonnello Muammar Gheddafi ha annuncialo la revoca
del bando in occasione della visita in Libia di Silvio Berlusconi.
Durante i cinque giorni trascorsi nel Paese nordafricano i sette
esponenti dell'Airl sono tornati a vedere i luoghi rimasti impressi
nella memoria, ritrovando anche amici e conoscenti. Cinque giorni
che sono volati un baleno. «Appena siamo rientrati in Italia
- racconta Giovanna Ortu, presidente dell'Airl -siamo stati subito
ricevuti dal ministro Mirko Tremaglia. È slato un i ncontro
amichevole durante il quale gli abbiamo raccontalo la nostra esperienza
e le nostre emozioni». Un colloquio, avvenuto al ministero
per gli Italiani nel mondo, che è durato circa un'ora.
«Il ministro - continua Ortu - ci ha ascoltalo con molto
interesse. Tremaglia con l'entusiasmo che lo contraddistingue
sta seguendo personalmente la vicenda del cimitero e la legge
Finanziaria che conterrà un emendamento alla normativa
sull'indennizzo per i nostri beni confiscati».
Uno
dei problemi aperti riguarda, infatti, gli indennizzi, solo in
parte già corrisposti dallo Stato italiano, per i beni
espropriati agli italiani al momento del loro allontanamento.
Il loro valore oscilla tra i duecento e i quattrocento miliardi
di vecchie lire (del 1970).
Giovanna
Ortu racconta quei brevissimi giorni passati in Libia. Sono stati
ricevuti da membri del governo e del Parlamento. A Misurata, la
città natale di Gheddafl - continua Ortu - da parte di
funzionari del governo c'è stata una premessa propagandistica
di carattere storico contro il colonialismo Italiano. Affermazioni
che ci hanno procurato disagio. Abbiamo detto di aver compreso,
ma abbiamo anche fatto presente che non era il caso di insistere
tanto con il passato. Tutta la faccenda è stata consegnata
alla storia”. C'è chi aveva ipotizzato anche un in contro
con il colonnello Gheddafi in persona che, invece, non è
avvenuto. «Non è un problema, anzi, sarebbe stato
anche un po' sbilanciato dal momento che mai un capo di Stato
finora ci ha ricevuti - aggiunge la presidente dell'Airl - Il
presidente Ciampi ci ha inviato un messaggio per il nostro ultimo
congresso e se ora ritenesse necessario o opportuno vederci, magari
prima del prossimo viaggio in Libia, ne saremmo molto felici».
Su invito di Suleyman Shumi, il vicepresidente del Congresso generale
del popolo, una rappresentanza dell'Associazione assisterà
alla prossima sessione del Parlamento libico dall'11 al 16 dicembre
prossimi, quando dovrebbe essere sancita ufficialmente la fine
del divieto di ingresso in Libia per gli italiani rimpatriati.
Secondo la signora Ortu, l'Airl non intende dormire sugli allori
del «successo» di questa storica visita. «C'è
grande urgenza di reperire i fondi per li recupero di Hammangi».
"Salvate
il cimitero di Hammangi"
Un
appello agii organi di informazione perché si mobilitino
per il recupera del cimitero Italiano di Hammangi, a Tripoli,
è lanciato da Giovanna Ortu, la presidente dell'Airl (Associazione
degli Italiani Rimpatriati dalla Libia), appena rientrati dalla
capitale libica alla testa di una delegazione di esuli dopo la
visita di cinque giorni. «Vorrei che i "media"
italiani, i giornali in particolare, lanciassero una sottoscrizione
per il recupero di questo cimitero che versa attualmente in condizioni
di degrado - dice - Abbiamo bisogna di soldi per i lavori e sono
certa che la risposta della gente sarebbe positiva».
Hammangi
è un cimitero cristiano dove riposano oltre ottomila civili
italiani nati o emigrati in Libia. Il luogo è progressivamente
precipitato in uno stato di totale abbandono. Ora parzialmente
ripulito dal Comune, era diventato una sorta di discarica a cielo
aperto. Tombe e loculi sono stati profanali da ignoti che cercavano
oggetti d'oro.
Durante
la visita della delegazione dell'Airl è stato firmato un
accordo con le autorità municipali di Tripoli che in pratica
elimina le pastoie burocratiche che finora non consentivano l'inizio
dei lavori di recupero. Il costo della ristrutturazione è
stimato in sei milioni di euro, di cui una parte, secondo l'Airl,
sarà corrisposta dal governo Italiano. «Mi auguro
- aggiunge Ortu - che qualche giornale ci possa aiutare a reperire
il resto, non è una questione che riguarda solo le famiglie
degli ottomila connazionali sepolti lì: viste le condizioni
dei cimitero, è anche un problema di dignità nazionale».
(torna su)
Esuli,
appello a media per cimitero Tripoli
Ansa
Augusto
Zucconi
22 novembre
2004
Un appello agli
organi di informazione perche' si mobilitino per il recupero del
cimitero italiano di Hammangi, a Tripoli, e' stato lanciato oggi
da Giovanna Ortu, la presidente dell'Airl (Associazione degli
italiani rimpatriati dalla Libia), appena rientrata dalla capitale
libica alla testa di una delegazione di esuli dopo una visita
di cinque giorni. ''Vorrei che i media italiani, i giornali in
particolare, lanciassero una sottoscrizione per il recupero di
questo cimitero che versa attualmente in condizioni di degrado
- ha detto - abbiamo bisogno di fondi per i lavori e sono certa
che la risposta della gente sarebbe positiva''. Hammangi e' un
cimitero cristiano dove riposano oltre 8 mila civili italiani
nati o emigrati in Libia. Il luogo e' progressivamente precipitato
in uno stato di totale abbandono. Ora parzialmente ripulito dal
comune, era diventato una sorta di discarica a cielo aperto. Tombe
e loculi sono stati profanati da ignoti che cercavano oggetti
d'oro. Durante la visita della delegazione dell'Airl e' stato
firmato un accordo con le autorita' municipali di Tripoli che
in pratica elimina le pastoie burocratiche che finora non consentivano
l'inizio dei lavori di recupero. Il costo della ristrutturazione
e' stimato in 6 milioni di euro, di cui una parte secondo l'Airl
sara' corrisposta dal governo italiano. ''Mi auguro che qualche
giornale ci possa aiutare a reperire il resto, non e' una questione
che riguarda solo le famiglie degli 8 mila connazionali sepolti
li', viste le condizioni del cimitero e' anche un problema di
dignita' nazionale'', ha aggiunto Giovanna Ortu.
(torna su)
Esuli
rientrati, battaglia prosegue
Obiettivi:
recupero cimitero dimenticato Tripoli, e indennizzi
Ansa
Augusto
Zucconi
22 novembre
2004
Souvenir,
datteri e spezie, come un qualsiasi turista. E in piu' l'emozione
di avere rivisto una terra da cui mancavano da 34 anni, la voglia
di andarci ancora e di darsi da fare piu' di prima per risolvere
problemi come quello del 'cimitero dimenticato' di Tripoli. E'
con questo bagaglio che stamane e' rientrata a Roma una delegazione
degli italiani espulsi dalla Libia 34 anni fa e solo mercoledi'
della scorsa settimana riammessi per la prima volta nel paese
dove sono nati e cresciuti. Dopo decenni di ostracismo, la svolta
era venuta il 7 ottobre scorso quando il colonnello Muammar Gheddafi
aveva annunciato la revoca del bando in occasione della visita
in Libia del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Durante
i cinque giorni trascorsi nel paese nordafricano i sette esponenti
dell'Airl (Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia)
sono tornati a vedere i luoghi rimasti impressi nella memoria,
ritrovando anche amici e conoscenti. Gli esuli sono stati anche
ricevuti da membri del governo e del parlamento dai quali, in
alcuni casi, si sono sentiti ricordare un passato coloniale di
cui nessuno di loro si sente responsabile. C'e' chi aveva ipotizzato
anche un incontro con il colonnello Gheddafi in persona
che, invece, non e' avvenuto. ''Non e' un problema, anzi, sarebbe
stato anche un po' sbilanciato dal momento che mai un capo di
stato finora ci ha ricevuti - ha detto la presidente del'Airl
Giovanna Ortu -. Il presidente Ciampi ci ha inviato un messaggio
per il nostro ultimo congresso e se ora ritenesse necessario o
opportuno vederci, magari prima del prossimo viaggio in Libia,
ne saremmo molto felici''. Su invito di Suleyman Shumi, il vice-presidente
del Congresso generale del popolo, una rappresentanza dell'Associazione
assistera' alla prossima sessione del parlamento libico dall'11
al 16 dicembre prossimi, quando dovrebbe essere sancita ufficialmente
la fine del divieto di ingresso in Libia per gli italiani espulsi.
Secondo la signora Ortu, l'Airl non intende dormire sugli allori
del ''successo'' di questa storica visita. ''C'e' grande urgenza
di reperire i fondi per il recupero di Hammangi ad esempio'',
ha detto. Anche se ora e' stato un po' ripulito, il cimitero cristiano
di Tripoli resta in uno stato di totale abbandono. Due anni fa
era una discarica a cielo aperto, con cani randagi che si aggiravano
tra le tombe e con centinaia di loculi profanati da ignoti. Qui
sono sepolti oltre 8 mila italiani che, dopo la ristrutturazione,
devono essere risistemati nel vecchio sacrario militare dei caduti
delle guerre d'Africa, le cui salme dal 1971 sono state trasferite
a Bari. Il progetto e' pronto e le autorizzazioni della controparte
libica anche: due giorni fa e' stato firmato l'accordo definitivo
con il comune che in pratica autorizza l'Airl a presentare il
progetto e a iniziare i lavori. Secondo l'Airl, parte dei finanziamenti
verranno forniti dal governo italiano ma parte della cifra resta
scoperta e Giovanna Ortu ha lanciato un appello ai media italiani.
''Vorremmo che i giornali attivassero una sottoscrizione, sono
certa che avrebbe un grande successo perche' questa e' una faccenda
che riguarda non solo gli italiani morti in Libia, e' anche una
questione di decoro nazionale'', ha detto. Un altro dei problemi
riguarda gli indennizzi, solo in parte gia' corrisposti dallo
stato italiano, per i beni espropriati agli ex coloni al momento
del loro allontanamento. Il loro valore oscilla tra i 200 e i
400 miliardi di vecchie lire (del 1970).
(torna su)
Libia,
il cimitero cristiano sarà risistemato: era diventato un'enorme
discarica a cielo aperto
Il Secolo
d'Italia
21
novembre 2004
Il processo
di normalizzazione tra Italia e Libia sviluppato dagli intensi
incontri tra Berlusconi e Gheddafi inizia a dare i primi frutti,
non solo simbolici. Finalmente il cimitero cristiano di Tripoli,
dove sono sepolti oltre ottomila italiani, verrà risistemato.
L'accordo firmato dal nostro console Claudio Colombo e dall'ingegnere
capo del comune della città, rappresenta un risultato importante.
Un'area di circa novantamila metri quadri, dalla cacciata degli
italiani era diventata una gigantesca discarica a cielo aperto.
In base al progetto, le salme verranno risistemate nel vecchio
Sacrario militare disegnato dall'architetto Caccia Dominioni.
<<Vi
do il benvenuto con amicizia sono contento che siate tornati qui
dopo tanti anni, molte cose sono cambiate da quando voi eravate
qui e oggi ve ne voglio mostrare alcune, ci tengo a farvi vedere
che anche senza gli italiani questo paese è riuscito a
fare molti progressi significativi>>.
Il governatore
di Misurata, Muftah Keiba si rivolge ai rappresentanti del primo
gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dal governo
libico il visto d'ingresso per rivedere la terra nella quale sono
nati e hanno vissuto e da dove furono allontanati nel settembre
di 34 anni fa. Keiha, amministratore in questa città a
duecento chilometri da Tripoli, si lascia trascinare dalla retorica.
Nel tour organizzato dal governo libico a uso e consumo della
delegazione guidata da Giovanna Ortu, presidente dell'associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia, ci sono un ospizio, un
orfanotrofio e una scuola. Nel centro per anziani, qualche ospite
chiede in un italiano stentato notizie di famiglie conoscirite
prima della grande cacciata del 1970. All'orfanotrofio dove alloggiano
120 bambini, si cerca in tutti i modi di dimostrare l'efficienza
del governo libico. Un'oasi di pace, linda ed efficiente, nella
quale è impossibile non farsi prendere dalla commozione
per i piccoli in cerca di una carezza, che vanno incontro agli
ospiti stranieri. Non mancano le scivolate imbarazzanti come la
visita al liceo frequentato dal leader libico Gheddafi. Il fido
governatore Keiba mostra con orgoglio l'aula nella quale ha avuto
l'onore di studiare assieme al suo Colonnello.
Alcune delle
tappe proposte dal governatore sono state effettivamente apprezzate
dalla delegazione. Ma le parole a tratti dure pronunciate dal
governatore non sono piaciute a tutti. <<Non siamo venuti
qui solo a occupare, abbiamo trasformato pezzi di deserto in terre
fertili>> ricorda Mario Puccinelli, 70 anni, pensionato
del ministero degli Esteri. Prova a visitare la casa alla periferia
di Tripoli, dove è cresciuto, ma riesce a vederla solo
dall'esterno. <<Credevano che volessi avanzare delle rivendicazioni.
Ho cercato di spiegare che era solo per nostalgia, ma non mi hanno
creduto>>.
Momenti
emozionanti anche per Raffaele lannotti, nato 55 anni fa in un
villaggio vicino Misurata. Oggi vive a Terni, ed è impaziente
di vedere quello che è rimasto dell'azienda agricola dei
suoi genitori e dell'officina meccanica da lui stesso aperta proprio
in città. Ci riesce solo alla fine dei giri “dimostrativi”,
<<ma va bene lo stesso, già venire qui è stata
una grande gioia>>. Sulle dichiarazioni del governatore,
minimizza, come tutti gli altri. <<Sono state frasi anche
un pò di circostanza, quello che conta è che siamo
finalmente qua a riallacciare un dialogo che nel nuovo clima internazionale
può e deve vederci protagonisti>>.
La
gioia del Vescovo di Tripoli:"E' un successo del Governatore
della Cdl".
<<
Occorre un'amicizia vera, bisogna dare fiducia e sostegno agli
sforzi di cambiamento di Gheddafi>>. Un concetto espresso
in più occasioni da monsignor Giovanni Martinelli, osservatore
privilegato del ritorno degli italiani in Libia. Nato a Tripoli
nel 1944 da genitori italiani, l'arcivescovo cattolico della capitale,
fu tra gli espulsi del 1970, ma riuscì ad avere il visto
appena un anno dopo la cacciata. Una straordinaria eccezione costituita
dal fatto che Martinelli era un frate francescano. Quindi potenzialmente
non pericoloso per il regime di Gheddafi. Tuttavia il vescovo
di Tripoli ha. vissuto sulla sua pelle anche momenti drammatici.
Nel 1986, venne incarcerato per dieci giorni, una rappresaglia
contro gli occidentali.. Era il periodo dei missili lanciati dai
libici verso Lampedusa. Oggi Martinelli parla del ritorno degli
italiani come di <<un evento storico>>. Oggi i cattolici
in Libia godono di una libertà assoluta in ogni settore
e in ogni ambiente. Merito anche di questo perseverante francescano.
Nell'unica chiesa di Tripoli, una costruzione degli anni ‘30 dedicata
a San Francesco d'Assisi, la messa principale è celebrata
il venerdì. Una maniera per <<unirci ai nostri fratelli
musulmani nel momento in cui anche loro pregano e fanno festa>>
spiega Martinelli.
Sulla
fase di riconciliazione, il presule non perde occasione per ricordare
il ruolo fondamentale svolto dal presidente del Consiglio: <<Berlusconi
- ha ricordato in un'intervista a un quotidiano - ha letteralmente
conquistato sul piano umano Gheddafi, che ha abolito la festa
della vendetta anti-italiana>>.
(torna su)
Messa
a Tripoli come vecchi tempi
Ultima
giornata in Libia per delegazione rimpatriati Italia
Ansa
Augusto
Zucconi
21 novembre
2004
E'
stata la chiesa di S.Francesco a Tripoli per la messa domenicale,
''come ai vecchi tempi'', l'ultima, emozionante tappa della visita
in Libia della delegazione dei rimpatriati italiani che nel 1970
furono espulsi dal colonnello Muammar Gheddafi e che fino a mercoledi'
scorso non avevano mai rimesso piede nella loro terra d'origine.
''E' stato toccante rivivere ancora questa esperienza di un passato
che finalmente ritorna, a questa chiesa per varie ragioni siamo
tutti molto affezionati e tornare qui come facevano un tempo e'
stato per noi molto bello'' ha detto Giovanna Ortu, presidente
dell' Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia.
Costruita negli anni '30, la chiesa di S.Francesco costituisce
l'unico luogo di culto cattolico nella capitale libica. ''E' un
vero gioiello - ha aggiunto la signora Ortu - peccato che alcuni
degli affreschi di Achille Fumi si siano un po' rovinati''. Qui
operano diversi sacerdoti che, ora che la comunita' italiana in
pratica non esiste piu', celebrano le funzioni religiose per gli
appartenenti a minoranze cattoliche provenienti in gran parte
da altri Paesi dell' Africa. Oggi del rito si e' incaricato il
vescovo di Tripoli, Giovanni Martinelli, una vecchia conoscenza
della delegazione dell'Airl, essendo anche lui nato proprio nella
capitale libica. ''In chiesa sono tornate alla mente molte persone
care, come padre Giuseppe, un francescano che aveva assistito
mio padre durante la sua lunga malattia, oppure le suore bianche
che gestivano una casa del fanciullo per orfani che ora non esiste
piu''' ha aggiunto la presidente dell' Airl. ''La messa e' stata
davvero toccante - ha concluso - e' diversa dai tempi nostri,
e' molto piu' colorata e suggestiva rispetto ad allora, con questa
comunita' multietnica di fedeli''. Per la delegazione dell' Airl,
che domani rientrera' in Italia, l'ultima giornata in terra libica
e' stata ricca di soddisfazioni anche sul piano delle relazioni
con le autorita' locali. Stamani il gruppo e' stato ricevuto dal
viceministro per la Cooperazione, Mohammed Siala, che ha parlato
di grandi possibilita' di sviluppo nelle relazioni italo-libiche,
senza rievocare, come era accaduto nei giorni scorsi in altri
incontri, lo spiacevole capitolo del passato coloniale. Siala
ha sottolineato che, finiti i tempi dell' embargo e delle incomprensioni,
i due Paesi possono sviluppare ulteriormente i rapporti economici,
e ha invitato l'Airl a entrare in gioco per aiutare soprattutto
le piccole e medie imprese italiane che vogliono operare in Libia.
Nel pomeriggio la delegazione si e' recata a Sabrata, cittadina
a ovest di Tripoli dove sorge un importante sito archeologico
con i resti dell' antico insediamento romano. Qui gli italiani
sono stati ricevuti dal sindaco della citta' e da rappresentanti
dei Comitati popolari, la base della struttura del potere secondo
il credo della 'Rivoluzione verde' del colonnello Gheddafi.
(torna su)
Esuli
a Tripoli per albero giovinezza
ANSA
Tripoli,
20 novembre 2004
Augusto
Zucconi
All'ombra
di un maestoso carrubo piantato dal padre nella loro tenuta agricola
di Suani ben Aden, nei pressi di Tripoli, Mario Puccinelli ha
trascorso ore indimenticabili. Da bambino ci giocava con i compagni.
Da grande vi allestiva suntuose tavolate per un piatto di cuscus
in allegria con gli amici di citta'.
Quell'albero
imponente, un po' il simbolo degli anni felici trascorsi in Libia,
gli e' restato e' gli rimarra' sempre scolpito nella memoria
e nel cuore. Ed era anche per rivederlo che da mercoledi' si trova
a Tripoli con una delegazione dei primi 'italiani di Libia', come
loro stessi si definiscono, ad essere stati riammessi nella loro
terra di origine 34 anni dopo esserne stati espulsi dal colonnello
Muammar Gheddafi.
''No, purtroppo
quel carrubo non l'ho ritrovato - racconta - sono stato alla fattoria
ma non sono riuscito a individuarlo, forse faceva parte del terreno
che la mia famiglia aveva ceduto pochi anni prima della rivoluzione
del 1969, i nuovi proprietari mi hanno assicurato di non saperne
nulla''. Mario Puccinelli non lo dice apertamente ma e' rimasto
un po' male anche perche' la casa dove e' cresciuto ha potuto
rivederla solo dall'esterno.
''Credevano
che volessi avanzare delle rivendicazioni, fuguriamoci – esclama
- io ho cercato di spiegare che certe cose riguardano ormai solo
i governi italiano e libico ma non mi hanno fatto entrare''. E'
un fiume inarrestabile di parole quando ricorda i tempi del 'bel
suol d'amore': attraverso le lenti spesse che porta si vede che
gli occhi gli brillano dall'eccitazione, dalla commozione e, forse,
anche un po' dalla rabbia per questo ricongiungimento in parte
mancato. ''Il viaggio qui e' stato meraviglioso - si affretta
a precisare – mi hanno accolto come figlio di una terra di cui
mi sento figlio, all'inizio ero un po' titubante, non volevo nemmero
venire ma ora non me ne pento, nonostante il carrubo''. A dispetto
dei suoi 70 anni, Mario Puccinelli e' un uomo di straordinaria
vitalita'. Oggi vive a Roma ed e'pensionato. Grazie alla sua ottima
conoscenza dell'arabo, ha lavorato per anni al ministero degli
esteri.
Ricorda che
nel 1985 fu proprio lui, attraverso un operatore egiziano, a stabilire
il contatto tra un funzionario della Farnesina e il comandante
dell'Achille Lauro sequestrata da un commando di guerriglieri
dell'Olp. ''Il fatto che io parli l'arabo mi ha sempre aiutato
molto, anche ora che sono tornato - dice - la gente di questo
paese apprezza e capisce se uno parla nella sua lingua, significa
se non altro interesse e rispetto per la sua cultura e cosi' mi
hanno accolto tutti bene, sia a livello ufficiale sia di gente
comune''.
Da quando
e' arrivato a Tripoli con la delegazione dell'Airl, Puccinelli
ha ritrovato vecchie conoscenze anche in maniera casuale. ''Stamane
sono uscito per andare a rivedere il mercato del pesce e tornando
in albergo ho visto su un portone la targa di uno studio notarile'',
racconta.
''Sono salito
e mi sono presentato al notaio perche' all'epoca io con i notai
avevo parecchi contatti per l'azienda e altre faccende - continua
- li' per li' mi ha guardato stupito, poi quando gli ho detto
il mio nome mi ha abbracciato commosso''. Il carrubo non c'e'
piu' ma Mario Puccinelli e' comunque felice della storica apertura
che Muammar Gheddafi ha deciso il mese scorso nei confronti degli
ex coloni nell'ambito del disgelo con l'Occidente che la sua Jamahiriya
ha avviato.
E' contento
anche se resta ancora in alto mare la questione dei risarcimenti.
''Sono partito da qui il 25 agosto 1970 con tutta la mia famiglia
e 13 valigie - racconta - tutto il resto l'ho dovuto lasciare,
i beni che mi sono stati confiscati avevano allora un valore di
circa 400 milioni di lire''.
Lo stato italiano lo ha risarcito per il 25 per cento
circa. L'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla
Libia di cui fa parte, ha intenzione di continuare a battersi
per la questione degli indennizzi, anche se la congiuntura economica
del momento non facilita le cose. ''Speriamo in bene - dice Puccinelli
- anzi speriamo in Dio''.
(torna su)
Italia-Libia:
accordo con comune Tripoli
ANSA
Tripoli,
20 novembre
Augusto
Zucconi
E' da oggi
piu' vicino l'inizio del lavori per la risistemanzione del cimiterio
cristiano di Hammangi, a Tripoli, dove in condizioni di grave
degrado sono sepolti i resti di oltre 8 mila civili italiani morti
in Libia.
Un accordo
che in pratica ha in parte sbloccato la vicenda e' stato firmato
stamane nella capitale libica dall'ingegnere capo del comune della
citta', Mohammed Aziz, dal console generale d'Italia Carlo Colombo
e da Luigi Sillano in rappresentanza della Airl (Associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia).
Una delegazione
della Airl si trova nel paese nord-africano da mercoledì
scorso. E' la prima volta che gli italiani espulsi dal colonnello
Muammar Gheddafi nel 1970 possono far ritorno nella loro terra
di origine, un obbiettivo che l'Associazione si e' sempre proposto.
Una
delle priorita' dell'Airl e della sua presidente Giovanna Ortu,
inoltre, e' sempre stata quella del pieno recupero del cimitero,
un'area di circa 90 mila metri quadrati che, dopo la cacciata
degli italiani, era diventata una gigantesca discarica a cielo
aperto. Molte delle tombe, inoltre, sono state profanate. L'accordo
siglato oggi al comune di Tripoli elimina parte delle pastoie
burocratiche in cui il progetto di ristrutturazione, commissionato
dall'Airl e gia' pronto da tempo, si era impantanato. ''Senza
l'intesa definita oggi non potevamo neanche cominciare a pensare
alla fase realizzativa - ha spiegato Luigi Sillano -; ora invece
potremo depositare il progetto presso la municipalita' di Tripoli
per le autorizzazioni tecniche e, successivamente, si passera'
alla gara di appalto per l'inizio vero e proprio dei lavori''.
In base al progetto, gli oltre 8 mila italiani sepolti qui verranno
risistemati nell'area del vecchio Sacrario militare rimasto vuoto
dopo il trasferimento del 1971 delle oltre 10 mila salme dei caduti
delle guerre d'Africa. Il complesso, disegnato dall'architetto
Paolo Caccia Dominioni, deve essere completamente ristrutturato.
L'area che interessera' il nuovo cimitero italiano occupera' circa
15 mila metri quadrati. Il resto verra' in massima parte assorbito
dalla municipalita' che si e' impegnata a convertire la superficie
in area verde. Nel cimitero, che le autorita' della
capitale libica negli ultimi due anni hanno provveduto a far ripulire,
sono sepolti anche africani di religione cristiana, tra cui diversi
clandestini morti in mare nel tentativo di raggiungere l'Europa
dalla Libia. Non e' chiaro pero' quale sara' il loro destino.
Il progetto di risanamento costera' 6 milioni di
euro e quello del reperimento dei fondi e' un problema ancora
tutto da risolvere o quasi. Una parte della cifra sara' corrisposta
dal governo italiano ma per il resto, secondo l'Airl, si rimane
in attesa di trovare i finanziamenti necessari.
(torna su)
Libia,
il cimitero della vergogna
la Repubblica
19 novembre
2004
Renato
Caprile
SuktLata
o più semplicemente Hammangi. Periferia di Tripoli, a metà
strada tra il mare e il deserto. Il cimitero degli italiani è
lì. O meglio, quel che ne resta. E se è vero, come
si dice, che la civiltà di un popolo la s i misura dal
modo in cui onora i suoi morti, visitando Hamm angi si potrebbe
desumere
che la nostra
è ai confini della barbarie. Un camposanto non è
mai un belvedere. Ma se ti addentri nei viali di Hammangi tra
cumuli di
sterpaglie, tombe divelte, lapidi spezzate, scritte oscene, loculi
sfondati in cui mani profane hanno sventrato bare, rimestato tra
ossa e cenere alla ricerca a di una fede, di una catenina d'oro
di qualunque cosa potesse avere un valore, ti si stringe il cuore
e l'unica parola che ti viene in mente per le descrivere questo
orrore è una parola di otto lettere: vergogna. Le povere
spoglie di ottomila nostri connazionali, sepolti tra il 1924 e
il 1970, uomini e donne di un'Italia costretta a cerare lavoro
oltremare, giacciono ancora qui nell'abbandono più
totale. Anna Maione, morta nel '41 e Paolo Costacaro, deceduto
nel '48, due nomi tra i tantissimi, forse non hanno lasciato eredi,
forse non c'è più chi possa piangerli, ma le loro
ossa sono ancora qui, diventate cibo per la muta di cani famelici
che ha eletto questo pezzo di terra, ombreggiato da imponenti
magnolie, a proprio domicilio. E' vero che gli italiani solo ieri
sono potuti tornare, ma qualcuno dovrebbe pur spiegarci perchè
l'attiguo camposanto inglese ha un prato che sembra il green di
un campo da golf con croci e marmi in perfetto stato. Un contrasto
troppo stridente. Che suona come una specie di schiaffo alla nostra
immagine nazionale. La verità è che nessuno si e
mai occupalo di Hammangi al di fuori dell'Airl, l'associazione
che raggruppa i rimpatriali di Libia. Il solito problema dei fondi,
l'eterna difficoltà di trovare il capitolo giusto di spesa
nel bilancio della Farnesina. Eppure c'è un progetto per
ridare dignità a questi morti. Un buon progetto di restauro,
oltre tutto a basso costo — sei milioni di euro—che però
continua a rimanere sulla carta. I libici sono d'accordo, ma da
Roma non arrivano i soldi. “Eppure basterebbe una soIa telefonala.
Non aspettiamo altro per chiudere questa pagina che certo non
ci fa onore", spiega Luigi Sillano che per conto dell'Airl
si occupa del recupero, per ora solo teorico del cimitero monumentale
di Tripoli. A dimostrazione ulteriore di come Hammangi sia ormai
terra di nessuno, i libici non hanno trovato posto migliore per
seppellire in una maxi-fossa comune le centinaia di cadaveri restituiti
dal mare. I clandestini senza nome cui non è riuscito l'approdo
in un porto italiano. Qui li chiamano gli “africani”. Un termine
dispregiativo che dice tutto e niente.
L' importante
per loro è che non siano libici. E siccome degli “africani”
non si conosce né patria né fede, potrebbero essere
cristiani, musulmani, animisti o altro, la soluzione migliore
è parsa quella di seppellirli qui. In questa specie di
immensa discarica divenuta negli anni oltre tutto l'improbabile
casa di centinaia
di disperati in attesa di un imbarco alla volt dell'Europa. Sarebbero
stati loro, giurano i libici, a profanare le nostre tombe alla
ricerca di qualche grammo d ' oro.
Giovanna
Ortu, presidente dell'Airl, capo della delegazione che 34 anni
dopo la cacciata, o potuta finalmente ritornare il visita ufficiale
in Libia, non nasconde che una delle ragion dell 'abbandono in
cui il cimitero degli italiani è precipitato vi ricercato
in quel lontano 1970. L'anno in cui molti di quelli costretti
a rimpatriare pensarono bene di riportarsi in Italia anche le
spoglie dei loro cari. Allora ben settemila bare partirono da
Tripoli dirette al Nord, a Centro e al Sud della nostri penisola.
Ma ottomila rimasero ancora qui, ad Hammangi, insieme
a quelle dei 10.200 soldati caduti nelle due guerre d'Africa che
erano sepolti nel Sacrario che è al centro del complesso,
e successivamente traslati in Italia a Redipuglia. Degli ottomila
che rimasero qui nessuno si occupò più.
Molte parole ma pochissimi fatti. I rimpatriati di Libia
che hanno un contenzioso con lo Stato italiano per l'indennizzo
dei beni confiscati loro nel '70, sono disponibili per rimettere
a posto il loro vecchio cimitero a sborsare tre dei cinquanta
milioni di euro di risarcimento vantati. C'è un progetto
che sta bene ai libici, che si vedrebbero restituiti ben nove
ettari di terreno, dal momento che gli ottomila corpi potrebbero
essere sistemati nel Sacrario, ma che continua a giacere nel cassetto
di qualche scrivania del ministero degli Esteri di Roma.
(torna su)
Libia,
dimenticato il cimitero con 8mila italiani
Avvenire
19 novembre
2004
Giovanni
Grasso
Il
camposanto di Hammangi, a Tripoli, abbandonato da trent'anni era
diventato il bivacco per i clandestini. Adesso servono sei milioni
di euro per dare una sepoltura dignitosa ai nostri 8.000 connazionali
che riposano in terra africana. L'impegno di una speciale commissione
italo-libica per trovare i fondi necessari: domani la riunione.
Un altro segnale importante dopo la possibilità di tornare
in Libia per i nostri esuli.
Croci spezzate,
lapidi divelle, tombe profanate, cappelle fatiscenti. Era un cimitero
modello, ora sembra un campo di battaglia. Uno spettacolo di desolazione,
di disordine, di caos. Un'immagine impietosa di degrado, che fa
a pugni con il confinante cimitero militare britannico, composto,
pulito, con il suo prato all'inglese e le file ordinate di croci
bianche.
Eppure questo
monumentale camposanto conserva ancora i resti di 8000 italiani.
Morti sul suolo libico, per vecchiaia, per le epidemie, oppure
per gli effetti della guerra, come i due coniugi Salvatore e Maria
Di Mauro, che riposano l'uno accanto all'altro, periti entrambi
sotto le bombe inglesi il 25 agosto del 1941. La lapide di Salvatore
è spaccata, proprio in corrispondenza della foto, come
decine di altre. In tempi non lontani, il cimitero italiano era
diventato una sona di bivacco permanente per i clandestini, provenienti
dai Paesi a sud della Libia. Gli “africani”, come li chiamano
i libici con palpabile disprezzo. Da qualche tempo finalmente
c'è un custode, pagato dalla municipalità di Tripoli.
Cosi nessun vivo dorme e mangia più accanto o sopra ai
morti, ma le profanazioni e i saccheggi di notte continuano.
Arriva qualche
balordo, qualche disperato, qualche tossicodipendente. Salta il
muro di cinta, spaccale lapidi, rompe le bare, profana i corpi
spargendo le ossa in giro, alla ricerca di una fede nuziale, di
un ciondolo prezioso, di un paio di orecchini. Magri e tristi
bottini per gente senza speranza. Come quei 200 e più anonimi
«africani» sepolti al centro del cimitero in fosse
comuni coperte da una spessa coltre di cemento. Cercavano di venire
nel nostro Paese, attraverso la Libia. Non ce l'hanno fatta. Ogni
tanto ilmare restituisce i loro corpi o quello che resta di essi.
E le autorità libiche, non sapendo se sono musulmani, cristiani
o animisti, hanno deciso di seppellirli nel Cimitero degli Italiani.
In fondo è in Italia che volevano andare...
La storia
del cimitero di Hammangi è a ben vedere la metafora della
vicenda degli italiani di Libia, costretti nel 1970 dopo i! golpe
del colonnello Gheddafi a rimpatriare, abbandonando tutto. A volte
anche i defunti. Era un bellissimo camposanto, pieno di monumenti
funebri e di piante tropicali, edificato a partire dal 1924 su
un lembo di deseno di fronte al Mediterraneo. Al centro di esso
un monumentale mausoleo, costruito nel 1959, su progetto dell'architetto
Paolo Caccia Dominioni, realizzato dall'architetto De Paoli, ospitava
i corpi di tutti i militari caduti in Libia durante l'impresa
coloniale e le due guerre mondiali. 10.200 soldati, tra cui il
maresciallo dell'Aria e governatore dì Libia Italo Balbo,
colpito nel ciclo di Tobruk dalla contraerea italiana. Per loro,
però, ne! 1971 il governo italiano ottenne l'autorizzazione
e i corpi furono riportati nel nostro Paese e seppelliti nel sacrario
di Redipuglia. Analogo destino per altre 7000 salme di civili,
riportate negli anni in Italia, tra mille difficoltà burocratiche,
per volontà delle singole famiglie. Ma altri 8000 nostri
connazionali restano ancora lì sepolti, esposti all'incuria,
agli agenti atmosferici, alla violenza dell'uomo. L'Associazione
italiani rimpatriati dalla Libia (Airl) ha fatto della questione
del recupero del cimitero di Hammangi un vero e proprio punto
di onore, E dopo anni di Ione è riuscita a creare una commissione
ufficiale italo-libica e a tirare fuori un progetto capace di
ridare una decorosa sistemazione ai defunti italiani. L'idea base
è quella di far riesumare tutti i corpi e di trasferirli
all'interno dell'ex sacrario militare, che occupa circa un ettaro.
li resto dell'area cimiteriale (un parco di circa dodici
ettari) sarebbe bonificato e restituito alla città
di Tripoli, che intende trasformarlo in un giardino pubblico.
L'ok dei libici c'è già. Anche il via libera delle
famiglie dei defunti, che sono state rintracciate dall'Airi dopo
un faticoso e capillare lavoro di catalogazione e ricerca. Costo
dell'operazione, attorno ai 6 milioni di euro, 12 miliardi di
vecchie lire, ma i soldi, promessi dal governo e dal Parlamento
italiano, non sono ancora arrivati. Si spera nella finanziaria
2004, attualmente all'esame di Camera e Senato. Oppure, se le
istituzioni fossero ancora sorde a quel grido di dolore silenzioso
che si alza dalle tombe semidistrutte di Hammangi , nella sensibilità
di qualche impresa o banca italiana che lavora in Libia. Uno «sponsor»,
insomma. Capace di ridare dignità ai morti e speranza ai
vivi.
(torna su)
Una
giornata a Tripoli...bel suol d'amor
Fatti
Nuovi
19 novembre
2004
Tornare a
casa dopo trent'anni. Il sogno si è finalmente avverato
per sette italiani nati in Libia, espulsi da Gheddafi come “resti
del fascismo” nel 1970 insieme ad altri 20mila connazionali. Sono
tornati a Tripoli, aggirandosi per la città alla ricerca
delle loro vecchie case, della scuola, degli amici. Sono solo
l'avamguardia di tutti gli altri che dopo l'aper tura del colonello
libico Muhammar Gheddafi, potranno i chiedere il visto e tornare
in quelli la che fu la loro casa. Tra la prima r- delegazione
di italiani dell'era della riappacifìcazione, c'è
anche Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Italiana Esuli
dalla Libia. Una donna che da una vita sì batte per il
"diritto di tornare". E che racconta a Fatti Nuovi cosa
si provi a ritornare dopo più di un quarto di secolo tra
le strade della propria città natia. "Il viaggio sta
andando benissimo. E come un percorso della memoria e siamo tutti
emozionati e felici».
Come è stata l'accoglienza? «L'accoglienza è
stata ottima. La gente non è cambiata e ci ha accolto con
lo stesso affetto di sempre, nelle strade e nei suk. Sicuramente
si tratta di un viaggio dal forte impatto emotivo. Giovedì
mattina ci siamo divisi e siamo andati a recuperare i nostri ricordi.
Alcuni di noi sono stati a trovare dei loro amici arabi e hanno
visitato ìa 'scuola dei fratelli cristiani', ritrovando
le loro aule e i loro banchi". Lei dove è stata?
«Io sono stata al cimitero italiano, che purtroppo versa
in uno stato di degrado pietoso. Abbiamo lanciato da tempo un
progetto di recupero e l'operazione è ben
avviata, speriamo che il Governo italiano trovi lo stanziamento
necessario".
È più l'emozione del ritorno o la delusione nello
scoprire che i luoghi e i posti cari sono cambiati?
«Sono sensazioni che si equiparano. Ci sono stati dei cambiamenti
vistosi, speravamo di trovare ìa città vecchia mantenuta
meglio. La cosa che più mi ha colpito è stato il
lungomare, che per tutti noi è un grande ricordo e che
oggi non esiste più. Al suo posto è stata costruita
una strada che arriva fino al porto. Questa è stata una
delusione. Molti di noi hanno ritrovato la propria casa nella
città vecchia, cosa che a me è capitato in un altro
viaggio che avevo già fatto. Sono emozioni veramente forti».
E gli amici?
«Ci sono ancora. Io ho ritrovato amici e figli di amici.
Ero già adulta quando ci hanno esiliato. Ce chi invece
ha lasciato la Libia a 20 anni e oggi ha ritrovato i suoi compagni
di scuola. Anche il nostro interprete dell'ambasciata, che ci
accompagna in giro per la città, è l'ex compagno
di scuola di uno di noi».
Incontrerete Gheddafi? "Non c'è niente di programmato
in questo senso, ma direi più di no che di sì, anche
se non si può mai dire. Vedremo il vescovo di Tripoli comunque
e saremo ricevuti anche da quello che qui in Libia è l'equivalente
del nostro Presidente della Camera".
(torna su)
Esuli
ricevuti dal Vicepresidente del Parlamento
18 novembre
2004 h.18,18
Ansa
Augusto
Zucconi
Una
rappresentanza dell'Airl (Associazione degli italiani rimpatriati
dalla Libia) e' stata invitata oggi ad assistere alla prossima
sessione del Congresso generale del popolo libico (Parlamento)
in programma dall'11 al 16 dicembre prossimi.
L'invito
e' stato formulato da Suleyman Shumi, vice presidente del Congresso
generale del popolo, in un lungo incontro avvenuto questa sera
a Tripoli con la delegazione dell'Airl da ieri in visita nella
capitale libica.
''L'incontro
e' stato molto cordiale e soddisfacente'', ha detto la presidente
dell'associazione, Giovanna Ortu.
Shumi
ha dato il benvenuto al gruppo, i primi italiani ex residenti
ad essere autorizzati a tornare in Libia a 34 anni dalla loro
espulsione.
Il
vice presidente del Congresso generale del popolo ha detto che
e' ormai tempo di superare la pagina nera del colonialismo anche
se questa, ha precisato, e' una pagina che non potra' mai
essere
del tutto dimenticata.
All'incontro,
protrattosi per oltre un'ora, ha assistito anche l'ambasciatore
italiano a Tripoli, Claudio Pacifico .
(torna su)
Il
cimitero dimenticato. Nel degrado le salme di 8mila italiani
18 novembre
2004
Ansa
Augusto
Zucconi
Il cielo e' plumbeo, la giornata e' piovosa: senza il solito sole
di Tripoli appare ancora piu' cupo e desolante il panorama offerto
dal cimitero cristiano di Hammangi in cui riposano i resti di
oltre 8 mila italiani di Libia e che ex residenti e autorita'
diplomatiche stanno cercando di salvare dal degrado in cui e'
precipitato.
Il progetto di risanamento c'e' gia', i canali ufficiali sono
stati attivati ma per il momento mancano i soldi: secondo le stime
dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia,
ci vorranno almeno 6 milioni di euro per completare la parziale
opera di bonifica iniziata circa due anni fa. E non e' chiaro
da dove dovranno venire.
Dopo il 1970, anno della cacciata degli italiani dalla Libia,
Hammangi era diventato una sorta di terra di nessuno. Il cimitero
era stato trasformato in una discarica a cielo aperto con centinaia
di loculi profanati da ignoti che sulle salme speravano di trovare
oggetti d'oro.
Grazie anche alla collaborazione del comune di Tripoli le tonnellate
di detriti accumulate negli anni ora almeno sono state rimosse
e, tra palme e pini non proprio rigogliosi, il complesso progettato
dall'architetto Paolo Caccia Dominioni, ha in parte riacquistato
la sua maestosa fisionomia originaria.
Giovanna Ortu, la presidente dell'Airl, da ieri e' a Tripoli alla
testa del primo gruppo di esuli ad essere stato riammesso in Libia
dopo l'espulsione e questo e' uno dei primi luoghi che si e' sentita
in dovere di visitare.
''Spero proprio che presto non si parli piu' di Hammangi come
del cimitero dimenticato, o peggio ancora, del cimitero della
vergogna'', ha detto ai giornalisti che l'hanno accompagnata nel
sopralluogo effettuato stamani insieme con il console generale
d'Italia, Carlo Colombo.
''Nei prossimi giorni - ha assicurato il diplomatico - dovremmo
finalizzare una intesa con le autorita' libiche per la risistemazione
del cimitero con la bonifica anche del terreno esterno, e' un'opera
molto importante per dare finalmente una degna sepoltura ai civili
italiani morti in Libia''.
Il progetto complessivo di recupero ruota attorno alla ristrutturazione
del sacrario militare che per diversi anni ha accolto le spoglie
di oltre 10 mila caduti della guerra coloniale, oltre che la salma
di Italo Balbo. Nel 1971 tutti i resti sono stati trasferiti in
Italia e il complesso verra' ora trasformato in un ossario con
una propria cappella e un piccolo museo annesso.
Nel quadro del recupero di Hammangi, l'istituto italiano di cultura
di Tripoli e l'Airl hanno gia' messo a punto un data base con
i nome di tutti gli italiani sepolti nel cimiteri e da poco e'
iniziata anche una ricognizione sul campo per procedere all'identificazione
delle singole tombe.
Giovanna Ortu sosta davanti alla statua di un angelo divelta dalla
sua base. ''Ecco il monumento dell'angelo caduto - dice - ecco
il simbolo del degrado di questo cimitero, della nostra storia,
del nostro dolore''.
''Di chi e' la colpa? E' dei vari governi italiani che hanno cercato
di fare affari calpestando la dignita' dei morti - aggiunge -
oltre che quella del paese di cui sono figli''.
La
presidente dell'Airl invita i giornalisti a seguirla. ''Voglio
farvi vedere come le cose potrebbero cambiare'', dice. E girato
un'angolo, informa che quello che sorge li' e' il cimitero militare
inglese: le lapidi sono integre e perfettamente allineate, il
prato e' ben rasato come neanche un campo da golf.
''C'e' il discorso dei fondi ma questo non puo' e non deve costituire
un problema - dice la signora Ortu - se sara' necessario potrebbe
essere la stessa Airl a cercare di raccogliere la cifra necessaria
promuovendo una raccolta tra le ditte italiane che operano in
Libia''.
(torna su)
"Finalmente
a Tripoli, casa nostra"
Il Corrire
della Sera
18 novembre
2004
Fabrizio
Roncone
Ci
avete portato, dicono, in un'altra città.
Scherzano,
piangono, si soffiano il naso. Sei italiani, un primo gruppo dei
ventimila cacciati dalla Grande Jamahrya nel 1970, tornano a cercare
una strada, un ricordo, un profumo. Li guida Giovanna Ortu, presidente
dell'Associazione rimpatriati dalla Libia, e stanno tutti seduti
su un pulmino che, dall'aeroporto, trasporta la delegazione nel
centro di Tripoli. La quale gli appare subito abbastanza irriconoscibile.
Con i suoi palazzi popolari. Con i balconi pieni di antenne paraboliche.
Con poche bancarelle e molte automobili. Finchè poi, dietro
al finestrini, compaiono i bastioni del Castello rosso e anche
le grandi palme e le panchine di piazza Verde.
Ecco, qui
però siamo a casa… Piove. Il mare è piatto.
Buona parte
delle foto che hanno in tasca sono state scattate proprio in piazza
Verde e sono in bianco e nero. Bambini con i pantaloni corti che
tengono per mano la mamma. Gruppi di giovani operai. Nonni con
i baffi. Sorrisi di emigrati italiani all'apparenza felici. “No,
non solo all'apparenza: qui avevamo tutto quello che non potevamo
avere in Italia, e cioè sia il lavoro che la dignità
- ricorda Mario Puccinelli, 70 anni, nato a Suani Ben Aden, un
villaggio a 20 chilometri da Tripoli - e quei privilegi li hanno
avuti tutti, i nostri genitori e anche noi. Poi, purtroppo, arrivò
quel giorno...”. Era il primo settembre del 1969 e il giovane
Muhammar Gheddafi conquistava il potere con un colpo di Stato
incruento: nel luglio successivo, in un celebre discorso tenuto
a Misurata, il colonnello inveì contro il colonialismo
italiano, elencandone le malefatte. Dal 1911 al 1943: trentadue
anni che gli storici descrivono pieni di furti e di inganni, di
confische e di stragi. Mentre oltre quarantamila italiani, in
due ondate diverse, sbarcarono con il progetto di “colonizzare”,
quasi altrettanti libici- secondo quanto afferma lo storico Angelo
Del Boca - morirono di fame, di malattie e alla forca nei lager
costruiti dal genieri del nostro esercito in Cirenaica.
Al discorso
di Gheddafi, seguì, nel volgere di poche settimane, un
formale decreto di espulsione e di confisca di tutti i beni degli
italiani. “Che erano cospicui” rammenta il 74enne Giovanni Spinelli:
37mila ettari di terra, 1.750 case d'abitazione, 500 esercizi
commerciali, 1.200 tra autoveicoli, aerei e macchine agricole.
Valore totale, nel 1970: 200 miliardi di lire. “Ora però
io sono tornato qui felice e contento e non chiedo alcun indennizzo”
precisa Raffaele lannotti, 55 anni, nato a Dafnia (Misurata).
“Di queste faccende si occuperà il nostro governo... anche
se...”. Anche lui, cresciuto nell'ex villaggio Garibaldi, “una
delle 320 aziende agricole volute dall'ente colonizzazione Libia”,
lo ascoltò dal vivo, a Misurata, il discorso di Gheddafi
“e ricordo perfettamente che, alla fine del comizio, mi misi a
discutere con alcuni libici dicendo che sì, certo, c'era
stata la guerra e non tutto era filato liscio: però, ecco,
noi italiani qui avevamo costruito anche case, strade, acquedotti
e...”. E mi sembrava che ci fossero spiragli per un compromesso.
“Invece, pochi mesi dopo, mi ritrovai in fuga a bordo di una nave,
con una figlia di 14 giorni e una modernissima officina per la
riparazione dei motori diesel lasciata al nuovo governo libico”.
Si sono rifatti
tutti una vita. Iannotti s'è laureato in giurisprudenza,
Spinelli fa il farmacista, Puccinelli è diventato ragioniere,
il signore che piange in una elegante grisaglia grigia è
Giancarlo Consolandi, ha 55 anni e fa l'ingegnere. In Libia ha
frequentato l'istituto scolastico La Salle e così oggi
è il presidente dell'associazione ex allievi lasalliani
di Libia. “Se smette di piovere, vorrei tornare sulla spiaggia.
Me la ricordo bellissima. Io frequentavo quella dei bagni sulfurei,
ma c'erano anche altri posti, come il Lido, il Beach Club,
il Giorgimpopoli. Le mamme chiacchieravano sotto gli ombrelloni,
i papa lavoravano”.
Mario Puceinellì,
invece, vuole ritrovare il suo insegnante di lingua araba. "Ricordo
ancora il suo nome, si chiamava Mohamed Mahmud. Era bravissimo.
Se ogni giorno trascorro almeno due ore a guardare Al Jazira e
gli altri canali arabi, il merito è suo». Luigi Sillano
vuol tornare al numero 14 di Sharra Jamurria. “Sono nato in quella
casa e ci ho vissuto per 33 anni: mi dicono che sia ancora abitata.
Spero che i nuovi proprietari libici mi facciano entrare...”.
Piccole speranze,
grandi emozioni. E non solo: l'ambasciatore Claudio Pacifico sottolinea
anche quanto “un simile ritorno, così atteso, spieghi bene
la qualità dei rinnovati rapporti che legano lo Stato italiano
e quello libico”. Tutti conoscono l'importanza dei ripetuti viaggi
compiuti del premier Silvio Berlusconi e dal ministro dell'Interno,
Giuseppe Pisanu, E tutti sanno, naturalmente, di dover ringraziare
anche Muhammar Gheddafi. Ma se con gli esuli si comincia a parlare
dell'ex colonnello, il discorso si fa un po' lungo.
(torna su)
Tripoli,
il ritorno degli italiani
"E'
una grande emozione, aspettavo questo giorno da 34 anni"
la Repubblica
18 novembre
2004
Renato
Caprile
Foto ingiallite
e film d'epoca in super8. La Libia riassunta in vecchie istantanee
e tremolanti pellicole. Immagini di un altro tempo e di un'altra
vita protagoniste di ogni festa Comandata, di ogni occasione conviviale
con quel “qui c'era casa nostra”, “questo era il circolo dove
ci riunivamo la sera”, “questa è la signora che ti ha fatto
venire al mondo”, immancabilmente ripetuto con un filo di voce
e sempre con le lacrime agli occhi. Le lacrime di chi sa che in
quel paese, in quella casa non può più ritornarci.
Un'impossibilità che può diventare ossessione. La
stessa che ha accompagnato per tutta la sua giovane vita Ornella
Sillano, nata a Tripoli 34 anni fa e costretta ad andare via come
migliaia di altri nostri connazionali nel luglio del 1970. Ventimila
in tutto. In una parola, cacciati da un Gheddafi da poco salito
al potere, che decise di sbarazzarsi una volta e per tutte della
“ingombrante” eredità coloniale.
In quel lontano
luglio di più trent'anni fa, Ornella aveva solo cinque
giorni e nessun ricordo di prima mano della bella terra nella
quale era venuta alla luce. Ieri, quando il Boeing della Libyan
Arab Airlines, alle 13.10 in punto, è atterrato sulla pista
dell'aeroporto di Tripoli, la dottoressa Sillano, laureata in
lingue e letteratura inglese, un buon lavoro presso la Camera
di commercio di Latina, ha teneramente stretto il braccio del
padre per assicurarsi che non fosse un sogno. “Che emozione, questo
è un momento che aspettavo da 34anni”.
Il tempo
si dice sia una gran medicina. Come del resto gli affari. E deve
essere proprio vero se trentaquattro anni dopo il “giorno della
vendetta” -il 7 ottobre, anniversario della cacciata degli italiani-
si è trasformato come per incanto in Libia nel “giorno
dell'amicizia”. Il giorno nel quale Muhammar Gheddafi e Silvio
Berlusconi, giusto un mese fa, hanno potuto finalmente annunciare
al mondo che pace era fatta. Certo, l'inaugurazione di un importante
gasdotto tra Libia e ltalia ha giocato il suo ruolo, ma quello
che qui più ci importa è che migliaia di persone
da quel giorno hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Hanno
visto sanare un'ingiustizia, hanno riassaporato la gioia di poter
ritornare, sia pure da turisti, nella loro seconda patria fino
a ieri off limits. La fine di un esilio forzato, dunque. Che Giovanna
Ortu, capo della piccola delegazione -sette persone in tutto,
da ieri e per cinque giorni in visita ufficiale in Libia- definisce
il giorno della dignità ritrovata. “Quella stessa dignità
che ci era espropriata da tutti i governi che hanno accettato
passivamente per oltre trent'anni questo stato di cose. Quasi
fossimo noi italiani di Libia il capro espiatorio di una politica
coloniale ed espansionistica della quale non eravamo responsabili”.
Sette persone
dunque, una piccola avanguardia di rimpatriati che per qualche
giorno potranno tornare nei luoghi della loro giovinezza, che
il ricordo ha certo reso più mitici. Una vacanza per ora,
il resto si vedrà perché proprio queste persone,
questi italiani possano essere il rniglior “ponte” tra i due popoli.
Non chiedono nulla ai libici di quanto fu loro portato via con
la forza oltre trent'anni fa. Se qualcuno li deve indennizzare,
e molti hanno perso piccole fortune, quel qualcuno è l'Italia.
Cinque giorni
fanno in fretta a passare. Ci saranno incontri ufficiali con per
sonalità del governo, il ministro degli Esteri e, forse,
il premier. E secondo la signora Ortu potrebbe addirittura scapparci
“la sorpresa di poter essere ricevuti da! colonnello Gheddafi
in persona”. Per adesso c'è da recupera re il troppo
tempo perduto. Ritrovare qualche vecchio amico, vedere come negli
anni questo paese è cambiato, se c'è ancora qualcosa
di quello che è rimasto vivo nel ricordo: case, negozi,
bar, ristoranti.
Laura
Riccetti, inviata del Tg5, è anche lei nata in Libia. E'
andata via che aveva 6 anni nel '67. Lei e la sua famiglia con
il rimpatrio forzato dunque non c'entrano. Il padre lavorava per
la Pan Am e trentsette anni fa decise di ritornare in ltalia.
Ma anche Laura ha vissuto la sindrome di chi ha scritto sul passaporto
alla voce "luogo di nascita": Tripoli. Una specie di
colpa, quasi una condanna che non le ha consentito fino a ieri
di poter rivedere i luo ghi dell'infanzia, la strada nella
quale è nata. Sul pulmino che ci porta all'albergo. Laura
è al telefono con la mamma. Ha una cartina di Tripoli sulle
gambe. Dall'altro capo del filo la signora Riccetti mettendo mano
ai ricordi le da qualche indicazione: “La via dovrebbe chiamarsi
Omar el Muktar. E' un'arteria importante, la percorri per un paio
di chi lometri e poi sulla sinistra dovrebbe esserci una
stradina in salita, non puoi sbagliarti: è l'unica asfaltata”.
E non serve a nulla che la figlia la rimbrotti amorevolmente con
un “Mamma, ma sono passali cent'anni, ora le strade sono tutte
asfaltate”, per la signora Riccetti, la loro bella villetta continua
a essere ali a fine di quella stradina sterrata che non c'è
più.
(torna su)
"Le
nostre due vite. La prima in Libia la seconda in Italia"
La Stampa
18 novembre
2004
Guido
Ruotolo
Si
allunga veloce nel corridoio dell'hotel "Al Kabir",
Ornella Sillano: "Non posso stare chiusa in stanza, devo
uscire, devo vedere, respirare gli odori, i profumi di questa
terra. Finalmente, lascio dietro di me l'ossessione che mi ha
accompagnata per tutta la vita". Ornella ha 34 anni, aveva
cinque giorni quel 25 agosto del 1970 quando, insieme ai genitori
e ai fratelli, fu costretta ad abbandonare una Tripoli alle prese
con una epidemia di colera, perchè italiana. E adesso che
finalmente è giunta nella "sua" città
natale è impaziente: "E' un sogno che si avvera, ho
aspettato tutta la vita questo giorno, adesso potrò vedere
il luogo dove sono nata. Non ho ricordi, naturalmente, se non
quelle foto viste e riviste migliaia di volte, se non quei sospiri
e quei rimpianti dei miei genitori per quel passato che coincideva
con la loro gioventù, l'età delle speranze e delle
aspettative".
Il
volo della "Libyan Arab Airlines"è
atterrato all'ora di pranzo. Fotografi, telecamere, giornalisti
libici, anche quelli della Bbc sono venuti all'aeroporto, per
documentare quel "sogno", durato trentaquattro interminabili
anni che stava diventando "realtà", dopo la svolta
del 7 ottobre scorso. AL presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,
il premier Muammer Gheddafi, in occasione dell'inaugurazione del
gasdotto dell'Eni di Mellitah -, che, a regime, fornirà
il dieci per cento dell'energia che serve all'Italia -, annunciò
che "il giorno della vendetta" sarebbe stato cancellato
dal calendario libico e sostituito con il "giorno dell'amicizia".
ll 7ottobre rappresentava per i libici il nostro 25 aprile, l'anniversario
della fine del colonialismo italiano.
I
primi sette italiani (dei 20.000) cacciati nell'estate del 1970
sono tornati nella loro "seconda" patria. Coipiva il
corale sentimento di gioia, l'emozione vissuta, chi con lacrime
chi con sorrisi, in questo indimenticabile giorno del ritorno.
Non hanno rimpianti o rivendicazioni da fare perchè la
loro vita ha subito una brusca svolta: "Allora non provammo
odio nei confronti di chi ci cacciava - assicura Raffaele lannotti,
che a Misurata faceva l'artigiano meccanico e a Terni è
diventato funzionario della Motorizzazione civile - ma solo rabbia".
La
storia - le storie dei ventimila italiani - ha preso un'altra
piega: "Si, è vero, tracciando un bilancio; delle
nostre due vite non possiamo dirci insoddisfatti. Ci è
andata bene". Mario Puccinelli ha settant'anni, in Libia
amministrava le aziende agricole del padre e non solo. Si occupava
anche di export e import. A Roma è stato funzionario
dei ministeri degli Affari esteri e del Lavoro. "No, non
ho rimpianti - riflette -, ho solo nostalgia di un passato che
ha coinciso con la mia giovinezza. No, non ho nulla da pretendere
dai libici, chi mi ha trattato peggio è stato il governo
italiano".
E'
lui, Mario Puccinelli, la star dell'aeroporto. Parla l'arabo perfettamente
-"ce lo siamo portato per questo", scherza la capodelegazione,
Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione degli italiani rimpatriati
dalla Libia, l'Airl“ - e i giornalisti locali lo intervistano.
Cosa rappresenta per lei il ritorno in Libia? "Il viaggio
di chi è nato in questa terra. Di chi è vissuto
e ha conosciuto tanta gente. Di chi vuole riabbracciare vecchi
amici". Ha delle proprietà da rivendicare? "Nessuna,
io amministravo i beni di mio padre". E' il turno della giornalista
della Bbc. Cosa vi ha dato il governo italiano? "Molto poco".
Cosa chiede al
governo
libico? "Nulla".
E'
solo un viaggio nel passato, alla ricerca di luoghi, di affetti,
di amicizie coltivate in quegli anni. Non sentono sulle loro spalle
il peso della storia, l'eredità - "pesante" per
gli storici come Angelo Del Boca - del colonialismo italiano,
che si è reso responsabile di "eccidi, deportazioni,
torture". Una storia chiusa il 22 gennaio del 1943, quando
gli inglesi occuparono Tripoli. La loro è la generazione
dei figli, dei nipoti degli italiani arrivati in Libia a partire
dal 1911. Ricorda Mario Puccinelli: "Mio padre arrivò
nel ‘23, come geometra dell'ufficio fondiario".
Il
passato è consegnato alla storia. E' al presente e al futuro
che bisogna guardare. Oggi i rapporti tra Libia e Italia sono
decisamente positivi. E' grazie all'impegno dell'Italia che la
Libia ha superato l'embargo Ue. Roma e Tripoli sono decise a combattere
insieme il dramma dell'immigrazione clandestina, che poi vuol
dire provare ad affrontare a monte i drammatici problemi della
povertà e della guerra in tanti paesi africani.
Alla
fine di ottobre, in occasione del congresso dell'Airl, il leader
Muammer Gheddafi si è rivolto agli italiani rimpatriati
augurandosi che diventino "anello di congiunzione" tra
i due popoli e i due Stati. Giancarlo Consolandi, che aveva
ventun'anni quando lasciò la "sua" Tripoli,
ha un sogno: "Sono ingegnere, vorrei poter dare un contributo
a questa terra dove sono nato. Magari un tocco di urbanistica
europea a Tripoli, così come si respira un po' d'Europa
negli Emirati Arabi".
Si
è emozionato, Giancarlo Consolandi. E' quando l'aereo ha
iniziato la discesa su Tripoli: "Dal finestrino ho visto
il rosso della sabbia e il contrasto con il verde delle coltivazioni.
E sono tornato indietro negli anni, a quando rientravo a casa,
a Tripoli, dalle lunghe vacanze italiane". Lui, Consolandi,
a differenza degli altri, ha un rimpianto: "Avrei voluto
vivere qualche anno di più in Libia, per dividere con la
mia attuale moglie le gioie di queglianni".
Ognuno
di loro ha qualche desiderio da voler esaudire, in questi giorni:
il pellegrinaggio nei luoghi del passato, a Tripoli o nei villaggi
delle bonifiche delle terre. Il ritrovare vecchi amici di scuola.
E' un viaggio carico di emozioni, quello appena iniziato. Erano
contenti, ieri sera, durante la cena nella residenza dell'ambasciatore
italiano, Claudio Pacifico (che sta lasciando la Libia per un
altro incarico). Per i sette italiani, oggi ci saranno i primi
incontri politici con gli "amici" libici.
(torna su)
Gli
Italiani di Libia ritornano a Tripoli
Avvenire
18 novembre
2004
Giovanni
Grasso
E' un viaggio
della memoria, carico di sentimenti e di nostalgia. Ma è
anche una visita simbolica, ricca di significati politici. Uno
sparuto gruppo di italiani, una sorta di avanguardia di quei circa
20.000 che fino al 1970 vivevano, lavoravano, nascevano, si sposavano,
morivano in Libia, è stato accolto con tutti gli onori
dal governo guidato da quello stesso Colonnello Gheddafi che 34
fa decretò l'immediata espulsione di tutti i nostri connazionali,
a cui furono confiscati tutti i beni: terre,
industrie,
negozi, abitazioni, depositi bancari, oggetti di valore. Ma una
sorta di damnatio memoriae ha continuato a perseguitare gli "Italiani
di Libia", anche dopo la "cacciata". A loro le
autorità consolari della "Grande Jamahiria" avevano
sempre rifiutato il visto di ingresso, neanche per pochi giorni,
giusto il tempo di fare una visita ai propri cari sepolti nel
cimitero italiano di Tripoli, ora in completo abbandono. Da ieri
sera, sette "rimpatriati" guidati dalla presidente dell'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, che ha dedicato
la propria esistenza alla causa delle vittime della espulsione,
sono finalmente a Tripoli: il più anziano di loro si chiama
Giovanni Spinelli, ha 74 anni e aveva a Tripoli una fiorente attività
di importazione di prodotti fotografici. Ora è titolare
di una farmacia a Roma. La più giovane si chiama Ornella
Sillano, ha giusto 34 anni ed è ora in Libia con il padre
Luigi, che racconta: "Ornella è nata a Tripoli il
25 agosto del 1970, in un ospedale abbandonato, in condizioni
terribili. C'era un'epidemia di colera e tutti gli italiani stavano
smobilitando. Cinque giorni dopo era già sull'aereo che
riportava in Italia... Per lei tornare sui luoghi natii era diventata
una vera e propria ossessione".
La casa dei
Sillano esiste ancora, una bella villetta di stile coloniale in
un quartiere residenziale di Tripoli. Non esiste più, invece,
l'impresa di costruzioni edili, fondata dal nonno di Ornella,
Giocondo, che dava lavoro a 600 operai, metà venuti dall'Italia,
metà libici. Un'impresa fiorente, che aveva avuto l'incarico
di asfaltare tutte le strade di Tripoli. Giancarlo Consolandi
è invece nato nella capitale libica 55 anni fa. Di professione
a l'ingegnere, presso le poste italiane. Suo nonno, originario
di Cremona, aveva una piccola officina meccanica. Suo padre dopo
aver lavorato alla fabbrica di birra Oea, di proprietà
di tedeschi, si era messo in proprio, importando pompe idrauliche
per i pozzi.
Al momento
della fuga forzosa aveva 21 anni. Del periodo libico ricorda soprattutto
frequenza della scuola dei fratelli delle Scuole Cristiane a Tripoli,
dedicata a San Giovanni de la Salle. <<I Salassiani vennero
in Libia nel 1912- ricorda Consolandi sostituendo i fratelli maristi.
L'esperienza fu davvero particolare: nell'istituto studiavano
studenti di tutte le religioni. C'erano i cattolici, ovviamente,
ma anche gli ebrei, gli ortodossi di origine greca, i libici musulmani...
Possiamo dire che in quell'istituto ci sono, state prove anticipate
di dialogo interreligioso". L'atmosfera era davvero aperta:
"Gli studenti delle altri religioni potevano assistere alla
lezione di religione, oppure potevano uscire. Si studiava l'italiano,
l'arabo e l'inglese". Consolandi è riuscito a tenere,
da presidente dell'associazione lasalliana degli ex alunni, contatti
con molti di loro. Si sono anche rivisti in diverse occasioni.
Un ex allievo libico della scuola cattolica tripolina è
Fuad Kabazi, intellettuale e poeta, ambasciatore della jamahiria
in Vaticano fino a due anni fa. Consolandi partì per l'Italia
il 30 agosto del 1970: "Ci imbarcarono su una nave della
Tirrenia, giunta apposta dall'Italia per prelevarci. Aveva 7 posti
per 500 persone e noi eravamo 1200". Tre giorni di viaggio
infernale, poi lo sbarco a Napoli. Senza una lira in tasca. Ricominciando
tutto da capo. Il suo desiderio principale è di tornare
a visitare proprio la sua scuola, oggi trasformata in istituto
scolastico femminile pubblico.
Giovanna
Ortu è molto soddisfatta del viaggio in Libia, che "restituisce
dignità ai 20 mila connazionali rimpatriati". "Nel
passato -ci dice- abbiamo forse commesso degli errori di prospettiva.
Vivevamo lontano, non eravamo avvezzi ai delicati meccanismi della
politica, forse non abbiano compreso le ragioni per cui, per esempio,
l'Italia ha rinunciato a far valere le proprie ragioni con il
governo libico, visto che eravamo protetti da un trattato dell'Onu.
Però cisiamo sentiti completamente abbandonati dai governi
italiani, che hanno sempre-rimosso la questione, trattandoci quasi
da fastidiosi petulanti. Se il governo italiano aveva interesse
a tenere doverosamente buoni rapporti con la Libia, non doveva
ricadere tutto sulle nostre spalle". Finora gli indennizzi
che i governi italiani hanno riconosciuto a coloro che hanno perso
beni allÕestero non sono stati, secondo l'Airl, sufficientemente
adeguati. Ora con la nuova legge finanziaria, sembra che le cose
possano cambiare. Ma questa è un'altra storia. Ora i "sette",
alle prese con l'album dei ricordi, non ne vogliono parlare. Soddisfatta
anche la diplomazia italiana. All'ambasciata guidata da quattro
anni da Claudio Pacifico, sottolineano come questo viaggio "rappresenti
una tappa storica" nel processo di normalizzazione dei rapporti
tra la Libia, l'Italia e tutto l'Occidente. Un fatto di vitale
importanza proprio ora che qualcuno, tra i terroristi islamici
e gli estremisti occidentali, evoca lo spettro dello scontro di
civiltà.
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Expelled
Italians make emotional visit to Libya after 34 years
Dpa (agenzia
di stampa tedesca)
17 novembre
2004
Rome (dpa)
- A group of Italians expelled from Libya more than 30 years ago
after leader Moamer Gaddafi seized power made an emotional trip
to their former home Wednesday.
The
delegation of seven arrived in Tripoli after boarding a Libya
Arab Airline flight from Rome.
Libya
was an Italian colony between 1911 and World War II. All of its
20,000 Italian residents were expelled in 1970, following Colonel
Gaddafi's rise to power.
Among those
expelled was football legend Claudio Gentile, currently Italy's
national youth team coach, who was born in Tripol 1953.
The Italians'
return was made possible by a series of meetings between Italian
Prime Minister Silvio Berlusconi and Gaddafi, who has been working
to re establish ties with the West in recent years.
In October,
Gaddafi also agreed to rename the October 7 commemorative day
formerly known as "Vendetta Day" (against Italy) to
"Day of Friendship".
The Italians
who arrived in Tripoli on Wednesday were scheduled to remain in
their former home country until November 22 to visit the places
of their youth, said Rossella Savignano of the Association of
Italians Repatriated from Libya.
"Being
back in Tripoli means we can take back a significant part of our
lives," the associations' president, Giovanna Ortu, told
reporters after her arrival in Libya.
(torna su)
Esuli,
nel suk di Tripoli 34 anni dopo
Ansa
17 novembre
2004 h.18,40
Augusto
Zucconi
''Guarda,
guarda c'e' ancora la vecchia bottega dell'orefice ma lui non
e' quello che conoscevo io''. ''E il teatro dove e' finito? Non
ti ricordi che proprio li' c'era un piccolo teatro?''. ''No, era
una specie di night''. ''Ma che night, negli anni '50 li' c'era
un teatro, e lo dico''.
Sono nel cuore del suk di Tripoli e quasi non credono ai loro
occhi. Dopo essere stati cacciati 34 anni fa dal colonnello Muammar
Gheddafi, poco piu' di un mese fa sono state autorizzate a tornare
dall'imprevedibile leader libico in occasione di una visita a
Tripoli del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Cosi',
dopo anni di amarezza e di frustrazioni, una prima delegazioni
di ex coloni e' potuta rientrare nel paese nordafricano per un
viaggio che sembrava diventato un miraggio.
E' iniziato proprio dal suk di Tripoli, nella citta' vecchia,
l'amarcord dei 7 esuli giunti oggi nella capitale libica in una
delegazioni guidata da Giovanna Ortu, la presidente dell'Associazione
degli Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl). Il viaggio durera'
5 giorni e comprendera' anche incontri
ufficiali con le autorita'.
''Certo che Tripoli e' cambiata, quando ci hanno mandato via era
una citta' di 200 mila abitanti e oggi siamo su un milione e mezzo,
ora sono sorte periferie nuove dove prima c'era praticamente il
deserto, certo che faccio fatica la citta' dove sono nato'', ha
detto Luigi Sillano, 67 anni, geometra che oggi vive a Latina.
Non stanno nella pelle per l'eccitazione ed hanno voglia di scambiarsi
impressioni e di scattare fotografie i profughi tornati in quella
che molti di loro considerano la loro vera patria.
Al loro arrivo all'aeroporto di Tripoli l'accoglienza e' stata
calda e in certi casi commovente. Alcuni hanno riabbracciato vecchi
amici e conoscenti, i piu' anziani del gruppo hanno ripreso subito
a parlare arabo e sono stati immediatamente requisiti dalla radio
e dalla tv libica. Molte anche le telecamere e i giornalisti al
seguito dall'Italia, vista la singolarita' dell'evento.
Nel
loro emozionante viaggio da Roma alla Libia la delegazione e'
stata accompagnata dall'ambasciatore italiano Claudio Pacifico
che con l'Airl tanto si e' impegnato perche' questo giorno arrivasse
e che sta per giungere alla fine del suo mandato con questo significativo
successo.
''E' un momento che corona il forte impegno di un'azione politico-diplomatica
che e' stata condotta con tenacia e che oggi vede appunto questa
visita molto importante anche perche' segna un punto politico
molto positivo'', ha detto il diplomatico non nascondendo la sua
soddisfazione.
Anche per Giovanna Ortu, nata a Tripoli 65 anni fa, e' stato un
grande giorno. Ha passato quasi tutto il tempo del viaggio a frugare
in uno scatolone di vecchio foto della sua infanzia e a commentarle
con gli altri. ''Ce l'abbiamo fatta - esclama una volta arrivata
a destinazione - c'era da attraversare un deserto senza oasi ma
ce l'abbiamo fatta''.
I ricordi si accavallano prepotenti e le emozioni anche in questa
prima giornata sul 'bel suol d'amore'. Sono ricordi anche un po'
tristi ma non importa. ''Certo, ci hanno cacciato da qua ma devo
dire che lo hanno fatto senza odio'', racconta Luigi Sillano.
E la convinzione che in Libia si abbia ancora oggi un ottimo ricordo
degli italiani in loro e' granitica.
Nel suk di Tripoli la visita suscita grande curiosita'. Tutti
guardano come se vedessero degli oggetti misteriosi. Un vecchio
con la barba bianca ad un certo punto pero' si avvicina e, in
italiano, dice ''benvenuti''.
Mario
Puccinelli, 70 anni, uno dei piu' anziani del gruppo, restituisce
la cortesia e si mette a parlare in arabo. I due gesticolano e
sorridono rievocando certamente i tempi passati.
''Che emozione, questo e' un momento che aspettavo da 34 anni'',
esclama Ornella, la figlia di Sillano. E come se venisse in Libia
per la prima volta. E' nata a Tripoli ma la portarono via ancora
in fasce. Aveva 5 giorni quando i suoi genitori furono costretti
ad andarsene assieme ad altri 20 mila come loro. Forse e' proprio
lei l'ultimo italiano ad essere nato in Libia.
(torna su)
Italia-Libia:
esuli aTripoli dopo oltre trent'anni
AGI
17 novembre
2004 h.17,03
La traversata
nel deserto e' davvero finita: la prima delegazione ufficiale
degli esuli italiani espulsi 34 anni fa dalla Libia e' giunta
oggi a Tripoli. Una missione di quattro giorni che per i sette
esuli - i primi a tornare in rappresentanza dei ventimila italiani
espulsi- ha il sapore di un approdo finale, di un ritorno alle
radici, il riconoscimento di un'identita'. Il gruppo che accompagna
la combattiva presidente dell'Airl (l'Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia), Giovanna Ortu, e' composito: sei persone d'eta'
diversa che lasciarono la Libia in fretta e furia, costretti ad
abbandonare le case, i beni, i luoghi dove erano nati e cresciuti.
Tutti pero' sono accomunati dalla grande emozione di tornare a
toccare una terra che lasciarono nel luglio del 1970 sull'onda
del colpo di Stato non violento che, il primo settembre del 1969,
aveva portato al potere il colonnello Moammar Gheddafi. "E'
il completamento della nostra identita' e della nostra dignita'",
ha raccontato al telefono la Ortu, con una voce raggiante. "Un
grande sogno che si avvera", le ha fatto eco Ornella Sillano,
la piu' giovane della delegazione, oggi professionista a Latina,
che aveva cinque anni quando la sua famiglia lascio' Tripoli.
Ma il viaggio sara' soprattutto un percorso nei luoghi della memoria:
il lungomare di Tripoli, i villaggi dell'entroterra costruiti
dagli architetti italiani (villaggio Bianchi, villaggio Maddalena,
villaggio Garibaldi) e che oggi sono stati ribattezzati. Ma soprattutto
il cimitero italiano a Tripoli: l'Hammangi, il cimitero dimenticato
per il quale e' stata avviata un'operazione di risanamento e restauro.
(torna su)
Ritorna
a Tripoli il primo gruppo degli italiani espulsi nel 1970. Emozioni
e gratitudine di tre generazioni
Rainews24
17 novembre
2004
Poche
ore di volo e saranno nella casa di un tempo, a Tripoli.
Il primo gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dalle
autorità libiche il visto d'ingresso per rivedere
la terra nella quale sono nati e hanno vissuto e dalla quale furono
allontanati nel settembre del 1970 è partito.
La delegazione, guidata dal Presidente dell'Associazione italiani
rimpatriati dalla Libia (Airl), Giovanna Ortu, comprende
rappresentanti dei rimpatriati di varie generazioni, nonche' membri
del Direttivo dell'Airl e da alcuni inviati della stampa italiana.
"Siamo
felici, emozionati, perche' qui sono rappresentate tutte le generazioni
che hanno vissuto in Libia: le stesse che fanno ritorno dopo 34
anni in un Paese dove alcuni sono nati, altri vi sono arrivati
da piccoli e in cui i nostri genitori e a loro volta i loro padri
hanno vissuto, lavorato, fatto immensi sacrifici e dal quale poi
sono stati costretti a fuggire, abbandonando tutto li' per tornare
in Italia e ricominciare da zero - ha spiegato lo stesso presidente
dell'Airl poco prima di imbarcarsi a Fiumicino con il gruppo sul
volo della Libyan Arab Airlines alle 11:30 - Tornare a Tripoli
per noi significa avere ottenuto un riconoscimento per il quale
abbiamo lottato tanto in questi anni, quindi piu' che meritato,
e soprattutto riappropriarci di una significativa parte della
nostra vita".
"Ringrazio
tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo sulla base
degli accordi bilaterali del 1998 - ha aggiunto Giovanna Ortu
- nell'ambito del processo di normalizzazione tra i due Paesi,
sviluppato grazie anche agli intensi incontri tra Silvio Berlusconi
e Muammar Gheddafi, le autorita' libiche e i rappresentanti diplomatici
a Roma della 'Grande Jamahiria' per aver dato rapido corso alle
procedure concernenti la missione italiana nonostante il periodo
della festa di Ramadan".
(torna su)
Italiani
in Libia: i primi tornano a Tripoli
AGI
17 novembre
2004
E'
in procinto di partire per Tripoli il primo gruppo di italiani
ex residenti che hanno ottenuto dalle autorita' della "Grande
Jamahiria" il visto d'ingresso per rivedere la terra nella
quale sono nati e hanno vissuto e dalla quale furono allontanati
nel settembre del 1970. La delegazione, guidata dal Presidente
dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), Giovanna
Ortu, e' composta perlopiu' da rappresentanti dei rimpatriati
di varie generazioni, nonche' membri del Direttivo dell'Airl e
da alcuni inviati della stampa italiana che seguiranno il viaggio.
"Siamo felici, emozionati, perche' qui sono rappresentate
tutte le generazioni che hanno vissuto in Libia: le stesse che
fanno ritorno dopo 34 anni in un paese dove alcuni sono nati,
altri vi sono arrivati da piccoli e in cui i nostri genitori e
a loro volta i loro padri hanno vissuto, lavorato, fatto immensi
sacrifici e dal quale poi sono stati costretti a fuggire, abbandonando
tutto li' per tornare in Italia e ricominciare da zero - ha spiegato
lo stesso presidente dell'Airl poco prima di imbarcarsi a Fiumicino
con il gruppo sul volo della Libyan Arab Airlines alle 11:30 -.
Tornare a Tripoli per noi significa avere ottenuto un riconoscimento
per il quale abbiamo lottato tanto in questi anni, quindi piu'
che meritato, e soprattutto riappropriarci di una significativa
parte della nostra vita".
"Voglio cogliere l'occasione per ringraziare tutti
coloro che hanno reso possibile tutto questo sulla base degli
accordi bilaterali del 1998 - ha aggiunto Giovanna Ortu - nell'ambito
del processo di normalizzazione tra i due Paesi, sviluppato grazie
anche agli intensi incontri tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi,
le autorita' libiche e i rappresentanti diplomatici a Roma della
'Grande Jamahiria' per aver dato rapido corso alle procedure concernenti
la missione italiana nonostante il periodo della festa di Ramadan.
Un particolare ringraziamento va, infine, agli uffici competenti
della Direzione Mediterraneo e Medio Oriente del Ministero affari
esteri italiano".
Tra gli italiani in viaggio c'e' anche Ornella Siliano, 34 anni,
di Latina, libera professionista nel settore import-export che
lascio' la Libia appena cinque giorni dopo la nascita. "Sono
nata il 25 agosto di 34 anni fa e il 30 agosto eravamo gia' in
fuga insieme con la mia famiglia - racconta sorridendo la giovane
-. In tutti questi anni sono cresciuta all'ombra della nostalgia,
dei racconti e ricordi dei 'bei tempi' passati, narrati sempre
con grande emozione da mio padre e mia madre, in Libia da tre
generazioni e un'impresa edile avviata dal mio bisnonno. Per me
ora e' un grande sogno che si avvera". "Siamo andati
via da li' in modo rocambolesco e ora ci torniamo come se fossimo
dei normali turisti - ha detto a sua volta Luigi Siliano, 67 anni,
il papa' di Ornella - credo sia sempre una grande emozione tornare
nel posto dove si e' vissuti per tanto tempo; figuriamoci per
me e mia figlia che in questo viaggio riusciremo persino a fare
visita alla casa paterna.
Nostalgie a parte, per noi ora si apre un nuovo capitolo
- conclude Sillano - sperando che si aprano nuove prospettive
per il futuro".
(torna su)
Gli
italiani di Libia tornano a casa
La stampa
17 novembre
2004
G. Ru.
Ci siamo.
Dopo 34 annidi <<esilio>> forzato, una delegazione
di italiani nati in Libia arriva oggi a Tripoli, per una visita,
ufficiale. Per loro non sarà solo un viaggio nella memoria
in quella che hanno sempre considerato la loro <<seconda
Patria>>, in un passato interrotto bruscamente nel luglio
del 1970, quando la Libia del colonnello Gheddafi decise di cacciare
ventimila italiani: <<La condanna all'esilio dalla terra
delle origini è stata una ferita aperta per lunghi anni,
perchè ci ha espropriato la nostra dignità, perchè,
accettata passivamente per oltre trent' anni dai governi italiani,
ci ha bollato come il capro espiatorio della situazione. Con la
restituzione della nostra dignità -spiega Giovanna Ortu,
capodelegazione, presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani
rimpatriati dalla Libia -, ritroviamo appieno anche la nostra
identità, torniamo ad essere cittadini italiani con pari
diritti, che non debbono nascondere ma possono vantare con orgoglio
le loro origini>>.
Con Giovanna
Ortu sul volo di linea della Libya Airlines, questa mattina ci
saranno Giovanni Consolandi, Raffaele Antonio lannotti, Mario
Puccinelli, Luigi e Ornella Sillano, Giovanni Spinelli. Saranno
i primi italiani nati o vissuti in Libia che potranno visitare
il “loro” (secondo) paese. E' una delegazione scelta <<tenendo
d'occhio le date di nascita e l'attività professionale>>.
C'è anche (forse) l'ultima italiana nata a Tripoli, Ornella
Sillano, che oggi ha 34 anni e lasciò la Libia che aveva
pochi giorni. Rimasero tutti <<senza fiato>> il 7
ottobre scorso, quando il leader Muammer Gheddafi e il presidente
Silvio Berlusconi annunciarono <<che il giorno della
vendetta>>, l'anniversario del 7 ottobre nel quale i libici
celebravano la cacciata degli italiani, veniva cancellato e sostitutito
dal <<giorno della amicizia>>.
La delegazione
italiana avrà diversi incontri politici in Libia, probabilmente
anche con il premier e il ministro degli Esteri, ma non è
esclusa, rivela Giovanni Ortu, <<una sorpresa>>: l'incontro
con Muammer Gheddafi. Proprio il leader libico, nel suo messaggio
al congresso dell'Airl, che si è tenuto il mese scorso,
aveva sottolineato: <<Quanto patito dal popolo libico, in
termini di uccisioni, deportazioni non è stato per colpa
vostra: si trattò di responsabilità dei governi
coloniali e delle loro politiche espansionistiche>>. I sette
rimpatriati probabilmente visiteranno anche il cimitero (abbandonato)
dove sono seppelliti ottomila connazionali. <<Sono emozionata
- sussurra Giovanna Ortu - e lo sono ancora di più pensando
a tutti quelli che non saranno con noi in questi giorni, ma che
presto potranno tornare in Libia. Ma penso anche ai tanti, come
la mia migliore amica, che non vogliono riaprire la pagina della
loro storia, non vogliono parlare di Tripoli e della Libia. Come
se non avessero elaborato il lutto>>.
Il viaggio
tanto atteso - <<si è conclusa la nostra traversata
del deserto>> - da oggi finalmente non è più
un sogno ma una realtà: <<Grazie al presidente Berlusconi
per la sua perseveranza - afferma Giovanna Ortu - e grazie al
leader Gheddafi, che ha avuto il coraggio di voler fare pace,
di voler guardare al futuro>>. <<Nessun rancore per
il passato>>, assicura la delegazione dell'Airl, alla vigilia
della partenza. <<Noi andiamo in Libia come turisti un pò
speciali -dicono -, Gheddafi si augura che noi diventiamo un anello
di congiunzione tra i due popoli e i due Stati>>. I conti
con il passato vanno chiusi, semmai, in Italia, sostiene l'Airl:
<<Ci aspettiamo che il governo onori i suoi impegni. Chiediamo
quanto ci è dovuto: gli indennizzi. Il viceministro Baldassari
ha promesso che in questa Finanziaria sarà approvato un
emendamento che stanzia i primi 50 milioni di euro>>.
(torna su)
"Libia,
dopo 34 anni rieccoci a casa"
La nazione
17 novembre
2004
Andrea
Caligni
La
mattina del 21 luglio '70, chi ancora non sapeva capì.
Videro la polizia di Gheddafi montare gli altoparlanti nelle piazze,
ascoltarono la voce del Colonnello rivolgersi al proprio popolo
in arabo e si resero conto che, da quel momento, i libici li guardavano
con occhi diversi. «Occhi pieni di un odio nuovo»,
ricorda l'allora quarantenne Marco Scognamiglio. Fu così
che, per i 20mila italiani di Libia, tutto divenne memoria. L'odore
del cuscus, la dolcezza dei datteri, le corse in bicicletta sul
lungomare di Tripoli, i balli al Circolo Italia, gli affari, gli
amori... Tutto finito. I nipoti dei soldati giolittiani che con
la guerra contro la Turchia nell'11 diedero all'Italia la «quarta
sponda» a lungo agognata, i figli dei fascisti ferraresi
che partirono nel '34 al seguito di Italo Balbo, le famiglie che
— col boom petrolifero della fine degli anni '50 — si imbarcarono
in terza classe in cerca di fortuna: dovettero tutti tornare a
casa. Ad appena un anno dal colpo di Stato, Muammar el Gheddafi
gli requisì i beni, gli bloccò i conti bancari e
li rispedì in Italia. E' per questo che quella di oggi
è una data storica. Perché oggi, dopo 34 anni di
attesa, una delegazione di sette italiani di Libia può
finalmente metter piede nel paese dove vissero e dal quale furono
espulsi. Merito della pugnace presidente dell'Associazione italiana
rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu («in questi anni
ho lasciato due mariti ma non ho mai abbandonalo la nostra causa»).
E' merito di Silvio Berlusconi, che, facendo leva sugli interessi
petroliferi comuni (l'Italia importa dalla Libia 500mila barili
di greggio al giorno) e sulla comune lotta al fondamentalismo
islamico, ha convinto Gheddafi. Da quest'anno, dunque, per i libici
il
7
ottobre non sarà più la «giornata della vendetta»,
ma «la giornata dell'amicizia» tra due paesi divisi
solo da un tratto di Mediterraneo. Nel '70, però, furono
pochi gli italiani che riuscirono a prevedere il proprio destino.
Ci riuscì il padre di Guido Barabani, che, quarant'anni
prima,
da Cento aveva portato a Tripoli la famiglia, ma che, fiutata
l'aria, nel '69 vendette l'azienda di autotrasporti al ministro
libico per il Petrolio. Non ci riuscì il fotografo Gabrielli
che, preso dal panico, all'alba del rimpatrio infilò denaro
e gioielli dentro a grosse barre di cioccolata e fece per imbarcarsi.
Ma faceva caldo, quel giorno. La cioccolata si sciolse e lui finì
in carcere per traffico di valuta.
La
maggior parte di loro perse tutto, I pogrom contro gli ebrei (molti
dei quali italiani) del '67 e il connesso incendio del Circolo
Italia non li insospettirono. Pensarono che il trasferimento dei
beni demaniali e il risarcimento di 5 milioni di sterline concessi
nel '56 dall'Italia alla Libia avessero chiuso il capitolo del
colonialismo. Ma si sbagliarono. Persero tutto. E oggi si aspettano
che Berlusconi li risarcisca con 50 milioni di euro in questa
Finanziaria e altri 200 nei due anni a venire. «Ci ha ridato
la dignità — dice la Ortu — ma sui soldi ho dei dubbi".
Com'era già accaduto ai profughi istriani, quelli libici
tornarono in un Paese indifferente. Li chiamavano «gli africani".
Gli invidiavano l'assunzione nel pubblico impiego, grazie alla
quale ingegneri e imprenditori si adattarono al rango di fattorini.
Il governo li ignorò. Il presidente del Consiglio. Emilio
Colombo, e il ministro degli Esteri, Aldo Moro, si voltarono dall'altra
parte per non intaccare gli interessi petroliferi dell'Eni. Torneranno
a vivere a Tripoli? «No — dice Barabani — ma voglio portarci
mio figlio. Voglio che veda il paese dove suo padre e suo nonno
furono felici».
(torna su)
Italiani
espulsi dalla Libia, un ritorno a lungo atteso
Secolo
d'Italia
16 novembre
2004
M.Z.
Per i 20
mila italiani che nel 1970 furono espulsi dalla Libia è
arrivato il momento di tornare a casa. Dopo tante amarezze e frustrazioni,
sono stati autorizzati dalle autorità di Tripoli a visitare
i luoghi dove sono nati e cresciuti e domani una delegazione di
esuli prenderà l'aereo alla volta della Libia. Sarà
«la conclusione della nostra traversata del deserto»,
come ha detto Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia. Assieme alla presidente
dell'Airl, prenderanno l'aereo per Tripoli altri sei esuli, oltre
ad un ceno numero di giornalisti mobilitati per l'indiscusso valore
simbolico dell'avvenimento. Del gruppo farà parte anche
Ornella Sillano, una ragazza di 34 anni che oggi vive a Latina
e che fu sicuramente l'ultimo italiano a nascere in Libia prima
che si consumasse il dramma del rimpatrio forzato e della confisca
di tutte le proprietà.
Per i 20mila
italiani .che nel 1970 furono espulsi dalla Libia è arrivato
il momento di tornare a casa: dopo tante amarezze e frustrazioni,
sono stati autorizzati dalle autorità della Jamahiriya
a visitare i luoghi dove sono nati e cresciuti e domani una delegazione
di sette esuli prenderà un aereo alla volta di Tripoli.
Sarà l'epilogo di un percorso lungo, accidentato e a volte
umiliante; sarà «la conclusione della nostra traversata
del deserto», come ha dichiarato la presidente dell'Airl,
l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. «È
proprio così - ha sottolineato Giovanna Ortu - dopo le
false promesse e le molte illusioni sulla fine dell'ostracismo
nei nostri confronti, tutte le tessere del mosaico sono andate
improvvisamente a posto». Nata a Tripoli 65 anni fa da una
famiglia di agricoltori provenienti dalla Sardegna, la signora
Ortu ha alle spalle una storia che ricalca quella dei 20mila "esuli
nella madre patria" che, come lei, sono stati costretti ad
andarsene dalla Libia che avevano reso un giardino per trasferirsi
in Italia. Era dal 1998, anno della firma di un accordo"
tra Italia e Libia sul superamento dell'era coloniale, che le
speranze di quegli italiani si erano accese. Ma in realtà
l'intesa firmata da Lamberto Dini è rimasta lettera morta
fino a quando l'accelerazione impressa ai rapporti italo-libici
dal governo di Silvio Berlusconi ne ha reso possibile la realizzazione.
Lo scorso 7 ottobre scorso, il colonnello Muammar Gheddafi ha
dato il via libera al loro ritorno in occasione della visita a
Tripoli di Berlusconi. Presso il leader libico il premier si era
reso portavoce del desiderio struggente di molti italiani di poter
tornare nei luoghi della loro gioventù. E «nel segno
dei nuovi rapporti di amicizia tra i due Paesi», la richiesta
è stata accolta.
Secondo
Giovanna Ortu, «Non è facile spiegare a chi non ha
vissuto la nostra storia che quella condanna all'esilio dalla
terra delle origini era una ferita sempre aperta che espropriava
la nostra identità. Tentando di archiviare noi era stato
rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato irrisolto
e temuto». Assieme alla presidente dell'Airl, prenderanno
l'aereo per Tripoli altri sei esuli, oltre a un certo numero di
giornalisti mobilitati per l'indiscusso valore mediatico dell'avvenimento.
Del gruppo farà parte anche Ornella Sillano, una ragazza
di 34 anni che vive a Latina e che fu espulsa cinque giorni dopo
la sua nascita, ultimo italiano a essere nato in Libia prima che
si consumasse il drammatico scempio del rimpatrio forzato e delle
confisca di tutte le proprietà, «II nostro sarà
principalmente un viaggio nel sentimento e nel ricordo»,
"ha detto Giovanna Ortu. Il programma non è ancora
definito nei particolari ma comprenderà comunque incontri
ufficiali e visite a persone e luoghi rimasti scolpiti nel cuore
e nella memoria. «Vogliamo vedere il cimitero di Hammangi
dove sono sepolti i nostri cari ma vogliamo anche tornare a passeggiare
sul corso di Tripoli dove pare ci sia ancora quella vecchia pasticceria
che conoscevamo», ha aggiunto la presidente. Il viaggio
durerà cinque giorni ma a questo gruppo ne seguiranno altri.
«Come ha affermato lo stesso Gheddafi in un messaggio al
nostro convegno del mese scorso, potremmo diventare un anello
di congiunzione per cimentare ulteriormente la vicinanza tra i
due Paesi ora che il 7 ottobre, da "Festa della vendetta",
è stato trasformato in "Giorno dell'amicizia"»,
ha annunciato. Ma non ci saranno solo altri viaggi a occupare
la presidente dellAirl: resta da chiudere una volta per tutte
il capitolo degli indennizzi delle proprietà espropriate,
in parte già corrisposti dallo Stato italiano. Le stime
parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per Giovanna Ortu
bisogna considerare almeno il doppio. Nella prossima Finanziaria
dovrebbe passare un primo stanziamento di 50 milioni di euro,
cui dovrebbero aggiungersene altri 200 nei due anni successivi.
«Se così sarà, per noi si tratterà
di una transazione onorevole, anche se non ci risarcirà
del tutto», ha concluso.
(torna su)
"E'
il lieto fine di una lunga storia"
Il Tempo
16 novembre
2004
Sarina
Biraghi
A
guardarla dal finestrino di un aereo la Libia è una sottile
striscia verde sui Mediterraneo e uno sconfinato entroterra desertico.
Ma quella spianata gialla nasconde la suggestiva oasi sahariana
di Ghadames, culla della cultura berbera, l'ambiente maestoso
dell'Akakus tra contrasti di roccia, sabbia e capolavori rupestri,
le scenografie dell'erg Ubari tra splendidi laghi circondati da
palme e cordoni di soffici dune, le rovine di Leptis Magna, patria
dell'Imperatore Settimio Severo e di Sacrata. E poi Tripoli, metropoli
araba lontana dai caos de II Cairo e Marrakesh, ma piena di vita
con i, suoi giardini, caffè, mercati, moschee, vie e palazzi
dai nonii italiani, E qui che domani torneranno quegli italiani
cacciati il 7 ottobre del 1970, quando il colonnello-beduino Gheddafi
prese il potere e tutte le imprese furono nazionalizzate e l'ex
colonia divenne la Jamahirya al-'A-rabya al-Libiya ash-sha 'bi-ya
al-ishtirakiya (Repubblica Araba Popolare Socialista dì
Libia).
È
il primo gruppo di italiani, piccolo per la verità, ex
residenti che hanno ottenuto dal governo libico il visto d'ingresso
per rivedere la terra nella quale sono nati e hanno vissuto. Grande
soddisfazione dell'Airl, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla
Libia (Airl) che precisa: «il desiderato ritorno, dopo un
distacco di 34 anni, è stato reso possibile sulla base
degli accordi bilaterali del 1998, nell'ambito del processo di
normalizzazione tra i due Paesi, sviluppata dagli intensi incontri
tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi».
Nel
convegno dell'Airl tenuto a Roma il 30 ottobre corso, infatti,
il leader Gheddafi, tramite il suo inviato speciale a Roma Adulati
Alobidi, aveva anticipato il suo benvenuto in Libia agli ex residenti
con un «caldo messaggio in cui li definisce anello di congiunzione
tra i due popoli e i due Stati» e confidando nel loro ruolo
attivo per il completamento delle intese diplomatiche italo-libiche
e per lo sviluppo concreto di fruttuose relazioni bilaterali.
Insomma è il primo di una serie di altri viaggi anche se
resta da chiudere la questione indennizzi delle proprietà
espropriate, in parte già corrisposti dallo stato italiano.
Le stime parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per la
presidente Airl Giovanna Ortu bisogna considerare almeno il doppio.
Nella prossima Finanziaria dovrebbe passare un primo stanziamento
di 50 milioni di euro, cui dovrebbero aggiungersene altri 200
nei due anni successivi. «Se così sarà, per
noi si tratterà di una transazione onorevole, anche se
non ci risarcirà del tutto» dice Giovanna Ortu, presidente
dell'Airl convinta che, come ha scritto nella rivista «Italiani
d'Africa», da lei diretto: «non è facile spiegare
a chi non ha vissuto la nostra storia che quella condanna all'esilio
dalla terra delle origini è sempre stata una ferita aperta
che espropriava la nostra identità. Tentando di archiviare
noi era stato rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato
irrisolto e temuto».
Erano
partiti tra la fine della primavera e l'estate del '70 gli italiani
costretti a lasciare la Libia, compiendo a ritroso il viaggio
dei ventimila che nel 1938 erano sbarcati per realizzare i piani
coloniali, mettendo fine a un'epoca di convivenza razzista e pacifica,
sottomessa e amica.
Nei
giorni della «jalaa», la cacciata, mentre le navi
e gli aerei li riportano in patria, Tripoli era battuta dal ghibli,
il vento caldo del deserto che copre ogni cosa con un tappeto
di sabbia, soffoca e travolge. Molti aspettavano questo giorni,
altri sono indifferenti.
«Tornare?
No per carità, che cosa vado a fare? - afferma con decisione
Angelo Papa, nato a Tripoli da genitori che vivevano a Tripoli
dall'inizio del '900 - Mi arrabbierei moltissimo, perché
ho lavorato anni lì, ero geometra, dirigevo cantieri, ho
fatto case, strade, scuole. Ci hanno tolto tutto, a rivedere Tripoli
sarebbe un tuffo all'indietro, mi mangerei il fegato».
«Abbiamo
organizzato un viaggio tra cugini -dice Gianna Cordoma - speriamo
di poter andare a marzo o aprile. Voglio rivedere quella città
dove avevamo una bella casa, terreni rigogliosi, mio padre e i
miei zii avevano una cava, mio fratello si sposò lì...Tanti
ricordi».
«Abbiamo
cominciato dai morti per arrivare ai vivi». Sintetizza così,
Giovanna Ortu che venne via dalla Libia a 31 anni con una bimba
di otto mesi, il percorso di questi anni. «Abbiamo cominciato
a collaborare con il governo libico proprio cedendo parte dei
terreni, del grande cimitero di Hammangi, dove sono sepolti molti
italiani».
Ma
come si sente?
«Commossa,
è una storia che finisce bene ma capisco anche chi non
vuole tornare giù. Ma il valore è in quel visto
che ci viene restituito per tornare dove siamo nati».
Lei
non aveva mai più rivisto Tripoli da quel 7 ottobre?
«Ero
andata due anni fa, con mia figlia. Sono riuscita a dominare le
emozioni quando ho rivisto Tripoli, diversa, quel mare che ben
conoscevo, le rovine di Sabrata...avevo il cuore stretto fino
al ritorno, quando in aereo sono scoppiata a piangere...Forse
così ho elaborato il mio...lutto».
Chissà
se domani il ghibli accoglierà la delegazione italiana...
(torna su)
Per
gli esuli finisce la traversata del deserto
Ansa
15 novembre
2004
Per i 20
mila italiani che nel 1970 furono espulsi dalla Libia e' arrivato
il momento di tornare a casa: dopo tante amarezze e frustrazioni,
sono stati autorizzati dalle autorita' della Jamahiriya a visitare
i luoghi dove sono nati e cresciuti e mercoledi una delegazione
di sette esuli prendera' un aereo alla volta di Tripoli.
Sara' l'epilogo di un percorso lungo, accidentato e a volte umiliante;
sara' ''la conclusione della nostra traversata del deserto'',
come ha detto all'Ansa la presidente dell'Airl, l'Associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia.
''E' proprio
cosi' - ha sottolineato Giovanna Ortu - dopo le false promesse
e le molte illusioni sulla fine dell'ostracismo nei nostro confronti,
tutte le tessere del mosaico sono andate improvvisamente a posto''.
Nata a Tripoli 65 anni fa da una famiglia di agricoltori provenienti
dalla Sardegna, la signora Ortu ha alle spalle una storia che
ricalca quella dei 20 mila 'esuli nella madre patria' che, come
lei, sono stati costretti ad andarsene dal 'bel suol d'amore'
per trasferirsi in Italia.
Era dal 1998, anno della firma di un accordo tra Italia e Libia
sul superamento dell'era coloniale, che le speranze di quegli
italiani si erano accese. Per il clima internazionale sfavorevole,
pero', sono restate tali fino al 7 ottobre scorso, quando il colonnello
Muammar Gheddafi alla fine ha dato il via libera al loro ritorno
in occasione della visita a Tripoli del presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi. Presso il leader libico il premier si era reso
portavoce del desiderio struggente di molti italiani di poter
tornare nei luoghi della loro gioventu'. E ''nel segno dei nuovi
rapporti di amicizia tra i due paesi'', la richiesta e' stata
accolta.
''Non e' facile spiegare a chi non ha vissuto la nostra storia
che quella condanna all'esilio dalla terra delle origini era una
ferita sempre aperta che espropriava la nostra identita' (...)
Tentando di archiviare noi era stato rimosso dalla coscienza politica
nazionale un passato irrisolto e temuto'', ha scritto Giovanna
Ortu in un editoriale pubblicato su 'Italiani d'Africa', la rivista
da lei diretta.
Assieme alla presidente dell'Airl, prenderanno l'aereo per Tripoli
altri sei esuli, oltre ad un certo numero di giornalisti mobilitati
per l'indiscusso valore mediatico dell'avvenimento.
Del gruppo
fara' parte anche Ornella Sillano, una ragazza di 34 anni che
oggi vive a Latina e che fu forse l'ultimo italiano ad essere
nato in Libia prima che si consumasse il dramma del rimpatrio
forzato e delle confisca di tutte le proprieta'.
''Il nostro
sara' principalmente un viaggio nel sentimento e nel ricordo'',
ha detto Giovanna Ortu. Il programma non e' ancora definito nei
particolari ma comprendera' comunque incontri ufficiali e visite
a persone e luoghi rimasti scolpiti nel cuore e nella memoria.
''Vogliamo
vedere il cimitero di Hammangi dove sono sepolti i nostri cari
ma vogliamo anche tornare a passeggiare sul corso di Tripoli dove
pare ci sia ancora quella vecchia pasticceria che conoscevamo'',
ha aggiunto.
Il viaggio durera' cinque giorni ma a questo gruppo ne seguiranno
altri. ''Come ha affermato lo stesso Gheddafi in un messaggio
al nostro convegno del mese scorso, potremmo diventare un anello
di congiunzione per cimentare ulteriormente la vicinanza tra i
due paesi ora che il 7 ottobre, da 'Festa della vendetta', e'
stato trasformato in 'Giorno dell'amicizia'', ha detto.
Ma non ci saranno solo altri viaggi ad occupare la presidente
dell'Airl: resta da chiudere una volta per tutte il capitolo degli
indennizzi delle proprieta' espropriate, in parte gia' corrisposti
dallo stato italiano.
Le stime parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per
Giovanna Ortu bisogna considerare almeno il doppio. Nella prossima
Finanziaria dovrebbe passare un primo stanziamento di 50 milioni
di euro, cui dovrebbero aggiungersene altri 200 nei due anni successivi.
''Se cosi' sara', per noi si trattera' di una transazione onorevole,
anche se non ci risarcira' del tutto'', ha detto.
(torna su)
A
Tripoli, i primi italiani ex residenti
News
Italia Press
15 novembre
2004
Si
recherà mercoledì, 17 novembre, a Tripoli il
primo gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dalle
autorità della Grande Jamahiria il visto d'ingresso per
rivedere la terra in cui sono nati e vissuti , e da
dove furono allontanati nel settembre 1970 a seguito dei provvedimenti
adottati dal nuovo governo rivoluzionario.
Il
ritorno, dopo un distacco di 34 anni, è stato reso possibile
dagli accordi bilaterali del 1998 , nell'ambito del processo di
normalizzazione tra i due Paesi, sviluppato dagli intensi incontri
tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. Nel convegno che l'AIRL
(Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) ha organizzato
a Roma il 30 ottobre scorso, il leader Gheddafi - per bocca
del suo inviato speciale a Roma Adulati Alobidi - ha anticipato
il suo benvenuto in Libia agli ex residenti con un messaggio in
cui li definisce " anello di congiunzione tra i due popoli
e i due Stati ", e confida nel loro ruolo attivo per il completamento
delle intese diplomatiche italo-libiche e per lo sviluppo concreto
di fruttuose relazioni bilaterali.
Il
viaggio sarà seguito in ogni sua tappa da inviati
della stampa italiana e locale , sulla base del programma predisposto
dalle autorità libiche di concerto con l'AIRL e con l'assistenza
del Ministero degli Esteri italiano. Sono previsti incontri con
rappresentanti delle istituzioni e del popolo libico, nonché
la ricerca di volti e luoghi della memoria degli esuli .
Un
ruolo determinante è stato svolto dall'Ambasciatore Claudio
Pacifico, che concluderà definitivamente con questa missione
il suo mandato di quattro anni a Tripoli , da lui dedicato
con saggezza, passione e successo alla piena riconciliazione tra
Italia e Libia e alle ragioni degli ex residenti italiani. La
delegazione, guidata dal Presidente dell'AIRL Giovanna Ortu, è
composta da rappresentanti dei rimpatriati di varie generazioni,
membri del Direttivo dell'AIRL .
Ci
saranno Giancarlo Consolandi, 55 anni, dirigente generale di Poste
Italiane S.p.a.; Raffaele Iannotti, 55 anni, dirigente pubblici
servizi; Mario Puccinelli, 70 anni, amministratore d'azienda;
Luigi Sillano, 67 anni, imprenditore edile; Giovanni Spinelli,
74 anni, farmacista. In rappresentanza dei rimpatriati più
giovani, farà parte della delegazione Ornella Sillano,
34 anni, professionista nel settore import-export, che lasciò
la Libia appena cinque giorni dopo la nascita.
(torna su)
"Cacciati.
Ma torneremo in Libia"
La Gazzetta
di Parma
11 novembre
2004
Raffaella
Agresti
Finalmente
possono tornare. I ventimila italiani espulsi dalla Libia di Gheddafi
nel 1970 sono liberi di scegliere se tornare a visitare i luoghi
dove sono nati. La notte ira il 31 agosto e il primo settembre
del 1969 il giovane Gheddafi riuscì, con un colpo di stato,
a prendere il potere. Dal 21 luglio al 21 agosto 1970 tutti gli
italiani presenti nelle colonie furono costretti a rimpatriare.
37.000 ettari di terra, 1750 abitazioni, 500 esercizi commerciali,
più di mille fra macchine agricole, autoveicoli ed aerei
furono confiscati dal governo come risarcimento per i danni subiti
durante la colonizzazione italiana cominciata nel 1911. Trentaquattro
anni dopo Italia e Libia hanno raggiunto un accordo. Lo scorso
7 ottobre Muhammar Gheddafi ha detto: "Voglio dichiarare
al mondo che l'Italia e la Libia sono amici. Vorrei chegli espuIsi
tornassero" . I primi sei italiani, accompagnati da Giovanna
Ortu, presidentessa dell'Airl (Associazione Nazionale Rimpatriati
dalla Libia), partiranno alla volta di Tripoli il primo novembre.
Dopo «la cacciata» tanti tripolini sono arrivati a
Parma. Attraverso le storie di due parmigiani che hanno vissuto
quell'esperienza vogliamo raccontare e ricordare quei momenti.
Piero
Aiuti è nato a Tarhuna nel 1941. La sua famiglia viveva
in Libia da tre generazioni, la nonna fu una delle prime maestre
delle scuole regie italiane, il padre arrivò in Libia nel
'35 per coordinare le aziende agricole dove lavoravano i coloni
italiani.
«Durante
gli anni del conflitto mio padre fu chiamato alle armi; io e mia
sorella ci rifugiammo a Firenze dai nonni. Praticamente io conobbi
mio padre solo quando tornò dalla guerra e ci riportò
in Libia. Mio padre, come tanti altri italiani, contribuì
a strappare sabbia dal deserto, a bonificare la terra. In Libia
fu il primo ad allevare in batteria i polli».
Cosa
ricorda della sua vita in Libia? "Ho dei ricordi splendidi
di quel periodo. La società tripolina era multirazziale,
multiconfessionale. C'erano cattolici, ebrei, musulmani. Ognuno
osservava le regole della propria religione nel massimo rispetto
delle altre. I rapporti fra noi e la popolazione locale erano
ottimi, abbiamo lavorato fianco a fianco per tanti anni. Il nostro
Natale, per esempio, coincideva con la festa dell'indipendenza,
della Libia, quindi il 25 dicembre era una festa per tutti. Il
tempo non riesce ad affievolire i miei ricordi, ogni anno che
passa sono sempre più vivi, come se guardassi un vecchio
film restaurato".
Quando
avete capito che qualcosa stava cambiando? "Dopo la guerra
dei sei giorni, nel '67, era cominciata una vera e propria caccia
a l'ebreo. Questo aveva, in qualche modo, aperto gli occhi a molti.
Per questo motivo, io, mia moglie e mio figlio siamo tornati
prima del colpo di stato. I mìei parenti sono rimasti
e sono stati rimpatriati, insieme a tutti gli altri, nel '70".
Cosa
ha spinto Gheddafi a cacciare gli italiani? "Una forma di
rivalsa nei confronti dei colonizzatori. Sicuramente Graziani
all'epoca non era stato tenero nei confronti dei guerriglieri
arabi. Nonostante questo gli Italiani avevano dato moltissimo
a quel paese, rendendolo fertile, creando strade, ospedali, scuole.
Il loro debito, secondo me, lo avevano .già pagato".
Cosa
si prova nel sapere di poter tornare? «Poter scegliere se
tornare o no ci da molta soddisfazione. E' stata una lunga battaglia
durata 35 anni. Giovanna Ortu, presidentessa dell'Airl, è
stata eccezionale: ha sempre portato avanti la nostra battaglia,
sia per il recupero dei beni, sia per la possibilità di
tornare nei posti dove siamo nati. Abbiamo lasciato li un po'di
radici. Sono molto combattuto fra il desiderio enorme di tornare
e il timore di provare una delusione tremenda. Sono passati più
di trent'anni: gli splendidi giardini che avevamo creato, le nostre
case non esistono più, la città non è più
la "nostra città". In ogni caso, prima o poi,
penso che tornerò per vedere ancora una volta il deserto,
il verde delle oasi, il mare: in Libia ci sono posti unici, non
li ho dimenticati e non ho mai smesso dì amarli».
«Mio
padre perse il lavoro Agli zii fu confiscata l'azienda»
Luigi
Magurno è uno dei tanti tripolini espulsi nel 1970. Ha
trascorso in Libia solo i primi sette anni della sua vita ma il
ricordo di quegli anni, e soprattutto degli ultimi mesi passati
in quella terra, sono rimasti vivi nella sua memoria. Da quanti
anni la sua famiglia viveva in Libia? « Mio nonno era partito
come emigrante negli anni del fascio, era il giardiniere del palazzo
reale; mio padre invece lavorava per un membro della famiglia
reale".
Cosa
ricorda degli anni trascorsi in Libia? "Ho un bellissimo
ricordo di Tripoli, frequentavate scuole italiane insieme a bambini
arabi ed ebrei; si studiava sia l'italiano che l'arabo. La prima
cosa che facevamo alla mattina era cantare l'inno nazionale. Gli
italiani erano ben visti, nessuno della popolazione civile araba
aveva mai manifestato odio nei nostri confronti.
Cosa
successe il primo settembre 1969? «Sentimmo degli spari
ma non capimmo subito cosa stesse succedendo; mia madre pensò
che si fosse aperta la stagione della caccia. Durante il coprifuoco
non si poteva uscire; anche se è durato poco è stato
molto brutto. Dopo il primo settembre cominciò la caccia
all'ebreo, al non musulmano: uno zio di mia madre di origine ebrea
fu ucciso a coltellate. Mio padre, lavorando per la famiglia reale,
perse il lavoro da un giorno all'altro. Ai miei zii venne confiscata
l'azienda».
Quando
siete partiti per tornare in Italia? «A luglio. Non c'erano
molte navi, bisognava prenotarsi e pagare il biglietto di tasca
propria. Mia madre preparò due bauli pieni di vestiti,
lenzuola, piatti; per un mese continuò a riempire quei
bauli cercando di mettere dentro più cose possibili. Il
giorno della partenza, alla dogana, lì aprirono e rovesciarono
tutto il contenuto per terra. Mia madre si mise a piangere".
Quando
siete arrivati, che situazione avete trovato in Italia? «Per
due anni abbiamo vissuto in un'ex caserma vicino a Napoli insieme
a tante altre famiglie, lo stato non ha mosso un dito per aiutarci.
A pranzo ci davano la minestra con i vermi. Quei pochi risparmi
che eravamo riusciti a portare con noi li usavamo per comprare
qualcosa da mangiare. Poi finalmente mio padre trovò un
lavoro e una casa a Lecce. Io sono venuto ad abitare a Parma per
motivi di lavoro».
Come
mai secondo lei, Gheddafi ha voluto cacciare gli italiani? "Era
il suo unico mezzo per creare uno stato nazionalista, per portare
dalla sua parte te frange più estremiste del popolo. Prima
dì Gheddafi l'integrazione fra arabi, italiani ed ebrei
era ottima. Fino a quando non la si esaspera, uria popolazione,
anche multietnica, va d'amore e d'accordo".
Tornerà
In Libia? “ Spero di si, il mio desiderio più grande è
quello di portare in Italia le salme di mia sorella e dei mìei
nonni".
(torna su)
A
colloquio con Giovanna Ortu
GRTV
3 novembre
2004
Anna
M. Punzo
A colloquio
con Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Rimpatriati della
Libia
“Finalmente
torniamo a casa! Per 34 anni ci siamo sentiti di non avere più
Patria visto che avevamo perso la Libia, che era il Paese dove
vivevamo, e che qui in Italia non ci siamo sentiti ‘accolti'”
Il 17 novembre,
una delegazione di esuli italiani tornerà nel Paese arabo
Sarà,
il 17 novembre, una data storica per gli esuli italiani della
Libia. Quelli che 34 anni fa furono costretti, in seguito al colpo
di Stato che portò al potere Gheddafi, ad abbandonare tutti
i loro beni sia materiali come case, fabbriche, terreni sia affettivi
come le tombe, potranno finalmente “tornare a casa”. Perché
per loro la Libia non è solo un dato anagrafico su di un
passaporto è la loro casa, i loro ricordi, il loro mondo.
Abbiamo rivolto
a Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Rimpatriati della
Libia, alcune domande per tentare di capire meglio che cosa provano
e che cosa ancora chiedono alle istituzioni italiane gli esuli
italiani dalla Libia.
Dal 7 ottobre,
giornata della cacciata degli italiani, al 7 ottobre 2004 definita
giornata della amicizia fra i due popoli, sono passati 34 anni
ma per gli italiani che fuggirono cosa è cambiato?
Questa evento,
che noi abbiamo saluto con gioia, sana una metà della nostra
ferita. Una metà che è fatta di questo bisogno di
tornare non solo per questioni sentimentali ma anche per non sentirci
discriminati nei confronti degli altri italiani e per l'altra
è fatta dalle nostre rivendicazioni nei confronti del Governo
italiano che deve indennizzarci definitivamente. Finora ci ha
corrisposto degli acconti con delle leggi che erano a favore di
tutti coloro che hanno perso i beni all'estero ma noi non abbiamo
avuto neanche un decimo di quello che abbiamo perduto nel tempo.
Ma attualmente
è ancora in Parlamento una legge sui rimborsi
Le spiego,
era stata presentata in questa legislatura, un disegno di legge
da molti senatori e poi, recentemente, alla fine dello scorso
anno, era stato approvato un ordine del giorno da tutti i deputati
presenti in Aula, quindi una grande solidarietà parlamentare
ma c'era un problema di copertura economica. Quest'anno, però,
contestualmente all'evolversi della chiusura del contenzioso italo-libico
ci è stato formalmente assicurato che nella Finanziaria
ci sarà uno stanziamento a nostro favore in modo tale che
possiamo avere un altro coefficiente di indennizzo proprio per
completarlo, il che non significa avere quello che abbiamo perduto,
soprattutto tenendo conto della svalutazione, ma un qualche cosa
che ci consenta di chiudere onorevolmente la partita.
Mi
scusi un pensiero più familiare questo cos'è “un
rientro a casa” per molti voi?
Guardi per
noi, se da una parte è vero che il passato non ritorna,
sarà comunque un rientro diverso. Per 34 anni ci siamo
sentiti di non avere più Patria visto che avevamo perso
la Libia, che era il Paese dove vivevamo, e che qui in Italia
non ci siamo sentiti ‘accolti' perché non è stato
fatto nulla di quel minimo che avrebbero potuto fare per aiutarci
a dimenticare. In più bisogna dire che ricorrentemente
la Giornata della Vendetta ‘tantum regina iubes rinnovare dolorem'
ci costringeva a ricordare, era come se con un punteruolo ci scavassero
dentro il cuore facendoci sentire colpevolizzato ma la colpevolizzazione
libica si univa alla tolleranza da parte del Governo italiano
che non faceva nulla per difenderci perché preferiva mandare
avanti i buoni rapporti economico-commerciali. Quindi per noi,
l'abolizione di questa festa, è significato anche eliminare
un motivo di sofferenza e poter pensare di tornare come si torna
dagli amici, dalla popolazione libica che è sempre stata
amica, tornare per accompagnare i nostri amici a vedere quel Paese
che noi consideriamo straordinario che da quando è aperto
al turismo è considerato positivamente per le sue bellezze
artistiche e soprattutto archeologiche. Però certamente
sarebbe inaccettabile se il Presidente del Consiglio Berlusconi,
chiedendo pubblicamente a Gheddafi “la prego di farli tornare”,
e quindi esponendosi paradossalmente anche ad un rifiuto una volta
ottenuto ciò, non ci dia quello che invece ci deve dare,
perché ha rinunciato definitivamente a pretendere il risarcimento
dei nostri beni da parte del Governo libico. Significherebbe che
ci ha venduto per un soldo.
Voi siete
la memoria storica di una comunità che fino a 34 anni fa
era molto forte, una comunità importante all'interno del
Bacino del Mediterraneo. In un momento in cui si parla di un unico
continente, dove un'altra presenza italiana fondamentale è
costituita dall'Algeria e dalla Tunisia, voi siete comunque essenziali
per questo processo?
La ringrazio
per questa domanda perché coincide proprio con le prospettive
di possibile cooperazione fra gli italiani di Libia ed i libici.
Una cooperazione che ho già fatto presente, nei giorni
scorsi, ad un giornalista di uno dei più importanti giornali
di Tripoli che, durante un'intervista, mi ha chiesto se eravamo
disposti a collaborare con loro ai fini della stabilità
del Mediterraneo, in progetti comuni. Progetti che io ho individuato
in alcuni settori che a noi sarebbero congeniali, come ad esempio,
progetti legati alle donne visto che Gheddafi le ha molto liberate,
evolute, creando un cambiamento radicale nei costumi di un Paese
arabo. Oppure per esempio nella politica di controllo dei flussi
migratori con progetti correlati che possono alleviare la situazione
di questi disperati per cercare di farli restare nei loro paesi,
o ancora, mettendo a disposizione l'esperienza dei nostri vecchi
agricoltori, ce ne sono anche di una generazione che va verso
i cinquant'anni, in modo tale che, pur non avendo la Libia bisogno
delle ricchezze agricole perché ne ha di altra natura,
possa tuttavia fare molto per la salvaguardia ecologica, una salvaguardia
data anche dal fatto che è un terreno molto fertile.
Quindi come
dice il Ministro per gli italiani nel mondo, Tremaglia, delle
comunità italiane presenti nei Paesi d'ospitalità
“un'altra Italia fondamentale per questa Italia” anche voi che
non siete fisicamente lì ma in realtà presenti con
il cuore e la mente volete diventare parte integrante di quest'”altra
Italia” e del “Sistema Italia”?
Non solo,
mi sento in questo modo reinserita nella grande comunità
di Mirko, perché un pochettino invidiavo quelli che lui
nominava perché fanno parte di un'Italia migliore, dalla
quale noi siamo stati per 34 anni estromessi. Per carità
il passato non ritorna, non vogliamo le nostre case, i nostri
beni, però ci sono tanti modi per tenere alto l'onore e
il nome dell'Italia nel Mondo.
(torna su)
17
novembre: ritorno in Libia
Dal
governo di Tripoli la consegna dei primi passaporti con il visto.
Secolo
d'Italia
31
ottobre 2004
Dèsirèe
Ragazzi
Ritorno
a Tripoli. Sono stati consegnati i primi passaporti con i visti
del governo libico. Il 17 novembre una prima delegazione di rifugiati
italiani potrà varcare i confini della Libia. Dopo trentaquattro
anni arriva la svolta. La notizia è ufficiale. L'improvvisa
quanto positiva evoluzione dei rapporti tra Roma e Tripoli, la
riapertura della frontiera agli ex-residenti italiani, la fine
dell'oblio e la trasformazione della "Festa della vendetta"
in "Giornata dell'amicizia" tra i due popoli hanno riacceso
i riflettori su una storia a lungo dimenticata e finalmente avviata
a conclusione. Una "traversata del deserto" - è
stata definita - che ha contemplato, in oltre trent'anni di sofferenze
e umiliazioni, l'espulsione di ventimila nostri connazionali dalla
Libia, la confisca dei loro beni (pensioni comprese), nonché
l'impossibilità di tornare nella loro terra d'origine e,
per le nuove generazioni nate in Italia, di conoscere la terra
dei loro padri.
A
dare la notizia dell'imminente rientro è Abdulati Alobidi,
inviato in rappresentanza del governo libico, che parla al convegno
organizzato dall'Airl, Associazione Italiani Rimpatriati dalla
Libia, che si è svolto ieri pomeriggio a Roma alla Domus
Pacis. Al convegno arriva a sorpresa anche Gianfranco Fini. Il
suo intervento è applauditissimo: «Sono qui per rappresentare
la gioia dei tanti italiani che possono vivere con voi un momento
irripetibile». Il vicepremier ringrazia i dirigenti
dell'Airl: è solo grazie alla loro tenacia e
alla loro intelligenza che si è arrivati al risultato attuale.
«A fronte di quello che è accaduto trentaquattro
anni fa occorreva lavorare con tenacia - puntualizza - mettere
una pietra dopo l'altra per consegnare al passato quella vicenda
e per rilanciare i rapporti di collaborazione e amicizia spezzati».
Il
leader di Alleanza nazionale ripercorre le tappe di quelle pagine
dolorose: «In alcuni momenti è sembrato che la "traversata
del deserto" non dovesse finire mai, ma adesso è il
momento di costruire e di ricordare coloro che questa gioia non
l'hanno mai vissuta». Non può mancare il riferimento
alla questione dei beni: «Qualcuno ha detto che non ha senso
riproporla. Io penso l'esatto contrario, riproporre la questione
dei beni ha senso perché è la prova della volontà
di lavorare insieme». Fini ri conosce la "lungimiranza"
e la "determinazione" con cui Silvio Berlusconi ha perseguito
l'obbiettivo di riallacciare i rapporti con la Libia, così
necessario nel contesto della lotta al terrorismo, all'immigrazione
clandestina, e per i rapporti nel Mediterraneo. «Quando
ho saputo che Berlusconi stava per recarsi in Libia - ricorda
- gli ho detto: "Cerca di determinare anche quell'evento
simbolico che davvero farà capire a tutti che si è
chiuso un secolo e comincia una nuova storia". Quell'evento
non poteva che essere la fine della discriminazione dei rifugiati
italiani». Poi ringrazia anche il Colonnello perché
la trasformazione del "giorno della vendetta" in "giorno
amicizia italo- libica" «ha rappresentato uno dei momenti
più belli in termini morali di questi tre anni».
Il vicepremier sottolinea anche l'importanza di una politica che
sia fondata sui valori e sugli esempi morali oltreché sull'amministrazione
della cosa pubblica. «C'è ancora tanto da fare, tante
diffidenze da superare - puntualizza - ma oggi c'è la consapevolezza
che il tunnel oscuro è alle nostre spalle: vivaddio,
dal XX secolo con tutte le sue tragedie, siamo usciti».
Quanto al giudizio sul colonialismo italiano Fini si appella
alla verità «che non sempre è scritta sui
libri di storia». «Quando si parla di colonialismo
sono gli altri in Europa, non gli italiani, che devono vergognarsi.
Ma ora - aggiunge - dobbiamo vivere nel presente e lavorare nella
reciproca comprensione. Voi - dice rivolgendosi ai rifugiati -
rappresentate un
ideale ponte tra Europa e mondo musulmano, la riprova che per
evitare lo scontro, per evitare i fanatismi occorre comprendere
e rispettare. È il rispetto l'antidoto allo scontro di
civiltà». Nel passaggio conclusivo Fini fa riferimento
alla «necessità di combattere chi vuole che il passato
non passi. Le nuove relazioni con la Libia sono un altro passo
del percorso che abbiamo costruito perché jl passato sia
consegnato alla storia. È un'altra dimostrazione che stiamo
archiviando il Novecento».
(torna su)
Ecco
chi sono i ventimila connazionali espulsi da Gheddafi
L'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia riunisce i ventimila italiani
residenti nell'ex-colonia che nel luglio 1970 furono espulsi dal
Paese e privati dei loro beni dal nuovo regime del colonnello
Muammar Gheddafi, andato al potere con il colpo di stato non violento
del 1 settembre del 1969. Fino ad oggi, a differenza degli altri
italiani, quelli nati in Libia non potevano ottenere il visto
per quel Paese. Tale severa misura è stata dichiarata revocata,
in occasione della visita di Berlusconi a Gheddafi, il 7 ottobre
scorso. Questa data, celebrata in Libia come "festa della
vendetta" è stata trasformata in "giorno dell'amicizia"
tra i due popoli.
I
rimpatriati di Libia espulsi da Gheddafi sono i discendenti della
popolazione italiana progressivamente insediatasi a partire dal
1911 nelle ex-province di Tripolitania e Cirenaica fino ad allora
amministrate dall'Impero ottomano. Con la guerra italo-turca le
prime truppe italiane sbarcarono in Libia il 3 ottobre del 1911
per ordine del governo di Giovanni Giolitti. Lopera di colonizzazione
fu contrastata da una serie di rivolte delle tribù senussite,
domate dalla dura repressione dei generali Graziani e Badoglio.
Dall'inizio degli anni '30 la situazione in Libia venne stabilizzata
per un decennio.Ll'talia perse definitivamente la colonia quando
il 23 gennaio 1943 le truppe britanniche occuparono Tripoli e
quelle francesi il Fezzan restandovi come potenze occupanti fino
all'indipendenza ottenuta con la Risoluzione dell'Onu del 15 dicembre
1950. Tutte le questioni in sospeso, come i danni di guerra, fra
l'Italia e la neonata monarchia libica di Re Idriss vennero regolati
in via definitiva dall'ottobre del 1956 con un trattato bilaterale
avallato dall'Onu. Con essa l'Italia trasferiva allo Stato libico
tutti i suoi beni demaniali corrispondendo - a saldo di qualunque
pretesa - la somma di cinque milioni di sterline.
Da
parte sua, sotto le garanzie dell'Onu, il nuovo governo libico
riconobbe la presenza della collettività di origine italiana
nel Paese garantendone le proprietà e i diritti. Ma il
nuovo regime di Gheddafi, che non riconobbe valido questo accordo.
Rimpatriati
nel settembre del 1970, gli Italiani di Libia hanno conosciuto
traversie e sofferenze nonostante gli aiuti ricevuti dall'Italia.
La recente revoca delle restrizioni da parte libica ha loro restituito
il diritto di tornare a visitare la terra delle origini. Mentre
il governo in carica sta provvedendo, dopo una lunga attesa, al
saldo degli indennizzi per i beni confiscati.
(torna su)
A
Roma il convegno dell'Airl
Storico:
gli esuli torneranno in Libia
Il
Giornale
31
ottobre 2004
Silvia
Marchetti
Dal
17 novembre, al termine del Ramadan, gli esuli italiani potranno
finalmente tornare in Libia. La data ufficiale per il rimpatrio
di una prima delegazione «d'apertura» è stata
comunicata ieri dal rappresentante del governo di Tripoli, Abdulati
Alobidi, al convegno dell'Airl, l'associazione degli italiani
rimpatriati dalla Libia, svoltosi ieri a Roma. Oltre alla presidente
Airl Giovanna Ortu sono intervenuti il vice-premier Gianfranco
Fini, il senatore Giulio Andreotti e il presidente della commissione
Finanze e Tesoro del Senato Riccardo Pedrizzi (An), che hanno
salutato l'evento come un ulteriore passo avanti nella riconciliazione
tra la Libia e l'Italia. Un risultato frutto dell'intenso lavoro
svolto in questi ultimi mesi dal governo Berlusconi - che è
riuscito a ottenere l' 11 la revoca dell'embargo Ue - e della
conversione del leader libico in «amico dell'Occidente»
con la rinuncia ai programmi nucleari e la collaborazione in tema
di terrorismo e immigrazione clandestina. Durante l'ultima visita
di Berlusconi a Tripoli del 7 ottobre, su richiesta di An la giornata
della vendetta si trasformata in giornata dell'amicizia e Gheddafi
ha accolto la richiesta del premier di autorizzare il rientro
degli esuli italiani, che dall'indomani del colpo di Stato di
Gheddafi nel 1970 desiderano tornare «a casa». Presto
sei associati scelti dall'Airl daranno il via a questo sogno.
Fra di loro, tre vivono a Roma: Giovanna Ortu, Mario Puccinlli
e Giancarlo Consolandi. I passaporti sono già pronti, con
tanto di visto. Un risultato che tuttavia non cancella gli spinosi
contenziosi ancora aperti: gli indennizzi agli esuli a cui vennero
confiscati beni, terre, case e pensioni. Quest'anno, in Finanziaria
saranno stanziati 50 dei 250 milioni richiesti dall'Airl, gli
altri 200 nei prossimi due anni.
(torna su)
Ritorno
a Tripoli dopo una vita
Torniamo
in Libia ma senza rancore
Il
Mattino
23
ottobre 2004
Elena
Romanazzi
Ora
che può finalmente tornare in Libia, non parte. L'età
c'è, a 78 anni meglio non affrontare un viaggio così
lungo. Eppure Giuseppina lannotti, di Melizzano in provincia di
Benevento, avrebbe tanta voglia di vedere cosa è rimasto
di ciò che nel '70, a soli 44 anni, e con quattro figli,
ha dovuto abbandonare, contro la sua volontà. Al primo
viaggio degli ex esuli, a 34 anni di distanza dall'espulsione,
parteciperà uno dei suoi figli, il più grande, Raffaele,
nato aTripoli, ma cittadino italiano a tutti gli effetti. Partirà
il primo novembre, nel giorno della festa di Ognissanti. Raffaele
in Libia è rimasto fino all'età di 21 anni. I ricordi
sono ancora vivi. Il villaggio Garibaldi, a 200 chilometri da
Tripoli, dove vivevano con altri 25 nuclei familiari, l'azienda
agricola messa in piedi dal padre Cosimo e dal nonno Raffaele,
l'officina aperta con il fratello, appena quindici giorni prima
del colpo di Stato e confiscata, con tutto il resto, nel '70.
Una
vita difficile quella della famiglia lannotti. Ben quattro generazioni
hanno vissuto in Libia prima del rientro definitivo in patria.
Cosimo Iannotti, marito di Giuseppina, è mancato qualche
anno fa. Fu lui a trascinare la moglie in Africa, da Melizzano.
“Avevo appena 22 anni - racconta - mi ero sposata da poco più
di un anno e sono partita nel '49 per seguire mio marito. Ero
incinta ed era la prima volta che uscivo da Melizzano”.
Il
figlio Raffaele con orgoglio parla del coraggio che ha avuto la
sua mamma: “Con me in grembo fu costretta a restare quattro
giorni nel porto di Tripoli, perchè c'erano le manifestazioni
contro lo Stato di Israele”. Cosimo, il marito di Giuseppina,
aveva combattuto a Tobruk, era stato prigioniero degli inglesi
prima in Egitto poi in India ed infine in Australia. In Libia
era emigrato nel ‘39 con i genitori per il programma di colonizzazione
previsto dal regime. Una famiglia numerosa, erano in tutto sette
figli, scelta proprio per questo. Ma dopo la guerra, Cosimo, non
potè tornare dall'Australia in Africa perchè questa
non era nè colonia nè territorio italiano. Dunque
- racconta Raffaele - mio padre restò per 40 giorni in
un campo di concentramento. Poi tornò a Melizzano dove
conobbe mia madre e si sposò.
La
scelta di partire per la Libia per Cosimo e Giuseppina lannorti
fu quasi obbligata. “In quegli anni - spiega Giuseppina – l'Italia
non offriva alcuna possibilità di lavoro, per vivere saremmo
stati costretti comunque a emigrare in Francia o in Germania,
in Belgio o in Svizzera, e comunque mio marito voleva raggiungere
il padre e i fratelli che si trovavano ancora in Libia”. L'opera
di bonifica alla quale lavoravano dal ‘39, stava dando i suoi
frutti. Quando Cosimo partì in Africa si viveva meglio
che in Italia.
La
vita di Cosimo e Giuseppina lannotti si è consumata in
parte in Libia e in parte in Italia. Nel ‘70 l'espulsione e un
futuro incerto. Racconta il figlio Raffaele: “Vennero al villaggio
con 14 Land Rover cariche di militari per prendere in consegna
la nostra azienda. Vidi mio padre distrutto. E così anche
mia madre. Abbiamo avuto il tempo di raccogliere alcune masserizie.
Il viaggio fu un incubo”. Continua Raffaele: “Io mi ero sposato
e quando sono partito con mia moglie, mio padre, mia madre, i
miei fratelli e mia sorella, avevo avuto una bambina da appena
quindici giorni”. L'arrivo a Napoli fu tragico. C'era il colera
e la nave restò ferma per diversi giorni. “Ricordo - continua
Raffaele - che giunto al porto, gettai in mare le chiavi dell'officina.
Allora ho pianto”.
Dopo
vent'anni passati in Libia, l'intera famiglia lannotti tornò
in Italia con 20 sterline libiche che al cambio non ufficiale
valevano circa 33 mila lire, Una manciata di soldi e quindici
giorni di albergo pagato. Poi si divisero: Raffaele con la moglie
e la piccola Clementina andarono a vivere nei pressi di Frosinone.
“In questo modo, stando a pochi chilometri da Roma - racconta
- speravo di ottenere presto l'indennizzo" per i beni
espropriati. I suoi genitori, invece, con le altre famiglie del
villaggio Garibaldi, andarono a Terni.
E
la vita ricominciò, ma molto lentamente: una casa popolare
per Giuseppina lannotti, un lavoro statale per Cosimo, i due figli
più piccoli a scuola ed uno assunto alle acciaierie. Raffaele,
invece, andò a lavorare alla Motorizzazione Civile, ma
a Torino.
Torna
in Libia? “Sono contento di rivederla - spiega Raffaele - ma non
ci rivrei più. Ho sempre amato l'italia, anche se abbiamo
aspettato anche venti anni per riavere quanto ci è stato
espropriato. E non abbiamo avuto tutto. Ma nessuno della mia famiglia
nutre ancore per i libici”.
Ventimila
esuli e 200 miliardi di beni confiscati
Nel 1970,
tra agosto e settembre, furono 20mila gli italiani espulsi dalla
Libia. A tutti vennero confiscati i beni. Un patrimonio del valore
di circa duecento miliardi di vecchie lire. In Africa furono confiscati,
infatti, 37 mila ettari di terra circa nille e ottocento abitazioni,
500 esercizi commerciali e oltre mille e duecento tra autoveicoli,
aerei e macchine agricole. L'Associazione italiana rimpatriati
dalla Libia (Airl), presieduta da Giovanna Ortu, da anni si occupa
degli ex esuli e degli indennizzi promessi dallo Stato italiano
a coloro che hanno perso tutti i beni. Il primo novembre Ortu
partirà con altri cinque ex coloni per la Libia, dove resteranno
per quattro giorni. Ancora oggi ci sono famiglie che attendono
di essere risarcite malgrado siano passati 34 anni dall'espulsione.
E questo perchè molte persone non avevano la documentazione
necessaria per dimostrare cosa possedevano in Libia prima di tornare
in Italia.
(torna su)
Italians
plans to see Libya once again
The
Associated Press
October
22, 2004
Weeks
after the Libyan leader, Muammar el-Qaddafi, said Italians expelled
from the North African country in 1970 were welcome back, a first
group is preparing to return for brief visits.
“I
am very glad that the circle is finally closing,” Giovanna Ortu,
one of seven Italians going back next month, said Thursday.
“It
makes me forget all the pain I've gone through in the past years.”
All
of Libya's Italians – about 20,000 people – were expelled from
the North African country in 1970, a year after Qaddafi seized
power. The deportations were meant to punish Italy, which had
ruled Libya from 1911 to 1941.
The
Nov. 1-4 visit will help resolve a longstanding issue that has
tained otherwise good Italian-Libyan relations. It was part of
broader efforts by Qaddafi to end decades of international isolation.
Earlier
this month, after another major turn by Tripoli, a delegation
of Italian Jews visited Libya for tals on possible compensation.
About 6,000 Libyan Jews were expelled in an anti-Jewish backlash
after Israel's victory in the 1967 Middle East war.
Ortu,
65, a native of Tripoli who was 31 when she was forced to leave,
heads an association of Italians expelled from Libya that includes
about 2,500 families.
Another
of the seven expected visitors, 55-year-old Giancarlo Consolandi,
told the Italian newspaper Corriere della Sera that he would like
to return to the places he knew from childhood, especially Libya's
beaches.
“During
summer we would be on vacation for four full months,” he reminisced.
“Those were carefree moments with our moms, as our fathers were
working.”
Only
a few of the Italians who were forced to leave have been allowed
back in the past 30 years, some receiving special permission or
invitations from Libyan authorities, said Ortu, who returned herself
in 2002.
But
the November trip will be the first one after Qaddafi opened the
doors to all former Italian residents. The issue was brought up
by Prime Minister during talks with Qaddafi in Libya on Oct.7.
“I
call on the Libyan people to allow the Italians who werw born
in Libya to visit it once again, “Qaddafi said after the talks.
Italy
has maintained good relations with its former colony, and Berlusconi
has visited Qaddafi four times in the past two years. Italy is
also Libya's largest trading partner.
Rome
has successfully lobbied the European Union to ease off an arma
embargo on Libya, enabling the country to bye high- tech equipment
to combat the flow of illegal migrants from Libyan shores into
Europe.
While
some Italians, like Ortu's father, moved to Libya in the early-to-mid
1910s, tens of thousands
Went
there in the 1930s, during the rule of Fascist dictator Benito
Mussolini. They took charge of road construction, power plants
and other public works.
Ortu
expressed regret that nothing has been done for the compensation
of seized assets, which she said were worth some 200 billion lire,
or about $130 million, at the time, according to conservative
estimates.
She
also noted that the doors have reopened too late for many who
were born and lived part of their lives in Libya.
“Many have died,”
she said, “but there are many youths who want to know the country
that was the back-drop of many of their photos.”
(torna su)
Ai
20mila esuli del '70 promesso un indennizzo
250
milioni per dimenticare Tripoli
L'Indipendente
22
ottobre 2004
Francesco
Pacifico
Accanto
alla promessa di Muammar Gheddafi di riaccogliere gli italiani
espulsi nel 1970, c'è quella del governo italiano di concedere
250 milioni come risarcimento. Dichiara Giovanna Ortu, presidente
dell'associazione italiana rimpatriati della Libia: “Ce li ha
garantiti lo scorso 14 ottobre, e per i prossimi tre anni, il
viceministro all'Economia, Mario Baldassarri”.
Al
ministero dell'Economia giacciono 6mila domande di indennizzo.
Le hanno presentate i 2Omila nostri connazionali che il Colonnello
cacciò dalla Libia senza preavviso. Gente che nella vecchia
colonia dell'Italietta liberale prima, e dell'impero fascista
poi, ha lasciato aziende e attività professionali floride,
beni mobili e immobili, risparmi e contributi depositati nelle
banche e negli istituti di previdenza locali. Un patrimonio che
oggi vale un miliardo di euro. Finora, ma lentamente, gli italiani
di Tripoli si sono visti riconoscere circa 150 milioni, sfruttando
leggi per risarcire chi si è visto nazionalizzare all'estero
le proprie proprietà.
Sollevati
dal tornare nel luogo natio, gli esuli vogliono chiudere un'altra
pratica. Quella dei risarcimenti, che compete in toto all'Italia.
Non essendosi mai opposta alla Jamahiriya (la Repubblica
libica) per la violazione del trattato bilaterale del 1956, resta
l'unica controparte per i rimpatriati. Eppure l‘articolo 9 dell'atto
prevedeva: “Nessuna contestazione potrà essere avanzata
nei confronti della proprietà italiana”. Trentaquattro
anni fa l'agenzia libica Jana si premurò di fare
un calcolo di quanto gli italiani “dovevano restituire”: 37mila
ettari di terra, 1750 abitazioni, 500 esercizi commerciali, 1.200
tra autoveicoli, aerei e macchine agricole. Cespiti pari a 200
miliardi di vecchie lire dell'epoca. Che, rivalutati all'attuale
tasso di inflazione, ammontano a 400 milioni di euro. Giovanna
Ortu all'epoca aveva 31 anni, la sua famiglia era titolare di
due aziende agricole. Come se fosse ieri, ricorda: “Nel 1969,
dopo le prime minacce, l'ambasciata italiana fece una stima prudenziale
dei nostri beni: solo gli immobili valevano 400 miliardi di lire”.
Sì, perché Jana non aveva inserito né
il 1.786.000 di piante coltivate nel deserto – gli “agrumeti della
Tripolitania” – né i 322 pozzi scavati nella sabbia. Tornati
in Italia il primo ministro dell'epoca, Mariano Rumor offrì,
a chi rinunciava all'ospitalità in pensioni o in campi
di accoglienza, 500mila lire, una rete, un materasso, due cuscini
e due coperte, oltre a facilitazioni per essere assunti come uscieri
alle Poste o nei ministeri.
L'allora
responsabile degli Esteri, il filo arabo Aldo Moro, non protestò
con Gheddafi. C'erano da salvaguardare le concessioni petrolifere,
che la Libia si accingeva a confermare per l'Eni. “Sì,
ci hanno venduti”, accusa Giovanna Ortu, “Ricordo ancora l'ostracismo
del rappresentante della Farnesina nella commissione per i risarcimenti.
Non avevamo diritto di parola. Nel 1974, quando Gheddafi entrò
nel capitale della Fiat, i giornali non vollero nemmeno pubblicare
i nostri comunicati. Eppure il Colonnello aveva usato i soldi
degli esuli per comprare (con 415 milioni di dollari, ndr)
il 10 per cento del Lingotto”. Il colpo di grazia arriva
nel 1998, con l'accordo, firmato tra l'ex ministro degli Esteri
Lamberto Dini e il suo omologo Muntasser, per chiudere ogni contenzioso
tra Italia e Libia. Nell'atto però non c'è alcun
riferimento ai beni sequestrati agli esuli.
Il
governo attuale ha mostrato un atteggiamento diverso. E non solo
perché il ministro per gli Italiani all'estero, Mirko Tremaglia,
ha posto il problema in sede istituzionale. “Lo scorso 14 ottobre”,
dichiara la presidente Ortu, “Baldassarri ci ha annunciato uno
stanziamento di 250 milioni di euro nelle prossime tre finanziarie.
Sarà una stima al ribasso, ma ha un grande valore morale”.
E se per quest'anno non ci fossero i fondi? “Allora mi incatenerò
a Palazzo Chigi”.
Il
Colonnello redento
Muhammar
Gheddafi, da protettore dei terroristi a amico dell'occidente
Lionello
Apolloni
Per
decenni, il colonnello Gheddafi è stato una delle nostre
rare certezze. Nel mondo della politica internazionale (e arabo-mediterraneo-africana
in particolare) stracolmo di colpi di scena e di relazioni spesso
equivoche e ambigue, il capo dell'ex “quarta sponda” é
stato per lunghi anni una rassicurazione continua. La costanza
dei suoi rapporti con i più vari terrorismi (nord irlandesi,
palestinesi, sudamericani, baschi, filippini ecc.) era una delle
sicurezze assolute dei nostri giorni, soprattutto in periodo di
guerra fredda.
Nessun
capo guerrigliero poteva dubitare del pronto aiuto del Colonnello.
Il
suo irrompere giovanissimo sulla scena internazionale rappresentò
un drastico dietrofront rispetto al tranquillo buon senso del
suo predecessore, quell'austero re Idris el Senussi che resistette
agli italiani e aspettò la fine della seconda guerra mondiale
per riprendersi il suo Paese, nel frattempo diventato uno dei
più ricchi serbatoi di “oro nero” e, per giunta, di ottima
qualità. Il colpo di Stato dell'umile ma scaltro capitano
sorprese il “gran senusso” mentre era in vacanza in Grecia e,
debole e malato, si rifugiò in Egitto dopo una breve sosta
a Istanbul. Dal canto suo, Muammar
Gheddafi – figlio di un beduino della Sirtica e fino a allora
sconosciuto anche a molti suoi commilitoni – capì subito
che il mondo arabo-musulmano é un immenso teatro, che premia
chi la spara più grossa e non lesina gli applausi a coloro
(vedi Nasser) che salgono sulla scena e promettono riscatti epocali.
L'eventuale successo, in un contesto in cui la logica razionale
è un'illustre sconosciuta, é solo un optional
senza alcuna importanza.
La
divisione bipolare del pianeta trovò il Colonnello dalla
parte di guerriglieri e rivoltosi in genere, mentre l'Unione Sovietica,
in cambio dei suoi petrodollari, gli assicurava ingenti quanto
inutili forniture di armi. Ma Mosca, che in un certo modo ne era
la protettrice, non riuscì a risparmiargli, alla metà
degli anni Ottanta, un bombardamento americano su Tripoli che
colpì anche il suo quartier generale e causò decine
di morti, tra cui una sua figlia adottiva. Le
eventuali commistioni gheddafiane – alcune provate, altre un po'
meno – in troppi attentati avevano intanto spinto Washington a
dire basta e a decidere di farla finita con il “cattivo di Tripoli”
(nel frattempo gli Usa avevano coniato l'espressione rogue
States, gli “Stati canaglia”, tra i quali venne inserita
d'ufficio la Libia). Qualcuno temeva, a ragione, che il terrorismo
non sarebbe finito nel momento stesso in cui il nostro Colonnello
avrebbe cominciato a fare il bravo ragazzo.
Come
sappiamo, la fine inaspettata della divisione in blocchi del pianeta
non fu seguita dalla pace universale. Cominciò subito dopo
un'altra nuovissima guerra, contro un nemico planetario nuovo
di zecca: il terrorismo di radice islamica. Ma questa non fu l'unica
sorpresa. Non ci saremmo infatti mai aspettati che lo sdoganamento
e la conseguente ammissione nel consesso mondiale di Gheddafi
– per decenni gran protettore del terrorismo internazionale –
avrebbero coinciso proprio con l'inizio della guerra al terrorismo.
A
volere fare i cinici, si potrebbe pensare che il libico reciti
(benissimo) a soggetto. Era un tempo generoso con guerriglieri
e terroristi esattamente come oggigiorno non perde occasione di
dimostrare la sua pacifica partecipazione al contesto internazionale,
intervenendo esclusivamente in ruoli di moderatore, al di sopra
delle parti.
Ma
mentre il mondo comincia “finalmente” a coccolarlo, il Colonnello
sente sfuggirgli la presa all'interno del suo Paese. Secondo qualificati
osservatori della capitale libica il Gheddafi sdoganato sarebbe
sempre più un capo ridimensionato. Il suo potere infiacchito.
Il suo “rinsavimento” “grazie” al quale, per la prima volta, i
giornali di tutto il mondo non ne parlano solo
per
condannarlo o, peggio, gettargli addosso tonnellate di ridicolo
- non gli avrebbe portato fortunanella sua Libia.
Secondo
alcuni analisti sarebbe cominciata una sua lenta ma costante eclissi,
un po' come avvenne per Habib Bourghiba, il fondatore della Tunisia
moderna. Il “combattente supremo” di Tunisi attraversò
infatti un lungo e penoso decennio di
permanenza
solo formale al timone del suo Paese (dietro le quinte era ben
attiva la moglie Wassilla, con la sua corte di faccendieri di
ogni -risma) prima di essere rinchiuso nel ben protetto palazzo
del Bardo, ormai semicieco e mummificato. Gli fu riservata una
particina patetica nella coreografia delle visite dei capi di
Stato esteri che, alla fine del pranzo ufficiale, venivano in
fretta e furia portati a fare un veloce salutino al “recluso”.
Si teme perciò che anche a Tripoli stia per andare in scena,
mutatis mutandis, lo stesso penoso spettacolo già
prodottosi nella vicina capitale nordafricana. Inoltre da alcune
settimane corrono voci di minacce di implosione del regime tripolino,
mentre la capitale libica, grazie agli aumenti astronomici delle
entrate petrolifere, é presa d'assalto da manager e imprenditori
dimezzo mondo.
Nell'ultimo
decennio abbiamo ricevuto dai media immagini di un Gheddafi stanco,
un po' imbolsito e forse non in perfetta salute. Nessun osservatore
aveva tuttavia avanzato dubbi circa una diminuzione del potere
del Colonnello, della sua presa effettiva sui centri di comando,
affidati a pochissimi compagni della prima ora (molti si sono
persi per strada, ma alcuni sono rimasti) e a membri della sua
tribù. Ai quali negli ultimi anni si sono aggiunti, exjure,
i figli Saadi, Seif al Islam, Muhatem, Hannibal e la figlia
prediletta, Aiscia, l'unica persona che riesca a guardarlo negli
occhi senza soggezione.Nella capitale
libica, circola anche la voce di un non impossibile prossimo rientro
in campo di Abudussalam Giallud, uscito misteriosamente di scena
una decina di anni fa. Accompagnato dalla fama di accanito viveur,
ma anche da quella di “pragmatico” e “realista”. Per lunghi
anni era stato il “numero due” del regime, sempre che Muammar
Gheddafi tollerasse qualcuno accanto, sia pure con le dovute distanze.
Nelle
ultime settimane - in una Tripoli ancora pavesata delle luminarie
per le celebrazioni del 35esimo anniversario della Rivoluzione
che detronizzò Idris - osservatori qualificati della capitale
libica ritengono di avere captato con sufficiente certezza elementi
che indicherebbero, per la prima volta, i pericoli di uno sfilacciamento
del regime. Non sempre, si fa rilevare, gli ordini del capo vengono
eseguiti e, sempre più spesso, lo sono in modo parziale
e approssimativo. In un regime totalitario e in una cultura in
cui il sottinteso conta molto di più dell'esplicitamente
detto, questi sono segnali da non prendere sottogamba.
(torna su)
Libia,
il ritorno dei primi espulsi
"Rivivremo
la nostra gioventù"
Il
Corriere della Sera
21
ottobre 2004
Maurizio
Caprara
Sei
italiani, un primo gruppo fra i 20mila cacciati nel 1970 dalla
Libia, stanno per tornare nel Paese nordafricano. I passaporti
sono già stati consegnati all'ambasciata della Jamahiria
a Roma, la partenza per Tripoli è stata fissata ieri al
primo novembre. Trentaquattro anni fa, la cacciata fu decisa da
Gheddafi per ritorsione contro la dominazione italiana, terminata
con la guerra mondiale. Dopo la svolta del leader libico, Giovanna
Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia, accompagnerà
cinque connazionali sui luoghi del ricordo. "Tornerò
al villaggio Garibaldi, nella provincia di Misurata". "Prima
ancora della mia casa, voglio rivedere Mohamed Mahmud, il mio
insegnante di arabo".
Mentre
l'inizio del XXI secolo è contrassegnato dal rischio di
uno scontro di civiltà, Mario Puccinelli, 70 anni, ha un
desiderio che va in tutt'altra direzione. «Vorrei ritrovare
innanzitutto il mio insegnante di lingua araba. Si chiamava Mohamed
Mahmud e mi piacerebbe rivederlo prima ancora della mia casa,
della mia terra. Non ho dimenticato le sue lezioni; ogni giorno
passo due ore sulla televisione satellitare a guardare al Jazira
e altri canali arabi».
Giancarlo
Consolandi, 55 anni, presidente dell'"Ex Lali", l'associazione
degli studenti delle scuole intitolate a San Giovanni Battista
de La Balle, si prefigge di andare nelle strade della sua infanzia.
Ma ha anche voglia di rispolverare un ricordo leggero: «Le
spiagge. In estate stavamo in vacanza per quattro mesi pieni.
Frequentavo quella dei bagni sulfurei, ma c'erano anche il Lido,
Beach club, Giorgimpopoli. Prendevamo la barca. Erano momenti
spensierati con le nostre mamme, intanto i
papà
lavoravano».
Raffaele
lannotti, stessa età, è curioso di sapere che fine
ha fatto il «villaggio Garibaldi» nella provincia
di Misurata: Il monumento a Garibaldi rima se in piedi fino a
qualche mese dopo il
colpo
di Stato del 1969. Però penso che sarò accolto bene».
Cade
la polvere dai ricordi di un'avanguardia dei 20 mila italiani
cacciati nel 1970 dalla Libia. Sei di loro stanno per essere autorizzati
a tornare. I passaporti sono già stati consegnati all'ambasciata
della Jamahiria a Roma. La partenza per Tripoli è stata
fissata ieri al primo novembre.
Sarà
una visita ufficiale. Puccinelli, Consolandi e Iannotti verranno
guidati da Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati
italiani dal la Libia, che era stata eccezionalmen te autorizzata
a un viaggio nel 2002.
Con
lei ci saranno Luigi Sillano, 67 anni, geometra, riammesso straordinariamente
in passato perché membro di un comitato sul recupero del
cimitero dei nostri connazionali a Tripoli, e Giovanni Spinelli,
figlio di un colono degli anni Trenta.
Chiederò
al popolo se gli italiani che erano in Libia e hanno nostalgia
possono tornare,
ha
dichiarato il 7 ottobre Muhammar el Gheddafi. «Possono fare
domanda da adesso», ha speci ficato il primo ministro
libico Mohamed Ghanem nell'intervista pubblicata dal Corriere
domenica scorsa. E loro, i sei, hanno presentato la richiesta
e concordato la data della visita con l'ambasciata. Trentaquattro
anni fa, la cacciata fu decisa da Gheddafi per ritorsione contro
la dominazione colonialista italiana, terminata con la guerra
mondiale. Tra i ricordi che adesso tornano a galla c'è
quello che Giovanna Ortu chiama «un gioco dell'oca al contrario».
Dopo il decreto di espulsione e confisca dei beni del lu glio
1970, i militari che avevano spodestato re Idris dettero tempo
agli italiani fino a ottobre: «Non ci lasciavano andar via
se non ottemperavamo a una serie di obblighi. Pagare le bollette
di acqua, luce, e così via. Poi consegnare le proprietà,
nel caso di mio padre un'azienda di import-export e un ditta di
impianti idrici», rammenta Consolandi. Finite le pratiche,
il premio era il «certificato di nullatenenza», indispensabile
per potersene andare senza guai peggiori.
Fretta,
incertezza. Poi una traversata in mare o un viaggio in aereo e
tante vite da ricostruire.
«Partii
a settembre in modo rocambolesco», racconta Sillano. Suo
nonno era stato il fondatore di un'impresa che aveva contribuito
ad aprire la «Balbia», strada dalla Tunisia all'Egitto
dedicata al governatore fascista Italo Balbo. Nel 1970 il committente
era cambiato. «Avevo 33 anni. Dovevamo completare la costruzione
della "Scuola arti e mestieri" di Tripoli per conto
del governo. Altrimenti, non potevamo lasciare la Libia»,
spiega Sillano. Nel frattempo, il 25 agosto, aveva avuto una figlia:
«Andammo via con Ornella di pochi giorni. E' stata l'ultima
bambina nata a Tripoli con gli italiani».
A
Raffaele lannotti del «villaggio Garibaldi», una figlia
era nata due settimane prima di salire sulla nave. «Era
passato poco da quando, a Misurata, avevo sentito un discorso
di Gheddafi: sosteneva che bastava togliere un cucchiaio di cibo
di bocca dagli italiani e il problema dei danni di guerra sa
rebbe stato risolto. I libici erano d'accordo. Io obiettavo: ma
l'Italia qui ha fatto case, strade.... Se ne discuteva. Presto,
tutto cambiò».
I
campi di prigionia, le impiccagioni, le armi «sporche»
impiegate dagli italiani per le conquiste coloniali. Anche ai
libici, su sollecitazione del Colonnello, tornarono su vecchi
ricordi. E il XX secolo produsse un altro dei suoi momenti di
tormento. La famiglia lannotti, che di asprezze del Novecento
ne aveva sperimentate, si ritrovò alla prova. D padre di
Raffaele aveva combattuto a Tobruk. Era stato prigioniero degli
inglesi in Egitto, India, Australia. Quando lo raggiunse a Tripoli
nel 1949, la moglie era incinta. «Con me in grembo, mamma
dovette rimanere quattro giorni nel porto di Tripoli: c'erano
le manifestazioni contro lo Stato di Israele», fa presente
lannotti. Uno che durante l'esame di licenza media, nel 1967,
si vide rinviare tutto di mesi perché era scoppiata la
guerra dei Sei giorni.
E'
contento di tornare in Libia, lannotti. Come tutti e sei. Come
Giovanna Ortu, che però avvisa:
Il
fatto che siamo felici non
induca il governo italiano a dimenticare gli indennizzi. Da inserire
nella Finanziaria».
(torna su)
Italians
on road back to Libya
Daily
Telegraph
october
18, 2004
Bruce
Johnston
TRIPOLI
agreed yesterday to give visiting rights to thousands of ltalians
who were expelled from Libya after Col Gaddafi seized power 35
years ago.
"From
now on they can make a request following normal procedures to
obtain a visa like anyone else," said Shukri Mohamed Ghanen,
the Libyan prime minister.
Col
Gaddafi promised on Oct 7 that the 20,000 ltalians who were thrown
out a year after his 1969 coup would be able to go back. But this
was not confirmed until Mr Ghanen's interview with the Italian
newspaper Corriere de la Sera.
Many
of the Italian exiles are delighted at the news, saying
they would like to return permanently despite the bitter circumstances
surrounding their forced departure.
“I
cannot wait to go”, said Salvatore Volo, a former haulage contractor
who was born near Tripoli.
Like
many of those expelled during Col Gaddafi's Green Revolution,
he has dreamed of settling down again in Libya, for which he feels
greater affinity than for Italy. From 1911 to 1943 Libya was an
Italian colony.
After
being expelled and losing all his assets, Mr Volo moved to the
Tuscan coast, “to remind me of being by the sea in Libya”.
So
eager was he to return after Col Gaddafi's announcement that days
later, when he applied for a visa, he caught Libyan authorities
on the hop.
“I
rushed to the Libyan embassy in Rome”, he said. “But they still
weren't ready, and said I would have to wait.
“I
only hope the offer doesn't turn out to be just words.
“I
would like one day to go back and forth to Libya as I please,
and even to buy a place to live, especially if I can re-forge
ties with old Libyan friends.
“We
kept up for a while after I left, but then they broke off contact,
probably because they were afraid”.
Mr
Volo, who lost £80,000 in business assets at 1970 values,
is one of a long line of members of the Italian Association for
Repatriation to Libya (AIRL) hoping to return.
Giovanna
Ortu, the AIRL president, said property worth almost £280
million at the time was confiscated from Italian natives by Libya
and they were still waiting to be reimbursed for more than half
that amount by Italy.
But
the main object of returning to Libya for most members was nostalgic,
not economic, she said.
“We're
foreigners even in Italy. Inside we're very Libyan. My heart is
very much there,” said Mrs Ortu, whose family lost extensive farming
interests when they were forced to leave.
“It
was a terrible wrench,” she said. “I was 31 at the time, and celebrating
my birthday on the day that news of the confiscation came. My
baby was just a few months old.”
Romano
Cardinali, 63, who was born in Tripoli and now lives near Venice,
said: “I want to go back to see my old friends and haunts, and
to breathe in the aroma of spices and orange water gently wafting
out of the houses.
“I
yearn for the ghibli, the period of heat from the desert
which brings with it the simun wind. We have a name for
this burning nostalgia. We call it Mal d'Africa .
(torna su)
“Tornerò
in quell'Africa dove mio padre curava Balbo”
Il
Giornale
18
ottobre 2004
Federico
Guiglia
La
sua Africa. Come tanti, Romano Cardinali vuole tornare. Anzi:
tornerà. Lui è fisioterapista e ha sessantatrè
anni. “Ma ne avevo solo 28 quando fummo costretti ad andare via”
esordisce. “Un momento bruttissimo, erribile. Lasciai la Libia
con mia moglie e bambina appena nata, di nove mesi”.
Che
cosa faceva a Tripoli?
Avevo
un negozio di articoli sportivi ereditato da mio padre.
Suo
padre era da molto laggiù?
Era
arrivato nel ‘36. Era il fisioterapista di Italo Balbo. Ho tante
fotografie di allora. La D omenica del Corriere di tanti
anni fa ne ha scritto. Insegnava la boxe a Balbo e la cultura
fisica ai ragazzi. Ma non era uno del partito fascista. Anzi,
negli anni della guerra è stato partigiano. Aveva il compito
di assaltare i campi di concentramento tedeschi per liberare i
soldati alleati
Perchè
vuole tornare?
“La
nostalgia. E gli amici che ho lasciato.
Siamo
stati cacciati, ma trent'anni dopo ho ancora dei carissimi amici”.
Lei
è la prova vivente che i rapporti umani tra libici e italiani
sono sempre stati buoni, nonostante tutto. O no? “Ho
amici libici che mi vengono a trovare a
Siamo
stati cacciati, ma trent'anni dopo ho ancora dei carissimi amici.
Lei
parla anche arabo?
“Lo
parlo e lo scrivo. E mia figlia, quella dei nove mesi, sta facendo
un corso di arabo. Così anch'io rinfresco le mie conoscenze...”.
Lei
è la prova vivente che i rapporti umani tra libici e italiani
sono sempre stati buoni, nonostante tutto. O no?
“Ho
amici libici che mi vengono a trovare a
casa.
Sono fratelli più che amici. Per noi nati in Africa l'amicizia
è qualcosa di molto sacro”.
Quale
sarà la prima cosa che vorrà rivedere?
“Tutto.
Sono cardiopatico, ho paura che mi sentirò male. Già
l'odore della terra sono sicuro che mi prenderà fortissimo...
Andrò a vedere i “miei” luoghi. Spero di portare con me
Giovanna, la mia bambina. Anche se oggi ha più di 30 anni...
Voglio che riveda i posti in cui io giocavo”.
Crede
all'apertura di Gheddafi?
“No”.
Lo
dice per scaramanzia?
“Credo
di conoscere bene sia i libici sia noi italiani. Però in
tutti questi anni i libici sono stati indottrinati e istigati
da Gheddafi contro gli italiani. Coi miei vecchi amici so già
che non avrò problemi. Però...”.
Però?
“Però
forse ha ragione lei: la mia dev'essere una forma di scaramanzia...”
(torna su)
«Gli
italiani in Libia? Da oggi possono tornare»
Il
primo ministro Ghanem: «Gli espulsi facciano domanda per
il visto».
Gheddafi
è stato invitato a Roma
Il
Corriere della Sera
17
ottobre 2004
Maurizio
Caprara
«Possono
fare domanda da adesso». Shukri Mohamed Ghanem, il primo
ministro libico, risponde così se gli si chiede quando
potranno tornare a visitare la Libia gli italiani che vennero
espulsi dal suo Paese nel 1970. Dopo l' arrivo del Colonnello
Muhammar el Gheddafi al potere, furono in ventimila a dover partire.
Da allora non hanno mai avuto il permesso di rientrare nello Stato
trasformato in «Gran Jamahiria araba libica popolare socialista».
Tranne un' eccezione, i visti sono stati negati. Dal 4 luglio
1998, giorno della firma di un comunicato congiunto italo-libico
sul superamento dell' era coloniale, le speranze di quegli italiani
si erano accese. Ma a vuoto. Adesso, le cose sembrano in movimento
anche per loro. Sessantadue anni, studi in economia alla Fletcher
School di Boston, già direttore generale al ministero del
Petrolio, Ghanem è un uomo chiave nel nuovo corso della
politica di Tripoli. La svolta, che tuttora sorprende le diplomazie
occidentali, è cominciata alla fine del 2003 con la rinuncia
ai programmi per la costruzione di armi di sterminio concordata
con Stati Uniti e Gran Bretagna. E' continuata in ottobre con
l' annuncio della cancellazione della «Giornata della vendetta»
istituita in Libia in memoria del colonialismo italiano. Ghanem,
la cui carica ufficiale è «Segretario del Comitato
generale del popolo», si trova a Rimini per il convegno
annuale del centro Pio Manzù, dedicato a «Economie,
moltitudini, Stati-nazione alla ricerca di una nuova sovranità».
E per capire meglio a quale punto è la svolta, il Corriere
ieri è andato a intervistarlo.
Il
7 ottobre, mentre Silvio Berlusconi era da voi, Gheddafi ha impiegato
questa formula: chiedo al popolo libico di autorizzare a ritornare
gli italiani che erano qui, che oggi sono vecchi e provano nostalgia.
Ma quand' è che quegli espulsi potranno tornare davvero?
«Credo che non ci sia nessun problema. Da adesso
possono fare domanda».
Possono
già chiedere il visto?
«Ci
saranno le normali procedure».
Lei
l'altro giorno ha incontrato Gerhard Schröder. Il cancelliere
tedesco ha invitato Gheddafi Berlino. Dunque il Colonnello andrà
prima in Germania che in Italia?
«Anche
l'Italia lo ha invitato».
Non
si sapeva. L'impressione era che l'Italia aspettasse dagli Stati
Uniti la cancellazione della Libia dalla lista dei Paesi considerati
terroristi.
«Non
è stato dichiarato ufficialmente, ma a Gheddafi è
stato detto: quando vuole può venire. Saranno questioni
di tempo a permettere a Germania o all'Italia di fare prima».
Dopo
20 anni, cade l'embargo europeo verso il suo Paese. Ma dalle coste
libiche continuano ad arrivare in Sicilia barche con immigrati
clandestini.
«La
fine dell' embargo non significa che dobbiamo essere noi a combattere
l' immigrazione illegale. Deve essere uno sforzo congiunto. I
clandestini vengono da noi per arrivare in Europa, mica per diventare
libici».
I
governi di Italia e Germania vorrebbero nell' Africa del Nord
più campi di raccolta per i clandestini bloccati mentre
si dirigono verso l' Europa. Una parte dell' opinione pubblica
tuttavia teme che non ne garantireste i diritti umani. Accettereste
ispezioni internazionali nei campi?
«Non
ci pare una buona idea mettere gli immigrati illegali nei campi
di certi Paesi. Bisogna aiutarli a restare dove abitano, favorendo
la creazione di posti di lavoro. Nel frattempo, pattugliare meglio
le frontiere».
In
Libia, però, campi di raccolta per clandestini esistono
già.
«Per
quelli che fermiamo noi. Non apriamo campi per chiunque trovi
immigrati illegali. Tanti non dicono la verità, vengono
dal Ghana e sostengono: "Sono di New York". Dove li
riporti? A New York? I ministri degli Interni libico e italiano
collaborano e collaboreranno».
Un
altro motivo di resistenza verso la Libia, nell' opinione pubblica
europea, riguarda le condanne a morte per le cinque infermiere
bulgare giudicate colpevoli di aver diffuso l'Aids tra i bambini
in un ospedale di Bengasi. Verranno eseguite?
«Il
due process of law, il processo secondo la legge, è un'
idea occidentale, non veniva dalla Libia. Si ritiene che ci debbano
essere una Corte, un' accusa, un avvocato. Il diritto, nel procedimento,
è stato applicato alla lettera. Se si parla di umanità,
è bene parlare prima di tutto dei bambini: ce ne sono oltre
400 infettati e più di 40 sono morti. Altri stanno morendo.
E ci sono i colpevoli. E' un caso giudiziario, legale».
Lo
dice lei.
«Così
è. La Bulgaria ci è amica. I palestinesi sono fratelli
(anche un palestinese è tra i condannati, ndr). Certo,
è difficile immaginare che la mente di una persona possa
decidere di contagiare bambini con l' Aids. Ma è strano
pure quanto è successo nel carcere di Abu Ghraib in Iraq.
La vita è piena di cose strane. Ci conforta sapere che
in Europa si comincia a dire: aiutiamo le famiglie dei bambini.
Ne hanno bisogno».
E
quelle persone condannate a morte?
«Esistono
corti d'appello. Credo stiano ricorrendo in appello. Non possiamo
interferire. Si può migliorare trattamento delle persone.
Ma è un caso giudiziario».
Che
cosa vi ha convinto a rinunciare alle armi di distruzione di massa?
«Abbiamo pensato che occorreva rasserenare i rapporti
con altri Paesi e concentrarsi su un innalzamento dei livelli
di vita nel nostro».
Potevano
essere un problema per l'Italia, quelle armi. Noi siamo di fronte
a voi...
Ghanem
sorride: «Per l' Italia e per la stessa Libia. Produrre
armi di distruzione di massa costa molto e dà uno sbagliato
senso di potere. Crea più problemi di quanti ne risolve».
Fu
lei a dire che, completati gli accordi sui soldi da dare alle
vittime delle bombe degli anni ' 80, come quella di Lockerbie,
gli Stati Uniti vi avrebbero dovuto togliere le sanzioni. E' soddisfatto?
Si aspetta di più? «Siamo riusciti a rimuovere
molti ostacoli. E' giusto aspettarsi un premio. Le sanzioni erano
ingiuste. Siamo sul binario giusto, dobbiamo concentrarci sull'
economia».
La
Presidente dell'Airl
“Stavolta
tutti i segnali sugli ex profughi sono distensivi”
Che
per gli italiani espulsi nel 1970 qualcosa si stia muovendo lo
conferma per telefono da Roma Giovanna Ortu, la presidente dell'
Airl, l'associazione degli ex profughi. «Domani devo andare
all'ambasciata libica. Per dare un crisma di ufficialità
alla loro apertura, vogliono che prossimamente vada giù
una nostra delegazione ufficiale. Questa volta i segnali sono
tutti concomitanti e distensivi, a differenza del passato».
Dopo le dichiarazioni pronunciate dal Colonnello il 7 ottobre,
Giovanna Ortu era stata chiamata dall'ambasciatore in Italia,
Adulati Ibrahim Alobidi. Nel frattempo Alobidi ha lasciato Roma:
adesso è nella squadra dei collaboratori di Gheddafi.
(torna su)
Lettere
al Corriere
Ma
in Libia non c'è neanche un inizio di democrazia
risponde
Paolo Mieli
13
ottobre 2004
Un
articolo di Paola Di Caro riferisce che nel corso della recente
visita a Mellitah del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
il colonnello Gheddafi ha detto: “L'Italia è stata amica
della Libia, durante gli anni dell'embargo ci è stata sempre
a fianco, ci ha sostenuto in tutte le assise internazionali e
ha giocato un ruolo fondamentale nella revoca perchè da
membro dell'Unione europea, ha detto che non avrebbe più
rispettato l'embargo se non fosse stato abrogato”. E Berlusconi
si è compiaciuto di queste parole. Io, pur con qualche
peiplessità, comprendo l'ultima parte del discorso di Gheddafi
ma mi lascia allibito l'apprezzamento del leader libico per l'”amicizia”
italiana negli anni dell'embargo.
Vito
Amoroso Bari
Caro
signor Amoroso, spero che si tratti di una ricostruzione storica
di circostanza in occasione della trasformazione in “giorno dell'amicizia”
di quel 7 ottobre che per oltre trent'anni ha ricordato le vessazioni
che dovettero subire i nostri ventimila connazionali espulsi dalla
Libia nel 1970. E mi sembrano giustificate le parole di prudenza
contenute nell'intervista rilasciata da Giovanna Ortu (che guida
l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia) ad Alessandra
Arachi.
E
forse sarei più accorto nel valutare l'intera vicenda libica.
L'ho seguita con particolare attenzione da quando, due anni fa,
Muhammar Gheddafi in un'intervista alla prima rete televisiva
egiziana ha riconosciuto pubblicamente che la guerra all'Afghanistan
per debellare i talebani fu “giusta”. Talebani e membri di Al
Qaeda, ha detto, “erano molto feroci, molto pericolosi, folli
affamati di sangue... Noi ci siamo augurati di vederli annientati
perchè non avevamo alcuna possibilità di trattare
con loro dal momento che ritengono che gli altri siano atei a
causa della loro incapaciàˆ di affrontare le attuali difficili
circostanze”; Libia e Stati Uniti “avevano un nemico comune”.
Poi venne la guerra all'Iraq e capitò che tra le imprevedibili
conseguenze di quel conflitto ci fosse che Gheddafi fece quel
che non aveva fatto Saddam: confessò di avere armi di distruzioni
di massa,-ammise le proprie responsabilità per orrendi
crimini internazionali, si disse pronto a pagare i risarcimenti
e - più in generale - aprì all'Occidente. Di qui
la distensione. Ma un recente articolo (su Repubblica) dello scrittore
Tahar Ben Jelloun, reduce da un viaggio in quel Paese, ci ha raccontato
che a tutt'oggi i libici sono convinti di avere il miglior sistema
politico e sociale del mondo e perfino di aver inventato “la vera
democrazia”. “Sono trentaquattro anni che si sentono dire che
la democrazia all'occidentale è un imbroglio e che non
può essere applicata a un popolo arabo e musulmano; sono
convinti che 1a democrazia dei congressi nazionali, o dei quartieri,
è la vera via attraverso la quale si esprime la volontà
popolare; hanno demonizzato l'OccidenteÈ, scriveva Ben
Jelloun, “ed ecco che ora improvvisamente Gheddafi cade tra le
braccia degli americani, si dichiara definitivamente deluso dagli
arabi, si appresta ad aprire il Paese al liberalismo e a quell'Occidente
che finora ha incessantemente criticato e respinto”. Dopodichè
ricordava che poco tempo fa nei quartieri di Tripoli dove vivono
gli immigrati c'è stata una battuta di caccia conclusasi
con diversi morti: “Un'espressione del razzismo libico è
l'uso del termine abid (schiavi) per indicare gli africani e sono
malvisti anche gli egiziani, una vecchia storia di vicinato e
di un'unione mancata”.
Questo
per dire che Gheddafi sarà anche diventato - come dice
Silvio Berlusconi e ha sempre detto Giulio Andreotti - il “nostro
migliore amico”, ma il modo in cui l'Occidente lo accoglie a braccia
aperte certifica in modi direi definitivi che l'illusione di provocare
nei Paesi arabi una “rivoluzione democratica” rimane, appunto,
un'illusione. Anche nei casi di successo politico. Per parte mia
- e non da oggi - mi fido di più del lavoro di costruzione
di rapporti con intellettuali ed esponenti politici del mondo
arabo fatto sul campo da Emma Bonino.
(torna su)
Gli
Italiani in Libia, quella fuga avventurosa
Il
Corriere della Sera
9
ottobre 2004
Edgardo
Bartoli
E'
risaputo che il colonnello Gheddafi non ama gli italiani, vuoi
per motivi personali, perchè gli impiccarono un prozio
e uccisero diversi suoi parenti militanti nella guerriglia nazionalista,
vuoi per motivi ideali, perchè italiani furono gli autori
delle stragi, dei furti, delle confische, degli inganni, compiuti
dapprima in nome dell'Italia liberale di Giolitti, poi in nome
di quella littoria di Mussolini; perchè italiani erano
i lager della Cirenaica dove morirono - di fame, di forca, di
malattie - decine cli migliaia di libici (circa 40.000, secondo
lo storico Del Boca) delle generazioni di suo padre e di suo nonno.
Ed è ugualmente noto che l'espulsione dell'intera comunità
degli italiani di Libia, decretata nell'estate del 1970, fu l'esplosione
di questi suoi sentimenti finalmente liberi di esprimersi
anzi
d'imporsi in un Paese di neanche cinque milioni
di abitanti, la maggior parte dei quali nutriva verso gli italiani
sentimenti affatto diversi ora che fra Italia e Libia è
tornato il sereno e Gheddafi s'è mostrato uomo assai più
mite e ragionevole di quanto la sua fama di mecenate del terrorismo
lo facesse apparire, la questione degli esuli dalla Libia tornata
alla ribalta:
una
ribalta dove le relative luci, bisogna aggiungere, sono sempre
state piuttosto fioche. In quell'agosto-settembre 1970, quando
ventimila italiani furono costretti a tornare in patria come esuli,
la breve ondata emotiva suscitata dalla vicenda le spense quasi
completamente, così che l'indignazione e sentimento nazionale
offesi oscurarono le questioni politiche e diplomati che avevano
preceduto il dramma.
L'esodo,
in realtà, era cominciato dopo
il 1 settembre del ‘69, giorno in cui il giovane Gheddafi aveva
conquistato il potere con un colpo di stato magistrale e incruento.
Nei quattro mesi successivi, 830 italiani abbandonarono la Libia
e furono tristemente avviati nei campi profughi della Campania,
delle Puglie, della Lombardia: anche se, al tempo stesso, il nuovo
governo libico negava che gli italiani subissero pressioni di
sorta, invitandoli esplicitamente a restare. E invece, altri tremila
di loro lasciarono definitivamente la Libia fra il gennaio e il
luglio 1970; anzi scapparono, molti senza nemmeno aspettare il
visto d'espatrio, escogitando piani avventurosi per raggiungere
la Sicilia. Così, la comunità italiana, che nel
1948 superava ancora le 44.000 persone, si riduceva a meno di
20.000: più o meno lo stesso numero dell'ultima ondata
migratoria verso la “quarta sponda”, nel
1938.
L'atmosfera
stava davvero cambiando, come fu chiaro dal discorso che Gheddafi
tenne a Misurata quello stesso luglio, nel quale inveì
contro il colonialismo italiano elencandone le malefatte e chiedendo
l'immediata liquidazione di tutto ciò che ricordava quell'indegno
periodo di soggezione; ma aggiungendo, onestamente, che bisognava
fare una distinzione fra l'Italia di ieri
e
quella di oggi, alla quale ultima riconosceva addirittura un “nobile
e amichevole atteggiamento” verso la causa araba. E l'indomani
partiva l'invito per il ministro degli esteri Aldo Moro di recarsi
a Tripoli, “ospite gradito”, a capo di una delegazione ufficiale
per intavolare trattative fra i due Paesi.
Chissà
perchè Moro prese la cosa alla leggera, non capì
che il colonnello libico intendeva mantenere comunque buoni rapporti
con l'Italia, non ammise che le accuse alla tracotanza del vecchio
colonialismo italiano erano veritiere, e non raccolse l'invito
a trattare, ciò che avrebbe sicuramente evitato la successiva
cacciata degli italiani. E degli ebrei: molti dei quali, appunto,
italiani.
Qualunque
cosa Moro avesse in mente, i suoi tempi non erano certo quelli
dell'impetuoso Gheddafi: perchè fra i due il vero arabo
era lui, Moro. Il quale fu colto probabilmente di sorpresa dal
decreto di espulsione e di confisca di tutti i beni degli espulsi,
mobili e immobili, promulgato nemmeno due settimane dopo. Anzi,
non di confisca, precisò il locale ministero degli Esteri:
di “recupero” delle proprietà arabe confiscate dagli italiani
nei trentadue anni del loro dominio coloniale.
L'agenzia
libica Jana tirò poi le somme: si trattava in
totale di 37.000 ettari di terra, 1.750 case d'abitazione, 500
esercizi commerciali, 1.200 fra autoveicoli, aerei, macchine agricole.
Valore to-
tale,
200 miliardi di lire (del 1970). In più venne soppresso
il Giornale di Tripoli, la cattedrale fu trasformata
in moschea, furono abbattuti i monumenti eretti dai conquistatori,
venne smobilitato il cimitero cristiano di Tripoli, cos' che il
governo italiano fu costretto a provvedere a riportare in patria
salme di oltre ventimila soldati caduti in Libia. Fra le altre,
quella di Italo Balbo, ultimo governatore della Libia: personaggio
assai controverso in Italia, ma popolarissimo e venerato nell'ex-colonia
da italiani, arabi e soprattutto ebrei, che nonostante le leggi
razziali vigenti a Roma godevano a Tripoli di totale libertà
e di non pochi privilegi economici.
La
jalaa di Gheddafi, quella cacciata insultante e inappellablie
di una comunità che non aveva nulla a che fare con le atrocità
e gli abusi commessi da un'Italia ormai defunta, fu un dramma
umano e civile del quale gli esuli del ‘70 conservano ancora fresca
memoria. Molti di loro, nell'immediato dopoguerra, avevano attraversato
clandestinamente il canale di Sicilia in senso opposto, sulle
stesse precarie imbarcazioni degli immigrati del terzo mondo di
oggi, per tornare di nascosto alle loro case nella Libia occupata
dagli inglesi; accolti quasi come compatrioti di ritorno
dalla
popolazione araba, buona parte della quale si augurava, in odio
agli inglesi, nientemeno che il ritorno ufficiale dell'Italia
in Tripolitania. Questi italiani sapevano quello che lo stesso
Gheddafi mostrava di sapere bene, ossia che la breve avventura
coloniale italiana si divide in due periodi distinti e separati:
quello del sanguinano generale Graziani e quello dell'edonista
Italo Balbo; quello atroce e ottuso dell'Italietta che cercava
nelle guerre di conquista una cura per il proprio petulante complesso
d'inferiorità, e quello bonario, di natura profondamente
contadina e familiare, dell'ultimo governatore fascista, quando
gli strepiti mussoliniani giungevano ai connazionali d'oltremare
attutiti dalla distanza e dalla pace di abitudini ormai consolidate.
Gli
indennizzi ai rimpatriati da parte italiana furono insufficienti,
tardivi e distribuiti con esasperante parsimonia. In ogni caso,
nessun indennizzo avrebbe mai potuto compensare intere vite di
lavoro andate in fumo. L'Associazione dei rimpatriati dalla Libia
rispose allora al fiero consuntivo “antimperialista” dell'agenzia
Jana osservando che l'elencazione stessa dei beni confiscati dimostrava
la composizione prevalentemente artigiana e microimprenditoriale
della comunità italiana in Libia, nonchè la sua
straordinaria capacita agricola: 1.786.000 piante al posto della
sabbia, 322 pozzi scavati nel deserto. Non è poco. Il mondo
intero s'è stupito, giustamente, del miracolo israeliano
che ha fatto “fiorire il deserto”. Nessuno ha mai parlato dei
giardini d'agrumi degli italiani inTripolitania. Pare esistano
ancora.
(torna su)
Bel
suol d'amore
La
Stampa
8
ottobre 2004
Massimo
Gramellini
Appena ho letto sulle agenzie di stampa la notizia storica che
gli italiani nati in Libia potranno tornare a casa, il pensiero
è volato all'amico di Tripoli che vive «esule»
a Torino e negli anni del liceo, fra un couscous e un dolce di
datteri, mi mostrava le fotografie dei luoghi in cui era cresciuto.
Luoghi da cui era stato brutalmente cacciato insieme a tanti nostri
connazionali in una notte d'estate del 1970, appena il tempo di
fare la valigia e ammassarla sopra le altre in ambasciata, per
volontà di quello stesso Gheddafi che adesso l'adulatore
Berlusconi chiama «leader della libertà». Ricordo
la cartolina stinta di un palazzo in stile italiano, affacciato
su una piazza che a me sembrava più Cuneo che Africa. Ricordo
soprattutto i suoi occhi lucidi nel guardarla, il rimpianto per
un'infanzia finita di colpo, senza neanche la possibilità
di dirle addio. Tutti custodiamo nel cuore un luogo del passato
che non abbiamo la forza di dimenticare, ma neppure il coraggio
di tornare a vedere, nel timore di scoprirlo diverso da com'era
o da come ci piace ricordare che fosse. Non è mai consigliabile
grattare una cicatrice. Lo stato d'animo di un italiano delle
colonie dev'essere simile, ma centuplicato. Qualcuno andrà
lo stesso in Libia a dare un'occhiata, per chiudere un cerchio
che non quadrerà mai. Qualcun altro preferirà rimanere
per sempre al di qua del mare, col couscous nel piatto e in grembo
una fotografia. Non so a che gruppo deciderà di appartenere
il mio amico, ma qualunque sia la sua scelta, avrà la mia
solidarietà.
(torna su)
I LEADER INAUGURANO IL GASDOTTO.”GLI ITALIANI
ESPULSI NEL 1970 POTRANNO DI NUOVO VISITARE I LUOGHI DI NASCITA”
Gheddafi a Berlusconi: farò tornare i vostri esuli
Il Cavaliere: da oggi Roma e Tripoli lavoreranno insieme
La
Stampa
8
ottobre 2004
La quarta visita di Silvio Berlusconi da Gheddafi si conclude
con l'inaugurazione di un importante gasdotto e con quella che
i due leader, il Cavaliere e il Colonnello, considerano una pax
tra i due Paesi dopo le vicende secolari della guerra coloniale
italiana e l'espulsione, nel 1970, dei ventimila italiani nati
e residenti in Libia. L'ha comunicato alla fine lo stesso Gheddafi:
la «giornata della vendetta» diventerà la giornata
dell'amicizia perché gli italiani espulsi nel 1970 potranno
tornare a visitare la Libia. In più il 7 ottobre, appunto,
giorno in cui la Libia celebrava la «Giornata della vendetta»
contro gli italiani in ricordo dell'occupazione coloniale, diventerà
d'ora in avanti la «Giornata dell'amicizia». «Tutti
sanno cosa significhi per noi il 7 ottobre», ha detto Gheddafi
dopo il discorso di Silvio Berlusconi, «per noi è
il giorno in cui l'Italia monarchica scese in Libia. Era chiamato
il «Giorno della vendetta», la giornata dell'aggressione,
la giornata dell'occupazione. È stata una giornata nera
nella storia dei nostri due popoli e ha un grande significato
che proprio in questo giorno i nostri due Paesi varino questa
grande opera (il gasdotto dell'Eni, ndr)», con cui l'Africa
fornirà all'Europa gas e petrolio». «Voglio
quindi dichiarare oggi al mondo - ha proseguito il Colonnello
- che l'Italia e la Libia sono amici e collaborano. Bisogna distinguere
l'Italia di allora, quella fascista e coloniale, da quella di
oggi. Lungo gli anni dell'embargo l'Italia è sempre stata
al fianco della Libia e ha giocato un grande ruolo nella revoca
dell'embargo». In diverse occasioni, ufficiali e private,
Gheddafi si è riferito al premier italiano come al «nostro
amico Berlusconi», il quale gli ha presentato solo «una
modesta richiesta al popolo libico», consentire la visita
libica a molti degli anziani italiani che stavano in Libia e che
sono stati allontanati nel 1970. Gheddafi ha quindi ricordato
che tutto fa parte di un accordo più ampio, che riguarda
naturalmente la cooperazione e, in cambio, un sostegno libico
nel controllo dei flussi migratori. E ha ricordato più
volte che la Libia offre questo accordo «in considerazione
del ruolo giocato da Silvio Berlusconi, e delle visite che ha
compiuto in Libia, e del fatto che l'Italia ha costruito a Bengasi
un ospedale a sue spese». Il Cavaliere, sempre al suo fianco
durante la visita, sorrideva. «Muhammar Gheddafi è
un grande amico mio e dell'Italia. È il leader della libertà,
sono felice di essere qui». È in nome della rinnovata
«amicizia» tra i due popoli che il premier ha richiesto
la disponibilità libica a far rientrare gli italiani espulsi
e a trasformare la «vendetta» in giornata dell'amicizia».
Con un auspicio: «Lasciarsi alle spalle il passato di sofferenze
per guardare solo al futuro che deve essere di pace, collaborazione
e benessere». Berlusconi non ha mancato di ricordare quanto
sia forte l'impegno economico italiano in Libia. «Da quando
ho avuto la responsabilità di governo ho sollecitato le
imprese italiane a lavorare insieme a quelle libiche in molti
campi, compreso quello archeologico. C'è stata l'apertura
dell'Istituto di cultura italiana in Libia e ho garantito a Gheddafi
l'immediata apertura di un istituto di cultura libico in Italia».
Un impegno di cui il gasdotto è solo il più eclatante
simbolo. Se il premier ha concluso il suo intervento salutando
alla araba, «Inshallah», i suoi alleati esprimono
adesso massima soddisfazione. Gianfranco Fini dà atto al
premier della «forte determinazione» e al Colonnello
della «volontà di superare le divisioni del passato».
Il viceministro alle attività produttive Adolfo Urso parla
di un «evento storico», dovuto sia a Berlusconi che
a Fini. E Renato Schifani, presidente dei senatori forzisti, fa
anche di più: per lui sarebbe auspicabile che “questo traguardo
registrasse il plauso di tutte le forze politichè”.
Gli
Italiani ex residenti in Libia tra soddisfazione e amarezza
Giovanna
Ortu: "Una gioia incredibile per tantissimi"
Nata e
cresciuta in Libia, è stata costretta precipitosamente
a tornare in Italia nel luglio 1970, quando il Colonnello Gheddafi
emanò il decreto di espulsione per gli italiani e la confisca
di tutti i loro beni, come acconto per i danni coloniali provocati
dall'Italia. La storia di Giovanna Ortu, Presidente dell'Airl,
l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, è
simile a quella di migliaia di altri italiani che ora - rivela
- "mi stanno tempestando di telefonate dopo aver sentito
la notizia che Gheddafi ha promesso a Berlusconi che noi possiamo
tornare a visitare il paese in cui abbiamo vissuto per tanti anni".
"E' incredibile quanto sia forte il legame degli italiani
cin la Libia: ce ne sono tanti che ancora oggi, dopo quasi 35,
mangiano il cous cous la sera e parlano l'arabo ed ora potranno
tornare a vedere i luoghi dove sono nati, dove hanno passato tanta
parte della loro vita".
Il
rifiuto di Gino Di Buduo
"Ma
ormai Tripoli è lontana"
Tornare
in Libia? "No grazie. Ormai è finita". E' deciso,
anche se velato di nostalgia, il rifiuto di Gino Di Buduo, che
nel luglio del 1970, a ventuno anni, insieme ai genitori, un fratello
e due sorelle raccolse "quattro indumenti e qualche effetto
personale" e si imbarcò a Tripoli sulla nave per Siracusa.
"Troppo
tempo è passato - spiega - ormai abbiamo costruito una
nuova vita qui in Toscana". La famiglia Di Buduo era in Libia
dal 1929, quando Biagio Di Buduo, accogliendo l'appello di Mussolini
si unì ai 10000 italiani - in gran parte veneti e pugliesi
- chiamati a dissodare il deserto. Da allora alterne vicende,
fino all'espulsione. "Ed è cominciatauna nuova vita.
Ci sono voluti tanti anni per adattarsi ma ora la Libia è
lontana".
(torna su)
"Ci
Presero tutto, eravamo ventimila"
Giovanna
Ortu venne rimpatriata nel 1970: spero che la promessa venga mentenuta,
ci siamo già illusi una volta
Il
Corriere della sera
8
ottobre 2004
Alessandra
Arachi
ROMA
- «Beh, questa volta l' ho sentito dire in diretta proprio
da loro, da Berlusconi e da Gheddafi e, dunque, sono moderatamente
ottimista. Anche se...». Anche se Giovanna Ortu aspetta
di vedere i visti sui passaporti per crederci davvero. È
la presidente dell' Airl, l' associazione che raggruppa gli italiani
rimpatriati dalla Libia. Erano 20 mila persone nel 1970, quando
vennero cacciati dal paese dal leader libico Gheddafi. Ora sono
rimasti qualche migliaia. «E adesso prima di gioire completamente
aspetto di vedere i visti sui passaporti di tutti i miei iscritti
perché già nel viaggio che il nostro premier fece
due anni fa sembrava tutto fatto», racconta ora. E spiega:
«Era il 26 ottobre 2002. Berlusconi andò a Tripoli
per incontrare Gheddafi. Al suo ritorno ricevetti una telefonata
dalla Farnesina. Dal funzionario che aveva accompagnato il premier
Berlusconi in quel viaggio: "Tutto a posto", mi fece
sapere. Ed invece...». Invece fu soltanto lei, Giovanna
Ortu, che insieme con sua figlia Antonella riuscì a rimettere
piede nella sua Tripoli, nella sua casa dove anche la figlia aveva
fatto in tempo ad abitare. Racconta: «Mi invitò l'
ambasciatore libico. Mi si aprì un' autostrada dei sogni.
Difficile raccontare l' emozione che ho provato a tornare in quel
paese da dove ero stata cacciata senza alcun motivo degno. A ritornare
dentro la mia casa che non era più mia, ma che era identica
a come l' avevo lasciata trentadue anni prima». Una visita
di quattro giorni, poi i sogni tornarono incubi. «Perché
nessun altro degli italiani della mia associazione riusciva ad
ottenere il permesso per tornare a Tripoli. Un inferno. E allora
io mi sono giurata: non ci tornerò mai più fino
a quando tutti, ma dico tutti, loro riusciranno a tornare. Era
stata troppo forte l' emozione, era giusto, indispensabile poterla
condividere». E' una questione di dignità e di orgoglio,
spiega Giovanna Ortu. «Tanto più evidente da quando
la Libia ha cominciato ad aprirsi al turismo: prima nessuno si
sognava di andare in Libia a passare una vacanza. Adesso, invece,
gli unici che non potevano andare a Tripoli erano proprio quelli
che c' erano nati». Ma non è soltanto questo. Dice
ancora Giovanna Ortu: «Io sono nata nel 1939 e non c' entro
nulla con la guerra e con il colonialismo. E come me tante altre
persone dell' associazione che semplicemente desiderano essere
italiani come tutti gli altri». Adesso il sogno sembra finalmente
diventare realtà. «Sì, certo. Anche se così
non si risolvono certo tutti i nostri problemi problemi. C' è
ancora un forte contenzioso economico in piedi. Ci confiscarono
case e beni, oltre l' orgoglio, con quella cacciata dal nostro
paese natio. Una cifra che nel 1970 venne quantificata in 400
miliardi di lire, ma noi ci accontentiamo anche di meno. Stiamo
sperando di vedere qualche soldo nella prossima Finanziaria».
Ma sicuramente il desiderio più importante è di
rivedere la Libia. «Tutti i miei iscritti fremono»,
assicura Giovanna Ortu. E racconto. «Ce n' è uno
ad esempio, Salvatore Volo, che gira sempre con il passaporto
in tasca per essere pronto ad andare a farsi mettere il visto
all' ambasciata». Tutti pronti con un charter quindi? «Sì,
certo. Ma siamo disposti anche ad andare a gruppetti di dieci
per volta se Gheddafi si mette paura».
(torna su)
Exiled
Italians want to go home – to Libya
Reuters
8
ottobre 2004
Phil Stewart
Italians
kicked out of Libya more than 30 years ago by Muammar Gaddafi
wasted no time on Friday planning trips home for a look around,
after the former coup leader liften a travel ban on colonialist
offspring.
Ive
got my passport ready. On Monday, Im going to the Libyan embassy,
said Salvatore Volo, 63, who is one of more than 20,000 Italians
expelled from Libya in 1970.
Lets
see if I get the visa, he said, half-joking.
While
many Europeans take holiday in Libya, Volo and others born in
the former Italian colony – ruled by Rome from 1911 to 1943 –
have been refused entry since shortly after Gaddafi came to power
in a bloodless coup detat 35 years ago.
Gaddafi,
seeking reparations from Italy, also appropriated all Italian
property there.
But
the Libyan leader is keen these days to help Italy, whose Prime
Minister Silvio Berlusconi has visited him in Libya three times
in a year, more than any other Western leader.
Despite
the era of the past, Italy has been a friend of Libya. During
the years of sanction, embargo and confrontation Italy has been
on the side of Libya, Gaddafi said on Thursday.
Those
(Italians expelled in 1970) are still alive…feel nostalgia and
a desire to visit Libya. Just a visit to the places where they
born and lived. I ask the Libyan people to accept this request.
It
wasnt the first time this week that Tripoli has helped Italy sort
out migration troubles.
Gaddafi
also helped Italy expel more than 1,000 illegal migrants who washed
up on southern Italian shores, receiving a controversial air-lift
of the refugees before they could be interviewed by U.N. refugee
officials.
With
Italian financing, Tripoli sad it flew the refugees onto Egypty.
Even
though Im against Berlusconis government, I have to say that it's
the only government thats been able to get this kind of result,
said Romano Cardinali, who once owned a sporting goods shop in
Tripoli.
Giovanna
Ortu, head of the Italian Association for Repatriation to Libya,
said the group was still seeking around 250 million euros for
belongings appropriated by Gaddafi.
But
fo Volo, Ortu and the others who were born, grew up and live much
of their lives in Libya, its about more than seeking out lost
property. Its about returning home.
Were
foreigners even in Italy, Volo said.
Inside
were very Libyan…my heart is very much there.
(torna su)
Gli
Italiani di Tripoli possono tornare in Libia
Accordo
storico: il “giorno della vendetta” diventa “il giorno dell'amicizia”
Secolo
d'Italia
8
ottobre 2004
Gli
italiani espulsi dalla Libia nel 1970 potranno tornare lì
e visitare i luoghi love sono nati e cresciuti. Arriva a sorpresa
la promessa di Muhammar Gheddafi al presidente del Consiglio italiano
Silvio Berlusconi al termine dei colloqui tra due leader a Tripoli.
Una vera e propria svolta epocale nei rapporti tra i due Paesi
divisi da quel 7 ottobre che fino a ieri per la Libia era la “giornata
della vendetta” e diventa, invece, la “giornata dell'amicizia”
“Muhammar
Gheddafi è un grande amico mio e dell'Italia. E' il leader
della libertà, sono felice di essere qui”, aveva esordito
Berlusconi cominciando così il suo intervento all'inaugurazione
del gasdotto che collega la Libia all'Italia.
Un
intervento tutto volto a sottolineare con forza i nuovi,
positivi rapporti tra i due paesi: così positivi da far
ritenere al leader italiano che da questo momento in poi “i popoli
di Libia e Italia saranno sempre dalla stessa parte e sempre amici”.
Non solo. Berlusconi, nel ribadire più volte la “collaborazione”
che non è mai mancata tra Roma e Tripoli, “anche nei momenti
difficili”, in nome di questa amicizia ha fatto due richieste
a Gheddafi: far diventare il 7ottobre non più la giornata
della “vendetta” ma quella dell'”amicizia” e consentire il ritorno
degli italiani che nel 1970 furono espulsi dalla Libia.
Una
richiesta, quest'ultima, che il presidente del Consiglio italiano
ha fatto al leader libico proprio a nome di quei nostri cittadini
che sono cresciuti ed hanno lavorato per anni nel paese nordafricano.
“Come
segno immediato di amicizia mi sento di chiedere con il cuore
al leader Gheddafi - ha detto Berlusconi - la possibilità
che questi nostri concittadini possano tornare qui per rivedere
la casa e la terra dove sono nati e cresciuti”. Dopo questa richiesta,
un altro auspicio: quello di “lasciarsi alle spalle il passato
di sofferenze per guardare solo al futuro che
deve
essere di pace, collaborazione e benessere”.
Più
volte il premier ha battuto sul tasto dell'amicizia e della collaborazione
tra Italia e Libia garantendo un continuo rafforzamento di questa
intesa. Ha ricordato il primato italiano delle esportazioni verso
la Libia e delle importazioni da Tripoli.
E
le parole di Berlusconi, alla fine, hanno fatto breccia.
La
richiesta è stata accolta da Gheddafi nel segno dei “nuovi
rapporti di amicizia tra i due Paesi”. “Chiedo al popolo libico
di acconsentire a questa richiesta” ha detto Gheddafi sottolineando
che oggi “possiamo dichiarare al mondo che la Libia e l'Italia
sono amici e si scambiano opere reciprocamente utili superando
le inimicizie di prima. Dobbiamo - ha concluso Gheddafi - fare
del Mediterraneo un mare di pace”.
Fini:
grande soddisfazione, da tempo auspichiamo questa soluzione
Grande
soddisfazione per questo importante risultato che da tempo abbiamo
richiesto e auspicato. Diamo volentieri atto al presidente Berlusconi
della forte determinazione con la quale si è battuto per
raggiungere questo obiettivo e diamo atto altresì al colonnello
Gheddafi della volontà di superare le divisioni del passato
per inaugurare una nuova grande stagione di amicizia tra i due
popoli”. E' quanto ha dichiarato il vicepresidente Fini in merito
all'incontro fra il Presidente Berlusconi e il Colonnello Gheddafi.
Emozionati gli italiani espulsi dalla Libia:
“Anche se questa decisione è tardiva, vogliamo dimenticare
i lunghi anni di attesa i 34 trascorsi dalla espulsione e i sei
dalla firma degli accordi di cui oggi appare finalmente possibile
la attuazione - ha detto Giovanna Ortu, presidente dell'Airl,
la associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia - abbiamo
appreso la notizia direttamente dalla tv libica, dato che capiamo
l'arabo e siamo molto emozionati”. “Mi dispiace di avere sparato
a zero sull'ultimo viaggio di Berlusconi che, invece, finalmente
ci ha restituito giustizia”, ha concluso GiovannaOrtu.
(torna su)
Il
primo della classe
Berlusconi:
Gheddafi leader di libertà
La
Repubblica
8
ottobre 2004
Paolo
Garimberti
Il
recupero di uno dei paesi che per lungo tempo è stato in
cima alla lista di quelli che gli americani chiamano “Stati canaglia”
(attori o fiancheggiatori del terrorismo) è un dato
positivo da salutare con la massima soddisfazione. Il
fronte comune dell'Occidente nella lotta contro la grande
minaccia che si è tragicamente manifestata dall'11
settembre 2001 in poi ha bisogno di alleati.
Tanto
più se per ragioni geopolitiche e per vecchie pratiche
e connivenze questi alleati sono particolarmente preparati
in materia e capaci dunque di dare utili consigli e
indicare direttrici di azione. E questo è certamente il
caso della Libia.
Ha
ragione dunque Berlusconi a compiacersi del nuovo spirito
di collaborazione nei rapporti con la Libia e ad auspicare
che si lasci “alle spalle il passato di sofferenze per guardare
al futuro, che deve essere di pace e di collaborazione”. Tanto
più che tra l'Italia e la Libia non c'era soltanto
il muro divisorio del terrorismo, ma quello ancora più
alto e più spesso di decenni di Storia.
Anche
Bush e prima di lui Blair hanno cancellato il leader di Tripoli
dalla lista dei nemici. Gli Stati Uniti poco più di due
settimane fa hanno revocato ufficialmente l'embargo commerciale,
che risaliva al 1986, al tempo di Reagan, e che era già
stato di fatto sospeso in aprile. E Blair, in visita a Tripoli
a marzo, si era addirittura spinto a dire che “il cambiamento
avvenuto in Libia è un segnale per tutto il mondo arabo”.
Affermazione impegnativa per il premier di un paese nel cui cielo
era avvenuto un attentato orrendo come quello di Lockerbie verso
il leader di un paese reo confesso di quella strage.
Ma
che conteneva un messaggio ben preciso ai governi arabi che
con il terrorismo trescano (e forse anche per quelli che
fingono di non sapere, di non vedere e di non sentire, come
l'Arabia Saudita): convertitevi come Gheddafi e sarete ricompensati.
Ma
Berlusconi, cedendo a quell'istinto di primo della classe
per lui insopprimibile quando calca palcoscenici internazionali,
ha voluto far meglio dei suoi amici e alleati. E nell'ansia da
prestazione ha detto che Gheddafi “è il leader della libertà”,
oltre che “un grande amico mio e dell'Italia”.
Libertà
è una parola grossa e proprio per questo non è a
geometria variabile.
Per
l'Occidente, la cui libertà è minacciata proprio
dal terrorismo e che ha cooptato Gheddafi nel fronte
comune in quanto disponibile a pagare il prezzo dei propri peccati,
libertà vuol dire fondamentalmente democrazia e rispetto
dei diritti umani e civili. Non risulta che la Libia
del Colonnello li abbia mal praticati. Forse soltanto adesso comincia
a chiedersi che cosa sono.
I
(torna su)
Berlusconi
e Gheddafi, il giorno della farsa
Il
leader libico: “ Possono tornare gli italiani cacciati nel ‘70”.
Il
premier: è il giorno dell'amicizia
L'Unità
8
ottobre 2004
Marcella
Ciarnelli
Da
ieri non esiste più la “Festa della vendetta” con cui la
Libia celebrava la cacciata degli italiani dal paese. Il 7 ottobre
diventerà la giornata della collaborazione economica tra
i due paesi. Un'occasione di festa, non di odio. L'annuncio è
stato dato dal leader libico Gheddafi e da Silvio Berlusconi durante
la cerimonia di inaugurazione del gasdotto dell'Eni che, a regime,
fornirà il 10% dell'energia che serve all'Italia e che
è stata innanzitutto un grande, enorme spot ad uso e consumo
della popolarità del colonnello e del premier italiano.
Dovrebbe
così concludersi un'amara vicenda cominciata nel 1970 quando
Gheddafi decise di cacciare dalla Libia 2Omila nostri connazionali
che in quel paese ci lavoravano, ci avevano messo su famiglia,
c'erano nati. Il colonnello requisì ogni avere, anche i
contributi previdenziali e rimandò tutti in Italia. Ora,
stando alle pompose parole pronunciate ieri, la situazione dovrebbe
avviarsi a soluzione. Anche se Berlusconi dice di avere chiesto
a Gheddafi un atto di umanità “verso dei vecchietti” nostalgici
che gli avrebbero richiesto di poter tornare a rivedere la Libia.
Ed il colonnello abbia ribadito di essere disponibile ad accogliere
alla richiesta solo “se il popolo sarà d'accordo con lui”.
Il campione presente ovviamente ha applaudito. Nell'enfasi del
momento non è stato fatto alcun cenno agli impegni che
i due pure avrebbero dovuto sottoscrivere perchè gli esuli
non solo possano ritornare in Libia ma perchè ad essi siano
restituiti beni e proprietà.
Per
il momento Berlusconi e Gheddafi hanno puntato tutto sui buoni
sentimenti. Fanno scena e costano poco. Resterà da vedere
quale procedure saranno messe realmente in atto e se si arriverà
ad una soluzione che non sia soltanto una gita nostalgica nei
luoghi della gioventù.
L'accordo
i due lo avevano raggiunto a Tripoli, nella residenza del colonnello,
sotto la famosa tenda, dove Berlusconi si era recato non appena
atterrato in Libia e prima di raggiungere Mellitah dove ad aspettarlo
c'erano autorità locali, lo stato maggiore dell'Eni e le
maestranze che hanno reso possibili l'opera. Tenda blu nel deserto,
la bandiera italiana vicino a quella libica in segno di rinnovata
e solida amicizia, grandi sprechi di tappeti, poltrone e composizioni
di fiori affidate per la consegna a due poveri ragazzini che hanno
rischiato di squagliarsi al caldo degli abiti tradizionali. Insomma
tutto l'occorrente per uno straordinario film luce che torna utile
a tutti e due i leader. Tanto più che la vicenda rievocata
è conseguenza di quel colonialismo che Gheddafi non ha
mancato di ricordare con i toni di chi poi non ha tanta voglia
di chiuderla lì ma che, in presenza di problemi molto meno
risolvibili, vedi i clandestini che a centinaia partono per l'Italia
proprio dalle cost
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