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A chi ha dovuto lasciare la Libia indennizzato metà valore

Il Sole 24 ore

13 dicembre 2004

 

Gli emigrati perdono un tesoro

Il Sole 24 ore

13 dicembre 2004

 

Libia: che fare per il Cimitero di Hammangi?

Forum - Il direttore risponde

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Roma-Tripoli, la rinascita di un possibile futuro

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Italy, Lybia sign agreement to restore crhristian cemetery in Tripoli

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Libya born Italians happy to return to Tripoli Voanews

25 novembre 2004

 

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Libia, la battaglia degli italiani continua

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Esuli appello ai media

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Esuli rientrati

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22 novembre 2004

Libia, il cimitero cristiano sarà risistemato: era diventato un'enorme discarica a cielo aperto

Il Secolo d'Italia 21 novembre 2004

Messa a Tripoli come i vecchi tempi

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21 novembre 2004

Esuli a Tripoli per albero giovinezza

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20 novembre 2004

 

Accordo con comune di Tripoli

Ansa

20 novembre 2004

 

Il cimitero della vergogna

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19 novembre 2004

 

A Tripoli dimenticato il cimitero degli 8mila italiani

L'Avvenire

19 novembre 2004

 

Una giornata a Tripoli

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19 novembre 2004

 

Esuli ricevuti dal Vicepresidente del Parlamento

Ansa

18 novembre 2004

 

Il cimitero dimenticato

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18 novembre 2004

"Finalmente a Tripoli, casa nostra"

Il Corriere della Sera

18 novembre 2004

 

"Dignità ritrovata" Repubblica

18 novembre 2004

 

Le nostre due vite. La prima in Libia la seconda in Italia

La Stampa

18 novembre 2004

 

Gli Italiani di Libia tornano a Tripoli

L'Avvenire

18 novembre 2004

 

Expelled Italians make emotional visit to Libya after 34 years

Dpa

17 novembre 2004

 

Nel suk di Tripoli 34 anni dopo

Ansa h.18,40

17 novembre 2004

 

Esuli a Tripoli dopo oltre trent'anni

AGI

17 novembre 2004

 

Ritorno a Tripoli: emozioni e gratitudine di tre generazioni

Rainews24

17 novembre 2004

 

Italiani in Libia: i primi tornano a Tripoli

AGI

17 novembre 2004

 

Gli italiani di Libia ritornano a casa

La Stampa

17 novembre 2004

 

Libia, dopo 34 anni rieccoci a casa"

La Nazione

17 novembre 2004

 

"Un ritorno a lungo atteso"

Secolo d'Italia

16 novembre 2004

 

"E' il lieto fine di una lunga storia"

Il Tempo

16 novembre 2004

 

Per gli esuli finisce

la traversata del deserto

15 novembre 2004

 

A Tripoli, i primi italiani ex residenti

News Italia Press

15 novembre 2004

 

Cacciati. Ma torneremo in Libia

La Gazzetta di Parma

11 novembre 2004

 

A colloquio con Giovanna Ortu

GRTV

3 novembre 2004

Storico: gli esuli torneranno in Libia

Il Giornale

31 ottobre 2004

Ritorno a Tripoli dopo una vita

Il Mattino         23 ottobre 2004

Italians plan to see Libya once again

22 october 2004

Ai 20mila esuli del '70 promesso un indennizzo

L'Indipendente

22 ottobre 2004

Libia, il ritorno dei primi espulsi

Il Corriere della Sera

21 ottobre 2004

Italians on road back to Libya

Daily Telegraph

october 18, 2004

"Tornerò in quell'Africa dove mio padre curava Balbo"

Il Giornale

18 ottobre 2004

"Gli italiani in Libia? Da oggi possono tornare"

Il Corriere della Sera

17 ottobre 2004

Lettere al Corriere

Risponde Paolo Mieli

13 ottobre 2004

Gli Italiani in Libia, quella fuga avventurosa

Il Corriere della Sera

9 ottobre 2004

Bel suol d'amore

La Stampa

8 ottobre 2004

"Gli Italiani espulsi potranno di nuovo visitare i luoghi di nascita"La Stampa

8 ottobre 2004

Intervista a Giovanna Ortu

Il Corriere dellaSera

8 ottobre 2004

Exiled italians want to go home to Libya Reuters

october 8, 2004

Il "giorno della vendetta" diventa il "giorno

dell'amicizia"

Secolo d'Italia

8 ottobre 2004

Il primo della classe

La Repubblica

8 ottobre 2004

"Il giorno della farsa"

L'Unità

8 ottobre 2004

"Gli Italiani espulsi ora potranno tornare"

Il Messaggero

8 ottobre 2004

Gheddafi: gli italiani potranno ritornare

L'Avvenire

8 ottobre 2004

Il Premier arriva nel "giorno della vendetta"

L'Unità

7 ottobre 2004

 

Berlusconi oggi a Tripoli nel "giorno della vendetta"

Polemiche tra Airl e Berlusconi per

l' inaugurazione del gasdotto in Libia

L'Opinione

7 ottobre 2004

Nel giorno della vendetta anti italiana faccia a faccia tra Berlusconi e Gheddafi

Il Giornale

7 ottobre 2004

 

 

 


 

A chi ha dovuto lasciare la Libia indennizzato metà valore

Il Sole 24 ore

13 dicembre 2004

Gerardo Pelosi

E' sempre difficile tradurre in cifre accettabili i sacrifici di una vita, quasi impossibile indennizzare emozioni e sentimenti che sono quanto di più personale e meno "valutabile". Se a questa difficoltà si aggiungono le lentezze della pubblica amministrazione e la miopia di burocrati interessati unicamente a rispettare i vincoli di bilancio, si producono quelle "ferite" che ancora pesano sulle famiglie dei 20mila italiani residenti in Libia costretti, nel '70 dal colonnello Gheddafi, a lasciare i loro beni e fare ritorno in Italia.

Lunga attesa . Un "calvario" che conosce molto bene Giovanna Ortu presidente dell'Airl, l'associazione che riunisce gli italiani residenti in Libia che hanno ottenuto, nel corso degli anni, molti riconoscimenti, fino alla possibilità, realizzatasi il 17 novembre scorso, di fare ritorno in Libia per visitare i luoghi in cui molti di loro sono nati, hanno vissuto e lavorato.

«È stato un segnale importante per la normalizzazione dei rapporti tra Roma e Tripoli — osserva la Ortu — ma le nostre richieste al Governo italiano comprendevano anche il restauro del cimitero italiano e la chiusura della vicenda degli indennizzi con una somma simbolica di 50 milioni di euro per il 2004 e di 100 milioni per i successivi due anni». Complessivamente 150 milioni, necessari a finanziare la proposta di legge del senatore di An Riccardo Pedrizzi, presentata tre anni fa ma bloccata per la mancanza di copertura finanziaria.

Il viceministro dell'Economia, Mario Baldassarri, ha promesso che in Finanziaria sa ranno stanziati i primi 50 milioni.

«C'è però il rischio serio — aggiunge la Ortu — di non vedere riconosciuti neppure questa volta i nostri diritti, dopo che gli stessi rappresentanti di Gheddafi hanno ribadito che le confische dei nostri beni andavano considerate come risarcimento per i danni del periodo coloniale. L'oggetto della loro azione non eravamo, dunque, noi, ma lo Stato italiano».

Gli indennizzi. Ciò nonostante, dal '70 ad oggi, precisa la Ortu, con una lentezza esasperante una base di indennizzo è stata riconosciuta e liquidata. «La perdita subita dagli italiani che hanno dovuto abbandonare dall'oggi al domani case, aziende, terreni, esercizi commerciali — aggiunge la presidente dell'Airl — era stata valutata in maniera molto prudenziale dalle autorità italiane in 200 miliardi di lire e solo per il valore immobiliare. Se, però, si considerano anche i depositi bancari e gli avviamenti delle attività imprenditoriali, la cifra sale a 400 miliardi del '70, vale a dire circa 3mila miliardi di lire di oggi».

Tra il '72 e il '79, sono stati corrisposti 32 miliardi di lire in base alla legge 1066/71, che prevedeva

acconti scalari nella misura del 15% del valore perduto. Tra l'80 e l'85, con la legge 16 dell'70, sono stati corrisposti altri 86 miliardi come saldi al valore del '70. Tra I'85 e l'88, con la legge 135/85, sono stati stanziati 168 miliardi come coefficiente di maggiorazione dello 0,90%, mentre tra il '96 e il Duemila sono stali erogati 15 miliardi, in base alla legge 98/94, per gli avviamenti commerciali. Complessivamente, circa 150 milioni di euro che non coprono neppure il valore dei beni nel '70.

Il dossier è ora nelle mani del nuovo ministro degli Esteri Gianfranco Fini, che un anno fa si assunse l'impegno di risolvere il problema indennizzi con la Finanziaria 2004.

 

Costretti a fuggire

Gli italiani abbandonano la Libia: le tappe

• II cambio di regime. Il 1° settembre 1969 il colonnello Gheddafi si pone a capo di un colpo di Stato, rovesciando il regime di re Idris e proclamando la Repubblica libica. Dal 1929 e fino alla Seconda guerra mondiale la Libia era stata una colonia italiana e molti nostri connazionali, anche dopo che il Paese aveva riconquistato l'indipendenza, vivevano e lavoravano lì. Tanti vi erano nati.

• L'espatrio. Dal momento del colpo di Stato, circa 20mila italiani che risiedono in Libia sono costretti a tornare a casa, abbandonando case, attività e ogni altro tipo di bene, che vengono confiscati dal nuovo regime, che li considera un risarcimento per il periodo in cui il Paese era colonia dell'Italia.

• II valore. I beni perduti dai nostri connazionali in Libia è stato stimato in circa 400 miliardi di vecchie lire.

 

 


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Gli emigrati perdono un tesoro  

Il Sole 24 ore

13 dicembre 2004

Marco De Ciuceis

Centomila famiglie «sfollate» a rovescio. Sono quelle che nel corso degli ultimi 60 anni sono state costrette a rimpatriare in Italia dopo aver dovuto abbandonare i loro beni all'estero. Eventi a volte legati all'ascesa al potere di un nuovo regime che decide di espropriare i beni degli stranieri e di espellerli o ad atti amministrativi delle autorità estere (per esempio, nazionalizzazioni o espropri per pubblico interesse) o ancora — ma è il caso solo dell'ultimo conflitto mondiale — a situazioni di guerra.

Una volta ritornati in Italia, i nostri connazionali hanno cercato di recuperare parte del valore dei beni perduti. E hanno battuto cassa presso lo Stato, che al riguardo ha varato legislazioni ad hoc, che, però, sono riuscite a garantire, a fatica, solo risarcimenti parziali. Situazione che si sta cercando di correggere: il Parlamento ha all'esame un disegno di legge che estende i casi di indennizzo e aumenta le risorse. Il Governo intende, però, accelerare i tempi e sta pensando di ricorrere a un emendamento alla Finanziaria.

Le domande di risarcimento. Nel corso degli anni sono state presentate 50.600 domande di indennizzo per gli eventi precedenti al trattato di pace che ha chiuso la seconda guerra mondiale, di cui 35mila solo per le conseguenze indotte dalla cessione dei territori italiani alla ex Jugoslavia.

Altre 12.400 richieste sono state, invece, inoltrate successivamente alla pace, 6.500 delle quali da parte degli italiani espulsi dalla Libia e che solo di recente sono potuti tornare a visitare i luoghi in cui hanno vissuto (si veda l'articolo a fianco).

I beni perduti. Il valore stimato dei beni perduti dagli italiani all'estero ammonta complessivamente a 10 miliardi di euro, ma i risarcimenti erogati non raggiungono il miliardo. La prima disciplina organica per la concessione degli indennizzi è stata dettata dalla legge 16 del 1980, la quale ha previsto di ripagare i cittadini, gli enti e le società italiane che avessero perso — in seguito a confisca o a provvedimenti limitativi della proprietà adottati dalle autorità straniere — beni, diritti e interessi posseduti in territori già soggetti alla sovranità italiana o all'estero. La norma ha messo ordine in una legislazione prima costituita da disposizioni diverse e da trattati specifici.

La procedura di risarcimento. I soggetti interessati all'indennizzo devono possedere la cittadinanza italiana e presentare al ministero dell'Economia una domanda corredata della documentazione che attesti la titolarità dei beni confiscati e il loro valore. Sono risarcibili le perdite di immobili a di attività imprenditoriali, mentre sono esclusi i beni voluttuari e di lusso.

Due commissioni interministeriali svolgono gli accertamenti avvalendosi degli uffici tecnici erariali e,

in alcuni casi, chiedendo anche alle ambasciate e ai consolali italiani di effettuare indagini e sopralluoghi. Nel caso degli espropri devono, per esempio, valutare se si tratta di un abuso o meno. Se l'istanza viene accolta, il risarcimento viene determinato moltiplicando il valore accertato dei beni per un coefficiente di rivalutazione che varia da Paese a Paese. I danneggiati lamentano, però, l'esiguità dei parametri di rivalutazione, che a volte risultano anche 10 volte più bassi del tasso di svalutazione della lira.

Nel '94 è arrivata la legge 98, che ha previsto la possibilità, per i cittadini in attesa di risarcimento, di ricorrere, in caso di controver­ie, al giudice ordinario.

La riforma io cantiere. Il 5 maggio di quest'anno l'onorevole Riccardo Ricciuti (Forza Italia) ha depositato alla Camera una proposta di legge, assegnata alla commissione Bilancio, per adeguaregli indennizzi, ritenuti inadeguati. L'obiettivo è anche snellire e rendere più trasparente il lavoro delle commissioni.

La riforma, che prevede uno stanziamento annuale di 150 milioni di euro fino al 2006, intende risarcire anche i cittadini costretti a scappare dai Paesi stranieri per cause belliche o di guerra civile e ampliare la tipologia dei beni risarcibili. Per quanto riguarda i coefficienti di rivalutazione del valore dei beni perduti, la proposta è di prendere come parametro l'indice dei prezzi al consumo dell'Istat.

Iraq. Diverso e più efficiente è stato, invece, l'iter del risarcimento per i beni perduti in Iraq a partire dalla prima guerra del Golfo. Di essi si è occupata una commissione formata dall'Onu, che ha adottato procedure molto snelle, basate su una autocertificazione dei soggetti interessati, da cui veniva desunto il loro tenore di vita.

   

Ancora all'esame pratiche presentate 24 anni fa

Non è certo entusiasta di come è stata gestita la concessione degli indennizzi dal 1980 ad oggi.

«Se la legge 1980 — afferma Adriano Bilardi, presidente del Comitato italiano profughi e rimpatriati dall'estero — era un vero e proprio libro dei sogni, perché stabiliva che venisse corrisposto per intero il valore dei beni perduti all'estero, l'applicazione che ne è stata fatta l'ha svilita notevolmente».

Bisogna, infatti, tenere conto che nella maggior parte dei casi coloro che se ne sono dovuti andare dai Paesi stranieri lo hanno fatto frettolosamente, senza il tempo di mettere insieme una documentazione completa dei loro diritti e che, quindi, non si riesce a provare la proprietà di quasi la metà dei beni.

«Anche la possibilità di presentare una dichiarazione giurata — spiega Bilardi — è venula in molti casi meno, perché la dichiarazione non fa fede per sé, ma necessita di un giudizio di asseverazione da parte di ambasciate e consolati, che molte volte dichiarano di non aver raggiunto la prova dei fatti.

I Governi stranieri, poi, tendono a essere reticenti. Se, infine, consideriamo che a volte gli indennizzi arrivano dopo decine di anni dall'abbandono dei beni e non si tiene conto della svalutazione, in alcuni casi il danneggiato arriva a percepire non più del 20% del valore di ciò che ha perduto".

Dal ministero dell'Economia, deputato a ricevere ed esaminare le richieste di risarcimento, replicano che ciò che il rimpatriato perde è soprattutto il sistema di relazioni sociali e di valori condivisi dalla comunità italiana in quel Paese, elementi che è molto difficile quantificare economicamente.

“Questo è vero — ammette Bilardi — e bisogna inoltre sottolineare come lo Stato ci sia stato vicino anche moralmente, per esempio includendoci nella quota protetta per le assunzioni o concedendoci in Italia la licenza commerciale perduta all'estero. Ma non possiamo dimenticare la lentezza con cui vengono esaminate le pratiche. In Francia, l'iter dei risarcimenti per i fatti di Algeria si è concluso in meno di dieci anni. Da noi si stanno ancora valutando richieste presentate prima del 1980».

 

 


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Libia: che fare per il Cimitero di Hammangi?

Forum - Il direttore risponde

Avvenire

3 dicembre 2004

Caro Direttore, la ringrazio davvero di cuore per lo spazio che il suo giornale ha dedicato al problema del cimitero di Hammangi, col reportage da Tripoli di Giovanni Grasso. In lui, oltre al giornalista, abbiamo incontrato un amico sensibile e partecipe. Per quanto riguarda la ristrutturazione del nostro cimitero, le segnalo le tante lettere giunte all'Airl e da noi pubblicate sul secondo dei numeri speciali di "Italiani d'Africa", a testimonianza della grande trepidazione con la quale viene seguito questo problema. Confido che Avvenire non vorrà abbandonarci fino a che non si sarà reperita la somma necessaria alla realizzazione del progetto di recupero.

Giovanna Ortu, presidente Airl

Associazione italiani rimpatriati dalla Libia

Caro Direttore,

abbiamo letto sul giornale del 19 novembre il triste racconto del degrado del cimitero italiano di Tripoli. Per noi non è storia nuova: sono anni che l'Airl si batte per un'adeguata sistemazione dell'area cimiteriale e pare assurdo che adesso che c'è il consenso di Italia e Liba e vi sono tutti i permessi necessari, non si trovino i fondi per dar corso ai lavori. Bisogna si dia immediata e degna sistemazione alle circa 8.500 salme di nostri connazionali che giacciono là abbandonati nel degrado più avvilente, come sottolineato anche dal reportage di Giovanni Grasso citato all'inizio.

Andrea Alagna, Francesco Bardo, Ignazio Scalia, Angelo e Orlando Tripodi, Claudio Maroso

Latina

Tutti i passi formali sono compiuti. Ogni ostacolo burocratico è stato superato. La caduta delle sanzioni decise a suo tempo dall'Occidente nei confronti della Libia e la cordialità dei vari incontri tra il colonnello Gheddafi e il premier Berlusconi e il prof. Prodi nella sua veste europea hanno spianato la strada anche a quest'ultimo passo nella normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Ora l'intera pratica del recupero del cimitero di Hammangi è in carico al nostro ministero degli Esteri che deve reperire i quattro milioni e mezzo di euro necessari per la realizzazione del progetto (e concordati). La tenacia degli amici dell'Airl, documentata da queste lettere e da quelle che abbiamo avuto occasione dì ospitare nei giorni seguenti la pubblicazione del reportage da Tripoli di Giovanni Grasso, è stata un elemento fondamentale per impostare e far giungere a buon termine la trattativa col governo libico. Ma ora bisogna andare avanti. Un ritardo nell'erogazione dei fondi non si tradurrebbe solo in una brutta figura per il nostro Paese, ma offrirebbe anche un segnale contraddittorio e inaccettabile ai nostri interlocutori dell'altra sponda del Mediterraneo. Sarebbero infatti autorizzati a trarre la conclusione che ci interessa solo ciò che ha a che fare con la nostra sicurezza- vedi il controllo dell'immigrazione- e col nostro portafogli - rilancio del commercio -. Sono aspetti questi che, indubbiamente, ci premono, ma scadrebbero nella grettezza se non fossero integrati da un disegno più alto, in grado di dimostrare che “civiltà” non è termine avvizzito e retorico. Quale simbolo più degno di tale ambizione, del recupero del cimitero di Hammangi? Quando le lapidi divelte, le tombe profanate, le erbacce, le carcasse e i rifiuti saranno solo un dolente ricordo, allora il passato di conflitti sarà davvero sanato. E anche il vostro doloroso turbamento potrà placarsi. Intanto, per accelerare i tempi, potreste allargare la vostra colletta "simbolica" (presentata anche sul sito www.airl.it), aprendola a tutti gl'italiani che condividono l'obiettivo di ridare al più presto degna sistemazione ai nostri connazionali sepolti ad Hammangi. Sono convinto che molti aderiranno.

 

 


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Roma-Tripoli, la rinascita di un possibile futuro

Il disgelo cominciò due anni fa per il restauro del cimitero cristiano di Hammangi

Secolo d'Italia

1 dicembre 2004

Federico Guiglia

Il disgelo cominciò due anni fa, quando italiani e libici s'incontrarono a Tripoli per un cimitero: il "Cimitero Cristiano di Hammangi" abbandonato a se stesso, come quei ventimila connazionali espulsi dalla mattina alla sera, una mattina del 1970. Nel nome dei morti, italiani e libici hanno costruito, incontro dopo incontro, un nuovo futuro per i vivi, come racconta l'imprenditore Luigi Sillano, che ha partecipato per conto del l'Associazione italiana rimpatriali dalla Libia a tutte le trattative un tempo silenziose, e ora concluse con l'annuncio del progetto approvato per restaurare il cimitero. Di nuovo un simbolo, la rinascita di una possibile, moderna collaborazione fra Roma e Tripoli.

Per la prima volta Sillano racconta tutto. Racconta delle emozioni nel rivedere la sua terra di nascita e la sua casa d'infanzia, dei libici che gli dicevano "bentornato", e in italiano, del futuro speciale tra Italia e Libia che si può costruire, forse e finalmente, nel Mediterraneo. A dimostrazione del fatto che anche le svolte della grande politica sempre derivano dalle piccole storie degli uomini, prima ancora che dagli interessi strategici ed economici.

Luigi Sillano è nato, naturalmente, a Tripoli e ha sessantasette anni.

Qual è stata l'emozione della prima volta?

Ho lascialo Tripoli a trentatré anni e ci sono tornalo esattamente dopo trentatré anni...

Dedicato a chi non crede nella divina Provvidenza...

Veramente. La cosa che più mi ha colpito, la prima volta, è stata la diversità fra la città abbandonata e quella ritrovata. Quella di allora era a misura d'uomo, con una certa architettura tipica di una città che si estendeva in larghezza più che in altezza. Due anni fa ho trovato i palazzoni e quartieri radicalmente trasformati; una classica rappresentazione orientale.

Ha ritrovato testimonian­ze anche della lunga storia ita­liana?

Sì. Alcune parti della zona vicino all'ospedale dove abitavo io, sono rimaste tali e quali. Tant'è che ho ritrovato il blocco delle villette dove risiedevamo. Sono andato a rivedere pure la mia casa paterna, dove ho vissuto per trentatré anni e dove sono nati i miei figli. Può immaginare quali sensazioni abbia provato...

Come l'hanno accolta i libici che l'abitano oggi?

Io ho avuto molte perplessità prima di farmi vedere. Finché ho vinto ogni remora e un venerdì, di mattina presto, sono andato "a casa" con un amico del consolato. È uscito il nuovo proprietario, gli ho spiegato chi fossi e mi ha accolto con calore (e ancora non erano maturi i tempi, perché gli eventi decisivi sono di queste ultime settimane). Mi ha fatto scattare delle fotografie, insisteva perché entrassi in casa, cosa che non ho fatto. Anche per rispetto alle donne presenti. Io so come ragionano.

La sua vicenda insegna che i rapporti tra libici e italiani, nonostante tutto, erano e sono di prim'ordine. O no?

Le mie sensazioni erano inequivocabili. Anche parlando con i guardiani del cimitero e con quanti erano coinvolti nelle trattative, io vedevo l'apertura.

Parlava in italiano o in inglese?

Loro si impegnavano a parlare in italiano. Con un misto di italiano e di inglese ci siamo fatti capire. Ma ho notato che parecchi, soprattutto quelli della generazione cinquantenne -tipo l'ingegnere-capo del Comune -si sforzavano di parlare in italiano. Negli incontri ufficiali c'era e c'è il traduttore arabo e viene assicurato il rispetto rigoroso del protocollo. Ma finiti i rapporti istituzionali, fuori dalle riunioni si parla inglese e italiano. E loro non hanno né paure né remore.

Lei che cosa faceva in Libia, ai tempi?

L'imprenditore. Mio padre faceva l'imprenditore. Mio nonno faceva l'imprenditore.

In che ambito, e da quando?

Nel settore edile e stradale. Mio nonno arrivò nel 1911 e mia madre, tuttora vivente, è nata a Tripoli nel 1916.

La mamma è tornata o tornerà?

No, l'emozione sarebbe troppo forte.

La vostra era una famiglia bene inserita, si deduce...

Avevamo una ditta affermata, sì. Facevamo tanti lavori, anche per conto del governo. Quando abbiamo lasciato la Libia e ci sequestrarono tutto, contavamo, per darle l'idea, su una forza di quasi cinquecento operai tra "importati" - come chiamavamo gli italiani - e libici. Avevamo dei grandi cantieri sia a Tripoli che a Tobruk. La nostra era fra le più grosse imprese.

Che cosa ricorda del giorno dell'espulsione?

Per me è stato particolarmente drammatico. Quasi tutti riuscivano a partire ma io no, perché c'era il colera e mia moglie stava per partorire. Ornella, mia figlia, aveva cinque giorni quando siamo andati via.

Adesso è tornata con me, nei giorni scorsi. E pertanto è stata l'ultima italiana nata a Tripoli a partire; e la prima a rientrare con la delegazione. Pensi quali sentimenti anche per lei... Con gli occhi rivedeva i luoghi che per tanti anni noi le avevamo raccontato e illustrato in Italia. È come se le avessimo trasmesso una grande fotografia, e lei ha potuto osservare i posti da cui l'avevamo scattata. Ornella s'è commossa più di me nel vedere la casa di famiglia. Anche questa seconda volta i proprietari hanno insistito perché entrassimo. Ci hanno raccontato di particolari della casa che hanno voluto lasciare intatti dai tempi di mio padre..... Ma neanche stavolta me la sono sentita di varcare la porta.

Qual è la storia del cimi­tero, e chi se ne sta concreta­mente occupando?

Il cimitero è stato costruito negli anni Venti, dietro donazione di una persona che ha regalato parte del terreno. Si estende su quindici ettari di superficie. E si trova ad Hammangi, periferia di Tripoli. Negli anni Cinquanta il governo italiano pensò di raggruppare lì tutti i Caduti italiani delle guerre d'Africa. Commissionò il progetto del sacrario monumentale, che fu realizzato dentro l'area del cimitero. Il progetto si deve a Paolo Caccia Dominioni, l'artefice del sacrario di El Alamein. La direzione dei lavori venne affidata all'ingegner Renato De Paolis, ancora vivente a Roma. È una specie di ossario militare, composto da un nucleo centrale con due ali di fabbricati dov'erano racchiuse circa novemila cassette con i resti dei soldati. Poi c'erano altre quindicimila salme di civili, le nostre salme per intenderci.

Che ne è stato del cimitero?

Dopo i fatti del 1970 e la cacciata degli italiani, il nostro governo ebbe l'autorizzazione a portar via tutte le salme dei Caduti, comprese quelle degli insigniti con le medaglie d'oro e dello stesso Italo Balbo, tutti sepolti nella cripta sotto la cappella. Oggi riposano a Redipuglia. Quindi il sacrario è rimasto vuoto. E nel frattempo le altre salme dei civili sono state, negli anni, abbandonate e profanate. L'operazione di restauro che noi abbiamo proposto e sulla quale c'è l'intesa della commissione italo-libica, è dunque semplice; circoscrivere la parte centrale e monumentale con una nuova recinzione e lasciare gran parte dell'area restante alla città, secondo quel che prevede il piano regolatore.

Chi compone la commissione e come sarà il nuovo cimitero?

Nella commissione siamo in sei: per parte italiana il console generale, il segretario d'ambasciata e il sottoscritto; per parte libica l'ingegnere capo del Comune e i responsabili dell'urbanistica e della parte cimiteriale. In sostanza, l'accordo prevede un nuovo muro di cinta alto tre metri e sullo stile del monumento esistente, con un nuovo cancello e nuovi servizi di custodia. Prevede la risistemazione di tutte le salme rimaste, circa novemila - quattromila nei colombari e cinquemila a terra - e il loro collocamento dentro l'ossario-mausoleo oggi vuoto. Tutto il resto verrà demolito, il terreno sarà bonificato e restituito alla municipalità. Il nuovo e restaurato cimitero italiano sarà di circa un ettaro e mezzo. Ci basta, anche per non avere problemi di manutenzione e di custodia su un'area troppo vasta.

Qual è lo stato delle salme rimaste?

Per la maggior parte ormai sono salme di oltre cinquant'anni. Verranno messe tutte in cassette con l'aiuto di imprese cimiteriali italiane, che già hanno fatto un censimento dei morti. Noi stiamo informando tutti gli "aventi causa", come dicono le norme. E debbo dire che i familiari stanno scrivendo, numerosi, all'Associazione dei rimpatriati. Il cimitero è ridotto male. L'opera di vandalismo è terminata, si può dire, due anni fa quando, proprio in seguito al primo incontro italo-libico, si è sensibilizzato il Comune. Fino a quel momento non c'erano nemmeno dei guardiani che impedissero ai profanatori di fare dei fori nelle tombe per poi, di notte, andare con le torce a caccia di qualunque cosa brillasse: anelli, catenine... Ci hanno spiegalo che la maggioranza di questi vandali non erano libici, ma gente proveniente da fuori, dalle coste, e che poi magari s'imbarcava verso l'Europa

Quando nascerà II nuovo cimitero?

Noi abbiamo firmato il verbale d'intesa proprio adesso, il 21 novembre. In queste ore porterò tutta la documentazione alla Farnesina, che deve reperire i quattro milioni e mezzo d'euro necessari e concordati. L'intera trattativa è durata due anni.

Si ricorda il gelo del primo incontro?

Altroché. Temevamo che fosse un atto puramente formale nei confronti del nostro ambasciatore, all'epoca Claudio Pacifico, il vero artefice del disgelo. Come l'attuale console Carlo Colombo, arrivato da appena due mesi, ma che ha già "sposato" questa causa. Ci crediamo tutti, ecco.

Quando sorgerà il frutto dell'accordo?

Ora dipende solo dal ministero. Una volta che il progetto sarà finanziato, ci vorranno due anni. Il primo per fare i lavori, il secondo per la dissepoltura, il ricompattamento, la sistemazione delle salme: non si può certo andare li con lo scavatore, è un'operazione lunga e delicata. Un'operazione nella quale siamo riusciti a coinvolgere la municipalità di Tripoli. Loro riesumeranno le salme e il nostro personale seguirà l'operazione: massima collaborazione.

Nel ritrovato rispetto dei morti si svilupperà anche l'amicizia tra i vivi, o guardiamo troppo in avanti?

Tante volle i morti creano la possibilità di riavvicinamento tra i vivi. In effetti, questo amaro problema del cimitero è stato la molla che ha fatto partire un po' tutta la macchina. Penso, per esempio, alle note dichiarazioni del nostro presidente del Consiglio in occasione del l'inaugurazione del gasdotto, con la pubblica richiesta di una svolta politica nelle relazioni tra i due Paesi. Era ed è cambialo il clima. Trovavamo e troviamo tanti libici che ci dicono "benvenuti" "bentornati" "che bello che siete tornati". Sono delle espressioni di autentica cordialità, sincere, e che forse neppure ci aspettavamo.

Trasferiamo il lato uma­no nella politica: può nascere un rapporto-speciale fra Italia e Libia dopo il dolore del passato?

Penso di sì. Se i nostri governanti saranno lungimiranti e disponibili a credere nella svolta, non potrà che sorgere una forte intesa fra le due Nazioni. Già lì, a Tripoli, si sono precipitati Tony Blair e Gerhard Shroder. Sia per arrivare Jacques Chirac per firmare accordi sulla telefonia mobile. Ma nessuno di essi ha i rapporti anche affettivi che i libici mostrano con noi. Tutti i miei interlocutori mi hanno ripetuto: voi potete essere i nostri interlocutori privilegiati. Vedremo, verificheremo.

L'11 dicembre la presidente dell'Associazione rimpatriati è stata invitata da Gheddafi a presenziare i lavori del Congresso del popolo che ratificherà il nostro rientro. Un altro bel segnale, no?

 


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Italy, Lybia sign agreement to restore crhristian cemetery in Tripoli

Voanews

Sabina Castelfranco

1 dicembre 2004

 

The Italian and Libyan authorities have signed an agreement to restore the Christian cemetery in the Libyan capital, Tripoli. It is a desolate and neglected site, where thousands of Italians were buried. It was considered a place of shame - not to be visited. However, as Libya emerges from isolation, this is expected to change.

The abandoned condition of the Italian Christian cemetery in Tripoli is under everyone's eyes. For years, it has been forgotten, as have those who were laid to rest here - 8,500 people were buried in this cemetery, many of them Italians who had come to Libya to work.

The Hammangi Cemetery has been a no man's land for decades. However, like elsewhere in Tripoli, something has begun to change. Fabio Marceglia, an Italian working in Libya, was recently visiting the cemetery with his wife. He says it is in a better state now than when he last came here.

He says there has been a great improvement. He says, last year, it was full of trash and destroyed graves. Now, it has been cleared up a little.

The cemetery had been transformed into an open-air dumping ground after Colonel Moammar Gaddafi overthrew the monarchy and seized power in 1969.

Unknown vandals desecrated hundreds of graves and unearthed the bodies of dead Italians. Their names are still visible on broken tombstones: Mancuso, Gambino, Salviani. They were lawyers, writers, engineers and farmers.

But not all of them are easy to identify. Italian authorities have now launched a project, in cooperation with the Libyan authorities, to restore the cemetery and identify all those who were buried there. Italy's consul general to Libya, Carlo Colombo, says the aim of the project is to "give back dignity to the Italians civilians who died in Libya."

The head of the Association of Italians repatriated from Libya, Giovanna Ortu, recently visited the cemetery with a group of Italians who, like her, formerly lived in Libya.

She says an agreement has been signed. She says the Libyans are very open and the Italian foreign ministry has committed itself to financing the project. However, the funds need to be found.

Ms Ortu says more than $6.5 million will be needed. She says her association plans to launch a fund-raising campaign.

Italians wanting to repatriate relatives buried in Tripoli will be able to request exhumation and transport of the remains back to Italy.

Ms Ortu says many Italians were not allowed to come to Libya for more than 30 years and were unable to visit the graves.

She and the other Libyan-born Italians returned from Tripoli, last week, after a five-day visit. Group members had not returned to Libya since they were forced to leave their homes when Mr. Gaddafi took power. One of them was Giancarlo Consolandi, who left the country when he was 21 years old.

He says the trip was like a dream come true.

Mr. Consolandi, Ms. Ortu and the others are now hopeful many other Italians who lived in Libya before being expelled will be able to follow suit. They hope the Italian burial ground will become like the adjacent British military cemetery, where hundreds of evenly-aligned tombstones are arranged on a well-groomed green lawn.


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Libya-born Italians happy to return to Tripoli

Voanews

Sabina Castelfranco

25 novembre 2004

A group of Libyan-born Italians who were among thousands expelled from the country carried out their first emotional visit to Libya in over 30 years. Most were convinced they were never to return to the country where they were born and grew up. But last month Colonel Moammar Gadhafi allowed former Italian residents back into Libya.

Seven Italians born in Libya attended mass at the Church of Saint Francis in Tripoli during their first visit back after more than 30 years. The seven were granted visas to return to the country and spend five days visiting the places were they used to live.

All their properties were confiscated when they were ordered to leave in 1970 after Colonel Moammar Gadhafi took power. In a sign of his improving relations with the West, the Libyan leader last month announced he was reopening his country's doors to all former Italian residents.

Giovanna Ortu was one of the seven who returned. She is president of the Association of Italians repatriated from Libya, which includes some 2,500 families.

"I'd say things went very well," she says, "and that our emotions grew during our visit as did our understanding with the Libyans because our role will not be only as tourists but we will have privileged contacts with the Libyans through the association."

Ms. Ortu says the association will provide assistance for cooperation and will strive to develop bilateral relations. 20,000 Italians were exiled from Libya when Colonel Gadhafi became the country's ruler.

Most of them had lived in the country since the days when the North African country was an Italian colony. And it was not easy for them to leave everything behind. Ms. Ortu says those who traveled with her wanted to see the places where they had lived.

"Everyone did," she says. "For some it was easier and for some more difficult because there are areas outside the capital where there have been changes as the country developed. But we found them."

Fifty-five-year-old Giancarlo Consolandi was 21 when he left Libya. He went back to visit the places where he studied when he was young. He visited all the classrooms with some of his old schoolmates and they will now exchange photos of those years. He was pleased with his visit.

"It went very well and we are very satisfied because we did not expect such a warm welcome from the Libyan population," he said. Mr. Consolandi hopes many other Italians who like himself lived in Libya will now go back. He sees their return as recovering an old friendship.

Traveling as part of the group was 34-year-old Ornella Sillano, who is thought to have been the last of the Italians to be born in Libya. She was only 5 days old when her parents were forced to leave and for her this visit was especially significant because, she says, she had felt like a piece of her life was missing until she was able to see where she was born.

"It's just a dream come true," she said. "I have been dreaming of coming here since I was born, since I was a little baby because I have grown up just listening to my parents telling tales about Tripoli, about how happy they were when they used to live here."

Ms. Sillano like the others said she felt very welcomed in Libya.

Relations between Italy and Libya began improving significantly following the 1998 signing of a joint statement in which Italy expressed regret and apologized for the damages caused by its occupation of Libya during the colonial period.

Italy has maintained good relations with Libya and Prime Minister Silvio Berlusconi has visited Libya four times in the past two years. Italy has also successfully lobbied the European Union, which took a decision last month to lift sanctions on Libya and ease an arms embargo.

 

 


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La mia Tripoli dei sogni ritrovata

Il Territorio

24 novembre 2004

Lidano Grassucci

Tripoli bel suol d'amore, sarai italiana… E lei, Ornella Sillano classe '70, è l'italiana nata per ultima in questa terra dove il sole la fa da padrone e dove anche i muri hanno gli accenti di quelle regioni del sud che forse assomigliavano tanto a questa terra di oggi. Quelle foto sbiadite di Algeria che erano poco differenti da quel del sud di Francia. Oggi tutto è a colori, anche qui a Tripoli i colori sono forti, chissà se Ornella nei suoi sogni di Tripoli aveva i colori, aveva i profumi dolci di spezie che l'hanno investita. I suoi occhi (sanno d'Africa quegli occhi e anche la sua ironia è d'Africa, come la sua alterigia) che sono stati troppo impegnati hanno trasformato i ricordi alimentati dalle parole in realtà. Le strade sono piene di gente, di quel vociare che forse neanche si aspettava ma che oggi sente suo.

“Ben tornata a casa”, gli dice in italiano un vecchio arabo. L'ambasciatore libico in Inghilterra si annuncia con cortesia antica “sorry”. Una scusa che arriva sul filo di una bambina oggi donna che sui documenti ha scritto “nata a Tripoli”. In italiano, ma col sapore d'Africa.

Ci sono i minareti, c'è il papà Luigi che della difesa della memoria della sua gente ha fatto ragione di vita, che se lo incontravi ti mostrava le condizioni del cimitero italiano di Tripoli, lapidi rotte, memorie interrotte. Ornella rappresenta il simbolo del recupero di quella memoria. Lei sorride ma non vuole essere memoria: “basta con il passato, dobbiamo pensare ad oggi e a domani”. Si fa fotografare sotto il simbolo della gazzella che è il segno di Tripoli. Lei si sente anche in imbarazzo, è timida ma diventa una star seguita da un nugolo di giornalisti, di più degli insetti che in terra d'Africa danno fastidio. Vorrebbe avere sentimenti privati Ornella, ma non è possibile deve avere il sentimento di quei 20.000 italiani che furono mandati via da casa dal vento del nazionalismo arabo. Un vento che ora si trasforma in cortesia. Va sotto casa, la casa dove è stata per qualche minuto, poi ha dovuto emigrare in fretta. Non ha avuto il tempo di vivere Tripoli, ma ha avuto tanto tempo per sognarla. Ornella sente per la prima volta la sabbia rossa, poi trova familiarità nelle architetture italiane degli anni venti e trenta, le stesse che è usa vedere tutti i giorni a Latina la città che la ospita. A volte le storie delle persone sono curiose, le palme e le case quadro e squadro sono qui come a Sabaudia. I giornalisti italiani vogliono sapere, vorrebbero rubare le sue sensazioni eppure non avevano neanche idea della storia dell'Italia d'Africa: della Libia, dell'Eritrea, della Somalia e poi dell'Etiopia. Ornella arriva sotto casa: “quando siamo andati via questa città aveva 170 mila residenti, oggi questa è una città da un milioni e mezzo di residenti”. La casa assomiglia a quelle palazzine che stanno dietro le piazze di Sabaudia: “Qui viveva mio nonno, qui mia zia, qui la mia famiglia”. La casa è intatta come se il tempo non fosse passato mai, come la riscoperta della lingua araba di Puccinelli che a 74 anni ha riparlato arabo per la prima volta dopo 30 anni come se nulla fosse. Sarà il suol che gli italiani definirono d'amore.

Ma Ornella si occupa di internazionalizzazione e gli vengono in mente le opportunità: “qui c'è bisogno di tutto, qui ci sarebbe spazio per fare formazione”. E guarda le vetrine piene di prodotti Ferrero, Barilla. Del resto le altre tre sponde non sono così lontane da quella che è stata per decenni la quarta. Gli italiani sono andati via, ma l'Eni è rimasta sempre. Quell'idea di Enrico Mattei di fare insieme a chi le materie prime le aveva non è tramontata. Ornella cerca i sogni: a Sabratha c'è il teatro romano, c'è la memoria di un passato comune lungo millenni, perché italiani e libici, meglio arabi di Libia, sono condannati a stare insieme. Il verde è ovunque, la cattedrale è oggi un minareto, qui Ornella è stata battezzata. “Ben tornata”. Gli viene da piangere: “questa è davvero casa mia”. Non fa differenze, non legge colpe e ragioni di un passato pesante. Nel secolo scorso i destini si incrociavano, a Tripoli parlavi in arabo e ti rispondevano in siciliano, nella vicina Tunisi si conversava in francese, si sognava in italiano e si giocava in arabo. Poi… Ornella riparte in aereo, meno di due ore e sta a Roma, pochi minuti dopo a Latina. Palme con la calce bianca alla base, case squadrate. La sua Tripoli nel cuore. Va a vedere su internet il sito della tv libica, cerca la foto con il ministro di quel paese, cerca un pezzo di se che sognato ora è ritrovato.

 

 


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Libia, la battaglia degli italiani continua

Secolo d'Italia

23 novembre 2004

Désirée Ragazzi

 

Sono tornati. Portano souvenir, datteri e spezie, come turisti qualsiasi. Ma dentro di loro c'è qualcosa in più: c'è l'emozione di avere rivisto una lena da cui mancavano da trentaquattro anni. C'è la voglia di andarci ancora e di darsi da fare più di prima per risolvere problemi come quello del "cimitero dimenticato" di Tripoli. È con questo bagaglio che è rientrata a Roma la delegazione degli italiani rimpatriati dalla Libia nel 1970 e solo mercoledì della scorsa settimana riammessi per la prima volta nel paese dove sono nati e cresciuti. Una delegazione costituita da sette persone: la più anziana ha settantacinqque anni e la più piccola trentaquattro. La giovane, che quando fu cacciata da Tripoli aveva soli cinque giorni, si chiama Ornella Sillano, vive a Latina ed è impiegata alla Camera di commercio. La sua è una famiglia di costruttori edili di Tripoli, all'epoca molto in vista. In questo viaggio alla scoperta delle sue radici l'ha accompagnata anche il padre Luigi Sillano che è consigliere nazionale dell'Airl (Associazione degli Italiani rimpatriati dalla Libia) ed è anche la persona che seguirà i lavori di ristrutturazione del cimitero di Hammangi. Il loro sogno finalmente si e realizzato. Dopa decenni di ostracismo, la svolta è avvenuta il 7 ottobre scorso quando i! colonnello Muammar Gheddafi ha annuncialo la revoca del bando in occasione della visita in Libia di Silvio Berlusconi. Durante i cinque giorni trascorsi nel Paese nordafricano i sette esponenti dell'Airl sono tornati a vedere i luoghi rimasti impressi nella memoria, ritrovando anche amici e conoscenti. Cinque giorni che sono volati un baleno. «Appena siamo rientrati in Italia - racconta Giovanna Ortu, presidente dell'Airl -siamo stati subito ricevuti dal ministro Mirko Tremaglia. È slato un i ncontro amichevole durante il quale gli abbiamo raccontalo la nostra esperienza e le nostre emozioni». Un colloquio, avvenuto al ministero per gli Italiani nel mondo, che è durato circa un'ora. «Il ministro - continua Ortu - ci ha ascoltalo con molto interesse. Tremaglia con l'entusiasmo che lo contraddistingue sta seguendo personalmente la vicenda del cimitero e la legge Finanziaria che conterrà un emendamento alla normativa sull'indennizzo per i nostri beni confiscati».

Uno dei problemi aperti riguarda, infatti, gli indennizzi, solo in parte già corrisposti dallo Stato italiano, per i beni espropriati agli italiani al momento del loro allontanamento. Il loro valore oscilla tra i duecento e i quattrocento miliardi di vecchie lire (del 1970).

Giovanna Ortu racconta quei brevissimi giorni passati in Libia. Sono stati ricevuti da membri del governo e del Parlamento. A Misurata, la città natale di Gheddafl - continua Ortu - da parte di funzionari del governo c'è stata una premessa propagandistica di carattere storico contro il colonialismo Italiano. Affermazioni che ci hanno procurato disagio. Abbiamo detto di aver compreso, ma abbiamo anche fatto presente che non era il caso di insistere tanto con il passato. Tutta la faccenda è stata consegnata alla storia”. C'è chi aveva ipotizzato anche un in contro con il colonnello Gheddafi in persona che, invece, non è avvenuto. «Non è un problema, anzi, sarebbe stato anche un po' sbilanciato dal momento che mai un capo di Stato finora ci ha ricevuti - aggiunge la presidente dell'Airl - Il presidente Ciampi ci ha inviato un messaggio per il nostro ultimo congresso e se ora ritenesse necessario o opportuno vederci, magari prima del prossimo viaggio in Libia, ne saremmo molto felici». Su invito di Suleyman Shumi, il vicepresidente del Congresso generale del popolo, una rappresentanza dell'Associazione assisterà alla prossima sessione del Parlamento libico dall'11 al 16 dicembre prossimi, quando dovrebbe essere sancita ufficialmente la fine del divieto di ingresso in Libia per gli italiani rimpatriati. Secondo la signora Ortu, l'Airl non intende dormire sugli allori del «successo» di questa storica visita. «C'è grande urgenza di reperire i fondi per li recupero di Hammangi».

 

"Salvate il cimitero di Hammangi"

Un appello agii organi di informazione perché si mobilitino per il recupera del cimitero Italiano di Hammangi, a Tripoli, è lanciato da Giovanna Ortu, la presidente dell'Airl (Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia), appena rientrati dalla capitale libica alla testa di una delegazione di esuli dopo la visita di cinque giorni. «Vorrei che i "media" italiani, i giornali in particolare, lanciassero una sottoscrizione per il recupero di questo cimitero che versa attualmente in condizioni di degrado - dice - Abbiamo bisogna di soldi per i lavori e sono certa che la risposta della gente sarebbe positiva».

Hammangi è un cimitero cristiano dove riposano oltre ottomila civili italiani nati o emigrati in Libia. Il luogo è progressivamente precipitato in uno stato di totale abbandono. Ora parzialmente ripulito dal Comune, era diventato una sorta di discarica a cielo aperto. Tombe e loculi sono stati profanali da ignoti che cercavano oggetti d'oro.

Durante la visita della delegazione dell'Airl è stato firmato un accordo con le autorità municipali di Tripoli che in pratica elimina le pastoie burocratiche che finora non consentivano l'inizio dei lavori di recupero. Il costo della ristrutturazione è stimato in sei milioni di euro, di cui una parte, secondo l'Airl, sarà corrisposta dal governo Italiano. «Mi auguro - aggiunge Ortu - che qualche giornale ci possa aiutare a reperire il resto, non è una questione che riguarda solo le famiglie degli ottomila connazionali sepolti lì: viste le condizioni dei cimitero, è anche un problema di dignità nazionale».

 

 


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Esuli, appello a media per cimitero Tripoli

Ansa

Augusto Zucconi

22 novembre 2004


Un appello agli organi di informazione perche' si mobilitino per il recupero del cimitero italiano di Hammangi, a Tripoli, e' stato lanciato oggi da Giovanna Ortu, la presidente dell'Airl (Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia), appena rientrata dalla capitale libica alla testa di una delegazione di esuli dopo una visita di cinque giorni. ''Vorrei che i media italiani, i giornali in particolare, lanciassero una sottoscrizione per il recupero di questo cimitero che versa attualmente in condizioni di degrado - ha detto - abbiamo bisogno di fondi per i lavori e sono certa che la risposta della gente sarebbe positiva''. Hammangi e' un cimitero cristiano dove riposano oltre 8 mila civili italiani nati o emigrati in Libia. Il luogo e' progressivamente precipitato in uno stato di totale abbandono. Ora parzialmente ripulito dal comune, era diventato una sorta di discarica a cielo aperto. Tombe e loculi sono stati profanati da ignoti che cercavano oggetti d'oro. Durante la visita della delegazione dell'Airl e' stato firmato un accordo con le autorita' municipali di Tripoli che in pratica elimina le pastoie burocratiche che finora non consentivano l'inizio dei lavori di recupero.   Il costo della ristrutturazione e' stimato in 6 milioni di euro, di cui una parte secondo l'Airl sara' corrisposta dal governo italiano. ''Mi auguro che qualche giornale ci possa aiutare a reperire il resto, non e' una questione che riguarda solo le famiglie degli 8 mila connazionali sepolti li', viste le condizioni del cimitero e' anche un problema di dignita' nazionale'', ha aggiunto Giovanna Ortu.

 

 


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Esuli rientrati, battaglia prosegue

Obiettivi: recupero cimitero dimenticato Tripoli, e indennizzi

Ansa

Augusto Zucconi

22 novembre 2004

Souvenir, datteri e spezie, come un qualsiasi turista. E in piu' l'emozione di avere rivisto una terra da cui mancavano da 34 anni, la voglia di andarci ancora e di darsi da fare piu' di prima per risolvere problemi come quello del 'cimitero dimenticato' di Tripoli. E' con questo bagaglio che stamane e' rientrata a Roma una delegazione degli italiani espulsi dalla Libia 34 anni fa e solo mercoledi' della scorsa settimana riammessi per la prima volta nel paese dove sono nati e cresciuti. Dopo decenni di ostracismo, la svolta era venuta il 7 ottobre scorso quando il colonnello Muammar Gheddafi aveva annunciato la revoca del bando in occasione della visita in Libia del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Durante i cinque giorni trascorsi nel paese nordafricano i sette esponenti dell'Airl (Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia) sono tornati a vedere i luoghi rimasti impressi nella memoria, ritrovando anche amici e conoscenti. Gli esuli sono stati anche ricevuti da membri del governo e del parlamento dai quali, in alcuni casi, si sono sentiti ricordare un passato coloniale di cui nessuno di loro si sente responsabile. C'e' chi aveva ipotizzato anche un incontro con il colonnello  Gheddafi in persona che, invece, non e' avvenuto. ''Non e' un problema, anzi, sarebbe stato anche un po' sbilanciato dal momento che mai un capo di stato finora ci ha ricevuti - ha detto la presidente del'Airl Giovanna Ortu -. Il presidente Ciampi ci ha inviato un messaggio per il nostro ultimo congresso e se ora ritenesse necessario o opportuno vederci, magari prima del prossimo viaggio in Libia, ne saremmo molto felici''. Su invito di Suleyman Shumi, il vice-presidente del Congresso generale del popolo, una rappresentanza dell'Associazione assistera' alla prossima sessione del parlamento libico dall'11 al 16 dicembre prossimi, quando dovrebbe essere sancita ufficialmente la fine del divieto di ingresso in Libia per gli italiani espulsi. Secondo la signora Ortu, l'Airl non intende dormire sugli allori del ''successo'' di questa storica visita. ''C'e' grande urgenza di reperire i fondi per il recupero di Hammangi ad esempio'', ha detto. Anche se ora e' stato un po' ripulito, il cimitero cristiano di Tripoli resta in uno stato di totale abbandono. Due anni fa era una discarica a cielo aperto, con cani randagi che si aggiravano tra le tombe e con centinaia di loculi profanati da ignoti. Qui sono sepolti oltre 8 mila italiani che, dopo la  ristrutturazione, devono essere risistemati nel vecchio sacrario militare dei caduti delle guerre d'Africa, le cui salme dal 1971 sono state trasferite a Bari. Il progetto e' pronto e le autorizzazioni della controparte libica anche: due giorni fa e' stato firmato l'accordo definitivo con il comune che in pratica autorizza l'Airl a presentare il progetto e a iniziare i lavori. Secondo l'Airl, parte dei finanziamenti verranno forniti dal governo italiano ma parte della cifra resta scoperta e Giovanna Ortu ha lanciato un appello ai media italiani. ''Vorremmo che i giornali attivassero una sottoscrizione, sono certa che avrebbe un grande successo perche' questa e' una faccenda che riguarda non solo gli italiani morti in Libia, e' anche una questione di decoro nazionale'', ha detto. Un altro dei problemi riguarda gli indennizzi, solo in parte gia' corrisposti dallo stato italiano, per i beni espropriati agli ex coloni al momento del loro allontanamento. Il loro valore oscilla tra i 200 e i 400 miliardi di vecchie lire (del 1970).

 

 


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Libia, il cimitero cristiano sarà risistemato: era diventato un'enorme discarica a cielo aperto

Il Secolo d'Italia

21 novembre 2004

Il processo di normalizzazione tra Italia e Libia sviluppato dagli intensi incontri tra Berlusconi e Gheddafi inizia a dare i primi frutti, non solo simbolici. Finalmente il cimitero cristiano di Tripoli, dove sono sepolti oltre ottomila italiani, verrà risistemato. L'accordo firmato dal nostro console Claudio Colombo e dall'ingegnere capo del comune della città, rappresenta un risultato importante. Un'area di circa novantamila metri quadri, dalla cacciata degli italiani era diventata una gigantesca discarica a cielo aperto. In base al progetto, le salme verranno risistemate nel vecchio Sacrario militare disegnato dall'architetto Caccia Dominioni.

<<Vi do il benvenuto con amicizia sono contento che siate tornati qui dopo tanti anni, molte cose sono cambiate da quando voi eravate qui e oggi ve ne voglio mostrare alcune, ci tengo a farvi vedere che anche senza gli italiani questo paese è riuscito a fare molti progressi significativi>>.

Il governatore di Misurata, Muftah Keiba si rivolge ai rappresentanti del primo gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dal governo libico il visto d'ingresso per rivedere la terra nella quale sono nati e hanno vissuto e da dove furono allontanati nel settembre di 34 anni fa. Keiha, amministratore in questa città a duecento chilometri da Tripoli, si lascia trascinare dalla retorica. Nel tour organizzato dal governo libico a uso e consumo della delegazione guidata da Giovanna Ortu, presidente dell'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, ci sono un ospizio, un orfanotrofio e una scuola. Nel centro per anziani, qualche ospite chiede in un italiano stentato notizie di famiglie conoscirite prima della grande cacciata del 1970. All'orfanotrofio dove alloggiano 120 bambini, si cerca in tutti i modi di dimostrare l'efficienza del governo libico. Un'oasi di pace, linda ed efficiente, nella quale è impossibile non farsi prendere dalla commozione per i piccoli in cerca di una carezza, che vanno incontro agli ospiti stranieri. Non mancano le scivolate imbarazzanti come la visita al liceo frequentato dal leader libico Gheddafi. Il fido governatore Keiba mostra con orgoglio l'aula nella quale ha avuto l'onore di studiare assieme al suo Colonnello.

Alcune delle tappe proposte dal governatore sono state effettivamente apprezzate dalla delegazione. Ma le parole a tratti dure pronunciate dal governatore non sono piaciute a tutti. <<Non siamo venuti qui solo a occupare, abbiamo trasformato pezzi di deserto in terre fertili>> ricorda Mario Puccinelli, 70 anni, pensionato del ministero degli Esteri. Prova a visitare la casa alla periferia di Tripoli, dove è cresciuto, ma riesce a vederla solo dall'esterno. <<Credevano che volessi avanzare delle rivendicazioni. Ho cercato di spiegare che era solo per nostalgia, ma non mi hanno creduto>>.

Momenti emozionanti anche per Raffaele lannotti, nato 55 anni fa in un villaggio vicino Misurata. Oggi vive a Terni, ed è impaziente di vedere quello che è rimasto dell'azienda agricola dei suoi genitori e dell'officina meccanica da lui stesso aperta proprio in città. Ci riesce solo alla fine dei giri “dimostrativi”, <<ma va bene lo stesso, già venire qui è stata una grande gioia>>. Sulle dichiarazioni del governatore, minimizza, come tutti gli altri. <<Sono state frasi anche un pò di circostanza, quello che conta è che siamo finalmente qua a riallacciare un dialogo che nel nuovo clima internazionale può e deve vederci protagonisti>>.

 

La gioia del Vescovo di Tripoli:"E' un successo del Governatore della Cdl".

<< Occorre un'amicizia vera, bisogna dare fiducia e sostegno agli sforzi di cambiamento di Gheddafi>>. Un concetto espresso in più occasioni da monsignor Giovanni Martinelli, osservatore privilegato del ritorno degli italiani in Libia. Nato a Tripoli nel 1944 da genitori italiani, l'arcivescovo cattolico della capitale, fu tra gli espulsi del 1970, ma riuscì ad avere il visto appena un anno dopo la cacciata. Una straordinaria eccezione costituita dal fatto che Martinelli era un frate francescano. Quindi potenzialmente non pericoloso per il regime di Gheddafi. Tuttavia il vescovo di Tripoli ha. vissuto sulla sua pelle anche momenti drammatici. Nel 1986, venne incarcerato per dieci giorni, una rappresaglia contro gli occidentali.. Era il periodo dei missili lanciati dai libici verso Lampedusa. Oggi Martinelli parla del ritorno degli italiani come di <<un evento storico>>. Oggi i cattolici in Libia godono di una libertà assoluta in ogni settore e in ogni ambiente. Merito anche di questo perseverante francescano. Nell'unica chiesa di Tripoli, una costruzione degli anni ‘30 dedicata a San Francesco d'Assisi, la messa principale è celebrata il venerdì. Una maniera per <<unirci ai nostri fratelli musulmani nel momento in cui anche loro pregano e fanno festa>> spiega Martinelli.

Sulla fase di riconciliazione, il presule non perde occasione per ricordare il ruolo fondamentale svolto dal presidente del Consiglio: <<Berlusconi - ha ricordato in un'intervista a un quotidiano - ha letteralmente conquistato sul piano umano Gheddafi, che ha abolito la festa della vendetta anti-italiana>>.

 

 


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Messa a Tripoli come vecchi tempi

Ultima giornata in Libia per delegazione rimpatriati Italia

Ansa

Augusto Zucconi

21 novembre 2004

E' stata la chiesa di S.Francesco a Tripoli per la messa domenicale, ''come ai vecchi tempi'', l'ultima, emozionante tappa della visita in Libia della delegazione dei rimpatriati italiani che nel 1970 furono espulsi dal colonnello Muammar Gheddafi e che fino a mercoledi' scorso non avevano mai rimesso piede nella loro terra d'origine. ''E' stato toccante rivivere ancora questa esperienza di un passato che finalmente ritorna, a questa chiesa per varie ragioni siamo tutti molto affezionati e tornare qui come facevano un tempo e' stato per noi molto bello'' ha detto Giovanna Ortu, presidente dell' Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. Costruita negli anni '30, la chiesa di S.Francesco costituisce l'unico luogo di culto cattolico nella capitale libica. ''E' un vero gioiello - ha aggiunto la signora Ortu - peccato che alcuni degli affreschi di Achille Fumi si siano un po' rovinati''. Qui operano diversi sacerdoti che, ora che la comunita' italiana in pratica non esiste piu', celebrano le funzioni religiose per gli appartenenti a minoranze cattoliche provenienti in gran parte da altri Paesi dell' Africa. Oggi del rito si e' incaricato il vescovo di Tripoli, Giovanni Martinelli, una vecchia conoscenza della delegazione dell'Airl, essendo anche lui nato proprio nella capitale libica. ''In chiesa sono tornate alla mente molte persone care, come padre Giuseppe, un francescano che aveva assistito mio padre durante la sua lunga malattia, oppure le suore bianche che gestivano una casa del fanciullo per orfani che ora non esiste piu''' ha aggiunto la presidente dell' Airl. ''La messa e' stata davvero toccante - ha concluso - e' diversa dai tempi nostri, e' molto piu' colorata e suggestiva rispetto ad allora, con questa comunita' multietnica di fedeli''. Per la delegazione dell' Airl, che domani rientrera' in Italia, l'ultima giornata in terra libica e' stata ricca di soddisfazioni anche sul piano delle relazioni con le autorita' locali. Stamani il gruppo e' stato ricevuto dal viceministro per la Cooperazione, Mohammed Siala, che ha parlato di grandi possibilita' di sviluppo nelle relazioni italo-libiche, senza rievocare, come era accaduto nei giorni scorsi in altri incontri, lo spiacevole capitolo del passato coloniale. Siala ha sottolineato che, finiti i tempi dell' embargo e delle incomprensioni, i due Paesi possono sviluppare ulteriormente i rapporti economici, e ha invitato l'Airl a entrare in gioco per aiutare soprattutto le piccole e medie imprese italiane che vogliono operare in Libia.   Nel pomeriggio la delegazione si e' recata a Sabrata, cittadina a ovest di Tripoli dove sorge un importante sito archeologico con i resti dell' antico insediamento romano. Qui gli italiani sono stati ricevuti dal sindaco della citta' e da rappresentanti dei Comitati popolari, la base della struttura del potere secondo il credo della 'Rivoluzione verde' del colonnello Gheddafi.

 


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Esuli a Tripoli per albero giovinezza

ANSA

Tripoli, 20 novembre 2004

Augusto Zucconi 

All'ombra di un maestoso carrubo piantato dal padre nella loro tenuta agricola di Suani ben Aden, nei pressi di Tripoli, Mario Puccinelli ha trascorso ore indimenticabili. Da bambino ci giocava con i compagni. Da grande vi allestiva suntuose tavolate per un piatto di cuscus in allegria con gli amici di citta'.

Quell'albero imponente, un po' il simbolo degli anni felici trascorsi in Libia, gli e'  restato e' gli rimarra' sempre scolpito nella memoria e nel cuore. Ed era anche per rivederlo che da mercoledi' si trova a Tripoli con una delegazione dei primi 'italiani di Libia', come loro stessi si definiscono, ad essere stati riammessi nella loro terra di origine 34 anni dopo esserne stati espulsi dal colonnello Muammar Gheddafi.

''No, purtroppo quel carrubo non l'ho ritrovato - racconta - sono stato alla fattoria ma non sono riuscito a individuarlo, forse faceva parte del terreno che la mia famiglia aveva ceduto pochi anni prima della rivoluzione del 1969, i nuovi proprietari mi hanno assicurato di non saperne nulla''. Mario Puccinelli non lo dice apertamente ma e' rimasto un po' male anche perche' la casa dove e' cresciuto ha potuto rivederla solo dall'esterno.

''Credevano che volessi avanzare delle rivendicazioni, fuguriamoci – esclama - io ho cercato di spiegare che certe cose riguardano ormai solo i governi italiano e libico ma non mi hanno fatto entrare''. E' un fiume inarrestabile di parole quando ricorda i tempi del 'bel suol d'amore': attraverso le lenti spesse che porta si vede che gli occhi gli brillano dall'eccitazione, dalla commozione e, forse, anche un po' dalla rabbia per questo ricongiungimento in parte mancato. ''Il viaggio qui e' stato meraviglioso - si affretta a precisare – mi hanno accolto come figlio di una terra di cui mi sento figlio, all'inizio ero un po' titubante, non volevo nemmero venire ma ora non me ne pento, nonostante il carrubo''. A dispetto dei suoi 70 anni, Mario Puccinelli e' un uomo di straordinaria vitalita'. Oggi vive a Roma ed e'pensionato. Grazie alla sua ottima conoscenza dell'arabo, ha lavorato per anni al ministero degli esteri.

Ricorda che nel 1985 fu proprio lui, attraverso un operatore egiziano, a stabilire il contatto tra un funzionario della Farnesina e il comandante dell'Achille Lauro sequestrata da un commando di guerriglieri dell'Olp. ''Il fatto che io parli l'arabo mi ha sempre aiutato molto, anche ora che sono tornato - dice - la gente di questo paese apprezza e capisce se uno parla nella sua lingua, significa se non altro interesse e rispetto per la sua cultura e cosi' mi hanno accolto tutti bene, sia a livello ufficiale sia di gente comune''.

Da quando e' arrivato a Tripoli con la delegazione dell'Airl, Puccinelli ha ritrovato vecchie conoscenze anche in maniera casuale. ''Stamane sono uscito per andare a rivedere il mercato del pesce e tornando in albergo ho visto su un portone la targa di uno studio notarile'', racconta.

''Sono salito e mi sono presentato al notaio perche' all'epoca io con i notai avevo parecchi contatti per l'azienda e altre faccende - continua - li' per li' mi ha guardato stupito, poi quando gli ho detto il mio nome mi ha abbracciato commosso''. Il carrubo non c'e' piu' ma Mario Puccinelli e' comunque felice della storica apertura che Muammar Gheddafi ha deciso il mese scorso nei confronti degli ex coloni nell'ambito del disgelo con l'Occidente che la sua Jamahiriya ha avviato.

E' contento anche se resta ancora in alto mare la questione dei risarcimenti. ''Sono partito da qui il 25 agosto 1970 con tutta la mia famiglia e 13 valigie - racconta - tutto il resto l'ho dovuto lasciare, i beni che mi sono stati confiscati avevano allora un valore di circa 400 milioni di lire''.
   Lo stato italiano lo ha risarcito per il 25 per cento circa. L'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia di cui fa parte,  ha intenzione di continuare a battersi per la questione degli indennizzi, anche se la congiuntura economica del momento non facilita le cose. ''Speriamo in bene - dice Puccinelli - anzi speriamo in Dio''. 


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Italia-Libia: accordo con comune Tripoli

ANSA

Tripoli, 20 novembre

Augusto Zucconi

E' da oggi piu' vicino l'inizio del lavori per la risistemanzione del cimiterio cristiano di Hammangi, a Tripoli, dove in condizioni di grave degrado sono sepolti i resti di oltre 8 mila civili italiani morti in Libia.

Un accordo che in pratica ha in parte sbloccato la vicenda e' stato firmato stamane nella capitale libica dall'ingegnere capo del comune della citta', Mohammed Aziz, dal console generale d'Italia Carlo Colombo e da Luigi Sillano in rappresentanza della Airl (Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia).

Una delegazione della Airl si trova nel paese nord-africano da mercoledì scorso. E' la prima volta che gli italiani espulsi dal colonnello Muammar Gheddafi nel 1970 possono far ritorno nella loro terra di origine, un obbiettivo che l'Associazione si e' sempre proposto.

  Una delle priorita' dell'Airl e della sua presidente Giovanna Ortu, inoltre, e' sempre stata quella del pieno recupero del cimitero, un'area di circa 90 mila metri quadrati che, dopo la cacciata degli italiani, era diventata una gigantesca discarica a cielo aperto. Molte delle tombe, inoltre, sono state profanate. L'accordo siglato oggi al comune di Tripoli elimina parte delle pastoie burocratiche in cui il progetto di ristrutturazione, commissionato dall'Airl e gia' pronto da tempo, si era impantanato. ''Senza l'intesa definita oggi non potevamo neanche cominciare a pensare alla fase realizzativa - ha spiegato Luigi Sillano -; ora invece potremo depositare il progetto presso la municipalita' di Tripoli per le autorizzazioni tecniche e, successivamente, si passera' alla gara di appalto per l'inizio vero e proprio dei lavori''. In base al progetto, gli oltre 8 mila italiani sepolti qui verranno risistemati nell'area del vecchio Sacrario militare rimasto vuoto dopo il trasferimento del 1971 delle oltre 10 mila salme dei caduti delle guerre d'Africa. Il complesso, disegnato dall'architetto Paolo Caccia Dominioni, deve essere completamente ristrutturato. L'area che interessera' il nuovo cimitero italiano occupera' circa 15 mila metri quadrati. Il resto verra' in massima parte assorbito dalla municipalita' che si e' impegnata a convertire la superficie in area verde.    Nel cimitero, che le autorita' della capitale libica negli ultimi due anni hanno provveduto a far ripulire, sono sepolti anche africani di religione cristiana, tra cui diversi clandestini morti in mare nel tentativo di raggiungere l'Europa dalla Libia. Non e' chiaro pero' quale sara' il loro destino.
   Il progetto di risanamento costera' 6 milioni di euro e quello del reperimento dei fondi e' un problema ancora tutto da risolvere o quasi. Una parte della cifra sara' corrisposta dal governo italiano ma per il resto, secondo l'Airl, si rimane in attesa di trovare i finanziamenti necessari.

 

 


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Libia, il cimitero della vergogna

la Repubblica

19 novembre 2004

Renato Caprile

SuktLata o più semplicemente Hammangi. Periferia di Tripoli, a metà strada tra il mare e il deserto. Il cimitero degli italiani è lì. O meglio, quel che ne resta. E se è vero, come si dice, che la civiltà di un popolo la s i misura dal modo in cui onora i suoi morti, visitando Hamm angi si potrebbe desumere

che la nostra è ai confini della barbarie. Un camposanto non è mai un belvedere. Ma se ti addentri nei viali di Hammangi tra

cumuli di sterpaglie, tombe divelte, lapidi spezzate, scritte oscene, loculi sfondati in cui mani profane hanno sventrato bare, rimestato tra ossa e cenere alla ricerca a di una fede, di una catenina d'oro di qualunque cosa potesse avere un valore, ti si stringe il cuore e l'unica parola che ti viene in mente per le descrivere questo orrore è una parola di otto lettere: vergogna. Le povere spoglie di ottomila nostri connazionali, sepolti tra il 1924 e il 1970, uomini e donne di un'Italia costretta a cer­are lavoro oltremare, giac­ciono ancora qui nell'abbandono più totale. Anna Maione, morta nel '41 e Paolo Costacaro, deceduto nel '48, due nomi tra i tantissimi, forse non hanno lasciato eredi, forse non c'è più chi possa piangerli, ma le loro ossa sono ancora qui, diventate cibo per la muta di cani famelici che ha eletto questo pezzo di terra, ombreggiato da imponenti magnolie, a proprio domicilio. E' vero che gli italiani solo ieri sono potuti tornare, ma qualcuno dovrebbe pur spiegarci perchè l'attiguo camposanto inglese ha un prato che sembra il green di un campo da golf con croci e marmi in perfetto stato. Un contrasto troppo stridente. Che suona come una specie di schiaffo alla nostra immagine nazionale. La verità è che nessuno si e mai occupalo di Hammangi al di fuori dell'Airl, l'associazione che raggruppa i rimpatriali di Libia. Il solito problema dei fondi, l'eterna difficoltà di trovare il capitolo giusto di spesa nel bilancio della Farnesina. Eppure c'è un progetto per ridare dignità a questi morti. Un buon progetto di restauro, oltre tutto a basso costo — sei milioni di euro—che però continua a rimanere sulla carta. I libici sono d'accordo, ma da Roma non arrivano i soldi. “Eppure basterebbe una soIa telefonala. Non aspettiamo altro per chiudere questa pagina che certo non ci fa onore", spiega Luigi Sillano che per conto dell'Airl si occupa del recupero, per ora solo teorico del cimitero monumentale di Tripoli. A dimostrazione ulteriore di come Hammangi sia ormai terra di nessuno, i libici non hanno trovato posto migliore per seppellire in una maxi-fossa comune le centinaia di cadaveri restituiti dal mare. I clandestini senza nome cui non è riuscito l'approdo in un porto italiano. Qui li chiamano gli “africani”. Un termine dispregiativo che dice tutto e niente.

L' importante per loro è che non siano libici. E siccome degli “africani” non si conosce né patria né fede, potrebbero essere cristiani, musulmani, animisti o altro, la soluzione migliore è parsa quella di seppellirli qui. In questa specie di immensa discarica divenuta negli anni oltre tutto l'improbabile

casa di centinaia di disperati in attesa di un imbarco alla volt dell'Europa. Sarebbero stati loro, giurano i libici, a profanare le nostre tombe alla ricerca di qualche grammo d ' oro.

Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, capo della delegazione che 34 anni dopo la cacciata, o potuta finalmente ritornare il visita ufficiale in Libia, non nasconde che una delle ragion dell 'abbandono in cui il cimitero degli italiani è precipitato vi ricercato in quel lontano 1970. L'anno in cui molti di quelli costretti a rimpatriare pensarono bene di riportarsi in Italia anche le spoglie dei loro cari. Allora ben settemila bare partirono da Tripoli dirette al Nord, a Centro e al Sud della nostri penisola. Ma ottomila rimasero ancora qui, ad Ham­mangi, insie­me a quelle dei 10.200 soldati caduti nelle due guerre d'Africa che erano sepolti nel Sacrario che è al centro del complesso, e successivamente traslati in Italia a Redipuglia. Degli ottomila che ri­masero qui nessuno si oc­cupò più. Mol­te parole ma pochissimi fatti. I rimpatriati di Libia che hanno un contenzioso con lo Stato italiano per l'indennizzo dei beni confiscati loro nel '70, sono disponibili per rimettere a posto il loro vecchio cimitero a sborsare tre dei cinquanta milioni di euro di risarcimento vantati. C'è un progetto che sta bene ai libici, che si vedrebbero restituiti ben nove ettari di terreno, dal momento che gli ottomila corpi potrebbero essere sistemati nel Sacrario, ma che continua a giacere nel cassetto di qualche scrivania del ministero degli Esteri di Roma.

 

 


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Libia, dimenticato il cimitero con 8mila italiani

Avvenire

19 novembre 2004

Giovanni Grasso

Il camposanto di Hammangi, a Tripoli, abbandonato da trent'anni era diventato il bivacco per i clandestini. Adesso servono sei milioni di euro per dare una sepoltura dignitosa ai nostri 8.000 connazionali che riposano in terra africana. L'impegno di una speciale commissione italo-libica per trovare i fondi necessari: domani la riunione. Un altro segnale importante dopo la possibilità di tornare in Libia per i nostri esuli.

Croci spezzate, lapidi divelle, tombe profanate, cappelle fatiscenti. Era un cimitero modello, ora sembra un campo di battaglia. Uno spettacolo di desolazione, di disordine, di caos. Un'immagine impietosa di degrado, che fa a pugni con il confinante cimitero militare britannico, composto, pulito, con il suo prato all'inglese e le file ordinate di croci bianche.

Eppure questo monumentale camposanto conserva ancora i resti di 8000 italiani. Morti sul suolo libico, per vecchiaia, per le epidemie, oppure per gli effetti della guerra, come i due coniugi Salvatore e Maria Di Mauro, che riposano l'uno accanto all'altro, periti entrambi sotto le bombe inglesi il 25 agosto del 1941. La lapide di Salvatore è spaccata, proprio in corrispondenza della foto, come decine di altre. In tempi non lontani, il cimitero italiano era diventato una sona di bivacco permanente per i clandestini, provenienti dai Paesi a sud della Libia. Gli “africani”, come li chiamano i libici con palpabile disprezzo. Da qualche tempo finalmente c'è un custode, pagato dalla municipalità di Tripoli. Cosi nessun vivo dorme e mangia più accanto o sopra ai morti, ma le profanazioni e i saccheggi di notte continuano.

Arriva qualche balordo, qualche disperato, qualche tossicodipendente. Salta il muro di cinta, spaccale lapidi, rompe le bare, profana i corpi spargendo le ossa in giro, alla ricerca di una fede nuziale, di un ciondolo prezioso, di un paio di orecchini. Magri e tristi bottini per gente senza speranza. Come quei 200 e più anonimi «africani» sepolti al centro del cimitero in fosse comuni coperte da una spessa coltre di cemento. Cercavano di venire nel nostro Paese, attraverso la Libia. Non ce l'hanno fatta. Ogni tanto ilmare restituisce i loro corpi o quello che resta di essi. E le autorità libiche, non sapendo se sono musulmani, cristiani o animisti, hanno deciso di seppellirli nel Cimitero degli Italiani. In fondo è in Italia che volevano andare...

La storia del cimitero di Hammangi è a ben vedere la metafora della vicenda degli italiani di Libia, costretti nel 1970 dopo i! golpe del colonnello Gheddafi a rimpatriare, abbandonando tutto. A volte anche i defunti. Era un bellissimo camposanto, pieno di monumenti funebri e di piante tropicali, edificato a partire dal 1924 su un lembo di deseno di fronte al Mediterraneo. Al centro di esso un monumentale mausoleo, costruito nel 1959, su progetto dell'architetto Paolo Caccia Dominioni, realizzato dall'architetto De Paoli, ospitava i corpi di tutti i militari caduti in Libia durante l'impresa coloniale e le due guerre mondiali. 10.200 soldati, tra cui il maresciallo dell'Aria e governatore dì Libia Italo Balbo, colpito nel ciclo di Tobruk dalla contraerea italiana. Per loro, però, ne! 1971 il governo italiano ottenne l'autorizzazione e i corpi furono riportati nel nostro Paese e seppelliti nel sacrario di Redipuglia. Analogo destino per altre 7000 salme di civili, riportate negli anni in Italia, tra mille difficoltà burocratiche, per volontà delle singole famiglie. Ma altri 8000 nostri connazionali restano ancora lì sepolti, esposti all'incuria, agli agenti atmosferici, alla violenza dell'uomo. L'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl) ha fatto della questione del recupero del cimitero di Hammangi un vero e proprio punto di onore, E dopo anni di Ione è riuscita a creare una commissione ufficiale italo-libica e a tirare fuori un progetto capace di ridare una decorosa sistemazione ai defunti italiani. L'idea base è quella di far riesumare tutti i corpi e di trasferirli all'interno dell'ex sacrario militare, che occupa circa un ettaro. li resto dell'area cimite­riale (un parco di circa dodici ettari) sarebbe bonifi­cato e restituito alla città di Tripoli, che intende trasformarlo in un giardino pubblico. L'ok dei libici c'è già. Anche il via libera delle famiglie dei defunti, che sono state rintracciate dall'Airi dopo un faticoso e capillare lavoro di catalogazione e ricerca. Costo dell'operazione, attorno ai 6 milioni di euro, 12 miliardi di vecchie lire, ma i soldi, promessi dal governo e dal Parlamento italiano, non sono ancora arrivati. Si spera nella finanziaria 2004, attualmente all'esame di Camera e Senato. Oppure, se le istituzioni fossero ancora sorde a quel grido di dolore silenzioso che si alza dalle tombe semidistrutte di Hammangi , nella sensibilità di qualche impresa o banca italiana che lavora in Libia. Uno «sponsor», insomma. Capace di ridare dignità ai morti e speranza ai vivi.

 

 


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Una giornata a Tripoli...bel suol d'amor

Fatti Nuovi

19 novembre 2004

Tornare a casa dopo trent'anni. Il sogno si è finalmente avverato per sette italiani nati in Libia, espulsi da Gheddafi come “resti del fascismo” nel 1970 insieme ad altri 20mila connazionali. Sono tornati a Tripoli, aggirandosi per la città alla ricerca delle loro vecchie case, della scuola, degli amici. Sono solo l'avamguardia di tutti gli altri che dopo l'aper tura del colonello libico Muhammar Gheddafi, potranno i chiedere il visto e tornare in quelli la che fu la loro casa. Tra la prima r- delegazione di italiani dell'era della riappacifìcazione, c'è anche Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Italiana Esuli dalla Libia. Una donna che da una vita sì batte per il "diritto di tornare". E che racconta a Fatti Nuovi cosa si provi a ritornare dopo più di un quarto di secolo tra le strade della propria città natia. "Il viaggio sta andando benissimo. E come un percorso della memoria e siamo tutti emozionati e felici».
Come è stata l'accoglienza? «L'accoglienza è stata ottima. La gente non è cambiata e ci ha accolto con lo stesso affetto di sempre, nelle strade e nei suk. Sicuramente si tratta di un viaggio dal forte impatto emotivo. Giovedì mattina ci siamo divisi e siamo andati a recuperare i nostri ricordi. Alcuni di noi sono stati a trovare dei loro amici arabi e hanno visitato ìa 'scuola dei fratelli cristiani', ritrovando le loro aule e i loro banchi". Lei dove è stata?
«Io sono stata al cimitero italiano, che purtroppo versa in uno stato di degrado pietoso. Abbiamo lanciato da tempo un progetto di recupero e l'operazione è ben
avviata, speriamo che il Governo italiano trovi lo stanziamento necessario".
È più l'emozione del ritorno o la delusione nello scoprire che i luoghi e i posti cari sono cambiati?
«Sono sensazioni che si equiparano. Ci sono stati dei cambiamenti vistosi, speravamo di trovare ìa città vecchia mantenuta meglio. La cosa che più mi ha colpito è stato il lungomare, che per tutti noi è un grande ricordo e che oggi non esiste più. Al suo posto è stata costruita una strada che arriva fino al porto. Questa è stata una delusione. Molti di noi hanno ritrovato la propria casa nella città vecchia, cosa che a me è capitato in un altro viaggio che avevo già fatto. Sono emozioni veramente forti».

E gli amici?
«Ci sono ancora. Io ho ritrovato amici e figli di amici. Ero già adulta quando ci hanno esiliato. Ce chi invece ha lasciato la Libia a 20 anni e oggi ha ritrovato i suoi compagni di scuola. Anche il nostro interprete dell'ambasciata, che ci accompagna in giro per la città, è l'ex compagno di scuola di uno di noi».
Incontrerete Gheddafi? "Non c'è niente di programmato in questo senso, ma direi più di no che di sì, anche se non si può mai dire. Vedremo il vescovo di Tripoli comunque e saremo ricevuti anche da quello che qui in Libia è l'equivalente del nostro Presidente della Camera".

 


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Esuli ricevuti dal Vicepresidente del Parlamento

18 novembre 2004 h.18,18

Ansa

Augusto Zucconi

Una rappresentanza dell'Airl (Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia) e' stata invitata oggi ad assistere alla prossima sessione del Congresso generale del popolo libico (Parlamento) in programma dall'11 al 16 dicembre prossimi.

L'invito e' stato formulato da Suleyman Shumi, vice presidente del Congresso generale del popolo, in un lungo incontro avvenuto questa sera a Tripoli con la delegazione dell'Airl da ieri in visita nella capitale libica.

''L'incontro e' stato molto cordiale e soddisfacente'', ha detto la presidente dell'associazione, Giovanna Ortu.

Shumi ha dato il benvenuto al gruppo, i primi italiani ex residenti ad essere autorizzati a tornare in Libia a 34 anni dalla loro espulsione.

Il vice presidente del Congresso generale del popolo ha detto che e' ormai tempo di superare la pagina nera del colonialismo anche se questa, ha precisato, e' una pagina che non potra' mai

essere del tutto dimenticata.

All'incontro, protrattosi per oltre un'ora, ha assistito anche l'ambasciatore italiano a Tripoli, Claudio Pacifico .  

 

 


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Il cimitero dimenticato. Nel degrado le salme di 8mila italiani

18 novembre 2004

Ansa

Augusto Zucconi

  
Il cielo e' plumbeo, la giornata e' piovosa: senza il solito sole di Tripoli appare ancora piu' cupo e desolante il panorama offerto dal cimitero cristiano di Hammangi in cui riposano i resti di oltre 8 mila italiani di Libia e che ex residenti e autorita' diplomatiche stanno cercando di salvare dal degrado in cui e' precipitato.
Il progetto di risanamento c'e' gia', i canali ufficiali sono stati attivati ma per il momento mancano i soldi: secondo le stime dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, ci vorranno almeno 6 milioni di euro per completare la parziale opera di bonifica iniziata circa due anni fa. E non e' chiaro da dove dovranno venire.
Dopo il 1970, anno della cacciata degli italiani dalla Libia, Hammangi era diventato una sorta di terra di nessuno. Il cimitero era stato trasformato in una discarica a cielo aperto con centinaia di loculi profanati da ignoti che sulle salme speravano di trovare oggetti d'oro.
Grazie anche alla collaborazione del comune di Tripoli le tonnellate di detriti accumulate negli anni ora almeno sono state rimosse e, tra palme e pini non proprio rigogliosi, il complesso progettato dall'architetto Paolo Caccia Dominioni, ha in parte riacquistato la sua maestosa fisionomia originaria.
Giovanna Ortu, la presidente dell'Airl, da ieri e' a Tripoli alla testa del primo gruppo di esuli ad essere stato riammesso in Libia dopo l'espulsione e questo e' uno dei primi luoghi che si e' sentita in dovere di visitare.
''Spero proprio che presto non si parli piu' di Hammangi come del cimitero dimenticato, o peggio ancora, del cimitero della vergogna'', ha detto ai giornalisti che l'hanno accompagnata nel sopralluogo effettuato stamani insieme con il console generale d'Italia, Carlo Colombo.
''Nei prossimi giorni - ha assicurato il diplomatico - dovremmo finalizzare una intesa con le autorita' libiche per la risistemazione del cimitero con la bonifica anche del terreno esterno, e' un'opera molto importante per dare finalmente una degna sepoltura ai civili italiani morti in Libia''.
Il progetto complessivo di recupero ruota attorno alla ristrutturazione del sacrario militare che per diversi anni ha accolto le spoglie di oltre 10 mila caduti della guerra coloniale, oltre che la salma di Italo Balbo. Nel 1971 tutti i resti sono stati trasferiti in Italia e il complesso verra' ora trasformato in un ossario con una propria cappella e un piccolo museo annesso.
Nel quadro del recupero di Hammangi, l'istituto italiano di cultura di Tripoli e l'Airl hanno gia' messo a punto un data base con i nome di tutti gli italiani sepolti nel cimiteri e da poco e' iniziata anche una ricognizione sul campo per procedere all'identificazione delle singole tombe.
Giovanna Ortu sosta davanti alla statua di un angelo divelta dalla sua base. ''Ecco il monumento dell'angelo caduto - dice - ecco il simbolo del degrado di questo cimitero, della nostra storia, del nostro dolore''.
''Di chi e' la colpa? E' dei vari governi italiani che hanno cercato di fare affari calpestando la dignita' dei morti - aggiunge - oltre che quella del paese di cui sono figli''.

 La presidente dell'Airl invita i giornalisti a seguirla. ''Voglio farvi vedere come le cose potrebbero cambiare'', dice. E girato un'angolo, informa che quello che sorge li' e' il cimitero militare inglese: le lapidi sono integre e perfettamente allineate, il prato e' ben rasato come neanche un campo da golf.
''C'e' il discorso dei fondi ma questo non puo' e non deve costituire un problema - dice la signora Ortu - se sara' necessario potrebbe essere la stessa Airl a cercare di raccogliere la cifra necessaria promuovendo una raccolta tra le ditte italiane che operano in Libia''.


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"Finalmente a Tripoli, casa nostra"

Il Corrire della Sera

18 novembre 2004

Fabrizio Roncone

Ci avete portato, dicono, in un'altra città.

Scherzano, piangono, si soffiano il naso. Sei italiani, un primo gruppo dei ventimila cacciati dalla Grande Jamahrya nel 1970, tornano a cercare una strada, un ricordo, un profumo. Li guida Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia, e stanno tutti seduti su un pulmino che, dall'aeroporto, trasporta la delegazione nel centro di Tripoli. La quale gli appare subito abbastanza irriconoscibile. Con i suoi palazzi popolari. Con i balconi pieni di antenne paraboliche. Con poche bancarelle e molte automobili. Finchè poi, dietro al finestrini, compaiono i bastioni del Castello rosso e anche le grandi palme e le panchine di piazza Verde.

Ecco, qui però siamo a casa… Piove. Il mare è piatto.

Buona parte delle foto che hanno in tasca sono state scattate proprio in piazza Verde e sono in bianco e nero. Bambini con i pantaloni corti che tengono per mano la mamma. Gruppi di giovani operai. Nonni con i baffi. Sorrisi di emigrati italiani all'apparenza felici. “No, non solo all'apparenza: qui avevamo tutto quello che non potevamo avere in Italia, e cioè sia il lavoro che la dignità - ricorda Mario Puccinelli, 70 anni, nato a Suani Ben Aden, un villaggio a 20 chilometri da Tripoli - e quei privilegi li hanno avuti tutti, i nostri genitori e anche noi. Poi, purtroppo, arrivò quel giorno...”. Era il primo settembre del 1969 e il giovane Muhammar Gheddafi conquistava il potere con un colpo di Stato incruento: nel luglio successivo, in un celebre discorso tenuto a Misurata, il colonnello inveì contro il colonialismo italiano, elencandone le malefatte. Dal 1911 al 1943: trentadue anni che gli storici descrivono pieni di furti e di inganni, di confische e di stragi. Mentre oltre quarantamila italiani, in due ondate diverse, sbarcarono con il progetto di “colonizzare”, quasi altrettanti libici- secondo quanto afferma lo storico Angelo Del Boca - morirono di fame, di malattie e alla forca nei lager costruiti dal genieri del nostro esercito in Cirenaica.

Al discorso di Gheddafi, seguì, nel volgere di poche settimane, un formale decreto di espulsione e di confisca di tutti i beni degli italiani. “Che erano cospicui” rammenta il 74enne Giovanni Spinelli: 37mila ettari di terra, 1.750 case d'abitazione, 500 esercizi commerciali, 1.200 tra autoveicoli, aerei e macchine agricole. Valore totale, nel 1970: 200 miliardi di lire. “Ora però io sono tornato qui felice e contento e non chiedo alcun indennizzo” precisa Raffaele lannotti, 55 anni, nato a Dafnia (Misurata). “Di queste faccende si occuperà il nostro governo... anche se...”. Anche lui, cresciuto nell'ex villaggio Garibaldi, “una delle 320 aziende agricole volute dall'ente colonizzazione Libia”, lo ascoltò dal vivo, a Misurata, il discorso di Gheddafi “e ricordo perfettamente che, alla fine del comizio, mi misi a discutere con alcuni libici dicendo che sì, certo, c'era stata la guerra e non tutto era filato liscio: però, ecco, noi italiani qui avevamo costruito anche case, strade, acquedotti e...”. E mi sembrava che ci fossero spiragli per un compromesso. “Invece, pochi mesi dopo, mi ritrovai in fuga a bordo di una nave, con una figlia di 14 giorni e una modernissima officina per la riparazione dei motori diesel lasciata al nuovo governo libico”.

Si sono rifatti tutti una vita. Iannotti s'è laureato in giurisprudenza, Spinelli fa il farmacista, Puccinelli è diventato ragioniere, il signore che piange in una elegante grisaglia grigia è Giancarlo Consolandi, ha 55 anni e fa l'ingegnere. In Libia ha frequentato l'istituto scolastico La Salle e così oggi è il presidente dell'associazione ex allievi lasalliani di Libia. “Se smette di piovere, vorrei tornare sulla spiaggia. Me la ricordo bellissima. Io frequentavo quella dei bagni sulfurei, ma c'erano anche al­tri posti, come il Lido, il Beach Club, il Giorgimpopoli. Le mamme chiacchieravano sotto gli ombrelloni, i papa lavoravano”.

Mario Puceinellì, invece, vuole ritrovare il suo insegnante di lingua araba. "Ricordo ancora il suo nome, si chiamava Mohamed Mahmud. Era bravissimo. Se ogni giorno trascorro almeno due ore a guardare Al Jazira e gli altri canali arabi, il merito è suo». Luigi Sillano vuol tornare al numero 14 di Sharra Jamurria. “Sono nato in quella casa e ci ho vissuto per 33 anni: mi dicono che sia ancora abitata. Spero che i nuovi proprietari libici mi facciano entrare...”.

Piccole speranze, grandi emozioni. E non solo: l'ambasciatore Claudio Pacifico sottolinea anche quanto “un simile ritorno, così atteso, spieghi bene la qualità dei rinnovati rapporti che legano lo Stato italiano e quello libico”. Tutti conoscono l'importanza dei ripetuti viaggi compiuti del premier Silvio Berlusconi e dal ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, E tutti sanno, naturalmente, di do­ver ringraziare anche Muhammar Gheddafi. Ma se con gli esuli si comincia a parlare dell'ex colonnello, il discorso si fa un po' lungo.


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Tripoli, il ritorno degli italiani

"E' una grande emozione, aspettavo questo giorno da 34 anni"

la Repubblica

18 novembre 2004

Renato Caprile

 

Foto ingiallite e film d'epoca in super8. La Libia riassunta in vecchie istantanee e tremolanti pellicole. Immagini di un altro tempo e di un'altra vita protagoniste di ogni festa Comandata, di ogni occasione conviviale con quel “qui c'era casa nostra”, “questo era il circolo dove ci riunivamo la sera”, “questa è la signora che ti ha fatto venire al mondo”, immancabilmente ripetuto con un filo di voce e sempre con le lacrime agli occhi. Le lacrime di chi sa che in quel paese, in quella casa non può più ritornarci. Un'impossibilità che può diventare ossessione. La stessa che ha accompagnato per tutta la sua giovane vita Ornella Sillano, nata a Tripoli 34 anni fa e costretta ad andare via come migliaia di altri nostri connazionali nel luglio del 1970. Ventimila in tutto. In una parola, cacciati da un Gheddafi da poco salito al potere, che decise di sbarazzarsi una volta e per tutte della “ingombrante” eredità coloniale.

In quel lontano luglio di più trent'anni fa, Ornella aveva solo cinque giorni e nessun ricordo di prima mano della bella terra nella quale era venuta alla luce. Ieri, quando il Boeing della Libyan Arab Airlines, alle 13.10 in punto, è atterrato sulla pista dell'aeroporto di Tripoli, la dottoressa Sillano, laureata in lingue e letteratura inglese, un buon lavoro presso la Camera di commercio di Latina, ha teneramente stretto il braccio del padre per assicurarsi che non fosse un sogno. “Che emozione, questo è un momento che aspettavo da 34anni”.

Il tempo si dice sia una gran medicina. Come del resto gli affari. E deve essere proprio vero se trentaquattro anni dopo il “giorno della vendetta” -il 7 ottobre, anniversario della cacciata degli italiani- si è trasformato come per incanto in Libia nel “giorno dell'amicizia”. Il giorno nel quale Muhammar Gheddafi e Silvio Berlusconi, giusto un mese fa, hanno potuto finalmente annunciare al mondo che pace era fatta. Certo, l'inaugurazione di un importante gasdotto tra Libia e ltalia ha giocato il suo ruolo, ma quello che qui più ci importa è che migliaia di persone da quel giorno hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Hanno visto sanare un'ingiustizia, hanno riassaporato la gioia di poter ritornare, sia pure da turisti, nella loro seconda patria fino a ieri off limits. La fine di un esilio forzato, dunque. Che Giovanna Ortu, capo della piccola delegazione -sette persone in tutto, da ieri e per cinque giorni in visita ufficiale in Libia- definisce il giorno della dignità ritrovata. “Quella stessa dignità che ci era espropriata da tutti i governi che hanno accettato passivamente per oltre trent'anni questo stato di cose. Quasi fossimo noi italiani di Libia il capro espiatorio di una politica coloniale ed espansionistica della quale non eravamo responsabili”.

Sette persone dunque, una piccola avanguardia di rimpatriati che per qualche giorno potranno tornare nei luoghi della loro giovinezza, che il ricordo ha certo reso più mitici. Una vacanza per ora, il resto si vedrà perché proprio queste persone, questi italiani possano essere il rniglior “ponte” tra i due popoli. Non chiedono nulla ai libici di quanto fu loro portato via con la forza oltre trent'anni fa. Se qualcuno li deve indennizzare, e molti hanno perso piccole fortune, quel qualcuno è l'Italia.

Cinque giorni fanno in fretta a passare. Ci saranno incontri ufficiali con per sonalità del governo, il ministro degli Esteri e, forse, il premier. E secondo la signora Ortu potrebbe addirittura scapparci “la sor­presa di poter essere ricevuti da! colonnello Gheddafi in persona”. Per adesso c'è da recupera­ re il troppo tempo perduto. Ritrovare qualche vecchio amico, vedere come negli anni questo paese è cambiato, se c'è ancora qualcosa di quello che è rimasto vivo nel ricordo: case, negozi, bar, ristoranti.

Laura Riccetti, inviata del Tg5, è anche lei nata in Libia. E' andata via che aveva 6 anni nel '67. Lei e la sua famiglia con il rimpatrio forzato dunque non c'entrano. Il padre lavorava per la Pan Am e trentsette anni fa decise di ritornare in ltalia. Ma anche Laura ha vissuto la sindrome di chi ha scritto sul passaporto alla voce "luogo di nascita": Tripoli. Una specie di colpa, quasi una condanna che non le ha consentito fino a ieri di poter rivedere i luo­ ghi dell'infanzia, la strada nella quale è nata. Sul pulmino che ci porta all'albergo. Laura è al telefono con la mamma. Ha una cartina di Tripoli sulle gambe. Dall'altro capo del filo la signora Riccetti mettendo mano ai ricordi le da qualche indicazione: “La via dovrebbe chiamarsi Omar el Muktar. E' un'arteria importante, la percorri per un paio di chi­ lometri e poi sulla sinistra dovrebbe esserci una stradina in salita, non puoi sbagliarti: è l'unica asfaltata”. E non serve a nulla che la figlia la rimbrotti amorevolmente con un “Mamma, ma sono passali cent'anni, ora le strade sono tutte asfaltate”, per la signora Riccetti, la loro bella villetta continua a essere ali a fine di quella stradina sterrata che non c'è più.

 


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"Le nostre due vite. La prima in Libia la seconda in Italia"

La Stampa

18 novembre 2004

Guido Ruotolo

 

Si allunga veloce nel corridoio dell'hotel "Al Kabir", Ornella Sillano: "Non posso stare chiusa in stanza, devo uscire, devo vedere, respirare gli odori, i profumi di questa terra. Finalmente, lascio dietro di me l'ossessione che mi ha accompagnata per tutta la vita". Ornella ha 34 anni, aveva cinque giorni quel 25 agosto del 1970 quando, insieme ai genitori e ai fratelli, fu costretta ad abbandonare una Tripoli alle prese con una epidemia di colera, perchè italiana. E adesso che finalmente è giunta nella "sua" città natale è impaziente: "E' un sogno che si avvera, ho aspettato tutta la vita questo giorno, adesso potrò vedere il luogo dove sono nata. Non ho ricordi, naturalmente, se non quelle foto viste e riviste migliaia di volte, se non quei sospiri e quei rimpianti dei miei genitori per quel passato che coincideva con la loro gioventù, l'età delle speranze e delle aspettative".

Il    volo della "Libyan Arab Airlines"è atterrato all'ora di pranzo. Fotografi, telecamere, giornalisti libici, anche quelli della Bbc sono venuti all'aeroporto, per documentare quel "sogno", durato trentaquattro interminabili anni che stava diventando "realtà", dopo la svolta del 7 ottobre scorso. AL presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il premier Muammer Gheddafi, in occasione dell'inaugurazione del gasdotto dell'Eni di Mellitah -, che, a regime, fornirà il dieci per cento dell'energia che serve all'Italia -, annunciò che "il giorno della vendetta" sarebbe stato cancellato dal calendario libico e sostituito con il "giorno dell'amicizia". ll 7ottobre rappresentava per i libici il nostro 25 aprile, l'anniversario della fine del colonialismo italiano.

I primi sette italiani (dei 20.000) cacciati nell'estate del 1970 sono tornati nella loro "seconda" patria. Coipiva il corale sentimento di gioia, l'emozione vissuta, chi con lacrime chi con sorrisi, in questo indimenticabile giorno del ritorno. Non hanno rimpianti o rivendicazioni da fare perchè la loro vita ha subito una brusca svolta: "Allora non provammo odio nei confronti di chi ci cacciava - assicura Raffaele lannotti, che a Misurata faceva l'artigiano meccanico e a Terni è diventato funzionario della Motorizzazione civile - ma solo rabbia".

La storia - le storie dei ventimila italiani - ha preso un'altra piega: "Si, è vero, tracciando un bilancio; delle nostre due vite non possiamo dirci insoddisfat­ti. Ci è andata bene". Mario Puccinelli ha settant'anni, in Libia amministrava le aziende agricole del padre e non solo. Si occupava anche di export e im­port. A Roma è stato funzionario dei ministeri degli Affari esteri e del Lavoro. "No, non ho rimpianti - riflette -, ho solo nostalgia di un passato che ha coinciso con la mia giovinezza. No, non ho nulla da pretendere dai libici, chi mi ha trattato peggio è stato il governo italiano".

E' lui, Mario Puccinelli, la star dell'aeroporto. Parla l'arabo perfettamente -"ce lo siamo portato per questo", scherza la capodelegazione, Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, l'Airl“ - e i giornalisti locali lo intervistano. Cosa rappresenta per lei il ritorno in Libia? "Il viaggio di chi è nato in questa terra. Di chi è vissuto e ha conosciuto tanta gente. Di chi vuole riabbracciare vecchi amici". Ha delle proprietà da rivendicare? "Nessuna, io amministravo i beni di mio padre". E' il turno della giornalista della Bbc. Cosa vi ha dato il governo italiano? "Molto poco". Cosa chiede al

governo libico? "Nulla".

E' solo un viaggio nel passato, alla ricerca di luoghi, di affetti, di amicizie coltivate in quegli anni. Non sentono sulle loro spalle il peso della storia, l'eredità - "pesante" per gli storici come Angelo Del Boca - del colonialismo italiano, che si è reso responsabile di "eccidi, deportazioni, torture". Una storia chiusa il 22 gennaio del 1943, quando gli inglesi occuparono Tripoli. La loro è la generazione dei figli, dei nipoti degli italiani arrivati in Libia a partire dal 1911. Ricorda Mario Puccinelli: "Mio padre arrivò nel ‘23, come geometra dell'ufficio fondiario".

Il passato è consegnato alla storia. E' al presente e al futuro che bisogna guardare. Oggi i rapporti tra Libia e Italia sono decisamente positivi. E' grazie all'impegno dell'Italia che la Libia ha superato l'embargo Ue. Roma e Tripoli sono decise a combattere insieme il dramma dell'immigrazione clandestina, che poi vuol dire provare ad affrontare a monte i drammatici problemi della povertà e della guerra in tanti paesi africani.

Alla fine di ottobre, in occasione del congresso dell'Airl, il leader Muammer Gheddafi si è rivolto agli italiani rimpatriati augurandosi che diventino "anello di congiunzione" tra i due popoli e i due Stati. Giancar­lo Consolandi, che aveva ven­tun'anni quando lasciò la "sua" Tripoli, ha un sogno: "Sono ingegnere, vorrei poter dare un contributo a questa terra dove sono nato. Magari un tocco di urbanistica europea a Tripoli, così come si respira un po' d'Europa negli Emirati Arabi".

Si è emozionato, Giancarlo Consolandi. E' quando l'aereo ha iniziato la discesa su Tripoli: "Dal finestrino ho visto il rosso della sabbia e il contrasto con il verde delle coltivazioni. E sono tornato indietro negli anni, a quando rientravo a casa, a Tripoli, dalle lunghe vacanze italiane". Lui, Consolandi, a differenza degli altri, ha un rimpianto: "Avrei voluto vivere qualche anno di più in Libia, per dividere con la mia attuale moglie le gioie di queglianni".

Ognuno di loro ha qualche desiderio da voler esaudire, in questi giorni: il pellegrinaggio nei luoghi del passato, a Tripoli o nei villaggi delle bonifiche delle terre. Il ritrovare vecchi amici di scuola. E' un viaggio carico di emozioni, quello appena iniziato. Erano contenti, ieri sera, durante la cena nella residenza dell'ambasciatore italiano, Claudio Pacifico (che sta lasciando la Libia per un altro incarico). Per i sette italiani, oggi ci saranno i primi incontri politici con gli "amici" libici.

 

 

 


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Gli Italiani di Libia ritornano a Tripoli

Avvenire

18 novembre 2004

Giovanni Grasso

 

E' un viaggio della memoria, carico di sentimenti e di nostalgia. Ma è anche una visita simbolica, ricca di significati politici. Uno sparuto gruppo di italiani, una sorta di avanguardia di quei circa 20.000 che fino al 1970 vivevano, lavoravano, nascevano, si sposavano, morivano in Libia, è stato accolto con tutti gli onori dal governo guidato da quello stesso Colonnello Gheddafi che 34 fa decretò l'immediata espulsione di tutti i nostri connazionali, a cui furono confiscati tutti i beni: terre,

industrie, negozi, abitazioni, depositi bancari, oggetti di valore. Ma una sorta di damnatio memoriae ha continuato a perseguitare gli "Italiani di Libia", anche dopo la "cacciata". A loro le autorità consolari della "Grande Jamahiria" avevano sempre rifiutato il visto di ingresso, neanche per pochi giorni, giusto il tempo di fare una visita ai propri cari sepolti nel cimitero italiano di Tripoli, ora in completo abbandono. Da ieri sera, sette "rimpatriati" guidati dalla presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, che ha dedicato la propria esistenza alla causa delle vittime della espulsione, sono finalmente a Tripoli: il più anziano di loro si chiama Giovanni Spinelli, ha 74 anni e aveva a Tripoli una fiorente attività di importazione di prodotti fotografici. Ora è titolare di una farmacia a Roma. La più giovane si chiama Ornella Sillano, ha giusto 34 anni ed è ora in Libia con il padre Luigi, che racconta: "Ornella è nata a Tripoli il 25 agosto del 1970, in un ospedale abbandonato, in condizioni terribili. C'era un'epidemia di colera e tutti gli italiani stavano smobilitando. Cinque giorni dopo era già sull'aereo che riportava in Italia... Per lei tornare sui luoghi natii era diventata una vera e propria ossessione".

La casa dei Sillano esiste ancora, una bella villetta di stile coloniale in un quartiere residenziale di Tripoli. Non esiste più, invece, l'impresa di costruzioni edili, fondata dal nonno di Ornella, Giocondo, che dava lavoro a 600 operai, metà venuti dall'Italia, metà libici. Un'impresa fiorente, che aveva avuto l'incarico di asfaltare tutte le strade di Tripoli. Giancarlo Consolandi è invece nato nella capitale libica 55 anni fa. Di professione a l'ingegnere, presso le poste italiane. Suo nonno, originario di Cremona, aveva una piccola officina meccanica. Suo padre dopo aver lavorato alla fabbrica di birra Oea, di proprietà di tedeschi, si era messo in proprio, importando pompe idrauliche per i pozzi.

Al momento della fuga forzosa aveva 21 anni. Del periodo libico ricorda soprattutto frequenza della scuola dei fratelli delle Scuole Cristiane a Tripoli, dedicata a San Giovanni de la Salle. <<I Salassiani vennero in Libia nel 1912- ricorda Consolandi sostituendo i fratelli maristi. L'esperienza fu davvero particolare: nell'istituto studiavano studenti di tutte le religioni. C'erano i cattolici, ovviamente, ma anche gli ebrei, gli ortodossi di origine greca, i libici musulmani... Possiamo dire che in quell'istituto ci sono, state prove anticipate di dialogo interreligioso". L'atmosfera era davvero aperta: "Gli studenti delle altri religioni potevano assistere alla lezione di religione, oppure potevano uscire. Si studiava l'italiano, l'arabo e l'inglese". Consolandi è riuscito a tenere, da presidente dell'associazione lasalliana degli ex alunni, contatti con molti di loro. Si sono anche rivisti in diverse occasioni. Un ex allievo libico della scuola cattolica tripolina è Fuad Kabazi, intellettuale e poeta, ambasciatore della jamahiria in Vaticano fino a due anni fa. Consolandi partì per l'Italia il 30 agosto del 1970: "Ci imbarcarono su una nave della Tirrenia, giunta apposta dall'Italia per prelevarci. Aveva 7 posti per 500 persone e noi eravamo 1200". Tre giorni di viaggio infernale, poi lo sbarco a Napoli. Senza una lira in tasca. Ricominciando tutto da capo. Il suo desiderio principale è di tornare a visitare proprio la sua scuola, oggi trasformata in istituto scolastico femminile pubblico.

Giovanna Ortu è molto soddisfatta del viaggio in Libia, che "restituisce dignità ai 20 mila connazionali rimpatriati". "Nel passato -ci dice- abbiamo forse commesso degli errori di prospettiva. Vivevamo lontano, non eravamo avvezzi ai delicati meccanismi della politica, forse non abbiano compreso le ragioni per cui, per esempio, l'Italia ha rinunciato a far valere le proprie ragioni con il governo libico, visto che eravamo protetti da un trattato dell'Onu. Però cisiamo sentiti completamente abbandonati dai governi italiani, che hanno sempre-rimosso la questione, trattandoci quasi da fastidiosi petulanti. Se il governo italiano aveva interesse a tenere doverosamente buoni rapporti con la Libia, non doveva ricadere tutto sulle nostre spalle". Finora gli indennizzi che i governi italiani hanno riconosciuto a coloro che hanno perso beni allÕestero non sono stati, secondo l'Airl, sufficientemente adeguati. Ora con la nuova legge finanziaria, sembra che le cose possano cambiare. Ma questa è un'altra storia. Ora i "sette", alle prese con l'album dei ricordi, non ne vogliono parlare. Soddisfatta anche la diplomazia italiana. All'ambasciata guidata da quattro anni da Claudio Pacifico, sottolineano come questo viaggio "rappresenti una tappa storica" nel processo di normalizzazione dei rapporti tra la Libia, l'Italia e tutto l'Occidente. Un fatto di vitale importanza proprio ora che qualcuno, tra i terroristi islamici e gli estremisti occidentali, evoca lo spettro dello scontro di civiltà.

 

 


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Expelled Italians make emotional visit to Libya after 34 years

Dpa (agenzia di stampa tedesca)

17 novembre 2004

Rome (dpa) - A group of Italians expelled from Libya more than 30 years ago after leader Moamer Gaddafi seized power made an emotional trip to their former home Wednesday.

 The delegation of seven arrived in Tripoli after boarding a Libya Arab Airline flight from Rome.

 Libya was an Italian colony between 1911 and World War II. All of its 20,000 Italian residents were expelled in 1970, following Colonel Gaddafi's rise to power.

Among those expelled was football legend Claudio Gentile, currently Italy's national youth team coach, who was born in Tripol 1953.

The Italians' return was made possible by a series of meetings between Italian Prime Minister Silvio Berlusconi and Gaddafi, who has been working to re establish ties with the West in recent years.

In October, Gaddafi also agreed to rename the October 7 commemorative day formerly known as "Vendetta Day" (against Italy) to "Day of Friendship".

The Italians who arrived in Tripoli on Wednesday were scheduled to remain in their former home country until November 22 to visit the places of their youth, said Rossella Savignano of the Association of Italians Repatriated from Libya.

"Being back in Tripoli means we can take back a significant part of our lives," the associations' president, Giovanna Ortu, told reporters after her arrival in Libya.

 

 


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Esuli, nel suk di Tripoli 34 anni dopo

Ansa

17 novembre 2004 h.18,40

Augusto Zucconi

''Guarda, guarda c'e' ancora la vecchia bottega dell'orefice ma lui non e' quello che conoscevo io''. ''E il teatro dove e' finito? Non ti ricordi che proprio li' c'era un piccolo teatro?''. ''No, era una specie di night''. ''Ma che night, negli anni '50 li' c'era un teatro, e lo dico''.
Sono nel cuore del suk di Tripoli e quasi non credono ai loro occhi. Dopo essere stati cacciati 34 anni fa dal colonnello Muammar Gheddafi, poco piu' di un mese fa sono state autorizzate a tornare dall'imprevedibile leader libico in occasione di una visita a Tripoli del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Cosi', dopo anni di amarezza e di frustrazioni, una prima delegazioni di ex coloni e' potuta rientrare nel paese nordafricano per un viaggio che sembrava diventato un miraggio.
E' iniziato proprio dal suk di Tripoli, nella citta' vecchia, l'amarcord dei 7 esuli giunti oggi nella capitale libica in una delegazioni guidata da Giovanna Ortu, la presidente dell'Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl). Il viaggio durera' 5 giorni e comprendera' anche incontri
ufficiali con le autorita'.
''Certo che Tripoli e' cambiata, quando ci hanno mandato via era una citta' di 200 mila abitanti e oggi siamo su un milione e mezzo, ora sono sorte periferie nuove dove prima c'era praticamente il deserto, certo che faccio fatica la citta' dove sono nato'', ha detto Luigi Sillano, 67 anni, geometra che oggi vive a Latina.
Non stanno nella pelle per l'eccitazione ed hanno voglia di scambiarsi impressioni e di scattare fotografie i profughi tornati in quella che molti di loro considerano la loro vera patria.
Al loro arrivo all'aeroporto di Tripoli l'accoglienza e' stata calda e in certi casi commovente. Alcuni hanno riabbracciato vecchi amici e conoscenti, i piu' anziani del gruppo hanno ripreso subito a parlare arabo e sono stati immediatamente requisiti dalla radio e dalla tv libica. Molte anche le telecamere e i giornalisti al seguito dall'Italia, vista la singolarita' dell'evento.

Nel loro emozionante viaggio da Roma alla Libia la delegazione e' stata accompagnata dall'ambasciatore italiano Claudio Pacifico che con l'Airl tanto si e' impegnato perche' questo giorno arrivasse e che sta per giungere alla fine del suo mandato con questo significativo successo.
''E' un momento che corona il forte impegno di un'azione politico-diplomatica che e' stata condotta con tenacia e che oggi vede appunto questa visita molto importante anche perche' segna un punto politico molto positivo'', ha detto il diplomatico non nascondendo la sua soddisfazione.
Anche per Giovanna Ortu, nata a Tripoli 65 anni fa, e' stato un grande giorno. Ha passato quasi tutto il tempo del viaggio a frugare in uno scatolone di vecchio foto della sua infanzia e a commentarle con gli altri. ''Ce l'abbiamo fatta - esclama una volta arrivata a destinazione - c'era da attraversare un deserto senza oasi ma ce l'abbiamo fatta''.
I ricordi si accavallano prepotenti e le emozioni anche in questa prima giornata sul 'bel suol d'amore'. Sono ricordi anche un po' tristi ma non importa. ''Certo, ci hanno cacciato da qua ma devo dire che lo hanno fatto senza odio'', racconta Luigi Sillano. E la convinzione che in Libia si abbia ancora oggi un ottimo ricordo degli italiani in loro e' granitica.
Nel suk di Tripoli la visita suscita grande curiosita'. Tutti guardano come se vedessero degli oggetti misteriosi. Un vecchio con la barba bianca ad un certo punto pero' si avvicina e, in
italiano, dice ''benvenuti''.

Mario Puccinelli, 70 anni, uno dei piu' anziani del gruppo, restituisce la cortesia e si mette a parlare in arabo. I due gesticolano e sorridono rievocando certamente i tempi passati.
''Che emozione, questo e' un momento che aspettavo da 34 anni'', esclama Ornella, la figlia di Sillano. E come se venisse in Libia per la prima volta. E' nata a Tripoli ma la portarono via ancora in fasce. Aveva 5 giorni quando i suoi genitori furono costretti ad andarsene assieme ad altri 20 mila come loro. Forse e' proprio lei l'ultimo italiano ad essere nato in Libia.

 

 


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Italia-Libia: esuli aTripoli dopo oltre trent'anni

AGI

17 novembre 2004 h.17,03

La traversata nel deserto e' davvero finita: la prima delegazione ufficiale degli esuli italiani espulsi 34 anni fa dalla Libia e' giunta oggi a Tripoli. Una missione di quattro giorni che per i sette esuli - i primi a tornare in rappresentanza dei ventimila italiani espulsi- ha il sapore di un approdo finale, di un ritorno alle radici, il riconoscimento di un'identita'. Il gruppo che accompagna la combattiva presidente dell'Airl (l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia), Giovanna Ortu, e' composito: sei persone d'eta' diversa che lasciarono la Libia in fretta e furia, costretti ad abbandonare le case, i beni, i luoghi dove erano nati e cresciuti. Tutti pero' sono accomunati dalla grande emozione di tornare a toccare una terra che lasciarono nel luglio del 1970 sull'onda del colpo di Stato non violento che, il primo settembre del 1969, aveva portato al potere il colonnello Moammar Gheddafi. "E' il completamento della nostra identita' e della nostra dignita'", ha raccontato al telefono la Ortu, con una voce raggiante. "Un grande sogno che si avvera", le ha fatto eco Ornella Sillano, la piu' giovane della delegazione, oggi professionista a Latina, che aveva cinque anni quando la sua famiglia lascio' Tripoli. Ma il viaggio sara' soprattutto un percorso nei luoghi della memoria: il lungomare di Tripoli, i villaggi dell'entroterra costruiti dagli architetti italiani (villaggio Bianchi, villaggio Maddalena, villaggio Garibaldi) e che oggi sono stati ribattezzati. Ma soprattutto il cimitero italiano a Tripoli: l'Hammangi, il cimitero dimenticato per il quale e' stata avviata un'operazione di risanamento e restauro.

 


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Ritorna a Tripoli il primo gruppo degli italiani espulsi nel 1970. Emozioni e gratitudine di tre generazioni

Rainews24

17 novembre 2004

Poche ore di volo e saranno nella casa di un tempo, a Tripoli. Il primo gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dalle autorità libiche il visto d'ingresso per rivedere la terra nella quale sono nati e hanno vissuto e dalla quale furono allontanati nel settembre del 1970 è partito.
La delegazione, guidata dal Presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), Giovanna Ortu, comprende rappresentanti dei rimpatriati di varie generazioni, nonche' membri del Direttivo dell'Airl e da alcuni inviati della stampa italiana.

"Siamo felici, emozionati, perche' qui sono rappresentate tutte le generazioni che hanno vissuto in Libia: le stesse che fanno ritorno dopo 34 anni in un Paese dove alcuni sono nati, altri vi sono arrivati da piccoli e in cui i nostri genitori e a loro volta i loro padri hanno vissuto, lavorato, fatto immensi sacrifici e dal quale poi sono stati costretti a fuggire, abbandonando tutto li' per tornare in Italia e ricominciare da zero - ha spiegato lo stesso presidente dell'Airl poco prima di imbarcarsi a Fiumicino con il gruppo sul volo della Libyan Arab Airlines alle 11:30 - Tornare a Tripoli per noi significa avere ottenuto un riconoscimento per il quale abbiamo lottato tanto in questi anni, quindi piu' che meritato, e soprattutto riappropriarci di una significativa parte della nostra vita".

"Ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo sulla base degli accordi bilaterali del 1998 - ha aggiunto Giovanna Ortu - nell'ambito del processo di normalizzazione tra i due Paesi, sviluppato grazie anche agli intensi incontri tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, le autorita' libiche e i rappresentanti diplomatici a Roma della 'Grande Jamahiria' per aver dato rapido corso alle procedure concernenti la missione italiana nonostante il periodo della festa di Ramadan".

 

 


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Italiani in Libia: i primi tornano a Tripoli

AGI

17 novembre 2004

E' in procinto di partire per Tripoli il primo gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dalle autorita' della "Grande Jamahiria" il visto d'ingresso per rivedere la terra nella quale sono nati e hanno vissuto e dalla quale furono allontanati nel settembre del 1970. La delegazione, guidata dal Presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), Giovanna Ortu, e' composta perlopiu' da rappresentanti dei rimpatriati di varie generazioni, nonche' membri del Direttivo dell'Airl e da alcuni inviati della stampa italiana che seguiranno il viaggio.
 "Siamo felici, emozionati, perche' qui sono rappresentate tutte le generazioni che hanno vissuto in Libia: le stesse che fanno ritorno dopo 34 anni in un paese dove alcuni sono nati, altri vi sono arrivati da piccoli e in cui i nostri genitori e a loro volta i loro padri hanno vissuto, lavorato, fatto immensi sacrifici e dal quale poi sono stati costretti a fuggire, abbandonando tutto li' per tornare in Italia e ricominciare da zero - ha spiegato lo stesso presidente dell'Airl poco prima di imbarcarsi a Fiumicino con il gruppo sul volo della Libyan Arab Airlines alle 11:30 -. Tornare a Tripoli per noi significa avere ottenuto un riconoscimento per il quale abbiamo lottato tanto in questi anni, quindi piu' che meritato, e soprattutto riappropriarci di una significativa parte della nostra vita".
 "Voglio cogliere l'occasione per ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo sulla base degli accordi bilaterali del 1998 - ha aggiunto Giovanna Ortu - nell'ambito del processo di normalizzazione tra i due Paesi, sviluppato grazie anche agli intensi incontri tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, le autorita' libiche e i rappresentanti diplomatici a Roma della 'Grande Jamahiria' per aver dato rapido corso alle procedure concernenti la missione italiana nonostante il periodo della festa di Ramadan. Un particolare ringraziamento va, infine, agli uffici competenti della Direzione Mediterraneo e Medio Oriente del Ministero affari esteri italiano".
Tra gli italiani in viaggio c'e' anche Ornella Siliano, 34 anni, di Latina, libera professionista nel settore import-export che lascio' la Libia appena cinque giorni dopo la nascita. "Sono nata il 25 agosto di 34 anni fa e il 30 agosto eravamo gia' in fuga insieme con la mia famiglia - racconta sorridendo la giovane -. In tutti questi anni sono cresciuta all'ombra della nostalgia, dei racconti e ricordi dei 'bei tempi' passati, narrati sempre con grande emozione da mio padre e mia madre, in Libia da tre generazioni e un'impresa edile avviata dal mio bisnonno. Per me ora e' un grande sogno che si avvera". "Siamo andati via da li' in modo rocambolesco e ora ci torniamo come se fossimo dei normali turisti - ha detto a sua volta Luigi Siliano, 67 anni, il papa' di Ornella - credo sia sempre una grande emozione tornare nel posto dove si e' vissuti per tanto tempo; figuriamoci per me e mia figlia che in questo viaggio riusciremo persino a fare visita alla casa paterna.
 Nostalgie a parte, per noi ora si apre un nuovo capitolo - conclude Sillano - sperando che si aprano nuove prospettive per il futuro".
   

 


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Gli italiani di Libia tornano a casa

La stampa

17 novembre 2004

G. Ru.

 

Ci siamo. Dopo 34 annidi <<esilio>> forzato, una delegazione di italiani nati in Libia arriva oggi a Tripoli, per una visita, ufficiale. Per loro non sarà solo un viaggio nella memoria in quella che hanno sempre considerato la loro <<seconda Patria>>, in un passato interrotto bruscamente nel luglio del 1970, quando la Libia del colonnello Gheddafi decise di cacciare ventimila italiani: <<La condanna all'esilio dalla terra delle origini è stata una ferita aperta per lunghi anni, perchè ci ha espropriato la nostra dignità, perchè, accettata passivamente per oltre trent' anni dai governi italiani, ci ha bollato come il capro espiatorio della situazione. Con la restituzione della nostra dignità -spiega Giovanna Ortu, capodelegazione, presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia -, ritroviamo appieno anche la nostra identità, torniamo ad essere cittadini italiani con pari diritti, che non debbono nascondere ma possono vantare con orgoglio le loro origini>>.

Con Giovanna Ortu sul volo di linea della Libya Airlines, questa mattina ci saranno Giovanni Consolandi, Raffaele Antonio lannotti, Mario Puccinelli, Luigi e Ornella Sillano, Giovanni Spinelli. Saranno i primi italiani nati o vissuti in Libia che potranno visitare il “loro” (secondo) paese. E' una delegazione scelta <<tenendo d'occhio le date di nascita e l'attività professionale>>. C'è anche (forse) l'ultima italiana nata a Tripoli, Ornella Sillano, che oggi ha 34 anni e lasciò la Libia che aveva pochi giorni. Rimasero tutti <<senza fiato>> il 7 ottobre scorso, quando il leader Muammer Gheddafi e il presidente Silvio Berlusconi an­nunciarono <<che il giorno della vendetta>>, l'anniversario del 7 ottobre nel quale i libici celebravano la cacciata degli italiani, veniva cancellato e sostitutito dal <<giorno della amicizia>>.

La delegazione italiana avrà diversi incontri politici in Libia, probabilmente anche con il premier e il ministro degli Esteri, ma non è esclusa, rivela Giovanni Ortu, <<una sorpresa>>: l'incontro con Muammer Gheddafi. Proprio il leader libico, nel suo messaggio al congresso dell'Airl, che si è tenuto il mese scorso, aveva sottolineato: <<Quanto patito dal popolo libico, in termini di uccisioni, deportazioni non è stato per colpa vostra: si trattò di responsabilità dei governi coloniali e delle loro politiche espansionistiche>>. I sette rimpatriati probabilmente visiteranno anche il cimitero (abbandonato) dove sono seppelliti ottomila connazionali. <<Sono emozionata - sussurra Giovanna Ortu - e lo sono ancora di più pensando a tutti quelli che non saranno con noi in questi giorni, ma che presto potranno tornare in Libia. Ma penso anche ai tanti, come la mia migliore amica, che non vogliono riaprire la pagina della loro storia, non vogliono parlare di Tripoli e della Libia. Come se non avessero elaborato il lutto>>.

Il viaggio tanto atteso - <<si è conclusa la nostra traversata del deserto>> - da oggi finalmente non è più un sogno ma una realtà: <<Grazie al presidente Berlusconi per la sua perseveranza - afferma Giovanna Ortu - e grazie al leader Gheddafi, che ha avuto il coraggio di voler fare pace, di voler guardare al futuro>>. <<Nessun rancore per il passato>>, assicura la delegazione dell'Airl, alla vigilia della partenza. <<Noi andiamo in Libia come turisti un pò speciali -dicono -, Gheddafi si augura che noi diventiamo un anello di congiunzione tra i due popoli e i due Stati>>. I conti con il passato vanno chiusi, semmai, in Italia, sostiene l'Airl: <<Ci aspettiamo che il governo onori i suoi impegni. Chiediamo quanto ci è dovuto: gli indennizzi. Il viceministro Baldassari ha promesso che in questa Finanziaria sarà approvato un emendamento che stanzia i primi 50 milioni di euro>>.

 


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"Libia, dopo 34 anni rieccoci a casa"

La nazione

17 novembre 2004

Andrea Caligni

La mattina del 21 luglio '70, chi ancora non sapeva capì. Videro la polizia di Gheddafi montare gli altoparlanti nelle piazze, ascoltarono la voce del Colonnello rivolgersi al proprio popolo in arabo e si resero conto che, da quel momento, i libici li guardavano con occhi diversi. «Occhi pieni di un odio nuovo», ricorda l'allora quarantenne Marco Scognamiglio. Fu così che, per i 20mila italiani di Libia, tutto divenne memoria. L'odore del cuscus, la dolcezza dei datteri, le corse in bicicletta sul lungomare di Tripoli, i balli al Circolo Italia, gli affari, gli amori... Tutto finito. I nipoti dei soldati giolittiani che con la guerra contro la Turchia nell'11 diedero all'Italia la «quarta sponda» a lungo agognata, i figli dei fascisti ferraresi che partirono nel '34 al seguito di Italo Balbo, le famiglie che — col boom petrolifero della fine degli anni '50 — si imbarcarono in terza classe in cerca di fortuna: dovettero tutti tornare a casa. Ad appena un anno dal colpo di Stato, Muammar el Gheddafi gli requisì i beni, gli bloccò i conti bancari e li rispedì in Italia. E' per questo che quella di oggi è una data storica. Perché oggi, dopo 34 anni di attesa, una delegazione di sette italiani di Libia può finalmente metter piede nel paese dove vissero e dal quale furono espulsi. Merito della pugnace presidente dell'Associazione italiana rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu («in questi anni ho lasciato due mariti ma non ho mai abbandonalo la nostra causa»). E' merito di Silvio Berlusconi, che, facendo leva sugli interessi petroliferi comuni (l'Italia importa dalla Libia 500mila barili di greggio al giorno) e sulla comune lotta al fondamentalismo islamico, ha convinto Gheddafi. Da quest'anno, dunque, per i libici il

7 ottobre non sarà più la «giornata della vendetta», ma «la giornata dell'amicizia» tra due paesi divisi solo da un tratto di Mediterraneo. Nel '70, però, furono pochi gli italiani che riuscirono a prevedere il proprio destino. Ci riuscì il padre di Guido Barabani, che, quarant'anni

prima, da Cento aveva portato a Tripoli la famiglia, ma che, fiutata l'aria, nel '69 vendette l'azienda di autotrasporti al ministro libico per il Petrolio. Non ci riuscì il fotografo Gabrielli che, preso dal panico, all'alba del rimpatrio infilò denaro e gioielli dentro a grosse barre di cioccolata e fece per imbarcarsi. Ma faceva caldo, quel giorno. La cioccolata si sciolse e lui finì in carcere per traffico di valuta.

La maggior parte di loro perse tutto, I pogrom contro gli ebrei (molti dei quali italiani) del '67 e il connesso incendio del Circolo Italia non li insospettirono. Pensarono che il trasferimento dei beni demaniali e il risarcimento di 5 milioni di sterline concessi nel '56 dall'Italia alla Libia avessero chiuso il capitolo del colonialismo. Ma si sbagliarono. Persero tutto. E oggi si aspettano che Berlusconi li risarcisca con 50 milioni di euro in questa Finanziaria e altri 200 nei due anni a venire. «Ci ha ridato la dignità — dice la Ortu — ma sui soldi ho dei dubbi". Com'era già accaduto ai profughi istriani, quelli libici tornarono in un Paese indifferente. Li chiamavano «gli africani". Gli invidiavano l'assunzione nel pubblico impiego, grazie alla quale ingegneri e imprenditori si adattarono al rango di fattorini. Il governo li ignorò. Il presidente del Consiglio. Emilio Colombo, e il ministro degli Esteri, Aldo Moro, si voltarono dall'altra parte per non intaccare gli interessi petroliferi dell'Eni. Torneranno a vivere a Tripoli? «No — dice Barabani — ma voglio portarci mio figlio. Voglio che veda il paese dove suo padre e suo nonno furono felici».  


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Italiani espulsi dalla Libia, un ritorno a lungo atteso

Secolo d'Italia

16 novembre 2004

M.Z.

Per i 20 mila italiani che nel 1970 furono espulsi dalla Libia è arrivato il momento di tornare a casa. Dopo tante amarezze e frustrazioni, sono stati autorizzati dalle autorità di Tripoli a visitare i luoghi dove sono nati e cresciuti e domani una delegazione di esuli prenderà l'aereo alla volta della Libia. Sarà «la conclusione della nostra traversata del deserto», come ha detto Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. Assieme alla presidente dell'Airl, prenderanno l'aereo per Tripoli altri sei esuli, oltre ad un ceno numero di giornalisti mobilitati per l'indiscusso valore simbolico dell'avvenimento. Del gruppo farà parte an­che Ornella Sillano, una ragazza di 34 anni che oggi vive a Latina e che fu sicuramente l'ultimo italiano a nascere in Libia prima che si consumasse il dramma del rimpatrio forzato e della confisca di tutte le proprietà.

Per i 20mila italiani .che nel 1970 furono espulsi dalla Libia è arrivato il momento di tornare a casa: dopo tante amarezze e frustrazioni, sono stati autorizzati dalle autorità della Jamahiriya a visitare i luoghi dove sono nati e cresciuti e domani una delegazione di sette esuli prenderà un aereo alla volta di Tripoli. Sarà l'epilogo di un percorso lungo, accidentato e a volte umiliante; sarà «la conclusione della nostra traversata del deserto», come ha dichiarato la presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. «È proprio così - ha sottolineato Giovanna Ortu - dopo le false promesse e le molte illusioni sulla fine dell'ostracismo nei nostri confronti, tutte le tessere del mosaico sono andate improvvisamente a posto». Nata a Tripoli 65 anni fa da una famiglia di agricoltori provenienti dalla Sardegna, la signora Ortu ha alle spalle una storia che ricalca quella dei 20mila "esuli nella madre patria" che, come lei, sono stati costretti ad andarsene dalla Libia che avevano reso un giardino per trasferirsi in Italia. Era dal 1998, anno della firma di un accordo" tra Italia e Libia sul superamento dell'era coloniale, che le speranze di quegli italiani si erano accese. Ma in realtà l'intesa firmata da Lamberto Dini è rimasta lettera morta fino a quando l'accelerazione impressa ai rapporti italo-libici dal governo di Silvio Berlusconi ne ha reso possibile la realizzazione. Lo scorso 7 ottobre scorso, il colonnello Muammar Gheddafi ha dato il via libera al loro ritorno in occasione della visita a Tripoli di Berlusconi. Presso il leader libico il premier si era reso portavoce del desiderio struggente di molti italiani di poter tornare nei luoghi della loro gioventù. E «nel segno dei nuovi rapporti di amicizia tra i due Paesi», la richiesta è stata accolta.

Secondo Giovanna Ortu, «Non è facile spiegare a chi non ha vissuto la nostra storia che quella condanna all'esilio dalla terra delle origini era una ferita sempre aperta che espropriava la nostra identità. Tentando di archiviare noi era stato rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato irrisolto e temuto». Assieme alla presidente dell'Airl, prenderanno l'aereo per Tripoli altri sei esuli, oltre a un certo numero di giornalisti mobilitati per l'indiscusso valore mediatico dell'avvenimento. Del gruppo farà parte anche Ornella Sillano, una ragazza di 34 anni che vive a Latina e che fu espulsa cinque giorni dopo la sua nascita, ultimo italiano a essere nato in Libia prima che si consumasse il drammatico scempio del rimpatrio forzato e delle confisca di tutte le proprietà, «II nostro sarà principalmente un viaggio nel sentimento e nel ricordo», "ha detto Giovanna Ortu. Il programma non è ancora definito nei particolari ma comprenderà comunque incontri ufficiali e visite a persone e luoghi rimasti scolpiti nel cuore e nella memoria. «Vogliamo vedere il cimitero di Hammangi dove sono sepolti i nostri cari ma vogliamo anche tornare a passeggiare sul corso di Tripoli dove pare ci sia ancora quella vecchia pasticceria che conoscevamo», ha aggiunto la presidente. Il viaggio durerà cinque giorni ma a questo gruppo ne seguiranno altri. «Come ha affermato lo stesso Gheddafi in un messaggio al nostro convegno del mese scorso, potremmo diventare un anello di congiunzione per cimentare ulteriormente la vicinanza tra i due Paesi ora che il 7 ottobre, da "Festa della vendetta", è stato trasformato in "Giorno dell'amicizia"», ha annunciato. Ma non ci saranno solo altri viaggi a occupare la presidente dellAirl: resta da chiudere una volta per tutte il capitolo degli indennizzi delle proprietà espropriate, in parte già corrisposti dallo Stato italiano. Le stime parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per Giovanna Ortu bisogna considerare almeno il doppio. Nella prossima Finanziaria dovrebbe passare un primo stanziamento di 50 milioni di euro, cui dovrebbero aggiungersene altri 200 nei due anni successivi. «Se così sarà, per noi si tratterà di una transazione onorevole, anche se non ci risarcirà del tutto», ha concluso.

 

 


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"E' il lieto fine di una lunga storia"

Il Tempo

16 novembre 2004

Sarina Biraghi

A guardarla dal finestrino di un aereo la Libia è una sottile striscia verde sui Mediterraneo e uno sconfinato entroterra desertico. Ma quella spianata gialla nasconde la suggestiva oasi sahariana di Ghadames, culla della cultura berbera, l'ambiente maestoso dell'Akakus tra contrasti di roccia, sabbia e capolavori rupestri, le scenografie dell'erg Ubari tra splendidi laghi circondati da palme e cordoni di soffici dune, le rovine di Leptis Magna, patria dell'Imperatore Settimio Severo e di Sacrata. E poi Tripoli, metropoli araba lontana dai caos de II Cairo e Marrakesh, ma piena di vita con i, suoi giardini, caffè, mercati, moschee, vie e palazzi dai nonii italiani, E qui che domani torneranno quegli italiani cacciati il 7 ottobre del 1970, quando il colonnello-beduino Gheddafi prese il potere e tutte le imprese furono nazionalizzate e l'ex colonia divenne la Jamahirya al-'A-rabya al-Libiya ash-sha 'bi-ya al-ishtirakiya (Repubblica Araba Popolare Socialista dì Libia).

È il primo gruppo di italiani, piccolo per la verità, ex residenti che hanno ottenuto dal governo libico il visto d'ingresso per rivedere la terra nella quale sono nati e hanno vissuto. Grande soddisfazione dell'Airl, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl) che precisa: «il desiderato ritorno, dopo un distacco di 34 anni, è stato reso possibile sulla base degli accordi bilaterali del 1998, nell'ambito del processo di normalizzazione tra i due Paesi, sviluppata dagli intensi incontri tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi».

Nel convegno dell'Airl tenuto a Roma il 30 ottobre corso, infatti, il leader Gheddafi, tramite il suo inviato speciale a Roma Adulati Alobidi, aveva anticipato il suo benvenuto in Libia agli ex residenti con un «caldo messaggio in cui li definisce anello di congiunzione tra i due popoli e i due Stati» e confidando nel loro ruolo attivo per il completamento delle intese diplomatiche italo-libiche e per lo sviluppo concreto di fruttuose relazioni bilaterali. Insomma è il primo di una serie di altri viaggi anche se resta da chiudere la questione indennizzi delle proprietà espropriate, in parte già corrisposti dallo stato italiano. Le stime parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per la presidente Airl Giovanna Ortu bisogna considerare almeno il doppio. Nella prossima Finanziaria dovrebbe passare un primo stanziamento di 50 milioni di euro, cui dovrebbero aggiungersene altri 200 nei due anni successivi. «Se così sarà, per noi si tratterà di una transazione onorevole, anche se non ci risarcirà del tutto» dice Giovanna Ortu, presidente dell'Airl convinta che, come ha scritto nella rivista «Italiani d'Africa», da lei diretto: «non è facile spiegare a chi non ha vissuto la nostra storia che quella condanna all'esilio dalla terra delle origini è sempre stata una ferita aperta che espropriava la nostra identità. Tentando di archiviare noi era stato rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato irrisolto e temuto».  

Erano partiti tra la fine della primavera e l'estate del '70 gli italiani costretti a lasciare la Libia, compiendo a ritroso il viaggio dei ventimila che nel 1938 erano sbarcati per realizzare i piani coloniali, mettendo fine a un'epoca di convivenza razzista e pacifica, sottomessa e amica.

Nei giorni della «jalaa», la cacciata, mentre le navi e gli aerei li riportano in patria, Tripoli era battuta dal ghibli, il vento caldo del deserto che copre ogni cosa con un tappeto di sabbia, soffoca e travolge. Molti aspettavano questo giorni, altri sono indifferenti.  

«Tornare? No per carità, che cosa vado a fare? - afferma con decisione Angelo Papa, nato a Tripoli da genitori che vivevano a Tripoli dall'inizio del '900 - Mi arrabbierei moltissimo, perché ho lavorato anni lì, ero geometra, dirigevo cantieri, ho fatto case, strade, scuole. Ci hanno tolto tutto, a rivedere Tripoli sarebbe un tuffo all'indietro, mi mangerei il fegato».

«Abbiamo organizzato un viaggio tra cugini -dice Gianna Cordoma - speriamo di poter andare a marzo o aprile. Voglio rivedere quella città dove avevamo una bella casa, terreni rigogliosi, mio padre e i miei zii avevano una cava, mio fratello si sposò lì...Tanti ricordi».

«Abbiamo cominciato dai morti per arrivare ai vivi». Sintetizza così, Giovanna Ortu che venne via dalla Libia a 31 anni con una bimba di otto mesi, il percorso di questi anni. «Abbiamo cominciato a collaborare con il governo libico proprio cedendo parte dei terreni, del grande cimitero di Hammangi, dove sono sepolti molti italiani».

Ma come si sente?

«Commossa, è una storia che finisce bene ma capisco anche chi non vuole tornare giù. Ma il valore è in quel visto che ci viene restituito per tornare dove siamo nati».

Lei non aveva mai più rivisto Tripoli da quel 7 ottobre?

«Ero andata due anni fa, con mia figlia. Sono riuscita a dominare le emozioni quando ho rivisto Tripoli, diversa, quel mare che ben conoscevo, le rovine di Sabrata...avevo il cuore stretto fino al ritorno, quando in aereo sono scoppiata a piangere...Forse così ho elaborato il mio...lutto».

Chissà se domani il ghibli accoglierà la delegazione italiana...


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Per gli esuli finisce la traversata del deserto

Ansa

15 novembre 2004

Per i 20 mila italiani che nel 1970 furono espulsi dalla Libia e' arrivato il momento di tornare a casa: dopo tante amarezze e frustrazioni, sono stati autorizzati dalle autorita' della Jamahiriya a visitare i luoghi dove sono nati e cresciuti e mercoledi una delegazione di sette esuli prendera' un aereo alla volta di Tripoli.   
Sara' l'epilogo di un percorso lungo, accidentato e a volte umiliante; sara' ''la conclusione della nostra traversata del deserto'', come ha detto all'Ansa la presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia.   

''E' proprio cosi' - ha sottolineato Giovanna Ortu -  dopo le false promesse e le molte illusioni sulla fine dell'ostracismo nei nostro confronti, tutte le tessere del mosaico sono andate improvvisamente a posto''.
Nata a Tripoli 65 anni fa da una famiglia di agricoltori provenienti dalla Sardegna, la signora Ortu ha alle spalle una storia che ricalca quella dei 20 mila 'esuli nella madre patria' che, come lei, sono stati costretti ad andarsene dal 'bel suol d'amore' per trasferirsi in Italia.   
Era dal 1998, anno della firma di un accordo tra Italia e Libia sul superamento dell'era coloniale, che le speranze di quegli italiani si erano accese. Per il clima internazionale sfavorevole, pero', sono restate tali fino al 7 ottobre scorso, quando il colonnello Muammar Gheddafi alla fine ha dato il via libera al loro ritorno in occasione della visita a Tripoli del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Presso il leader libico il premier si era reso portavoce del desiderio struggente di molti italiani di poter tornare nei luoghi della loro gioventu'. E ''nel segno dei nuovi rapporti di amicizia tra i due paesi'', la richiesta e' stata accolta.
''Non e' facile spiegare a chi non ha vissuto la nostra storia che quella condanna all'esilio dalla terra delle origini era una ferita sempre aperta che espropriava la nostra identita' (...) Tentando di archiviare noi era stato rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato irrisolto e temuto'', ha scritto Giovanna Ortu in un editoriale pubblicato su 'Italiani d'Africa', la rivista da lei diretta.
Assieme alla presidente dell'Airl, prenderanno l'aereo per Tripoli altri sei esuli, oltre ad un certo numero di giornalisti mobilitati per l'indiscusso valore mediatico dell'avvenimento.  

Del gruppo fara' parte anche Ornella Sillano, una ragazza di 34 anni che oggi vive a Latina e che fu forse l'ultimo italiano ad essere nato in Libia prima che si consumasse il dramma del rimpatrio forzato e delle confisca di tutte le proprieta'.

''Il nostro sara' principalmente un viaggio nel sentimento e nel ricordo'', ha detto Giovanna Ortu. Il programma non e' ancora definito nei particolari ma comprendera' comunque incontri ufficiali e visite a persone e luoghi rimasti scolpiti nel cuore e nella memoria. 

''Vogliamo vedere il cimitero di Hammangi dove sono sepolti i nostri cari ma vogliamo anche tornare a passeggiare sul corso di Tripoli dove pare ci sia ancora quella vecchia pasticceria che conoscevamo'', ha aggiunto.
Il viaggio durera' cinque giorni ma a questo gruppo ne seguiranno altri. ''Come ha affermato lo stesso Gheddafi in un messaggio al nostro convegno del mese scorso, potremmo diventare un anello di congiunzione per cimentare ulteriormente la vicinanza tra i due paesi ora che il 7 ottobre, da 'Festa della vendetta', e' stato trasformato in 'Giorno dell'amicizia'', ha detto.
Ma non ci saranno solo altri viaggi ad occupare la presidente dell'Airl: resta da chiudere una volta per tutte il capitolo degli indennizzi delle proprieta' espropriate, in parte gia' corrisposti dallo stato italiano.
 Le stime parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per Giovanna Ortu bisogna considerare almeno il doppio. Nella prossima Finanziaria dovrebbe passare un primo stanziamento di 50 milioni di euro, cui dovrebbero aggiungersene altri 200 nei due anni successivi. ''Se cosi' sara', per noi si trattera' di una transazione onorevole, anche se non ci risarcira' del tutto'', ha detto.

 

 

 


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A Tripoli, i primi italiani ex residenti

News Italia Press

15 novembre 2004

Si recherà mercoledì, 17 novembre, a Tripoli il primo gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dalle autorità della Grande Jamahiria il visto d'ingresso per rivedere la terra in cui sono nati e vissuti , e da dove furono allontanati nel settembre 1970 a seguito dei provvedimenti adottati dal nuovo governo rivoluzionario.

Il ritorno, dopo un distacco di 34 anni, è stato reso possibile dagli accordi bilaterali del 1998 , nell'ambito del processo di normalizzazione tra i due Paesi, sviluppato dagli intensi incontri tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. Nel convegno che l'AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) ha organizzato a Roma il 30 ottobre scorso, il leader Gheddafi - per bocca del suo inviato speciale a Roma Adulati Alobidi - ha anticipato il suo benvenuto in Libia agli ex residenti con un messaggio in cui li definisce " anello di congiunzione tra i due popoli e i due Stati ", e confida nel loro ruolo attivo per il completamento delle intese diplomatiche italo-libiche e per lo sviluppo concreto di fruttuose relazioni bilaterali.

Il viaggio sarà seguito in ogni sua tappa da inviati della stampa italiana e locale , sulla base del programma predisposto dalle autorità libiche di concerto con l'AIRL e con l'assistenza del Ministero degli Esteri italiano. Sono previsti incontri con rappresentanti delle istituzioni e del popolo libico, nonché la ricerca di volti e luoghi della memoria degli esuli .

Un ruolo determinante è stato svolto dall'Ambasciatore Claudio Pacifico, che concluderà definitivamente con questa missione il suo mandato di quattro anni a Tripoli , da lui dedicato con saggezza, passione e successo alla piena riconciliazione tra Italia e Libia e alle ragioni degli ex residenti italiani. La delegazione, guidata dal Presidente dell'AIRL Giovanna Ortu, è composta da rappresentanti dei rimpatriati di varie generazioni, membri del Direttivo dell'AIRL .

Ci saranno Giancarlo Consolandi, 55 anni, dirigente generale di Poste Italiane S.p.a.; Raffaele Iannotti, 55 anni, dirigente pubblici servizi; Mario Puccinelli, 70 anni, amministratore d'azienda; Luigi Sillano, 67 anni, imprenditore edile; Giovanni Spinelli, 74 anni, farmacista. In rappresentanza dei rimpatriati più giovani, farà parte della delegazione Ornella Sillano, 34 anni, professionista nel settore import-export, che lasciò la Libia appena cinque giorni dopo la nascita.

 


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"Cacciati. Ma torneremo in Libia"

La Gazzetta di Parma

11 novembre 2004

Raffaella Agresti

Finalmente possono tornare. I ventimila italiani espulsi dalla Libia di Gheddafi nel 1970 sono liberi di scegliere se tornare a visitare i luoghi dove sono nati. La notte ira il 31 agosto e il primo settembre del 1969 il giovane Gheddafi riuscì, con un colpo di stato, a prendere il potere. Dal 21 luglio al 21 agosto 1970 tutti gli italiani presenti nelle colonie furono costretti a rimpatriare. 37.000 ettari di terra, 1750 abitazioni, 500 esercizi commerciali, più di mille fra macchine agricole, autoveicoli ed aerei furono confiscati dal governo come risarcimento per i danni subiti durante la colonizzazione italiana cominciata nel 1911. Trentaquattro anni dopo Italia e Libia hanno raggiunto un accordo. Lo scorso 7 ottobre Muhammar Gheddafi ha detto: "Voglio dichiarare al mondo che l'Italia e la Libia sono amici. Vorrei chegli espuIsi tornassero" . I primi sei italiani, accompagnati da Giovanna Ortu, presidentessa dell'Airl (Associazione Nazionale Rimpatriati dalla Libia), partiranno alla volta di Tripoli il primo novembre. Dopo «la cacciata» tanti tripolini sono arrivati a Parma. Attraverso le storie di due parmigiani che hanno vissuto quell'esperienza vogliamo raccontare e ricordare quei momenti.

Piero Aiuti è nato a Tarhuna nel 1941. La sua fa­miglia viveva in Libia da tre generazioni, la nonna fu una delle prime maestre delle scuole regie italiane, il padre arrivò in Libia nel '35 per coordinare le aziende agricole dove lavoravano i coloni italiani.

«Durante gli anni del conflitto mio padre fu chiamato alle armi; io e mia sorella ci rifugiammo a Firenze dai nonni. Praticamente io conobbi mio padre solo quando tornò dalla guerra e ci riportò in Libia. Mio padre, come tanti altri italiani, contribuì a strappare sabbia dal deserto, a bonificare la terra. In Libia fu il primo ad allevare in batteria i polli».

Cosa ricorda della sua vita in Libia? "Ho dei ricordi splendidi di quel periodo. La società tripolina era multirazziale, multiconfessionale. C'erano cattolici, ebrei, musulmani. Ognuno osservava le regole della propria religione nel massimo rispetto delle altre. I rapporti fra noi e la popolazione locale erano ottimi, abbiamo lavorato fianco a fianco per tanti anni. Il nostro Natale, per esempio, coincideva con la festa dell'indipendenza, della Libia, quindi il 25 dicembre era una festa per tutti. Il tempo non riesce ad affievolire i miei ricordi, ogni anno che passa sono sempre più vivi, come se guardassi un vecchio film restaurato".

Quando avete capito che qualcosa stava cambiando? "Dopo la guerra dei sei giorni, nel '67, era cominciata una vera e propria caccia a l'ebreo. Questo aveva, in qualche modo, aperto gli occhi a molti. Per questo motivo, io, mia moglie e mio figlio sia­mo tornati prima del colpo di stato. I mìei parenti so­no rimasti e sono stati rimpatriati, insieme a tutti gli altri, nel '70".

Cosa ha spinto Gheddafi a cacciare gli italiani? "Una forma di rivalsa nei confronti dei colonizzatori. Sicuramente Graziani all'epoca non era stato tenero nei confronti dei guerriglieri arabi. Nonostante questo gli Italiani avevano dato moltissimo a quel paese, rendendolo fertile, creando strade, ospedali, scuole. Il loro debito, secondo me, lo avevano .già pagato".

Cosa si prova nel sapere di poter tornare? «Poter scegliere se tornare o no ci da molta soddisfazione. E' stata una lunga battaglia durata 35 anni. Giovanna Ortu, presidentessa dell'Airl, è stata eccezionale: ha sempre portato avanti la nostra battaglia, sia per il recupero dei beni, sia per la possibilità di tornare nei posti dove siamo nati. Abbiamo lasciato li un po'di radici. Sono molto combattuto fra il desiderio enorme di tornare e il timore di provare una delusione tremenda. Sono passati più di trent'anni: gli splendidi giardini che avevamo creato, le nostre case non esistono più, la città non è più la "nostra città". In ogni caso, prima o poi, penso che tornerò per vedere ancora una volta il deserto, il verde delle oasi, il mare: in Libia ci sono posti unici, non li ho dimenticati e non ho mai smesso dì amarli».

«Mio padre perse il lavoro Agli zii fu confiscata l'azienda»

Luigi Magurno è uno dei tanti tripolini espulsi nel 1970. Ha trascorso in Libia solo i primi sette anni della sua vita ma il ricordo di quegli anni, e soprattutto degli ultimi mesi passati in quella terra, sono rimasti vivi nella sua memoria. Da quanti anni la sua famiglia viveva in Libia? « Mio nonno era partito come emigrante negli anni del fascio, era il giardiniere del palazzo reale; mio padre invece lavorava per un membro della famiglia reale".

Cosa ricorda degli anni trascorsi in Libia? "Ho un bellissimo ricordo di Tripoli, frequentavate scuole italiane insieme a bambini arabi ed ebrei; si studiava sia l'italiano che l'arabo. La prima cosa che facevamo alla mattina era cantare l'inno nazionale. Gli italiani erano ben visti, nessuno della popolazione civile araba aveva mai manifestato odio nei nostri confronti.

Cosa successe il primo settembre 1969? «Sentimmo degli spari ma non capimmo subito cosa stesse succedendo; mia madre pensò che si fosse aperta la stagione della caccia. Durante il coprifuoco non si poteva uscire; anche se è durato poco è stato molto brutto. Dopo il primo settembre cominciò la caccia all'ebreo, al non musulmano: uno zio di mia madre di origine ebrea fu ucciso a coltellate. Mio padre, lavorando per la famiglia reale, perse il lavoro da un giorno all'altro. Ai miei zii venne confiscata l'azienda».

Quando siete partiti per tornare in Italia? «A luglio. Non c'erano molte navi, bisognava prenotarsi e pagare il biglietto di tasca propria. Mia madre preparò due bauli pieni di vestiti, lenzuola, piatti; per un mese continuò a riempire quei bauli cercando di mettere dentro più cose possibili. Il giorno della partenza, alla dogana, lì aprirono e rovesciarono tutto il contenuto per terra. Mia madre si mise a piangere".

Quando siete arrivati, che situazione avete trovato in Italia? «Per due anni abbiamo vissuto in un'ex caserma vicino a Napoli insieme a tante altre famiglie, lo stato non ha mosso un dito per aiutarci. A pranzo ci davano la minestra con i vermi. Quei pochi risparmi che eravamo riusciti a portare con noi li usavamo per comprare qualcosa da mangiare. Poi finalmente mio padre trovò un lavoro e una casa a Lecce. Io sono venuto ad abitare a Parma per motivi di lavoro».

Come mai secondo lei, Gheddafi ha voluto cacciare gli italiani? "Era il suo unico mezzo per creare uno stato nazionalista, per portare dalla sua parte te frange più estremiste del popolo. Prima dì Gheddafi l'integrazione fra arabi, italiani ed ebrei era ottima. Fino a quando non la si esaspera, uria popolazione, anche multietnica, va d'amore e d'accordo".

Tornerà In Libia? “ Spero di si, il mio desiderio più grande è quello di portare in Italia le salme di mia sorella e dei mìei nonni".

 


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A colloquio con Giovanna Ortu

GRTV

3 novembre 2004

Anna M. Punzo

A colloquio con Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Rimpatriati della Libia

“Finalmente torniamo a casa! Per 34 anni ci siamo sentiti di non avere più Patria visto che avevamo perso la Libia, che era il Paese dove vivevamo, e che qui in Italia non ci siamo sentiti ‘accolti'”

Il 17 novembre, una delegazione di esuli italiani tornerà nel Paese arabo  

Sarà, il 17 novembre, una data storica per gli esuli italiani della Libia. Quelli che 34 anni fa furono costretti, in seguito al colpo di Stato che portò al potere Gheddafi, ad abbandonare tutti i loro beni sia materiali come case, fabbriche, terreni sia affettivi come le tombe, potranno finalmente “tornare a casa”. Perché per loro la Libia non è solo un dato anagrafico su di un passaporto è la loro casa, i loro ricordi, il loro mondo.

Abbiamo rivolto a Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Rimpatriati della Libia, alcune domande per tentare di capire meglio che cosa provano e che cosa ancora chiedono alle istituzioni italiane gli esuli italiani dalla Libia.  

Dal 7 ottobre, giornata della cacciata degli italiani, al 7 ottobre 2004 definita giornata della amicizia fra i due popoli, sono passati 34 anni ma per gli italiani che fuggirono cosa è cambiato?  

Questa evento, che noi abbiamo saluto con gioia, sana una metà della nostra ferita. Una metà che è fatta di questo bisogno di tornare non solo per questioni sentimentali ma anche per non sentirci discriminati nei confronti degli altri italiani e per l'altra è fatta dalle nostre rivendicazioni nei confronti del Governo italiano che deve indennizzarci definitivamente. Finora ci ha corrisposto degli acconti con delle leggi che erano a favore di tutti coloro che hanno perso i beni all'estero ma noi non abbiamo avuto neanche un decimo di quello che abbiamo perduto nel tempo.  

Ma attualmente è ancora in Parlamento una legge sui rimborsi  

Le spiego, era stata presentata in questa legislatura, un disegno di legge da molti senatori e poi, recentemente, alla fine dello scorso anno, era stato approvato un ordine del giorno da tutti i deputati presenti in Aula, quindi una grande solidarietà parlamentare ma c'era un problema di copertura economica. Quest'anno, però, contestualmente all'evolversi della chiusura del contenzioso italo-libico ci è stato formalmente assicurato che nella Finanziaria ci sarà uno stanziamento a nostro favore in modo tale che possiamo avere un altro coefficiente di indennizzo proprio per completarlo, il che non significa avere quello che abbiamo perduto, soprattutto tenendo conto della svalutazione, ma un qualche cosa che ci consenta di chiudere onorevolmente la partita.

  Mi scusi un pensiero più familiare questo cos'è “un rientro a casa” per molti voi?  

Guardi per noi, se da una parte è vero che il passato non ritorna, sarà comunque un rientro diverso. Per 34 anni ci siamo sentiti di non avere più Patria visto che avevamo perso la Libia, che era il Paese dove vivevamo, e che qui in Italia non ci siamo sentiti ‘accolti' perché non è stato fatto nulla di quel minimo che avrebbero potuto fare per aiutarci a dimenticare. In più bisogna dire che ricorrentemente la Giornata della Vendetta ‘tantum regina iubes rinnovare dolorem' ci costringeva a ricordare, era come se con un punteruolo ci scavassero dentro il cuore facendoci sentire colpevolizzato ma la colpevolizzazione libica si univa alla tolleranza da parte del Governo italiano che non faceva nulla per difenderci perché preferiva mandare avanti i buoni rapporti economico-commerciali. Quindi per noi, l'abolizione di questa festa, è significato anche eliminare un motivo di sofferenza e poter pensare di tornare come si torna dagli amici, dalla popolazione libica che è sempre stata amica, tornare per accompagnare i nostri amici a vedere quel Paese che noi consideriamo straordinario che da quando è aperto al turismo è considerato positivamente per le sue bellezze artistiche e soprattutto archeologiche. Però certamente sarebbe inaccettabile se il Presidente del Consiglio Berlusconi, chiedendo pubblicamente a Gheddafi “la prego di farli tornare”, e quindi esponendosi paradossalmente anche ad un rifiuto una volta ottenuto ciò, non ci dia quello che invece ci deve dare, perché ha rinunciato definitivamente a pretendere il risarcimento dei nostri beni da parte del Governo libico. Significherebbe che ci ha venduto per un soldo.  

Voi siete la memoria storica di una comunità che fino a 34 anni fa era molto forte, una comunità importante all'interno del Bacino del Mediterraneo. In un momento in cui si parla di un unico continente, dove un'altra presenza italiana fondamentale è costituita dall'Algeria e dalla Tunisia, voi siete comunque essenziali per questo processo?  

La ringrazio per questa domanda perché coincide proprio con le prospettive di possibile cooperazione fra gli italiani di Libia ed i libici. Una cooperazione che ho già fatto presente, nei giorni scorsi, ad un giornalista di uno dei più importanti giornali di Tripoli che, durante un'intervista, mi ha chiesto se eravamo disposti a collaborare con loro ai fini della stabilità del Mediterraneo, in progetti comuni. Progetti che io ho individuato in alcuni settori che a noi sarebbero congeniali, come ad esempio, progetti legati alle donne visto che Gheddafi le ha molto liberate, evolute, creando un cambiamento radicale nei costumi di un Paese arabo. Oppure per esempio nella politica di controllo dei flussi migratori con progetti correlati che possono alleviare la situazione di questi disperati per cercare di farli restare nei loro paesi, o ancora, mettendo a disposizione l'esperienza dei nostri vecchi agricoltori, ce ne sono anche di una generazione che va verso i cinquant'anni, in modo tale che, pur non avendo la Libia bisogno delle ricchezze agricole perché ne ha di altra natura, possa tuttavia fare molto per la salvaguardia ecologica, una salvaguardia data anche dal fatto che è un terreno molto fertile.  

Quindi come dice il Ministro per gli italiani nel mondo, Tremaglia, delle comunità italiane presenti nei Paesi d'ospitalità “un'altra Italia fondamentale per questa Italia” anche voi che non siete fisicamente lì ma in realtà presenti con il cuore e la mente volete diventare parte integrante di quest'”altra Italia” e del “Sistema Italia”?

Non solo, mi sento in questo modo reinserita nella grande comunità di Mirko, perché un pochettino invidiavo quelli che lui nominava perché fanno parte di un'Italia migliore, dalla quale noi siamo stati per 34 anni estromessi. Per carità il passato non ritorna, non vogliamo le nostre case, i nostri beni, però ci sono tanti modi per tenere alto l'onore e il nome dell'Italia nel Mondo.

 


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17 novembre: ritorno in Libia

Dal governo di Tripoli la consegna dei primi passaporti con il visto.

Secolo d'Italia

31 ottobre 2004

Dèsirèe Ragazzi

Ritorno a Tripoli. Sono stati consegnati i primi passaporti con i visti del governo libico. Il 17 novembre una prima delegazione di rifugiati italiani potrà varcare i confini della Libia. Dopo trentaquattro anni arriva la svolta. La notizia è ufficiale. L'improvvisa quanto positiva evoluzione dei rapporti tra Roma e Tripoli, la riapertura della frontiera agli ex-residenti italiani, la fine dell'oblio e la trasformazione della "Festa della vendetta" in "Giornata dell'amicizia" tra i due popoli hanno riacceso i riflettori su una storia a lungo dimenticata e finalmente avviata a conclusione. Una "traversata del deserto" - è stata definita - che ha contemplato, in oltre trent'anni di sofferenze e umiliazioni, l'espulsione di ventimila nostri connazionali dalla Libia, la confisca dei loro beni (pensioni comprese), nonché l'impossibilità di tornare nella loro terra d'origine e, per le nuove generazioni nate in Italia, di conoscere la terra dei loro padri.

A dare la notizia dell'imminente rientro è Abdulati Alobidi, inviato in rappresentanza del governo libico, che parla al convegno organizzato dall'Airl, Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, che si è svolto ieri pomeriggio a Roma alla Domus Pacis. Al convegno arriva a sorpresa anche Gianfranco Fini. Il suo intervento è applauditissimo: «Sono qui per rappresentare la gioia dei tanti italiani che possono vivere con voi un momento irripetibile». Il vi­cepremier ringrazia i dirigenti dell'Airl: è solo grazie alla loro tenacia e alla loro intelligenza che si è arrivati al risultato attuale. «A fronte di quello che è accaduto trentaquattro anni fa occorreva lavorare con tenacia - puntualizza - mettere una pietra dopo l'altra per consegnare al passato quella vicenda e per rilanciare i rapporti di collaborazione e amicizia spezzati».

Il leader di Alleanza nazionale ripercorre le tappe di quelle pagine dolorose: «In alcuni momenti è sembrato che la "traversata del deserto" non dovesse finire mai, ma adesso è il momento di costruire e di ricordare coloro che questa gioia non l'hanno mai vissuta». Non può mancare il riferimento alla questione dei beni: «Qualcuno ha detto che non ha senso riproporla. Io penso l'esatto contrario, riproporre la questione dei beni ha senso perché è la prova della volontà di lavorare insieme». Fini ri­ conosce la "lungimiranza" e la "determinazione" con cui Silvio Berlusconi ha perseguito l'obbiettivo di riallacciare i rapporti con la Libia, così necessario nel contesto della lotta al terrorismo, all'immigrazione clandestina, e per i rapporti nel Mediterraneo. «Quando ho saputo che Berlusconi stava per recarsi in Libia - ricorda - gli ho detto: "Cerca di determinare anche quell'evento simbolico che davvero farà capire a tutti che si è chiuso un secolo e comincia una nuova storia". Quell'evento non poteva che essere la fine della discriminazione dei rifugiati italiani». Poi ringrazia anche il Colonnello perché la trasformazione del "giorno della vendetta" in "giorno amicizia italo- libica" «ha rappresentato uno dei momenti più belli in termini morali di questi tre anni». Il vicepremier sottolinea anche l'importanza di una politica che sia fondata sui valori e sugli esempi morali oltreché sull'amministrazione della cosa pubblica. «C'è ancora tanto da fare, tante diffidenze da superare - puntualizza - ma oggi c'è la consapevolezza che il tunnel oscuro è alle nostre spalle: vi­vaddio, dal XX secolo con tutte le sue tragedie, siamo usciti». Quanto al giudizio sul colonialismo italiano Fi­ni si appella alla verità «che non sempre è scritta sui libri di storia». «Quando si parla di colonialismo so­no gli altri in Europa, non gli italiani, che devono vergognarsi. Ma ora - aggiunge - dobbiamo vivere nel presente e lavorare nella reciproca comprensione. Voi - dice rivolgendosi ai rifugiati - rappresentate un ideale ponte tra Europa e mondo musulmano, la riprova che per evitare lo scontro, per evitare i fanatismi occorre comprendere e rispettare. È il rispetto l'antidoto allo scontro di civiltà». Nel passaggio conclusivo Fini fa riferimento alla «necessità di combattere chi vuole che il passato non passi. Le nuove relazioni con la Libia sono un altro passo del percorso che abbiamo costruito perché jl passato sia consegnato alla storia. È un'altra dimostrazione che stiamo archiviando il Novecento».

 


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Ecco chi sono i ventimila connazionali espulsi da Gheddafi

L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia riunisce i ventimila italiani residenti nell'ex-colonia che nel luglio 1970 furono espulsi dal Paese e privati dei loro beni dal nuovo regime del colonnello Muammar Gheddafi, andato al potere con il colpo di stato non violento del 1 settembre del 1969. Fino ad oggi, a differenza degli altri italiani, quelli nati in Libia non potevano ottenere il visto per quel Paese. Tale severa misura è stata dichiarata revocata, in occasione della visita di Berlusconi a Gheddafi, il 7 ottobre scorso. Questa data, celebrata in Libia come "festa della vendetta" è stata trasformata in "giorno dell'amicizia" tra i due popoli.

I rimpatriati di Libia espulsi da Gheddafi sono i discendenti della popolazione italiana progressivamente insediatasi a partire dal 1911 nelle ex-province di Tripolitania e Cirenaica fino ad allora amministrate dall'Impero ottomano. Con la guerra italo-turca le prime truppe italiane sbarcarono in Libia il 3 ottobre del 1911 per ordine del governo di Giovanni Giolitti. Lopera di coloniz­zazione fu contrastata da una serie di rivolte delle tribù senussite, domate dalla dura repressione dei generali Graziani e Badoglio. Dall'inizio degli anni '30 la situazione in Libia venne stabilizzata per un decennio.Ll'talia perse definitivamente la colonia quando il 23 gennaio 1943 le truppe britanniche occuparono Tripoli e quelle francesi il Fezzan restandovi come potenze occupanti fino all'indipendenza ottenuta con la Risoluzione dell'Onu del 15 dicembre 1950. Tutte le questioni in sospeso, come i danni di guerra, fra l'Italia e la neonata monarchia libica di Re Idriss vennero regolati in via definitiva dall'ottobre del 1956 con un trattato bilaterale avallato dall'Onu. Con essa l'Italia trasferiva allo Stato libico tutti i suoi beni demaniali corrispondendo - a saldo di qualunque pretesa - la somma di cinque milioni di sterline.

Da parte sua, sotto le garanzie dell'Onu, il nuovo governo libico riconobbe la presenza della collettività di origine italiana nel Paese garantendone le proprietà e i diritti. Ma il nuovo regime di Gheddafi, che non riconobbe valido questo accordo.

Rimpatriati nel settembre del 1970, gli Italiani di Libia hanno conosciuto traversie e sofferenze nonostante gli aiuti ricevuti dall'Italia. La recente revoca delle restrizioni da parte libica ha loro restituito il diritto di tornare a visitare la terra delle origini. Mentre il governo in carica sta provvedendo, dopo una lunga attesa, al saldo degli indennizzi per i beni confiscati.

 


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A Roma il convegno dell'Airl

Storico: gli esuli torneranno in Libia

Il Giornale

31 ottobre 2004

Silvia Marchetti

Dal 17 novembre, al termine del Ramadan, gli esuli italiani potranno finalmente tornare in Libia. La data ufficiale per il rimpatrio di una prima delegazione «d'apertura» è stata comunicata ieri dal rappresentante del governo di Tripoli, Abdulati Alobidi, al convegno dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, svoltosi ieri a Roma. Oltre alla presidente Airl Giovanna Ortu sono intervenuti il vice-premier Gianfranco Fini, il senatore Giulio Andreotti e il presidente della commissione Finanze e Tesoro del Senato Riccardo Pedrizzi (An), che hanno salutato l'evento come un ulteriore passo avanti nella riconciliazione tra la Libia e l'Italia. Un risultato frutto dell'intenso lavoro svolto in questi ultimi mesi dal governo Berlusconi - che è riuscito a ottenere l' 11 la revoca dell'embargo Ue - e della conversione del leader libico in «amico dell'Occidente» con la rinuncia ai programmi nucleari e la collaborazione in tema di terrorismo e immigrazione clandestina. Durante l'ultima visita di Berlusconi a Tripoli del 7 ottobre, su richiesta di An la giornata della vendetta si trasformata in giornata dell'amicizia e Gheddafi ha accolto la richiesta del premier di autorizzare il rientro degli esuli italiani, che dall'indomani del colpo di Stato di Gheddafi nel 1970 desiderano tornare «a casa». Presto sei associati scelti dall'Airl daranno il via a questo sogno. Fra di loro, tre vivono a Roma: Giovanna Ortu, Mario Puccinlli e Giancarlo Consolandi. I passaporti sono già pronti, con tanto di visto. Un risultato che tuttavia non cancella gli spinosi contenziosi ancora aperti: gli indennizzi agli esuli a cui vennero confiscati beni, terre, case e pensioni. Quest'anno, in Finanziaria saranno stanziati 50 dei 250 milioni richiesti dall'Airl, gli altri 200 nei prossimi due anni.


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Ritorno a Tripoli dopo una vita

Torniamo in Libia ma senza rancore

Il Mattino

23 ottobre 2004

Elena Romanazzi

Ora che può finalmente tornare in Libia, non parte. L'età c'è, a 78 anni meglio non affrontare un viaggio così lungo. Eppure Giuseppina lannotti, di Melizzano in provincia di Benevento, avrebbe tanta voglia di vedere cosa è rimasto di ciò che nel '70, a soli 44 anni, e con quattro figli, ha dovuto abbandonare, contro la sua volontà. Al primo viaggio degli ex esuli, a 34 anni di distanza dall'espulsione, parteciperà uno dei suoi figli, il più grande, Raffaele, nato aTripoli, ma cittadino italiano a tutti gli effetti. Partirà il primo novembre, nel giorno della festa di Ognissanti. Raffaele in Libia è rimasto fino all'età di 21 anni. I ricordi sono ancora vivi. Il villaggio Garibaldi, a 200 chilometri da Tripoli, dove vivevano con altri 25 nuclei familiari, l'azienda agricola messa in piedi dal padre Cosimo e dal nonno Raffaele, l'officina aperta con il fratello, appena quindici giorni prima del colpo di Stato e confiscata, con tutto il resto, nel '70.

Una vita difficile quella della famiglia lannotti. Ben quattro generazioni hanno vissuto in Libia prima del rientro definitivo in patria. Cosimo Iannotti, marito di Giuseppina, è mancato qualche anno fa. Fu lui a trascinare la moglie in Africa, da Melizzano. “Avevo appena 22 anni - racconta - mi ero sposata da poco più di un anno e sono partita nel '49 per seguire mio marito. Ero incinta ed era la prima volta che uscivo da Melizzano”.

Il figlio Raffaele con orgoglio parla del coraggio che ha avuto la sua mam­ma: “Con me in grembo fu costretta a restare quattro giorni nel porto di Tripoli, perchè c'erano le manifestazioni con­tro lo Stato di Israele”. Cosimo, il marito di Giuseppina, aveva combattuto a Tobruk, era stato prigioniero degli inglesi prima in Egitto poi in India ed infine in Australia. In Libia era emigrato nel ‘39 con i genitori per il programma di colonizzazione previsto dal regime. Una famiglia numerosa, erano in tutto sette figli, scelta proprio per questo. Ma dopo la guerra, Cosimo, non potè tornare dall'Australia in Africa perchè questa non era nè colonia nè territorio italiano. Dunque - racconta Raffaele - mio padre restò per 40 giorni in un campo di concentramento. Poi tornò a Melizzano dove conobbe mia madre e si sposò.

La scelta di partire per la Libia per Cosimo e Giuseppina lannorti fu quasi obbligata. “In quegli anni - spiega Giuseppina – l'Italia non offriva alcuna possibilità di lavoro, per vivere saremmo stati costretti comunque a emigrare in Francia o in Germania, in Belgio o in Svizzera, e comunque mio marito voleva raggiungere il padre e i fratelli che si trovavano ancora in Libia”. L'opera di bonifica alla quale lavoravano dal ‘39, stava dando i suoi frutti. Quando Cosimo partì in Africa si viveva meglio che in Italia.

La vita di Cosimo e Giuseppina lannotti si è consumata in parte in Libia e in parte in Italia. Nel ‘70 l'espulsione e un futuro incerto. Racconta il figlio Raffaele: “Vennero al villaggio con 14 Land Rover cariche di militari per prendere in consegna la nostra azienda. Vidi mio padre distrutto. E così anche mia madre. Abbiamo avuto il tempo di raccogliere alcune masserizie. Il viaggio fu un incubo”. Continua Raffaele: “Io mi ero sposato e quando sono partito con mia moglie, mio padre, mia madre, i miei fratelli e mia sorella, avevo avuto una bambina da appena quindici giorni”. L'arrivo a Napoli fu tragico. C'era il colera e la nave restò ferma per diversi giorni. “Ricordo - continua Raffaele - che giunto al porto, gettai in mare le chiavi dell'officina. Allora ho pianto”.

Dopo vent'anni passati in Libia, l'intera famiglia lannotti tornò in Italia con 20 sterline libiche che al cambio non ufficiale valevano circa 33 mila lire, Una manciata di soldi e quindici giorni di albergo pagato. Poi si divisero: Raffaele con la moglie e la piccola Clementina andarono a vivere nei pressi di Frosinone. “In questo modo, stando a pochi chilometri da Roma - racconta - speravo di ottenere presto l'indennizzo" per i beni espropriati. I suoi genitori, invece, con le altre famiglie del villaggio Garibaldi, andarono a Terni.

E la vita ricominciò, ma molto lentamente: una casa popolare per Giuseppina lannotti, un lavoro statale per Cosimo, i due figli più piccoli a scuola ed uno assunto alle acciaierie. Raffaele, invece, andò a lavorare alla Motorizzazione Civile, ma a Torino.

Torna in Libia? “Sono contento di rivederla - spiega Raffaele - ma non ci rivrei più. Ho sempre amato l'italia, anche se abbiamo aspettato anche venti anni per riavere quanto ci è stato espropriato. E non abbiamo avuto tutto. Ma nessuno della mia famiglia nutre ancore per i libici”.

Ventimila esuli e 200 miliardi di beni confiscati

Nel 1970, tra agosto e settembre, furono 20mila gli italiani espulsi dalla Libia. A tutti vennero confiscati i beni. Un patrimonio del valore di circa duecento miliardi di vecchie lire. In Africa furono confiscati, infatti, 37 mila ettari di terra circa nille e ottocento abitazioni, 500 esercizi commerciali e oltre mille e duecento tra autoveicoli, aerei e macchine agricole. L'Associazione italiana rimpatriati dalla Libia (Airl), presieduta da Giovanna Ortu, da anni si occupa degli ex esuli e degli indennizzi promessi dallo Stato italiano a coloro che hanno perso tutti i beni. Il primo novembre Ortu partirà con altri cinque ex coloni per la Libia, dove resteranno per quattro giorni. Ancora oggi ci sono famiglie che attendono di essere risarcite malgrado siano passati 34 anni dall'espulsione. E questo perchè molte persone non avevano la documentazione necessaria per dimostrare cosa possedevano in Libia prima di tornare in Italia.


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Italians plans to see Libya once again

The Associated Press

October 22, 2004

Weeks after the Libyan leader, Muammar el-Qaddafi, said Italians expelled from the North African country in 1970 were welcome back, a first group is preparing to return for brief visits.

“I am very glad that the circle is finally closing,” Giovanna Ortu, one of seven Italians going back next month, said Thursday.

“It makes me forget all the pain I've gone through in the past years.”

All of Libya's Italians – about 20,000 people – were expelled from the North African country in 1970, a year after Qaddafi seized power. The deportations were meant to punish Italy, which had ruled Libya from 1911 to 1941.

The Nov. 1-4 visit will help resolve a longstanding issue that has tained otherwise good Italian-Libyan relations. It was part of broader efforts by Qaddafi to end decades of international isolation.

Earlier this month, after another major turn by Tripoli, a delegation of Italian Jews visited Libya for tals on possible compensation. About 6,000 Libyan Jews were expelled in an anti-Jewish backlash after Israel's victory in the 1967 Middle East war.

Ortu, 65, a native of Tripoli who was 31 when she was forced to leave, heads an association of Italians expelled from Libya that includes about 2,500 families.

Another of the seven expected visitors, 55-year-old Giancarlo Consolandi, told the Italian newspaper Corriere della Sera that he would like to return to the places he knew from childhood, especially Libya's beaches.

“During summer we would be on vacation for four full months,” he reminisced. “Those were carefree moments with our moms, as our fathers were working.”

Only a few of the Italians who were forced to leave have been allowed back in the past 30 years, some receiving special permission or invitations from Libyan authorities, said Ortu, who returned herself in 2002.

But the November trip will be the first one after Qaddafi opened the doors to all former Italian residents. The issue was brought up by Prime Minister during talks with Qaddafi in Libya on Oct.7.

“I call on the Libyan people to allow the Italians who werw born in Libya to visit it once again, “Qaddafi said after the talks.

Italy has maintained good relations with its former colony, and Berlusconi has visited Qaddafi four times in the past two years. Italy is also Libya's largest trading partner.

Rome has successfully lobbied the European Union to ease off an arma embargo on Libya, enabling the country to bye high- tech equipment to combat the flow of illegal migrants from Libyan shores into Europe.

While some Italians, like Ortu's father, moved to Libya in the early-to-mid 1910s, tens of thousands

Went there in the 1930s, during the rule of Fascist dictator Benito Mussolini. They took charge of road construction, power plants and other public works.

Ortu expressed regret that nothing has been done for the compensation of seized assets, which she said were worth some 200 billion lire, or about $130 million, at the time, according to conservative estimates.

She also noted that the doors have reopened too late for many who were born and lived part of their lives in Libya.

“Many have died,” she said, “but there are many youths who want to know the country that was the back-drop of many of their photos.”

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Ai 20mila esuli del '70 promesso un indennizzo

250 milioni per dimenticare Tripoli

L'Indipendente

22 ottobre 2004

Francesco Pacifico

Accanto alla promessa di Muammar Gheddafi di riaccogliere gli italiani espulsi nel 1970, c'è quella del governo italiano di concedere 250 milioni come risarcimento. Dichiara Giovanna Ortu, presidente dell'associazione italiana rimpatriati della Libia: “Ce li ha garantiti lo scorso 14 ottobre, e per i prossimi tre anni, il viceministro all'Economia, Mario Baldassarri”.

Al ministero dell'Economia giacciono 6mila domande di indennizzo. Le hanno presentate i 2Omila nostri connazionali che il Colonnello cacciò dalla Libia senza preavviso. Gente che nella vecchia colonia dell'Italietta liberale prima, e dell'impero fascista poi, ha lasciato aziende e attività professionali floride, beni mobili e immobili, risparmi e contributi depositati nelle banche e negli istituti di previdenza locali. Un patrimonio che oggi vale un miliardo di euro. Finora, ma lentamente, gli italiani di Tripoli si sono visti riconoscere circa 150 milioni, sfruttando leggi per risarcire chi si è visto nazionalizzare all'estero le proprie proprietà.

Sollevati dal tornare nel luogo natio, gli esuli vogliono chiudere un'altra pratica. Quella dei risarcimenti, che compete in toto all'Italia. Non essendosi mai opposta alla Jamahiriya (la Repubblica libica) per la violazione del trattato bilaterale del 1956, resta l'unica controparte per i rimpatriati. Eppure l‘articolo 9 dell'atto prevedeva: “Nessuna contestazione potrà essere avanzata nei confronti della proprietà italiana”. Trentaquattro anni fa l'agenzia libica Jana si premurò di fare un calcolo di quanto gli italiani “dovevano restituire”: 37mila ettari di terra, 1750 abitazioni, 500 esercizi commerciali, 1.200 tra autoveicoli, aerei e macchine agricole. Cespiti pari a 200 miliardi di vecchie lire dell'epoca. Che, rivalutati all'attuale tasso di inflazione, ammontano a 400 milioni di euro. Giovanna Ortu all'epoca aveva 31 anni, la sua famiglia era titolare di due aziende agricole. Come se fosse ieri, ricorda: “Nel 1969, dopo le prime minacce, l'ambasciata italiana fece una stima prudenziale dei nostri beni: solo gli immobili valevano 400 miliardi di lire”. Sì, perché Jana non aveva inserito né il 1.786.000 di piante coltivate nel deserto – gli “agrumeti della Tripolitania” – né i 322 pozzi scavati nella sabbia. Tornati in Italia il primo ministro dell'epoca, Mariano Rumor offrì, a chi rinunciava all'ospitalità in pensioni o in campi di accoglienza, 500mila lire, una rete, un materasso, due cuscini e due coperte, oltre a facilitazioni per essere assunti come uscieri alle Poste o nei ministeri.

L'allora responsabile degli Esteri, il filo arabo Aldo Moro, non protestò con Gheddafi. C'erano da salvaguardare le concessioni petrolifere, che la Libia si accingeva a confermare per l'Eni. “Sì, ci hanno venduti”, accusa Giovanna Ortu, “Ricordo ancora l'ostracismo del rappresentante della Farnesina nella commissione per i risarcimenti. Non avevamo diritto di parola. Nel 1974, quando Gheddafi entrò nel capitale della Fiat, i giornali non vollero nemmeno pubblicare i nostri comunicati. Eppure il Colonnello aveva usato i soldi degli esuli per comprare (con 415 milioni di dollari, ndr) il 10 per cento del Lingotto”. Il colpo di grazia arriva nel 1998, con l'accordo, firmato tra l'ex ministro degli Esteri Lamberto Dini e il suo omologo Muntasser, per chiudere ogni contenzioso tra Italia e Libia. Nell'atto però non c'è alcun riferimento ai beni sequestrati agli esuli.

Il governo attuale ha mostrato un atteggiamento diverso. E non solo perché il ministro per gli Italiani all'estero, Mirko Tremaglia, ha posto il problema in sede istituzionale. “Lo scorso 14 ottobre”, dichiara la presidente Ortu, “Baldassarri ci ha annunciato uno stanziamento di 250 milioni di euro nelle prossime tre finanziarie. Sarà una stima al ribasso, ma ha un grande valore morale”. E se per quest'anno non ci fossero i fondi? “Allora mi incatenerò a Palazzo Chigi”.

 

Il Colonnello redento

Muhammar Gheddafi, da protettore dei terroristi a amico dell'occidente

Lionello Apolloni

 

Per decenni, il colonnello Gheddafi è stato una delle nostre rare certezze. Nel mondo della politica internazionale (e arabo-mediterraneo-africana in particolare) stracolmo di colpi di scena e di relazioni spesso equivoche e ambigue, il capo dell'ex “quarta sponda” é stato per lunghi anni una rassicurazione continua. La costanza dei suoi rapporti con i più vari terrorismi (nord irlandesi, palestinesi, sudamericani, baschi, filippini ecc.) era una delle sicurezze assolute dei nostri giorni, soprattutto in periodo di guerra fredda.

Nessun capo guerrigliero poteva dubitare del pronto aiuto del Colonnello.

Il suo irrompere giovanissimo sulla scena internazionale rappresentò un drastico dietrofront rispetto al tranquillo buon senso del suo predecessore, quell'austero re Idris el Senussi che resistette agli italiani e aspettò la fine della seconda guerra mondiale per riprendersi il suo Paese, nel frattempo diventato uno dei più ricchi serbatoi di “oro nero” e, per giunta, di ottima qualità. Il colpo di Stato dell'umile ma scaltro capitano sorprese il “gran senusso” mentre era in vacanza in Grecia e, debole e malato, si rifugiò in Egitto dopo una breve sosta a Istanbul. Dal canto suo, Muammar Gheddafi – figlio di un beduino della Sirtica e fino a allora sconosciuto anche a molti suoi commilitoni – capì subito che il mondo arabo-musulmano é un immenso teatro, che premia chi la spara più grossa e non lesina gli applausi a coloro (vedi Nasser) che salgono sulla scena e promettono riscatti epocali. L'eventuale successo, in un contesto in cui la logica razionale è un'illustre sconosciuta, é solo un optional senza alcuna importanza.

La divisione bipolare del pianeta trovò il Colonnello dalla parte di guerriglieri e rivoltosi in genere, mentre l'Unione Sovietica, in cambio dei suoi petrodollari, gli assicurava ingenti quanto inutili forniture di armi. Ma Mosca, che in un certo modo ne era la protettrice, non riuscì a risparmiargli, alla metà degli anni Ottanta, un bombardamento americano su Tripoli che colpì anche il suo quartier generale e causò decine di morti, tra cui una sua figlia adottiva. Le eventuali commistioni gheddafiane – alcune provate, altre un po' meno – in troppi attentati avevano intanto spinto Washington a dire basta e a decidere di farla finita con il “cattivo di Tripoli” (nel frattempo gli Usa avevano coniato l'espressione rogue States, gli “Stati canaglia”, tra i quali venne inserita d'ufficio la Libia). Qualcuno temeva, a ragione, che il terrorismo non sarebbe finito nel momento stesso in cui il nostro Colonnello avrebbe cominciato a fare il bravo ragazzo.

Come sappiamo, la fine inaspettata della divisione in blocchi del pianeta non fu seguita dalla pace universale. Cominciò subito dopo un'altra nuovissima guerra, contro un nemico planetario nuovo di zecca: il terrorismo di radice islamica. Ma questa non fu l'unica sorpresa. Non ci saremmo infatti mai aspettati che lo sdoganamento e la conseguente ammissione nel consesso mondiale di Gheddafi – per decenni gran protettore del terrorismo internazionale – avrebbero coinciso proprio con l'inizio della guerra al terrorismo.

A volere fare i cinici, si potrebbe pensare che il libico reciti (benissimo) a soggetto. Era un tempo generoso con guerriglieri e terroristi esattamente come oggigiorno non perde occasione di dimostrare la sua pacifica partecipazione al contesto internazionale, intervenendo esclusivamente in ruoli di moderatore, al di sopra delle parti.

Ma mentre il mondo comincia “finalmente” a coccolarlo, il Colonnello sente sfuggirgli la presa all'interno del suo Paese. Secondo qualificati osservatori della capitale libica il Gheddafi sdoganato sarebbe sempre più un capo ridimensionato. Il suo potere infiacchito. Il suo “rinsavimento” “grazie” al quale, per la prima volta, i giornali di tutto il mondo non ne parlano solo

per condannarlo o, peggio, gettargli addosso tonnellate di ridicolo - non gli avrebbe portato fortunanella sua Libia.

Secondo alcuni analisti sarebbe cominciata una sua lenta ma costante eclissi, un po' come avvenne per Habib Bourghiba, il fondatore della Tunisia moderna. Il “combattente supremo” di Tunisi attraversò infatti un lungo e penoso decennio di

permanenza solo formale al timone del suo Paese (dietro le quinte era ben attiva la moglie Wassilla, con la sua corte di faccendieri di ogni -risma) prima di essere rinchiuso nel ben protetto palazzo del Bardo, ormai semicieco e mummificato. Gli fu riservata una particina patetica nella coreografia delle visite dei capi di Stato esteri che, alla fine del pranzo ufficiale, venivano in fretta e furia portati a fare un veloce salutino al “recluso”. Si teme perciò che anche a Tripoli stia per andare in scena, mutatis mutandis, lo stesso penoso spettacolo già prodottosi nella vicina capitale nordafricana. Inoltre da alcune settimane corrono voci di minacce di implosione del regime tripolino, mentre la capitale libica, grazie agli aumenti astronomici delle entrate petrolifere, é presa d'assalto da manager e imprenditori dimezzo mondo.

Nell'ultimo decennio abbiamo ricevuto dai media immagini di un Gheddafi stanco, un po' imbolsito e forse non in perfetta salute. Nessun osservatore aveva tuttavia avanzato dubbi circa una diminuzione del potere del Colonnello, della sua presa effettiva sui centri di comando, affidati a pochissimi compagni della prima ora (molti si sono persi per strada, ma alcuni sono rimasti) e a membri della sua tribù. Ai quali negli ultimi anni si sono aggiunti, exjure, i figli Saadi, Seif al Islam, Muhatem, Hannibal e la figlia prediletta, Aiscia, l'unica persona che riesca a guardarlo negli occhi senza soggezione.Nella capitale libica, circola anche la voce di un non impossibile prossimo rientro in campo di Abudussalam Giallud, uscito misteriosamente di scena una decina di anni fa. Accompagnato dalla fama di accanito viveur, ma anche da quella di “pragmatico” e “realista”. Per lunghi anni era stato il “numero due” del regime, sempre che Muammar Gheddafi tollerasse qualcuno accanto, sia pure con le dovute distanze.

Nelle ultime settimane - in una Tripoli ancora pavesata delle luminarie per le celebrazioni del 35esimo anniversario della Rivoluzione che detronizzò Idris - osservatori qualificati della capitale libica ritengono di avere captato con sufficiente certezza elementi che indicherebbero, per la prima volta, i pericoli di uno sfilacciamento del regime. Non sempre, si fa rilevare, gli ordini del capo vengono eseguiti e, sempre più spesso, lo sono in modo parziale e approssimativo. In un regime totalitario e in una cultura in cui il sottinteso conta molto di più dell'esplicitamente detto, questi sono segnali da non prendere sottogamba.


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Libia, il ritorno dei primi espulsi

"Rivivremo la nostra gioventù"

Il Corriere della Sera

21 ottobre 2004

Maurizio Caprara

 

Sei italiani, un primo gruppo fra i 20mila cacciati nel 1970 dalla Libia, stanno per tornare nel Paese nordafricano. I passaporti sono già stati consegnati all'ambasciata della Jamahiria a Roma, la partenza per Tripoli è stata fissata ieri al primo novembre. Trentaquattro anni fa, la cacciata fu decisa da Gheddafi per ritorsione contro la dominazione italiana, terminata con la guerra mondiale. Dopo la svolta del leader libico, Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia, accompagnerà cinque connazionali sui luoghi del ricordo. "Tornerò al villaggio Garibaldi, nella provincia di Misurata". "Prima ancora della mia casa, voglio rivedere Mohamed Mahmud, il mio insegnante di arabo".

Mentre l'inizio del XXI secolo è contrassegnato dal rischio di uno scontro di civiltà, Mario Puccinelli, 70 anni, ha un desiderio che va in tutt'altra direzione. «Vorrei ritrovare innanzitutto il mio insegnante di lingua araba. Si chiamava Mohamed Mahmud e mi piacerebbe rivederlo prima ancora della mia casa, della mia terra. Non ho dimenticato le sue lezioni; ogni giorno passo due ore sulla televisione satellitare a guardare al Jazira e altri canali arabi».

Giancarlo Consolandi, 55 anni, presidente dell'"Ex Lali", l'associazione degli studenti delle scuole intitolate a San Giovanni Battista de La Balle, si prefigge di andare nelle strade della sua infanzia.

Ma ha anche voglia di rispolverare un ricordo leggero: «Le spiagge. In estate stavamo in vacanza per quattro mesi pieni. Frequentavo quella dei bagni sulfurei, ma c'erano anche il Lido, Beach club, Giorgimpopoli. Prendevamo la barca. Erano momenti spensierati con le nostre mamme, intanto i

papà lavoravano».

Raffaele lannotti, stessa età, è curioso di sapere che fine ha fatto il «villaggio Garibaldi» nella provincia di Misurata: Il monumento a Garibaldi rima se in piedi fino a qualche mese dopo il   

colpo di Stato del 1969. Però penso che sarò accolto bene».   

Cade la polvere dai ricordi di un'avanguardia dei 20 mila italiani cacciati nel 1970 dalla Libia. Sei di loro stanno per essere autorizzati a tornare. I passaporti sono già stati consegnati all'ambasciata della Jamahiria a Roma. La partenza per Tripoli è stata fissata ieri al primo novembre.

Sarà una visita ufficiale. Puccinelli, Consolandi e Iannotti verranno guidati da Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati italiani dal la Libia, che era stata eccezionalmen te autorizzata a un viaggio nel 2002.   

Con lei ci saranno Luigi Sillano, 67 anni, geometra, riammesso straordinariamente in passato perché membro di un comitato sul recupero del cimitero dei nostri connazionali a Tripoli, e Giovanni Spinelli, figlio di un colono degli anni Trenta.

Chiederò al popolo se gli italiani che erano in Libia e hanno nostalgia possono tornare,

ha dichiarato il 7 ottobre Muhammar el Gheddafi. «Possono fare domanda da adesso», ha speci­ ficato il primo ministro libico Mohamed Ghanem nell'intervista pubblicata dal Corriere domenica scorsa. E loro, i sei, hanno presentato la richiesta e concordato la data della visita con l'ambasciata. Trentaquattro anni fa, la cacciata fu decisa da Gheddafi per ritorsione contro la dominazione colonialista italiana, terminata con la guerra mondiale. Tra i ricordi che adesso tornano a galla c'è quello che Giovanna Ortu chiama «un gioco dell'oca al contrario». Dopo il decreto di espulsione e confisca dei beni del lu glio 1970, i militari che avevano spodestato re Idris dettero tempo agli italiani fino a ottobre: «Non ci lasciavano andar via se non ottemperavamo a una serie di obblighi. Pagare le bollette di acqua, luce, e così via. Poi consegnare le proprietà, nel caso di mio padre un'azienda di import-export e un ditta di impianti idrici», rammenta Consolandi. Finite le pratiche, il premio era il «certificato di nullatenenza», indispensabile per potersene andare senza guai peggiori.

Fretta, incertezza. Poi una traversata in mare o un viaggio in aereo e tante vite da ricostruire.

«Partii a settembre in modo rocambolesco», racconta Sillano. Suo nonno era stato il fondatore di un'impresa che aveva contribuito ad aprire la «Balbia», strada dalla Tunisia all'Egitto dedicata al governatore fascista Italo Balbo. Nel 1970 il committente era cambiato. «Avevo 33 anni. Dovevamo completare la costruzione della "Scuola arti e mestieri" di Tripoli per conto del governo. Altrimenti, non potevamo lasciare la Libia», spiega Sillano. Nel frattempo, il 25 agosto, aveva avuto una figlia: «Andammo via con Ornella di pochi giorni. E' stata l'ultima bambina nata a Tripoli con gli italiani».

A Raffaele lannotti del «villaggio Garibaldi», una figlia era nata due settimane prima di salire sulla nave. «Era passato poco da quando, a Misurata, avevo sentito un discorso di Gheddafi: sosteneva che bastava togliere un cucchiaio di cibo di bocca dagli italiani e il problema dei danni di guerra sa­ rebbe stato risolto. I libici erano d'accordo. Io obiettavo: ma l'Italia qui ha fatto case, strade.... Se ne discuteva. Presto, tutto cambiò».

I campi di prigionia, le impiccagioni, le armi «sporche» impiegate dagli italiani per le conquiste coloniali. Anche ai libici, su sollecitazione del Colonnello, tornarono su vecchi ricordi. E il XX secolo produsse un altro dei suoi momenti di tormento. La famiglia lannotti, che di asprezze del Novecento ne aveva sperimentate, si ritrovò alla prova. D padre di Raffaele aveva combattuto a Tobruk. Era stato prigioniero degli inglesi in Egitto, India, Australia. Quando lo raggiunse a Tripoli nel 1949, la moglie era incinta. «Con me in grembo, mamma dovette rimanere quattro giorni nel porto di Tripoli: c'erano le manifestazioni contro lo Stato di Israele», fa presente lannotti. Uno che durante l'esame di licenza media, nel 1967, si vide rinviare tutto di mesi perché era scoppiata la guerra dei Sei giorni.

E' contento di tornare in Libia, lannotti. Come tutti e sei. Come Giovanna Ortu, che però avvisa:

Il fatto che siamo felici non induca il governo italiano a dimenticare gli indennizzi. Da inserire nella Finanziaria».


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Italians on road back to Libya

Daily Telegraph

october 18, 2004

Bruce Johnston

 

TRIPOLI agreed yesterday to give visiting rights to thousands of ltalians who were expelled from Libya after Col Gaddafi seized power 35 years ago.

"From now on they can make a request following normal procedures to obtain a visa like anyone else," said Shukri Mohamed Ghanen, the Libyan prime minister.

Col Gaddafi promised on Oct 7 that the 20,000 ltalians who were thrown out a year after his 1969 coup would be able to go back. But this was not confirmed until Mr Ghanen's interview with the Italian newspaper Corriere de la Sera.

Many of the Italian exiles are delighted at the news, saying they would like to return permanently despite the bitter circumstances surrounding their forced departure.

“I cannot wait to go”, said Salvatore Volo, a former haulage contractor who was born near Tripoli.

Like many of those expelled during Col Gaddafi's Green Revolution, he has dreamed of settling down again in Libya, for which he feels greater affinity than for Italy. From 1911 to 1943 Libya was an Italian colony.

After being expelled and losing all his assets, Mr Volo moved to the Tuscan coast, “to remind me of being by the sea in Libya”.

So eager was he to return after Col Gaddafi's announcement that days later, when he applied for a visa, he caught Libyan authorities on the hop.

“I rushed to the Libyan embassy in Rome”, he said. “But they still weren't ready, and said I would have to wait.

“I only hope the offer doesn't turn out to be just words.

“I would like one day to go back and forth to Libya as I please, and even to buy a place to live, especially if I can re-forge ties with old Libyan friends.

“We kept up for a while after I left, but then they broke off contact, probably because they were afraid”.

Mr Volo, who lost £80,000 in business assets at 1970 values, is one of a long line of members of the Italian Association for Repatriation to Libya (AIRL) hoping to return.

Giovanna Ortu, the AIRL president, said property worth almost £280 million at the time was confiscated from Italian natives by Libya and they were still waiting to be reimbursed for more than half that amount by Italy.

But the main object of returning to Libya for most members was nostalgic, not economic, she said.

“We're foreigners even in Italy. Inside we're very Libyan. My heart is very much there,” said Mrs Ortu, whose family lost extensive farming interests when they were forced to leave.

“It was a terrible wrench,” she said. “I was 31 at the time, and celebrating my birthday on the day that news of the confiscation came. My baby was just a few months old.”

Romano Cardinali, 63, who was born in Tripoli and now lives near Venice, said: “I want to go back to see my old friends and haunts, and to breathe in the aroma of spices and orange water gently wafting out of the houses.

“I yearn for the ghibli, the period of heat from the desert which brings with it the simun wind. We have a name for this burning nostalgia. We call it Mal d'Africa .


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“Tornerò in quell'Africa dove mio padre curava Balbo”

Il Giornale

18 ottobre 2004

Federico Guiglia

 

La sua Africa. Come tanti, Romano Cardinali vuole tornare. Anzi: tornerà. Lui è fisioterapista e ha sessantatrè anni. “Ma ne avevo solo 28 quando fummo costretti ad andare via” esordisce. “Un momento bruttissimo, erribile. Lasciai la Libia con mia moglie e bambina appena nata, di nove mesi”.

Che cosa faceva a Tripoli?

Avevo un negozio di articoli sportivi ereditato da mio padre.

Suo padre era da molto laggiù?

Era arrivato nel ‘36. Era il fisioterapista di Italo Balbo. Ho tante fotografie di allora. La D omenica del Corriere di tanti anni fa ne ha scritto. Insegnava la boxe a Balbo e la cultura fisica ai ragazzi. Ma non era uno del partito fascista. Anzi, negli anni della guerra è stato partigiano. Aveva il compito di assaltare i campi di concentramento tedeschi per liberare i soldati alleati

Perchè vuole tornare?

“La nostalgia. E gli amici che ho lasciato.

Siamo stati cacciati, ma trent'anni dopo ho ancora dei carissimi amici”.

Lei è la prova vivente che i rapporti umani tra libici e italiani sono sempre stati buoni, nonostante tutto. O no? “Ho amici libici che mi vengono a trovare a

Siamo stati cacciati, ma trent'anni dopo ho ancora dei carissimi amici.

Lei parla anche arabo?

“Lo parlo e lo scrivo. E mia figlia, quella dei nove mesi, sta facendo un corso di arabo. Così anch'io rinfresco le mie conoscenze...”.

Lei è la prova vivente che i rapporti umani tra libici e italiani sono sempre stati buoni, nonostante tutto. O no?

“Ho amici libici che mi vengono a trovare a

casa. Sono fratelli più che amici. Per noi nati in Africa l'amicizia è qualcosa di molto sacro”.

Quale sarà la prima cosa che vorrà rivede­re?

“Tutto. Sono cardiopatico, ho paura che mi sentirò male. Già l'odore della terra sono sicuro che mi prenderà fortissimo... Andrò a vedere i “miei” luoghi. Spero di portare con me Giovanna, la mia bambina. Anche se oggi ha più di 30 anni... Voglio che riveda i posti in cui io giocavo”.

Crede all'apertura di Gheddafi?

“No”.

Lo dice per scaramanzia?

“Credo di conoscere bene sia i libici sia noi italiani. Però in tutti questi anni i libici sono stati indottrinati e istigati da Gheddafi contro gli italiani. Coi miei vecchi amici so già che non avrò problemi. Però...”.

Però?

“Però forse ha ragione lei: la mia dev'essere una forma di scaramanzia...”



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«Gli italiani in Libia? Da oggi possono tornare»

Il primo ministro Ghanem: «Gli espulsi facciano domanda per il visto».

Gheddafi è stato invitato a Roma

Il Corriere della Sera

17 ottobre 2004

Maurizio Caprara

 

«Possono fare domanda da adesso». Shukri Mohamed Ghanem, il primo ministro libico, risponde così se gli si chiede quando potranno tornare a visitare la Libia gli italiani che vennero espulsi dal suo Paese nel 1970. Dopo l' arrivo del Colonnello Muhammar el Gheddafi al potere, furono in ventimila a dover partire. Da allora non hanno mai avuto il permesso di rientrare nello Stato trasformato in «Gran Jamahiria araba libica popolare socialista». Tranne un' eccezione, i visti sono stati negati. Dal 4 luglio 1998, giorno della firma di un comunicato congiunto italo-libico sul superamento dell' era coloniale, le speranze di quegli italiani si erano accese. Ma a vuoto. Adesso, le cose sembrano in movimento anche per loro. Sessantadue anni, studi in economia alla Fletcher School di Boston, già direttore generale al ministero del Petrolio, Ghanem è un uomo chiave nel nuovo corso della politica di Tripoli. La svolta, che tuttora sorprende le diplomazie occidentali, è cominciata alla fine del 2003 con la rinuncia ai programmi per la costruzione di armi di sterminio concordata con Stati Uniti e Gran Bretagna. E' continuata in ottobre con l' annuncio della cancellazione della «Giornata della vendetta» istituita in Libia in memoria del colonialismo italiano. Ghanem, la cui carica ufficiale è «Segretario del Comitato generale del popolo», si trova a Rimini per il convegno annuale del centro Pio Manzù, dedicato a «Economie, moltitudini, Stati-nazione alla ricerca di una nuova sovranità». E per capire meglio a quale punto è la svolta, il Corriere ieri è andato a intervistarlo.

Il 7 ottobre, mentre Silvio Berlusconi era da voi, Gheddafi ha impiegato questa formula: chiedo al popolo libico di autorizzare a ritornare gli italiani che erano qui, che oggi sono vecchi e provano nostalgia. Ma quand' è che quegli espulsi potranno tornare davvero? «Credo che non ci sia nessun problema. Da adesso possono fare domanda».

Possono già chiedere il visto?

«Ci saranno le normali procedure».

Lei l'altro giorno ha incontrato Gerhard Schröder. Il cancelliere tedesco ha invitato Gheddafi Berlino. Dunque il Colonnello andrà prima in Germania che in Italia?

«Anche l'Italia lo ha invitato».

Non si sapeva. L'impressione era che l'Italia aspettasse dagli Stati Uniti la cancellazione della Libia dalla lista dei Paesi considerati terroristi.

«Non è stato dichiarato ufficialmente, ma a Gheddafi è stato detto: quando vuole può venire. Saranno questioni di tempo a permettere a Germania o all'Italia di fare prima».

Dopo 20 anni, cade l'embargo europeo verso il suo Paese. Ma dalle coste libiche continuano ad arrivare in Sicilia barche con immigrati clandestini.

«La fine dell' embargo non significa che dobbiamo essere noi a combattere l' immigrazione illegale. Deve essere uno sforzo congiunto. I clandestini vengono da noi per arrivare in Europa, mica per diventare libici».

I governi di Italia e Germania vorrebbero nell' Africa del Nord più campi di raccolta per i clandestini bloccati mentre si dirigono verso l' Europa. Una parte dell' opinione pubblica tuttavia teme che non ne garantireste i diritti umani. Accettereste ispezioni internazionali nei campi?

«Non ci pare una buona idea mettere gli immigrati illegali nei campi di certi Paesi. Bisogna aiutarli a restare dove abitano, favorendo la creazione di posti di lavoro. Nel frattempo, pattugliare meglio le frontiere».

In Libia, però, campi di raccolta per clandestini esistono già.

«Per quelli che fermiamo noi. Non apriamo campi per chiunque trovi immigrati illegali. Tanti non dicono la verità, vengono dal Ghana e sostengono: "Sono di New York". Dove li riporti? A New York? I ministri degli Interni libico e italiano collaborano e collaboreranno».

Un altro motivo di resistenza verso la Libia, nell' opinione pubblica europea, riguarda le condanne a morte per le cinque infermiere bulgare giudicate colpevoli di aver diffuso l'Aids tra i bambini in un ospedale di Bengasi. Verranno eseguite?

«Il due process of law, il processo secondo la legge, è un' idea occidentale, non veniva dalla Libia. Si ritiene che ci debbano essere una Corte, un' accusa, un avvocato. Il diritto, nel procedimento, è stato applicato alla lettera. Se si parla di umanità, è bene parlare prima di tutto dei bambini: ce ne sono oltre 400 infettati e più di 40 sono morti. Altri stanno morendo. E ci sono i colpevoli. E' un caso giudiziario, legale».

Lo dice lei.

«Così è. La Bulgaria ci è amica. I palestinesi sono fratelli (anche un palestinese è tra i condannati, ndr). Certo, è difficile immaginare che la mente di una persona possa decidere di contagiare bambini con l' Aids. Ma è strano pure quanto è successo nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. La vita è piena di cose strane. Ci conforta sapere che in Europa si comincia a dire: aiutiamo le famiglie dei bambini. Ne hanno bisogno».

E quelle persone condannate a morte?

«Esistono corti d'appello. Credo stiano ricorrendo in appello. Non possiamo interferire. Si può migliorare trattamento delle persone. Ma è un caso giudiziario».

Che cosa vi ha convinto a rinunciare alle armi di distruzione di massa? «Abbiamo pensato che occorreva rasserenare i rapporti con altri Paesi e concentrarsi su un innalzamento dei livelli di vita nel nostro».

Potevano essere un problema per l'Italia, quelle armi. Noi siamo di fronte a voi...

Ghanem sorride: «Per l' Italia e per la stessa Libia. Produrre armi di distruzione di massa costa molto e dà uno sbagliato senso di potere. Crea più problemi di quanti ne risolve».

Fu lei a dire che, completati gli accordi sui soldi da dare alle vittime delle bombe degli anni ' 80, come quella di Lockerbie, gli Stati Uniti vi avrebbero dovuto togliere le sanzioni. E' soddisfatto? Si aspetta di più? «Siamo riusciti a rimuovere molti ostacoli. E' giusto aspettarsi un premio. Le sanzioni erano ingiuste. Siamo sul binario giusto, dobbiamo concentrarci sull' economia».

 

La Presidente dell'Airl

“Stavolta tutti i segnali sugli ex profughi sono distensivi”

Che per gli italiani espulsi nel 1970 qualcosa si stia muovendo lo conferma per telefono da Roma Giovanna Ortu, la presidente dell' Airl, l'associazione degli ex profughi. «Domani devo andare all'ambasciata libica. Per dare un crisma di ufficialità alla loro apertura, vogliono che prossimamente vada giù una nostra delegazione ufficiale. Questa volta i segnali sono tutti concomitanti e distensivi, a differenza del passato». Dopo le dichiarazioni pronunciate dal Colonnello il 7 ottobre, Giovanna Ortu era stata chiamata dall'ambasciatore in Italia, Adulati Ibrahim Alobidi. Nel frattempo Alobidi ha lasciato Roma: adesso è nella squadra dei collaboratori di Gheddafi.


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Lettere al Corriere

Ma in Libia non c'è neanche un inizio di democrazia

risponde Paolo Mieli

13 ottobre 2004

 

Un articolo di Paola Di Caro riferisce che nel corso della recente visita a Mellitah del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il colonnello Gheddafi ha detto: “L'Italia è stata amica della Libia, durante gli anni dell'embargo ci è stata sempre a fianco, ci ha sostenuto in tutte le assise internazionali e ha giocato un ruolo fondamentale nella revoca perchè da membro dell'Unione europea, ha detto che non avrebbe più rispettato l'embargo se non fosse stato abrogato”. E Berlusconi si è compiaciuto di queste parole. Io, pur con qualche peiplessità, comprendo l'ultima parte del discorso di Gheddafi ma mi lascia allibito l'apprezzamento del leader libico per l'”amicizia” italiana negli anni dell'embargo.

Vito Amoroso Bari

 

Caro signor Amoroso, spero che si tratti di una ricostruzione storica di circostanza in occasione della trasformazione in “giorno dell'amicizia” di quel 7 ottobre che per oltre trent'anni ha ricordato le vessazioni che dovettero subire i nostri ventimila connazionali espulsi dalla Libia nel 1970. E mi sembrano giustificate le parole di prudenza contenute nell'intervista rilasciata da Giovanna Ortu (che guida l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia) ad Alessandra Arachi.

E forse sarei più accorto nel valutare l'intera vicenda libica. L'ho seguita con particolare attenzione da quando, due anni fa, Muhammar Gheddafi in un'intervista alla prima rete televisiva egiziana ha riconosciuto pubblicamente che la guerra all'Afghanistan per debellare i talebani fu “giusta”. Talebani e membri di Al Qaeda, ha detto, “erano molto feroci, molto pericolosi, folli affamati di sangue... Noi ci siamo augurati di vederli annientati perchè non avevamo alcuna possibilità di trattare con loro dal momento che ritengono che gli altri siano atei a causa della loro incapaciàˆ di affrontare le attuali difficili circostanze”; Libia e Stati Uniti “avevano un nemico comune”. Poi venne la guerra all'Iraq e capitò che tra le imprevedibili conseguenze di quel conflitto ci fosse che Gheddafi fece quel che non aveva fatto Saddam: confessò di avere armi di distruzioni di massa,-ammise le proprie responsabilità per orrendi crimini internazionali, si disse pronto a pagare i risarcimenti e - più in generale - aprì all'Occidente. Di qui la distensione. Ma un recente articolo (su Repubblica) dello scrittore Tahar Ben Jelloun, reduce da un viaggio in quel Paese, ci ha raccontato che a tutt'oggi i libici sono convinti di avere il miglior sistema politico e sociale del mondo e perfino di aver inventato “la vera democrazia”. “Sono trentaquattro anni che si sentono dire che la democrazia all'occidentale è un imbroglio e che non può essere applicata a un popolo arabo e musulmano; sono convinti che 1a democrazia dei congressi nazionali, o dei quartieri, è la vera via attraverso la quale si esprime la volontà popolare; hanno demonizzato l'OccidenteÈ, scriveva Ben Jelloun, “ed ecco che ora improvvisamente Gheddafi cade tra le braccia degli americani, si dichiara definitivamente deluso dagli arabi, si appresta ad aprire il Paese al liberalismo e a quell'Occidente che finora ha incessantemente criticato e respinto”. Dopodichè ricordava che poco tempo fa nei quartieri di Tripoli dove vivono gli immigrati c'è stata una battuta di caccia conclusasi con diversi morti: “Un'espressione del razzismo libico è l'uso del termine abid (schiavi) per indicare gli africani e sono malvisti anche gli egiziani, una vecchia storia di vicinato e di un'unione mancata”.

Questo per dire che Gheddafi sarà anche diventato - come dice Silvio Berlusconi e ha sempre detto Giulio Andreotti - il “nostro migliore amico”, ma il modo in cui l'Occidente lo accoglie a braccia aperte certifica in modi direi definitivi che l'illusione di provocare nei Paesi arabi una “rivoluzione democratica” rimane, appunto, un'illusione. Anche nei casi di successo politico. Per parte mia - e non da oggi - mi fido di più del lavoro di costruzione di rapporti con intellettuali ed esponenti politici del mondo arabo fatto sul campo da Emma Bonino.


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Gli Italiani in Libia, quella fuga avventurosa

Il Corriere della Sera

9 ottobre 2004

Edgardo Bartoli

E' risaputo che il colonnello Gheddafi non ama gli italiani, vuoi per motivi personali, perchè gli impiccarono un prozio e uccisero diversi suoi parenti militanti nella guerriglia nazionalista, vuoi per motivi ideali, perchè italiani furono gli autori delle stragi, dei furti, delle confische, degli inganni, compiuti dapprima in nome dell'Italia liberale di Giolitti, poi in nome di quella littoria di Mussolini; perchè italiani erano i lager della Cirenaica dove morirono - di fame, di forca, di malattie - decine cli migliaia di libici (circa 40.000, secondo lo storico Del Boca) delle generazioni di suo padre e di suo nonno. Ed è ugualmente noto che l'espulsione dell'intera comunità degli italiani di Libia, decretata nell'estate del 1970, fu l'esplosione di questi suoi sentimenti finalmente liberi di esprimersi

anzi d'imporsi in un Paese di neanche cinque milioni di abitanti, la maggior parte dei quali nutriva verso gli italiani sentimenti affatto diversi ora che fra Italia e Libia è tornato il sereno e Gheddafi s'è mostrato uomo assai più mite e ragionevole di quanto la sua fama di mecenate del terrorismo lo facesse apparire, la questione degli esuli dalla Libia tornata alla ribalta:

una ribalta dove le relative luci, bisogna aggiungere, sono sempre state piuttosto fioche. In quell'agosto-settembre 1970, quando ventimila italiani furono costretti a tornare in patria come esuli, la breve ondata emotiva suscitata dalla vicenda le spense quasi completamente, così che l'indignazione e sentimento nazionale offesi oscurarono le questioni politiche e diplomati che avevano preceduto il dramma.

L'esodo, in realtà, era cominciato dopo il 1 settembre del ‘69, giorno in cui il giovane Gheddafi aveva conquistato il potere con un colpo di stato magistrale e incruento. Nei quattro mesi successivi, 830 italiani abbandonarono la Libia e furono tristemente avviati nei campi profughi della Campania, delle Puglie, della Lombardia: anche se, al tempo stesso, il nuovo governo libico negava che gli italiani subissero pressioni di sorta, invitandoli esplicitamente a restare. E invece, altri tremila di loro lasciarono definitivamente la Libia fra il gennaio e il luglio 1970; anzi scapparono, molti senza nemmeno aspettare il visto d'espatrio, escogitando piani avventurosi per raggiungere la Sicilia. Così, la comunità italiana, che nel 1948 superava ancora le 44.000 persone, si riduceva a meno di 20.000: più o meno lo stesso numero dell'ultima ondata migratoria verso la “quarta sponda”, nel

1938.

L'atmosfera stava davvero cambiando, come fu chiaro dal discorso che Gheddafi tenne a Misurata quello stesso luglio, nel quale inveì contro il colonialismo italiano elencandone le malefatte e chiedendo l'immediata liquidazione di tutto ciò che ricordava quell'indegno periodo di soggezione; ma aggiungendo, onestamente, che bisognava fare una distinzione fra l'Italia di ieri

e quella di oggi, alla quale ultima riconosceva addirittura un “nobile e amichevole atteggiamento” verso la causa araba. E l'indomani partiva l'invito per il ministro degli esteri Aldo Moro di recarsi a Tripoli, “ospite gradito”, a capo di una delegazione ufficiale per intavolare trattative fra i due Paesi.

Chissà perchè Moro prese la cosa alla leggera, non capì che il colonnello libico intendeva mantenere comunque buoni rapporti con l'Italia, non ammise che le accuse alla tracotanza del vec­chio colonialismo italiano erano veritiere, e non raccolse l'invito a trattare, ciò che avrebbe sicuramente evitato la successiva cacciata degli italiani. E degli ebrei: molti dei quali, appunto, italiani.

Qualunque cosa Moro avesse in mente, i suoi tempi non erano certo quelli dell'impetuoso Gheddafi: perchè fra i due il vero arabo era lui, Moro. Il quale fu colto probabilmente di sorpresa dal decreto di espulsione e di confisca di tutti i beni degli espulsi, mobili e immobili, promulgato nemmeno due settimane dopo. Anzi, non di confisca, precisò il locale ministero degli Esteri: di “recupero” delle proprietà arabe confiscate dagli italiani nei trentadue anni del loro dominio coloniale.

L'agenzia libica Jana tirò poi le somme: si trattava in totale di 37.000 ettari di terra, 1.750 case d'abitazione, 500 esercizi commerciali, 1.200 fra autoveicoli, aerei, macchine agricole. Valore to-

tale, 200 miliardi di lire (del 1970). In più venne soppresso il Giornale di Tripoli, la cattedrale fu trasformata in moschea, furono abbattuti i monumenti eretti dai conquistatori, venne smobilitato il cimitero cristiano di Tripoli, cos' che il governo italiano fu costretto a provvedere a riportare in patria salme di oltre ventimila soldati caduti in Libia. Fra le altre, quella di Italo Balbo, ultimo governatore della Libia: personaggio assai controverso in Italia, ma popolarissimo e venerato nell'ex-colo­nia da italiani, arabi e soprattutto ebrei, che nonostante le leggi razziali vigenti a Roma godevano a Tripoli di totale libertà e di non pochi privilegi economici.

La jalaa di Gheddafi, quella cacciata insultante e inappellablie di una comunità che non aveva nulla a che fare con le atrocità e gli abusi commessi da un'Italia ormai defunta, fu un dramma umano e civile del quale gli esuli del ‘70 conservano ancora fresca memoria. Molti di loro, nell'immediato dopoguerra, avevano attraversato clandestinamente il canale di Sicilia in senso opposto, sulle stesse precarie imbarcazioni degli immigrati del terzo mondo di oggi, per tornare di nascosto alle loro case nella Libia occupata dagli inglesi; accolti quasi come compatrioti di ritorno

dalla popolazione araba, buona parte della quale si augurava, in odio agli inglesi, nientemeno che il ritorno ufficiale dell'Italia in Tripolitania. Questi italiani sapevano quello che lo stesso Gheddafi mostrava di sapere bene, ossia che la breve avventura coloniale italiana si divide in due periodi distinti e separati: quello del sanguinano generale Graziani e quello dell'edonista Italo Balbo; quello atroce e ottuso dell'Italietta che cercava nelle guerre di conquista una cura per il proprio petulante complesso d'inferiorità, e quello bonario, di natura profondamente contadina e familiare, dell'ultimo governatore fascista, quando gli strepiti mussoliniani giungevano ai connazionali d'oltremare attutiti dalla distanza e dalla pace di abitudini ormai consolidate.

Gli indennizzi ai rimpatriati da parte italiana furono insuf­ficienti, tardivi e distribuiti con esasperante parsimonia. In ogni caso, nessun indennizzo avrebbe mai potuto compensare intere vite di lavoro andate in fumo. L'Associazione dei rimpatriati dalla Libia rispose allora al fiero consuntivo “antimperialista” dell'agenzia Jana osservando che l'elencazione stessa dei beni confiscati dimostrava la composizione prevalentemente artigiana e microimprenditoriale della comunità italiana in Libia, nonchè la sua straordinaria capacita agricola: 1.786.000 piante al posto della sabbia, 322 pozzi scavati nel deserto. Non è poco. Il mondo intero s'è stupito, giustamente, del miracolo israeliano che ha fatto “fiorire il deserto”. Nessuno ha mai parlato dei giardini d'agrumi degli italiani inTripolitania. Pare esistano ancora.


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Bel suol d'amore

La Stampa

8 ottobre 2004

Massimo Gramellini

 
Appena ho letto sulle agenzie di stampa la notizia storica che gli italiani nati in Libia potranno tornare a casa, il pensiero è volato all'amico di Tripoli che vive «esule» a Torino e negli anni del liceo, fra un couscous e un dolce di datteri, mi mostrava le fotografie dei luoghi in cui era cresciuto. Luoghi da cui era stato brutalmente cacciato insieme a tanti nostri connazionali in una notte d'estate del 1970, appena il tempo di fare la valigia e ammassarla sopra le altre in ambasciata, per volontà di quello stesso Gheddafi che adesso l'adulatore Berlusconi chiama «leader della libertà». Ricordo la cartolina stinta di un palazzo in stile italiano, affacciato su una piazza che a me sembrava più Cuneo che Africa. Ricordo soprattutto i suoi occhi lucidi nel guardarla, il rimpianto per un'infanzia finita di colpo, senza neanche la possibilità di dirle addio. Tutti custodiamo nel cuore un luogo del passato che non abbiamo la forza di dimenticare, ma neppure il coraggio di tornare a vedere, nel timore di scoprirlo diverso da com'era o da come ci piace ricordare che fosse. Non è mai consigliabile grattare una cicatrice. Lo stato d'animo di un italiano delle colonie dev'essere simile, ma centuplicato. Qualcuno andrà lo stesso in Libia a dare un'occhiata, per chiudere un cerchio che non quadrerà mai. Qualcun altro preferirà rimanere per sempre al di qua del mare, col couscous nel piatto e in grembo una fotografia. Non so a che gruppo deciderà di appartenere il mio amico, ma qualunque sia la sua scelta, avrà la mia solidarietà.


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I LEADER INAUGURANO IL GASDOTTO.”GLI ITALIANI ESPULSI NEL 1970 POTRANNO DI NUOVO VISITARE I LUOGHI DI NASCITA”
Gheddafi a Berlusconi: farò tornare i vostri esuli
Il Cavaliere: da oggi Roma e Tripoli lavoreranno insieme

La Stampa

8 ottobre 2004



La quarta visita di Silvio Berlusconi da Gheddafi si conclude con l'inaugurazione di un importante gasdotto e con quella che i due leader, il Cavaliere e il Colonnello, considerano una pax tra i due Paesi dopo le vicende secolari della guerra coloniale italiana e l'espulsione, nel 1970, dei ventimila italiani nati e residenti in Libia. L'ha comunicato alla fine lo stesso Gheddafi: la «giornata della vendetta» diventerà la giornata dell'amicizia perché gli italiani espulsi nel 1970 potranno tornare a visitare la Libia. In più il 7 ottobre, appunto, giorno in cui la Libia celebrava la «Giornata della vendetta» contro gli italiani in ricordo dell'occupazione coloniale, diventerà d'ora in avanti la «Giornata dell'amicizia». «Tutti sanno cosa significhi per noi il 7 ottobre», ha detto Gheddafi dopo il discorso di Silvio Berlusconi, «per noi è il giorno in cui l'Italia monarchica scese in Libia. Era chiamato il «Giorno della vendetta», la giornata dell'aggressione, la giornata dell'occupazione. È stata una giornata nera nella storia dei nostri due popoli e ha un grande significato che proprio in questo giorno i nostri due Paesi varino questa grande opera (il gasdotto dell'Eni, ndr)», con cui l'Africa fornirà all'Europa gas e petrolio». «Voglio quindi dichiarare oggi al mondo - ha proseguito il Colonnello - che l'Italia e la Libia sono amici e collaborano. Bisogna distinguere l'Italia di allora, quella fascista e coloniale, da quella di oggi. Lungo gli anni dell'embargo l'Italia è sempre stata al fianco della Libia e ha giocato un grande ruolo nella revoca dell'embargo». In diverse occasioni, ufficiali e private, Gheddafi si è riferito al premier italiano come al «nostro amico Berlusconi», il quale gli ha presentato solo «una modesta richiesta al popolo libico», consentire la visita libica a molti degli anziani italiani che stavano in Libia e che sono stati allontanati nel 1970. Gheddafi ha quindi ricordato che tutto fa parte di un accordo più ampio, che riguarda naturalmente la cooperazione e, in cambio, un sostegno libico nel controllo dei flussi migratori. E ha ricordato più volte che la Libia offre questo accordo «in considerazione del ruolo giocato da Silvio Berlusconi, e delle visite che ha compiuto in Libia, e del fatto che l'Italia ha costruito a Bengasi un ospedale a sue spese». Il Cavaliere, sempre al suo fianco durante la visita, sorrideva. «Muhammar Gheddafi è un grande amico mio e dell'Italia. È il leader della libertà, sono felice di essere qui». È in nome della rinnovata «amicizia» tra i due popoli che il premier ha richiesto la disponibilità libica a far rientrare gli italiani espulsi e a trasformare la «vendetta» in giornata dell'amicizia». Con un auspicio: «Lasciarsi alle spalle il passato di sofferenze per guardare solo al futuro che deve essere di pace, collaborazione e benessere». Berlusconi non ha mancato di ricordare quanto sia forte l'impegno economico italiano in Libia. «Da quando ho avuto la responsabilità di governo ho sollecitato le imprese italiane a lavorare insieme a quelle libiche in molti campi, compreso quello archeologico. C'è stata l'apertura dell'Istituto di cultura italiana in Libia e ho garantito a Gheddafi l'immediata apertura di un istituto di cultura libico in Italia». Un impegno di cui il gasdotto è solo il più eclatante simbolo. Se il premier ha concluso il suo intervento salutando alla araba, «Inshallah», i suoi alleati esprimono adesso massima soddisfazione. Gianfranco Fini dà atto al premier della «forte determinazione» e al Colonnello della «volontà di superare le divisioni del passato». Il viceministro alle attività produttive Adolfo Urso parla di un «evento storico», dovuto sia a Berlusconi che a Fini. E Renato Schifani, presidente dei senatori forzisti, fa anche di più: per lui sarebbe auspicabile che “questo traguardo registrasse il plauso di tutte le forze politichè”.

Gli Italiani ex residenti in Libia tra soddisfazione e amarezza

Giovanna Ortu: "Una gioia incredibile per tantissimi"

Nata e cresciuta in Libia, è stata costretta precipitosamente a tornare in Italia nel luglio 1970, quando il Colonnello Gheddafi emanò il decreto di espulsione per gli italiani e la confisca di tutti i loro beni, come acconto per i danni coloniali provocati dall'Italia. La storia di Giovanna Ortu, Presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, è simile a quella di migliaia di altri italiani che ora - rivela - "mi stanno tempestando di telefonate dopo aver sentito la notizia che Gheddafi ha promesso a Berlusconi che noi possiamo tornare a visitare il paese in cui abbiamo vissuto per tanti anni". "E' incredibile quanto sia forte il legame degli italiani cin la Libia: ce ne sono tanti che ancora oggi, dopo quasi 35, mangiano il cous cous la sera e parlano l'arabo ed ora potranno tornare a vedere i luoghi dove sono nati, dove hanno passato tanta parte della loro vita".

Il rifiuto di Gino Di Buduo

"Ma ormai Tripoli è lontana"

Tornare in Libia? "No grazie. Ormai è finita". E' deciso, anche se velato di nostalgia, il rifiuto di Gino Di Buduo, che nel luglio del 1970, a ventuno anni, insieme ai genitori, un fratello e due sorelle raccolse "quattro indumenti e qualche effetto personale" e si imbarcò a Tripoli sulla nave per Siracusa.

"Troppo tempo è passato - spiega - ormai abbiamo costruito una nuova vita qui in Toscana". La famiglia Di Buduo era in Libia dal 1929, quando Biagio Di Buduo, accogliendo l'appello di Mussolini si unì ai 10000 italiani - in gran parte veneti e pugliesi - chiamati a dissodare il deserto. Da allora alterne vicende, fino all'espulsione. "Ed è cominciatauna nuova vita. Ci sono voluti tanti anni per adattarsi ma ora la Libia è lontana".


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"Ci Presero tutto, eravamo ventimila"

Giovanna Ortu venne rimpatriata nel 1970: spero che la promessa venga mentenuta, ci siamo già illusi una volta

Il Corriere della sera

8 ottobre 2004

Alessandra Arachi

 

ROMA - «Beh, questa volta l' ho sentito dire in diretta proprio da loro, da Berlusconi e da Gheddafi e, dunque, sono moderatamente ottimista. Anche se...». Anche se Giovanna Ortu aspetta di vedere i visti sui passaporti per crederci davvero. È la presidente dell' Airl, l' associazione che raggruppa gli italiani rimpatriati dalla Libia. Erano 20 mila persone nel 1970, quando vennero cacciati dal paese dal leader libico Gheddafi. Ora sono rimasti qualche migliaia. «E adesso prima di gioire completamente aspetto di vedere i visti sui passaporti di tutti i miei iscritti perché già nel viaggio che il nostro premier fece due anni fa sembrava tutto fatto», racconta ora. E spiega: «Era il 26 ottobre 2002. Berlusconi andò a Tripoli per incontrare Gheddafi. Al suo ritorno ricevetti una telefonata dalla Farnesina. Dal funzionario che aveva accompagnato il premier Berlusconi in quel viaggio: "Tutto a posto", mi fece sapere. Ed invece...». Invece fu soltanto lei, Giovanna Ortu, che insieme con sua figlia Antonella riuscì a rimettere piede nella sua Tripoli, nella sua casa dove anche la figlia aveva fatto in tempo ad abitare. Racconta: «Mi invitò l' ambasciatore libico. Mi si aprì un' autostrada dei sogni. Difficile raccontare l' emozione che ho provato a tornare in quel paese da dove ero stata cacciata senza alcun motivo degno. A ritornare dentro la mia casa che non era più mia, ma che era identica a come l' avevo lasciata trentadue anni prima». Una visita di quattro giorni, poi i sogni tornarono incubi. «Perché nessun altro degli italiani della mia associazione riusciva ad ottenere il permesso per tornare a Tripoli. Un inferno. E allora io mi sono giurata: non ci tornerò mai più fino a quando tutti, ma dico tutti, loro riusciranno a tornare. Era stata troppo forte l' emozione, era giusto, indispensabile poterla condividere». E' una questione di dignità e di orgoglio, spiega Giovanna Ortu. «Tanto più evidente da quando la Libia ha cominciato ad aprirsi al turismo: prima nessuno si sognava di andare in Libia a passare una vacanza. Adesso, invece, gli unici che non potevano andare a Tripoli erano proprio quelli che c' erano nati». Ma non è soltanto questo. Dice ancora Giovanna Ortu: «Io sono nata nel 1939 e non c' entro nulla con la guerra e con il colonialismo. E come me tante altre persone dell' associazione che semplicemente desiderano essere italiani come tutti gli altri». Adesso il sogno sembra finalmente diventare realtà. «Sì, certo. Anche se così non si risolvono certo tutti i nostri problemi problemi. C' è ancora un forte contenzioso economico in piedi. Ci confiscarono case e beni, oltre l' orgoglio, con quella cacciata dal nostro paese natio. Una cifra che nel 1970 venne quantificata in 400 miliardi di lire, ma noi ci accontentiamo anche di meno. Stiamo sperando di vedere qualche soldo nella prossima Finanziaria». Ma sicuramente il desiderio più importante è di rivedere la Libia. «Tutti i miei iscritti fremono», assicura Giovanna Ortu. E racconto. «Ce n' è uno ad esempio, Salvatore Volo, che gira sempre con il passaporto in tasca per essere pronto ad andare a farsi mettere il visto all' ambasciata». Tutti pronti con un charter quindi? «Sì, certo. Ma siamo disposti anche ad andare a gruppetti di dieci per volta se Gheddafi si mette paura».


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Exiled Italians want to go home – to Libya

Reuters

8 ottobre 2004

Phil Stewart

Italians kicked out of Libya more than 30 years ago by Muammar Gaddafi wasted no time on Friday planning trips home for a look around, after the former coup leader liften a travel ban on colonialist offspring.

Ive got my passport ready. On Monday, Im going to the Libyan embassy, said Salvatore Volo, 63, who is one of more than 20,000 Italians expelled from Libya in 1970.

Lets see if I get the visa, he said, half-joking.

While many Europeans take holiday in Libya, Volo and others born in the former Italian colony – ruled by Rome from 1911 to 1943 – have been refused entry since shortly after Gaddafi came to power in a bloodless coup detat 35 years ago.

Gaddafi, seeking reparations from Italy, also appropriated all Italian property there.

But the Libyan leader is keen these days to help Italy, whose Prime Minister Silvio Berlusconi has visited him in Libya three times in a year, more than any other Western leader.

Despite the era of the past, Italy has been a friend of Libya. During the years of sanction, embargo and confrontation Italy has been on the side of Libya, Gaddafi said on Thursday.

Those (Italians expelled in 1970) are still alive…feel nostalgia and a desire to visit Libya. Just a visit to the places where they born and lived. I ask the Libyan people to accept this request.

It wasnt the first time this week that Tripoli has helped Italy sort out migration troubles.

Gaddafi also helped Italy expel more than 1,000 illegal migrants who washed up on southern Italian shores, receiving a controversial air-lift of the refugees before they could be interviewed by U.N. refugee officials.

With Italian financing, Tripoli sad it flew the refugees onto Egypty.

Even though Im against Berlusconis government, I have to say that it's the only government thats been able to get this kind of result, said Romano Cardinali, who once owned a sporting goods shop in Tripoli.

Giovanna Ortu, head of the Italian Association for Repatriation to Libya, said the group was still seeking around 250 million euros for belongings appropriated by Gaddafi.

But fo Volo, Ortu and the others who were born, grew up and live much of their lives in Libya, its about more than seeking out lost property. Its about returning home.

Were foreigners even in Italy, Volo said.

Inside were very Libyan…my heart is very much there.


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Gli Italiani di Tripoli possono tornare in Libia

Accordo storico: il “giorno della vendetta” diventa “il giorno dell'amicizia”

Secolo d'Italia

8 ottobre 2004

 

 

Gli italiani espulsi dalla Libia nel 1970 potranno tornare lì e visitare i luoghi love sono nati e cresciuti. Arriva a sor­presa la promessa di Muhammar Gheddafi al presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi al termine dei colloqui tra due leader a Tripoli. Una vera e propria svolta epocale nei rapporti tra i due Paesi divisi da quel 7 ottobre che fino a ieri per la Libia era la “giornata della vendetta” e diventa, invece, la “giornata dell'amicizia”

“Muhammar Gheddafi è un grande amico mio e dell'Italia. E' il leader della libertà, sono felice di essere qui”, aveva esordito Berlusconi cominciando così il suo intervento all'inaugurazione del gasdotto che collega la Libia all'Italia.

Un intervento tut­to volto a sottolineare con forza i nuovi, positivi rapporti tra i due paesi: così positivi da far ritenere al leader italiano che da questo momento in poi “i popoli di Libia e Italia saranno sempre dalla stessa parte e sempre amici”. Non solo. Berlusconi, nel ribadire più volte la “collaborazione” che non è mai mancata tra Roma e Tripoli, “anche nei momenti difficili”, in nome di questa amicizia ha fatto due richieste a Gheddafi: far diventare il 7ottobre non più la giornata della “vendetta” ma quella dell'”amicizia” e consentire il ritorno degli italiani che nel 1970 furono espulsi dalla Libia.

Una richiesta, quest'ultima, che il presidente del Consiglio italiano ha fatto al leader libico proprio a nome di quei nostri cittadini che sono cresciuti ed hanno lavorato per anni nel paese nordafricano.

“Come segno immediato di amicizia mi sento di chiedere con il cuore al leader Gheddafi - ha detto Berlusconi - la possibilità che questi nostri concittadini possano tornare qui per rivedere la casa e la terra dove sono nati e cresciuti”. Dopo questa richiesta, un altro auspicio: quello di “lasciarsi alle spalle il passato di sofferenze per guardare solo al futuro che

deve essere di pace, collaborazione e benessere”.

Più volte il premier ha battuto sul tasto dell'amicizia e della collaborazione tra Italia e Libia garantendo un continuo rafforzamento di questa intesa. Ha ricordato il primato italiano delle esportazioni verso la Libia e delle importazioni da Tripoli.

E le parole di Berlusconi, alla fine, hanno fatto breccia.

La richiesta è stata accolta da Gheddafi nel segno dei “nuovi rapporti di amicizia tra i due Paesi”. “Chiedo al popolo libico di acconsentire a questa richiesta” ha detto Gheddafi sottolineando che oggi “possiamo dichiarare al mondo che la Libia e l'Italia sono amici e si scambiano opere reciprocamente utili superando le inimicizie di prima. Dobbiamo - ha concluso Gheddafi - fare del Mediterraneo un mare di pace”.

 

Fini: grande soddisfazione, da tempo auspichiamo questa soluzione

Grande soddisfazione per questo importante risultato che da tempo abbiamo richiesto e auspicato. Diamo volentieri atto al presidente Berlusconi della forte determinazione con la quale si è battuto per raggiungere questo obiettivo e diamo atto altresì al colonnello Gheddafi della volontà di superare le divisioni del passato per inaugurare una nuova grande stagione di amicizia tra i due popoli”. E' quanto ha dichiarato il vicepresidente Fini in merito all'incontro fra il Presidente Berlusconi e il Colonnello Gheddafi.

Emozionati gli italiani espulsi dalla Libia: “Anche se questa de­cisione è tardiva, vogliamo dimenticare i lunghi anni di attesa i 34 trascorsi dalla espulsione e i sei dalla firma degli accordi di cui oggi appare finalmente possibile la attuazione - ha detto Gio­vanna Ortu, presidente dell'Airl, la associazione degli italiani rim­patriati dalla Libia - abbiamo appreso la notizia direttamente dalla tv libica, dato che capiamo l'arabo e siamo molto emozio­nati”. “Mi dispiace di avere sparato a zero sull'ultimo viaggio di Berlusconi che, invece, finalmente ci ha restituito giustizia”, ha concluso GiovannaOrtu.

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Il primo della classe

Berlusconi: Gheddafi leader di libertà

La Repubblica

8 ottobre 2004

Paolo Garimberti

 

Il recupero di uno dei paesi che per lungo tempo è stato in cima alla lista di quelli che gli americani chiamano “Stati canaglia” (attori o fian­cheggiatori del terrorismo) è un dato positivo da saluta­re con la massima soddisfa­zione. Il fronte comune del­l'Occidente nella lotta con­tro la grande minaccia che si è tragicamente manife­stata dall'11 settembre 2001 in poi ha bisogno di alleati.

Tanto più se per ragioni geopolitiche e per vecchie pratiche e connivenze questi alleati sono particolar­mente preparati in materia e ca­paci dunque di dare utili consi­gli e indicare direttrici di azione. E questo è certamente il caso della Libia.

Ha ragione dunque Berlusco­ni a compiacersi del nuovo spi­rito di collaborazione nei rap­porti con la Libia e ad auspicare che si lasci “alle spalle il passato di sofferenze per guardare al futuro, che deve essere di pace e di collaborazione”. Tanto più che tra l'Italia e la Libia non c'era sol­tanto il muro divisorio del terro­rismo, ma quello ancora più alto e più spesso di decenni di Storia.

Anche Bush e prima di lui Blair hanno cancellato il leader di Tripoli dalla lista dei nemici. Gli Stati Uniti poco più di due settimane fa hanno revocato uf­ficialmente l'embargo commerciale, che risaliva al 1986, al tempo di Reagan, e che era già stato di fatto sospeso in aprile. E Blair, in visita a Tripoli a marzo, si era addirittura spinto a dire che “il cambiamento avvenuto in Libia è un segnale per tutto il mondo arabo”. Affermazione impegnativa per il premier di un paese nel cui cielo era avvenuto un attentato orrendo come quello di Lockerbie verso il lea­der di un paese reo confesso di quella strage.

Ma che conteneva un mes­saggio ben preciso ai governi arabi che con il terrorismo tre­scano (e forse anche per quelli che fingono di non sapere, di non vedere e di non sentire, co­me l'Arabia Saudita): converti­tevi come Gheddafi e sarete ri­compensati.

Ma Berlusconi, cedendo a quell'istinto di primo della clas­se per lui insopprimibile quan­do calca palcoscenici interna­zionali, ha voluto far meglio dei suoi amici e alleati. E nell'ansia da prestazione ha detto che Gheddafi “è il leader della li­bertà”, oltre che “un grande amico mio e dell'Italia”.

Libertà è una parola grossa e proprio per questo non è a geo­metria variabile.

Per l'Occidente, la cui libertà è minacciata proprio dal terrori­smo e che ha cooptato Ghedda­fi nel fronte comune in quanto disponibile a pagare il prezzo dei propri peccati, libertà vuol dire fondamentalmente demo­crazia e rispetto dei diritti uma­ni e civili. Non risulta che la Li­bia del Colonnello li abbia mal praticati. Forse soltanto adesso comincia a chiedersi che cosa sono.

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Berlusconi e Gheddafi, il giorno della farsa

Il leader libico: “ Possono tornare gli italiani cacciati nel ‘70”.

Il premier: è il giorno dell'amicizia

L'Unità

8 ottobre 2004

Marcella Ciarnelli

 

Da ieri non esiste più la “Festa della vendetta” con cui la Libia celebrava la cacciata degli italiani dal paese. Il 7 ottobre diventerà la giornata della collaborazione economica tra i due paesi. Un'occasione di festa, non di odio. L'annuncio è stato dato dal leader libico Gheddafi e da Silvio Berlusconi durante la cerimonia di inaugurazione del gasdotto dell'Eni che, a regime, fornirà il 10% dell'energia che serve all'Italia e che è stata innanzitutto un grande, enorme spot ad uso e consumo della popolarità del colonnello e del premier italiano.

Dovrebbe così concludersi un'amara vicenda cominciata nel 1970 quando Gheddafi decise di cacciare dalla Libia 2Omila nostri connazionali che in quel paese ci lavoravano, ci avevano messo su famiglia, c'erano nati. Il colonnello requisì ogni avere, anche i contributi previdenziali e rimandò tutti in Italia. Ora, stando alle pompose parole pronunciate ieri, la situazione dovrebbe avviarsi a soluzione. Anche se Berlusconi dice di avere chiesto a Gheddafi un atto di umanità “verso dei vecchietti” nostalgici che gli avrebbero richiesto di poter tornare a rivedere la Libia. Ed il colonnello abbia ribadito di essere disponibile ad accogliere alla richiesta solo “se il popolo sarà d'accordo con lui”. Il campione presente ovviamente ha applaudito. Nell'enfasi del momento non è stato fatto alcun cenno agli impegni che i due pure avrebbero dovuto sottoscrivere perchè gli esuli non solo possano ritornare in Libia ma perchè ad essi siano restituiti beni e proprietà.

Per il momento Berlusconi e Gheddafi hanno puntato tutto sui buoni sentimenti. Fanno scena e costano poco. Resterà da vedere quale procedure saranno messe realmente in atto e se si arriverà ad una soluzione che non sia soltanto una gita nostalgica nei luoghi della gioventù.

L'accordo i due lo avevano raggiunto a Tripoli, nella residenza del colonnello, sotto la famosa tenda, dove Berlusconi si era recato non appena atterrato in Libia e prima di raggiungere Mellitah dove ad aspettarlo c'erano autorità locali, lo stato maggiore dell'Eni e le maestranze che hanno reso possibili l'opera. Tenda blu nel deserto, la bandiera italiana vicino a quella libica in segno di rinnovata e solida amicizia, grandi sprechi di tappeti, poltrone e composizioni di fiori affidate per la consegna a due poveri ragazzini che hanno rischiato di squagliarsi al caldo degli abiti tradizionali. Insomma tutto l'occorrente per uno straordinario film luce che torna utile a tutti e due i leader. Tanto più che la vicenda rievocata è conseguenza di quel colonialismo che Gheddafi non ha mancato di ricordare con i toni di chi poi non ha tanta voglia di chiuderla lì ma che, in presenza di problemi molto meno risolvibili, vedi i clandestini che a centinaia partono per l'Italia proprio dalle cost