Sabbia, sudore, sogni

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Edizioni La Vita Felice
di Francesco Prestopino

Leggendo l’ultima opera di Francesco Prestopino, “Sabbia, sudore, sogni”, e vedendomi sfilare davanti la teoria di italiani illustri o pressoché sconosciuti che nell’articolato itinerario del libro si fanno di volta in volta testimoni della nostra “storia libica”, mi è ritornato l’interrogativo che più volte mi sono posto nel passato, su quanto gli italiani abbiano elargito in opere ed idee in favore di quella terra e su quanto abbiano a loro volta da questa ricevuto in cambio.
La risposta, invero non facile, credo ce la fornisca alla fine il libro in argomento, laddove per esso è dato chiaramente vedere come gli uomini che laggiù si recarono e risiedettero a vario titolo, tutti pressoché trovarono le occasioni nonché le ragioni per rafforzare i loro valori originari e tutti, una volta rientrati in patria, si sono scoperti “diversi”, nonché tra loro accomunati da una nuova identità in cui, insieme all’orgoglio di essere stati della partita, è rimasta la capacità di affrontare le vicende della vita con quella determinazione o, se si voglia, con quella marcia in più che resta retaggio di ogni pioniere e cioè di chi, forgiatosi in una natura ostile, concepisce la vita come una sfida in cui lasciare un segno di sé dovunque la terra si apra su grandi orizzonti.
Fu infatti pioniere nello spirito e nell’ampiezza delle vedute Ardito Desio, che nelle prime pagine del volume ritroviamo prima in sella al cammello e poi al comando di una formazione di aerei, caparbio ed instancabile scopritore di sempre nuovi giacimenti minerari, idrici e petroliferi, in quello che i detrattori di sempre un tempo avevano beffardamente definito lo “scatolone di sabbia”.
Fu ancora lo spirito pionieristico ad animare i cuori e le menti dei Bartoccini, dei Vergara Caffarelli, dei Caputo, che pure compaiono nel volume, tutti valenti archeologi protesi nel realizzare progetti ambiziosi, poi conclusisi con la restituzione agli uomini ed all’arte delle città sepolte di Leptis Magna, Sabratha, Cirene e quindi delle loro monumentali vestigia, forse uniche al mondo per bellezza e stato di conservazione.
Ma furono sempre pionieri tutti gli altri personaggi che nei capitoli successivi sfilano come in una ideale passerella, ciascuno testimoniando della sua personale storia, ma insieme raccontandoci con la suggestione di un coro dalle cento voci armoniche, di una potente “forza motrice”, di una vocazione ultima che era alla base di ogni esistenza: quella di creare, di edificare, di bonificare, di lanciare in ogni campo sfide ardite che poi lasciassero un segno di civiltà, di umanità e di progresso.
Molti di costoro sono passati nel mondo dei più; molti altri, superato il vile strappo che ebbero a subire con la rivoluzione di Gheddafi, lungi dal perdersi in sterili lamentazioni, sono ripartiti da zero, riuscendo spesso a distinguersi ancora una volta grazie a quella marcia in più di cui dicevo.
Ciò che qui conta è tuttavia evidenziare l’opera meritoria che Prestopino ha realizzato regalandoci una memoria ed un patrimonio collettivo che rischiava altrimenti di andare perduto.
E non credo che l’impresa sia stata facile, essendo sicuramente occorsi una pazienza da certosino e la perseveranza di un segugio per riuscire a rintracciare sì ampia mole di scritti, di cui molti inediti, attraverso i quali delineare poi i profili e le imprese di chi laggiù in qualche modo si distinse o di chi, dopo un breve passaggio, si portò dietro il suo bagaglio di esperienze e vi convisse poi per sempre traendone ispirazione per esprimersi nel mondo dell’arte figurativa, o in quello della ricerca scientifica, sino a quello della linguistica e della saggistica storica.
Non perdete dunque l’occasione di leggere questo bel libro, scritto in un buono e sobrio italiano, che senza perdersi in fronzoli estetizzanti od in una consunta retorica, va direttamente ai fatti, alle situazioni, alle persone, alle storie vissute, restituendoci la memoria di intere generazioni di italiani che si votarono a quell’esaltante avventura che fu la nostra esperienza in Libia e che, grazie all’autore, ora tornano ancora una volta fra noi: Da Monsignor Facchinetti con la sua grinta di francescano indomito, a quella giovinetta della quarta sponda che narra delle angherie subite dalle vigilanti allorché, strappata dalla famiglia, era finita in una delle tante colonie estive.
Da chi, ritornato dopo mezzo secolo alla ricerca di un passato ormai remoto, racconta dell’impatto emotivo nel ritrovare la propria casa tra le pieghe di una città aliena, sino all’oscuro colono che dal suo podere sperduto nel mezzo dell’assolata Gefàra, registra in uno scarno diario le speranze, i primi raccolti, la guerra ed infine il doloroso commiato con la terra che aveva iniziato a dare i suoi frutti.
Leggete allora questo libro e sarà un po’ come leggere di voi stessi.

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