Hammangi

 

Le origini del cimitero di Tripoli

Il luogo nel quale, al momento della espulsione della collettività italiana, erano sepolti circa 15000 defunti ha una storia lunga quasi un secolo. Il terreno, situato fuori le mura di Porta Gargaresc, fu regalato nel 1922 da un ricco commerciante maltese per la sepoltura dei cattolici, essendo diventato insufficiente ad accoglierli l’antico piccolo comprensorio prospiciente il mare chiamato “Casa dei vivi” (bet el hain). Formalmente amministrato dal Municipio di Tripoli, i Padri Francescani ne ebbero sempre particolare cura, tanto che nella cappella centrale del cimitero erano sepolti tutti i loro confratelli morti in Libia. Hammangi, con le sue cappelle anche di pregevole valore artistico, i colombari ordinati, le tombe a terra fra aiuole fiorite, aveva ospitato, a partire dagli anni Cinquanta, nella parte centrale, l’imponente sacrario costruito dall’impresa Baldrati su progetto del grande architetto Paolo Caccia Dominioni, per ospitare i resti dei caduti in Africa raccolti con un’opera pietosa e paziente dall’impareggiabile Monsignor Pietro Nani. Un ruolo importante ebbe, nell'esecuzione del progetto quale direttore dei lavori, il nostro ing. Renato de Paoli, il quale instaurò un commovente rapporto di amicizia sia con l'architetto Caccia Dominioni che con Monsignor Nani. In concomitanza con l’esodo della collettività italiana e subito dopo, eventi di carattere diverso produssero un drammatico mutamento dello stato dei luoghi. Il governo italiano, dopo le minacce subite da Gheddafi di violazione della sacralità del cimitero, trasferì in tutta fretta le salme dei nostri militari a Bari, nel Sacrario Militare dei Caduti d’Oltremare mentre, poco prima, molti degli italiani espulsi avevano cercato, pur nella frenesia del rimpatrio, di completare le pratiche per il trasferimento in patria dei loro cari defunti, lasciando tombe divelte, cappelle abbandonate e loculi vuoti.

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