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La
comunità ebraica tende la mano all'Abruzzo
Walter
Arbib: «Occasione unica per ricambiare l'assistenza che
l'Italia mi ha offerto»
Corriere
Canadese
16
maggio 2009
Elena
Serra
La
comunità ebraica di Toronto si è unita alla corsa
di solidarietà a sostegno dei terremotati dell'Abruzzo.
Diverse associazioni ebraiche - Skylink Aviation, UJA Federation
of Greater Toronto, Canadian Jewish Congress Charities Committee
– hanno preso parte alla sfida lanciata dall'Abruzzo Earthquake
Relief Fund (AERF), iniziativa voluta dalla comunità italiana
di Toronto.
La terribile scossa di terremoto che il 6 aprile ha avuto come
epicentro la zona de L'Aquila, ma che è stata percepita
in ben 49 comuni, si è lasciata alle spalle 295 vittime,
circa 1.500 feriti, 55mila sfollati e 15mila edifici danneggiati
o distrutti - tra i quali ricordiamo l'ospedale San Salvatore
dell'Aquila, crollato nel sisma dopo soli 9 anni di vita.
Solo due giorni più tardi, l'8 aprile, numerose organizzazioni
italiane si sono unite sotto l'unica voce dell'AERF per poter
dare il proprio contributo ad un paese ferito che, per quanto
lontano fisicamente, riesce sempre a smuovere coscienze.
Vi ha preso parte poi anche la comunità ebraica, perché
in questi casi l'unione fa la forza, e non si è mai troppi
a tendere una mano a chi ha bisogno d'aiuto.
Questa collaborazione ha raccolto finora ben 360mila dollari,
utilizzati per l'acquisto di medicinali che sono già stati
spediti in Italia ed approvati dal Governo Italiano, e che verranno
utilizzati dalla Protezione Civile Nazionale nelle zone colpite
dal sisma.
«Mi considero equamente italiano, ebreo e canadese»,
ha detto Waltre Arbib di Skylink Aviation, promotore della fusione
delle due comunità a favore dell'Abruzzo. «Questo
progetto è un'occasione unica per ricambiare l'assistenza
che l'Italia ha offerto a me e alla comunità ebraica quando
il Libano ha espulso gli ebrei dal Paese nel 1967». Walter
Arbib ha infatti vissuto in Italia per diversi anni, dopo essersi
rifugiato lì in tenera età, e solo successivamente
si è trasferito in Israele e poi in Canada. Contemporaneamente
a questa fusione nata nella Gta, la comunità ebraica italiana
ha devoluto altri 360mila dollari, anch'essi destinati sotto forma
di medicinali alla popolazione dell'Abruzzo, con il patrocinio
di SkyLink Air. La comunità ebraica si è detta soddisfatta
dei risultati ottenuti dalla collaborazione con le organizzazioni
italiane, successo che deriva dalla condivisione di risorse e
da valori comuni che hanno sempre fatto parte della tradizione
di queste due comunità, sempre pronte, in ogni momento
storico, a tendere una mano alle popolazioni in difficoltà.
E si è infine augurata che le risorse raccolte possano
offrire qualche sollievo a tutti coloro che sono stati coinvolti
nel terremoto.
L'AERF, da parte sua, ha infine ringraziato la generosità
e solidarietà della comunità ebraica, grazie alla
quale «migliaia di persone potranno guarire meglio e più
velocemente».
Ma la missione dell'AERF non si ferma qui, numerosi eventi - annunciati
nel sito www.abruzzoearthquakerelieffund.ca
- sono in calendario
per mantenere alta l'attenzione sullo stato d'emergenza che 55mila
italiani stanno fronteggiando, e per raccogliere fondi che verranno
utilizzati negli anni a venire per ricostruite case, ospedali,
scuole, ma soprattutto speranza e futuro.
(torna su)
"Vi
racconto la gratitudine degli ebrei di Libia"
Moked.it
16
maggio 2009
Lucilla
Efrati
Qualche mese fa, un aereo della sua compagnia che volava verso
il Medio Oriente per portare il controvalore di centinaia di migliaia
di euro in medicinali ai bambini di Sderot e di Gaza, aveva suscitato
un'alzata di scudi da parte di chi non riusciva a comprendere
il suo gesto. Ma per Walter Arbib non ci sono conflitti di interesse
quando si tratta di aiutare gli altri. Ora si parla di nuovo di
lui per gli aiuti che sta inviando alle popolazioni terremotate
dell'Abruzzo. “Questo progetto è un'occasione speciale
di esprimere la mia gratitudine per l'aiuto che l'Italia
ha offerto a me e alla Comunità ebraica tripolina quando
la Libia ha espulso gli ebrei dal Paese nel 1967» osserva
Arbib, che quando fu costretto a lasciare il suo paese assieme
a moltissimi altri ebrei aveva 26 anni.
«Abbiamo due possibilità nella vita, una è
affrontare la realtà, l' altra è distogliere gli
occhi», aveva dichiarato qualche mese fa in un'intervista
rilasciata al Portale dell'enbraismo italiano. E lui gli occhi
non li ha distolti mai, perché dell'aiuto agli altri ha
fatto la sua filosofia di vita. Walter Arbib, 67 anni di origini
tripoline, è l'amministratore delegato di Skylink Air and
Logistics, una società canadese con un fatturato di 330
milioni di dollari che collabora per conto di numerosi governi
a missioni di aiuto in zone di emergenza in tutto il mondo. La
sua flotta, oltre ai jet e agli elicotteri, vanta anche
un enorme Antonov 124 capace di trasporti da 120 tonnellate e
un'addestrata squadra di “good guys” i “bravi ragazzi”, operatori
pronti a partire a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Il 5 giugno 1967, Arbib stava guidando la sua auto quando ascoltò
alla radio che era scoppiata la Guerra dei Sei giorni e improvvisamente
la sua vita cambiò. Con il pretesto del conflitto gli ebrei
tripolini furono assediati nelle loro case. Al ricordo dei pogrom,
delle case bruciate, dei beni confiscati, si associa quello dell'accoglienza
che l'Italia offrì a centinaia di famiglie ebraiche che
vivevano a Tripoli e, fra queste, alla famiglia di Walter.
“Io mi auguro che quelli della nostra età tramandino ai
propri figli il senso della gratitudine per questo Paese. Quello
che l'Italia ha fatto per noi non è una cosa scontata”
osserva Arbib “Ricordo l'arrivo, e l'accoglienza. Non dobbiamo
dimenticare mai che molti profughi ebrei hanno potuto ricostruirsi
una vita grazie all'aiuto italiano”.
La permanenza di Arbib a Roma, durò poco tempo, si trasferì
in Israele e nel 1988 in Canada dove fondò la SkyLink,
ma una parte del suo cuore è rimasta qui in Italia “Mi
considero equamente italiano, ebreo e canadese” dichiara con un
senso di orgoglio “Quando ho sentito del terremoto in Abruzzo
ho pensato che avevo finalmente l'occasione di fare qualche cosa,
a nome degli ebrei tripolini, per questo Paese che nel '67 ci
aveva accolto, ma che sarebbe stato anche un modo per esprimere
la gratitudine agli abitanti di Fossa per gli aiuti dati ad alcune
famiglie ebraiche durante la persecuzione nazista”.
Da esperto del settore, Arbib, esprime anche il suo apprezzamento
per il modo in cui il Governo italiano ha gestito l'emergenza
terremoto: “Penso che in questa occasione Berlusconi e Bertolaso
e tutto il governo abbiano dimostrato grande efficienza”, osserva
Arbib e aggiunge “Far conoscere il cuore degli italiani è
un altro dei miei scopi, qualche tempo fa ho organizzato qui in
Canada con la collaborazione della Comunità italocanadese
una serata in onore di Giorgio Perlasca, perché mi sembrava
giusto far conoscere ai canadesi un uomo eccezionale che ha donato
la sua vita per salvarne delle altre.”
Walter Arbib si definisce un israeliano-italiano-canadese. Ma
osservandolo da vicino ci si rende conto che probabilmente è
qualcosa di più. Un ebreo che è voluto diventare
cittadino del mondo.
(torna su)
Il
filantropo ebreo che divide la comunità per gli aiuti a
Gaza
Corriere
della Sera
9
gennaio 2009
Paolo
Brogi
ROMA - Si chiama Walter Arbib e ha 67 anni:
è lui l' ebreo libico trapiantato in Canada, che dal '94
con la SkyLink Aviation si occupa di grandi interventi umanitari.
C' è lui, col suo socio sikh Surjit Babra, dietro la donazione
di 300 mila euro in medicinali destinati ai bambini e alla gente
di Gaza, ma anche di Sderot sotto i missili di Hamas, che l' Unione
delle Comunità Ebraiche e la Comunità ebraica romana
hanno destinato all' intervento umanitario promosso dal ministro
degli esteri Franco Frattini. Donazione strettamente riservata,
quanto le sue origini, che non ha mancato in questi giorni di sollevare
critiche da destra e da sinistra e che sta creando grattacapi al
presidente della comunità romana Riccardo Pacifici, stretto
tra i rimbrotti arrivati da ebrei d' Israele e le richieste di chiarimenti
sollevate dall' opposizione nel consiglio della comunità
e formalizzate in una richiesta di seduta straordinaria. Da Toronto,
quartier generale dal 1988 del gruppo SkyLink, specializzato in
trasporto di truppe peacekeeping e di aiuti umanitari, Walter Arbib
tace. Il suo nome, ufficialmente, viene tenuto fuori dal dibattito.
L' avvocato Renzo Gattegna, presidente dell' Ucei, e Riccardo Pacifici
si rifiutano di rivelare chi materialmente stia raccogliendo quei
medicinali urgenti per i feriti di Gaza e Sderot. Ma quei farmaci,
così preziosi in questo momento, non sono una novità
per i bambini palestinesi che hanno già visto arrivare le
confezioni di Arbib già nei primi mesi del 2005, quando d'
intesa con la «Mezzaluna rossa palestinese» Arbib aveva
convogliato a Gaza forniture mediche e farmaci. Il presidente dell'
Autorità palestinese Abu Mazen aveva dichiarato allora: «Siamo
orgogliosi di questi doni dei cugini ebrei...». La filosofia
di Walter Arbib, imprenditore e filantropo, è in questa frase:
«Abbiamo due possibilità nella vita, una è affrontare
la realtà, l' altra è distogliere gli occhi».
In un' altra occasione ha aggiunto: «Di fronte ai drammi del
mondo in tv niente mi fa maggior piacere che vedere gli aiuti che
abbiamo appena inviato...». Arbib aveva 26 anni quando aveva
dovuto lasciare, con la casa paterna in fiamme, la Libia dove era
cresciuto dopo essersi trasferito dalla natia Tunisia, terra che
aveva accolto la sua famiglia fuggita dall' Europa sotto il fascismo.
Fu cacciato, era appena scoppiata la Guerra dei Sei Giorni. Riparò
a Roma, poi in Israele e lì Arbib s' ingegnò come
agente di viaggi. Dopo gli accordi di Camp David, nel ' 79, aveva
subito approfittato del nuovo clima organizzando escursioni e tour
in Egitto. Poi nel 1988 eccolo compiere il balzo in Canada, dove
nel giro di pochi anni mette in piedi un impero, la SkyLink, oggi
con un fatturato di 330 milioni di dollari. Tra i suoi clienti,
soprattutto l' Onu con le sue forze di pace. E poi, dal ' 94 in
Rwanda, il debutto negli interventi umanitari. «A Kigali trovammo
900 orfani - ha raccontato Arbib -. Con le vedove dei soldati canadesi
organizzammo subito un orfanotrofio...». I farmaci che ha
trasportato in Mozambico e Somalia, Turchia e Pakistan del dopo-terremoto,
Indonesia e Sri Lanka dopo lo tsunami, li ha scoperti grazie a Lelei
LeLaulu, la mente di una Ong di Washington, la Caunterpart International,
e volontari di Medecine for Humanity. È questo triangolo
che fa affluire alla flotta aerea di Arbib, dove oltre ai jet e
agli elicotteri staziona anche un enorme Antonov 124 capace di trasporti
da 120 tonnellate, grandi quantità di medicinali. Nel Darfur,
nel giugno di due anni fa, ne furono portati per 400 mila dollari.
Quelli di SkyLink, «good guys». È così
che si fanno chiamare nelle situazioni più pericolose. Ma
a volte, forse senza neanche accorgersene, scatenano anche alzate
di scudi. Come sta succedendo con i farmaci promessi al ministro
Frattini.
(torna su)
L'asse
Geronzi-Berlusconi stringe d'assedio Profumo
La
Repubblica
17
ottobre 2008
Giovanni
Pons
Dalla
plancia di comando di Piazza Cordusio, dove ha sede l´Unicredit,
Alessandro Profumo si è affrettato a dire che l´intervento
dei fondi libici nel capitale della banca è stato consensuale.
«È un´operazione amichevole, un segnale di
fiducia nella strategia della banca e nel management che la guida»,
fanno sapere i bankers della sua squadra. E in effetti, i fondi
sovrani che maneggiano i petrodollari del mondo arabo, soprattutto
in un momento così delicato, ben si guardano dal farsi
dipingere nella veste di avvoltoi.
Il
pericolo sventolato da Silvio Berlusconi nei giorni scorsi, di
possibili Opa ostili nei confronti delle aziende italiane lanciate
da fondi sovrani, in questo caso non appare verosimile. L´allarme,
semmai, potrebbe essere servito a confondere le acque e a preparare
il campo a ciò che è successo ieri sera in Unicredit,
un fatto che assomiglia molto alla "sterilizzazione"
di Profumo nel sistema di potere italiano.
Già,
perché risulta difficile non rilevare come questi fondi
libici siano gli stessi che entrarono in Banca di Roma nel lontano
1997 invitati dal presidente di allora Cesare Geronzi, oggi alla
testa di Mediobanca. Gli stessi che salirono fino al 5% di Capitalia
e che poi risultarono diluiti fino allo 0,9% in seguito alla fusione
della banca romana con l´Unicredit nell´estate 2007.
Ora
con il 4,23% diventano il secondo azionista del gruppo di Piazza
Cordusio dopo aver garantito una parte dell´aumento di capitale
(attraverso il bond) lanciato da Profumo in tutta fretta meno
di due settimane fa quando il prezzo del titolo correva pericolosamente
verso i 2 euro.
Con
questi precedenti come si fa a non pensare che Profumo si stia
mettendo in casa l´amico del suo peggior nemico. La morsa
che si sta stringendo intorno all´amministratore delegato
di Unicredit, infatti, rischia di diventare letale. Basta scorrere
i fatti: Berlusconi non più tardi di un mese fa ha firmato
un protocollo di amicizia con Muammar Gheddafi in cui il governo
italiano ha chiesto scusa per il passato coloniale in quel paese
e ha stanziato una serie di compensazioni monetarie tra cui una
lunga autostrada costiera.
Tutto
appare anche più chiaro se si dà uno sguardo al
riassetto di potere interno che si sta consumando intorno a Mediobanca,
protagonisti il presidente Geronzi e una serie di azionisti molto
vicini a Berlusconi, tra cui Salvatore Ligresti, i francesi di
Vincent Bollorè, la Mediolanum di Ennio Doris, Tronchetti
Provera. Un asse che a Roma ruota intorno alla figura di Gianni
Letta, il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
L´unica
voce fuori dal coro, finora, era rappresentata dall´Unicredit
di Dieter Rampl e Profumo che anche recentemente aveva costituito
un contrappeso importante per l´equilibrio dei poteri in
Italia, dalle Generali al Corriere della Sera, fino alla Telecom.
Ma con i libici buoni amici di Geronzi e Berlusconi che diventano
azionisti di peso in Unicredit c´è da aspettarsi
che alla prossima battaglia in Mediobanca le voci fuori dal coro
verranno troncate sul nascere.
Sicuramente
gli emissari di Gheddafi otterranno almeno un posto nel consiglio
di amministrazione e faranno sentire la loro voce nei vari comitati
strategici della banca. Insomma, se non si tratta di un vero e
proprio commissariamento di Profumo poco ci manca.
E
l´asse Berlusconi-Geronzi-Letta in questa fase risulta vincitore
anche rispetto al compagno di viaggio e di schieramento Giulio
Tremonti, il ministro dell´Economia che ha minacciato le
dimissioni sull´emendamento salva-manager e che nei giorni
scorsi, insieme a Emma Marcegaglia, aveva accarezzato la possibilità
di collocare Matteo Arpe al vertice di Unicredit qualora lo Stato
fosse stato costretto a entrare nel capitale della banca. Un´ipotesi
che sarebbe suonata come un´affronto proprio per Geronzi,
colui che in Capitalia condusse una durissima battaglia contro
il manager che ha portato Capitalia fuori dalle secche, e ora
sventata con l´aiuto di Gheddafi.
(torna su)
Gheddafi,
schiaffo a Sarko. «La Libia non ci sarà»
Corriere
della Sera
10
luglio 2007
A.
Gar.
TRIPOLI (Libia) — Anche stavolta Gheddafi è solo, posizione
che non gli fa paura, Gheddafi dice no all'Unione per il Mediterraneo,
atto di nascita a Parigi, domenica 13 luglio, fra i Paesi dell'Unione
europea e Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Siria,
Giordania, Libano, Turchia, Israele, Autorità palestinese.
La Libia, pur invitata, no, non ci sarà. Gheddafi vede nella
nuova Unione lo spettro dell'Impero romano in Africa: «Può
essere vista come una nuova occupazione, il ritorno del colonialismo».
Messaggio per l'Europa: «Con questa Unione si potrebbe rallentare
la soluzione del problema immigrazione, dato che i Paesi del Medio
Oriente non sono interessati». E lascia intravedere tremendi
scenari: «L'Unione mediterranea può apparire, agli
occhi dei paladini della guerra santa, una provocazione».
In una sala della caserma Azizia, ci sono, davanti a Gheddafi, circa
cento giornalisti chiamati da Roma, Londra, Parigi, Tunisi, Algeri,
n Cairo. «Siamo qui per parlare del progetto del presidente
francese Sarkozy, "mio buon amico"», dice Gheddafi.
«Che equilibrio può esserci — insiste — tra una trentina
di Paesi del Nord, che hanno difese, moneta, banca centrale comuni
e soltanto otto Paesi del Sud?». Preferisce il progetto originario,
quello che prevedeva un accordo fra sei Paesi europei e sei nordafricani,
senza Medio Oriente. In ogni caso, restano i rapporti bilaterali,
«buoni con Grecia, Spagna, Portogallo, Italia...».
(torna su)
Fra
Berlusconi e Gheddafi per ora soltanto auspici a chiudere i problemi
Italian
Outlook
1
luglio 2008
Claudio
Lanti
Venerdì scorso il
premier Berlusconi è stato ancora in visita a Gheddafi
che lo ha accolto a pranzo nella città di Sirte. Questa
volta le comunicazioni sul colloquio sono state minime, praticamente
inesistenti. I due leader hanno comunicato soltanto che è
loto auspicio poter sistemare il pesante contenzioso bilaterale.
Dopo innumerevoli visite governative in Libia, scambi di delegazioni,
trattati ed accordi operativi, finora tutti gli impegni bilaterali
si sono rivelati declamazioni ipocrite e inutili. Il problema
più grave visto da Roma sono i traffici di immigrati clandestini
nel Canale di Sicilia di cui, secondo la diplomazia italiana,
Gheddafi apre e chiude il rubinetto per ricattare l'Italia. Il
“pattugliamento congiunto” nelle acque libiche non è mai
nemmeno iniziato e gli accordi firmati in merito restano pura
carta straccia per l'inerzia libica fin troppo significativa.
Dunque andare ancora da
Gheddafi solo per mangiare un cous cous ed esprimere un “auspicio”
non solo sarebbe ridicolo ma anche indecente. Sarebbe incredibile
se questo solo fosse il risultato dell'ennesima traversata di
Berlusconi. Perciò a questo punto c'è da immaginare
che i due leader abbiamo sentito il bisogno di evitare ulteriori
annunci vuoti, preferendo mantenere il riserbo sui discorsi effettivamente
fatti. E' da ritenere che il Cavaliere e il Colonnello abbiano
cambiato metodo, concordando di persona i punti generali e affidando
il resto non agli apparati diplomatici tradizionali ma a due mediatori
operativi di fiducia assoluta. Per parte libica si tratta dell'ambasciatore
a Roma Abdul-Hafed Gaddur, che è notoriamente molto più
di un normale ambasciatore, e per parte italiana di Valentino
Valentini, l'ex interprete poliglotta diventato assistente personale
di politica estera del Cavaliere e unica voce che Berlusconi ascolta
sulle questioni internazionali.
Una nota di Palazzo Chigi
riferisce che si è “convenuto sulla necessità di
chiudere al più presto e definitivamente tutti i punti
in sospeso”. Da parte italiana si è voluto sottolineare
il concetto di soluzione “definitiva”. Berlusconi –secondo il
pochissimo che è trapelato- ha detto francamente a Gheddafi
che questa situazione è insostenibile e che, rispetto alla
nuova richiesta di un'autostrada come ulteriore risarcimento dei
danni coloniali, l'Italia è pronta a pagare ciò
che c'è da pagare, ma in un quadro di certezze reciproche
e di mantenimento di tutti gli impegni presi dalle due parti.
Insomma, in un certo senso il Cavaliere ha cercato di mettere
Gheddafi spalle al muro.
Il problema bilaterale
è però molto più profondo. L'ostilità
verso l'Italia è una caratteristica di base del regime
libico, la bandiera dell'indipendenza nazionale con la quale Gheddafi
andò al potere nel 1969 e vi è rimasto sino ad ora.
Una bandiera che il colonnello dovrebbe adesso ammainare turbando
gli equilibri interni con i clan politici ed etnici rivali. Bisogna
anche vedere se il colonnello è in grado di adottare una
vera politica di repressione dei flussi migratori provocando reazioni
tra i Paesi africani sub-sahariani.
(torna su)
Ora
fermate i mercanti di schiavi libici del colonnello Gheddafi
Libero
19 giugno
2008
Luca Volonté
La Libia
del colonnello Gheddafi e dei figli e figliastri del suddetto,
tiranno illuminato per gli europei, è consenziente verso
gli scafisti nel loro commercio di carni umane. Nessuna differenza
di prezzo tra bambini in fasce, genitori attempati o teen ager
in cerca di fortuna, soldi caldi e fumanti come la sabbia delle
spiagge e dei porticcioli, sabbia fumante e carica di sangue.
Ogni viaggio è un rischio, il barcone non consente sicurezze.
Può affondare a causa delle cattive condizioni del mare
oppure perle stesse condizioni dello scafo, per sovrabbondanza
dei passeggeri o per imperizia dei comandanti. Si muore e la bara
d'acqua salata inghiotte ogni genere umano e tutte le speranze
di gloria, o di semplice riscatto dei fuggitivi.
Noi non siamo
la Spagna di “Z”, non ci imbianchiamo in Europa, per poi massacrare
con i cannoneggiamenti al largo delle coste i gommoni carichi
di famiglie. Partono i disperati dell'Africa, partono mesi prima
dalle zone di estrema povertà e di frequenti conflitti,
viaggi a piedi o ammucchiati su camion, viaggiano per intere settimane
con poca acqua e con ancor meno cibo. Poi arrivano nei luoghi
si smistamento, scaricati come buoi attendono qualche giorno e
via, in mare in cerca di fortuna, per riscattare i propri figli
e le proprie mogli.
Nei Paesi
di provenienza, l'unica aspettativa è quella della morte
in tenera età. L'Italia ha una buonissima legge, come tutte
le opere umane potrà essere migliorata, una legge che però
non è attuata nelle sue parti più intelligenti.
Mi riferisco alla collaborazione tra organizzazioni imprenditoriali,
reti consolari e paesi di provenienza per individuare e formare
i lavoratori che servono al nostro Paese. L'Europa, come dimostra
con la sua ultima direttiva, ha deciso di riflettere sulle condizioni
dell'immigrato ma ha totalmente dismesso i propositi del Progetto
del Commissario Vittorino, che nel 2003-2004 aveva individuato
un Piano per una stabile collaborazione e ragionata integrazione
di opportunità, diritti e sviluppo tra il continente e
la riva sud del Mediterraneo. Dovremmo esser noi, con la nuova
attenzione che Sarkozy avrà per il tema, a ripropone il
Piano Vittorino , magari integrandolo con le intelligenti intuizioni
del nominato Commissario Buttiglione, purtroppo mai confermato
nelle sue funzioni.
E' possibile
portare acqua dolce nei paesi africani oggi a secco, è
possibile intervenire preventivamente e, in caso contrario, efficacemente
da parte dell'Onu verso i Paesi in conflitto e non rispettosi
dei diritti umani. E' possibile un maggiore ruolo da parte della
Ue nelle crisi africane, pensiamo alle promesse sul Darfur, smentite
dai fatti, alle guerriglie in Somalia, dimenticate da molti, alle
incredibili prove dittatoriali di Mugabe, addirittura invitato
a Lisbona per la firma del Trattato.
In tutto
ciò, nel caos profondo della situazione e tra le incertezze
nelle quali si dibatte l'Europa, misure che passano dal manganello
alla camera da letto, la Libia ci marcia e questo è intollerabile.
Da anni il nostro governo ammicca, accarezza, concede ora è
venuto il momento di fermare il commercio di cui le autorità
libiche sono complici. Per ragioni di umanità e pure di
buon vicinato. O la Libia dismette questa pratica di commercio
di schiavi o l'Ue e l'Italia in primis, devono intervenire duramente,
senza se e senza ma. Dalla compravendita di cammelli si è
passati agli stock di carni umane, francamente non è possibile
proseguire con questa ipocrisia incivile.
(torna su)
Leone
Massa (Airil): "Nei rapporti con Gheddafi non abbiamo dignità"
Dialogo
italo-libico continuiamo a farci male
L'Opinione
23
maggio 2008
Stefano
Magni
“Un
interlocutore essenziale”: per l'Italia questa è la Libia.
Insomma, cambia il mondo, cambiano i governi, ma i rapporti italo-libici
sembrano destinati a rimanere sempre gli stessi. Finora lo schema
è sempre stato questo: Muhammar Gheddafi coglie un pretesto
per alzare i toni, il governo italiano risponde con diplomazia,
il dittatore libico “disinnesca” la crisi e subito dopo ottiene
da Roma la promessa per la costruzione della nuova autostrada
litoranea (2000 Km di percorso, 3,5 miliardi di euro di costo
previsto) come “compenso per i danni del colonialismo italiano”.
L'ultima giustificazione adottata da Gheddafi per rilanciare il
suo ricatto è stata la nomina a ministro di Roberto Calderoli,
reo di aver esibito in televisione, due anni fa, una maglietta
che riproduceva la nota vignetta su Maometto. Che sia una scusa
qualsiasi è chiaro a tutti. Il dittatore libico non può
certo presentarsi come paladino dell'Islam: proprio ieri ha proibito
alle ragazze del suo popolo di indossare il velo nelle università,
un provvedimento che urta la sensibilità religiosa dei
musulmani molto di più di una semplice maglietta indossata
da un ministro straniero.
Calderoli ha dovuto mostrare pubblicamente il suo pentimento e
il caso è stato archiviato. Ma sono bastate le scuse ufficiali?
Probabilmente no. Già ieri, il ministro degli Esteri Franco
Frattini, annunciava all'assemblea di Confindustria, la preparazione
di un incontro fra Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi. Obiettivo
dichiarato è quello di raggiungere un accordo sulla gestione
dei flussi migratori tra le due sponde del Mediterraneo, ma potrebbe
esserci dell'altro. “E' essenziale” - ha affermato il portavoce
della Farnesina Pasquale Ferrara - “riagganciare un contatto per
poter riprendere un percorso che dovrebbe portarci a superare
tutte le questioni irrisolte e a rilanciare i rapporti su nuove
basi”. Prometteremo ancora l'autostrada? “Non si può assicurare
niente a Gheddafi” - ci spiega Leone Massa, presidente di Airil
(Associazione Italiana per i Rapporti Italo-Libici) - “Per legge
è il Parlamento che deve approvare una spesa del genere
e non so se potrà accettarla. Il 2 settembre 2001, l'allora
ministro degli Esteri Renato Ruggiero, asserì che il problema
dei crediti vantati dalle imprese italiane doveva essere prioritario
rispetto a qualsiasi ulteriore accordo tra Italia e Libia.
Da allora ad oggi non è cambiato nulla: i nostri diritti
sono calpestati e lo Stato italiano ha dimostrato di non saper
difendere, oltre che gli interessi dei propri cittadini, anche
la dignità della nazione. Insomma, anche nell'intervista
rilasciata a Il Giornale lo scorso 16 maggio, Frattini si era
detto disposto a montare la tenda di Gheddafi per accoglierlo.
20 mila nostri concittadini sono stati espulsi per volontà
di Tripoli e le nostre imprese hanno subito espropri. Le aziende
italiane che operano in Libia sono discriminate rispetto a quelle
di tutti gli altri Paesi e sono vittime dell'arbitrio statale.
Negli anni ‘80 ho visto come agiscono i Comitati del Popolo: ti
fanno sgombrare il cantiere, sequestrano tutto e ti dicono ‘Paga
Badoglio'. E non rivedi più un soldo. Non so proprio se
Gheddafi verrà accolto a furor di popolo qui in Italia”.
(torna su)
Intervista
al Ministro degli Esteri Frattini
“Fra
un anno impronte digitali per chi vuole entrare in Europa”
Il Giornale
16 maggio
2008
Alessandro M. Caprettini
«Rivedere
Schengen? È già in calendario. Dalla fine del 2009,
nella Ue si entrerà solo dopo aver depositato le impronte
digitali, ci saranno pattugliamenti comunita ri nel Mediterraneo,
e con ogni probabilità si vareranno nuovi provvedimenti
tesi a frenare la corsa al vecchio continente che è partita
da anni e si intensifica oggi da Sud e da Est. Franco Fratti ni
è abbastanza sicuro del cambio di marcia. Un po' perché
lo aveva messo a punto lui a Bruxelles nella sua veste di commissario
a Libertà, Giustizia e Sicurezza, un po' perché
sa bene che sul tema si ritrovano ormai assieme Berlusconi e Sarkozy,
Merkel e Brown e persino Zapatero.
Paradossalmente
l'Italia del Cavaliere che si dipingeva come euroscet tica, si
ripresenta sul palcoscenico comunitario nei panni di chi crede
occorra fare nuovi accordi, tutti assieme, per battere lo stato
di appannamento che il vecchio continente sta vivendo. Lo dice
Tre monti e lo sostiene anche il ministro degli Esteri che, in
volo verso il Perù - dove sostituisce Berlusconi al quinto
vertice tra capi di Stato della Ue e del Su damerica che si è
aperto ieri mattina - fa capire che i nodi sono al pettine e che
la possibilità di scioglierli, c'è tutta.
«Per
la fine di questo 2008 - annuncia Frattini - avremo l'analisi
sugli accordi di Schengen: una sorta di tagliando a quel che è
stato nei suoi 22 anni di vita. All'inizio fu tutto facile. C'era
ancora il muro, eravamo pochi Paesi... Adesso il problema è
verificare la tenuta delle frontiere esterne perché non
possiamo nasconderei che il problema numero uno è divenuto
la sicurezza».
Che si ottiene...
in che modo?
«Con
Schengen2 in calendario per la fine del 2009. Impronte digitali
per chi vuoi fare ingresso nella Ue da inserire in un grande sistema
informatico così che in ogni Paese le forze dell'ordine
possano collegarsi e sapere in pochi attimi chi è la persona
che hanno fermato e se è in regola o meno. Poi, naturalmente,
vanno cercate nuove intese coi Paesi da cui provengono o con Stati
di passaggio come la Libia. C'è ad esempio da smuovere
Bruxelles che aveva promesso a Gheddafì fondi speciali
per il pattugliamento del deserto. Noi italiani stiamo intanto
addestrando il personale di alcune vedette che serviranno alla
Marina libica per controllare le sue coste e altro ancora si fare».
È
chiusa allora la querelle avviata dal figlio del colonnello?
«Credo
di sì. Tripoli insiste per qualche compensazione in più
di quel che si è definito, ha il problema dell'autostrada
che vorrebbe, ma ci sono aziende italiane, Eni in testa, pronte
a investire nuovamente. Se mi piacerebbe una visita di Gheddafì
a Roma? Certo che sì, magari con l'individuazione di un
luogo importante per la sua tenda... Ma mi piacerebbe anche andare
presto a Tripoli, meglio se assieme a Maroni, per definire la
linea an ticlandestini, magari prima della fine del mese, quando
partirà l'operazio ne Nautilus 3, con navi Ue a ridosso
delle acque territoriali libiche per controllarle».
Intanto sono
comunitari pa recchi di quelli che delinquono, specie da noi.
Per quelli che si fa?
«In
primo luogo si recepiscono le norme Ue, come quella che prevede
l'espulsione in caso di mancanza di reddito. Poi si cerca di rafforzare
la collaborazione bilaterale con i Paesi di provenienza. Prendiamo
il caso dei romeni: dove sono le pattuglie miste di cui aveva
parlato il precedente governo? Dove e quando si è realizzato
il rimpatrio di chi ha commesso un reato? Lo dico perché
forse pochi sanno che a Bucarest c'è una legge che, a coloro
che hanno commesso delitti in altri Paesi Ue, vieta di tornare
all'estero e li sottopone a forti limiti di circolazione. Ancora,
si tratta di anticipare quello che la commissione Barroso ha già
in programma di varare a giugno sulla materia, il rimpatrio dei
clandestini di cui si è individuata la provenienza e il
fermo fino a 18 mesi di chi non declina le sue generalità.
Che poi è perfino poco rispetto ai tempi illimitati decisi
dalla democraticissima Svezia o dalla Danimarca o la Gran Bretagna...».
E il reato
di immigrazione clandestina, si farà o no?
«Può
essere vantaggioso farlo come misura di deterrenza, ma rischiamo
di affolla re le carceri. Non sono contrario in via di principio,
ma occorre discuterne. E naturalmente non utilizzare la via del
decreto».
Torniamo
ai romeni, anzi ai rom: come controllare e organizzare le loro
presenze in Italia?
«Il primo provvedimento
che credo si debba prendere è la scolarizzazione obbligatoria
dei minori. Basta col buonismo che li fa ritornare in strada a
mendicare per volontà dei genitori: o vanno a scuola o
si interrompe la patria potestà. Poi ci sono da utilizzare
fondi Ue destinati proprio all'integrazione dei rom. Pensate che
la Spagna ha avuto negli ultimi anni 60 milioni di euro proprio
a questo scopo. Noi non abbiamo chiesto nulla. Per cui credo che
avanzeremo su questo percorso, magari per destinare parte di queste
cifre alle intese che nel frattempo possono essere varate da enti
locali. Milano, ad esempio, vuole stringere accordi con comuni
romeni in modo da creare sviluppo e da far tornare i rom a casa.
Da fare c'è molto. Ma le idee non mancano e sono ormai
comuni a tutta l'Europa; l'importante è non fermarsi alle
enunciazioni».
(torna su)
Immigrazione
e petrolio le minacce della Libia
La Repubblica
9 maggio
2008
Vincenzo
Nigro
Sono molto
difficili i primi passi del governo Berlusconi in politica estera.
La Libia ha risposto con durezza alla nomina di Roberto Calderoli
a ministro nel nuovo governo Berlusconi: il ministero degli Interni
di Tripoli ha fatto sapere ieri notte di non voler più
collaborare nella protezione delle coste italiane dall'ondata
di immigrati illegali dall'Africa, "questo perché
Roma e altri paesi dell'Unione europea non hanno messo in atto
l'appoggio promesso". E secondo le informazioni di un quotidiano
on-line specializzato in petrolio, Gheddafi sarebbe pronto anche
a ritorsioni nel campo petrolifero, bloccando i contratti con
l'Eni siglati lo scorso 16 ottobre, con la possibilità
di arrivare addirittura a una possibile nazionalizzazione di tutte
le attività dell'azienda petrolifera italiana.
La mossa
decisa dal leader libico Muhammar Gheddafi arriva dopo l'avvertimento
che il 2 maggio era stato lanciato da suo figlio, Saif el Islam.
La settimana scorsa l'erede apparente del colonnello Gheddafi
aveva dichiarato che le relazioni fra Tripoli e Roma sarebbero
peggiorate decisamente nel caso Calderoli avesse fatto parte del
nuovo governo. La nomina a ministro di Calderoli avrebbe riportato
a galla la profonda tensione che divise l'Italia dalla Libia due
anni fa: mentre il mondo musulmano era in fiamme per le vignette
"blasfeme" pubblicate da un giornale danese, il ministro
Calderoli si presentò al Tg1 mostrando una t-shirt con
una delle vignette con la caricatura del Profeta Maometto.
Nei giorni
successivi una folla di cittadini libici assaltò il consolato
italiano a Bengasi, mettendolo a fuoco; per proteggere il personale
italiano, la polizia libica sparò sui dimostranti, arrivando
ad uccidere ufficialmente 11 persone, che secondo valutazioni
fatte successivamente sarebbero invece almeno una trentina. Per
questo nel suo comunicato Saif Gheddafi arrivava a definire Calderoli
"assassino", per aver provocato indirettamente gli scontri
di Bengasi, minacciando appunto conseguenze catastrofiche.
Il comunicato
libico di ieri sera sarebbe dunque la ritorsione immediata decisa
da Gheddafi: "La Libia è impegnata negli sforzi per
respingere l'afflusso di immigrati illegali verso l'Italia, esaurendo
le sue risorse materiali e spendendo una grande quantità
di denaro per proteggere le coste italiane dall'ondata di immigrati
clandestini. Adesso la Libia non sarà più responsabile
della protezione delle coste italiane dagli immigrati illegali,
poiché la parte italiana non ha rispettato l'impegno nel
dare appoggio alla Libia".
I libici
aggiungono minacciosamente che "ci attendiamo un incremento
quest'estate nel numero degli arrivi in Italia, via Libia, di
immigrati clandestini provenienti dai paesi sub-sahariani, un
fenomeno consueto in questo periodo dell'anno a causa delle migliori
condizioni atmosferiche e del mare in genere più calmo".
Ma ieri sera
un altro tipo di minaccia si è affacciato all'orizzonte
del governo Berlusconi: la "Staffetta quotidiana", una
pubblicazione on-line specializzata nel settore petrolifero, rivela
che secondo fonti diplomatiche libiche potrebbero essere annunciati
da Tripoli anche il blocco dei visti per l'ingresso degli italiani
in Libia e la cancellazione dell'accordo strategico tra Eni e
la compagnia di stato Noc, siglato il 16 ottobre scorso a Tripoli.
L'intesa prevede il prolungamento per 25 anni dei contratti petroliferi
attuali e investimenti congiunti per 28 miliardi di euro in 10
anni. Sempre secondo la "Staffetta" non sarebbe esclusa
come gesto estremo la nazionalizzazione delle attività
dell'Eni in Libia.
(torna su)
La
Libia contro Calderoli" Una catastrofe se fa il ministro"
La
Repubblica
3
maggio 2008
Paolo
Berizzi
Il
missile libico arriva in Italia alle 19.47, rimbalzato dall'agenzia
di stampa Jana e cioè il megafono ufficiale del governo
di Tripoli. «Se Calderoli ridiventasse ministro del prossimo
governo Berlusconi si avrebbero ripercussioni catastrofiche nelle
relazioni tra l'Italia e la Libia». Così Saif El
Islam Gheddafi, figlio del leader libico Muammar Gheddafi. Nella
sua news analysis non proprio diplomatica, l'erede del "colonnello"
inizia precisando che l'eventuale decisione di Silvio Berlusconi
di rinominare ministro l'esponente leghista è «un
affare interno che riguarda l'Italia». Ma subito dopo va
all'affondo, rimarcando «la gravita di questa questione».
A far da contorno alle esternazioni di Gheddafi jr è una
nota della stessa agenzia Jana, che senza mezzi termini definisce
Calderoli «il vero assassino dei cittadini libici morti»
a Bengasi il 17 febbraio 2006. Nella città libica una manifestazione
di protesta divampò contro il consolato italiano in seguito
a uno show dell'allora ministro per le Riforme, il quale, durante
un'intervista al Tg1, si aprì la camicia e mostrò
una maglietta con la riproduzione di una vignetta anti-islamica
(una delle caricature di Maometto pubblicate sul quotidiano danese
"Jyllands Posten"). La polizia libica reagì all'assalto
con violenza e sparò contro i manifestanti uccidendo
11 persone e ferendone altre 25. «La crisi — si legge nel
testo di Jana—è stata allora circoscritta, causando anche
le dimissioni del ministro italiano. Ma ora giungono voci sulla
possibilità di ricandidare nuovamente quel ministro, il
vero assassino — appunto — dei cittadini libici».
Saif
El Islam ha ribadito il concetto. E ha acceso il fuoco delle polemiche.
Se il diretto interessato, Calderoli - designato ministro per
l'attuazione del programma di governo (con delega alle riforme)
- sceglie ora la linea della diplomazia («la scelta della
squadra di governo spetta a Silvio Berlusconi che ha avuto mandato
dal popolo che è sovrano, partendo proprio dalle indicazioni
che quel popolo gli ha fornito»), da altri rappresentanti
leghisti arrivano parole più robuste: «Non accettiamo
provocazioni e minacce dalla gang di Tripoli, ovvero i registi
delle invasioni delle coste meridionali del nostro paese - ha
tuonato l'europarlamentare Mario Borghezio - Per fortuna in questo
governo ci sono dei veri crociati come i leghisti in grado di
combattere il pericolo del terrorismo jihadaista e i suoi palesi
e occulti sostenitori come i libici». «Parole farneticanti
e in libertà», le definisce Roberto Gota, capogruppo
in pectore della Lega alla Camera, mentre Gian Paolo Gobbo, sindaco
di Treviso, si augura che «Gheddafi jr venga censurato dal
padre». «Non vorrei - dice ironicamente Giacomo Stucchi,
altro deputato lumbard - «che adesso arrivasse anche Raul
Castro a porre veti a qualche altro ministro o a Fini presidente
della Camera». Commenti irritati anche dall'opposizione.
«Diktat inaccettabili», dice Enrico Gasbarra del Pd.
E Luca Volonté dell'Udc: «L'Italia non è sotto
tutela di nessuno, tantomeno della Libia».
(torna su)
Gheddafi
minaccia: "Guai a coi se fate Calderoli ministro"
Libero
3
maggio 2008
Gianluigi
Paragone
Povero
Berlusconi, ci mancava che pure la famiglia Gheddafi mettesse
il becco sulla lista dei ministri! Credeva di aver già
risolto tutto accontentando Rotondi, quand'ecco che in serata
s'è svegliato il Colonnello: se Roberto Calderoli diventerà
nuovamente ministro del prossimo governo si avrebbero «ripercussioni
catastrofiche nelle relazioni tra Italia e la Libia». Firmato
Saif El Islam. Cioè Gheddafi junior. Non quello ben inteso
- che inspiegabilmente ha calcato i campi di calcio della serie
A italiana. Cosa sta accadendo? Semplice, il leader libico è
tornato a batter cassa. Di Calderoli e della sua maglietta gliene
frega poco e quel poco tenteremo di spiegarlo più avanti.
Ciò che vuole l'inossidabile Colonnello sono i soldi. Quelli
che gli abbiamo dato finora per risarcirli delle passate bizzarrie
colonialiste evidentemente non bastano. Gheddafi, con questa mossa,
apre una linea di credito con Berlusconi, colpendolo in un punto
oggettivamente debole.
È
ovvio che non si può soccombere a un diktat di siffatta
maniera. Il fatto è arcinoto. Erano i giorni delle famose
vignette danesi su Maometto e degli scontri provocati in nome
di esse. Erano insomma giorni in cui l'Occidente difendeva la
libertà (anche la libertà di satira) mentre il mondo
islamico la respingeva con il fuoco. L'allora ministro Calderoli,
intervistato dall'ex direttore del TgUno Clemente Mimun, confidò
di indossare una t-shirt raffigurante una delle vignette sataniche.
Oltre a dirlo la mostrò alle telecamere. Apriti cielo.
Calderoli capì di aver commesso una leggerezza, si dimise
e chiese scusa.
A
distanza di due anni ora cosa dovrebbe fare, sparire dalla faccia
della terra? Evitare di far politica? Gheddafi e tutti i libici
se lo possono scordare. Calderoli ha preso un bel gruzzolo di
voti e li ha presi parlando di temi concreti tra cui quelli dell'identità
e delle radici cristiane. Perciò non solo ha tutto il diritto
di sedere in Parlamento, ma ha anche la legittima aspirazione
a entrare nel governo. La scelta spetterà al Cavaliere,
non certo a Gheddafi. Se non va bene alla famiglia libica, affari
loro. Anche perché pure l'Italia avrebbe un po' di lagnanze
da avanzare, soprattutto sul fronte dei flussi migratori. Gheddafi
aveva promesso un maggiore controllo delle coste, e invece ancora
ieri le cronache riportano di nuovi sbarchi a Lampedusa.
Gheddafi
batte cassa, dicevamo. Vedrete che risalterà fuori la costruzione
di una megastrada che parte dalla Libia e non so dove diavolo
finisca. In più vuole rompere le scatole agli italiani:
in Libia fa sempre un certo effetto. Non va scordato che là
esiste ancora una festa contro gli italiani colonizzatori e che
solo pochi anni fa (governo di centrodestra) fu permesso
agli esuli italiani dì ritornare in Libia. C'è un
altro particolare. Gheddafi - soprattutto negli ultimi anni, quando
ha espresso la propria condanna al terrorismo internazionale per
uscire dalla morsa degli embarghi internazionali- ha il bisogno
di accreditarsi presso il partito islamico più fondamentalista.
Aver chiesto lo scalpo politico di Calderoli è un segno
politico rivolto a quell'elettorato. Così mi ha spiegato
chi conosce la situazione lì.
Vero
o falso, Berlusconi non può accettare una provocazione
simile. Non può accettare che il premier di un altro Stato
ingerisca nella formazione del suo governo. Calderoli, dopo il
gesto della maglietta, si dimise. Né si può accettare
la minaccia di «ripercussioni catastrofiche»; cosa
vuoi dire? È la minaccia di quale scontro culturale? Contro
l'esibizione della maglietta, nella provincia libica di Bengasi
scoppiarono violenti scontri, nel corso dei quali morirono 11
persone. Ora il figlio di Gheddafi addebita quei morti all'esponente
leghista. Oppure è laminacela di fare arrivare orde di
clandestini da tutta l'Africa sahariana? Se così fosse,
a mali estremi, estremi rimedi. Cioè navi della Marina
al largo con le mitragliatrici puntate contro chi entra in acque
territoriali italiane. Lo fece il socialista Zapatero per difendere
la Spagna, perché escluderlo noi a priori?
(torna su)
“Gaza
come i lager nazisti” e l'Italia "ferma" l'Onu
Libero
25 aprile
2008
di Silvia Guidi
La Libia non fa marcia
indietro su Gaza, confermando le parole di sfida considerate inaccettabili
da tutti gli occidentali, e cioè che la situazione nella
Striscia sarebbe simile, se non peggiore, a quella dei campi di
concentramento nazisti. Il vice ambasciatore libico alle Nazioni
Unite, Ibrahim Dabbashi, ha ripetuto quanto aveva detto mercoledì
(era lui in sala e non l'ambasciatore Giadalla Ettalhi come riportato
da più fonti) durante una riunione a porte chiuse del Consiglio
di Sicurezza dedicata al Medio Oriente, provocando la sospensione
della seduta, mentre alcuni rappresentanti permanenti (tutti gli
occidentali) si toglievano l'auricolare e abbandonavano la sala.
Il primo ad alzarsi è stato l'ambasciatore francese Jean-Maurice
Ripert, seguito dai rappresentanti di Gran Bretagna, Stati Uniti,
Belgio, Costa Rica.
È stato l'ambasciatore
italiano Marcello Spatafora a chiedere che la riunione fosse interrotta
immediatamente, con una procedura straordinaria. E così
il sudafricano Dumisani Kumalo (presidente di turno), preso atto
della mancanza di unanimità sul documento e delle esternazioni
libiche, ha battuto il martelletto della presidenza dichiarando
chiuso l'incontro che prevedeva ancora interventi di altri membri
del Consiglio.
Dabbashi, conversando ieri
con i giornalisti al Palazzo di Vetro, non ha accettato di smentire
nessuna delle sue affermazioni. Anzi, ha ribadito che la situazione
nella Striscia di Gaza «è anche peggiore di quella
dei campi di concentramento, perché viene bombardata ogni
giorno da Israele». L'iniziativa dei diplomatici occidentali
è stata accolta con favore da Israele. «Hanno fatto
ciò che era richiesto in una situazione simile, e vanno
applauditi», ha detto Arye Mekel, portavoce del ministero
degli Esteri israeliano, secondo il quale il Consiglio di Sicurezza
del Palazzo di Vetro «è stato preso in ostaggio da
Paesi irresponsabili, in passato legati al terrorismo».
Un'implicita attribuzione di responsabilità all'America,
quella che Israele individua commentando il fallimento come frutto
dell'infiltrazione di «terroristi» nel Consiglio di
Sicurezza. Anche per questo l'ambasciatore aggiunto degli Stati
Uniti all'Onu, Alejandro Wolff, si è affrettato a condannare
una volta di più le nuove dichiarazioni della Libia. Parole
come queste, secondo Wolff, «dimostrano l'ignoranza della
storia, e continuano ad impedire che si trovi una soluzione pacifica
in Medio Oriente».
Non è la prima volta
che il niet libico blocca i tentativi di intesa sulla "vexata
quaestio" della Striscia di Gaza al Palazzo di Vetro. Nel
marzo scorso, ad esempio, i diplomatici di Gheddafi hanno
deciso di tornare nel passato, impedendo al Consiglio di Sicurezza
dell'Onu di raggiungere l'accordo su una risoluzione di condanna
della strage nel collegio rabbinico di Gerusalemme Ovest. Anche
allora bastò il voto contrario di Tripoli per mandare a
monte l'adozione del testo, che doveva essere varato all'unanimità.
Del resto, risale ad appena
due anni fa la riabilitazione di Muammar Gheddafi. Da Stato canaglia
e sponsor del terrorismo, dopo un processo di riavvicinamento
all'Occidente, la Libia era stata cancellata dalla lista nera
statunitense il 28 giugno 2006. Non era stata sufficiente la consegna
nel '99 dei colpevoli libici della strage di Lockerbie, in cui,
in seguito all'attentato al volo Pan Am 103 esploso in volo il
21 dicembre '88 sopra la Scozia, morirono 270 persone. Per tornare
nel novero delle Nazioni civili, Gheddafi aveva anche dovuto abbandonare
i propri piani per lo sviluppo di armi nucleari. Poi, è
stata tutta una strada in discesa. Tolte le sanzioni internazionali
cinque anni fa, il regime di Tripoli nel gennaio di quest'anno
è perfino riuscito a sedersi alla presidenza del Consiglio
di Sicurezza dell'Onu, l'organismo che decide contro gli Stati
colpevoli di aggressione o di minaccia alla pace, mentre per tutto
il 2003 è stato proprio Gheddafi a presiedere la Commissione
dei diritti umani Onu. Un bel risultato, dovuto all'appoggio di
Washington, che ora dovrà pentirsene con i suoi alleati
israeliani, bersaglio delle contumelie dell'ambasciatore Dabbashi.
Stesso copione il primo marzo scorso, con una spaccatura sia sulla
risoluzione presentata dalla Libia per condannare le vittime civili
a Gaza, sia su un testo più generale, perché la
Libia rifiutava l'uso del termine "terrorismo" per indicare
i razzi palestinesi lanciati verso Israele. Neanche l'Onu, comunque,
ha le idee chiare sul tema: da anni al Palazzo di Vetro non si
riesce a trovare una definizione che non implichi la distinzione
dei «combattenti per la libertà», con cui i
Paesi islamici lodano proprio le milizie armate palestinesi.
IL "PROCESSO"
DI DURBAN
Durbanr 31 agosto-7 settembre
2001. Si tiene in Sud Africa la Conferenza delle Nazioni Unite
contro il razzismo; una sorta di processo internazionale contro
Usa e Israele. Il gruppo asiatico, nell'incontro finale di preparazione
alla Conferenza, si riunisce a Teheran, con il chiaro intento
di escludere gli ebrei.
COMMISSIONE AFFONDATA Due
anni dopo, la fallimentare esperienza della Libia alla presidenza
della Commissione Onu dei diritti dell'uomo, conquistata nel 2003.
Dopo pochi anni, la Commissione è stata soppressa per essere
sostituita dal Consiglio dei diritti umani.
POMPIERE PIROMANE Ginevra
21 luglio 2007. La Libia conquista la presidenza del Comitato
preparatore della seconda Conferenza Onu contro il razzismo. Il
direttore di Un Watch: «Mettere Gheddafi a presiedere la
Conferenza è come mettere un piromane a fare il pompiere».
(torna su)
Gheddafi
a Prodi: presto libero l'equipaggio del peschereccio di Mazara
del Vallo
Il
Messaggero – Agi
9
marzo 2008
(Il Messaggero)
- L'ambasciatore libico in Italia ha comunicato ufficialmente
al presidente del Consiglio Romano Prodi, un messaggio da parte
del leader libico Muammar Gheddafi: il messaggio annuncia l'imminente
liberazione dell'equipaggio del peschereccio di Mazara del Vallo
attualmente detenuto in Libia e la restituzione del natante. Il
leader libico ha altresì sottolineato come la liberazione
dei pescatori di Mazara del Vallo sia avvenuta per suo intervento
diretto, in segno di amicizia nei confronti del Presidente del
Consiglio italiano, ribadendo la richiesta che non si effettuino
in futuro altre violazioni delle acque territoriali libiche da
parte di pescherecci italiani.
(AGI) - "Felici
che possano tornare a casa subito". Lo ha detto il premier,
Romano Prodi, a 'Sky Tg24' sul rilascio da parte delle autorita'
libiche dell'equipaggio del peschereccio di Mazara del Vallo sequestrato.
"Mi ha telefonato l'ambasciatore libico - spiega Prodi -
dicendomi che il colonnello Gheddafi ha deciso di rilasciare tutti
i nostri pescatori e anche il natante, e quindi potranno tornare
a Mazara del Vallo. Questo mi ha reso molto contento anche perche'
avevo incontrato i familiari, angosciati e tristi". "Il
leader libico - ha aggiunto il premier - ha detto che lo fa come
favore personale a me e mi ha pregato di dire ai pescatori di
essere prudenti con la navigazione delle acque territoriali".
(torna su)
Israele,
massima allerta dopo la strage. Libia blocca testo di condanna
Onu
Adnkronos
7
marzo 2008
La polizia
è presente in forze nelle strade di Gerusalemme ed ha istituito
numerosi posti di blocco all'indomani dell'attentato nel collegio
rabbinico costato la vita a otto giovanissimi studenti. Il terrorista,
20enne, era un ex autista della yeshiva. Arrestati alcuni parenti
del kamikaze. Un portavoce del governo israeliano: ''L'attacco
non fermerà i negoziati''. Chiusa la frontiera con la Cisgiordania.
Forze dell'ordine
in stato di massima allerta in Israele all'indomani dell'attentato
nel collegio rabbinico a Gerusalemme costato la vita a otto giovanissimi
studenti, di età compresa tra i 15 e i 26 anni. L'attacco
ha provocato anche il ferimento di dieci persone, sette delle
quali sono ancora ricoverate in ospedale. Tre di loro hanno riportato
ferite gravi ma le loro condizioni sono definite stabili.
La polizia
è presente in forze nelle strade di Gerusalemme, dove ha
istituito numerosi posti di blocco . Allarme alto e controlli
rafforzati anche nel resto del Paese. Nel quadro delle misure
di sicurezza straordinarie le autorità israeliane hanno
disposto la chiusura fino a domenica della frontiera con la Cisgiordania
.
Il terrorista,
originario di Gerusalemme est , si chiamava Ala Abu Dhein, aveva
20 anni ed era un ex autista della yeshiva . Lo hanno riferito
alcuni residenti di Gerusalemme est, secondo cui fuori dalla casa
dell'attentatore - freddato subito dopo l'attacco da uno degli
studenti del collegio rabbinico - la famiglia ha appeso le bandiere
verdi di Hamas. Le stesse fonti hanno raccontato che Abu Dhein
era stato arrestato quattro mesi fa e dopo due mesi era stato
rilasciato.
Questa mattina la polizia israeliana ha arrestato e interrogato
alcuni parenti dell'attentatore . Il portavoce della polizia israeliana
Micky Rosenfeld si è limitato a dire che le autorità
"stanno conducendo un'intensa attività" di indagine
a Gerusalemme est e ovest.
Intanto,
migliaia di persone hanno partecipato a Gerusalemme ai funerali
delle otto giovani vittime .
Mentre un
portavoce del governo israeliano ha assicurato che l'attentato
non fermerà i negoziati . "Chi celebra questi omicidi
dimostra di essere nemico non solo di Israele ma della pace e
della riconciliazione", ha peraltro commentato un altro portavoce
del governo israeliano, Mark Regev, citato dalla BBC.
Il Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite , che nella tarda serata di ieri
si è riunito per una sessione urgente, non è riuscito
a trovare l'accordo su un testo di condanna dell'attentato . L'ambasciatore
americano all'Onu, Zalmay Khalilzad, ha indicato nella Libia il
Paese che ha di fatto bloccato l'approvazione di una dichiarazione
, e la stessa accusa è stata mossa alla Libia da Israele.
Un delegato
libico che ha voluto mantenere il riserbo sulla propria identità
ha riferito ai giornalisti che "quattro o cinque" membri
del Consiglio - ma non ha specificato quali - hanno chiesto di
menzionare nella dichiarazione al vaglio dell'esecutivo Onu anche
gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza .
Il presidente
di turno Vitaly Churkin, ambasciatore russo all'Onu, ha reso noto
che al termine di due ore di riunione a porte chiuse non è
stato possibile raggiungere il consenso su un testo. "Noi,
delegazione russa, lamentiamo il fatto che il Consiglio non sia
stato in grado di condannare l'episodio" che, ha detto, è
stato "un chiaro attacco terroristico".
"Ciò che è accaduto oggi - ha affermato allo
stesso modo Khalilzad - è stato chiaramente un attacco
terroristico, l'uccisione di studenti è diversa dalle perdite
di vite umane tra i civili conseguenti a un'operazione militare
. Lamentiamo il fatto che il Consiglio non possa dare un contributo
positivo per la regione". "Coloro che hanno bloccato"
la dichiarazione, ha concluso, "ne portano la responsabilità".
Dopo la fine
della riunione, l'ambasciatore israeliano all'Onu, Dan Gillerman,
ha condannato l'opposizione della Libia all'approvazione della
dichiarazione, dicendo ai giornalisti che '' il Consiglio di Sicurezza
è infiltrato da terroristi ". "Si tratta di un
Paese che ha prodotto Lockerbie", ha aggiunto, riferendosi
all'abbattimento nel 1989 del volo PanAm 103 sui cieli della Scozia,
che fece oltre 200 morti. Gillerman ha quindi deplorato il fatto
che la Libia sia nel Consiglio e l'ha definita "un Paese
terrorista per molti anni". "Non abbiamo bisogno di
un certificato di buona condotta da un Paese terrorista"
gli ha fatto eco il delegato libico.
Intanto, nel nord della Striscia di Gaza, alle prime ore di oggi
un palestinese è stato ucciso e un'altra persona è
rimasta ferita . Lo ha riferito la Radio Voce della Palestina.
Secondo l'emittente il palestinese, un pastore, è stato
ucciso dai soldati israeliani mentre si avvicinava al confine
con Israele. Da parte israeliana, un portavoce militare ha tuttavia
affermato che l'esercito non è a conoscenza di alcuno scontro
a fuoco o incidente nella zona indicata.
(torna su)
Due
porti romani scoperti in Libia da una missione archeologica italiana
Culturalnews
23
febbraio 2008
Il gruppo,
che era guidato dall'archeologo Sebastiano Tusa, Docente al Suor
Orsola Benincasa di Napoli, si è mosso con il sostegno
dello IAS di Palermo e dopo aver ricevuto l'Ok del Dipartimento
di Antichità della Libia. Gli archeologi hanno operato
a El Ougla, area poco distante dall'antica capitale cirenaica
Bengasi, e vicino al villaggio agricolo di Hamama. Lo scavo dei
due siti ha evidenziato strutture portuali, peschiere, vasche
per il garum, un molo sommerso. Recuperati numerosi oggetti ceramici
e una stele scolpita con, a rilievo, le rappresentazioni di un
disco solare e altri segni, quasi a simboleggiare un tempietto
con l'architrave. I reperti sono stati parzialmente campionati
dall'archeometra al fine di ottenere utili elementi di arricchimento
nel campo della manifattura e provenienza dei materiali. La squadra
addetta alla scansione laser ha effettuato il rilievo del sito
mettendo in evidenza sia l'altimetria esatta che tutte le strutture
murarie emergenti. Si è anche provveduto alla mappatura
del sito al fine di ottenere l'esatto rilevamento altimetrico
e la registrazione degli allineamenti murari visibili in superficie.
“In sintesi dice Tusa - con questa campagna abbiamo completato
la mappatura tradizionale e tridimensionale dell'area archeologica,
con il rilevamento di tutte le numerosissime emergenze murarie
visibili”. Tra le strutture più significative sono state
identificate quelle che si trovano all'estremità orientale
del sito, sulla costa del mare, pertinenti probabilmente ad un
faro o costruzione di servizio al porto. Un grande edificio rettangolare
(forse un impianto militare) è stato anche identificato
nella parte sud, mentre una concavità nella zona più
settentrionale ha fatto interrogare gli archeologi sull'eventualità
della presenza di un edificio teatrale. Nella parte più
settentrionale, già sulla scogliera, oltre alle numerose
tracce di cavatura, si sono identificati i resti di strutture
rupestre: una, in grotta, adibita probabilmente a chiesa e l'altra
forse con funzione di sinagoga, considerata la presenza del candelabro
a sette bracci.
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«Arbitri
venduti»: tifosi condannati a morte in Libia
Corriere
della Sera
8
febbraio 2008
Michele
Farina
Tre uomini
bendati messi al muro, tre tifosi del Al-Ahly di Bengasi con il
gagliardetto in mano. Al posto del plotone di esecuzione c'è
il figlio primogenito di Muammar Gheddafi, il Colonnello che guida
la Libia da 39 anni. Al-Saadi indossa la sua divisa preferita,
quella da calciatore (ha militato dal 2003 al 2006 nel campionato
italiano di Serie A, prima a Perugia e poi a Udine). Eccolo mentre
«spara » di piatto destro il pallone contro i condannati.
Accanto a loro, un asinello con l'offensiva scritta Al-Saadi sulla
groppa.
Tutto chiaro?
Questo è il fotomontaggio, il rebus perfetto, con cui il
mensile francese "So Foot" illustra una storiaccia di
calcio, arbitri e condanne a morte tutta giocata tra i campi e
i tribunali della Libia. Una storia dimenticata: la Fifa, l'organo
supremo del football mondiale, assicura di «non aver mai
aperto un'inchiesta». La Lega calcio libica ha le carte
in regola per ospitare la Coppa d'Africa nel 2014. E forse potrebbe
contribuire a risolvere l'annosa questione degli arbitraggi che
avvelena anche il nostro campionato. Moviola in campo? Arbitri
di area? Inutili. La soluzione sta negli assistenti. Devono essere
armati. E come tutti rispondere al bene supremo della nazione.
Cioè di chi comanda.
Altro che
sudditanza psicologica. Sudditanza e basta, a mano armata. Estate
2000, l'Al-Ahly Bengasi riceve l'Al-Alhy (il nome significa nazionale)
di Tripoli, la squadra di Gheddafi junior. I padroni di casa chiudono
in vantaggio il primo tempo, 1-0. Nella ripresa, si vede chi sono
i veri padroni. L'arbitro regala due rigori agli ospiti, e poi
convalida un gol del Tripoli in netto fuorigioco. I giocatori
del Bengasi vogliono lasciare il campo in segno di protesta. Più
che i guardalinee, sono le guardie del corpo di Al-Saadi ai bordi
del campo a convincerli a continuare. La partita deve finire regolarmente.
Il Tripoli vince 3 a 1. Cosa si aspettavano, i tifosi del Bengasi?
Quella è la squadra del figlio del capo. Zitti e correre.
Poche settimane dopo, 20 luglio, i biancorossi affrontano l'Al-Bayada.
E' la città natale della madre di Al-Saadi. Stesso copione.
Quando il direttore di gara concede un rigore inesistente agli
avversari, esplode la rivolta. Deve vincere sempre pure la squadra
della mamma del capo? E' troppo. Invasione di campo, partita sospesa.
Fuori dallo stadio i tifosi si scatenano.
Bruciano
diverse auto, tra cui quella di Al-Saadi. Atti vandalici, certo,
ma la Libia vanta precedenti peggiori: nel 1996 il derby di Tripoli
(tra due squadre sulla carta apparentate nel segno dei Gheddafi,
una sostenuta da Saadi l'altra dal fratello Mohammed) finì
in un bagno di sangue, con la polizia che sparò sulla folla
uccidendo decine di persone. La partita Bengasi-Bayada non si
conclude con una carneficina. Ma i tifosi della città cirenaica,
il giorno dopo, osano mettere in scena uno scherzo che non può
passare impunito. Fanno circolare per le strade di Bengasi un
asinello che ha sulla groppa il nome Al-Saadi.
La vendetta
non tarda. Il 28 agosto 2000 la squadra è sciolta. Quattro
giorni più tardi — secondo la ricostruzione di "So
Foot" che ha raccolto diverse testimonianze — le infrastrutture
della società vengono distrutte con i bulldozer. Decine
di persone vengono arrestate. La Fifa non fa una piega. Human
Rights Watch e Amnesty International cominciano le denunce: nel
2001 nove tifosi vengono condannati con sentenza definitiva. Durissima.
Colpevoli di aver militato «di una società segreta
proibita dalla legge». Usando come paravento il club di
calcio e le tribune degli stadi, i tifosi avrebbero in realtà
«complottato» contro la gloriosa «Rivoluzione
libica e contro il suo leader ». Non erano soli. Più
che con tifoserie gemellate, gli hooligans del Bengasi «hanno
collaborato con servizi segreti stranieri». Bugie, racconta
ora il tifoso Omar Ben Daoud al giornale francese: «La politica
non c'entrava nulla. Eravamo furenti per l'arbitraggio».
Per tre imputati
condanna a morte. Il 10 febbraio 2002 sono legati a un palo, con
gli occhi bendati. Per un'ora. Il plotone non arriva. Tortura
psicologica. Le pene capitali vengono ridotte all'ergastolo. Nell'ottobre
2005 il Consiglio Supremo libera i condannati (ma la pena è
solo sospesa, e possono tornar dentro in ogni momento). Otto,
perché nel frattempo uno è morto. Si è impiccato
nella sua cella nel 2004. Lo stesso anno in cui Al-Saadi esordiva
bel bello in Serie A, Perugia-Juventus 1 a 0 gol di Ravanelli.
Nessuno gli chiese conto del caso Bengasi, di quei tifosi condannati
alla fucilazione: scusi, Al-Saadi, in un Paese dove non c'è
libertà almeno sui campi di calcio può vincere il
migliore? Niente. Più che il suo palleggio, furono i soldi
di papà a consigliare l'ingaggio di Gheddafino, ad aprirgli
le porte dell'Italia (Tripoli è tuttora proprietaria del
7,5% della Juventus). Oggi gli scampati al plotone di esecuzione
raccontano a "So Foot" che furono torturati. Al Saadi
ufficialmente non si occupa più di calcio. Ha ripreso il
grado di colonnello nelle forze speciali. Il Bengasi è
stato riabilitato. L'anno scorso è arrivato quinto. Niente
più invasioni di campo però. Gli arbitri libici
sono i migliori del mondo.
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