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Articoli

 

Walter Arbib: «Occasione unica per ricambiare l'assistenza che l'Italia mi ha offerto»

Corriere Canadese

16 maggio 2009

"Vi racconto la gratitudine degli ebrei di Libia. Moked.it

16 maggio 2009

Il filantropo ebreo che divide la comunità per gli aiuti a Gaza

Corriere della Sera

9 gennaio 2009

L'asse Geronzi-Berlusconi stringe d'assedio Profumo

La Repubblica 17 ottobre 2008

Gheddafi, schiaffo a Sarko. «La Libia non ci sarà»

Corriere della Sera

10 luglio 2007

Fra Berlusconi e Gheddafi per ora soltanto auspici

Italian Outlook

1 luglio 2008

Ora fermate i mercanti di schiavi libici del colonnello Gheddafi

Libero

19 giugno 2008

Dialogo italo-libico continuiamo a farci male L'Opinione

23 maggio 2008

Intervista al Ministro degli Esteri Frattini

Il Giornale

16 maggio 2008

Immigrazione e petrolio le minacce della Libia

La Repubblica

9 maggio 2008

La Libia contro Calderoli" Una catastrofe se fa il ministro"

La Repubblica

3 maggio 2008

Gheddafi minaccia: "Guai a coi se fate Calderoli ministro"

Libero

3 maggio 2008

"Gaza come i lager nazisti" e l'Italia "ferma" l'Onu

Libero

25 aprile 2008

Gheddafi a Prodi: presto libero l'equipaggio del peschereccio

Il Messaggero – Agi

9 marzo 2008

Strage Israele, Libia blocca testo di condanna Onu

Adnkronos

7 marzo 2008

Due porti romani scoperti in Libia

Culturalnews

23 febbraio 2008

Tifosi condannati a morte in Libia

Corriere della Sera

8 febbraio 2008

 

 

 


 

 

La comunità ebraica tende la mano all'Abruzzo

Walter Arbib: «Occasione unica per ricambiare l'assistenza che l'Italia mi ha offerto»

 

Corriere Canadese

16 maggio 2009

Elena Serra

La comunità ebraica di Toronto si è unita alla corsa di solidarietà a sostegno dei terremotati dell'Abruzzo. Diverse associazioni ebraiche - Skylink Aviation, UJA Federation of Greater Toronto, Canadian Jewish Congress Charities Committee – hanno preso parte alla sfida lanciata dall'Abruzzo Earthquake Relief Fund (AERF), iniziativa voluta dalla comunità italiana di Toronto.
La terribile scossa di terremoto che il 6 aprile ha avuto come epicentro la zona de L'Aquila, ma che è stata percepita in ben 49 comuni, si è lasciata alle spalle 295 vittime, circa 1.500 feriti, 55mila sfollati e 15mila edifici danneggiati o distrutti - tra i quali ricordiamo l'ospedale San Salvatore dell'Aquila, crollato nel sisma dopo soli 9 anni di vita.
Solo due giorni più tardi, l'8 aprile, numerose organizzazioni italiane si sono unite sotto l'unica voce dell'AERF per poter dare il proprio contributo ad un paese ferito che, per quanto lontano fisicamente, riesce sempre a smuovere coscienze.
Vi ha preso parte poi anche la comunità ebraica, perché in questi casi l'unione fa la forza, e non si è mai troppi a tendere una mano a chi ha bisogno d'aiuto.
Questa collaborazione ha raccolto finora ben 360mila dollari, utilizzati per l'acquisto di medicinali che sono già stati spediti in Italia ed approvati dal Governo Italiano, e che verranno utilizzati dalla Protezione Civile Nazionale nelle zone colpite dal sisma.
«Mi considero equamente italiano, ebreo e canadese», ha detto Waltre Arbib di Skylink Aviation, promotore della fusione delle due comunità a favore dell'Abruzzo. «Questo progetto è un'occasione unica per ricambiare l'assistenza che l'Italia ha offerto a me e alla comunità ebraica quando il Libano ha espulso gli ebrei dal Paese nel 1967». Walter Arbib ha infatti vissuto in Italia per diversi anni, dopo essersi rifugiato lì in tenera età, e solo successivamente si è trasferito in Israele e poi in Canada. Contemporaneamente a questa fusione nata nella Gta, la comunità ebraica italiana ha devoluto altri 360mila dollari, anch'essi destinati sotto forma di medicinali alla popolazione dell'Abruzzo, con il patrocinio di SkyLink Air. La comunità ebraica si è detta soddisfatta dei risultati ottenuti dalla collaborazione con le organizzazioni italiane, successo che deriva dalla condivisione di risorse e da valori comuni che hanno sempre fatto parte della tradizione di queste due comunità, sempre pronte, in ogni momento storico, a tendere una mano alle popolazioni in difficoltà. E si è infine augurata che le risorse raccolte possano offrire qualche sollievo a tutti coloro che sono stati coinvolti nel terremoto.
L'AERF, da parte sua, ha infine ringraziato la generosità e solidarietà della comunità ebraica, grazie alla quale «migliaia di persone potranno guarire meglio e più velocemente».
Ma la missione dell'AERF non si ferma qui, numerosi eventi - annunciati nel sito www.abruzzoearthquakerelieffund.ca - sono in calendario per mantenere alta l'attenzione sullo stato d'emergenza che 55mila italiani stanno fronteggiando, e per raccogliere fondi che verranno utilizzati negli anni a venire per ricostruite case, ospedali, scuole, ma soprattutto speranza e futuro.


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"Vi racconto la gratitudine degli ebrei di Libia"

 

Moked.it

16 maggio 2009

Lucilla Efrati

Qualche mese fa, un aereo della sua compagnia che volava verso il Medio Oriente per portare il controvalore di centinaia di migliaia di euro in medicinali ai bambini di Sderot e di Gaza, aveva suscitato un'alzata di scudi da parte di chi non riusciva a comprendere il suo gesto. Ma per Walter Arbib non ci sono conflitti di interesse quando si tratta di aiutare gli altri. Ora si parla di nuovo di lui per gli aiuti che sta inviando alle popolazioni terremotate dell'Abruzzo. “Questo progetto è un'occasione speciale di esprimere  la mia gratitudine per l'aiuto che l'Italia  ha offerto a me e alla Comunità ebraica tripolina quando la Libia ha espulso gli ebrei dal Paese nel 1967» osserva Arbib, che quando fu costretto a lasciare il suo paese assieme a moltissimi altri ebrei aveva 26 anni.
«Abbiamo due possibilità nella vita, una è affrontare la realtà, l' altra è distogliere gli occhi», aveva dichiarato qualche mese fa in un'intervista rilasciata al Portale dell'enbraismo italiano. E lui gli occhi non li ha distolti mai, perché dell'aiuto agli altri ha fatto la sua filosofia di vita. Walter Arbib, 67 anni di origini tripoline, è l'amministratore delegato di Skylink Air and Logistics, una società canadese con un fatturato di 330 milioni di dollari che collabora per conto di numerosi governi a missioni di aiuto in zone di emergenza in tutto il mondo. La sua flotta, oltre ai jet e agli elicotteri, vanta  anche un enorme Antonov 124 capace di trasporti da 120 tonnellate e un'addestrata squadra di “good guys” i “bravi ragazzi”, operatori pronti a partire a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Il 5 giugno 1967, Arbib stava guidando la sua auto quando ascoltò alla radio che era scoppiata la Guerra dei Sei giorni e improvvisamente la sua vita cambiò. Con il pretesto del conflitto gli ebrei tripolini furono assediati nelle loro case. Al ricordo dei pogrom, delle case bruciate, dei beni confiscati, si associa quello dell'accoglienza che l'Italia offrì a centinaia di famiglie ebraiche che vivevano a Tripoli e, fra queste, alla famiglia di Walter.
“Io mi auguro che quelli della nostra età tramandino ai propri figli il senso della gratitudine per questo Paese. Quello che l'Italia ha fatto per noi non è una cosa scontata” osserva Arbib “Ricordo l'arrivo, e l'accoglienza. Non dobbiamo dimenticare mai che molti profughi ebrei hanno potuto ricostruirsi una vita grazie all'aiuto italiano”.
La permanenza di Arbib a Roma, durò poco tempo, si trasferì in Israele e nel 1988 in Canada dove fondò la SkyLink, ma una parte del suo cuore è rimasta qui in Italia “Mi considero equamente italiano, ebreo e canadese” dichiara con un senso di orgoglio “Quando ho sentito del terremoto in Abruzzo ho pensato che avevo finalmente l'occasione di fare qualche cosa, a nome degli ebrei tripolini, per questo Paese che nel '67 ci aveva accolto, ma che sarebbe stato anche un modo per esprimere la gratitudine agli abitanti di Fossa per gli aiuti dati ad alcune famiglie ebraiche durante la persecuzione nazista”.
Da esperto del settore, Arbib, esprime anche il suo apprezzamento per il modo in cui il Governo italiano ha gestito l'emergenza terremoto: “Penso che in questa occasione Berlusconi e Bertolaso e tutto il governo abbiano dimostrato grande efficienza”, osserva Arbib e aggiunge “Far conoscere il cuore degli italiani è un altro dei miei scopi, qualche tempo fa ho organizzato qui in Canada con la collaborazione della Comunità italocanadese una serata in onore di Giorgio Perlasca, perché mi sembrava giusto far conoscere ai canadesi un uomo eccezionale che ha donato la sua vita per salvarne delle altre.”
Walter Arbib si definisce un israeliano-italiano-canadese. Ma osservandolo da vicino ci si rende conto che probabilmente è qualcosa di più. Un ebreo che è voluto diventare cittadino del mondo.


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Il filantropo ebreo che divide la comunità per gli aiuti a Gaza

 

Corriere della Sera

9 gennaio 2009

Paolo Brogi

 

ROMA - Si chiama Walter Arbib e ha 67 anni: è lui l' ebreo libico trapiantato in Canada, che dal '94 con la SkyLink Aviation si occupa di grandi interventi umanitari. C' è lui, col suo socio sikh Surjit Babra, dietro la donazione di 300 mila euro in medicinali destinati ai bambini e alla gente di Gaza, ma anche di Sderot sotto i missili di Hamas, che l' Unione delle Comunità Ebraiche e la Comunità ebraica romana hanno destinato all' intervento umanitario promosso dal ministro degli esteri Franco Frattini. Donazione strettamente riservata, quanto le sue origini, che non ha mancato in questi giorni di sollevare critiche da destra e da sinistra e che sta creando grattacapi al presidente della comunità romana Riccardo Pacifici, stretto tra i rimbrotti arrivati da ebrei d' Israele e le richieste di chiarimenti sollevate dall' opposizione nel consiglio della comunità e formalizzate in una richiesta di seduta straordinaria. Da Toronto, quartier generale dal 1988 del gruppo SkyLink, specializzato in trasporto di truppe peacekeeping e di aiuti umanitari, Walter Arbib tace. Il suo nome, ufficialmente, viene tenuto fuori dal dibattito. L' avvocato Renzo Gattegna, presidente dell' Ucei, e Riccardo Pacifici si rifiutano di rivelare chi materialmente stia raccogliendo quei medicinali urgenti per i feriti di Gaza e Sderot. Ma quei farmaci, così preziosi in questo momento, non sono una novità per i bambini palestinesi che hanno già visto arrivare le confezioni di Arbib già nei primi mesi del 2005, quando d' intesa con la «Mezzaluna rossa palestinese» Arbib aveva convogliato a Gaza forniture mediche e farmaci. Il presidente dell' Autorità palestinese Abu Mazen aveva dichiarato allora: «Siamo orgogliosi di questi doni dei cugini ebrei...». La filosofia di Walter Arbib, imprenditore e filantropo, è in questa frase: «Abbiamo due possibilità nella vita, una è affrontare la realtà, l' altra è distogliere gli occhi». In un' altra occasione ha aggiunto: «Di fronte ai drammi del mondo in tv niente mi fa maggior piacere che vedere gli aiuti che abbiamo appena inviato...». Arbib aveva 26 anni quando aveva dovuto lasciare, con la casa paterna in fiamme, la Libia dove era cresciuto dopo essersi trasferito dalla natia Tunisia, terra che aveva accolto la sua famiglia fuggita dall' Europa sotto il fascismo. Fu cacciato, era appena scoppiata la Guerra dei Sei Giorni. Riparò a Roma, poi in Israele e lì Arbib s' ingegnò come agente di viaggi. Dopo gli accordi di Camp David, nel ' 79, aveva subito approfittato del nuovo clima organizzando escursioni e tour in Egitto. Poi nel 1988 eccolo compiere il balzo in Canada, dove nel giro di pochi anni mette in piedi un impero, la SkyLink, oggi con un fatturato di 330 milioni di dollari. Tra i suoi clienti, soprattutto l' Onu con le sue forze di pace. E poi, dal ' 94 in Rwanda, il debutto negli interventi umanitari. «A Kigali trovammo 900 orfani - ha raccontato Arbib -. Con le vedove dei soldati canadesi organizzammo subito un orfanotrofio...». I farmaci che ha trasportato in Mozambico e Somalia, Turchia e Pakistan del dopo-terremoto, Indonesia e Sri Lanka dopo lo tsunami, li ha scoperti grazie a Lelei LeLaulu, la mente di una Ong di Washington, la Caunterpart International, e volontari di Medecine for Humanity. È questo triangolo che fa affluire alla flotta aerea di Arbib, dove oltre ai jet e agli elicotteri staziona anche un enorme Antonov 124 capace di trasporti da 120 tonnellate, grandi quantità di medicinali. Nel Darfur, nel giugno di due anni fa, ne furono portati per 400 mila dollari. Quelli di SkyLink, «good guys». È così che si fanno chiamare nelle situazioni più pericolose. Ma a volte, forse senza neanche accorgersene, scatenano anche alzate di scudi. Come sta succedendo con i farmaci promessi al ministro Frattini.

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L'asse Geronzi-Berlusconi stringe d'assedio Profumo

 

La Repubblica

17 ottobre 2008

Giovanni Pons

 

Dalla plancia di comando di Piazza Cordusio, dove ha sede l´Unicredit, Alessandro Profumo si è affrettato a dire che l´intervento dei fondi libici nel capitale della banca è stato consensuale. «È un´operazione amichevole, un segnale di fiducia nella strategia della banca e nel management che la guida», fanno sapere i bankers della sua squadra. E in effetti, i fondi sovrani che maneggiano i petrodollari del mondo arabo, soprattutto in un momento così delicato, ben si guardano dal farsi dipingere nella veste di avvoltoi.

Il pericolo sventolato da Silvio Berlusconi nei giorni scorsi, di possibili Opa ostili nei confronti delle aziende italiane lanciate da fondi sovrani, in questo caso non appare verosimile. L´allarme, semmai, potrebbe essere servito a confondere le acque e a preparare il campo a ciò che è successo ieri sera in Unicredit, un fatto che assomiglia molto alla "sterilizzazione" di Profumo nel sistema di potere italiano.

Già, perché risulta difficile non rilevare come questi fondi libici siano gli stessi che entrarono in Banca di Roma nel lontano 1997 invitati dal presidente di allora Cesare Geronzi, oggi alla testa di Mediobanca. Gli stessi che salirono fino al 5% di Capitalia e che poi risultarono diluiti fino allo 0,9% in seguito alla fusione della banca romana con l´Unicredit nell´estate 2007.

Ora con il 4,23% diventano il secondo azionista del gruppo di Piazza Cordusio dopo aver garantito una parte dell´aumento di capitale (attraverso il bond) lanciato da Profumo in tutta fretta meno di due settimane fa quando il prezzo del titolo correva pericolosamente verso i 2 euro.

Con questi precedenti come si fa a non pensare che Profumo si stia mettendo in casa l´amico del suo peggior nemico. La morsa che si sta stringendo intorno all´amministratore delegato di Unicredit, infatti, rischia di diventare letale. Basta scorrere i fatti: Berlusconi non più tardi di un mese fa ha firmato un protocollo di amicizia con Muammar Gheddafi in cui il governo italiano ha chiesto scusa per il passato coloniale in quel paese e ha stanziato una serie di compensazioni monetarie tra cui una lunga autostrada costiera.

Tutto appare anche più chiaro se si dà uno sguardo al riassetto di potere interno che si sta consumando intorno a Mediobanca, protagonisti il presidente Geronzi e una serie di azionisti molto vicini a Berlusconi, tra cui Salvatore Ligresti, i francesi di Vincent Bollorè, la Mediolanum di Ennio Doris, Tronchetti Provera. Un asse che a Roma ruota intorno alla figura di Gianni Letta, il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

L´unica voce fuori dal coro, finora, era rappresentata dall´Unicredit di Dieter Rampl e Profumo che anche recentemente aveva costituito un contrappeso importante per l´equilibrio dei poteri in Italia, dalle Generali al Corriere della Sera, fino alla Telecom. Ma con i libici buoni amici di Geronzi e Berlusconi che diventano azionisti di peso in Unicredit c´è da aspettarsi che alla prossima battaglia in Mediobanca le voci fuori dal coro verranno troncate sul nascere.

Sicuramente gli emissari di Gheddafi otterranno almeno un posto nel consiglio di amministrazione e faranno sentire la loro voce nei vari comitati strategici della banca. Insomma, se non si tratta di un vero e proprio commissariamento di Profumo poco ci manca.

E l´asse Berlusconi-Geronzi-Letta in questa fase risulta vincitore anche rispetto al compagno di viaggio e di schieramento Giulio Tremonti, il ministro dell´Economia che ha minacciato le dimissioni sull´emendamento salva-manager e che nei giorni scorsi, insieme a Emma Marcegaglia, aveva accarezzato la possibilità di collocare Matteo Arpe al vertice di Unicredit qualora lo Stato fosse stato costretto a entrare nel capitale della banca. Un´ipotesi che sarebbe suonata come un´affronto proprio per Geronzi, colui che in Capitalia condusse una durissima battaglia contro il manager che ha portato Capitalia fuori dalle secche, e ora sventata con l´aiuto di Gheddafi.

 


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Gheddafi, schiaffo a Sarko. «La Libia non ci sarà»

Corriere della Sera

10 luglio 2007

A. Gar.

 

TRIPOLI (Libia) — Anche stavolta Gheddafi è solo, posizione che non gli fa paura, Gheddafi dice no all'Unione per il Mediterraneo, atto di nascita a Parigi, domenica 13 luglio, fra i Paesi dell'Unione europea e Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Siria, Giordania, Libano, Turchia, Israele, Autorità palestinese. La Libia, pur invitata, no, non ci sarà. Gheddafi vede nella nuova Unione lo spettro dell'Impero romano in Africa: «Può essere vista come una nuova occupazione, il ritorno del colonialismo». Messaggio per l'Europa: «Con questa Unione si potrebbe rallentare la soluzione del problema immigrazione, dato che i Paesi del Medio Oriente non sono interessati». E lascia intravedere tremendi scenari: «L'Unione mediterranea può apparire, agli occhi dei paladini della guerra santa, una provocazione». In una sala della caserma Azizia, ci sono, davanti a Gheddafi, circa cento giornalisti chiamati da Roma, Londra, Parigi, Tunisi, Algeri, n Cairo. «Siamo qui per parlare del progetto del presidente francese Sarkozy, "mio buon amico"», dice Gheddafi. «Che equilibrio può esserci — insiste — tra una trentina di Paesi del Nord, che hanno difese, moneta, banca centrale comuni e soltanto otto Paesi del Sud?». Preferisce il progetto originario, quello che prevedeva un accordo fra sei Paesi europei e sei nordafricani, senza Medio Oriente. In ogni caso, restano i rapporti bilaterali, «buoni con Grecia, Spagna, Portogallo, Italia...».

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Fra Berlusconi e Gheddafi per ora soltanto auspici a chiudere i problemi

 

Italian Outlook

1 luglio 2008

Claudio Lanti

 

Venerdì scorso il premier Berlusconi è stato ancora in visita a Gheddafi che lo ha accolto a pranzo nella città di Sirte. Questa volta le comunicazioni sul colloquio sono state minime, praticamente inesistenti. I due leader hanno comunicato soltanto che è loto auspicio poter sistemare il pesante contenzioso bilaterale. Dopo innumerevoli visite governative in Libia, scambi di delegazioni, trattati ed accordi operativi, finora tutti gli impegni bilaterali si sono rivelati declamazioni ipocrite e inutili. Il problema più grave visto da Roma sono i traffici di immigrati clandestini nel Canale di Sicilia di cui, secondo la diplomazia italiana, Gheddafi apre e chiude il rubinetto per ricattare l'Italia. Il “pattugliamento congiunto” nelle acque libiche non è mai nemmeno iniziato e gli accordi firmati in merito restano pura carta straccia per l'inerzia libica fin troppo significativa.

Dunque andare ancora da Gheddafi solo per mangiare un cous cous ed esprimere un “auspicio” non solo sarebbe ridicolo ma anche indecente. Sarebbe incredibile se questo solo fosse il risultato dell'ennesima traversata di Berlusconi. Perciò a questo punto c'è da immaginare che i due leader abbiamo sentito il bisogno di evitare ulteriori annunci vuoti, preferendo mantenere il riserbo sui discorsi effettivamente fatti. E' da ritenere che il Cavaliere e il Colonnello abbiano cambiato metodo, concordando di persona i punti generali e affidando il resto non agli apparati diplomatici tradizionali ma a due mediatori operativi di fiducia assoluta. Per parte libica si tratta dell'ambasciatore a Roma Abdul-Hafed Gaddur, che è notoriamente molto più di un normale ambasciatore, e per parte italiana di Valentino Valentini, l'ex interprete poliglotta diventato assistente personale di politica estera del Cavaliere e unica voce che Berlusconi ascolta sulle questioni internazionali.

Una nota di Palazzo Chigi riferisce che si è “convenuto sulla necessità di chiudere al più presto e definitivamente tutti i punti in sospeso”. Da parte italiana si è voluto sottolineare il concetto di soluzione “definitiva”. Berlusconi –secondo il pochissimo che è trapelato- ha detto francamente a Gheddafi che questa situazione è insostenibile e che, rispetto alla nuova richiesta di un'autostrada come ulteriore risarcimento dei danni coloniali, l'Italia è pronta a pagare ciò che c'è da pagare, ma in un quadro di certezze reciproche e di mantenimento di tutti gli impegni presi dalle due parti. Insomma, in un certo senso il Cavaliere ha cercato di mettere Gheddafi spalle al muro.

Il problema bilaterale è però molto più profondo. L'ostilità verso l'Italia è una caratteristica di base del regime libico, la bandiera dell'indipendenza nazionale con la quale Gheddafi andò al potere nel 1969 e vi è rimasto sino ad ora. Una bandiera che il colonnello dovrebbe adesso ammainare turbando gli equilibri interni con i clan politici ed etnici rivali. Bisogna anche vedere se il colonnello è in grado di adottare una vera politica di repressione dei flussi migratori provocando reazioni tra i Paesi africani sub-sahariani.


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Ora fermate i mercanti di schiavi libici del colonnello Gheddafi

 

Libero

19 giugno 2008

Luca Volonté

 

La Libia del colonnello Gheddafi e dei figli e figliastri del suddetto, tiranno illuminato per gli europei, è consenziente verso gli scafisti nel loro commercio di carni umane. Nessuna differenza di prezzo tra bambini in fasce, genitori attempati o teen ager in cerca di fortuna, soldi caldi e fumanti come la sabbia delle spiagge e dei porticcioli, sabbia fumante e carica di sangue. Ogni viaggio è un rischio, il barcone non consente sicurezze. Può affondare a causa delle cattive condizioni del mare oppure perle stesse condizioni dello scafo, per sovrabbondanza dei passeggeri o per imperizia dei comandanti. Si muore e la bara d'acqua salata inghiotte ogni genere umano e tutte le speranze di gloria, o di semplice riscatto dei fuggitivi.

Noi non siamo la Spagna di “Z”, non ci imbianchiamo in Europa, per poi massacrare con i cannoneggiamenti al largo delle coste i gommoni carichi di famiglie. Partono i disperati dell'Africa, partono mesi prima dalle zone di estrema povertà e di frequenti conflitti, viaggi a piedi o ammucchiati su camion, viaggiano per intere settimane con poca acqua e con ancor meno cibo. Poi arrivano nei luoghi si smistamento, scaricati come buoi attendono qualche giorno e via, in mare in cerca di fortuna, per riscattare i propri figli e le proprie mogli.

Nei Paesi di provenienza, l'unica aspettativa è quella della morte in tenera età. L'Italia ha una buonissima legge, come tutte le opere umane potrà essere migliorata, una legge che però non è attuata nelle sue parti più intelligenti. Mi riferisco alla collaborazione tra organizzazioni imprenditoriali, reti consolari e paesi di provenienza per individuare e formare i lavoratori che servono al nostro Paese. L'Europa, come dimostra con la sua ultima direttiva, ha deciso di riflettere sulle condizioni dell'immigrato ma ha totalmente dismesso i propositi del Progetto del Commissario Vittorino, che nel 2003-2004 aveva individuato un Piano per una stabile collaborazione e ragionata integrazione di opportunità, diritti e sviluppo tra il continente e la riva sud del Mediterraneo. Dovremmo esser noi, con la nuova attenzione che Sarkozy avrà per il tema, a ripropone il Piano Vittorino , magari integrandolo con le intelligenti intuizioni del nominato Commissario Buttiglione, purtroppo mai confermato nelle sue funzioni.

E' possibile portare acqua dolce nei paesi africani oggi a secco, è possibile intervenire preventivamente e, in caso contrario, efficacemente da parte dell'Onu verso i Paesi in conflitto e non rispettosi dei diritti umani. E' possibile un maggiore ruolo da parte della Ue nelle crisi africane, pensiamo alle promesse sul Darfur, smentite dai fatti, alle guerriglie in Somalia, dimenticate da molti, alle incredibili prove dittatoriali di Mugabe, addirittura invitato a Lisbona per la firma del Trattato.

In tutto ciò, nel caos profondo della situazione e tra le incertezze nelle quali si dibatte l'Europa, misure che passano dal manganello alla camera da letto, la Libia ci marcia e questo è intollerabile. Da anni il nostro governo ammicca, accarezza, concede ora è venuto il momento di fermare il commercio di cui le autorità libiche sono complici. Per ragioni di umanità e pure di buon vicinato. O la Libia dismette questa pratica di commercio di schiavi o l'Ue e l'Italia in primis, devono intervenire duramente, senza se e senza ma. Dalla compravendita di cammelli si è passati agli stock di carni umane, francamente non è possibile proseguire con questa ipocrisia incivile.


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Leone Massa (Airil): "Nei rapporti con Gheddafi non abbiamo dignità"

Dialogo italo-libico continuiamo a farci male

L'Opinione

23 maggio 2008

Stefano Magni

 

“Un interlocutore essenziale”: per l'Italia questa è la Libia. Insomma, cambia il mondo, cambiano i governi, ma i rapporti italo-libici sembrano destinati a rimanere sempre gli stessi. Finora lo schema è sempre stato questo: Muhammar Gheddafi coglie un pretesto per alzare i toni, il governo italiano risponde con diplomazia, il dittatore libico “disinnesca” la crisi e subito dopo ottiene da Roma la promessa per la costruzione della nuova autostrada litoranea (2000 Km di percorso, 3,5 miliardi di euro di costo previsto) come “compenso per i danni del colonialismo italiano”. L'ultima giustificazione adottata da Gheddafi per rilanciare il suo ricatto è stata la nomina a ministro di Roberto Calderoli, reo di aver esibito in televisione, due anni fa, una maglietta che riproduceva la nota vignetta su Maometto. Che sia una scusa qualsiasi è chiaro a tutti. Il dittatore libico non può certo presentarsi come paladino dell'Islam: proprio ieri ha proibito alle ragazze del suo popolo di indossare il velo nelle università, un provvedimento che urta la sensibilità religiosa dei musulmani molto di più di una semplice maglietta indossata da un ministro straniero.
Calderoli ha dovuto mostrare pubblicamente il suo pentimento e il caso è stato archiviato. Ma sono bastate le scuse ufficiali? Probabilmente no. Già ieri, il ministro degli Esteri Franco Frattini, annunciava all'assemblea di Confindustria, la preparazione di un incontro fra Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi. Obiettivo dichiarato è quello di raggiungere un accordo sulla gestione dei flussi migratori tra le due sponde del Mediterraneo, ma potrebbe esserci dell'altro. “E' essenziale” - ha affermato il portavoce della Farnesina Pasquale Ferrara - “riagganciare un contatto per poter riprendere un percorso che dovrebbe portarci a superare tutte le questioni irrisolte e a rilanciare i rapporti su nuove basi”. Prometteremo ancora l'autostrada? “Non si può assicurare niente a Gheddafi” - ci spiega Leone Massa, presidente di Airil (Associazione Italiana per i Rapporti Italo-Libici) - “Per legge è il Parlamento che deve approvare una spesa del genere e non so se potrà accettarla. Il 2 settembre 2001, l'allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, asserì che il problema dei crediti vantati dalle imprese italiane doveva essere prioritario rispetto a qualsiasi ulteriore accordo tra Italia e Libia.
Da allora ad oggi non è cambiato nulla: i nostri diritti sono calpestati e lo Stato italiano ha dimostrato di non saper difendere, oltre che gli interessi dei propri cittadini, anche la dignità della nazione. Insomma, anche nell'intervista rilasciata a Il Giornale lo scorso 16 maggio, Frattini si era detto disposto a montare la tenda di Gheddafi per accoglierlo. 20 mila nostri concittadini sono stati espulsi per volontà di Tripoli e le nostre imprese hanno subito espropri. Le aziende italiane che operano in Libia sono discriminate rispetto a quelle di tutti gli altri Paesi e sono vittime dell'arbitrio statale. Negli anni ‘80 ho visto come agiscono i Comitati del Popolo: ti fanno sgombrare il cantiere, sequestrano tutto e ti dicono ‘Paga Badoglio'. E non rivedi più un soldo. Non so proprio se Gheddafi verrà accolto a furor di popolo qui in Italia”.

 


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Intervista al Ministro degli Esteri Frattini

“Fra un anno impronte digitali per chi vuole entrare in Europa”

Il Giornale

16 maggio 2008

Alessandro M. Caprettini

 

«Rivedere Schengen? È già in calendario. Dalla fine del 2009, nella Ue si entrerà solo dopo aver depositato le impronte digitali, ci saranno pattugliamenti comunita ri nel Mediterraneo, e con ogni probabilità si vareranno nuovi provvedimenti tesi a frenare la corsa al vecchio continente che è partita da anni e si intensifica oggi da Sud e da Est. Franco Fratti ni è abbastanza sicuro del cambio di marcia. Un po' perché lo aveva messo a punto lui a Bruxelles nella sua veste di commissario a Libertà, Giustizia e Sicurezza, un po' perché sa bene che sul tema si ritrovano ormai assieme Berlusconi e Sarkozy, Merkel e Brown e persino Zapatero.

Paradossalmente l'Italia del Cavaliere che si dipingeva come euroscet tica, si ripresenta sul palcoscenico comunitario nei panni di chi crede occorra fare nuovi accordi, tutti assieme, per battere lo stato di appannamento che il vecchio continente sta vivendo. Lo dice Tre monti e lo sostiene anche il ministro degli Esteri che, in volo verso il Perù - dove sostituisce Berlusconi al quinto vertice tra capi di Stato della Ue e del Su damerica che si è aperto ieri mattina - fa capire che i nodi sono al pettine e che la possibilità di scioglierli, c'è tutta.

«Per la fine di questo 2008 - annuncia Frattini - avremo l'analisi sugli accordi di Schengen: una sorta di tagliando a quel che è stato nei suoi 22 anni di vita. All'inizio fu tutto facile. C'era ancora il muro, eravamo pochi Paesi... Adesso il problema è verificare la tenuta delle frontiere esterne perché non possiamo nasconderei che il problema numero uno è divenuto la sicurezza».

Che si ottiene... in che modo?

«Con Schengen2 in calendario per la fine del 2009. Impronte digitali per chi vuoi fare ingresso nella Ue da inserire in un grande sistema informatico così che in ogni Paese le forze dell'ordine possano collegarsi e sapere in pochi attimi chi è la persona che hanno fermato e se è in regola o meno. Poi, naturalmente, vanno cercate nuove intese coi Paesi da cui provengono o con Stati di passaggio come la Libia. C'è ad esempio da smuovere Bruxelles che aveva promesso a Gheddafì fondi speciali per il pattugliamento del deserto. Noi italiani stiamo intanto addestrando il personale di alcune vedette che serviranno alla Marina libica per controllare le sue coste e altro ancora si fare».

È chiusa allora la querelle avviata dal figlio del colonnello?

«Credo di sì. Tripoli insiste per qualche compensazione in più di quel che si è definito, ha il problema dell'autostrada che vorrebbe, ma ci sono aziende italiane, Eni in testa, pronte a investire nuovamente. Se mi piacerebbe una visita di Gheddafì a Roma? Certo che sì, magari con l'individuazione di un luogo importante per la sua tenda... Ma mi piacerebbe anche andare presto a Tripoli, meglio se assieme a Maroni, per definire la linea an ticlandestini, magari prima della fine del mese, quando partirà l'operazio ne Nautilus 3, con navi Ue a ridosso delle acque territoriali libiche per controllarle».

Intanto sono comunitari pa recchi di quelli che delinquono, specie da noi. Per quelli che si fa?

«In primo luogo si recepiscono le norme Ue, come quella che prevede l'espulsione in caso di mancanza di reddito. Poi si cerca di rafforzare la collaborazione bilaterale con i Paesi di provenienza. Prendiamo il caso dei romeni: dove sono le pattuglie miste di cui aveva parlato il precedente governo? Dove e quando si è realizzato il rimpatrio di chi ha commesso un reato? Lo dico perché forse pochi sanno che a Bucarest c'è una legge che, a coloro che hanno commesso delitti in altri Paesi Ue, vieta di tornare all'estero e li sottopone a forti limiti di circolazione. Ancora, si tratta di anticipare quello che la commissione Barroso ha già in programma di varare a giugno sulla materia, il rimpatrio dei clandestini di cui si è individuata la provenienza e il fermo fino a 18 mesi di chi non declina le sue generalità. Che poi è perfino poco rispetto ai tempi illimitati decisi dalla democraticissima Svezia o dalla Danimarca o la Gran Bretagna...».

E il reato di immigrazione clandestina, si farà o no?

«Può essere vantaggioso farlo come misura di deterrenza, ma rischiamo di affolla re le carceri. Non sono contrario in via di principio, ma occorre discuterne. E naturalmente non utilizzare la via del decreto».

Torniamo ai romeni, anzi ai rom: come controllare e organizzare le loro presenze in Italia?

«Il primo provvedimento che credo si debba prendere è la scolarizzazione obbligatoria dei minori. Basta col buonismo che li fa ritornare in strada a mendicare per volontà dei genitori: o vanno a scuola o si interrompe la patria potestà. Poi ci sono da utilizzare fondi Ue destinati proprio all'integrazione dei rom. Pensate che la Spagna ha avuto negli ultimi anni 60 milioni di euro proprio a questo scopo. Noi non abbiamo chiesto nulla. Per cui credo che avanzeremo su questo percorso, magari per destinare parte di queste cifre alle intese che nel frattempo possono essere varate da enti locali. Milano, ad esempio, vuole stringere accordi con comuni romeni in modo da creare sviluppo e da far tornare i rom a casa. Da fare c'è molto. Ma le idee non mancano e sono ormai comuni a tutta l'Europa; l'importante è non fermarsi alle enunciazioni».

 


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Immigrazione e petrolio le minacce della Libia

 

La Repubblica

9 maggio 2008

Vincenzo Nigro

 

Sono molto difficili i primi passi del governo Berlusconi in politica estera. La Libia ha risposto con durezza alla nomina di Roberto Calderoli a ministro nel nuovo governo Berlusconi: il ministero degli Interni di Tripoli ha fatto sapere ieri notte di non voler più collaborare nella protezione delle coste italiane dall'ondata di immigrati illegali dall'Africa, "questo perché Roma e altri paesi dell'Unione europea non hanno messo in atto l'appoggio promesso". E secondo le informazioni di un quotidiano on-line specializzato in petrolio, Gheddafi sarebbe pronto anche a ritorsioni nel campo petrolifero, bloccando i contratti con l'Eni siglati lo scorso 16 ottobre, con la possibilità di arrivare addirittura a una possibile nazionalizzazione di tutte le attività dell'azienda petrolifera italiana.

La mossa decisa dal leader libico Muhammar Gheddafi arriva dopo l'avvertimento che il 2 maggio era stato lanciato da suo figlio, Saif el Islam. La settimana scorsa l'erede apparente del colonnello Gheddafi aveva dichiarato che le relazioni fra Tripoli e Roma sarebbero peggiorate decisamente nel caso Calderoli avesse fatto parte del nuovo governo. La nomina a ministro di Calderoli avrebbe riportato a galla la profonda tensione che divise l'Italia dalla Libia due anni fa: mentre il mondo musulmano era in fiamme per le vignette "blasfeme" pubblicate da un giornale danese, il ministro Calderoli si presentò al Tg1 mostrando una t-shirt con una delle vignette con la caricatura del Profeta Maometto.

Nei giorni successivi una folla di cittadini libici assaltò il consolato italiano a Bengasi, mettendolo a fuoco; per proteggere il personale italiano, la polizia libica sparò sui dimostranti, arrivando ad uccidere ufficialmente 11 persone, che secondo valutazioni fatte successivamente sarebbero invece almeno una trentina. Per questo nel suo comunicato Saif Gheddafi arrivava a definire Calderoli "assassino", per aver provocato indirettamente gli scontri di Bengasi, minacciando appunto conseguenze catastrofiche.

Il comunicato libico di ieri sera sarebbe dunque la ritorsione immediata decisa da Gheddafi: "La Libia è impegnata negli sforzi per respingere l'afflusso di immigrati illegali verso l'Italia, esaurendo le sue risorse materiali e spendendo una grande quantità di denaro per proteggere le coste italiane dall'ondata di immigrati clandestini. Adesso la Libia non sarà più responsabile della protezione delle coste italiane dagli immigrati illegali, poiché la parte italiana non ha rispettato l'impegno nel dare appoggio alla Libia".

I libici aggiungono minacciosamente che "ci attendiamo un incremento quest'estate nel numero degli arrivi in Italia, via Libia, di immigrati clandestini provenienti dai paesi sub-sahariani, un fenomeno consueto in questo periodo dell'anno a causa delle migliori condizioni atmosferiche e del mare in genere più calmo".

Ma ieri sera un altro tipo di minaccia si è affacciato all'orizzonte del governo Berlusconi: la "Staffetta quotidiana", una pubblicazione on-line specializzata nel settore petrolifero, rivela che secondo fonti diplomatiche libiche potrebbero essere annunciati da Tripoli anche il blocco dei visti per l'ingresso degli italiani in Libia e la cancellazione dell'accordo strategico tra Eni e la compagnia di stato Noc, siglato il 16 ottobre scorso a Tripoli. L'intesa prevede il prolungamento per 25 anni dei contratti petroliferi attuali e investimenti congiunti per 28 miliardi di euro in 10 anni. Sempre secondo la "Staffetta" non sarebbe esclusa come gesto estremo la nazionalizzazione delle attività dell'Eni in Libia.

 


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La Libia contro Calderoli" Una catastrofe se fa il ministro"

La Repubblica

3 maggio 2008

Paolo Berizzi

 

Il missile libico arriva in Italia alle 19.47, rimbalzato dall'agenzia di stampa Jana e cioè il megafono ufficiale del governo di Tripoli. «Se Calderoli ridiventasse ministro del prossimo governo Berlusconi si avrebbero ripercussioni catastrofiche nelle relazioni tra l'Italia e la Libia». Così Saif El Islam Gheddafi, figlio del leader libico Muammar Gheddafi. Nella sua news analysis non proprio diplomatica, l'erede del "colonnello" inizia precisando che l'eventuale decisione di Silvio Berlusconi di rinominare ministro l'esponente leghista è «un affare interno che riguarda l'Italia». Ma subito dopo va all'affondo, rimarcando «la gravita di questa questione». A far da contorno alle esternazioni di Gheddafi jr è una nota della stessa agenzia Jana, che senza mezzi termini definisce Calderoli «il vero assassino dei cittadini libici morti» a Bengasi il 17 febbraio 2006. Nella città libica una manifestazione di protesta divampò contro il consolato italiano in seguito a uno show dell'allora ministro per le Riforme, il quale, durante un'intervista al Tg1, si aprì la camicia e mostrò una maglietta con la riproduzione di una vignetta anti-islamica (una delle caricature di Maometto pubblicate sul quotidiano danese "Jyllands Posten"). La polizia libica reagì all'assalto con violenza e sparò contro i mani­festanti uccidendo 11 persone e ferendone altre 25. «La crisi — si legge nel testo di Jana—è stata allora circoscritta, causando anche le dimissioni del ministro italiano. Ma ora giungono voci sulla possibilità di ricandidare nuovamente quel ministro, il vero assassino — appunto — dei cittadini libici».

Saif El Islam ha ribadito il concetto. E ha acceso il fuoco delle polemiche. Se il diretto interessato, Calderoli - designato ministro per l'attuazione del programma di governo (con delega alle riforme) - sceglie ora la linea della diplomazia («la scelta della squadra di governo spetta a Silvio Berlusconi che ha avuto mandato dal popolo che è sovrano, partendo proprio dalle indicazioni che quel popolo gli ha fornito»), da altri rappresentanti leghisti arrivano parole più robuste: «Non accettiamo provocazioni e minacce dalla gang di Tripoli, ovvero i registi delle invasioni delle coste meridionali del nostro paese - ha tuonato l'europarlamentare Mario Borghezio - Per fortuna in questo governo ci sono dei veri crociati come i leghisti in grado di combattere il pericolo del terrorismo jihadaista e i suoi palesi e occulti sostenitori come i libici». «Parole farneticanti e in libertà», le definisce Roberto Gota, capogruppo in pectore della Lega alla Camera, mentre Gian Paolo Gobbo, sindaco di Treviso, si augura che «Gheddafi jr venga censurato dal padre». «Non vorrei - dice ironicamente Giacomo Stucchi, altro deputato lumbard - «che adesso arrivasse anche Raul Castro a porre veti a qualche altro ministro o a Fini presidente della Camera». Commenti irritati anche dall'opposizione. «Diktat inaccettabili», dice Enrico Gasbarra del Pd. E Luca Volonté dell'Udc: «L'Italia non è sotto tutela di nessuno, tantomeno della Libia».


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Gheddafi minaccia: "Guai a coi se fate Calderoli ministro"

 

Libero

3 maggio 2008

Gianluigi Paragone

 

Povero Berlusconi, ci mancava che pure la famiglia Gheddafi mettesse il becco sulla lista dei ministri! Credeva di aver già risolto tutto accontentando Rotondi, quand'ecco che in serata s'è svegliato il Colonnello: se Roberto Calderoli diventerà nuovamente ministro del prossimo governo si avrebbero «ripercussioni catastrofiche nelle relazioni tra Italia e la Libia». Firmato Saif El Islam. Cioè Gheddafi junior. Non quello ben inteso - che inspiegabilmente ha calcato i campi di calcio della serie A italiana. Cosa sta accadendo? Semplice, il leader libico è tornato a batter cassa. Di Calderoli e della sua maglietta gliene frega poco e quel poco tenteremo di spiegarlo più avanti. Ciò che vuole l'inossidabile Colonnello sono i soldi. Quelli che gli abbiamo dato finora per risarcirli delle passate bizzarrie colonialiste evidentemente non bastano. Gheddafi, con questa mossa, apre una linea di credito con Berlusconi, colpendolo in un punto oggettivamente debole.

È ovvio che non si può soccombere a un diktat di siffatta maniera. Il fatto è arcinoto. Erano i giorni delle famose vignette danesi su Maometto e degli scontri provocati in nome di esse. Erano insomma giorni in cui l'Occidente difendeva la libertà (anche la libertà di satira) mentre il mondo islamico la respingeva con il fuoco. L'allora ministro Calderoli, intervistato dall'ex direttore del TgUno Clemente Mimun, confidò di indossare una t-shirt raffigurante una delle vignette sataniche. Oltre a dirlo la mostrò alle telecamere. Apriti cielo. Calderoli capì di aver commesso una leggerezza, si dimise e chiese scusa.

A distanza di due anni ora cosa dovrebbe fare, sparire dalla faccia della terra? Evitare di far politica? Gheddafi e tutti i libici se lo possono scordare. Calderoli ha preso un bel gruzzolo di voti e li ha presi parlando di temi concreti tra cui quelli dell'identità e delle radici cristiane. Perciò non solo ha tutto il diritto di sedere in Parlamento, ma ha anche la legittima aspirazione a entrare nel governo. La scelta spetterà al Cavaliere, non certo a Gheddafi. Se non va bene alla famiglia libica, affari loro. Anche perché pure l'Italia avrebbe un po' di lagnanze da avanzare, soprattutto sul fronte dei flussi migratori. Gheddafi aveva promesso un maggiore controllo delle coste, e invece ancora ieri le cronache riportano di nuovi sbarchi a Lampedusa.

Gheddafi batte cassa, dicevamo. Vedrete che risalterà fuori la costruzione di una megastrada che parte dalla Libia e non so dove diavolo finisca. In più vuole rompere le scatole agli italiani: in Libia fa sempre un certo effetto. Non va scordato che là esiste ancora una festa contro gli italiani colonizzatori e che solo pochi anni fa (governo di centro­destra) fu permesso agli esuli italiani dì ritornare in Libia. C'è un altro particolare. Gheddafi - soprattutto negli ultimi anni, quando ha espresso la propria condanna al terrorismo internazionale per uscire dalla morsa degli embarghi internazionali- ha il bisogno di accreditarsi presso il partito islamico più fondamentalista. Aver chiesto lo scalpo politico di Calderoli è un segno politico rivolto a quell'elettorato. Così mi ha spiegato chi conosce la situazione lì.

Vero o falso, Berlusconi non può accettare una provocazione simile. Non può accettare che il premier di un altro Stato ingerisca nella formazione del suo governo. Calderoli, dopo il gesto della maglietta, si dimise. Né si può accettare la minaccia di «ripercussioni catastrofiche»; cosa vuoi dire? È la minaccia di quale scontro culturale? Contro l'esibizione della maglietta, nella provincia libica di Bengasi scoppiarono violenti scontri, nel corso dei quali morirono 11 persone. Ora il figlio di Gheddafi addebita quei morti all'esponente leghista. Oppure è laminacela di fare arrivare orde di clandestini da tutta l'Africa sahariana? Se così fosse, a mali estremi, estremi rimedi. Cioè navi della Marina al largo con le mitragliatrici puntate contro chi entra in acque territoriali italiane. Lo fece il socialista Zapatero per difendere la Spagna, perché escluderlo noi a priori?

 

 


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“Gaza come i lager nazisti” e l'Italia "ferma" l'Onu

 

Libero

25 aprile 2008

di Silvia Guidi

 

La Libia non fa marcia indietro su Gaza, confermando le parole di sfida considerate inaccettabili da tutti gli occidentali, e cioè che la situazione nella Striscia sarebbe simile, se non peggiore, a quella dei campi di concentramento nazisti. Il vice ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, ha ripetuto quanto aveva detto mercoledì (era lui in sala e non l'ambasciatore Giadalla Ettalhi come riportato da più fonti) durante una riunione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza dedicata al Medio Oriente, provocando la sospensione della seduta, mentre alcuni rappresentanti permanenti (tutti gli occidentali) si toglievano l'auricolare e abbandonavano la sala. Il primo ad alzarsi è stato l'ambasciatore francese Jean-Maurice Ripert, seguito dai rappresentanti di Gran Bretagna, Stati Uniti, Belgio, Costa Rica.

È stato l'ambasciatore italiano Marcello Spatafora a chiedere che la riunione fosse interrotta immediatamente, con una procedura straordinaria. E così il sudafricano Dumisani Kumalo (presidente di turno), preso atto della mancanza di unanimità sul documento e delle esternazioni libiche, ha battuto il martelletto della presidenza dichiarando chiuso l'incontro che prevedeva ancora interventi di altri membri del Consiglio.

Dabbashi, conversando ieri con i giornalisti al Palazzo di Vetro, non ha accettato di smentire nessuna delle sue affermazioni. Anzi, ha ribadito che la situazione nella Striscia di Gaza «è anche peggiore di quella dei campi di concentramento, perché viene bombardata ogni giorno da Israele». L'iniziativa dei diplomatici occidentali è stata accolta con favore da Israele. «Hanno fatto ciò che era richiesto in una situazione simile, e vanno applauditi», ha detto Arye Mekel, portavoce del ministero degli Esteri israeliano, secondo il quale il Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro «è stato preso in ostaggio da Paesi irresponsabili, in passato legati al terrorismo». Un'implicita attribuzione di responsabilità all'America, quella che Israele individua commentando il fallimento come frutto dell'infiltrazione di «terroristi» nel Consiglio di Sicurezza. Anche per questo l'ambasciatore aggiunto degli Stati Uniti all'Onu, Alejandro Wolff, si è affrettato a condannare una volta di più le nuove dichiarazioni della Libia. Parole come queste, secondo Wolff, «dimostrano l'ignoranza della storia, e continuano ad impedire che si trovi una soluzione pacifica in Medio Oriente».

Non è la prima volta che il niet libico blocca i tentativi di intesa sulla "vexata quaestio" della Striscia di Gaza al Palazzo di Vetro. Nel marzo scorso, ad esem­pio, i diplomatici di Gheddafi hanno deciso di tornare nel passato, impedendo al Consiglio di Sicurezza dell'Onu di raggiungere l'accordo su una risoluzione di condanna della strage nel collegio rabbinico di Gerusalemme Ovest. Anche allora bastò il voto contrario di Tripoli per mandare a monte l'adozione del testo, che doveva essere varato all'unanimità.

Del resto, risale ad appena due anni fa la riabilitazione di Muammar Gheddafi. Da Stato canaglia e sponsor del terrorismo, dopo un processo di riavvicinamento all'Occidente, la Libia era stata cancellata dalla lista nera statunitense il 28 giugno 2006. Non era stata sufficiente la consegna nel '99 dei colpevoli libici della strage di Lockerbie, in cui, in seguito all'attentato al volo Pan Am 103 esploso in volo il 21 dicembre '88 sopra la Scozia, morirono 270 persone. Per tornare nel novero delle Nazioni civili, Gheddafi aveva anche dovuto abbandonare i propri piani per lo sviluppo di armi nucleari. Poi, è stata tutta una strada in discesa. Tolte le sanzioni internazionali cinque anni fa, il regime di Tripoli nel gennaio di quest'anno è perfino riuscito a sedersi alla presidenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, l'organismo che decide contro gli Stati colpevoli di aggressione o di minaccia alla pace, mentre per tutto il 2003 è stato proprio Gheddafi a presiedere la Commissione dei diritti umani Onu. Un bel risultato, dovuto all'appoggio di Washington, che ora dovrà pentirsene con i suoi alleati israeliani, bersaglio delle contumelie dell'ambasciatore Dabbashi. Stesso copione il primo marzo scorso, con una spaccatura sia sulla risoluzione presentata dalla Libia per condannare le vittime civili a Gaza, sia su un testo più generale, perché la Libia rifiutava l'uso del termine "terrorismo" per indicare i razzi palestinesi lanciati verso Israele. Neanche l'Onu, comunque, ha le idee chiare sul tema: da anni al Palazzo di Vetro non si riesce a trovare una definizione che non implichi la distinzione dei «combattenti per la libertà», con cui i Paesi islamici lodano proprio le milizie armate palestinesi.

IL "PROCESSO" DI DURBAN

Durbanr 31 agosto-7 settembre 2001. Si tiene in Sud Africa la Conferenza delle Nazioni Unite contro il razzismo; una sorta di processo internazionale contro Usa e Israele. Il gruppo asiatico, nell'incontro finale di preparazione alla Conferenza, si riunisce a Teheran, con il chiaro intento di escludere gli ebrei.

COMMISSIONE AFFONDATA Due anni dopo, la fallimentare esperienza della Libia alla presidenza della Commissione Onu dei diritti dell'uomo, conquistata nel 2003. Dopo pochi anni, la Commissione è stata soppressa per essere sostituita dal Consiglio dei diritti umani.

POMPIERE PIROMANE Ginevra 21 luglio 2007. La Libia conquista la presidenza del Comitato preparatore della seconda Conferenza Onu contro il razzismo. Il direttore di Un Watch: «Mettere Gheddafi a presiedere la Conferenza è come mettere un piromane a fare il pompiere».



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Gheddafi a Prodi: presto libero l'equipaggio del peschereccio di Mazara del Vallo

Il Messaggero – Agi

9 marzo 2008

(Il Messaggero) - L'ambasciatore libico in Italia ha comunicato ufficialmente al presidente del Consiglio Romano Prodi, un messaggio da parte del leader libico Muammar Gheddafi: il messaggio annuncia l'imminente liberazione dell'equipaggio del peschereccio di Mazara del Vallo attualmente detenuto in Libia e la restituzione del natante. Il leader libico ha altresì sottolineato come la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo sia avvenuta per suo intervento diretto, in segno di amicizia nei confronti del Presidente del Consiglio italiano, ribadendo la richiesta che non si effettuino in futuro altre violazioni delle acque territoriali libiche da parte di pescherecci italiani.

(AGI) - "Felici che possano tornare a casa subito". Lo ha detto il premier, Romano Prodi, a 'Sky Tg24' sul rilascio da parte delle autorita' libiche dell'equipaggio del peschereccio di Mazara del Vallo sequestrato. "Mi ha telefonato l'ambasciatore libico - spiega Prodi - dicendomi che il colonnello Gheddafi ha deciso di rilasciare tutti i nostri pescatori e anche il natante, e quindi potranno tornare a Mazara del Vallo. Questo mi ha reso molto contento anche perche' avevo incontrato i familiari, angosciati e tristi". "Il leader libico - ha aggiunto il premier - ha detto che lo fa come favore personale a me e mi ha pregato di dire ai pescatori di essere prudenti con la navigazione delle acque territoriali".



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Israele, massima allerta dopo la strage. Libia blocca testo di condanna Onu

Adnkronos

7 marzo 2008

La polizia è presente in forze nelle strade di Gerusalemme ed ha istituito numerosi posti di blocco all'indomani dell'attentato nel collegio rabbinico costato la vita a otto giovanissimi studenti. Il terrorista, 20enne, era un ex autista della yeshiva. Arrestati alcuni parenti del kamikaze. Un portavoce del governo israeliano: ''L'attacco non fermerà i negoziati''. Chiusa la frontiera con la Cisgiordania.

Forze dell'ordine in stato di massima allerta in Israele all'indomani dell'attentato nel collegio rabbinico a Gerusalemme costato la vita a otto giovanissimi studenti, di età compresa tra i 15 e i 26 anni. L'attacco ha provocato anche il ferimento di dieci persone, sette delle quali sono ancora ricoverate in ospedale. Tre di loro hanno riportato ferite gravi ma le loro condizioni sono definite stabili.

La polizia è presente in forze nelle strade di Gerusalemme, dove ha istituito numerosi posti di blocco . Allarme alto e controlli rafforzati anche nel resto del Paese. Nel quadro delle misure di sicurezza straordinarie le autorità israeliane hanno disposto la chiusura fino a domenica della frontiera con la Cisgiordania .

Il terrorista, originario di Gerusalemme est , si chiamava Ala Abu Dhein, aveva 20 anni ed era un ex autista della yeshiva . Lo hanno riferito alcuni residenti di Gerusalemme est, secondo cui fuori dalla casa dell'attentatore - freddato subito dopo l'attacco da uno degli studenti del collegio rabbinico - la famiglia ha appeso le bandiere verdi di Hamas. Le stesse fonti hanno raccontato che Abu Dhein era stato arrestato quattro mesi fa e dopo due mesi era stato rilasciato.
Questa mattina la polizia israeliana ha arrestato e interrogato alcuni parenti dell'attentatore . Il portavoce della polizia israeliana Micky Rosenfeld si è limitato a dire che le autorità "stanno conducendo un'intensa attività" di indagine a Gerusalemme est e ovest.

Intanto, migliaia di persone hanno partecipato a Gerusalemme ai funerali delle otto giovani vittime .

Mentre un portavoce del governo israeliano ha assicurato che l'attentato non fermerà i negoziati . "Chi celebra questi omicidi dimostra di essere nemico non solo di Israele ma della pace e della riconciliazione", ha peraltro commentato un altro portavoce del governo israeliano, Mark Regev, citato dalla BBC.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite , che nella tarda serata di ieri si è riunito per una sessione urgente, non è riuscito a trovare l'accordo su un testo di condanna dell'attentato . L'ambasciatore americano all'Onu, Zalmay Khalilzad, ha indicato nella Libia il Paese che ha di fatto bloccato l'approvazione di una dichiarazione , e la stessa accusa è stata mossa alla Libia da Israele.

Un delegato libico che ha voluto mantenere il riserbo sulla propria identità ha riferito ai giornalisti che "quattro o cinque" membri del Consiglio - ma non ha specificato quali - hanno chiesto di menzionare nella dichiarazione al vaglio dell'esecutivo Onu anche gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza .

Il presidente di turno Vitaly Churkin, ambasciatore russo all'Onu, ha reso noto che al termine di due ore di riunione a porte chiuse non è stato possibile raggiungere il consenso su un testo. "Noi, delegazione russa, lamentiamo il fatto che il Consiglio non sia stato in grado di condannare l'episodio" che, ha detto, è stato "un chiaro attacco terroristico".
"Ciò che è accaduto oggi - ha affermato allo stesso modo Khalilzad - è stato chiaramente un attacco terroristico, l'uccisione di studenti è diversa dalle perdite di vite umane tra i civili conseguenti a un'operazione militare . Lamentiamo il fatto che il Consiglio non possa dare un contributo positivo per la regione". "Coloro che hanno bloccato" la dichiarazione, ha concluso, "ne portano la responsabilità".

Dopo la fine della riunione, l'ambasciatore israeliano all'Onu, Dan Gillerman, ha condannato l'opposizione della Libia all'approvazione della dichiarazione, dicendo ai giornalisti che '' il Consiglio di Sicurezza è infiltrato da terroristi ". "Si tratta di un Paese che ha prodotto Lockerbie", ha aggiunto, riferendosi all'abbattimento nel 1989 del volo PanAm 103 sui cieli della Scozia, che fece oltre 200 morti. Gillerman ha quindi deplorato il fatto che la Libia sia nel Consiglio e l'ha definita "un Paese terrorista per molti anni". "Non abbiamo bisogno di un certificato di buona condotta da un Paese terrorista" gli ha fatto eco il delegato libico.
Intanto, nel nord della Striscia di Gaza, alle prime ore di oggi un palestinese è stato ucciso e un'altra persona è rimasta ferita . Lo ha riferito la Radio Voce della Palestina. Secondo l'emittente il palestinese, un pastore, è stato ucciso dai soldati israeliani mentre si avvicinava al confine con Israele. Da parte israeliana, un portavoce militare ha tuttavia affermato che l'esercito non è a conoscenza di alcuno scontro a fuoco o incidente nella zona indicata.


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Due porti romani scoperti in Libia da una missione archeologica italiana

Culturalnews

23 febbraio 2008

Il gruppo, che era guidato dall'archeologo Sebastiano Tusa, Docente al Suor Orsola Benincasa di Napoli, si è mosso con il sostegno dello IAS di Palermo e dopo aver ricevuto l'Ok del Dipartimento di Antichità della Libia. Gli archeologi hanno operato a El Ougla, area poco distante dall'antica capitale cirenaica Bengasi, e vicino al villaggio agricolo di Hamama. Lo scavo dei due siti ha evidenziato strutture portuali, peschiere, vasche per il garum, un molo sommerso. Recuperati numerosi oggetti ceramici e una stele scolpita con, a rilievo, le rappresentazioni di un disco solare e altri segni, quasi a simboleggiare un tempietto con l'architrave. I reperti sono stati parzialmente campionati dall'archeometra al fine di ottenere utili elementi di arricchimento nel campo della manifattura e provenienza dei materiali. La squadra addetta alla scansione laser ha effettuato il rilievo del sito mettendo in evidenza sia l'altimetria esatta che tutte le strutture murarie emergenti. Si è anche provveduto alla mappatura del sito al fine di ottenere l'esatto rilevamento altimetrico e la registrazione degli allineamenti murari visibili in superficie. “In sintesi dice Tusa - con questa campagna abbiamo completato la mappatura tradizionale e tridimensionale dell'area archeologica, con il rilevamento di tutte le numerosissime emergenze murarie visibili”. Tra le strutture più significative sono state identificate quelle che si trovano all'estremità orientale del sito, sulla costa del mare, pertinenti probabilmente ad un faro o costruzione di servizio al porto. Un grande edificio rettangolare (forse un impianto militare) è stato anche identificato nella parte sud, mentre una concavità nella zona più settentrionale ha fatto interrogare gli archeologi sull'eventualità della presenza di un edificio teatrale. Nella parte più settentrionale, già sulla scogliera, oltre alle numerose tracce di cavatura, si sono identificati i resti di strutture rupestre: una, in grotta, adibita probabilmente a chiesa e l'altra forse con funzione di sinagoga, considerata la presenza del candelabro a sette bracci.


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«Arbitri venduti»: tifosi condannati a morte in Libia

Corriere della Sera

8 febbraio 2008

Michele Farina

Tre uomini bendati messi al muro, tre tifosi del Al-Ahly di Bengasi con il gagliardetto in mano. Al posto del plotone di esecuzione c'è il figlio primogenito di Muammar Gheddafi, il Colonnello che guida la Libia da 39 anni. Al-Saadi indossa la sua divisa preferita, quella da calciatore (ha militato dal 2003 al 2006 nel campionato italiano di Serie A, prima a Perugia e poi a Udine). Eccolo mentre «spara » di piatto destro il pallone contro i condannati. Accanto a loro, un asinello con l'offensiva scritta Al-Saadi sulla groppa.

Tutto chiaro? Questo è il fotomontaggio, il rebus perfetto, con cui il mensile francese "So Foot" illustra una storiaccia di calcio, arbitri e condanne a morte tutta giocata tra i campi e i tribunali della Libia. Una storia dimenticata: la Fifa, l'organo supremo del football mondiale, assicura di «non aver mai aperto un'inchiesta». La Lega calcio libica ha le carte in regola per ospitare la Coppa d'Africa nel 2014. E forse potrebbe contribuire a risolvere l'annosa questione degli arbitraggi che avvelena anche il nostro campionato. Moviola in campo? Arbitri di area? Inutili. La soluzione sta negli assistenti. Devono essere armati. E come tutti rispondere al bene supremo della nazione. Cioè di chi comanda.

Altro che sudditanza psicologica. Sudditanza e basta, a mano armata. Estate 2000, l'Al-Ahly Bengasi riceve l'Al-Alhy (il nome significa nazionale) di Tripoli, la squadra di Gheddafi junior. I padroni di casa chiudono in vantaggio il primo tempo, 1-0. Nella ripresa, si vede chi sono i veri padroni. L'arbitro regala due rigori agli ospiti, e poi convalida un gol del Tripoli in netto fuorigioco. I giocatori del Bengasi vogliono lasciare il campo in segno di protesta. Più che i guardalinee, sono le guardie del corpo di Al-Saadi ai bordi del campo a convincerli a continuare. La partita deve finire regolarmente. Il Tripoli vince 3 a 1. Cosa si aspettavano, i tifosi del Bengasi? Quella è la squadra del figlio del capo. Zitti e correre. Poche settimane dopo, 20 luglio, i biancorossi affrontano l'Al-Bayada. E' la città natale della madre di Al-Saadi. Stesso copione. Quando il direttore di gara concede un rigore inesistente agli avversari, esplode la rivolta. Deve vincere sempre pure la squadra della mamma del capo? E' troppo. Invasione di campo, partita sospesa. Fuori dallo stadio i tifosi si scatenano.

Bruciano diverse auto, tra cui quella di Al-Saadi. Atti vandalici, certo, ma la Libia vanta precedenti peggiori: nel 1996 il derby di Tripoli (tra due squadre sulla carta apparentate nel segno dei Gheddafi, una sostenuta da Saadi l'altra dal fratello Mohammed) finì in un bagno di sangue, con la polizia che sparò sulla folla uccidendo decine di persone. La partita Bengasi-Bayada non si conclude con una carneficina. Ma i tifosi della città cirenaica, il giorno dopo, osano mettere in scena uno scherzo che non può passare impunito. Fanno circolare per le strade di Bengasi un asinello che ha sulla groppa il nome Al-Saadi.

La vendetta non tarda. Il 28 agosto 2000 la squadra è sciolta. Quattro giorni più tardi — secondo la ricostruzione di "So Foot" che ha raccolto diverse testimonianze — le infrastrutture della società vengono distrutte con i bulldozer. Decine di persone vengono arrestate. La Fifa non fa una piega. Human Rights Watch e Amnesty International cominciano le denunce: nel 2001 nove tifosi vengono condannati con sentenza definitiva. Durissima. Colpevoli di aver militato «di una società segreta proibita dalla legge». Usando come paravento il club di calcio e le tribune degli stadi, i tifosi avrebbero in realtà «complottato» contro la gloriosa «Rivoluzione libica e contro il suo leader ». Non erano soli. Più che con tifoserie gemellate, gli hooligans del Bengasi «hanno collaborato con servizi segreti stranieri». Bugie, racconta ora il tifoso Omar Ben Daoud al giornale francese: «La politica non c'entrava nulla. Eravamo furenti per l'arbitraggio».

Per tre imputati condanna a morte. Il 10 febbraio 2002 sono legati a un palo, con gli occhi bendati. Per un'ora. Il plotone non arriva. Tortura psicologica. Le pene capitali vengono ridotte all'ergastolo. Nell'ottobre 2005 il Consiglio Supremo libera i condannati (ma la pena è solo sospesa, e possono tornar dentro in ogni momento). Otto, perché nel frattempo uno è morto. Si è impiccato nella sua cella nel 2004. Lo stesso anno in cui Al-Saadi esordiva bel bello in Serie A, Perugia-Juventus 1 a 0 gol di Ravanelli. Nessuno gli chiese conto del caso Bengasi, di quei tifosi condannati alla fucilazione: scusi, Al-Saadi, in un Paese dove non c'è libertà almeno sui campi di calcio può vincere il migliore? Niente. Più che il suo palleggio, furono i soldi di papà a consigliare l'ingaggio di Gheddafino, ad aprirgli le porte dell'Italia (Tripoli è tuttora proprietaria del 7,5% della Juventus). Oggi gli scampati al plotone di esecuzione raccontano a "So Foot" che furono torturati. Al Saadi ufficialmente non si occupa più di calcio. Ha ripreso il grado di colonnello nelle forze speciali. Il Bengasi è stato riabilitato. L'anno scorso è arrivato quinto. Niente più invasioni di campo però. Gli arbitri libici sono i migliori del mondo.

 


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