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Tripoli, oh cara

L'espresso

10 novembre 2005

L'Italia in Libia e il nazionalismo di Gheddafi

Corriere della Sera

18 novembre 2005

Il commento amaro di Giovanna Ortu agli sviluppi tra il governo libico e le aziende creditrici italiane

Aise

18 novembre 2005

La Libia raddoppia, ieri giornata del lutto

Secolo d'Italia

27 ottobre 2005

Libia: nuovo sgarbo all'Italia, lutto per 94 anni di invasione

Agi

26 ottobre 2005

Celebrato giorno del lutto. Airl: rotto rapporto sociale

Adnkronos

26 ottobre 2005

Italia-Libia

Linee telefoniche interrotte per crimini odiosi

Apcom

26 ottobre 2005

Fini: "E' inaccattabile che in Libia sia tornata la giornata della vendetta"

Il Secolo d'Italia

12 ottobre 2005

L'Italia paga i conti e il Colonnello disattende gli accordi

Il Secolo d'Italia

12 ottobre 2005

Intervista con Giovanna Ortu

Gheddafi sponsor del Professore?

Il Secolo d'Italia

12 ottobre 2005

Libia-Italia. Torna il giorno dell'odio

La stampa

12 ottobre 2005

Gheddafi riprisina giornata della vendetta

Il Corriere della Sera

12 ottobre 2005

E' sempre vendetta

Italiani d'Africa Lug-Sett 2005

Vengeance anniversary

Jana

7 ottobre 2005

Stop dell'accordo con la Libia

La Gazzetta di Parma

22 agosto 2005

Per noi profughi la Libia resta proibita

Quotidiano Nazionale

21 agosto 2005

Il Ministro Tremaglia a Bergamo

AISE

11 maggio 2005

La Ortu scrive al Presidente della Camera Casini

AISE

2 maggio 2005

La Ortu a colloquio con il Direttore del MAE

AISE

12 aprile 2005

Il Ministro Fini risponde alla Presidente dell'AIRL

AISE

12 aprile 2005

Tra Italia e Libia buoni affari e vecchie ruggini

Il Sole 24 0re

9 aprile 2005

Esuli, dietrofront della Libia

Corriere della Sera

9 aprile 2005

Libia limita visti

Fini chiede ritiro provvedimento

AISE

8 aprile 2005

Limitazione visti: a colloquio con Giovanna Ortu

AISE

8 aprile 2005

Farnesina su visti a esuli italiani

Agenzie di stampa

8 aprile 2005

A strong protest from AIRL

AGI

6 aprile 2005

Rimpatriati denunciano, pesce d'aprile

sui visti

AGI

5 aprile 2005

L'Italia fa pressing sulla Libia

Il sole 24 ore

5 aprile 2005

Pesce d'aprile per i rimpatriati?

News Italia Press

5 aprile 2005

Intese ignorate

Corriere della sera

22 marzo 2005

Continuano le traversie per gli italiani di Libia

Avvenire

22 marzo 2005

Italiani di Libia tenuti alla porta

News Italia Press

21 marzo 2005

All'annuncio del 7 ottobre scorso non sono seguiti i fatti

ANSA

21 marzo 2005

Rimpatriati: i visti smarriti nel deserto

AGI

21 marzo 2005

Somalia: Airl, governo riordini tutti i cimiteri d'Italia all'estero

Adnkronos

20 gennaio 2005

Italiani di Libia solidali con Somalia

Ansa

20 gennaio 2005

 


 

Tripoli, oh cara

L'Espresso

10 novembre 2005

G.S.

Nel riservato documento ufficiale è definito Accordo di cooperazione culturale, scientifica e tecnologica tra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista”. In realtà, a scorrere il voluminoso dossier che reca la firma di Giuseppe Pisanu e dell'ex titolare della Farnesina Franco Frattini, si scopre l'impegno dell'Italia a pagare una serie di progetti interni alla Libia. Tutto sommato piccole spese: 30 mila euro per un festival della musica libica, 10 mila per la traduzione di opere letterarie libiche, altrettanti per le biblioteche e 7 mila per la formazione di archivisti. Ancora, 30 mila euro per restauri archeologici, altri 30 mila per materiale didattico alle scuole, 20 mila per seminari scolastici, 50 mila di contributo all'Università di Tripoli. E 91 mila euro costeranno le borse di studio per studenti libici in Italia e 50 mila quelle per ricercatori scientifici ospitati nella Penisola. Infine c'è un capitolo che somma altre piccole spese, per singoli eventi, in tutto 377 mila euro. Il buon vicinato con il colonnello vale pur qualcosa.

 


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L'Italia in Libia e il nazionalismo di Gheddafi

Lettere al Corriere

Risponde Sergio Romano 

Corriere della Sera

18 novembre 2005

 

Vorrei fare alcune precisazioni circa la decisione di ripristinare la festa chiamata «il giorno della vendetta» da parte del leader libico Gheddafi, per rivalsa contro i colonialisti-fascisti italiani. Quanto affermato è falso. Ricordo che la Libia è stata conquistata nel 1911 quando Giolitti diede inizio all'avventura coloniale dichiarando guerra all'impero Ottomano e occupando la Libia, guerra chiamata «italo-turca». Quindi il tutto accadde ben prima dell'epoca fascista, iniziata il 28 ottobre 1922 con la «Marcia su Roma» e la conquista del potere da parte di Benito Mussolini.

Dex Asinolini

 

Caro Asinolini,

la conquista della Libia ebbe luogo, come lei ricorda, fra il 1911 e il 1912. Ma quando l'Italia e la Turchia firmarono la pace di Ouchy, il 15 ottobre del 1912, una buona parte del territorio era mal controllata dalle forze italiane e gli scontri, al di sotto della zona costiera, erano ancora frequenti. La situazione, col passare dei mesi, peggiorò. In Tripolitania,verso la fine del 1914, gli arabi insorsero nuovamente, passarono all'offensiva, riconquistarono il Fezzan e il Gebel, obbligarono gli italiani a rinchiudersi in tre piazze assediate: Tripoli, Homs, Zuara. In Cirenaica fu più facile concludere qualche accordo con la Senussia, una grande organizzazione religiosa che esercitava una forte influenza sulla regione.
Ma l'ingresso dell'Italia in guerra nel maggio del 1915 i la tumultuosa situazione del Paese frail 1919 e il 1921 resero il possesso della Libia ancora più evanescente e precario. Vi fu persino un momento in cui il governo italiano sarebbe stato disposto a riconoscere l'autonomia delle due province riservando a se stesso una sorta di nominale sovranità. La situazione cambiò dopo la formazione del governo Bonomi e l'invio a Tripoli, come governatore della Tripolitania, di Giuseppe Volpi, il finanziere che aveva creato una importante azienda elettrica e messo in cantiere il grande progetto industriale di Porto Marghera. D'accordo con Giovanni Amendola, ministro delle Colonie, Volpi mise fine alle esitazioni degli anni precedenti con un'operazione militare condotta in buona parte dal generale Graziani. Nel 1925, quando il governatore rientrò a Roma per diventare ministro delle Finanze nel governo Mussolini, la riconquista era ormai completata. Restava la Cirenaica, dove la Senussia godeva di grande autorità e la resistenza contro gli italiani era guidata da un vecchio guerriero, non meno audace dei due grandi leader arabi (Abd el-Kader e Abd el-Krim) che avevano combattuto contro i francesi e gli spagnoli in Algeria e in Marocco. Si chiamava Omar el Mukhtar, aveva settant'anni ed era, come dicevano i beduini, «coraggioso come un leo­ne, astuto come una volpe». La riconquista militare, anche in questo caso, fu opera di Graziani e venne portata a termine con grande durezza. Una parte della popolazione fu rinchiusa in grandi campi di concentramento e Omar el Mukhtar, quando le forze italiane riuscirono a catturarlo, venne impiccato. Se vuole approfondire l'argomento, caro Asinolini, può leggere il libro che un danese, Knud Hohnboe, scrisse dopo avere attraversato la Libia in quegli anni. S'intitola «Incontro nel deserto», è apparso presso Longanesi nel 2005 e ha in appendice un bel saggio sul colonialismo italiano di Alessandro Spina, narratore italiano di origine libico-siriana.

La storia della riconquista italiana della Cirenaica è mal conosciuta da noi. E' ben conosciuta in Libia, invece, dove Gheddafi non perde occasione per rievocare i racconti degli anziani, uditi nella tenda della sua famiglia quando era ragazzo. Credo che l'Italia abbia il diritto di ricordargli che la brutalità di Graziani è soltanto un capitolo nella lunga storia dei rapporti italo-libici e che l'opera della colonizzazione italiana fu in altri momenti assai utile al Paese. Ma se Gheddafi si serve spregiudicatamente di quelle vicende per ravvivare la fiamma del nazionalismo libico, non abbiamo il diritto di sorprenderci. Forse che i nazionalisti italiani non fecero altrettanto con le loro campagne anti-austriache dopo l'impiccagione di Oberdan?


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Il commento amaro di Giovanna Ortu (Airl) agli sviluppi tra governo libico  e aziende creditrici italiane 

Aise

18 novembre 2005

È un commento "amaro" quello di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) agli ultimi sviluppi della vicenda che vede ormai da decenni le aziende italiane in attesa di un rimborso "loro dovuto" dal Governo libico. In seguito alla risposta dell'Airil (Associazione Italiana per i Rapporti Italo-Libici) che, attraverso le parole del proprio presidente, Leone Massa, ha rifiutato l'aut aut del Governo di Tripoli, ritenendo vergognosa la proposta offerta alle aziende creditrici italiane la Ortu, che ha seguito "con spirito di solidarietà" tutta l'evoluzione delle trattative, ha dichiarato: "è amaro constatare oggi che si sia andati per leggerezza, debolezza o incapacità incontro all'attuale situazione di crisi totale dei rapporti".
"Ricordo ancora che, quando si evidenziarono le prime difficoltà da parte delle aziende ad ottenere dal governo libico il pagamento delle commesse, almeno vent'anni fa, l'Associazione segnalò alle autorità italiane, anche attraverso il proprio giornale "Italiani d'Africa", il pericolo di aggiungere alla lunga lista dei beni confiscati alla collettività italiana le ingenti somme relative alle forniture richieste dal governo libico alle imprese italiane", afferma la presidente dell'Airl.
"Nè d'altra parte – conclude Giovanna Ortu – il nostro governo pensa di poter rimediare alla propria "colpa" risarcendo e le imprese e i cittadini italiani colpevoli soltanto di aver onorato con impegno e laboriosità il proprio Paese".


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La Libia raddoppia, ieri giornata del lutto

Secolo d'Italia

27 ottobre 2005

La Libia raddoppia le sue iniziative contro l'Italia. E dopo La “giornata dell'odio”, ripristinata il 7 ottobre scorso, ora ritorna a celebrare anche la “giornata del lutto”. Nonostante un anno fa, nei discorsi inaugurali del gasdotto che da Mellitah va fino a Gela in Sicilia, Silvio Berlusconi e Moam­mar Gheddafi avessero dato il via a una nuova fase delle relazioni bilaterali, ieri tutte le comunica­zioni telefoniche internazionali dalla Libia sono state interrotte in occasione della “giornata del lut­to”, con cui Tripoli ha voluto ricor­dare le migliaia di libici deportati dalle autorità coloniali italiane. «L'atteggiamento libico — ha commentato Alfredo sottosegretario agli Esteri— non risponde alle posizioni assunte dal governo italiano. È un negare un dialogo e un confronto già con­cluso nel ‘98». Il riferimento è protocollo d'intesa che Prodi pri­ma e D'Alema dopo stilarono con il colonnello Gheddafi secondo cui l'Italia, pur di normalizzare i rapporti fra i due Paesi, avrebbe di fatto rinunciato a qualunque forma di compensazione per i beni sottratti agli italiani cacciati dalla Libia e, come gesto riparatore, si riprometteva di costruire una autostrada dall'Egitto alla Tunisia del costo di 6mila miliar­di. Ma per il sottosegretario, «la posizione del governo libico è pretestuosa e su questa materia è al di fuori di ogni ragione e di ogni possibile accordo». Ecco perché ora il clima è cambiato. Tornato dall'Europa Prodi, ora Gheddafi è tornato a puntare sul centrosini­stra e su una sua vittoria alle poli­tiche del 2006 pur di ottenere la sua autostrada.


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Libia: nuovo sgarbo all'Italia, lutto per 94 anni di invasione

Agi

26 ottobre 2005


Interruzioni dei voli internazionali e dei collegamenti marittimi, sospensione delle telecomunicazioni di qualsiasi tipo con il resto del mondo e obbligo per ogni cittadino di vestirsi in nero o almeno di indossare un segno visibile di lutto: cosi' la Libia ha commemorato il novantaquattresimo anniversario dell'invasione italiana, avvenuta il 26 ottobre 1911. La Giornata di lutto, che fa seguito alla Giornata della vendetta celebrata il 7 ottobre per ricordare l'espulsione di massa degli italiani nel 1970, e' un ulteriore segnale del gelo diplomatico tra Roma e Tripoli.

    Nel 2004, dopo il promettente incontro a Mellitah tra Muammar Gheddafi e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il 7 ottobre fu celebrato come Giornata dell'amicizia e il 26 furono molto annacquate le manifestazioni anti-italiane.

Invece quest'anno nel decreto che ha imposto la Giornata di lutto si fa anche divieto ai cittadini libici di recarsi in Italia, misura peraltro pleonastica vista l'interruzione dei collegamenti. E la stampa libica ha dato grande risalto alla ricorrenza dell'invasione da parte di 35.000 uomini agli ordini del generale Carlo Caneva che, viene sottolineato, "dette il via a una delle piu' grandi deportazioni conosciute della storia" con 4mila libici trasferiti nelle isole attorno alla Sicilia. Tv e radio hanno trasmesso programmi speciali sulla ricorrenza e hanno ricordato che nel 1998 l'Italia presento' le scuse per l'epoca coloniale.

    "I libici hanno cambiato cavallo, puntano sul centrosinistra e per questo hanno congelato i rapporti con l'attuale governo", ha spiegato Giovanna Ortu , presidente dell'Associazione italiana rimpatriati dalla Libia (Airl). La Ortu non ne e' sorpresa e lamenta che i rimpatriati italiani sono stati dimenticati da tutti: Tripoli li ha presi in giro rimangiandosi l'impegno a concedere i visti e anche Roma si appresta all'ennesimo rinvio sugli indennizzi per 250 milioni di euro promessi all'Airl. "An ha presentato un emendamento alla finanziaria ma tanto gia' so che non verra' approvato per motivi di bilancio", ha affermato la Ortu .


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Italia-Libia: Celebrato giorno del lutto. AIRL, rotto rapporto sociale. Ortu, ormai Tripoli investe sulla vittoria di Prodi

Adnkronos

26 ottobre 2005

Bandiere a mezz'asta dall'alba al tramonto, uomini e donne vestiti di nero, interruzione di tutti i collegamenti aerei,via mare e via terra, sospese tutte le comunicazioni con qualsiasi mezzo con il resto del mondo. Cosi' la Libia ha celebrato il ''giorno del lutto'', anniversario della ''piu' grande operazione di deportazione cui la storia abbia assistito'', scrive l'agenzia di stampa Jana, ricordando ''gli oltre quattromila uomini, donne e bambini'' deportati in Italia, ''nelle remote isole'' di Ponza, Ustica, alle Tremiti e Favignana a partire dal 26 ottobre del 1911. Deportati su ordine del governo Giolitti dopo la rivolta contro le truppe d'invasione italiane a Shara Shatt.

La celebrazione del 'giorno del lutto', associata al ripristino lo scorso 7 ottobre, nonostante la promessa fatta da Muammar Gheddafi a Silvio Berlusconi di cancellarla, del 'giorno della vendetta' contro gli italiani, ''conferma che si e' rotta quella liasion speciale alla quale il presidente del Consiglio aveva creduto tanto'', dice all'ADNKRONOS Giovanna Ortu , presidente dell'Associazione italiana dei rimpatriati dalla Libia (Airl).

E se si e' rotta, commenta realisticamente la Ortu , e' anche perche' ormai Tripoli ''sta investendo sulla vittoria di Romano Prodi,nella convinzione che lui fara' quello che non ha fatto Berlusconi'', la famosa strada litoranea lunga duemila chilometri dalla Tunisia all'Egitto, costo sei miliardi di euro, che la Libia chiede all'Italia.

In base al decreto 480 del 2000, che istituisce la 'giornata del lutto' nella Grande Jamahiriya, a nessun cittadino libico e' tra l'altro permesso di viaggiare in Italia il 26 ottobre, nessuna agenzia di viaggio o compagnia aerea puo' emettere bigliettiper quel giorno e i mass media dovranno spiegare i motivi della ricorrenza, citando la dichiarazione congiunta del 1998, con cui l'Italia si scuso' per i danni causati alla Libia dall'aggressione coloniale.

Il 7 ottobre scorso, nonostante l'impegno che il colonnello si era assunto con Berlusconi l'anno prima, in occasione dell'inaugurazione del gasdotto dell'Eni a Mellitah, la Libia era tornata a festeggiare ''la giornata della vendetta'', per ricordare il 35mo anniversario ''dell'espulsione degli ultimi fascisti italiani, che per anni hanno controllato le risorse del popolo libico''. Una celebrazione che il ministro degli Esteri Gianfranco Fini aveva definito ''inaccettabile dal punto di vista morale e politico'', a conferma di quanto ''il rapporto con Gheddafi resti complesso''.

  


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Italia-Libia/ Linee telefoniche interrotte per crimini odiosi

Apcom

26 ottobre 2005


Oggi messaggio registrato a chi telefonava in Libia dall'estero

La Libia ha interrotto oggi le telefonate provenienti dall'estero per denunciare "i crimini odiosi commessi dagli italiani" quando occuparono il paese.

Un messaggio registrato in arabo e inglese informava chi chiamava in Libia dall'estero che "le comunicazioni internazionali sono interrotte fino alle 18.00 per denunciare i crimini odiosi commessi dagli italiani contro il popolo libico", ha constatato l'agenzia di stampa France Presse.

 La Libia, colonia italiana dagli anni Trenta alla fine della seconda guerra mondiale, chiede all'Italia un indennizzo sotto forma della costruzione di un'autostrada di 6 miliardi di euro.
L'11 ottobre il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, aveva affermato che la decisione del governo libico di reintrodurre la Giornata della vendetta contro gli italiani "è un comportamento inaccettabile da un punto di vista morale prima ancora che politico".


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Per il ministro degli Esteri la decisione dimostra la complessità dei rapporti con il Paese nordafricano

Fini: è inaccettabile che in Libia sia tornata la “giornata della vendetta”

Il Secolo d'Italia

12 ottobre 2005

 

Tripoli torna a festeggiare la “giornata della vendetta contro gli italiani”, nonostante il leader libico Muammar Gheddafi si fosse impegnato lo scorso anno con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a trasformare il 7 ottobre nella “giornata dell'amicizia” tra l'Italia e la Libia «Una decisione che conferma come il rapporto con Gheddafi rimane complesso», ha commentato la notizia Gianfranco Fini.

«Accanto a una politica di cooperazione nella lotta all'immigrazione clandestina, ci sono com­portamenti inaccettabili dal punto di vista morale e politico come quello di ripristinare la giornata della vendetta - ha poi concluso il ministro degli Esteri - Si tratta di una doppia politica che si può capire, ma non giustificare, solo in chiave interna».

Gheddafi prese il potere il 1 settembre 1969 e non perse tempo contro gli italiani: prima confiscò tutti i beni dei ventimila nostri connazionali residenti in Libia che negli anni avevano bonificato e resi fertili 2000 chilometri di costa. Furono confiscate case e beni per una cifra che all'epoca venne quantificata in circa 400 miliardi di lire. Poi il

7ottobre del 1970, arrivò la jalaa (la cacciata) con cui Gheddafi intimò agli italiani il disbrigo di quelle odio­se e umilianti formalità connesse alla confisca, concedendo 15 giorni di tempo per lasciare il Paese. Con il veto del ritorno in una terra nella quale si erano stabiliti dal 1938.

Poi, il 26 ottobre 2002, arrivò la prima visita a Tripoli di Berlusconi.

E il il 7 ottobre di un anno fa, in occasione dell'inaugurazione del gasdotto dell'Eni a Mellitah, il premier sembrava essere riuscito a invertire la tendenza. I toni distesi dei colloqui con il colonnello libico, le parole di amicizia di Gheddafi. E la promessa che gli italiani espulsi trent'anni prima sarebbero potuti tornare a rivedere le terre nelle quali erano vissuti. Venne anche annunciato pubblicamente che il 7 ottobre non sarebbe stata più la “giornata della vendetta” bensì “dell'amicizia” verso l'Italia. Sbloccata anche la questione dei visti per gli italiani rimpatriati. Ma, unilateralmente, la Libia decise di concedere quei visti promessi solo ai rimpatriati ultrasessantacinquenni. E ora, a un anno esatto, di distanza, l'annuncio delle celebrazioni del “35esimo anniversario dell'espulsione degli ultimi fascisti italiani che per anni hanno controllato le risorse del popolo libico”.


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L'Italia paga i conti e il colonnello disattende gli accordi

Il Secolo d'Italia

12 ottobre 2005

L'Italia si è sempre adoperata, a livello internazionale, perché alla Libia fosse tolto l'embargo, come avvenuto, con lo sblocco dei fondi libici presso le bancbe. Berlusconi ha poi tenuto fede agli accordi del precedente governo di sinistra per il centro traumatologico di Bengasi, inaugurato oltre un anno fa dal Sottosegretario Mantica. Gheddafi e Berlusconi, il 7 ottobre 2004, hanno inaugurato un gasdotto, costato al nostro Paese oltre 2.500 miliardi di vecchie lire.

I libici hanno invece disatteso molti degli accordi firmati con l'Italia. Per favorire le aziende italiane in Libia, è stata creata l'Azienda Libica Italiana che però ha fatto sparire nel nulla i soldi degli associati. E le aziende italiane comunque incorrono in molti problemi e difficoltà. Il pagamento dei crediti alle imprese italiane è tutt'ora bloccato, col rifiuto non solo di riconoscere gli interessi (come previsto nelle sentenze delle stesse Corti libiche) ma anche di pagare la sorta capitale. L'immigrazione clandestina proveniente dalla Libia continua a registrare migliaia di sbarchi sulle nostre coste. Contro i nostri pescatori, la Libia ha acquisito unilateralmente 80 miglia di acque internazionali E da oltre un anno la sede diplomatica libica in Italia è priva d'ambasciatore: gesto da sempre ritenuto un'offesa allo Stato ospitante.


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Intervista con Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati, che accusa il leader libico di essersi intromesso nella politica italiana

Gheddafi “sponsor” del Professore?

“Tripoli spera di ottenere migliori condizioni dal centrosinistra nella questione dei rimborsi”  

Il Secolo d'Italia

12 ottobre 2005

Francesco Rubino

 

Un anno fa la Libia, dopo anni di “giornate della vendetta” in memoria del periodo coloniale e della cacciata degli italiani, il 7 ottobre di 30 anni fa, appunto, festeggiava, la giornata dell'amicizia, in segno di superamento di questo “muro” che divideva il Paese nordafricano dall'italia. Ma quel clima è durato poco e quest'anno, il 17 ottobre, quella “giornata della vendetta” è tornata in auge al posto dell'amicizia. Una vera beffa per Giovanna Ortu, la battagliera presidentessa dell'Airl (l'associazione che raggruppa gli italiani rimpatriati dalla Libia), che accusa apertamente la Libia di essersi intromessa nelle vicende politiche italiane. E per colpa di Romano Prodi.  

Allora, presidente, qual è la situazione attuale?

I rapporti italo-libici si sono molto raffreddati C'è una mancanza vera e propria di quel dialogo continuo un tempo esistente. Non esiste più quell'atmosfera di amicizia instauratasi lo scorso anno. E questa crisi investe tutti i settori, come ad esempio le nostre esportazioni che sono diminuite per la concorrenza francese e americana. Anche su un piano più piccolo e personale, come può essere quello del cimitero italiano di Tripoli lasciato in pieno abbandono nel più totale disprezzo delle norme internazionali, quei soldi che sono stati trovati lo si deve solo grazie alla cooperazione italiana, per impulso del ministro Fini.  

E la festa dell'amicizia che fine ha fatto?

Non lo so. L'anno scorso fu l'unico anno di quei festeggiamento. Ora il 7 ottobre c'è invece stata di nuovo la festa della vendetta, la festa dell'espulsione degli italiani. Forse non ci sono saranno state le sfilate o le manifestazioni degli anni passati, ma le celebrazioni attraverso il congresso del popolo e i comitati di base sì. Quelli non sono mancati e questo contrasta con la festa dell'amicizia.

Ma da cosa dipende questa difficoltà di dialogo tra Italia e Libia?

Ho l'impressione che Gheddafi stia aspettando una vittoria del centro­sinistra perché con Prodi pensa di ottenere condizioni migliori nei negoziati per la normalizzazione dei rapporti. Gheddafi vuole la famosa autostrada che dal confine con l'Egitto attraversa tutto il Paese sino al confine con la Tunisia. E quando ha visto che con Berlusconi non l'otteneva, ha deciso di ripuntare sui vecchi “cavalli” Prodi e D'Alema, con i quali aveva già avuto rapporti preferenziali. Gheddafi ora spera in una vittoria del centrosinistra.

E perché con Prodi dovrebbe avere migliori risultati?

Perché Prodi nel ‘98 fu quello che, a nostra insaputa, permise all'allora ministro degli Esteri Dini di firmare con la controparte libica un accordo, un protocollo d'intesa in cui, per normalizzare i rapporti italo-libici, non venivano mai nominate le confische subite nel ‘70 e di fatto si rinunciava, per sempre, a qualunque forma di compensazione per gli italiani di Libia. Un accordo tra l'altro fatto in maniera molto poco dignitosa, con tante scuse e richieste di perdono. E perché, alcuni mesi fa, lo stesso Gheddafi in una intervista disse “meglio avere a che fare con Dini e D'Alema che con il Governo Berlusconi”. Ecco da dove nascono le speranze di migliori condizioni per futuri accordi. E sono sicura che tra loro, indirettamente, dei contatti già ci sono stati.

In che senso?

Ha visto la celerità con cui la Jamahiriya ha proceduto a intervistare Prodi mandando in Italia, il mese scorso, il capo del Dipartimento informazioni della Libia? Un'intervista in cui il Prodi afferma che se i rapporti italo-libici e il contenzioso politico ed economico tra i due Paesi non è stato risolto, la colpa è di Berlusconi che non ha accontentato le richieste di Gbeddafi. Intervista o già accordi?

E tutto questo sarebbe secondo lei alla base delle attuali difficoltà di dialogo tra Italia e Libia?

Certo. Quello che mi da fastidio è che Gheddafi ha già dato l'investitura al centrosinistra. Si è intromesso negli affari politici interni di un altro stato sovrano. Sembra quasi che voglia dire: io vi faccio vincere le elezioni e poi voi mi fate le strade. E questo è intollerabile. Preferisco un'aspra “guerra” interna piuttosto che la perdita di dignità, mia e del mio Paese.

Cosa andrebbe fatto, allora, per migliorare la situazione?

lo credo che si debba subito dissipare ogni dubbio, soprattutto su quella famosa autostrada. Quella che ha generato tutto questo gigantesco equivoco. Noi dobbiamo dire subito quello che si può fare e quello che non si può fare. Dobbiamo fare qualsiasi sforzo per normalizzare i rapporti, ma dobbiamo chiudere su tutto, non solo su singoli aspetti, lasciandone altri aperti. Anche a costo di chiudere tutti in una stanza e di non farli uscire finché non trovano una soluzione.

Speranze per il futuro?

Sono molto diminuite. L'anno scorso ero più fiduciosa. Ora non so proprio cosa desiderare e cosa augurarmi.


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Infranto l'accordo Fini: “Un comportamento inaccettabile tanto dal punto di vista morale che politico”

Libia-Italia, torna il giorno dell'odio

Gheddafi si rimangia la promessa fatta a Berlusconi e festeggia la cacciata dei colonialisti

La Stampa

12 ottobre 2005

Emanuele Novazio

 

La Libia torna a festeggiare la «giornata della vendetta contro gli italiani», nonostante Muammar Gheddafi si fosse impegnato con Silvio Berlusconi, un anno fa, a trasformare nella «giornata dell'amicizia con l'Italia» il 7 ottobre, anniversario della cacciata degli ultimi italiani, nel 1970. L'agenzia Jana, ieri, dava notizia delle avvenu­te celebrazioni del «35° anniver­sario dell'espulsione degli ulti­mi fascisti che per anni hanno controllato le risorse del popolo libico». «Un comportamento inaccettabile dal punto di vista morale prima che politico», de­nuncia il ministro degli Esteri Fini, secondo il quale «la decisio­ne conferma che il rapporto con il Colonnello rimane comples­so», nonostante «la cooperazione con l'Italia sul controllo delle coste e la lotta all'immigrazione clandestina». La «doppia politica di Gheddafi», aggiunge Fini, «può essere capita, ma ovviamente non giustificata, con una chiave politica interna più che nel rapporto con l'Italia e l'Euro­pa». Proteste anche da parte dell'Associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia (Airl): la presidente Giovanna Ortu parla di «una generale amarezza per il ritorno di una data che ha rappresentato ogni anno l'occasione di fomentare l'odio delle masse libiche nei confronti dell' oppressore italiano''».

Le relazioni fra i due Paesi in realtà restano difficili, anche se nel complesso dopo la prima visita di Berlusconi al Colonnel­lo, nell'ottobre del 2002, i toni di Tripoli non hanno più raggiunto l'asprezza precedente al «disgelo». La normalizzazione alla quale aspirava il presidente del Consiglio incontrando il Co­lonnello nella tenda di Bab el Asisir non c'è stata: «Rimediare al passato, metterci una pietra sopra, guardare al futuro con un nuovo spirito di collaborazione», aveva annunciato Berlusconi al termine della visita. Le trattative si sono rivelate più difficili del previsto e si sono incagliate sull'entità del «gesto di rappacificazione» e di risarci­mento che dovrebbe chiudere il difficile passato fra i due Paesi:

Tripoli chiede a Roma la costru­zione di un'autostrada costiera il cui costo è però troppo eleva­to per le finanze italiane, 6 miliardi di euro impossibili da trovare nelle attuali condizioni di bilancio. Il governo Berlusco­ni pretende una rapida conclusione del contenzioso fra lo stato libico e un centinaio di aziende italiane, da oltre vent'anni in attesa di recuperare crediti commerciali per oltre 600 milioni di euro. E insiste perché venga chiuso il capitolo visti per gli esuli. I negoziati continuano, ma finora soltanto alcune imprese hanno avuto soddisfazione: quanto ai visti, dallo scorso aprile vengono con­cessi ma solo alle persone che hanno superato i 65 anni di età. Una discriminazione che l'Airl non accetta.

Il   rilancio della «Giornata della vendetta» non sorprende Giovanna Ortu, secondo la qua­le «da mesi il rapporto fra i due Paesi va a rotoli». Secondo la presidente dell'Associazione esuli «la difficoltà del nostro governo a dialogare con i libici va messa in relazione all'atten­zione riservata ai possibili vinci­tori della prossima tornata elet­torale», il centro sinistra guida­to da Romano Prodi che quand'era presidente della Commissio­ne accolse Gheddafi a Bruxelles con un abbraccio. I rimpatriati giudicano comunque entrambi gli schieramenti «ugualmente colpevoli» nei loro confronti: nel 1998, denunciano, il gover­no Prodi firmò un accordo con Tripoli in cui rinunciava «definitivamente a qualunque forma di compensazione per i beni confiscati» agli italiani, mentre il governo Berlusconi «ha dilazionato di anno in anno promes­se che sapeva di non poter mantenere».


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Gheddafi ripristina la «giornata della vendetta»

Tornano le celebrazioni anti-italiane.

Fini: «Inaccettabile». Sullo sfondo richieste economiche

Il Corriere della Sera

12 ottobre 2005

Maurizio Caprara

Se la vendetta è un piatto che si serve freddo, ancora più effetto può fare quando la tavola, in teoria, dovrebbe essere stata sparecchiata. Malgrado un anno fa la Libia avesse annunciato di apprestarsi a istituire un «giorno dell'amicizia», venerdì scorso, 7 ottobre, la Gran Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista ha celebrato ancora una volta la «giornata della vendetta» contro l'Italia. Si tratta dell'anniversario della espulsione in massa decretata da Muhammar el Gheddafi, nel 1970, per 20 mila italiani, in parte arrivati nel suo Paese ai tempi del colonialismo, in parte nati lì a guerra mondiale finita. In occasione della visita di Silvio Berlusconi a Mellitah, nel 2004, il Colonnello aveva detto che avrebbe rinunciato a far festeggiare questa ricorrenza. Invece alla Casa della cultura di Tripoli, venerdì, si sono riuniti membri dei Comitati popolari. Discorsi dei dirigenti, poi l'invio di un telegramma di congratulazioni al «leader della Rivoluzione».

«Un comportamento inaccettabile da un punto di vista morale prima ancora che politico», ha commentato Gianfranco Fini, ministro degli Esteri e presidente di An, partito che per ragioni storiche risulta più restio di altri ad ammorbidimenti verso la Jamahiria.

Allo stesso tempo, Fini ha espresso un giudizio articolato: quanto avvenuto «conferma che il rapporto con Gheddafi rimane complesso perché accanto a una politica positiva di cooperazione con l'Italia sul controllo delle coste, e la lotta all'immigrazione clandestina, ci sono comportamenti inaccettabili». Conclusione: «Credo che questa doppia politica del Colonnello possa essere capita, ma ovviamente non giustificata, più con una chiave di lettura interna che nel rapporto con l'Italia». Come a dire: Gheddafi sbaglia, ma lo fa per non scontentare il suo uditorio.

Al di là delle reazioni ufficiali, c'è dell'altro dietro questo nuovo attrito italo-libico portato alla luce a Roma ieri da Giovanna Ortu, la presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia. La prima cosa che Tripoli vuole, in realtà, è la costruzione a spese dell'Italia di una strada costiera dalla Tunisia all'Egitto, indicata come una forma di risarcimento per le sofferenze dovute al colonialismo. Oppure, di una linea ferroviaria da Misurata a Sebah. Nel primo caso, il costo non sarebbe inferiore a tre miliardi di euro. Troppo, secondo Palazzo Chigi.

«Vogliamo essere vostri partner, ma la Libia è un Paese sovrano. Avevamo chiesto un grande gesto di grande valore, la strada o la ferrovia. E non c'è stato», risponde una fonte diplomatica libica quando gli si domanda perché la giornata della vendetta è rimasta.

Dopo che Gheddafi ha concordato con Usa e Gran Bretagna lo smantellamento dei suoi programmi per le armi di sterminio, gli affari in Libia non vanno bene per l'Italia. Il 2 ottobre l'Eni ha conquistato quattro concessioni per prospezioni e sfruttamento di pozzi di petrolio, a Murzuq e a Kufra, però in precedenza i vantaggi principali sono andati ad americani e concorrenti stranieri. Le nostre esportazioni hanno subito un calo. Tripoli manda segnali di raffreddamento. Da oltre un anno non rimpiazza l'ambasciatore a Roma. Il senatore Sandro Battisti, Margherita, domanda a Fini, in un'interrogazione, quali misure adotterà sul giorno della vendetta.

Giovanna Ortu avanza un'ipotesi: «La difficoltà dell'esecutivo a dialogare con i libici va messa in relazione all'attenzione da essi riservata ai possibili vincitori della nuova tornata elettorale, primo fra tutti Romano Prodi. Per intervistarlo è arrivato in Italia il capo del Dipartimento informazione della Jamahiria». In estate, è vero, il candidato dell'Unione per Palazzo Chigi ha dato una lunga intervista alla tv libica. Lo stesso Prodi, nel 2004, andò in vacanza in Libia. Gheddafi, grato per l'invito a Bruxelles del 2004, lo invitò a parlare al congresso dei Comitati popolari. E il caso, in questi casi, conta poco.


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Celebrato anche quest'anno l'anniversario della nostra espulsione

7 ottobre 2005: è sempre vendetta

Italiani d'Africa Luglio-Settembre 2005

di Giovanna Ortu

 

 

Ho atteso il 7 ottobre per scrivere questa nota, ritardando di due settimane l'uscita del nostro giornale, perché, nella generale amarezza che pervade l'animo di ciascuno di noi, mi interessava o addirittura mi incuriosiva constatare come, da parte libica e da parte italiana, sarebbe stata ricordata questa data. Fu proprio il 7 ottobre del 1970 che -come noi sappiamo- Gheddafi intimò ai pochi italiani ancora rimasti nel Paese per il disbrigo di quelle odiose e umilianti “formalità” connesse alla confisca, di lasciare la Libia entro quindici giorni. Da allora quel giorno ha rappresentato ogni anno l'occasione per fomentare artatamente l'odio delle masse libiche nei confronti dell'”oppressore italiano”. Abbiamo assistito a manifestazioni variegate e articolate, spesso addirittura folkloristiche, che hanno ottenuto anche il supporto di alcuni media italiani: del resto si sa, Minoli docet, siamo un popolo masochista che tende a compiacersi di parlare male di se stesso.

Ma ecco arrivare l'anno passato il riscatto atteso: il Presidente Berlusconi, con uno di quei coup de theatre nei quali è maestro, sembrava essere riuscito ad invertire la tendenza. L'inaugurazione del gasdotto dell'Eni, fissata per quel giorno, fu l'occasione per annunciare pubblicamente la nuova connotazione di quella giornata all'insegna dell'amicizia fra i due stati mediterranei, a dispetto di un passato da dimenticare. Un Silvio commosso e partecipe chiedeva, dal palco di Mellitah, all'amico Muammar di rendere finalmente operativi un accordo di sei anni prima ed una promessa vecchia di due anni: il rilascio dei visti turistici per i cittadini italiani nati in Libia. Tra gli applausi di incoraggiamento dei presenti, Gheddafi rispose positivamente e fu per due mesi gioia mediatica, non solo nostra. La stampa di tutto il mondo diede a quella notizia un grande rilievo mettendola in rapporto con l'apertura del Colonnello alle democrazie occidentali; il viaggio a Tripoli dei rappresentanti dell'AIRL sembrò la prova tangibile della svolta.

Ma, come i nostri lettori e tutti gli italiani nati in Libia sanno e come invece i rappresentanti della stampa, a parte qualche lodevole eccezione, fingono di ignorare, quei visti rimasero nella penna di chi doveva concederli e le autorità libiche, senza nemmeno informare il nostro Ministero degli Esteri, nella primavera scorsa decisero d'arbitrio di rilasciarli solamente agli ultrasessantacinquenni.

L'avvicinarsi del primo anniversario dell'annuncio di Mellitah rappresentava una cartina di tornasole per cercare di capire se, a parte la rappresaglia dei nostri visti, vi fosse l'intenzione di superare le anacronistiche rievocazioni del fascismo, del colonialismo, di Mussolini etc. rilanciando quei rapporti bilaterali che “normali” –lo capiamo oggi- non saranno mai. Da parte mia, dopo aver rifiutato l'invito dell'Ambasciata libica di Roma ai festeggiamenti dell'anniversario della rivoluzione, ho chiesto al nuovo Segretario Generale della Farnesina, Ambasciatore Paolo Pucci di Benisichi, in un lungo, cordiale incontro rapidamente fissato, quali fossero le iniziative da parte italiana per evitare un clamoroso passo indietro.

Sia l'ambasciatore Pucci che il ministro Sessa, presente al colloquio, non hanno nascosto le loro preoccupazioni che infatti si sono materializzate pochi giorni dopo nel comunicato della Jana, l'agenzia di stampa libica, che ha gli stessi toni enfatici di quelli degli anni precedenti, con l'eccezione dell'anno passato. Del resto sono mesi che il rapporto tra i due Paesi va a rotoli a dispetto della logica e delle ricorrenti affermazioni contrarie: il vistoso calo delle nostre esportazioni verso la Jamahiriya (-25% nei primi tre mesi del 2005), le concessioni petrolifere assegnate alle grandi compagnie americane a scapito dell'Eni, le ondate di clandestini provenienti dalla Libia sbarcate nei porti siciliani, un drastico ridimensionamento del livello della rappresentanza diplomatica libica in Italia, sono alcuni esempi di questa debacle politico-economica. Ma ve ne sono altri ancor più inquietanti: la difficoltà del nostro esecutivo a dialogare con i libici va messa in relazione all'attenzione da essi riservata ai possibili vincitori della nuova tornata elettorale, primo fra tutti Prodi per intervistare il quale è arrivato in Italia, il mese scorso, il Capo del dipartimento informazioni della Jamahiriya.

Per quanto più strettamente ci riguarda, anche noi, come cittadini italiani da oltre trent'anni residenti in Patria, nostro malgrado, siamo preoccupati degli scontri politici che caratterizzano questa lunga preparazione alla battaglia elettorale senza esclusione di colpi, ma giudichiamo entrambi gli schieramenti ugualmente colpevoli nei nostri confronti. Ci ha ingannato il Governo Prodi quando nel '98 permise che l'allora Ministro degli Esteri Dini firmasse con la controparte libica un accordo, rinunciando definitivamente a qualunque forma di compensazione per i nostri beni confiscati senza procedere d'altra parte ad assumersene l'onere nei nostri confronti. Ci ha ingannato ancor più platealmente il Governo Berlusconi i cui componenti pare si siano divertiti anno per anno a dilazionare promesse che sapevano di non voler mantenere. Basta leggere i numeri arretrati di questo giornale o consultare il nostro sito, per rendersi conto, dall'evidenza dei documenti, di quale incredibile odissea seguitiamo ad essere protagonisti.

Da recenti notizie di stampa abbiamo appreso che l'Eni, compagnia petrolifera di stato, penalizzata nei mesi scorsi a vantaggio di concorrenti di altri paesi, si è aggiudicata ora quattro delle nuove concessioni messe in gara dal governo libico, e ciò certamente costituisce un ristoro economico non di poco conto. È quella stessa Eni che fino ad ora si è detta “non interessata” a contribuire alle spese per il risanamento del cimitero di Hammangi. C'è qualche cosa d'altro da aggiungere per dare il quadro dell'importanza che viene attribuita alla nostra dignità, al nostro buon diritto, ai nostri più intimi sentimenti?


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Vengeance anniversary, the 35th anniversary for expulsion of the remaining Italian fascists

Jana

7 ottobre 2005

The masses of the Basic People's Congresses of Tripoli, commemorated the 35th anniversary of the expulsion of the remaining Italian fascists , who had for protracted years controlled the resources of Libyan people.

At the House of Culture in Tripoli, a celebration was organized in which speeches were made by the social peoples leadership, masses of the basic peoples congresses , the revolutionary committees movement at Tripoli shabya ( municipality ) which expressed pride in this triumph realized by the revolutionary will on this day, 35 years ago by taking vengeance and expelling the remaining Italian fascists who used to own everything on this land before the ears and eyes of the decadent regime.

The speakers praised in their speeches the unending efforts of the leader since the out set of the revolution, until Italy admitted its responsibility for the period of Italian colonialism of Libya and announced its apology to the Libyan people for that colonialist period , and recognized the Libyan peoples' right to compensation for the heavy material and moral damages inflicted on the Libyan peoples and land.

The participants on the festival sent a cable to the leader of the revolution on this occasion , in which they sent their congratulations on the blessed holy month of Ramadan.

 


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Stop dell'accordo con la Libia.

Parla un parmigiano espulso: "Non mi illudo più di tornare"

La Gazzetta di Parma

22 agosto 2005

A ottobre 2004, con l'incontro tra Gheddafi e Berlusconi, sembrava tutto risolto. E invece la Libia resta ancora proibita per i ventimila italiani cacciati nel 1970, e che lì hanno lasciato tren­tacinque anni fa la loro casa e la loro storia. Lo denuncia con amarezza in questi giorni ad alcuni giornali, la presidentessa dell'As­sociazione degli italiani rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu

Dopo la lunga attesa, dunque, lo spiraglio di speranza che sembrava aperto si è già richiuso. E per molti che sognavano finalmente il ritorno a «casa» è una nuo­va delusione. E' il caso di Piero Aiuti, «parmigiano» che ha lasciato la Libia (dove la sua famiglia viveva da tre generazioni) ormai molti anni fa che confessa, però, di non aver mai creduto fino in fondo alla bella notizia «Non mi meraviglia che l'accordo sia stato congelato. Sono trent'anni ormai che Gheddafi prende in giro l'Italia. E finché in Libia ci sarà lui non credo proprio che riusciremo a tornare».

Nessuna delusione dunque? «Questa notizia non è una sorpresa, e dunque nemmeno una delusione», dice con voce rassegnata Aiuti. Lui, tripolino, classe '41, aveva fatto ritorno in Italia con la moglie e il figlio poco prima del colpo di stato, «perché avevamo già capito che le cose stavano cambiando». Di lì a poco, infatti, ci fu l'espulsione di tutti gli italiani, e la confisca di 1750 abitazioni, 500 esercizi com­merciali, 37.000 ettari di terreno, come «risarcimento» per i danni subiti dalla Libia durante la colonizzazione dell'Italia.

«Ma io non ho mai mantenuto la mentalità da profugo - precisa – anche se abbiamo perso tutti i beni della nostra fami­glia. Certo, qualco­sa ci è stato rimborsato dal gover­no italiano. Ma or­mai è tardi. La vita va avanti, e penso che per noi ‘espulsi' ormai siano passa­ti troppi anni. Sarà difficile raggiunge­re un accordo, e io non mi faccio più illusioni».

La vita a Tripoli, però, Piero Aiuti la ricorda ancora in modo vivida:

«Ho dei ricordi splendidi di quel periodo. Mio padre aveva contribuito, insieme a tanti al­tri italiani, a strappare sabbia dal deserto e bonificare la terra». Ma chissà, ora, cosa sarà rimasto di tutto questo, delle loro case e dei loro giardini. Già nell'ottobre 2004, infatti, Aiuti aveva espresso i suoi timori, quando era arrivata la notizia che sarebbe potuto torna­re: «Temevo di non trovare più nulla di quello che ricordavo». Adesso, aspetterà ancora. E, a quanto dice, continuerà a non farsi troppe illusioni.

 


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Dopo l'accordo Gheddafi-Berlusconi

“Siamo stati ingannati. Per noi profughi la Libia resta proibita”

Quotidiano Nazionale

21 agosto 2005

di Matteo Spicuglia

 

Lo scotto di non poter mettere piede nel proprio Paese natale solo per ragioni di naziona­lità, l'illusione del ritorno sognato per 34 anni e di nuovo la delusio­ne. Un'esperienza che Giovanna Ortu, presidentessa dell' Associa­zione degli italiani rimpatriati dal­la Libia, condivide con i 2Omila connazionali cacciati nel 1970 da Muammar Gheddafi. Nata a Tripo­li 65 anni fa da una farniglia di agricoltori sardi, la signora Ortu negli ultimi 30 anni ha combattu­to la sua battaglia per vedere rico­nosciuti i diritti degli italiani, a cui il regime libico confiscò tutti i beni e impedì di rientrare nel Pae­se. Dopo gli accordi bilaterali del ‘98 e l'annuncio di Gheddafi e Berlusconi il 7 ottobre del 2004, il problema sembrava superato: gli italiani non erano considerati più nemici, la Giornata della vendetta fu trasformata nella Giornata dell' amicizia e i profughi avrebbero potuto finalmente tornare in visita. I primi for­tunati furono proprio la Ortu e al­tri sei esuli, accolti con gli onori dei libici e la grancassa mediatica di casa nostra: eppure oggi la sì­tuazione non è cambiata di una vir­gola, dato che il visto viene con­cesso soltanto agli ultra 65enni. Motivo? La richiesta di Gheddafi al governo di costruire un'autostrada litoranea dall'Egitto alla Tunisia, come riparazione dei danni del colonialismo: un'opera faraonica che l'Italia non può permettersi.

E così, in attesa di sviluppi, tutto il resto è congelato, a cominciare dai visti per gli italiani e dalla mancata nomina del nuovo ambasciatore libico a Roma. «Da mag­gio non abbiamo più notizie e il governo si è arreso -denuncia Giovanna Ortu- ma il tema dei visti e degli indennizzi tocca la sfera dei diritti umani e non pos­siamo accettare certi soprusi>>.

Ha fatto presente la situazione? «Ho sollecitato più volte il gover­no, ma senza risposte, tranne quel­la del ministro degli Esteri Gian­franco Fini che tuttavia non ha portato a nulla. Era stato raggiunto un accordo per restaurare il ci­mitero italiano di Tripoli, ma sia­mo fermi perché il ministero non riesce a trovare fondi».

Ci sarà una soluzione sul proble­ma dei visti?

«La cosa non sembra essere all'or­dine del giorno. Il governo conti­nua a dire che si sta impegnando, ma gli sforzi si vedono dai risulta­ti. Il nostro viaggio aveva avuto il massimo risalto, facendo credere che tutto si fosse sistemato, inve­ce nulla è cambiato.

Cosa è accaduto?

«Berlusconi si è voluto appuntare la medaglia sul petto, pensando che la nostra gioia per l'accordo ci facesse dimenticare altri punti, co­me la questione degli indenizzì. Forse non si aspettava che tutto

franasse in questo modo: tuttavia se doveva finire così, era meglio non fare nulla. Il nostro governo non doveva cedere così>>.

Dal suo punto di vista, quali sono gli ostacoli? Forse l'Italia non insiste troppo per evitare frizioni su altri temi spinosi, come quello dei clandestini?

<<Sicuramente la situazione è complessa e include più aspetti. A livello ufficiale, non sono arrivate spiegazioni. Pesano la richiesta di mezzi di controllo delle coste, la pretesa di avere l'autostrada, l'attuazione degli accordi. Però, alla fine ci andiamo di mezzo noi, che da 34 anni siamo un capro espiatorio dietro cui si muovono manovre più grandi>>.

Fa riferimento anche al nodo dei risarcimenti per i beni confi­scati neI 1970?

«Certo. E su questo punto le re­sponsabilità sono tutte del gover­no che da anni promette una solu­zione. Nel ‘98, l'accordo tra i due Paesi non ha nemmeno affrontato la questione, mentre oggi veniamo illusi a ogni finanziaria. Fatto grave, perché chiediamo un rico­noscimento minimo, quando tutti con la Libia continuano a fare grandi affari. Per questo ricorrere­mo al Tribunale europeo per i di­ritti dell'uomo». Che effetto le ha fatto tornare a Tripoli dopo tanto tempo?

«E' stata una grande emozione. Ho trovato un Paese molto cambiato: ricco, ma con gli standard di un Paese povero. La bellezza tuttavia è immensa, dai tesori ar­cheologici alla natura, passando per la gente ospitale e ben dispo­sta nei nostri confronti».

Oggi, di fronte ai nuovi svilup­pi, che sentimento prevale?

«Non avrei pensato di subire una sconfitta così, anche perché non me la merito. Sono stata illusa in nodo brutale. A volte mi passa quasi la voglia di reagire>>.


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Italiani nel Mondo/ Il Ministro Tremaglia a Bergamo per l'incontro annuale dell'AIRL/ Tripoli ha approvato il progetto di ristrutturazione del cimitero italiano
AISE

11 maggio 2005

Raffaella Aronica

Il comune di Tripoli ristrutturerà il cimitero italiano, ormai da anni in una situazione di abbandono riportata all’attenzione della cronaca dopo la profanazione e distruzione, il 19 gennaio scorso, di un altro cimitero, quello di Mogadiscio. Lo ha annunciato oggi, 11 maggio, all’Aise il presidente dell’Airl, Giovanna Ortu, dopo un colloquio telefonico con l'ingegnere capo del comune di Tripoli Azuz.
Della questione si è occupato anche il Ministro degli Italiani nel Mondo, Mirko Tremaglia, intervenuto domenica scorsa, 8 maggio, all’annuale incontro dell’Airl con tutti gli italiani rimpatriati dalla Libia e residenti ora nel nord Italia, che si è tenuto, come sempre, a Bergamo, in nome del frate francescano Giovita Dossi, scomparso 10 anni fa, ma fondamentale figura per i rimpatriati italiani.
All’incontro erano presenti circa 400 persone, ha riferito Giovanna Ortu, che ha rivolto parole di gratitudine nei confronti del Ministro Tremaglia, che, "sempre gentile e disponibile nei nostri confronti, ha portato spesso le nostre istanze in CdM", ma non ha risparmiato "pesanti" critiche verso l’operato del governo, "che ci ha profondamente delusi".
Tremaglia, "un po' dispiaciuto", ha dato "naturalmente" atto di tali mancanze, ma "ha formalmente promesso che questo governo, con Fini al Ministero degli Esteri, si occuperà certamente" delle tre questioni più urgenti per l’Airl.
In primo luogo la limitazione dei visti decisa improvvisamente dallle autorità libiche, senza che la nostra Ambasciata ed il nostro governo ne fossero informati. Tremaglia, ci ha riferito Giovanna Ortu, premerà "affinché le limitazioni siano sbloccate e, se questo non accadrà, affinché si possa arrivare all’applicazione del principio di reciprocità, limitando i visti italiani anche ai libici".
C’è poi la questione infinita degli indennizzi. "La prossima sarà l'ultima finanziaria di questa legislatura ed il governo già prepara il Dpef", ha ricordato la presidente Ortu, che, al Ministro Tremaglia, ha espresso l’auspicio che "la questione degli indennizzi non venga dimenticata". Tremaglia ha assicurato che questo non accadrà e che il Ministro degli Esteri Fini si batterà in tal senso. È necessario, però, ha rimarcato Giovanna Ortu, che anche gli altri ministeri interessati, in primis quello del Tesoro, siano d’accordo.
Ed infine c’è la questione della ristrutturazione del cimitero italiano di Tripoli, dove a Bergamo si è vista "qualche piccola schiarita", perché Tremaglia ha annunciato che il governo "sta cercando di trovare almeno la prima tranche dei fondi".
Ma la vera novità è stata comunica solo oggi dall'ingegnere capo del comune di Tripoli Azuz, che questa mattina ha telefonato direttamente all’Airl ed ha comunicato alla Presidente Ortu che "il progetto di ristrutturazione del cimitero, preparato dall’Airl, è stato approvato formalmente". L’ingegnere Azuz intende "consegnarlo nel corso di una riunione alla quale sia presente anche un rappresentante dell'Airl". Per questo Luigi Sillano partirà a breve alla volta di Tripoli, per partecipare, in qualità di incaricato dell’Airl, alla riunione, che sarà presieduta dallo stesso Azuz ed alla quale saranno presenti anche una delegazione del Consolato italiano a Tripoli, guidata dal Console Carlo Colombo, ed altri due componenti dell’ufficio tecnico ed ambientale del Comune di Tripoli.
La data dell’incontro sarà fissata nei prossimi giorni, non appena saranno convocati tutti i partecipanti. "A quel punto – ha concluso Giovanna Ortu – mi auguro che contestualmente arrivi l'annuncio che il nostro governo abbia trovato ulteriori fondi".


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Italiani nel mondo/ Ancora nulla di fattoper i visti agli italiani rimpatriati dalla Libia/ Ortu (Airl) scrive al Presidente della Camera Casini

AISE

2 maggio 2005

Raffaella Aronica

Nulla di fatto per i cittadini italiani rimpatriati dalla Libia. Alle tante promesse mancate, tra cui quella fondamentale degli indennizzi, si era aggiunta nei giorni scorsi la questione della limitazione ai visti, arbitrariamente decisa dalle autorità libiche, senza che il governo italiano e le nostre rappresentanze diplomatiche a Tripoli ne sapessero nulla.

La crisi del governo Berlusconi ha di fatto bloccato i tentativi messi in atto dal Presidente dell'AIRL, Giovanna Ortu, di risolvere la questione. E nemmeno la visita a Tripoli del Presidente della Camera, Pierferdinando Casini, ha avuto il risultato auspicato. Pur avendo inserito nell'agenda dei suoi colloqui con le autorità libiche la questione dei visti per gli ex residenti, Casini, dichiara la Ortu, è tornato in Italia "a mani vuote": secondo la Presidente dell'Airl, infatti, le risposte ottenute sono infatti "inaccettabilmente dilatorie".

In una lettera inviata oggi, 2 maggio, al presidente Casini, la Ortu sottolinea che "le disposizioni del Governo libico sono in palese violazione dei diritti umani e confermano, purtroppo, che la nostra politica nei confronti di quel Paese è stata fallimentare".

"È evidente – prosegue la presidente dell'Airl – che siamo stati usati: non abbiamo chiesto alcuna contropartita alla Libia prima di fornirgli l'aiuto richiesto per l'eliminazione dell'embargo e per il rientro nel consesso occidentale con il risultato che oggi, essendo meno isolata, la Jamahiria può permettersi di non rispettare gli impegni solennemente presi su diversi fronti. Ciò umilia non solo me e le migliaia di rimpatriati che rappresento, ma tutti i cittadini italiani". Per la soluzione di questo problema, la Ortu ricorda di attendere "che il Ministro degli Esteri dia corso alle iniziative di cui parla nella sua ultima lettera, fino ad applicare il principio di reciprocità".

Giovanna Ortu richiama poi all'attenzione di Casini "un altro aspetto del contenzioso che i rimpatriati hanno in tema di indennizzi per i beni confiscati, contenzioso che riguarda esclusivamente il Governo italiano" e per il quale la presidente dell'Airl ha chiesto a Casini "un breve incontro". "Anche quest'anno il Governo probabilmente trascurerà di inserire un modesto stanziamento pluriennale per il nostro indennizzo nel DPF che si appresta a varare. Ciò in spregio alla volontà parlamentare espressa con la votazione plebiscitaria dell'odg n.9/4489/61 del 17/12/2003", osserva la Ortu, che acclude alla lettera un "un promemoria che ripercorre le tappe del lungo inganno che si è consumato nell'arco di questa legislatura, contrariamente agli impegni solennemente presi in fase elettorale".

La prima tappa della vicenda "indennizzi ai rimpatriati" risale dunque al maggio 2002, ben 3 anni fa, quando, ricorda la Ortu, "il presidente della commissione Finanze del Senato, Riccardo Pedrizzi, di Alleanza nazionale, presenta il d.d.l. n.1334 sottoscritto da altri 44 senatori dei due schieramenti politici che prevede il saldo degli indennizzi dovuti dallo Stato italiano ai rimpatriati per i beni confiscati dal governo libico".

Il 1° agosto dello stesso anno, "Berlusconi riceve a Palazzo Chigi il presidente dell'Airl Giovanna Ortu in previsione del suo primo incontro con Gheddafi, che si terrà il 28 ottobre successivo. Berlusconi impartisce istruzioni ai funzionari presenti all'incontro affinché nella Legge finanziaria 2003 venga inserito uno stanziamento a fronte del d.d.l. 1334 Pedrizzi ed altri".

Il 16 ottobre in una lettera a Berlusconi Giovanna Ortu dichiara: "Malgrado le istruzioni da Lei impartite durante il nostro colloquio, non siamo riusciti a trovare nella legge finanziaria il promesso stanziamento".

Il 24 ottobre Gianfranco Fini riceve la presidente dell'Airl e il presidente dell'AIRIL, Leone Massa, in vista della visita di Berlusconi a Tripoli del 28 ottobre. Un comunicato di Palazzo Chigi rileva che "Fini ha confermato la determinazione del Governo italiano di tenere presente, nell'ambito dei nuovi rapporti italo-libici, anche le legittime aspettive di ordine morale ed economico sostenute dalle due Associazioni".

Ma il 23 dicembre 2002, ricorda la Ortu, "gli indennizzi restano fuori della Finanziaria 2003. Il presidente della commissione Finanze del Senato Pedrizzi tenta in extremis di salvare la faccia al Governo facendo approvare il 23 dicembre un emendamento per una somma ridicola di 2,5 milioni di euro all'anno da frazionare per tre anni. L'importo è tecnicamente mal stanziato e quindi inutilizzabile. La questione resta aperta per l'anno successivo".

E siamo al 7 maggio 2003, quando, alla vigilia delle elezioni amministrative del 25 maggio, il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini riceve ancora Giovanna Ortu a Palazzo Chigi ed assume il solenne impegno di risolvere definitivamente il problema indennizzi con la Finanziaria 2004. segue una lettera aperta di Giovanna Ortu a Berlusconi "per richiamare il governo ai suoi doveri".

Il 17 dicembre, "nonostante le promesse di Fini, gli indennizzi vengono ignorati anche dalla Finanziaria 2004. Ma il Parlamento reagisce: la Camera dei Deputati approva con 430 voti su 443 deputati presenti l'odg n.9/4489/61 che impegna il Governo a completare l'indennizzo dei rimpatriati dalla Libia".

Un anno dopo, il 23 settembre 2004, il Ministro per gli Italiani nel Mondo, Mirko Tremaglia, interviene dalle pagine del Secolo d'Italia: "In un momento di rinnovati rapporti con la Libia (la fine dell'embargo europeo n.d.r), il Governo non deve dimenticare i nostri connazionali che in passato hanno sofferto perdite morali ed economiche a seguito della cacciata dal Paese. A loro dovrà essere corrisposto un indennizzo definitivo dopo gli acconti percepiti in base alle leggi precedenti. Ciò consentirà una dignitosa riparazione della vicenda sul piano materiale". La questione dei rimpatriati entra così nelle pagine della stampa nazionale, dall'Unità al Corriere della Sera.

Il 14 ottobre il vice ministro all'Economia, Mario Baldassarri, riceve una delegazione dell'AIRL e garantisce lo stanziamento a copertura della legge d'indennizzo.

Il 30 ottobre si tiene il Congresso dell'Airl, al quale giunge il messaggio del ministro Tremaglia: "Confido nella positiva evoluzione anche del contenzioso ancora in corso". Al congresso intervento Riccardo Pedrizzi che dichiara: "per motivi scaramantici non voglio fare promesse, voglio solamente riferire che in Commissione Bilancio è stato presentato un emendamento da parte di tutto il gruppo AN con uno stanziamento abbastanza adeguato: la copertura finanziaria è stata dichiarata compatibile con l'esigenze di bilancio". Tutto è confermato dal vice presidente del Consiglio Fini, che assicura: "quel che ha detto il Senatore Pedrizzi certamente troverà seguito in Parlamento, e se toccherà a me esprimere il parere del Governo, il Governo esprimerà un parere favorevole".Per la stampa nazionale la questione dei risarcimenti per i beni confiscati sembra essere ormai ad una svolta. Su La Stampa del 17 novembre 2004 si legge: "Il viceministro Baldassarri ha promesso l'approvazione di un emendamento alla finanziaria che stanzia per quest'anno i primi 50 milioni di euro".

Il giorno seguente Mario Puccinelli, componente della delegazione Airl a Tripoli, dichiara allo stesso giornale: "non ho nulla da pretendere dai libici, chi mi ha trattato peggio è stato il governo italiano".

I beni confiscati agli ex italiani di Libia: 37.000 ettari di terra, 1.750 abitazioni, 5.000 esercizi commerciali, 1.200 tra autoveicoli, aerei, macchine agricole per un valore, nel 1970, di 200 miliardi di lire.

La Ortu si affida, dunque, al presidente Casini, "all'equilibrio e alla saggezza che ha dimostrato in ogni circostanza, per avere una parola chiara e definitiva in merito, anche la più negativa: se non abbiamo diritto ad essere indennizzati dobbiamo saperlo; se i pochi fondi necessari non possono essere resi disponibili si trovino forme e modi per onorare il debito. Dopo trentacinque anni vorremmo poter mettere la parola fine alla nostra incredibile odissea!".


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Italiani nel mondo/ Limitazione visti Libia/ Ortu (Airl) a colloquio con il Direttore del Mae Sessa: il clima è più disteso ma vogliamo risposte politiche

AISE

12 aprile 2005

Raffaella Aronica

Si dichiara "moderatamente soddisfatta" Giovanna Ortu, che, in qualità di presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, è stata ricevuta ieri sera, 11 aprile, dal Direttore generale del Mae per i Paesi del Mediterraneo, Riccardo Sessa, per discutere della limitazione ai visti recentemente stabilita dalle autorità libiche.

Soddisfatta, dicevamo, ma pronta a non "mollare la presa" e decisa ad ottenere "una risposta politica" in tempi brevi, brevissimi. A colloquio con l' Aise , Giovanna Ortu ha infatti tracciato un bilancio dell'incontro avuto ieri alla Farnesina, anche alla luce della tanto attesa risposta giunta venerdì sera dal Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, alle sue precedenti e numerose sollecitazioni.

Una lettera, quella di Fini, che la presidente dell'Airl ha definito "molto gentile e amichevole nei toni", ma che "in sostanza è sempre una lettera diplomatica e non risponde ai problemi reali" legati non soltanto alla questione "visti", ma anche ai rimborsi che da lungo tempo gli italiani esuli dalla Libia attendono dal governo italiano. Resta, comunque, la presa d'atto dal parte del ministro Fini, ha ammesso la Ortu, dell'importanza che evidentemente a questi problemi finalmente il governo attribuisce.

A dimostrazione di ciò, sempre ieri, lunedì 11 aprile, il nostro Ambasciatore a Tripoli si è recato dal primo ministro libico, prima, e dal ministro degli interni, poi, per avere chiarimenti sulla decisione presa all'insaputa del governo italiano. "Il ministro dell'interno, che era stato in realtà già sollecitato dal ministro degli esteri, si è mostrato moderatamente possibilista", ci ha riferito Giovanna Ortu, che, informata dei fatti da Sessa, ha registrato con soddisfazione la decisione del governo italiano di insistere con la Libia nel "totale rifiuto" e nella richiesta del "ritiro di questo provvedimento limitato sub condicione", probabilmente adottato dal ministero degli interni, ha aggiunto la Ortu, "senza che lo stesso ministro degli esteri libico ne fosse informato".

Tra l'altro, proprio verso il ministro degli esteri libico Giovanna Ortu ha espresso parole di riconoscenza per aver sempre avuto nei suoi riguardi "espressioni molto affettuose e gentili" ed averle assicurato che sarebbe stata sempre la benvenuta in Libia. La presidente dell'Airl ha ricordato, inoltre, "un omaggio molto bello e significativo" resole due anni fa dal ministro, che in quell'occasione "aveva rifiutato la mia proposta di divenire una sorta di capro espiatorio nella questione visti, in quanto rappresentante dei diritti degli italo-libici".

In realtà, secondo Giovanna Ortu, "la Libia seguita a vedere in noi una possibile merce di scambio con i numerosi altri problemi che ci sono sul tappeto, perché, anche se non lo si ammette, in fondo tra Italia e Libia restano delle tensioni". Quello che, dunque, "ci aspettiamo dall'Italia è che il contenzioso sia messo una volta per tutte sul tappeto per trovare una soluzione definitiva".

Un contenzioso piuttosto ricco, per la Libia soprattutto, visto che da parte italiana, ha spiegato la Ortu, l'unica vera richiesta è stata sin dall'inizio quella relativa ai visti. "Sul tappeto, nel rapporto tra Italia e Libia, ci sono diverse questioni: da una parte c'è il contenzioso delle aziende che hanno lavorato a Tripoli negli anni '80 e che ammonta a circa 650 milioni di dollari di sola sorte capitale; dall'altra c'è quel "grande gesto" preteso dai libici, che in realtà non veniva citato nel rapporto del '98, ma che via via si è allargato dal progetto di un ospedale sino a quello della faraonica autostrada che dovrebbe collegare tutto il Paese. Vi sono poi altri aspetti minori, contenuti nel comunicato congiunto del 1998, che è stato più che altro una resa totale e quasi indefinita dell'Italia alla Libia". L'unica richiesta avanzata come contropartita dall'Italia, ha proseguito la Ortu, è stato "il rilascio dei nostri visti, che era qualcosa di irrinunciabile" e che oggi "ci viene nuovamente negato".

A fronte di tutto ciò, il lungo colloquio avuto ieri con il Direttore del Mae Sessa "è stato positivo" anche perché, ha dichiarato all' Aise il presidente dell'Airl, "il ministro Fini ha assicurato che il governo riuscirà a mettere in bilancio le somme necessarie per il restauro del cimitero di Tripoli", recentemente saccheggiato da ignoti.

Pur ringraziando il titolare della Farnesina per l'attenzione rivoltale, Giovanna Ortu, riferendosi alla questione degli indennizzi, ha però aggiunto: "ora voglio delle risposte politiche e questa è l'ultima opportunità di averle, a meno che non si vada alle elezioni anticipate". A questo punto la presidente dell'Airl ha lanciato un messaggio anche alla coalizione di centrosinistra per sapere se, in caso di vittoria delle elezioni, "sarebbero in grado di riconoscerci quello che ci è dovuto".

Abbiamo, infine, chiesto alla presidente Ortu entro quali termini si aspetta una risposta dal governo. "Ho dato loro un ultimatum", ha precisato Giovanna Ortu. "Una settimana, anche in considerazione del consiglio nazionale dell'associazione che si terrà venerdì".

Ultimatum a parte, ha concluso Giovanna Ortu, "il clima è più disteso. Abbiamo incassato qualche dichiarazione rassicurante e se non altro un impegno dei nostri a proseguire, a portare a termine questa operazione, a non tollerare alcuna discriminazione. Quindi ci riteniamo moderatamente soddisfatti, ma certamente non ci possiamo permettere il lusso di mollare la presa".


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Il Ministro Fini risponde alla Presidente dell'AIRL Ortu

AISE

12 aprile 2005

Raffella Aronica

È giunta finalmente venerdì sera la tanto attesa risposta dal Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, alle numerose sollecitazioni della presidente dell'Airl, Giovanna Ortu, sulla questione delle limitazioni dei visti stabilite dalle autorità di Tripoli, all'insaputa del ministro degli esteri libico e del governo italiano.

Mentre infatti la Ortu si preparava all'incontro con il Direttore generale del Mae per il Paesi del Mediterraneo, Riccardo Sessa, incontro tenutosi poi ieri, 11 aprile, alla Farnesina, venerdì sera le è giunta, insieme alla lettera dello stesso Sessa, una missiva da parte del Ministro Fini, "molto gentile e amichevole nei toni", ha dichiarato all' Aise la Ortu, ma che "in sostanza non risponde ai problemi reali" legati non soltanto alla questione "visti", ma anche ai rimborsi che da lungo tempo gli italiani esuli dalla Libia attendono dal governo italiano.

Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

"Gentile Signora Ortu

ho letto con grande attenzione la Tua recente lettera, e posso capire lo stato d'animo che l'ha ispirata, D'altro canto. Tu conosci molto bene la complessità del rapporto italo-libico, e sai quanto esso sia caratterizzato da passi in avanti e da battute d'arresto, come sempre imputabili a situazioni di diverso genere.

In questo quadro, voglio dirTi che le questioni che Tu hai voluto segnalarmi costituiscono altrettante priorità nell'azione del Governo nei confronti della Libia e verso tutti quegli Italiani che a quel Paese si sentono legati da vincoli di affetto.

Ciò detto, e per quanto riguarda più in particolare la vicenda dei visti, desidero farTi stato del mio più profondo disappunto per la notizia della recente adozione da parte libica di un provvedimento che limiterebbe la possibilità di fare ritorno in Libia agli esuli italiani ultra sessantacinquenni.

Come hai saputo, su mia richiesta il Direttore Generale Sessa ha incontrato ieri l'Incaricato d'Affari libico per esprimergli a mio nome la più ferma protesta nei confronti di una misura discriminatoria ed inaccettabile e che si pone inoltre in netto contrasto con quanto convenuto con le Autorità libiche, in particolare durante l'incontro del Presidente del Consiglio Berlusconi con il Leader libico il 7 ottobre scorso, ed ha chiesto il ritiro del provvedimento.

Ricordo ancora la gioia con la quale, durante il convegno della Tua Associazione lo scorso ottobre, al termine di quella che sembrava allora veramente la fine della "traversata del deserto", alcuni Italiani di Libia hanno ricevuto dalle mani dell'Inviato speciale del Leader libico, l'Ambasciatore Al Obeidi, i passaporti con i visti d'ingresso per far ritorno al Paese in cui sono nati.

L'adozione di tale iniqua misura mi pare tanto più sorprendente alla luce dei rapporti che l'Italia e la Libia hanno saputo costruire negli anni, ed in particolare negli ultimi tempi, e che ci hanno visto a fianco di Tripoli lungo il suo lungo cammino di riavvicinamento all'Occidente.

Tali considerazioni sono state rappresentate in maniera ferma ed inequivocabile alle Autorità libiche prima che avessimo conferma del provvedimento e lo abbiamo ripetuto oggi all'Incaricato d'Affari libico. Nei prossimi giorni il nostro Ambasciatore a Tripoli effettuerà un nuovo passo e ribadirà gli stessi concetti, assieme al nostro più fermo intendimento di far rispettare gli impegni presi, i quali, se disattesi, andrebbero a ledere i diritti fondamentali di quei cittadini italiani più legati alla Libia e che tanto possono fare - come riconosciuto dallo stesso Gheddafì - per cementare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi.

Vorrei comunque assicurarTi che in ogni momento il Ministero degli Esteri e l'Ambasciata a Tripoli hanno attribuito la massima priorità alla questione, che si è tradotta, su mie indicazioni, in continue sollecitazioni affinchè all'annuncio del Leader libico del 7 ottobre seguisse l'adozione di un provvedimento concreto, senza ambiguità e, soprattutto, senza alcuna limitazione.

Desidero infine confermarTi che tale impegno, mio personale e di tutto il Ministero degli Affali Esteri, proseguirà immutato affinchè siano garantiti il diritto sacrosanto dei nostri concittadini nati in Libia a poter tornare presto nei luoghi natii. Mi farà piacere poterTi incontrare per riprendere questo ed altri argomenti che stanno a cuore alla Tua Associazione, sui quali voglio comunque garantirTi che la Farnesina non ha mai mancato di impegnarsi".

 


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Tra Italia e Libia buoni affari e vecchie ruggini.

Il Sole 24 ore

9 aprile 2005

Gerardo Pelosi

Tripoli. Quello libico sarà il mercato del futuro nella Sponda Sud del Mediterraneo. Per questo il nostro Governo si impegna a sostenere il negoziato in corso per l'ingresso della Libia nella Wto (Organizzazione mondiale del commer­cio) e nel cosiddetto processo euromediterraneo di Barcello­na. Ma Tripoli deve eliminare al più presto le discriminazioni che colpiscono l'Italia, a cominciare dalle restrizioni sui visti per gli italiani nati in Libia, e risolvere il “nodo” dei crediti per 627 milioni di dollari vantati dalle imprese italiane.

Il viceministro delle Attività produttive Adolfo Urso ha incontrato ieri le autorità libiche a margine della visita alla fiera internazionale di Tripoli che ha visto in questi giorni la presenza

di 250 operatori italiani. Con il ministro degli Esteri, Abdurrahman Shalgam, e con quello dell'Economia, Abdelgader Elkheir, Urso ha passato in rassegna lo stato dei rapporti economici. Grandi imprese italiane stanno parteci­pando a gare per la rete fissa di telefonia (Pirelli e Marconi), la Edison sta trattando progetti per la produzione di energia, la Fincantieri sta negoziando la costru­zione di motovedette per la guardia costiera. Tra i progetti già realizzati, l'Inso ha costruito un ospedale a Bengasi (300 milioni di euro). Aziende italiane sono interessate anche ai settori della pesca, dell'agroindustria e del turismo. La società Sistemi e la Great Man Made River Authority (ente libico che controlla l'acquedotto del deserto lungo 4.200 chilometri) hanno siglato un accordo di partenariato che prevede la concessione di 2.500 ettari irrigati per realizzare una filiera agroalimentare.

«Dopo la revoca dell'embargo — ha ricordato Urso — la Libia si sta aprendo alla concorrenza internazionale. L'Italia ha tutto l'interesse a mantenere la posiziòne di primo partner commerciale del Paese aumentando però la quota di investi­menti diretti». Restano tuttavia numerosi gli elementi che impediscono una piena operatività: si va dalla legge sui rappresentanti libici delle aziende straniere ai ritardi nelle privatizzazioni, ai vecchi contenziosi bilaterali. Fra questi ultimi c'è, in particolare, la questione dei visti. Non soltanto quelli per i viaggi d'affari (quelli turistici sono stati liberaliz­zati), ma soprattutto quelli per gli italiani nati in Libia. Dopo l'accordo dell'ottobre scorso tra il premier Silvio Berlusconi e il leader Muahmmar Gheddafi il problema sembrava risol­to. Recentemente, però, sono stati reintrodotti alcuni vincoli come quello che prevede la concessione dei visti solo agli italiani nati in Libia che abbiano compiuto i 65 anni. «Per me il problema può dirsi risolto — ha assicurato il ministro degli Esteri libico Shàlgam a Urso —. L'accordo Berluscom-Ghed­dafi è pienamente valido e con il ministro degli Interni per risolvere definitivamente la questione>>.

In realtà il ministro dell'Economia Elkheir, nel suo collo­quio con Urso, avrebbe condizionato la soluzione dei visti al cosiddetto “gesto simbolico” offerto dall'Italia alla Jamairija per chiudere la questione dei danni di guerra. “Gesto” valutato, a fine 2001, in 60 miliardi di euro. Tra i nodi anche l'Ali, l'Associazione Libia-Italia creata nel 1998 e che preve­deva il versamento di una quota fino all'1% del valore dei contratti vinti dalle aziende italiane in un fondo sociale per progetti a favore delle vittime della colonizzazione italiana. Trattative ancora in corso anche per i crediti vantati da 115 aziende italiane, per 627 milioni di dollari.

 


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Esuli, dietrofront della Libia Rientrano solo gli over 65

Corriere della Sera

9 aprile 2005

M.Gen.

Solo gli esuli italiani con più 65 anni potranno far rientro in Libia. A stabilirlo è un provvedimento, affisso su una bacheca del consolato di Tripoli, che indigna i 20.000 italiani espulsi dal Paese nel 1970 ). La disposizione contrasta con gli accordi presi il 7 ottobre scorso, quando il colonnello Gheddafi e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi comunicarono al mondo il ritorno in patria di tutti gli esuli. Per questo, fa sapere la presidente dell'Associazione italiana rimpatriati Giovanna Ortu, «neanche chi potrebbe farlo usufruirà della presunta agevolazione».

L'inaspettato dietrofront di Tripoli imbarazza la Farnesina, che ha convocato l'incaricato d'affari libico per chiedere il ritiro del provvedimento. E insospettisce l'associazione degli esuli, che vede nella mossa una sorta di ricatto. «La concessione dei visti—continua la Ortu— viene subordinata alla costruzione di un'autostrada in Libia da parte dell'Italia, per un impegno economico che si aggira intorno ai 6 miliardi di euro». Il ministro degli esteri libico Shalgam, invece, assicura che l'accordo tra Berlusconi e Gheddafi è ancora «pienamente valido» e che i visti saranno concessi anche agli italiani sotto i 65 anni. La questione dovrebbe essere risolta in un incontro, forse già lunedì, con l'ambasciatore italiano a Tripoli.

 


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Italiani nel mondo/la Libia limita i visti agli esuli italiani/ Fini convoca l'incaricato d'affari libico e chiede il ritiro del provvedimento/ "l'accorata indignazione" di Ortu (AIRL)
AISE

8 aprile 2005

Raffaella Aronica


A pochi mesi dalla decisione della Libia di aprire le porte agli esuli italiani, annunciata dai premier Berlusconi e Gheddafi lo scorso 7 ottobre, il governo di Tripoli compie un clamoroso passo indietro. Il 1° aprile presso il Consolato libico di Roma è stato infatti affisso in bacheca un annuncio che subordina la concessione dei visti per quanti sono nati a Tripoli alla condizione che abbiano superato i 65 anni di età.
Immediata la reazione della Farnesina, che ieri, 8 aprile, su istruzione del Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, ha convocato l'Incaricato d'Affari libico per avere chiarimenti sulla questione e per chiedere il ritiro del provvedimento.
All'Incaricato d'Affari libico sono stati espressi "stupore e profondo disagio per l'adozione da parte di Tripoli di un provvedimento che limita agli ultra sessantacinquenni la possibilità per i rimpatriati italiani di fare ritorno in Libia" e che dunque è stato definito dal governo italiano "discriminatorio, inaccettabile e in contrasto con l'annuncio dato dal Colonnello Gheddafi al Presidente del Consiglio il 7 ottobre scorso, secondo il quale gli italiani espulsi nel 1970 avrebbero potuto tornare in Libia".
Un passo di analogo tenore, annunciano dalla Farnesina, verrà effettuato nei prossimi giorni dall'Ambasciatore d'Italia a Tripoli, anche a seguito degli interventi svolti sull'argomento dal Vice Ministro per le Attività Produttive Adolfo Urso in occasione della sua recente missione in Libia.
Nel frattempo, però, la notizia si è diffusa tra i circa 20 mila italiani espulsi nel 1970 dalla Libia, oggi inevitabilmente delusi ed increduli per questa decisione presa dalle autorità libiche nella totale indifferenza della nostra Ambasciata a Tripoli e della Farnesina.
Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione dei Rimpatriati italiani dal Paese nord-africano (Airl), che ha guidato la prima missione in Libia, dal 17 al 22 novembre scorso, non ha nascosto la sua "accorata indignazione" ed ha auspicato che, "dopo l'affettuosa attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito la vicenda del ritorno che doveva porre fine ad una ingiustificata discriminazione", ora "la denuncia di questo grande inganno possa avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione".
In una lettera di protesta indirizzata al Ministro Fini, Giovanna Ortu ha poi dichiarato: "questo governo si è comportato con noi come nessuno mai aveva osato fare. Per quattro anni ci ha illuso promettendoci uno stanziamento nella finanziaria per gli indennizzi, ci ha beffato con la farsa dei visti senza considerazione alcuna per la nostra dignità e i nostri sentimenti; persino per il restauro del cimitero di Tripoli non sono stati resi disponibili, nemmeno in parte, i fondi necessari (4 milioni di euro)".


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Italiani nel mondo/ limitazione visti per Italiani in Libia/a colloquio con Giovanna Ortu (AIRL): chiediamo gli stessi diritti di qualunque altro cittadino ed un governo più attento ai nostri problemi.

AISE

8 aprile 2005

Raffaella Aronica

Gli esuli italiani dalla Libia chiedono che il visto possa essere rilasciato a tutti, indipendentemente dalle intenzioni, perché ciò che conta è che abbiano gli stessi diritti di qualunque altro cittadino italiano. Lo ha dichiarato all'Aise Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione dei Rimpatriati Italiani dalla Libia, alla quale abbiamo chiesto un commento sull'improvviso ed inaspettato dietro front del governo libico, che ha revocato nei giorni scorsi il visto agli italiani nati nel Paese nord-africano che non abbiano compiuto i 65 anni.
La notizia è stata diffusa proprio dall'Airl, poiché il governo italiano e la Farnesina non sono stati messi al corrente della decisione dalle autorità di Tripoli. Una circostanza questa che Giovanna Ortu definisce quanto meno "singolare", ma che, aggiunge, "sta a significare con quanta poca efficacia il governo segua questa difficile vicenda".
D. Presidente Ortu, ripercorriamola insieme.
R. Due anni fa andai a Tripoli, invitata dal governo libico per alcune mie iniziative personali. Poi, ogni volta che si è recato in Libia, il presidente Berlusconi ha riproposto il problema, se pur separandolo dalle intese di lavoro e di affari, finché, anche grazie alla nostra pressione, nell'ottobre scorso Berlusconi diede la spallata decisiva alla questione, dichiarandolo di fronte al mondo. La notizia fu al centro di tutti i telegiornali ed ebbe per lungo tempo molto spazio sui giornali italiani. Tanto è vero che allora dissi a caldo: "questa volta è certamente fatta".
Contemporaneamente, grazie all'Ambasciatore d'Italia a Tripoli Pacifico, che stava per lasciare la sede, ma che ha seguito la vicenda sino all'ultimo momento, Gheddafi mandò un suo emissario al nostro Congresso, che, programmato da tempo per il 30 ottobre, a pochi giorni dalla decisione dei governi libico e italiano, registrò questo enorme successo. Allora il messaggio di Gheddafi fu molto positivo, poiché andò incontro al nostro desiderio di chiudere con il passato. In fin dei conti il torto maggiore lo abbiamo subito indubbiamente noi: allora i nostri governi, per perseguire una real politik che, a mio avviso, non è stata nemmeno pagante, non ci difesero, ma ormai il tempo è passato e potremo avere i nostri indennizzi solo dal governo italiano, che ha di fatto rinunciato a rivendicare quanto dovuto dal governo libico.
Una nostra delegazione ufficiale si è anche recata a Tripoli ed è stata molto ben accolta dalle autorità libiche. Forse, allora, il nostro governo avrebbe potuto mandare con noi un rappresentante istituzionale ufficiale. A pochi giorni dal termine del suo mandato, venne l'Ambasciatore, ma fummo contenti perché ciò che ci interessava era il risultato. Noi chiediamo solo che il visto possa essere rilasciato a tutti, al di là delle intenzioni di recarsi o meno in Libia, perché non vogliamo sentirci italiani diversi dagli altri.
D. Come si spiega, quindi, questa decisione improvvisa?
R. Non lo so. Io tornai da Tripoli con in tasca l'invito ufficiale del governo libico per il Congresso del Popolo, che si sarebbe tenuto il mese successivo, e naturalmente con la certezza che i visti sarebbero stati rilasciati. Poi, per una incredibile serie di circostanze, il congresso è stato rimandato ed inoltre si è reso evidente che i visti non c'erano. A quel punto ho seguitato ad insistere con l'Ambasciata d'Italia a Tripoli, sino a che, mercoledì scorso, un giornalista, che sarebbe dovuto andare a Tripoli con Urso, mi ha detto di aver letto questa disposizione presso l'Ambasciata e mi ha chiesto cosa significasse.
In realtà avevo già sentito parlare di questa eventualità il 1° marzo scorso ed avevo avvisato l'Ambasciata italiana a Tripoli del rischio che I visti fossero sottoposti a delle limitazioni. Quando ho scritto sia all'Ambasciatore sia al Ministro Fini, ho compreso che non ne sapevano nulla e che questa disposizione era diventata esecutiva senza che le nostre autorità ne fossero informate. Iera sera ne ho avuto la conferma, quando mi è giunta una lettera del Direttore generale del Mae per i Paesi del Mediterraneo - con il quale peraltro avrò un incontro lunedì sera - in cui si conferma che questa disposizione è stata presa nella loro totale ignoranza.
D. E ieri l'Incaricato d'Affari libico è stato convocato alla Farnesina…
R. Sì, l'Incaricato è stato ricevuto ieri. E sempre ieri sera ho saputo da Tripoli, da fonte Shalgam, che il vice ministro Urso ha ricevuto un ennesimo diniego da parte del ministro dell'economia, il quale sembrava aver subordinato il rilascio dei visti alla costruzione della famosa autostrada da un confine all'altro del Paese, per un impegno economico che si aggira sui sei miliardi di euro. Sembra, invece, che Shalgam abbia dichiarato di non sapere niente della questione ed abbia anzi negato la possibilità di limitazioni per i visti.
D. Cosa farete ora?
R. Dovremo riunirci per capire chi di noi sia interessato ad ottenere il visto, ma di certo che non ci sia questa limitazione adesso non ci credo più. Stranamente, però, un mese fa un emissario del Ministero degli Esteri libico è venuto a chiedermi di preparare un programma di collaborazione con le autorità e gli organismi libici, che contano molto su noi italolibici.
Insomma, siamo di fronte ad uno strano dualismo. E, a mio parere, sino a quando il nostro Ministero degli Esteri non ci considererà una delle parti in causa e non gestirà con noi la situazione, da Tripoli faranno divide et impera. Anche se ho avuto la netta sensazione che la nostra presenza ed interferenza abbia dato fastidio proprio alle autorità italiane.
D. Presenterà queste istanze al Direttore generale del Mae, quando lo incontrerà lunedì alla Farnesina?
R. Sì, ma le dico di più: nonostante sia molto contenta che mi riceva il Direttore generale per il Mediterraneo, voglio una risposta politica. È dal febbraio del 2004 che aspetto di incontrare Berlusconi, mentre non ho mai avuto risposta da Fini dal quale attendo risposte a questioni delicate che gli ho avanzato e per le quali non sono riuscita a parlare neanche con l'ultimo dei suoi segretari. Non rispondendo alle nostre lettere, hanno dimostrato un'arroganza inspiegabile, che, a mio avviso, spiega forse le difficoltà in cui si trova ora questo governo, incapace di dare risposte, anche burocratiche, alle istanze della gente.
D. Vi siete rivolti anche al Ministro Tremaglia?
R. Sì e devo dire che il ministro Tremaglia mi è stato molto vicino. Sono stata da lui circa venti giorni fa e avrebbe portato delle mie domande riservate al Ministro Fini, ma credo che poi l'incontro tra i due non ci sia stato. E se nemmeno Tremaglia ha accesso a Fini… Ho cercato anche di parlare con Mantica, ma tre giorni prima delle elezioni non ha avuto neanche il tempo per intervenire con me, dieci minuti per telefono, ad una trasmissione di Rai International.


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Italia-Libia: Farnesina su visti a esuli Italiani

ANSA, AGI, ADNKRONOS, APBISCOM, ASCA

8 aprile 2005

L'Incaricato d'Affari libico e' stato ieri convocato alla Farnesina, dove gli sono stati espressi stupore e profondo disagio per l'adozione da parte di Tripoli di un provvedimento che limita agli ultra sessantacinquenni la possibilita' per i rimpatriati italiani di fare ritorno in Libia. Ne da' notizia un comunicato del Ministero degli Esteri. All'Incaricato d'Affari libico, convocato su istruzioni del ministro degli Esteri Gianfranco Fini, e' stato chiesto - si legge nel comunicato - il ritiro del provvedimento, definito discriminatorio, inaccettabile e in contrasto con l'annuncio dato dal Colonnello Gheddafi al Presidente del Consiglio il 7 ottobre scorso, secondo il quale gli italiani espulsi nel 1970 avrebbero potuto tornare in Libia.

Un passo di analogo tenore verra' effettuato nei prossimi giorni dall'Ambasciatore d'Italia a Tripoli anche a seguito degli interventi svolti sull'argomento dal vice ministro per le Attivita' Produttive Adolfo Urso in occasione della sua recente missione in Libia.

 


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A strong protest from the Italian Repatriates Association from Libya

AGI

6 aprile 2005

A strong protest from the Italian Repatriates Association from Libya (AIRL) towards the Italian government which i n Tripoli did not honour its commitment to " grant tourist visas " to those who were sent away after the accession of Mu'ammar al-Qadhafi . In a letter to Foreign Affairs Minister Gianfranco Fini, AIRL president Giovanna Ortu asks if it was an " April fool's joke ". It was on April 1 that the Libyan consulate in Rome placed "on a billboard an announcement that subordinates the granting visas to those who were born in Libya on the condition that they are over 65 years of age", in opposition to what was announced last October 7. On the eve of the visit to Tripoli of Foreign Commerce Vice Minister Adolfo Urso , AIRL lamented that the government disappointed the repatri ates denying funds promised for compensation claims and the restoration of the Tripoli cemetery , and now with the " visa farce".

 


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Rimpatriati denunciano, pesce d'aprile sui visti

AGI

5 aprile 2005


Dura protesta dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia contro il governo italiano dopo che Tripoli si e' rimangiata l'impegno "a concedere i visti turistici" a quanti furono cacciati dopo l'avvento di Muammar Gheddafi. In una lettera al ministro degli Esteri,   Gianfranco Fini, la presidente dell'Airl, Giovanna Ortu, si chiede se non si tratti di un "pesce d'aprile". Proprio dal primo aprile, infatti, il consolato libico a Roma ha affisso "in bacheca un annuncio che subordina la concessione di visti a quanti sono nati in Libia alla condizione che abbiano superato i 65 anni di eta'", contrariamente a quanto annunciato il 7 ottobre scorso. "E' difficile - sottolinea la Ortu - immaginare altrimenti il motivo di una inversione di rotta contraria alla logica, al diritto, agli impegni solennemente presi, specie dopo il caloroso messaggio di Gheddafi al congresso dell'Airl e le proposte di collaborazione rivolte dalle autorita' libiche alla delegazione dell'associazione che si e' recata a Tripoli lo scorso novembre".

Alla vigilia della visita a Tripoli del viceministro per il Commercio estero, Adolfo Urso, l'Airl lamenta che l'attuale governo ha deluso i rimpatriati negando i fondi promessi per gli indennizzi e per il restauro del cimitero di Tripoli e ora con la "farsa dei visti". "Non mi consola pensare - conclude polemicamente la Ortu - che le elezioni politiche sono vicine e che potremo li' concretizzare la nostra protesta".


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L'Italia fa pressing sulla Libia

Il sole 24 ore

5 aprile 2005

Gerardo Pelosi

È affidato ai rappresentanti di 250 aziende italiane che parteciperanno domani e giovedì alla fiera internazionale di Tripoli con una missione guidata dal viceministro delle Attività produttive, Adolfo Urso, il compito di rafforzare le relazioni economiche con la Jamahiria e normalizzare rapporti politici molto altalenanti.

«In Libia sta per partire un grande piano per lo sviluppo e le privatizzazioni — ha spiegato il viceministro Urso — e questo è il momento giusto per investire e rafforzare la nostra presenza». In realtà quella italiana è una rincorsa per recuperare una posizione di leadership minacciata da altre aziende europee e americane dopo la fine dell'embargo e il pagamento degli indennizzi per le vittime di Lockerbie. Il viceministro Urso e presidente della Simest, Ruggiero Manciati, illustreranno agli interlocutori libici a cominciare dal primo ministro, Shuri Ghanem, progetti nei settori delle telecomunicazioni, dell'elettricità e dei trasporti. Sull'operazione di Urso incombe, però, l'ombra di pesanti contenziosi non ancora risolti e che si trascinano da decenni. Innanzi tutto c'è il problema dei visti negati agli italiani già residenti in Libia. Il 17 novembre del 2004 per interessamento dello stesso Silvio Berlusconi il leader libico, Muahammar Gheddafi, aveva assunto l'impegno di concedere i visti agli italiani di Libia perché potessero visitare i luoghi della loro infanzia e rendere omaggio alle tombe dei loro cari. Alcuni visti furono concessi, ma con decisioni amministrative sono stati posti nuovi vincoli e una decisione finale non è mai stata presa dai comitati popolari di base e tantomeno dal Congresso generale del popolo che ha funzioni legislative e che, nel '70, stabilì con legge l'espulsione di tutti gli italiani dal suolo libico.

Ieri la presidente dell'Airl, l'associazione che riunisce gli italiani residenti in Libia, Giovanna Ortu, ha inviato una lettera al viceministro Urso per lamentare le discriminazione nei confronti dei cittadini italiani nati in Libia. «Se lei ritiene che questo sia il momento giusto per investire e rafforzare la nostra presenza in Libia — scrive la Ortu — sono certa che saprà tenere presenti i nostri diritti in termini di visti e di indennizzi». Sempre ieri la Ortu ha inviato un telegramma al premier Berlusconi per protestare contro la decisione libica di subordinare il rilascio dei visti ai cittadini italiani nati nel Paese alla condizione che abbiano superato i 65 anni di età.

Restano, inoltre, ancora da definire tempi e modalità del cosiddetto "gesto simbolico" che il Governo italiano dovrebbe offrire ai libici a chiusura del contenzioso per i danni di guerra. Gesto concordato alla fine del 2001 dall'ex ministro degli Esteri Renato Ruggiero con Gheddafi per una cifra pari a 60 miliardi di lire, ma lievitato nel corso delle numerose visite di Berlusconi in Libia fino ai 6 miliardi di euro (12mila miliardi delle vecchie lire). A tanto infatti ammonterebbe il costo della costruzione (richiesta dai libici) dell'autostrada litoranea da Tripoli al confine con la Tunisia.

Durante la visita di Urso non è previsto un negoziato ad hoc per la soluzione del contenzioso relativo ai crediti vantati da oltre 110 aziende italiane per circa 600 milioni di euro. Se ne occuperà una delegazione del ministero dell'Economia. Prosegue invece, e sta dando alcuni buoni frutti, la cooperazione tra le forze di polizia italiane e libiche per contrastare l'immigrazione clandestina. Sono in corso di definizione le procedure per trasferire alla Libia gli strumenti per controllare migliaia di chilometri di coste e di deserto (motovedette, elicotteri, visori, ecc..), ma per rendere più efficace la lotta ai traffici di persone occorrerebbe estendere la cooperazione ad altri Paesi Ue meta finale dei clandestini.


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Pesce d'aprile per i rimpatriati?

Un commento di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl

News Italia Press

5 aprile 2005

Tripoli - " Adolfo Urso, in visita a Tripoli domani e dopodomani con centinaia di imprese italiane, cercherà negli 'affari' con la Jamahiria una consolazione alla bruciante sconfitta elettorale del suo partito e della coalizione di centro-destra ". Così commenta Giovanna Ortu, presidente dell'AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia), augurando ironicamente 'buon viaggio' al Vice Ministro delle Attività Produttive. " La nostra politica con la Libia seguita ad essere ambigua e, per rincorrere le opportunità del momento, mette a repentaglio la credibilità e la dignità del nostro Paese ". E' di ieri la notizia che le autorità libiche, " nella totale indifferenza dell'Ambasciata d'Italia a Tripoli, della Farnesina e del sottosegretario Mantica ", si sarebbero rimangiati la decisione in merito al rilascio dei visti turistici per coloro che sono nati in Libia , " decisione platealmente annunciata da Berlusconi e Gheddafi lo scorso 7 ottobre in occasione della 'giornata dell'amicizia' che doveva prendere il posto della giornata della vendetta " . Dal 1 aprile, informa la Ortu,al Consolato libico di Roma è affisso in bacheca un annuncio che subordina la concessione dei visti per quanti sono nati a Tripoli alla condizione che abbiano superato i 65 anni di età . " Si tratta di un pesce d'aprile? - si chiede la Ortu - E' difficile spiegare altrimenti il motivo di un'inversione di rotta contraria alla logica, al diritto, agli impegni solennemente presi, specie dopo il caloroso messaggio di Gheddafi al congresso dell'AIRL e le proposte di collaborazione rivolte dalle autorità libiche alla delegazione dell'Associazione che si è recata a Tripoli lo scorso novembre ".

Questo governo, denuncia la presidente dell'AIRL in una lettera di protesta indirizzata a Gianfranco Fini, si sarebbe comportato " con noi come nessuno mai aveva osato fare. Per quattro anni, ci ha illuso promettendoci uno stanziamento nella finanziaria per gli indennizzi, ci ha beffato con la farsa dei visti senza considerazione alcuna per la nostra dignità e i nostri sentiment i".

Anche per il restauro del cimitero di Tripoli non sarebbero stati resi disponibili, nemmeno in parte, i fondi necessari (quattro milioni di Euro). " Non mi consola pensare che le elezioni politiche sono vicine e che potremo lì concretizzare la nostra protesta ".


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Italiani nati in Libia. Tripoli non da i visti

Corriere della sera

22 marzo 2005

A distanza di oltre 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli Italiani nati in Libia, l'Associazione dei Rimpatriati italiani dal Paese nord-africano (Airl) ha dovuto prendere atto che

"alle parole non sono seguiti i fatti". L'impegno per il rientro in Libia dei circa 20 mila italiani espulsi nel 1970 era stato preso dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Gheddafi, lo scorso 7 ottobre. Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, che ha guidato la prima missione in Libia, dal 17 al 22 novembre scorso, non ha nascosto la sua "accorata indignazione".

 


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Continuano le traversie per gli italiani di Libia

Avvenire

22 marzo 2005

G.Gra.

Una "beffa". Così la presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, definisce, con grande amarezza e un po' di rabbia, la vicenda degli italiani di Libia, per i quali "non è cambiato nulla". E spiega: "Sono passati 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli Italiani nati in Libia, diramato da Berlusconi e Gheddafi, e dobbiamo prendere atto che alle parole non sono seguiti i fatti". Al consolato libico continuano infatti a negare l'ingresso degli italiani nati in Libia con la giustificazione che "non hanno avuto alcuna disposizione in materia". E tutto questo, denuncia Ortu, nel "silenzio imbarazzato" del governo italiano e della Farnesina, che "dopo aver sbandierato ai quattro venti il presunto successo della diplomazia italiana, ora non sentono nemmeno il dovere di informarci su come stanno andando le cose". Ortu ricorda "la calda accoglienza" libica alla delegazione dell'Airl che si recò in visita a Tripoli nello scorso novembre, "il compiacimento del governo italiano" e la grancassa che ne seguì sui media: "Finora è stata una solenne presa in giro"

 


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Italiani di Libia tenuti alla porta

News Italia Press

21 marzo 2005

Tripoli - A distanza di oltre cinque mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli italiani nati in Libia , diramato dal presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi in occasione dell'abolizione della Festa della Vendetta lo scorso 7 ottobre, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL) ha preso atto che alle parole non sono seguiti i fatti.

Con un articolo che apparirà sul prossimo numero di Italiani d'Africa , mensile dell'associazione, Giovanna Ortu - che ha guidato la prima missione ufficiale dell'AIRL in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso - registra tutta la sua accorata indignazione , rispondendo così alla delusione e all'incredulità di migliaia di associati. Dopo l'affettuosa attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito la vicenda del ritorno che doveva porre fine a un'ingiustificata discriminazione, la Presidente dell'AIRL confida che la denuncia di questo grande inganno potrà avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione.

" Per uno di quegli incredibili colpi del destino ai quali, nel bene e nel male, abbiamo imparato ad abituarci, potrà accadere che quando questo giornale arriverà nelle vostre case - scrive la Ortu -  la situazione sia diversa da quella del momento in cui scrivo ". Ma al momento della firma del suo articolo, il quadro appare decisamente negativo. " Tanti di voi sanno già che la decisione su quei famosi visti, sbandierata al mondo intero, non è ancora operativa e non si riescono a conoscere nemmeno i retroscena di quella che è senza dubbio un'autentica beffa ".

Ma una cosa è certa: " Come in tutti questi 34 anni, noi siamo una volta di più il capro espiatorio di un rapporto bilaterale che, ad onta di protocolli d'intesa, commissioni bilaterali, comunicati congiunti, non riesce a decollare sulla base della lealtà e della parità ". Dopo tante settimane di attesa,  risulta evidente a parere della Ortu che gli uffici della Farnesina, contrariamente ad una consuetudine mai interrotta neanche nei periodi più bui, preferiscano non riferire i risultati delle loro missioni in Libia . " Il nuovo Ambasciatore a Tripoli mi rincuora telefonicamente, ma è evidente il suo imbarazzo; altri ricorrono a battute di spirito per evitare di dichiarare il clamoroso insuccesso ".

Quel che è peggio è che tutti, italiani e libici, debbano ammettere che i conti non tornano o forse non tornano ancora. " E così, mentre si parla di project-financing relativo all'autostrada da donare alla Libia per porre fine all'ossessiva condanna del colonialismo, gli sbarchi dei clandestini provenienti dalla Libia sono ripresi a pieno ritmo, il gasdotto dell'amicizia, quasi simbolicamente, ha problemi tecnici di funzionamento, l'ENI perde commesse a favore degli americani e noi... siamo tenuti alla porta ".

Noi, " affettuosamente definiti 'italo-libici' dalle autorità della Jamahiria, saremmo nuovamente tentati di sbilanciare la percentuale della 'doppia nazionalità' a favore del Paese nord-africano , come già avvenne il 20 novembre a Tripoli " quando, per indurre la Farnesina a firmare l'assunzione di responsabilità relativa al restauro del Cimitero, " fummo costretti a dire che, diversamente, avremmo assunto l'obbligazione a titolo personale, mettendo a garanzia le nostre abitazioni ". Ma anche su questo fronte, si registra una pericolosa distanza tra parole e fatti. " Ed è questo che ferisce ed umilia proprio chi, avendo pagato in prima persona, insieme a ventimila cittadini italiani, le eventuali colpe della storia, ha messo in gioco la dignità e il rispetto dovuti ad un'intera categoria ".

 


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Italia-Libia: Associazione Rimpatriati, visti persi in deserto
All'annuncio del 7 ottobre scorso non sono seguiti i fatti

ANSA

21 marzo 2005

A distanza di oltre 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli italiani nati in Libia ed espulsi nel 1970, fatto dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Muhammar Gheddafi in occasione dell'abolizione della ''festa della vendetta'' lo scorso 7 ottobre, l'Associazione dei rimpatriati prende atto che ''alle parole non sono seguiti i fatti''.
Con un articolo (''Visti smarriti nel deserto'') che apparira' sul prossimo numero di Italiani d'Africa, mensile dell'Associazione, Giovanna Ortu che ha guidato la prima missione ufficiale dell'Airl in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso, registra tutta la sua accorata indignazione, rispondendo cosi' alla delusione e all'incredulita' di migliaia di associati.
''Tanti di voi sanno gia' - si legge nell'articolo della Ortu - che la decisione su quei famosi visti, sbandierata al mondo intero, non e' ancora operativa e non si riescono a conoscere nemmeno i retroscena di quella che e' senza dubbio un'autentica beffa. Ma una cosa e' certa - prosegue - come in tutti questi 34 anni, noi siamo una volta di piu' il capro espiatorio di un rapporti bilaterale che, ad onta di protocolli d'intesa, commissioni bilaterali, comunicati congiunti, non riesce a decollare sulla base della lealta' e della parita''.


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Italia-Libia: rimpatriati, i visti smarriti nel deserto
AGI

21 marzo 2005

A distanza di oltre 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli italiani nati in Libia, l'Associazione dei Rimpatriati italiani dal Paese nord-africano ha dovuto prendere atto che "alle parole non sono seguiti i fatti".
L'impegno per il rientro in Libia dei circa 20.000 italiani espulsi nel 1970 era stato preso dal premier italiano Silvio Berlusconi e dal leader libico Muhammar Gheddafi, in occasione dell'abolizione della 'festa della vendetta', lo scorso 7 ottobre.
Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia), che ha guidato la prima missione ufficiale dell'associazione in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso, non ha nascosto la sua "accorata indignazione" e risposto cosi "alla delusione e all'incredulita di migliaia di associati". "Dopo l'affettuosa attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito la vicenda del ritorno che doveva porre fine ad un'ingiustificata discriminazione", la Ortu si augura che "la denuncia di questo grande inganno possa avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione".


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Somalia: Airl, governo riordini tutti i cimiteri d'Italia all'estero
Rimpatriati dalla Libia, ostacoli a erogazioni fondi per protezione Hammangi

Adnkronos

Roma, 20 gennaio 2005

La distruzione del cimitero abbandonato di Mogadiscio da parte di ''gruppi di fanatici antitaliani era un evento prevedibile, che ripropone le gravi responsabilità dello Stato italiano e dei suoi organi internazionali per la tutela dei cimiteri d'Italia nel mondo''. L'Associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia (Airl) - si legge in una nota - sta conducendo una battaglia da anni per il recupero e la messa in protezione del cimitero già deturpato di Hammangi a Tripoli.

''Ma ostacoli burocratici e avarizie di Stato - denuncia l'Airl tuttora frenano l'erogazione dei fondi per far partire il progetto già autorizzato dalle autorità libiche. Per il nostro Governo è arrivato il momento di promuovere un'iniziativa globale di censimento e riordino di tutti i cimiteri d'Italia all'estero, riorganizzando le competenze destinate alla loro salvaguardia. La civiltà di un Paese non si misura sulle demagogie dei vivi ma sul reale rispetto per i morti''. 


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Somalia: cimitero, italiani Libia solidali e sdegnati
Anche a Tripoli un cimitero dimenticato, ma fondi non arrivano

ANSA

20 gennaio 2005

Augusto Zucconi

  
(ANSA) - ROMA, 20 GEN - Muri abbattuti, fosse profanate, lapidi infrante: per la comunita' degli esuli italiani di Libia sono un doloroso film gia' visto le devastazioni subite nei giorni scorsi dal cimitero italiano di Mogadiscio, in Somalia.
E' un film per cui era stato preannunciato un lieto fine, che per il momento, tuttavia, resta ancora da realizzare: il progetto di risanamento e' pronto ma dei fondi promessi anche dal governo ''non abbiamo visto neanche una lira''.
Cosi' almeno assicura Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, che della ristrutturazione di Hammangi - il cimitero cristiano di Tripoli,  dove nel totale degrado sono sepolti piu' di 8 mila civili italiani - fa una priorita' ''assoluta''.
Come molti altri italiani tornati in patria dopo essere stati espulsi dalla Libia oltre 34 anni fa, Giovanna Ortu e' rimasta scioccata nell'apprendre la notizia dello scempio compiuto nel cimitero italiano di Mogadiscio.
C'e' un forte sentimento di solidarieta' verso profughi tornati da un'altra ex colonia che in quel paese hanno lasciato i loro morti. E c'e' lo ''sdegno'' verso un ''atto di incivilta''' e per un evento che ''ripropone le gravi responsabilita' dello Stato italiano e dei suoi organi''.
''Quanto e' accaduto a Mogadiscio, se vogliamo, e' ancora piu' grave rispetto alla situazione del cimitero italiano di Tripoli - ha detto all'Ansa Giovanna Ortu - certo non possiamo tollerare atti che ledono in questo modo la nostra dignita' nazionale''.
''Il governo dovrebbe decidersi a promuovere un'iniziativa globale di tutti i cimiteri italiani all'estero - ha aggiunto - il grado di civilta' di un paese non si misura sulle varie demagogie dei vivi, ma sul reale rispetto dei morti''.
Sono anni che l'Airl sta portando avanti una decisa battaglia per dare una sistemazione decorosa al cimitero di Hammangi, un immenso spazio situato alla periferia di Tripoli che, dopo la cacciata degli italiani decisa da Muammar Gheddafi, e' stato ridotto a una landa desolata.
Centinaia di tombe sono state profanate da sciacalli che cercavano oggetti d'oro sui cadaveri. Il sito, inoltre, era stato trasformato in una gigantesca discarica a cielo aperto, popolata, oltre che dai ladri, da cani randagi e tossicodipendenti.
Ora Hammangi e' stato parzialmente ripulito grazie alla collaborazione tra Airl, autorita' diplomatiche italiane, governo libico e municipalita' di Tripoli. L'Airl, inoltre, ha messo a punto un progetto di risistemazione in base al quale le 8 mila salme sparse in un'area di 90 mila metri quadri saranno  radunate nel vecchio Sacrario militare rimasto vuoto dopo il trasferimento in Italia dei resti dei 10 mila caduti delle guerre d'Africa.
''Secondo i calcoli iniziali il progetto doveva costare 6 milioni di euro - ha spiegato Giovanna Ortu - ma nonostante il preventivo sia sceso a 4,2 milioni, per ora questi soldi non ci sono e i nostri poveri morti devono ancora aspettare''.
   Secondo la presidente dell'Airl, la Farnesina aveva promesso un contributo di 1,8 milioni di euro, ma la somma non e' stata ancora sbloccata. ''Pare che tra una decina di giorni ci sara' una riunione e pare che poi ci verra' comunicato che qualcosa e' stato trovato'', ha aggiunto.
Una delegazione dell'Airl lo scorso novembre e' stata riammessa in Libia per la prima volta dalla cacciata degli italiani, ma la liberalizzazione dei visti promessa dalle autorita' di Tripoli ancora non c'e' stata e nessun altro esule da allora e' potuto tornare nel paese di origine.
''Siamo amareggiati anche per questo ennesimo ritardo, dovuto a una mancanza di coordinamento tra le nostre autorita' e quelle libiche - ha detto ancora Giovanna Ortu - alla conferenza stampa di fine d'anno Silvio Berlusconi ha parlato anche del riavvicinamento con la Libia, ma poi si e' dimenticato di noi''.


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