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Tripoli,
oh cara
L'Espresso
10
novembre 2005
G.S.
Nel
riservato documento ufficiale è definito Accordo di cooperazione
culturale, scientifica e tecnologica tra la Repubblica Italiana
e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista”. In realtà,
a scorrere il voluminoso dossier che reca la firma di Giuseppe
Pisanu e dell'ex titolare della Farnesina Franco Frattini, si
scopre l'impegno dell'Italia a pagare una serie di progetti interni
alla Libia. Tutto sommato piccole spese: 30 mila euro per un festival
della musica libica, 10 mila per la traduzione di opere letterarie
libiche, altrettanti per le biblioteche e 7 mila per la formazione
di archivisti. Ancora, 30 mila euro per restauri archeologici,
altri 30 mila per materiale didattico alle scuole, 20 mila per
seminari scolastici, 50 mila di contributo all'Università
di Tripoli. E 91 mila euro costeranno le borse di studio per studenti
libici in Italia e 50 mila quelle per ricercatori scientifici
ospitati nella Penisola. Infine c'è un capitolo che somma
altre piccole spese, per singoli eventi, in tutto 377 mila euro.
Il buon vicinato con il colonnello vale pur qualcosa.
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L'Italia
in Libia e il nazionalismo di Gheddafi
Lettere
al Corriere
Risponde
Sergio Romano
Corriere
della Sera
18
novembre 2005
Vorrei
fare alcune precisazioni circa la decisione di ripristinare la
festa chiamata «il giorno della vendetta» da parte
del leader libico Gheddafi, per rivalsa contro i colonialisti-fascisti
italiani. Quanto affermato è falso. Ricordo che la Libia
è stata conquistata nel 1911 quando Giolitti diede inizio
all'avventura coloniale dichiarando guerra all'impero Ottomano
e occupando la Libia, guerra chiamata «italo-turca».
Quindi il tutto accadde ben prima dell'epoca fascista, iniziata
il 28 ottobre 1922 con la «Marcia su Roma» e la conquista
del potere da parte di Benito Mussolini.
Dex
Asinolini
Caro
Asinolini,
la
conquista della Libia ebbe luogo, come lei ricorda, fra il 1911
e il 1912. Ma quando l'Italia e la Turchia firmarono la pace di
Ouchy, il 15 ottobre del 1912, una buona parte del territorio
era mal controllata dalle forze italiane e gli scontri, al di
sotto della zona costiera, erano ancora frequenti. La situazione,
col passare dei mesi, peggiorò. In Tripolitania,verso la
fine del 1914, gli arabi insorsero nuovamente, passarono all'offensiva,
riconquistarono il Fezzan e il Gebel, obbligarono gli italiani
a rinchiudersi in tre piazze assediate: Tripoli, Homs, Zuara.
In Cirenaica fu più facile concludere qualche accordo con
la Senussia, una grande organizzazione religiosa che esercitava
una forte influenza sulla regione.
Ma l'ingresso dell'Italia in guerra nel maggio del 1915 i la tumultuosa
situazione del Paese frail 1919 e il 1921 resero il possesso della
Libia ancora più evanescente e precario. Vi fu persino
un momento in cui il governo italiano sarebbe stato disposto a
riconoscere l'autonomia delle due province riservando a se stesso
una sorta di nominale sovranità. La situazione cambiò
dopo la formazione del governo Bonomi e l'invio a Tripoli, come
governatore della Tripolitania, di Giuseppe Volpi, il finanziere
che aveva creato una importante azienda elettrica e messo in cantiere
il grande progetto industriale di Porto Marghera. D'accordo con
Giovanni Amendola, ministro delle Colonie, Volpi mise fine alle
esitazioni degli anni precedenti con un'operazione militare condotta
in buona parte dal generale Graziani. Nel 1925, quando il governatore
rientrò a Roma per diventare ministro delle Finanze nel
governo Mussolini, la riconquista era ormai completata. Restava
la Cirenaica, dove la Senussia godeva di grande autorità
e la resistenza contro gli italiani era guidata da un vecchio
guerriero, non meno audace dei due grandi leader arabi (Abd el-Kader
e Abd el-Krim) che avevano combattuto contro i francesi e gli
spagnoli in Algeria e in Marocco. Si chiamava Omar el Mukhtar,
aveva settant'anni ed era, come dicevano i beduini, «coraggioso
come un leone, astuto come una volpe». La riconquista
militare, anche in questo caso, fu opera di Graziani e venne portata
a termine con grande durezza. Una parte della popolazione fu rinchiusa
in grandi campi di concentramento e Omar el Mukhtar, quando le
forze italiane riuscirono a catturarlo, venne impiccato. Se vuole
approfondire l'argomento, caro Asinolini, può leggere il
libro che un danese, Knud Hohnboe, scrisse dopo avere attraversato
la Libia in quegli anni. S'intitola «Incontro nel deserto»,
è apparso presso Longanesi nel 2005 e ha in appendice un
bel saggio sul colonialismo italiano di Alessandro Spina, narratore
italiano di origine libico-siriana.
La
storia della riconquista italiana della Cirenaica è mal
conosciuta da noi. E' ben conosciuta in Libia, invece, dove Gheddafi
non perde occasione per rievocare i racconti degli anziani, uditi
nella tenda della sua famiglia quando era ragazzo. Credo che l'Italia
abbia il diritto di ricordargli che la brutalità di Graziani
è soltanto un capitolo nella lunga storia dei rapporti
italo-libici e che l'opera della colonizzazione italiana fu in
altri momenti assai utile al Paese. Ma se Gheddafi si serve spregiudicatamente
di quelle vicende per ravvivare la fiamma del nazionalismo libico,
non abbiamo il diritto di sorprenderci. Forse che i nazionalisti
italiani non fecero altrettanto con le loro campagne anti-austriache
dopo l'impiccagione di Oberdan?
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Il
commento amaro di Giovanna Ortu (Airl) agli sviluppi tra governo
libico e aziende creditrici italiane
Aise
18
novembre 2005
È
un commento "amaro" quello di Giovanna Ortu, presidente
dell'Airl (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) agli
ultimi sviluppi della vicenda che vede ormai da decenni le aziende
italiane in attesa di un rimborso "loro dovuto" dal
Governo libico. In seguito alla risposta dell'Airil (Associazione
Italiana per i Rapporti Italo-Libici) che, attraverso le parole
del proprio presidente, Leone Massa, ha rifiutato l'aut aut del
Governo di Tripoli, ritenendo vergognosa la proposta offerta alle
aziende creditrici italiane la Ortu, che ha seguito "con
spirito di solidarietà" tutta l'evoluzione delle trattative,
ha dichiarato: "è amaro constatare oggi che si sia
andati per leggerezza, debolezza o incapacità incontro
all'attuale situazione di crisi totale dei rapporti".
"Ricordo ancora che, quando si evidenziarono le prime difficoltà
da parte delle aziende ad ottenere dal governo libico il pagamento
delle commesse, almeno vent'anni fa, l'Associazione segnalò
alle autorità italiane, anche attraverso il proprio giornale
"Italiani d'Africa", il pericolo di aggiungere alla
lunga lista dei beni confiscati alla collettività italiana
le ingenti somme relative alle forniture richieste dal governo
libico alle imprese italiane", afferma la presidente dell'Airl.
"Nè d'altra parte – conclude Giovanna Ortu – il nostro
governo pensa di poter rimediare alla propria "colpa"
risarcendo e le imprese e i cittadini italiani colpevoli soltanto
di aver onorato con impegno e laboriosità il proprio Paese".
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La Libia raddoppia, ieri giornata del lutto
Secolo
d'Italia
27
ottobre 2005
La
Libia raddoppia le sue iniziative contro l'Italia. E dopo La “giornata
dell'odio”, ripristinata il 7 ottobre scorso, ora ritorna a celebrare
anche la “giornata del lutto”. Nonostante un anno fa, nei discorsi
inaugurali del gasdotto che da Mellitah va fino a Gela in Sicilia,
Silvio Berlusconi e Moammar Gheddafi avessero dato il via
a una nuova fase delle relazioni bilaterali, ieri tutte le comunicazioni
telefoniche internazionali dalla Libia sono state interrotte in
occasione della “giornata del lutto”, con cui Tripoli ha
voluto ricordare le migliaia di libici deportati dalle autorità
coloniali italiane. «L'atteggiamento libico — ha commentato
Alfredo sottosegretario agli Esteri— non risponde alle posizioni
assunte dal governo italiano. È un negare un dialogo e
un confronto già concluso nel ‘98». Il riferimento
è protocollo d'intesa che Prodi prima e D'Alema dopo
stilarono con il colonnello Gheddafi secondo cui l'Italia, pur
di normalizzare i rapporti fra i due Paesi, avrebbe di fatto rinunciato
a qualunque forma di compensazione per i beni sottratti agli italiani
cacciati dalla Libia e, come gesto riparatore, si riprometteva
di costruire una autostrada dall'Egitto alla Tunisia del costo
di 6mila miliardi. Ma per il sottosegretario, «la posizione
del governo libico è pretestuosa e su questa materia è
al di fuori di ogni ragione e di ogni possibile accordo».
Ecco perché ora il clima è cambiato. Tornato dall'Europa
Prodi, ora Gheddafi è tornato a puntare sul centrosinistra
e su una sua vittoria alle politiche del 2006 pur di ottenere
la sua autostrada.
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Libia:
nuovo sgarbo all'Italia, lutto per 94 anni di invasione
Agi
26
ottobre 2005
Interruzioni dei voli internazionali e dei collegamenti marittimi,
sospensione delle telecomunicazioni di qualsiasi tipo con il resto
del mondo e obbligo per ogni cittadino di vestirsi in nero o almeno
di indossare un segno visibile di lutto: cosi' la Libia ha commemorato
il novantaquattresimo anniversario dell'invasione italiana, avvenuta
il 26 ottobre 1911. La Giornata di lutto, che fa seguito alla
Giornata della vendetta celebrata il 7 ottobre per ricordare l'espulsione
di massa degli italiani nel 1970, e' un ulteriore segnale del
gelo diplomatico tra Roma e Tripoli.
Nel 2004, dopo il promettente incontro a Mellitah tra Muammar
Gheddafi e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il
7 ottobre fu celebrato come Giornata dell'amicizia e il 26 furono
molto annacquate le manifestazioni anti-italiane.
Invece
quest'anno nel decreto che ha imposto la Giornata di lutto si
fa anche divieto ai cittadini libici di recarsi in Italia, misura
peraltro pleonastica vista l'interruzione dei collegamenti. E
la stampa libica ha dato grande risalto alla ricorrenza dell'invasione
da parte di 35.000 uomini agli ordini del generale Carlo Caneva
che, viene sottolineato, "dette il via a una delle piu' grandi
deportazioni conosciute della storia" con 4mila libici trasferiti
nelle isole attorno alla Sicilia. Tv e radio hanno trasmesso programmi
speciali sulla ricorrenza e hanno ricordato che nel 1998 l'Italia
presento' le scuse per l'epoca coloniale.
"I libici hanno cambiato cavallo, puntano sul centrosinistra
e per questo hanno congelato i rapporti con l'attuale governo",
ha spiegato Giovanna Ortu , presidente dell'Associazione
italiana rimpatriati dalla Libia (Airl). La Ortu
non ne e' sorpresa e lamenta che i rimpatriati italiani sono stati
dimenticati da tutti: Tripoli li ha presi in giro rimangiandosi
l'impegno a concedere i visti e anche Roma si appresta all'ennesimo
rinvio sugli indennizzi per 250 milioni di euro promessi all'Airl.
"An ha presentato un emendamento alla finanziaria ma tanto
gia' so che non verra' approvato per motivi di bilancio",
ha affermato la Ortu .
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Italia-Libia:
Celebrato giorno del lutto. AIRL, rotto rapporto sociale. Ortu,
ormai Tripoli investe sulla vittoria di Prodi
Adnkronos
26
ottobre 2005
Bandiere a mezz'asta dall'alba al tramonto, uomini e donne vestiti
di nero, interruzione di tutti i collegamenti aerei,via mare e
via terra, sospese tutte le comunicazioni con qualsiasi mezzo
con il resto del mondo. Cosi' la Libia ha celebrato il ''giorno
del lutto'', anniversario della ''piu' grande operazione di deportazione
cui la storia abbia assistito'', scrive l'agenzia di stampa Jana,
ricordando ''gli oltre quattromila uomini, donne e bambini'' deportati
in Italia, ''nelle remote isole'' di Ponza, Ustica, alle Tremiti
e Favignana a partire dal 26 ottobre del 1911. Deportati su ordine
del governo Giolitti dopo la rivolta contro le truppe d'invasione
italiane a Shara Shatt.
La
celebrazione del 'giorno del lutto', associata al ripristino lo
scorso 7 ottobre, nonostante la promessa fatta da Muammar Gheddafi
a Silvio Berlusconi di cancellarla, del 'giorno della vendetta'
contro gli italiani, ''conferma che si e' rotta quella liasion
speciale alla quale il presidente del Consiglio aveva creduto
tanto'', dice all'ADNKRONOS Giovanna Ortu , presidente
dell'Associazione italiana dei rimpatriati dalla Libia (Airl).
E
se si e' rotta, commenta realisticamente la Ortu ,
e' anche perche' ormai Tripoli ''sta investendo sulla vittoria
di Romano Prodi,nella convinzione che lui fara' quello che non
ha fatto Berlusconi'', la famosa strada litoranea lunga duemila
chilometri dalla Tunisia all'Egitto, costo sei miliardi di euro,
che la Libia chiede all'Italia.
In
base al decreto 480 del 2000, che istituisce la 'giornata del
lutto' nella Grande Jamahiriya, a nessun cittadino libico e' tra
l'altro permesso di viaggiare in Italia il 26 ottobre, nessuna
agenzia di viaggio o compagnia aerea puo' emettere bigliettiper
quel giorno e i mass media dovranno spiegare i motivi della ricorrenza,
citando la dichiarazione congiunta del 1998, con cui l'Italia
si scuso' per i danni causati alla Libia dall'aggressione coloniale.
Il
7 ottobre scorso, nonostante l'impegno che il colonnello si era
assunto con Berlusconi l'anno prima, in occasione dell'inaugurazione
del gasdotto dell'Eni a Mellitah, la Libia era tornata a festeggiare
''la giornata della vendetta'', per ricordare il 35mo anniversario
''dell'espulsione degli ultimi fascisti italiani, che per anni
hanno controllato le risorse del popolo libico''. Una celebrazione
che il ministro degli Esteri Gianfranco Fini aveva definito ''inaccettabile
dal punto di vista morale e politico'', a conferma di quanto ''il
rapporto con Gheddafi resti complesso''.
(torna su)
Italia-Libia/
Linee telefoniche interrotte per crimini odiosi
Apcom
26
ottobre 2005
Oggi messaggio registrato a chi telefonava in Libia dall'estero
La
Libia ha interrotto oggi le telefonate provenienti dall'estero
per denunciare "i crimini odiosi commessi dagli italiani"
quando occuparono il paese.
Un
messaggio registrato in arabo e inglese informava chi chiamava
in Libia dall'estero che "le comunicazioni internazionali
sono interrotte fino alle 18.00 per denunciare i crimini odiosi
commessi dagli italiani contro il popolo libico", ha constatato
l'agenzia di stampa France Presse.
La
Libia, colonia italiana dagli anni Trenta alla fine della seconda
guerra mondiale, chiede all'Italia un indennizzo sotto forma della
costruzione di un'autostrada di 6 miliardi di euro.
L'11 ottobre il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, aveva
affermato che la decisione del governo libico di reintrodurre
la Giornata della vendetta contro gli italiani "è
un comportamento inaccettabile da un punto di vista morale prima
ancora che politico".
(torna su)
Per
il ministro degli Esteri la decisione dimostra la complessità
dei rapporti con il Paese nordafricano
Fini:
è inaccettabile che in Libia sia tornata la “giornata della
vendetta”
Il
Secolo d'Italia
12
ottobre 2005
Tripoli
torna a festeggiare la “giornata della vendetta contro gli italiani”,
nonostante il leader libico Muammar Gheddafi si fosse impegnato
lo scorso anno con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
a trasformare il 7 ottobre nella “giornata dell'amicizia” tra
l'Italia e la Libia «Una decisione che conferma come il
rapporto con Gheddafi rimane complesso», ha commentato la
notizia Gianfranco Fini.
«Accanto
a una politica di cooperazione nella lotta all'immigrazione clandestina,
ci sono comportamenti inaccettabili dal punto di vista morale
e politico come quello di ripristinare la giornata della vendetta
- ha poi concluso il ministro degli Esteri - Si tratta di una
doppia politica che si può capire, ma non giustificare,
solo in chiave interna».
Gheddafi
prese il potere il 1 settembre 1969 e non perse tempo contro gli
italiani: prima confiscò tutti i beni dei ventimila nostri
connazionali residenti in Libia che negli anni avevano bonificato
e resi fertili 2000 chilometri di costa. Furono confiscate case
e beni per una cifra che all'epoca venne quantificata in circa
400 miliardi di lire. Poi il
7ottobre
del 1970, arrivò la jalaa (la cacciata) con cui Gheddafi
intimò agli italiani il disbrigo di quelle odiose
e umilianti formalità connesse alla confisca, concedendo
15 giorni di tempo per lasciare il Paese. Con il veto del ritorno
in una terra nella quale si erano stabiliti dal 1938.
Poi,
il 26 ottobre 2002, arrivò la prima visita a Tripoli di
Berlusconi.
E
il il 7 ottobre di un anno fa, in occasione dell'inaugurazione
del gasdotto dell'Eni a Mellitah, il premier sembrava essere riuscito
a invertire la tendenza. I toni distesi dei colloqui con il colonnello
libico, le parole di amicizia di Gheddafi. E la promessa che gli
italiani espulsi trent'anni prima sarebbero potuti tornare a rivedere
le terre nelle quali erano vissuti. Venne anche annunciato pubblicamente
che il 7 ottobre non sarebbe stata più la “giornata della
vendetta” bensì “dell'amicizia” verso l'Italia. Sbloccata
anche la questione dei visti per gli italiani rimpatriati. Ma,
unilateralmente, la Libia decise di concedere quei visti promessi
solo ai rimpatriati ultrasessantacinquenni. E ora, a un anno esatto,
di distanza, l'annuncio delle celebrazioni del “35esimo anniversario
dell'espulsione degli ultimi fascisti italiani che per anni hanno
controllato le risorse del popolo libico”.
(torna su)
L'Italia
paga i conti e il colonnello disattende gli accordi
Il
Secolo d'Italia
12
ottobre 2005
L'Italia
si è sempre adoperata, a livello internazionale, perché
alla Libia fosse tolto l'embargo, come avvenuto, con lo sblocco
dei fondi libici presso le bancbe. Berlusconi ha poi tenuto fede
agli accordi del precedente governo di sinistra per il centro
traumatologico di Bengasi, inaugurato oltre un anno fa dal Sottosegretario
Mantica. Gheddafi e Berlusconi, il 7 ottobre 2004, hanno inaugurato
un gasdotto, costato al nostro Paese oltre 2.500 miliardi di vecchie
lire.
I
libici hanno invece disatteso molti degli accordi firmati con
l'Italia. Per favorire le aziende italiane in Libia, è
stata creata l'Azienda Libica Italiana che però ha fatto
sparire nel nulla i soldi degli associati. E le aziende italiane
comunque incorrono in molti problemi e difficoltà. Il pagamento
dei crediti alle imprese italiane è tutt'ora bloccato,
col rifiuto non solo di riconoscere gli interessi (come previsto
nelle sentenze delle stesse Corti libiche) ma anche di pagare
la sorta capitale. L'immigrazione clandestina proveniente dalla
Libia continua a registrare migliaia di sbarchi sulle nostre coste.
Contro i nostri pescatori, la Libia ha acquisito unilateralmente
80 miglia di acque internazionali E da oltre un anno la sede diplomatica
libica in Italia è priva d'ambasciatore: gesto da sempre
ritenuto un'offesa allo Stato ospitante.
(torna su)
Intervista
con Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati, che
accusa il leader libico di essersi intromesso nella politica italiana
Gheddafi
“sponsor” del Professore?
“Tripoli
spera di ottenere migliori condizioni dal centrosinistra nella
questione dei rimborsi”
Il
Secolo d'Italia
12
ottobre 2005
Francesco
Rubino
Un
anno fa la Libia, dopo anni di “giornate della vendetta” in memoria
del periodo coloniale e della cacciata degli italiani, il 7 ottobre
di 30 anni fa, appunto, festeggiava, la giornata dell'amicizia,
in segno di superamento di questo “muro” che divideva il Paese
nordafricano dall'italia. Ma quel clima è durato poco e
quest'anno, il 17 ottobre, quella “giornata della vendetta” è
tornata in auge al posto dell'amicizia. Una vera beffa per Giovanna
Ortu, la battagliera presidentessa dell'Airl (l'associazione che
raggruppa gli italiani rimpatriati dalla Libia), che accusa apertamente
la Libia di essersi intromessa nelle vicende politiche italiane.
E per colpa di Romano Prodi.
Allora,
presidente, qual è la situazione attuale?
I
rapporti italo-libici si sono molto raffreddati C'è una
mancanza vera e propria di quel dialogo continuo un tempo esistente.
Non esiste più quell'atmosfera di amicizia instauratasi
lo scorso anno. E questa crisi investe tutti i settori, come ad
esempio le nostre esportazioni che sono diminuite per la concorrenza
francese e americana. Anche su un piano più piccolo e personale,
come può essere quello del cimitero italiano di Tripoli
lasciato in pieno abbandono nel più totale disprezzo delle
norme internazionali, quei soldi che sono stati trovati lo si
deve solo grazie alla cooperazione italiana, per impulso del ministro
Fini.
E
la festa dell'amicizia che fine ha fatto?
Non
lo so. L'anno scorso fu l'unico anno di quei festeggiamento. Ora
il 7 ottobre c'è invece stata di nuovo la festa della vendetta,
la festa dell'espulsione degli italiani. Forse non ci sono saranno
state le sfilate o le manifestazioni degli anni passati, ma le
celebrazioni attraverso il congresso del popolo e i comitati di
base sì. Quelli non sono mancati e questo contrasta con
la festa dell'amicizia.
Ma
da cosa dipende questa difficoltà di dialogo tra Italia
e Libia?
Ho
l'impressione che Gheddafi stia aspettando una vittoria del centrosinistra
perché con Prodi pensa di ottenere condizioni migliori
nei negoziati per la normalizzazione dei rapporti. Gheddafi vuole
la famosa autostrada che dal confine con l'Egitto attraversa tutto
il Paese sino al confine con la Tunisia. E quando ha visto che
con Berlusconi non l'otteneva, ha deciso di ripuntare sui vecchi
“cavalli” Prodi e D'Alema, con i quali aveva già avuto
rapporti preferenziali. Gheddafi ora spera in una vittoria del
centrosinistra.
E
perché con Prodi dovrebbe avere migliori risultati?
Perché
Prodi nel ‘98 fu quello che, a nostra insaputa, permise all'allora
ministro degli Esteri Dini di firmare con la controparte libica
un accordo, un protocollo d'intesa in cui, per normalizzare i
rapporti italo-libici, non venivano mai nominate le confische
subite nel ‘70 e di fatto si rinunciava, per sempre, a qualunque
forma di compensazione per gli italiani di Libia. Un accordo tra
l'altro fatto in maniera molto poco dignitosa, con tante scuse
e richieste di perdono. E perché, alcuni mesi fa, lo stesso
Gheddafi in una intervista disse “meglio avere a che fare con
Dini e D'Alema che con il Governo Berlusconi”. Ecco da dove nascono
le speranze di migliori condizioni per futuri accordi. E sono
sicura che tra loro, indirettamente, dei contatti già ci
sono stati.
In
che senso?
Ha
visto la celerità con cui la Jamahiriya ha proceduto a
intervistare Prodi mandando in Italia, il mese scorso, il capo
del Dipartimento informazioni della Libia? Un'intervista in cui
il Prodi afferma che se i rapporti italo-libici e il contenzioso
politico ed economico tra i due Paesi non è stato risolto,
la colpa è di Berlusconi che non ha accontentato le richieste
di Gbeddafi. Intervista o già accordi?
E
tutto questo sarebbe secondo lei alla base delle attuali difficoltà
di dialogo tra Italia e Libia?
Certo.
Quello che mi da fastidio è che Gheddafi ha già
dato l'investitura al centrosinistra. Si è intromesso negli
affari politici interni di un altro stato sovrano. Sembra quasi
che voglia dire: io vi faccio vincere le elezioni e poi voi mi
fate le strade. E questo è intollerabile. Preferisco un'aspra
“guerra” interna piuttosto che la perdita di dignità, mia
e del mio Paese.
Cosa
andrebbe fatto, allora, per migliorare la situazione?
lo
credo che si debba subito dissipare ogni dubbio, soprattutto su
quella famosa autostrada. Quella che ha generato tutto questo
gigantesco equivoco. Noi dobbiamo dire subito quello che si può
fare e quello che non si può fare. Dobbiamo fare qualsiasi
sforzo per normalizzare i rapporti, ma dobbiamo chiudere su tutto,
non solo su singoli aspetti, lasciandone altri aperti. Anche a
costo di chiudere tutti in una stanza e di non farli uscire finché
non trovano una soluzione.
Speranze
per il futuro?
Sono
molto diminuite. L'anno scorso ero più fiduciosa. Ora non
so proprio cosa desiderare e cosa augurarmi.
(torna su)
Infranto
l'accordo Fini: “Un comportamento inaccettabile tanto dal punto
di vista morale che politico”
Libia-Italia,
torna il giorno dell'odio
Gheddafi
si rimangia la promessa fatta a Berlusconi e festeggia la cacciata
dei colonialisti
La
Stampa
12
ottobre 2005
Emanuele Novazio
La
Libia torna a festeggiare la «giornata della vendetta contro
gli italiani», nonostante Muammar Gheddafi si fosse impegnato
con Silvio Berlusconi, un anno fa, a trasformare nella
«giornata dell'amicizia con l'Italia» il 7 ottobre,
anniversario della cacciata degli ultimi italiani, nel 1970. L'agenzia
Jana, ieri, dava notizia delle avvenute celebrazioni del
«35° anniversario dell'espulsione degli ultimi
fascisti che per anni hanno controllato le risorse del popolo
libico». «Un comportamento inaccettabile dal punto
di vista morale prima che politico», denuncia il ministro
degli Esteri Fini, secondo il quale «la decisione conferma
che il rapporto con il Colonnello rimane complesso»,
nonostante «la cooperazione con l'Italia sul controllo delle
coste e la lotta all'immigrazione clandestina». La «doppia
politica di Gheddafi», aggiunge Fini, «può
essere capita, ma ovviamente non giustificata, con una chiave
politica interna più che nel rapporto con l'Italia e l'Europa».
Proteste anche da parte dell'Associazione dei rimpatriati italiani
dalla Libia (Airl): la presidente Giovanna Ortu parla di «una
generale amarezza per il ritorno di una data che ha rappresentato
ogni anno l'occasione di fomentare l'odio delle masse libiche
nei confronti dell' oppressore italiano''».
Le
relazioni fra i due Paesi in realtà restano difficili,
anche se nel complesso dopo la prima visita di Berlusconi al Colonnello,
nell'ottobre del 2002, i toni di Tripoli non hanno più
raggiunto l'asprezza precedente al «disgelo». La normalizzazione
alla quale aspirava il presidente del Consiglio incontrando il
Colonnello nella tenda di Bab el Asisir non c'è stata:
«Rimediare al passato, metterci una pietra sopra, guardare
al futuro con un nuovo spirito di collaborazione», aveva
annunciato Berlusconi al termine della visita. Le trattative si
sono rivelate più difficili del previsto e si sono incagliate
sull'entità del «gesto di rappacificazione»
e di risarcimento che dovrebbe chiudere il difficile passato
fra i due Paesi:
Tripoli
chiede a Roma la costruzione di un'autostrada costiera il
cui costo è però troppo elevato per le finanze
italiane, 6 miliardi di euro impossibili da trovare nelle attuali
condizioni di bilancio. Il governo Berlusconi pretende una
rapida conclusione del contenzioso fra lo stato libico e un centinaio
di aziende italiane, da oltre vent'anni in attesa di recuperare
crediti commerciali per oltre 600 milioni di euro. E insiste perché
venga chiuso il capitolo visti per gli esuli. I negoziati continuano,
ma finora soltanto alcune imprese hanno avuto soddisfazione: quanto
ai visti, dallo scorso aprile vengono concessi ma solo alle
persone che hanno superato i 65 anni di età. Una discriminazione
che l'Airl non accetta.
Il
rilancio della «Giornata della vendetta»
non sorprende Giovanna Ortu, secondo la quale «da mesi
il rapporto fra i due Paesi va a rotoli». Secondo la presidente
dell'Associazione esuli «la difficoltà del nostro
governo a dialogare con i libici va messa in relazione all'attenzione
riservata ai possibili vincitori della prossima tornata elettorale»,
il centro sinistra guidato da Romano Prodi che quand'era
presidente della Commissione accolse Gheddafi a Bruxelles
con un abbraccio. I rimpatriati giudicano comunque entrambi gli
schieramenti «ugualmente colpevoli» nei loro confronti:
nel 1998, denunciano, il governo Prodi firmò un accordo
con Tripoli in cui rinunciava «definitivamente a qualunque
forma di compensazione per i beni confiscati» agli italiani,
mentre il governo Berlusconi «ha dilazionato di anno in
anno promesse che sapeva di non poter mantenere».
(torna su)
Gheddafi
ripristina la «giornata della vendetta»
Tornano
le celebrazioni anti-italiane.
Fini: «Inaccettabile». Sullo sfondo richieste economiche
Il
Corriere della Sera
12
ottobre 2005
Maurizio
Caprara
Se
la vendetta è un piatto che si serve freddo, ancora più
effetto può fare quando la tavola, in teoria, dovrebbe
essere stata sparecchiata. Malgrado un anno fa la Libia avesse
annunciato di apprestarsi a istituire un «giorno dell'amicizia»,
venerdì scorso, 7 ottobre, la Gran Jamahiria Araba Libica
Popolare Socialista ha celebrato ancora una volta la «giornata
della vendetta» contro l'Italia. Si tratta dell'anniversario
della espulsione in massa decretata da Muhammar el Gheddafi, nel
1970, per 20 mila italiani, in parte arrivati nel suo Paese ai
tempi del colonialismo, in parte nati lì a guerra mondiale
finita. In occasione della visita di Silvio Berlusconi a Mellitah,
nel 2004, il Colonnello aveva detto che avrebbe rinunciato a far
festeggiare questa ricorrenza. Invece alla Casa della cultura
di Tripoli, venerdì, si sono riuniti membri dei Comitati
popolari. Discorsi dei dirigenti, poi l'invio di un telegramma
di congratulazioni al «leader della Rivoluzione».
«Un
comportamento inaccettabile da un punto di vista morale prima
ancora che politico», ha commentato Gianfranco Fini, ministro
degli Esteri e presidente di An, partito che per ragioni storiche
risulta più restio di altri ad ammorbidimenti verso la
Jamahiria.
Allo
stesso tempo, Fini ha espresso un giudizio articolato: quanto
avvenuto «conferma che il rapporto con Gheddafi rimane complesso
perché accanto a una politica positiva di cooperazione
con l'Italia sul controllo delle coste, e la lotta all'immigrazione
clandestina, ci sono comportamenti inaccettabili». Conclusione:
«Credo che questa doppia politica del Colonnello possa essere
capita, ma ovviamente non giustificata, più con una chiave
di lettura interna che nel rapporto con l'Italia». Come
a dire: Gheddafi sbaglia, ma lo fa per non scontentare il suo
uditorio.
Al
di là delle reazioni ufficiali, c'è dell'altro dietro
questo nuovo attrito italo-libico portato alla luce a Roma ieri
da Giovanna Ortu, la presidente dell'Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia. La prima cosa che Tripoli vuole, in realtà,
è la costruzione a spese dell'Italia di una strada costiera
dalla Tunisia all'Egitto, indicata come una forma di risarcimento
per le sofferenze dovute al colonialismo. Oppure, di una linea
ferroviaria da Misurata a Sebah. Nel primo caso, il costo non
sarebbe inferiore a tre miliardi di euro. Troppo, secondo Palazzo
Chigi.
«Vogliamo
essere vostri partner, ma la Libia è un Paese sovrano.
Avevamo chiesto un grande gesto di grande valore, la strada o
la ferrovia. E non c'è stato», risponde una fonte
diplomatica libica quando gli si domanda perché la giornata
della vendetta è rimasta.
Dopo
che Gheddafi ha concordato con Usa e Gran Bretagna lo smantellamento
dei suoi programmi per le armi di sterminio, gli affari in Libia
non vanno bene per l'Italia. Il 2 ottobre l'Eni ha conquistato
quattro concessioni per prospezioni e sfruttamento di pozzi di
petrolio, a Murzuq e a Kufra, però in precedenza i vantaggi
principali sono andati ad americani e concorrenti stranieri. Le
nostre esportazioni hanno subito un calo. Tripoli manda segnali
di raffreddamento. Da oltre un anno non rimpiazza l'ambasciatore
a Roma. Il senatore Sandro Battisti, Margherita, domanda a Fini,
in un'interrogazione, quali misure adotterà sul giorno
della vendetta.
Giovanna
Ortu avanza un'ipotesi: «La difficoltà dell'esecutivo
a dialogare con i libici va messa in relazione all'attenzione
da essi riservata ai possibili vincitori della nuova tornata elettorale,
primo fra tutti Romano Prodi. Per intervistarlo è arrivato
in Italia il capo del Dipartimento informazione della Jamahiria».
In estate, è vero, il candidato dell'Unione per Palazzo
Chigi ha dato una lunga intervista alla tv libica. Lo stesso Prodi,
nel 2004, andò in vacanza in Libia. Gheddafi, grato per
l'invito a Bruxelles del 2004, lo invitò a parlare al congresso
dei Comitati popolari. E il caso, in questi casi, conta poco.
(torna su)
Celebrato
anche quest'anno l'anniversario della nostra espulsione
7
ottobre 2005: è sempre vendetta
Italiani
d'Africa Luglio-Settembre 2005
di
Giovanna Ortu
Ho
atteso il 7 ottobre per scrivere questa nota, ritardando di due
settimane l'uscita del nostro giornale, perché, nella generale
amarezza che pervade l'animo di ciascuno di noi, mi interessava
o addirittura mi incuriosiva constatare come, da parte libica
e da parte italiana, sarebbe stata ricordata questa data. Fu proprio
il 7 ottobre del 1970 che -come noi sappiamo- Gheddafi intimò
ai pochi italiani ancora rimasti nel Paese per il disbrigo di
quelle odiose e umilianti “formalità” connesse alla confisca,
di lasciare la Libia entro quindici giorni. Da allora quel giorno
ha rappresentato ogni anno l'occasione per fomentare artatamente
l'odio delle masse libiche nei confronti dell'”oppressore italiano”.
Abbiamo assistito a manifestazioni variegate e articolate, spesso
addirittura folkloristiche, che hanno ottenuto anche il supporto
di alcuni media italiani: del resto si sa, Minoli docet, siamo
un popolo masochista che tende a compiacersi di parlare male di
se stesso.
Ma
ecco arrivare l'anno passato il riscatto atteso: il Presidente
Berlusconi, con uno di quei coup de theatre nei quali è
maestro, sembrava essere riuscito ad invertire la tendenza. L'inaugurazione
del gasdotto dell'Eni, fissata per quel giorno, fu l'occasione
per annunciare pubblicamente la nuova connotazione di quella giornata
all'insegna dell'amicizia fra i due stati mediterranei, a dispetto
di un passato da dimenticare. Un Silvio commosso e partecipe chiedeva,
dal palco di Mellitah, all'amico Muammar di rendere finalmente
operativi un accordo di sei anni prima ed una promessa vecchia
di due anni: il rilascio dei visti turistici per i cittadini italiani
nati in Libia. Tra gli applausi di incoraggiamento dei presenti,
Gheddafi rispose positivamente e fu per due mesi gioia mediatica,
non solo nostra. La stampa di tutto il mondo diede a quella notizia
un grande rilievo mettendola in rapporto con l'apertura del Colonnello
alle democrazie occidentali; il viaggio a Tripoli dei rappresentanti
dell'AIRL sembrò la prova tangibile della svolta.
Ma,
come i nostri lettori e tutti gli italiani nati in Libia sanno
e come invece i rappresentanti della stampa, a parte qualche lodevole
eccezione, fingono di ignorare, quei visti rimasero nella penna
di chi doveva concederli e le autorità libiche, senza nemmeno
informare il nostro Ministero degli Esteri, nella primavera scorsa
decisero d'arbitrio di rilasciarli solamente agli ultrasessantacinquenni.
L'avvicinarsi
del primo anniversario dell'annuncio di Mellitah rappresentava
una cartina di tornasole per cercare di capire se, a parte la
rappresaglia dei nostri visti, vi fosse l'intenzione di superare
le anacronistiche rievocazioni del fascismo, del colonialismo,
di Mussolini etc. rilanciando quei rapporti bilaterali che “normali”
–lo capiamo oggi- non saranno mai. Da parte mia, dopo aver rifiutato
l'invito dell'Ambasciata libica di Roma ai festeggiamenti dell'anniversario
della rivoluzione, ho chiesto al nuovo Segretario Generale della
Farnesina, Ambasciatore Paolo Pucci di Benisichi, in un lungo,
cordiale incontro rapidamente fissato, quali fossero le iniziative
da parte italiana per evitare un clamoroso passo indietro.
Sia
l'ambasciatore Pucci che il ministro Sessa, presente al colloquio,
non hanno nascosto le loro preoccupazioni che infatti si sono
materializzate pochi giorni dopo nel comunicato della Jana, l'agenzia
di stampa libica, che ha gli stessi toni enfatici di quelli degli
anni precedenti, con l'eccezione dell'anno passato. Del resto
sono mesi che il rapporto tra i due Paesi va a rotoli a dispetto
della logica e delle ricorrenti affermazioni contrarie: il vistoso
calo delle nostre esportazioni verso la Jamahiriya (-25% nei primi
tre mesi del 2005), le concessioni petrolifere assegnate alle
grandi compagnie americane a scapito dell'Eni, le ondate di clandestini
provenienti dalla Libia sbarcate nei porti siciliani, un drastico
ridimensionamento del livello della rappresentanza diplomatica
libica in Italia, sono alcuni esempi di questa debacle politico-economica.
Ma ve ne sono altri ancor più inquietanti: la difficoltà
del nostro esecutivo a dialogare con i libici va messa in relazione
all'attenzione da essi riservata ai possibili vincitori della
nuova tornata elettorale, primo fra tutti Prodi per intervistare
il quale è arrivato in Italia, il mese scorso, il Capo
del dipartimento informazioni della Jamahiriya.
Per
quanto più strettamente ci riguarda, anche noi, come cittadini
italiani da oltre trent'anni residenti in Patria, nostro malgrado,
siamo preoccupati degli scontri politici che caratterizzano questa
lunga preparazione alla battaglia elettorale senza esclusione
di colpi, ma giudichiamo entrambi gli schieramenti ugualmente
colpevoli nei nostri confronti. Ci ha ingannato il Governo Prodi
quando nel '98 permise che l'allora Ministro degli Esteri Dini
firmasse con la controparte libica un accordo, rinunciando definitivamente
a qualunque forma di compensazione per i nostri beni confiscati
senza procedere d'altra parte ad assumersene l'onere nei nostri
confronti. Ci ha ingannato ancor più platealmente il Governo
Berlusconi i cui componenti pare si siano divertiti anno per anno
a dilazionare promesse che sapevano di non voler mantenere. Basta
leggere i numeri arretrati di questo giornale o consultare il
nostro sito, per rendersi conto, dall'evidenza dei documenti,
di quale incredibile odissea seguitiamo ad essere protagonisti.
Da
recenti notizie di stampa abbiamo appreso che l'Eni, compagnia
petrolifera di stato, penalizzata nei mesi scorsi a vantaggio
di concorrenti di altri paesi, si è aggiudicata ora quattro
delle nuove concessioni messe in gara dal governo libico, e ciò
certamente costituisce un ristoro economico non di poco conto.
È quella stessa Eni che fino ad ora si è detta “non
interessata” a contribuire alle spese per il risanamento del cimitero
di Hammangi. C'è qualche cosa d'altro da aggiungere per
dare il quadro dell'importanza che viene attribuita alla nostra
dignità, al nostro buon diritto, ai nostri più intimi
sentimenti?
(torna su)
Vengeance
anniversary, the 35th anniversary for expulsion of the remaining
Italian fascists
Jana
7 ottobre
2005
The
masses of the Basic People's Congresses of Tripoli, commemorated
the 35th anniversary of the expulsion of the remaining Italian
fascists , who had for protracted years controlled the resources
of Libyan people.
At
the House of Culture in Tripoli, a celebration was organized in
which speeches were made by the social peoples leadership, masses
of the basic peoples congresses , the revolutionary committees
movement at Tripoli shabya ( municipality ) which expressed pride
in this triumph realized by the revolutionary will on this day,
35 years ago by taking vengeance and expelling the remaining Italian
fascists who used to own everything on this land before the ears
and eyes of the decadent regime.
The
speakers praised in their speeches the unending efforts of the
leader since the out set of the revolution, until Italy admitted
its responsibility for the period of Italian colonialism of Libya
and announced its apology to the Libyan people for that colonialist
period , and recognized the Libyan peoples' right to compensation
for the heavy material and moral damages inflicted on the Libyan
peoples and land.
The
participants on the festival sent a cable to the leader of the
revolution on this occasion , in which they sent their congratulations
on the blessed holy month of Ramadan.
(torna su)
Stop
dell'accordo con la Libia.
Parla
un parmigiano espulso: "Non mi illudo più di tornare"
La
Gazzetta di Parma
22
agosto 2005
A ottobre
2004, con l'incontro tra Gheddafi e Berlusconi, sembrava tutto
risolto. E invece la Libia resta ancora proibita per i ventimila
italiani cacciati nel 1970, e che lì hanno lasciato trentacinque
anni fa la loro casa e la loro storia. Lo denuncia con amarezza
in questi giorni ad alcuni giornali, la presidentessa dell'Associazione
degli italiani rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu
Dopo la
lunga attesa, dunque, lo spiraglio di speranza che sembrava aperto
si è già richiuso. E per molti che sognavano finalmente
il ritorno a «casa» è una nuova delusione.
E' il caso di Piero Aiuti, «parmigiano» che ha lasciato
la Libia (dove la sua famiglia viveva da tre generazioni) ormai
molti anni fa che confessa, però, di non aver mai creduto
fino in fondo alla bella notizia «Non mi meraviglia che
l'accordo sia stato congelato. Sono trent'anni ormai che Gheddafi
prende in giro l'Italia. E finché in Libia ci sarà
lui non credo proprio che riusciremo a tornare».
Nessuna delusione
dunque? «Questa notizia non è una sorpresa, e dunque
nemmeno una delusione», dice con voce rassegnata Aiuti.
Lui, tripolino, classe '41, aveva fatto ritorno in Italia con
la moglie e il figlio poco prima del colpo di stato, «perché
avevamo già capito che le cose stavano cambiando».
Di lì a poco, infatti, ci fu l'espulsione di tutti gli
italiani, e la confisca di 1750 abitazioni, 500 esercizi commerciali,
37.000 ettari di terreno, come «risarcimento» per
i danni subiti dalla Libia durante la colonizzazione dell'Italia.
«Ma
io non ho mai mantenuto la mentalità da profugo - precisa
– anche se abbiamo perso tutti i beni della nostra famiglia.
Certo, qualcosa ci è stato rimborsato dal governo
italiano. Ma ormai è tardi. La vita va avanti, e penso
che per noi ‘espulsi' ormai siano passati troppi anni. Sarà
difficile raggiungere un accordo, e io non mi faccio più
illusioni».
La vita
a Tripoli, però, Piero Aiuti la ricorda ancora in modo
vivida:
«Ho
dei ricordi splendidi di quel periodo. Mio padre aveva contribuito,
insieme a tanti altri italiani, a strappare sabbia dal deserto
e bonificare la terra». Ma chissà, ora, cosa sarà
rimasto di tutto questo, delle loro case e dei loro giardini.
Già nell'ottobre 2004, infatti, Aiuti aveva espresso i
suoi timori, quando era arrivata la notizia che sarebbe potuto
tornare: «Temevo di non trovare più nulla di
quello che ricordavo». Adesso, aspetterà ancora.
E, a quanto dice, continuerà a non farsi troppe illusioni.
(torna su)
Dopo
l'accordo Gheddafi-Berlusconi
“Siamo
stati ingannati. Per noi profughi la Libia resta proibita”
Quotidiano
Nazionale
21
agosto 2005
di
Matteo Spicuglia
Lo
scotto di non poter mettere piede nel proprio Paese natale solo
per ragioni di nazionalità, l'illusione del ritorno
sognato per 34 anni e di nuovo la delusione. Un'esperienza
che Giovanna Ortu, presidentessa dell' Associazione degli
italiani rimpatriati dalla Libia, condivide con i 2Omila
connazionali cacciati nel 1970 da Muammar Gheddafi. Nata a Tripoli
65 anni fa da una farniglia di agricoltori sardi, la signora Ortu
negli ultimi 30 anni ha combattuto la sua battaglia per vedere
riconosciuti i diritti degli italiani, a cui il regime libico
confiscò tutti i beni e impedì di rientrare nel
Paese. Dopo gli accordi bilaterali del ‘98 e l'annuncio di
Gheddafi e Berlusconi il 7 ottobre del 2004, il problema sembrava
superato: gli italiani non erano considerati più nemici,
la Giornata della vendetta fu trasformata nella Giornata
dell' amicizia e i profughi avrebbero potuto finalmente tornare
in visita. I primi fortunati furono proprio la Ortu e altri
sei esuli, accolti con gli onori dei libici e la grancassa mediatica
di casa nostra: eppure oggi la sìtuazione non è
cambiata di una virgola, dato che il visto viene concesso
soltanto agli ultra 65enni. Motivo? La richiesta di Gheddafi al
governo di costruire un'autostrada litoranea dall'Egitto alla
Tunisia, come riparazione dei danni del colonialismo: un'opera
faraonica che l'Italia non può permettersi.
E
così, in attesa di sviluppi, tutto il resto è congelato,
a cominciare dai visti per gli italiani e dalla mancata nomina
del nuovo ambasciatore libico a Roma. «Da maggio non
abbiamo più notizie e il governo si è arreso -denuncia
Giovanna Ortu- ma il tema dei visti e degli indennizzi tocca la
sfera dei diritti umani e non possiamo accettare certi soprusi>>.
Ha
fatto presente la situazione? «Ho sollecitato più
volte il governo, ma senza risposte, tranne quella del
ministro degli Esteri Gianfranco Fini che tuttavia non ha
portato a nulla. Era stato raggiunto un accordo per restaurare
il cimitero italiano di Tripoli, ma siamo fermi perché
il ministero non riesce a trovare fondi».
Ci
sarà una soluzione sul problema dei visti?
«La
cosa non sembra essere all'ordine del giorno. Il governo
continua a dire che si sta impegnando, ma gli sforzi si vedono
dai risultati. Il nostro viaggio aveva avuto il massimo risalto,
facendo credere che tutto si fosse sistemato, invece nulla
è cambiato.
Cosa
è accaduto?
«Berlusconi
si è voluto appuntare la medaglia sul petto, pensando che
la nostra gioia per l'accordo ci facesse dimenticare altri punti,
come la questione degli indenizzì. Forse non si aspettava
che tutto
franasse
in questo modo: tuttavia se doveva finire così, era meglio
non fare nulla. Il nostro governo non doveva cedere così>>.
Dal
suo punto di vista, quali sono gli ostacoli? Forse l'Italia non
insiste troppo per evitare frizioni su altri temi spinosi, come
quello dei clandestini?
<<Sicuramente
la situazione è complessa e include più aspetti.
A livello ufficiale, non sono arrivate spiegazioni. Pesano la
richiesta di mezzi di controllo delle coste, la pretesa di avere
l'autostrada, l'attuazione degli accordi. Però, alla fine
ci andiamo di mezzo noi, che da 34 anni siamo un capro espiatorio
dietro cui si muovono manovre più grandi>>.
Fa
riferimento anche al nodo dei risarcimenti per i beni confiscati
neI 1970?
«Certo.
E su questo punto le responsabilità sono tutte del
governo che da anni promette una soluzione. Nel ‘98,
l'accordo tra i due Paesi non ha nemmeno affrontato la questione,
mentre oggi veniamo illusi a ogni finanziaria. Fatto grave, perché
chiediamo un riconoscimento minimo, quando tutti con la Libia
continuano a fare grandi affari. Per questo ricorreremo al
Tribunale europeo per i diritti dell'uomo». Che effetto
le ha fatto tornare a Tripoli dopo tanto tempo?
«E'
stata una grande emozione. Ho trovato un Paese molto cambiato:
ricco, ma con gli standard di un Paese povero. La bellezza tuttavia
è immensa, dai tesori archeologici alla natura, passando
per la gente ospitale e ben disposta nei nostri confronti».
Oggi,
di fronte ai nuovi sviluppi, che sentimento prevale?
«Non
avrei pensato di subire una sconfitta così, anche perché
non me la merito. Sono stata illusa in nodo brutale. A volte mi
passa quasi la voglia di reagire>>.
(torna su)
Italiani nel
Mondo/ Il Ministro Tremaglia a Bergamo per l'incontro annuale
dell'AIRL/ Tripoli ha approvato il progetto di ristrutturazione
del cimitero italiano
AISE
11
maggio 2005
Raffaella
Aronica
Il comune
di Tripoli ristrutturerà il cimitero italiano, ormai da
anni in una situazione di abbandono riportata all’attenzione
della cronaca dopo la profanazione e distruzione, il 19 gennaio
scorso, di un altro cimitero, quello di Mogadiscio. Lo ha annunciato
oggi, 11 maggio, all’Aise il presidente dell’Airl,
Giovanna Ortu, dopo un colloquio telefonico con l'ingegnere capo
del comune di Tripoli Azuz.
Della questione si è occupato anche il Ministro degli Italiani
nel Mondo, Mirko Tremaglia, intervenuto domenica scorsa, 8 maggio,
all’annuale incontro dell’Airl con tutti gli italiani
rimpatriati dalla Libia e residenti ora nel nord Italia, che si
è tenuto, come sempre, a Bergamo, in nome del frate francescano
Giovita Dossi, scomparso 10 anni fa, ma fondamentale figura per
i rimpatriati italiani.
All’incontro erano presenti circa 400 persone, ha riferito
Giovanna Ortu, che ha rivolto parole di gratitudine nei confronti
del Ministro Tremaglia, che, "sempre gentile e disponibile
nei nostri confronti, ha portato spesso le nostre istanze in CdM",
ma non ha risparmiato "pesanti" critiche verso l’operato
del governo, "che ci ha profondamente delusi".
Tremaglia, "un po' dispiaciuto", ha dato "naturalmente"
atto di tali mancanze, ma "ha formalmente promesso che questo
governo, con Fini al Ministero degli Esteri, si occuperà
certamente" delle tre questioni più urgenti per l’Airl.
In primo luogo la limitazione dei visti decisa improvvisamente
dallle autorità libiche, senza che la nostra Ambasciata
ed il nostro governo ne fossero informati. Tremaglia, ci ha riferito
Giovanna Ortu, premerà "affinché le limitazioni
siano sbloccate e, se questo non accadrà, affinché
si possa arrivare all’applicazione del principio di reciprocità,
limitando i visti italiani anche ai libici".
C’è poi la questione infinita degli indennizzi. "La
prossima sarà l'ultima finanziaria di questa legislatura
ed il governo già prepara il Dpef", ha ricordato la
presidente Ortu, che, al Ministro Tremaglia, ha espresso l’auspicio
che "la questione degli indennizzi non venga dimenticata".
Tremaglia ha assicurato che questo non accadrà e che il
Ministro degli Esteri Fini si batterà in tal senso. È
necessario, però, ha rimarcato Giovanna Ortu, che anche
gli altri ministeri interessati, in primis quello del Tesoro,
siano d’accordo.
Ed infine c’è la questione della ristrutturazione
del cimitero italiano di Tripoli, dove a Bergamo si è vista
"qualche piccola schiarita", perché Tremaglia
ha annunciato che il governo "sta cercando di trovare almeno
la prima tranche dei fondi".
Ma la vera novità è stata comunica solo oggi dall'ingegnere
capo del comune di Tripoli Azuz, che questa mattina ha telefonato
direttamente all’Airl ed ha comunicato alla Presidente Ortu
che "il progetto di ristrutturazione del cimitero, preparato
dall’Airl, è stato approvato formalmente". L’ingegnere
Azuz intende "consegnarlo nel corso di una riunione alla
quale sia presente anche un rappresentante dell'Airl". Per
questo Luigi Sillano partirà a breve alla volta di Tripoli,
per partecipare, in qualità di incaricato dell’Airl,
alla riunione, che sarà presieduta dallo stesso Azuz ed
alla quale saranno presenti anche una delegazione del Consolato
italiano a Tripoli, guidata dal Console Carlo Colombo, ed altri
due componenti dell’ufficio tecnico ed ambientale del Comune
di Tripoli.
La data dell’incontro sarà fissata nei prossimi giorni,
non appena saranno convocati tutti i partecipanti. "A quel
punto – ha concluso Giovanna Ortu – mi auguro che
contestualmente arrivi l'annuncio che il nostro governo abbia
trovato ulteriori fondi".
(torna su)
Italiani
nel mondo/ Ancora nulla di fattoper i visti agli italiani rimpatriati
dalla Libia/ Ortu (Airl) scrive al Presidente della Camera Casini
AISE
2 maggio
2005
Raffaella
Aronica
Nulla di fatto per i cittadini italiani rimpatriati dalla Libia.
Alle tante promesse mancate, tra cui quella fondamentale degli
indennizzi, si era aggiunta nei giorni scorsi la questione della
limitazione ai visti, arbitrariamente decisa dalle autorità
libiche, senza che il governo italiano e le nostre rappresentanze
diplomatiche a Tripoli ne sapessero nulla.
La
crisi del governo Berlusconi ha di fatto bloccato i tentativi
messi in atto dal Presidente dell'AIRL, Giovanna Ortu, di risolvere
la questione. E nemmeno la visita a Tripoli del Presidente della
Camera, Pierferdinando Casini, ha avuto il risultato auspicato.
Pur avendo inserito nell'agenda dei suoi colloqui con le autorità
libiche la questione dei visti per gli ex residenti, Casini, dichiara
la Ortu, è tornato in Italia "a mani vuote": secondo la
Presidente dell'Airl, infatti, le risposte ottenute sono infatti
"inaccettabilmente dilatorie".
In
una lettera inviata oggi, 2 maggio, al presidente Casini, la Ortu
sottolinea che "le disposizioni del Governo libico sono in palese
violazione dei diritti umani e confermano, purtroppo, che la nostra
politica nei confronti di quel Paese è stata fallimentare".
"È
evidente – prosegue la presidente dell'Airl – che siamo stati
usati: non abbiamo chiesto alcuna contropartita alla Libia prima
di fornirgli l'aiuto richiesto per l'eliminazione dell'embargo
e per il rientro nel consesso occidentale con il risultato che
oggi, essendo meno isolata, la Jamahiria può permettersi
di non rispettare gli impegni solennemente presi su diversi fronti.
Ciò umilia non solo me e le migliaia di rimpatriati che
rappresento, ma tutti i cittadini italiani". Per la soluzione
di questo problema, la Ortu ricorda di attendere "che il Ministro
degli Esteri dia corso alle iniziative di cui parla nella sua
ultima lettera, fino ad applicare il principio di reciprocità".
Giovanna
Ortu richiama poi all'attenzione di Casini "un altro aspetto del
contenzioso che i rimpatriati hanno in tema di indennizzi per
i beni confiscati, contenzioso che riguarda esclusivamente il
Governo italiano" e per il quale la presidente dell'Airl ha chiesto
a Casini "un breve incontro". "Anche quest'anno il Governo probabilmente
trascurerà di inserire un modesto stanziamento pluriennale
per il nostro indennizzo nel DPF che si appresta a varare. Ciò
in spregio alla volontà parlamentare espressa con la votazione
plebiscitaria dell'odg n.9/4489/61 del 17/12/2003", osserva la
Ortu, che acclude alla lettera un "un promemoria che ripercorre
le tappe del lungo inganno che si è consumato nell'arco
di questa legislatura, contrariamente agli impegni solennemente
presi in fase elettorale".
La
prima tappa della vicenda "indennizzi ai rimpatriati" risale dunque
al maggio 2002, ben 3 anni fa, quando, ricorda la Ortu, "il presidente
della commissione Finanze del Senato, Riccardo Pedrizzi, di Alleanza
nazionale, presenta il d.d.l. n.1334 sottoscritto da altri 44
senatori dei due schieramenti politici che prevede il saldo degli
indennizzi dovuti dallo Stato italiano ai rimpatriati per i beni
confiscati dal governo libico".
Il
1° agosto dello stesso anno, "Berlusconi riceve a Palazzo
Chigi il presidente dell'Airl Giovanna Ortu in previsione del
suo primo incontro con Gheddafi, che si terrà il 28 ottobre
successivo. Berlusconi impartisce istruzioni ai funzionari presenti
all'incontro affinché nella Legge finanziaria 2003 venga
inserito uno stanziamento a fronte del d.d.l. 1334 Pedrizzi ed
altri".
Il
16 ottobre in una lettera a Berlusconi Giovanna Ortu dichiara:
"Malgrado le istruzioni da Lei impartite durante il nostro colloquio,
non siamo riusciti a trovare nella legge finanziaria il promesso
stanziamento".
Il
24 ottobre Gianfranco Fini riceve la presidente dell'Airl e il
presidente dell'AIRIL, Leone Massa, in vista della visita di Berlusconi
a Tripoli del 28 ottobre. Un comunicato di Palazzo Chigi rileva
che "Fini ha confermato la determinazione del Governo italiano
di tenere presente, nell'ambito dei nuovi rapporti italo-libici,
anche le legittime aspettive di ordine morale ed economico sostenute
dalle due Associazioni".
Ma
il 23 dicembre 2002, ricorda la Ortu, "gli indennizzi restano
fuori della Finanziaria 2003. Il presidente della commissione
Finanze del Senato Pedrizzi tenta in extremis di salvare la faccia
al Governo facendo approvare il 23 dicembre un emendamento per
una somma ridicola di 2,5 milioni di euro all'anno da frazionare
per tre anni. L'importo è tecnicamente mal stanziato e
quindi inutilizzabile. La questione resta aperta per l'anno successivo".
E
siamo al 7 maggio 2003, quando, alla vigilia delle elezioni amministrative
del 25 maggio, il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini
riceve ancora Giovanna Ortu a Palazzo Chigi ed assume il solenne
impegno di risolvere definitivamente il problema indennizzi con
la Finanziaria 2004. segue una lettera aperta di Giovanna Ortu
a Berlusconi "per richiamare il governo ai suoi doveri".
Il
17 dicembre, "nonostante le promesse di Fini, gli indennizzi vengono
ignorati anche dalla Finanziaria 2004. Ma il Parlamento reagisce:
la Camera dei Deputati approva con 430 voti su 443 deputati presenti
l'odg n.9/4489/61 che impegna il Governo a completare l'indennizzo
dei rimpatriati dalla Libia".
Un
anno dopo, il 23 settembre 2004, il Ministro per gli Italiani
nel Mondo, Mirko Tremaglia, interviene dalle pagine del Secolo
d'Italia: "In un momento di rinnovati rapporti con la Libia (la
fine dell'embargo europeo n.d.r), il Governo non deve dimenticare
i nostri connazionali che in passato hanno sofferto perdite morali
ed economiche a seguito della cacciata dal Paese. A loro dovrà
essere corrisposto un indennizzo definitivo dopo gli acconti percepiti
in base alle leggi precedenti. Ciò consentirà una
dignitosa riparazione della vicenda sul piano materiale". La questione
dei rimpatriati entra così nelle pagine della stampa nazionale,
dall'Unità al Corriere della Sera.
Il
14 ottobre il vice ministro all'Economia, Mario Baldassarri, riceve
una delegazione dell'AIRL e garantisce lo stanziamento a copertura
della legge d'indennizzo.
Il
30 ottobre si tiene il Congresso dell'Airl, al quale giunge il
messaggio del ministro Tremaglia: "Confido nella positiva evoluzione
anche del contenzioso ancora in corso". Al congresso intervento
Riccardo Pedrizzi che dichiara: "per motivi scaramantici non voglio
fare promesse, voglio solamente riferire che in Commissione Bilancio
è stato presentato un emendamento da parte di tutto il
gruppo AN con uno stanziamento abbastanza adeguato: la copertura
finanziaria è stata dichiarata compatibile con l'esigenze
di bilancio". Tutto è confermato dal vice presidente del
Consiglio Fini, che assicura: "quel che ha detto il Senatore Pedrizzi
certamente troverà seguito in Parlamento, e se toccherà
a me esprimere il parere del Governo, il Governo esprimerà
un parere favorevole".Per la stampa nazionale la questione dei
risarcimenti per i beni confiscati sembra essere ormai ad una
svolta. Su La Stampa del 17 novembre 2004 si legge: "Il viceministro
Baldassarri ha promesso l'approvazione di un emendamento alla
finanziaria che stanzia per quest'anno i primi 50 milioni di euro".
Il
giorno seguente Mario Puccinelli, componente della delegazione
Airl a Tripoli, dichiara allo stesso giornale: "non ho nulla da
pretendere dai libici, chi mi ha trattato peggio è stato
il governo italiano".
I
beni confiscati agli ex italiani di Libia: 37.000 ettari di terra,
1.750 abitazioni, 5.000 esercizi commerciali, 1.200 tra autoveicoli,
aerei, macchine agricole per un valore, nel 1970, di 200 miliardi
di lire.
La
Ortu si affida, dunque, al presidente Casini, "all'equilibrio
e alla saggezza che ha dimostrato in ogni circostanza, per avere
una parola chiara e definitiva in merito, anche la più
negativa: se non abbiamo diritto ad essere indennizzati dobbiamo
saperlo; se i pochi fondi necessari non possono essere resi disponibili
si trovino forme e modi per onorare il debito. Dopo trentacinque
anni vorremmo poter mettere la parola fine alla nostra incredibile
odissea!".
(torna su)
Italiani
nel mondo/ Limitazione visti Libia/ Ortu (Airl) a colloquio con
il Direttore del Mae Sessa: il clima è più disteso
ma vogliamo risposte politiche
AISE
12 aprile
2005
Raffaella
Aronica
Si dichiara "moderatamente
soddisfatta" Giovanna Ortu, che, in qualità di presidente
dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, è stata
ricevuta ieri sera, 11 aprile, dal Direttore generale del Mae
per i Paesi del Mediterraneo, Riccardo Sessa, per discutere della
limitazione ai visti recentemente stabilita dalle autorità
libiche.
Soddisfatta,
dicevamo, ma pronta a non "mollare la presa" e decisa ad ottenere
"una risposta politica" in tempi brevi, brevissimi. A colloquio
con l' Aise , Giovanna Ortu ha infatti tracciato un bilancio dell'incontro
avuto ieri alla Farnesina, anche alla luce della tanto attesa
risposta giunta venerdì sera dal Ministro degli Affari
Esteri, Gianfranco Fini, alle sue precedenti e numerose sollecitazioni.
Una lettera,
quella di Fini, che la presidente dell'Airl ha definito "molto
gentile e amichevole nei toni", ma che "in sostanza è sempre
una lettera diplomatica e non risponde ai problemi reali" legati
non soltanto alla questione "visti", ma anche ai rimborsi che
da lungo tempo gli italiani esuli dalla Libia attendono dal governo
italiano. Resta, comunque, la presa d'atto dal parte del ministro
Fini, ha ammesso la Ortu, dell'importanza che evidentemente a
questi problemi finalmente il governo attribuisce.
A dimostrazione
di ciò, sempre ieri, lunedì 11 aprile, il nostro
Ambasciatore a Tripoli si è recato dal primo ministro libico,
prima, e dal ministro degli interni, poi, per avere chiarimenti
sulla decisione presa all'insaputa del governo italiano. "Il ministro
dell'interno, che era stato in realtà già sollecitato
dal ministro degli esteri, si è mostrato moderatamente
possibilista", ci ha riferito Giovanna Ortu, che, informata dei
fatti da Sessa, ha registrato con soddisfazione la decisione del
governo italiano di insistere con la Libia nel "totale rifiuto"
e nella richiesta del "ritiro di questo provvedimento limitato
sub condicione", probabilmente adottato dal ministero degli interni,
ha aggiunto la Ortu, "senza che lo stesso ministro degli esteri
libico ne fosse informato".
Tra l'altro,
proprio verso il ministro degli esteri libico Giovanna Ortu ha
espresso parole di riconoscenza per aver sempre avuto nei suoi
riguardi "espressioni molto affettuose e gentili" ed averle assicurato
che sarebbe stata sempre la benvenuta in Libia. La presidente
dell'Airl ha ricordato, inoltre, "un omaggio molto bello e significativo"
resole due anni fa dal ministro, che in quell'occasione "aveva
rifiutato la mia proposta di divenire una sorta di capro espiatorio
nella questione visti, in quanto rappresentante dei diritti degli
italo-libici".
In realtà,
secondo Giovanna Ortu, "la Libia seguita a vedere in noi una possibile
merce di scambio con i numerosi altri problemi che ci sono sul
tappeto, perché, anche se non lo si ammette, in fondo tra
Italia e Libia restano delle tensioni". Quello che, dunque, "ci
aspettiamo dall'Italia è che il contenzioso sia messo una
volta per tutte sul tappeto per trovare una soluzione definitiva".
Un contenzioso
piuttosto ricco, per la Libia soprattutto, visto che da parte
italiana, ha spiegato la Ortu, l'unica vera richiesta è
stata sin dall'inizio quella relativa ai visti. "Sul tappeto,
nel rapporto tra Italia e Libia, ci sono diverse questioni: da
una parte c'è il contenzioso delle aziende che hanno lavorato
a Tripoli negli anni '80 e che ammonta a circa 650 milioni di
dollari di sola sorte capitale; dall'altra c'è quel "grande
gesto" preteso dai libici, che in realtà non veniva citato
nel rapporto del '98, ma che via via si è allargato dal
progetto di un ospedale sino a quello della faraonica autostrada
che dovrebbe collegare tutto il Paese. Vi sono poi altri aspetti
minori, contenuti nel comunicato congiunto del 1998, che è
stato più che altro una resa totale e quasi indefinita
dell'Italia alla Libia". L'unica richiesta avanzata come contropartita
dall'Italia, ha proseguito la Ortu, è stato "il rilascio
dei nostri visti, che era qualcosa di irrinunciabile" e che oggi
"ci viene nuovamente negato".
A fronte
di tutto ciò, il lungo colloquio avuto ieri con il Direttore
del Mae Sessa "è stato positivo" anche perché, ha
dichiarato all' Aise il presidente dell'Airl, "il ministro Fini
ha assicurato che il governo riuscirà a mettere in bilancio
le somme necessarie per il restauro del cimitero di Tripoli",
recentemente saccheggiato da ignoti.
Pur ringraziando
il titolare della Farnesina per l'attenzione rivoltale, Giovanna
Ortu, riferendosi alla questione degli indennizzi, ha però
aggiunto: "ora voglio delle risposte politiche e questa è
l'ultima opportunità di averle, a meno che non si vada
alle elezioni anticipate". A questo punto la presidente dell'Airl
ha lanciato un messaggio anche alla coalizione di centrosinistra
per sapere se, in caso di vittoria delle elezioni, "sarebbero
in grado di riconoscerci quello che ci è dovuto".
Abbiamo,
infine, chiesto alla presidente Ortu entro quali termini si aspetta
una risposta dal governo. "Ho dato loro un ultimatum", ha precisato
Giovanna Ortu. "Una settimana, anche in considerazione del consiglio
nazionale dell'associazione che si terrà venerdì".
Ultimatum
a parte, ha concluso Giovanna Ortu, "il clima è più
disteso. Abbiamo incassato qualche dichiarazione rassicurante
e se non altro un impegno dei nostri a proseguire, a portare a
termine questa operazione, a non tollerare alcuna discriminazione.
Quindi ci riteniamo moderatamente soddisfatti, ma certamente non
ci possiamo permettere il lusso di mollare la presa".
(torna su)
Il
Ministro Fini risponde alla Presidente dell'AIRL Ortu
AISE
12 aprile
2005
Raffella
Aronica
È
giunta finalmente venerdì sera la tanto attesa risposta
dal Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, alle numerose
sollecitazioni della presidente dell'Airl, Giovanna Ortu, sulla
questione delle limitazioni dei visti stabilite dalle autorità
di Tripoli, all'insaputa del ministro degli esteri libico e del
governo italiano.
Mentre infatti
la Ortu si preparava all'incontro con il Direttore generale del
Mae per il Paesi del Mediterraneo, Riccardo Sessa, incontro tenutosi
poi ieri, 11 aprile, alla Farnesina, venerdì sera le è
giunta, insieme alla lettera dello stesso Sessa, una missiva da
parte del Ministro Fini, "molto gentile e amichevole nei toni",
ha dichiarato all' Aise la Ortu, ma che "in sostanza non risponde
ai problemi reali" legati non soltanto alla questione "visti",
ma anche ai rimborsi che da lungo tempo gli italiani esuli dalla
Libia attendono dal governo italiano.
Ne riportiamo
di seguito il testo integrale.
"Gentile
Signora Ortu
ho letto
con grande attenzione la Tua recente lettera, e posso capire lo
stato d'animo che l'ha ispirata, D'altro canto. Tu conosci molto
bene la complessità del rapporto italo-libico, e sai quanto
esso sia caratterizzato da passi in avanti e da battute d'arresto,
come sempre imputabili a situazioni di diverso genere.
In questo
quadro, voglio dirTi che le questioni che Tu hai voluto segnalarmi
costituiscono altrettante priorità nell'azione del Governo
nei confronti della Libia e verso tutti quegli Italiani che a
quel Paese si sentono legati da vincoli di affetto.
Ciò
detto, e per quanto riguarda più in particolare la vicenda
dei visti, desidero farTi stato del mio più profondo disappunto
per la notizia della recente adozione da parte libica di un provvedimento
che limiterebbe la possibilità di fare ritorno in Libia
agli esuli italiani ultra sessantacinquenni.
Come hai
saputo, su mia richiesta il Direttore Generale Sessa ha incontrato
ieri l'Incaricato d'Affari libico per esprimergli a mio nome la
più ferma protesta nei confronti di una misura discriminatoria
ed inaccettabile e che si pone inoltre in netto contrasto con
quanto convenuto con le Autorità libiche, in particolare
durante l'incontro del Presidente del Consiglio Berlusconi con
il Leader libico il 7 ottobre scorso, ed ha chiesto il ritiro
del provvedimento.
Ricordo ancora
la gioia con la quale, durante il convegno della Tua Associazione
lo scorso ottobre, al termine di quella che sembrava allora veramente
la fine della "traversata del deserto", alcuni Italiani di Libia
hanno ricevuto dalle mani dell'Inviato speciale del Leader libico,
l'Ambasciatore Al Obeidi, i passaporti con i visti d'ingresso
per far ritorno al Paese in cui sono nati.
L'adozione
di tale iniqua misura mi pare tanto più sorprendente alla
luce dei rapporti che l'Italia e la Libia hanno saputo costruire
negli anni, ed in particolare negli ultimi tempi, e che ci hanno
visto a fianco di Tripoli lungo il suo lungo cammino di riavvicinamento
all'Occidente.
Tali considerazioni
sono state rappresentate in maniera ferma ed inequivocabile alle
Autorità libiche prima che avessimo conferma del provvedimento
e lo abbiamo ripetuto oggi all'Incaricato d'Affari libico. Nei
prossimi giorni il nostro Ambasciatore a Tripoli effettuerà
un nuovo passo e ribadirà gli stessi concetti, assieme
al nostro più fermo intendimento di far rispettare gli
impegni presi, i quali, se disattesi, andrebbero a ledere i diritti
fondamentali di quei cittadini italiani più legati alla
Libia e che tanto possono fare - come riconosciuto dallo stesso
Gheddafì - per cementare ulteriormente i rapporti tra i
due Paesi.
Vorrei comunque
assicurarTi che in ogni momento il Ministero degli Esteri e l'Ambasciata
a Tripoli hanno attribuito la massima priorità alla questione,
che si è tradotta, su mie indicazioni, in continue sollecitazioni
affinchè all'annuncio del Leader libico del 7 ottobre seguisse
l'adozione di un provvedimento concreto, senza ambiguità
e, soprattutto, senza alcuna limitazione.
Desidero infine confermarTi
che tale impegno, mio personale e di tutto il Ministero degli
Affali Esteri, proseguirà immutato affinchè siano
garantiti il diritto sacrosanto dei nostri concittadini nati in
Libia a poter tornare presto nei luoghi natii. Mi farà
piacere poterTi incontrare per riprendere questo ed altri argomenti
che stanno a cuore alla Tua Associazione, sui quali voglio comunque
garantirTi che la Farnesina non ha mai mancato di impegnarsi".
(torna su)
Tra
Italia e Libia buoni affari e vecchie ruggini.
Il
Sole 24 ore
9
aprile 2005
Gerardo
Pelosi
Tripoli.
Quello libico sarà il mercato del futuro nella Sponda Sud
del Mediterraneo. Per questo il nostro Governo si impegna a sostenere
il negoziato in corso per l'ingresso della Libia nella Wto (Organizzazione
mondiale del commercio) e nel cosiddetto processo euromediterraneo
di Barcellona. Ma Tripoli deve eliminare al più presto
le discriminazioni che colpiscono l'Italia, a cominciare dalle
restrizioni sui visti per gli italiani nati in Libia, e risolvere
il “nodo” dei crediti per 627 milioni di dollari vantati dalle
imprese italiane.
Il
viceministro delle Attività produttive Adolfo Urso ha incontrato
ieri le autorità libiche a margine della visita alla fiera
internazionale di Tripoli che ha visto in questi giorni la presenza
di
250 operatori italiani. Con il ministro degli Esteri, Abdurrahman
Shalgam, e con quello dell'Economia, Abdelgader Elkheir, Urso
ha passato in rassegna lo stato dei rapporti economici. Grandi
imprese italiane stanno partecipando a gare per la rete fissa
di telefonia (Pirelli e Marconi), la Edison sta trattando progetti
per la produzione di energia, la Fincantieri sta negoziando la
costruzione di motovedette per la guardia costiera. Tra i
progetti già realizzati, l'Inso ha costruito un ospedale
a Bengasi (300 milioni di euro). Aziende italiane sono interessate
anche ai settori della pesca, dell'agroindustria e del turismo.
La società Sistemi e la Great Man Made River Authority
(ente libico che controlla l'acquedotto del deserto lungo 4.200
chilometri) hanno siglato un accordo di partenariato che prevede
la concessione di 2.500 ettari irrigati per realizzare una filiera
agroalimentare.
«Dopo
la revoca dell'embargo — ha ricordato Urso — la Libia si sta aprendo
alla concorrenza internazionale. L'Italia ha tutto l'interesse
a mantenere la posiziòne di primo partner commerciale del
Paese aumentando però la quota di investimenti diretti».
Restano tuttavia numerosi gli elementi che impediscono una piena
operatività: si va dalla legge sui rappresentanti libici
delle aziende straniere ai ritardi nelle privatizzazioni, ai vecchi
contenziosi bilaterali. Fra questi ultimi c'è, in particolare,
la questione dei visti. Non soltanto quelli per i viaggi d'affari
(quelli turistici sono stati liberalizzati), ma soprattutto
quelli per gli italiani nati in Libia. Dopo l'accordo dell'ottobre
scorso tra il premier Silvio Berlusconi e il leader Muahmmar Gheddafi
il problema sembrava risolto. Recentemente, però,
sono stati reintrodotti alcuni vincoli come quello che prevede
la concessione dei visti solo agli italiani nati in Libia che
abbiano compiuto i 65 anni. «Per me il problema può
dirsi risolto — ha assicurato il ministro degli Esteri libico
Shàlgam a Urso —. L'accordo Berluscom-Gheddafi è
pienamente valido e con il ministro degli Interni per risolvere
definitivamente la questione>>.
In
realtà il ministro dell'Economia Elkheir, nel suo colloquio
con Urso, avrebbe condizionato la soluzione dei visti al cosiddetto
“gesto simbolico” offerto dall'Italia alla Jamairija per chiudere
la questione dei danni di guerra. “Gesto” valutato, a fine 2001,
in 60 miliardi di euro. Tra i nodi anche l'Ali, l'Associazione
Libia-Italia creata nel 1998 e che prevedeva il versamento
di una quota fino all'1% del valore dei contratti vinti dalle
aziende italiane in un fondo sociale per progetti a favore delle
vittime della colonizzazione italiana. Trattative ancora in corso
anche per i crediti vantati da 115 aziende italiane, per 627 milioni
di dollari.
(torna su)
Esuli,
dietrofront della Libia Rientrano solo gli over 65
Corriere
della Sera
9 aprile
2005
M.Gen.
Solo gli esuli italiani
con più 65 anni potranno far rientro in Libia. A stabilirlo
è un provvedimento, affisso su una bacheca del consolato
di Tripoli, che indigna i 20.000 italiani espulsi dal Paese nel
1970 ). La disposizione contrasta con gli accordi presi il 7 ottobre
scorso, quando il colonnello Gheddafi e il presidente del consiglio
Silvio Berlusconi comunicarono al mondo il ritorno in patria di
tutti gli esuli. Per questo, fa sapere la presidente dell'Associazione
italiana rimpatriati Giovanna Ortu, «neanche chi potrebbe
farlo usufruirà della presunta agevolazione».
L'inaspettato dietrofront
di Tripoli imbarazza la Farnesina, che ha convocato l'incaricato
d'affari libico per chiedere il ritiro del provvedimento. E insospettisce
l'associazione degli esuli, che vede nella mossa una sorta di
ricatto. «La concessione dei visti—continua la Ortu— viene
subordinata alla costruzione di un'autostrada in Libia da parte
dell'Italia, per un impegno economico che si aggira intorno ai
6 miliardi di euro». Il ministro degli esteri libico Shalgam,
invece, assicura che l'accordo tra Berlusconi e Gheddafi è
ancora «pienamente valido» e che i visti saranno concessi
anche agli italiani sotto i 65 anni. La questione dovrebbe essere
risolta in un incontro, forse già lunedì, con l'ambasciatore
italiano a Tripoli.
(torna su)
Italiani
nel mondo/la Libia limita i visti agli esuli italiani/ Fini convoca
l'incaricato d'affari libico e chiede il ritiro del provvedimento/
"l'accorata indignazione" di Ortu (AIRL)
AISE
8 aprile
2005
Raffaella
Aronica
A pochi mesi dalla decisione della Libia di aprire le porte agli
esuli italiani, annunciata dai premier Berlusconi e Gheddafi lo
scorso 7 ottobre, il governo di Tripoli compie un clamoroso passo
indietro. Il 1° aprile presso il Consolato libico di Roma
è stato infatti affisso in bacheca un annuncio che subordina
la concessione dei visti per quanti sono nati a Tripoli alla condizione
che abbiano superato i 65 anni di età.
Immediata la reazione della Farnesina, che ieri, 8 aprile, su
istruzione del Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini,
ha convocato l'Incaricato d'Affari libico per avere chiarimenti
sulla questione e per chiedere il ritiro del provvedimento.
All'Incaricato d'Affari libico sono stati espressi "stupore e
profondo disagio per l'adozione da parte di Tripoli di un provvedimento
che limita agli ultra sessantacinquenni la possibilità
per i rimpatriati italiani di fare ritorno in Libia" e che dunque
è stato definito dal governo italiano "discriminatorio,
inaccettabile e in contrasto con l'annuncio dato dal Colonnello
Gheddafi al Presidente del Consiglio il 7 ottobre scorso, secondo
il quale gli italiani espulsi nel 1970 avrebbero potuto tornare
in Libia".
Un passo di analogo tenore, annunciano dalla Farnesina, verrà
effettuato nei prossimi giorni dall'Ambasciatore d'Italia a Tripoli,
anche a seguito degli interventi svolti sull'argomento dal Vice
Ministro per le Attività Produttive Adolfo Urso in occasione
della sua recente missione in Libia.
Nel frattempo, però, la notizia si è diffusa tra
i circa 20 mila italiani espulsi nel 1970 dalla Libia, oggi inevitabilmente
delusi ed increduli per questa decisione presa dalle autorità
libiche nella totale indifferenza della nostra Ambasciata a Tripoli
e della Farnesina.
Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione dei Rimpatriati italiani
dal Paese nord-africano (Airl), che ha guidato la prima missione
in Libia, dal 17 al 22 novembre scorso, non ha nascosto la sua
"accorata indignazione" ed ha auspicato che, "dopo l'affettuosa
attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito la
vicenda del ritorno che doveva porre fine ad una ingiustificata
discriminazione", ora "la denuncia di questo grande inganno possa
avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione".
In una lettera di protesta indirizzata al Ministro Fini, Giovanna
Ortu ha poi dichiarato: "questo governo si è comportato
con noi come nessuno mai aveva osato fare. Per quattro anni ci
ha illuso promettendoci uno stanziamento nella finanziaria per
gli indennizzi, ci ha beffato con la farsa dei visti senza considerazione
alcuna per la nostra dignità e i nostri sentimenti; persino
per il restauro del cimitero di Tripoli non sono stati resi disponibili,
nemmeno in parte, i fondi necessari (4 milioni di euro)".
(torna su)
Italiani nel mondo/ limitazione visti per
Italiani in Libia/a colloquio con Giovanna Ortu (AIRL): chiediamo
gli stessi diritti di qualunque altro cittadino ed un governo
più attento ai nostri problemi.
AISE
8 aprile
2005
Raffaella
Aronica
Gli esuli italiani dalla
Libia chiedono che il visto possa essere rilasciato a tutti, indipendentemente
dalle intenzioni, perché ciò che conta è
che abbiano gli stessi diritti di qualunque altro cittadino italiano.
Lo ha dichiarato all'Aise Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione
dei Rimpatriati Italiani dalla Libia, alla quale abbiamo chiesto
un commento sull'improvviso ed inaspettato dietro front del governo
libico, che ha revocato nei giorni scorsi il visto agli italiani
nati nel Paese nord-africano che non abbiano compiuto i 65 anni.
La notizia è stata diffusa proprio dall'Airl, poiché
il governo italiano e la Farnesina non sono stati messi al corrente
della decisione dalle autorità di Tripoli. Una circostanza
questa che Giovanna Ortu definisce quanto meno "singolare", ma
che, aggiunge, "sta a significare con quanta poca efficacia il
governo segua questa difficile vicenda".
D. Presidente Ortu, ripercorriamola insieme.
R. Due anni fa andai a Tripoli, invitata dal governo libico per
alcune mie iniziative personali. Poi, ogni volta che si è
recato in Libia, il presidente Berlusconi ha riproposto il problema,
se pur separandolo dalle intese di lavoro e di affari, finché,
anche grazie alla nostra pressione, nell'ottobre scorso Berlusconi
diede la spallata decisiva alla questione, dichiarandolo di fronte
al mondo. La notizia fu al centro di tutti i telegiornali ed ebbe
per lungo tempo molto spazio sui giornali italiani. Tanto è
vero che allora dissi a caldo: "questa volta è certamente
fatta".
Contemporaneamente, grazie all'Ambasciatore d'Italia a Tripoli
Pacifico, che stava per lasciare la sede, ma che ha seguito la
vicenda sino all'ultimo momento, Gheddafi mandò un suo
emissario al nostro Congresso, che, programmato da tempo per il
30 ottobre, a pochi giorni dalla decisione dei governi libico
e italiano, registrò questo enorme successo. Allora il
messaggio di Gheddafi fu molto positivo, poiché andò
incontro al nostro desiderio di chiudere con il passato. In fin
dei conti il torto maggiore lo abbiamo subito indubbiamente noi:
allora i nostri governi, per perseguire una real politik che,
a mio avviso, non è stata nemmeno pagante, non ci difesero,
ma ormai il tempo è passato e potremo avere i nostri indennizzi
solo dal governo italiano, che ha di fatto rinunciato a rivendicare
quanto dovuto dal governo libico.
Una nostra delegazione ufficiale si è anche recata a Tripoli
ed è stata molto ben accolta dalle autorità libiche.
Forse, allora, il nostro governo avrebbe potuto mandare con noi
un rappresentante istituzionale ufficiale. A pochi giorni dal
termine del suo mandato, venne l'Ambasciatore, ma fummo contenti
perché ciò che ci interessava era il risultato.
Noi chiediamo solo che il visto possa essere rilasciato a tutti,
al di là delle intenzioni di recarsi o meno in Libia, perché
non vogliamo sentirci italiani diversi dagli altri.
D. Come si spiega, quindi, questa decisione improvvisa?
R. Non lo so. Io tornai da Tripoli con in tasca l'invito ufficiale
del governo libico per il Congresso del Popolo, che si sarebbe
tenuto il mese successivo, e naturalmente con la certezza che
i visti sarebbero stati rilasciati. Poi, per una incredibile serie
di circostanze, il congresso è stato rimandato ed inoltre
si è reso evidente che i visti non c'erano. A quel punto
ho seguitato ad insistere con l'Ambasciata d'Italia a Tripoli,
sino a che, mercoledì scorso, un giornalista, che sarebbe
dovuto andare a Tripoli con Urso, mi ha detto di aver letto questa
disposizione presso l'Ambasciata e mi ha chiesto cosa significasse.
In realtà avevo già sentito parlare di questa eventualità
il 1° marzo scorso ed avevo avvisato l'Ambasciata italiana
a Tripoli del rischio che I visti fossero sottoposti a delle limitazioni.
Quando ho scritto sia all'Ambasciatore sia al Ministro Fini, ho
compreso che non ne sapevano nulla e che questa disposizione era
diventata esecutiva senza che le nostre autorità ne fossero
informate. Iera sera ne ho avuto la conferma, quando mi è
giunta una lettera del Direttore generale del Mae per i Paesi
del Mediterraneo - con il quale peraltro avrò un incontro
lunedì sera - in cui si conferma che questa disposizione
è stata presa nella loro totale ignoranza.
D. E ieri l'Incaricato d'Affari libico è stato
convocato alla Farnesina…
R. Sì, l'Incaricato è stato ricevuto ieri. E sempre
ieri sera ho saputo da Tripoli, da fonte Shalgam, che il vice
ministro Urso ha ricevuto un ennesimo diniego da parte del ministro
dell'economia, il quale sembrava aver subordinato il rilascio
dei visti alla costruzione della famosa autostrada da un confine
all'altro del Paese, per un impegno economico che si aggira sui
sei miliardi di euro. Sembra, invece, che Shalgam abbia dichiarato
di non sapere niente della questione ed abbia anzi negato la possibilità
di limitazioni per i visti.
D. Cosa farete ora?
R. Dovremo riunirci per capire chi di noi sia interessato ad ottenere
il visto, ma di certo che non ci sia questa limitazione adesso
non ci credo più. Stranamente, però, un mese fa
un emissario del Ministero degli Esteri libico è venuto
a chiedermi di preparare un programma di collaborazione con le
autorità e gli organismi libici, che contano molto su noi
italolibici.
Insomma, siamo di fronte ad uno strano dualismo. E, a mio parere,
sino a quando il nostro Ministero degli Esteri non ci considererà
una delle parti in causa e non gestirà con noi la situazione,
da Tripoli faranno divide et impera. Anche se ho avuto la netta
sensazione che la nostra presenza ed interferenza abbia dato fastidio
proprio alle autorità italiane.
D. Presenterà queste istanze al Direttore generale
del Mae, quando lo incontrerà lunedì alla Farnesina?
R. Sì, ma le dico di più: nonostante sia molto contenta
che mi riceva il Direttore generale per il Mediterraneo, voglio
una risposta politica. È dal febbraio del 2004 che aspetto
di incontrare Berlusconi, mentre non ho mai avuto risposta da
Fini dal quale attendo risposte a questioni delicate che gli ho
avanzato e per le quali non sono riuscita a parlare neanche con
l'ultimo dei suoi segretari. Non rispondendo alle nostre lettere,
hanno dimostrato un'arroganza inspiegabile, che, a mio avviso,
spiega forse le difficoltà in cui si trova ora questo governo,
incapace di dare risposte, anche burocratiche, alle istanze della
gente.
D. Vi siete rivolti anche al Ministro Tremaglia?
R. Sì e devo dire che il ministro Tremaglia mi
è stato molto vicino. Sono stata da lui circa venti giorni
fa e avrebbe portato delle mie domande riservate al Ministro Fini,
ma credo che poi l'incontro tra i due non ci sia stato. E se nemmeno
Tremaglia ha accesso a Fini… Ho cercato anche di parlare con Mantica,
ma tre giorni prima delle elezioni non ha avuto neanche il tempo
per intervenire con me, dieci minuti per telefono, ad una trasmissione
di Rai International.
(torna su)
Italia-Libia:
Farnesina su visti a esuli Italiani
ANSA,
AGI, ADNKRONOS, APBISCOM, ASCA
8 aprile
2005
L'Incaricato
d'Affari libico e' stato ieri convocato alla Farnesina, dove gli
sono stati espressi stupore e profondo disagio per l'adozione
da parte di Tripoli di un provvedimento che limita agli ultra
sessantacinquenni la possibilita' per i rimpatriati italiani di
fare ritorno in Libia. Ne da' notizia un comunicato del Ministero
degli Esteri. All'Incaricato d'Affari libico, convocato su istruzioni
del ministro degli Esteri Gianfranco Fini, e' stato chiesto -
si legge nel comunicato - il ritiro del provvedimento, definito
discriminatorio, inaccettabile e in contrasto con l'annuncio dato
dal Colonnello Gheddafi al Presidente del Consiglio il 7 ottobre
scorso, secondo il quale gli italiani espulsi nel 1970 avrebbero
potuto tornare in Libia.
Un passo di analogo
tenore verra' effettuato nei prossimi giorni dall'Ambasciatore
d'Italia a Tripoli anche a seguito degli interventi svolti sull'argomento
dal vice ministro per le Attivita' Produttive Adolfo Urso in occasione
della sua recente missione in Libia.
(torna su)
A
strong protest from the Italian Repatriates Association from Libya
AGI
6
aprile 2005
A strong protest from
the Italian Repatriates Association from Libya (AIRL) towards
the Italian government which i n Tripoli did not honour its commitment
to " grant tourist visas " to those who were sent away after the
accession of Mu'ammar al-Qadhafi . In a letter to Foreign Affairs
Minister Gianfranco Fini, AIRL president Giovanna Ortu asks if
it was an " April fool's joke ". It was on April 1 that the Libyan
consulate in Rome placed "on a billboard an announcement that
subordinates the granting visas to those who were born in Libya
on the condition that they are over 65 years of age", in
opposition to what was announced last October 7. On the eve of
the visit to Tripoli of Foreign Commerce Vice Minister Adolfo
Urso , AIRL lamented that the government disappointed the repatri
ates denying funds promised for compensation claims and the restoration
of the Tripoli cemetery , and now with the " visa farce".
(torna su)
Rimpatriati
denunciano, pesce d'aprile sui visti
AGI
5 aprile
2005
Dura protesta dell'Associazione italiani
rimpatriati dalla Libia contro il governo italiano dopo che Tripoli
si e' rimangiata l'impegno "a concedere i visti turistici"
a quanti furono cacciati dopo l'avvento di Muammar Gheddafi. In
una lettera al ministro degli Esteri, Gianfranco Fini,
la presidente dell'Airl, Giovanna Ortu, si chiede se non si tratti
di un "pesce d'aprile". Proprio dal primo aprile, infatti,
il consolato libico a Roma ha affisso "in bacheca un annuncio
che subordina la concessione di visti a quanti sono nati in Libia
alla condizione che abbiano superato i 65 anni di eta'",
contrariamente a quanto annunciato il 7 ottobre scorso. "E'
difficile - sottolinea la Ortu - immaginare altrimenti il motivo
di una inversione di rotta contraria alla logica, al diritto,
agli impegni solennemente presi, specie dopo il caloroso messaggio
di Gheddafi al congresso dell'Airl e le proposte di collaborazione
rivolte dalle autorita' libiche alla delegazione dell'associazione
che si e' recata a Tripoli lo scorso novembre".
Alla
vigilia della visita a Tripoli del viceministro per il Commercio
estero, Adolfo Urso, l'Airl lamenta che l'attuale governo ha deluso
i rimpatriati negando i fondi promessi per gli indennizzi e per
il restauro del cimitero di Tripoli e ora con la "farsa dei
visti". "Non mi consola pensare - conclude polemicamente
la Ortu - che le elezioni politiche sono vicine e che potremo
li' concretizzare la nostra protesta".
(torna su)
L'Italia
fa pressing sulla Libia
Il
sole 24 ore
5
aprile 2005
Gerardo
Pelosi
È
affidato ai rappresentanti di 250 aziende italiane che parteciperanno
domani e giovedì alla fiera internazionale di Tripoli con
una missione guidata dal viceministro delle Attività produttive,
Adolfo Urso, il compito di rafforzare le relazioni economiche
con la Jamahiria e normalizzare rapporti politici molto
altalenanti.
«In
Libia sta per partire un grande piano per lo sviluppo e le privatizzazioni
— ha spiegato il viceministro Urso — e questo è il momento
giusto per investire e rafforzare la nostra presenza». In
realtà quella italiana è una rincorsa per recuperare
una posizione di leadership minacciata da altre aziende europee
e americane dopo la fine dell'embargo e il pagamento degli indennizzi
per le vittime di Lockerbie. Il viceministro Urso e presidente
della Simest, Ruggiero Manciati, illustreranno agli interlocutori
libici a cominciare dal primo ministro, Shuri Ghanem, progetti
nei settori delle telecomunicazioni, dell'elettricità e
dei trasporti. Sull'operazione di Urso incombe, però, l'ombra
di pesanti contenziosi non ancora risolti e che si trascinano
da decenni. Innanzi tutto c'è il problema dei visti negati
agli italiani già residenti in Libia. Il 17 novembre del
2004 per interessamento dello stesso Silvio Berlusconi il leader
libico, Muahammar Gheddafi, aveva assunto l'impegno di concedere
i visti agli italiani di Libia perché potessero visitare
i luoghi della loro infanzia e rendere omaggio alle tombe dei
loro cari. Alcuni visti furono concessi, ma con decisioni amministrative
sono stati posti nuovi vincoli e una decisione finale non è
mai stata presa dai comitati popolari di base e tantomeno dal
Congresso generale del popolo che ha funzioni legislative e che,
nel '70, stabilì con legge l'espulsione di tutti gli italiani
dal suolo libico.
Ieri
la presidente dell'Airl, l'associazione che riunisce gli italiani
residenti in Libia, Giovanna Ortu, ha inviato una lettera al viceministro
Urso per lamentare le discriminazione nei confronti dei cittadini
italiani nati in Libia. «Se lei ritiene che questo sia il
momento giusto per investire e rafforzare la nostra presenza in
Libia — scrive la Ortu — sono certa che saprà tenere presenti
i nostri diritti in termini di visti e di indennizzi». Sempre
ieri la Ortu ha inviato un telegramma al premier Berlusconi per
protestare contro la decisione libica di subordinare il rilascio
dei visti ai cittadini italiani nati nel Paese alla condizione
che abbiano superato i 65 anni di età.
Restano,
inoltre, ancora da definire tempi e modalità del cosiddetto
"gesto simbolico" che il Governo italiano dovrebbe offrire
ai libici a chiusura del contenzioso per i danni di guerra. Gesto
concordato alla fine del 2001 dall'ex ministro degli Esteri Renato
Ruggiero con Gheddafi per una cifra pari a 60 miliardi di lire,
ma lievitato nel corso delle numerose visite di Berlusconi in
Libia fino ai 6 miliardi di euro (12mila miliardi delle vecchie
lire). A tanto infatti ammonterebbe il costo della costruzione
(richiesta dai libici) dell'autostrada litoranea da Tripoli al
confine con la Tunisia.
Durante
la visita di Urso non è previsto un negoziato ad hoc per
la soluzione del contenzioso relativo ai crediti vantati da oltre
110 aziende italiane per circa 600 milioni di euro. Se ne occuperà
una delegazione del ministero dell'Economia. Prosegue invece,
e sta dando alcuni buoni frutti, la cooperazione tra
le forze di polizia italiane e libiche per contrastare l'immigrazione
clandestina. Sono in corso di definizione le procedure per trasferire
alla Libia gli strumenti per controllare migliaia di chilometri
di coste e di deserto (motovedette, elicotteri, visori, ecc..),
ma per rendere più efficace la lotta ai traffici di persone
occorrerebbe estendere la cooperazione ad altri Paesi Ue meta
finale dei clandestini.
(torna su)
Pesce
d'aprile per i rimpatriati?
Un
commento di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl
News
Italia Press
5
aprile 2005
Tripoli
- " Adolfo Urso, in visita a Tripoli domani e dopodomani
con centinaia di imprese italiane, cercherà negli 'affari'
con la Jamahiria una consolazione alla bruciante sconfitta elettorale
del suo partito e della coalizione di centro-destra ". Così
commenta Giovanna Ortu, presidente dell'AIRL (Associazione Italiani
Rimpatriati dalla Libia), augurando ironicamente 'buon viaggio'
al Vice Ministro delle Attività Produttive. " La nostra
politica con la Libia seguita ad essere ambigua e, per rincorrere
le opportunità del momento, mette a repentaglio la credibilità
e la dignità del nostro Paese ". E' di ieri la notizia
che le autorità libiche, " nella totale indifferenza
dell'Ambasciata d'Italia a Tripoli, della Farnesina e del
sottosegretario Mantica ", si sarebbero rimangiati la decisione
in merito al rilascio dei visti turistici per coloro che sono
nati in Libia , " decisione platealmente annunciata da Berlusconi
e Gheddafi lo scorso 7 ottobre in occasione della 'giornata dell'amicizia'
che doveva prendere il posto della giornata della vendetta "
. Dal 1 aprile, informa la Ortu,al Consolato libico di Roma
è affisso in bacheca un annuncio che subordina la concessione
dei visti per quanti sono nati a Tripoli alla condizione che abbiano
superato i 65 anni di età . " Si tratta di un pesce
d'aprile? - si chiede la Ortu - E' difficile spiegare altrimenti
il motivo di un'inversione di rotta contraria alla logica, al
diritto, agli impegni solennemente presi, specie dopo il caloroso
messaggio di Gheddafi al congresso dell'AIRL e le proposte di
collaborazione rivolte dalle autorità libiche alla delegazione
dell'Associazione che si è recata a Tripoli lo scorso novembre
".
Questo
governo, denuncia la presidente dell'AIRL in una lettera di protesta
indirizzata a Gianfranco Fini, si sarebbe comportato " con
noi come nessuno mai aveva osato fare. Per quattro anni, ci ha
illuso promettendoci uno stanziamento nella finanziaria per gli
indennizzi, ci ha beffato con la farsa dei visti senza considerazione
alcuna per la nostra dignità e i nostri sentiment i".
Anche
per il restauro del cimitero di Tripoli non sarebbero stati resi
disponibili, nemmeno in parte, i fondi necessari (quattro milioni
di Euro). " Non mi consola pensare che le elezioni politiche
sono vicine e che potremo lì concretizzare la nostra protesta
".
(torna su)
Italiani
nati in Libia. Tripoli non da i visti
Corriere
della sera
22
marzo 2005
A
distanza di oltre 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti
turistici per gli Italiani nati in Libia, l'Associazione dei Rimpatriati
italiani dal Paese nord-africano (Airl) ha dovuto prendere atto
che
"alle parole non sono seguiti i fatti". L'impegno per
il rientro in Libia dei circa 20 mila italiani espulsi nel 1970
era stato preso dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico
Gheddafi, lo scorso 7 ottobre. Giovanna Ortu, presidente dell'Airl,
che ha guidato la prima missione in Libia, dal 17 al 22 novembre
scorso, non ha nascosto la sua "accorata indignazione".
(torna su)
Continuano
le traversie per gli italiani di Libia
Avvenire
22
marzo 2005
G.Gra.
Una
"beffa". Così la presidente dell'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, definisce, con
grande amarezza e un po' di rabbia, la vicenda degli italiani
di Libia, per i quali "non è cambiato nulla".
E spiega: "Sono passati 5 mesi dall'annuncio del rilascio
dei visti turistici per gli Italiani nati in Libia, diramato da
Berlusconi e Gheddafi, e dobbiamo prendere atto che alle parole
non sono seguiti i fatti". Al consolato libico continuano
infatti a negare l'ingresso degli italiani nati in Libia con la
giustificazione che "non hanno avuto alcuna disposizione
in materia". E tutto questo, denuncia Ortu, nel "silenzio
imbarazzato" del governo italiano e della Farnesina, che
"dopo aver sbandierato ai quattro venti il presunto successo
della diplomazia italiana, ora non sentono nemmeno il dovere di
informarci su come stanno andando le cose". Ortu ricorda
"la calda accoglienza" libica alla delegazione dell'Airl
che si recò in visita a Tripoli nello scorso novembre,
"il compiacimento del governo italiano" e la grancassa
che ne seguì sui media: "Finora è stata una
solenne presa in giro"
(torna su)
Italiani
di Libia tenuti alla porta
News
Italia Press
21
marzo 2005
Tripoli
- A distanza di oltre cinque mesi dall'annuncio del rilascio
dei visti turistici per gli italiani nati in Libia , diramato
dal presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e dal
leader libico Muammar Gheddafi in occasione dell'abolizione della
Festa della Vendetta lo scorso 7 ottobre, l'Associazione Italiani
Rimpatriati dalla Libia (AIRL) ha preso atto che alle
parole non sono seguiti i fatti.
Con un articolo
che apparirà sul prossimo numero di Italiani d'Africa ,
mensile dell'associazione, Giovanna Ortu - che ha guidato la prima
missione ufficiale dell'AIRL in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre
scorso - registra tutta la sua accorata indignazione , rispondendo
così alla delusione e all'incredulità di migliaia
di associati. Dopo l'affettuosa attenzione con cui i media di
tutto il mondo hanno seguito la vicenda del ritorno che doveva
porre fine a un'ingiustificata discriminazione, la Presidente
dell'AIRL confida che la denuncia di questo grande inganno potrà
avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione.
" Per uno
di quegli incredibili colpi del destino ai quali, nel bene e nel
male, abbiamo imparato ad abituarci, potrà accadere che
quando questo giornale arriverà nelle vostre case - scrive
la Ortu - la situazione sia diversa da quella del momento
in cui scrivo ". Ma al momento della firma del suo articolo, il
quadro appare decisamente negativo. " Tanti di voi sanno
già che la decisione su quei famosi visti, sbandierata
al mondo intero, non è ancora operativa e non si riescono
a conoscere nemmeno i retroscena di quella che è senza
dubbio un'autentica beffa ".
Ma una cosa
è certa: " Come in tutti questi 34 anni, noi siamo una
volta di più il capro espiatorio di un rapporto bilaterale
che, ad onta di protocolli d'intesa, commissioni bilaterali, comunicati
congiunti, non riesce a decollare sulla base della lealtà
e della parità ". Dopo tante settimane di attesa,
risulta evidente a parere della Ortu che gli uffici
della Farnesina, contrariamente ad una consuetudine mai interrotta
neanche nei periodi più bui, preferiscano non riferire
i risultati delle loro missioni in Libia . " Il nuovo Ambasciatore
a Tripoli mi rincuora telefonicamente, ma è evidente il
suo imbarazzo; altri ricorrono a battute di spirito per evitare
di dichiarare il clamoroso insuccesso ".
Quel che
è peggio è che tutti, italiani e libici, debbano
ammettere che i conti non tornano o forse non tornano ancora.
" E così, mentre si parla di project-financing relativo
all'autostrada da donare alla Libia per porre fine all'ossessiva
condanna del colonialismo, gli sbarchi dei clandestini provenienti
dalla Libia sono ripresi a pieno ritmo, il gasdotto dell'amicizia,
quasi simbolicamente, ha problemi tecnici di funzionamento, l'ENI
perde commesse a favore degli americani e noi... siamo tenuti
alla porta ".
Noi, "
affettuosamente definiti 'italo-libici' dalle autorità
della Jamahiria, saremmo nuovamente tentati di sbilanciare la
percentuale della 'doppia nazionalità' a favore del Paese
nord-africano , come già avvenne il 20 novembre a Tripoli
" quando, per indurre la Farnesina a firmare l'assunzione di responsabilità
relativa al restauro del Cimitero, " fummo costretti a dire che,
diversamente, avremmo assunto l'obbligazione a titolo personale,
mettendo a garanzia le nostre abitazioni ". Ma anche su questo
fronte, si registra una pericolosa distanza tra parole e fatti.
" Ed è questo che ferisce ed umilia proprio chi, avendo
pagato in prima persona, insieme a ventimila cittadini italiani,
le eventuali colpe della storia, ha messo in gioco la dignità
e il rispetto dovuti ad un'intera categoria ".
(torna su)
Italia-Libia:
Associazione Rimpatriati, visti persi in deserto
All'annuncio del 7 ottobre scorso non sono seguiti i fatti
ANSA
21
marzo 2005
A distanza di oltre
5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli
italiani nati in Libia ed espulsi nel 1970, fatto dal premier
Silvio Berlusconi e dal leader libico Muhammar Gheddafi in occasione
dell'abolizione della ''festa della vendetta'' lo scorso 7 ottobre,
l'Associazione dei rimpatriati prende atto che ''alle parole non
sono seguiti i fatti''.
Con un articolo (''Visti smarriti nel deserto'') che apparira'
sul prossimo numero di Italiani d'Africa, mensile dell'Associazione,
Giovanna Ortu che ha guidato la prima missione ufficiale dell'Airl
in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso, registra tutta
la sua accorata indignazione, rispondendo cosi' alla delusione
e all'incredulita' di migliaia di associati.
''Tanti di voi sanno gia' - si legge nell'articolo della Ortu
- che la decisione su quei famosi visti, sbandierata al mondo
intero, non e' ancora operativa e non si riescono a conoscere
nemmeno i retroscena di quella che e' senza dubbio un'autentica
beffa. Ma una cosa e' certa - prosegue - come in tutti questi
34 anni, noi siamo una volta di piu' il capro espiatorio di un
rapporti bilaterale che, ad onta di protocolli d'intesa, commissioni
bilaterali, comunicati congiunti, non riesce a decollare sulla
base della lealta' e della parita''.
(torna su)
Italia-Libia:
rimpatriati, i visti smarriti nel deserto
AGI
21
marzo 2005
A distanza di oltre
5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli
italiani nati in Libia, l'Associazione dei Rimpatriati italiani
dal Paese nord-africano ha dovuto prendere atto che "alle parole
non sono seguiti i fatti".
L'impegno per il rientro in Libia dei circa 20.000 italiani espulsi
nel 1970 era stato preso dal premier italiano Silvio Berlusconi
e dal leader libico Muhammar Gheddafi, in occasione dell'abolizione
della 'festa della vendetta', lo scorso 7 ottobre.
Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia), che ha guidato la prima missione ufficiale dell'associazione
in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso, non ha nascosto
la sua "accorata indignazione" e risposto cosi "alla delusione
e all'incredulita di migliaia di associati". "Dopo l'affettuosa
attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito la
vicenda del ritorno che doveva porre fine ad un'ingiustificata
discriminazione", la Ortu si augura che "la denuncia di questo
grande inganno possa avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione".
(torna su)
Somalia:
Airl, governo riordini tutti i cimiteri d'Italia all'estero
Rimpatriati dalla Libia, ostacoli a erogazioni fondi per protezione
Hammangi
Adnkronos
Roma,
20 gennaio 2005
La
distruzione del cimitero abbandonato di Mogadiscio da parte di
''gruppi di fanatici antitaliani era un evento prevedibile, che
ripropone le gravi responsabilità dello Stato italiano
e dei suoi organi internazionali per la tutela dei cimiteri d'Italia
nel mondo''. L'Associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia
(Airl) - si legge in una nota - sta conducendo una battaglia da
anni per il recupero e la messa in protezione del cimitero già
deturpato di Hammangi a Tripoli.
''Ma
ostacoli burocratici e avarizie di Stato - denuncia l'Airl tuttora
frenano l'erogazione dei fondi per far partire il progetto già
autorizzato dalle autorità libiche. Per il nostro Governo
è arrivato il momento di promuovere un'iniziativa globale
di censimento e riordino di tutti i cimiteri d'Italia all'estero,
riorganizzando le competenze destinate alla loro salvaguardia.
La civiltà di un Paese non si misura sulle demagogie dei
vivi ma sul reale rispetto per i morti''.
(torna su)
Somalia:
cimitero, italiani Libia solidali e sdegnati
Anche a Tripoli un cimitero dimenticato, ma fondi non arrivano
ANSA
20
gennaio 2005
Augusto
Zucconi
(ANSA) - ROMA, 20 GEN - Muri abbattuti, fosse profanate, lapidi
infrante: per la comunita' degli esuli italiani di Libia sono
un doloroso film gia' visto le devastazioni subite nei giorni
scorsi dal cimitero italiano di Mogadiscio, in Somalia.
E' un film per cui era stato preannunciato un lieto fine, che
per il momento, tuttavia, resta ancora da realizzare: il progetto
di risanamento e' pronto ma dei fondi promessi anche dal governo
''non abbiamo visto neanche una lira''.
Cosi' almeno assicura Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'
Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, che della
ristrutturazione di Hammangi - il cimitero cristiano di Tripoli,
dove nel totale degrado sono sepolti piu' di 8 mila civili
italiani - fa una priorita' ''assoluta''.
Come molti altri italiani tornati in patria dopo essere stati
espulsi dalla Libia oltre 34 anni fa, Giovanna Ortu e' rimasta
scioccata nell'apprendre la notizia dello scempio compiuto nel
cimitero italiano di Mogadiscio.
C'e' un forte sentimento di solidarieta' verso profughi tornati
da un'altra ex colonia che in quel paese hanno lasciato i loro
morti. E c'e' lo ''sdegno'' verso un ''atto di incivilta''' e
per un evento che ''ripropone le gravi responsabilita' dello Stato
italiano e dei suoi organi''.
''Quanto e' accaduto a Mogadiscio, se vogliamo, e' ancora piu'
grave rispetto alla situazione del cimitero italiano di Tripoli
- ha detto all'Ansa Giovanna Ortu - certo non possiamo tollerare
atti che ledono in questo modo la nostra dignita' nazionale''.
''Il governo dovrebbe decidersi a promuovere un'iniziativa globale
di tutti i cimiteri italiani all'estero - ha aggiunto - il grado
di civilta' di un paese non si misura sulle varie demagogie dei
vivi, ma sul reale rispetto dei morti''.
Sono anni che l'Airl sta portando avanti una decisa battaglia
per dare una sistemazione decorosa al cimitero di Hammangi, un
immenso spazio situato alla periferia di Tripoli che, dopo la
cacciata degli italiani decisa da Muammar Gheddafi, e' stato ridotto
a una landa desolata.
Centinaia di tombe sono state profanate da sciacalli che cercavano
oggetti d'oro sui cadaveri. Il sito, inoltre, era stato trasformato
in una gigantesca discarica a cielo aperto, popolata, oltre che
dai ladri, da cani randagi e tossicodipendenti.
Ora Hammangi e' stato parzialmente ripulito grazie alla collaborazione
tra Airl, autorita' diplomatiche italiane, governo libico e municipalita'
di Tripoli. L'Airl, inoltre, ha messo a punto un progetto di risistemazione
in base al quale le 8 mila salme sparse in un'area di 90 mila
metri quadri saranno radunate nel vecchio Sacrario militare
rimasto vuoto dopo il trasferimento in Italia dei resti dei 10
mila caduti delle guerre d'Africa.
''Secondo i calcoli iniziali il progetto doveva costare 6 milioni
di euro - ha spiegato Giovanna Ortu - ma nonostante il preventivo
sia sceso a 4,2 milioni, per ora questi soldi non ci sono e i
nostri poveri morti devono ancora aspettare''.
Secondo la presidente dell'Airl, la Farnesina aveva
promesso un contributo di 1,8 milioni di euro, ma la somma non
e' stata ancora sbloccata. ''Pare che tra una decina di giorni
ci sara' una riunione e pare che poi ci verra' comunicato che
qualcosa e' stato trovato'', ha aggiunto.
Una delegazione dell'Airl lo scorso novembre e' stata riammessa
in Libia per la prima volta dalla cacciata degli italiani, ma
la liberalizzazione dei visti promessa dalle autorita' di Tripoli
ancora non c'e' stata e nessun altro esule da allora e' potuto
tornare nel paese di origine.
''Siamo amareggiati anche per questo ennesimo ritardo, dovuto
a una mancanza di coordinamento tra le nostre autorita' e quelle
libiche - ha detto ancora Giovanna Ortu - alla conferenza stampa
di fine d'anno Silvio Berlusconi ha parlato anche del riavvicinamento
con la Libia, ma poi si e' dimenticato di noi''.
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