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Le reazioni dopo le dichiarazioni di Gheddafi su Bengasi

Gli incidenti di Bengasi

L'Associazione sulla stampa

Archivio notizie:

Rimpatriati dalla libia: Governo sollecitato a saldare conti

AGI

19 giugno 2006

Gheddafi non salda, aziende costrette a chiudere

La Padania

18 giugno 2006

«I libici non vi odiano. È un espediente ideato da Gheddafi»

La Stampa

10 maggio 2006

Là dove hanno bruciato l'Italia

La Stampa

1 maggio 2006

Quando Craxi salvò Gheddafi

Il Sole 24 Ore

13 aprile 2006

Libia: risarcimento agli esuli, non un'autostrada per Gheddafi

La Padania

6 aprile 2006

L'Italia accetta di pagare l'autostrada chiesta da Gheddafi

Italian Outlook facts & analysis

4 aprile 2006

Atto di diffida contro Gheddafi: risarcisca i cittadini italiani espulsi

La Padania

2 aprile 2006

Sì all'autostrada in Libia. Il premier: si dovrà fare

La Repubblica

1 aprile 2006

Italia-Libia, sì del premier alla litoranea

Corriere Adriatico

1 aprile 2006

Berlusconi paga il pedaggio a Gheddafi

Il Tempo

1 aprile 2006

STORIA DEL CONTENZIOSO

Il Tempo

1 aprile 2006

Libia: Berlusconi; autostrada si fara', serve petrolio 

ANSA

31 marzo 2006

ore 20.24

 

Italia-Libia: AIRL, Berlusconi ha ceduto a ricatto Gheddafi

ANSA

31 marzo 2006

ore 19.36

 

Italia-Libia: quasi un secolo di contrasti

ANSA

31 marzo 2006

ore 19.12

 

Italia-Libia Cossiga:

Apprezzo premier che riconosce torti italiani in Libia

ANSA

31 marzo 2006

ore 18.47

 

Libia: Berlusconi, si' a costruzione litoranea

ANSA

31 marzo 2006

ore 16.08

 

Elezioni. Passigli a Berlusconi: e i soldi per autostrada in libia?

Apcom

31 marzo 2006

ore 14.03

 

Berlusconi, si a costruzione litoranea in Libia (2) 

ANSA

31 marzo 2006

ore 13.55

 

Berlusconi, si a costruzione litoranea in Libia 

ANSA

31 marzo 2006

ore 13.53

WILL LIBYA EVER CHANGE?

Khaleej Times

31 marzo 2006

Intervento del Ministro dell'Interno

On. Giuseppe Pisanu

Alla presentazione del volume

“Fuga all'inferno e altre storie”

22 marzo 2006

Botta e risposta tra la Libia e Sky TG24

Punto Com

25 marzo 2006

A proposito dell'intervista a Raffaello Fellah

L'Opinione della libertà

25 marzo 2006

L'intervista a Fellah: L'associazione Italo-libica vuole amicizia con Gheddafi

L'Opinione della libertà

24 marzo 2006

Prendiamo esempio dai danesi

Il Corriere della Sera

23 marzo 2006

Libia: perché Gheddafi ci accusa

Gente

23 marzo 2006

Pisanu: un equivoco le minacce di Gheddafi

La Stampa

23 marzo 2006

Il ritorno di Gheddafi: nuove minacce all'Italia

Il Secolo d'Italia

21 marzo 2006

Ilaria dal Colonnello con la mediazione di Saadi, il figlio calciatore

Il Corriere della Sera

21 marzo 2006

Gheddafi: «Possibili altri raid contro l'Italia»

Il Corriere della Sera

21 marzo 2006

Gheddafi all'Italia:«Rischio attentati» Avvenire

Pino Ciociola

Gheddafi: adesso rischiate attentati in Italia

Il Giornale

21 marzo 2006

Lo sfogo: Io, che dovetti lasciare Elibia e porto Tripoli nel mio cuore

La Provincia

9 marzo 2006

Del Boca:«Un errore gravissimo, per fortuna c'è Gheddafi»

La Provincia

19 febbraio 2006

 


 

Rimpatriati dalla libia: Governo sollecitato a saldare conti

 

AGI

19 giugno 2006

 

L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL) e l'Associazione Italiana per i Rapporti Italo-Libici (AIRIL), tramite il loro legale, hanno notificato al Presidente del Consiglio una Diffida formale a non corrispondere alla Libia alcuna somma a qualsiasi titolo, ed in particolare a titolo di risarcimento dei danni di guerra dalla stessa avanzati, se non dopo aver provveduto all'integrale soddisfazione dei crediti e dei diritti vantati dagli aderenti delle due associazioni.
 Leone Massa, in rappresentanza delle aziende italiane creditrici del Governo libico, ha fatto prsente che i crediti vanti dalle imprese italiane, accertati dal Ministero degli Esteri, "supportati da sentenze delle Corti libiche o con depositi presso banche di quel paese, a distanza di oltre vent'anni sono tuttora in sofferenza, nonostante quanto stabilito dal comunicato congiunto del 1998 e ribadito nell'accordo bilaterale sottoscritto da Berlusconi e l'omologo Shamek in presenza di Gheddafi il 28 ottobre 2002". "La data limite per il pagamento del 31 marzo 2003 - si lamenta - e' trascorsa senza un nulla di fatto e gli incontri successivi del comitato misto, appositamente costituito, sono miseramente naufragati". Al futuro Presidente del Consiglio si chiede pertanto di "onorare i crediti delle aziende italiane, prima di compiere eventuali gesti significativi nei confronti della Libia a chiusura del contenzioso coloniale".
   "Persino Gheddafi", ha dichiarato a sua volta Giovanna Ortu in rappresentanza dei rimpatriati italiani che hanno subito nel 1970 la confisca di tutti i beni, "ha sempre dichiarato che i beni sono stati espropriati agli italiani non per rappresaglia contro i singoli, ma come acconto per le responsabilita' derivanti dalla colonizzazione. Anche nella recente intervista a Sky TG 24, il Colonnello ha indicato nel Governo italiano il responsabile del risarcimento dovuto ai rimpatriati. Il Governo Prodi, con l'accordo del 1998, rinuncio' definitivamente a pretendere un risarcimento dal Governo libico per i beni confiscati. Il Governo Berlusconi, a partire dal 2001, ha posticipato di anno in anno lo stanziamento per un provvedimento definitivo in nostro favore. Il lodevole impegno profuso per eliminare la discriminazione in tema di visti turistici per la Libia, non ha sortito alcun esito e comunque il riconoscimento di questo importante diritto non puo' essere barattato con il valore delle nostre case, delle nostre cose e della nostra dignita'".

 


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Più di cento imprese hanno fatto causa al Governo perché il leader libico non rifonde il dovuto e lo Stato italiano non le protegge
Gheddafi non salda, aziende costrette a chiudere

La Padania

18 giugno 2006

Dimitri Buffa

 

Se Gheddafi non onorerà i propri debiti sarà lo stato italiano che gli ha sempre perdonato tutto a doverlo fare.
Lo sperano 119 imprese che adesso, dopo tante promesse non mantenute e un discreto boicottaggio istituzionale localizzato alla Farnesina, hanno deciso di passare ai fatti, visto che qualcuno al Mae ha spesso fatto il doppio gioco. E quindi se non paga Gheddafi o chi per lui, logica conseguenza è che dovrebbe essere lo stato italiano a farlo. Uno stato sempre pavido ogni qual volta c'era da fare un mezzo sgarbo al dittatore libico. D'altronde le aziende creditrici di controparti libiche oltre Mediterraneo presiedute in consorzio da Leone Massa hanno aspettato pazientemente, qualcuna anche per 30 anni.
Così, con i tempi biblici della giustizia italiana, giovedì presso la seconda sezione del Tribunale civile di Roma, si è svolta la prima udienza della causa intentata dalle prime 12 aziende creditrici della Libia contro lo Stato Italiano.
I crediti, risalenti ai primi anni Ottanta, sono in gran parte suffragati da sentenze definitive delle stesse Corti libiche o da depositi bancari in quel Paese e mai trasferiti. Il motivo di tali sofferenze è, da anni, la richiesta libica dei danni di guerra e del periodo coloniale.
In realtà questa cosa è un po' una presa per i fondelli e con essa Gheddafi ci tiene in ostaggio ormai da 40 anni. Facendo finta di non sapere che già nel '56 l'Italia provvide a tale risarcimento, disconosciuto poi da Gheddafi, al suo avvento al potere in Libia.
Le imprese creditrici della Libia sono, quindi, da anni appese ai capricci di quel Paese e molte di esse, nel frattempo, sono anche fallite con enorme perdita di posti di lavoro.
Il 28 ottobre 2002 il governo italiano e quello libico conclusero un accordo, segretato, che prevedeva il pagamento da parte libica dei crediti alle imprese entro il 31 marzo 2003, nonché la chiusura del contenzioso sui danni di guerra col pagamento da parte dello Stato italiano di 60 milioni di euro.
Gli impegni non sono stati rispettati e alcune imprese creditrici, ormai stanche ed offese da ipotetiche proposte di accordi forfetari non degne di uno Stato di diritto, hanno fatto ricorso alle Corti nazionali ed internazionali per vedere, dopo tanti anni, rispettati i loro diritti.
La cosa incredibile è che, all'udienza di giovedì (in cui si era costituita l'avvocatura dello Stato a difesa della presidenza del Consiglio, del ministero dell'Economia e del ministero degli Esteri, chiamati in causa dai ricorsi) è venuta fuori la linea politica che l'attuale governo vuole tenere con questi poveri sfigati di industriali che ebbero la dabbenaggine di fare affari con le imprese libiche: riassunta in un motto l'Italia “se ne frega”.
Più precisamente si legge nell'ultima pagina di una stringatissima memoria di cinque paginette che “del tutto infondata appare la richiesta di risarcimento danni” sul presupposto che “il fatto illecito sia da identificarsi nella mancata richiesta al Parlamento di autorizzare ad eseguire l'accordo (su citato, ndr) tra l'Italia e la Libia del 28 ottobre 2002”.
E questo perché “appare evidente come in alcun modo possa costituire fatto illecito una scelta di natura strettamente politica, che in quanto non riconducibile ad una attività amministrativa non è suscettibile di arrecare un danno ingiusto quale quello lamentato dalle parti attrici, comunque non casualmente riconducibile al dedotto inadempimento”.
Tradotto in italiano un po' meno ipocritese, la cosa significa questo: il Governo decide per tenersi buono Gheddafi di non dare attuazione al suddetto accordo e a non portarlo in Parlamento, le aziende falliscono e se lo tengono in quel posto, ma siccome la decisione è politica e non amministrativa non è provabile il nesso causa effetto.
Conclusione: di voi ce ne fregavamo ieri e continuiamo a fregarcene oggi. L'importante è non disturbare il padrone della Juventus, della Fiat e il partner commerciale più importante dell'Eni, nonché il fornitore privilegiato di gas al nostro paese. Se poi un centinaio di privati ci hanno perso oltre duemila miliardi di lire pazienza. Non se la prendano così.

 


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«I libici non vi odiano. È un espediente ideato da Gheddafi»

Il contenzioso politico con Roma fa comodo, ma chi parla la nostra lingua ne è orgoglioso.

 

La Stampa

10 maggio 2006

Francesca Paci


Tre uomini fumano seduti sulla panchina davanti al cinema Omar Khayam. Pantaloni beige, maniche corte, capelli grigi impomatati con la riga da una parte bassa come si usava da noi negli Anni ‘50. In cartellone c'è «Ladri di biciclette» di Vittorio De Sica. Il manifesto con Anita Ekberg tra le braccia di Marcello Mastroianni annuncia il prossimo film: «La dolce vita».

Le tracce del passato.

«Ma quando mai i libici hanno odiato l'Italia? Balle», attacca Mohammed, un impiegato che lavora nell'edificio squadrato all'incrocio tra i viali Omar Mukhtar e Amr ibn al-Ass dove fino al 1970 aveva sede la Banca di Roma. I segni della colonizzazione sono stati rimossi dalla città come le vecchie insegne in marmo con il nome delle strade in caratteri latini: le scritte sono tutte in arabo. Restano tracce qua e là, un tombino arrugginito su cui si legge ancora «Municipio di Tripoli», la macchina del caffè Gaggia sul bancone del bar Gazelle in via al-Fat'h, le foto in bianco e nero nell'archivio della galleria d'arte Ghadames con le colonne di piazza al-Kradrah sovrastate dalle statue della lupa e di Benito Mussolini che sguaina la sciabola dell'Islam. Al posto di quelle icone coloniali svettano ora una nave e un cavaliere in sella. Il Lido, lo stabilimento balneare costruito all'epoca del maresciallo Badoglio, è stato raso al suolo nel 2004.

In casa si usa l'italiano.

«Prima della rivoluzione del 1969 c'era la fila per iscriversi alla scuola italiana, chi ha studiato la lingua da giovane la parla ancora, in casa», continua Mohammad, orgoglioso d'esprimersi fluido nel nostro idioma. Lo sta insegnando ai sette figli dai 3 ai 25 anni, una famiglia ristretta rispetto alla media. Il 3 marzo, mentre il Colonnello Mohammar Gheddafi commentava in tv l'assalto al consolato italiano di Bengasi «i libici odiano l'Italia e cercano qualsiasi occasione per sfogare la loro rabbia contro l'ex occupante», Mohammad giocava a scopa con gli amici seduto a un tavolo della Galleria de Bono: «In pubblico dobbiamo applaudire, ma in privato cambiamo canale. I libici non odiano l'Italia, odiano Lui, ecco la verità».

La rivolta degli sguardi.

L'opposizione alla Jamahiriya, lo «Stato delle masse» instaurato 36 anni fa deponendo re Idriss, è poco più d'un gioco di sguardi, occhi levati al cielo, mezze parole, gesti eloquenti. Ma c'è. Nel piccolo porticciolo sul lungomare al-Corniche, dove i tripolini comprano polpi appena pescati e se li fanno cucinare alla brace nei chioschi sulla spiaggia, Mustafa issa le reti in barca e dice piano: «Se te ne infischi della politica puoi pure vivere bene in Libia. Con quello lì al governo conviene starsene zitti. Visto cosa è successo a Bengasi? Prima ha autorizzato la manifestazione e poi gli ha fatto sparare addosso». Tripoli, la sposa bianca del Mediterraneo come la chiamano i marinai, racchiude due città. Una virtuale, patinata, immortalata nel grande poster sulla piazza al-Kradrah con Gheddafi a bordo del maggiolone verde che saluta trionfante il popolo in festa. L'altra reale e polverosa come la tabaccheria sotto i portici all'angolo con via Mohammed Megharief. Un pacchetto di Gauloises costa un dinaro e mezzo, circa un euro, il prezzo di dieci litri di petrolio o tre bottiglie d'acqua. Il proprietario Mukhtar prende dal cliente straniero le due banconote da un dinaro ciascuna su cui è stampato il volto fiero del Colonnello e gli rende il resto ammiccante: «Due Gheddafi? No no, è troppo. Uno basta e avanza...».

Un odio alimentato ad arte.

«Al governo fa comodo tenere aperto il dossier Italia, ma la gente non ce l'ha con noi», osserva una fonte diplomatica occidentale. L'eco di Bengasi ha raggiunto di striscio i nostri connazionali nella capitale, un paio di settimane all'insegna dell'understatement, poi il ritorno alla routine. Angela, un'imprenditrice romana, ammette lo smarrimento iniziale: «Abbiamo avuto molta paura. Per qualche giorno non si sono viste in giro auto con la targa straniera. Uscivamo di casa solo se necessario». Adesso invece la incontri nei vicoli del suq al-Turk mentre accompagna un'amica di passaggio a curiosare tra souvenir, gioielli tuareg, piccoli cammelli di peluche, orologi con l'immagine di Gheddafi a 10 dinari. Il tracollo del turismo che ha messo in ginocchio la Cirenaica non ha toccato la Tripolitania, dove comitive di visitatori in short sciamano tra le rovine di Sabratha e Leptis Magna godendosi l'aria frizzante.

La recita di Bengasi.

«Bengasi è stata una messa in scena - insiste il diplomatico -. Esistono foto che mostrano il saccheggio del consolato con i vandali all'opera sotto lo sguardo di un inerme poliziotto con i baffi. Non possiamo protestare con le autorità perché risponderebbero che ci hanno difesi facendo addirittura 14 morti». Quei morti sono stati poi proclamati martiri e nei bar si mormora sia stata un'idea del secondogenito del Colonnello Sayf al-Islam che non avrebbe gradito l'attenzione riservata dai nostri quotidiani alla sua avventura amorosa con l'attrice televisiva israeliana Orli Weinerman.

Una città, due anime.

La città di Gheddafi e quella dei libici. Il teatro e il suo doppio. La Jamahiriya islamica dove è impossibile trovare un locale che serva alcolici e le case con la parabola sintonizzata sul mondo e la cantina piena di bottiglie di vino prodotto artigianalmente con mele fermentate perché, concede l'elettricista trentunenne Majid, «siamo tradizionalisti e le nostre donne non escono da sole, ma un bicchiere di rosso ogni tanto non ci manderà all'inferno». Stretto tra le due Tripoli, il tricolore, una comunità da poco meno di mille persone, oltre la metà dipendenti dell'Eni. «Credete a me, gli italiani che vivono qui sono perfettamente a loro agio con i libici», afferma suor Pierina, monaca bolognese dell'ordine di Madre Teresa di Calcutta. All'uscita dall'affollatissima messa domenicale, nella chiesa di San Francesco, suor Pierina e monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli dal 1985, raccolgono le offerte dei fedeli, medicine e abiti smessi. Servono per la parte più numerosa e povera dei cattolici libici, gli immigrati dell'Africa subsahariana che si ritrovano qui il sabato pomeriggio per la funzione in francese accompagnata da canti e battiti di mani come un gospel. Sul sagrato, un'auto della polizia ricorda che un paio di mesi fa gli italiani preferivano pregare in casa. «Ora la situazione è tranquilla», conferma monsignor Martinelli. La parrocchia di San Francesco partecipa alle iniziative interreligiose dell'Islamical Society, che ha sede nell'ex cattedrale di Tripoli: «Mantenendo un profilo basso abbiamo trovato un buon modus vivendi con i musulmani. Non sono integralisti anche se negli ultimi anni c'è stato un ritorno al velo femminile. Certo, parlare di reciprocità con l'Islam è impossibile. Lo vediamo dal numero di ragazze cattoliche che sposano un musulmano all'estero, convinte dalla sua apparente apertura mentale, e quando vengono qui scoprono d'essere state ingannate». Le unioni miste lasciano scettico il vescovo e quella chiesa in viale Omar Mukhtar trasformata in palestra di karate non gli va giù. Tuttavia, i libici sono «amici». Soprattutto degli italiani. A volte ci rimpiangono «Gheddafi pretende dall'Italia l'autostrada da 4 miliardi di euro, ma potrebbe benissimo costruirla lui anziché finanziare monumenti in tutta l'Africa per accreditarsi come leader continentale», butta là l'archeologo Younis, un sessantenne minuto che quasi rimpiange i colonizzatori, «almeno investivano in questa città». Ha appena acquistato un volume su Leptis Magna alla libreria Fergiani, il paradiso degli italofoni che espone una copia di «Cirenaica pacificata» del famigerato generale Rodolfo Graziani.

Un rapporto complicato.

«Il nostro rapporto con il Paese è complicato», riconosce un funzionario, l'unico disposto a dire che sì, il popolo non è ostile ma l'ambiguità del governo pregiudica la collaborazione. Numerosi i fallimenti. La proposta d'invitare il direttore d'orchestra Riccardo Muti a Sabratha respinta perché «ideologica». Lo scambio Tripoli-Torino «naufragato quando l'insegnante tripolina invitata nel capoluogo piemontese per supervisionare il progetto si è rifiutata di salire in auto da sola con un collega italiano». La neonata associazione di libici che hanno studiato in Italia di cui però nessuno vuole fare il presidente. All'ingresso del museo della Jamahiriya, accanto alla Venere di Leptis Magna restituita nel 2000 dal governo D'Alema, una bacheca espone la lettera del 1936 con la quale Mussolini donava la statua a Hermann Goering, in nome dell'amicizia nazi-fascista. Il carteggio è tradotto in arabo e inglese, ma non c'è un solo rigo che spieghi alle scolaresche il momento della restituzione. «L'immagine dell'Italia coloniale puntella quella sempre più fragile di Gheddafi liberatore», conclude Mohammad. La gelateria accanto al cinema è affollata di famiglie con i bambini. Dietro al bancone una fotografia ritoccata del leader, eternamente giovane.

 


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Là dove hanno bruciato l'Italia

 

La Stampa

1 maggio 2006

Francesca Paci


Il muratore filippino Ramon esce sul sagrato con il registratore Sony sotto il braccio: dal 17 febbraio scorso, quando centinaia di giovani reduci dall'assalto al Consolato italiano hanno devastato la chiesa di Santa Maria Immacolata, l'impianto stereo da cui i fedeli del vescovo Sylvester Magro ascoltavano gli inni sacri, durante la messa, non c'è più. Non ci sono più le stazioni della Via Crucis, divelte dalle pareti della navata e fatte a pezzi, né il tabernacolo intarsiato d'oro alle spalle dell'altare. Dietro la piccola porta in legno, sovrastata da una croce, la chiesa dei padri francescani sembra sopravvissuta a un bombardamento. Resti di mobili ammassati agli angoli del cortile, pile di volumi della biblioteca anneriti dalle fiamme, macerie: due mesi dopo l'irruzione il puzzo acre dei falò serra ancora la gola. Intorno, i vicoli polverosi di Bengasi celano la via diretta alla parrocchia. In ogni angolo oscuro si mormora piano, in arabo, il ricordo della furia. Trovare la strada è un rompicapo: i bottegai in jallaba, la tunica tradizionale, pretendono di non conoscere l'indirizzo esatto, quasi a giustificarsi, con un po' di vergogna, perché no, «non so neppure dove sia la chiesa cattolica». Figurarsi incendiarla, loro. E' il messaggio sottinteso. «Perdonare i nemici di Dio, ecco la nostra croce da portare con pazienza», dice padre Marco, frate sudanese di 36 anni in clergyman e sandali, mentre spegne le candele fissate con la cera sulle panche umili. La funzione delle 18 è terminata, il canto del muezzin diffuso dai minareti delle moschee di Osman e Atiq richiama i musulmani alla preghiera. Una famiglia del Congo attende monsignor Magro per la lezione di catechismo delle due figlie, compunte, a capo chino, la nuca decorata dalle treccine afro. Tutti fingono che sia una normale sera di primavera, con il vento fresco a soffiare dal lungomare Rafiq al-Mahdawi. Nessuno invece, nello sbrigare la vita quotidiana, dimentica la paura d'essere cattolici e «amici degli italiani» nei quattro giorni dell'odio, quando «la polizia ha lasciato questi quartieri, oggi quieti, in mano ai vandali». Santa Maria Immacolata è rimasta chiusa per settimane, mentre i nostri connazionali fuggivano dalla città, scortati dalla polizia libica. Religiosi, imprenditori, docenti. Un gruppo di monache è tornato nell'ospedale locale all'inizio di aprile. Le guida Suor Paola, a Bengasi come infermiera da 33 anni. Ha visto partire gli amici cacciati da Gheddafi all'inizio degli anni settanta, ma non fa una piega, «non mi spavento facilmente». A ricordare la chiesa saccheggiata però, si commuove: «Porte sfondate, paramenti sacri bruciati, tele distrutte». Mai avuto guai con l'islam, giura, ma ora si muove con cautela, protetta solo dal velo che la rende simile alle donne di Bengasi, coperte da capo a piedi senza eccezioni. Chi ha osato violare un luogo sacro, cavalcando l'indignazione dei musulmani per le vignette su Maometto? Se ne parla con discrezione e gettando intorno occhiate prudenti. Ognuno a Bengasi ha una teoria. Ma le conclusioni, di solito, concordano: «Il Vangelo e gli italiani non c'entrano». «E' stato Lui, per mettere in fuga il turismo e ridurci alla fame» mormora Ali, un falegname del suq al Jreed, indicando con la testa l'icona gigantesca che dall'imbocco del vicolo sterrato incombe sulla sua bottega. «Lui» è il colonnello Muhammar Gheddafi, onnipresente in occhiali da sole da duro. Tra le migliaia di manifesti che campeggiano ovunque in Libia, quelli di Bengasi sono gli unici privi del numero 36, XXXVI anniversario della rivoluzione del 1969. La gente qui non ha voglia di festeggiare. In due mesi la paciosa Cirenaica è uscita dai depliant dei tour operator: gli italiani, tre quarti dei visitatori, si sono eclissati. Gli ultimi erano atterrati all'aeroporto Bernina il 17 febbraio e sono ripartiti senza neanche ritirare i bagagli. L'accompagnatore Mahmud che li aspettava in città per accompagnarli alle magiche rovine di Apollonia e Cirene, conserva nel cellulare le foto dell'assalto al Consolato, memento mori dei collegamenti diretti con Roma e del lavoro di tante persone. Un primo, sparuto, gruppetto ha fatto capolino dopo Pasqua. «Tutta colpa degli islamici radicali, sono loro ad aver distrutto Santa Maria. Dagli una croce e reagiscono come tori davanti alla muleta», sussurra il carpentiere polacco Klaus, da una postazione dell'Hadia Group Internet, uno dei pochi cybercafè. Dal 19 febbraio non riesce a mettersi in contatto con Guido, il suo insegnante d'italiano scappato in fretta e furia da Bengasi, studiavano la lingua leggendo la Bibbia: «Gli integralisti guadagnano spazio approfittando della lontananza da Tripoli. Per fortuna non c'è ancora un leader carismatico, ma importano le interpretazioni estremiste del Corano via Egitto. Sono gli egiziani gli agitatori». Sotto accusa dunque «gli stranieri», «quelli del Cairo e dintorni», come qualcuno chiama i militanti. Da Tobruk, al confine orientale, entrano ogni giorno disperati che sognano di attraversare il Mediterraneo e sbarcare in Europa. Si ritrovano invece a mendicare un lavoro lungo il viale 23 Luglio, accucciati sul marciapiede, gli attrezzi del mestiere esposti a mo' di spot primitivo: martello e chiodi, una pala, un pennello da imbianchino. Klaus se la prende con «gli islamici» ma le sue parole tradiscono la paura d'uno scontro tra poveri in cerca di fortuna in terra straniera anziché di un conflitto di civiltà. I fatti di Bengasi appaiono più un artificio che l'avamposto della guerra santa contro i crociati rilanciata da Osama bin Laden con la chiamata alle armi in Sudan o l'antefatto alla strage fondamentalista di Dahab. Fonti diplomatiche sospettano che l'attacco al nostro Consolato possa aiutare l'emigrazione clandestina, «Durante la razzia sono stati portati via interi armadi pieni di visti. Chissà che non finiscano sul mercato nero, venduti con un passaggio per la Sicilia...». Sullo sfondo della politica, la chiesa e lo scheletro del Consolato italiano, finestre e porte inutilmente murate nell'edificio sventrato. «Sono entrati con una ruspa», racconta Fauzi, un medico che ha fotografato il caos con il telefonino. La chiesa e il Consolato: i primi due luoghi di cui chiede ogni italiano da queste parti, gli ultimi che i libici vorrebbero mostrare, intimando alle guide di escluderli dal tour. «Non ce l'abbiamo con voi, credete. Studiamo l'italiano, amiamo le suore che curano i ragazzi in ospedale, sappiamo a memoria i nomi dei calciatori azzurri. A proposito, Totti è guarito?»: Abdul, un elettricista di 39 anni, siede davanti a una Coca Cola al caffè Asciamil, sul lungomare. Un piccolo locale con la tv sintonizzata su Al Arabya che trasmette una partita del Real Madrid. La metafora calcistica funziona sempre: «E' come una contesa storica tra due tifoserie. Tripoli contro Bengasi. Questo ti spiega cosa è successo, niente altro. Siamo l'opposto su tutto. Noi poveri e loro ricchi. Qui provincia, di là impero. A Bengasi tifiamo per il Milan, a Tripoli per la Juventus. La chiesa e il Consolato sono vittime della strisciante guerra civile libica». Il calcio c'entra anche per Mohammad, un pensionato che negli anni trenta ha indossato la divisa dei giovani balilla e quando parla italiano ha le lacrime agli occhi: «Qualche anno fa la squadra di Bengasi Al Ahly sovrastava la rivale di Tripoli Al Ittihad, dove militava Saadi Gheddafi, il figlio del Colonnello, lo conoscete anche in Italia, non ha cercato di giocare nel Perugia? - interviene -. Un giorno, dopo che alcuni tifosi avevano insultato ‘la famiglia' siamo retrocessi in serie B e un bulldozer è venuto a spianare la sede del club». Gli altri avventori si avvicinano: il pallone è una buona scusa per dare addosso al regime e ribadire l'amicizia con gli italiani. «Quelli che hanno attaccato il Consolato erano vandali». «Teppisti pagati dalla polizia segreta di Gheddafi». «Visto che hanno saccheggiato l'edificio? Altro che sfida al tricolore, sono ladroni». E la chiesa? Le ostie consacrate strappate al tabernacolo e abbrustolite? Imbarazzo, colpetti di tosse, occhi a terra. Ahmed ordina un'altra Coca. Dare la colpa a un manipolo di estremisti islamici non basta. Cala il silenzio. Tanti si vergognano, come i bottegai della medina, la città vecchia, che fingono d'ignorare l'indirizzo di Santa Maria Immacolata piuttosto d'ammettere d'essere rimasti inermi a guardare nei giorni della furia blasfema.

 


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Quando Craxi salvò Gheddafi

 

Il Sole 24 Ore

13 aprile 2006

Gerardo Pelosi

 

È una storia di venti anni fa. Di quando l'Italia svolgeva un ruolo di coraggiosa leadership nel Me­diterraneo, di quando erava­mo l'unico Paese europeo a credere nella possibilità con­creta di "sdoganare" Arafat e restituirgli quella credibilità internazionale necessaria per aprire la fase del negoziato con Israele. E anche di quan­do un premier italiano, Bettino Craxi, si trovò costretto a difendere la sovranità nazio­nale nei confronti degli ameri­cani che pensavano di muo­versi sui nostri cieli e nei no­stri mari come nel "cortile di casa loro".

È la storia di come l'Italia, nell'aprile dell'86, esattamen­te venti anni fa domani, salvò il colonnello Muammar Ghed­dafi, leader della Jamahiriya libica da morte sicura sotto il bombardamento dei caccia Usa andati a colpire, con un'operazione "mirata", la ca­serma Bab al Azizya alle por­te di Tripoli dove il colonnel­lo viveva e ancora risiede quando non si trova a Sirte. Ma anche di come, dopo i due missili Scud lanciati dall'aviazione libica al largo di Lampedusa, lo stesso Cra­xi ordinò, qualora vi fossero stati indizi seri di un'altra azione ostile, "disco verde" per un attacco preventivo con­tro il colonnello incluso lo sbarco degli incursori di Mari­na sulle coste libiche.

A gettare nuova luce su una ricostruzione che solo di recente è stato possibile com­pletare incrociando varie fon­ti e sulla scia di recenti dichia­razioni dello stesso figlio di Craxi, Bobo, è Antonio Badini, attuale ambasciatore al Ca­iro e per molti anni alla guida della direzione Mediterraneo e Medio Oriente della Farne­sina, ma soprattutto, in quel­l'aprile 1986, consigliere di­plomatico di Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Il 25 marzo di quell'anno, il giorno successi­vo agli scontri aerei tra Usa e Libia nella Sirte, Craxi alla Camera rilevò che le basi Na­to non potevano «costituire punto di partenza per opera­zioni belliche fuori dell'ambi­to atlantico». Ma tre settima­ne dopo il clima era ancora incandescente. Venne a Ro­ma l'inviato di Ronald Reagan, Vernon Walters insieme all'ambasciatore americano in Italia Maxwell Rabb. Obiettivo: sondare la disponi­bilità dell'Italia a concedere i permessi di sorvolo per i cac­cia Usa senza dare troppe in­formazioni su modalità e tem­pi dell'attacco. «Fui presente — ricorda Badini — a quell'incontro con Vernon Walters, la sera del 14 aprile '86, in cui si ventilò la possi­bilità di un attacco contro Gheddafi; noi sconsigliammo l'operazione, ma la verità storica è che lo tempestammo di domande, ovviamente sui tempi dell'eventuale azione. Lui rispose dicendo che non era informato o non era abili­tato a riferire di più».

Ebbene — ricostruisce l'ambasciatore Badini — «fu proprio in quel momento, di fronte alle reticenza di Wal­ters, che Craxi intuì che la decisione era stata già presa, che era irrevocabile e che era solo questione di ore». Si ten­ne subito dopo, a Palazzo Chi­gi, un consiglio con i massi­mi responsabili della sicurez­za, primo fra tutti il direttore del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini. Alla conclusione del consiglio, Craxi si appartò con Martini e in poche battute disse all'ammiraglio: «Bi­sogna trovare il modo di far­gli sapere (a Gheddafi) che stanno venendo a prenderlo». «Non ero presente fisicamen­te al colloquio con Martini — precisa oggi Badini — ma il senso di quello che si stava­no dicendo era chiaro a tut­ti». Martini uscì da Palazzo Chigi e attivò i suoi canali.

L'informazione raggiunse chi di dovere a Tripoli ma ci mise un po' per arrivare al "leader". Alle 2,27 della not­te, ora italiana, Gheddafi eb­be solo il tempo di allontanar­si rapidamente dalla caserma Bab al Azizya prima che scoppiasse l'inferno e che fos­sero rasi al suolo con missili lanciati dai caccia americani vari edifici del complesso sot­to le cui macerie trovò la mor­te una figlia adottiva del co­lonnello, di 15 mesi. Quelle macerie sono ancora lì, maca­bro "museo" dove il colonnel­lo costringe i suoi ospiti a fermarsi in raccoglimento e firmare il "guest's book".

Ma allora, se le cose stan­no così, come si spiegano i due missili Scud libici di fab­bricazione sovietica giunti a Lampedusa la mattina dopo come reazione al bombarda­mento? «Fu solo un'azione dimostrativa — spiega Badi­ni — che non aveva l'Italia come obiettivo bensì gli Stati Uniti». Tuttavia, Craxi non la prese affatto bene e, d'inte­sa con l'allora ministro della Difesa, Giovanni Spadolini, diede ordine allo Stato mag­giore della Difesa di pianifi­care una forte risposta milita­re contro Gheddafi, che pre­vedeva anche lo sbarco dei nostri incursori sulle coste libiche. «Craxi, sempre usan­do canali non ufficiali — ag­giunge Badini — fece sapere a Gheddafi che sarebbero ba­state fondate informazioni o serie avvisaglie sull'intenzio­ne libica di lanciare un nuo­vo missile per far scattare il piano italiano».

Il Medio Oriente di quegli anni era una polveriera, ma l'Italia non smarrì mai, ricor­da Badini, l'orizzonte finale. «Craxi fece di tutto per favo­rire il riconoscimento di Ara­fat da parte di Israele e Stati Uniti e propiziare così l'avvio del negoziato di pace. L'azione dell'Achille Lauro e di Sigonella altro non furo­no che tentativi, di sabotare Arafat all'interno dell'Olp». Ma quella di Sigonella è un'altra storia in gran parte già tutta scritta.

 

Il passato e il «gesto significativo»

 

Forse si è trattato solo di una coincidenza. Ma la presenza del tutto informale, pochi giorni fa a Roma, del ministro degli Este­ri di Gheddafi, Abd Al-Rahman Shalgam, è stata, subito collegata alle ultime dichiarazioni del "lea­der" libico e del premier italiano, Silvio Berlusconi. Gheddafi, do­po l'assalto al consolato italiano di Bengasi del 17 febbraio, ha minacciato altri episodi del genere a meno che l'Italia non tenga fede agli impegni presi per chiude­re il passato coloniale con un "ge­sto significativo".

Il premier Silvio Berlusconi, prima delle elezioni, si è impegna­to ad avviare la costruzione della litoranea da 1.700 km dalla fron­tiera con la Tunisia a quella con l'Egitto. Un'opera faraonica il cui costo oscillerebbe tra 3 e 6 miliardi di euro.

La presenza di Shalgam a Ro­ma sarebbe stata motivata, oltre che dalla necessità di cure medi­che, anche dalla volontà del capo della diplomazia libica di sonda­re il centro-sinistra per capire se anche la nuova maggioranza intenderà rispettare gli impegni pre­si. Ad ogni buon conto la combat­tiva presidente dell'associazione degli italiani residenti in Libia, Giovanna Ortu, ha già diretto al leader dell'Unione Romano Prodi una vera "diffida": prima di versa­re un solo centesimo a Gheddafi, dice la Ortu, gli italiani espulsi dalla Libia dovranno essere inden­nizzati.

 


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La Lettera

Libia: risarcimento agli esuli, non un'autostrada per Gheddafi

 

La Padania

6 aprile 2006

Leone Massa

 

Caro direttore, si può fare! Così ha confermato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ieri mattina a “Viva voce”, il programma di Radio 24, circa l'abolizione dell'Ici sulla prima casa, promessa da Berlusconi poche sere fa nel faccia a faccia con Prodi. Esso incide per lo 0,3% sul Pil, lascia più soldi nelle tasche degli italiani ed è un atto di giustizia sociale, ha affermato il ministro.

Per la stima in Giulio Tremonti, bisogna credergli. E forse più in lui che ai suoi stessi alleati di coalizione (tranne la Lega Nord Padania, unica a difenderlo) che negli anni trascorsi contestavano la sua politica economica e volevano una maggiore collegialità nelle decisioni.

Ebbene, se in questo bailamme di intenti, annunciati da destra e da sinistra, ci fosse realmente la volontà di una maggiore giustizia sociale mi domando come mai in questi decenni lo Stato non si sia mai preoccupato di risarcire e indennizzare al valore attuale i 20.000 italiani espulsi dalla Libia nel '70 e le aziende italiane creditrici di quel Paese, il cui ammontare è quasi lo stesso dell'abolizione dell'Ici sulla prima casa e quindi lo 0,3% del Pil.

In questi decenni è stato promesso loro di risolvere il problema e, specialmente per le aziende creditrici della Libia, non è stato fatto assolutamente nulla. Anzi, i vari governi succedutisi hanno ostacolato e pregiudicato in maniera anticostituzionale i diritti acquisiti dal proprio lavoro costringendo molte di esse al fallimento con perdita di numerosi posti di lavoro. Parlo del decreto Vassalli dell'89 e gli accordi bilaterali del '97 e 2002 vincolati al pagamento, da parte dell'Italia, degli ulteriori danni di guerra e del periodo coloniale, già stabiliti e pagati nel '56.

Una cosa che veramente non è andata giù agli italiani espulsi dalla Libia e alle imprese creditrici, e crediamo a tutti gli italiani, è stata la volontà espressa dal nostro presidente del Consiglio a “Matrix” di Canale 5 di voler realizzare l'autostrada a Gheddafi e le ragioni per le quali sottostare al ricatto libico. Berlusconi, se vuole tenersi buono il leader libico, lo faccia di tasca sua o con i miliardi di utili di Eni e sue affiliate, ma non con le tasche dei cittadini italiani.

Se per decenni i nostri politici hanno pensato unicamente alle loro poltrone nei palazzi del potere romano senza elevarsi al rango di statisti guardando lontano, senza programmare un piano energetico nazionale e una diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, non possiamo pensare che oggi gli stessi personaggi siano capaci di salvaguardare la dignità nazionale e la giustizia. Il j'accuse verso la nostra classe politica, fosse essa di destra, di sinistra, di centro, di sopra o di sotto, è il non aver mai avuto la schiena diritta nel difendere la dignità nazionale, specialmente a livello internazionale e di questo Gheddafi, da persona intelligente, ne ha sempre profittato. Si consiglia loro di leggere l'articolo di Magdi Allam sul Corriere della Sera dopo i fatti di Bengasi e le dimissioni di Calderoli, sollecitate dagli stessi suoi alleati (che non avevano capito un bel niente) e sconfessati dallo stesso Gheddafi nell'intervista rilasciata qualche giorno dopo a Sky Tg 24.

Berlusconi, purtroppo, non ha vissuto imprenditorialmente al Sud e quindi non conosce cosa siano le minacce inviate da camorra o mafia agli imprenditori del meridione quale quella di far saltare in aria i loro stabilimenti se non avessero pagato il pizzo. Sottostare la prima volta ad un simile ricatto è costato successivamente di subirne altri e non solo a chi ne fu per primo l'artefice.

Fin quando si tratta di un povero cittadino indifeso dallo Stato, la cosa è anche accettabile ma non dalla massima autorità del nostro Paese, che ha la responsabilità della nostra dignità nazionale e non può e non deve mettere la nazione a certi rischi. Il nostro presidente del Consiglio, o chi gli succederà, pensi a difendere i propri cittadini ed imprenditori se realmente vuole che l'Italia esca da questa critica fase economica, ripristini lo stato di diritto nel nostro Paese e agisca di conseguenza con un provvedimento di indennizzo per gli espulsi dalla Libia e per le imprese creditrici, prima di qualsiasi atteggiamento nei confronti della Libia, come da atto di diffida che le associazioni dei rimpatriati della Libia e delle imprese creditrici gli hanno notificato il 24 marzo scorso. Un consiglio a colui che resiederà l'esecutivo dopo le elezioni: con la Libia vengano stabiliti accordi bilaterali di reciproco rispetto del diritto con sanzioni per chi lo eluda e successivamente quelli commerciali o di lavoro per le nostre imprese.

In questa maniera si dimostra di essere saggi, avendo tenuto conto delle esperienze passate, e si preserverà cittadini e nazione da rischi enormi.

 


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L'Italia accetta di pagare l'autostrada chiesta da Gheddafi

 

Italian Outlook facts & analysis

4 aprile 2006

 

Sui difficili rapporti sulla Libia Berlusconi ha fatto una comunicazione, impopolare e incomprensibile per gli elettori, alla vigilia del voto del 9-10 aprile. Ha annunciato in tv nel programma Matrix di Canale 5 che l'Italia accetterà di costruire gratuitamente l'autostrada da 2000 chilometri dalla Tunisia all'Egitto, pretesa dal colonnello Gheddafi come ulteriore risarcimento dei danni coloniali già ripetutamente risarciti. L'opera è valutata a 6 mila miliardi di euro, il doppio della valutazione fatta un paio di anni fa. Una sconfitta elettorale del Cavaliere non modificherà le cose perché il candidato premier del centro-sinistra Romano Prodi si è già mostrato molto favorevole alla costruzione di questa grande opera.

Per un contenzioso di 100 anni fa, l'Italia sarà l'unico Paese a risarcire la Libia che a sua volta, per uscire dall'isolamento internazionale, ha dovuto risarcire Usa, Gran Bretagna e Francia per i danni e le vittime del terrorismo degli anni ‘70-‘80 appoggiato da Tripoli. Per Berlusconi è una questione di realismo. Ha fatto capire che Gheddafi è ossessionato dalla vecchia questione coloniale e che ad ogni sua visita in Libia lo ha martellato con film, foto e letture d'epoca. Per ottenere una definitiva riconciliazione con la Libia, il premier ritiene che non vi sia altro da fare che accontentare il colonnello: “Bisognerà costruire e a poco a poco completare questa autostrada avendo in cambio un grande sviluppo delle nostre imprese in Libia e delle nostre importazioni". I motivi del nuovo cedimento italiano sono questi:

1) I presunti sentimenti anti-italiani dei libici sono sempre stati una commedia per coprire le relazioni petrolifere tra Roma e Tripoli e l'appoggio occulto di Roma al regime libico. Questa commedia ha funzionato perché coperta dall'isolamento internazionale della Libia, ma nel nuovo quadro internazionale non può più funzionare. Occorre quindi che Roma paghi un prezzo ufficiale per una ufficiale riconciliazione.

2) Il regime di Gheddafi, nella percezione italiana, resta il migliore possibile nella Libia attuale ritenendo che una caduta di Gheddafi, porterebbe inevitabilmente a Tripoli un governo integralista, davanti alla Sicilia, con il rischio di contagiare sia il Maghreb sia la fascia di Paesi sahariani e subsahariani. L'establishment italiano si è molto spaventato per i disordini di Bengasi che la Farnesina, d'intesa con l'ambasciata libica a Roma, ha cercato di minimizzare. Ecco perché le ultime violenze anti-italiane in Libia, anziché allontanare i due Paesi, li hanno riavvicinati, convincendo Roma che occorre sostenere a tutti i costi Gheddafi. E quindi l'Italia ha assunto ancora una volta un ruolo di protezione della Libia, a mantenimento dello statu quo. La stessa cosa e con la stessa logica, la diplomazia italiana aveva fatto nel 1990-91 con la Somalia di Siad Barre, sostenendo il dittatore fino all'ultimo, anche quando era assediato nella propria residenza da sovrastanti forze nemiche.

3) In questa situazione, è stata definitiva la recente crisi del gas russo. Berlusconi, nel programma Matrix su Canale 5, ha evocato il ruolo di Tripoli come produttore di gas. Il nuovo gasdotto Libia-Italia è stato ultimato e inaugurato da tempo, ma Gheddafi non ha mai deciso di aprire i rubinetti insistendo a chiedere la costruzione dell'autostrada. Dopo due anni di imbarazzato silenzio diplomatico con Gheddafi, il Cavaliere ha quindi annunciato il suo consenso alla richiesta.


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Atto di diffida contro Gheddafi: risarcisca i cittadini italiani espulsi

 

La Padania

2 aprile 2006

Dimitri Buffa

 

Niente soldi alla Libia se non verranno risarciti sia i cittadini italiani espulsi dall'oggi al domani nel settembre 1969 dopo il colpo di Stato di Gheddafi sia le imprese che si sono fidate a fare affari dopo quella data ma che non sono mai state pagate.

Prima di «chiudere definitivamente il capitolo storico del passato coloniale, anche con misure altamente significative, oltre a quelle già eseguite o in corso di esecuzione, da concordare con la parte libica, che diano il segno dell'amicizia tra i due popoli» (come recita il recente protocollo di «deliberato di intenti» siglato in fretta e furia lo scorso 23 febbraio dalla Farnesina per chiudere la bocca al colonnello che aveva sobillato la piazza con il pretesto della maglietta con le vignette esibita dall'ex ministro per le riforme Roberto Calderoli durante un'intervista al Tg1 di Clemente Mimun) bisogna che Gheddafi o chi per lui, magari lo stesso Stato italiano, riconosca gli indennizzi dovuti ai rimpatriati dalla Libia nel 1970, la cui associazione è gestita da Giovanna Ortu, nonchè le 119 imprese costituitesi in consorzio sotto la presidenza di Leone Massa.

Lo chiedono in due distinte diffide dall'identico contenuto e redatte dagli stessi collegi legali quelli guidati dagli avvocati Giovanni Romano e Paola Genito del foro di Benevento i suddetti legali rappresentanti delle due associazioni che riuniscono le vittime italiane di Gheddafi, semplici cittadini o imprenditori che siano. Detta diffida è stata notificata al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo scorso 17 marzo e ieri l'iniziativa è stata resa pubblica.

Una brutta gatta da pelare per chiunque vinca le elezioni. Sì perché a fare l'anticamera nella tenda beduina di Gheddafi nel corso degli ultimi quindici anni ci sono andati in tanti. D'Alema lo hanno fatto attendere per un'intera nottata. E nessuno però ha mai pensato di rinfacciare a Gheddafi, durante le ripetute richieste di risarcimento del «passato coloniale», le inadempienze e le prepotenze che sono molto più recenti da parte di libici contro italiani.

Nell'atto di diffida si legge tra l'altro che «a fronte della mancata soddisfazione delle proprie pretese creditorie, gli esponenti hanno tentato invano di conseguire quanto dovuto, attraverso le azioni esecutive consentite dalla normativa italiana, resa peraltro ad hoc inoperante ed inefficace sia da un provvedimento governativo individuato nel cd. D.M. Vassalli del 25 marzo 1989, che da un accordo internazionale del 2002, intercorso tra Italia e Libia, concluso in forma semplificata dal Governo italiano».

Alcune delle imprese facenti capo all'Airil, ed, in particolare, Sirman srl, San Marco Spa, Mediterraneum Joint venture, Morino Upam srl, Selexport, Mosa Spa, Pezzullo industrie zootecniche, Lineaflex Spa, Boldrin Marino sas, Aemi snc, Aemi International srl, Bertinetti Group Usa Ltd, Artemisia in persona dei propri rappresentanti p.t. e l'Ing. M. R. Morino, hanno avviato un'azione legale innanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo ed alla Commissione europea in danno dell'Italia per aver posto sub condicione del previo pagamento dei danni da guerra in favore della Libia, il via libera al trasferimento da parte di quest'ultima verso l'Italia dei crediti vantati e riconosciuti dalle imprese di cui sopra.

In pratica lo Stato italiano si è venduto i crediti dei propri singoli cittadini e imprenditori a Gheddafi in cambio di trattamenti di favore dal lato energetico e con il segreto intento di chiudere sulla pelle di questi sfortunati il contenzioso eterno con la Libia sui danni dell'occupazione coloniale. Se si pensa che gli internati italiani nei lager di Hitler non hanno mai ricevuto una lira dalla Germania e che Schroeder nel 2002 ha varato una legge per contingentare a poche migliaia di euro a testa il risarcimento dovuto, si ha un'idea della paradossalità della cosa. All'Italia i suoi cittadini, imprenditori e non, rimproverano di non avere mai denunciato all'Onu la violazione del Trattato italo - libico del 1956. Brutta immagine quella di uno Stato debole con i prepotenti come Gheddafi e forte, anzi spietato, con i deboli come le sue vittime italiane.

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Accontentato Gheddafi: la strada compenso per il colonialismo

Sì all'autostrada in Libia. Il premier: si dovrà fare

 

La Repubblica

1 aprile 2006

 

L'autostrada litoranea che attraversa la Libia, collegandola ai vicini Egitto e Tunisia si farà e a pagarne il conto sarà il governo italiano come risarcimento per i danni inflitti alla popolazione libica durante il periodo coloniale. Il sì di Roma alla richiesta che da tempo Muammar Gheddafi avanza è arrivato ieri durante per bocca di Silvio Berlusconi. «Credo che quest'opera si possa fare e credo che a questo punto si debba fare - ha spiegato il presidente del Consiglio - se vogliamo continuare ad avere rapporti con la Libia che è tra i nostri principali fornitori di energia è necessario cominciare a costruire questa autostrada anche se il costo è elevatissimo».

La costruzione dell'autostrada litoranea era una delle possibilità prese in considerazione dal governo italiano e quello libico per chiudere i contenziosi fra i due paesi: le tensioni risalgono all'occupazione da parte italiana della Libia prima e alla rivalsa di Tripoli sui cittadini italiani residenti in Libia poi.

L'argomento della strada era tornato d'attualità il mese scorso, dopo gli scontri presso il consolato italiano di Bengasi dove erano morte quattordici persone. Parlando dopo quegli avvenimenti Gheddafi aveva ribadito che solo la costruzione da parte di Roma dell'autostrada avrebbe potuto placare le ire dei libici ed evitare il ripetersi di episodi simili a quelli di Bengasi.

La scelta di Berlusconi di acconsentire alla richiesta di Gheddafi ha irritato l'Associazione rimpatriati dalla Libia, che raccoglie i cittadini italiani che negli anni '70 vennero espulsi dal Paese ed ebbero i loro beni confiscati: «Registro che Berlusconi si è piegato al ricatto di Gheddafi », ha detto la Presidentessa Giovanna Ortu. «Saranno tutti i figli dell'Italia di oggi a dover pagare», ha poi aggiunto. E i costi non sono un argomento indifferente: Berlusconi li ha definiti «elevatissimi» e per questo ha voluto specificare la i lavori dureranno anni, ma che nel frattempo bisognerà «chiedere in cambio a Gheddafi di avere spazio per le nostre esportazioni e le nostre imprese».

Anche per motivi economici la questione dell'autostrada è sempre rimasta in sospeso sul tavolo delle trattative fra i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni e quello libico. In materia diversi presidenti del Consiglio italiani hanno negli anni preso impegni più o meno formali, ma nessuno era mai arrivato a una promessa chiara come quella fatta ieri da Berlusconi.

 


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Italia-Libia, sì del premier alla litoranea


Corriere Adriatico

1 aprile 2006


L'autostrada di 1700 chilometri che, seguendo il tracciato della via Balbia, dovrebbe unire l'Egitto alla Tunisia attraversando tutta la Libia si farà: costo stimato, sicuramente per difetto, tre miliardi di euro. L'impegno politico è venuto da Silvio Berlusconi che sembra aver superato le incertezze delle scorse settimane: “credo che quest'opera si possa fare e credo che a questo punto si debba fare”. Una accelerazione, questa del premier, che Muammar Gheddafi attendeva da anni e che soddisfa una sua richiesta portata avanti con costanza, attraverso lusinghe e minacce, fatte arrivare in Italia a tutti i diversi inquilini di palazzo Chigi. Ma mai nessun presidente del Consiglio si era sbilanciato come Berlusconi. Non risultano però - da tutte le fonti interpellate - che ci siano state riunioni italo-libiche o contatti ufficiali tra Roma e Tripoli negli ultimi giorni a puntellare l'apertura del premier. Berlusconi ha quindi preso questa decisione. D'altra parte l'opposizione compatta da tempo ritiene che il contenzioso vada assolutamente superato e la decisione odierna del presidente del Consiglio difficilmente potrebbe essere contestata politicamente. Lo scorso sei marzo, dopo gli incidenti di Bengasi, il premier si era limitato a confermare che il colonnello aveva rinnovato la richiesta. Ieri mattina l'annuncio che Berlusconi ha motivato con chiarezza: la Libia ci dà gas e petrolio; molto gas e petrolio.

 

 


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Berlusconi paga il pedaggio a Gheddafi

Tre miliardi di euro il costo stimato dell'opera: 1.700 chilometri lungo il tracciato della vecchia Balbia

Il Tempo

1 aprile 2006

Fabrizio Finzi

 

L'AUTOSTRADA di 1.700 chilometri che, seguendo il tracciato della via Balbia, dovrebbe unire l'Egitto alla Tunisia attraversando tutta la Libia si farà: costo stimato, sicuramente per difetto, tre miliardi di euro. L'impegno politico è venuto da Silvio Berlusconi che sembra aver superato le incertezze delle scorse settimane: «Credo che quest'opera si possa fare e credo che a questo punto si debba fare». Un'accelerazione, questa del premier, che Muammar Gheddafi attendeva da anni e che soddisfa una sua richiesta portata avanti con costanza, attraverso lusinghe e minacce, fatte arrivare in Italia a tutti i diversi inquilini di palazzo Chigi. Ma mai nessun presidente del Consiglio si era sbilanciato come Berlusconi. Non risultano però - da tutte le fonti interpellate - che ci siano state riunioni italo-libiche o contatti ufficiali tra Roma e Tripoli negli ultimi giorni a puntellare l'apertura del premier. Berlusconi ha quindi preso questa decisione, che cade a pochi giorni dalle elezioni, in solitudine. D'altra parte l'opposizione compatta da tempo ritiene che il contenzioso vada assolutamente superato e la decisione odierna del presidente del Consiglio difficilmente potrebbe essere contestata politicamente. Lo scorso 6 marzo, dopo gli incidenti di Bengasi, il premier si era limitato a confermare che il colonnello aveva rinnovato la richiesta e che il Governo la stava esaminando. Ieri mattina l'annuncio che Berlusconi ha motivato con chiarezza: la Libia ci dà gas e petrolio; molto gas e petrolio. Troppo per lasciar deteriorare ulteriormente i rapporti con Tripoli. «Se vogliamo continuare i rapporti con la Libia, che è - ha spiegato Berlusconi - un grande produttore di gas e di petrolio, bisognerà cominciare a costruire questa autostrada continuandola negli anni, chiedendo in cambio a Gheddafi di avere spazio per le nostre esportazioni e le nostre imprese». Il negoziato italo-libico è bloccato da anni e si articola nella richiesta di Gheddafi di «un gesto concreto e non solo simbolico» per chiudere le ferite causate dall'occupazione coloniale italiana (1912-1943). Dall'altra parte l'Italia chiede il rispetto dei diritti dei cittadini italiani espulsi nel 1970 da Gheddafi e il pagamento dei crediti vantati dalle aziende italiane, circa 1000 miliardi di vecchie lire. Veemente è stata la reazione dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia (Airl) che, attraverso il presidente Giovanna Ortu, ha seccamente osservato che «Berlusconi ha ceduto senza dignità al ricatto di Gheddafi». Un cedimento che pagheranno «tutti i figli dell'Italia di oggi» visti gli altissimi costi dell'opera. «Dove troverà i soldi Berlusconi?»: se lo chiede anche il diessino Stefano Passigli, che ha sottolineato come sarebbe invece ben più «urgente completare la Salerno-Reggio Calabria». Lusinghiero invece il giudizio dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga: «Apprezzo il coraggio di Berlusconi nel riconoscere i gravi torti che purtroppo l'Italia ha commesso nei confronti della Libia» e «mi fa piacere che il Governo abbia preso in considerazione come realistica la richiesta dell'amico colonnello Gheddafi per la costruzione dell'autostrada litoranea». Ma, come ha osservato lo stesso Berlusconi, i tempi non sono assolutamente prevedibili; si tratta di una dichiarazione di intenti: «è una grande opera dal costo rilevantissimo, e in questo momento i conti dello Stato sono quello che sono», ha concluso con realismo.

 


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STORIA DEL CONTENZIOSO

Quasi un secolo di duri contrasti

Il Tempo

1 aprile 2006

LA CONTROVERSIA che dura ormai da quasi un secolo tra Italia e Libia s'inizia con la guerra italo-turca o Guerra di Libia. Il 28 settembre 1911 l'esercito del Regno d'Italia comincia le operazioni in Tripolitania e Cirenaica contro le truppe dell'Impero Ottomano. Il 23 ottobre 1911, il capitano Carlo Maria Piazza sorvola le linee turche e il 1 novembre viene sganciata la prima bomba aerea, grande come un'arancia, contro le truppe turche. La guerra terminò con la presa di Tripoli e il 18 ottobre 1912 fu firmato il Trattato di Ouchy che cedeva all'Italia i territori libici. Il 22 gennaio 1943, dopo aver sconfitto le truppe nazifasciste ad El-Alamein, la Gran Bretagna pose la Libia sotto la sua dominazione che si prolungò fino alla risoluzione dell'Onu del 15 dicembre 1950 con la quale la Libia divenne indipendente. I rapporti fra la Repubblica Italiana e la neonata monarchia libica vengono regolati nell'ottobre 1956 con un trattato bilaterale (ratificato in Italia nel '57) che prevede un accordo di collaborazione economica e regola in via definitiva tutte le questioni fra i due Stati derivanti dalla risoluzione Onu. L'Italia si impegnò a trasferire alla Libia tutti i beni demaniali e, a saldo di qualunque pretesa, corrispose al governo di Tripoli la somma di 5 milioni di sterline. Lo stesso trattato assicurava la permanenza della comunità italiana residente nel Paese garantendo i diritti previdenziali e di proprietà . L'avvento di Gheddafi grazie al colpo di Stato del primo settembre 1969 porta all'adozione di misure più restrittive nei confronti della collettività italiana, fino al decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per «restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori». Gli italiani furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del '70. Contemporaneamente il regime requisì anche i beni lasciati dagli ebrei presi in custodia dopo la guerra dei sei giorni del 1967. A fronte delle pretese avanzate dai rimpatriati dalla Libia il governo italiano pagò indennizzi per una somma complessiva di 288 miliardi di lire. L'accordo italo-libico siglato nel luglio 1998 dal ministro Dini e dal suo omologo Muntasser ha affrontato ogni contenzioso tra i due Paesi. Con questo trattato il governo italiano ha definitivamente rinunciato a pretendere da parte libica il rispetto del trattato violato e ad esercitare la clausola arbitrale. Nel 2004 le relazione italo-libiche subiscono una nuova battuta d'arresto. In occasione di una visita in Libia, il rais chiede al premier Berlusconi la ricostruzione dell'antica via Balbia, la litoranea lunga 1.700 chilometri costruita da Mussolini. La spesa - secondo stime prudenti - si aggira attorno 3 miliardi di euro, una cifra molto superiore ai 62 milioni di euro del costo dell'ospedale che il primo ministro italiano era pronto a offrire.

 


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Libia: Berlusconi; autostrada si fara', serve petrolio 

Via libero politico da premier, ora spazio a imprese italiane

 

ANSA

31 marzo 2006

ore 20.24

 

L'autostrada di 1700 chilometri che, seguendo il tracciato della via Balbia, dovrebbe unire l'Egitto

alla Tunisia attraversando tutta la Libia si fara': costo stimato, sicuramente per difetto, tre miliardi di euro.

    L'impegno politico e' venuto da Silvio Berlusconi che sembra aver superato le incertezze delle scorse settimane: “credo che quest' opera si possa fare e credo che a questo punto si debba

fare”.

   Una accelerazione, questa del premier, che Muammar Gheddafi attendeva da anni e che soddisfa una sua richiesta portata avanti con costanza, attraverso lusinghe e minacce, fatte arrivare in Italia a tutti i diversi inquilini di palazzo Chigi. Ma mai nessun presidente del Consiglio si era sbilanciato come oggi Berlusconi.

   Non risultano pero' - da tutte le fonti interpellate - che ci siano state riunioni italo-libiche o contatti ufficiali tra Roma e Tripoli negli ultimi giorni a puntellare l'apertura del premier. Berlusconi ha quindi preso questa decisione, che cade a pochi giorni dalle elezioni, in solitudine.

   D'altra parte l'opposizione compatta da tempo ritiene che il contenzioso vada assolutamente superato e la decisione odierna del presidente del Consiglio difficilmente potrebbe essere

contestata politicamente.

   Lo scorso sei marzo, dopo gli incidenti di Bengasi, il premier si era limitato a confermare che il colonnello aveva rinnovato la richiesta e che il Governo la stava esaminando.

Questa mattina l'annuncio che Berlusconi ha motivato con chiarezza: la Libia ci da' gas e petrolio; molto gas e petrolio. Troppo per lasciar deteriorare ulteriormente i rapporti con Tripoli. “Se vogliamo continuare i rapporti con la Libia, che e' - ha spiegato Berlusconi - un grande produttore di gas e di petrolio, bisognera' cominciare a costruire questa autostrada continuandola negli anni, chiedendo in cambio a Gheddafi di avere spazio per le nostre esportazioni e le nostre imprese”.

   Il negoziato italo-libico e' bloccato da anni e si articola nella richiesta di Gheddafi di “un gesto concreto e non solo simbolico” per chiudere le ferite causate dall'occupazione coloniale italiana (1912-1943). Dall'altra parte l'Italia chiede il rispetto dei diritti dei cittadini italiani espulsi nel 1970

da Gheddafi e il pagamento dei crediti vantati dalle aziende italiane, circa 1000 miliardi di vecchie lire.  

    Veemente e' stata la reazione dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia (Airl) che, attraverso il presidente Giovanna Ortu, ha seccamente osservato che “Berlusconi ha ceduto senza dignita' al ricatto di Gheddafi”. Un cedimento che pagheranno “tutti i figli dell'Italia di oggi” visti gli altissimi costi dell'opera.

  “Dove trovera' i soldi Berlusconi?”: se lo chiede anche il diessino Stefano Passigli, che ha sottolineato come sarebbe invece ben piu “urgente completare la Salerno-Reggio Calabria”.

   Lusinghiero invece il giudizio dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga: “apprezzo il coraggio di Berlusconi nel riconoscere i gravi torti che purtroppo l'Italia ha commesso nei confronti della Libia” e “mi fa piacere che il Governo abbia preso in considerazione come realistica la richiesta dell'amico colonnello Gheddafi per la costruzione dell'autostrada litoranea”.

   Ma, come ha osservato lo stesso Berlusconi, i tempi non sono assolutamente prevedibili; si tratta di una dichiarazione di intenti: “e' una grande opera dal costo rilevantissimo, e in questo momento i conti dello Stato sono quello che sono”, ha concluso con realismo.

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Italia-Libia: AIRL, Berlusconi ha ceduto a ricatto Gheddafi

Si puo' anche cedere...ma mai con questa mancanza di dignita'

 

ANSA

31 marzo 2006

ore 19.36

 

“Registro che Berlusconi ha ceduto al ricatto...non so se piangere o ridere”. E' indignata Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia (Airl), dopo le affermazioni del premier che di fatto danno un assenso politico del governo italiano alla costruzione della cosiddetta autostrada litoranea (circa 1700 chilometri) che dovrebbe unire l'Egitto alla Tunisia coprendo in lunghezza tutto il territorio libico.

“Si puo' anche cedere ma non con una totale mancanza di dignita' come questa”, ha aggiunto la Ortu sottolineando come cosi' “saranno tutti i figli dell'Italia di oggi a dover pagare” i costi di quest'opera. Una decisione quella di Berlusconi che, secondo il presidente dell'Airl, “non paghera' neanche in termini elettorali” visto che “gli italiani non saranno felici” di dover pagare negli anni una cifra cosi' ingente. Stime prudenti indicano in tre miliardi di euro la costruzione dell'autostrada".

“Prendo atto che uno dei due candidati premier - ha detto ancora - ha indirettamente risposto alla nostra lettera aperta con la quale lo abbiamo diffidato ad adempiere alle richieste libiche prima di aver dato a noi quello che Gheddafi ha gia' avuto a titolo di anticipo”.

 


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Italia-Libia: quasi un secolo di contrasti

 

ANSA

31 marzo 2006

ore 19.12

 

La controversia che dura ormai da quasi un secolo tra Italia e Libia inizia con la guerra Italo-turca o Guerra di Libia.   Il 28 settembre 1911 l'esercito del Regno d'Italia inizia le operazioni in tripolitania e Cirenaica contro le truppe dell'Impero Ottomano.

La guerra italo-turca fu teatro di numerosi progressi tecnologici usati durante le operazioni militari, in particolare l'aeroplano. Il 23 ottobre 1911, il capitano Carlo Maria Piazza sorvola le linee turche e il primo novembre viene sganciata la prima bomba aerea, grande come un'arancia, contro le truppe

turche.

La guerra termino' con la presa di Tripoli e il 18 ottobre 1912 fu firmato il Trattato di Ouchy che cedeva all'Italia i territori libici.

Il 22 gennaio 1943, dopo aver sconfitto le truppe nazifasciste ad El-Alamein, la Gran Bretagna pose la Libia sotto la sua dominazione che si prolungo' fino alla risoluzione dell'Onu del 15 dicembre 1950 con la quale la Libia divenne indipendente.

I rapporti fra la repubblica italiana e la neonata monarchia libica vengono regolati nell'ottobre 1956 con un trattato bilaterale (ratificato dal Parlamento italiano nel 1957) che prevede un accordo di collaborazione economica e regola in via definitiva tutte le questioni fra i due Stati derivanti dalla

risoluzione Onu.

L'Italia si impegno' a trasferire alla Libia tutti i beni demaniali e, a saldo di qualunque pretesa, corrispose al governo di Tripoli la somma di 5 milioni di sterline. Lo stesso trattato

assicurava la permanenza della comunita' italiana residente nel Paese garantendo i diritti previdenziali e di proprieta'.

In particolare l'art. 9 stabiliva: “Il Governo Libico dichiara (..) che nessuna contestazione, anche da parte dei singoli, potra' essere avanzata nei confronti delle proprieta' di cittadini italiani in Libia, per fatti del Governo e della cessata Amministrazione italiana della Libia, intervenuti anteriormente alla costituzione dello Stato Libico”.

L'avvento di Gheddafi grazie al colpo di Stato del primo settembre 1969 porta all'adozione di misure piu' restrittive nei confronti della collettivita' italiana, fino al decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per “restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori”. Gli italiani furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 70. Contemporaneamente il regime requisi' anche i beni lasciati dagli ebrei presi in custodia dopo la guerra dei sei giorni del 1967.

A fronte delle pretese avanzate dai rimpatriati dalla Libia il governo italiano pago' indennizzi per una somma complessiva di 288 miliardi di lire.

L'accordo italo-libico siglato nel luglio 1998 dal Ministro Dini e dal suo omologo Muntasser ha affrontato ogni contenzioso tra i due Paesi. Con questo trattato il governo italiano ha definitivamente rinunciato a pretendere da parte libica il rispetto del trattato violato e ad esercitare la clausola arbitrale.

Molte clausole dell'accordo sono state attuate, fra cui la costituzione della Commissione Mista che a sua volta ha costituito un “Fondo speciale” per interventi a favore di libici danneggiati dalla colonizzazione.

Nel 2004 le relazione italo-libiche subiscono una nuova battuta d'arresto. In occasione di una visita in Libia, il rais chiede al premier Berlusconi la ricostruzione dell'antica via Balbia, la litoranea lunga 1.700 chilometri costruita da Mussolini. La spesa - secondo stime prudenti - si aggira attorno

3 miliardi di euro, una cifra molto superiore ai 62 milioni di euro del costo dell'ospedale che il primo ministro italiano era pronto ad offrire.

 


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Italia-Libia: Cossiga, su autostrada bene Berlusconi

Apprezzo premier che riconosce torti italiani in Libia

 

ANSA

31 marzo 2006

ore 18.47

 

“Mi fa piacere che il governo italiano abbia preso in considerazione come realistica la richiesta dell'amico colonnello Gheddafi per la costruzione dell'autostrada litoranea in Libia”. E' quanto sostiene il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga commentando le affermazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

   ”I libici - spiega il senatore a vita - attendono che l'Italia collabori con loro nell'opera di modernizzazione del Paese. Apprezzo il coraggio di Berlusconi nel riconoscere i gravi torti che purtroppo il nostro Paese ha commesso nei confronti della Libia, e ben comprendo i libici, che sentono ancora come una ferita la dura e crudele repressione operata nei loro confronti dal regime fascista”.


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Libia: Berlusconi, si' a costruzione litoranea

Gheddafi lo aveva chiesto come risarcimento dall'Italia

 

ANSA

31 marzo 2006

ore 16.08

 

Via libera dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla costruzione di un'autostrada dall'Egitto alla Tunisia come risarcimento per l'occupazione coloniale in Libia. In cambio, sottolinea il Presidente del Consiglio, Gheddafi dovra' dare spazio alle imprese e alle esportazioni italiane. “E' vero che i figli non sono responsabili delle colpe dei padri - spiega Berlusconi - ma il popolo libico vive quell'occupazione come una grave ferita”.


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Elezioni. Passigli a Berlusconi:e i soldi per autostrada in libia?
"Gli annunci non sono rimedio a gaffes, anzi"

 

Apcom

31 marzo 2006

ore 14.03

 

A Berlusconi che chiede con insistenza come il centrosinistra finanzierà la  riduzione del cuneo fiscale, misura di equità verso i redditi di lavoro e di rilancio della competititvità delle imprese, va chiesto con altrettanta insistenza dove troverà le migliaia di miliardi necessari per l'autostrada in Libia". Lo dichiara Stefano Passigli, senatore ds.  

"Forse completare la Salerno-Reggio Calabria e adeguare la rete dell'Anas in tragiche condizioni è più urgente" aggiunge Passigli. Per concludere: "Non è con l'annuncio di un'opera riparatoria verso la Libia che si rimediano le gaffes internazionali verso Cina e Olanda. Oltretutto alle annunci e alle promesse Berlusconi non ha fatto seguire la loro realizzazione. Non vorremmo che questo avvenisse in questo caso, con un inevitabile ulteriore peggioramento dei rapporti con la Libia".

 


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Berlusconi, si a costruzione litoranea in Libia (2) 

 

ANSA

31 marzo 2006

ore 13.55

 

“E' vero che i figli non sono responsabili delle colpe dei padri - ha affermato Berlusconi - pero' il popolo libico vive quell'occupazione di tanti anni fa come una grave ferita”. Per quanto riguarda l'autostrada litoranea chiesta da Gheddafi si tratta, ha osservato il premier, “di una grande opera dal costo rilevantissimo, e in questo momento i conti dello stato sono quello che sono”.

“Se pero' - ha aggiunto Berlusconi - vogliamo continuare i rapporti con la Libia, che e' un grande produttore di gas e di petrolio, bisognera' cominciare a costruire questa autostrada continuandola negli anni, chiedendo a Gheddafi di avere in cambio lo spazio per le nostre esportazioni e le nostre imprese”.

 


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Berlusconi, si a costruzione litoranea in Libia 

Gheddafi in cambio dia spazio a nostre imprese e esportazioni

 

ANSA

31 marzo 2006

ore 13.53

 

“Credo che quest'opera si possa fare e credo che a questo punto si debba fare” con queste parole il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha detto si' alla richiesta libica di costruire un'autostrada litoranea dall'Egitto alla Tunisia come risarcimento per l'occupazione coloniale. In cambio, ha sottolineato il premier, Gheddafi dovra' dare spazio alle imprese e alle esportazioni italiane.


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WILL LIBYA EVER CHANGE?

Khaleej Times

31 marzo 2006

Mohammed A. R. Galadari


Surprises come in many ways. A surprise this past week came from Muammar Gaddafi, who, anyway, is never short of surprises. Libya, he argued, “is the only real democracy in the world” while the American political system is “a failure”. The audience at New York's Columbia University, whom he addressed via live video feed from Tripoli, might have been shell shocked, as also the rest of the world that got to hear about it later. It is tempting to take a look at Libya's democracy record. If Gaddafi has been the leader for an uninterrupted 36 years, the ground reality is also that he has not allowed voices of dissent there. Can such a leader call his system of governance the best democratic process in the world, even as no one questions his right to claim the merits of the system he follows there?

Gaddafi had more surprises in store for his audience, who heard him at New York's Columbia University. In the process, many wonder whether he hasn't made a laughing stock of himself? What was the reality in Libya, and what was the reality that Gaddafi sought to project of himself and the country? In Libya, he says, “everything is open for discussion”, while countries like the US “eavesdropped on its people” and were “creating another state of terror”. Libya's political system, he says, “is superior to ‘farcical' and ‘fake' parliamentary and representative democracies in the West”. So much so, he believes that “there is no state with a democracy, except Libya, on the planet”.

For Gaddafi, springing surprises is perhaps an art in itself. Some such recent surprises were positive, though. For instance, he publicly acknowledged being in possession of nuclear weapons, agreed to dismantle them and showed a willingness to have international inspections on his nuclear installations; he and his nation took responsibility for the Lockerbie bombing and agreed to give compensation; and, surprise of all surprises, he said he wanted to be friends with the West.

All that helped the world to look at him and his country in a new light. The world took it as the beginning of a reform process there. By all indications, Libyans too were happy. They thought the period of confrontation was just about over, and their country would now channel all its energy in positive ways. Feelings were that Gaddafi had, in many respects, divorced himself from the mistakes of the past, and was presenting a more meaningful picture of his country before the world. That “change” in his attitude had formed the backdrop to his meetings with some top Western leaders. The address of the Columbia University students, again, left the world wondering whether he has the urge for change at all.

A report by the international rights group, Amnesty International, for the past year, is educative in respect of the situation in Libya. “Prisoners of conscience detained in previous years remained in prison. Legislation criminalising peaceful political activities remained in force. The security forces continued to arbitrarily arrest people for political reasons and to detain them incommunicado for long periods without charge”.

There's more: “...Unfair trials before the people's court continued to take place... Legislation continued to prohibit the formation of associations or political parties outside the existing political system. Despite the authorities' categorical denial of the existence of prisoners of conscience, scores of them continued to be held for their non-violent political views or activities....Trials before the court continued to fall short of minimum standards for fair trial...the fate of many prisoners who were killed or disappeared from Abu Salim Prison in Tripoli in 1996 remained unknown.” Hence, the perception of the Libyan system as being worse than some of the military dictatorships.

So, when Gadddafi says, “the rest of the world will emulate Libya”, many see it as a worrisome prospect. If his hint was on the distinctive political philosophy he advanced, the reality is that there are not many takers for his Green Book even in Libya today.

The Libyan leader must note that, by making such tall claims, he will cut a sorry figure. Yet, more than his image, it is the image of the country as a whole that's affected. Libya is not a private enterprise. People as a whole should not be finding themselves on the defensive for the way Gaddafi projected his views. “Enough is enough”, one might say.

Will Libya change? There's a big question mark as to whether the leadership is keen on reforms — something that Gaddafi has promised to his people. The replacement of a reform-minded premier Shokri Ghanem with a “cautious figure” earlier this month raised eyebrows in this respect. Feelings are that Ghanem had lost out in a three-year-long power struggle between him and conservative elements in the governing General People's Congress.

Among his followers, Gaddafi might still be regarded as the “brotherly leader” or the “guide of the revolution”, slogans that rent the Libyan air for decades; and he has positive sides to his leadership; No one questions them, but he must, in the least, see the realities around him.  

 


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INTERVENTO DEL MINISTRO DELL'INTERNO

ON. GIUSEPPE PISANU

 

*PRESENTAZIONE DEL VOLUME

“FUGA ALL'INFERNO E ALTRE STORIE”

DI MUHAMMAR GHEDDAFI*

22 marzo 2006

 

Vorrei dire, innanzitutto, che dobbiamo essere grati a Manifestolibri per questa pubblicazione che davvero colma un vuoto inspiegabile nel panorama editoriale italiano. E poi offre un contributo importante alla conoscenza di una personalità ricca e complessa come quella di Muhammar Gheddafi.

Negli ultimi tre anni io ho incontrato più volte il leader libico e ho avuto con lui lunghe conversazioni che, spesso, sono andate ben al di là dell'oggetto specifico dei nostri incontri, che, come è noto, riguardano la cooperazione italo-libica in materia di lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di esseri umani.

La lettura mi è servita molto e mi ha affascinato subito perché io ho trovato nei racconti l'eco di molte conversazioni e anche i tratti rilevanti e del carattere e della visione politica di Gheddafi, una visione certamente basata sulla conoscenza profonda della cultura coranica, ma anche della cultura occidentale e, soprattutto, su una concezione assolutamente laica dello Stato e del potere.

Mi pare che ha parlato nella prefazione, lo rilessi più volte, Gheddafi - lo ha detto anche il dott. Salerno - è sicuramente uno dei massimi esponenti di quell'islam moderato al quale spesso ci riferiamo, guardando non tanto al sistema politico libico e alla forma di governo cui esso dà vita, ma guardando soprattutto alla concezione laica della politica, alla netta separazione che in Libia esiste tra religione e politica.

Gheddafi è sicuramente uno dei contestatori più determinati del radicalismo dottrinario degli wahabiti e di ogni altra forma di estremismo. Poco fa si è parlato della sua polemica con i Fratelli Musulmani: io mi sono annotato un passo bellissimo in uno dei suoi racconti dove rivela una straordinaria verve polemica, ma esprime compiutamente il suo pensiero, laddove accennando ad al-Banna come depositario diciamo della cultura islamica, dice: ‘perché al-Banna aveva imparato a memoria il Corano fin dalla tenera età, anche se poi col passare degli anni lo aveva dimenticato'. E più in là dice: ‘la stesura di questi tomi aventi come oggetto l'esegesi coranica dal titolo ‘Ombre del corano', rientrava nel quadro di lotta per il potere che infiammò l'Egitto negli Anni ‘40 e inizio Anni ‘50, senza alcun legame di fatto con il Corano o la religione di Dio, ma la religione vi veniva infilata per forza e il Corano interpretato in modo deliberatamente erroneo, per dimostrare il diritto al potere di un gruppo di egiziani contro un altro gruppo. Mi sembra un passaggio rivelatore della visione moderata.

Penso anch'io che Gheddafi sia al tempo stesso un grande utopista ed un idealista. Ha inseguito lungamente il sogno dell'unità araba, poi quello dell'unità africana, forse coltiva ancora questo sogno, ma intanto prende atto con grande realismo delle contraddizioni laceranti che vi sono all'interno del mondo arabo e ancor di più del mondo islamico inteso nella sua accezione planetaria, intercontinentale. E, nel cogliere queste contraddizioni, cerca però sempre la via di uscita ai problemi politici concreti che si creano soprattutto sul terreno delle relazioni internazionali.

Gheddafi è certamente convinto, come molti di noi, che l'Europa ha un enorme debito storico con l'Africa, e che questo debito può essere pagato soltanto aiutando il continente ad uscire dal suo lungo degrado e a superare il collasso demografico di cui è manifestazione drammatica l'emigrazione clandestina.

E per quel che ho capito dalle conversazioni con lui, egli è anche convinto che se l'Europa non onora in questo modo questo debito corre il rischio di perdere una storica occasione per recitare una parte da protagonista sulla scena mondiale, lasciando che il vuoto africano venga colmato da altri se l'Europa non saprà intessere con l'Africa un dialogo rivolto insieme allo sviluppo e alla costruzione della pace.

Però, mentre egli sostiene il dialogo euro-africano, riconosce che l'Africa non riesce ad avere una voce unitaria, la debolezza politica dell'Unione Africana è evidente e che, perciò, ecco il suo realismo, oggi forse è più opportuno concentrare l'attenzione sul ruolo che i paesi della sponda nord-africana possono svolgere in un dialogo più stretto con l'Europa, un dialogo euro-mediterraneo non affidato ai fori internazionali sui quali operiamo adesso ( 5 più 5, il processo di Barcellona), ma impostato come dire su basi nuove, che tutti insieme dovremmo ricercare. E pensa - questo è un aspetto come dire sul quale non si è fatta ancora molta luce - il colonnello Gheddafi che per lo sviluppo di questo dialogo le circostanze storiche affidino un ruolo particolare all'Italia e alla Libia. Lo dice non tanto perché noi siamo oggi il partner più commerciale e più importante di quel paese, ma a motivo di una vicinanza, non soltanto geografica, tra i nostri due popoli e i nostri due Paesi e soprattutto perché è convinto che c'è una perfetta compatibilità tra gli interessi generali dell'Italia e quelli della Libia. Il ponte tra l'Italia e la Libia può essere un ponte solido tra le due sponde del Mediterraneo. Lui sa bene che attraverso questo mare il sud e il nord del mondo si guardano negli occhi i loro problemi, diffidano uno dell'altro, come tante volte è accaduto nella storia, si scontrano, ma tante altre volte si sono incontrati, scambiando nei porti del Mediterraneo, non soltanto merci, ma anche idee e progetti.

Nel mio piccolo, insieme a tanti altri amici libici, abbiamo cercato di lavorare in questa direzione operando soprattutto sul lato della immigrazione, dei processi migratori e soprattutto del contrasto alle grandi organizzazioni criminali insediate in Libia, in Egitto, in Italia, in altri paesi europei che sfruttano spietatamente l'immigrazione clandestina, dai luoghi di partenza, ai luoghi di transito, a quelli d'arrivo. Perché il dialogo italo-libico possa sviluppare in tutte le sue potenzialità è necessario però, e lo riconosciamo da entrambe le parti, che si risolva il contenzioso italo-libico e che, soprattutto, si chiuda un capitolo tragico.

Dobbiamo tener conto, di fronte a certe rigidità, a certe impuntature e polemiche del colonnello Gheddafi, che dietro certe sue posizioni c'è sempre uno sforzo teso a dare alla Libia una identità nazionale, e dobbiamo tener conto che, elemento fondante di questa identità nazionale, è la lotta di liberazione dal colonialismo italiano. Non si capisce perché noi sentiamo con tanta forza ancora ed attualità la resistenza al nazi-fascismo e perché i libici non dovrebbero sentire con eguale forza la lotta di resistenza al colonialismo italiano. Lui dedica passi bellissimi in uno di questi racconti all'eroica battaglia del padre contro la morte, che è una battaglia di liberazione.

Debbo aggiungere qui, in contrasto con una affermazione contenuta nella prefazione, che in questi ultimi anni abbiamo fatto davvero qualche significativo passo in avanti. Io segnalo una decisione recente del Consiglio dei Ministri che è passata pressoché inosservata, ma il cui comunicato ufficiale dice che l'Italia riconosce la necessità di superare, anche con gesti altamente significativi, il contenzioso storico, di chiudere il capitolo del colonialismo e, al tempo stesso, di sciogliere nodi che ancora rimangono nei rapporti italo-libici per quanto riguarda le rivendicazioni delle imprese italiane sulle possibilità di ritorno degli italiani in Libia. Insomma, l'idea di un grande gesto, qualunque esso sia, ha trovato finalmente una sanzione formale, prima in una comunicazione fatta da Fini e da me alle Commissioni Estero e Interno riunite di Camera e Senato e poi in questa delibera del Governo. So benissimo che ci sono difficoltà nei rapporti itali-libici, ma debbo dire che per quanto riguarda le questioni più delicate della lotta al terrorismo e del contrasto alle organizzazioni criminali, la collaborazione è piena, senza riserve, ed è fruttuosa. Si tratta di lavorare, adesso, su questa strada, con un atteggiamento di fiducia e di speranza civile che io penso si possa esprimere con le battute dell'ultimo racconto di questo libro ‘L'annunciatore del Sahur', dove Gheddafi scrive: ‘tutti noi conosciamo l'annunciatore del sahur, e lo amiamo, persino i bambini amano il mese di Ramadan, e lo aspettano con impazienza, proprio per via dell'annunciatore e della sua voce che desta i dormienti, e del suo schietto tamburo, dai bei colpi cadenzati che accompagnano quella voce così familiare, ogni anno e ogni notte del santo mese di Ramadan'.

E più in là aggiunge ‘ ha ben dato chiara la sensazione di guardare molto al di là del fatto che racconta: ‘Che Dio ricompensi l'annunciatore e lo rimeriti largamente per il suo semplice lavoro e per i suoi ripetuti inviti al risveglio, gridati alla fine di ogni notte

scura per farci consumare il nostro pasto dell'alba, preparati a un giorno di digiuno che può anche essere molto lungo'. Mi pare che questo passo sia di buon auspicio per lo sviluppo dei nostri rapporti.


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Botta e risposta tra la Libia e Sky Tg24


Punto Com

25 marzo 2006

 

Botta e risposta tra l'Ambasciata libica a Roma e Sky Tg24 sull'intervista rilasciata all'emittente, qualche giorno fa, dal colonnello Muammar Gheddafi. La tv italiana, ha scritto ieri in un comunicato la rappresentanza diplomatica di Tripoli, «non è stata capace, “seppur involontariamente”, di riportare le espressioni del Leader in modo preciso». Nel documento sono riportate le domande dell'intervistatore, le risposte trasmesse e le risposte con “traduzione esatta”. Il direttore del canale all news Emilio Carelli replica così: «Esprimiamo rammarico e sorpresa ma affermiamo con fermezza che al gioco pretestuoso delle sfumature non ci stiamo. Ribadiamo - afferma Carelli - che la traduzione dell'intervista al Colonnello Gheddafi trasmessa da Sky Tg24 è stata effettuata da un interprete ufficiale del leader libico, tra l'altro non scelto da Sky, bensì imposto dal governo di Tripoli, e che nessuna modifica è stata apportata. Lo testimonia il fatto che la voce in onda che traduce in italiano è proprio quella del traduttore ufficiale libico.

Stupisce - dice ancora Carelli - che a cinque giorni dalla messa in onda, ci si appelli ora a presunte inesattezze, che tali non sono». Dopo aver puntigliosamente elencato tutte le asserite inesattezze, il comunicato conclude comunque che «L' Ufficio Popolare (ambasciata, ndr) conferma che la collaborazione in atto tra la Libia e l'Italia alla lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, all'immigrazione clandestina ed al traffico di esseri umani prosegue secondo il programma concordato».


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A proposito dell'intervista a Raffaello Fellah

L'Opinione della libertà

25 marzo 2006

Leone Massa

 

Che bello leggere un giornale libero come il vostro dove trovano spazio anche opinioni divergenti. Conosco Raffaello Fellah. Lui stesso mi disse che in Libia gli uccisero il padre e del suo impegno per rapporti sempre più stretti con la Libia perché gli affari sono affari. A differenza di Fellah, Gheddafi ancor oggi ce l'ha con l'Italia perché, pare, che un suo antenato sia stato ucciso durante il periodo coloniale italiano. Questo certamente non giustifica l'atteggiamento dell'uno e dell'altro. Il “volemose bene” pur di fare affari non mi trova d'accordo e se Gheddafi minaccia l'Italia di attentati, come italiano, non posso accettarlo e quei politici che, per opportunità politiche fanno dichiarazioni come se niente fosse, non mi rappresentano e non li andrò a votare. Forse ho una mia dignità ed un senso dello Stato che altri non hanno. Lo stesso Gheddafi se ci fosse una minaccia verso il suo Paese si comporterebbe come me. Sarebbe opportuno che i nostri politici e gli italiani che sentano un po' di amor patrio leggessero l'articolo del Vice Direttore del Corriere della Sera, Magdi Allam, pubblicato ieri. Un'ultima cosa e molto più interessante notata nell'articolo di Ruggiero Capone è l'indennizzo ai libici al valore attuale per i beni confiscati a metà degli anni ‘ 70. I nostri governanti prendessero esempio da Saif El Islam per come indennizzare i propri connazionali e non sottoporli a decenni di attesa per offrire loro una elemosina. Questo lo dico per i 20.000 italiani cacciati dalla Libia nel '70 e per le imprese italiane creditrici della Libia.

Segue l'intervista a Raffaello Fellah.

 

L'intervista a Fellah: L'associazione Italo-libica vuole amicizia con Gheddafi

 

L'Opinione della libertà

24 marzo 2006

Ruggiero Capone

 

Lo scorso 22 marzo il governo di Tripoli ha deciso di indennizzare i cittadini libici danneggiati dalle nazionalizzazioni, che furono avviate agli inizi degli anni Settanta. “Il governo ha approvato un decreto che sarà esecutivo nei prossimi giorni”, ha reso noto la Fondazione Gheddafi, presieduta da Saif al-Islam, figlio del leader libico. Un'iniziativa, sottolineano fonti diplomatiche, mirata a incoraggiare il ritorno di quei libici fuggiti poco dopo il sanguinoso colpo di Stato, con cui 37 anni fa Gheddafi rovesciò la monarchia. Ma rientra anche nella sterzata verso quello che Gheddafi ha definito un “capitalismo di massa”, dopo decenni di economia pianificata. Stando alla Fondazione, sono almeno quattrocento i casi di esproprio interessati dal provvedimento, e gli indennizzi saranno stabiliti ai valori correnti. L'opinione ha per l'occasione intervistato Raffaello Fellah, ebreo libico venuto a Roma ai tempi della rivolta capeggiata da Gheddafi, oggi promotore dell'associazione ebrei libici.

Come nasce la comunità ebraica romana della Libia?

L'associazione unitaria delle comunità ebraiche di Libia è nata a Roma nel 2004. Ma la comunità ebraica di Libia è la più antica al mondo. Testimonianze sulla presenza della comunità ebraica in Libia si trovano sia in Erodoto che in Strabone: alcuni le fanno risalire indietro nel tempo, a seguito della distruzione del primo Tempio di Gerusalemme. Ma le prime notizie attendibili attestanti la presenza ebraica in Libia, più precisamente in Tripolitania, risalgono al periodo cartaginese e, da fonti ancora più ricche, al periodo romano, testimonianze che fanno precedere la presenza ebraica di molti secoli rispetto a quella araba. La distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme, da parte dei romani, fece sì che si creassero nuovi insediamenti in Tripolitania e Cirenaica, altra regione della Libia dove vi era una forte comunità ebraica. Proprio dalla città di Cirene scoppiò la rivolta ebraica contro Traiano, estesasi poi in altre parti dell'Impero. La repressione romana alla rivolta ebraica fu durissima. Ormai in decadenza gli ebrei di Cirenaica furono costretti alla fuga, trovando rifugio presso le tribù berbere della Sirte, in Tripolitania, Tunisia, Algeria e Marocco. Ma da quella comunità, in pieno Impero romano, nacque la comunità ebraica di Roma, che ancora oggi ha delle tradizioni innegabilmente cirenaiche.

E poi a perseguitarvi è stato Gheddafi, che oggi invece parla d'indennizzi?
Dire con più precisione che siamo stati vittime dei moti antiebraici del 5 giugno 1967. A Bengasi, quella drammatica mattina, tutti gli ebrei presenti in Cirenaica (circa duecento, superstiti di una fiorente comunità che contava oltre 3 mila persone) venivano rastrellati e rinchiusi in un campo dal quale, una notte di fine giugno di quello stesso anno, venivano direttamente trasferiti in Italia su aerei appositamente noleggiati, sembra dallo stesso Re Idris di Libia. Nessuno ha più potuto rivedere la propria abitazione o la sede delle proprie attività, né recuperare qualcosa dei depositi bancari o della documentazione relativa ai beni che, più o meno, tutti erano stati costretti ad abbandonare. A Tripoli la situazione era stata ancora più tragica, oltre venti persone venivano massacrate nella totale indifferenza della polizia e delle autorità politiche. Contemporaneamente venivano saccheggiati i negozi, gli uffici, le sinagoghe, le abitazioni e persino il cimitero. Il giorno dopo la polizia trasferiva in un campo improvvisato alla periferia le famiglie dislocate nei quartieri di popolazione a maggioranza araba; consigliando agli altri abitanti sparsi in diversi quartieri di restare in casa. Iniziava una capillare opera per convincere la popolazione ebraica ad abbandonare il Paese per il tempo necessario a ripristinare l'ordine.
Ed oggi?

Gheddafi non poteva frenare le rivolte anti-ebraiche a seguito della “guerra dei sei giorni” tra Egitto ed Israele, in cui gli arabi tifavano per l'Egitto. Quindi congelò con le nazionalizzazioni i patrimoni degli ebrei di Libia, che oggi vuole indennizzare con valuta corrente. Gheddafi usa sempre chiedere indennizzi al suo popolo, per il periodo coloniale italiano, perché il suo regime è nato come reazione politica al non pieno risarcimento che Re Idris aveva ottenuto nel 1955 dall'Italia: circa 5 milioni di lire dell'epoca, quando il bilancio della Libia era già di 3,5 milioni di dollari nel 1950.

A chi sono grati allora gli ebrei di Libia?

Certamente all'Italia e, politicamente, a Giulio Andreotti che ha permesso l'inserimento della comunità nel paese, riconoscendone la mai persa cittadinanza italiana. Del resto ho parlato della mia esperienza nella sua storia degli ebrei di Libia “Ebrei in un paese arabo” di Renzo De Felice (edizioni Il Mulino, 1978): allo storico ed amico scomparso parlai della mia comunità tra fascismo, nazionalismo e sionismo.

E Gheddafi?

Per certi versi è un amico, una persona intelligente, con cui dialogare. Lo incontrai, per la prima volta dopo la mia fuga, nel 1980 e si mostrò aperto ad ogni trattativa. Il fatto che oggi suo figlio Saif al-Islam abbia parlato d'indennizzi equi e per valori correnti testimonia come si possa favorire una forte intesa italo-libica.

Cosa progetta in proposito?

L'8 di aprile prossimo presenteremo l'associazione amici della Libia, la cui presidenza onoraria verrà offerta al senatore Giulio Andreotti: una iniziativa lontana da qualsiasi speculazione politica, tesa all'amicizia duratura tra ebrei, cristiani e musulmani di Libia. E voglio ricordare che il primo sindaco di Tripoli è stato un ebreo, Mordechai Arkin: era stato ufficiale dell'ottava armata del generale Montgomery, e nel suo consiglio comunale sedevano da amici ebrei, cristiani e musulmani. Dopo di Arkin un altro ebreo, Ruben Assan, è stato sindaco di Tripoli e con lui in consiglio l'italiano Marchino ed il principe arabo Tahl Karamalli. Erano tutti amici, si stimavano e s'aiutavano.

Quindi cosa propone?

Rinnovare il ruolo mediatorio della comunità ebraica tripolina. Rammento che fummo noi a mediare tra Italia e Libia già nel 1922, quando avvenne la rivolta dei Senussi. Oggi noi vogliamo la pace con Gheddafi. E per questo rammento che già durante l'ultimo incontro che il leader libico ebbe con il senatore Andreotti, il rais espresse parole d'amicizia verso l'Italia e, ben 8 anni fa, denunciò Bin Laden come pericoloso guerrafondaio. Gheddafi mise alla porta Bin Laden che si permise di parlare di conquista del mondo, di ritorno d'una potenza araba dalla Sicilia alla Spagna fino alle porte di Vienna. Gheddafi, sotto sanzioni internazionali, cacciava Bin Laden.

Ed ai politici non vuole proprio dire nulla?

Solo che non si può giocare a fare i mercanti con una personalità di profonda cultura araba come Gheddafi: gli arabi al pari degli ebrei sanno pazientare e trasformate gli affari sempre a proprio favore. L'Italia non può mercanteggiare sulla storia dell'autostrada da costruire in Libia o su un altro risarcimento coloniale da riconoscere ai libici: deve cercare di trasformare queste richieste in opportunità di scambio reciproco, senza gridare alla stampa che si tratta d'un ricatto di Gheddafi. Perché non è un ricatto, ma un modo arabo per dire trattiamo, quindi allacciamo nuovi rapporti. L'Italia deve investire in rapporti italo-libici, l'autostrada può permettere la nascita d'aziende a capitale misto nel settore turistico: la Libia ha coste ineguagliabili nel Mediterraneo. L'8 di aprile parleremo anche di come la comunità libica chiede di migliorare questi rapporti. E se ancora abbiamo fiducia nella pace tra le due sponde lo dobbiamo a Giulio Andreotti, che non ha mai cessato di credere nella comunità del Mediterraneo: per il bene dell'Europa e per la necessaria crescita in simbiosi dell'Africa.

 


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Dopo Bengasi

Prendiamo esempio dai danesi

Tenere la schiena dritta ripaga

 

Il Corriere della Sera

23 marzo 2006

Magdi Allam

 

Schiena dritta, paga. Schiena ricurva, non paga. La Danimarca non si scusa per le vignette su Maometto, richiama gli ambasciatori dai Paesi islamici, protesta per le violenze subite, non si lascia intimidire dal boicottaggio economico, reagisce alle minacce di morte. E alla fine ottiene le scuse e il risarcimento da Siria e Libano per le aggressioni alle sue ambasciate. L'Italia invece si fa in quattro per scusarsi per le «provocazioni » che giustificherebbero l'assalto al consolato a Bengasi, caccia un ministro, minimizza, si dice disponibile a indennizzare la Libia. E alla fine incassa nuove minacce di attentati terroristici e una pretesa di denaro 50 volte superiore la cifra pattuita.

Che l'Italia di distingua dal comportamento dei Paesi scandinavi lo si constata anche dal fatto che mentre il nostro Calderoli è stato licenziato dal governo per aver esibito la vignetta su Maometto, in Svezia la ministra degli Esteri Laila Freivalds si è dimessa per aver ostacolato la pubblicazione delle vignette. Da noi ha prevalso il discutibilissimo criterio dell'opportunità politica, da loro si è imposto il dovere incontrovertibile del rispetto della Costituzione.

Ma a quanto pare continuiamo imperterriti a chinarci e genufletterci al tiranno e alle intimidazioni. Il 20 marzo scorso Gheddafi avverte da Sky Tg24: «Altre Bengasi o attentati in Italia? È da aspettarselo, purtroppo». E noi come rispondiamo a un capo di Stato che minaccia attentati terroristici? Il ministro degli Esteri Fini taglia corto: «Le intimidazioni e le minacce nemmeno troppo velate di Gheddafi non ci spaventano». Franco Frattini, vice presidente della Commissione europea, sdrammatizza: «È una dichiarazione quella di Gheddafi che non credo sarà seguita da nessuna azione». Niente condanne, niente proteste, quasi si trattasse di parole al vento pronunciate da uno spaccone qualsiasi, e non da un burattinaio reo-confesso del terrorismo internazionale.

Il 3 marzo Gheddafi aveva minacciato un' ondata di violenze: «Se l'Italia vuole che le sue compagnie, consolati, ambasciate e cittadini residenti in Libia vivano in pace, deve pagare il prezzo». E noi come rispondiamo a un'intimidazione di stampo mafioso? «Parole che non devono impressionare più di tanto », getta acqua sul fuoco Fini, «perché è chiaro che si tratta più di un comizio ai suoi fedelissimi che di una responsabile presa di posizione in campo internazionale». Fonti del Viminale, citate da La Repubblica, puntualizzano che Gheddafi si sarebbe macchiato di «una scorrettezza enorme nei confronti del ministro Pisanu». Come se la sicurezza del nostro Stato fosse stata concepita sulla base del rapporto personale tra Gheddafi e Pisanu.

Ci ricordiamo come abbiamo reagito il 17 febbraio quando fu attaccato, bruciato, saccheggiato e distrutto il nostro consolato a Bengasi? Con una nota ufficiale di Palazzo Chigi in cui si esprime «il profondo dolore del Governo e del popolo italiano per i tragici incidenti di Bengasi», si esalta il governo libico per «avere operato per garantire l'incolumità dei nostri connazionali», attribuendo implicitamente la responsabilità delle violenze a Calderoli, perché il suo comportamento è «in contrasto con la linea del Governo ed evidentemente incompatibile con incarichi istituzionali». Berlusconi, con l'opposizione consenziente, si è assunto la responsabilità di un attentato pianificato e orchestrato da Gheddafi cacciando un proprio ministro, ha formulato le scuse anziché pretenderle, ha offerto un indennizzo anziché esigerlo.

Il 18 febbraio Berlusconi si era mostrato raggiante: «Tutto risolto, ho parlato con Gheddafi, i rapporti sono ottimi». Invece, inflessibile, Gheddafi è tornato a minacciare nuove Bengasi e attentati in territorio italiano. Alzando di 50 volte il prezzo per chiudere l'annosa questione dell'indennizzo per i danni coloniali: dai 63 milioni di euro per la costruzione di un'autostrada tra Bengasi e Tripoli, concordati il 28 ottobre 2002, a oltre 3 miliardi di euro per la costruzione di un'autostrada dalla frontiera con la Tunisia a quella con l'Egitto.

Impareremo la lezione? Sembra proprio di no ascoltando la parola d'ordine condivisa a destra e a sinistra: «Mediazione e dialogo», «Dialogo e mediazione». Ricordiamoci però che a furia di incurvare la schiena finiremo per spezzarla. E allora raddrizziamola, come hanno fatto i danesi, fin quando siamo ancora in tempo.

 


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Libia: perché Gheddafi ci accusa

 

Gente

23 marzo 2006

Gigi Speroni

 

Dov'è finito Gheddafì? Per giorni ha occupato le prime pagine dei gior­nali, poi, di colpo, è sparito persino dalle brevi di cronaca. «Chi l'ha vi­sto?», potrebbe chiedersi Federica Sciarelli. Viviamo in un convulso clima elet­torale, dove le notizie esplodono come un fuoco d'artificio e vengono presto di­menticate, Tanto rumore per nulla anche in questo caso? Non proprio: le dichiara­zioni di Gheddafì hanno alimentato un incendio che covava sotto la cenere, inevitabilmente destinato a riattizzarsi, se il dittatore libico deciderà di farlo nuova­mente divampare, E non sarebbe la pri­ma volta. Quindi, vale la pena riepiloga­re i fatti, a futura memoria. Tutto è cominciato in febbraio, per l'esattezza vener­dì 17, quando centinaia di libici hanno as­salito a Bengasi la sede del consolato italia­no e la polizia ha sparato, uccidendo 12 di­mostranti. Il ministro Roberto Calderoli si era sciaguratamente esibito in televisione con una maglietta che riproduceva quelle vignette su Maometto, pubblicate da un giornale danese, che avevano provocato la violenta rivolta del mondo islamico. £ fu facile trarre le conseguenze del caso.

Le dimissioni di Calderoli parevano averlo chiuso, ma il 2 marzo, celebrando il 29° anniversario del colpo di Stato che l'a­veva portato al potere, Muhammar Ghed­dafì lo ha riaperto: «II popolo libico», ha detto, «grida vendetta e bisogna approfitta­re dell'occasione per risolvere il problema, affinché non si ripeta la tragedia del consolato». Il "problema" sono le colpe dell'Ita­lia coloniale, che aveva occupato la Libia dal 1911 al 1943, quando 100 mila libici vennero uccisi in guerra e durante i lun­ghi anni della successiva repressione "pacifìcatrice". Per risolverlo, Gheddafì chie­de «un grande gesto, non solo simbolico, che ponga una pietra sul passato».

In verità, un gesto il governo italiano l'aveva già fatto nel 1956, impegnandosi con re Idris I a versare un indennizzo di 5 miliardi di lire, ma Gheddafì, soppian­tato il sovrano Senusso, stracciò l'accor­do e, nel 1970» scacciò i 20 mila italiani che vivevano e lavoravano in Libia, re­quisendo le case, i terreni e ogni loro proprietà, come acconto per il risarci­mento dovuto al suo popolo. Nel con­tempo, istituì il "giorno della vendetta" per rivendicare, il 7 ottobre di ogni anno, "i diritti negati alle vittime del coloniali­smo italiano".

Gheddafì rivendicava soprattutto quando aveva bisogno di rinsaldare il suo potere, sbandierando il nazionali­smo, e noi traccheggiavamo ricorrendo all'abilità diplomatica di Giulio Andreotti. L'ultimo capitolo di questa storia risale al 2004, quando Berlusconi si recò a Tri­poli, mettendo sul piatto l'offerta di un ospedale da 63 milioni di euro, ma Gheddafì lo gelò con la pretesa di un'autostrada dalla Tunisia fino all'Egitto: 1.700 chilometri per un costo di almeno 3 miliardi. Questa è l'ultima richiesta del dittatore rimasta sul tavolo a pochi giorni dalle elezioni. Per il governo che verrà è una patata che scotta, e molto, visti gli interessi che abbiamo con la Libia: il gasdot­to, i contratti dell'Eni, il piano per impedire che dalla "quarta sponda" possano partire le barche cariche di immigrati dirette in Italia. Gheddafì chiede «un grande gesto» per porre «una pietra sul passato». Un lontano passato che abbraccia più di trent'anni: l'arco di tempo che va dall'Italia liberale di Giovanni Giolitti a quella fascista di Benito Mussolini. Sempre sotto il lungo regno di Vittorio Emanuele III.

Andiamo, dunque, ai ricordi. Incomin­ciando da una data precisa: il 29 settembre 1911, quando l'Italia dichiara guerra alla Turchia. Le grandi potenze europee si stanno spartendo l'Africa e anche noi vo­gliamo partecipare al banchetto. La Libia appare come una conquista facile: la Cire­naica è governata dalla Confraternita dei Senussi, una tribù; la Tripolitania fa parte dell'impero ottomano, che è in disfaci­mento. Per Giolitti è il momento giusto per incamerare "la vasta regione bagnata dal nostro mare", ridotta in gran parte a deserto "per l'inerzia di popolazioni no­bili e neghittose", che appare come "lo sbocco naturale delle nostre aspirazioni". Non soltanto dei nazionalisti, dei mode­rati, dei banchieri, dei cattolici, ma anche di vasti settori della sinistra: Arturo Labriola considera la Tripolitania "una co­lonia dei proletariato italiano". I giornali favoleggiano dì "enormi ricchezze natu­rali che aspettano solo di essere sfrutta­te", di "sterminate e fertilissime regioni ove potranno vantaggiosamente emigra­re migliaia di contadini italiani affamati di terre". Sotto quelle terre c'è il petrolio, ma verrà scoperto solo nel 1959.

Gli unici a opporsi alla guerra sono i socialisti di Filippo Turati e la Camera Generale del Lavoro, che proclama uno sciopero di 24 ore. Miseramente fallito. Migliaia di contadini meridionali preferi­scono assediare le questure per chiedere il passaporto nella speranza di "poter an­dare nella quarta sponda a far gli agricol­tori", e tra gli operai scendono in piazza solo quelli di Parma e di Forlì, dove due "pericolosi agitatori" vengono arrestati e condannati per direttissima a cinque me­si di reclusione. Si chiamano Pietro Nenni e Benito Mussolini. I borghesi, dal canto loro, si spellano le mani per Gea della Garisenda, una romagnola alta e formosa, che canta: Tripoli, bel suoi d'a­more, ti giunga dolce questa mia canzon... Tripoli, terra incantata, sarai ita­liana al rombo del cannon.

Il 5 ottobre 1911, "A Tripoli sventola il tricolore". Lo annuncia il quotidiano La Stampa:”I1 grande voto della nazione è compiuto, il cerchio di ferro è rotto: il Mediterraneo non diverrà più un lago stra­niero. L'Italia si è assicurata l'unico lembo rimasto libero dalle cupidigie altrui".

La conquista ha eccitato Gabriele D'An­nunzio (era scontato), ma anche Giovanni Pascoli, il delicato poeta della natura e della pace: La grande proletaria s'è mossa. Là i nostri lavoratori saranno agricoltori sul terreno della Patria. Dal canto suo, il Vate declama: S'ode nel cielo un sibilo di tromba. Passa nel cielo un pallido avvoltoio. Giulio Gavoni porta la sua bomba. L'ingegner Gavotti, sottotenente di complemento, sorvolando l'oasi di Tagiura ha sganciato sui turchi quattro ordi­gni poco più grandi di un'arancia "che hanno terrorizzato il nemi­co". È il primo bombardamento aereo del mondo. Per l'occasione debuttarono anche la radiografia senza fili nei collegamenti tra i reparti e le strisce ferrate da avvolgere attor­no alle ruote per non impantanarsi nel de­serto. Li chiamarono i "cingoli Bonagente", dal nome del capitano che li aveva inventa­ti, e li ritroveremo tre anni dopo sui carri armati della Prima guerra mondiale.

La Libia diventerà italiana con la pace di Losanna, firmata il 18 ottobre 1912, ma i senussidi islamici in Cirenaica e i beduini in Tripolitania continueranno a combatte­re una lunga guerriglia fatta di attentati, scaramucce, impiccagioni dei ribelli. Rac­contano i cantastorie: In nome di Maometto e del Corano, il turco spinge l'arabo guerrier ad affrontare il milite italiano, chiamandolo infedel cane stranier!

Su quegli anni sentiamo un testimo­ne. Non un generale o un politico, ma un romanziere ai tempi molto noto. Louis Marie Julien Viaud, con lo pseudonimo di Pierre Loti (dal nome di un piccolo fio­re indiano), scrisse, nel 1913, Ma Turquie agonisante: "Non è soltanto contro gli italiani che si eleva la mia protesta, ma contro tutti noi, cosiddetti cristiani d'Europa. Noi che sulle labbra abbiamo sempre parole di fraternità, ogni anno inventiamo esplosi-vi sempre più infernali, mettia­mo a fuoco e sangue e rapinia­mo il vecchio mondo africano. Trattiamo come animali gli uo­mini di pelle bruciata".

In Libia, spenti gli ultimi focolai di rivolta con una dura repressione del maresciallo Rodolfo Graziani, dal 1933 il governo attuò un vasto program­ma di colonizzazione creando fabbriche, una Manifattura tabacchi a Tripoli, opere idrauliche e di rimboschimento, 850 azien­de agricole. E costruì una rete stradale di 3.545 chilometri. Su cui, dal 1940, comin­ciarono a passare cannoni e carri armati: prima avanti, diretti verso l'Egitto, poi in­dietro, per riparare in Tunisia, E, con la guerra, l'Italia perse anche la Libia.

 


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Secondo il ministro si tratterebbe di un errore di traduzione e da' fiducia al Colonnello

Pisanu: un equivoco le minacce di Gheddafi

 

La Stampa

23 marzo 2006

Francesco Grignetti

 

Nell'aria, lungo l'asse tra Italia e Libia, c'è ancora l'eco delle minacce (Gheddafi: «Bengasi po­trebbe ripetersi») e delle tensio­ni. Ma Beppe Pisanu, il ministro dell'Interno, autorevole espo­nente del partito filolibico italia­no, prova a smorzare i toni. «E' tutta un'incomprensione. Erro­ri di una traduzione inesatta.

Credo che anche la parte libica vorrà precisare». La direzione di «SkyTg24», l'emittente che ha trasmesso nei giorni scorsi l'in­tervista a Gheddafi, ha però replicato che la traduzione è esatta e anzi è quella ufficiale. «La traduzione - secondo Emilie Garelli, il direttore - è stata effettuata dal suo interprete e successivamente verificata in Italia». Un piccolo giallo lingui­stico. Comunque sia, non più tardi di 48 ore fa il ministro degli Esteri, Fini, diceva: «Le intimidazioni e le minacce non ci spaventano».

Intanto Gheddafi ha annun­ciato che verranno indennizzati i «cittadini libici» che lasciarono il Paese nel 1970. Tutti hanno subito pensato ai ventimila italiani che Gheddafi stesso quell'anno cacciò, i cui beni furono incamerati senza indennizzi. Da allora, per 37 anni, questi venti­mila hanno rappresentato una ferita aperta nei rapporti italo-libici. «Il governo - ha annunciato la Fondazione Gheddafi, presie­duta da Sàif al-Isiam, figlio del leader - ha approvato un decreto che sarà esecutivo nei prossimi giorni». L'iniziativa, sottolinea­no fonti diplomatiche libiche, è mirata a incoraggiare il ritorno di quei cittadini «fuggiti», circa 400 i casi di esproprio interessa­ti al provvedimento dopo il colpo di Stato con cui Gheddafi rovesciò la monarchia. Ovvia­mente si dicono entusiasti gli aderenti all'Airl (associazione italiani rimpatriati libici), con­tando di essere loro i beneficiari . Ma sono davvero loro i destinatari di questa misura? E servi­rà l'operazione a far ripartire il dialogo tra le due sponde? Il primo a spingere per una svolta è Pisanu. «Perché il dialogo tra Italia e Libia possa svilupparsi in tutta la sua potenzialità -spiega - è necessario che si risolva il contenzioso tra i due paesi e che si chiuda il capitolo tragico del colonialismo. Dobbia­mo tenere conto, di fronte a certe rigidità e impuntature pole­miche del colonnello Gheddafi, che dietro certe sue posizioni c'è sempre uno sforzo teso a dare alla Libia un'identità nazionale e che l'elemento fondante di que­sta identità è la lotta di liberazio­ne dal colonialismo italiano. Del resto non si capisce perché noi italiani sentiamo con forza e attualità la resistenza al nazifascismo e i libici non dovrebbero fare altrettanto rispetto alla resi­stenza al colonialismo».

«Ottima» - dice anche il mini­stro - la cooperazione di polizia, garantisce il ministro. «Perfet­ta» l'intesa nella lotta al terrori­smo e nel contrasto ai trafficanti di uomini. Certo, resta aperto il problema del contenzioso. Che non è una partita indolore: Ghed­dafi chiede all'Italia la costruzio­ne di una autostrada litoranea dal costo di tre miliardi di euro.

Da parte italiana, comunque, si moltiplicano le iniziative vol­te a rinsaldare l'amicizia. La casa editrice «Manifesto libri», ad esempio, complice la passio­ne per la Libia di Valentino Parlato (che è nato a Tripoli e fu espulso negli Anni Cinquanta, ma per il delitto di «comuni­smo») sta per portare in libreria il volumetto «Fuga dall'inferno e altre storie». Sono racconti scrit­ti di pugno dal colonnello Ghed­dafi. A presentarlo, ieri, c'erano Veltroni e Pisanu. Entrambi si sono sperticati in elogi .

 


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Il ritorno di Gheddafi: nuove minacce all'Italia

 

Il Secolo d'Italia

21 marzo 2006

 

«Altre Bengasi o attentati in Italia? C'è da aspettarselo purtroppo. Se sarà un risarcimento per il passato coloniale si volterà pagina». Muammar Gheddafi in un'intervista esclusiva a Sky Tg24 torna a minacciare ('Italia, commentando quanto accaduto al consolato italiano un mese fa, il leader della Jamahiriya libica sottolinea che si è trattato di un episodio spontaneo: «Cose che dipendono dalla gente nomale - dice - non dal governo». Imme­diata la replica di Gianfranco Fini: «Le intimidazioni e le minacce nemmeno troppo velate di Gheddafi non ci spaventano. Abbiamo detto di volerci lasciare definitivamente alle spalle il retaggio coloniale nei rapporti italo-libici: questa posizione manteniamo con chiarezza e trasparenza». Il ministro degli Esteri non usa mezze parole: «Ci attendiamo quindi analoga coeren­za dal leader libico, per quel che riguarda tanto il contenzioso relativo al pas­sato quanto quello relativo a crediti delle imprese italiane e a visti per i nostri connazionali - puntualizza - Prefigurare ulteriori momenti di tensione e sce­nari inquietanti contrasta invece in maniera evidente con la volontà più vol­te ribadita dal colonnello Gheddafi di contribuire a migliorare ulteriormen­te i tradizionali rapporti di amicizia italo-libici».

E sul tema degli indennizzi scende in campo l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia (Airl che invia una lettera aperta ai candidati premier Silvio Berlusconi e Romano Prodi per sollecitare il futuro capo del governo l'impegno a risarcire i beni italiani confiscati dal colonnello libico nel 1970. «A nome dei Rimpatriati dalla Libia che rappresento - scrive il presidente Giovanna Ortu - ho deciso di chiedere precise garanzie su modi e tempi con i quali verrà affrontata e definita la questione relativa agli indennizzi per i beni italiani confiscati da Gheddafi nel '70. L'accordo del '98 tra la Jamahiriya libica e il governo Prodi, che ha regolato ogni aspetto del contenzioso, non tocca l'argomento del risarcimento a noi dovuto per i beni perduti. Rinunciando definitivamente a richiederlo il governo italiano si è assunto l'onere di provvedere direttamente al risarcimento».

 

 

 


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Ilaria dal Colonnello con la mediazione di Saadi, il figlio calciatore

 

Il Corriere della Sera

21 marzo 2006

Maurizio Caparra

 

A singhiozzo, la trat­tativa per l'intervista con Muammar Gheddafi andava avanti da ottobre. Su indicazione di Emilio Carelli, il direttore di SkyTg24, la giornalista Ilaria D'Amico ave­va attivato contatti con i libici per questa sua puntata fuori dal campo calcistico. Alla fine, l'ope­razione è riuscita anche in virtù di un'intercessione di Saadi Gheddafi, il figlio calciatore del Colonnello.

Sapere com'è andata aiuta a capire un aspetto della Libia di oggi. Spiega qualcosa sul rappor­to del regime con il resto del mon­do, abituato a guardare la Giamahiria per lo più come a uno Stato arretrato o inquieto, meno attento a quanto la famiglia più potente del Paese abbia confiden­za con le curiosità, le esigenze e i desideri del gran circo dei media.

«I contatti li avevamo con il fi­glio di un diplomatico libico ami­co dei Gheddafi. In febbraio tutto andava per il meglio. Poi c'è sta­to il Calderoli show», ricorda la giornalista di Sky. Si riferisce a quando il leghista Roberto Calde­roli, allora ministro, esibì una maglietta con le vignette danesi su Maometto, causa di sdegno tra i musulmani. «Tutto bloccato. Ma a Roma in quei giorni passava il figlio di Gheddafi che due anni fa ebbi ospite a Sky Calcio show. Ci siamo visti a colazione», rac­conta Ilaria D'Amico.

«Non sono io che posso far deci­dere mio padre di fare una cosa», si è schermito Saadi di fronte al­la richiesta sull'intervista. Allo stesso tempo, ha promesso di darsi da fare. «Tre giorni dopo ho sa­puto che il padre era rimasto col­pito dalle domande che avevo mandato. Diceva che avrebbe ri­lasciato l'intervista. Non quan­do, però. Un sabato mi informa­no: si può fare lunedì o martedì», continua la giornalista.

Per portarla da Linole a Tripo­li, e poi da Tripoli a Trieste, il Co­lonnello ha mandato un aereo. «Un aereo fastoso, il loro Airforce one. Con un centina­io di posti», spiega Ila­ria D'Amico. Tra l'an­data e il ritorno, il rito dell'attesa per l'udien­za nella tenda bedui­na non si è sottratto a un copione classico, ri­servato dal Leader del­la Rivoluzione agli in­tervistatori e a tanti capi di Stato o di governo.

Il martedì dell'appuntamento, in realtà, è diventato un mercole­dì. Mercoledì scorso. La giornali­sta è stata sistemata all'Hotel Co­rinzia di Tripoli. «Accoglienza calorosa», dice Ilaria D'Amico. Martedì, all'ora fissata, le hanno comunicato: novità, forse l'inter­vista sarà alle 11 di stasera, non a Tripoli. All'una e mezzo, con­trordine: sarà alle otto di matti­na.

Alle nove, l'intervistatrice è sta­ta accompagnata alla caserma di Bob el Azizia, vicino alla casa tripolina di Gheddafi bombarda­ta dagli americani nel 1986. L'in­tervista è stata registrata nel po­meriggio, a pochi passi dai cuc-cioli di dromedari sul prato.

«Il Colonnello è partito serissimo. Ma ho cercato di fargli capire che io non lo sono», dice Ila­ria D'Amico, contenta che le risposte non uffi­ciali di Gheddafi ab­biano permesso di ri­nunciare alle doman­de previste. Soddisfa­zione con un suo prez­zo, tuttavia: la Libia ha preteso che telecamere e na­stri fossero di Stato, non di Sky. E prima di ricevere le cassette, uni­ca garanzia di non aver fatto un viaggio a vuoto, sull'aereo, all'in­viata di Carelli è toccato l'inevi­tabile stress di quest'altalena tra mistero e destrezza nel rapporto dei Gheddafi con i media.

 

 

 


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Intervista a Sky. «Prodi e Berlusconi? Amici, ma il premier per noi ha fatto poco»

Gheddafi: «Possibili altri raid contro l'Italia»

Fini: le sue minacce non ci spaventano

 

Il Corriere della Sera

21 marzo 2006

Maurizio Caprara

«È da aspettarselo. Purtroppo c'è da aspet­tarselo». Muammar Gheddafi torna a definire possibili nuovi assalti anti-italiani come quello che il 17 febbraio scorso è toccato al consolato italiano di Bengasi. Azioni del genere sono un fenomeno «fuori dal controllo», se­condo il Leader della Rivoluzione libica, il quale questa volta ha spiegato la sua tesi con toni in apparenza quasi rassegnati. Un dettaglio che non è parso sufficiente a Gianfranco Fini.

«Le intimidazioni e le minacce neanche tanto velate di Gheddafi non ci spaventano», ha commentato il mini­stro degli Esteri italiano. «Prefigurare ulteriori momenti di tensione e scenari inquietanti contrasta in modo evi­dente con la volontà ribadita dal Colonnello di contribui­re a migliorare ulteriormente i tradizionali rapporti di amicizia», ha aggiunto Fini.

In un'intervista rilasciata a Sky, Gheddafi si è presen­tato alle telecamere con un abito tradizionale marrone e lo sguardo sornione dietro occhiali/urne. Allegro, non necessariamente nel pieno delle forze, eppure pronto alla battuta. Il nesso indicato in precedenza tra le aggres­sioni a obiettivi italiani e un risentimento dei libici per l'era coloniale lo ha lasciato sullo sfondo.

A Bengasi, secondo il Colonnello, quanti davano fuoco uffici dopo un corteo contro le vignette danesi su Maometto, a pochi giorni dall'esibi­zione di Roberto Calderoli con la ma­glia e i disegni, non erano fondamen­talisti.

«No, no. Quelli che hanno preso parte a quelle manifestazioni non so­no dei barbuti, dei fondamentalisti, degli islamici estremisti, no. Norma­li cittadini», è stata la definizione di Gheddafi. Oggi «il libico» non deside­ra «violare una casa italiana», tutta­via «quando lo fece l'esercito italia­no» in Libia crebbe l'«inimicizia verso l'italiano anche se l'italiano ordinario è innocente».

Un lampo di foschi presagi e segni di distensione. Sot­tilmente eloquente, il Colonnello ha giudicato amici sia Berlusconi sia Prodi, poi ha riservato più giudizi positivi al secondo. «Tutti e due amici, ma malgrado il rispetto e l'amicizia che ci collega con Berlusconi, gli incontri ami­chevoli che ci sono stati tra di noi, non c'è stato, rispetto a questo, un'azione materiale che potesse risolvere i pro­blemi tra di noi», ha affermato alludendo alla strada dal­la Tunisia all'Egitto che vorrebbe far costruire dall'Ita­lia. «Se questo lo farà il nostro amico Berlusconi, farà una cosa bella», ha detto il Colonnello. Su Prodi si è espresso così: «Un uomo chiaro, serio, interessato al Me­diterraneo e ai rapporti tra la Libia e l'Italia». Per poi ri­petere, diplomatico nonostante lo sguardo, di voler collaborare con «qualsiasi governo».

 

 


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Gheddafi all'Italia: «Rischio attentati»

Fini: non ti spaventa

 

Avvenire

Pino Ciociola

21 marzo 2006

 

Gheddafi (ri)lancia "strani" mes­saggi, che il governo italiano ri­spedisce al mittente. Tutto na­sce nell'intervista di Sky Tg24 con il lea­der libico, che a un certo punto avvi­sa: se l'Italia non costruirà l'autostrada tra Tunisia ed Egitto (che la Libia chiede), po­trebbero verificarsi altri fatti come l'assedio al consolato italiano di Bengasi o anche attentati di­rettamente qui da noi.

Prima considerazione di Gheddafi: «Non voglia­mo ostilità con l'Italia», ma la distensione nelle re­lazioni diplomatiche tra i due Paesi è legata al «risarcimento» per l'occupazione coloniale e la prin­cipale richiesta è ancora la realizzazione dell'au­tostrada (che costa , tre miliardi di euro). «Una volta che vi sarà il risarcimen­to concordato si girerà pagina». Seconda considerazione: se l'autostrada non sarà realizza­ta «i problemi rimarrebbero in piedi». Altre Bengasi o rischi in Italia? «È da aspettarselo, pur­troppo, ed è fuori dal nostro controllo».

Le ultime annotazioni del " colonnello" sono sulle (nostre) prossime elezioni. Tripoli collaborerà «con qual-siasi governo si presenti - ha detto -. L'Italia è sem­pre stata al fianco della Libia nelle assise interna­zionali, se venisse al potere un governo che risar­cirà il popolo libico, accetteremo ben volentieri». Prodi e Berlusconi? «Tutti e due sono amici miei», ma «malgrado l'amicizia e il rispetto che ci lega a Berlusconi, gli incontri amichevoli, non c'è stata un'azione materiale che risolva i problemi tra noi». La risposta italiana è del vicepresidente del Consiglio - nonché ministro degli Esteri - ed è sostanzialmente contenute in due righe di una no­ta della Farnesina: «Le intimidazioni e le minac­ce nemmeno troppo velate di Gheddafi non ci spaventano», fa sapere Gianfranco Fini. Fra l'al­tro - si legge - «prefigurare ulteriori momenti di tensione e scenari inquietanti contrasta in ma­niera evidente con la volontà più volte ribadita dal colonnello Gheddafi di contribuire a miglio­rare ulteriormente i tradizionali rapporti di ami­cizia italo-libici». E così l'Italia vuole lasciarsi «de­finitivamente alle spalle il retaggio coloniale nei rapporti italo-libici - chiude Fini -: questa posi­zione manteniamo con chiarezza e trasparenza. Ci attendiamo quindi analoga coerenza dal lea­der libico, per quel che riguarda tanto il conten­zioso relativo al passato quanto quello relativo a crediti delle imprese italiane e a visti per i nostri connazionali».

Chi pensa invece al can che abbaia ma non mor­de è il vicepresidente della Commissione euro­pea, Franco Frattini. Secondo lui le parole di Gheddafi «credo non saranno seguite da nessu­na azione». Per Frattini l'Italia «è disponibile, e continua ad essere disponibile, ad un importan­te segno di amicizia verso la Libia»: questa è la linea che il vicepresidente ricor­da di aver sostenuto da mini­stro degli Esteri, e «mi risulta lo sia ancora».

Tornando invece al nostro Pae­se, le parole del presidente del­la Commissione Esteri della Camera sono a metà fra sarca­smo e severità... «Voglio crede­re - dice Gustavo Selva - che, prima dell'intervista, i servizi segreti di Gheddafi abbiano informato i servizi i-taliani su quali indizi concreti si basa questa inquietante previsione. Sarebbe una prova dell'a­micizia che il leader libico dice di voler avere con §li italiani e una concreta dimostrazione di collaborazione istituzionale con il governo italiano, "qualunque esso sia"».

Infine dal centrosinistra il coordinatore dei Verdi, Paolo Cento, va giù duro al contrario: «La destra vuole cancellare le responsabilità storiche del colonialismo fascista», sostiene. E a sentir lui «que­sto non è certamente il modo migliore per ri­spondere a Gheddafi e far rispettare la sicurezza dei cittadini italiani. Ci aspettiamo dal leader li­bico l'impegnò per garantire il dialogo e la pace, ma senz'altro il compito del futuro governo Pro­di sarà quello di realizzare ciò che Berlusconi ha solo promesso».

 


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Toni minacciosi alternati a offerte di amicizia nell'intervista concessa a SkyTg24: «Il 17 febbraio il vostro consolato fu assaltato da gente comune»

Gheddafi: adesso rischiate attentati in Italia

Il leader libico chiede risarcimenti per l'occupazione coloniale: «Sono possibili altre Bengasi»

Fini: «Le intimidazioni non ci spaventano»

 

Il Giornale

21 marzo 2006

Roberto Fabbri

 

Muammar Gheddafì torna a far sentire la sua voce all'Italia dopo il brutto episodio dell'assalto al no­stro consolato a Bengasi lo scorso 17 febbraio e non è un bel sentire. C'è aria di ricatto, per dirla chiara, an­che se dissimulato da alcune parole mielate: ma certe frasi sono fin trop­po esplicite. Il colonnello, al potere a Tripoli dall'ormai lontano settem­bre 1969, ha concesso un'intervista a «SkyTg24» nel corso della quale ha affermato che «c'è da aspettarsi altre Bengasi o anche atten­tati in Italia». E aggiun­ge, sibillino, un «pur­troppo».

Gheddafi ha però as­sicurato che la dirigen­za della Libia «non vuole ostilità con l'Ita­lia: sarà possibile volta­re pagina dopo che sa­rà avvenuto il risarci­mento concordato». Il riferimento (non esplicito, questo) è all'autostrada litoranea di quasi due­mila chilometri che Gheddafì preten­de gratuitamente dall'Italia per con­siderare chiuso, a più di sessant'an­ni dal ritiro italiano dalla "Quarta sponda", il capitolo dei contrasti tra Tripoli e Roma per l'occupazione co­loniale della Libia.

Legittimo, insomma, sentire puz­za di ricatto, al quale il ministro de­gli Esteri Gianfranco Fini replica di­cendo che «le intimidazioni e le mi­nacce nemmeno troppo velate di Gheddafi non ci spaventano». Lo conferma l'uso, da parte del leader libico, di toni duri e minacciosi, gli stessi che aveva impiegato lo scorso 2 marzo in un pubblico comizio a Sir­te, quando collegò l'assalto al conso­lato di Bengasi non al sentimento re­ligioso popolare ferito dall'ormai ce­lebre maglietta del ministro Calderoli, ma alla collera mai sopita dei libi­ci verso gli italiani colonialisti. «Noi speravamo che non avvenisse l'inva­sione aggressiva dell'Italia al nostro Paese nel passato - ha detto Gheddafi a SkyTg24 -. È l'Italia di allora che è responsabile di quello che è acca­duto».

Poi il colonnello ha gettato l'amo e reiterato la sua pretesa. «Noi auspi­chiamo che ci sia un rapporto d'ami­cizia. Se non ci tenessimo avremmo lasciato che le cose andassero come prima. I nostri servizi di sicurezza hanno perfino esagerato nella prote­zione del consolato italiano: hanno ucciso anche dei cittadini libici e que­sto spiega quanta rabbia sia ancora presente. Alle manifestazioni non hanno partecipato estremisti, ma cit­tadini comuni che esprimono ciò che hanno nel petto. Ma l'entità del risarcimento è già stata concordata - ha detto Gheddafi -: noi auspichia­mo di arrivare a quell'obiettivo, o i problemi rimarrebbero in piedi. Sta all'Italia prendere l'iniziativa».

Gheddafi ribadisce poi che l'Italia dovrebbe a suo avviso riconoscere il suo passato coloniale in Libia, unico modo perché tra i due Paesi tornino «pace e collaborazione». Obiettivo della Libia, ha ripetuto, resta quello di «costruire rapporti non aggressi­vi ma amichevoli: tra i due popoli in­fatti non c'è inimicizia, perché non fummo invasi dal popolo italiano ma dal suo governo di allora». Infine, ha promesso di collaborare in futuro con il governo italiano, «qualunque esso sia».

Un'autostrada in cambio della tranquillità, dunque, il ministro Fi­ni, respinte le intimidazioni, ha riba­dito che «abbiamo detto di voler la­sciare alle spalle il retaggio coloniale nei rapporti italo-libici e questa po­sizione manteniamo con trasparen­za». Gli scenari inquietanti prean­nunciati da Gheddafì, ha aggiunto il capo della Farnesina, «contrastano con la volontà di migliorare i tradi­zionali rapporti di amicizia italo-libi­ci». Parole simili a quelle pronuncia­te da Franco Frattini, suo predeces­sore e vicepresidente della Commis­sione Ue, che sottolinea le contraddi­zioni di Gheddafì: «L'Italia continua a essere disponibile a un segno im­portante di amicizia verso la Libia».

Le ultime affermazioni del colonnel­lo «contraddirebbero le sue stesse dichiarazioni quando parla dell'Italia come partner e Paese amico».

E mentre il presidente della Com­missione Esteri Gustavo Selva si chiede se Gheddafì abbia fatto avver­tire i nostri servizi segreti di ciò che sa sui possibili attentati in Italia, per il verde Paolo Cento il nostro Paese dovrebbe «riconoscere il passato co­loniale: la destra vuole cancellare le responsabilità storiche del coloniali­smo fascista».


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Lo sfogo: Io, che dovetti lasciare Elibia e porto Tripoli nel mio cuore

 

La Provincia

9 marzo 2006

Francesco Spina

 

Gentilissimo signor direttore

ho letto con vivo interesse e coinvolgimento emotivo l'articolo: «Un errore gravissimo; per fortuna c'è Gheddafi» del 19 febbraio.

Le verità storiche dell'epoca hanno il loro fondamento, ma la storia è fatta anche dalle generazioni che" sì sommano; una al­l'altra «a volte... costruendo pace e armo­nia».

È proprio su questo che volevo segnala­re la mia esperienza e quella di molti italia­ni nati in Libia dove hanno, condiviso i banchi di scuola, letti d'ospedale, crescita professionale, posti di lavoro e benessere.

Non si può porre l'accènto solo sull'a­spetto negativo dell'epoca, occorrerebbe affidare alla verità un percorso più dinamico, evitando che quella statica, vale a dire del­l'occupazione, sia la sola a dar voce alle parole.

Ricordo che dopo gli eventi bellici, gli italiani che hanno deciso di contribuire alla ricostruzione (come mio padre che nel 1928 aveva 17 anni) hanno continuato a ri­spettare ed amare quella terra come madre.

Questo sicuramente può essere interpre­tato per alcuni come appropriazione inde­bita di territorio e per noi invece atto d'aiu­to nella costruzione e valorizzazione del­l'ambiente, Molti libici, hanno condiviso settori di commercio» costruzioni d'infrastrutture, aziende agricole ed altro con gli italiani residenti. Ricordo che la Libia in quegli anni era una società con all'interno: italiani, ebrei, maltesi, armeni, greci, ingle­si, americani; le diversità religiose erano rispettate.

Mi chiedo: è forse stata la non lungimiranza della politica internazionale (compresa quella Italiana) ad incentivare i ma­lumori fino farli diventare incendi? Credo che questa domanda di carattere socio-po­litico debba essere ponderata nelle camere dei potenti.

Nel 1970 quando «in brevissimo tempo» abbiamo dovuto abbandonare la Libia, tut­to quello che con anni di sacrificio e sudo­re m costruito emesso a frutto in quel paese, fu tutto confiscato, lasciandoci solo vestiario e qualche ricordo fotografico.

Essere accolti nei porti italiani come colonizzatori e fascisti, è stata una seconda umiliazione, in ogni modo, il valore delle persone anche alla lunga emerge, e la vita nella sua semplicità restituisce il senso. Costruire la pace è solo un impegno gene­razionale.

Certo a lunga distanza è facile proporre passi di storia e dare soluzioni (... del sen­no di poi son piene le fosse».). Senza ran­core per nessuno, Tripoli è sempre nei mio cuore, perché tutti gli affetti, amici libici, italiani, ebrei ecc. sono stati in un attimo azzerati, lasciando solo al ricordo.

La rin­grazio cortesemente della sua ospitalità.

Segue l'intervista ad Angelo del Boca.

 

«Un errore gravissimo, per fortuna c'è Gheddafi»

Lo storico Angelo Del Boca spiega a La Provincia perché il leader libico ha deciso di difendere il consolato con le armi. «Non ci amano, per questo c'è stata una reazione violenta. Ma i rapporti economici aiuteranno a superare la crisi»

 

La Provincia

19 febbraio 2006

Vera Fisogni

 

C'è una «somma di risentimento e di odio», dietro la guerri­glia scoppiata a Bengasi, con il suo tragico elenco di morti e feri­ti. È un'analisi lucida, per certi versi spietata, quella di Angelo Del Boca, riconosciuto come il maggiore studioso del colonialismo italiano e profondo conoscitore della Libia, nonché del suo leader.

Lo storico torinese spiega a La Provincia che il «risentimento (dei libici, ndr) nasce dal disprez­zo mostrato e verso la religione islamica» dall'ex ministro Rober­to Calderoli, mentre l'«odio» è il sentimento «tuttora irrisolto» di

un passato coloniale con 100 mi­la morti su una popola­zione di 800 mila persone.

Un capi­tolo di sto­ria apertosi nel 1911, con l'acqui­sizione - da parte italia­na - della Tripolitania e della Cirenaica, seguito da una «pacificazione» (in cui si ricorse a gas asfissianti e campi di con­centramento) e dalla istituzione, nel 1934, della colonia di Libia. Un nome che, da solo, resta a si­gillo di quel passato coloniale, dal momento che "Libia" è il toponimo impiegato dai Romani, 1500 anni prima, per indicare la regione africana. Nell'immediato, secondo Del Boca, non dobbiamo aspettarci atti terroristici da parte della Li­bia, ma «ritorsioni» di pericoloso impatto sul piano economico, co­me può essere la sospensione della vendita del gas. Una situazione «esplosiva», che tuttavia -sempre secondo lo studio­so torine­se, classe 1925 - po­trebbe por­tare a quelle scuse mai davvero for­mulate nei confronti delle stragi compiute, dall'Italia fascista, ne­gli anni coloniali.

Professor Del Boca, la violenza dell'assalto al consolato di Bengasi rivela una tensione molto forte nelle relazioni tra Italia e Libia. Quanto sono profonde le radici dell'odio verso il nostro Paese?

La reazione è stata brutale pro­prio perché i rapporti con l'Italia non sono mai stati davvero buo­ni, ma da qualche tempo sono peggiorati. L'accordo sull'immi­grazione non funziona gran che, anche se il ministro Pisanu affer­ma il contrario. Questo è il pre­sente. Un presente che continua a fare i conti con il passato colonia­le. Gli italiani hanno controllato la Libia dal 1911 al '43 e, tra la ri­conquista della colonia, i campi di concentramento e le stragi, hanno provocato la morte di 1OO mila, tra uomini e donne. Se con­sideriamo che, all'epoca, la popo­lazione ammontava a 800 mila persone, allora vediamo che un libico su otto è morto per la pro­pria patria. Vi è un musèo, a Tri­poli, che ricorda questi caduti.

Una ferita tutt'altro che ri­marginata, immagino...

Esattamente. I libici, tra quali ho molti amici, non ci amano. Il rapporto con l'Italia è sempre il stato difficile, anche perché in questi anni non siamo stati molto generosi verso questo paese.

Nel mio libro “Italiani brava gente”, parlo della tendenza, tutta italiana a dimenticare le cose. Rispetto agli altri Paesi colonizzatori, ciò che ci differenzia è la tendenza a dimenticare, oppure a dire "ma abbiamo aiutato la popolazione". Ma quello che abbiamo fatto, in epoca coloniale, aveva finalità strategiche: penso alle strade.

Mentre le scuole e gli ospedali servivano in via prioritaria agli italiani lì residenti

Si è mai cercato ai superare questa ostilità così epidermica dei libici nei confronti dell'Italia?

Ci ha provato Berlusconi, tra­sformando la “giornata dell'odio e della vendetta” in “giorno dell'amicizia”. Ma quella ricorrenza è stata ripristinata, è di nuovo vigente. A mancare, da parte dell'Italia, è - da sempre - un atto di as­sunzione di responsabilità sui 100 mila morti del passato. In questo contesto di rancori sedi­mentati, si può comprendere quanto dirompente stata ini­ziativa di Calderoli, vista con oc­chi libici. La reazione ha avuto un carattere ancora più violento di quanto è successo per le vi­gnette, in altre nazioni, per la sfacciataggine ostentata da un ita­liano e per giunta da un ministro, del tutto indifferente alla respon­sabilità richiesta dalla sua carica.

Se l'Italia così invisa ai libici, perché quella carneficina tra la folla?

Conosco bene il Paese, conosco bene Gheddafi. Mi sorprende che per salvare gli italiani abbiano ucciso 11 persone e ferite una cinquantina. Il fatto che abbiano sparato sulla loro gente, non me lo spiego. O meglio ho un'ipotesi. Se la folla avesse ucciso alcuni italiani – a fronte dei conti che abbiamo ancora in sospeso con i missili di Lampedusa – si sarebbe prodotta una situazione gravissima. Non dico una guerra, ma in­somma... Poi ci sono i rapporti strettissimi, sul piano economi­co, tra i due Paesi.

Si riferisce al petrolio?

Siamo ancora al primo posto per import e export, il 30% del fabbisogno nazionale proviene dalla Libia; com­priamo anche il gas.

Il figlio maggiore di Gheddafi, Seif el-Islam ha dichiarato che le relazioni tra Italia e Libia «pas­seranno attraverso una delicata e decisiva fase di riesame». Taglieranno il combustibile?

Non sono ottimista. La dichia­razione mi sembra molto pesante e chiara nello stesso tempo. Il rie­same potrebbe voler dire "non vi daremo più il gas". Se fossi al ver­tice del governo, penserei a un'a­zione giudiziaria nei confronti di Calderoli. Ha messo in difficoltà Paese con una pagliacciata.

E il terrorismo? Sono ipotizzabili azioni contro l'Italia da par­te di Tripoli?

Non lo credo possibile, sulla base della strada intrapresa da Gheddafi, quella di stare con l'Occidente. Il figlio maggiore, di recente ha detto qualcosa come «non siamo una democrazia, ma ci stiamo incamminando verso questa forma di governo». I rischi maggiori possono essere delle ri­torsioni, come sospendere la vendita di gas. Spero comunque che Gheddafi non sia vendicativo, trovo si stia dimostrando un uo­mo abbastanza illuminato.

Lei che conosce così bene la realtà della Libia, che passo ritie­ne debba compiere, ora, il presi­dente del Consiglio Silvio Berlusconi?

Chiedere le dimissioni del suo ministro è stato un passo impor­tante, ma non sufficiente. Il go­verno deve porgere le scuse. Quanto meno si metterebbe un "tappo" al potenziale esplosivo della tensione. Oltretutto sarebbe apprezzato dalla gente libica che aspetta questo gesto da tanto tem­po...

Vuoi dire che, dal 543, l'Italia non ha mai assunto le proprie responsabilità nella morte di 100 mila persone?

Anni fa, quando ero iscritto al Psi, ho scrit­to a Craxi, dicendo: «questa gen­te non vuo­le soldi, vuole che si dica "siamo stati bruta­li", che abbiamo fatto delle stragi». L'ho ri­petuto di recente a un sottosegre­tario del governo, ma l'unica per­sona ad esprimersi in maniera chiara, benché molto sintetica, è stato Massimo D'Alema, nel 2001, fermandosi davanti alla la­pide dei caduti libici.

Può sembrare paradossale, ma l'assalto al consolato di Bengasi potrebbe favorire questa assun­zione definitiva di responsabilità del passato coloniale...

Certo. Ma occorre una presa di posizione del governo, molto chiara, capace di riconoscere le colpe del colonialismo.

Lei parlava di allineamento di Gheddafi all'Occidente. Come spiega che in un Paese così "laico" possa scate­narsi una reazione tanto vio­lenta, in di­fesa della religione islamica?

Effettiva­mente, guar­davo la Libia con una certa tranquillità pro­prio per questa sua laicità di fon­do. Le vignette uno poteva veder­la e non vederle. Qui, il fatto di­rompente, è l'aver visto un mini­stro - e per giunta un italiano (con tutto quel pregresso di tensioni che l'Italia ha alle sue spalle) - che si mette a ostentare le vignet­te antislamiche. Mi sembra evi­dente che il risentimento per chi disprezza la religione del Corano, qui si sommi pericolosamente al sedimentato malessere verso gli italiani.


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