Rimpatriati
dalla libia: Governo sollecitato a saldare conti
AGI
19
giugno 2006
L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia
(AIRL) e l'Associazione Italiana per i Rapporti
Italo-Libici (AIRIL), tramite il loro legale, hanno notificato al
Presidente del Consiglio una Diffida formale a non corrispondere
alla Libia alcuna somma a qualsiasi titolo, ed in particolare a
titolo di risarcimento dei danni di guerra dalla stessa avanzati,
se non dopo aver provveduto all'integrale soddisfazione dei crediti
e dei diritti vantati dagli aderenti delle due associazioni.
Leone Massa, in rappresentanza delle aziende italiane creditrici
del Governo libico, ha fatto prsente che i crediti vanti dalle imprese
italiane, accertati dal Ministero degli Esteri, "supportati
da sentenze delle Corti libiche o con depositi presso banche di
quel paese, a distanza di oltre vent'anni sono tuttora in sofferenza,
nonostante quanto stabilito dal comunicato congiunto del 1998 e
ribadito nell'accordo bilaterale sottoscritto da Berlusconi e l'omologo
Shamek in presenza di Gheddafi il 28 ottobre 2002". "La
data limite per il pagamento del 31 marzo 2003 - si lamenta - e'
trascorsa senza un nulla di fatto e gli incontri successivi del
comitato misto, appositamente costituito, sono miseramente naufragati".
Al futuro Presidente del Consiglio si chiede pertanto di "onorare
i crediti delle aziende italiane, prima di compiere eventuali gesti
significativi nei confronti della Libia a chiusura del contenzioso
coloniale".
"Persino Gheddafi", ha dichiarato a
sua volta Giovanna Ortu in rappresentanza dei rimpatriati
italiani che hanno subito nel 1970 la confisca di tutti i beni,
"ha sempre dichiarato che i beni sono stati espropriati agli
italiani non per rappresaglia contro i singoli, ma come acconto
per le responsabilita' derivanti dalla colonizzazione. Anche nella
recente intervista a Sky TG 24, il Colonnello ha indicato nel Governo
italiano il responsabile del risarcimento dovuto ai rimpatriati.
Il Governo Prodi, con l'accordo del 1998, rinuncio' definitivamente
a pretendere un risarcimento dal Governo libico per i beni confiscati.
Il Governo Berlusconi, a partire dal 2001, ha posticipato di anno
in anno lo stanziamento per un provvedimento definitivo in nostro
favore. Il lodevole impegno profuso per eliminare la discriminazione
in tema di visti turistici per la Libia, non ha sortito alcun esito
e comunque il riconoscimento di questo importante diritto non puo'
essere barattato con il valore delle nostre case, delle nostre cose
e della nostra dignita'".
(torna su)
Più
di cento imprese hanno fatto causa al Governo perché il
leader libico non rifonde il dovuto e lo Stato italiano non le
protegge
Gheddafi non salda, aziende costrette a chiudere
La
Padania
18
giugno 2006
Dimitri
Buffa
Se
Gheddafi non onorerà i propri debiti sarà lo stato
italiano che gli ha sempre perdonato tutto a doverlo fare.
Lo sperano 119 imprese che adesso, dopo tante promesse non mantenute
e un discreto boicottaggio istituzionale localizzato alla Farnesina,
hanno deciso di passare ai fatti, visto che qualcuno al Mae ha
spesso fatto il doppio gioco. E quindi se non paga Gheddafi o
chi per lui, logica conseguenza è che dovrebbe essere lo
stato italiano a farlo. Uno stato sempre pavido ogni qual volta
c'era da fare un mezzo sgarbo al dittatore libico. D'altronde
le aziende creditrici di controparti libiche oltre Mediterraneo
presiedute in consorzio da Leone Massa hanno aspettato pazientemente,
qualcuna anche per 30 anni.
Così, con i tempi biblici della giustizia italiana, giovedì
presso la seconda sezione del Tribunale civile di Roma, si è
svolta la prima udienza della causa intentata dalle prime 12 aziende
creditrici della Libia contro lo Stato Italiano.
I crediti, risalenti ai primi anni Ottanta, sono in gran parte
suffragati da sentenze definitive delle stesse Corti libiche o
da depositi bancari in quel Paese e mai trasferiti. Il motivo
di tali sofferenze è, da anni, la richiesta libica dei
danni di guerra e del periodo coloniale.
In realtà questa cosa è un po' una presa per i fondelli
e con essa Gheddafi ci tiene in ostaggio ormai da 40 anni. Facendo
finta di non sapere che già nel '56 l'Italia provvide a
tale risarcimento, disconosciuto poi da Gheddafi, al suo avvento
al potere in Libia.
Le imprese creditrici della Libia sono, quindi, da anni appese
ai capricci di quel Paese e molte di esse, nel frattempo, sono
anche fallite con enorme perdita di posti di lavoro.
Il 28 ottobre 2002 il governo italiano e quello libico conclusero
un accordo, segretato, che prevedeva il pagamento da parte libica
dei crediti alle imprese entro il 31 marzo 2003, nonché
la chiusura del contenzioso sui danni di guerra col pagamento
da parte dello Stato italiano di 60 milioni di euro.
Gli impegni non sono stati rispettati e alcune imprese creditrici,
ormai stanche ed offese da ipotetiche proposte di accordi forfetari
non degne di uno Stato di diritto, hanno fatto ricorso alle Corti
nazionali ed internazionali per vedere, dopo tanti anni, rispettati
i loro diritti.
La cosa incredibile è che, all'udienza di giovedì
(in cui si era costituita l'avvocatura dello Stato a difesa della
presidenza del Consiglio, del ministero dell'Economia e del ministero
degli Esteri, chiamati in causa dai ricorsi) è venuta fuori
la linea politica che l'attuale governo vuole tenere con questi
poveri sfigati di industriali che ebbero la dabbenaggine di fare
affari con le imprese libiche: riassunta in un motto l'Italia
“se ne frega”.
Più precisamente si legge nell'ultima pagina di una stringatissima
memoria di cinque paginette che “del tutto infondata appare la
richiesta di risarcimento danni” sul presupposto che “il fatto
illecito sia da identificarsi nella mancata richiesta al Parlamento
di autorizzare ad eseguire l'accordo (su citato, ndr) tra l'Italia
e la Libia del 28 ottobre 2002”.
E questo perché “appare evidente come in alcun modo possa
costituire fatto illecito una scelta di natura strettamente politica,
che in quanto non riconducibile ad una attività amministrativa
non è suscettibile di arrecare un danno ingiusto quale
quello lamentato dalle parti attrici, comunque non casualmente
riconducibile al dedotto inadempimento”.
Tradotto in italiano un po' meno ipocritese, la cosa significa
questo: il Governo decide per tenersi buono Gheddafi di non dare
attuazione al suddetto accordo e a non portarlo in Parlamento,
le aziende falliscono e se lo tengono in quel posto, ma siccome
la decisione è politica e non amministrativa non è
provabile il nesso causa effetto.
Conclusione: di voi ce ne fregavamo ieri e continuiamo a fregarcene
oggi. L'importante è non disturbare il padrone della Juventus,
della Fiat e il partner commerciale più importante dell'Eni,
nonché il fornitore privilegiato di gas al nostro paese.
Se poi un centinaio di privati ci hanno perso oltre duemila miliardi
di lire pazienza. Non se la prendano così.
(torna su)
«I
libici non vi odiano. È un espediente ideato da Gheddafi»
Il
contenzioso politico con Roma fa comodo, ma chi parla la nostra
lingua ne è orgoglioso.
La
Stampa
10
maggio 2006
Francesca
Paci
Tre uomini fumano seduti sulla panchina davanti al cinema Omar
Khayam. Pantaloni beige, maniche corte, capelli grigi impomatati
con la riga da una parte bassa come si usava da noi negli Anni
‘50. In cartellone c'è «Ladri di biciclette»
di Vittorio De Sica. Il manifesto con Anita Ekberg tra le braccia
di Marcello Mastroianni annuncia il prossimo film: «La dolce
vita».
Le
tracce del passato.
«Ma
quando mai i libici hanno odiato l'Italia? Balle», attacca
Mohammed, un impiegato che lavora nell'edificio squadrato all'incrocio
tra i viali Omar Mukhtar e Amr ibn al-Ass dove fino al 1970 aveva
sede la Banca di Roma. I segni della colonizzazione sono stati
rimossi dalla città come le vecchie insegne in marmo con
il nome delle strade in caratteri latini: le scritte sono tutte
in arabo. Restano tracce qua e là, un tombino arrugginito
su cui si legge ancora «Municipio di Tripoli», la
macchina del caffè Gaggia sul bancone del bar Gazelle in
via al-Fat'h, le foto in bianco e nero nell'archivio della galleria
d'arte Ghadames con le colonne di piazza al-Kradrah sovrastate
dalle statue della lupa e di Benito Mussolini che sguaina la sciabola
dell'Islam. Al posto di quelle icone coloniali svettano ora una
nave e un cavaliere in sella. Il Lido, lo stabilimento balneare
costruito all'epoca del maresciallo Badoglio, è stato raso
al suolo nel 2004.
In
casa si usa l'italiano.
«Prima
della rivoluzione del 1969 c'era la fila per iscriversi alla scuola
italiana, chi ha studiato la lingua da giovane la parla ancora,
in casa», continua Mohammad, orgoglioso d'esprimersi fluido
nel nostro idioma. Lo sta insegnando ai sette figli dai 3 ai 25
anni, una famiglia ristretta rispetto alla media. Il 3 marzo,
mentre il Colonnello Mohammar Gheddafi commentava in tv l'assalto
al consolato italiano di Bengasi «i libici odiano l'Italia
e cercano qualsiasi occasione per sfogare la loro rabbia contro
l'ex occupante», Mohammad giocava a scopa con gli amici
seduto a un tavolo della Galleria de Bono: «In pubblico
dobbiamo applaudire, ma in privato cambiamo canale. I libici non
odiano l'Italia, odiano Lui, ecco la verità».
La
rivolta degli sguardi.
L'opposizione
alla Jamahiriya, lo «Stato delle masse» instaurato
36 anni fa deponendo re Idriss, è poco più d'un
gioco di sguardi, occhi levati al cielo, mezze parole, gesti eloquenti.
Ma c'è. Nel piccolo porticciolo sul lungomare al-Corniche,
dove i tripolini comprano polpi appena pescati e se li fanno cucinare
alla brace nei chioschi sulla spiaggia, Mustafa issa le reti in
barca e dice piano: «Se te ne infischi della politica puoi
pure vivere bene in Libia. Con quello lì al governo conviene
starsene zitti. Visto cosa è successo a Bengasi? Prima
ha autorizzato la manifestazione e poi gli ha fatto sparare addosso».
Tripoli, la sposa bianca del Mediterraneo come la chiamano i marinai,
racchiude due città. Una virtuale, patinata, immortalata
nel grande poster sulla piazza al-Kradrah con Gheddafi a bordo
del maggiolone verde che saluta trionfante il popolo in festa.
L'altra reale e polverosa come la tabaccheria sotto i portici
all'angolo con via Mohammed Megharief. Un pacchetto di Gauloises
costa un dinaro e mezzo, circa un euro, il prezzo di dieci litri
di petrolio o tre bottiglie d'acqua. Il proprietario Mukhtar prende
dal cliente straniero le due banconote da un dinaro ciascuna su
cui è stampato il volto fiero del Colonnello e gli rende
il resto ammiccante: «Due Gheddafi? No no, è troppo.
Uno basta e avanza...».
Un
odio alimentato ad arte.
«Al
governo fa comodo tenere aperto il dossier Italia, ma la gente
non ce l'ha con noi», osserva una fonte diplomatica occidentale.
L'eco di Bengasi ha raggiunto di striscio i nostri connazionali
nella capitale, un paio di settimane all'insegna dell'understatement,
poi il ritorno alla routine. Angela, un'imprenditrice romana,
ammette lo smarrimento iniziale: «Abbiamo avuto molta paura.
Per qualche giorno non si sono viste in giro auto con la targa
straniera. Uscivamo di casa solo se necessario». Adesso
invece la incontri nei vicoli del suq al-Turk mentre accompagna
un'amica di passaggio a curiosare tra souvenir, gioielli tuareg,
piccoli cammelli di peluche, orologi con l'immagine di Gheddafi
a 10 dinari. Il tracollo del turismo che ha messo in ginocchio
la Cirenaica non ha toccato la Tripolitania, dove comitive di
visitatori in short sciamano tra le rovine di Sabratha e Leptis
Magna godendosi l'aria frizzante.
La
recita di Bengasi.
«Bengasi
è stata una messa in scena - insiste il diplomatico -.
Esistono foto che mostrano il saccheggio del consolato con i vandali
all'opera sotto lo sguardo di un inerme poliziotto con i baffi.
Non possiamo protestare con le autorità perché risponderebbero
che ci hanno difesi facendo addirittura 14 morti». Quei
morti sono stati poi proclamati martiri e nei bar si mormora sia
stata un'idea del secondogenito del Colonnello Sayf al-Islam che
non avrebbe gradito l'attenzione riservata dai nostri quotidiani
alla sua avventura amorosa con l'attrice televisiva israeliana
Orli Weinerman.
Una
città, due anime.
La
città di Gheddafi e quella dei libici. Il teatro e il suo
doppio. La Jamahiriya islamica dove è impossibile trovare
un locale che serva alcolici e le case con la parabola sintonizzata
sul mondo e la cantina piena di bottiglie di vino prodotto artigianalmente
con mele fermentate perché, concede l'elettricista trentunenne
Majid, «siamo tradizionalisti e le nostre donne non escono
da sole, ma un bicchiere di rosso ogni tanto non ci manderà
all'inferno». Stretto tra le due Tripoli, il tricolore,
una comunità da poco meno di mille persone, oltre la metà
dipendenti dell'Eni. «Credete a me, gli italiani che vivono
qui sono perfettamente a loro agio con i libici», afferma
suor Pierina, monaca bolognese dell'ordine di Madre Teresa di
Calcutta. All'uscita dall'affollatissima messa domenicale, nella
chiesa di San Francesco, suor Pierina e monsignor Giovanni Martinelli,
vescovo di Tripoli dal 1985, raccolgono le offerte dei fedeli,
medicine e abiti smessi. Servono per la parte più numerosa
e povera dei cattolici libici, gli immigrati dell'Africa subsahariana
che si ritrovano qui il sabato pomeriggio per la funzione in francese
accompagnata da canti e battiti di mani come un gospel. Sul sagrato,
un'auto della polizia ricorda che un paio di mesi fa gli italiani
preferivano pregare in casa. «Ora la situazione è
tranquilla», conferma monsignor Martinelli. La parrocchia
di San Francesco partecipa alle iniziative interreligiose dell'Islamical
Society, che ha sede nell'ex cattedrale di Tripoli: «Mantenendo
un profilo basso abbiamo trovato un buon modus vivendi con i musulmani.
Non sono integralisti anche se negli ultimi anni c'è stato
un ritorno al velo femminile. Certo, parlare di reciprocità
con l'Islam è impossibile. Lo vediamo dal numero di ragazze
cattoliche che sposano un musulmano all'estero, convinte dalla
sua apparente apertura mentale, e quando vengono qui scoprono
d'essere state ingannate». Le unioni miste lasciano scettico
il vescovo e quella chiesa in viale Omar Mukhtar trasformata in
palestra di karate non gli va giù. Tuttavia, i libici sono
«amici». Soprattutto degli italiani. A volte ci rimpiangono
«Gheddafi pretende dall'Italia l'autostrada da 4 miliardi
di euro, ma potrebbe benissimo costruirla lui anziché finanziare
monumenti in tutta l'Africa per accreditarsi come leader continentale»,
butta là l'archeologo Younis, un sessantenne minuto che
quasi rimpiange i colonizzatori, «almeno investivano in
questa città». Ha appena acquistato un volume su
Leptis Magna alla libreria Fergiani, il paradiso degli italofoni
che espone una copia di «Cirenaica pacificata» del
famigerato generale Rodolfo Graziani.
Un
rapporto complicato.
«Il
nostro rapporto con il Paese è complicato», riconosce
un funzionario, l'unico disposto a dire che sì, il popolo
non è ostile ma l'ambiguità del governo pregiudica
la collaborazione. Numerosi i fallimenti. La proposta d'invitare
il direttore d'orchestra Riccardo Muti a Sabratha respinta perché
«ideologica». Lo scambio Tripoli-Torino «naufragato
quando l'insegnante tripolina invitata nel capoluogo piemontese
per supervisionare il progetto si è rifiutata di salire
in auto da sola con un collega italiano». La neonata associazione
di libici che hanno studiato in Italia di cui però nessuno
vuole fare il presidente. All'ingresso del museo della Jamahiriya,
accanto alla Venere di Leptis Magna restituita nel 2000 dal governo
D'Alema, una bacheca espone la lettera del 1936 con la quale Mussolini
donava la statua a Hermann Goering, in nome dell'amicizia nazi-fascista.
Il carteggio è tradotto in arabo e inglese, ma non c'è
un solo rigo che spieghi alle scolaresche il momento della restituzione.
«L'immagine dell'Italia coloniale puntella quella sempre
più fragile di Gheddafi liberatore», conclude Mohammad.
La gelateria accanto al cinema è affollata di famiglie
con i bambini. Dietro al bancone una fotografia ritoccata del
leader, eternamente giovane.
(torna su)
Là
dove hanno bruciato l'Italia
La
Stampa
1
maggio 2006
Francesca
Paci
Il muratore filippino Ramon esce sul sagrato con il registratore
Sony sotto il braccio: dal 17 febbraio scorso, quando centinaia
di giovani reduci dall'assalto al Consolato italiano hanno devastato
la chiesa di Santa Maria Immacolata, l'impianto stereo da cui
i fedeli del vescovo Sylvester Magro ascoltavano gli inni sacri,
durante la messa, non c'è più. Non ci sono più
le stazioni della Via Crucis, divelte dalle pareti della navata
e fatte a pezzi, né il tabernacolo intarsiato d'oro alle
spalle dell'altare. Dietro la piccola porta in legno, sovrastata
da una croce, la chiesa dei padri francescani sembra sopravvissuta
a un bombardamento. Resti di mobili ammassati agli angoli del
cortile, pile di volumi della biblioteca anneriti dalle fiamme,
macerie: due mesi dopo l'irruzione il puzzo acre dei falò
serra ancora la gola. Intorno, i vicoli polverosi di Bengasi celano
la via diretta alla parrocchia. In ogni angolo oscuro si mormora
piano, in arabo, il ricordo della furia. Trovare la strada è
un rompicapo: i bottegai in jallaba, la tunica tradizionale, pretendono
di non conoscere l'indirizzo esatto, quasi a giustificarsi, con
un po' di vergogna, perché no, «non so neppure dove
sia la chiesa cattolica». Figurarsi incendiarla, loro. E'
il messaggio sottinteso. «Perdonare i nemici di Dio, ecco
la nostra croce da portare con pazienza», dice padre Marco,
frate sudanese di 36 anni in clergyman e sandali, mentre spegne
le candele fissate con la cera sulle panche umili. La funzione
delle 18 è terminata, il canto del muezzin diffuso dai
minareti delle moschee di Osman e Atiq richiama i musulmani alla
preghiera. Una famiglia del Congo attende monsignor Magro per
la lezione di catechismo delle due figlie, compunte, a capo chino,
la nuca decorata dalle treccine afro. Tutti fingono che sia una
normale sera di primavera, con il vento fresco a soffiare dal
lungomare Rafiq al-Mahdawi. Nessuno invece, nello sbrigare la
vita quotidiana, dimentica la paura d'essere cattolici e «amici
degli italiani» nei quattro giorni dell'odio, quando «la
polizia ha lasciato questi quartieri, oggi quieti, in mano ai
vandali». Santa Maria Immacolata è rimasta chiusa
per settimane, mentre i nostri connazionali fuggivano dalla città,
scortati dalla polizia libica. Religiosi, imprenditori, docenti.
Un gruppo di monache è tornato nell'ospedale locale all'inizio
di aprile. Le guida Suor Paola, a Bengasi come infermiera da 33
anni. Ha visto partire gli amici cacciati da Gheddafi all'inizio
degli anni settanta, ma non fa una piega, «non mi spavento
facilmente». A ricordare la chiesa saccheggiata però,
si commuove: «Porte sfondate, paramenti sacri bruciati,
tele distrutte». Mai avuto guai con l'islam, giura, ma ora
si muove con cautela, protetta solo dal velo che la rende simile
alle donne di Bengasi, coperte da capo a piedi senza eccezioni.
Chi ha osato violare un luogo sacro, cavalcando l'indignazione
dei musulmani per le vignette su Maometto? Se ne parla con discrezione
e gettando intorno occhiate prudenti. Ognuno a Bengasi ha una
teoria. Ma le conclusioni, di solito, concordano: «Il Vangelo
e gli italiani non c'entrano». «E' stato Lui, per
mettere in fuga il turismo e ridurci alla fame» mormora
Ali, un falegname del suq al Jreed, indicando con la testa l'icona
gigantesca che dall'imbocco del vicolo sterrato incombe sulla
sua bottega. «Lui» è il colonnello Muhammar
Gheddafi, onnipresente in occhiali da sole da duro. Tra le migliaia
di manifesti che campeggiano ovunque in Libia, quelli di Bengasi
sono gli unici privi del numero 36, XXXVI anniversario della rivoluzione
del 1969. La gente qui non ha voglia di festeggiare. In due mesi
la paciosa Cirenaica è uscita dai depliant dei tour operator:
gli italiani, tre quarti dei visitatori, si sono eclissati. Gli
ultimi erano atterrati all'aeroporto Bernina il 17 febbraio e
sono ripartiti senza neanche ritirare i bagagli. L'accompagnatore
Mahmud che li aspettava in città per accompagnarli alle
magiche rovine di Apollonia e Cirene, conserva nel cellulare le
foto dell'assalto al Consolato, memento mori dei collegamenti
diretti con Roma e del lavoro di tante persone. Un primo, sparuto,
gruppetto ha fatto capolino dopo Pasqua. «Tutta colpa degli
islamici radicali, sono loro ad aver distrutto Santa Maria. Dagli
una croce e reagiscono come tori davanti alla muleta», sussurra
il carpentiere polacco Klaus, da una postazione dell'Hadia Group
Internet, uno dei pochi cybercafè. Dal 19 febbraio non
riesce a mettersi in contatto con Guido, il suo insegnante d'italiano
scappato in fretta e furia da Bengasi, studiavano la lingua leggendo
la Bibbia: «Gli integralisti guadagnano spazio approfittando
della lontananza da Tripoli. Per fortuna non c'è ancora
un leader carismatico, ma importano le interpretazioni estremiste
del Corano via Egitto. Sono gli egiziani gli agitatori».
Sotto accusa dunque «gli stranieri», «quelli
del Cairo e dintorni», come qualcuno chiama i militanti.
Da Tobruk, al confine orientale, entrano ogni giorno disperati
che sognano di attraversare il Mediterraneo e sbarcare in Europa.
Si ritrovano invece a mendicare un lavoro lungo il viale 23 Luglio,
accucciati sul marciapiede, gli attrezzi del mestiere esposti
a mo' di spot primitivo: martello e chiodi, una pala, un pennello
da imbianchino. Klaus se la prende con «gli islamici»
ma le sue parole tradiscono la paura d'uno scontro tra poveri
in cerca di fortuna in terra straniera anziché di un conflitto
di civiltà. I fatti di Bengasi appaiono più un artificio
che l'avamposto della guerra santa contro i crociati rilanciata
da Osama bin Laden con la chiamata alle armi in Sudan o l'antefatto
alla strage fondamentalista di Dahab. Fonti diplomatiche sospettano
che l'attacco al nostro Consolato possa aiutare l'emigrazione
clandestina, «Durante la razzia sono stati portati via interi
armadi pieni di visti. Chissà che non finiscano sul mercato
nero, venduti con un passaggio per la Sicilia...». Sullo
sfondo della politica, la chiesa e lo scheletro del Consolato
italiano, finestre e porte inutilmente murate nell'edificio sventrato.
«Sono entrati con una ruspa», racconta Fauzi, un medico
che ha fotografato il caos con il telefonino. La chiesa e il Consolato:
i primi due luoghi di cui chiede ogni italiano da queste parti,
gli ultimi che i libici vorrebbero mostrare, intimando alle guide
di escluderli dal tour. «Non ce l'abbiamo con voi, credete.
Studiamo l'italiano, amiamo le suore che curano i ragazzi in ospedale,
sappiamo a memoria i nomi dei calciatori azzurri. A proposito,
Totti è guarito?»: Abdul, un elettricista di 39 anni,
siede davanti a una Coca Cola al caffè Asciamil, sul lungomare.
Un piccolo locale con la tv sintonizzata su Al Arabya che trasmette
una partita del Real Madrid. La metafora calcistica funziona sempre:
«E' come una contesa storica tra due tifoserie. Tripoli
contro Bengasi. Questo ti spiega cosa è successo, niente
altro. Siamo l'opposto su tutto. Noi poveri e loro ricchi. Qui
provincia, di là impero. A Bengasi tifiamo per il Milan,
a Tripoli per la Juventus. La chiesa e il Consolato sono vittime
della strisciante guerra civile libica». Il calcio c'entra
anche per Mohammad, un pensionato che negli anni trenta ha indossato
la divisa dei giovani balilla e quando parla italiano ha le lacrime
agli occhi: «Qualche anno fa la squadra di Bengasi Al Ahly
sovrastava la rivale di Tripoli Al Ittihad, dove militava Saadi
Gheddafi, il figlio del Colonnello, lo conoscete anche in Italia,
non ha cercato di giocare nel Perugia? - interviene -. Un giorno,
dopo che alcuni tifosi avevano insultato ‘la famiglia' siamo retrocessi
in serie B e un bulldozer è venuto a spianare la sede del
club». Gli altri avventori si avvicinano: il pallone è
una buona scusa per dare addosso al regime e ribadire l'amicizia
con gli italiani. «Quelli che hanno attaccato il Consolato
erano vandali». «Teppisti pagati dalla polizia segreta
di Gheddafi». «Visto che hanno saccheggiato l'edificio?
Altro che sfida al tricolore, sono ladroni». E la chiesa?
Le ostie consacrate strappate al tabernacolo e abbrustolite? Imbarazzo,
colpetti di tosse, occhi a terra. Ahmed ordina un'altra Coca.
Dare la colpa a un manipolo di estremisti islamici non basta.
Cala il silenzio. Tanti si vergognano, come i bottegai della medina,
la città vecchia, che fingono d'ignorare l'indirizzo di
Santa Maria Immacolata piuttosto d'ammettere d'essere rimasti
inermi a guardare nei giorni della furia blasfema.
(torna su)
Quando
Craxi salvò Gheddafi
Il
Sole 24 Ore
13
aprile 2006
Gerardo
Pelosi
È
una storia di venti anni fa. Di quando l'Italia svolgeva un ruolo
di coraggiosa leadership nel Mediterraneo, di quando eravamo
l'unico Paese europeo a credere nella possibilità concreta
di "sdoganare" Arafat e restituirgli quella credibilità
internazionale necessaria per aprire la fase del negoziato con
Israele. E anche di quando un premier italiano, Bettino Craxi,
si trovò costretto a difendere la sovranità nazionale
nei confronti degli americani che pensavano di muoversi
sui nostri cieli e nei nostri mari come nel "cortile
di casa loro".
È
la storia di come l'Italia, nell'aprile dell'86, esattamente
venti anni fa domani, salvò il colonnello Muammar Gheddafi,
leader della Jamahiriya libica da morte sicura sotto il bombardamento
dei caccia Usa andati a colpire, con un'operazione "mirata",
la caserma Bab al Azizya alle porte di Tripoli dove
il colonnello viveva e ancora risiede quando non si trova
a Sirte. Ma anche di come, dopo i due missili Scud lanciati dall'aviazione
libica al largo di Lampedusa, lo stesso Craxi ordinò,
qualora vi fossero stati indizi seri di un'altra azione ostile,
"disco verde" per un attacco preventivo contro
il colonnello incluso lo sbarco degli incursori di Marina
sulle coste libiche.
A
gettare nuova luce su una ricostruzione che solo di recente è
stato possibile completare incrociando varie fonti e
sulla scia di recenti dichiarazioni dello stesso figlio di
Craxi, Bobo, è Antonio Badini, attuale ambasciatore al
Cairo e per molti anni alla guida della direzione Mediterraneo
e Medio Oriente della Farnesina, ma soprattutto, in quell'aprile
1986, consigliere diplomatico di Bettino Craxi a Palazzo
Chigi. Il 25 marzo di quell'anno, il giorno successivo agli
scontri aerei tra Usa e Libia nella Sirte, Craxi alla Camera rilevò
che le basi Nato non potevano «costituire punto di
partenza per operazioni belliche fuori dell'ambito atlantico».
Ma tre settimane dopo il clima era ancora incandescente.
Venne a Roma l'inviato di Ronald Reagan, Vernon Walters insieme
all'ambasciatore americano in Italia Maxwell Rabb. Obiettivo:
sondare la disponibilità dell'Italia a concedere i
permessi di sorvolo per i caccia Usa senza dare troppe informazioni
su modalità e tempi dell'attacco. «Fui presente
— ricorda Badini — a quell'incontro con Vernon Walters, la sera
del 14 aprile '86, in cui si ventilò la possibilità
di un attacco contro Gheddafi; noi sconsigliammo l'operazione,
ma la verità storica è che lo tempestammo di domande,
ovviamente sui tempi dell'eventuale azione. Lui rispose dicendo
che non era informato o non era abilitato a riferire di più».
Ebbene
— ricostruisce l'ambasciatore Badini — «fu proprio in quel
momento, di fronte alle reticenza di Walters, che Craxi intuì
che la decisione era stata già presa, che era irrevocabile
e che era solo questione di ore». Si tenne subito dopo,
a Palazzo Chigi, un consiglio con i massimi responsabili
della sicurezza, primo fra tutti il direttore del Sismi,
ammiraglio Fulvio Martini. Alla conclusione del consiglio, Craxi
si appartò con Martini e in poche battute disse all'ammiraglio:
«Bisogna trovare il modo di fargli sapere (a Gheddafi)
che stanno venendo a prenderlo». «Non ero presente
fisicamente al colloquio con Martini — precisa oggi Badini
— ma il senso di quello che si stavano dicendo era chiaro
a tutti». Martini uscì da Palazzo Chigi e attivò
i suoi canali.
L'informazione
raggiunse chi di dovere a Tripoli ma ci mise un po' per arrivare
al "leader". Alle 2,27 della notte, ora italiana,
Gheddafi ebbe solo il tempo di allontanarsi rapidamente
dalla caserma Bab al Azizya prima che scoppiasse l'inferno e che
fossero rasi al suolo con missili lanciati dai caccia americani
vari edifici del complesso sotto le cui macerie trovò
la morte una figlia adottiva del colonnello, di 15 mesi.
Quelle macerie sono ancora lì, macabro "museo"
dove il colonnello costringe i suoi ospiti a fermarsi in
raccoglimento e firmare il "guest's book".
Ma
allora, se le cose stanno così, come si spiegano i
due missili Scud libici di fabbricazione sovietica giunti
a Lampedusa la mattina dopo come reazione al bombardamento?
«Fu solo un'azione dimostrativa — spiega Badini — che
non aveva l'Italia come obiettivo bensì gli Stati Uniti».
Tuttavia, Craxi non la prese affatto bene e, d'intesa con
l'allora ministro della Difesa, Giovanni Spadolini, diede ordine
allo Stato maggiore della Difesa di pianificare una
forte risposta militare contro Gheddafi, che prevedeva
anche lo sbarco dei nostri incursori sulle coste libiche. «Craxi,
sempre usando canali non ufficiali — aggiunge Badini
— fece sapere a Gheddafi che sarebbero bastate fondate informazioni
o serie avvisaglie sull'intenzione libica di lanciare un
nuovo missile per far scattare il piano italiano».
Il
Medio Oriente di quegli anni era una polveriera, ma l'Italia non
smarrì mai, ricorda Badini, l'orizzonte finale. «Craxi
fece di tutto per favorire il riconoscimento di Arafat
da parte di Israele e Stati Uniti e propiziare così l'avvio
del negoziato di pace. L'azione dell'Achille Lauro e di Sigonella
altro non furono che tentativi, di sabotare Arafat all'interno
dell'Olp». Ma quella di Sigonella è un'altra storia
in gran parte già tutta scritta.
Il
passato e il «gesto significativo»
Forse
si è trattato solo di una coincidenza. Ma la presenza del
tutto informale, pochi giorni fa a Roma, del ministro degli Esteri
di Gheddafi, Abd Al-Rahman Shalgam, è stata, subito collegata
alle ultime dichiarazioni del "leader" libico e
del premier italiano, Silvio Berlusconi. Gheddafi, dopo l'assalto
al consolato italiano di Bengasi del 17 febbraio, ha minacciato
altri episodi del genere a meno che l'Italia non tenga fede agli
impegni presi per chiudere il passato coloniale con un "gesto
significativo".
Il
premier Silvio Berlusconi, prima delle elezioni, si è impegnato
ad avviare la costruzione della litoranea da 1.700 km dalla frontiera
con la Tunisia a quella con l'Egitto. Un'opera faraonica il cui
costo oscillerebbe tra 3 e 6 miliardi di euro.
La
presenza di Shalgam a Roma sarebbe stata motivata, oltre
che dalla necessità di cure mediche, anche dalla volontà
del capo della diplomazia libica di sondare il centro-sinistra
per capire se anche la nuova maggioranza intenderà rispettare
gli impegni presi. Ad ogni buon conto la combattiva
presidente dell'associazione degli italiani residenti in Libia,
Giovanna Ortu, ha già diretto al leader dell'Unione Romano
Prodi una vera "diffida": prima di versare un solo
centesimo a Gheddafi, dice la Ortu, gli italiani espulsi dalla
Libia dovranno essere indennizzati.
(torna su)
La
Lettera
Libia:
risarcimento agli esuli, non un'autostrada per Gheddafi
La
Padania
6
aprile 2006
Leone
Massa
Caro
direttore, si può fare! Così ha confermato il ministro
dell'Economia, Giulio Tremonti, ieri mattina a “Viva voce”, il
programma di Radio 24, circa l'abolizione dell'Ici sulla prima
casa, promessa da Berlusconi poche sere fa nel faccia a faccia
con Prodi. Esso incide per lo 0,3% sul Pil, lascia più
soldi nelle tasche degli italiani ed è un atto di giustizia
sociale, ha affermato il ministro.
Per
la stima in Giulio Tremonti, bisogna credergli. E forse più
in lui che ai suoi stessi alleati di coalizione (tranne la Lega
Nord Padania, unica a difenderlo) che negli anni trascorsi contestavano
la sua politica economica e volevano una maggiore collegialità
nelle decisioni.
Ebbene,
se in questo bailamme di intenti, annunciati da destra e da sinistra,
ci fosse realmente la volontà di una maggiore giustizia
sociale mi domando come mai in questi decenni lo Stato
non si sia mai preoccupato di risarcire e indennizzare al valore
attuale i 20.000 italiani espulsi dalla Libia nel '70 e le aziende
italiane creditrici di quel Paese, il cui ammontare è
quasi lo stesso dell'abolizione dell'Ici sulla prima casa e quindi
lo 0,3% del Pil.
In
questi decenni è stato promesso loro di risolvere il problema
e, specialmente per le aziende creditrici della Libia, non è
stato fatto assolutamente nulla. Anzi, i vari governi succedutisi
hanno ostacolato e pregiudicato in maniera anticostituzionale
i diritti acquisiti dal proprio lavoro costringendo molte di esse
al fallimento con perdita di numerosi posti di lavoro. Parlo del
decreto Vassalli dell'89 e gli accordi bilaterali del '97 e 2002
vincolati al pagamento, da parte dell'Italia, degli ulteriori
danni di guerra e del periodo coloniale, già stabiliti
e pagati nel '56.
Una
cosa che veramente non è andata giù agli italiani
espulsi dalla Libia e alle imprese creditrici, e crediamo a tutti
gli italiani, è stata la volontà espressa dal nostro
presidente del Consiglio a “Matrix” di Canale 5 di voler realizzare
l'autostrada a Gheddafi e le ragioni per le quali sottostare al
ricatto libico. Berlusconi, se vuole tenersi buono il leader libico,
lo faccia di tasca sua o con i miliardi di utili di Eni e sue
affiliate, ma non con le tasche dei cittadini italiani.
Se
per decenni i nostri politici hanno pensato unicamente alle loro
poltrone nei palazzi del potere romano senza elevarsi al rango
di statisti guardando lontano, senza programmare un piano energetico
nazionale e una diversificazione delle fonti di approvvigionamento
energetico, non possiamo pensare che oggi gli stessi personaggi
siano capaci di salvaguardare la dignità nazionale e la
giustizia. Il j'accuse verso la nostra classe politica, fosse
essa di destra, di sinistra, di centro, di sopra o di sotto, è
il non aver mai avuto la schiena diritta nel difendere la dignità
nazionale, specialmente a livello internazionale e di questo Gheddafi,
da persona intelligente, ne ha sempre profittato. Si consiglia
loro di leggere l'articolo di Magdi Allam sul Corriere della Sera
dopo i fatti di Bengasi e le dimissioni di
Calderoli, sollecitate dagli stessi suoi alleati (che non avevano
capito un bel niente) e sconfessati dallo stesso Gheddafi nell'intervista
rilasciata qualche giorno dopo a Sky Tg 24.
Berlusconi,
purtroppo, non ha vissuto imprenditorialmente al Sud e quindi
non conosce cosa siano le minacce inviate da camorra o mafia agli
imprenditori del meridione quale quella di far saltare in aria
i loro stabilimenti se non avessero pagato il pizzo. Sottostare
la prima volta ad un simile ricatto è costato successivamente
di subirne altri e non solo a chi ne fu per primo l'artefice.
Fin
quando si tratta di un povero cittadino indifeso dallo Stato,
la cosa è anche accettabile ma non dalla massima autorità
del nostro Paese, che ha la responsabilità della nostra
dignità nazionale e non può e non deve mettere la
nazione a certi rischi. Il nostro presidente del Consiglio, o
chi gli succederà, pensi a difendere i propri cittadini
ed imprenditori se realmente vuole che l'Italia esca da questa
critica fase economica, ripristini lo stato di diritto nel nostro
Paese e agisca di conseguenza con un provvedimento di indennizzo
per gli espulsi dalla Libia e per le imprese creditrici, prima
di qualsiasi atteggiamento nei confronti della Libia, come da
atto di diffida che le associazioni dei rimpatriati della Libia
e delle imprese creditrici gli hanno notificato il 24 marzo scorso.
Un consiglio a colui che resiederà l'esecutivo dopo le
elezioni: con la Libia vengano stabiliti accordi bilaterali di
reciproco rispetto del diritto con sanzioni per chi lo eluda e
successivamente quelli commerciali o di lavoro per le nostre imprese.
In questa maniera si dimostra di essere saggi,
avendo tenuto conto delle esperienze passate, e si preserverà
cittadini e nazione da rischi enormi.
(torna su)
L'Italia
accetta di pagare l'autostrada chiesta da Gheddafi
Italian
Outlook facts & analysis
4
aprile 2006
Sui
difficili rapporti sulla Libia Berlusconi ha fatto una comunicazione,
impopolare e incomprensibile per gli elettori, alla vigilia del
voto del 9-10 aprile. Ha annunciato in tv nel programma Matrix
di Canale 5 che l'Italia accetterà di costruire gratuitamente
l'autostrada da 2000 chilometri dalla Tunisia all'Egitto, pretesa
dal colonnello Gheddafi come ulteriore risarcimento dei danni
coloniali già ripetutamente risarciti. L'opera è
valutata a 6 mila miliardi di euro, il doppio della valutazione
fatta un paio di anni fa. Una sconfitta elettorale del Cavaliere
non modificherà le cose perché il candidato premier
del centro-sinistra Romano Prodi si è già mostrato
molto favorevole alla costruzione di questa grande opera.
Per
un contenzioso di 100 anni fa, l'Italia sarà l'unico Paese
a risarcire la Libia che a sua volta, per uscire dall'isolamento
internazionale, ha dovuto risarcire Usa, Gran Bretagna e Francia
per i danni e le vittime del terrorismo degli anni ‘70-‘80 appoggiato
da Tripoli. Per Berlusconi è una questione di realismo.
Ha fatto capire che Gheddafi è ossessionato dalla vecchia
questione coloniale e che ad ogni sua visita in Libia lo ha martellato
con film, foto e letture d'epoca. Per ottenere una definitiva
riconciliazione con la Libia, il premier ritiene che non vi sia
altro da fare che accontentare il colonnello: “Bisognerà
costruire e a poco a poco completare questa autostrada avendo
in cambio un grande sviluppo delle nostre imprese in Libia e delle
nostre importazioni". I motivi del nuovo cedimento italiano
sono questi:
1)
I presunti sentimenti anti-italiani dei libici sono sempre stati
una commedia per coprire le relazioni petrolifere tra Roma e Tripoli
e l'appoggio occulto di Roma al regime libico. Questa commedia
ha funzionato perché coperta dall'isolamento internazionale
della Libia, ma nel nuovo quadro internazionale non può
più funzionare. Occorre quindi che Roma paghi un prezzo
ufficiale per una ufficiale riconciliazione.
2)
Il regime di Gheddafi, nella percezione italiana, resta il migliore
possibile nella Libia attuale ritenendo che una caduta di Gheddafi,
porterebbe inevitabilmente a Tripoli un governo integralista,
davanti alla Sicilia, con il rischio di contagiare sia il Maghreb
sia la fascia di Paesi sahariani e subsahariani. L'establishment
italiano si è molto spaventato per i disordini di Bengasi
che la Farnesina, d'intesa con l'ambasciata libica a Roma, ha
cercato di minimizzare. Ecco perché le ultime violenze
anti-italiane in Libia, anziché allontanare i due Paesi,
li hanno riavvicinati, convincendo Roma che occorre sostenere
a tutti i costi Gheddafi. E quindi l'Italia ha assunto ancora
una volta un ruolo di protezione della Libia, a mantenimento dello
statu quo. La stessa cosa e con la stessa logica, la diplomazia
italiana aveva fatto nel 1990-91 con la Somalia di Siad Barre,
sostenendo il dittatore fino all'ultimo, anche quando era assediato
nella propria residenza da sovrastanti forze nemiche.
3)
In questa situazione, è stata definitiva la recente crisi
del gas russo. Berlusconi, nel programma Matrix su Canale 5, ha
evocato il ruolo di Tripoli come produttore di gas. Il nuovo gasdotto
Libia-Italia è stato ultimato e inaugurato da tempo, ma
Gheddafi non ha mai deciso di aprire i rubinetti insistendo a
chiedere la costruzione dell'autostrada. Dopo due anni di imbarazzato
silenzio diplomatico con Gheddafi, il Cavaliere ha quindi annunciato
il suo consenso alla richiesta.
(torna su)
Atto
di diffida contro Gheddafi: risarcisca i cittadini italiani espulsi
La
Padania
2
aprile 2006
Dimitri
Buffa
Niente
soldi alla Libia se non verranno risarciti sia i cittadini italiani
espulsi dall'oggi al domani nel settembre 1969 dopo il colpo di
Stato di Gheddafi sia le imprese che si sono fidate a fare affari
dopo quella data ma che non sono mai state pagate.
Prima
di «chiudere definitivamente il capitolo storico del passato
coloniale, anche con misure altamente significative, oltre a quelle
già eseguite o in corso di esecuzione, da concordare con
la parte libica, che diano il segno dell'amicizia tra i due popoli»
(come recita il recente protocollo di «deliberato di intenti»
siglato in fretta e furia lo scorso 23 febbraio dalla Farnesina
per chiudere la bocca al colonnello che aveva sobillato la piazza
con il pretesto della maglietta con le vignette esibita dall'ex
ministro per le riforme Roberto Calderoli durante un'intervista
al Tg1 di Clemente Mimun) bisogna che Gheddafi o chi per
lui, magari lo stesso Stato italiano, riconosca gli indennizzi
dovuti ai rimpatriati dalla Libia nel 1970, la cui associazione
è gestita da Giovanna Ortu, nonchè le 119 imprese
costituitesi in consorzio sotto la presidenza di Leone Massa.
Lo
chiedono in due distinte diffide dall'identico contenuto e redatte
dagli stessi collegi legali quelli guidati dagli avvocati Giovanni
Romano e Paola Genito del foro di Benevento i suddetti legali
rappresentanti delle due associazioni che riuniscono le vittime
italiane di Gheddafi, semplici cittadini o imprenditori che siano.
Detta diffida è stata notificata al presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi lo scorso 17 marzo e ieri l'iniziativa è
stata resa pubblica.
Una
brutta gatta da pelare per chiunque vinca le elezioni. Sì
perché a fare l'anticamera nella tenda beduina di Gheddafi
nel corso degli ultimi quindici anni ci sono andati in tanti.
D'Alema lo hanno fatto attendere per un'intera nottata. E nessuno
però ha mai pensato di rinfacciare a Gheddafi, durante
le ripetute richieste di risarcimento del «passato coloniale»,
le inadempienze e le prepotenze che sono molto più recenti
da parte di libici contro italiani.
Nell'atto
di diffida si legge tra l'altro che «a fronte della mancata
soddisfazione delle proprie pretese creditorie, gli esponenti
hanno tentato invano di conseguire quanto dovuto, attraverso le
azioni esecutive consentite dalla normativa italiana, resa peraltro
ad hoc inoperante ed inefficace sia da un provvedimento governativo
individuato nel cd. D.M. Vassalli del 25 marzo 1989, che da un
accordo internazionale del 2002, intercorso tra Italia e Libia,
concluso in forma semplificata dal Governo italiano».
Alcune
delle imprese facenti capo all'Airil, ed, in particolare, Sirman
srl, San Marco Spa, Mediterraneum Joint venture, Morino Upam srl,
Selexport, Mosa Spa, Pezzullo industrie zootecniche, Lineaflex
Spa, Boldrin Marino sas, Aemi snc, Aemi International srl, Bertinetti
Group Usa Ltd, Artemisia in persona dei propri rappresentanti
p.t. e l'Ing. M. R. Morino, hanno avviato un'azione legale innanzi
alla Corte europea dei diritti dell'uomo ed alla Commissione europea
in danno dell'Italia per aver posto sub condicione del previo
pagamento dei danni da guerra in favore della Libia, il via libera
al trasferimento da parte di quest'ultima verso l'Italia dei crediti
vantati e riconosciuti dalle imprese di cui sopra.
In pratica lo Stato italiano si è
venduto i crediti dei propri singoli cittadini e imprenditori a
Gheddafi in cambio di trattamenti di favore dal lato energetico
e con il segreto intento di chiudere sulla pelle di questi sfortunati
il contenzioso eterno con la Libia sui danni dell'occupazione coloniale.
Se si pensa che gli internati italiani nei lager di Hitler non hanno
mai ricevuto una lira dalla Germania e che Schroeder nel 2002 ha
varato una legge per contingentare a poche migliaia di euro a testa
il risarcimento dovuto, si ha un'idea della paradossalità
della cosa. All'Italia i suoi cittadini, imprenditori e non, rimproverano
di non avere mai denunciato all'Onu la violazione del Trattato italo
- libico del 1956. Brutta immagine quella di uno Stato debole con
i prepotenti come Gheddafi e forte, anzi spietato, con i deboli
come le sue vittime italiane.
(torna su)
Accontentato
Gheddafi: la strada compenso per il colonialismo
Sì
all'autostrada in Libia. Il premier: si dovrà fare
La
Repubblica
1
aprile 2006
L'autostrada
litoranea che attraversa la Libia, collegandola ai vicini Egitto
e Tunisia si farà e a pagarne il conto sarà il governo
italiano come risarcimento per i danni inflitti alla popolazione
libica durante il periodo coloniale. Il sì di Roma alla
richiesta che da tempo Muammar Gheddafi avanza è arrivato
ieri durante per bocca di Silvio Berlusconi. «Credo che
quest'opera si possa fare e credo che a questo punto si debba
fare - ha spiegato il presidente del Consiglio - se vogliamo continuare
ad avere rapporti con la Libia che è tra i nostri principali
fornitori di energia è necessario cominciare a costruire
questa autostrada anche se il costo è elevatissimo».
La
costruzione dell'autostrada litoranea era una delle possibilità
prese in considerazione dal governo italiano e quello libico per
chiudere i contenziosi fra i due paesi: le tensioni risalgono
all'occupazione da parte italiana della Libia prima e alla rivalsa
di Tripoli sui cittadini italiani residenti in Libia poi.
L'argomento
della strada era tornato d'attualità il mese scorso, dopo
gli scontri presso il consolato italiano di Bengasi dove erano
morte quattordici persone. Parlando dopo quegli avvenimenti Gheddafi
aveva ribadito che solo la costruzione da parte di Roma dell'autostrada
avrebbe potuto placare le ire dei libici ed evitare il ripetersi
di episodi simili a quelli di Bengasi.
La
scelta di Berlusconi di acconsentire alla richiesta di Gheddafi
ha irritato l'Associazione rimpatriati dalla Libia, che raccoglie
i cittadini italiani che negli anni '70 vennero espulsi dal Paese
ed ebbero i loro beni confiscati: «Registro che Berlusconi
si è piegato al ricatto di Gheddafi », ha detto la
Presidentessa Giovanna Ortu. «Saranno tutti i figli dell'Italia
di oggi a dover pagare», ha poi aggiunto. E i costi non
sono un argomento indifferente: Berlusconi li ha definiti «elevatissimi»
e per questo ha voluto specificare la i lavori dureranno anni,
ma che nel frattempo bisognerà «chiedere in cambio
a Gheddafi di avere spazio per le nostre esportazioni e le nostre
imprese».
Anche
per motivi economici la questione dell'autostrada è sempre
rimasta in sospeso sul tavolo delle trattative fra i governi italiani
che si sono succeduti negli ultimi anni e quello libico. In materia
diversi presidenti del Consiglio italiani hanno negli anni preso
impegni più o meno formali, ma nessuno era mai arrivato
a una promessa chiara come quella fatta ieri da Berlusconi.
(torna su)
Italia-Libia,
sì del premier alla litoranea
Corriere Adriatico
1
aprile 2006
L'autostrada di 1700 chilometri che, seguendo il tracciato della
via Balbia, dovrebbe unire l'Egitto alla Tunisia attraversando
tutta la Libia si farà: costo stimato, sicuramente per
difetto, tre miliardi di euro. L'impegno politico è venuto
da Silvio Berlusconi che sembra aver superato le incertezze delle
scorse settimane: “credo che quest'opera si possa fare e credo
che a questo punto si debba fare”. Una accelerazione, questa del
premier, che Muammar Gheddafi attendeva da anni e che soddisfa
una sua richiesta portata avanti con costanza, attraverso lusinghe
e minacce, fatte arrivare in Italia a tutti i diversi inquilini
di palazzo Chigi. Ma mai nessun presidente del Consiglio si era
sbilanciato come Berlusconi. Non risultano però - da tutte
le fonti interpellate - che ci siano state riunioni italo-libiche
o contatti ufficiali tra Roma e Tripoli negli ultimi giorni a
puntellare l'apertura del premier. Berlusconi ha quindi preso
questa decisione. D'altra parte l'opposizione compatta da tempo
ritiene che il contenzioso vada assolutamente superato e la decisione
odierna del presidente del Consiglio difficilmente potrebbe essere
contestata politicamente. Lo scorso sei marzo, dopo gli incidenti
di Bengasi, il premier si era limitato a confermare che il colonnello
aveva rinnovato la richiesta. Ieri mattina l'annuncio che Berlusconi
ha motivato con chiarezza: la Libia ci dà gas e petrolio;
molto gas e petrolio.
(torna su)
Berlusconi
paga il pedaggio a Gheddafi
Tre
miliardi di euro il costo stimato dell'opera: 1.700 chilometri
lungo il tracciato della vecchia Balbia
Il
Tempo
1
aprile 2006
Fabrizio
Finzi
L'AUTOSTRADA
di 1.700 chilometri che, seguendo il tracciato della via Balbia,
dovrebbe unire l'Egitto alla Tunisia attraversando tutta la Libia
si farà: costo stimato, sicuramente per difetto, tre miliardi
di euro. L'impegno politico è venuto da Silvio Berlusconi
che sembra aver superato le incertezze delle scorse settimane:
«Credo che quest'opera si possa fare e credo che a questo
punto si debba fare». Un'accelerazione, questa del premier,
che Muammar Gheddafi attendeva da anni e che soddisfa una sua
richiesta portata avanti con costanza, attraverso lusinghe e minacce,
fatte arrivare in Italia a tutti i diversi inquilini di palazzo
Chigi. Ma mai nessun presidente del Consiglio si era sbilanciato
come Berlusconi. Non risultano però - da tutte le fonti
interpellate - che ci siano state riunioni italo-libiche o contatti
ufficiali tra Roma e Tripoli negli ultimi giorni a puntellare
l'apertura del premier. Berlusconi ha quindi preso questa decisione,
che cade a pochi giorni dalle elezioni, in solitudine. D'altra
parte l'opposizione compatta da tempo ritiene che il contenzioso
vada assolutamente superato e la decisione odierna del presidente
del Consiglio difficilmente potrebbe essere contestata politicamente.
Lo scorso 6 marzo, dopo gli incidenti di Bengasi, il premier si
era limitato a confermare che il colonnello aveva rinnovato la
richiesta e che il Governo la stava esaminando. Ieri mattina l'annuncio
che Berlusconi ha motivato con chiarezza: la Libia ci dà
gas e petrolio; molto gas e petrolio. Troppo per lasciar deteriorare
ulteriormente i rapporti con Tripoli. «Se vogliamo continuare
i rapporti con la Libia, che è - ha spiegato Berlusconi
- un grande produttore di gas e di petrolio, bisognerà
cominciare a costruire questa autostrada continuandola negli anni,
chiedendo in cambio a Gheddafi di avere spazio per le nostre esportazioni
e le nostre imprese». Il negoziato italo-libico è
bloccato da anni e si articola nella richiesta di Gheddafi di
«un gesto concreto e non solo simbolico» per chiudere
le ferite causate dall'occupazione coloniale italiana (1912-1943).
Dall'altra parte l'Italia chiede il rispetto dei diritti
dei cittadini italiani espulsi nel 1970 da Gheddafi e il pagamento
dei crediti vantati dalle aziende italiane, circa 1000 miliardi
di vecchie lire. Veemente è stata la reazione dell'Associazione
Rimpatriati dalla Libia (Airl) che, attraverso il presidente Giovanna
Ortu, ha seccamente osservato che «Berlusconi ha ceduto
senza dignità al ricatto di Gheddafi». Un cedimento
che pagheranno «tutti i figli dell'Italia di oggi»
visti gli altissimi costi dell'opera. «Dove troverà
i soldi Berlusconi?»: se lo chiede anche il diessino Stefano
Passigli, che ha sottolineato come sarebbe invece ben più
«urgente completare la Salerno-Reggio Calabria». Lusinghiero
invece il giudizio dell'ex presidente della Repubblica Francesco
Cossiga: «Apprezzo il coraggio di Berlusconi nel riconoscere
i gravi torti che purtroppo l'Italia ha commesso nei confronti
della Libia» e «mi fa piacere che il Governo abbia
preso in considerazione come realistica la richiesta dell'amico
colonnello Gheddafi per la costruzione dell'autostrada litoranea».
Ma, come ha osservato lo stesso Berlusconi, i tempi non sono assolutamente
prevedibili; si tratta di una dichiarazione di intenti: «è
una grande opera dal costo rilevantissimo, e in questo momento
i conti dello Stato sono quello che sono», ha concluso con
realismo.
(torna su)
STORIA
DEL CONTENZIOSO
Quasi
un secolo di duri contrasti
Il
Tempo
1
aprile 2006
LA
CONTROVERSIA che dura ormai da quasi un secolo tra Italia e Libia
s'inizia con la guerra italo-turca o Guerra di Libia. Il 28 settembre
1911 l'esercito del Regno d'Italia comincia le operazioni in Tripolitania
e Cirenaica contro le truppe dell'Impero Ottomano. Il 23 ottobre
1911, il capitano Carlo Maria Piazza sorvola le linee turche e
il 1 novembre viene sganciata la prima bomba aerea, grande come
un'arancia, contro le truppe turche. La guerra terminò
con la presa di Tripoli e il 18 ottobre 1912 fu firmato il Trattato
di Ouchy che cedeva all'Italia i territori libici. Il 22 gennaio
1943, dopo aver sconfitto le truppe nazifasciste ad El-Alamein,
la Gran Bretagna pose la Libia sotto la sua dominazione che si
prolungò fino alla risoluzione dell'Onu del 15 dicembre
1950 con la quale la Libia divenne indipendente. I rapporti fra
la Repubblica Italiana e la neonata monarchia libica vengono regolati
nell'ottobre 1956 con un trattato bilaterale (ratificato in Italia
nel '57) che prevede un accordo di collaborazione economica e
regola in via definitiva tutte le questioni fra i due Stati derivanti
dalla risoluzione Onu. L'Italia si impegnò a trasferire
alla Libia tutti i beni demaniali e, a saldo di qualunque pretesa,
corrispose al governo di Tripoli la somma di 5 milioni di sterline.
Lo stesso trattato assicurava la permanenza della comunità
italiana residente nel Paese garantendo i diritti previdenziali
e di proprietà . L'avvento di Gheddafi grazie al
colpo di Stato del primo settembre 1969 porta all'adozione di
misure più restrittive nei confronti della collettività
italiana, fino al decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato
per «restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli
e dei suoi avi usurpate dagli oppressori». Gli italiani
furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del '70.
Contemporaneamente il regime requisì anche i
beni lasciati dagli ebrei presi in custodia dopo la guerra dei
sei giorni del 1967. A fronte delle pretese avanzate dai rimpatriati
dalla Libia il governo italiano pagò indennizzi per una
somma complessiva di 288 miliardi di lire. L'accordo italo-libico
siglato nel luglio 1998 dal ministro Dini e dal suo omologo Muntasser
ha affrontato ogni contenzioso tra i due Paesi. Con questo trattato
il governo italiano ha definitivamente rinunciato a pretendere
da parte libica il rispetto del trattato violato e ad esercitare
la clausola arbitrale. Nel 2004 le relazione italo-libiche subiscono
una nuova battuta d'arresto. In occasione di una visita in Libia,
il rais chiede al premier Berlusconi la ricostruzione dell'antica
via Balbia, la litoranea lunga 1.700 chilometri costruita da Mussolini.
La spesa - secondo stime prudenti - si aggira attorno 3 miliardi
di euro, una cifra molto superiore ai 62 milioni di euro del costo
dell'ospedale che il primo ministro italiano era pronto a offrire.
(torna su)
Libia:
Berlusconi; autostrada si fara', serve petrolio
Via
libero politico da premier, ora spazio a imprese italiane
ANSA
31
marzo 2006
ore
20.24
L'autostrada
di 1700 chilometri che, seguendo il tracciato della via Balbia,
dovrebbe unire l'Egitto
alla
Tunisia attraversando tutta la Libia si fara': costo stimato,
sicuramente per difetto, tre miliardi di euro.
L'impegno politico e' venuto da Silvio Berlusconi che sembra aver
superato le incertezze delle scorse settimane: “credo che quest'
opera si possa fare e credo che a questo punto si debba
fare”.
Una accelerazione, questa del premier, che Muammar Gheddafi attendeva
da anni e che soddisfa una sua richiesta portata avanti con costanza,
attraverso lusinghe e minacce, fatte arrivare in Italia a tutti
i diversi inquilini di palazzo Chigi. Ma mai nessun presidente
del Consiglio si era sbilanciato come oggi Berlusconi.
Non risultano pero' - da tutte le fonti interpellate - che ci
siano state riunioni italo-libiche o contatti ufficiali tra Roma
e Tripoli negli ultimi giorni a puntellare l'apertura del premier.
Berlusconi ha quindi preso questa decisione, che cade a pochi
giorni dalle elezioni, in solitudine.
D'altra
parte l'opposizione compatta da tempo ritiene che il contenzioso
vada assolutamente superato e la decisione odierna del presidente
del Consiglio difficilmente potrebbe essere
contestata
politicamente.
Lo scorso sei marzo, dopo gli incidenti di Bengasi, il premier
si era limitato a confermare che il colonnello aveva rinnovato
la richiesta e che il Governo la stava esaminando.
Questa
mattina l'annuncio che Berlusconi ha motivato con chiarezza: la
Libia ci da' gas e petrolio; molto gas e petrolio. Troppo per
lasciar deteriorare ulteriormente i rapporti con Tripoli. “Se
vogliamo continuare i rapporti con la Libia, che e' - ha spiegato
Berlusconi - un grande produttore di gas e di petrolio, bisognera'
cominciare a costruire questa autostrada continuandola negli anni,
chiedendo in cambio a Gheddafi di avere spazio per le nostre esportazioni
e le nostre imprese”.
Il negoziato italo-libico e' bloccato da anni e si articola nella
richiesta di Gheddafi di “un gesto concreto e non solo simbolico”
per chiudere le ferite causate dall'occupazione coloniale italiana
(1912-1943). Dall'altra parte l'Italia chiede il rispetto dei
diritti dei cittadini italiani espulsi nel 1970
da
Gheddafi e il pagamento dei crediti vantati dalle aziende italiane,
circa 1000 miliardi di vecchie lire.
Veemente e' stata la reazione dell'Associazione Rimpatriati
dalla Libia (Airl) che, attraverso il presidente Giovanna Ortu,
ha seccamente osservato che “Berlusconi ha ceduto senza dignita'
al ricatto di Gheddafi”. Un cedimento che pagheranno “tutti i
figli dell'Italia di oggi” visti gli altissimi costi dell'opera.
“Dove trovera' i soldi Berlusconi?”: se lo chiede anche il diessino
Stefano Passigli, che ha sottolineato come sarebbe invece ben
piu “urgente completare la Salerno-Reggio Calabria”.
Lusinghiero invece il giudizio dell'ex presidente della Repubblica
Francesco Cossiga: “apprezzo il coraggio di Berlusconi nel riconoscere
i gravi torti che purtroppo l'Italia ha commesso nei confronti
della Libia” e “mi fa piacere che il Governo abbia preso in considerazione
come realistica la richiesta dell'amico colonnello Gheddafi per
la costruzione dell'autostrada litoranea”.
Ma, come ha osservato lo stesso
Berlusconi, i tempi non sono assolutamente prevedibili; si tratta
di una dichiarazione di intenti: “e' una grande opera dal costo
rilevantissimo, e in questo momento i conti dello Stato sono quello
che sono”, ha concluso con realismo.
(torna su)
Italia-Libia:
AIRL, Berlusconi ha ceduto a ricatto Gheddafi
Si
puo' anche cedere...ma mai con questa mancanza di dignita'
ANSA
31
marzo 2006
ore
19.36
“Registro
che Berlusconi ha ceduto al ricatto...non so se piangere o ridere”.
E' indignata Giovanna Ortu, presidente
dell'Associazione Rimpatriati dalla Libia (Airl), dopo le affermazioni
del premier che di fatto danno un assenso politico del governo
italiano alla costruzione della cosiddetta autostrada litoranea
(circa 1700 chilometri) che dovrebbe unire l'Egitto alla Tunisia
coprendo in lunghezza tutto il territorio libico.
“Si
puo' anche cedere ma non con una totale mancanza di dignita' come
questa”, ha aggiunto la Ortu sottolineando come cosi' “saranno
tutti i figli dell'Italia di oggi a dover pagare” i costi di quest'opera.
Una decisione quella di Berlusconi che, secondo il presidente
dell'Airl, “non paghera' neanche
in termini elettorali” visto che “gli italiani non saranno felici”
di dover pagare negli anni una cifra cosi' ingente. Stime prudenti
indicano in tre miliardi di euro la costruzione dell'autostrada".
“Prendo
atto che uno dei due candidati premier - ha detto ancora - ha
indirettamente risposto alla nostra lettera aperta con la quale
lo abbiamo diffidato ad adempiere alle richieste libiche prima
di aver dato a noi quello che Gheddafi ha gia' avuto a titolo
di anticipo”.
(torna su)
Italia-Libia:
quasi un secolo di contrasti
ANSA
31
marzo 2006
ore
19.12
La
controversia che dura ormai da quasi un secolo tra Italia e Libia
inizia con la guerra Italo-turca o Guerra di Libia.
Il 28 settembre 1911 l'esercito del Regno d'Italia inizia le operazioni
in tripolitania e Cirenaica contro le truppe dell'Impero Ottomano.
La
guerra italo-turca fu teatro di numerosi progressi tecnologici
usati durante le operazioni militari, in particolare l'aeroplano.
Il 23 ottobre 1911, il capitano Carlo Maria Piazza sorvola le
linee turche e il primo novembre viene sganciata la prima bomba
aerea, grande come un'arancia, contro le truppe
turche.
La
guerra termino' con la presa di Tripoli e il 18 ottobre 1912 fu
firmato il Trattato di Ouchy che cedeva all'Italia i territori
libici.
Il
22 gennaio 1943, dopo aver sconfitto le truppe nazifasciste ad
El-Alamein, la Gran Bretagna pose la Libia sotto la sua dominazione
che si prolungo' fino alla risoluzione dell'Onu del 15 dicembre
1950 con la quale la Libia divenne indipendente.
I
rapporti fra la repubblica italiana e la neonata monarchia libica
vengono regolati nell'ottobre 1956 con un trattato bilaterale
(ratificato dal Parlamento italiano nel 1957) che prevede un accordo
di collaborazione economica e regola in via definitiva tutte le
questioni fra i due Stati derivanti dalla
risoluzione
Onu.
L'Italia
si impegno' a trasferire alla Libia tutti i beni demaniali e,
a saldo di qualunque pretesa, corrispose al governo di Tripoli
la somma di 5 milioni di sterline. Lo stesso trattato
assicurava
la permanenza della comunita' italiana residente nel Paese garantendo
i diritti previdenziali e di proprieta'.
In
particolare l'art. 9 stabiliva: “Il Governo Libico dichiara (..)
che nessuna contestazione, anche da parte dei singoli, potra'
essere avanzata nei confronti delle proprieta' di cittadini italiani
in Libia, per fatti del Governo e della cessata Amministrazione
italiana della Libia, intervenuti anteriormente alla costituzione
dello Stato Libico”.
L'avvento
di Gheddafi grazie al colpo di Stato del primo settembre 1969
porta all'adozione di misure piu' restrittive nei confronti della
collettivita' italiana, fino al decreto di confisca del 21 luglio
1970 emanato per “restituire al popolo libico le ricchezze dei
suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori”. Gli italiani
furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 70.
Contemporaneamente il regime requisi' anche i beni lasciati dagli
ebrei presi in custodia dopo la guerra dei sei giorni del 1967.
A
fronte delle pretese avanzate dai rimpatriati dalla Libia il governo
italiano pago' indennizzi per una somma complessiva di 288 miliardi
di lire.
L'accordo
italo-libico siglato nel luglio 1998 dal Ministro Dini e dal suo
omologo Muntasser ha affrontato ogni contenzioso tra i due Paesi.
Con questo trattato il governo italiano ha definitivamente rinunciato
a pretendere da parte libica il rispetto del trattato violato
e ad esercitare la clausola arbitrale.
Molte
clausole dell'accordo sono state attuate, fra cui la costituzione
della Commissione Mista che a sua volta ha costituito un “Fondo
speciale” per interventi a favore di libici danneggiati dalla
colonizzazione.
Nel
2004 le relazione italo-libiche subiscono una nuova battuta d'arresto.
In occasione di una visita in Libia, il rais chiede al premier
Berlusconi la ricostruzione dell'antica via Balbia, la litoranea
lunga 1.700 chilometri costruita da Mussolini. La spesa - secondo
stime prudenti - si aggira attorno
3
miliardi di euro, una cifra molto superiore ai 62 milioni di euro
del costo dell'ospedale che il primo ministro italiano era pronto
ad offrire.
(torna su)
Italia-Libia:
Cossiga, su autostrada bene Berlusconi
Apprezzo
premier che riconosce torti italiani in Libia
ANSA
31
marzo 2006
ore
18.47
“Mi
fa piacere che il governo italiano abbia preso in considerazione
come realistica la richiesta dell'amico colonnello Gheddafi per
la costruzione dell'autostrada litoranea in Libia”. E' quanto
sostiene il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga
commentando le affermazioni del presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi.
”I
libici - spiega il senatore a vita - attendono che l'Italia collabori
con loro nell'opera di modernizzazione del Paese. Apprezzo il
coraggio di Berlusconi nel riconoscere i gravi torti che purtroppo
il nostro Paese ha commesso nei confronti della Libia, e ben comprendo
i libici, che sentono ancora come una ferita la dura e crudele
repressione operata nei loro confronti dal regime fascista”.
(torna su)
Libia:
Berlusconi, si' a costruzione litoranea
Gheddafi
lo aveva chiesto come risarcimento dall'Italia
ANSA
31
marzo 2006
ore
16.08
Via
libera dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla costruzione
di un'autostrada dall'Egitto alla Tunisia come risarcimento per
l'occupazione coloniale in Libia. In cambio, sottolinea il Presidente
del Consiglio, Gheddafi dovra' dare spazio alle imprese e alle
esportazioni italiane. “E' vero che i figli non sono responsabili
delle colpe dei padri - spiega Berlusconi - ma il popolo libico
vive quell'occupazione come una grave ferita”.
(torna su)
Elezioni.
Passigli a Berlusconi:e i soldi per autostrada in libia?
"Gli annunci non sono rimedio a gaffes, anzi"
Apcom
31
marzo 2006
ore
14.03
A
Berlusconi che chiede con insistenza come il centrosinistra finanzierà
la riduzione del cuneo fiscale, misura di equità
verso i redditi di lavoro e di rilancio della competititvità
delle imprese, va chiesto con altrettanta insistenza dove troverà
le migliaia di miliardi necessari per l'autostrada in Libia".
Lo dichiara Stefano Passigli, senatore ds.
"Forse
completare la Salerno-Reggio Calabria e adeguare la rete dell'Anas
in tragiche condizioni è più urgente" aggiunge
Passigli. Per concludere: "Non è con l'annuncio di
un'opera riparatoria verso la Libia che si rimediano le gaffes
internazionali verso Cina e Olanda. Oltretutto alle annunci e
alle promesse Berlusconi non ha fatto seguire la loro realizzazione.
Non vorremmo che questo avvenisse in questo caso, con un inevitabile
ulteriore peggioramento dei rapporti con la Libia".
(torna su)
Berlusconi,
si a costruzione litoranea in Libia (2)
ANSA
31
marzo 2006
ore
13.55
“E'
vero che i figli non sono responsabili delle colpe dei padri -
ha affermato Berlusconi - pero' il popolo libico vive quell'occupazione
di tanti anni fa come una grave ferita”. Per quanto riguarda l'autostrada
litoranea chiesta da Gheddafi si tratta, ha osservato il premier,
“di una grande opera dal costo rilevantissimo, e in questo momento
i conti dello stato sono quello che sono”.
“Se pero' - ha aggiunto Berlusconi - vogliamo
continuare i rapporti con la Libia, che e' un grande produttore
di gas e di petrolio, bisognera' cominciare a costruire questa autostrada
continuandola negli anni, chiedendo a Gheddafi di avere in cambio
lo spazio per le nostre esportazioni e le nostre imprese”.
(torna su)
Berlusconi,
si a costruzione litoranea in Libia
Gheddafi
in cambio dia spazio a nostre imprese e esportazioni
ANSA
31
marzo 2006
ore
13.53
“Credo
che quest'opera si possa fare e credo che a questo punto si debba
fare” con queste parole il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,
ha detto si' alla richiesta libica di costruire un'autostrada
litoranea dall'Egitto alla Tunisia come risarcimento per l'occupazione
coloniale. In cambio, ha sottolineato il premier, Gheddafi dovra'
dare spazio alle imprese e alle esportazioni italiane.
(torna su)
WILL
LIBYA EVER CHANGE?
Khaleej
Times
31
marzo 2006
Mohammed
A. R. Galadari
Surprises come in many ways. A surprise this past week came from
Muammar Gaddafi, who, anyway, is never short of surprises. Libya,
he argued, “is the only real democracy in the world” while the
American political system is “a failure”. The audience at New
York's Columbia University, whom he addressed via live video feed
from Tripoli, might have been shell shocked, as also the rest
of the world that got to hear about it later. It is tempting to
take a look at Libya's democracy record. If Gaddafi has been the
leader for an uninterrupted 36 years, the ground reality is also
that he has not allowed voices of dissent there. Can such a leader
call his system of governance the best democratic process in the
world, even as no one questions his right to claim the merits
of the system he follows there?
Gaddafi
had more surprises in store for his audience, who heard him at
New York's Columbia University. In the process, many wonder whether
he hasn't made a laughing stock of himself? What was the reality
in Libya, and what was the reality that Gaddafi sought to project
of himself and the country? In Libya, he says, “everything is
open for discussion”, while countries like the US “eavesdropped
on its people” and were “creating another state of terror”. Libya's
political system, he says, “is superior to ‘farcical' and ‘fake'
parliamentary and representative democracies in the West”. So
much so, he believes that “there is no state with a democracy,
except Libya, on the planet”.
For
Gaddafi, springing surprises is perhaps an art in itself. Some
such recent surprises were positive, though. For instance, he
publicly acknowledged being in possession of nuclear weapons,
agreed to dismantle them and showed a willingness to have international
inspections on his nuclear installations; he and his nation took
responsibility for the Lockerbie bombing and agreed to give compensation;
and, surprise of all surprises, he said he wanted to be friends
with the West.
All
that helped the world to look at him and his country in a new
light. The world took it as the beginning of a reform process
there. By all indications, Libyans too were happy. They thought
the period of confrontation was just about over, and their country
would now channel all its energy in positive ways. Feelings were
that Gaddafi had, in many respects, divorced himself from the
mistakes of the past, and was presenting a more meaningful picture
of his country before the world. That “change” in his attitude
had formed the backdrop to his meetings with some top Western
leaders. The address of the Columbia University students, again,
left the world wondering whether he has the urge for change at
all.
A
report by the international rights group, Amnesty International,
for the past year, is educative in respect of the situation in
Libya. “Prisoners of conscience detained in previous years remained
in prison. Legislation criminalising peaceful political activities
remained in force. The security forces continued to arbitrarily
arrest people for political reasons and to detain them incommunicado
for long periods without charge”.
There's
more: “...Unfair trials before the people's court continued to
take place... Legislation continued to prohibit the formation
of associations or political parties outside the existing political
system. Despite the authorities' categorical denial of the existence
of prisoners of conscience, scores of them continued to be held
for their non-violent political views or activities....Trials
before the court continued to fall short of minimum standards
for fair trial...the fate of many prisoners who were killed or
disappeared from Abu Salim Prison in Tripoli in 1996 remained
unknown.” Hence, the perception of the Libyan system as being
worse than some of the military dictatorships.
So,
when Gadddafi says, “the rest of the world will emulate Libya”,
many see it as a worrisome prospect. If his hint was on the distinctive
political philosophy he advanced, the reality is that there are
not many takers for his Green Book even in Libya today.
The
Libyan leader must note that, by making such tall claims, he will
cut a sorry figure. Yet, more than his image, it is the image
of the country as a whole that's affected. Libya is not a private
enterprise. People as a whole should not be finding themselves
on the defensive for the way Gaddafi projected his views. “Enough
is enough”, one might say.
Will
Libya change? There's a big question mark as to whether the leadership
is keen on reforms — something that Gaddafi has promised to his
people. The replacement of a reform-minded premier Shokri Ghanem
with a “cautious figure” earlier this month raised eyebrows in
this respect. Feelings are that Ghanem had lost out in a three-year-long
power struggle between him and conservative elements in the governing
General People's Congress.
Among his followers, Gaddafi might still be
regarded as the “brotherly leader” or the “guide of the revolution”,
slogans that rent the Libyan air for decades; and he has positive
sides to his leadership; No one questions them, but he must, in
the least, see the realities around him.
(torna su)
INTERVENTO
DEL MINISTRO DELL'INTERNO
ON.
GIUSEPPE PISANU
*PRESENTAZIONE
DEL VOLUME
“FUGA
ALL'INFERNO E ALTRE STORIE”
DI
MUHAMMAR GHEDDAFI*
22 marzo 2006
Vorrei
dire, innanzitutto, che dobbiamo essere grati a Manifestolibri
per questa pubblicazione che davvero colma un vuoto inspiegabile
nel panorama editoriale italiano. E poi offre un contributo importante
alla conoscenza di una personalità ricca e complessa come
quella di Muhammar Gheddafi.
Negli
ultimi tre anni io ho incontrato più volte il leader libico
e ho avuto con lui lunghe conversazioni che, spesso, sono andate
ben al di là dell'oggetto specifico dei nostri incontri,
che, come è noto, riguardano la cooperazione italo-libica
in materia di lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata,
al traffico di esseri umani.
La
lettura mi è servita molto e mi ha affascinato subito perché
io ho trovato nei racconti l'eco di molte conversazioni e anche
i tratti rilevanti e del carattere e della visione politica di
Gheddafi, una visione certamente basata sulla conoscenza profonda
della cultura coranica, ma anche della cultura occidentale e,
soprattutto, su una concezione assolutamente laica dello Stato
e del potere.
Mi
pare che ha parlato nella prefazione, lo rilessi più volte,
Gheddafi - lo ha detto anche il dott. Salerno - è sicuramente
uno dei massimi esponenti di quell'islam moderato al quale spesso
ci riferiamo, guardando non tanto al sistema politico libico e
alla forma di governo cui esso dà vita, ma guardando soprattutto
alla concezione laica della politica, alla netta separazione che
in Libia esiste tra religione e politica.
Gheddafi
è sicuramente uno dei contestatori più determinati
del radicalismo dottrinario degli wahabiti e di ogni altra forma
di estremismo. Poco fa si è parlato della sua polemica
con i Fratelli Musulmani: io mi sono annotato un passo bellissimo
in uno dei suoi racconti dove rivela una straordinaria verve polemica,
ma esprime compiutamente il suo pensiero, laddove accennando ad
al-Banna come depositario diciamo della cultura islamica, dice:
‘perché al-Banna aveva imparato a memoria il Corano fin
dalla tenera età, anche se poi col passare degli anni lo
aveva dimenticato'. E più in là dice: ‘la stesura
di questi tomi aventi come oggetto l'esegesi coranica dal titolo
‘Ombre del corano', rientrava nel quadro di lotta per il potere
che infiammò l'Egitto negli Anni ‘40 e inizio Anni ‘50,
senza alcun legame di fatto con il Corano o la religione di Dio,
ma la religione vi veniva infilata per forza e il Corano interpretato
in modo deliberatamente erroneo, per dimostrare il diritto al
potere di un gruppo di egiziani contro un altro gruppo. Mi sembra
un passaggio rivelatore della visione moderata.
Penso
anch'io che Gheddafi sia al tempo stesso un grande utopista ed
un idealista. Ha inseguito lungamente il sogno dell'unità
araba, poi quello dell'unità africana, forse coltiva ancora
questo sogno, ma intanto prende atto con grande realismo delle
contraddizioni laceranti che vi sono all'interno del mondo arabo
e ancor di più del mondo islamico inteso nella sua accezione
planetaria, intercontinentale. E, nel cogliere queste contraddizioni,
cerca però sempre la via di uscita ai problemi politici
concreti che si creano soprattutto sul terreno delle relazioni
internazionali.
Gheddafi
è certamente convinto, come molti di noi, che l'Europa
ha un enorme debito storico con l'Africa, e che questo debito
può essere pagato soltanto aiutando il continente ad uscire
dal suo lungo degrado e a superare il collasso demografico di
cui è manifestazione drammatica l'emigrazione clandestina.
E
per quel che ho capito dalle conversazioni con lui, egli è
anche convinto che se l'Europa non onora in questo modo questo
debito corre il rischio di perdere una storica occasione per recitare
una parte da protagonista sulla scena mondiale, lasciando che
il vuoto africano venga colmato da altri se l'Europa non saprà
intessere con l'Africa un dialogo rivolto insieme allo sviluppo
e alla costruzione della pace.
Però,
mentre egli sostiene il dialogo euro-africano, riconosce che l'Africa
non riesce ad avere una voce unitaria, la debolezza politica dell'Unione
Africana è evidente e che, perciò, ecco il suo realismo,
oggi forse è più opportuno concentrare l'attenzione
sul ruolo che i paesi della sponda nord-africana possono svolgere
in un dialogo più stretto con l'Europa, un dialogo euro-mediterraneo
non affidato ai fori internazionali sui quali operiamo adesso
( 5 più 5, il processo di Barcellona), ma impostato come
dire su basi nuove, che tutti insieme dovremmo ricercare. E pensa
- questo è un aspetto come dire sul quale non si è
fatta ancora molta luce - il colonnello Gheddafi che per lo sviluppo
di questo dialogo le circostanze storiche affidino un ruolo particolare
all'Italia e alla Libia. Lo dice non tanto perché noi siamo
oggi il partner più commerciale e più importante
di quel paese, ma a motivo di una vicinanza, non soltanto geografica,
tra i nostri due popoli e i nostri due Paesi e soprattutto perché
è convinto che c'è una perfetta compatibilità
tra gli interessi generali dell'Italia e quelli della Libia. Il
ponte tra l'Italia e la Libia può essere un ponte solido
tra le due sponde del Mediterraneo. Lui sa bene che attraverso
questo mare il sud e il nord del mondo si guardano negli occhi
i loro problemi, diffidano uno dell'altro, come tante volte è
accaduto nella storia, si scontrano, ma tante altre volte si sono
incontrati, scambiando nei porti del Mediterraneo, non soltanto
merci, ma anche idee e progetti.
Nel
mio piccolo, insieme a tanti altri amici libici, abbiamo cercato
di lavorare in questa direzione operando soprattutto sul lato
della immigrazione, dei processi migratori e soprattutto del contrasto
alle grandi organizzazioni criminali insediate in Libia, in Egitto,
in Italia, in altri paesi europei che sfruttano spietatamente
l'immigrazione clandestina, dai luoghi di partenza, ai luoghi
di transito, a quelli d'arrivo. Perché il dialogo italo-libico
possa sviluppare in tutte le sue potenzialità è
necessario però, e lo riconosciamo da entrambe le parti,
che si risolva il contenzioso italo-libico e che, soprattutto,
si chiuda un capitolo tragico.
Dobbiamo
tener conto, di fronte a certe rigidità, a certe impuntature
e polemiche del colonnello Gheddafi, che dietro certe sue posizioni
c'è sempre uno sforzo teso a dare alla Libia una identità
nazionale, e dobbiamo tener conto che, elemento fondante di questa
identità nazionale, è la lotta di liberazione dal
colonialismo italiano. Non si capisce perché noi sentiamo
con tanta forza ancora ed attualità la resistenza al nazi-fascismo
e perché i libici non dovrebbero sentire con eguale forza
la lotta di resistenza al colonialismo italiano. Lui dedica passi
bellissimi in uno di questi racconti all'eroica battaglia del
padre contro la morte, che è una battaglia di liberazione.
Debbo
aggiungere qui, in contrasto con una affermazione contenuta nella
prefazione, che in questi ultimi anni abbiamo fatto davvero qualche
significativo passo in avanti. Io segnalo una decisione recente
del Consiglio dei Ministri che è passata pressoché
inosservata, ma il cui comunicato ufficiale dice che l'Italia
riconosce la necessità di superare, anche con gesti altamente
significativi, il contenzioso storico, di chiudere il capitolo
del colonialismo e, al tempo stesso, di sciogliere nodi che ancora
rimangono nei rapporti italo-libici per quanto riguarda le rivendicazioni
delle imprese italiane sulle possibilità di ritorno degli
italiani in Libia. Insomma, l'idea di un grande gesto, qualunque
esso sia, ha trovato finalmente una sanzione formale, prima in
una comunicazione fatta da Fini e da me alle Commissioni Estero
e Interno riunite di Camera e Senato e poi in questa delibera
del Governo. So benissimo che ci sono difficoltà nei rapporti
itali-libici, ma debbo dire che per quanto riguarda le questioni
più delicate della lotta al terrorismo e del contrasto
alle organizzazioni criminali, la collaborazione è piena,
senza riserve, ed è fruttuosa. Si tratta di lavorare, adesso,
su questa strada, con un atteggiamento di fiducia e di speranza
civile che io penso si possa esprimere con le battute dell'ultimo
racconto di questo libro ‘L'annunciatore del Sahur', dove Gheddafi
scrive: ‘tutti noi conosciamo l'annunciatore del sahur, e lo amiamo,
persino i bambini amano il mese di Ramadan, e lo aspettano con
impazienza, proprio per via dell'annunciatore e della sua voce
che desta i dormienti, e del suo schietto tamburo, dai bei colpi
cadenzati che accompagnano quella voce così familiare,
ogni anno e ogni notte del santo mese di Ramadan'.
E
più in là aggiunge ‘ ha ben dato chiara la sensazione
di guardare molto al di là del fatto che racconta: ‘Che
Dio ricompensi l'annunciatore e lo rimeriti largamente per il
suo semplice lavoro e per i suoi ripetuti inviti al risveglio,
gridati alla fine di ogni notte
scura
per farci consumare il nostro pasto dell'alba, preparati a un
giorno di digiuno che può anche essere molto lungo'. Mi
pare che questo passo sia di buon auspicio per lo sviluppo dei
nostri rapporti.
(torna su)
Botta
e risposta tra la Libia e Sky Tg24
Punto Com
25
marzo 2006
Botta
e risposta tra l'Ambasciata libica a Roma e Sky Tg24 sull'intervista
rilasciata all'emittente, qualche giorno fa, dal colonnello Muammar
Gheddafi. La tv italiana, ha scritto ieri in un comunicato la
rappresentanza diplomatica di Tripoli, «non è stata
capace, “seppur involontariamente”, di riportare le espressioni
del Leader in modo preciso». Nel documento sono riportate
le domande dell'intervistatore, le risposte trasmesse e le risposte
con “traduzione esatta”. Il direttore del canale all news Emilio
Carelli replica così: «Esprimiamo rammarico e sorpresa
ma affermiamo con fermezza che al gioco pretestuoso delle sfumature
non ci stiamo. Ribadiamo - afferma Carelli - che la traduzione
dell'intervista al Colonnello Gheddafi trasmessa da Sky Tg24 è
stata effettuata da un interprete ufficiale del leader libico,
tra l'altro non scelto da Sky, bensì imposto dal governo
di Tripoli, e che nessuna modifica è stata apportata. Lo
testimonia il fatto che la voce in onda che traduce in italiano
è proprio quella del traduttore ufficiale libico.
Stupisce
- dice ancora Carelli - che a cinque giorni dalla messa in onda,
ci si appelli ora a presunte inesattezze, che tali non sono».
Dopo aver puntigliosamente elencato tutte le asserite inesattezze,
il comunicato conclude comunque che «L' Ufficio Popolare
(ambasciata, ndr) conferma che la collaborazione in atto tra la
Libia e l'Italia alla lotta al terrorismo, alla criminalità
organizzata, all'immigrazione clandestina ed al traffico di esseri
umani prosegue secondo il programma concordato».
(torna su)
A
proposito dell'intervista a Raffaello Fellah
L'Opinione
della libertà
25
marzo 2006
Leone
Massa
Che
bello leggere un giornale libero come il vostro dove trovano spazio
anche opinioni divergenti. Conosco Raffaello Fellah. Lui stesso
mi disse che in Libia gli uccisero il padre e del suo impegno
per rapporti sempre più stretti con la Libia perché
gli affari sono affari. A differenza di Fellah, Gheddafi ancor
oggi ce l'ha con l'Italia perché, pare, che un suo antenato
sia stato ucciso durante il periodo coloniale italiano. Questo
certamente non giustifica l'atteggiamento dell'uno e dell'altro.
Il “volemose bene” pur di fare affari non mi trova d'accordo e
se Gheddafi minaccia l'Italia di attentati, come italiano, non
posso accettarlo e quei politici che, per opportunità politiche
fanno dichiarazioni come se niente fosse, non mi rappresentano
e non li andrò a votare. Forse ho una mia dignità
ed un senso dello Stato che altri non hanno. Lo stesso Gheddafi
se ci fosse una minaccia verso il suo Paese si comporterebbe come
me. Sarebbe opportuno che i nostri politici e gli italiani che
sentano un po' di amor patrio leggessero l'articolo del Vice Direttore
del Corriere della Sera, Magdi Allam, pubblicato ieri. Un'ultima
cosa e molto più interessante notata nell'articolo di Ruggiero
Capone è l'indennizzo ai libici al valore attuale per i
beni confiscati a metà degli anni ‘ 70. I nostri governanti
prendessero esempio da Saif El Islam per come indennizzare i propri
connazionali e non sottoporli a decenni di attesa per offrire
loro una elemosina. Questo lo dico per i 20.000 italiani cacciati
dalla Libia nel '70 e per le imprese italiane creditrici della
Libia.
Segue l'intervista
a Raffaello Fellah.
L'intervista
a Fellah: L'associazione Italo-libica vuole amicizia con Gheddafi
L'Opinione
della libertà
24
marzo 2006
Ruggiero
Capone
Lo
scorso 22 marzo il governo di Tripoli ha deciso di indennizzare
i cittadini libici danneggiati dalle nazionalizzazioni, che furono
avviate agli inizi degli anni Settanta. “Il governo ha approvato
un decreto che sarà esecutivo nei prossimi giorni”, ha
reso noto la Fondazione Gheddafi, presieduta da Saif al-Islam,
figlio del leader libico. Un'iniziativa, sottolineano fonti diplomatiche,
mirata a incoraggiare il ritorno di quei libici fuggiti poco dopo
il sanguinoso colpo di Stato, con cui 37 anni fa Gheddafi rovesciò
la monarchia. Ma rientra anche nella sterzata verso quello che
Gheddafi ha definito un “capitalismo di massa”, dopo decenni di
economia pianificata. Stando alla Fondazione, sono almeno quattrocento
i casi di esproprio interessati dal provvedimento, e gli indennizzi
saranno stabiliti ai valori correnti. L'opinione ha per l'occasione
intervistato Raffaello Fellah, ebreo libico venuto
a Roma ai tempi della rivolta capeggiata da Gheddafi, oggi promotore
dell'associazione ebrei libici.
Come
nasce la comunità ebraica romana della Libia?
L'associazione
unitaria delle comunità ebraiche di Libia è nata
a Roma nel 2004. Ma la comunità ebraica di Libia è
la più antica al mondo. Testimonianze sulla presenza della
comunità ebraica in Libia si trovano sia in Erodoto che
in Strabone: alcuni le fanno risalire indietro nel tempo, a seguito
della distruzione del primo Tempio di Gerusalemme. Ma le prime
notizie attendibili attestanti la presenza ebraica in Libia, più
precisamente in Tripolitania, risalgono al periodo cartaginese
e, da fonti ancora più ricche, al periodo romano, testimonianze
che fanno precedere la presenza ebraica di molti secoli rispetto
a quella araba. La distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme,
da parte dei romani, fece sì che si creassero nuovi insediamenti
in Tripolitania e Cirenaica, altra regione della Libia dove vi
era una forte comunità ebraica. Proprio dalla città
di Cirene scoppiò la rivolta ebraica contro Traiano, estesasi
poi in altre parti dell'Impero. La repressione romana alla rivolta
ebraica fu durissima. Ormai in decadenza gli ebrei di Cirenaica
furono costretti alla fuga, trovando rifugio presso le tribù
berbere della Sirte, in Tripolitania, Tunisia, Algeria e Marocco.
Ma da quella comunità, in pieno Impero romano, nacque la
comunità ebraica di Roma, che ancora oggi ha delle tradizioni
innegabilmente cirenaiche.
E
poi a perseguitarvi è stato Gheddafi, che oggi invece parla
d'indennizzi?
Dire con più precisione che siamo stati vittime
dei moti antiebraici del 5 giugno 1967. A Bengasi, quella drammatica
mattina, tutti gli ebrei presenti in Cirenaica (circa duecento,
superstiti di una fiorente comunità che contava oltre 3
mila persone) venivano rastrellati e rinchiusi in un campo dal
quale, una notte di fine giugno di quello stesso anno, venivano
direttamente trasferiti in Italia su aerei appositamente noleggiati,
sembra dallo stesso Re Idris di Libia. Nessuno ha più potuto
rivedere la propria abitazione o la sede delle proprie attività,
né recuperare qualcosa dei depositi bancari o della documentazione
relativa ai beni che, più o meno, tutti erano stati costretti
ad abbandonare. A Tripoli la situazione era stata ancora più
tragica, oltre venti persone venivano massacrate nella totale
indifferenza della polizia e delle autorità politiche.
Contemporaneamente venivano saccheggiati i negozi, gli uffici,
le sinagoghe, le abitazioni e persino il cimitero. Il giorno dopo
la polizia trasferiva in un campo improvvisato alla periferia
le famiglie dislocate nei quartieri di popolazione a maggioranza
araba; consigliando agli altri abitanti sparsi in diversi quartieri
di restare in casa. Iniziava una capillare opera per convincere
la popolazione ebraica ad abbandonare il Paese per il tempo necessario
a ripristinare l'ordine.
Ed oggi?
Gheddafi
non poteva frenare le rivolte anti-ebraiche a seguito della “guerra
dei sei giorni” tra Egitto ed Israele, in cui gli arabi tifavano
per l'Egitto. Quindi congelò con le nazionalizzazioni i
patrimoni degli ebrei di Libia, che oggi vuole indennizzare con
valuta corrente. Gheddafi usa sempre chiedere indennizzi al suo
popolo, per il periodo coloniale italiano, perché il suo
regime è nato come reazione politica al non pieno risarcimento
che Re Idris aveva ottenuto nel 1955 dall'Italia: circa 5 milioni
di lire dell'epoca, quando il bilancio della Libia era già
di 3,5 milioni di dollari nel 1950.
A
chi sono grati allora gli ebrei di Libia?
Certamente
all'Italia e, politicamente, a Giulio Andreotti che ha permesso
l'inserimento della comunità nel paese, riconoscendone
la mai persa cittadinanza italiana. Del resto ho parlato della
mia esperienza nella sua storia degli ebrei di Libia “Ebrei in
un paese arabo” di Renzo De Felice (edizioni Il Mulino, 1978):
allo storico ed amico scomparso parlai della mia comunità
tra fascismo, nazionalismo e sionismo.
E
Gheddafi?
Per
certi versi è un amico, una persona intelligente, con cui
dialogare. Lo incontrai, per la prima volta dopo la mia fuga,
nel 1980 e si mostrò aperto ad ogni trattativa. Il fatto
che oggi suo figlio Saif al-Islam abbia parlato d'indennizzi equi
e per valori correnti testimonia come si possa favorire una forte
intesa italo-libica.
Cosa
progetta in proposito?
L'8
di aprile prossimo presenteremo l'associazione amici della Libia,
la cui presidenza onoraria verrà offerta al senatore Giulio
Andreotti: una iniziativa lontana da qualsiasi speculazione politica,
tesa all'amicizia duratura tra ebrei, cristiani e musulmani di
Libia. E voglio ricordare che il primo sindaco di Tripoli è
stato un ebreo, Mordechai Arkin: era stato ufficiale dell'ottava
armata del generale Montgomery, e nel suo consiglio comunale sedevano
da amici ebrei, cristiani e musulmani. Dopo di Arkin un altro
ebreo, Ruben Assan, è stato sindaco di Tripoli e con lui
in consiglio l'italiano Marchino ed il principe arabo Tahl Karamalli.
Erano tutti amici, si stimavano e s'aiutavano.
Quindi
cosa propone?
Rinnovare
il ruolo mediatorio della comunità ebraica tripolina. Rammento
che fummo noi a mediare tra Italia e Libia già nel 1922,
quando avvenne la rivolta dei Senussi. Oggi noi vogliamo la pace
con Gheddafi. E per questo rammento che già durante l'ultimo
incontro che il leader libico ebbe con il senatore Andreotti,
il rais espresse parole d'amicizia verso l'Italia e, ben 8 anni
fa, denunciò Bin Laden come pericoloso guerrafondaio. Gheddafi
mise alla porta Bin Laden che si permise di parlare di conquista
del mondo, di ritorno d'una potenza araba dalla Sicilia alla Spagna
fino alle porte di Vienna. Gheddafi,
sotto sanzioni internazionali, cacciava Bin Laden.
Ed
ai politici non vuole proprio dire nulla?
Solo che non
si può giocare a fare i mercanti con una personalità
di profonda cultura araba come Gheddafi: gli arabi al pari degli
ebrei sanno pazientare e trasformate gli affari sempre a proprio
favore. L'Italia non può mercanteggiare sulla storia dell'autostrada
da costruire in Libia o su un altro risarcimento coloniale da riconoscere
ai libici: deve cercare di trasformare queste richieste in opportunità
di scambio reciproco, senza gridare alla stampa che si tratta d'un
ricatto di Gheddafi. Perché non è un ricatto, ma un
modo arabo per dire trattiamo, quindi allacciamo nuovi rapporti.
L'Italia deve investire in rapporti italo-libici, l'autostrada può
permettere la nascita d'aziende a capitale misto nel settore turistico:
la Libia ha coste ineguagliabili nel Mediterraneo. L'8 di aprile
parleremo anche di come la comunità libica chiede di migliorare
questi rapporti. E se ancora abbiamo fiducia nella pace tra le due
sponde lo dobbiamo a Giulio Andreotti, che non ha mai cessato di
credere nella comunità del Mediterraneo: per il bene dell'Europa
e per la necessaria crescita in simbiosi dell'Africa.
(torna su)
Dopo
Bengasi
Prendiamo
esempio dai danesi
Tenere
la schiena dritta ripaga
Il
Corriere della Sera
23
marzo 2006
Magdi
Allam
Schiena
dritta, paga. Schiena ricurva, non paga. La Danimarca non si scusa
per le vignette su Maometto, richiama gli ambasciatori dai Paesi
islamici, protesta per le violenze subite, non si lascia intimidire
dal boicottaggio economico, reagisce alle minacce di morte. E
alla fine ottiene le scuse e il risarcimento da Siria e Libano
per le aggressioni alle sue ambasciate. L'Italia invece si fa
in quattro per scusarsi per le «provocazioni » che
giustificherebbero l'assalto al consolato a Bengasi, caccia un
ministro, minimizza, si dice disponibile a indennizzare la Libia.
E alla fine incassa nuove minacce di attentati terroristici e
una pretesa di denaro 50 volte superiore la cifra pattuita.
Che
l'Italia di distingua dal comportamento dei Paesi scandinavi lo
si constata anche dal fatto che mentre il nostro Calderoli è
stato licenziato dal governo per aver esibito la vignetta su Maometto,
in Svezia la ministra degli Esteri Laila Freivalds si è
dimessa per aver ostacolato la pubblicazione delle vignette. Da
noi ha prevalso il discutibilissimo criterio dell'opportunità
politica, da loro si è imposto il dovere incontrovertibile
del rispetto della Costituzione.
Ma
a quanto pare continuiamo imperterriti a chinarci e genufletterci
al tiranno e alle intimidazioni. Il 20 marzo scorso Gheddafi avverte
da Sky Tg24: «Altre Bengasi o attentati in Italia? È
da aspettarselo, purtroppo». E noi come rispondiamo a un
capo di Stato che minaccia attentati terroristici? Il ministro
degli Esteri Fini taglia corto: «Le intimidazioni e le minacce
nemmeno troppo velate di Gheddafi non ci spaventano». Franco
Frattini, vice presidente della Commissione europea, sdrammatizza:
«È una dichiarazione quella di Gheddafi che non credo
sarà seguita da nessuna azione». Niente condanne,
niente proteste, quasi si trattasse di parole al vento pronunciate
da uno spaccone qualsiasi, e non da un burattinaio reo-confesso
del terrorismo internazionale.
Il
3 marzo Gheddafi aveva minacciato un' ondata di violenze: «Se
l'Italia vuole che le sue compagnie, consolati, ambasciate e cittadini
residenti in Libia vivano in pace, deve pagare il prezzo».
E noi come rispondiamo a un'intimidazione di stampo mafioso? «Parole
che non devono impressionare più di tanto », getta
acqua sul fuoco Fini, «perché è chiaro che
si tratta più di un comizio ai suoi fedelissimi che di
una responsabile presa di posizione in campo internazionale».
Fonti del Viminale, citate da La Repubblica, puntualizzano che
Gheddafi si sarebbe macchiato di «una scorrettezza enorme
nei confronti del ministro Pisanu». Come se la sicurezza
del nostro Stato fosse stata concepita sulla base del rapporto
personale tra Gheddafi e Pisanu.
Ci
ricordiamo come abbiamo reagito il 17 febbraio quando fu attaccato,
bruciato, saccheggiato e distrutto il nostro consolato a Bengasi?
Con una nota ufficiale di Palazzo Chigi in cui si esprime «il
profondo dolore del Governo e del popolo italiano per i tragici
incidenti di Bengasi», si esalta il governo libico per «avere
operato per garantire l'incolumità dei nostri connazionali»,
attribuendo implicitamente la responsabilità delle violenze
a Calderoli, perché il suo comportamento è «in
contrasto con la linea del Governo ed evidentemente incompatibile
con incarichi istituzionali». Berlusconi, con l'opposizione
consenziente, si è assunto la responsabilità di
un attentato pianificato e orchestrato da Gheddafi cacciando un
proprio ministro, ha formulato le scuse anziché pretenderle,
ha offerto un indennizzo anziché esigerlo.
Il
18 febbraio Berlusconi si era mostrato raggiante: «Tutto
risolto, ho parlato con Gheddafi, i rapporti sono ottimi».
Invece, inflessibile, Gheddafi è tornato a minacciare nuove
Bengasi e attentati in territorio italiano. Alzando di 50 volte
il prezzo per chiudere l'annosa questione dell'indennizzo per
i danni coloniali: dai 63 milioni di euro per la costruzione di
un'autostrada tra Bengasi e Tripoli, concordati il 28 ottobre
2002, a oltre 3 miliardi di euro per la costruzione di un'autostrada
dalla frontiera con la Tunisia a quella con l'Egitto.
Impareremo la lezione? Sembra proprio di no
ascoltando la parola d'ordine condivisa a destra e a sinistra: «Mediazione
e dialogo», «Dialogo e mediazione». Ricordiamoci
però che a furia di incurvare la schiena finiremo per spezzarla.
E allora raddrizziamola, come hanno fatto i danesi, fin quando siamo
ancora in tempo.
(torna su)
Libia:
perché Gheddafi ci accusa
Gente
23
marzo 2006
Gigi
Speroni
Dov'è
finito Gheddafì? Per giorni ha occupato le prime pagine
dei giornali, poi, di colpo, è sparito persino dalle
brevi di cronaca. «Chi l'ha visto?», potrebbe
chiedersi Federica Sciarelli. Viviamo in un convulso clima elettorale,
dove le notizie esplodono come un fuoco d'artificio e vengono
presto dimenticate, Tanto rumore per nulla anche in questo
caso? Non proprio: le dichiarazioni di Gheddafì hanno
alimentato un incendio che covava sotto la cenere, inevitabilmente
destinato a riattizzarsi, se il dittatore libico deciderà
di farlo nuovamente divampare, E non sarebbe la prima
volta. Quindi, vale la pena riepilogare i fatti, a futura
memoria. Tutto è cominciato in febbraio, per l'esattezza
venerdì 17, quando centinaia di libici hanno assalito
a Bengasi la sede del consolato italiano e la polizia ha
sparato, uccidendo 12 dimostranti. Il ministro Roberto Calderoli
si era sciaguratamente esibito in televisione con una maglietta
che riproduceva quelle vignette su Maometto, pubblicate da un
giornale danese, che avevano provocato la violenta rivolta del
mondo islamico. £ fu facile trarre le conseguenze del caso.
Le
dimissioni di Calderoli parevano averlo chiuso, ma il 2 marzo,
celebrando il 29° anniversario del colpo di Stato che l'aveva
portato al potere, Muhammar Gheddafì lo ha riaperto:
«II popolo libico», ha detto, «grida vendetta
e bisogna approfittare dell'occasione per risolvere il problema,
affinché non si ripeta la tragedia del consolato».
Il "problema" sono le colpe dell'Italia coloniale,
che aveva occupato la Libia dal 1911 al 1943, quando 100 mila
libici vennero uccisi in guerra e durante i lunghi anni della
successiva repressione "pacifìcatrice". Per risolverlo,
Gheddafì chiede «un grande gesto, non solo simbolico,
che ponga una pietra sul passato».
In
verità, un gesto il governo italiano l'aveva già
fatto nel 1956, impegnandosi con re Idris I a versare un indennizzo
di 5 miliardi di lire, ma Gheddafì, soppiantato il
sovrano Senusso, stracciò l'accordo e, nel 1970»
scacciò i 20 mila italiani che vivevano e lavoravano in
Libia, requisendo le case, i terreni e ogni loro proprietà,
come acconto per il risarcimento dovuto al suo popolo. Nel
contempo, istituì il "giorno della vendetta"
per rivendicare, il 7 ottobre di ogni anno, "i diritti negati
alle vittime del colonialismo italiano".
Gheddafì
rivendicava soprattutto quando aveva bisogno di rinsaldare il
suo potere, sbandierando il nazionalismo, e noi traccheggiavamo
ricorrendo all'abilità diplomatica di Giulio Andreotti.
L'ultimo capitolo di questa storia risale al 2004, quando Berlusconi
si recò a Tripoli, mettendo sul piatto l'offerta di
un ospedale da 63 milioni di euro, ma Gheddafì lo gelò
con la pretesa di un'autostrada dalla Tunisia fino all'Egitto:
1.700 chilometri per un costo di almeno 3 miliardi. Questa è
l'ultima richiesta del dittatore rimasta sul tavolo a pochi giorni
dalle elezioni. Per il governo che verrà è una patata
che scotta, e molto, visti gli interessi che abbiamo con la Libia:
il gasdotto, i contratti dell'Eni, il piano per impedire
che dalla "quarta sponda" possano partire le barche
cariche di immigrati dirette in Italia. Gheddafì chiede
«un grande gesto» per porre «una pietra sul
passato». Un lontano passato che abbraccia più di
trent'anni: l'arco di tempo che va dall'Italia liberale di Giovanni
Giolitti a quella fascista di Benito Mussolini. Sempre sotto il
lungo regno di Vittorio Emanuele III.
Andiamo,
dunque, ai ricordi. Incominciando da una data precisa: il
29 settembre 1911, quando l'Italia dichiara guerra alla Turchia.
Le grandi potenze europee si stanno spartendo l'Africa e anche
noi vogliamo partecipare al banchetto. La Libia appare come
una conquista facile: la Cirenaica è governata dalla
Confraternita dei Senussi, una tribù; la Tripolitania fa
parte dell'impero ottomano, che è in disfacimento.
Per Giolitti è il momento giusto per incamerare "la
vasta regione bagnata dal nostro mare", ridotta in gran parte
a deserto "per l'inerzia di popolazioni nobili e neghittose",
che appare come "lo sbocco naturale delle nostre aspirazioni".
Non soltanto dei nazionalisti, dei moderati, dei banchieri,
dei cattolici, ma anche di vasti settori della sinistra: Arturo
Labriola considera la Tripolitania "una colonia dei
proletariato italiano". I giornali favoleggiano dì
"enormi ricchezze naturali che aspettano solo di essere
sfruttate", di "sterminate e fertilissime regioni
ove potranno vantaggiosamente emigrare migliaia di contadini
italiani affamati di terre". Sotto quelle terre c'è
il petrolio, ma verrà scoperto solo nel 1959.
Gli
unici a opporsi alla guerra sono i socialisti di Filippo Turati
e la Camera Generale del Lavoro, che proclama uno sciopero di
24 ore. Miseramente fallito. Migliaia di contadini meridionali
preferiscono assediare le questure per chiedere il passaporto
nella speranza di "poter andare nella quarta sponda
a far gli agricoltori", e tra gli operai scendono in
piazza solo quelli di Parma e di Forlì, dove due "pericolosi
agitatori" vengono arrestati e condannati per direttissima
a cinque mesi di reclusione. Si chiamano Pietro Nenni e Benito
Mussolini. I borghesi, dal canto loro, si spellano le mani per
Gea della Garisenda, una romagnola alta e formosa, che canta:
Tripoli, bel suoi d'amore, ti giunga dolce questa mia canzon...
Tripoli, terra incantata, sarai italiana al rombo del cannon.
Il
5 ottobre 1911, "A Tripoli sventola il tricolore". Lo
annuncia il quotidiano La Stampa:”I1 grande voto della nazione
è compiuto, il cerchio di ferro è rotto: il Mediterraneo
non diverrà più un lago straniero. L'Italia
si è assicurata l'unico lembo rimasto libero dalle cupidigie
altrui".
La
conquista ha eccitato Gabriele D'Annunzio (era scontato),
ma anche Giovanni Pascoli, il delicato poeta della natura e della
pace: La grande proletaria s'è mossa. Là i nostri
lavoratori saranno agricoltori sul terreno della Patria. Dal canto
suo, il Vate declama: S'ode nel cielo un sibilo di tromba. Passa
nel cielo un pallido avvoltoio. Giulio Gavoni porta la sua bomba.
L'ingegner Gavotti, sottotenente di complemento, sorvolando l'oasi
di Tagiura ha sganciato sui turchi quattro ordigni poco più
grandi di un'arancia "che hanno terrorizzato il nemico".
È il primo bombardamento aereo del mondo. Per l'occasione
debuttarono anche la radiografia senza fili nei collegamenti tra
i reparti e le strisce ferrate da avvolgere attorno alle
ruote per non impantanarsi nel deserto. Li chiamarono i "cingoli
Bonagente", dal nome del capitano che li aveva inventati,
e li ritroveremo tre anni dopo sui carri armati della Prima guerra
mondiale.
La
Libia diventerà italiana con la pace di Losanna, firmata
il 18 ottobre 1912, ma i senussidi islamici in Cirenaica e i beduini
in Tripolitania continueranno a combattere una lunga guerriglia
fatta di attentati, scaramucce, impiccagioni dei ribelli. Raccontano
i cantastorie: In nome di Maometto e del Corano, il turco spinge
l'arabo guerrier ad affrontare il milite italiano, chiamandolo
infedel cane stranier!
Su
quegli anni sentiamo un testimone. Non un generale o un politico,
ma un romanziere ai tempi molto noto. Louis Marie Julien Viaud,
con lo pseudonimo di Pierre Loti (dal nome di un piccolo fiore
indiano), scrisse, nel 1913, Ma Turquie agonisante: "Non
è soltanto contro gli italiani che si eleva la mia protesta,
ma contro tutti noi, cosiddetti cristiani d'Europa. Noi che sulle
labbra abbiamo sempre parole di fraternità, ogni anno inventiamo
esplosi-vi sempre più infernali, mettiamo a fuoco
e sangue e rapiniamo il vecchio mondo africano. Trattiamo
come animali gli uomini di pelle bruciata".
In
Libia, spenti gli ultimi focolai di rivolta con una dura repressione
del maresciallo Rodolfo Graziani, dal 1933 il governo attuò
un vasto programma di colonizzazione creando fabbriche, una
Manifattura tabacchi a Tripoli, opere idrauliche e di rimboschimento,
850 aziende agricole. E costruì una rete stradale
di 3.545 chilometri. Su cui, dal 1940, cominciarono a passare
cannoni e carri armati: prima avanti, diretti verso l'Egitto,
poi indietro, per riparare in Tunisia, E, con la guerra,
l'Italia perse anche la Libia.
(torna su)
Secondo
il ministro si tratterebbe di un errore di traduzione e da' fiducia
al Colonnello
Pisanu:
un equivoco le minacce di Gheddafi
La
Stampa
23
marzo 2006
Francesco
Grignetti
Nell'aria,
lungo l'asse tra Italia e Libia, c'è ancora l'eco delle
minacce (Gheddafi: «Bengasi potrebbe ripetersi»)
e delle tensioni. Ma Beppe Pisanu, il ministro dell'Interno,
autorevole esponente del partito filolibico italiano,
prova a smorzare i toni. «E' tutta un'incomprensione. Errori
di una traduzione inesatta.
Credo
che anche la parte libica vorrà precisare». La direzione
di «SkyTg24», l'emittente che ha trasmesso nei giorni
scorsi l'intervista a Gheddafi, ha però replicato
che la traduzione è esatta e anzi è quella ufficiale.
«La traduzione - secondo Emilie Garelli, il direttore -
è stata effettuata dal suo interprete e successivamente
verificata in Italia». Un piccolo giallo linguistico.
Comunque sia, non più tardi di 48 ore fa il ministro degli
Esteri, Fini, diceva: «Le intimidazioni e le minacce non
ci spaventano».
Intanto
Gheddafi ha annunciato che verranno indennizzati i «cittadini
libici» che lasciarono il Paese nel 1970. Tutti hanno subito
pensato ai ventimila italiani che Gheddafi stesso quell'anno cacciò,
i cui beni furono incamerati senza indennizzi. Da allora, per
37 anni, questi ventimila hanno rappresentato una ferita
aperta nei rapporti italo-libici. «Il governo - ha annunciato
la Fondazione Gheddafi, presieduta da Sàif al-Isiam,
figlio del leader - ha approvato un decreto che sarà esecutivo
nei prossimi giorni». L'iniziativa, sottolineano fonti
diplomatiche libiche, è mirata a incoraggiare il ritorno
di quei cittadini «fuggiti», circa 400 i casi di esproprio
interessati al provvedimento dopo il colpo di Stato con cui
Gheddafi rovesciò la monarchia. Ovviamente
si dicono entusiasti gli aderenti all'Airl (associazione italiani
rimpatriati libici), contando di essere loro i beneficiari
. Ma sono davvero loro i destinatari di questa misura?
E servirà l'operazione a far ripartire il dialogo
tra le due sponde? Il primo a spingere per una svolta è
Pisanu. «Perché il dialogo tra Italia e Libia possa
svilupparsi in tutta la sua potenzialità -spiega - è
necessario che si risolva il contenzioso tra i due paesi e che
si chiuda il capitolo tragico del colonialismo. Dobbiamo
tenere conto, di fronte a certe rigidità e impuntature
polemiche del colonnello Gheddafi, che dietro certe sue posizioni
c'è sempre uno sforzo teso a dare alla Libia un'identità
nazionale e che l'elemento fondante di questa identità
è la lotta di liberazione dal colonialismo italiano.
Del resto non si capisce perché noi italiani sentiamo con
forza e attualità la resistenza al nazifascismo e i libici
non dovrebbero fare altrettanto rispetto alla resistenza
al colonialismo».
«Ottima»
- dice anche il ministro - la cooperazione di polizia, garantisce
il ministro. «Perfetta» l'intesa nella lotta
al terrorismo e nel contrasto ai trafficanti di uomini. Certo,
resta aperto il problema del contenzioso. Che non è una
partita indolore: Gheddafi chiede all'Italia la costruzione
di una autostrada litoranea dal costo di tre miliardi di euro.
Da
parte italiana, comunque, si moltiplicano le iniziative volte
a rinsaldare l'amicizia. La casa editrice «Manifesto libri»,
ad esempio, complice la passione per la Libia di Valentino
Parlato (che è nato a Tripoli e fu espulso negli Anni Cinquanta,
ma per il delitto di «comunismo») sta per portare
in libreria il volumetto «Fuga dall'inferno e altre storie».
Sono racconti scritti di pugno dal colonnello Gheddafi.
A presentarlo, ieri, c'erano Veltroni e Pisanu. Entrambi si sono
sperticati in elogi .
(torna su)
Il
ritorno di Gheddafi: nuove minacce all'Italia
Il
Secolo d'Italia
21
marzo 2006
«Altre
Bengasi o attentati in Italia? C'è da aspettarselo purtroppo.
Se sarà un risarcimento per il passato coloniale si volterà
pagina». Muammar Gheddafi in un'intervista esclusiva a Sky
Tg24 torna a minacciare ('Italia, commentando quanto accaduto
al consolato italiano un mese fa, il leader della Jamahiriya libica
sottolinea che si è trattato di un episodio spontaneo:
«Cose che dipendono dalla gente nomale - dice - non dal
governo». Immediata la replica di Gianfranco Fini:
«Le intimidazioni e le minacce nemmeno troppo velate di
Gheddafi non ci spaventano. Abbiamo detto di volerci lasciare
definitivamente alle spalle il retaggio coloniale nei rapporti
italo-libici: questa posizione manteniamo con chiarezza e trasparenza».
Il ministro degli Esteri non usa mezze parole: «Ci attendiamo
quindi analoga coerenza dal leader libico, per quel che riguarda
tanto il contenzioso relativo al passato quanto quello relativo
a crediti delle imprese italiane e a visti per i nostri connazionali
- puntualizza - Prefigurare ulteriori momenti di tensione e scenari
inquietanti contrasta invece in maniera evidente con la volontà
più volte ribadita dal colonnello Gheddafi di contribuire
a migliorare ulteriormente i tradizionali rapporti di amicizia
italo-libici».
E
sul tema degli indennizzi scende in campo l'Associazione degli
italiani rimpatriati dalla Libia (Airl che invia una lettera aperta
ai candidati premier Silvio Berlusconi e Romano Prodi per sollecitare
il futuro capo del governo l'impegno a risarcire i beni italiani
confiscati dal colonnello libico nel 1970. «A nome dei Rimpatriati
dalla Libia che rappresento - scrive il presidente Giovanna Ortu
- ho deciso di chiedere precise garanzie su modi e tempi con i
quali verrà affrontata e definita la questione relativa
agli indennizzi per i beni italiani confiscati da Gheddafi nel
'70. L'accordo del '98 tra la Jamahiriya libica e il governo Prodi,
che ha regolato ogni aspetto del contenzioso, non tocca l'argomento
del risarcimento a noi dovuto per i beni perduti. Rinunciando
definitivamente a richiederlo il governo italiano si è
assunto l'onere di provvedere direttamente al risarcimento».
(torna su)
Ilaria
dal Colonnello con la mediazione di Saadi, il figlio calciatore
Il
Corriere della Sera
21
marzo 2006
Maurizio
Caparra
A
singhiozzo, la trattativa per l'intervista con Muammar Gheddafi
andava avanti da ottobre. Su indicazione di Emilio Carelli, il
direttore di SkyTg24, la giornalista Ilaria D'Amico aveva
attivato contatti con i libici per questa sua puntata fuori dal
campo calcistico. Alla fine, l'operazione è riuscita
anche in virtù di un'intercessione di Saadi Gheddafi, il
figlio calciatore del Colonnello.
Sapere
com'è andata aiuta a capire un aspetto della Libia di oggi.
Spiega qualcosa sul rapporto del regime con il resto del
mondo, abituato a guardare la Giamahiria per lo più
come a uno Stato arretrato o inquieto, meno attento a quanto la
famiglia più potente del Paese abbia confidenza con
le curiosità, le esigenze e i desideri del gran circo dei
media.
«I
contatti li avevamo con il figlio di un diplomatico libico
amico dei Gheddafi. In febbraio tutto andava per il meglio.
Poi c'è stato il Calderoli show», ricorda la
giornalista di Sky. Si riferisce a quando il leghista Roberto
Calderoli, allora ministro, esibì una maglietta con
le vignette danesi su Maometto, causa di sdegno tra i musulmani.
«Tutto bloccato. Ma a Roma in quei giorni passava il figlio
di Gheddafi che due anni fa ebbi ospite a Sky Calcio show. Ci
siamo visti a colazione», racconta Ilaria D'Amico.
«Non
sono io che posso far decidere mio padre di fare una cosa»,
si è schermito Saadi di fronte alla richiesta sull'intervista.
Allo stesso tempo, ha promesso di darsi da fare. «Tre giorni
dopo ho saputo che il padre era rimasto colpito dalle
domande che avevo mandato. Diceva che avrebbe rilasciato
l'intervista. Non quando, però. Un sabato mi informano:
si può fare lunedì o martedì», continua
la giornalista.
Per
portarla da Linole a Tripoli, e poi da Tripoli a Trieste,
il Colonnello ha mandato un aereo. «Un aereo fastoso,
il loro Airforce one. Con un centinaio di posti», spiega
Ilaria D'Amico. Tra l'andata e il ritorno, il rito dell'attesa
per l'udienza nella tenda beduina non si è sottratto
a un copione classico, riservato dal Leader della Rivoluzione
agli intervistatori e a tanti capi di Stato o di governo.
Il
martedì dell'appuntamento, in realtà, è diventato
un mercoledì. Mercoledì scorso. La giornalista
è stata sistemata all'Hotel Corinzia di Tripoli. «Accoglienza
calorosa», dice Ilaria D'Amico. Martedì, all'ora
fissata, le hanno comunicato: novità, forse l'intervista
sarà alle 11 di stasera, non a Tripoli. All'una e mezzo,
contrordine: sarà alle otto di mattina.
Alle
nove, l'intervistatrice è stata accompagnata alla
caserma di Bob el Azizia, vicino alla casa tripolina di Gheddafi
bombardata dagli americani nel 1986. L'intervista è
stata registrata nel pomeriggio, a pochi passi dai cuc-cioli
di dromedari sul prato.
«Il
Colonnello è partito serissimo. Ma ho cercato di fargli
capire che io non lo sono», dice Ilaria D'Amico, contenta
che le risposte non ufficiali di Gheddafi abbiano permesso
di rinunciare alle domande previste. Soddisfazione
con un suo prezzo, tuttavia: la Libia ha preteso che telecamere
e nastri fossero di Stato, non di Sky. E prima di ricevere
le cassette, unica garanzia di non aver fatto un viaggio
a vuoto, sull'aereo, all'inviata di Carelli è toccato
l'inevitabile stress di quest'altalena tra mistero e destrezza
nel rapporto dei Gheddafi con i media.
(torna su)
Intervista
a Sky. «Prodi e Berlusconi? Amici, ma il premier per noi
ha fatto poco»
Gheddafi:
«Possibili altri raid contro l'Italia»
Fini:
le sue minacce non ci spaventano
Il
Corriere della Sera
21
marzo 2006
Maurizio
Caprara
«È
da aspettarselo. Purtroppo c'è da aspettarselo».
Muammar Gheddafi torna a definire possibili nuovi assalti anti-italiani
come quello che il 17 febbraio scorso è toccato al consolato
italiano di Bengasi. Azioni del genere sono un fenomeno «fuori
dal controllo», secondo il Leader della Rivoluzione
libica, il quale questa volta ha spiegato la sua tesi con toni
in apparenza quasi rassegnati. Un dettaglio che non è parso
sufficiente a Gianfranco Fini.
«Le
intimidazioni e le minacce neanche tanto velate di Gheddafi non
ci spaventano», ha commentato il ministro degli Esteri
italiano. «Prefigurare ulteriori momenti di tensione e scenari
inquietanti contrasta in modo evidente con la volontà
ribadita dal Colonnello di contribuire a migliorare ulteriormente
i tradizionali rapporti di amicizia», ha aggiunto Fini.
In
un'intervista rilasciata a Sky, Gheddafi si è presentato
alle telecamere con un abito tradizionale marrone e lo sguardo
sornione dietro occhiali/urne. Allegro, non necessariamente nel
pieno delle forze, eppure pronto alla battuta. Il nesso indicato
in precedenza tra le aggressioni a obiettivi italiani e un
risentimento dei libici per l'era coloniale lo ha lasciato sullo
sfondo.
A
Bengasi, secondo il Colonnello, quanti davano fuoco uffici dopo
un corteo contro le vignette danesi su Maometto, a pochi giorni
dall'esibizione di Roberto Calderoli con la maglia e
i disegni, non erano fondamentalisti.
«No,
no. Quelli che hanno preso parte a quelle manifestazioni non sono
dei barbuti, dei fondamentalisti, degli islamici estremisti, no.
Normali cittadini», è stata la definizione di
Gheddafi. Oggi «il libico» non desidera «violare
una casa italiana», tuttavia «quando lo fece
l'esercito italiano» in Libia crebbe l'«inimicizia
verso l'italiano anche se l'italiano ordinario è innocente».
Un
lampo di foschi presagi e segni di distensione. Sottilmente
eloquente, il Colonnello ha giudicato amici sia Berlusconi sia
Prodi, poi ha riservato più giudizi positivi al secondo.
«Tutti e due amici, ma malgrado il rispetto e l'amicizia
che ci collega con Berlusconi, gli incontri amichevoli che
ci sono stati tra di noi, non c'è stato, rispetto a questo,
un'azione materiale che potesse risolvere i problemi tra
di noi», ha affermato alludendo alla strada dalla Tunisia
all'Egitto che vorrebbe far costruire dall'Italia. «Se
questo lo farà il nostro amico Berlusconi, farà
una cosa bella», ha detto il Colonnello. Su Prodi si è
espresso così: «Un uomo chiaro, serio, interessato
al Mediterraneo e ai rapporti tra la Libia e l'Italia».
Per poi ripetere, diplomatico nonostante lo sguardo, di voler
collaborare con «qualsiasi governo».
(torna su)
Gheddafi
all'Italia: «Rischio attentati»
Fini:
non ti spaventa
Avvenire
Pino
Ciociola
21
marzo 2006
Gheddafi
(ri)lancia "strani" messaggi, che il governo italiano
rispedisce al mittente. Tutto nasce nell'intervista
di Sky Tg24 con il leader libico, che a un certo punto avvisa:
se l'Italia non costruirà l'autostrada tra Tunisia ed Egitto
(che la Libia chiede), potrebbero verificarsi altri fatti
come l'assedio al consolato italiano di Bengasi o anche attentati
direttamente qui da noi.
Prima
considerazione di Gheddafi: «Non vogliamo ostilità
con l'Italia», ma la distensione nelle relazioni diplomatiche
tra i due Paesi è legata al «risarcimento»
per l'occupazione coloniale e la principale richiesta è
ancora la realizzazione dell'autostrada (che costa , tre
miliardi di euro). «Una volta che vi sarà il risarcimento
concordato si girerà pagina». Seconda considerazione:
se l'autostrada non sarà realizzata «i problemi
rimarrebbero in piedi». Altre Bengasi o rischi in Italia?
«È da aspettarselo, purtroppo, ed è fuori
dal nostro controllo».
Le
ultime annotazioni del " colonnello" sono sulle (nostre)
prossime elezioni. Tripoli collaborerà «con qual-siasi
governo si presenti - ha detto -. L'Italia è sempre
stata al fianco della Libia nelle assise internazionali,
se venisse al potere un governo che risarcirà il popolo
libico, accetteremo ben volentieri». Prodi e Berlusconi?
«Tutti e due sono amici miei», ma «malgrado
l'amicizia e il rispetto che ci lega a Berlusconi, gli incontri
amichevoli, non c'è stata un'azione materiale che risolva
i problemi tra noi». La risposta italiana è del vicepresidente
del Consiglio - nonché ministro degli Esteri - ed è
sostanzialmente contenute in due righe di una nota della
Farnesina: «Le intimidazioni e le minacce nemmeno troppo
velate di Gheddafi non ci spaventano», fa sapere Gianfranco
Fini. Fra l'altro - si legge - «prefigurare ulteriori
momenti di tensione e scenari inquietanti contrasta in maniera
evidente con la volontà più volte ribadita dal colonnello
Gheddafi di contribuire a migliorare ulteriormente i tradizionali
rapporti di amicizia italo-libici». E così l'Italia
vuole lasciarsi «definitivamente alle spalle il retaggio
coloniale nei rapporti italo-libici - chiude Fini -: questa posizione
manteniamo con chiarezza e trasparenza. Ci attendiamo quindi analoga
coerenza dal leader libico, per quel che riguarda tanto il
contenzioso relativo al passato quanto quello relativo a
crediti delle imprese italiane e a visti per i nostri connazionali».
Chi
pensa invece al can che abbaia ma non morde è il vicepresidente
della Commissione europea, Franco Frattini. Secondo lui le
parole di Gheddafi «credo non saranno seguite da nessuna
azione». Per Frattini l'Italia «è disponibile,
e continua ad essere disponibile, ad un importante segno
di amicizia verso la Libia»: questa è la linea che
il vicepresidente ricorda di aver sostenuto da ministro
degli Esteri, e «mi risulta lo sia ancora».
Tornando
invece al nostro Paese, le parole del presidente della
Commissione Esteri della Camera sono a metà fra sarcasmo
e severità... «Voglio credere - dice Gustavo
Selva - che, prima dell'intervista, i servizi segreti di Gheddafi
abbiano informato i servizi i-taliani su quali indizi concreti
si basa questa inquietante previsione. Sarebbe una prova dell'amicizia
che il leader libico dice di voler avere con §li italiani
e una concreta dimostrazione di collaborazione istituzionale con
il governo italiano, "qualunque esso sia"».
Infine
dal centrosinistra il coordinatore dei Verdi, Paolo Cento, va
giù duro al contrario: «La destra vuole cancellare
le responsabilità storiche del colonialismo fascista»,
sostiene. E a sentir lui «questo non è certamente
il modo migliore per rispondere a Gheddafi e far rispettare
la sicurezza dei cittadini italiani. Ci aspettiamo dal leader
libico l'impegnò per garantire il dialogo e la pace,
ma senz'altro il compito del futuro governo Prodi sarà
quello di realizzare ciò che Berlusconi ha solo promesso».
(torna su)
Toni
minacciosi alternati a offerte di amicizia nell'intervista concessa
a SkyTg24: «Il 17 febbraio il vostro consolato fu assaltato
da gente comune»
Gheddafi:
adesso rischiate attentati in Italia
Il
leader libico chiede risarcimenti per l'occupazione coloniale:
«Sono possibili altre Bengasi»
Fini:
«Le intimidazioni non ci spaventano»
Il
Giornale
21
marzo 2006
Roberto
Fabbri
Muammar
Gheddafì torna a far sentire la sua voce all'Italia dopo
il brutto episodio dell'assalto al nostro consolato a Bengasi
lo scorso 17 febbraio e non è un bel sentire. C'è
aria di ricatto, per dirla chiara, anche se dissimulato da
alcune parole mielate: ma certe frasi sono fin troppo esplicite.
Il colonnello, al potere a Tripoli dall'ormai lontano settembre
1969, ha concesso un'intervista a «SkyTg24» nel corso
della quale ha affermato che «c'è da aspettarsi altre
Bengasi o anche attentati in Italia». E aggiunge,
sibillino, un «purtroppo».
Gheddafi
ha però assicurato che la dirigenza della Libia
«non vuole ostilità con l'Italia: sarà
possibile voltare pagina dopo che sarà avvenuto
il risarcimento concordato». Il riferimento (non esplicito,
questo) è all'autostrada litoranea di quasi duemila
chilometri che Gheddafì pretende gratuitamente dall'Italia
per considerare chiuso, a più di sessant'anni
dal ritiro italiano dalla "Quarta sponda", il capitolo
dei contrasti tra Tripoli e Roma per l'occupazione coloniale
della Libia.
Legittimo,
insomma, sentire puzza di ricatto, al quale il ministro degli
Esteri Gianfranco Fini replica dicendo che «le intimidazioni
e le minacce nemmeno troppo velate di Gheddafi non ci spaventano».
Lo conferma l'uso, da parte del leader libico, di toni duri e
minacciosi, gli stessi che aveva impiegato lo scorso 2 marzo in
un pubblico comizio a Sirte, quando collegò l'assalto
al consolato di Bengasi non al sentimento religioso
popolare ferito dall'ormai celebre maglietta del ministro
Calderoli, ma alla collera mai sopita dei libici verso gli
italiani colonialisti. «Noi speravamo che non avvenisse
l'invasione aggressiva dell'Italia al nostro Paese nel passato
- ha detto Gheddafi a SkyTg24 -. È l'Italia di allora che
è responsabile di quello che è accaduto».
Poi
il colonnello ha gettato l'amo e reiterato la sua pretesa. «Noi
auspichiamo che ci sia un rapporto d'amicizia. Se non
ci tenessimo avremmo lasciato che le cose andassero come prima.
I nostri servizi di sicurezza hanno perfino esagerato nella protezione
del consolato italiano: hanno ucciso anche dei cittadini libici
e questo spiega quanta rabbia sia ancora presente. Alle manifestazioni
non hanno partecipato estremisti, ma cittadini comuni che
esprimono ciò che hanno nel petto. Ma l'entità del
risarcimento è già stata concordata - ha detto Gheddafi
-: noi auspichiamo di arrivare a quell'obiettivo, o i problemi
rimarrebbero in piedi. Sta all'Italia prendere l'iniziativa».
Gheddafi
ribadisce poi che l'Italia dovrebbe a suo avviso riconoscere il
suo passato coloniale in Libia, unico modo perché tra i
due Paesi tornino «pace e collaborazione». Obiettivo
della Libia, ha ripetuto, resta quello di «costruire rapporti
non aggressivi ma amichevoli: tra i due popoli infatti
non c'è inimicizia, perché non fummo invasi dal
popolo italiano ma dal suo governo di allora». Infine, ha
promesso di collaborare in futuro con il governo italiano, «qualunque
esso sia».
Un'autostrada
in cambio della tranquillità, dunque, il ministro Fini,
respinte le intimidazioni, ha ribadito che «abbiamo
detto di voler lasciare alle spalle il retaggio coloniale
nei rapporti italo-libici e questa posizione manteniamo con
trasparenza». Gli scenari inquietanti preannunciati
da Gheddafì, ha aggiunto il capo della Farnesina, «contrastano
con la volontà di migliorare i tradizionali rapporti
di amicizia italo-libici». Parole simili a quelle pronunciate
da Franco Frattini, suo predecessore e vicepresidente della
Commissione Ue, che sottolinea le contraddizioni di
Gheddafì: «L'Italia continua a essere disponibile
a un segno importante di amicizia verso la Libia».
Le
ultime affermazioni del colonnello «contraddirebbero
le sue stesse dichiarazioni quando parla dell'Italia come partner
e Paese amico».
E
mentre il presidente della Commissione Esteri Gustavo Selva
si chiede se Gheddafì abbia fatto avvertire i nostri
servizi segreti di ciò che sa sui possibili attentati in
Italia, per il verde Paolo Cento il nostro Paese dovrebbe «riconoscere
il passato coloniale: la destra vuole cancellare le responsabilità
storiche del colonialismo fascista».
(torna su)
Lo
sfogo: Io, che dovetti lasciare Elibia e porto Tripoli nel mio
cuore
La
Provincia
9
marzo 2006
Francesco
Spina
Gentilissimo
signor direttore
ho
letto con vivo interesse e coinvolgimento emotivo l'articolo:
«Un errore gravissimo; per fortuna c'è Gheddafi»
del 19 febbraio.
Le
verità storiche dell'epoca hanno il loro fondamento, ma
la storia è fatta anche dalle generazioni che" sì
sommano; una all'altra «a volte... costruendo pace
e armonia».
È
proprio su questo che volevo segnalare la mia esperienza
e quella di molti italiani nati in Libia dove hanno, condiviso
i banchi di scuola, letti d'ospedale, crescita professionale,
posti di lavoro e benessere.
Non
si può porre l'accènto solo sull'aspetto negativo
dell'epoca, occorrerebbe affidare alla verità un percorso
più dinamico, evitando che quella statica, vale a dire
dell'occupazione, sia la sola a dar voce alle parole.
Ricordo
che dopo gli eventi bellici, gli italiani che hanno deciso di
contribuire alla ricostruzione (come mio padre che nel 1928 aveva
17 anni) hanno continuato a rispettare ed amare quella terra
come madre.
Questo
sicuramente può essere interpretato per alcuni come
appropriazione indebita di territorio e per noi invece atto
d'aiuto nella costruzione e valorizzazione dell'ambiente,
Molti libici, hanno condiviso settori di commercio» costruzioni
d'infrastrutture, aziende agricole ed altro con gli italiani residenti.
Ricordo che la Libia in quegli anni era una società con
all'interno: italiani, ebrei, maltesi, armeni, greci, inglesi,
americani; le diversità religiose erano rispettate.
Mi
chiedo: è forse stata la non lungimiranza della politica
internazionale (compresa quella Italiana) ad incentivare i malumori
fino farli diventare incendi? Credo che questa domanda di carattere
socio-politico debba essere ponderata nelle camere dei potenti.
Nel
1970 quando «in brevissimo tempo» abbiamo dovuto abbandonare
la Libia, tutto quello che con anni di sacrificio e sudore
m costruito emesso a frutto in quel paese, fu tutto confiscato,
lasciandoci solo vestiario e qualche ricordo fotografico.
Essere
accolti nei porti italiani come colonizzatori e fascisti, è
stata una seconda umiliazione, in ogni modo, il valore delle persone
anche alla lunga emerge, e la vita nella sua semplicità
restituisce il senso. Costruire la pace è solo un impegno
generazionale.
Certo
a lunga distanza è facile proporre passi di storia e dare
soluzioni (... del senno di poi son piene le fosse».).
Senza rancore per nessuno, Tripoli è sempre nei mio
cuore, perché tutti gli affetti, amici libici, italiani,
ebrei ecc. sono stati in un attimo azzerati, lasciando solo al
ricordo.
La
ringrazio cortesemente della sua ospitalità.
Segue
l'intervista ad Angelo del Boca.
«Un
errore gravissimo, per fortuna c'è Gheddafi»
Lo
storico Angelo Del Boca spiega a La Provincia perché il
leader libico ha deciso di difendere il consolato con le armi.
«Non ci amano, per questo c'è stata una reazione
violenta. Ma i rapporti economici aiuteranno a superare la crisi»
La
Provincia
19
febbraio 2006
Vera
Fisogni
C'è
una «somma di risentimento e di odio», dietro la guerriglia
scoppiata a Bengasi, con il suo tragico elenco di morti e feriti.
È un'analisi lucida, per certi versi spietata, quella di
Angelo Del Boca, riconosciuto come il maggiore studioso del colonialismo
italiano e profondo conoscitore della Libia, nonché del
suo leader.
Lo
storico torinese spiega a La Provincia che il «risentimento
(dei libici, ndr) nasce dal disprezzo mostrato e verso la
religione islamica» dall'ex ministro Roberto Calderoli,
mentre l'«odio» è il sentimento «tuttora
irrisolto» di
un
passato coloniale con 100 mila morti su una popolazione
di 800 mila persone.
Un
capitolo di storia apertosi nel 1911, con l'acquisizione
- da parte italiana - della Tripolitania e della Cirenaica,
seguito da una «pacificazione» (in cui si ricorse
a gas asfissianti e campi di concentramento) e dalla istituzione,
nel 1934, della colonia di Libia. Un nome che, da solo, resta
a sigillo di quel passato coloniale, dal momento che "Libia"
è il toponimo impiegato dai Romani, 1500 anni prima, per
indicare la regione africana. Nell'immediato, secondo Del Boca,
non dobbiamo aspettarci atti terroristici da parte della Libia,
ma «ritorsioni» di pericoloso impatto sul piano economico,
come può essere la sospensione della vendita del gas.
Una situazione «esplosiva», che tuttavia -sempre secondo
lo studioso torinese, classe 1925 - potrebbe portare
a quelle scuse mai davvero formulate nei confronti delle
stragi compiute, dall'Italia fascista, negli anni coloniali.
Professor
Del Boca, la violenza dell'assalto al consolato di Bengasi rivela
una tensione molto forte nelle relazioni tra Italia e Libia. Quanto
sono profonde le radici dell'odio verso il nostro Paese?
La
reazione è stata brutale proprio perché i rapporti
con l'Italia non sono mai stati davvero buoni, ma da qualche
tempo sono peggiorati. L'accordo sull'immigrazione non funziona
gran che, anche se il ministro Pisanu afferma il contrario.
Questo è il presente. Un presente che continua a fare
i conti con il passato coloniale. Gli italiani hanno controllato
la Libia dal 1911 al '43 e, tra la riconquista della colonia,
i campi di concentramento e le stragi, hanno provocato la morte
di 1OO mila, tra uomini e donne. Se consideriamo che, all'epoca,
la popolazione ammontava a 800 mila persone, allora vediamo
che un libico su otto è morto per la propria patria.
Vi è un musèo, a Tripoli, che ricorda questi
caduti.
Una
ferita tutt'altro che rimarginata, immagino...
Esattamente.
I libici, tra quali ho molti amici, non ci amano. Il rapporto
con l'Italia è sempre il stato difficile, anche perché
in questi anni non siamo stati molto generosi verso questo paese.
Nel
mio libro “Italiani brava gente”, parlo della tendenza, tutta
italiana a dimenticare le cose. Rispetto agli altri Paesi colonizzatori,
ciò che ci differenzia è la tendenza a dimenticare,
oppure a dire "ma abbiamo aiutato la popolazione". Ma
quello che abbiamo fatto, in epoca coloniale, aveva finalità
strategiche: penso alle strade.
Mentre
le scuole e gli ospedali servivano in via prioritaria agli italiani
lì residenti
Si
è mai cercato ai superare questa ostilità così
epidermica dei libici nei confronti dell'Italia?
Ci
ha provato Berlusconi, trasformando la “giornata dell'odio
e della vendetta” in “giorno dell'amicizia”. Ma quella ricorrenza
è stata ripristinata, è di nuovo vigente. A mancare,
da parte dell'Italia, è - da sempre - un atto di assunzione
di responsabilità sui 100 mila morti del passato. In questo
contesto di rancori sedimentati, si può comprendere
quanto dirompente stata iniziativa di Calderoli, vista con
occhi libici. La reazione ha avuto un carattere ancora più
violento di quanto è successo per le vignette, in
altre nazioni, per la sfacciataggine ostentata da un italiano
e per giunta da un ministro, del tutto indifferente alla responsabilità
richiesta dalla sua carica.
Se
l'Italia così invisa ai libici, perché quella carneficina
tra la folla?
Conosco
bene il Paese, conosco bene Gheddafi. Mi sorprende che per salvare
gli italiani abbiano ucciso 11 persone e ferite una cinquantina.
Il fatto che abbiano sparato sulla loro gente, non me lo spiego.
O meglio ho un'ipotesi. Se la folla avesse ucciso alcuni italiani
– a fronte dei conti che abbiamo ancora in sospeso con i missili
di Lampedusa – si sarebbe prodotta una situazione gravissima.
Non dico una guerra, ma insomma... Poi ci sono i rapporti
strettissimi, sul piano economico, tra i due Paesi.
Si
riferisce al petrolio?
Siamo
ancora al primo posto per import e export, il 30% del fabbisogno
nazionale proviene dalla Libia; compriamo anche il gas.
Il
figlio maggiore di Gheddafi, Seif el-Islam ha dichiarato che le
relazioni tra Italia e Libia «passeranno attraverso
una delicata e decisiva fase di riesame». Taglieranno
il combustibile?
Non
sono ottimista. La dichiarazione mi sembra molto pesante
e chiara nello stesso tempo. Il riesame potrebbe voler dire
"non vi daremo più il gas". Se fossi al vertice
del governo, penserei a un'azione giudiziaria nei confronti
di Calderoli. Ha messo in difficoltà Paese con una pagliacciata.
E
il terrorismo? Sono ipotizzabili azioni contro l'Italia da parte
di Tripoli?
Non
lo credo possibile, sulla base della strada intrapresa da Gheddafi,
quella di stare con l'Occidente. Il figlio maggiore, di recente
ha detto qualcosa come «non siamo una democrazia, ma ci
stiamo incamminando verso questa forma di governo». I rischi
maggiori possono essere delle ritorsioni, come sospendere
la vendita di gas. Spero comunque che Gheddafi non sia vendicativo,
trovo si stia dimostrando un uomo abbastanza illuminato.
Lei
che conosce così bene la realtà della Libia, che
passo ritiene debba compiere, ora, il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi?
Chiedere
le dimissioni del suo ministro è stato un passo importante,
ma non sufficiente. Il governo deve porgere le scuse. Quanto
meno si metterebbe un "tappo" al potenziale esplosivo
della tensione. Oltretutto sarebbe apprezzato dalla gente libica
che aspetta questo gesto da tanto tempo...
Vuoi
dire che, dal 543, l'Italia non ha mai assunto le proprie responsabilità
nella morte di 100 mila persone?
Anni
fa, quando ero iscritto al Psi, ho scritto a Craxi, dicendo:
«questa gente non vuole soldi, vuole che si dica
"siamo stati brutali", che abbiamo fatto delle
stragi». L'ho ripetuto di recente a un sottosegretario
del governo, ma l'unica persona ad esprimersi in maniera
chiara, benché molto sintetica, è stato Massimo
D'Alema, nel 2001, fermandosi davanti alla lapide dei caduti
libici.
Può
sembrare paradossale, ma l'assalto al consolato di Bengasi potrebbe
favorire questa assunzione definitiva di responsabilità
del passato coloniale...
Certo.
Ma occorre una presa di posizione del governo, molto chiara, capace
di riconoscere le colpe del colonialismo.
Lei
parlava di allineamento di Gheddafi all'Occidente. Come spiega
che in un Paese così "laico" possa scatenarsi
una reazione tanto violenta, in difesa della religione
islamica?
Effettivamente,
guardavo la Libia con una certa tranquillità proprio
per questa sua laicità di fondo. Le vignette uno poteva
vederla e non vederle. Qui, il fatto dirompente, è
l'aver visto un ministro - e per giunta un italiano (con
tutto quel pregresso di tensioni che l'Italia ha alle sue spalle)
- che si mette a ostentare le vignette antislamiche. Mi sembra
evidente che il risentimento per chi disprezza la religione
del Corano, qui si sommi pericolosamente al sedimentato malessere
verso gli italiani.
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