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L'Airl
e l'accordo
del 30 agosto

 

E' il momento di risolvere vecchie questioni

Il Tempo

28 agosto 2010

I profughi italiani: ancora non ci hanno risarcito un euro

Adnkronos

28 agosto 2010

Gheddafi: delusi i rimpatriati italiani, di noi non si parla mai

AGI

31 agosto 2010

La presidente dei rimpatriati italiani: “Roma come Tripoli non ci ha dato un euro”

Quotidiano Nazionale

31 agosto 2010

Incresciosa messa in scena o forse solo un boomerang

Avvenire

31 agosto 2010

Gheddafi: "Bene festeggiamenti, resta amarezza mancata firma decreto"

Comunicato stampa dell'On. Marco Marsilio

Gheddafi sbarca a Roma accolto da 200 hostess

Il Sole 24Ore

29 agosto 2010

Le vacanze romane di Gheddafi

L'Unità

29 agosto 2010

Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

La Repubblica

28 agosto 2010

Rimpatriati, attendiamo giustizia da governo a vigilia 40/mo anniversario confisca proprieta' italiani

ANSA

20 luglio 2010

Italiani cacciati dalla Libia: 40 anni senza giustizia

La Vera Cronaca

20 luglio 2010

L'Italia proteggeva Gheddafi, il DC-9 fu abbattuto dai francesi

Il Fatto Quotidiano

26 giugno 2010

Tra Cavaliere e Colonnello non c'è

solo la Svizzera

Il Riformista

15 giugno 2010

Il Cavaliere in Libia per chiudere la crisi con Berna

Il Sole 24Ore

13 giugno 2010

Berlusconi a Tripoli dopo Sofia

La Stampa

13 giugno 2010

The Gaddafi-Berlusconi connection

The Guardian

4 September 2009

Video di Berlusconi che bacia la mano a Gheddafi

Repubblica.it

28 marzo 2010

Libia-Europa, risolta la crisi dei visti. «Grazie all'Italia»

Corriere della Sera

28 marzo 2010

La Libia respinge i cittadini europei

Il Secolo XIX

15 febbraio 2010

"Ma perché vi stupite? Quello è capace di tutto"

La Stampa

16 febbraio 2010

Il Quadrifoglio ha organizzato il convegno "Italia-Libia: pari diritti, pari opportunità"

IRIS Press

26 novembre 2009

Tutti zitti sulle "lezioni" di Gheddafi

Corriere della Sera

18 novembre 2009

Libri. L'Italia e l'ascesa di Gheddafi

Il Foglio

23 ottobre 2009

Noi fiorentini, dall'altra parte della Libia

Corriere Fiorentino

16 ottobre 2009

Le imprese aspettano 626 milioni da Gheddafi

CorrierEconomia

28 settembre 2009

Italia e Libia di Gheddafi una pietra sul passato

Corriere della Sera

3 settembre 2009

Quel Tenente Colonnello che ha saputo dire no a Gheddafi

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Il tenente colonnello Massimo Tammaro, alla testa della formazione acrobatica

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Mostra sul colonialismo.

L' ambasciatore protesta

Corriere della Sera

31 agosto 2009

Italia-Libia: sit in Udc davanti ambasciata, non ci inchiniamo a Gheddafi

Adnkronos

31 agosto 2009

Berlusconi con Gheddafi: rigorosi sull'immigrazione

Sole 24 Ore

Gerardo Pelosi

Da frecce tricolori a frecce beduine per onorare il Rais

Libero

30 agosto 2009

Quello scatolone di sabbia che unì Mussolini e Nenni

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Lamberto Dini: «Partner strategico Sarebbe un errore non partecipare»

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Storace: Dini penoso e antitaliano

Agenzia Dire

28 agosto 2009

L'arte del raìs. Bastonare anche gli amici

Libero

28 agosto 2009

Il Cavaliere evita imbarazzo e polemiche

La Stampa

28 agosto 2009

L'esempio di Fini e l'orgoglio delle Frecce Tricolori

Il Riformista

28 agosto 2009

Solo noi saliamo sul cammello

Il Riformista

28 agosto 2009

Tra Malta e Libia ringraziamenti e gratitudine

Avvenire

26 agosto 2009

Inchinarsi ai dittatori è sempre sbagliato

Libero

26 agosto

Assurdo omaggio al dittatore: le Frecce Tricolori da Gheddafi

Libero

25 agosto 2009

Airl, governo guarda solo convenienza economica

Ansa

25 agosto 2009

Finmeccanica, maxiaccordo con la Libia

Corriere della Sera
29 luglio 2009

Fini e la Libia: deludente sulla vicenda dei profughi

Corriere della Sera

22 luglio 2009

Interventi & Repliche

Corriere della Sera
27 giugno 2009

Col G8 torna Gheddafi: attenti alla dignità

Politicamente

corretto

2 luglio 2009

La tenda beduina e le imprese senza dignità

La Repubblica Affari&Finanza

15 giugno 2009

Se la diplomazia diventa uno show

La Repubblica

14 giugno 2009

Piegare troppo la schiena non raddrizza gli affari

Libero

14 giugno 2009

Missione a Tripoli in difesa dei diritti dei migranti

Il Sole 24ore

14 giugno 2009

Agli esuli cacciati via nel 1970: «Vi ho salvato dalla deportazione»

Il Giornale

14 giugno 2009

Alfeo e la casa persa due volte

Il Sole 24Ore

14 giugno 2009

La foto di Gheddafi

Gazzetta di Parma

13 giugno 2009

Gheddafi non arriva, Fini annulla l'incontro

Corriere della Sera

13 giugno 2009

La mia foto sul petto

Corriere della Sera

12 giugno 2009

“Incontrerò Gheddafi senza alcun rancore”

Il Giornale dell'Umbria

12 giugno 2009

Accolto con troppi onori

Il Tempo

12 giugno 2009

 

Libertà (di far quel che gli va)

La Stampa

12 giugno 2009

 

Il colonnello ala sapienza un discorso fuori Onda

Il Riformista

12 giugno 2009

 

Borghezio: «Da leghista chiedo scusa alla Capitale»

Libero

12 giugno 2009

Scusarsi per la storia? Quella foto sulla giacca del dittatore

UnSognoItaliano.it

11 giugno 2009

Dromedari e flamenco, anche Roma ci casca

Il Messaggero

11 giugno 2009

Ma quella foto la poteva evitare

Il Giornale

11 giugno 2009

Un'occasione di chiarezza

Corriere della Sera

11 giugno 2009

Cassone (Pdl): "Giovedì non sarò in Aula se Gheddafi si rifiuta di incontrare l'Airl"

Adnkronos

9 giugno 2009

Gheddafi a Roma: agenda pronta, tre giornate intense

Ansa

5 giugno 2009

Martines: «Fui cacciato dalla Libia e ho perso tutto. Sbagliato riverire quel despota»

Il Gazzettino

1 giugno 2009

La Russa: risarcire italiani espulsi nel 1970

Apcom

17 maggio 2009

Gheddafi,"l'amico libico" in Italia per una visita storica

La Repubblica

14 maggio 2009

Mantica a Tripoli per inaugurazione cimitero

Ansa

8 maggio 2009

Mantica, a rimpatriati italiani un riconoscimento morale

Ansa

8 maggio 2009

I profughi dalla Libia “Ci restano solo briciole e ricordi”

La Sicilia

20 aprile 2009

Berlusconi: in Libia ne abbiamo combinate di tutti i colori

ANSA

11 marzo 2009

La diplomazia dell'Eni dietro l'intesa con la Libia

Il Sole 24Ore

4 marzo 2009

La Libia e la strategia mediterranea

Il Tempo

4 marzo 2009

I fondi libici in Italia con Mediobanca

La Repubblica

13 febbraio 2009

Tripoli offre capitali e chiede in cambio legittimazione politica

Il Sole 24Ore

13 febbraio 2009

Ciarrapico: «Porteremo il caffè al beduino»

Corriere della Sera

4 febbraio 2009

Camera, si' a risarcimento per italiani espulsi

ANSA

21 gennaio 2009

Aiuti alla Libia se risarcirà i nostri esuli del ‘70

Libero

21 gennaio 2009

Marsilio e Rampelli (Pdl), risarcimento esuli chiude capitolo doloroso

AdnKronos

20 gennaio 2009

Rimpatriati soddisfatti, accolte nostre istanze

ANSA

20 gennaio 2009

Mecacci, governo ripristini cifra indennizzi

AGI

20 gennaio 2009

Un trattato contestato

L'Opinione

20 gennaio 2009

Petrolio, spunta l'addizionale Italia-Libia

Il Sole 24Ore

15 gennaio 2009

Maroni: "Rimpatri immediati". Lite con La Russa

Il Messaggero

30 dicembre 2008

Rimpatriati, soddisfare i nostri diritti

ANSA

20 dicembre 2008

Rimpatriati dalla Libia: gli indennizzi

Corriere della Sera

14 dicembre 2008

Libia e Eni: storia di una relazione

senza rotture

Corriere della Sera

8 dicembre 2008

Eni, i fondi libici prenotano il 10% del capitale

Il Tempo

8 dicembre 2008

I comunicati degli incontri istituzionali con l'Airl

19 settembre-3 novembre 2008

I libici rivelano 20 anni dopo: «Così Craxi salvò Gheddafi»

Corriere della Sera

31 ottobre 2008

 

Libia: Frattini, lavoreremo per indennizzi rimpatriati italiani
AGI

30 ottobre 2008

Italia-Libia, Marsilio: Siano risarciti gli italiani rimpatriati

Il Velino

30 ottobre 2008

Italia-Libia: Frattini, risolveremo problema indennizzi

ANSA

30 ottobre 2008

 

Libia, Frattini: accordo bipartisan, auspico ratifica bipartisan

Il Velino Diplomatico

30 ottobre 2008 

Tra Italia e Libia chi è il fesso?

L'Opinione delle Libertà

24 ottobre 2008

Ecco chi è seduto sulla sponda italiana della Libia di Gheddafi Il Riformista

23 ottobre 2008

"Italia e Libia saranno alleati militari". Ecco i segreti del Trattato

La Repubblica 23 ottobre 2008

Il testo del Trattato "storico" tra Italia e Libia del 30 agosto 2008

Italia-Libia: Rimpatriati, chiediamo 350 milioni, Letta disponibile

ANSA

22 ottobre 2008

Gli esuli: "Gheddafi in Italia non ci mette piede"

Il Secolo XIX

9 ottobre 2008

Fini riceve Associazione Rimpatriati dalla Libia

Comunicato Stampa

8 ottobre 2008

 

Libia: Ortu (Airl), no a Gheddafi in Italia se Berlusconi non ci chiede scusa

Adnkronos

8 ottobre 2008

Andreotti, Dini, Latorre, Pisanu. Tutti nel deserto da Gheddafi Corriere della Sera 8 ottobre 2008

Tripoli non è suol di risarcimenti Panorama Economy

8 ottobre 2008

Dichiarazioni di Frattini e Baldassarri in Commissione Finanze del Senato

7 ottobre 2008

Lettere per chiedere un incontro al Presidente del Consiglio

5 maggio 2008-

6 ottobre 2008

Italia-Libia: Rimpatriati, Frattini cattivo e offensivo

Ansa

3 ottobre 2008  

Italia-Libia: Frattini, non dimentichiamo diritti rimpatriati Ansa

3 ottobre 2008

Ortu (Airl), rivendichiamo giusti indennizzi prima di ratifica accordo
Adnkronos

27 settembre 2008

Italiani d'africa, dimenticati dallo Stato

Famiglia Cristiana

25 settembre 2008

Marsilio (Pdl): “Solidarietà ai rimpatriati dalla Libia”

9 colonne

24 settembre 2008

E i rimpatriati italiani protestano oggi davanti a palazzo Chigi

Avvenire

23 settembre 2008


Libia: Gasparri incontra delegazione rimpatriati

Comunicato stampa

19 settembre 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LEGGE 26 marzo 1999, N. 68

LEGGE 29 GENNAIO 1994, n. 98

LEGGE 1° giugno 1991, n. 166

LEGGE 5 aprile 1985, n. 135

LEGGE 2 maggio 1983, n. 181

LEGGE 26 dicembre 1981, N. 763

LEGGE 26 gennaio 1980, n. 16

LEGGE 6 dicembre 1971, n. 1066

 

E' il momento di risolvere vecchie questioni

 

Il Tempo

28 agosto 2010

Federico Guiglia

p.1

 

Per qualche giorno il Cavaliere non sarà più il Cavaliere. Il titolo passa a Muammar Gheddafi, che arriva a Roma con una squadriglia di cavalieri e trenta cavalli arabi per celebrare il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. L'ospite pianterà l'inseparabile tenda non più a Villa Pamphili, come fece nella visita dell'anno scorso, ma presso la residenza del suo ambasciatore.

Seguiranno eventi alla caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto di Tor di Quinto e mostre fotografiche, non si sa se anche quest'anno al Cavaliere di Tripoli sarà riservato un trattamento da stella di Hollywood. Le poche notizie che filtrano sulla sua galoppata romana, lascerebbero intendere che il circolo degli adulatori avrà qualche difficoltà a strappargli l'autografo, perché l'avvenimento – dicono – è stato organizzato con maggiore sobrietà.

Ecco, ci risparmino almeno gli osanna: il colonnello Gheddafi non è Obama, né Lula, né Mandela. Che il contenzioso con l'Italia da lui aperto e dilatato dovesse essere chiuso una volta per tutte, non ci sono dubbi. Anche se c'è modo e modo di chiudere i contenziosi. Che il Trattato rappresenti un nuovo inizio nei rapporti complicati tra i due Paesi, non è solo un auspicio di amicizia ritrovata, e peraltro mai perduta, fra le popolazioni, ma anche un atto lungimirante di interesse nazionale. E poi “uno i vicini non se li può scegliere”, come disse una volta Giulio Andreotti, riferendosi proprio al dirimpettaio in Libia. Ma il tappeto rosso no. Al contrario, proprio grazie alla nuova era che si è spalancata tra Roma e Tripoli, ora sarà più facile far valere quella dignità nazionale che per quarant'anni è stata ignorata dopo la cacciata dei ventimila nostri connazionali dalla Libia e dei loro beni confiscati nel 1970. A proposito: perché essi o i loro familiari (dati i tempi, molti rimpatriati sono nel frattempo morti), non sono stati ancora risarciti secondo giustizia ed equità? Perché l'Italia “riscoperta” da Gheddafi non pone la questione con amichevole franchezza? Adesso può farlo, adesso deve farlo.

Intendiamoci, non siamo così sciocchi da non capire che la corsia preferenziale accordata alle imprese italiane, con tutti i vantaggi che ricadono anche a beneficio dei cittadini italiani, sia più importante dei quattro spiccioli ancora reclamati dagli italiani di Libia. Ma un'ingiustizia non cessa di essere tale solo perché nel frattempo, costruiremo in Libia la strada più bella dell'Africa. D'altronde, accordi riparatori in questo senso sono già stati realizzati, Italiani e libici hanno restaurato insieme il cimitero cattolico di Tripoli: per quanto bizzarro sembri e sia il Cavaliere libico, con lui ragionare si può. Ragionare su tutto, quindi: investimenti e gesti simbolici, immigrazione e umanità per gli immigrati, convegni storici e mostre archeologiche.

Ma pure ragionare sugli italiani che in Libia sono nati o cresciuti, e che tutto hanno perso all'epoca dell'espulsione da lui decretata. C'è un importante precedente che mostra quale possa essere il nuovo spirito tra nuovo amici. Ricordate quando, non si sa se per un equivoco o per un dispetto, le autorità libiche non volevano che le Frecce Tricolori firmassero con il Tricolore il cielo di Libia? Il comandante delle Frecce disse, semplicemente, di no: “Senza il Tricolore, le Frecce non volano”. Finì come doveva finire, con verde, bianco e rosso che si stagliava nell'azzurro di Tripoli. Ecco un piccolo, grande esempio di quella dignità nazionale che vale sempre.


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Italia-Libia: i profughi italiani, ancora non ci hanno risarcito un euro

Ortu (Airl), non firmati i decreti attuativi della legge di stanziamento fondi

 

Adnkronos

28 agosto 2010

Enzo Bonaiuto

 

"Ancora non abbiamo visto un euro". In vista dell'arrivo in Italia del leader libico Gheddafi, protesta la presidente dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, nata nel 1939 nel paese africano da padre sardo e madre siciliana e cacciata assieme ad altre 20.000 persone nel luglio 1970, subito dopo la presa del potere da parte del colonnello Gheddafi nel settembre 1969.

"Il governo Berlusconi con il suo ministro dell'Economia Tremonti - spiega all'ADNKRONOS - non ha firmato il decreto attuativo della legge del febbraio 2009 di ratifica del trattato fra Italia e Libia dell'agosto 2008, con la quale si stanziavano 150 milioni di euro per tre anni - 2009, 2010, 2011 - quale risarcimento ai privati per i beni confiscati quarant'anni fa. In media, fa circa 8.000 euro a persona".

In realtà, osserva Ortu, "più che di risarcimento, si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400 miliardi di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero pari a circa 3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente pari ai 5 miliardi dollari destinati dal nostro governo alla Libia per i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso la costruzione di un'autostrada e altre opere urbanistiche, per i cui lavori sono comunque interessate aziende italiane: una sorta di 'partita di giro' insomma. Ma la realtà è che anche di questo modesto indennizzo nelle nostre tasche non è arrivato finora nulla".

Più che con la Libia , l'associazione degli italiani rimpatriati se la prende con l'Italia, "che storicamente non si è mai dimostrata in grado di intervenire con efficacia, fin da quando l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro - ricorda Ortu - si affidò all'Egitto, sbagliando, per ottenere la tutela dei nostri interessi. L'accordo recente con la Libia è sembrata essere l'occasione giusta per liquidare l'intera questione, ma purtroppo finora così non è stato".

In 'compenso', alla presidente dell'Airl è arrivato un invito firmato Berlusconi per assistere lunedì prossimo assieme al premier e al colonnello Gheddafi alla kermesse di equitazione prevista alla caserma dei Carabinieri 'Salvo D'Acquisto' a Tor di Quinto. "Sono molto grata dell'invito che è pur sempre un gentile segnale di attenzione che negli anni passati è mancato - sottolinea - nonostante anche l'interessamento testimoniato dal Quirinale".

Aggiunge poi con un pizzico di ironia: "Andrò volentieri alla manifestazione, ma non vorrei che fosse un invito indiretto a darci all'ippica... nel senso di rinunciare alle nostre sacrosante richieste. Anzi, l'occasione potrebbe essere la più adatta per firmare i decreti attuativi, ora rimandati con la scusa della crisi economica".

 


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Gheddafi: delusi i rimpatriati italiani, di noi non si parla mai


AGI

31 agosto 2010

 

Grande delusione: si puo' 'tradurre' cosi' la reazione dell'Associazione dei rimpatriati italiani dalla Libia (Airl) alla visita a Roma di Muammar Gheddafi che ha rivendicato il merito di aver salvato la vita dei nostri esuli. Scherza Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, invitata alla festa per il Trattato di amicizia e alla manifestazione equestre: "La mia prima reazione stamane? E' stata quella di prenotare una doppia seduta dallo psicanalista", dice. Poi spiega: "Di noi non si parla mai, si citano il fascismo e i suoi mali per esaltare il nuovo trattato. Neanche ieri, dopo il discorso di mezz'ora tenuto da Gheddafi, il Governo ha ricordato che la presenza italiana in Libia risale ai nostri avi, nessuno ha citato il patrimonio architettonico considerevole che abbiamo lasciato e nemmeno i danni di guerra ripagati".
"Ma le pare - ha incalzato la Ortu - che oggi Israele se la potrebbe prendere con la Germania della Merkel per i campi di concentramento, senza suscitare reazioni? Gheddafi si e' sentito in dovere di giustificare il proprio operato, nessuno, invece, ha difeso il nostro Paese che quarant'anni fa ha schierato la flotta della Marina, pronta ad intervenire se qualcuno ci avesse torto un capello".
Uno Stato "deve difendere i propri cittadini e la verita' della propria storia. Ieri non era forse il momento di replicare, ma il mio invito a farlo resta", dice Ortu che sulla festa aggiunge: "non riesco a capire perche' mi abbiano invitato. Non ho potuto nemmeno salutare Gheddafi. Il carosello dei
carabinieri? E' l'unica parte che mi ha scaldato il cuore".

 

 


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La presidente dei rimpatriati italiani: “Roma come Tripoli non ci ha dato un euro”

 

Quotidiano Nazionale

31 agosto 2010

Alessandro Farruggia

p. 5

“Non abbiamo petrolio né clandestini, e così nessuno ci ascolta. Ci hanno promesso una miseria di indennizzi, ma poi neppure quelli ci danno: Tremonti dice che non ci son soldi e non firma i decreti attuativi. E così, paradossalmente speriamo in Gheddafi…”. Giovanna Ortu è la combattiva presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, E non ha mia mancato di far valere i diritti dei 20 mila italiani che furono cacciati nel luglio del 1970.

Signora Ortu, com'è che ha accettato di andare alla cena con Gheddafi e Berlusconi?

“Vede, noi non abbiamo i potere ricattatorio di Gheddafi, ma abbiamo pagato per colpe non nostre e soprattutto non vogliamo rinunciare ai nostri diritti. Quest'anno è il 40° anniversario dell'espulsione e noi non vogliamo dimenticare le nostre ferite morali e materiali”.

Ma perché accettare l'invito se vi sentite maltrattati?

“Perché nel trattato italo-libico del 2008 si stanziavano 150 milioni di euro quale risarcimento per i beni che ci furono confiscati dai libici, e che ai valori di oggi ammontavano a circa 3 miliardi. Il risarcimento deve essere pagato dall'Italia che in qualche modo si era accollata il ‘debito' libico, spalmato su tre anni, 2009-2011, ma sinora non abbiamo visto un euro. Ora siccome Berlusconi ascolta attentamente Gheddafi, spero di avere l'occasione di scambiarci due parole”.

Con Gheddafi?

“Già. E sono sicura che se lui intercedesse, Berlusconi finirebbe per parlare con Tremonti…”.

Una provocazione

“Certo. E comunque siccome siamo ancora in uno stato di diritto, i nostri avvocati hanno diffidato

Tremonti. Non molliamo mica”.

Irritata per le ultime prese di posizione di Gheddafi sulla religione e le donne?

“Io sono amica del popolo libico, ma dire che lì le donne hanno più diritti è una pura assurdità. Un esempio: e una donna si separa perde tutti i diritti sui figli. Cos'è, moderno? Giusto? Quanto all'Islam, crede che ci sia consentito di fare proselitismo a Tripoli? Provate, poi mi dite…”.

 


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Incresciosa messa in scena o forse solo un boomerang

Avvenire

31 agosto 2010

Marco Tarquinio

 

Amiamo l'idea di un Mediterraneo «mare comune» dei popoli che gli vivono attorno, specchio di culture e di economie amiche e in serena collaborazione, metaforica e concreta via di comunicazione anche tra le religioni dopo essere stato per secoli tramite di ostilità, di terrori e di reciproche invasioni militari. Abbiamo perciò accolto come una buonissima notizia, due anni fa, la «riconciliazione» tra Italia e Libia dopo un lunghissimo e aspro contenzioso, frutto della politica coloniale italiana e dei suoi misfatti – per molto tempo taciuti – contro le popolazioni libiche e delle dolorose ingiustizie subìte – e in troppo breve tempo dimenticate – dagli italiani spogliati di tutto e cacciati dalle loro case in terra libica.
Viva la nuova stagione e il conseguente fiorire – tra gran sfoggio di amicizia e qualche tenace sospetto – di intese e di commerci tra Roma e Tripoli. Viva anche la chiusura di certe rotte marine della sofferenza e della morte per migranti d'Africa e dei cinici traffici dei nuovi mercanti di esseri umani, sebbene inevitabile e dolente il pensiero corra ai "respinti e basta", agli uomini e alle donne e ai bambini in fuga dalle guerre e dalla persecuzione che si arenano nei deserti di Libia e nessuno riconosce e nessuno accoglie secondo umanità e secondo le leggi che le nazioni civili si sono date.
Ma incontrarsi serve comunque. Serve sempre. E la solenne visita che il colonnello Gheddafi sta effettuando per la seconda volta nella capitale italiana è ovviamente un'occasione d'incontro e di reciproca conoscenza. Sperabilmente di crescita, di chi più ha da crescere, nella comprensione del valore della democrazia e dei diritti umani. Un avvenimento con aspetti sostanziali e circostanze, per così dire, volutamente folkloristiche. Ma anche con momenti incresciosi e urtanti. Come l'incontro per una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate. Messa in scena organizzata, quasi di soppiatto, un anno fa e questa volta lanciata, invece, come spettacolare prologo agli incontri più strettamente politici con le autorità italiane.
Viene da chiedersi – e tanti, in effetti, se lo sono chiesti – a quale leader d'un Paese di tradizione e maggioranza cristiana sarebbe stato concesso di predicare e battezzare in un Paese di tradizione e maggioranza islamica. Anche se è una domanda insensata. Prima di tutto, perché ai politici cristiani mai verrebbe in mente di farlo e, subito dopo, perché neanche a preti e missionari cristiani viene consentito di farlo mentre ai cristiani semplici (che siano lì per lavori servili o per affari o per prestazioni professionali qualificate) è addirittura interdetto – tranne che in poche eccezioni – di proclamarsi tali a parole e segni.
Nella tollerante e pluralista Italia, in questo nostro Paese di profonde e vive radici cristiane e capace di una positiva laicità, nella Roma cattolica, Gheddafi ha potuto invece fare deliberato spettacolo di «proselitismo» (anche grazie a un tg pubblico incredibilmente servizievole e disposto a far spiegare alle otto di sera della domenica che il colonnello ha esercitato il «dovere» di «ogni musulmano: convertire» gli altri). Non sapremmo dire in quanti altri Paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso, avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco.
Probabilmente è stato un boomerang, una dimostrazione di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato non (più) estremista piano politico e piano religioso. Certamente è stata una lezione. Magari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata...

 

 


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Gheddafi: "Bene festeggiamenti, resta amarezza mancata firma decreto"

 

Comunicato stampa dell'On. Marco Marsilio (PDL)

30 agosto 2010

“Sono eccezionali i risultati ottenuti dal Governo con lo storico Trattato Italia-Libia firmato nell'agosto del 2008;  gli sbarchi si sono ridotti in modo drastico così come lo schiavismo che imperava dietro la tratta di esseri umani, forte anche la conseguente riduzione dell'immigrazione clandestina”. È

quanto dichiara il deputato del Pdl, Marco Marsilio .

“Gli effetti positivi che questo tipo di politica ha portato e continua a portare – continua Marsilio - sono palesi, ma al tempo stesso c'è l'amarezza del fatto che non è ancora stato firmato il decreto per distribuire ai profughi italiani rimpatriati dalla Libia le somme che il Parlamento ha stanziato nella legge di ratifica del Trattato tra Italia e Libia. Si tratta di un debito storico che la comunità nazionale ha nei confronti di queste famiglie che da quarant'anni attendono giustizia ”.

“La firma del decreto – aggiunge Marsilio - e l'erogazione dei fondi sarebbe stato un segnale di attenzione che anche se largamente insufficiente dal punto di vista economico avrebbe avuto un grande valore morale. Sulla firma di questo decreto c'è un'inspiegabile ritardo perché le commissioni parlamentari hanno praticamente da un anno licenziato il testo che attende solo di essere firmato e pubblicato in Gazzetta”.  

“Prima dell'estate – conclude Marsilio - i ministri Meloni e La Russa riprendendo le sollecitazioni del sottoscritto e dell'Associazione Italiana dei Rimpatriati dalla Libia, avevano esortato il presidente Berlusconi in Consiglio dei Ministri a prendere l'iniziativa per sbloccare la vicenda. Ciò nonostante sono due anni che Gheddafi viene ricevuto in Italia con tutti gli onori per celebrare lo storico accordo, mentre i nostri connazionali aspettano quello che gli è dovuto. Mi appello al Governo perché questa ferita venga al più presto sanata, dando la giusta soddisfazione ai nostri connazionali firmando il decreto senza più nessun indugio”.

 

 


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Gheddafi sbarca a Roma accolto da 200 hostess. Lo show spiana la strada all'industria della difesa

Il Sole 24Ore

29 agosto 2010

Gerardo Pelosi

 

Con un giorno di anticipo Gheddafi è arrivato oggi a Roma accolto da 200 hostess (a pagamento). È uno "sdoganamento" in grande stile quello che il premier Silvio Berlusconi si prepara a offrire su un piatto d'argento al colonnello libico Muammar Gheddafi domani sera nella caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto a Roma. Le celebrazioni per il secondo anniversario del Trattato di cooperazione e partenariato italo-libico archivieranno forse per sempre l'annoso capitolo dei danni di guerra e la storia infinita del "gesto simbolico" di riparazione ossia l'autostrada litoranea da 1.700 chilometri (2,3 miliardi di euro) e apriranno una nuova pagina nelle relazioni tra Roma e Tripoli in cui anche la collaborazione nel settore della difesa potrà trovare uno spazio più strutturato.

Il leader libico, da oggi a Roma dove alloggerà nella residenza dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur e il premier italiano Berlusconi discuteranno, come sempre in queste occasioni, dei grandi temi dell'attualità internazionale: la crisi economica, il sottosviluppo, i problemi dell'Africa. Durante l'Iftar, la cena che interrompe il Ramadan, davanti al carosello dei Carabinieri e all'esibizione dei cavalli berberi arrivati per l'occasione dalla Libia, non ci sarà spazio per entrare in dettagli della cooperazione economica tra i due paesi. Il colonnello avrà incontri separati anche con l'ad di Eni, Paolo Scaroni e con quello di UniCredit, Alessandro Profumo ma si tratterà di colloqui di cortesia che non anticiperanno in alcun modo le prossime mosse del Fondo sovrano Libyan Investment Authority su possibili aumenti nelle partecipazioni (7% in Unicredit e 1% in Eni). Alla cena offerta domani dal Governo italiano Gheddafi incrocerà probabilmente per la prima volta anche lo sguardo di Giovanna Ortu, la battagliera presidente dell'Airl, l'associazione degli italiani già residenti in Libia espulsi nel '70 ai quali furono sequestrati beni per un valore attuale di 3 miliardi di euro ma che attendono ancora di vedere attuato da parte italiana l'articolo del Trattato italo-libico che concede loro un indennizzo di 150 milioni.

Ma la cerimonia di domani nella prestigiosa sede dei Carabinieri servirà a preparare il terreno per nuovi accordi. Solo alla fine di settembre, fanno sapere fonti governative, i dossier italo-libici torneranno all'attenzione delle delegazioni dei due governi. C'è da approfondire, ad esempio, la questione della pesca dopo gli arresti di pescatori di Mazara del Vallo e la lotta all'immigrazione clandestina. Ma i tempi sembrano maturi anche per finalizzare il dossier della collaborazione della Difesa nell'ambito di quanto già acquisito nel formato 5+5 di cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. Tutto questo dopo che lo shopping bellico di Gheddafi ha già portato a una fornitura da parte francese (in cambio della soluzione della vicenda delle infermiere bulgare condannate a morte) di missili anticarro e apparecchiature di comunicazione per 400 milioni di dollari nel 2007 e nel gennaio scorso l'accordo da 1,3 miliardi di dollari con i russi per i caccia Sukhoi e gli addestratori Yak130. Un accordo quadro politico sulle forniture italiane nel settore difesa potrebbe essere discusso proprio alla fine di settembre tra il ministro italiano Ignazio La Russa e il segretario del comitato per la difesa libico, Younis Jaber. Finmeccanica e Fincantieri sono i gruppi più interessati e in parte hanno già avviato contatti con le controparti libiche. I rapporti tra Agusta Westland e la Libia risalgono addirittura a prima del Trattato di cooperazione. Nel 2007 l 'azienda del gruppo Finmeccanica aveva firmato un contratto per dieci elicotteri AW 109 e AW 119 Koala da assemblare in uno stabilimento libico inaugurato qualche mese fa. Ed è prodotto da Finmeccanica anche il piccolo aereo-spia Falco per il controllo delle carovane dei migranti nel deserto. Anche la Fincantieri potrà offrire una vasta gamma di navi rafforzata ora dalle collaborazioni con le industrie francesi e tedesche senza contare che da anni la nostra Marina collabora attivamente con la Marina libica in esercitazioni congiunte. Nel settore trasporti, Ansaldo Breda è pronta a partecipare al progetto per la metropolitana di Tripoli.

 


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Le vacanze romane di Gheddafi. Fra proteste e caroselli a cavallo

L'Unità

29 agosto 2010

U. De Giovannangeli

Stavolta il contrordine non è arrivato. Il Colonnello, i purosangue, le tende beduine, le amazzoni con i baschi rossi e in alta uniforme, sono a Roma. Nessun rinvio, stavolta. Nessuna imbarazzata correzione dell'ultim'ora da parte della Farnesina. I fotoreporter, i cineoperatori, possono prendere d'assalto il super blindato aeroporto di Ciampino. L'appuntamento è a mezzogiorno. Gheddafi c'è. A ricevere il Raìs non sarà l'«amico Silvio» ma il ministro degli Esteri Franco Frattini. Resta il mistero su come il Colonnello trascorrerà la domenica romana. I primi appuntamenti ufficiali per i festeggiamenti del Trattato di Amicizia sono fissati per lunedì, a due anni esatti dalla firma dell'accordo di Bengasi del 30 agosto 2008. Ma anche stavolta non si escludono possibili «blitz» nelle strade della Capitale o più generici «incontri con la gente».
Domenica libera . «Il leader ama fare queste cose...», raccontavano nel pomeriggio di ieri fonti libiche. E tornano alla mente le «serate di gala» dello scorso novembre, quando Gheddafi - a Roma per il vertice Fao - si fece reclutare centinaia di avvenenti ragazze da un'agenzia di hostess per impartire lezioni di Islam sotto la tenda. «Non sappiamo cosa vorranno fare questa volta i libici, decidono sempre all'ultimo minuto - raccontano dalla sede dell'agenzia che “servì” Gheddafi l'ultima volta -. Ci hanno contattato negli ultimi giorni per allertarci nel caso servisse, ma ci sembra di capire che se Gheddafi vorrà, inviterà solo alcune delle ragazze che ha già visto l'altra volta. Noi comunque - assicurano - siamo pronti per qualsiasi evenienza». Sorprese a parte, c'è già anche qualcosa di già definito. È confermato ad esempio che Gheddafi pianterà la sua inseparabile tenda beduina nella residenza dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur in un elegante quartiere a ridosso della Cassia (e non nel bel mezzo di Villa Pamphili, come nel giugno del 2009) e che domani pomeriggio inaugurerà assieme a Berlusconi una mostra fotografica sulla storia della Libia all'Accademia libica.
Spettacolo assicurato Il clou della serata sarà uno spettacolo equestre davanti a Berlusconi, Gheddafi e agli oltre 800 invitati che culminerà con le figure disegnate dal Carosello dei Carabinieri. Sarà sempre nella caserma «Salvo D'Acquisto» di Tor di Quinto, che il premier offrirà al suo ospite l'Iftar, la cena di interruzione del digiuno previsto nel mese di Ramadan. Fino a questo momento è l'ultimo appuntamento segnato in agenda, con Gheddafi che dovrebbe - ma il condizionale diventa d'obbligo - ripartire martedì. Nel frattempo, cresce la protesta. «Ancora non abbiamo visto un euro», denuncia l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. Dell'Airl, Giovanna Ortu, nata nel 1939 nel Paese africano da padre sardo e madre siciliana e cacciata assieme ad altre 20.000 persone nel luglio 1970, subito dopo la presa del potere da parte del colonnello Gheddafi nel settembre 1969, è la presidente.
Voci di protesta «Più che di risarcimento - spiega Ortu in un colloquio con l'Adnkronos - , si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400 miliardi di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero pari a circa 3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente pari ai 5 miliardi dollari destinati dal nostro governo alla Libia per i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso la costruzione di un'autostrada e altre opere urbanistiche, per i cui lavori sono comunque interessate aziende italiane: una sorta di “partita di giro” insomma. Ma la realtà è che anche di questo modesto indennizzo nelle nostre tasche non è arrivato finora nulla».
I diritti umani? A Berlusconi si rivolge anche l'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi chiedendogli «di rinegoziare in tempi rapidissimi gli accordi Italia-Libia in maniera tale che includano strumenti di garanzia del rispetto dei diritti umani, con il coinvolgimento delle istituzioni dell'Europa e dell'Onu». «Chiediamo inoltre - dice il responsabile generale, Giovanni Paolo Ramonda - la cessazione di ogni respingimento verso la Libia o verso ogni altro Paese che non garantisca il pieno rispetto dei diritti umani; la garanzia a tutti gli immigrati che cercano di raggiungere l'Italia di poter accedere alle procedure per la richiesta di asilo; il rispetto delle leggi del diritto del mare; la promozione di una politica seria per l'innalzamento dei finanziamenti ai progetti di sviluppo, unici in grado di combattere la povertà e quindi di agire sulla causa». L'associazione ricorda alle istituzioni italiane «che dal 7 maggio 2009, in aperto spregio delle norme internazionali sui diritti umani, il nostro Paese ha consegnato alle autorità libiche centinaia di donne, uomini e bambini, migranti e richiedenti asilo, che tentavano di raggiungere l'Europa imbarcandosi attraverso il Mediterraneo su mezzi di fortuna, rischiando la vita per sfuggire a persecuzioni, torture, guerre e condizioni di povertà estrema».

 

 


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Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

La Repubblica

28 agosto 2010

Ettore Livini

Non solo tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa , a due anni dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L'oggetto sociale d'esordio  -  la chiusura delle ferite del colonialismo  -  è stato rapidamente archiviato all'atto della firma del Trattato d'amicizia bilaterale nel 2008.
L'Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia. Poi - snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei "parrucconi" come Freedom House che considerano il Paese africano una delle dieci peggiori dittature al mondo - sono cominciati i veri affari. Un pirotecnico giro d'operazioni gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria di casa nostra.
La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po' del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell'Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7% (valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25 anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi di investimenti.
Il Cavaliere tira le fila, consiglia e gongola. L'ingresso del Colonnello in Unicredit - oltre che a innescare i mal di pancia leghisti - è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi "salotti buoni" tricolori, la stanza dei bottoni che controlla Telecom, Rcs - vale a dire il Corriere della Sera - e le Generali. Il momento per l'affondo è propizio. Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia - con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% - c'è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall'alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) - se mai ce ne fosse stato bisogno - sono stati confermati dalla difesa d'ufficio di entrambi al Meeting di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l'assicuratore di Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Il puzzle adesso è quasi completo. Il Cavaliere ha in mano il controllo di industria e finanza pubbliche. E ora, grazie all'asse con Ben Ammar e Geronzi e ai soldi di Gheddafi (sommati alla debolezza delle vecchie dinastie imprenditoriali tricolori), può blindare quella privata estendendo la sua influenza su tlc, editoria e - Bossi permettendo - sulle ricchissime casseforti delle banche e delle Generali.
L'asse con il Colonnello gli regala però un'altra opportunità d'oro: quella di distribuire le carte delle commesse a Tripoli garantite dall'attivismo dell'efficientissimo tandem, immortalato ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici. Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica (elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l'Istituto europeo di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta - previo via libera della Gheddasconi Spa - è abbastanza grande per tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L'Italia è il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall'isolamento nell'era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra - grazie a un'operazione di diplomazia sotterranea guardata con sospetto a Washington - l'abbinata politica-affari ha dato risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa Abdelbaset Al Megrahi, l'ex 007 libico condannato per l'attentato di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l'ok alle trivellazioni Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund. O quando il numero uno della London School of Economics è entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.
Pecunia non olet. E anche l'(ex) dittatore Gheddafi non è più un appestato per le cancellerie internazionali. Il premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per cercare aiuti. La Russia di Putin - altro alleato di ferro dell'asse Gheddafi-Berlusconi - si è aggiudicata fior di commesse a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme, più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo del denaro.

 

 


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Rimpatriati, attendiamo giustizia da governo a vigilia 40/mo anniversario confisca proprieta' italiani

ANSA

20 luglio 2010

Alla vigilia del quarantesimo anniversario della "confisca delle proprietà italiane in Libia, operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo di stato che lo portò al potere", i rimpatriati "attendono ancora giustizia dal Governo italiano" che, nel Trattato di Amicizia tra Italia e Libia firmato dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi il 30 agosto 2008 "nulla ha preteso dai libici come risarcimento, aggiungendo anzi un altro consistente esborso a favore di Gheddafi, a titolo di riparazione per i danni coloniali". Lo denuncia, in un comunicato, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia "pur comprendendo le ragioni politico/economiche che hanno reso necessario il nuovo corso". "Anche l'indennizzo, men che simbolico, per i Rimpatriati - inserito nella legge di ratifica del Trattato per unanime volontà parlamentare - a distanza di un anno e mezzo non può ancora essere liquidato, perché il ministro Tremonti non appone la firma sul previsto decreto attuativo", afferma la nota. "Tutto ciò oltre che ingiusto è assai amaro - commenta Giovanna Ortu presidente dell'Airl, che da decenni si batte con grande tenacia e modesti risultati - non si possono accampare scuse per eludere atti dovuti, soprattutto quando da autorevoli fonti e da documenti della Farnesina abbiamo appreso che, dietro il colpo di stato in Libia, ci furono i servizi segreti italiani e che Moro definì un errore della nostra politica estera l'aver affidato la sorte della collettività italiana di Libia e i loro beni alla protezione dello Stato egiziano". Dopo "il colpo di stato" e "prima di essere espulsi dal Paese, 20.000 cittadini italiani persero, in violazione del trattato internazionale del 1956, tutti i beni, persino i contributi previdenziali versati prima all'Inps e poi all'istituto libico corrispondente". "Due sono i festeggiamenti che ci attendono nei prossimi mesi; - conclude Giovanna Ortu - il 30 agosto Gheddafi sarà in Italia per celebrare con Berlusconi il secondo anniversario della firma del Trattato; il 10 ottobre prossimo i rimpatriati ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione dalla Libia con un grande convegno presso il Museo Storico dell'Aereonautica Militare di Vigna di Valle. Riusciremo ad avere la presenza del Presidente del Consiglio Berlusconi che fino ad ora ci ha ignorato? Me lo auguro davvero!"


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Italiani cacciati dalla Libia: 40 anni senza giustizia

La Vera Cronaca

20 luglio 2010

Pierfrancesco Palattella

 

Una giornata importante quella di mercoledì 21 luglio, data in cui la storia ritorna prepotentemente a farsi viva riversando acredini ed inquietudini di un passato quanto mai ingombrante ed ancora irrisolto; ricorre in questa data il quarantesimo anniversario della confisca delle proprietà italiane in Libia operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo di stato che lo portò al potere. Ricordiamo per i lettori che, in quella circostanza, 20.000 cittadini italiani vennero cacciati dal paese libico perdendo di fatto tutti i loro beni nonostante un trattato internazionale del 1956 di collaborazione economica li garantisse in tal senso. La giustificazione fornita da Gheddafi per questa operazione fu di una sorta di ricompensa per i danni arrecati al suo paese dal colonialismo italiano. Tutti i rimpatriati, a distanza di quarant'anni, sono ancora in attesa di giustizia e soprattutto di un risarcimento.
In questa giornata che rievoca la storia di quel sopruso, si alza per l' ennesima volta la protesta da parte di coloro che furono le vittime: “stiamo lottando da 40 anni e continueremo a farlo; per ora tuttavia non abbiamo ottenuto risultati.” A parlare è  Giovanna Ortu, presidente dell' Airl, Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia che riunisce i 20 mila italiani (o i discendenti essendo molti, nel frattempo, venuti a mancare) che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese in cui risiedevano; l'Airl è tutt'ora l'unica associazione che rappresenta e riunisce i rimpatriati dalla Libia.
“Stiamo ancora lottando; – continua la presidente Giovanna Ortu - quando siamo venuti via dalla Libia ero una giovane trentenne ed ora di anni ne ho 71; da allora ho cercato di battermi ma come si vede con modesti risultati. La cosa peggiore è che ora che ci tocca assistere anche a questo idillio tra Berlusconi  Gheddafi; noi con i libici non abbiamo niente in contrario però non ne capiamo il perché.” Il riferimento evidente è al nuovo trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato da Berlusconi e Gheddafi il 30 Agosto 2008 con il quale l'Italia si è impegnata a pagherà nei prossimi 20 anni 5 miliardi di dollari di risarcimenti alla Libia per il passato coloniale: “il prossimo 30 Agosto Gheddafi verrà in Italia per festeggiare il secondo anniversario di questo trattato; mi sembra un'eccessiva considerazione, non so per quanto tempo ancora ci dovremo prostrare con la scusa del passato coloniale. L'ultima volta che è venuto abbiamo assistito a scene incredibili quali il baciamano da parte di Berlusconi.”

Torniamo alla cacciata dai territori libici ed al conseguente sequestro dei beni: “La nostra cacciata è stata un fatto strumentale poiché noi vivevamo in pace ed armonia con gli arabi. I nostri beni ammontavano ad attuali 3 miliardi di euro, e negli anni abbiamo recuperato solo una piccola parte beneficiando di qualche legge per chi perde beni all'estero; abbiamo perso tutto, anche le pensioni. Io ho lottato fino al 1992 affinchè i nostri potessero riprendere le assicurazioni perdute. Non c' è stata mai attenzione nei nostri riguardi, nemmeno quando il parlamento a furor di popolo ha voluto darci qualche cosa senza che poi tuttavia questo abbia avuto un seguito nella realtà.” Il Governo italiano infatti, in sede di Trattato, non ha preteso nulla dai libici come risarcimento, ed ha anzi aggiunto un ulteriore cifra a favore di Gheddafi come titolo di parziale rimborso per i danni del periodo coloniale: “è una questione prima che materiale anche morale, i nostri diritti sono stati calpestati, noi eravamo lì protetti da un trattato che è stato violato da Gheddafi e l'Italia non ha fatto niente, non è ricorsa alla clausola arbitrale. Chi ci ha rimesso in prima persona siamo stati solo noi. E' tutto come 40 anni fa, non c'è la certezza nemmeno di poter mettere le mani su quel piccolo indennizzo che era stato deciso di darci.”
L'indennizzo cui si fa riferimento, e che non è certo una grossa cifra, è stato inserito nella legge di ratifica del trattato per volontà parlamentare ma, a distanza di un anno e mezzo, non può ancora essere liquidato: “Gli unici soldi che non si trovano sembrano essere quelli destinati noi. Per intenderci, l'Italia attua questa dura politica dei respingimenti in accordo con la Libia che però ci costa molti soldi, a cominciare dalle motovedette che abbiamo regalato al governo libico; poi ci sono i 5 miliardi di dollari da dare a Gheddafi in 20 anni. I soldi per i nostri risarcimenti sono gli unici a non essere disponibili.”
Dopo 40 anni e con una ferita di tali dimensioni ancora aperta, le chiediamo quali sono state le risposte che hanno provato a darsi sul perché di questa mancanza di giustizia: “In Italia spesso le categorie più deboli sono le meno protette; è vero che siamo un' associazione che riunisce 20.000 persone ma lottiamo contro un nemico troppo grande; ci sono di mezzo cose troppo importanti, come le forniture petrolifere e partnership economiche. Basti pensare che, in un libro che è stato pubblicato di recente sulla base di documenti, sembra che la nostra cacciata sia stata quasi barattata per favorire l' Italia in interessi superiori; è stato un atteggiamento molto cinico di fronte al quale è stato mantenuto per anni un atteggiamento di omertà. La Libia non ha accettato di dare l'indennizzo ma in realtà ha favorito molto l'Eni per le commesse.” In effetti gli scambi commerciali tra i due paesi sono molto fitti e l'Italia risulta essere tra i principali partner economici del governo libico.
Quello del 21 Luglio appare come un giorno importante in ricordo di quella cacciata di 40 anni fa, tuttavia l'appuntamento cui si sta già guardando è un altro, come ci conferma la stessa presidente Ortu: “Faremo un grande convegno ad Ottobre cui parteciperanno anche ospiti di riguardo; il 7 Ottobre infatti la Libia l'ha sempre festeggiato come giorno della vendetta per celebrare la nostra cacciata. Il 10 ottobre prossimo i rimpatriati ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione dalla Libia con un grande convegno. Noi non abbandoniamo la lotta, non posso credere che in uno  stato di diritto non si riesca ad avere giustizia; nè che il Presidente del Consiglio seguiti ad ignorarci come ha sempre fatto. In passato l'Italia non ha saputo ne voluto difenderci, ma la cosa che fa più male è un'altra; non solo abbiamo avuto un sopruso, ma dopo 40 anni ci tocca vedere Gheddafi trattato, quando viene in Italia, con tutti gli onori del caso come fosse un ospite di riguardo.”


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“L'Italia proteggeva Gheddafi, il DC-9 fu abbattuto dai francesi”

 

Il Fatto Quotidiano

26 giugno 2010

Giovanni Fasanella*

p. 14

 

Pubblichiamo un estratto dell'intervista al magistrato Rosario Priore - che della strage di Ustica (27 giugno 1980, 81 morti) si è occupato in una lunga inchiesta - contenuta nel libro Intrigo internazionale, edito da Chiarelettere .

“C'era un groviglio di verità "indicibili" che nascevano dalla nostra politica mediterranea, in particolare verso la Libia , e dall'irritazione che quella politica provocava nei nostri alleati europei. Se quelle verità fossero venute pubblicamente a galla, non sarebbero rimaste prive di conseguenze”, così risponde Rosario Priore (il giudice che su Ustica ha emesso una sentenza-ordinanza nel 1999: DC-9 abbattuto da un missile) alla madre di tutte le domande: quale verità non si poteva far conoscere all'opinione pubblica.

Dunque ci fu un episodio di guerra aerea: l'obiettivo degli attaccanti non poteva che essere libico. e di un certo rilievo?

Ovviamente sì. E quanto più alto fosse stato il rango dell'obiettivo, tanto più sarebbe stato di rilievo il successo dell'operazione. L'attacco militare nel cielo di Ustica era diretto contro un aereo che si sapeva sarebbe passato proprio di lì.

E perché lo si sapeva?

Perché succedeva sistematicamente. E non doveva succedere. Perché il sistema Nadge, la rete radar che proteggeva i paesi europei dell' Alleanza atlantica, dalla Norvegia alla Turchia, nel tratto italiano aveva dei "buchi". Cioè passaggi o aree non coperti dai radar del Nadge. E quei corridoi erano noti ai libici, che potevano utilizzarli per il passaggio dei loro aerei militari pur non potendo lo fare, perché aerei miliari di un paese non Nato. Se fossero stati individuati, il sistema li avrebbe automaticamente definiti nemici da abbattere.

E come facevano, i libici, a conoscere quei “buchi”?

Nel linguaggio dei servizi, si di­rebbe che c'erano state delle "perdite". Insomma, qualcuno, in Italia, si era “perso” quei varchi della difesa radar atlantica, i libici li avevano "trovati" ed erano venuti a conoscenza delle vie non protette di pene­trazione in Europa. In quel periodo, tra l'altro, molti ex ufficiali dell'Aeronautica italiana erano andati in congedo e avevano messo a disposizione dei libici tutte le loro cognizioni tecniche e tutta la loro esperienza.

Quindi i libici utilizzavano sistematicamente quei corridoi. E a quale scopo?

Sia a scopo civile sia a scopo militare, per arrivare fino al cuore dell'Europa. E succedeva perché i libici avevano un rapporto privilegiato con l'Italia. Sì, i loro aerei si recavano spesso in Jugoslavia per riparazioni, a Banja Luka. Oppure a Venezia, dove noi fornivamo all'Aviazione libica tutta l'assistenza di cui aveva bisogno. Pensi che in quello stesso mese di giugno 1980, poco prima dell'esplosione su Ustica, nelle officine di Venezia Tessera, accanto agli aerei ufficiali del presidente statunitense e di quello francese, lì per un summit internazionale, c'erano anche dei C-130 libici: aerei da trasporto che, in barba a ogni embargo, noi militarizzavamo trasformandoli in mezzi da trasporto per paracadutisti.

È comprensibile che aerei militari libici utilizzassero dei corridoi "discreti". Ma quelli civili, perché?

Perché a bordo spesso c'erano personaggi di primo piano, a rischio o in missioni segrete. Arafat, per esempio, si diceva che viaggiasse spesso su aerei libici passando per i nostri corridoi. Insomma, si trattava di perso­naggi che avevano bisogno di viaggiare in sicurezza e ai quali noi in qualche modo garantivamo protezione.

Anche Gheddafi?

Sì, anche Gheddafi. Secondo una fondata ipotesi, emersa già nel corso della nostra inchiesta e rafforzatasi in seguito, sembra che il bersaglio fosse proprio un aereo su cui viaggiava Gheddafi. Nei piani di volo conservati presso la nostra Aeronautica, quella sera era previsto un volo con vip a bordo da Tripoli a Varsavia.

L'aereo che viaggiava sotto la pancia del nostro DC-9 po­teva essere quello di Ghed­dafi?

Secondo ragionevoli ipotesi, potevano essere uno o più caccia militari libici che tornavano dalla Jugoslavia utilizzando un corridoio senza la copertura del Nadge. Secondo ipotesi più recenti, quei caccia dovevano prelevare il leader libico sul Tirreno e scortarlo in un viaggio nell'Europa dell'Est. Ma, avvertito da qualcuno dell'imminente pericolo, all'altezza di Malta l'aereo avrebbe improvvisamente cambiato rotta per tornare in Libia.

Dunque i caccia libici provenienti da nord volavano sot­to la protezione del DC-9 per andare a prelevare Gheddafi che stava arrivando da sud?

Questa è la situazione più probabile. Ed è del tutto evidente che chi avesse voluto attaccare Gheddafi avrebbe dovuto prima abbattere le sue scorte.

In definitiva i caccia libici vennero abbattuti, mentre Gheddafi si salvò perché avvertito del pericolo. Chi lo avvisò? Gli italiani?

È del tutto verosimile, visti i rapporti privilegiati tra l'Italia e la Libia. Il capo dei servizi segreti libici era di casa a Roma e nel Sismi (il nostro servizio segreto militare dell'epoca).

C'era una forte cordata filoaraba e una filolibica, omologhe a quelle che esistevano all'interno dei governi della Repubblica e, più in generale, nella classe politica italiana.

Chi voleva uccidere Gheddafi?

Di recente, a inchiesta giudiziaria ormai conclusa, dopo che le sentenze di assoluzione dei generali erano ormai divenute definitive, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che all'epoca era presidente del Consiglio, ha detto qualcosa in proposito. Riferendo informazioni provenienti dall'interno dei nostri servizi, ha parlato esplicitamente di una responsabilità francese.

La ritiene un'ipotesi attendibile?

Sì, la ritengo attendibile. Però procederei per gradi, segue­do l'evoluzione dell'inchiesta. In primo luogo perché, da un punto di vista tecnico, a quel tempo e nel Mediterraneo, solo due paesi erano in grado di compiere un'operazione militare di quel tipo: gli Stati Uniti e la Francia. Perché occorreva un sistema di guida dei caccia capace di indirizzarli verso l'obiettivo in qualsiasi condizione. Insomma un "guida caccia" estremamente sofisticato. E poi era necessario avere basi a terra o su portaerei a una giusta distanza dal punto d'attacco. La Francia aveva portaerei nel Tirreno e basi a terra in Corsica. Gli Stati Uniti avevano la Sesta flotta dotata di portaerei, oltre alle basi in territorio italiano. Entrambi i paesi, dunque, avevano anche propri sistemi radar.

Quindi chi attaccò: Francia, Stati Uniti o entrambi?

Tenderei a escludere responsabilità dell'Amministrazione americana dell'epoca. Primo perché c'era Jimmy Carter, che manteneva rapporti con la Libia ; addirittura la riforniva di armi. Secondo, perché gli americani ci aiutarono nell'inchiesta più degli italiani.

* giornalista, sceneggiatore e documentarista

 


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Tra Cavaliere e Colonnello non c'è solo la Svizzera

 

Il Riformista

15 giugno 2010

Anna Mazzone

p. 11

Baci, abbracci e cotillons. Il repertorio dei due superamici, il Cavaliere e il Colonello, si ripete. I due si incontrano spesso, appena possono, e qualche cosa succede sempre. La Libia solitamente fa qualche gesto eclatante per il quale poi dichiara: «Tutto merito dell'Italia se abbiamo preso questa decisione», e Berlusconi ringrazia compiaciuto e, lontano dalla telecamere, sigla qualche accordo commerciale.

Anche questa volta il copione non ha subito variazioni. Da Sofia, dove si trovava per inaugurare una statua di Giuseppe Garibaldi (e per festeggiare il 510 compleanno del premier Boyko Borissov), il Cavaliere è volato a Tripoli, giusto in tempo per avere un faccia a faccia di due ore con Gheddafi e far liberare l'imprenditore svizzero Max Goeldi, che ieri è arrivato a Zurigo dopo due anni di carcere. La crisi tra Berna e Tripoli era nata subito dopo l'arresto di uno dei figli del Colonnello, Hannibal Gheddafi, e di sua moglie, il 15 luglio 2008 a Ginevra. L'ira del Colonnello non si era fatta attendere. Le autorità libiche avevano arrestato Max Goeldi, condannandolo "per direttissima" a 16 anni di carcere. Il fatto diventa un caso internazionale. La Libia chiude i rubinetti del petrolio per la Svizzera e ritira i suoi depositi dalle banche di Ginevra e Zurigo. La Svizzera contrattacca e diffonde un elenco di cittadini libici "indesiderati" (188 nominativi); la Libia blocca l'ingresso dei cittadini di Schengen. L'Europa viene tirata in ballo. Il business è a rischio e i Ventisette tremano. L'Italia si attiva con il Colonnello, negoziando il rilascio di Goeldi. Berlusconi fa pesare la sua storica "amicizia" con Gheddafi. Alla fine, alla presenza del ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, Goeldi viene rilasciato.

Tutto merito di Berlusconi? Certamente !'Italia ha svolto un ruolo decisivo nell'intero negoziato, ma è pur vero che le prime agenzie internazionali (Reuters in testa) indicano la liberazione di Goeldi alle 13.08 del 13 giugno. A quell'ora Berlusconi era ancora a Sofia e stava per salire sull' aereo verso Tripoli. Durante il lungo faccia a faccia con Gheddafi, dunque, Berlusconi avrà parlato d'altro. Probabilmente del rilascio dei pescherecci Alibut, Mariner 10 e Vincenza Giacalone di Mazara del Vallo, sequestrati dalle autorità libiche il 9 giugno. E non solo.

La Libia è la "little Italy" delle imprese italiane all' estero. Sono 109, secondo gli ultimi dati dell'Ice (l'Istituto per il Commercio con l'Estero), le aziende sparse nella Grande Jamahiriyya. L'Italia è il primo mercato di sbocco delle esportazioni libiche (20%), seguita da Germania, Cina, Tunisia, Francia e Turchia. Affari di petrolio e gas naturale, ma anche di progettazione e realizzazione di infrastrutture. In Libia operano la Ansaldo e la Saipem , tra le altre. Spicca su tutte l'Eni, lì dal 1959.

Il feeling tra il cavaliere e il Colonnello nasce molto prima della fine delle sanzioni imposte a Gheddafi dalla comunità internazionale (nel 2006). Il 7 ottobre del 2004 a Mellitah (ad ovest di Tripoli), viene inaugurato "Green Stream", il gasdotto italo-libico realizzato da Eni. Presenti e abbracciati per le foto di rito Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. È il gasdotto sottomarino più lungo del Mediterraneo. Nel 2008 Berlusconi decide di ampliare i rapporti economici con Tripoli e sigla un nuovo accordo tra Eni e la National Oil Company of Libya (Noc), in base al quale le concessioni in Libia di Eni vengono prorogate automaticamente per altri 25 anni, con un investimento nel settore energetico libico di 28 miliardi di dollari. Il 30 agosto, sotto la tenda beduina, Berlusconi e Gheddafi siglano il "Trattato di Bengasi", ratificato a febbraio del 2009 come un accordo di «Amicizia, partenariato e cooperazione». Per scusarsi del periodo coloniale, Roma ricoprirà di denari Tripoli. 5 miliardi di dollari in 20 anni, per costruire infrastrutture come l'autostrada che collegherà Egitto e Tunisia e che passerà sul suolo libico.

Già, ma da dove viene fuori questa cifra e, soprattutto, chi paga? Con una legge ad hoc, il governo mette sulle spalle dell'Eni un'addizionale Ires da 250 milioni l'anno. La società petrolifera, a partecipazione statale del 30%, non ci sta e presenta ricorso. L'autostrada per ora non si fa. In molti fanno notare che 5 miliardi sono (troppi per la costruzione di un' autostrada e il Colonnello è poco avvezzo ad azioni "trasparenti". Inoltre, la seconda parte del Trattato di Bengasi, che Gheddafi festeggerà in Italia il prossimo 30 agosto, non prevede «prestazioni reciproche». Insomma,è certo che l'Italia si impegna a pagare, ma la Libia tiene le mani in tasca.

Secondo fonti da Tripoli per Il Riformista, in quelle due ore di faccia a faccia Berlusconi avrebbe cercato di rabbonire Gheddafi. Da mesi, infatti, le autorità libiche sostengono che alle generose promesse del presidente del Consiglio non corrisponde un eguale entusiasmo degli imprenditori italiani, che tuttora vedono nella Libia «un Paese rischioso» e si sentono poco «garantiti». Qualche giorno fa a Tripoli è stato chiuso l'ufficio dell'Unhcr, l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati politici. Ma Berlusconi di questo non ha fatto menzione con l'amico Gheddafi. Così come non ha perorato la cau­sa dei rimpatriati italiani, che ieri si chiedevano come mai dopo sedici mesi il decreto attuativo che consente la liquidazione «del modestissimo indennizzo per i beni confiscati previsto dalla legge» di ratifica del Trattato di Bengasi, giace sul tavolo del ministro Tremonti, ancora senza firma. Così come, visto il ricorso dell'Eni, mancano anche quei famosi 5 miliardi per l'autostrada.

Berlusconi ha avuto due ore per scusarsi con Gheddafi, ma anche per parlare di altri business. Secondo un'inchiesta del Guar­dian, il fondo sovrano libico avrebbe rilevato una parte del capitale azionario della "Quinta Communications SA", costituita dal 1989 in Francia da Berlusconi e dall'imprenditore franco-tunisino Tareq ben Hammar. La società ha come obiettivo la produzione di film destinati al mercato arabo.

Annunciata dal 2008 (e poi negata) una compartecipazione Berlusconi, Tareq, Gheddafi anche in Nessma TV, una emittente privata tunisina. Insomma, non solo Svizzera per il Cavaliere in visita dal Colonnello.


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Il Cavaliere in Libia per chiudere la crisi con Berna

 

Il Sole 24Ore

Gerardo Pelosi

13 giugno 2010


Il premier italiano Silvio Berlusconi potrebbe essere chiamato a svolgere un ruolo decisivo nella fase finale dell'accordo tra Libia e Svizzera annunciato per oggi e soprattutto per la liberazione dell'uomo d'affari elvetico, Max Goeldi, scarcerato il 10 giugno dalla Corte Suprema libica ma ancora trattenuto nella Jamahiriya.
Berlusconi volerà questa mattina a Sofia per inaugurare una statua dedicata a Garibaldi. Dopo la colazione con il premier Borissov, il presidente del Consiglio partirà alla volta di Tripoli dove incontrerà il colonnello Gheddafi per preparare l'incontro del prossimo 30 agosto a Roma (secondo anniversario dell'accordo italo-libico) e per cercare di risolvere l'ultimo sequestro di tre pescherecci siciliani.
La coincidenza temporale del viaggio lampo di Berlusconi con la firma prevista per oggi dell'accordo tra Svizzera e Libia (per il quale sono da ieri sera a Tripoli i ministri degli Esteri di Svizzera, Micheline Calmy-Rey e di Spagna, Miguel Angel Moratinos) lascia però aperta ogni ipotesi sul ruolo che potrebbe giocare il nostro premier in un'intricata vicenda che risale al 2008. Nel luglio di quell'anno l'imprenditore svizzero Goeldi fu arrestato insieme ad un altro uomo d'affari elvetico, Rashid Hamdani (liberato nel febbraio scorso) per "permanenza illegale" sul territorio libico. In realtà si trattava di una rappresaglia per l'arresto a Ginevra del figlio del leader libico Gheddafi, Hannibal, accusato di aver maltrattato i propri domestici. Tra ritorsioni e accuse reciproche la vicenda sfociò nel febbraio scorso con una grave crisi diplomatica nella concessione dei visti ai cittadini dell'area Schengen, crisi che fu superata solo il 27 marzo scorso a margine del vertice della Lega araba a Sirte dopo una mediazione dello stesso Berlusconi.
Nelle ultime settimane, anche grazie a una mediazione tedesca, i rapporti tra Tripoli e Berna si sono rasserenati fino al punto di programmare per oggi la firma di un accordo che dovrebbe prevedere la creazione di una commissione di arbitraggio per verificare la legalità dell'arresto di Hannibal e forme di risarcimento per i danni di immagine subiti dalla Libia per le foto di Hannibal durante la sua detenzione. Ma la firma dell'accordo lascerebbe ancora sospesa la sorte dell'imprenditore Goeldi che, pur avendo ricevuto ieri mattina il suo passaporto con il visto di uscita, resta confinato in un albergo di Tripoli. Proprio nelle pieghe di quest'accordo il nostro premier potrebbe svolgere un ruolo convincendo Gheddafi a consegnargli Goeldi forse già nella serata di oggi. In maniera molto poco diplomatica lo stesso Berlusconi, venerdì sera, ai giovani dei Club delle libertà aveva annunciato che Goeldi «potrebbe forse essere consegnato al nostro Paese». Se Berlusconi dovesse riuscire nell'impresa acquisirebbe un importante credito nei confronti del Governo elvetico che nonostante gli sforzi del ministro dell'Economia Giulio Tremonti, tarda a concedere all'Italia il trattamento dato alla Francia per inserire nel nuovo accordo contro la doppia imposizione gli standard Ocse sugli scambi di informazione tra amministrazioni fiscali per la lotta all'evasione.

La notizia del viaggio lampo di Berlusconi a Tripoli ha suscitato reazioni critiche delle opposizioni, dai radicali al Pd all'Italia dei valori mentre l'Associazione degli italiani residenti in Libia (Airl) con la presidente Giovanna Ortu rileva che mentre Berlusconi si è subito reso disponibile a volare a Tripoli per prendere in consegna il cittadino svizzero i rimpatriati sono sempre più offesi all'atteggiamento del Governo che «non ha ancora firmato il decreto attuativo che consente la liquidazione del modestissimo indennizzo per i beni confiscati previsto dalla legge di ratifica del Trattato italo-libico».


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Berlusconi a Tripoli dopo Sofia

La Stampa

13 giugno 2010

Francesca Paci

Se oggi pomeriggio il premier Silvio Berlusconi atterrerà davvero a Tripoli - perché come avvertono fonti di Palazzo Chigi «con la Libia fino all'ultimo non si sa mai» - sarà questione di routine, una delle numerose consultazioni da tempo in corso tra i due governi. Almeno ufficialmente.
Mentre infatti il programma protocollato della visita prevede che i due capi di Stato discutano della preparazione del G8, del G20 e soprattutto del 30 agosto prossimo, ex giornata dell'odio contro gli italiani trasformata in ricorrenza dell'amicizia, voci di corridoio suggeriscono che la sortita di Berlusconi abbia motivazioni diplomatiche assai più circostanziate. Certo, c'è la storia dei tre pescherecci battenti bandiera tricolore intercettati e fermati dai libici, ma si tratta di normale amministrazione. Nulla a che vedere comunque con il destino dell'imprenditore svizzero Max Goeldi sul cui rilascio, atteso per questa sera, il primo ministro italiano potrebbe avere un'influenza determinante.
Il condizionale a questo punto è d'obbligo. Di certo c'è solo la presenza a Tripoli di Micheline Calmy Rey e Miguel Angel Morations, rispettivamente ministro degli esteri elvetico e spagnolo, con la missione di risolvere la vicenda che contrappone Berna a Muammar Gheddafi dal 2008, quando Hannibal Gheddafi, uno dei figli del colonnello, fu arrestato a Ginevra con l'accusa d'aver maltrattato due domestici. In cambio dovrebbe essere rilasciato Max Goeldi, l'uomo d'affari svizzero condannato l'11 febbraio scorso a quattro mesi di detenzione per violazione della legge sull'immigrazione.
E Berlusconi? Come s'incastra la deviazione dal viaggio di ritorno da Sofia nel complicato puzzle geopolitico euro-mediterraneo? Non è un mistero che da quelle parti la sua parola sia piuttosto ascoltata: perché non spenderla in un caso delicato come questo? Da mesi Spagna e Germania mediano per raggiungere un accordo. Ma mentre la Libia continua a subordinare il rilascio di Goeldi all'istituzione di un tribunale che si pronunci sulla legalità del procedimento contro Hannibal, nessuno ha dimenticato il summit della Lega araba a Sirte, quando il premier italiano giocò un ruolo decisivo nello sblocco della crisi dei visti tra Tripoli e l'Unione Europea. Nonostante il lavoro delle diplomazie di Berlino e Madrid restava in piedi la barriera con la Svizzera e oggi, in prossimità dell'epilogo, è meglio assestare una vigorosa spallata in più.
Storia o leggenda, a credere all'intercessione provvidenziale di Berlusconi è l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, che ieri ha tuonato contro la disponibilità del nostro premier «a prendere in consegna il cittadino svizzero in cambio di chissà quali contropartite del governo elvetico». La presidente Giovanna Ortu non usa mezzi termini: «E' una vicenda che trascende le nostre povere cose e sarà certamente occasione d'un nuovo scambio di effusioni tra Berlusconi e Gheddafi in vista della visita del leader libico in Italia il 30 agosto».


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The Gaddafi-Berlusconi connection

 

The Guardian

4 September 2009

John Hooper

 

Before the hullabaloo over the celebrations in Libya passes away, it is worth making a small but intriguing point.

As noted earlier this week, one of the few western leaders to turn up was Silvio Berlusconi (though his government stressed it was to celebrate, not Colonel Gaddafi 's seizure of power, God forbid!, but the first anniversary of a co-operation treaty with Libya ). The conventional explanation of Berlusconi's chumminess with Gaddafi (you may recall he had the colonel over for a high-profile visit in June ) is that he has no alternative.

The media tycoon returned to office last year mainly because of a promise to crack down on crime and clandestine immigration. And if clandestine migrants from Libya continue to land on Italy 's southern shorelines and islands, he will be accused of failing to deliver. In May, for the first time, Tripoli agreed to take back migrants intercepted by the Italians in international waters (controversially, because they do not have a chance to apply for asylum). Libya's agreement was a direct outcome of the co-operation treaty mentioned earlier and signed in August 2008 after a diplomatic operation handled personally by Berlusconi, and from which Italy's professional envoys were almost wholly excluded. Among other things, the treaty promised the Libyans extensive investment, partly in reparation for Italy's colonial wrongdoings.

But the two leaders are connected by something other than political expediency. Their families have a common (and highly debatable) business interest.

In June, the small Italian news agency Radiocor reported that a Libyan company, Lafitrade, had taken a 10% stake in Quinta Communications , a cinema production company founded by a Tunisian-born but French-based entrepreneur, Tarak Ben Ammar. Lafitrade is controlled by the Gaddafi's family's investment vehicle, Lafico.

So far, so uncontroversial. Except that a) one of the other firms invested in Quinta Communications, with a stake of around 22%, is a Luxembourg-registered investment company owned by the Berlusconi family investment vehicle, Fininvest; and b) Quinta Communications and Mediaset , the Berlusconi-founded TV empire, each own a one-quarter stake in a new satellite TV channel for the Maghreb, Nessma TV.

This would seem to constitute a pretty staggering conflict of interest for Berlusconi, to add to the many he already has in Italy. But even leaving that aside, one of Nessma's target markets is Libya. And by letting the colonel's minions into Quinta, Berlusconi and Ben Ammar have handed a share in the ownership of the station to the Libyan regime. It will be interesting to see the extent to which Nessma's journalists will feel free to criticise Gaddafi's running of the country.

Ben Ammar, a businessman pure and simple, can do what he likes. But Berlusconi is in a rather different position as prime minister of a democratic nation.

What is as striking as anything about all this is the role played – or rather, not played – by the Italian media. In all the thousands of words I have read and heard since June about the dealings between the Berlusconi and Gaddafi governments, I had not read even one that called attention to this new link between the two leaders. My attention was drawn to it by a reader. Libya's entry into Quinta, which I suspect would have been front-page news in any other European country, was reported briefly by a couple of dailies, but in their financial section. Neither piece made any allusion to the link to Nessma.

When Berlusconi visited Tunisia last month, some of the reporters who accompanied him chronicled his visit to a local satellite TV station and described how he had chatted in his usual, apparently relaxed, fashion to journalists in the newsroom. The station was Nessma. Only the Italian news agency Ansa, as far as I can make out, was indelicate enough to mention that the Berlusconi family's TV empire was one of the owners. And that was in the last paragraph of its correspondent's dispatch.


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Berlusconi bacia la mano a Gheddafi (video)

Repubblica.it

28 marzo 2010

http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-bacia-la-mano-di-gheddafi/44664?video

 


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Libia-Europa, risolta la crisi dei visti. «Grazie all'Italia»

 

Corriere della Sera

28 marzo 2010

Maurizio Caprara

La Libia si è impegnata a riprendere il rilascio di visti ai cittadini dei Paesi dell'Unione europea aderenti alla cosiddetta «area Schengen». A causa di un contenzioso con la Svizzera , seppure con alcune eccezioni questi permessi di ingresso sul territorio della Giamahiria sono stati negati o sospesi dal 14 febbraio scorso. La novità sulla fine blocco è emersa ieri dopo che il regime del Colonnello Muammar Gheddafi, il cui figlio Hannibal venne arrestato per due giorni a Ginevra nel 2008 con l'accusa di aver picchiato due persone di servizio, ha apprezzato un comunicato della presidenza di turno spagnola dell'Ue preparato da José Luis Zapatero anche in seguito a una consultazione al telefono con Silvio Berlusconi.

Il presidente del Consiglio italiano, ieri unico capo di governo occidentale presente al 22° vertice della Lega araba a Sirte, in Libia, aveva premuto affinché l'Unione diffondesse quel comunicato che sancisce una svolta: dal «sistema informativo di Schengen sono stati cancellati» i nomi di 188 libici, Colonnello compreso, inseriti nel novembre 2009 dalla Svizzera tra i visitatori indesiderati. Diceva ieri sera al Corriere, di ritorno da Sirte, l'ambasciatore libico a Roma Abdulhafed Gaddur: «Grazie a Berlusconi. Ce l'ha messa tutta nell'Ue per riconciliare. Con la Svizzera rimane tutto come prima: deve accettare un arbitrato internazionale sulla detenzione di Hannibal Gheddafi e le sue foto agli arresti date alla stampa». In sostanza la nota spagnola, e il suo «rammarico» per «i disagi causati a cittadini libici» dalla lista nera, avrebbe l'effetto di far esonerare dal blocco dei visti di Tripoli i cittadini di circa 20 Stati tranne gli svizzeri. A Sirte, ai margini dell'incontro della Lega araba, Berlusconi ha letto alcuni suoi appunti con proposte di soluzione al premier libico Baghdadi Ali al Mahmudi e al ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos. Poi la telefonata con Zapatero.

A proposito di visti, la Libia ha chiesto a Berlusconi un permesso: a pubblicare una sua foto di quando firmava con Gheddafi il trattato di amicizia, nel 2008, nella storia a immagini del Paese che comparirà in filigrana sulle pagine dei nuovi passaporti. Parentesi di conversazioni appartate in una giorno particolare. Tra l'Amministrazione di Barack Obama, contraria a 1.600 nuove abitazioni israeliane a Gerusalemme Est, e il governo d'Israele guidato da Benjamin Netanyahu, Berlusconi ha scelto di difendere la prima. Accolto a braccia aperte dal Colonnello, salutato da inni e balli berberi, davanti alla Lega araba ha definito «controproducenti» le decisioni sugli insediamenti. «Credo nell'impegno del presidente Obama», ha detto Berlusconi dalla tribuna, augurandosi una pace che includa il «Golan alla Siria» (aveva parlato con Basahar el Assad) ed elogiando la moderazione del palestinese Abu Mazen. Il quale, ieri, accusava Israele: «Non ci saranno negoziati indiretti senza la fine dell'occupazione».


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La Libia respinge i cittadini europei

Il Secolo XIX

15 febbraio 2010

Giuseppe Giannotti

Domenica mattina avevano reso nota la decisione di annullare con effetto immediato i visti di tutti i turisti provenienti dall'area Schengen. E già la sera le autorità libiche hanno messo in atto il provvedimento, respingendo i cittadini europei. All'aeroporto internazionale di Tripoli è scoppiato il caos. Anche perché sono stati colpiti dal provvedimento cittadini già in possesso di un regolare visto, concesso nei giorni scorsi. A farne le spese anche diversi italiani. Un primo gruppo, del quale facevano parte tre italiani e nove portoghesi, è stato bloccato all'aeroporto dalle autorità libiche, sottoposto a severi controlli durati ore, poi rimpatriato con lo stesso aereo con il quale era arrivato. I nove portoghesi respinti, fra l'altro, erano stati invitati dello stesso governo libico per partecipare alla fiera libico-portoghese. Ad assistere gli italiani bloccati, il console generale Francesca Tardioli che ha passato la notte in aeroporto. I respingimenti sono proseguiti per tutta la giornata, man mano che arrivavano i voli dall'Europa. Altri tre italiani, arrivati con un volo dell'Air Malta, sono stati rimandati indietro. I cittadini fatti entrare in Libia sono per lo più di dipendenti a contratto di società petrolifere che operano in Libia.
Oltre agli italiani hanno avuto problemi anche cittadini portoghesi, austriaci, francesi, greci e maltesi. Il provvedimento non riguarda i cittadini britannici, dato che la Gran Bretagna non aderisce al patto di Schengen. Da Bruxelles arriva la prima reazione per voce del commissario europeo agli Affari Interni, la svedese Cecilia Malmstroem. «La Commissione Europea - si legge nella nota diffusa a Bruxelles - deplora la decisione unilaterale e sproporzionata delle autorità libiche di sospendere la concessione di visti a cittadini di paesi Ue dell'area Schengen. La Commissione si rammarica inoltre che a viaggiatori che avevano ottenuto visti legalmente prima della misura di sospensione è stato rifiutato l'ingresso una volta giunti in Libia».
L'Italia, da parte sua, ha fatto sapere di voler «verificare la correttezza della decisione della Svizzera». «Priorità del governo italiano e di tutti i paesi colpiti dal provvedimento - ha evidenziato il ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi - è tutelare i cittadini, gli imprenditori e le libertà di interscambio» dell'area Schengen. Mentre il ministro degli esteri Frattini ha affermato che «la decisione svizzera» di inserire Gheddafi nella cosiddetta lista nera di Schengen «per risolvere una questione bilaterale, di fatto prende in ostaggio tutti i Paesi» dell'area Schengen. La Farnesina ha poi diramato un comunicato nel quale sconsiglia tutti i viaggi verso la Libia «fino a quando il problema non sarà risolto».
La Svizzera non ha commentato lo stop della Libia ai visti. Una decisione assunta da Tripoli dopo che la Svizzera aveva emanato un decreto per evitare l'ingresso nel territorio elvetico a 188 libici, tra cui il leader Gheddafi e membri della sua famiglia.«Il governo svizzero - si è limitato ad affermare il portavoce del Ministero degli Esteri elvetico, Lars Knuchel - ha deciso alla fine dell'estate 2009 una politica dei visti restrittiva nei confronti della Libia. E tale politica è ancora applicata».

“Una ferita che si riapre ogni volta”

“Ogni volta che sentiamo queste cose, per noi è come se si riaprisse una ferita”. Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), commenta così la decisione di Tripoli di sospendere i visti turistici ai cittadini dell'area Schengen. La Ortu sottolinea con rammarico “quanti sforzi l'Italia abbia fatto per prostrarsi al colonnello” e come quest'ultimo “ne inventi sempre una nuova”. La presidente dell'Airl chiede più “fermezza” alle autorità italiane. “Non si può far ragionare uno psicopatico ma si può cercare una costante che salvi almeno la dignità”.

 


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Il racconto degli italiani cacciati: "Ma perché vi stupite? Quello è capace di tutto"

 

La Stampa

16 febbraio 2010

Francesco Grignetti

p. 2


Dalla bolgia dell'aeroporto di Tripoli, dove le autorità libiche hanno bloccato tutti i passeggeri provenienti dall'area Schengen, filtra un solo aggettivo: «Estenuante». Il console generale d'Italia, la signora Francesca Tardioli, riferisce di «difficoltà trovate da diversi passeggeri europei». Sono stati almeno sessanta gli italiani rimasti impigliati nelle maglie del capriccioso dispositivo dei libici: 10 alla fine li hanno respinti, 52 sono passati. Il personale diplomatico, però, e la stessa Tardioli, hanno assistito per tutta la notte a scene di confusione e di dubbio. Sia a quelli ammessi, sia ai respinti non è stata fornita alcuna spiegazione.
A sentire di quel caos a Tripoli, ci sono però alcuni italiani che hanno sorriso. Amaramente. «Quell'uomo ci ha abituati ad aspettarci davvero di tutto», scrolla le spalle la signora Giovanna Ortu, che è la presidente dell'associazione italiani rimpatriati dalla Libia e che con Gheddafi gioca una partita di nervi da quasi quarant'anni. La signora Ortu aveva trent'anni, nel 1970, quando il Colonnello decise d'improvviso di cacciare tutti gli italiani residenti in Libia. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti correnti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo portassimo al sicuro».
Ci furono altre perquisizioni anche prima di riuscire a salire sull'aereo che li avrebbe portati in Italia: sani e salvi, ma poverissimi. E però la signora Ortu, pensando a quei manager o ai semplici turisti bloccati in aeroporto per un capriccio del leader con il turbante, ricorda ancora l'ansia per salirci, su quel benedetto aereo. «Non riuscivamo a ottenere il nullaosta per la partenza e ci sentivamo ostaggi a casa nostra. All'epoca eravamo dei piccoli proprietari terreni; il decreto di requisizione ci portava via tutto, non avevamo più nulla, eppure non ci lasciavano partire. Finché non capimmo che mancava all'appello un vecchissimo furgoncino, un ferrovecchio che noi nemmeno consideravamo più, e invece, siccome risultava dall'elenco delle proprietà, loro pensavano che lo tenessimo nascosto. Per fortuna, in un modo o nell'altro riuscimmo a portarlo e ci lasciarono liberi».
La rivista «Italiani d'Africa», il bollettino dell'associazione, sta per ripubblicare un articolo di Igor Man. La professoressa Ortu lo rilegge con trepidazione. «Erano - scriveva il Vecchio cronista - giornate convulse; gli italiani importanti e gli italiani umili salivano e scendevano pressoché ogni mattina le scale della nostra ambasciata, ma il povero ambasciatore Borromeo non aveva risposte soddisfacenti da dare ai mille angosciosi interrogativi che poi si riducevano a una domanda sola: che fine faremo?».
La professore Ortu, a sentirlo, si commuove: «Andò proprio così. Bravissimo Igor Man a raccontare la nostra angoscia».


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Roma,“Il Quadrifoglio” ha organizzato il convegno “Italia-Libia: pari diritti, pari opportunità”

IRIS Press

26 novembre 2009

bar.co.

“Si è appena concluso il Convegno 'Italia–Libia: pari diritti, pari dignità', organizzato dall'Associazione Quadrifoglio, con la collaborazione dell'A.I.R.L. (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia)". Così dichiara in una nota il responsabile del progetto, Giovanni Picone.
“E' stato un momento di incontro e confronto con la Comunità italo-libica che, anche attraverso la testimonianza diretta della dott. Giovanna Ortu (Presidente AIRL), è stata divulgata la storia dei nostri connazionali esuli libici”.
“Questo convegno – prosegue la nota del Quadrifoglio - è stato organizzato per rispondere all'impegno assunto dalla Giunta Comunale che si fatta promotrice, affinchè la ratifica del Trattato di Amicizia e Cooperazione stipulato tra il Presidente Berlusconi e il leader libico Gheddafi,  possa segnare finalmente la fine di tutti i contenziosi in essere tra i due Paesi, riconoscendo i diritti degli italiani rimpatriati dalla Libia".
All'incontro hanno partecipato importanti esponenti politici, come l'On. Fabrizio Santori primo firmatario della mozione approvata dal Consiglio Comunale lo scorso 2 febbraio sui diritti degli italiani rimpatriati dalla Libia e sulle iniziative storico-culturali volte a diffondere i valori della libertà e dell'identità nazionale, l'On. Rocco Buttiglione, Presidente nazionale UDC, il sottosegretario all'Economia e alle Finanze, Alberto Giorgetti, nonché l'On. Marco Marsilio che da sempre si è posto come primo interlocutore per difendere gli interessi soprattutto morali dei nostri connazionali.
Il Progetto 'Italia–Libia', non si fermerà a questa conferenza inaugurale ma proseguirà negli istituti scolastici del territorio del Comune di Roma, al fine di creare adeguate sinergie a livello didattico.
"Verranno organizzate – conclude il Quadrifoglio -  delle conferenze per diffondere, anche attraverso la visione di una mostra fotografica, la storia della Comunità Italo Libica alle nuove generazioni, storia che per troppo tempo è rimasta in secondo piano”.


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Tutti zitti sulle "lezioni" di Gheddafi

 

Corriere della Sera

18 novembre 2009

Pierluigi Battista

p.1

 

Un paio di domande su donne e potere. La prima: perché una ragazza non avvenente o di statura inferiore al metro e 70 deve essere esclusa, e solo a causa di queste presunte «manchevolezze» fisiche, dagli insegnamenti religiosi impartiti dal colonnello Gheddafi nel suo tour romano? La seconda: si ha per caso notizia di qualche petizione, di qualche protesta, di qualche indignata considerazione che voglia stigmatizzare questa palese offesa alla dignità delle donne, ragazze come gingilli da esibire al cospetto del satrapo in visita ufficiale?

Le prescrizioni di Gheddafi sono state molto precise . I suoi collaboratori dovevano contattare circa duecento ragazze attraverso un sito specializzato per il reperimento di hostess da retribuire con una sessantina di euro (tra l'altro: non esiste un sindacato delle hostess?). Il canone fissato prevedeva che le ragazze fossero di bell'aspetto, possibilmente bionde. Che dal metro e sessantanove centimetri in giù di statura sarebbe scattato implacabile l'ostracismo. Che fossero vestite di nero, vietate minigonne e scollature, il tacco di almeno sette centimetri, e la taglia, inderogabilmente, 42. Solo a queste condizioni le ragazze sarebbero state meritevoli delle lezioni di Gheddafi sul Corano e sensibili alle istruzioni del Libretto Verde, distribuito come cadeaux dopo un paio di notti di infervorate diatribe religiose innaffiate, raccontano le cronache, da dosi massicce di cappuccino.

Dicono inoltre le cronache che una ragazza è stata allontanata , perché giudicata troppo bassa e un'altra esortata a lasciare la compagnia (sarebbe meglio dire l'improvvisato simulacro di un harem?) perché non del tutto compatibile con i canoni ideali della bellezza secondo il colonnello Gheddafi: in altre parole, perché bruttina. Ma c'è qualcosa di più feroce di un'esclusione dovuta esclusivamente per cause, per così dire, fisiche? Mica quelle ragazze erano state selezionate per un concorso di bellezza, o per il casting di una trasmissione televisiva, o per allietare un evento mondano. No, erano state scelte per ascol­tare la parola di Gheddafi sull'Islam, sul crocifisso, sulle profezie, sulla virtù, sulla conversione. E allora che c'entrano la taglia 42 e il tacco di almeno sette centimetri? Ma se non c'entrano, come mai si è improvvisamente inaridito il fiume di discorsi e petizioni che in questi mesi si è imposto sulla degradazione del corpo delle donne, sulle ragazze ridotte e umiliate a strumento per allietare le serate dei sultani, all'imposizione di un canone convenzionale di bellezza che mortifica l'intelligenza delle donne, che trasforma le ragazze in oche e veline sottomesse ai capricci dei potenti? E invece adesso c'è il silenzio. Il silenzio assoluto.

L'imbarazzo ufficiale per le stravaganze di un sultano con cui è obbligatorio (e conveniente) conservare eccellenti rapporti bilaterali. L'imbarazzo civile di chi centellina con un po' di cinismo (o di malafede?) la propria indignazione, azionandola solo in qualche occasione, imbavagliandola quando il bersaglio non è il solito Nemico di cui è persino superfluo fare il nome. Una festa dell'ipocrisia in cui a farne le spese sono un gruppo di ragazze ammassate su un torpedone. Taglia 42, tacco di sette centimetri, abitino nero per regalare al colonnello la soddisfazione di una bella lezione di religione.


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Libri. L'Italia e l'ascesa di Gheddafi

 

Il Foglio

23 ottobre 2009

Cinque anni cruciali di relazioni tra l'Italia e la Libia: dall'arrivo al potere di Gheddafi, che in soli undici mesi, avrebbe portato alla brutale espulsione di ventimila italiani, costretti ad abbandonare senza alcun risarcimento un patrimonio valutato intorno ai duecento miliardi di lire dell'epoca; fino a quello storico accordo di cooperazione tra Italia e Libia del 1974 che rese di nuovo i due paesi partner privilegiati, facendo anzi dell'Italia una delicatissima e fondamentale “cerniera”. Da quell'accordo nacque una nuova storia di relazioni che - pur tra alti e bassi, soprattutto legati all'erratica personalità del raìs libico – portò fino al trattato d'amicizia del 2008.

La prefazione è di Angelo Del Boca: massimo storico del colonialismo italiano, e anche suo massimo fustigatore da posizioni di sinistra anticolonialista, anche se sempre rispettoso dell'equanimità storica.

La presentazione del volume ieri a Roma, è stata però organizzata in collaborazione con l'Associazione Italiana Rimpatriati dalla Libia, che a lungo ha esposto valutazioni opposte a quelle di Del Boca. E Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, è stata tra gli oratori. Un fatto che segnala un progressivo avvicinamento delle posizioni. Ma ci voleva anche un libro come quello di Varvelli per “rappresentare questo nuovo spirito”. Ricercatore presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) di Milano, Varvelli ha infatti compiuto una ricerca certosina tra archivi e documenti diplomatici non al servizio di tesi dì parte ma della verità storica. E di sorprese e rivelazioni ne ha fatte emergere in quantità.

Una su tutte: c'è la possibilità che a provocare la cacciata degli italiani dalla Libia sia stata in realtà la pasticciata visita di tre deputati di sinistra italiani, venuti “a nome del Parlamento” e all'insaputa dell'ambasciata a presenziare, unici occidentali, alle manifestazioni per il ritiro statunitense dalla base di Wheelus nel 1970. Insospettendo però il terzomondista ma anche anticomunista Gheddafi al punto da fargli “intravedere una manovra” obliqua del nostro paese. Insomma, non una vendetta per il fascismo, ma una prevenzione del comunismo. La complementarietà tra le due economie era assoluta. Per questo l'Italia non poté procedere a rappresaglie. Per questo la Libia colpì i coloni che avevano in mano gran parte della piccola impresa, ma senza toccare i grandi interessi, a partire dall'Eni. E la diplomazia italiana a lungo si illuse, non capendo che la distruzione del ceto medio straniero era per Gheddafi un obiettivo irrinunciabile e sperò nella mediazione di Nasser.


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Noi fiorentini, dall'altra parte della Libia

 

Corriere Fiorentino

16 ottobre 2009

Edoardo Semmola

p. 12

 

«Un giorno si inventarono la tassa sul balcone, quello dopo una tassa sulla porta d'ingresso, se sporgeva sulla strada, un altro pure la tassa sul cane... Ore e ore di fila agli sportelli solo per ‘‘documentare'' di non aver mai avuto cani in famiglia... Dovevamo capire che aria stava tirando, ogni giorno la radio annunciava nuove vessazioni a cui noi italiani dovevamo sottostare».

Francesco Chirchirillo oggi ha 60 anni, vive a Firenze, e ieri pomeriggio è andato all'inaugurazione della mostra L'occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo. 1911-1943 a Palazzo Medici Riccardi. È nato a Tripoli, suo padre era nato a Bengasi e «parlava l'arabo come prima lingua, prima ancora dell'italiano», e il nonno siciliano trasportava merci tra la Tunisia e la Libia già dal 1898. «Insomma, non si può dire che fossimo ‘‘integrati'', come si dice oggi, perché la comunità italiana è sempre stata separata dai libici, ma quasi». Francesco Chirchirillo faceva il geometra per una compagnia petrolifera americana e lavorava nel deserto. Con il primo stipendio, a pochissimi mesi dalla cacciata, «mi comprai la Cinquecento ». Ma non ebbe grandi occasioni per guidarla: aveva solo 20 anni quando con decreto del colonnello Ghed­dafi improvvisamente divenne un cittadino «indesiderato». Ne doveva compiere 21 quando fu cacciato, come tutti gli italiani, una mattina presto, svegliato di soprassalto. «Mi misero su una nave alle 2 del pomeriggio, all'imbarco ci sequestrarono alcune casse e a mio padre tolsero l'orologio direttamente dal polso dopo avergli portato via tutto». Eppure, Francesco Chirchirillo, come tanti italiani che hanno vissuto quella dolorosa esperienza, la Libia ce l'ha nel cuore. Quando ne parla, quando ricorda, non può fare a meno di commuoversi. «Mi scusi un attimo, fa male, fa ancora male, a quarant'anni di distanza, certe ferite non si rimarginano». Ce l'ha nel cuore, nella memoria: «Ho nostalgia dei miei 20 anni, della terra che ho lasciato ma non di quella che potrei trovarci oggi». Ma quando la commozione cede il passo, torna su prepotentemente la rabbia: «Vorrei tornarci, un giorno, anche solo per poter venire via ancora una volta e dire di averlo fatto di mia spontanea volontà perché quella non è più la mia terra, e non perché mi hanno buttato fuori».

GLI «INDESIDERATI» - Di quegli italiani che nel 1970 si svegliarono «indesiderati» (questo il termine del decreto di Gheddafi con cui si definivano gli italiani a partire dal 1969), a Firenze vivono cinque famiglie. Per qualcuno di loro, ieri sera a Palazzo Medici Riccardi, più che un amarcord è stata una «brutta sorpresa», qualcosa contro cui «protestare». Mauro Annese , 72 anni, è nato in Libia e si è sposato con una fiorentina. Per questo oggi vive a Firenze. Di fronte alle fotografie in mostra è visibilmente irritato: «Questa è una mostra di sinistra e parla solo delle efferatezze degli italiani, non è imparziale, disconosce tutta una parte di storia, quella della generazione di mio padre che a partire dagli anni Trenta ha contribuito a costruire quel paese dal nulla. Avrei voluto manifestare insieme ad altri tripolini fiorentini davanti al palazzo e spiegare bene come stanno le cose». Non ha fatto alcuna protesta, in compenso però è entrato a Palazzo Medici Riccardi armato di tutto punto di cartoline che mostrano una Tripoli bellissima, «quella che abbiamo costruito noi italiani, perché si capisca che non ci sono state solo le torture e le violenze durante il fascismo, ma c'è stato anche altro, dopo, quando fino all'avvento di Gheddafi la vita era bella e tra noi, i libici e gli ebrei c'era grande simpatia, si lavorava tutti insieme senza pregiudizi, con grande rispetto reciproco e nessun astio, e per 30 anni non abbiamo mai avuto problemi». Guardano le foto, sfogliano i libri e i documenti che si sono portati dietro, come pezzi di memoria. E tutti, come anche Vittorio Lattanzi e Claudio Tascone , anche loro fiorentini reduci della «cacciata» del '70, sono concordi su una cosa: «Non ci vorremmo più tornare neanche se Gheddafi volesse, perché ce l'ha distrutta la nostra Tripoli, l'ha riempita di grattaceli e orribili palazzoni, non la riconosceremmo più, soprattutto il lungomare... quel bellissimo, quasi da Costa Azzurra, lungomare con le palme». «Gheddafi aveva la necessità di implementare le funzioni portuali e la bellezza del lungomare è stata una delle prime ‘‘vittime'' della sua ascesa al potere» racconta Tascone. «Qualcuno è tornato, più che altro per turismo — continua Annese — Ma io no. I miei sono ricordi molto felici, con mia moglie abbiamo vissuto lì per 7 anni...» e, aggiunge Lattanzi, «anche se mi dessero la possibilità di tornare non ci andrei: Tripoli è stata distrutta dal cemento, vedere delle dune al posto degli ulivi piantati da mio padre, portati direttamente dalla Toscana nel 1926, e frutto di 44 anni di lavoro... No, preferisco i bei ricordi invece che trovarmi davanti agli occhi uno sfacelo».

IL GIORNO DELLA «CACCIATA» - Anche lui ricorda il giorno della «cacciata»: «Fortunatamente noi fummo rimpatriati in aereo e non in nave, ma fu ugualmente umiliante per le perquisizioni, specialmente quella di mia madre a cui delle soldatesse (prese in prestito dall'Egitto perché in Libia non ce n'erano) rubarono molti gioielli». Suo padre faceva l'olio. «Era un gran olio! Eravamo milanesi di famiglia ma mio padre mi mandò a studiare agraria a Firenze perché qui la facoltà era specializzata nel campo degli ulivi. D'accordo, furono fatte brutte cose durante l'occupazione ma la mia generazione ha lavorato e prodotto ricchezza per la Libia e i libici, Gheddafi non può fare di tutti gli italiani un fascio: il nostro olio era consumato dai libici stessi, e abbiamo anche portato macchinari all'ora di avanguardia dalla Veraci di Firenze». Sono tornati in Italia senza niente, espropriati di tutto. E se c'è chi, come Mauro Annese, sospira e pensa, «se mio padre avesse venduto tutto quando le cose cominciarono a peggiorare, oggi sarei miliardario!», c'è anche chi ha messo da parte il rancore. Uno è l'ottantunenne Claudio Tascone che si definisce «più che italiano, sono un uomo di mondo, e infatti il mondo l'ho girato tutto». Lui è più propenso a chiudere i conti con il passato. Anche se suo nonno «ha realizzato dal niente una grande azienda agricola, un impianto di irrigazione, perfino una chiesa in collina», Tascone vuole lasciarsi alle spalle le polemiche, il colonnello Gheddafi, l'esplusione, e sorriderci sopra: «La Libia ci ha cacciato ma l'Italia non ci ha accolto, non c'era neanche un cane all'aeroporto, sono tornato con una mano davanti e una di dietro (e 20 dollari scampati alla perquisizione perché nascosti molto bene!) mentre prima dirigevo una grande trading company libico-svizzera, ma oggi i miei sentimenti sono in aggiornamento: è giusto ormai fare un accordo con quel gran furbacchione di Gheddafi, sarebbe assurdo continuare per altri cento anni un contenzioso inutile. Meglio chiudere alla svelta i conti in sospeso con un individuo come questo, con fermezza ma senza manifestazioni emotive». Neanche lui tornerà in Libia. «La conosco palmo a palmo, ci tornerei solo come cane sciolto, senza rivolgermi a un'agenzia di viaggi... Verso il popolo libico ho un sentimento di amicizia, mi rammarico solo di non poter abbracciare di nuovo alcuni miei ex dipendenti. Nessun rancore, sono un uomo di mondo».


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Le imprese aspettano 626 milioni da Gheddafi

 

Corriere Economia

28 settembre 2009

Cecilia Zecchinelli

p.2

 

Passate le celebrazioni per la ritrovata amicizia italo-libica, archiviate ormai le polemiche sulla visita di Silvio Berlusconi a Tripoli, restano altre questioni aperte tra i due Paesi. L'immigrazione, certo. L'ingresso del colonnello nel Milan, forse (ma questa è faccenda privata del premier). E l'ormai trentennale pasticcio dei crediti delle aziende italiane. Un pacchetto di oltre 600 milioni che la Jamahiriya dovrebbe versare dopo aver sospeso i pagamenti, come ritorsione, in seguito al primo embargo occidentale nel 1986.

Il contenzioso, che tutti si dicono pronti a risolvere, non è però di facile soluzione. Un'intesa è stata si decisa nell'ormai celebre Trattato d'amicizia italo-libico del 2008 (articolo 13), ma solo in linea di principio. Sulla somma da versare, e soprattutto su chi debba assumersi l'onere (e il rischio) di decidere chi deve prendere quanto, l'intera operazione si è are nata.

«La Libia ha deciso non solo di pagare 450 milioni anziché i 626 dovuti in solo conto capitale, ma di versarli al governo italiano e non alle imprese», spiega Pierluigi d'Agata, direttore generale di Assafrica, l'associazione di Confindustria per l'Africa e il Medio Oriente.

E il governo italiano non intende (per ora?) incassa­re quel denaro e ridistribuirlo, vista l'alto rischio di contestazioni da parte dei creditori. I 450 milioni sono stati poi ancora «scontati" da Tripoli, che sostiene di averne già versati 200 a varie imprese e quindi di avere ormai un debito che ammonterebbe a soli 250 milioni.

«Qualcuno è stato pagato, è vero, come Alitalia o Impregilo; altri hanno recuperato qualcosa tramite Sace - conferma Giorgio Vinai, amministratore de­legato della Conicos, in Libia da oltre 30 anni e ora impegnata nella costruzione dell'aeroporto di Ghat, tra i maggiori creditori -. E delle 115 imprese, rimaste c'è chi ha chiuso, chi non ha documentazione dei crediti. Ma che la Libia debba pagare è fuori dubbio. Altrettanto certo è che l'Italia deve risolvere questo pasticcio: dopo il successo del Trattato d'amicizia è inconcepibile lasciare il nostro problema in sospeso».

A complicare ulteriormente le cose, il fronte creditori è diviso in tre gruppi: Assafrica, Ance (con gli importi maggiori) e Airil. Oltre a Finmeccanica. Gruppi che si parlano, certo, ma con idee diverse su come uscire dal pantano e diversi gradi di bellicosità. Come diversa è la posizione tra chi in Libia vuole restare e chi se ne è andato. O tra chi deve avere somme ingenti e chi ne aspetta di minime, più pronto a battaglie di principio. Magari (si dice) anche ad incatenarsi davanti a Palazzo Chigi.

«Il problema - confermano fonti del governo italiano - resta aperto e complicato: oggi non c'è nessun accordo nè sulle cifre nè sui metodi, anzi è tutto bloccato. E l'Italia si trova in una posizione molto scomoda». Perché la proposta dei creditori, già oggetto di proposte di legge non'ancora approvate, è che «Roma prenda quanto offre la Libia per ragion di Stato», facendosi magari carico di pagare la differenza alle imprese. Cosa che porterebbe a molti probabili contenziosi.

Ma posizione scomoda anche perché i libici non sono contenti di vedersi rinfacciare che non hanno pagato. Proprio ora che il clima è tornato sereno tra i due Paesi.

«Ci sarebbe ancora quel problema dei crediti delle aziende da risolvere ... », ha ricordato Berlusconi a Gheddafi nell'ultimo tete-à-tète il 30 agosto, tra un passaggio delle Frecce Tricolori e una considerazione sul Medio Oriente. Ma il discorso, a quanto è dato sapere, è finito lì.


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La lettera del giorno: Italia e Libia di Gheddafi una pietra sul passato

 

Corriere della Sera

3 Settembre 2009
p.41

 

La storia dell'Italia in Libia coincide con quella di tante nostre famiglie lì rimaste fino alla brutale espulsione da parte di Gheddafi. Non so se da quel momento ci hanno addolorato di più i mille sgarbi libici dei quali siamo stati oggetto, oppure l'indifferenza del Governo italiano, tutto proteso a cercare ogni possibile ossequio per ingraziarsi il dittatore e per vantare la lungimiranza (o non piuttosto l'acquiescenza) della sua politica estera. E arriviamo oggi alle incredibili affermazioni, riportate dal Corriere del 28 agosto, del senatore Lamberto Dini, ex ministro degli Esteri e attuale presidente della Commissione Esteri del Senato. Il suo invito a «mettere una pietra sopra» al nostro dolore e ai nostri diritti, solo perché vecchi di quarant'anni, per lasciare posto a risarcimenti miliardari per storia di cent'anni fa, al cane a sei zampe, ai cammelli vari e alle nostre adorate Frecce Tricolori, ci ha ferito e indignato molto più dell'espulsione e della confisca. Vorremmo far sapere, tramite il Corriere, al senatore Dini che le pietre possono anche andare bene purché siano d'oro e possano essere facilmente suddivise in preziose pepite fra i tanti rimpatriati che ne hanno diritto.

Raffaele Iannotti - AIRL Terni

 

Risponde Sergio Romano:

 

Caro Iannotti,

Ricordo brevemente per i lettori che Lamberto Dini è stato uno dei maggiori artefici degli accordi italo- libici. Berlusconi ha raccolto molti allori e, come nel caso della sua lettera, altrettante critiche. Ma i risultati sono stati ottenuti grazie ai lavori di una squadra di cui hanno fatto parte, insieme a Franco Frattini e all'attuale presidente del Consiglio, Romano Prodi, Dini, Giuliano Amato, Giuseppe Pisanu e Roberto Maroni. Nella sua intervista al Corriere Dini non esita a sostenere che la riconciliazione è un evento positivo e che gli accordi gioveranno complessivamente all'econo­mia italiana. Bisogna quindi, conclude, mettere una pietra sul passato e guardare avanti. Avrei forse usato parole diverse, ma debbo confessare, caro Iannotti, che sono d'accordo con lui. Per due ragioni. In primo luogo la sicurezza energetica è un interesse dell'Italia, non del «cane a sei zampe». Sarebbe assurdo voltare le spalle a un Paese che è, insieme all'Algeria, il più vicino e il più conveniente dei nostri fornitori.
In secondo luogo ciò che a noi maggiormente interessa in questo momento è creare un rapporto di organica collaborazione con la società libica, con i suoi tecnici, i suoi studenti, i suoi amministratori e i suoi professionisti. Vogliamo che l'Italia diventi per queste persone il principale punto di riferimento dell'Europa mediterranea. Le intemperanze e i furori nazionalisti di Gheddafi non mi piacciono. Lo stile del presidente del Consiglio nel corso dei suoi incontri con Gheddafi a Roma e a Tripoli avrebbe potuto essere più sobrio. Ma né Gheddafi né Berlusconi sono eterni. Mentre Italia e Libia continueranno ad affacciarsi sullo stesso mare per parecchio tempo.
Resta naturalmente il problema degli indennizzi dovuti agli italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970. Mi auguro che le vostre associazioni riescano ad ottenere una somma superiore ai 150 milioni che sarebbero oggi previsti dall'accordo. Ma sulla utilità delle relazioni fra i due Paesi non ho dubbi.

 

 


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Quel Tenente Colonnello che ha saputo dire no a Gheddafi

 

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Gressi Roberto

p.13

 

Non è facile dire di no al Colonnello. Se Muammar Gheddafi vuole piantare la tenda nel bel mezzo di villa Pamphili si vanno a comprare i picchetti. E se vuole libero Abdel Basset Ali Mohmet al-Megrahi, condannato per la strage nei cieli di Lockerbie, Gordon Brown e la regina Elisabetta convincono la Scozia ad aprire le porte della prigione. Sarebbe sciocco leggere tutto questo come un asservimento dell' Occidente al dittatore: proprio lui paga un prezzo per queste concessioni. È stato costretto a rinunciare al terrorismo, ad avviare una politica di collaborazione e di porte aperte e, con le necessarie cautele, ad accettare la costruzione di una amicizia tra popoli e Stati. Ma sull' immagine no, sull' immagine il Colonnello non cede di un millimetro. E allora arriva a Roma accolto con sorrisi e strette di mano con appuntata sul petto la foto dell' eroe anti-italiano Omar Al-Mukhtar. O, per anni, regala ai leader in visita in Libia i fucili dell' occupazione italiana. O, ancora, chiede di avere la pattuglia acrobatica delle Frecce tricolori per festeggiare i quarant'anni della sua rivoluzione. Non ha senso riaprire qui la polemica sull' opportunità o meno di mandare in Libia un corpo scelto della nostra aeronautica. Ma abituati alle pretese di Gheddafi assai spesso esaudite dagli occidentali per un po' abbiamo ingiustamente temuto di veder uscire una scia verde dagli scarichi degli aerei, così come i libici chiedevano, in omaggio alla loro bandiera. Così non è stato. Tammaro Massimo, da Savona, classe 1968, asciutto e senza capelli, figlio di un ragioniere della prefettura, tenente colonnello e comandante della pattuglia acrobatica nazionale, ha detto di no. Niente fumata verde. Inutile insistere: o la scia tricolore o ce ne andiamo. Ha avuto il sostegno del ministro della Difesa e del premier, ma per primo, a chiare lettere, quell'atto di coraggio e di orgoglio per le insegne nazionali lo ha fatto lui. E, per una volta, senza rispettare i gradi: un tenente colonnello che dice no al Colonnello.

 


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Il tenente colonnello Massimo Tammaro, alla testa della formazione acrobatica

 

Corriere della Sera

2 settembre 2009

Nese Marco

p.16

Il nostro tricolore è una cosa preziosa. Io amo la mia patria. Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati molto amichevoli

«Un volo tranquillo, con un passaggio verticale e uno virato». Le Frecce tricolori hanno appena concluso la loro esibizione nei cieli di Tripoli. E il loro comandante, il tenente colonnello Massimo Tammaro, racconta come si è svolta la missione. «Abbiamo steso il nostro tricolore sulla città. Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati tutti molto gentili e amichevoli con noi». L' aveva detto Tammaro. «O il tricolore o ce ne andiamo». Niente scia verde come voleva Gheddafi. «Il nostro tricolore è una cosa preziosa. Io amo la mia patria». Ma chi è questo pilota che ha detto no al leader libico? «Se dovessi dare una definizione di me stesso, direi che sono uno degli uomini più fortunati del mondo». Fortunato fin da bambino. «Con un padre straordinario, ragioniere alla prefettura di Savona dove sono nato nel 1968. Mio padre usciva dal lavoro e studiava. Mi ha inculcato l' amore per la cultura». Lo portava a visitare musei e cattedrali in giro per l' Europa. «Le cattedrali gotiche mi davano i brividi. Fantastiche. Mi è rimasto un amore sconfinato per l' arte. Ho visitato ben 9 volte il Louvre». E' anche un buon collezionista di arte moderna. Il suo pezzo forte è un Armand Fernandez, detto Arman. Non ama i «valori effimeri». Dedica il suo tempo libero e i suoi risparmi a «chi non è fortunato come me». Aiuta bambini handicappati, gli hanno dato anche premi per questa sua generosità, ma non ne vuole parlare, dice che queste cose «si fanno non per ottenerne pubblicità, ma solo perché il cuore dice di farle». Di un altro premio invece parla volentieri, è un riconoscimento alla carriera che gli ha consegnato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «per aver valorizzato l' eccellenza italiana nel mondo» con la tecnologia e la professionalità della pattuglia acrobatica. «Ne sono felice. Il mio sogno è contribuire sempre più a far capire al resto del mondo quanto sia grande e bello il mio Paese». Con lui le Frecce tricolori sono entrate in ambienti dai quali prima erano fuori. «Massimo è straordinario nelle pubbliche relazioni - racconta il colonnello Paolo Tarantino, il precedente comandante della pattuglia acrobatica -. Frequenta convegni economici, imprenditori, personaggi della cultura. Fa conoscere la pattuglia e impara dagli altri le tecniche di gestione umana». Quando entrò in Accademia aeronautica, nel 1989, diede filo da torcere agli altri allievi perché era un atleta formidabile. Sui 1500 metri non lo batteva nessuno. Era anche un bravo calciatore. L' amore per il calcio gli è rimasto e quando può una partitella la gioca volentieri. Anzi. Una squadra friulana gli deve la promozione in prima categoria. La pattuglia acrobatica è di base a Rivolto, appunto in Friuli, e quando una squadra locale si trovò in difficoltà, lui accettò di scendere in campo e la portò al successo. Come tifoso, tiene per la Juventus. «Sono nato sul mare. Da bambino uscivo di casa, attraversavo la strada ed ero in spiaggia». E al mare torna. Ha un' imbarcazione sulla quale può salire solo a ottobre, perché in primavera ed estate è in giro per il mondo a sbalordire gli spettatori con le straordinarie esibizioni delle Frecce tricolori. Dice che l' aria e il mare richiedono un atteggiamento simile. Sia l' aereo che la barca comportano pianificazione e umiltà. Non si arrabbia mai. Luca Giurato, però, lo fece infuriare quando a Uno Mattina, invece di chiamarlo Tammaro storpiò il nome in Tamarro. Dieci anni fa arrivò tra gli acrobati dell' aria, i suoi colleghi della pattuglia, 10 supermen in grado di compiere evoluzioni strabilianti. «Eravamo tutti un po' tristi - ricorda il colonnello Tarantino -. Uno dei piloti aveva problemi al labirinto di un orecchio. Siccome la pattuglia acrobatica non ha riserve, rischiavamo di doverci esibire in nove invece che in dieci». Dopo una rapida selezione, fu scelto Tammaro come sostituto del pilota ammalato. «Fu una sorpresa - racconta Tarantino -. Non immaginavamo che in pochissimo tempo riuscisse a entrare nei meccanismi della pattuglia. Invece ci riuscì alla grande e portò una ventata di allegria pazzesca». Tammaro ha cominciato da Pony 9, cioè quello che nella formazione si chiama 2° fanalino. Ha scalato nel tempo da 9 a 0. Oggi è appunto Pony 0, il capo.


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Mostra sul colonialismo. L' ambasciatore protesta «Carente e incompleta».

Ma Dini, che l' ha inaugurata: no, è bella

 

Corriere della Sera

31 agosto 2009

Fregonara Gianna

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A leggere le dichiarazioni rilasciate dall' ambasciatore italiano in Libia Francesco Paolo Trupiano sembra un altro schiaffo all' Italia: «La mostra fotografica sul colonialismo è carente e incompleta. Non andava inaugurata nel giorno dell' Amicizia italo-libica», sbotta il diplomatico dopo aver visto la ricostruzione iconografica del trentennio 1911-1943. E non si perita per il fatto che poco prima il presidente della commissione esteri Lamberto Dini abbia tagliato il nastro della mostra dichiarando sorridente: «E' comprensibile che la Libia come altri Paesi oggetto di sofferenze e violenze non voglia dimenticare il suo passato e abbia voluto allestire una mostra così bella ed equilibrata». «C'era chi avrebbe preferito una mostra che illustrasse tutto il secolo dei rapporti Italia-Libia - spiega Dini - ma i libici mi hanno assicurato che ci stanno lavorando e che a oggi era pronta solo questa fase». Tra questi sicuramente l' ambasciatore e la Farnesina, impegnata ad evitare contorni imbarazzanti e polemiche su questa visita del premier: «L' Italia ha riconosciuto le sue colpe ma la storia va avanti - spiega Trupiano - avremmo apprezzato che la mostra si concludesse con la foto di Berlusconi e Gheddafi che si stringono la mano in occasione della firma del Trattato di amicizia un anno fa, oppure con l' immagine del Castello Rosso di Tripoli accanto al Colosseo». Ennesima ambiguità di Gheddafi, che aveva promesso una cosa e ne ha inaugurata un' altra? Del resto il titolo della mostra non lascia molti dubbi sul tenore della ricostruzione: «L' occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo» e all' ingresso campeggia, su un collage di foto di violenze, mutilazioni, torture e deportazioni, la scritta: «Never Forget». Le foto sono di provenienza italiana e, anzi, all' allestimento ha collaborato oltre alla Farnesina anche lo storico Costantino Di Sante insieme all' archivio nazionale di studi storici di Tripoli. «Non farei polemiche, del resto a Gerusalemme a vedere il museo della Shoah vanno anche i tedeschi», chiosa Dini, che spiega come nella mostra siano ben in evidenza anche foto che testimoniano la costruzione di palazzi e i miglioramenti di vita portati dagli italiani. Non è contenta di altre polemiche neppure la sottosegretaria agli Esteri Stefania Craxi: «La mostra è brutta? Pace, non guardiamo alla pagliuzza nell' occhio... E' vero che nel colonialismo ci sono state responsabilità dell' Occidente ma anche la Libia nel dopoguerra ha avuto le sue. Ma oggi quello che è importante è il trattato di amicizia».


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Italia-Libia: sit in Udc davanti ambasciata, non ci inchiniamo a Gheddafi

 

Adnkronos

31 agosto 2009

 

'Basta inchini al dittatore libico', e' la scritta che campeggia sui manifesti esposti questa mattina da una delegazione dell'Udc davanti all'ambasciata libica in via Nomentana, a Roma, per protestare contro la visita di ieri di Silvio Berlusconi a Tripoli. Lorenzo Cesa, segretario del partito di via dei Due Macelli non usa giri di parole: 'Riteniamo che inchinarsi di fronte a dei dittatori sia sbagliato. In Libia vige un regime dittatoriale senza controlli internazionali, dove i diritti umani e la liberta' delle persone vengono ripetutamente violati. In piu', il regime non rispetta il dolore delle vittime, accogliendo come un eroe l'attentatore di Lockerbie. Il trattato di amicizia italo-libico e' un accordo costosissimo per noi, perche' 5 mld di dollari potevano essere investiti oggi a sostegno delle nostre imprese, infrastrutture e famiglie'.
Il leader centrista non ha dubbi: 'Non possiamo dimenticare, inoltre, gli esuli, privati di tutto, gli incarcerati da Gheddafi, gli atti di terrorismo. E' chiaro che di mezzo c'e' un ricatto di tipo energetico. E' stata una scelta quanto meno discutibile quella di lasciare i partner tradizionali per fare l'occhiolino a Gheddafi e a Putin: significa affidare all'incertezza e alla precarieta' il futuro energetico dell'Italia, pagandone pero' subito il prezzo'. Alla manifestazione partecipano circa un centinaio di persone. Ad accompagnare Cesa ci sono gli esponenti del partito Ferdinando Adornato e Francesco D'Onofrio.

Cesa insiste: 'Si tratta di un trattato mortificante per i nostri connazionali esuli, cacciati dalla Libia e privati di tutti i loro averi, che aspettano ancora un vero risarcimento. E' scandaloso che lo Stato italiano si sia occupato prima dei libici e poi degli italiani. Il ministro La Russa ha poi confermato che ci saranno collaborazioni di tipo militare con la Libia. Ma per le questioni energetiche non possiamo sacrificare tanti anni di impegno (passato, presente e futuro) nell'ambito della Nato e a fianco dei Paesi occidentali'.
Il leader centrista denuncia 'ad oggi un rischio concreto: che la politica estera del nostro Paese scivoli pericolosamente fuori dall'atlantismo e dall'europeismo e si apra alle cattive amicizie come quella con Gheddafi. La sola forza politica che si e' opposta fin dall'inizio alla firma del trattato con la Libia -sottolinea e' stata l'Unione di centro. Noi siamo stati coerenti fin dall'inizio. Gli altri no. E' un trattato umiliante per l'Italia, che fa sorridere solo Gheddafi e che non da' garanzie al nostro Paese che venga rispettato'.

 


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Berlusconi con Gheddafi: rigorosi sull'immigrazione

 

Sole 24 Ore

Gerardo Pelosi

30 agosto 2009

 

Sia pure in mezzo a mille contraddizioni comincia a concretizzarsi il Trattato di amicizia e cooperazione italo-libica, a un anno dalla firma dell'accordo di Sirte tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. Alcuni passaggi acrobatici delle Frecce Tricolori (senza fumogeni tricolori ma neutri di colore grigio-marrone) hanno salutato ieri sera i due leader riuniti in una tensostruttura nel Porto di Tripoli in attesa di prendere parte al rito dell'Iftar, la cena che interrompe il digiuno del Ramadan.

Il presidente del Consiglio italiano e leader della Giamahiria si erano incontrati poche ore prima per festeggiare il Trattato di amicizia e cooperazione firmato un anno fa a Sirte e che prevede il finanziamento da parte italiana di alcune grandi opere infrastrutturali per chiudere il passato della dominazione coloniale. Berlusconi e' atterrato a Tripoli alle 15 proveniente da Milano.
Un breve faccia a faccia con il colonnello che festeggia quest'anno i 40 anni della rivoluzione verde per affrontare tutte le questioni bilaterali a cominciare da immigrazione e pesca, poi  trasferimento a 20 chilometri dalla capitale, a Shabiz Shara, per la posa della prima pietra dell'autostrada litoranea che verrà realizzata da imprese italiane tra cui Impregilo. Un'opera di 1700 km con 203 ponti, 1470 tunnel e 30 uscite. Un'impresa storica, ha detto Berlusconi che contribuirà alla pace della regione perché collega tutti i Paesi del Maghreb. La realizzazione di un accordo che e' conveniente per entrambi i Paesi.

Sull'immigrazione Berlusconi non e' entrato nel dettaglio del barcone con a bordo 75 candestini partiti dalla Libia e intercettati in acque internazionali. Se vogliamo rispettare tutte le leggi, ha detto Berlusconi, e fare delle vere politiche di integrazione dobbiamo essere rigorosi e non aprire l'Italia a chiunque. Berlusconi e Gheddafi si sono poi trasferiti nella capitale per visitare insieme al presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini il nuovo treno veloce dell'Ansaldo Breda (gruppo Finmeccanica), che verrà' utilizzato per il collegamento della linea costiera tra Ras Ajdir e Sirte.

Il primo anniversario del Trattato che d'ora in avanti verrà celebrato come giorno dell'amicizia italo-libica e' stato festeggiato con un convegno al quale hanno preso parte oltre all'ex ministro degli Esteri Lamberto Dini e al presidente dell'associazione di amicizia italo-libica Gian Guido Folloni circa 400 italiani tra cui rappresentanti del mondo accademico e della società civile e figli di esuli espulsi nel '70 proprio da Gheddafi . L'ambasciatore italiano in Libia, Francesco Trupiano, non ha mancato, pero', di segnalare come la mostra fotografica sul passato coloniale dal titolo Never Forget non abbia messo in luce tutti gli sforzi più recenti per sanare la ferita del passato che nessuno intende negare. 

Ma l'incontro tra Gheddafi e Berlusconi e' servito anche per fare il punto sulla crisi in Medio Oriente mentre il premier italiano ha manifestato il suo compiacimento per l'andamento del voto in Afghanistan che si e' svolto in modo pacifico anche grazie alla presenza dei numerosi militari italiani. Gheddafi ha poi chiesto a Berlusconi alcuni chiarimenti sulle polemiche che lo vedono protagonista in Italia. Nessun problema, avrebbe tagliato corto il premier italiano «ho ancora il 68,4 % dei consensi degli italiani».

 


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Da Frecce Tricolori a frecce beduine per onorare il Raìs

 

Libero

30 agosto 2009

Magdi C. Allam

p.14

 

Il 20 agosto 2009 è stato il “giorno della vergogna” per questa Europa. Quasi nelle stesse ore Gran Bretagna, Svizzera ed Italia hanno incurvato la schiena per prostrarsi di fronte al dittatore libico Gheddafi, incarnazione del dio del petrolio, del gas e del denaro, confermando che siamo a tal punto moralmente degradati da non avere più alcuna remora nello svendere i nostri valori e rinunciare alla nostra dignità.

Nello stesso giorno la Gran Bretagna ha rilasciato il terrorista libico Abdel Baset al-Megrahi, condannato per la strage dell'aereo della Pan Am il 21 dicembre 1988 costata la vita a 270 persone, in cambio di nuove agevolazioni petrolifere alla Bp; il presidente svizzero Hans-Rudolf Merz si è recato a Tripoli e si è scusato per l'arresto e la detenzione del figlio del dittatore libico, Hannibal, condannato per aver picchiato a sangue due domestici circa un anno fa; il governo italiano ha confermato che Berlusconi si sarebbe recato in Libia nella ricorrenza del primo anniversario del del Trattato italo-libico di amicizia, che avviene proprio oggi, a dispetto dell'ennesima strage di clandestini costata la vita a 73 etiopi partiti dalle coste libiche, che getta ombra sul rispetto del trattato stesso.

Per l'Europa è arrivato il momento di fare la scelta strategica di liberarci dalla schiavitù del petrolio, del gas e del denaro sporco. Perché se domani, primo settembre, l'Italia sarà costretta a omaggiare il dittatore libico Gheddafi con l'esibizione delle frecce tricolori per condividere la sua festa per il quarantesimo anniversario del colpo di stato al seguito del quale cacciò 20 mila italiani confiscando tutte le loro proprietà, stimate dall'Airl in 3 miliardi di euro e che a tutt'oggi si rifiuta di indennizzare, significa che abbiamo abdicato alla nostra dignità nazionale. Ed il fatto che sia Gheddafi a pagare il costo dell'esibizione delle nostre frecce tricolori è ancor più grave, dal momento che rappresentando un simbolo della nazione, significa che ormai siamo disponibili a barattarlo in cambio di denaro. È del tutto evidente che il problema si pone dal momento che si tratta di un regime dittatoriale e reo-confesso di terrorismo internazionale, che a tutt'oggi non esita a impiegare le armi del ricatto per sottomettere ai propri diktat un'Europa edonista e pavida, che è pronta a tutto pur di poter perpetuare una concezione della felicità appiattita su parametri materialistici e consumistici.

Dovrebbe farci riflettere il fatto che oggi i nostri tre principali alleati internazionali sono Putin, Gheddafi ed Erdogan, a capo di tre regimi autoritari che detengono i giacimenti o controllano le rotte del petrolio e del gas, costituendo al tempo stesso dei mercati allettanti per le nostre esportazioni. E non a caso questa strategia è patrocinata dall'Eni che, dall'indomani della seconda guerra mondiale, ha determinato le scelte sia energetiche sia politiche dell'Italia in Medio Oriente, nel Golfo e ovunque coltivi degli interessi. Sia chiaro che a queste scelte hanno aderito sia i governi democristiani, sia i successivi governi di sinistra e di destra. È quindi una scelta che accomuna l'insieme della classe politica italiana, in cui si ritiene che la garanzia delle riforniture di petrolio e di gas debba prevalere su qualsiasi altra considerazione, compresa la legittimazione di regimi dittatoriali che violano i diritti dell'uomo e sponsorizzano il terrorismo internazionale. Non mi sorprende affatto che la Procura di Perugia, come si legge in un'inchiesta pubblicata da L'Espresso, dopo tre anni di indagini ha emesso delle condanne e rinviato a giudizio alcuni italiani coinvolti in una rete che riforniva la Libia di armi russe.

Probabilmente in Italia stiamo sottovalutando l'impatto e le conseguenze dell'accordo italo-russo-turco del 6 agosto scorso per la costruzione del gasdotto “South Stream”, frutto di un'intesa tra l'Eni e la russa Gazprom, che porterà 63 miliardi di metri cubi di gas annui dai giacimenti del Mar Caspio all'Europa attraversando il Mar Nero e i Balcani, che sostanzialmente determinerà la morte del gasdotto Nabucco, voluto dall'Ue e dagli Stati Uniti, per affrancare l'Europa dal monopolio delle forniture di gas russo. Di fatto l'Italia partecipa con la Russia e la Turchia ad una strategia energetica che favorisce la crescita della dipendenza dell'Europa sia dalla Russia che dalla Turchia che, tra l'altro, ha ottenuto in cambio dell'autorizzazione al transito del gasdotto sul proprio territorio, la costruzione da parte dei russi della sua prima centrale nucleare.

È tutto l'insieme che non torna. Dall'accoglienza trionfale in patria da parte dello stesso Gheddafi alla stregua di un eroe nazionale al terrorista reo-confesso al-Meghrahi; alla volontà di riarmarsi sia tramite gli accordi diretti con il governo italiano sia con l'accordo miliardario con la Finmeccanica sia infine operando clandestinamente sul mercato nero; fino alla persistente strumentalizzazione dei clandestini come arma di ricatto per condizionare la nostra politica: tutto sta ad indicare che il regime libico è tutt'altro che cambiato e che tuttavia noi ci siamo sottomessi al suo arbitrio.

Ha ragione il ministro dell'Interno Roberto Maroni quando rileva che dall'entrata in vigore del trattato con la Libia, lo scorso maggio, il numero dei clandestini arrivati in Italia a partire dalle coste libiche è calato del 92%, passando da 10.116 nel periodo dal primo maggio al 31 luglio 2008, a 1.116 nello stesso periodo del 2009. Tuttavia se si considera che dalla firma del trattato con la Libia il 30 agosto 2008 il totale dei clandestini partiti dalle coste libiche è di circa 10mila, che sono oltre un migliaio i clandestini che continuano a partire dalle coste libiche a dispetto dell'entrata in vigore del trattato e che comunque ci sono stati decine di morti le cui vite sono inestimabili, è evidente che Gheddafi continua a tenere in piedi la minaccia degli sbarchi per mantenere in tensione permanente i rapporti con l'Italia. Il quadro d'insieme di questa Europa è desolante. Ormai abbiamo superato ogni limite di decenza nello svendere i valori e siamo pronti a prostituirci pur di possedere a tutti i costi beni materiali da cui facciamo dipendere la nostra concezione di sviluppo e felicità. Quando lo scorso anno Gheddafi minacciò il ritiro dei fondi libici dalle banche svizzere come ritorsione per la sanzione inflitta dalla magistratura elvetica a suo figlio Hannibal, il nostro governo intervenne per ottenere che quei fondi fossero versati alle banche italiane. Qual è il messaggio che diamo a Gheddafi, ad arabi e islamici che detengono petrolio, gas, fondi sovrani e mercati allettanti? Che siamo pronti a tutto pur di avere il denaro, anche se si tratta di pugnalare alle spalle governi europei alleati e con cui dovremmo condividere i valori non negoziabili alla base della civiltà d'Europa.

Ecco perché dobbiamo dire basta a questa scelleratezza che ci sta degradando moralmente. Riappropriamoci dei nostri valori, stringiamoci attorno alla nostra identità, riscattiamo la nostra civiltà affrancandoci dalla schiavitù del petrolio. È ora di fare delle scelte coraggiose e lungimiranti nell'ambito vitale delle fonti energetiche, al fine di poter salvaguardare la nostra dignità come persone e come nazione.


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Quello scatolone di sabbia che unì Mussolini e Nenni


Corriere della Sera

28 agosto 2009

Sergio Romano

p. 1

 

Tutti e due erano contrari alla conquista e organizzarono manifestazioni contro la partenza delle reclute Gheddafi ha trattato a lungo l' Italia come un nemico secolare, ma i rapporti di affari tra i due Paesi ci sono sempre stati Quando Mussolini e Nenni furono processati insieme per la Libia

La conquista della Libia nel 1911 disegnò una nuova e paradossale geografia politica italiana. L' impresa piacque ai nazionalisti di Luigi Federzoni, a molti intellettuali de La Voce di Giuseppe Prezzolini, al poeta Giovanni Pascoli, al «vate» Gabriele D' Annunzio, al Corriere della Sera di Luigi Albertini, a La Stampa di Alfredo Frassati. Piacque anche a parecchi diplomatici, a qualche sindacalista rivoluzionario e ai socialisti riformisti. Ma non, anche se per ragioni diverse, a Gaetano Salvemini, a Benito Mussolini, a Pietro Nenni e a Luigi Bollati, ambasciatore e segretario generale del ministero degli Esteri. Salvemini scrisse che la Tripolitania e la Cirenaica erano uno «scatolone di sabbia». Il socialista Mussolini sostenne che era un Paese povero dove il governo avrebbe sprecato denari di cui sarebbe stato meglio fare uso in Italia, e si comportò di conseguenza inscenando una sorta di rivolta popolare contro la partenza delle reclute. Il repubblicano Nenni (sarebbe divenuto socialista qualche anno dopo) guidò 3.000 persone alla conquista della stazione di Forlì per impedire il passaggio dei treni. E Luigi Bollati, secondo i suoi collaboratori, fu «freddo e riservato». Fra i suoi tanti paradossi la guerra ebbe persino l' effetto di creare un rapporto di simpatia e di amicizia fra due uomini che dieci anni dopo si sarebbero duramente combattuti. Mussolini e Nenni vennero processati per direttissima, condannati e «alloggiati» insieme per qualche mese nel carcere di Bologna. Ancora più paradossale, per molti aspetti, è l' atteggiamento dell' uomo che decise la conquista e dichiarò guerra alla Turchia. Giovanni Giolitti fu un colonialista algido, scettico, distaccato. S' imbarcò nel conflitto perché la Francia si stava impadronendo del Marocco e i due vilayet turchi dell' Africa settentrionale (Tripolitania e Cirenaica) erano ormai le ultime poltrone rimaste libere in un teatro dove francesi e inglesi avevano conquistato i posti migliori. Vinse, ma non volle mai servirsi della vittoria per soffiare sul fuoco del nazionalismo e della retorica patriottica. E fece tesoro di quella esperienza per raccomandare, alla vigilia della Grande guerra, una politica di neutralità a cui rimase coerentemente fedele sino alla fine del conflitto. Durante le operazioni in Libia aveva capito che l' esercito disponeva di una limitata capacità d' intervento e che molti generali non erano all' altezza della situazione. Era convinto che l' Italia, nel 1915, non fosse in grado di affrontare una prova molto più severa di quella che aveva superato nel 1912. Le preoccupazioni di Giolitti furono confermate dagli avvenimenti. L' Italia vinse la guerra di Libia a tavolino ma dovette scontrarsi con la guerriglia dei beduini in Tripolitania e la resistenza meglio organizzata di una forte congregazione religiosa, la Senussia, in Cirenaica. Durante il conflitto europeo, gli effettivi ridotti delle truppe italiane dovettero attestarsi sulla costa e limitarsi al controllo delle principali città. La riconquista cominciò prima dell' avvento del fascismo, quando il ministro delle Colonie era Giovanni Amendola e il governatore a Tripoli Giovanni Volpi, l' industriale finanziere che aveva partecipato ai negoziati di pace nel 1912. Le cose andarono bene in Tripolitania, male in Cirenaica dove le truppe italiane dovettero battersi contro l' uomo ritratto nel «santino» che il colonnello Gheddafi si è cucito sul petto durante la sua recente visita in Italia. Si chiamava Omar el Mukhtar e fu un valoroso combattente a cui gli italiani, dopo la sua cattura, avrebbero dovuto rendere l' onore delle armi. Ma il comandante della spedizione era Rodolfo Graziani, un soldataccio brutale e privo di qualsiasi virtù cavalleresca che aveva deciso di trattare il nemico sconfitto come un criminale e un traditore. La riconquista non fu più dura e spietata delle numerose campagne con cui altre potenze coloniali riconquistarono territori perduti. I francesi in Algeria e in Marocco, gli inglesi in Egitto, nel Sudan e in Sud Africa, gli spagnoli nei loro possedimenti marocchini e i tedeschi nella terra degli herrero non furono meno spietati degli italiani. Ma l' impiccagione di Omar el Mukhtar fu contemporaneamente un crimine e un errore politico. Il governatorato di Italo Balbo, dal 1934 al 1940, fu alquanto diverso e segnato da avvenimenti notevoli sul piano politico e sociale. Balbo fu un costruttore e un organizzatore. Esiliato in colonia dalla gelosia di Mussolini, fece della Libia una sorta di principato dove egli regnava, come il duca d' Este nella sua Ferrara, circondato e adulato da una piccola corte. Ma la visita di Mussolini nel 1937 fu un successo che l' Italia, con una diversa politica, avrebbe potuto sfruttare. E l' arrivo di 30.000 coloni in due successive spedizioni (1938 e 1939) fu per molti aspetti, insieme alle bonifiche e alla costruzione di nuove città nella penisola, il New Deal italiano. Ucciso per un errore dalla contraerea mentre rientrava a Tripoli sul suo aereo dopo una ispezione del fronte, Balbo ebbe la fortuna di non vedere né la partenza di molti italiani nel 1942 né la perdita della Libia nel 1943. Ma sarebbe stato lieto di apprendere che i coloni erano rimasti fedeli alla loro nuova patria. Nel 1947, sommando quelli che erano rimasti e quelli che erano tornati, la colonia agricola italiana ammontava a circa 15.000 persone. Molti poderi vennero venduti negli anni seguenti, ma i rapporti degli italiani con re Idris, dopo la costituzione del regno di Libia, furono complessivamente felici. Nel settembre del 1969, quando Gheddafi prese il potere, gli italiani erano 24.988. Di questi 6000 partirono subito. Di quelli che rimasero 1500 erano agricoltori, 3000 impiegati in imprese italiane, gli altri piccoli industriali, commercianti, artigiani. Partirono dopo il decreto del 21 luglio 1970 con cui il governo rivoluzionario confiscò le loro terre (40.000 ettari) e le loro proprietà immobiliari. Comincia da quel momento una specie di tragicommedia. Gheddafi non perde occasione per trattare l' Italia alla stregua di un nemico secolare e di servirsi del passato coloniale per cementare il sentimento nazionale di un Paese che non aveva, sino alla conquista italiana, alcuna identità storica. Ma gli affari sono un' altra cosa. Il petrolio, scoperto sin dagli anni Trenta, diventa la base di un accordo con l' Eni che continua, fra alti e bassi, sino ai nostri giorni. Il diagramma dei rapporti politici italo-libici sembra quello di un sismografo, ma questo non impedisce all' Italia di essere il maggiore cliente e il maggior Paese fornitore. I coloni cacciati nel 1970 non possono tornare neppure per deporre un mazzo di fiori sulle tombe dei loro morti, ma si forma in Libia, nel frattempo, una nuova colonia italiana composta da tecnici, professionisti, rappresentanti di commercio, dirigenti d' impresa. Non basta. Come il partito della guerra, nel 1911, fu costituito da una variopinta coalizione di persone provenienti dalla destra e dalla sinistra, così il partito della conciliazione, in questi ultimi anni, ha rappresentata un' area della politica italiana che comprende Lamberto Dini, Romano Prodi e Silvio Berlusconi. La migliore rappresentazione possibile dei rapporti dell' Italia con la Libia (e viceversa) è nei versi in cui due poeti romani, Ovidio e Marziale, descrissero gli amori difficili: non posso vivere né con te né senza di te.

 

 


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Lamberto Dini: «Partner strategico Sarebbe un errore non partecipare»

 

Corriere della Sera

28 agosto 2009

Marco Nese

p.2

«Ci vorrebbe una partita di calcio fra Italia e Libia». Secondo il presidente della Commissione esteri del Senato Lamberto Dini, sarebbe il suggello finale alla ritrovata amicizia fra i due Paesi. «Così forse finirebbero anche tante polemiche incomprensibili». Incomprensibile, a suo avviso, è «la strumentalizzazione politica relativa al detenuto libico rilasciato dalla Scozia». Non è sorprendente che a Tripoli abbiano accolto trionfalmente «un uomo che i libici ritengono innocente, anche in Bulgaria festeggiarono il ritorno a casa delle infermiere liberate dalla Libia». Perciò nessun dubbio: Berlusconi deve andare a Tripoli. Lo stesso Dini lo accompagnerà per celebrare il primo anniversario del Trattato di amicizia fra Italia e Libia. Un Trattato di cui proprio Dini, come ministro degli Esteri, creò le condizioni iniziali, nel 1998, quando firmò il primo accordo coi libici col quale l' Italia riconosceva i torti del colonialismo e si mettevano le basi per una normalizzazione dei rapporti. «Gheddafi è un partner strategico e, come dice Andreotti, le relazioni fra due Paesi non si giudicano da un singolo episodio ma sul lungo periodo». C' è chi teme che Gheddafi possa approfittare della visita di Berlusconi per riproporre con una mostra fotografica episodi poco gradevoli del colonialismo. «Mi auguro di no - dice Dini -. Tuttavia bisogna capire il personaggio Gheddafi. E' una figura molto carismatica, ma anche molto complessa. La questione del colonialismo ha lasciato in lui segni indelebili. Perciò è stato molto difficile superare la sua diffidenza e solo con le nostre visite, la costruzione dell' autostrada costiera, e tutte le azioni che il governo compie possiamo convincerlo della sincera amicizia italiana». Anche l' esibizione delle Frecce tricolori nei cieli di Tripoli «va intesa come un altro gesto di riconciliazione fra i due Paesi». Certo rimane il dolore degli italiani che furono espulsi dalla Libia quando Gheddafi prese il potere. «Ma è un fatto di 40 anni fa e penso che sia bene metterci una pietra sopra. Anche altri popoli, alla fine di storie coloniali, hanno subito rappresaglie». I risultati dei nuovi rapporti con la Libia sono apprezzabili, secondo Dini. «Il blocco delle imbarcazioni dei clandestini funziona. Può succedere a volte che i controlli vengano allentati, ma questo fa parte della personalità complessa del leader libico». In generale, però, le buone relazioni con Tripoli sono fruttuose. «Non solo per le forniture di petrolio. Ma per tutta l' economia italiana. Non dimentichiamo che l' Italia è il Paese che esporta più merci verso la Libia. Buona anche la collaborazione culturale, con scambi di visite di studenti».

 

 


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Storace: Dini penoso e antitaliano

Agenzia Dire

28 agosto 2009

"Dini si rende conto di quello che dice? E' stupefacente quello che il prodiano riciclato dal Pdl afferma al Corriere. Una pietra sopra sugli italiani cacciati dalla Libia perché accadde 40 anni fa? E allora perché celebrate la Resistenza? Penoso, semplicemente penoso e antitaliano". Lo dichiara Francesco Storace, segretario nazionale de la Destra.


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L'arte del raìs. Bastonare anche gli amici

 

Libero

28 agosto 2009

Maurizio Stefanini

p.10

 

Il 21 luglio 1970 Gheddafi espelle dalla tibia 20.000 italiani. Nel 1972 l'Eni dà vita a una società mista col governo libico. Nel 1976 Gheddafi compra il 10% delle azioni della Fiat. Nel 1978 si è ricostituita in Libia una comunità di 16.000 italiani, e va a Tripoli in visita ufficiale il presidente del Consiglio Andreotti. Nel 1986 fa lanciare due missili Scud-B su Lampedusa. Nel 2004 Berlusconi è il primo statista straniero a venire in visita a Tripoli dopo la fine dell' embargo internazionale per l'attentato di Lockerbie. Tra quell'incontro e una successiva intervista alla Rai Gheddafi dice che gli italiani espulsi nel 1970 possono tornare a loro volta in visita; che se vogliono si farà fotografare assieme a loro; che ai sensi delle leggi sul periodo coloniale si considera anche lui cittadino italiano e che potrebbe candidarsi alle elezioni; che la "giornata della vendetta" istituita in ricordo della battaglia di Sciara Sciat del 24 ottobre 1911 è abolita. Nel 2006, una folla di scalmanati dà l'assalto al consolato italiano di Bengasi dopo che il ministro Calderoli si è esibito con una maglietta su cui compariva una delle contestate vignette danesi, «decisi a uccidere il console e la sua famiglia», e Gheddafi sente il bisogno di spiegare che i manifestanti «non protestavano contro la Danimarca, perché non hanno idea di cosa sia la Danimarca: è l'Italia che odiano»: «I libici approfittano di ogni opportunità Per sfogare la loro rabbia contro l'Italia fin dal 1911, data dell'occupazione italiana». Infine, gli ultimi accordi, la tenda a Villa Doria Pamphili, e addirittura la richiesta delle Frecce Tricolori per festeggiare l' anniversario della Rivoluzione.

Di che far girare la testa, ma d'altronde le giravol­te sono la specialità di Gheddafi. L'accordo di integrazione con l'Egitto del 1972 è seguito nel 1977 da una guerra di confine, e lo stesso accade per l'altro accordo del 1974 con la Tunisia: cosa impossibile col Marocco dopo la federazione del 1984 per mancanza di frontiere comuni; ma Gheddafi iuta comunque la guerriglia del Fronte Polisario contro Rabat.

Con la Francia perde la Guerra delle Toyota in Ciad nel 1980-87: così chiamata per il modo in cui le rapide camionette dei ciadiani, armati dai francesi, fecero a pezzi i pesanti carri armati libici Si vendica con l'attentato al volo Uta 772 de 1989; accetta poi di pagare un indennizzo. Finisce che firma con Sarkozy un accordo di cooperazione nel nucleare civile e ne ottiene pure armi, dopo che gli ha permesso di fare una bella figura da mediatore per la liberazione delle infermiere bulgare costrette con la tortura a confessare di aver provocato nel 1998 un' epidemia di Aids nell' ospedale di Bengasi in cui lavoravano, infettando oltre quattrocento bambini.

E non parliamo degli Usa! Nel 1970 chiude le loro basi in Libia Nel 1971 coopera con loro in appoggio al Pakistan in guerra con l'India, appoggiata invece dall'Urss. Nel 1972 appoggiar espulsione dei consi­glieri sovietici decisa dal presidente egiziano Sadat. Nel 1976 va in visita a Mosca, iniziando a riceverne armi. Nel 1981 si ha il primo scontro armato tra Usa e Libia sul Golfo della Sirte, cui seguiranno quello più vasto del 1986 e quell'altro del 1989, mentre la tibia risponde con l'offensiva terrorista di cui sono vertici l'attentato alla discoteca La Belle di Berlino e quello di Lockerbie. Ma nel 2001 approva la guerra Usa ai Taleban, e nel 2004 si vanta di aver fatto vin­cere le elezioni a George W. Bush.

«Tendeteci la mano; apriteci i vostri cuori; dimenticate le avversità e fate fronte, saldati in un unico blocco, al nemico della nazione araba, al nemico dell'Islam, al nemico dell'umanità; quel nemico che ha bruciato i nostri santuari e irriso il nostro onore», è il tenore di uno dei suoi appella via radio all'unità del mondo islamico, quando arriva al potere. Adesso dice che la causa araba è una causa persa, che gli integralisti islamici vanno «schiacciati come scorpioni» e la Turchia in Europa sarebbe «il cavallo di Troia di Bin Laden».

 

 


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Il Cavaliere evita imbarazzo e polemiche

 

La Stampa

28 agosto 2009

Ugo Magri

p.1

Sarà per fiuto politico, o perché è baciato dalla fortuna. Fatto sta che in tempi non sospetti Berlusconi pare avesse spostato la data del suo viaggio in Libia. E invece di recarsi a Tripoli l'l settembre, per festeggiare l'anniversario del golpe che portò Gheddafi al potere, chiese e ottenne dal Colonnello di anticipare l'appuntamento al 30 agosto (ricorrenza del Trattato di amicizia italo-libico siglato un anno fa a Bengasi). Questo, perlomeno, sussurrano fonti diplomatiche bene informate. Palazzo Chigi smentisce con forza, «la data del primo settembre non è mai esistita» assicura il portavoce Bonaiuti, «il viaggio è sempre stato quello del 30 agosto». E tuttavia certe «gole profonde» dalla Farnesina insistono, aggiungendo che il Cavaliere si giustificò coi libici in modo geniale, negando di possedere il dono dell'ubiquità: purtroppo l'l settembre lui intendeva recarsi a Danzica per un'altra celebrazione densa di significati, i 70 anni dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, come poteva trovarsi a Tripoli nello stesso giorno?

In questo modo Berlusconi ha schivato una tegola. Perché la sua presenza alla festa del regime sarebbe stata insostenibile, specie dopo la liberazione del terrorista libico al­Megrahi, condannato in Scozia per la strage di Lockerbie e riaccolto trionfalmente in patria non più tardi di sette giorni fa. Il presidente francese Sarkozy s'è precipitato ieri a smentire le voci che lo volevano a Tripoli. Idem il primo ministro russo Putin. I 40 anni di Gheddafi al potere saranno festeggiati da un gruppo di leader africani e dall' «uomo forte» del Venezuela, Hugo Chavez. Avesse accolto l'invito, si sarebbe trovato in loro compagnia, esposto a ogni sorta di critica. Viceversa, Berlusconi ha trovato il modo di sottrarsi senza offendere l'ospite, il quale ci vende gas e petrolio, per non dire degli investimenti finanziari che la Jamahiriyya si appresta a compiere nel nostro paese.

Gioco facile, per Palazzo Chigi, segnalare in una nota che Berlusconi andrà a Tripoli due giorni prima, e per tutt'altri motivi. Partirà con un aeroplanino senza seguito di giornalisti (solo telecamere), avrà un colloquio col Colonnello nella stessa tenda che gli americani non sanno dove ospitare, quando Gheddafi si recherà a New York il 23 settembre. A sera, frugale cena perché sono i giorni del Ramadan, e ritorno in patria del premier. Nel mezzo, visita al cantiere dell'autostrada che l'Italia s'è impegnata a costruire per chiudere il contenzioso coloniale, quindi posa della prima pietra, infine ispezione del vagone proposto dall' Ansaldo per la nuova ferrovia libica. Affari, affari e ancora affari. Punta l'indice Di Pietro nel suo blog: «Sono questi il motivo dell'atteggiamento da zerbino», insinuando che Berlusconi possa avere qualche vantaggio in proprio. E l'Udc insiste, che vergogna far esibire le Frecce Tricolori alla parata del regime ...

Però in effetti pure la Francia spedirà dei suoi aerei. Gli stessi inglesi invieranno una banda di ottoni del Galles che farà a gara con i nostri della Brigata meccanizzata Sassari. Alza le spalle l'ex presidente Cossiga: «Se Gheddafi ci dà il petrolio, chissenefrega delle Frecce Tricolori ... Io gli avrei mandato pure l'Amerigo Vespucci».

 

 


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L'esempio di Fini e l'orgoglio delle Frecce Tricolori

Lettere a Il Riformista

Augusto Ceccarelli

28 agosto 2009

p.15

 

Le Frecce Tricolori rappresentano il simbolo come essenza naziona.le, unità nazionflle, dignità nazionale, valori che travalicano lo spazio temporale; in conseguenza di ciò, le Frecce Tricolori non appartengono totalmente a questo o quel Governo, ma appartengono a tutta la Nazione. Pertanto il loro impiego deve essere attentamente valutato e non può essere strumentalizzato per fini propagandistici volti più all'ambizione personale (si tratti di un Presidente del Consiglio o di un Ministro o di altrapersonalità) e/o a sigillare un patto essenzialmente di natura economica.

Nel caso specifico, anniversario della presa del potere in Libia di Gheddafi con golpe militare, il far partecipare le Frecce Tricolori non è tanto mostrare l'ardimento e l'esaltazione tecnica raggiunta dalla nostra aeronautica militare, ma è l'ennesimo omaggio a un personaggio che non ha perso oc­casione per umiliarci. Senza voler disconoscere o minimizzare eventuali atrocità da noi commesse nei periodi dèlla conquista dalla Turchia e successivi, è un ulteriore affronto nei confronti dei nostri connazionali, che col loro lavoro avevano creato villaggi, aziende, scuole, ospedali, strade e acquedotti, a vantaggio anche della popolazione libica, connazionali che 40 anni fa dovettero abbandonare nel giro di poche ore quella terra, che per molti era divenuta la seconda patria, anche per esserci nati. Basta atti di sudditanza, ma si abbia la capacità di mostrare, dopo quello di Fini, almeno uno scatto di orgoglio.

 

 


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Solo noi saliamo sul cammello

Il Riformista

28 agosto 2009

Luigi Spinola

p.1

Al faraonico show voluto dal Colonnello Gheddafi per celebrare i suoi quarant'anni al potere, il despota dello Zimbabwe Robert Mugabe non mancherà. Con lui a Tripoli il primo settembre ci saranno circa 300.000 persone, tra spettatori e protagonisti. Gli ospiti più frequentabili però declinano l'invito. Ieri è stato il giorno delle defezioni. L'Eliseo fa sapere che la partecipazione di Nicolas Sarkozy “non è mai stata presa in considerazione”. Dalla Francia non partirà nessuna delegazione, basta l'Ambasciatore. Il Presidente russo Medvedev “è già impegnato” e così anche il premier Vladimir Putin. Buckingham Palace conferma l'annullamento del viaggio d'affari del Principe Andrea. E a New York e dintorni, dove è atteso per un intervento al Palazzo di Vetro i 23 settembre, il Colonnello no trova un lembo di terra dove piantare la sua tenda. L'Italia fa eccezione.

Palazzo Chigi ieri si è premurato di precisare che Silvio Berlusconi sarà in Libia il 30 agosto solo per celebrare il primo anniversario del Trattato di Amicizia. Scapperà in tempo per evitare - se non ci saranno tranelli - l'omaggio formale alla festa della dittatura. Tanto più che il primo settembre è atteso a Danzica per il settantesimo anniversario dell'inizio della seconda guerra mondiale. La smemoratezza storica è stata arginata. Ma non basta.

Lo scivolone rimane, anche se è più di forma che di sostanza. L'Italia pecca più per goffagine - scontando ancora una volta la diplomazia free-lance del suo Presidente del Consiglio - che per cinismo. E paga una tempistica sfortunata, facendosi trovare impreparata dalla bufera sull'accoglienza da eroe riservata da Tripoli allo stragista di Lockerbie. Sia chiaro però che chi diserta la festa di Gheddafi non è in condizione di darci lezioni di moralità politica sui rapporti con i tiranni, neanche su questo tiranno che l'Italia si ostina a corteggiare pubblicamente.

La «nausea» lamentata da Gordon Brown per il trionfale ritorno in patria di al-Megrahi non toglie nulla alle responsabilità britanniche. Il tentativo di Downing Street di fare della liberazione del ter­rorista una "questione scozzese" è poco credibile. Né risulta convincente l'indignazione di Lord Mandelson di fronte al sospetto - accreditato dalla famiglia Gheddafi - che la «compassionevole» 'liberazione dello stragista malato sia: stata barattata in cambio di nuove opportunità di business. È bene inoltre ricordare che è stato il promotore dei diritti umani Nicolas Sarkozy il primo leader occidentale ad aprire (a fine 2007) le porte di casa allo sdoganato Colonnello, offrendogli cinque giorni da protagonista a Parigi in cambio di una ventina di Airbus e una sfilza di accordi commerciali. E a Tripoli è passata meno di un anno fa anche Condoleeza Rice, intenzionata a «migliorare il clima per gli investimenti americani».

Entro certi limiti, nulla di scandaloso. Gheddafi dal 2003 ha compiuto i passi richiesti dalla comunità per la sua riabilitazione: rinuncia a proseguire il programma di sviluppo delle armi di distruzione di massa, ripudio del terrorismo, compensazioni in denaro alle vittime degli attentati (inclusa Lockerbie). Le porte da allora sono aperte per trattare con i libici.

L'Italia peraltro si trova in una posizione assai diversa rispetto agli altri Paesi occidentali. A torto o a ragione il nostro governo ha puntato sulla collaborazione di Tripoli per far fronte al flusso incontrollato di immigrati. E così, seppur tortuosamente, ha finito col farsi tardivamente carico delle responsabilità per il nostro passato coloniale. Il rapporto con la Libia per l'Italia non è solo un'opzione commerciale. E il Trattato di Amicizia che Silvio Berlusconi intende celebrare con il viaggio a Tripoli non può essere liquidato come semplice cedimento a un tiranno.

Il problema è che Roma sembra confondere il delicato - forse necessario - rapporto con un dittatore con una affettuosa amicizia. Nella tragicomica visita in Italia dello scorso giugno abbiamo offerto al più inaffidabile dei tiranni un palcoscenico ideale per sbeffeggiarci. Gheddafi non si è fatto pregare. Ora perseveriamo. Nel cielo di Tripoli le nostre Frecce lasceranno una scia tricolore - quasi un omaggio alla cacciata della comunità italiana - o verde in onore della Rivoluzione. Manca solo l'invito a Villa Certosa, ma la nuova pochade internazionale è tipicamente berlusconiana.

Il Presidente del Consiglio da tempo teorizza la sostituzione della politica estera con la promozione .del business italiano. Ma è nello stile, prima ancora che nella sostanza, che Silvio Berlusconi applica il talento da imprenditore­venditore. Tratta ogni interlocutore come un cliente da conquistare. Riadatta sul palcoscenico internazionale il leg­gendario decalogo fornito anni fa alla squadra di venditori di Publitalia. Punta tutto - per citarlo - sulla «mia personale autorevolezza, la mia capacità di farmi concavo o convesso». Eccede nello zelo. Si fa troppo concavo. E ci mette in imbarazzo.


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Tra Malta e Libia ringraziamenti e gratitudine

Avvenire

26 agosto 2009

“La Libia comprende la difficile situazione che sta affrontando Malta sul fronte dell'immigrazione clandestina”. Parola del sottosegretario agli esteri libico Sulemain Shoumi, ieri in visita ufficiale a La Valletta. L'esponente libico ha incontrato il ministro degli Esteri maltese Tonio Borg che ha espresso la “gratitudine” del governo della Valletta per “gli sforzi e gli impegni” presi da Tripoli nel controllare il fenomeno “tramite i pattugliamenti in mare”.

Intanto si è appreso di una imminenti visita ufficiale a Malta del leader libico Gheddafi, mentre il Presidente maltese Gorge Abela sarà a Tripoli il 1 settembre, giorno del quarantesimo anniversario della rivoluzione libica.

Una ricorrenza che verrà celebrata anche con l'esibizione delle Frecce Tricolori. Una scelta che per Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani Rimpatriati dalla Libia “dimostra come il nostro governo intende perseguire a ogni costa una politica basata sulla convenienza economica, senza ricordarzi dell'antico debito verso chi ha perso tutto, non solo i beni materiali”.

 


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Inchinarsi ai dittatori è sempre sbagliato

 

Libero

26 agosto

Gennaro Malgieri

p.1

 

Anche al realismo politico c'è un limite. Comprendiamo le ragioni che sottostanno al rapporto di buon vicinato tra Italia e Libia, come ha scritto ieri Maurizio Belpietro, ma esse non possono giustificare l'eccesso di zelo nel compiacere il dittatore di Tripoli a fini commerciali o per indurlo a tenere sotto controllo i flussi migratori. L'ennesimo omaggio che Berlusconi si appresta a rendere a Gheddafi non aggiunge e non toglie niente a quanto già stabilito tra i governi dei due Paesi. Ma è innegabile che si presta ad una lettura negativa se si tiene conto che la Libia ha accolto soltanto pochi giorni fa l'assassino di duecentosettanta persone come un eroe. Sulla testa del “padrone" di questo terrorista voleranno le Frecce Tricolori come se l'uomo che ha cacciato gli italiani ed i loro morti da quella che era anche la loro terra fosse un benefattore e non l'equivoco personaggio che per decenni ha terrorizzato il mondo.

A Berlusconi vorremmo ricordare che quando qualcuno si è opposto, sia pure a parole, a Gheddafi, ha quantomeno ottenuto il suo rispetto. Ad esempio Oriana Fallaci che riuscì a tenergli testa e a trattarlo perciò che era: un predone ignorante.

Nel giugno scorso venne accolto in Italia come un trionfatore. ma purtroppo non c'era una Fallaci disposta a rinfacciargli le sue malefatte. Vedemmo soltanto uno stuolo di politici scodinzolanti, pronti a minimizzarne le minacce e a ridere delle sue sciocchezze. Per fortuna, al deprimente spettacolo si sottrasse il Presidente della Camera Gianfranco Fini il quale, stufo del ritardo del colonnello, gli fece trovare il portone di Montecitorio chiuso. Se è dalle relazioni internazionali che si giudica la grandezza di una nazione, bisogna concludere che l'Italia è piccola piccola.

Per Sadat, saggio presidente egiziano che conosceva bene Gheddafi, era «il pazzo di Tripoli». Del resto chi definiva la patria di Dante, Michelangelo e Leonardo come una «terra selvaggia» ,l'appellativo se lo meritava tutto. Se poi consideriamo che il suo "libro verde", una sorta di vademecum sciovinistico e visionario, egli stesso lo definì , la guida nel viaggio dell'emancipa­zione dell'uomo, oltre che «nuovo Vangelo, il Vangelo della nuova era», non è difficile farsi un'idea del personaggio.

Gheddafi non è più lo stesso, si dice. Forse è vero. Adesso, infatti, si fa ricevere dai potenti della Terra, ma non rinuncia alle gratuite provocazioni, come quella di nominare, poco prima del viaggio in Italia, ministro degli Esteri il capo dei servizi segreti. Un tempo si faceva accompagnare da beduini armati fino ai denti, oggi da procaci fanciulle altrettanto armate. Prima espelleva gli italiani, i figli di italiani, i nipoti di italiani soltanto perché italiani:da un po' li blandisce, ma ne pretende le scuse come se tutti fossimo criminali, figli e nipoti di criminali. Non s'è mai vista una nazione dal passato imperiale (vero e non da operetta come quello dell'Italia) inchinarsi ai dittatori che in nome della "liberazione" hanno schiavizzato i paesi "europeizzati". E neppure abbiamo mai sentito nessuno, in un'aula universitaria. giustificare l'assenza di elezioni e Parlamento nel proprio Paese in nome di un vago potere che già sarebbe nelle mani del popolo: così si espresse Gheddafi alla Sapienza di Roma

Va tutto bene, naturalmente, perché siamo diventati "amici". E quindi abbiamo munificamente risarcito la Libia dei danni che le avremmo arrecato occupandola nel 1911. Ma c'è un particolare del quale nessuno tiene conto: all'epoca la Libia non esisteva Esistevano Tripolitania e Cirenaica, sotto la sovranità dell'Impero Ottomano: un dominio davvero barbaro e primitivo, una «scatola di sabbia» come i non interventisti italiani definirono l'impresa. Non c'era niente e l'Italia costruì tremila chilometri di strade asfaltate, rese percorribili settemilacinquecento chilometri di piste, creò i porti di Tripoli e di Bengasi, fece una ferrovia lunga quattrocento chilometri, bonificò migliaia di terre incolte. Gli efferati episodi di crudeltà sono noti, deprecati e condannati. Ma mettiamoci pure dell'altro nella nostra vicenda coloniale e chiamiamolo scuole, ospedali, villaggi, il tutto per gli italiani, ma soprattutto per gli indigeni. E ricordiamo anche che quando Gheddafi inaugurò il suo potere assoluto, espellendo i nostri connazionali, confiscandone i beni, profanando i cimiteri per liberarsi perfino delle ossa degli italiani, violò la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

La memoria corta gioca brutti scherzi. E gli scherzi generano ilarità. Ridiamo amaro, però, immaginando le nostre Frecce Tricolori volteggiare nel cielo di Tripoli.

 


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Assurdo omaggio al dittatore: le Frecce Tricolori da Gheddafi

 

Libero

25 agosto 2009

Andrea Valle

p. 6

Quanto costano le Frecce tricolori? Sulla scia di Lidia Menapace, la storica esponente comunista passata alla storia per le critiche sul rumore e l'inquinamento degli aerei gloria della nostra aeronautica, due senatori radicali ­Marco Perduca e Donatella Poretti - hanno presentato ieri una interrogazione al ministro della Difesa Ignazio La Russa per conoscere l'esborso delle nostre casse per colore di verde, bianco e rosso il ciclo di Tripoli in occasione della visita di domenica del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Una visita lampo, in pieno Ramadan: il premier parteciperà alle celebrazioni del Trattato di amicizia trai due paesi e dovrebbe essere ospite a cena di Muammar Gheddafi. Dunque nessun cambio di programma, né per le Frecce tricolori né per gli incidenti in mare né per le polemiche inseguito alla liberazione di Abdelbaset al Megrahi, condannato per la strage di Lockerbie e accolto in Libia come Cannavaro dopo i Mondiali tedeschi (il principe Andrea, duca di York, non ci sarà per questo motivo). Il presidente del Consiglio, in questi giorni ad Arcore, sta preparando nei dettagli il suo viaggio per la prima giornata dell'Amicizia tra Italia e Libia, che cade in un momento molto delicato per le questioni migratorie e per i forti accordi commerciali sanciti tra i due Paesi. Non è escluso che assisterà alla posa della prima pietra dell' autostrada costiera voluta dal Colonnello, simbolo della ricompensa pattuita con l'Italia a seguito dei danni del periodo coloniale.

Confermata sopratutto l' esibizione delle Frecce Tricolori, che celebreranno a modo loro il 40esimo della presa del potere da parte del leader libico (1 settembre). Il ministro La Russa ha infatti ribadito che si tratta di «un impegno che il Governo ha assunto sulla base di una richiesta venuta dalla Libia» e «non si è mai discusso di annullarla». «I Radicali consultino una carta geografica per scoprire che la Libia è molto vicina, l'esibizione a Tripoli costa dunque come un'esibizione a Trieste, anzi forse anche meno. La richiesta di un'esibizione delle Frecce Tricolori è un chiaro riconoscimento all' eccellenza italiana di cui sono orgoglioso. Alla prima riunione del Consiglio dei ministri», ha aggiunto, «voglio richiedere un risarcimento più adeguato per gli italiani espulsi dalla Libia». Tra l'altro, alloggio e carburante per l'esibizione saranno a carico di Tripoli, come previsto da accordi internazionali. Alla protesta si sono uniti anche i deputati dell'Idv, già protagonisti di una clamorosa iniziativa in occasione della visita di Gheddafi in Italia.

Margherita Boniver (PdL, presidente del Comitato Schengen) ha sottolineato ieri come il viaggio sia «stato preparato da molto tempo e cada in un momento molto importante delle relazioni bilaterali. Potrebbe avere qualche inghippo se i libici continuassero a festeggiare il rientro in patria del loro agente condannato per l'attentato di Lockerbie. Comunque la questione riguarda soprattutto i rapporti con la Gran Bretagna». Di visita «più che necessaria» aveva parlato, nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il 30 agosto 2008 è stato infatti sottoscritto il "Trattato di amicizia e cooperazione": l'Italia investirà 4 miliardi di euro in 20 anni in infrastrutture sul suolo libico in cambio della cooperazione nella lotta al terrorismo e all'emigrazione. Coinvolte in molte attività e costruzione di infrastrutture le maggiori aziende (e banche) del Paese, dall'Eni all'Enel. Sul tavolo di Arcore restano le pratiche calde delle Regionali e della Finanziaria. Potrebbe esserci spazio al massimo per un blitz di Berlusconi in Costa Azzurra dalla figlia Marina. Venerdì 28 agosto, puntata in Abruzzo per il consueto vertice sulla ricostruzione. Il giorno dopo c'è Milan-Inter, e pare difficile non attendersi il Cavaliere a San Siro. li 30 agosto la trasferta a Tripoli (ma il premier non sarà lì mentre i nostri piloti voleranno) e, il 10, volo a Danzica per il settant­simo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale.


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Italia-Libia: Airl, governo guarda solo convenienza economica

           

Ansa

25 agosto 2009

La decisione del premier, Silvio Berlusconi, di partecipare "nonostante tutto" ai festeggiamenti per l'anniversario "del cosiddetto 'Trattato storico' bilaterale" e di "far esibire la nostra straordinaria pattuglia acrobatica per il 40/o anniversario della rivoluzione libica" dimostra "che il nostro governo intende perseguire ad ogni costo una politica basata esclusivamente sulla convenienza economica, senza peraltro ricordarsi dell'antico debito verso chi ha perso tutto, non solo beni materiali". Lo afferma l'Airl, l'Associazione dei rimpatriati dalla Libia, che ricorda come nel 1970, quando gli italiani furono 'cacciati' da Tripoli, non ci fu nessun invio di "navi o aerei militari per facilitare il rimpatrio".

"Non avremmo immaginato - dice Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia - di vedere rinnovato tante volte il nostro dolore, dai missili lanciati su Lampedusa, al Mig libico caduto sulla Sila negli anni '80, fino all'offensivo atteggiamento in occasione della liberazione del terrorista condannato per Lockerbie, passando per le provocazioni della recente visita di Gheddafi in Italia e le drammatiche e inarrestabili vicende dei clandestini che partono dai porti libici".

Ora i rimpatriati attendono "con fiducia che il Consiglio dei ministri accolga la proposta del ministro Ignazio La Russa, tesa ad ottenere un risarcimento per i beni perduti che sia meno umiliante di quello concesso nel gennaio scorso".

"Anche noi - conclude Giovanna Ortu - abbiamo un importante anniversario da celebrare: il 7 ottobre 2010 ricorre il quarantennale della nostra cacciata, fino all'anno passato ricordato dalla Libia come 'giorno della vendetta'. Noi invece dobbiamo poterlo celebrare come il completamento del nostro riscatto in Patria".


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Finmeccanica, maxiaccordo con la Libia

 

Corriere della Sera
29 luglio 2009

Federico De Rosa

Pag. 24

Maxi alleanza nel settore civile tra Finmeccanica e la Libia. Il gruppo guidato da Pierfrancesco Guarguaglini e la Libyan Investment Authority, il fondo sovrano della Grande Jamaihirya, daranno vita a una joint-venture paritetica per sviluppare in Libia, Medio Oriente e Africa la cooperazione strategica nei settori dell' aerospazio, dell' elettronica, dei trasporti e dell' energia. «L' accordo non prevede l' ingresso dei libici nel capitale» di Finmeccanica, ha subito precisato il presidente Guarguaglini, sgombrando così il campo dalle indiscrezioni circolate nei giorni scorsi (smentite da Piazza Montegrappa) di colloqui in corso con Tripoli per aprire l' azionariato del gruppo pubblico. Quello siglata ieri è la prima grande alleanza tra Italia e Libia dopo la firma dell' Accordo di Amicizia tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. Ed il coinvolgimento di Finmeccanica è particolarmente significativo, visto il ruolo strategico del gruppo di difesa sullo scacchiere internazionale. «Abbiamo firmato un accordo strategico di ampia portata che coinvolge tutti i nostri settori del comparto civile: elicotteri, energia, elettronica, sicurezza e aerospazio - ha spiegato il numero uno di Finmeccanica -. Ma non solo. L' accordo stabilisce il concetto che è possibile mettere in campo investimenti anche fuori dalla Libia, sia in Africa che in Medio Oriente». Mercato che per Finmeccanica vale oltre 20 miliardi di dollari. Il gruppo di difesa ha già un accordo con la Libia, firmato nel 2006, nel settore degli elicotteri che ha portato alla costituzione della Libyan Italian Advanced Tecnology Company, Liatec, partecipata da Finmeccanica e Augusta Westland. E la scorsa settimana la controllata Ansaldo Sts ha ottenuto una commessa da 541 milioni di euro da Tripoli. «Lia - ha spiegato Guarguaglini - rappresenta un partner straordinario che potrà fornire a Finmeccanica ulteriori risorse finanziarie e opportunità di business per sviluppare nuove iniziative in aree geografiche strategiche per la futura crescita del Gruppo». Oltre alla Libyan Investment Authority, nella partnership è entrata anche la Libya Libya Africa Investment Portfolio, un altro veicolo utilizzato per gli investimenti dalla Grande Jamaihirya. La joint-venture, che sarà creata entro la fine dell' anno e avrà una dotazione di 400 milioni di euro, verrà utilizzata per le iniziative congiunte di business e potrà effettuare investimenti diretti in attività commerciali e industriali, anche fuori dalla Libia. «Si tratta, dunque, di uno strumento di grande flessibilità di partnership nell' investimento» ha spiegato il numero uno di Finmeccanica. «Questo accordo è l' esempio della continua e profonda attenzione della Lia verso intese di tipo strategico e alleanze internazionali, come investitore di lungo termine» ha aggiunto il vice amministratore delegato del fondo, Mustafa Zarti. Grazie a questa alleanza la Lia, che ha una dotazione di 65 miliardi di dollari, potrà diventare socio di altre iniziative targate Finmeccanica. E' prevista infatti la possibilità di ingresso come azionista di minoranza nei settori interessati dall' accordo siglato ieri. Quindi nelle attività civili. La difesa è esclusa dall' intesa. Ma Guarguaglini già vede oltre. «In Libia - ha ricordato - abbiamo già acquisito diversi ordini». E Finmeccanica è in corsa per la realizzazione della Metropolitana di Tripoli: «Noi abbiamo fatto l' offerta: è un' altra possibilità». L' anno prossimo, inoltre, sarà inaugurato l' impianto della Liatec, dove verranno assemblati 10 velivoli AW 109 Power e AW 119 Koala già ordinati da Tripoli. E, passando dal civile al militare, un' altra possibilità potrebbe arrivare dalla messa a terra dei vecchi Mig russi. In vista della scadenza di un' opzione per acquistare i francesi Rafale, Tripoli avrebbe iniziato a studiare con attenzione gli Eurofighter.


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Fini e la Libia: deludente sulla vicenda dei profughi

 

Corriere della Sera

22 luglio 2009

Paola Di Caro

Pag. 10

 

Con Tripoli ci sono problemi seri, come dimostra una lettera ricevuta dal presidente della Camera libico che respinge la richiesta di Gianfranco Fini di una visita di una commissione mista di parlamentari italiani e locali ai centri di raccolta di clandestini in Libia perché, è la giustificazione al rifiuto «lì non ci sono rifugiati politici, noi tuteliamo i diritti umani e comunque si tratta di una questione interna». Con Napolitano invece i rapporti vanno a gonfie vele: non è un «asse», piuttosto sono «assonanze e convergenze» ma, lo conferma lo stesso Fini parlando durante la tradizionale cerimonia di consegna del Ventaglio da parte dell' Associazione stampa parlamentare, la sintonia tra Quirinale e presidenza della Camera c' è eccome. Soprattutto sull' invito a riforme condivise, in particolare quella sulle intercettazioni, che secondo Fini sarebbe un bene che maggioranza e opposizione votassero assieme. E però, secondo l' ex leader di An, perché davvero si arrivi a un' intesa, c' è bisogno che «tutti» facciano un passo nella direzione della controparte: un invito che in questo caso sembra rivolto più all' opposizione che alla maggioranza, che comunque sul testo un' intesa di massima al suo interno l' ha raggiunta. Viceversa, su un altro tema delicato come il testamento biologico, Fini pensa alla sua parte politica quando auspica «meno dogmatismo» e disponibilità nel cambiare un testo, quello votato al Senato, sul quale anche l' ordine dei medici «ha espresso preoccupazione, cosa che non è piaciuta ad alcuni miei autorevoli colleghi ma che invece a me ha dato soddisfazione». Si parla anche dell' abuso di voti di fiducia da parte del governo, ma il presidente della Camera frena: è vero, spiega, che un abuso della fiducia implica «un problema politico», ma è anche vero che se il governo la porrà sul decreto anticrisi già votato dalle commissioni «non si può parlare di mortificazione del Parlamento». Diverso sarebbe invece «se la fiducia fosse posta su un maxi-emendamento che contenesse parti ulteriori, non trattate o conosciute durante l' esame in commissione». Infine, si torna al caso Libia: Fini rivela che una sua lettera in cui proponeva una commissione mista di controllo nei Cpt libici è stata appunto rifiutata dal suo omologo di Tripoli. E il suo giudizio è molto duro: «Dire che si tratta di una risposta inadeguata, deludente e politicamente miope è dire poco, di fronte a un dato di fatto». Paola Di Caro Le assonanze Capo dello Stato Sulle intercettazioni «tutti i soggetti» dimostrino «spirito di apertura e senso della misura»: sì a soluzioni «il più possibile condivise» Presidente della Camera «In questa legislatura possano prevalere momenti di accordo, soprattutto per riforme che riguardano tutti i cittadini»

 

 


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Interventi & Repliche

 

Corriere della Sera
27 giugno 2009

Vittorio Sgarbi

Pag. 37

La restituzione delle opere d' arte Chiamato direttamente in causa da Paolo Conti («Da Axum ai fregi del Partenone. Quando è giusto restituire», Corriere del 20 giugno) su una questione essenziale come la restituzione delle opere d' arte, in una singolare confusione tra ciò che è proprio dello Stato e ciò che è arbitrio della criminalità, mi vedo messo all' angolo con una richiamo alla «serietà» per avere, da sottosegretario ai Beni Culturali e, pervicacemente, da osservatore critico, sostenuto i principi elementari della tutela e della natura stessa delle istituzioni museali. Se dovessimo accettare il principio della restituzione ai luoghi d' origine, in ordine alla confusione tra dominio coloniale e occupazione, e se si sostiene la legittimità della richiesta della restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone (annosa battaglia iniziata dalla intrepida ministra della Cultura Melina Mercouri), dovremmo smantellare importanti musei: tutto il Louvre, tutti i musei di Berlino, quello di Pergamo,

l' Antikensammlung di Monaco, il British Museum di Londra ma anche la National Gallery e la stessa Pinacoteca di Brera, esemplare rappresentazione di tutte le scuole di arte pittorica italiana, frutto delle rapine «regionali» di Napoleone. La storia ha visto il patrimonio dei vinti traslato nei musei dei vincitori: ma è la storia, appunto, ed è anche la storia dei musei. E mi pare bene che i rigorosissimi inglesi non seguano il nostro scellerato esempio. L' obelisco di Axum è stato il segnale negativo di uno Stato debole che si vergogna della sua Storia arrivando alla farsa della visita di Gheddafi che ha ottenuto i risarcimenti dall' Italia ma non ha ancora restituito i beni sequestrati ai profughi italiani e si è dimenticato di manifestare riconoscenza per il dono da parte degli archeologici italiani dei siti di Leptis Magna, di Sabratha, di Apollonia, di Cyrene. Senza gli italiani, quei luoghi dell' Umanità riposerebbero ancora sotto la sabbia.


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Col G8 torna Gheddafi: attenti alla dignita'

Politicamentecorretto.com

2 luglio 2009

Rainero Schembri


Arriva il G8. E con il G8 arriverà per la seconda volta in Italia anche Muammar Gheddafi, l'imprevedibile leader libico, questa volta come rappresentante dell'Unione Africa (carica a rotazione e della durata di un anno). Nel corso del suo  primo soggiorno italico, avvenuta nel mese di giugno, sul piano dell'immagine e della dignità nazionale non abbiamo certamente fatto una brillante figura.  
“In nome del business”, ha dichiarato a Politicamentecorretto Giovanna Ortu, Presidente AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) “e dei grandi interessi petroliferi, degli investimenti in Fiat, Eni e Unicredit, sono state consentite a Gheddafi delle liberalità che probabilmente in altri Paesi, come l'Inghilterra, la Germania o la Francia non gli sarebbero mai state concesse. Penso solo” ha detto  ancora la Ortu, “alla visita al Quirinale con la foto appiccicata al petto dell'eroe libico Omar al Mukhtar,  ucciso dai fascisti.  Ebbene, credo che ci sia un limite a tutto. Per fortuna il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha avuto un sussulto di dignità cancellando un incontro alla Camera dopo due ore di ritardo”.
Ecco il punto. Il Presidente della Repubblica, che è il rappresentante supremo della Nazione italiana non doveva, a nostro modesto parere, permettere una simile sfida mediatica.  Già siamo stati l'unico ex paese coloniale del mondo che oltre alle scuse ha accettato di pagare un maxi risarcimento per il periodo coloniale di 5 miliardi di dollari in vent'anni. E ciò dopo di  un primo consistente risarcimento effettuato (ma non riconosciuto da Gheddafi)  nel 1956. Poi siamo stati così ‘buoni' da non fare entrare in questi calcoli i beni confiscati agli italiani nel 1970 dopo il colpo di Stato: beni che ai valori attuali ammonterebbero a 3 miliardi di Euro. In compenso, siamo stati abilissimi a fare affari di tutti i tipi con Libia, salvo a trovare solo dopo quarant'anni qualche spicciolo per indennizzare almeno in parte i 20 mila italiani che dal 1911 (era Giolitti) sono stati costretti a lasciare l'Italia, quasi sempre in povertà. 
Ora è stato firmato un importante accordo di amicizia tra i due Paesi. Appare più che ragionevole essere contenti che la Libia sia diventata un grande partner commerciale dell'Italia e che ci fornisca l'energia necessaria per sviluppare il nostro Paese. E' comprensibile, inoltre, che in nome della real politic, si possa accettare tutto e di più. Anche molte pagine nerissime dei nostri rapporti passati. Ma c'è una cosa che non dovrebbe mai essere messa in svendita. La dignità nazionale e su di essa il capo dello Stato dovrà sempre vigilare. Quindi, ben tornato Gheddafi, ma questa volta stiamo attenti agli scherzi. Lo chiediamo soprattutto al Quirinale. 


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La tenda beduina e le imprese senza dignità

La Repubblica Affari & Finanza

15 giugno 2009
Massimo Giannini

pag. 1

D'accordo, gli affari sono affari. Le leggi del profitto non sempre coincidono con i principi morali. E il business, come diceva quel tale, a volte "è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo". E' tutto vero. Ma c'è qualcosa di umiliante nel modo in cui l'establishment economico (non solo quello politico) si è prostrato per baciare l'anello di Sua Altezza Muhammar Gheddafi.
Prima l'incontro pubblico con il gotha di Confindustria, che il Colonnello ha blandito con una garanzia ("la Libia non venderà mai risorse energetiche a scapito dell'Italia") e rassicurato con una bugia ("finché c'è Berlusconi al governo siete fortunati"). Poi il vertice riservato con l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni, ricevuto lontano da telecamere accese e da orecchie indiscrete sotto l'ormai mitica tenda beduina di Villa Pamphili.
E' la famosa "geopolitica del gas e del petrolio", che ancora una volta rende questo Paese tragicamente dipendente da qualunque fornitore, che si tratti della democratica Norvegia o della dispotica Russia. E' la promessa di far costruire alle aziende italiane opere infrastrutturali nel territorio libico per oltre 5 miliardi di dollari in 20 anni. Insomma, c'è poco da scandalizzarsi: it's the economy, stupid. Ma c'è modo e modo di accaparrarsi commesse e contratti. Non ci si può presentare col cappelluccio in mano, neanche fossimo l'Italietta prostrata del dopoguerra che il povero De Gasperi andò a raccomandare all'America, ottenendo un primo assegno da 50 milioni di dollari dal segretario di Stato Byrnes. Era il gennaio del '47, e nella delegazione italiana gente del calibro di Guido Carli non poté partecipare al ricevimento alla Casa Bianca: non aveva neanche i pochi soldi necessari per affittare il frac imposto dal cerimoniale. L'Italia di oggi non naviga nell'oro. Ma, nonostante il Cavaliere, non è ridotta come quella di allora.
Via, signori imprenditori, un po' di dignità.

 


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Se la diplomazia diventa uno show

La Repubblica

domenica 14 giugno 2009

Francesco Merlo

p.1

Non è possibile che la diplomazia italiana non prepari e non governi una visita di Stato, non ne contenga gli eccessi pittoreschi, non concordi forme e contenuti degli interventi. Nonè possibile che la diplomazia italiana spinga l' accattonaggio di Stato sino a lodare gli estremismi di Gheddafi che, imbottito di dollari grazie al petrolio, nell' Aula Magna della Sapienza, dopo averci generosamente perdonato, ci ha spiegato che «bisogna capire le ragioni del terrorismo». Le ragioni cioè dei macellai che sgozzano, delle bombe nelle stazioni, delle stragi nei centri commerciali. Insomma, non è Gheddafi che ci indigna ma è la nostra diplomazia che ci mortifica. Perché lo facciamo? Nessuna superiore ragion di Stato , nessun rimpatrio di migranti, nessun bisogno energetico consentono infatti di perdere faccia e coscienza permettendo a un dittatore, che ha impiegato la vita a finanziare e ad armare i killer di tante orribili imprese terroristiche, di equiparare, proprio nel nostro paese, gli Stati Uniti a Bin Laden. È vero che il nostro governo, al quale sempre più piace fare l' amico dei nemici e il nemico degli amici, ci ha abituati alla "diplomazia del sorriso", vale a dire alla politica estera degli ammiccamenti e delle battute, delle pacche sulla spalla e delle gag al limite della licenza e della decenza, ma persino quel vestito con il quale Gheddafi si è presentato al Quirinale esprime, ancor più della vanagloriosa aggressività dell' ospite, la sostanziale impotenza della nostra diplomazia. E non solo perché è proprio così che il cinema abbiglia i satrapi degli stati centro africani, con le foto appuntate sul petto e le divise colorate e superaccessoriate che disonorano i soldati di tutto il ... mondo civile e ridicolizzano la professione delicata dei colonnelli. Oggi i militari non esibiscono nulla, sono esperti di geopolitica, storiografi di qualità, ingegneri sobri misurati ed equilibrati, insomma sono gli ultimi a voler fare quello che sono chiamati a fare: la guerra. Gheddafi a Roma non somiglia a un militare, ma a una parodia del vigile urbano in grande spolvero. È l' africano come se lo immaginano i leghisti. Pur di cacciare gli immigrati da Vicenza, i nostri xenofobi padani cedono Roma, i suoi giardini e le sue università a un beduino in ghingheri.
Gheddafi che tiene lezioni di alta politica a Palazzo Giustiniani e nella nostra più importante accademia è in questo senso il trionfo del ministro dell' Interno Maroni: la politica estera asservita agli umori dei bottegai di Vigevano. E sebbene non ci sia memoria di un set cinematografico altrettanto pittoresco, il rettore Luigi Frati, medico specialista, ha trovato nell' esibizione di Gheddafi «spunti di grande interesse». E il presidente del Senato Renato Schifani vi ha letto «una pagina importante» e già pensa di invitarlo di nuovo. Solo il ministro degli Esteri Franco Frattini ha ammesso che, perbacco, «non si può essere d' accordo su tutto». Rimane da capire su che cosa è d' accordo Frattini con Gheddafi, quali sono gli spunti di grande interesse, e perché questa esibizione sarebbe una pagina importante. Ecco: se si tratta di umorismo è umorismo nero, se si tratta di diplomazia è diplomazia spudorata. Ma forse il politologo Frati, lo studioso Schifanie il Marco Polo Frattini si riferiscono alla carica della polizia contro gli studenti, alle intelligenze critiche mortificate e zittite all' università, alla prepotenza dei gorilla libici, al gineceo amazzonico che guarda il corpo del dittatore...
Ma perché la nostra politica estera deve diventare sbracamento? Noi non pensiamo come quelli di An (dov' erano?) che Gheddafi abbia fatto diventare debiti i nostri crediti storici. Ma distinguiamo il popolo libico da Gheddafi che, come i governatori colonialisti italiani, violai diritti umanie peggio di loro, da ben quaranta anni, commette soprusi. È vero che anche gli Stati Uniti si sono ammorbiditi con Gheddafi, ne hanno lodato il nuovo corso e la rinunzia alla ambizioni nucleari, e lo hanno depennato dalla lista dei paesi canaglia. Ma ve lo immaginate Gheddafi, vestito da capobanda municipale, che parla al Congresso degli Stati Uniti, o che fa una lezione ad Harvard o che pianta la tenda al National Mall, la striscia verde che è il cuore politico e istituzionale dell' America? L' Italia squattrinata può anche invitare Gheddafi, se davvero è disposto a comprare azioni della Telecom o, come dicono, a salvare la squadra della Roma, o ancora a riempirei nostri ammanchi energetici...
Quando sono in ballo grandi e vitali interessi , non dico che approveremmo ma almeno capiremmo. Purché - lo ripetiamo - la diplomazia controlli ogni cosa e non si lasci sopraffare. Mai un invito diplomatico può diventare un evento da baraccone, una roba da estate romana, un' esibizione che, ideata per impataccare, ha finito con l' impataccarci. Ed è una patacca che ci resterà a lungo sul groppone, questa nostra politica da cammellieri, ingombrante come la tenda a villa Pamphili. Se il capo di Stato da spennare fosse stato esquimese, lo avremmo messo in una cella frigorifera accanto al laghetto di Villa Borghese, ghiacciato per l' occasionee popolato con le foche de Roma?


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Piegare troppo la schiena non raddrizza gli affari

Libero

14 giugno 2009

Magdi C. Allam

 

La vera lezione da trarre dalla sciagurata visita del dittatore libico Gheddafi a Roma è che non è affatto vero che incurvando la schiena si possano raddrizzare gli affari. Perché se, da un lato, il messaggio recondito che trapela dai canali informativi è che dovremmo perdonare gli “eccessi verbali” di Gheddafi per salvaguardare degli interessi energetici, economici e commerciali che corrisponderebbero ad una priorità nazionale, dall'altro si tende a omettere che a giovarne sono essenzialmente i tradizionali potentati della finanza e dell'impresa, anche a scapito della piccola e media impresa che rappresentano il fulcro dell'attività sana della nostra economia, con un danno che prima o dopo si ripercuote sui nostri portafogli. Per trarre le somme dobbiamo partire dall'inizio della storia recente tra i due Paesi, per prendere atto dell'assoluta inaffidabilità di Gheddafi. Il 2 ottobre 1956 il presidente del Consiglio dei ministri Antonio Segni e il primo ministro e ministro degli Esteri libico Mustafà Ben Halim sottoscrissero a Roma l'Accordo tra l'Italia e la Libia di collaborazione economica e di regolamento delle questioni derivanti dalla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 15 dicembre 1950. Esso consta di 19 articoli, 20 allegati e 14 scambi di note. Di fatto l'Italia risolse la spinosa e controversa questione del risarcimento dei danni coloniali, così come attesta l'articolo 18 che recita: «I due governi, nel dichiarare di loro piena soddisfazione le intese raggiunte col presente accordo, confermano di aver definito tutte le questioni dipendenti dalla risoluzione (dell'Onu del 15 dicembre 1950 che conferisce l'indipendenza alla Libia, ndr) o con questa connesse o dipendenti dal passaggio di sovranità». Concretamente l'Italia saldò il debito coloniale con il versamento alla Libia, così come contemplato dall'articolo 16 dell'accordo, della somma di 2.750.000 lire libiche, pari a 4.812.500.000 lire italiane quale contributo alla ricostruzione economica della Libia. Di questa somma, due terzi dovevano essere impiegati da parte del governo libico per l'acquisto in Italia, in tre esercizi finanziari successivi, di prodotti dell'industria italiana, mentre un terzo fu versato in contanti. Il colpo di Statoe il regime di Muammar Sennonché Gheddafi, dopo il colpo di Stato con cui nel 1969 rovesciò la monarchia, sconfessò gli accordi internazionali precedentemente sottoscritti e pretese la riapertura della questione dei risarcimenti coloniali. Teniamo presente che l'Italia è l'unica ex potenza coloniale al mondo che ha accettato di farlo, anche se il nostro peso coloniale è stato del tutto infimo rispetto a quello della Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo e Belgio. Di fatto abbiamo scoperto che, ogni qual volta si era a un passo da un possibile accordo di natura finanziaria anche se sotto forma di un ospedale o dello sminamento delle aree desertiche teatro della seconda guerra mondiale, Gheddafi rialzava la posta perché ciò che gli interessava, veramente non era l'indennizzo, ma il poter usare l'Italia come valvola di sfogo delle frustrazioni interne di un popolo represso in quanto sottomesso alla sua feroce tirannia.

La conferma dell'inquadramento politico della questione del risarcimento coloniale è che il recente accordo, che contempla un esborso stratosferico di 5 miliardi di dollari, è stato accettato da Gheddafi solo nel contesto di un cosiddetto trattato di amicizia che di fatto stravolge l'alleanza dell'Italia con la Nato assumendoci l'impegno a non consentire che dal nostro territorio possano partire azioni aggressive nei confronti della Libia. Così come aveva implicitamente contemplato l'impegno dell'Italia a completare l'opera di sdoganamento di Gheddafi a livello internazionale, cominciando ad accoglierlo con i massimi onori a casa nostra come se si trattasse del più autorevole e prestigioso leader del mondo.

Ben ci sta! Che umiliazione sentirci dare delle lezioni di democrazia («Se il popolo italiano me lo chiedesse, gli darei il potere annullando i partiti e le elezioni») da un tiranno che ha le mani insanguinate di migliaia di oppositori interni massacrati e di centinaia di vittime di attentati terroristici di cui è stato definitivamente accusato dal tribunale internazionale dell'Aja. Che orrore accoglierlo il Campidoglio, nel Senato della Repubblica e nell'Università La Sapienza per permettergli di giustificare e legittimare il terrorismo equiparando gli Stati Uniti a Osama bin Laden. Che vergogna vedere il nostro capo di governo Berlusconi, qui a casa nostra, doversi infilare sotto una tenda eretta a residenza romana di Gheddafi, consentendogli un arbitrio che non sarebbe concesso a nessun italiano, nel tentativo di rabbonirlo dopo l'ennesima offesa alle nostre istituzioni che ha portato all'annullamento della sua visita alla Camera dei deputati, fino al punto da elevarlo a modello da emulare: «Gheddafi? Come un cliente un po' originale. È intel­ligentissimo, se è stato al potere per 40 anni è perché ci sa fare».

Ebbene noi italiani dovremmo ingoiare tutti questi rospi perché Gheddafi in cambio ci garantirebbe un fiume di affari irresistibili. Ma a chi? I soliti nomi: Eni, innanzitutto, la madre della nostra politica energetica e della nostra politica mediorientale sin dal dopoguerra; Impregilo, Alenia Aeronautica, Prysmian Cable (ex Pirelli), Sirti Alcatel. Tanti progetti sulla carta, alcune promesse ventilate, certezze nessuna almeno per il momento. Le sole certezze che abbiamo è che finora gli affari con la Libia, da cui importiamo il 30% del nostro fabbisogno di petrolio e il 12,5% del nostro fabbisogno di gas, pari al 10% del nostro fabbisogno complessivo di energia, si sono spesso ritorte contro l'interesse degli italiani.

Partiamo dal caso della Fiat che, dopo aver consentito alla Libia di acquistare il 15% delle proprie azioni a par­tire dal 1976, dieci anni dopo le riacquistò con l'intermediazione di Mediobanca, con un'operazione in cui i piccoli azionisti dell'Ifil furono ingannati e danneggiati, avendo sottoscritto un aumento di capitale di una società ricca di attività finanziarie e si ritrovarono a possedere titoli industriali Fiat precipitati da 16.500 lire a 9.600 lire. Diciamo pure che, dopo il lancio dei missili libici su Lampedusa, la Fiat si sbarazzò dell'imbarazzante azionista libico riversando sulle nostre spalle un conto salato, 2,6 miliardi di dollari.

Prendiamo il caso dei crediti per un ammontare di 650 milioni di euro che 120 imprese italiane, perlopiù piccole e medie imprese, continuano a vantare nei confronti della Libia e che Gheddafi continua a non voler onorare. Fino al caso dei 3 miliardi di euro che la Airl (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) rivendica per le perdite e le confische subite dai 20 mila italiani cacciati dalla libia nel 1970. Al riguardo, di fronte al perdurante rifiuto di Gheddafi di indennizzare i nostri connazionali, quest'onere è stato assunto dal governo italiano anche se i versamenti effettuati sono ancora parziali.

Ecco perché è arrivato il momento di prendere atto che solo salvaguardando i nostri valori, la nostra dignità e la sovranità nazionale, potremo tutelare anche l'interesse economico dell'insieme della collettività. Ricordiamoci: con la schiena ricurva otterremo solo disprezzo e perdite; con la schiena dritta ci meriteremo rispetto e guadagni.

 


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Missione a Tripoli in difesa dei diritti dei migranti

 

Il Sole 24ore

14 giugno 2009

Gianfranco Fini

 

Saluto il Leader Gheddafi, anche nella sua veste di presidente dell'Unione africana. La presidenza libica dell'Unione africana può contare sull'Italia per il rafforzamento dell'impegno della Ue per l'Africa, soprattutto con riferimento alle crisi umanitarie che travagliano il Darfur e la Somalia. (…)

Italia e Libia sono unite da profondi vincoli storici e geografici. La collocazione al centro del Mediterraneo ha favorito sin dall'età romana i contatti reciproci, come dimostrano le meravigliose testimonianze archeologiche di Leptis Magna, patrimonio dell'umanità, secondo l'Unesco.

Nel più recente passato, la dominazione coloniale ha segnato una pagina dolorosa. Con la ratifica del Trattato di amicizia siglato lo scorso 30 agosto a Bengasi, la responsabilità italiana del passato coloniale è stata affermata inequivocabilmente. La camera dei deputati, con una larga maggioranza, ha ratificato il Trattato e ha ribadito la volontà di chiudere definitivamente il doloroso “capitolo del passato” e di aprire contemporaneamente il capitolo del futuro, quello dell'amicizia.

Il Trattato di Bengasi è stato il punto di arrivo di un lungo negoziato portato avanti da parte italiana con eguale impegno dai governi dell'ultimo decennio, indipendentemente dall'orientamento politico. Comune, infatti, alle forze politiche italiane è stata ed è la convinzione che un partenariato privilegiato con la Libia sia necessaria per la stabilita e lo sviluppo della regione mediterranea.

Il negoziato bilaterale è stato accompagnato dal nuovo corso della politica estera libica, caratterizzato dalla rinuncia pubblica alle anni di distruzione di massa e dalla condanna del terrorismo internazionale, che non è mai alimentato dalle democrazie. Le democrazie, a parte da quella americana, possono sbagliare, ma certo non possono essere paragonate ai terroristi.

Confido vivamente che l'entrata in vigore del Trattato sia di auspicio per una rapida conclusione dell'accordo-quadro con l'Unione europea (…). Confido, altresì, che la Libia possa riconsiderare la sua posizione nei confronti del "processo di Barcellona" che da un anno si è sviluppato nell'Unione per il Mediterraneo, ma che stenta a decollare.

Ciò è dovuto anche alla scelta compiuta dai Paesi arabi in segno di protesta per l'aggravamen­to della crisi israelo-palestinese. Voglio sottolineare al leader Gheddafi che proprio lo sviluppo dell'Unione per il Mediterraneo - di cui Israele e l'Autorità Palestinese fanno parte a pari titolo - può favorire la conquista della pace in Medio Oriente e che l'adesione della Libia rafforzerebbe una simile possibilità.

Mi preme a questa proposito ricordare che il Parlamento italiano rappresenta i Parlamenti nazionali degli Stati europei nella Presidenza dell'Assemblea parlamentare euromediterranea e che, in tale qualità, ne ospiterà i lavori dal marzo 2010 a quello del 2011.

Sarebbe particolarmente significativo se, in quella circostanza, una delegazione parlamenta­re libica sedesse sui banchi dell'Aula di questa Palazzo. Sarebbe, infatti, un riconoscimento del ruolo guida avuto dalla Camera dei deputati e dal Congresso generale del popolo (…).

In questo senso, formulo l'auspicio che le due Assemblee parlamentari possano al più presto dotarsi di un quadro istituzionale di collaborazione che sia all'altezza del livello del dialogo politico intergovernativo. Sarebbe così possibile definire un programma di scambi periodici di visite, di regolari riunioni di commissioni miste, per favorire la mutua conoscenza e comprensione, per discutere i problemi comuni ed individuare le soluzioni migliori.

L'emergenza dell'immigrazione clandestina, ad esempio, è stata oggetto di un'azione con­cordata tra i rispettivi esecutivi, meriterebbe di essere maggiormente affrontata anche sul piano interparlamentare.

A tal riguardo, proporrò al mio collega libico, Embarak El Shamakh, Segretario generale del Congresso del Popolo, la creazione di un gruppo congiunto di monitoraggio parlamentare. Auspico che una delegazione di deputati italiani possa recarsi presto in visita ai campi libici di raccolta degli immigrati per verificare il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo sanciti dalle Nazioni Unite e dal Trattato di Bengasi, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e ai perseguitati politici.

Le relazioni italo-libiche offrono amplissimi margini di approfondimento, che il Trattato di Bengasi incentiva L'Italia è già il primo partner commerciale della Libia, ma questa posizione è destinata a rinsaldarsi grazie ai reciproci investimenti diretti, che favoriranno soprattutto la rete infrastrutturale. L'Istituto italiano di cultura a Tripoli e l'Accademia libica in Italia potranno diventare centri di promozione degli scambi di studio e di ricerca.

In tale contesto, auspico che gli italiani cattolici ed ebrei che hanno lasciato la Libia costituiscano una preziosa risorsa per il futuro delle relazioni bilaterali. Di generazione in generazione essi hanno conservato un sincero attaccamento per la Libia. Hanno contribuito con il loro lavoro alla prosperità del Paese e hanno sofferto pagando responsabilità non loro. E quindi motivo di apprezzamento e di speranza il fatto che nel programma della visita a Roma del Leader Gheddafi sia previsto un incontro con loro.

Italia e Libia hanno interessi comuni nel mondo globale. La lotta al terrorismo fondamentalista,la sicurezza del bacino mediterraneo, la pacificazione del Medio Oriente, lo sviluppo dell'Africa, la non proliferazione delle armi di distruzione di massa sono tutti obiettivi che ci uniscono, il cui raggiungimento potrà senz'altro essere accelerato se intensificheremo la nostra cooperazione.

La scelta coraggiosa della via del dialogo - che il Leader Gheddafi ha impreso al suo Paese – ha fornito un'ulteriore smentita dell'ineluttabilità dello scontro tra le civiltà ed ha aperto alla Libia la possibilità di svolgere un'azione internazionale particolarmente decisiva.


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Agli esuli cacciati via nel 1970: «Vi ho salvato dalla deportazione»

Il Giornale

14 giugno 2009

Fausto Biloslavo

 

I 20mila italiani cacciati dalla Libia a pedate nel 1970 dovrebbero ringraziarlo, perché è stato il Colonnello ad opporsi alla loro deportazione in massa in un lager della Cirenaica, dove sarebbero stati decimati dalla prigionia. Gli esuli potrebbero fondare un partito, che il munifico leader libico è pronto a sovvenzionare, perché i governi italiani li hanno sempre trattati a pesci in faccia.
Gheddafi superstar ieri mattina all'ultima puntata delle sue sceneggiate romane. Con espatriati dalla Libia o loro eredi, rigorosamente selezionati dall'ambasciata libica, che fanno a gara per un autografo, in rigoroso inchiostro verde, dal grande capo della Jamahiriya socialista ed islamica. L'appuntamento era a villa Pamphili, ma non nella mitica tenda beduina. «Eravamo in 220 circa sotto un enorme gazebo bianco, con le sedie di plastica allineate. Lui parlava da un palchetto, a braccio ed è andato avanti per un'ora e cinque minuti», racconta un italiano nato a Tripoli, che ha ricevuto l'invito. Il suo nome è meglio non farlo «perché in Libia ci voglio tornare». Come sempre il Colonnello è arrivato in ritardo di 90 minuti e ha attaccato con il solito pistolotto storico sulle colpe del colonialismo italiano. «Ad un certo punto ha praticamente detto che dobbiamo ringraziarlo per averci salvato – racconta la fonte de Il Giornale – perché quando prese il potere una parte del consiglio della rivoluzione voleva deportare tutti gli italiani in Libia in un campo di concentramento ad El Agheila, in Cirenaica. Lui si è opposto e ha fatto valere la sua scelta di mandarci via». E sequestrare i beni degli italiani (400 miliardi di allora) espropriati e nazionalizzati. «Ho tre anni in più di Gheddafi e tre in meno di Berlusconi, le umiliazioni ed il dolore nei giorni in cui ci hanno cacciato dalla Libia me li ricordo bene. Non solo ti portavano via tutto, ma non te ne potevi andare prima di ottenere il certificato di nullatenenza». Lo racconta a Il Giornale, Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, che aveva 30 anni quando è stata cacciata da Tripoli. Ieri sotto il gazebo non c'era, perché gli inviti non sono mai arrivati. «È deplorevole che non si sia ritenuto necessario inserire una rappresentanza dei rimpatriati italiani nell'agenda ufficiale – tuona la Ortu -. Davo per scontato un incontro con Gheddafi. Ma forse è meglio così. Ci siamo evitati un'umiliazione visti i toni del Colonnello in questi giorni».
Sotto il gazebo, invece, c'era un gruppo di Latina con tanto di cappellino verde e la scritta Italia-Libia. «Gheddafi ha detto che i nostri governi ci hanno sempre trattato malissimo – spiega la fonte de Il Giornale sotto il gazebo –. Ci ha incitato a fondare un partito facendo capire che lo avrebbe sovvenzionato». E giù gli applausi delle vittime a chi li ha cacciati.
Fra il pubblico non sono mancate le scene stucchevoli, come qualche fan italiano armato di gigantografia di Gheddafi, che è riuscito a farsi firmare il “santino”. Un espatriato voleva prendere la parola per chiedere ingresso senza visto in Libia, apertura degli archivi di Tripoli sui beni italiani nazionalizzati e risarcimento almeno parziale degli espropri, ma non ce l'ha fatta. Un gruppetto di donne lo ha preceduto per farsi autografare l'invito con rigoroso inchiostro verde, come se Gheddafi fosse una star di Hollywood. Qualcuno gli ha regalato un quadro in argento ed il Colonnello bonario ha assicurato: «Costituite delle società, tornate a lavorare da noi. Avrete dei privilegi rispetto agli italiani che non sono nati in Libia». La Ortu ricorda che nel 1970 i libici «ti frugavano anche nei capelli. Non si poteva portare via neppure gli orecchini. L'argenteria di famiglia l'abbiamo consegnata ad amici arabi e americani, che poi ce l'hanno fatta riavere. Si poteva partire con sole 34mila lire in tasca».

Sotto il gazebo di villa Pamphili l'impressione era di grande cordialità con Gheddafi, scialle marrone e camicia all'orientale, che dispensava strette di mano e sorrisi. Però Umberto Gobbi, settantenne, che in Libia ha vissuto a lungo, ammetteva: «Mi sento un po' preso in giro». Shalom Tesciuba, leader carismatico della comunità ebraica tripolina, ha consegnato una lettera all'ambasciatore di Tripoli scrivendo che “gli ebrei non abbasseranno la testa e non dissacreranno il sabato”. Giorno fissato apposta dai libici per un incontro “riparatore” con Gheddafi, che li ha cacciati come gli italiani.


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Alfeo e la casa persa due volte
La famiglia Agostinetto espulsa nel '70 ora si ritrova terremotata in Abruzzo

Il Sole 24Ore

14 giugno 2009

Gerardo Pelosi

Ci sono storie che nessuna fantasia riuscirebbe a partorire con così tanta crudeltà. Coincidenze tra vicende politiche e tragedie personali che lasciano quasi atterriti. Chissà cosa dovrà pensare dei casi della vita Alfeo Agostinetto, classe 1920, ora relegato in una casa di cura a Pontecchio, in Abruzzo, dopo una vita difficile.
Non aveva neppure 20 anni nel '39, quando da San Donà di Piave, Venezia, prese la sua morosa, Milena Zanin, di Casale sul Sile per cercare fortuna in terra libica. Trovò un pezzo di deserto da coltivare a Dafnia, provincia di Misurata, 150 Km da Tripoli, ex villaggio Garibaldi. In quei 35 ettari coltivati a olivi, mandorli e vigna vennero alla luce sei figli: Alberto, Pietro, Claudio, Giancarlo, Noemi e Rosetta. Una vita di soddisfazioni ma anche di fatica. Poi, nel '69, la rivoluzione dei colonnelli capeggiati da Muammar Gheddafi.
Molti erano già riusciti a vendere case e poderi. Alfeo no. Nell'agosto del '70 fu colpito dalla confisca dei beni e dal decreto di espulsione. Il rientro in Italia non fu facile. Un mese di pensione a Roma fino a quando la generosa ospitalità degli abruzzesi consentì alla famiglia Agostinetto di rifarsi una vita. Lui come bidello nelle scuole elementari dell'Aquila fino alla pensione. Poi i figli che crescono e si sposano con le usanze italiane interrotte dal cous cous del venerdì e da qualche amico libico in visita di tanto in tanto.
Le scosse del terremoto di due mesi fa non hanno lesionato la casa di cura di Pontecchio dove si trova Alfeo. È lui il più fortunato ma tre dei sei figli sono, per la seconda volta nella loro vita, senza un tetto sulla testa. A Paganica, la notte del terremoto, Claudio e Pietro si ritrovano di nuovo a guardare il cielo non da una nave che li riporta in Italia ma fuori dalle loro case crollate. Si cercano l'un con l'altro, sono tutti incolumi davanti alle macerie. Stessa sorte per Alberto, in affitto in un appartamento all'Aquila gravemente lesionato. La famiglia di Claudio, moglie e due figli, si sistema sotto una tenda (tenda vera, non come quella di Gheddafi usata solo per gli incontri ufficiali). Alberto si ritira nel suo camper cui aggiunge un container per un po' di privacy per i figli adulti. Pietro accetta l'ospitalità degli alberghi sulla costa. A chi chiede loro cosa si può fare per aiutarli, dicono: «Per ora ci viene dato tutto quel che ci serve».
Differenze a analogie tra le due esperienze? Claudio risponde: «Ero un bambino, della campagna di Dafnia ricordo giochi con le lucertole, le valigie rigonfie alla partenza, le ore di attesa sotto il sole al porto, i pianti di mia madre e il coraggio fiero di mio padre». Ma se gli si chiede della visita del "leader" a Roma a denti stretti sussurra: «Se avessi un mitra...». Pietro: «Solo questo ci mancava, Gheddafi è venuto a dettare legge pure qua». E Alberto: «Avevo 14 anni quando siamo partiti ma mi ha dato fastidio vedere Gheddafi ricevuto in questo modo ».
Resta la domanda. Cosa penserà Alfeo Agostinetto, classe 1920, del bizzarro intreccio dei destini quando Gheddafi, presidente di turno dell'Unione africana, scorrazzerà tra le strade di Abruzzo per partecipare al G-8 tra poche settimane?

 


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Lettere al Direttore: La foto di Gheddafi

Gazzetta di Parma

13 giugno 2009

Professor Giulio Olmo

p. 13

 

Egregio direttore,

leggo sul suo giornale che «Gheddafi portava una singolare fotografia:quella dell'arresto, operato dagli squadroni fascisti, l'11 settembre 1931, proprio di Omar Al Muktar». Per la verità storica, Omar Al Muktar, il Leone del deserto, eroe dell'insurrezione senussita in Cirenaica contro gli italiani, fu catturato dal XV squadrone del II Gruppo Squadroni Savaridella Tripolitania, reparto del quale io ho fatto parte nei primi sette mesi del 1942, ed ho conosciuto personalmente diversi «sciubasci» (vice comandanti indigeni) dei reparti di cavalleria libica del Regio Esercito che avevano partecipato alla cattura undici anni prima. La fotografia riguarda probabilmente il momento nel quale il capo senussita viene condotto o ritorna dal processo nel quale fu condannato a morte. Ripeto spesso senussita perché Muhammar Gheddafi, ufficiale dell'esercito (credo di origine beduina) si ribellò a Idris I, il «Gran Senusso», che dagli inglesi era stato messo sul trono nel 1951. Non è peraltro nemmeno un mistero che le cabile della Cirenaica siano in continuo dissidio con quelle del resto della Libia, tant'è che i principi Karamanly, una delle più importanti famiglie di Tripoli, al tempo dell'occupazione italiana erano ufficiali del Regio Esercito. Rimane quindi da spiegare come mai il Colonnello Gheddafi ci accusi della morte di un eroe del quale lui in prima persona ha tradito la causa, detronizzando re Idris I.


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Gheddafi non arriva, Fini annulla l'incontro

 

Corriere della Sera

13 giugno 2009

Gianna Fregonara

 

Sono le 18.31 quando Gianfranco Fini strappa: «Considero annullata la manifestazione» per «l' ingiustificato ritardo del presidente della Giamahiria libica». Applausi ripetuti, persino qualche «bravo!». E tutti smobilitano dalla Sala della Lupa. Via Fini, via le telecamere, i deputati, gli addetti ai lavori, i giornalisti e anche il carrello del tè, che da due ore attendono l' arrivo di Gheddafi. Nell' ufficio di Fini, aspetta Massimo D' Alema, l' organizzatore con la sua Italianieuropei dell' happening di Montecitorio. Dopo l' annuncio, lui non affronta i giornalisti ma detta una dichiarazione: «Non posso che condividere». Che l' attesa si annunci lunga si capisce quasi subito. Si sussegue il ritornello: «Non è ancora partito da Villa Pamphili», «sta partendo», «è tutto pronto», ma si capisce chiaramente che nessuno sa nulla e i commessi si tolgono i guanti della divisa delle grandi occasioni. In sala sono schierati in prima fila Beppe Pisanu e Lamberto Dini, Andrea Manzella e Matteo Colaninno, Enzo Carra, Vincenzo Visco, Alberto Michelini. C' è il giudice Rosario Priore. Alessandro Ruben, il presidente dell' Antidefamation league che Berlusconi ha voluto in Parlamento, attende Gheddafi insieme al capo degli ebrei libici Shalom Tesciuba che ha una lettera per il Colonnello che oggi non può incontrare a causa dello shabbat. Deputati vanno e vengono, nessuno sembra essere in contatto con la tenda, D' Alema ha appena annunciato che «sembra che Gheddafi stia arrivando», il predecessore di Fini Pier Ferdinando Casini consiglia indirettamente «di chiudere, dopo due ore di ritardo, le porte al Colonnello, se rimanesse un minimo di dignità e di decoro delle istituzioni». E quando alla fine proprio il presidente della Camera entra nella sala, ha difficoltà a farsi ascoltare perché nessuno guarda verso il leggio ma tutti verso la porta convinti che finalmente Gheddafi sia in arrivo. Picchietta sul microfono, Fini e tutto di un fiato annuncia: «Devo limitarmi ad una comunicazione, la prevista manifestazione con il colonnello Gheddafi organizzata per le 17 non ha avuto luogo fino a questo momento per il ritardo del Presidente della Giamahiria libica. Ritardo che al presidente della Camera non è stato giustificato ed è la ragione per la quale, assumendomene la responsabilità e nel pieno rispetto di quello che credo che sia il ruolo che il Parlamento ha in una democrazia, considero annullata la manifestazione». Il brusio in sala diventa applauso. Mentre la sala si svuota lo staff di Fini fa sapere che la decisione del presidente della Camera è stata presa in solitudine e per «difendere il popolo italiano». Ma poi, ad evitare un incidente diplomatico alla fine della visita del leader libico, Fini chiama subito Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, nonché il ministro degli Esteri Franco Frattini che da Santa Margherita Ligure ha appena stigmatizzato quanti hanno criticato in questi giorni Gheddafi. Con un certo ulteriore ritardo, quasi alle nove di sera, l' ambasciata libica si assume la responsabilità dell' incidente: una cattiva formulazione del programma degli impegni di Gheddafi che ha mancato l' incontro con Fini perché «doveva fare la preghiera al-Assr (del pomeriggio) del venerdì, che ha coinciso con l' orario degli incontri».


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La mia foto sul petto

 

Corriere della Sera

12 giugno 2009

Lettera di Maria Imperatore

 

Gentile Direttore,

la foto appuntata sul petto di Gheddafi, esibita con provocazione prima a Berlusconi poi a Napolitano e, attraverso la TV al mondo intero, mi ha fatto venire in mente di mandarne una a Lei molto diversa ma altrettanto significativa.

Anche se non mi riconosco in nessuna delle persone rappresentate, l'ho conservato gelosamente perché potrei essere benissimo io una di loro dato che da quella nave sono sbarcata anche io, ragazza, un giorno d'estate di quasi quarant'anni fa.

Avevo perso tutto: non solo la casa, le cose, gli amici, la spiaggia, i luoghi spensierati della mia gioventù ma mi sentivo violata addirittura nella mia intimità.

Come era stato lungo e difficile quel mese torrido tra fine luglio e fine agosto vissuto a Tripoli dopo aver ascoltato alla radio il provvedimento di confisca emanato da Gheddafi. Quanti problemi per me e per i miei: non c'era neppure il tempo di piangere perché bisognava occuparsi di tante brutte cose pratiche. I beni li avevamo perduti, ma bisognava pure consegnare i relativi documenti facendo lunghe file sotto cartelli minacciosi in ricordo delle nostre “malefatte”. Bisognava cercare di sistemare presso affettuosi amici libici il nostro adorato cagnolino. Bisognava dimostrare il pagamento di tutte le utenze luce, gas, telefono: con quali soldi affrontare questi oneri dato che i conti in banca erano bloccati? E i libri? I miei adorati libri, per essere infilati in valigia, dovevano passare sotto il visto di un apposito controllo mentre ori e argenti venivano inesorabilmente sequestrati in dogana, luogo dell'ultima umiliazione: donne gentili e imbarazzate ti frugavano da per tutto, dopo averti fatto spogliare, pensando che persino fra i capelli potevi portarti via qualche tesoro. Ma questo gli italiani, i deputati, i membri del governo, le nostre giovani ministre lo hanno mai saputo?

La ringrazio e La saluto

 

 


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“Incontrerò Gheddafi senza alcun rancore”

 

Il Giornale dell'Umbria

12 giugno 2009

G.Bas.

Pag. 37

A vedere domani mattina a Roma il leader libico, da alcuni giorni in visita nella Capitale, sarà Raffaele Iannotti, uno dei tanti esuli italiani di Libia.

Iannotti - 60 anni, ternano e da sempre impegnato in politica"­ da decenni sta portando avanti, assieme all'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl), la battaglia contro lo Stato italiano per ottenere i 'risarcimenti a seguito della confisca dei beni attuata dallo stesso colonnello Muammar Gheddafi a seguito del colpo di stato del 1 settembre 1969. Gheddafi prese in mano le sorti del Paese spodestando il re Idris Sanussi I, salito al trono con la caduta del fascismo.

Con l'ascesa del colonnello, ventimila italiani, nel 1970, furono costretti a dire addio alla costa africane fare ritorno nel Belpaese. Lasciando in Libia amori, amici, ricordi e soprattutto proprietà terriere e immobiliari per un valore di circa 400 miliardi di vecchie lire.

"Se domani mattina avrò l' occasione di incontrare Gheddafi a villa Pamphili (dove è stata allestita la lussuosa tenda beduina, ndr) - spiega lannotti - lo saluterò come si conviene a un rappresentante di un Paese straniero. Lo ripeto, senza alcun rancore, per quanto accadde nel 1969. Anzi, gli dirò: sono amico del popolo libico e se lei è il popolo libico, allora è anche amico mio". Quindi nessun accenno alla faccenda delle proprietà confiscate. "Il contenzioso è aperto con lo Stato italiano non con la Libia -puntualizza lo stesso Iannotti -. Quando gli italiani andarono in Libia erano stati garantiti in tutto e per tutto dall'Italia, quindi i risarcimenti che dobbiamo ancora ottenere, almeno 400 milioni di euro, devono essere elargiti dal nostro Stato. Un piccolo passo in avanti - aggiunge ­è stato fatto lo scorso febbraio in occasione del nuovo trattato di amicizia tra l'Italia e la Libia. Un trattato da 5 miliardi di dollari in cui sono previsti anche 150 milioni di euro per noi esiliati, ma è una cifra completamente insufficiente per chiudere la storia". Insomma, la battaglia per ottenere i "giusti" risarcimenti è destinata a durare ancora per anni. Intanto, però, una piccola soddisfazione gli esuli italiani l 'hanno già avuta: sono potuti ritornare in Libia.

"Sono andato già diverse volte - racconta Iannotti -, malgrado le diversità che ci sono tra noi occidentali e la gente di un paese arabo, io resto sempre molto legato a quei luoghi, anche perché io sono nato in Libia. Ogni volta che vado in quella terra è un' emozione forte, lì sono ancorati i miei ricordi di fanciullo e di ragazzo, quando fummo cacciati avevo 21 anni". Nelle parole di Iannotti anche se non c'è rancore, si avverte comunque un pizzico di amarezza.

Adesso il grande incontro. "Spero proprio che ci sia la possibilità - dice il sessantenne ternano -. Non è ancora arrivata la comunicazione ufficiale. Sappiamo che l'ambasciata ha fissato il faccia a faccia con Gheddafi per domani mattina, poche ore prima del suo ritorno in Libia. Comunque sappiamo già che al colonnello non potremmo presentarci come esponenti dell' Airl, ma come semplici italiani che 39 anni fa vennero rimpatriati dalla Libia. Ma questo non è un problema." E nemmeno un grande segnale di distensione. Ma questa è un' altra storia.


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Accolto con troppi onori

 

Massimo Teodori

12 giugno 2009

Il Tempo

 

Era proprio necessaria accettare la comparsata del tendone verde eretto a villa Pamphili? Era proprio necessario, lui che non ha mai conosciuto la democrazia, tentare di farlo parlare addirittura nell'aula del Senato, l'assemblea più prestigiosa della libera Repubblica? Era proprio necessario dargli tanto spago da consentire che paragonasse con iattanza gli Stati Uniti al terrorismo di Osama bin Laden? Gli interrogativi potrebbero continuare ma, per carità di patria - è proprio il caso di dirlo -, non cito neppure la scempiaggine della laurea honoris causa in Diritto (!) dell'università di Sassari. Intendiamoci, non siamo così sprovveduti dal non sapere quali interessi economici, a cominciare dal petrolio dell'Eni, legano l'Italia alla Libia, e quale situazione geografica impone obbligatoriamente un buon rapporto per fare fronte all'immigrazione clandestina.

Ma se le nostre autorità ritengono di ammansire l'uomo della tenda con accoglienze da operetta, si sbagliano di grosso. Sappiamo tutti di cosa sia capace il colonnello megalomane e quale sia l'abilità nel rilanciare la posta in gioco che già costa all'Italia 5000 miliardi di dollari. È vero che l'Italia si è resa colpevole di gravissimi misfatti nelle avventure coloniali sull'altra sponda del Mediterraneo. Ma il responsabile è stato il fascismo che non c'è più da sessant'anni, mentre ora siamo in un regime democratico che ha pubblicamente riconosciuto i torti del passato. E' sempre difficile fare il bilancio in termini di civiltà.

Ma, nel tributare a Gheddafi onori che non sono stati mai rivolti ad alcun capo di Stato e di governo d'Europa e d'America, si è dimenticato di ricordare che gli italiani hanno lasciato in Libia splendide terre agricole, belle cittadine mediterranee, e opere pubbliche mai più imitate. La contropartita di tutto il ben d'Iddio che abbiamo lasciato al popolo libico è stata l'espulsione di migliaia di italiani integrati nelle regioni di cui erano divenuti a tutti gli effetti cittadini grazie a un lavoro non indifferente. Le ragioni politiche ed economiche dei rapporti tra Stati devono essere tenute in conto C'è tuttavia modo e modo per considerarle. L'Italia che oggi si inchina al colonnello libico non onora certo i valori dell'occidente.

 

 


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Libertà (di far quel che gli va)

La Stampa

12 giugno 2009

Massimo Gramellini

 

D'accordo: ha la pompa di benzina dalla parte del manico ed è un amico caro del Cavaliere, al quale in certe cose assomiglia (aspetto da eterno giovane e maggiore considerazione per le amazzoni che per i partiti). Inoltre il vestito di Michael Jackson con cui è sceso dall'aereo l'altra mattina era semplicemente spettacolare. Però un po' se ne approfitta, il sor Gheddafi. Non che pensassimo che la recente svolta buonista lo avesse trasformato in un epigono di Gandhi. Né che il suo amore per il palcoscenico potesse esimerlo dal cambiarsi d'abito cinque volte al giorno, accumulando ritardi sul programma come un accelerato Bolzano-Reggio Calabria. Ma insomma, un briciolo di riconoscenza in più ce la saremmo aspettata. Se non per il nostro pentimento, per l'assoluta mancanza di colonna vertebrale con cui abbiamo accolto le sue comparsate.
E' arrivato con la foto di un martire incollata sulla giacca come un rimorso e nessuno ha fiatato. Al Senato ha inneggiato a piazzale Loreto e paragonato gli Usa di Reagan a Bin Laden, e lì almeno Frattini si è dissociato. Poi è andato alla Sapienza, dove non lasciarono parlare il Papa, e invece a lui hanno permesso di dire, senza contraddittorio, che i libri di storia sono pieni di falsità e che un giorno anche noi, forse, conosceremo la democrazia. Ce ne ha fornito un assaggio affacciandosi dal balcone del Campidoglio, non troppo distante da quello di Mussolini, per proporre l'abolizione dei partiti e la loro sostituzione con il Popolo, un simpatico signore che di nome fa Muhammar.

 


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Il colonnello alla Sapienza un discorso fuori Onda

Il Riformista

12 giugno 2009

Anna Mazzone

 

«L'esodo e gia cominciato, la resistenza 10 protegge. Non· ci prenderete mai». Si concludeva cosi il volantino di "mobilitazione" pubblicato il giomo prima dell' arrivo di Muammar Gheddafi sul sito network dei ribelli degli atenei italiani, Uniriot.org. Autori, i ragazzi dell'onda, il movimento studentesco che ha la sua testa all'università La Sapienza di Roma. Anche gli studenti, insime a tanti altri, hanno preso male il caloroso abbraccio del nostro Governo al colonnello di Tripoli e hanno organizzato una manifestazione di protesta. «Come studenti della Sapienza in onda abbiamo partecipato alle azioni e manifestazioni contro il pacchetto sicurezza e il vertice del G8 su sicurezza e immigrazione e riteniamo inopportuna la visita del Colonnello: l'università non è una vetrina per il Governo e i suoi accordi criminali sull'immigrazione!», cosi i loro volantini.

Ieri mattina, Gheddafi ha tenuto un discorso nell'Aula magna dell'ateneo romano, le domande erano concordate e i protestatari lo hanno accolto in assetto di guerra. Radunati in diverse centinaia in piazza della Minerva, per l'occasione blindata, nell'attesa di veder comparire la macchina bianca del colonnello hanno lanciato vernice rossa - «come simbolo del sangue versato dagli immigrati respinti» - e uova contro le forze dell'ordine. Fumogeni, spintoni, urla, calci e cariche. Tutto secondo copione. Sui campo, fortunatamente, nessun ferito. E alla presenza massiccia della polizia, si sono poi aggiunti i variopinti bodyguard del colonnello, in stile libico-kitch, tra cravattoni colorati, spalline e occhiali da sole. Arrivati in ritardo, ma pur sempre presenti e ricevuti dagli applausi in controtendenza di una cinquantina di curdi che agitavano gigantografie del loro leader Ocalan.

Ma quelli dell'Onda non so­no i soli che lo hanno duramente attaccato per i 40 anni della sua dittatura. Anche al Senato, in mattinata, la sala Zuccari contava le assenze dei senatori dell'Idv e dell'Udc. In una sala attigua, i senatori del partito di Di Pietro hanno tenuto un contro-discorso, facendo il verso a Gheddafi e indossando sulle giacche al posta della foto di Omar-al Mukhtar (l'eroe libico della resistenza anti-italiana), la foto dei rottami del volo Pan Am, che a dicembre del 1988 fu distrutto in volo da un'esplosione sui cieli di Lockerbie. Le vittime furono 270. Per l'Udc di Casini, invece, l'accoglienza cosi amichevole riservata al colonnello indica «problemi di decoro delle istituzioni e di dignità». Sulla stessa linea i radicali. Il senatore Marco Perduca ha assistito al discorso di Gheddafi, per poi bollarlo come «interminabile» e sottolineare che «non ha detto una parola a nome e per conto dell'Unione africana o sui problemi continentali, ma ha inflitto all'uditorio un con­centrato di terzomondismo, anti-capitalismo, anti-americanismo e anti-fascismo».

«Noi questa visita ce l'aspettavamo da moltissimi anni» Dice al Riformista Giovanna Ortu, presidente dell' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia (Airl). «Sin dal '77, a sette anni dal decreto di confisca. In quell'anno ci fu l'accordo tra la Fiat e Tripoli e si ventilo una visita di Gheddafi qui in Italia. Ma noi ci opponemmo. Eravamo tutti scoraggiati e molto arrabbiati. Abbiamo subito innumerevoli perdite, in violazione del diritto internazionale». Ora, però, le cose sono cambiate e sabato mattina Gheddafi incontrerà, seppur ufficiosamente, gli italiani nati in Libia. «Vede - ci dice la Ortu - il tempo è un grande balsamo per tutte le ferite. Certo che vedere al tg uno che scende in quel modo tragicomico dall' aereo, dovrebbe far vergognare un po' tutti gli italiani!». Cosa ne pensate dell'accoglienza che gli è stata riservata? «Ce l'abbiamo con il Governo, in primo luogo perché avevamo chiesto di essere coinvolti ufficialmente e poi perché riteniamo che il colonnello debba chiedere scusa anche a noi italiani».

«Mi auguro che il nostro premier, che si sottopone a tante umiliazioni, possa vederne il riflesso se non altro economico. Se vogliamo essere ancora uno Sta­to dignitoso e non solo da operetta». A parlare ora è Raffaele Iannotti, vicepresidente dell' Airl. Quando fu costretto ad abbandonare la Libia aveva 20 anni. Il suo cruccio è aver fatto un impianto elettrico a casa sua a Misurata (un paese a 250 km da Tripoli) che non ha mai potuto provare. «Quando siamo tornati a Tripoli nel 2004 - racconta al Riformista - la prima cosa che ho fatto e stata andare a Misurata per verificare che l'impianto funzionasse». E funzionava? «Certo. Funzionava benissimo!».

 

 


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Borghezio: «Da leghista chiedo scusa alla Capitale»

 

Libero

12 giugno 2009

 

«Come leghista e come patriota chiedo scusa a Roma e all'Italia per aver dovuto accettare anch'io, sia pure obtorto collo, l'accoglienza trionfale al presidente della Repubblica libica. Ne risultano infatti offese sia la memoria storica della nostra epopea coloniale, sia, ancor di più, i sentimenti dei nostri connazionali espulsi dalla Libia, depredati dei loro averi e mai risarciti». Così Mario Borghezio, capodelegazione della Lega Nord al Parlamento europeo, ha commentato la visita in Italia del presidente libico Muammar Gheddafi.

“Solo un immenso amore per il nostro popolo”, ha aggiunto Borghezio, “poteva indurci a tanto, posto che il presidente dell'unione africana può fermare l'invasione dei clandestini provenienti da quel continente, Ma ciò con tutta la mortificazione e la vergogna per tale situazione, non con gli smaglianti sorrisi delle nostre autorità.”

Non tutti i romani, però. Sembrano aver preso male la visita di Gheddafi. Un tifoso romanista, infatti, si è avvicinato al leader libico mentre scendeva le scale del Campidoglio e gli ha consegnato una maglia della squadra giallorosa, a dimostrazione sul suo consenso a un eventuale ingresso nella proprietà.

Gheddafi ha accettato sorridendo il dono, poi si è allontanato con il suo corteo di auto al seguito.

 


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Scusarsi per la storia? Quella foto sulla giacca del dittatore

UnSognoItaliano.it

11 giugno 2009

Salvatore Sfrecola

 

Il "Colonnello" Gheddafi si è presentato con appuntata sulla giacca una foto in  bianco e nero che ritrae  Omar el Mukhtar, l'eroe libico, il guerrigliero antiitaliano, catturato dai nostri soldati. Così mi sono chiesto se qualcuno dei patres conscripti che accoglieranno il Dittatore di Tripoli oggi nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani si presenterà con appuntata sulla giacca una foto delle tante opere pubbliche e sociali realizzate in Libia dall'Italia coloniale.

Ci vorrebbe più di una foto, un book, come oggi si dice, di quelli a soffietto che un tempo andavano di moda per offrire ai turisti una panoramica del luogo visitato, per ritrarre scuole, strade, ospedali, villaggi rurali, fabbriche che i governi vollero lungo il mezzo secolo nel quale la Libia fu la quarta sponda d'Italia.

L'Italia si è scusata con il "Colonnello" per il suo passato coloniale, fatto delle tante opere sociali di cui si è detto ma anche di qualche episodio cruento, come quelli che hanno accompagnato la repressione dei ribelli beduini dell'interno, una repressione culminata con il processo e la condanna a morte del "Leone del deserto", l'eroe che Gheddafi esalta anche per cancellare dalla memoria del suo popolo il vero capo della resistenza antiitaliana, Idris I Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi, primo ed unico re di Libia . da lui detronizzato nel 1969. Quando cominciò la confisca dei beni della comunità italiana in un crescendo di angherie e soprusi dovuti alla ventata nazionalistica promossa dal "Colonnello" nel tentativo di creare una "identità nazionale" in un paese senza storia, una somma di tribù di pastori e di piccole comunità di predoni.

L'Italia si è scusata. Le scuse vanno di moda da qualche tempo anche oltre Tevere dove i Papi si sono spesso scusati di più di qualche nefandezza dei colonizzatori cristiani assistiti da virtuosi cappellani di Santa Romana Chiesa.

La storia va capita nella realtà dei tempi nei quali si sono svolti i fatti, ma le scuse di oggi sono un fatto politico che nulla ha a che fare con la storia, perché se questa fosse la regola sarebbe tutto uno scusarsi. A cominciare da chi ha mandato a morte Cristo per un "reato" religioso, ossia l'essersi proclamato figlio di Dio, per giungere ai tempi nostri che richiederebbero una litania di scuse delle quali moltissime dovrebbero provenire proprio dal mondo arabo, da quanti, a far data dalla morte di Maometto, hanno massacrato milioni di cristiani dal Medio Oriente all'Egitto, alla Libia, appunto. La quale era terra romana e dovrebbe chiedere scusa per il modo con il quale ne conserva le vestigia, incurante anche dei propri interessi turistici, pur di negare quelle radici che gli islamici nei secoli hanno sistematicamente  estirpato con il sangue.

Né mi risulta che gli eredi dell'Unione Sovietica si siano scusati mai per i massacri che ne hanno accompagnato la nascita e l'affermazione di potenza, per non dire del sangue sparso in Ungheria e Cecoslovacchia e di quello che ha bagnato il muro di Berlino.

Sono fatti consegnati alla storia ed alla valutazione degli storici. Fatti esecrabili, ma le scuse appartengono ad altra valutazione, di opportunità politica o di opportunismo, la cui utilità va valutata attentamente, ad evitare che appaia agli occhi di chi riceve le scuse un errore che manifesta debolezza per errori dei quali le istituzioni attuali e le persone che le incarnano non hanno alcuna responsabilità. Errore ancora più grande se le scuse vengono rivolte ad uno sfrontato dittatore il cui scopo è tenere l'Italia, meglio la classe politica italiana, sotto ricatto per spillare denaro del contribuente.


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Dromedari e flamenco, anche Roma ci casca

Il Messaggero

11 giugno 2009

Mario Ajello

E' arrivato il raìs nell'Urbe, e trova panem et circenses per i suoi gusti. Indosseremo tutti, fino a quando Gheddafi non ripartirà, un costume da danzatori tuareg, per allietare il suo soggiorno romano? Pasteggeremo, intorno alla tenda beduina piazzata in mezzo a Villa Pamphili, a base di zupponi di carne d'origine berbera, per essere più simili al Colonnello e farlo sentire davvero a casa sua?
Gheddafi è quello che è, non proprio un santo, ma ogni volta che s'affaccia in un Paese straniero chiede tante cortesie per l'ospite e riesce benevolmente a ottenerle. Ecco, vuole essere trattato in guanti bianchi, anche se lui in patria non è solito usarli con tutti i suoi connazionali.
Peccato soltanto - il raìs ci scuserà - che la ricostruzione a Roma del suo habitat naturale si sia limitata per ora al montaggio della tenda da rude leone del deserto, ben sorvegliata dalle quaranta amazzoni in divisa cachi e basco rosso che sono le ”vergini del Colonnello”, particolarmente addestrate nel corpo a corpo. Per omaggiarlo di più, e meglio, non si poteva portare a Villa Pamphili anche qualche ettaro di sabbia rossa dell'Hamada al Hamra, il deserto roccioso di cui lui è genius loci? E perchè non abbiamo fatto arrivare da laggiù anche un po' d'acqua del Golfo della Sirte, l'arco di Marco Aurelio che si trova nella Medina di Tripoli e i cavalli e i cammelli che Gheddafi voleva portarsi, per esempio, nella visita che fece a Parigi due anni fa?
Nella capitale francese, il presidente-colonnello-dittatore piazzò la sua tenda a ridosso degli Champs Elysées, fra nuvole d'incenso e traffico impazzito tutt'intorno. Parigini incuriositi, ma più spesso inferociti. E quando il rais se ne tornò in patria, il quotidiano «Le Parisien» - sintetizzando il fastidio dei cittadini per i capricci dell'ospite - titolò: «Ouf!» (per dire: finalmente se n'è andato!). Mentre Nicolas Sakozy simpaticamente ironizzò sul difficile rapporto che s'era stabilito fra gli abitanti di Parigi e il leader libico voglioso di far pesare in tutti i modi la sua presenza in città, rendendola più caotica del solito: «Ho evitato una guerra di religione fra l'Occidente e l'Islam!», commentò il presidente francese.
Anche a Bruxelles, quando era presidente della Commissione Europea il professor Prodi, un tipo che capisce il ruolo di Gheddafi ma certo non ne condivide gli atteggiamenti e tantomeno le politiche, il raìs si presentò portandosi appresso la sua dimora del deserto, la fece montare nel grande parco che circonda Val Duchesse e per il numero di richieste e la larga compagnia al seguito (oltre trecento persone) fece tanta impressione agli occhi dei belgi, notoriamente sobri. E sarebbe stato gustoso assistere anche alla sua visita al Cremlino, dove aveva allestito la tenda sul piazzale e s'infilò un colbacco sulla testa riccioluta che in queste ore compare su ogni schermo tivvù. E fai zapping, e la ritrovi su un altro canale, vai sul satellite e rieccola, fuggi sul digitale terrestre ma non c'è niente da fare.
A Roma, data l'estrema gentilezza con cui viene ricevuto, al punto che il raìs terrà un discorso in Parlamento (in realtà anche in Francia lo fece e lì fu peggio: in Aula mentre qui solo nella Sala Zuccari del Senato), si potrebbe concedere al nostro eroe, si fa per dire, una carta d'identità. Perchè gli manca: «Sono un nomade beduino sperduto, che non possiede neppure il certificato di nascita». Glielo diamo noi? Non c'è tempo. Troppi gli impegni, troppi gli svaghi. Vuoi una festa di piazza? Eccoti servito! Vuoi una laurea in giurisprudenza, e l'onore di recitare una lectio magistralis a «La Sapienza» dedicata al diritto (pur non essendo il tuo forte), fai pure! Anche se il look del rais, un po' pallido e sbattuto nella sua divisa su cui s'è appiccicato il poster dell'antico eroe anti-italiano Omar Al Mukhtar, più che quello d'un accademico del Lincei sembra quello di un'attempata rock star o del giovane-vecchio Michael Jackson nel celeberrimo video di «Thriller». Intorno a lui e al suo camerino di stoffa ruvida, bastava ieri fare un salto dalle parti di Villa Pamphili, impazza il Muhammar Gheddafi Show: in ogni angolo poliziotti, carabinieri, vigili urbani, guardie forestali, agenti dei servizi segreti nostrani e libici (chi finge di leggere un giornale, chi di baciare una collega nelle vesti di pseudofidanzata), elicotteri, aerei di ricognizione... Gli basta? Speriamo di sì. Perchè quando andò a Madrid nel 2007 (sempre in compagnia della sua capanna che s'è portato anche a Bruxelles), Gheddafi chiese e ottenne da Zapatero un'impetuosa esibizione di flamenco che la gitana andalusa «Maria la Coneja» (Maria la Coniglia) subito eseguì deliziando l'ospite e poi riempendolo di complimenti: «Lo sa che lei assomiglia a un patriarca zingaro?».
Chissà se qui a Roma pretenderà un coro di voci bianche, ma quirite, che sotto la tenda intonino per lui in romanesco: «Er barcarolo va, controcoreeeenteeee...». A questo punto, sarebbe il minimo.


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Ma quella foto la poteva evitare

 

Il Giornale

11 giugno 2009

Mario Cervi

 

Lo so, non dobbiamo essere schizzinosi. La Realpolitik ha esigenze alle quali s'inchinano, se costretti dalle circostanze, anche i fervidi apostoli della Moralpolitik. Un presidente Usa cui erano state rimproverate eccessive indulgenze verso i dittatorelli centroamericani così rispose: «Lo so, sono figli di puttana, ma sono i NOSTRI figli di puttana». Se nel nome dei «respingimenti», del petrolio, del gas naturale, magari della Juventus una visita in Italia del colonnello Gheddafi appariva proprio indispensabile, è bene che sia avvenuta. La maggioranza degli italiani è disposta a farsene una ragione.
Nessuno ci batte nell'essere uomini di mondo: capaci di soffocare spontanei impulsi d'ilarità quando il leader libico si presenta in una tenuta al cui confronto il costume di Radames nell'Aida è un modello di sobrietà. Le fatue e impertinenti ironie devono cedere il passo, quando l'interesse del Paese chiama, a sentimenti di ben diversa importanza e concretezza. Roma, che ne ha viste tante, non sarebbe andata al di là d'una qualche pasquinata, se la presenza di Gheddafi in visita di Stato avesse avuto solo qualche increspatura folkloristica. L'uomo è ormai accettato nei salotti buoni internazionali, è di cattivo gusto rievocare i precedenti che in tempi ormai lontani lo inserirono tra i peggiori soggetti della scena mondiale, Lockerbie è un nome sbiadito, la vicenda delle povere infermiere bulgare accusate d'avere contagiato di Aids bambini libici è nel dimenticatoio, come le espulsioni degli italiani. In definitiva se in Libia le procedure democratiche non esistono e i mezzi d'informazione inneggiano compatti al Presidente dei Presidenti africani, a noi poco ci cale.
Insomma, saremmo pronti con molta buona volontà ad associarci al tripudio delle Alte Autorità per questo evento storico, se alcuni aspetti del soggiorno gheddafiano non ci sembrassero inopportuni, troppo compiacenti, troppo zelanti nell'ossequio. Vizi di forma che, se il rapporto tra i due Paesi è così delicato e il personaggio così controverso, finiscono per diventare vizi di sostanza. È difficile chiedere discrezione a Gheddafi. Possiamo capire che il suo