E'
il momento di risolvere vecchie questioni
Il
Tempo
28
agosto 2010
Federico
Guiglia
p.1
Per
qualche giorno il Cavaliere non sarà più il Cavaliere.
Il titolo passa a Muammar Gheddafi, che arriva a Roma con una
squadriglia di cavalieri e trenta cavalli arabi per celebrare
il secondo anniversario del Trattato di amicizia tra Italia
e Libia. L'ospite pianterà l'inseparabile tenda non più
a Villa Pamphili, come fece nella visita dell'anno scorso, ma
presso la residenza del suo ambasciatore.
Seguiranno
eventi alla caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto di Tor
di Quinto e mostre fotografiche, non si sa se anche quest'anno
al Cavaliere di Tripoli sarà riservato un trattamento
da stella di Hollywood. Le poche notizie che filtrano sulla
sua galoppata romana, lascerebbero intendere che il circolo
degli adulatori avrà qualche difficoltà a strappargli
l'autografo, perché l'avvenimento – dicono – è
stato organizzato con maggiore sobrietà.
Ecco,
ci risparmino almeno gli osanna: il colonnello Gheddafi non
è Obama, né Lula, né Mandela. Che il contenzioso
con l'Italia da lui aperto e dilatato dovesse essere chiuso
una volta per tutte, non ci sono dubbi. Anche se c'è
modo e modo di chiudere i contenziosi. Che il Trattato rappresenti
un nuovo inizio nei rapporti complicati tra i due Paesi, non
è solo un auspicio di amicizia ritrovata, e peraltro
mai perduta, fra le popolazioni, ma anche un atto lungimirante
di interesse nazionale. E poi “uno i vicini non se li può
scegliere”, come disse una volta Giulio Andreotti, riferendosi
proprio al dirimpettaio in Libia. Ma il tappeto rosso
no. Al contrario, proprio grazie alla nuova era che si è
spalancata tra Roma e Tripoli, ora sarà più facile
far valere quella dignità nazionale che per quarant'anni
è stata ignorata dopo la cacciata dei ventimila nostri
connazionali dalla Libia e dei loro beni confiscati nel 1970.
A proposito: perché essi o i loro familiari (dati i tempi,
molti rimpatriati sono nel frattempo morti), non sono stati
ancora risarciti secondo giustizia ed equità? Perché
l'Italia “riscoperta” da Gheddafi non pone la questione con
amichevole franchezza? Adesso può farlo, adesso deve
farlo.
Intendiamoci,
non siamo così sciocchi da non capire che la corsia preferenziale
accordata alle imprese italiane, con tutti i vantaggi che ricadono
anche a beneficio dei cittadini italiani, sia più importante
dei quattro spiccioli ancora reclamati dagli italiani di Libia.
Ma un'ingiustizia
non cessa di essere tale solo perché nel frattempo, costruiremo
in Libia la strada più bella dell'Africa. D'altronde,
accordi riparatori in questo senso sono già stati realizzati,
Italiani e libici hanno restaurato insieme il cimitero cattolico
di Tripoli: per quanto bizzarro sembri e sia il Cavaliere libico,
con lui ragionare si può. Ragionare su tutto, quindi:
investimenti e gesti simbolici, immigrazione e umanità
per gli immigrati, convegni storici e mostre archeologiche.
Ma
pure ragionare sugli italiani che in Libia sono nati o cresciuti,
e che tutto hanno perso all'epoca dell'espulsione da lui decretata.
C'è un importante
precedente che mostra quale possa essere il nuovo spirito tra
nuovo amici. Ricordate quando, non si sa se per un equivoco
o per un dispetto, le autorità libiche non volevano che
le Frecce Tricolori firmassero con il Tricolore il cielo di
Libia? Il comandante delle Frecce disse, semplicemente, di no:
“Senza il Tricolore, le Frecce non volano”. Finì come
doveva finire, con verde, bianco e rosso che si stagliava nell'azzurro
di Tripoli. Ecco un piccolo, grande esempio di quella dignità
nazionale che vale sempre.
(torna su)
Italia-Libia:
i profughi italiani, ancora non ci hanno risarcito un euro
Ortu
(Airl), non firmati i decreti attuativi della legge di stanziamento
fondi
Adnkronos
28
agosto 2010
Enzo
Bonaiuto
"Ancora
non abbiamo visto un euro". In vista dell'arrivo in Italia
del leader libico Gheddafi, protesta la presidente dell'Airl,
l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, Giovanna
Ortu, nata nel 1939 nel paese africano da padre sardo e madre
siciliana e cacciata assieme ad altre 20.000 persone nel luglio
1970, subito dopo la presa del potere da parte del colonnello
Gheddafi nel settembre 1969.
"Il
governo Berlusconi con il suo ministro dell'Economia Tremonti
- spiega all'ADNKRONOS - non ha firmato il decreto attuativo
della legge del febbraio 2009 di ratifica del trattato fra Italia
e Libia dell'agosto 2008, con la quale si stanziavano 150 milioni
di euro per tre anni - 2009, 2010, 2011 - quale risarcimento
ai privati per i beni confiscati quarant'anni fa. In media,
fa circa 8.000 euro a persona".
In
realtà, osserva Ortu, "più che di risarcimento,
si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400 miliardi
di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero pari a circa
3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente pari ai 5
miliardi dollari destinati dal nostro governo alla Libia per
i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso la costruzione
di un'autostrada e altre opere urbanistiche, per i cui lavori
sono comunque interessate aziende italiane: una sorta di 'partita
di giro' insomma. Ma la realtà è che anche di
questo modesto indennizzo nelle nostre tasche non è arrivato
finora nulla".
Più
che con la Libia , l'associazione degli italiani rimpatriati
se la prende con l'Italia, "che storicamente non si è
mai dimostrata in grado di intervenire con efficacia, fin da
quando l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro - ricorda
Ortu - si affidò all'Egitto, sbagliando, per ottenere
la tutela dei nostri interessi. L'accordo recente con la Libia
è sembrata essere l'occasione giusta per liquidare l'intera
questione, ma purtroppo finora così non è stato".
In
'compenso', alla presidente dell'Airl è arrivato un invito
firmato Berlusconi per assistere lunedì prossimo assieme
al premier e al colonnello Gheddafi alla kermesse di equitazione
prevista alla caserma dei Carabinieri 'Salvo D'Acquisto' a Tor
di Quinto. "Sono molto grata dell'invito che è pur
sempre un gentile segnale di attenzione che negli anni passati
è mancato - sottolinea - nonostante anche l'interessamento
testimoniato dal Quirinale".
Aggiunge
poi con un pizzico di ironia: "Andrò volentieri
alla manifestazione, ma non vorrei che fosse un invito indiretto
a darci all'ippica... nel senso di rinunciare alle nostre sacrosante
richieste. Anzi, l'occasione potrebbe essere la più adatta
per firmare i decreti attuativi, ora rimandati con la scusa
della crisi economica".
(torna su)
Gheddafi:
delusi i rimpatriati italiani, di noi non si parla mai
AGI
31
agosto 2010
Grande
delusione: si puo' 'tradurre' cosi' la reazione dell'Associazione
dei rimpatriati italiani dalla Libia (Airl) alla visita a Roma
di Muammar Gheddafi che ha rivendicato il merito di aver salvato
la vita dei nostri esuli. Scherza Giovanna Ortu, presidente
dell'Airl, invitata alla festa per il Trattato di amicizia e
alla manifestazione equestre: "La mia prima reazione stamane?
E' stata quella di prenotare una doppia seduta dallo psicanalista",
dice. Poi spiega: "Di noi non si parla mai, si citano il
fascismo e i suoi mali per esaltare il nuovo trattato. Neanche
ieri, dopo il discorso di mezz'ora tenuto da Gheddafi, il Governo
ha ricordato che la presenza italiana in Libia risale ai nostri
avi, nessuno ha citato il patrimonio architettonico considerevole
che abbiamo lasciato e nemmeno i danni di guerra ripagati".
"Ma le pare - ha incalzato la Ortu - che oggi Israele se
la potrebbe prendere con la Germania della Merkel per i campi
di concentramento, senza suscitare reazioni? Gheddafi si e'
sentito in dovere di giustificare il proprio operato, nessuno,
invece, ha difeso il nostro Paese che quarant'anni fa ha schierato
la flotta della Marina, pronta ad intervenire se qualcuno ci
avesse torto un capello".
Uno Stato "deve difendere i propri cittadini e la verita'
della propria storia. Ieri non era forse il momento di replicare,
ma il mio invito a farlo resta", dice Ortu che sulla festa
aggiunge: "non riesco a capire perche' mi abbiano invitato.
Non ho potuto nemmeno salutare Gheddafi. Il carosello dei
carabinieri? E' l'unica parte che mi ha scaldato il cuore".
(torna su)
La
presidente dei rimpatriati italiani: “Roma come Tripoli non
ci ha dato un euro”
Quotidiano
Nazionale
31
agosto 2010
Alessandro
Farruggia
p.
5
“Non
abbiamo petrolio né clandestini, e così nessuno
ci ascolta. Ci hanno promesso una miseria di indennizzi, ma
poi neppure quelli ci danno: Tremonti dice che non ci son soldi
e non firma i decreti attuativi. E così, paradossalmente
speriamo in Gheddafi…”. Giovanna Ortu è la combattiva
presidente dell'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia,
E non ha mia mancato di far valere i diritti dei 20 mila italiani
che furono cacciati nel luglio del 1970.
Signora
Ortu, com'è che ha accettato di andare alla cena con
Gheddafi e Berlusconi?
“Vede,
noi non abbiamo i potere ricattatorio di Gheddafi, ma abbiamo
pagato per colpe non nostre e soprattutto non vogliamo rinunciare
ai nostri diritti. Quest'anno è il 40° anniversario
dell'espulsione e noi non vogliamo dimenticare le nostre ferite
morali e materiali”.
Ma
perché accettare l'invito se vi sentite maltrattati?
“Perché
nel trattato italo-libico del 2008 si stanziavano 150 milioni
di euro quale risarcimento per i beni che ci furono confiscati
dai libici, e che ai valori di oggi ammontavano a circa 3 miliardi.
Il risarcimento deve essere pagato dall'Italia che in qualche
modo si era accollata il ‘debito' libico, spalmato su tre anni,
2009-2011, ma sinora non abbiamo visto un euro. Ora siccome
Berlusconi ascolta attentamente Gheddafi, spero di avere l'occasione
di scambiarci due parole”.
Con
Gheddafi?
“Già.
E sono sicura che se lui intercedesse, Berlusconi finirebbe
per parlare con Tremonti…”.
Una
provocazione …
“Certo.
E comunque siccome siamo ancora in uno stato di diritto, i nostri
avvocati hanno diffidato
Tremonti.
Non molliamo mica”.
Irritata
per le ultime prese di posizione di Gheddafi sulla religione
e le donne?
“Io
sono amica del popolo libico, ma dire che lì le donne
hanno più diritti è una pura assurdità.
Un esempio: e una donna si separa perde tutti i diritti sui
figli. Cos'è, moderno? Giusto? Quanto all'Islam, crede
che ci sia consentito di fare proselitismo a Tripoli? Provate,
poi mi dite…”.
(torna su)
Incresciosa
messa in scena o forse solo un boomerang
Avvenire
31
agosto 2010
Marco
Tarquinio
Amiamo
l'idea di un Mediterraneo «mare comune» dei popoli
che gli vivono attorno, specchio di culture e di economie amiche
e in serena collaborazione, metaforica e concreta via di comunicazione
anche tra le religioni dopo essere stato per secoli tramite
di ostilità, di terrori e di reciproche invasioni militari.
Abbiamo perciò accolto come una buonissima notizia, due
anni fa, la «riconciliazione» tra Italia e Libia
dopo un lunghissimo e aspro contenzioso, frutto della politica
coloniale italiana e dei suoi misfatti – per molto tempo taciuti
– contro le popolazioni libiche e delle dolorose ingiustizie
subìte – e in troppo breve tempo dimenticate – dagli
italiani spogliati di tutto e cacciati dalle loro case in terra
libica.
Viva la nuova stagione e il conseguente fiorire – tra gran sfoggio
di amicizia e qualche tenace sospetto – di intese e di commerci
tra Roma e Tripoli. Viva anche la chiusura di certe rotte marine
della sofferenza e della morte per migranti d'Africa e dei cinici
traffici dei nuovi mercanti di esseri umani, sebbene inevitabile
e dolente il pensiero corra ai "respinti e basta",
agli uomini e alle donne e ai bambini in fuga dalle guerre e
dalla persecuzione che si arenano nei deserti di Libia e nessuno
riconosce e nessuno accoglie secondo umanità e secondo
le leggi che le nazioni civili si sono date.
Ma incontrarsi serve comunque. Serve sempre. E la solenne visita
che il colonnello Gheddafi sta effettuando per la seconda volta
nella capitale italiana è ovviamente un'occasione d'incontro
e di reciproca conoscenza. Sperabilmente di crescita, di chi
più ha da crescere, nella comprensione del valore della
democrazia e dei diritti umani. Un avvenimento con aspetti sostanziali
e circostanze, per così dire, volutamente folkloristiche.
Ma anche con momenti incresciosi e urtanti. Come l'incontro
per una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura
europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate.
Messa in scena organizzata, quasi di soppiatto, un anno fa e
questa volta lanciata, invece, come spettacolare prologo agli
incontri più strettamente politici con le autorità
italiane.
Viene da chiedersi – e tanti, in effetti, se lo sono chiesti
– a quale leader d'un Paese di tradizione e maggioranza cristiana
sarebbe stato concesso di predicare e battezzare in un Paese
di tradizione e maggioranza islamica. Anche se è una
domanda insensata. Prima di tutto, perché ai politici
cristiani mai verrebbe in mente di farlo e, subito dopo, perché
neanche a preti e missionari cristiani viene consentito di farlo
mentre ai cristiani semplici (che siano lì per lavori
servili o per affari o per prestazioni professionali qualificate)
è addirittura interdetto – tranne che in poche eccezioni
– di proclamarsi tali a parole e segni.
Nella tollerante e pluralista Italia, in questo nostro Paese
di profonde e vive radici cristiane e capace di una positiva
laicità, nella Roma cattolica, Gheddafi ha potuto invece
fare deliberato spettacolo di «proselitismo» (anche
grazie a un tg pubblico incredibilmente servizievole e disposto
a far spiegare alle otto di sera della domenica che il colonnello
ha esercitato il «dovere» di «ogni musulmano:
convertire» gli altri). Non sapremmo dire in quanti altri
Paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso, avrebbe
avuto spropositata (e stolida) eco.
Probabilmente è stato un boomerang, una dimostrazione
di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato
non (più) estremista piano politico e piano religioso.
Certamente è stata una lezione. Magari pure per i suonatori
professionisti di allarmi sulla laicità insidiata...
(torna su)
Gheddafi:
"Bene festeggiamenti, resta amarezza mancata firma decreto"
Comunicato
stampa dell'On. Marco Marsilio (PDL)
30
agosto 2010
“Sono
eccezionali i risultati ottenuti dal Governo con lo storico
Trattato Italia-Libia firmato nell'agosto del 2008; gli
sbarchi si sono ridotti in modo drastico così come lo
schiavismo che imperava dietro la tratta di esseri umani, forte
anche la conseguente riduzione dell'immigrazione clandestina”.
È
quanto
dichiara il deputato del Pdl, Marco Marsilio .
“Gli
effetti positivi che questo tipo di politica ha portato e continua
a portare – continua Marsilio - sono palesi, ma al tempo stesso
c'è l'amarezza del fatto che non è ancora
stato firmato il decreto per distribuire ai profughi italiani
rimpatriati dalla Libia le somme che il Parlamento ha stanziato
nella legge di ratifica del Trattato tra Italia e Libia. Si
tratta di un debito storico che la comunità nazionale
ha nei confronti di queste famiglie che da quarant'anni attendono
giustizia ”.
“La
firma del decreto – aggiunge Marsilio - e l'erogazione dei fondi
sarebbe stato un segnale di attenzione che anche se largamente
insufficiente dal punto di vista economico avrebbe avuto un
grande valore morale. Sulla firma di questo decreto c'è
un'inspiegabile ritardo perché le commissioni parlamentari
hanno praticamente da un anno licenziato il testo che attende
solo di essere firmato e pubblicato in Gazzetta”.
“Prima
dell'estate – conclude Marsilio - i ministri Meloni e La Russa
riprendendo le sollecitazioni del sottoscritto e dell'Associazione
Italiana dei Rimpatriati dalla Libia, avevano esortato il presidente
Berlusconi in Consiglio dei Ministri a prendere l'iniziativa
per sbloccare la vicenda. Ciò nonostante sono due anni
che Gheddafi viene ricevuto in Italia con tutti gli onori per
celebrare lo storico accordo, mentre i nostri connazionali aspettano
quello che gli è dovuto. Mi appello al Governo perché
questa ferita venga al più presto sanata, dando la giusta
soddisfazione ai nostri connazionali firmando il decreto senza
più nessun indugio”.
(torna su)
Gheddafi
sbarca a Roma accolto da 200 hostess. Lo show spiana la strada
all'industria della difesa
Il
Sole 24Ore
29
agosto 2010
Gerardo
Pelosi
Con
un giorno di anticipo Gheddafi è arrivato oggi a Roma
accolto da 200 hostess (a pagamento). È uno "sdoganamento"
in grande stile quello che il premier Silvio Berlusconi si prepara
a offrire su un piatto d'argento al colonnello libico Muammar
Gheddafi domani sera nella caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto
a Roma. Le celebrazioni per il secondo anniversario del Trattato
di cooperazione e partenariato italo-libico archivieranno forse
per sempre l'annoso capitolo dei danni di guerra e la storia
infinita del "gesto simbolico" di riparazione ossia
l'autostrada litoranea da 1.700 chilometri (2,3 miliardi di
euro) e apriranno una nuova pagina nelle relazioni tra Roma
e Tripoli in cui anche la collaborazione nel settore della difesa
potrà trovare uno spazio più strutturato.
Il
leader libico, da oggi a Roma dove alloggerà nella residenza
dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur e il premier italiano Berlusconi
discuteranno, come sempre in queste occasioni, dei grandi temi
dell'attualità internazionale: la crisi economica, il
sottosviluppo, i problemi dell'Africa. Durante l'Iftar, la cena
che interrompe il Ramadan, davanti al carosello dei Carabinieri
e all'esibizione dei cavalli berberi arrivati per l'occasione
dalla Libia, non ci sarà spazio per entrare in dettagli
della cooperazione economica tra i due paesi. Il colonnello
avrà incontri separati anche con l'ad di Eni, Paolo Scaroni
e con quello di UniCredit, Alessandro Profumo ma si tratterà
di colloqui di cortesia che non anticiperanno in alcun modo
le prossime mosse del Fondo sovrano Libyan Investment Authority
su possibili aumenti nelle partecipazioni (7% in Unicredit e
1% in Eni). Alla cena offerta domani dal Governo italiano
Gheddafi incrocerà probabilmente per la prima volta anche
lo sguardo di Giovanna Ortu, la battagliera presidente dell'Airl,
l'associazione degli italiani già residenti in Libia
espulsi nel '70 ai quali furono sequestrati beni per un valore
attuale di 3 miliardi di euro ma che attendono ancora di vedere
attuato da parte italiana l'articolo del Trattato italo-libico
che concede loro un indennizzo di 150 milioni.
Ma
la cerimonia di domani nella prestigiosa sede dei Carabinieri
servirà a preparare il terreno per nuovi accordi. Solo
alla fine di settembre, fanno sapere fonti governative, i dossier
italo-libici torneranno all'attenzione delle delegazioni dei
due governi. C'è da approfondire, ad esempio, la questione
della pesca dopo gli arresti di pescatori di Mazara del Vallo
e la lotta all'immigrazione clandestina. Ma i tempi sembrano
maturi anche per finalizzare il dossier della collaborazione
della Difesa nell'ambito di quanto già acquisito nel
formato 5+5 di cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo.
Tutto questo dopo che lo shopping bellico di Gheddafi ha già
portato a una fornitura da parte francese (in cambio della soluzione
della vicenda delle infermiere bulgare condannate a morte) di
missili anticarro e apparecchiature di comunicazione per 400
milioni di dollari nel 2007 e nel gennaio scorso l'accordo da
1,3 miliardi di dollari con i russi per i caccia Sukhoi e gli
addestratori Yak130. Un accordo quadro politico sulle forniture
italiane nel settore difesa potrebbe essere discusso proprio
alla fine di settembre tra il ministro italiano Ignazio La Russa
e il segretario del comitato per la difesa libico, Younis Jaber.
Finmeccanica e Fincantieri sono i gruppi più interessati
e in parte hanno già avviato contatti con le controparti
libiche. I rapporti tra Agusta Westland e la Libia risalgono
addirittura a prima del Trattato di cooperazione. Nel 2007 l
'azienda del gruppo Finmeccanica aveva firmato un contratto
per dieci elicotteri AW 109 e AW 119 Koala da assemblare in
uno stabilimento libico inaugurato qualche mese fa. Ed è
prodotto da Finmeccanica anche il piccolo aereo-spia Falco per
il controllo delle carovane dei migranti nel deserto. Anche
la Fincantieri potrà offrire una vasta gamma di navi
rafforzata ora dalle collaborazioni con le industrie francesi
e tedesche senza contare che da anni la nostra Marina collabora
attivamente con la Marina libica in esercitazioni congiunte.
Nel settore trasporti, Ansaldo Breda è pronta a partecipare
al progetto per la metropolitana di Tripoli.
(torna su)
Le
vacanze romane di Gheddafi. Fra proteste e caroselli a cavallo
L'Unità
29
agosto 2010
U.
De Giovannangeli
Stavolta
il contrordine non è arrivato. Il Colonnello, i purosangue,
le tende beduine, le amazzoni con i baschi rossi e in alta uniforme,
sono a Roma. Nessun rinvio, stavolta. Nessuna imbarazzata correzione
dell'ultim'ora da parte della Farnesina. I fotoreporter, i cineoperatori,
possono prendere d'assalto il super blindato aeroporto di Ciampino.
L'appuntamento è a mezzogiorno. Gheddafi c'è.
A ricevere il Raìs non sarà l'«amico Silvio»
ma il ministro degli Esteri Franco Frattini. Resta il mistero
su come il Colonnello trascorrerà la domenica romana.
I primi appuntamenti ufficiali per i festeggiamenti del Trattato
di Amicizia sono fissati per lunedì, a due anni esatti
dalla firma dell'accordo di Bengasi del 30 agosto 2008. Ma anche
stavolta non si escludono possibili «blitz» nelle
strade della Capitale o più generici «incontri
con la gente».
Domenica libera . «Il leader
ama fare queste cose...», raccontavano nel pomeriggio
di ieri fonti libiche. E tornano alla mente le «serate
di gala» dello scorso novembre, quando Gheddafi - a Roma
per il vertice Fao - si fece reclutare centinaia di avvenenti
ragazze da un'agenzia di hostess per impartire lezioni di Islam
sotto la tenda. «Non sappiamo cosa vorranno fare questa
volta i libici, decidono sempre all'ultimo minuto - raccontano
dalla sede dell'agenzia che “servì” Gheddafi l'ultima
volta -. Ci hanno contattato negli ultimi giorni per allertarci
nel caso servisse, ma ci sembra di capire che se Gheddafi vorrà,
inviterà solo alcune delle ragazze che ha già
visto l'altra volta. Noi comunque - assicurano - siamo pronti
per qualsiasi evenienza». Sorprese a parte, c'è
già anche qualcosa di già definito. È confermato
ad esempio che Gheddafi pianterà la sua inseparabile
tenda beduina nella residenza dell'ambasciatore Abdulhafed Gaddur
in un elegante quartiere a ridosso della Cassia (e non nel bel
mezzo di Villa Pamphili, come nel giugno del 2009) e che domani
pomeriggio inaugurerà assieme a Berlusconi una mostra
fotografica sulla storia della Libia all'Accademia libica.
Spettacolo assicurato Il clou della
serata sarà uno spettacolo equestre davanti a Berlusconi,
Gheddafi e agli oltre 800 invitati che culminerà con
le figure disegnate dal Carosello dei Carabinieri. Sarà
sempre nella caserma «Salvo D'Acquisto» di Tor di
Quinto, che il premier offrirà al suo ospite l'Iftar,
la cena di interruzione del digiuno previsto nel mese di Ramadan.
Fino a questo momento è l'ultimo appuntamento segnato
in agenda, con Gheddafi che dovrebbe - ma il condizionale diventa
d'obbligo - ripartire martedì. Nel frattempo, cresce
la protesta. «Ancora non abbiamo visto un euro»,
denuncia l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla
Libia. Dell'Airl, Giovanna Ortu, nata nel 1939 nel Paese africano
da padre sardo e madre siciliana e cacciata assieme ad altre
20.000 persone nel luglio 1970, subito dopo la presa del potere
da parte del colonnello Gheddafi nel settembre 1969, è
la presidente.
Voci di protesta «Più
che di risarcimento - spiega Ortu in un colloquio con l'Adnkronos
- , si tratterebbe di un modesto indennizzo, rispetto ai 400
miliardi di lire al valore del 1970 che rivalutati sarebbero
pari a circa 3 miliardi di euro di oggi; una somma praticamente
pari ai 5 miliardi dollari destinati dal nostro governo alla
Libia per i cosiddetti danni del colonialismo e pagati attraverso
la costruzione di un'autostrada e altre opere urbanistiche,
per i cui lavori sono comunque interessate aziende italiane:
una sorta di “partita di giro” insomma. Ma la realtà
è che anche di questo modesto indennizzo nelle nostre
tasche non è arrivato finora nulla».
I diritti umani? A Berlusconi si
rivolge anche l'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
fondata da don Oreste Benzi chiedendogli «di rinegoziare
in tempi rapidissimi gli accordi Italia-Libia in maniera tale
che includano strumenti di garanzia del rispetto dei diritti
umani, con il coinvolgimento delle istituzioni dell'Europa e
dell'Onu». «Chiediamo inoltre - dice il responsabile
generale, Giovanni Paolo Ramonda - la cessazione di ogni respingimento
verso la Libia o verso ogni altro Paese che non garantisca il
pieno rispetto dei diritti umani; la garanzia a tutti gli immigrati
che cercano di raggiungere l'Italia di poter accedere alle procedure
per la richiesta di asilo; il rispetto delle leggi del diritto
del mare; la promozione di una politica seria per l'innalzamento
dei finanziamenti ai progetti di sviluppo, unici in grado di
combattere la povertà e quindi di agire sulla causa».
L'associazione ricorda alle istituzioni italiane «che
dal 7 maggio 2009, in aperto spregio delle norme internazionali
sui diritti umani, il nostro Paese ha consegnato alle autorità
libiche centinaia di donne, uomini e bambini, migranti e richiedenti
asilo, che tentavano di raggiungere l'Europa imbarcandosi attraverso
il Mediterraneo su mezzi di fortuna, rischiando la vita per
sfuggire a persecuzioni, torture, guerre e condizioni di povertà
estrema».
(torna su)
Un
business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa
La
Repubblica
28
agosto 2010
Ettore
Livini
Non
solo tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di
soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa , a due anni
dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L'oggetto
sociale d'esordio - la chiusura delle ferite del
colonialismo - è stato rapidamente archiviato
all'atto della firma del Trattato d'amicizia bilaterale nel
2008.
L'Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli
ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia.
Poi - snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei "parrucconi"
come Freedom House che considerano il Paese africano una delle
dieci peggiori dittature al mondo - sono cominciati i veri affari.
Un pirotecnico giro d'operazioni gestite in prima persona dai
due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi ("gli
imprenditori sono i soldati della nostra epoca", dice il
Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi
di euro e che rischia di cambiare - non è difficile immaginare
in che direzione - gli equilibri della finanza e dell'industria
di casa nostra.
La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua.
Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno:
Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi,
hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società
di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore
franco-tunisino tra i principali fautori dell'asse Arcore-Tripoli.
Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello
ha messo sul piatto un po' del suo tesoretto personale (i 65
miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli
ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell'Italia
Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone
gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici
e imprenditoriali, nel Belpaese.
In due anni Gheddafi è diventato il primo azionista della
prima banca italiana (Unicredit) con una quota vicina al 7%
(valore quasi 2,5 miliardi) e grazie allo storico 7,5% che controlla
nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni
a Piazza Affari. Le finanziarie di Tripoli hanno studiato il
dossier Telecom, puntano a Terna, Finmeccanica, Impregilo e
Generali. Palazzo Grazioli, nell'ambito del do ut des di questa
realpolitik mediterranea, ha dato l'ok all'ingresso di Tripoli
con l'1% nell'Eni ("puntiamo al 5-10%", ha precisato
l'ambasciatore Hafed Gaddur). E la Libia ha allungato di 25
anni le concessioni del cane a sei zampe in cambio di 28 miliardi
di investimenti.
Il Cavaliere tira le fila, consiglia e gongola. L'ingresso del
Colonnello in Unicredit - oltre che a innescare i mal di pancia
leghisti - è il cavallo di Troia per conquistare i vecchi
"salotti buoni" tricolori, la stanza dei bottoni che
controlla Telecom, Rcs - vale a dire il Corriere della Sera
- e le Generali. Il momento per l'affondo è propizio.
Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi
chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca,
crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia
- con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% -
c'è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono
andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza
Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia
dall'alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi,
presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello
(e con il premier) - se mai ce ne fosse stato bisogno - sono
stati confermati dalla difesa d'ufficio di entrambi al Meeting
di Rimini. Niente di nuovo sotto il sole: l'assicuratore di
Marino ha sdoganato Tripoli anni fa accogliendola nel patto
di Banca di Roma (poi Capitalia) assieme a Fininvest. E ancor
prima ha imbarcato la Libia in banca Ubae, guidata allora da
Mario Barone, uomo vicino a quel Giulio Andreotti che solo un
mese con il suo mensile 30 giorni ha pubblicato un volume sui
discorsi pronunciati da Gheddafi nella sua ultima visita italiana.
Il puzzle adesso è quasi completo. Il Cavaliere ha in
mano il controllo di industria e finanza pubbliche. E ora, grazie
all'asse con Ben Ammar e Geronzi e ai soldi di Gheddafi (sommati
alla debolezza delle vecchie dinastie imprenditoriali tricolori),
può blindare quella privata estendendo la sua influenza
su tlc, editoria e - Bossi permettendo - sulle ricchissime casseforti
delle banche e delle Generali.
L'asse con il Colonnello gli regala però un'altra opportunità
d'oro: quella di distribuire le carte delle commesse a Tripoli
garantite dall'attivismo dell'efficientissimo tandem, immortalato
ora a imperitura memoria sul frontespizio dei passaporti libici.
Ansaldo Sts (per il segnalamento ferroviario) e Finmeccanica
(elicotteri) hanno incassato due maxi-ordini. I big delle costruzioni
si sono messi in fila per gli appalti sulla nuova autostrada
libica da 1.700 chilometri (valore 2,3 miliardi) affidata in
base agli accordi bilaterali ad aziende tricolori. In questi
mesi hanno attraversato il Mediterraneo pure l'Istituto europeo
di oncologia e Italcementi mentre Impregilo ha consolidato con
una commessa da 260 milioni la sua già solida posizione
nel Paese nordafricano dove con 150 miliardi di investimenti
infrastrutturali nei prossimi sei anni la torta - previo via
libera della Gheddasconi Spa - è abbastanza grande per
tutti.
Anche Gheddafi, come ovvio, ha il suo dividendo. L'Italia è
il cavallo di Troia per portare la Libia fuori dall'isolamento
nell'era in cui la liquidità, come dimostra il salvataggio
delle banche Usa da parte dei fondi sovrani arabi, non ha più
bandiere. Missione compiuta se è vero che persino a Londra
- grazie a un'operazione di diplomazia sotterranea guardata
con sospetto a Washington - l'abbinata politica-affari ha dato
risultati insperati: la Gran Bretagna ha liberato un anno fa
Abdelbaset Al Megrahi, l'ex 007 libico condannato per l'attentato
di Lockerbie e il Colonnello ha dato subito l'ok alle trivellazioni
Bp nel golfo della Sirte. Nessuno poi ha battuto ciglio nella
City quando Tripoli ha rilevato il 3% della Pearson (editore
del Financial Times) e fondato lungo il Tamigi un hedge fund.
O quando il numero uno della London School of Economics è
entrato tra gli advisor della Libian Investment Authority a
fianco del banchiere Nat Rothschild e a Marco Tronchetti Provera.
Pecunia non olet. E anche l'(ex) dittatore Gheddafi non è
più un appestato per le cancellerie internazionali. Il
premier greco Georgios Papandreou è sbarcato qui per
cercare aiuti. La Russia di Putin - altro alleato di ferro dell'asse
Gheddafi-Berlusconi - si è aggiudicata fior di commesse
a Tripoli come le aziende turche di Erdogan, altra new entry
in questo magmatico melting pot geopolitico tenuto insieme,
più che dagli ideali e dalla storia, dal collante solidissimo
del denaro.
(torna su)
Rimpatriati,
attendiamo giustizia da governo a vigilia 40/mo anniversario
confisca proprieta' italiani
ANSA
20
luglio 2010
Alla vigilia del quarantesimo
anniversario della "confisca delle proprietà italiane
in Libia, operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo
di stato che lo portò al potere", i rimpatriati
"attendono ancora giustizia dal Governo italiano"
che, nel Trattato di Amicizia tra Italia e Libia firmato dal
premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi
il 30 agosto 2008 "nulla ha preteso dai libici come risarcimento,
aggiungendo anzi un altro consistente esborso a favore di Gheddafi,
a titolo di riparazione per i danni coloniali". Lo denuncia,
in un comunicato, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla
Libia "pur comprendendo le ragioni politico/economiche
che hanno reso necessario il nuovo corso". "Anche
l'indennizzo, men che simbolico, per i Rimpatriati - inserito
nella legge di ratifica del Trattato per unanime volontà
parlamentare - a distanza di un anno e mezzo non può
ancora essere liquidato, perché il ministro Tremonti
non appone la firma sul previsto decreto attuativo", afferma
la nota. "Tutto ciò oltre che ingiusto è
assai amaro - commenta Giovanna Ortu presidente dell'Airl, che
da decenni si batte con grande tenacia e modesti risultati -
non si possono accampare scuse per eludere atti dovuti, soprattutto
quando da autorevoli fonti e da documenti della Farnesina abbiamo
appreso che, dietro il colpo di stato in Libia, ci furono i
servizi segreti italiani e che Moro definì un errore
della nostra politica estera l'aver affidato la sorte della
collettività italiana di Libia e i loro beni alla protezione
dello Stato egiziano". Dopo "il colpo di stato"
e "prima di essere espulsi dal Paese, 20.000 cittadini
italiani persero, in violazione del trattato internazionale
del 1956, tutti i beni, persino i contributi previdenziali versati
prima all'Inps e poi all'istituto libico corrispondente".
"Due sono i festeggiamenti che ci attendono nei prossimi
mesi; - conclude Giovanna Ortu - il 30 agosto Gheddafi sarà
in Italia per celebrare con Berlusconi il secondo anniversario
della firma del Trattato; il 10 ottobre prossimo i rimpatriati
ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione
dalla Libia con un grande convegno presso il Museo Storico dell'Aereonautica
Militare di Vigna di Valle. Riusciremo ad avere la presenza
del Presidente del Consiglio Berlusconi che fino ad ora ci ha
ignorato? Me lo auguro davvero!"
(torna su)
Italiani
cacciati dalla Libia: 40 anni senza giustizia
La
Vera Cronaca
20
luglio 2010
Pierfrancesco
Palattella
Una
giornata importante quella di mercoledì 21 luglio, data
in cui la storia ritorna prepotentemente a farsi viva riversando
acredini ed inquietudini di un passato quanto mai ingombrante
ed ancora irrisolto; ricorre in questa data il quarantesimo
anniversario della confisca delle proprietà italiane
in Libia operata da Gheddafi nel 1970, pochi mesi dopo il colpo
di stato che lo portò al potere. Ricordiamo per i lettori
che, in quella circostanza, 20.000 cittadini italiani vennero
cacciati dal paese libico perdendo di fatto tutti i loro beni
nonostante un trattato internazionale del 1956 di collaborazione
economica li garantisse in tal senso. La giustificazione fornita
da Gheddafi per questa operazione fu di una sorta di ricompensa
per i danni arrecati al suo paese dal colonialismo italiano.
Tutti i rimpatriati, a distanza di quarant'anni, sono ancora
in attesa di giustizia e soprattutto di un risarcimento.
In questa giornata che rievoca la storia di quel sopruso, si
alza per l' ennesima volta la protesta da parte di coloro che
furono le vittime: “stiamo lottando da 40 anni e continueremo
a farlo; per ora tuttavia non abbiamo ottenuto risultati.” A
parlare è Giovanna Ortu, presidente dell' Airl,
Associazione degli Italiani Rimpatriati dalla Libia che riunisce
i 20 mila italiani (o i discendenti essendo molti, nel frattempo,
venuti a mancare) che, nel luglio 1970, furono espulsi dal Paese
in cui risiedevano; l'Airl è tutt'ora l'unica associazione
che rappresenta e riunisce i rimpatriati dalla Libia.
“Stiamo ancora lottando; – continua la presidente Giovanna Ortu
- quando siamo venuti via dalla Libia ero una giovane trentenne
ed ora di anni ne ho 71; da allora ho cercato di battermi ma
come si vede con modesti risultati. La cosa peggiore è
che ora che ci tocca assistere anche a questo idillio tra Berlusconi
Gheddafi; noi con i libici non abbiamo niente in contrario però
non ne capiamo il perché.” Il riferimento evidente
è al nuovo trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato
da Berlusconi e Gheddafi il 30 Agosto 2008 con il quale l'Italia
si è impegnata a pagherà nei prossimi 20 anni
5 miliardi di dollari di risarcimenti alla Libia per il passato
coloniale: “il prossimo 30 Agosto Gheddafi verrà in Italia
per festeggiare il secondo anniversario di questo trattato;
mi sembra un'eccessiva considerazione, non so per quanto tempo
ancora ci dovremo prostrare con la scusa del passato coloniale.
L'ultima volta che è venuto abbiamo assistito a scene
incredibili quali il baciamano da parte di Berlusconi.”
Torniamo
alla cacciata dai territori libici ed al conseguente sequestro
dei beni: “La nostra cacciata è stata un fatto strumentale
poiché noi vivevamo in pace ed armonia con gli arabi.
I nostri beni ammontavano ad attuali 3 miliardi di euro, e negli
anni abbiamo recuperato solo una piccola parte beneficiando
di qualche legge per chi perde beni all'estero; abbiamo perso
tutto, anche le pensioni. Io ho lottato fino al 1992 affinchè
i nostri potessero riprendere le assicurazioni perdute. Non
c' è stata mai attenzione nei nostri riguardi, nemmeno
quando il parlamento a furor di popolo ha voluto darci qualche
cosa senza che poi tuttavia questo abbia avuto un seguito nella
realtà.” Il Governo italiano infatti, in sede di Trattato,
non ha preteso nulla dai libici come risarcimento, ed ha anzi
aggiunto un ulteriore cifra a favore di Gheddafi come titolo
di parziale rimborso per i danni del periodo coloniale: “è
una questione prima che materiale anche morale, i nostri diritti
sono stati calpestati, noi eravamo lì protetti da un
trattato che è stato violato da Gheddafi e l'Italia non
ha fatto niente, non è ricorsa alla clausola arbitrale.
Chi ci ha rimesso in prima persona siamo stati solo noi. E'
tutto come 40 anni fa, non c'è la certezza nemmeno di
poter mettere le mani su quel piccolo indennizzo che era stato
deciso di darci.”
L'indennizzo cui si fa riferimento, e che non è certo
una grossa cifra, è stato inserito nella legge di ratifica
del trattato per volontà parlamentare ma, a distanza
di un anno e mezzo, non può ancora essere liquidato:
“Gli unici soldi che non si trovano sembrano essere quelli destinati
noi. Per intenderci, l'Italia attua questa dura politica dei
respingimenti in accordo con la Libia che però ci costa
molti soldi, a cominciare dalle motovedette che abbiamo regalato
al governo libico; poi ci sono i 5 miliardi di dollari da dare
a Gheddafi in 20 anni. I soldi per i nostri risarcimenti sono
gli unici a non essere disponibili.”
Dopo 40 anni e con una ferita di tali dimensioni ancora aperta,
le chiediamo quali sono state le risposte che hanno provato
a darsi sul perché di questa mancanza di giustizia: “In
Italia spesso le categorie più deboli sono le meno protette;
è vero che siamo un' associazione che riunisce 20.000
persone ma lottiamo contro un nemico troppo grande; ci sono
di mezzo cose troppo importanti, come le forniture petrolifere
e partnership economiche. Basti pensare che, in un libro che
è stato pubblicato di recente sulla base di documenti,
sembra che la nostra cacciata sia stata quasi barattata per
favorire l' Italia in interessi superiori; è stato un
atteggiamento molto cinico di fronte al quale è stato
mantenuto per anni un atteggiamento di omertà. La Libia
non ha accettato di dare l'indennizzo ma in realtà ha
favorito molto l'Eni per le commesse.” In effetti gli scambi
commerciali tra i due paesi sono molto fitti e l'Italia risulta
essere tra i principali partner economici del governo libico.
Quello del 21 Luglio appare come un giorno importante in ricordo
di quella cacciata di 40 anni fa, tuttavia l'appuntamento cui
si sta già guardando è un altro, come ci conferma
la stessa presidente Ortu: “Faremo un grande convegno ad Ottobre
cui parteciperanno anche ospiti di riguardo; il 7 Ottobre infatti
la Libia l'ha sempre festeggiato come giorno della vendetta
per celebrare la nostra cacciata. Il 10 ottobre prossimo i rimpatriati
ricorderanno il quarantesimo anniversario della loro espulsione
dalla Libia con un grande convegno. Noi non abbandoniamo la
lotta, non posso credere che in uno stato di diritto non
si riesca ad avere giustizia; nè che il Presidente del
Consiglio seguiti ad ignorarci come ha sempre fatto. In passato
l'Italia non ha saputo ne voluto difenderci, ma la cosa che
fa più male è un'altra; non solo abbiamo avuto
un sopruso, ma dopo 40 anni ci tocca vedere Gheddafi trattato,
quando viene in Italia, con tutti gli onori del caso come fosse
un ospite di riguardo.”
(torna su)
“L'Italia
proteggeva Gheddafi, il DC-9 fu abbattuto dai francesi”
Il
Fatto Quotidiano
26
giugno 2010
Giovanni
Fasanella*
p.
14
Pubblichiamo un estratto
dell'intervista al magistrato Rosario Priore - che della strage
di Ustica (27 giugno 1980, 81 morti) si è occupato in
una lunga inchiesta - contenuta nel libro Intrigo internazionale,
edito da Chiarelettere .
“C'era un groviglio di
verità "indicibili" che nascevano dalla nostra
politica mediterranea, in particolare verso la Libia , e dall'irritazione
che quella politica provocava nei nostri alleati europei. Se
quelle verità fossero venute pubblicamente a galla, non
sarebbero rimaste prive di conseguenze”, così risponde
Rosario Priore (il giudice che su Ustica ha emesso una sentenza-ordinanza
nel 1999: DC-9 abbattuto da un missile) alla madre di tutte
le domande: quale verità non si poteva far conoscere
all'opinione pubblica.
Dunque ci fu
un episodio di guerra aerea: l'obiettivo degli attaccanti non
poteva che essere libico. e di un certo rilievo?
Ovviamente sì.
E quanto più alto fosse stato il rango dell'obiettivo,
tanto più sarebbe stato di rilievo il successo dell'operazione.
L'attacco militare nel cielo di Ustica era diretto contro un
aereo che si sapeva sarebbe passato proprio di lì.
E perché
lo si sapeva?
Perché succedeva
sistematicamente. E non doveva succedere. Perché il sistema
Nadge, la rete radar che proteggeva i paesi europei dell' Alleanza
atlantica, dalla Norvegia alla Turchia, nel tratto italiano
aveva dei "buchi". Cioè passaggi o aree non
coperti dai radar del Nadge. E quei corridoi erano noti ai libici,
che potevano utilizzarli per il passaggio dei loro aerei militari
pur non potendo lo fare, perché aerei miliari di un paese
non Nato. Se fossero stati individuati, il sistema li avrebbe
automaticamente definiti nemici da abbattere.
E come facevano,
i libici, a conoscere quei “buchi”?
Nel linguaggio dei servizi,
si direbbe che c'erano state delle "perdite".
Insomma, qualcuno, in Italia, si era “perso” quei varchi della
difesa radar atlantica, i libici li avevano "trovati"
ed erano venuti a conoscenza delle vie non protette di penetrazione
in Europa. In quel periodo, tra l'altro, molti ex ufficiali
dell'Aeronautica italiana erano andati in congedo e avevano
messo a disposizione dei libici tutte le loro cognizioni tecniche
e tutta la loro esperienza.
Quindi i libici
utilizzavano sistematicamente quei corridoi. E a quale scopo?
Sia a scopo civile sia
a scopo militare, per arrivare fino al cuore dell'Europa. E
succedeva perché i libici avevano un rapporto privilegiato
con l'Italia. Sì, i loro aerei si recavano spesso in
Jugoslavia per riparazioni, a Banja Luka. Oppure a Venezia,
dove noi fornivamo all'Aviazione libica tutta l'assistenza di
cui aveva bisogno. Pensi che in quello stesso mese di giugno
1980, poco prima dell'esplosione su Ustica, nelle officine di
Venezia Tessera, accanto agli aerei ufficiali del presidente
statunitense e di quello francese, lì per un summit internazionale,
c'erano anche dei C-130 libici: aerei da trasporto che, in barba
a ogni embargo, noi militarizzavamo trasformandoli in mezzi
da trasporto per paracadutisti.
È comprensibile
che aerei militari libici utilizzassero dei corridoi "discreti".
Ma quelli civili, perché?
Perché a bordo
spesso c'erano personaggi di primo piano, a rischio o in missioni
segrete. Arafat, per esempio, si diceva che viaggiasse spesso
su aerei libici passando per i nostri corridoi. Insomma, si
trattava di personaggi che avevano bisogno di viaggiare
in sicurezza e ai quali noi in qualche modo garantivamo protezione.
Anche Gheddafi?
Sì, anche Gheddafi.
Secondo una fondata ipotesi, emersa già nel corso della
nostra inchiesta e rafforzatasi in seguito, sembra che il bersaglio
fosse proprio un aereo su cui viaggiava Gheddafi. Nei piani
di volo conservati presso la nostra Aeronautica, quella sera
era previsto un volo con vip a bordo da Tripoli a Varsavia.
L'aereo che viaggiava
sotto la pancia del nostro DC-9 poteva essere quello di
Gheddafi?
Secondo ragionevoli ipotesi,
potevano essere uno o più caccia militari libici che
tornavano dalla Jugoslavia utilizzando un corridoio senza la
copertura del Nadge. Secondo ipotesi più recenti, quei
caccia dovevano prelevare il leader libico sul Tirreno e scortarlo
in un viaggio nell'Europa dell'Est. Ma, avvertito da qualcuno
dell'imminente pericolo, all'altezza di Malta l'aereo avrebbe
improvvisamente cambiato rotta per tornare in Libia.
Dunque i caccia
libici provenienti da nord volavano sotto la protezione
del DC-9 per andare a prelevare Gheddafi che stava arrivando
da sud?
Questa è la situazione
più probabile. Ed è del tutto evidente che chi
avesse voluto attaccare Gheddafi avrebbe dovuto prima abbattere
le sue scorte.
In definitiva
i caccia libici vennero abbattuti, mentre Gheddafi si salvò
perché avvertito del pericolo. Chi lo avvisò?
Gli italiani?
È del tutto verosimile,
visti i rapporti privilegiati tra l'Italia e la Libia. Il capo
dei servizi segreti libici era di casa a Roma e nel Sismi (il
nostro servizio segreto militare dell'epoca).
C'era una forte cordata
filoaraba e una filolibica, omologhe a quelle che esistevano
all'interno dei governi della Repubblica e, più in generale,
nella classe politica italiana.
Chi voleva uccidere
Gheddafi?
Di recente, a inchiesta
giudiziaria ormai conclusa, dopo che le sentenze di assoluzione
dei generali erano ormai divenute definitive, l'ex presidente
della Repubblica Francesco Cossiga, che all'epoca era presidente
del Consiglio, ha detto qualcosa in proposito. Riferendo informazioni
provenienti dall'interno dei nostri servizi, ha parlato esplicitamente
di una responsabilità francese.
La ritiene un'ipotesi
attendibile?
Sì, la ritengo
attendibile. Però procederei per gradi, seguedo
l'evoluzione dell'inchiesta. In primo luogo perché, da
un punto di vista tecnico, a quel tempo e nel Mediterraneo,
solo due paesi erano in grado di compiere un'operazione militare
di quel tipo: gli Stati Uniti e la Francia. Perché occorreva
un sistema di guida dei caccia capace di indirizzarli verso
l'obiettivo in qualsiasi condizione. Insomma un "guida
caccia" estremamente sofisticato. E poi era necessario
avere basi a terra o su portaerei a una giusta distanza dal
punto d'attacco. La Francia aveva portaerei nel Tirreno e basi
a terra in Corsica. Gli Stati Uniti avevano la Sesta flotta
dotata di portaerei, oltre alle basi in territorio italiano.
Entrambi i paesi, dunque, avevano anche propri sistemi radar.
Quindi chi attaccò:
Francia, Stati Uniti o entrambi?
Tenderei a escludere
responsabilità dell'Amministrazione americana dell'epoca.
Primo perché c'era Jimmy Carter, che manteneva rapporti
con la Libia ; addirittura la riforniva di armi. Secondo, perché
gli americani ci aiutarono nell'inchiesta più degli italiani.
* giornalista, sceneggiatore
e documentarista
(torna su)
Tra
Cavaliere e Colonnello non c'è solo la Svizzera
Il
Riformista
15
giugno 2010
Anna
Mazzone
p.
11
Baci, abbracci e cotillons.
Il repertorio dei due superamici, il Cavaliere e il Colonello,
si ripete. I due si incontrano spesso, appena possono, e qualche
cosa succede sempre. La Libia solitamente fa qualche gesto eclatante
per il quale poi dichiara: «Tutto merito dell'Italia se
abbiamo preso questa decisione», e Berlusconi ringrazia
compiaciuto e, lontano dalla telecamere, sigla qualche accordo
commerciale.
Anche questa volta il
copione non ha subito variazioni. Da Sofia, dove si trovava
per inaugurare una statua di Giuseppe Garibaldi (e per festeggiare
il 510 compleanno del premier Boyko Borissov), il Cavaliere
è volato a Tripoli, giusto in tempo per avere un faccia
a faccia di due ore con Gheddafi e far liberare l'imprenditore
svizzero Max Goeldi, che ieri è arrivato a Zurigo dopo
due anni di carcere. La crisi tra Berna e Tripoli era nata subito
dopo l'arresto di uno dei figli del Colonnello, Hannibal Gheddafi,
e di sua moglie, il 15 luglio 2008 a Ginevra. L'ira del Colonnello
non si era fatta attendere. Le autorità libiche avevano
arrestato Max Goeldi, condannandolo "per direttissima"
a 16 anni di carcere. Il fatto diventa un caso internazionale.
La Libia chiude i rubinetti del petrolio per la Svizzera e ritira
i suoi depositi dalle banche di Ginevra e Zurigo. La Svizzera
contrattacca e diffonde un elenco di cittadini libici "indesiderati"
(188 nominativi); la Libia blocca l'ingresso dei cittadini di
Schengen. L'Europa viene tirata in ballo. Il business è
a rischio e i Ventisette tremano. L'Italia si attiva con il
Colonnello, negoziando il rilascio di Goeldi. Berlusconi fa
pesare la sua storica "amicizia" con Gheddafi. Alla
fine, alla presenza del ministro degli Esteri spagnolo, Miguel
Angel Moratinos, Goeldi viene rilasciato.
Tutto merito di Berlusconi?
Certamente !'Italia ha svolto un ruolo decisivo nell'intero
negoziato, ma è pur vero che le prime agenzie internazionali
(Reuters in testa) indicano la liberazione di Goeldi alle 13.08
del 13 giugno. A quell'ora Berlusconi era ancora a Sofia e stava
per salire sull' aereo verso Tripoli. Durante il lungo faccia
a faccia con Gheddafi, dunque, Berlusconi avrà parlato
d'altro. Probabilmente del rilascio dei pescherecci Alibut,
Mariner 10 e Vincenza Giacalone di Mazara del Vallo, sequestrati
dalle autorità libiche il 9 giugno. E non solo.
La Libia è la
"little Italy" delle imprese italiane all' estero.
Sono 109, secondo gli ultimi dati dell'Ice (l'Istituto per il
Commercio con l'Estero), le aziende sparse nella Grande Jamahiriyya.
L'Italia è il primo mercato di sbocco delle esportazioni
libiche (20%), seguita da Germania, Cina, Tunisia, Francia e
Turchia. Affari di petrolio e gas naturale, ma anche di progettazione
e realizzazione di infrastrutture. In Libia operano la Ansaldo
e la Saipem , tra le altre. Spicca su tutte l'Eni, lì
dal 1959.
Il feeling tra il cavaliere
e il Colonnello nasce molto prima della fine delle sanzioni
imposte a Gheddafi dalla comunità internazionale (nel
2006). Il 7 ottobre del 2004 a Mellitah (ad ovest di Tripoli),
viene inaugurato "Green Stream", il gasdotto italo-libico
realizzato da Eni. Presenti e abbracciati per le foto di rito
Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. È il gasdotto sottomarino
più lungo del Mediterraneo. Nel 2008 Berlusconi decide
di ampliare i rapporti economici con Tripoli e sigla un nuovo
accordo tra Eni e la National Oil Company of Libya (Noc), in
base al quale le concessioni in Libia di Eni vengono prorogate
automaticamente per altri 25 anni, con un investimento nel settore
energetico libico di 28 miliardi di dollari. Il 30 agosto, sotto
la tenda beduina, Berlusconi e Gheddafi siglano il "Trattato
di Bengasi", ratificato a febbraio del 2009 come un accordo
di «Amicizia, partenariato e cooperazione». Per
scusarsi del periodo coloniale, Roma ricoprirà di denari
Tripoli. 5 miliardi di dollari in 20 anni, per costruire infrastrutture
come l'autostrada che collegherà Egitto e Tunisia e che
passerà sul suolo libico.
Già, ma da dove
viene fuori questa cifra e, soprattutto, chi paga? Con una legge
ad hoc, il governo mette sulle spalle dell'Eni un'addizionale
Ires da 250 milioni l'anno. La società petrolifera, a
partecipazione statale del 30%, non ci sta e presenta ricorso.
L'autostrada per ora non si fa. In molti fanno notare che 5
miliardi sono (troppi per la costruzione di un' autostrada e
il Colonnello è poco avvezzo ad azioni "trasparenti".
Inoltre, la seconda parte del Trattato di Bengasi, che Gheddafi
festeggerà in Italia il prossimo 30 agosto, non prevede
«prestazioni reciproche». Insomma,è certo
che l'Italia si impegna a pagare, ma la Libia tiene le mani
in tasca.
Secondo fonti da Tripoli
per Il Riformista, in quelle due ore di faccia a faccia Berlusconi
avrebbe cercato di rabbonire Gheddafi. Da mesi, infatti, le
autorità libiche sostengono che alle generose promesse
del presidente del Consiglio non corrisponde un eguale entusiasmo
degli imprenditori italiani, che tuttora vedono nella Libia
«un Paese rischioso» e si sentono poco «garantiti».
Qualche giorno fa a Tripoli è stato chiuso l'ufficio
dell'Unhcr, l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati politici.
Ma Berlusconi di questo non ha fatto menzione con l'amico Gheddafi.
Così come non ha perorato la causa dei rimpatriati
italiani, che ieri si chiedevano come mai dopo sedici mesi il
decreto attuativo che consente la liquidazione «del modestissimo
indennizzo per i beni confiscati previsto dalla legge»
di ratifica del Trattato di Bengasi, giace sul tavolo del ministro
Tremonti, ancora senza firma. Così come, visto
il ricorso dell'Eni, mancano anche quei famosi 5 miliardi per
l'autostrada.
Berlusconi ha avuto due
ore per scusarsi con Gheddafi, ma anche per parlare di altri
business. Secondo un'inchiesta del Guardian, il fondo sovrano
libico avrebbe rilevato una parte del capitale azionario della
"Quinta Communications SA", costituita dal 1989 in
Francia da Berlusconi e dall'imprenditore franco-tunisino Tareq
ben Hammar. La società ha come obiettivo la produzione
di film destinati al mercato arabo.
Annunciata dal 2008 (e
poi negata) una compartecipazione Berlusconi, Tareq, Gheddafi
anche in Nessma TV, una emittente privata tunisina. Insomma,
non solo Svizzera per il Cavaliere in visita dal Colonnello.
(torna su)
Il
Cavaliere in Libia per chiudere la crisi con Berna
Il
Sole 24Ore
Gerardo
Pelosi
13
giugno 2010
Il premier italiano Silvio Berlusconi potrebbe essere chiamato
a svolgere un ruolo decisivo nella fase finale dell'accordo
tra Libia e Svizzera annunciato per oggi e soprattutto per la
liberazione dell'uomo d'affari elvetico, Max Goeldi, scarcerato
il 10 giugno dalla Corte Suprema libica ma ancora trattenuto
nella Jamahiriya.
Berlusconi volerà questa mattina a Sofia per inaugurare
una statua dedicata a Garibaldi. Dopo la colazione con il premier
Borissov, il presidente del Consiglio partirà alla volta
di Tripoli dove incontrerà il colonnello Gheddafi per
preparare l'incontro del prossimo 30 agosto a Roma (secondo
anniversario dell'accordo italo-libico) e per cercare di risolvere
l'ultimo sequestro di tre pescherecci siciliani.
La coincidenza temporale del viaggio lampo di Berlusconi con
la firma prevista per oggi dell'accordo tra Svizzera e Libia
(per il quale sono da ieri sera a Tripoli i ministri degli Esteri
di Svizzera, Micheline Calmy-Rey e di Spagna, Miguel Angel Moratinos)
lascia però aperta ogni ipotesi sul ruolo che potrebbe
giocare il nostro premier in un'intricata vicenda che risale
al 2008. Nel luglio di quell'anno l'imprenditore svizzero Goeldi
fu arrestato insieme ad un altro uomo d'affari elvetico, Rashid
Hamdani (liberato nel febbraio scorso) per "permanenza
illegale" sul territorio libico. In realtà si trattava
di una rappresaglia per l'arresto a Ginevra del figlio del leader
libico Gheddafi, Hannibal, accusato di aver maltrattato i propri
domestici. Tra ritorsioni e accuse reciproche la vicenda sfociò
nel febbraio scorso con una grave crisi diplomatica nella concessione
dei visti ai cittadini dell'area Schengen, crisi che fu superata
solo il 27 marzo scorso a margine del vertice della Lega araba
a Sirte dopo una mediazione dello stesso Berlusconi.
Nelle ultime settimane, anche grazie a una mediazione tedesca,
i rapporti tra Tripoli e Berna si sono rasserenati fino al punto
di programmare per oggi la firma di un accordo che dovrebbe
prevedere la creazione di una commissione di arbitraggio per
verificare la legalità dell'arresto di Hannibal e forme
di risarcimento per i danni di immagine subiti dalla Libia per
le foto di Hannibal durante la sua detenzione. Ma la firma dell'accordo
lascerebbe ancora sospesa la sorte dell'imprenditore Goeldi
che, pur avendo ricevuto ieri mattina il suo passaporto con
il visto di uscita, resta confinato in un albergo di Tripoli.
Proprio nelle pieghe di quest'accordo il nostro premier potrebbe
svolgere un ruolo convincendo Gheddafi a consegnargli Goeldi
forse già nella serata di oggi. In maniera molto poco
diplomatica lo stesso Berlusconi, venerdì sera, ai giovani
dei Club delle libertà aveva annunciato che Goeldi «potrebbe
forse essere consegnato al nostro Paese». Se Berlusconi
dovesse riuscire nell'impresa acquisirebbe un importante credito
nei confronti del Governo elvetico che nonostante gli sforzi
del ministro dell'Economia Giulio Tremonti, tarda a concedere
all'Italia il trattamento dato alla Francia per inserire nel
nuovo accordo contro la doppia imposizione gli standard Ocse
sugli scambi di informazione tra amministrazioni fiscali per
la lotta all'evasione.
La notizia del viaggio
lampo di Berlusconi a Tripoli ha suscitato reazioni critiche
delle opposizioni, dai radicali al Pd all'Italia dei valori
mentre l'Associazione degli italiani residenti in Libia
(Airl) con la presidente Giovanna Ortu rileva che mentre Berlusconi
si è subito reso disponibile a volare a Tripoli per prendere
in consegna il cittadino svizzero i rimpatriati sono sempre
più offesi all'atteggiamento del Governo che «non
ha ancora firmato il decreto attuativo che consente la liquidazione
del modestissimo indennizzo per i beni confiscati previsto dalla
legge di ratifica del Trattato italo-libico».
(torna su)
Berlusconi
a Tripoli dopo Sofia
La
Stampa
13
giugno 2010
Francesca
Paci
Se
oggi pomeriggio il premier Silvio Berlusconi atterrerà
davvero a Tripoli - perché come avvertono fonti di Palazzo
Chigi «con la Libia fino all'ultimo non si sa mai»
- sarà questione di routine, una delle numerose consultazioni
da tempo in corso tra i due governi. Almeno ufficialmente.
Mentre infatti il programma protocollato della visita prevede
che i due capi di Stato discutano della preparazione del G8,
del G20 e soprattutto del 30 agosto prossimo, ex giornata dell'odio
contro gli italiani trasformata in ricorrenza dell'amicizia,
voci di corridoio suggeriscono che la sortita di Berlusconi
abbia motivazioni diplomatiche assai più circostanziate.
Certo, c'è la storia dei tre pescherecci battenti bandiera
tricolore intercettati e fermati dai libici, ma si tratta di
normale amministrazione. Nulla a che vedere comunque con il
destino dell'imprenditore svizzero Max Goeldi sul cui rilascio,
atteso per questa sera, il primo ministro italiano potrebbe
avere un'influenza determinante.
Il condizionale a questo punto è d'obbligo. Di certo
c'è solo la presenza a Tripoli di Micheline Calmy Rey
e Miguel Angel Morations, rispettivamente ministro degli esteri
elvetico e spagnolo, con la missione di risolvere la vicenda
che contrappone Berna a Muammar Gheddafi dal 2008, quando Hannibal
Gheddafi, uno dei figli del colonnello, fu arrestato a Ginevra
con l'accusa d'aver maltrattato due domestici. In cambio dovrebbe
essere rilasciato Max Goeldi, l'uomo d'affari svizzero condannato
l'11 febbraio scorso a quattro mesi di detenzione per violazione
della legge sull'immigrazione.
E Berlusconi? Come s'incastra la deviazione dal viaggio di ritorno
da Sofia nel complicato puzzle geopolitico euro-mediterraneo?
Non è un mistero che da quelle parti la sua parola sia
piuttosto ascoltata: perché non spenderla in un caso
delicato come questo? Da mesi Spagna e Germania mediano per
raggiungere un accordo. Ma mentre la Libia continua a subordinare
il rilascio di Goeldi all'istituzione di un tribunale che si
pronunci sulla legalità del procedimento contro Hannibal,
nessuno ha dimenticato il summit della Lega araba a Sirte, quando
il premier italiano giocò un ruolo decisivo nello sblocco
della crisi dei visti tra Tripoli e l'Unione Europea. Nonostante
il lavoro delle diplomazie di Berlino e Madrid restava in piedi
la barriera con la Svizzera e oggi, in prossimità dell'epilogo,
è meglio assestare una vigorosa spallata in più.
Storia o leggenda, a credere all'intercessione provvidenziale
di Berlusconi è l'Airl, l'associazione degli italiani
rimpatriati dalla Libia, che ieri ha tuonato contro la disponibilità
del nostro premier «a prendere in consegna il cittadino
svizzero in cambio di chissà quali contropartite del
governo elvetico». La presidente Giovanna Ortu non usa
mezzi termini: «E' una vicenda che trascende le nostre
povere cose e sarà certamente occasione d'un nuovo scambio
di effusioni tra Berlusconi e Gheddafi in vista della visita
del leader libico in Italia il 30 agosto».
(torna su)
The
Gaddafi-Berlusconi connection
The
Guardian
4
September 2009
John
Hooper
Before the hullabaloo
over the celebrations in Libya passes away, it is worth making
a small but intriguing point.
As noted earlier this
week, one of the few western leaders to turn up was Silvio Berlusconi
(though his government stressed it was to celebrate, not
Colonel
Gaddafi 's seizure of power, God forbid!, but the
first anniversary of a co-operation treaty with Libya ). The
conventional explanation of Berlusconi's chumminess with Gaddafi
(you may recall he had the colonel over for a high-profile
visit in June ) is that he has no alternative.
The media tycoon returned
to office last year mainly because of a promise to crack down
on crime and clandestine immigration. And if clandestine migrants
from Libya continue to land on Italy
's southern shorelines and islands, he will be accused of
failing to deliver. In May, for the first time, Tripoli agreed
to take back migrants intercepted by the Italians in international
waters (controversially, because they do not have a chance to
apply for asylum). Libya's agreement was a direct outcome of
the co-operation treaty mentioned earlier and signed in August
2008 after a diplomatic operation handled personally by Berlusconi,
and from which Italy's professional envoys were almost wholly
excluded. Among other things, the treaty promised the Libyans
extensive investment, partly in reparation for Italy's colonial
wrongdoings.
But the two leaders are
connected by something other than political expediency. Their
families have a common (and highly debatable) business interest.
In June, the small Italian
news agency Radiocor reported that a Libyan company, Lafitrade,
had taken a 10% stake in Quinta
Communications , a cinema production company founded by
a Tunisian-born but French-based entrepreneur, Tarak Ben Ammar.
Lafitrade is controlled by the Gaddafi's family's investment
vehicle, Lafico.
So far, so uncontroversial.
Except that a) one of the other firms invested in Quinta Communications,
with a stake of around 22%, is a Luxembourg-registered investment
company owned by the Berlusconi family investment vehicle, Fininvest;
and b) Quinta Communications and Mediaset
, the Berlusconi-founded TV empire, each own a one-quarter
stake in a new satellite TV channel for the Maghreb, Nessma
TV.
This would seem to constitute
a pretty staggering conflict of interest for Berlusconi, to
add to the many he already has in Italy. But even leaving that
aside, one of Nessma's target markets is Libya. And by letting
the colonel's minions into Quinta, Berlusconi and Ben Ammar
have handed a share in the ownership of the station to the Libyan
regime. It will be interesting to see the extent to which Nessma's
journalists will feel free to criticise Gaddafi's running of
the country.
Ben Ammar, a businessman
pure and simple, can do what he likes. But Berlusconi is in
a rather different position as prime minister of a democratic
nation.
What is as striking as
anything about all this is the role played – or rather, not
played – by the Italian media. In all the thousands of words
I have read and heard since June about the dealings between
the Berlusconi and Gaddafi governments, I had not read even
one that called attention to this new link between the two leaders.
My attention was drawn to it by a reader. Libya's entry into
Quinta, which I suspect would have been front-page news in any
other European country, was reported briefly by a couple of
dailies, but in their financial section. Neither piece made
any allusion to the link to Nessma.
When Berlusconi visited
Tunisia last month, some of the reporters who accompanied him
chronicled his visit to a local satellite TV station and described
how he had chatted in his usual, apparently relaxed, fashion
to journalists in the newsroom. The station was Nessma. Only
the Italian news agency Ansa, as far as I can make out, was
indelicate enough to mention that the Berlusconi family's TV
empire was one of the owners. And that was in the last paragraph
of its correspondent's dispatch.
(torna su)
Berlusconi
bacia la mano a Gheddafi (video)
Repubblica.it
28
marzo 2010
http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-bacia-la-mano-di-gheddafi/44664?video
(torna su)
Libia-Europa,
risolta la crisi dei visti. «Grazie all'Italia»
Corriere
della Sera
28
marzo 2010
Maurizio
Caprara
La Libia si è
impegnata a riprendere il rilascio di visti ai cittadini dei
Paesi dell'Unione europea aderenti alla cosiddetta «area
Schengen». A causa di un contenzioso con la Svizzera ,
seppure con alcune eccezioni questi permessi di ingresso sul
territorio della Giamahiria sono stati negati o sospesi dal
14 febbraio scorso. La novità sulla fine blocco è
emersa ieri dopo che il regime del Colonnello Muammar Gheddafi,
il cui figlio Hannibal venne arrestato per due giorni a Ginevra
nel 2008 con l'accusa di aver picchiato due persone di servizio,
ha apprezzato un comunicato della presidenza di turno spagnola
dell'Ue preparato da José Luis Zapatero anche in seguito
a una consultazione al telefono con Silvio Berlusconi.
Il presidente del Consiglio
italiano, ieri unico capo di governo occidentale presente al
22° vertice della Lega araba a Sirte, in Libia, aveva premuto
affinché l'Unione diffondesse quel comunicato che sancisce
una svolta: dal «sistema informativo di Schengen sono
stati cancellati» i nomi di 188 libici, Colonnello compreso,
inseriti nel novembre 2009 dalla Svizzera tra i visitatori indesiderati.
Diceva ieri sera al Corriere, di ritorno da Sirte, l'ambasciatore
libico a Roma Abdulhafed Gaddur: «Grazie a Berlusconi.
Ce l'ha messa tutta nell'Ue per riconciliare. Con la Svizzera
rimane tutto come prima: deve accettare un arbitrato internazionale
sulla detenzione di Hannibal Gheddafi e le sue foto agli arresti
date alla stampa». In sostanza la nota spagnola, e il
suo «rammarico» per «i disagi causati a cittadini
libici» dalla lista nera, avrebbe l'effetto di far esonerare
dal blocco dei visti di Tripoli i cittadini di circa 20 Stati
tranne gli svizzeri. A Sirte, ai margini dell'incontro della
Lega araba, Berlusconi ha letto alcuni suoi appunti con proposte
di soluzione al premier libico Baghdadi Ali al Mahmudi e al
ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos. Poi la
telefonata con Zapatero.
A proposito di visti,
la Libia ha chiesto a Berlusconi un permesso: a pubblicare una
sua foto di quando firmava con Gheddafi il trattato di amicizia,
nel 2008, nella storia a immagini del Paese che comparirà
in filigrana sulle pagine dei nuovi passaporti. Parentesi di
conversazioni appartate in una giorno particolare. Tra l'Amministrazione
di Barack Obama, contraria a 1.600 nuove abitazioni israeliane
a Gerusalemme Est, e il governo d'Israele guidato da Benjamin
Netanyahu, Berlusconi ha scelto di difendere la prima. Accolto
a braccia aperte dal Colonnello, salutato da inni e balli berberi,
davanti alla Lega araba ha definito «controproducenti»
le decisioni sugli insediamenti. «Credo nell'impegno del
presidente Obama», ha detto Berlusconi dalla tribuna,
augurandosi una pace che includa il «Golan alla Siria»
(aveva parlato con Basahar el Assad) ed elogiando la moderazione
del palestinese Abu Mazen. Il quale, ieri, accusava Israele:
«Non ci saranno negoziati indiretti senza la fine dell'occupazione».
(torna su)
La
Libia respinge i cittadini europei
Il
Secolo XIX
15
febbraio 2010
Giuseppe
Giannotti
Domenica mattina avevano
reso nota la decisione di annullare con effetto immediato i
visti di tutti i turisti provenienti dall'area Schengen. E già
la sera le autorità libiche hanno messo in atto il provvedimento,
respingendo i cittadini europei. All'aeroporto internazionale
di Tripoli è scoppiato il caos. Anche perché sono
stati colpiti dal provvedimento cittadini già in possesso
di un regolare visto, concesso nei giorni scorsi. A farne le
spese anche diversi italiani. Un primo gruppo, del quale facevano
parte tre italiani e nove portoghesi, è stato bloccato
all'aeroporto dalle autorità libiche, sottoposto a severi
controlli durati ore, poi rimpatriato con lo stesso aereo con
il quale era arrivato. I nove portoghesi respinti, fra l'altro,
erano stati invitati dello stesso governo libico per partecipare
alla fiera libico-portoghese. Ad assistere gli italiani bloccati,
il console generale Francesca Tardioli che ha passato la notte
in aeroporto. I respingimenti sono proseguiti per tutta la giornata,
man mano che arrivavano i voli dall'Europa. Altri tre italiani,
arrivati con un volo dell'Air Malta, sono stati rimandati indietro.
I cittadini fatti entrare in Libia sono per lo più di
dipendenti a contratto di società petrolifere che operano
in Libia.
Oltre agli italiani hanno avuto problemi anche cittadini portoghesi,
austriaci, francesi, greci e maltesi. Il provvedimento non riguarda
i cittadini britannici, dato che la Gran Bretagna non aderisce
al patto di Schengen. Da Bruxelles arriva la prima reazione
per voce del commissario europeo agli Affari Interni, la svedese
Cecilia Malmstroem. «La Commissione Europea - si legge
nella nota diffusa a Bruxelles - deplora la decisione unilaterale
e sproporzionata delle autorità libiche di sospendere
la concessione di visti a cittadini di paesi Ue dell'area Schengen.
La Commissione si rammarica inoltre che a viaggiatori che avevano
ottenuto visti legalmente prima della misura di sospensione
è stato rifiutato l'ingresso una volta giunti in Libia».
L'Italia, da parte sua, ha fatto sapere di voler «verificare
la correttezza della decisione della Svizzera». «Priorità
del governo italiano e di tutti i paesi colpiti dal provvedimento
- ha evidenziato il ministro per le Politiche Europee, Andrea
Ronchi - è tutelare i cittadini, gli imprenditori e le
libertà di interscambio» dell'area Schengen. Mentre
il ministro degli esteri Frattini ha affermato che «la
decisione svizzera» di inserire Gheddafi nella cosiddetta
lista nera di Schengen «per risolvere una questione bilaterale,
di fatto prende in ostaggio tutti i Paesi» dell'area Schengen.
La Farnesina ha poi diramato un comunicato nel quale sconsiglia
tutti i viaggi verso la Libia «fino a quando il problema
non sarà risolto».
La Svizzera non ha commentato lo stop della Libia ai visti.
Una decisione assunta da Tripoli dopo che la Svizzera aveva
emanato un decreto per evitare l'ingresso nel territorio elvetico
a 188 libici, tra cui il leader Gheddafi e membri della sua
famiglia.«Il governo svizzero - si è limitato ad
affermare il portavoce del Ministero degli Esteri elvetico,
Lars Knuchel - ha deciso alla fine dell'estate 2009 una politica
dei visti restrittiva nei confronti della Libia. E tale politica
è ancora applicata».
“Una ferita che
si riapre ogni volta”
“Ogni volta
che sentiamo queste cose, per noi è come se si riaprisse
una ferita”. Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani
rimpatriati dalla Libia (Airl), commenta così la decisione
di Tripoli di sospendere i visti turistici ai cittadini dell'area
Schengen. La Ortu sottolinea con rammarico “quanti sforzi l'Italia
abbia fatto per prostrarsi al colonnello” e come quest'ultimo
“ne inventi sempre una nuova”. La presidente dell'Airl chiede
più “fermezza” alle autorità italiane. “Non si
può far ragionare uno psicopatico ma si può cercare
una costante che salvi almeno la dignità”.
(torna su)
Il
racconto degli italiani cacciati: "Ma perché vi
stupite? Quello è capace di tutto"
La
Stampa
16
febbraio 2010
Francesco
Grignetti
p.
2
Dalla bolgia dell'aeroporto di Tripoli, dove le autorità
libiche hanno bloccato tutti i passeggeri provenienti dall'area
Schengen, filtra un solo aggettivo: «Estenuante».
Il console generale d'Italia, la signora Francesca Tardioli,
riferisce di «difficoltà trovate da diversi passeggeri
europei». Sono stati almeno sessanta gli italiani rimasti
impigliati nelle maglie del capriccioso dispositivo dei libici:
10 alla fine li hanno respinti, 52 sono passati. Il personale
diplomatico, però, e la stessa Tardioli, hanno assistito
per tutta la notte a scene di confusione e di dubbio. Sia a
quelli ammessi, sia ai respinti non è stata fornita alcuna
spiegazione.
A sentire di quel caos a Tripoli, ci sono però alcuni
italiani che hanno sorriso. Amaramente. «Quell'uomo ci
ha abituati ad aspettarci davvero di tutto», scrolla le
spalle la signora Giovanna Ortu, che è
la presidente dell'associazione italiani rimpatriati
dalla Libia e che con Gheddafi gioca una partita di
nervi da quasi quarant'anni. La signora Ortu aveva trent'anni,
nel 1970, quando il Colonnello decise d'improvviso di cacciare
tutti gli italiani residenti in Libia. «Di colpo fu il
caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti
correnti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per
fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente.
E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci
entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo
portassimo al sicuro».
Ci furono altre perquisizioni anche prima di riuscire a salire
sull'aereo che li avrebbe portati in Italia: sani e salvi, ma
poverissimi. E però la signora Ortu, pensando a quei
manager o ai semplici turisti bloccati in aeroporto per un capriccio
del leader con il turbante, ricorda ancora l'ansia per salirci,
su quel benedetto aereo. «Non riuscivamo a ottenere il
nullaosta per la partenza e ci sentivamo ostaggi a casa nostra.
All'epoca eravamo dei piccoli proprietari terreni; il decreto
di requisizione ci portava via tutto, non avevamo più
nulla, eppure non ci lasciavano partire. Finché non capimmo
che mancava all'appello un vecchissimo furgoncino, un ferrovecchio
che noi nemmeno consideravamo più, e invece, siccome
risultava dall'elenco delle proprietà, loro pensavano
che lo tenessimo nascosto. Per fortuna, in un modo o nell'altro
riuscimmo a portarlo e ci lasciarono liberi».
La rivista «Italiani d'Africa», il bollettino
dell'associazione, sta per ripubblicare un articolo
di Igor Man. La professoressa Ortu lo rilegge con trepidazione.
«Erano - scriveva il Vecchio cronista - giornate convulse;
gli italiani importanti e gli italiani umili salivano e scendevano
pressoché ogni mattina le scale della nostra ambasciata,
ma il povero ambasciatore Borromeo non aveva risposte soddisfacenti
da dare ai mille angosciosi interrogativi che poi si riducevano
a una domanda sola: che fine faremo?».
La professore Ortu, a sentirlo, si commuove: «Andò
proprio così. Bravissimo Igor Man a raccontare la nostra
angoscia».
(torna su)
Roma,“Il
Quadrifoglio” ha organizzato il convegno “Italia-Libia: pari
diritti, pari opportunità”
IRIS
Press
26
novembre 2009
bar.co.
“Si
è appena concluso il Convegno 'Italia–Libia: pari diritti,
pari dignità', organizzato dall'Associazione Quadrifoglio,
con la collaborazione dell'A.I.R.L. (Associazione Italiani
Rimpatriati dalla Libia)". Così dichiara
in una nota il responsabile del progetto, Giovanni Picone.
“E' stato un momento di incontro e confronto con la Comunità
italo-libica che, anche attraverso la testimonianza diretta
della dott. Giovanna Ortu (Presidente AIRL),
è stata divulgata la storia dei nostri connazionali esuli
libici”.
“Questo convegno – prosegue la nota del Quadrifoglio - è
stato organizzato per rispondere all'impegno assunto dalla Giunta
Comunale che si fatta promotrice, affinchè la ratifica
del Trattato di Amicizia e Cooperazione stipulato tra il Presidente
Berlusconi e il leader libico Gheddafi, possa segnare
finalmente la fine di tutti i contenziosi in essere tra i due
Paesi, riconoscendo i diritti degli italiani rimpatriati dalla
Libia".
All'incontro hanno partecipato importanti esponenti politici,
come l'On. Fabrizio Santori primo firmatario della mozione approvata
dal Consiglio Comunale lo scorso 2 febbraio sui diritti degli
italiani rimpatriati dalla Libia e sulle iniziative storico-culturali
volte a diffondere i valori della libertà e dell'identità
nazionale, l'On. Rocco Buttiglione, Presidente nazionale UDC,
il sottosegretario all'Economia e alle Finanze, Alberto Giorgetti,
nonché l'On. Marco Marsilio che da sempre si è
posto come primo interlocutore per difendere gli interessi soprattutto
morali dei nostri connazionali.
Il Progetto 'Italia–Libia', non si fermerà a questa conferenza
inaugurale ma proseguirà negli istituti scolastici del
territorio del Comune di Roma, al fine di creare adeguate sinergie
a livello didattico.
"Verranno organizzate – conclude il Quadrifoglio -
delle conferenze per diffondere, anche attraverso la visione
di una mostra fotografica, la storia della Comunità Italo
Libica alle nuove generazioni, storia che per troppo tempo è
rimasta in secondo piano”.
(torna su)
Tutti
zitti sulle "lezioni" di Gheddafi
Corriere
della Sera
18
novembre 2009
Pierluigi
Battista
p.1
Un
paio di domande su donne e potere. La prima: perché una
ragazza non avvenente o di statura inferiore al metro e 70 deve
essere esclusa, e solo a causa di queste presunte «manchevolezze»
fisiche, dagli insegnamenti religiosi impartiti dal colonnello
Gheddafi nel suo tour romano? La seconda: si ha per caso notizia
di qualche petizione, di qualche protesta, di qualche indignata
considerazione che voglia stigmatizzare questa palese offesa
alla dignità delle donne, ragazze come gingilli da esibire
al cospetto del satrapo in visita ufficiale?
Le
prescrizioni di Gheddafi sono state molto precise . I suoi collaboratori
dovevano contattare circa duecento ragazze attraverso un sito
specializzato per il reperimento di hostess da retribuire con
una sessantina di euro (tra l'altro: non esiste un sindacato
delle hostess?). Il canone fissato prevedeva che le ragazze
fossero di bell'aspetto, possibilmente bionde. Che dal metro
e sessantanove centimetri in giù di statura sarebbe scattato
implacabile l'ostracismo. Che fossero vestite di nero, vietate
minigonne e scollature, il tacco di almeno sette centimetri,
e la taglia, inderogabilmente, 42. Solo a queste condizioni
le ragazze sarebbero state meritevoli delle lezioni di Gheddafi
sul Corano e sensibili alle istruzioni del Libretto Verde, distribuito
come cadeaux dopo un paio di notti di infervorate diatribe
religiose innaffiate, raccontano le cronache, da dosi massicce
di cappuccino.
Dicono
inoltre le cronache che una ragazza è stata allontanata
, perché giudicata troppo bassa e un'altra esortata a
lasciare la compagnia (sarebbe meglio dire l'improvvisato simulacro
di un harem?) perché non del tutto compatibile con i
canoni ideali della bellezza secondo il colonnello Gheddafi:
in altre parole, perché bruttina. Ma c'è qualcosa
di più feroce di un'esclusione dovuta esclusivamente
per cause, per così dire, fisiche? Mica quelle ragazze
erano state selezionate per un concorso di bellezza, o per il
casting di una trasmissione televisiva, o per allietare
un evento mondano. No, erano state scelte per ascoltare
la parola di Gheddafi sull'Islam, sul crocifisso, sulle profezie,
sulla virtù, sulla conversione. E allora che c'entrano
la taglia 42 e il tacco di almeno sette centimetri? Ma se non
c'entrano, come mai si è improvvisamente inaridito il
fiume di discorsi e petizioni che in questi mesi si è
imposto sulla degradazione del corpo delle donne, sulle ragazze
ridotte e umiliate a strumento per allietare le serate dei sultani,
all'imposizione di un canone convenzionale di bellezza che mortifica
l'intelligenza delle donne, che trasforma le ragazze in oche
e veline sottomesse ai capricci dei potenti? E invece adesso
c'è il silenzio. Il silenzio assoluto.
L'imbarazzo
ufficiale per le stravaganze di un sultano con cui è
obbligatorio (e conveniente) conservare eccellenti rapporti
bilaterali. L'imbarazzo civile di chi centellina con un po'
di cinismo (o di malafede?) la propria indignazione, azionandola
solo in qualche occasione, imbavagliandola quando il bersaglio
non è il solito Nemico di cui è persino superfluo
fare il nome. Una festa dell'ipocrisia in cui a farne le spese
sono un gruppo di ragazze ammassate su un torpedone. Taglia
42, tacco di sette centimetri, abitino nero per regalare al
colonnello la soddisfazione di una bella lezione di religione.
(torna su)
Libri.
L'Italia e l'ascesa di Gheddafi
Il
Foglio
23
ottobre 2009
Cinque
anni cruciali di relazioni tra l'Italia e la Libia: dall'arrivo
al potere di Gheddafi, che in soli undici mesi, avrebbe portato
alla brutale espulsione di ventimila italiani, costretti ad
abbandonare senza alcun risarcimento un patrimonio valutato
intorno ai duecento miliardi di lire dell'epoca; fino
a quello storico accordo di cooperazione tra Italia e Libia
del 1974 che rese di nuovo i due paesi partner privilegiati,
facendo anzi dell'Italia una delicatissima e fondamentale “cerniera”.
Da quell'accordo nacque una nuova storia di relazioni che -
pur tra alti e bassi, soprattutto legati all'erratica personalità
del raìs libico – portò fino al trattato d'amicizia
del 2008.
La
prefazione è di Angelo Del Boca: massimo storico del
colonialismo italiano, e anche suo massimo fustigatore da posizioni
di sinistra anticolonialista, anche se sempre rispettoso dell'equanimità
storica.
La
presentazione del volume ieri a Roma, è stata però
organizzata in collaborazione con l'Associazione Italiana Rimpatriati
dalla Libia, che a lungo ha esposto valutazioni opposte a quelle
di Del Boca. E Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, è
stata tra gli oratori.
Un fatto che segnala un progressivo avvicinamento delle posizioni.
Ma ci voleva anche un libro come quello di Varvelli per “rappresentare
questo nuovo spirito”. Ricercatore presso l'Istituto per gli
Studi di Politica Internazionale (Ispi) di Milano, Varvelli
ha infatti compiuto una ricerca certosina tra archivi e documenti
diplomatici non al servizio di tesi dì parte ma della
verità storica. E di sorprese e rivelazioni ne ha fatte
emergere in quantità.
Una
su tutte: c'è la possibilità che a provocare la
cacciata degli italiani dalla Libia sia stata in realtà
la pasticciata visita di tre deputati di sinistra italiani,
venuti “a nome del Parlamento” e all'insaputa dell'ambasciata
a presenziare, unici occidentali, alle manifestazioni per il
ritiro statunitense dalla base di Wheelus nel 1970. Insospettendo
però il terzomondista ma anche anticomunista Gheddafi
al punto da fargli “intravedere una manovra” obliqua del nostro
paese. Insomma, non una vendetta per il fascismo, ma una prevenzione
del comunismo. La complementarietà tra le due economie
era assoluta. Per questo l'Italia non poté procedere
a rappresaglie. Per questo la Libia colpì i coloni
che avevano in mano gran parte della piccola impresa, ma senza
toccare i grandi interessi, a partire dall'Eni. E la diplomazia
italiana a lungo si illuse, non capendo che la distruzione del
ceto medio straniero era per Gheddafi un obiettivo irrinunciabile
e sperò nella mediazione di Nasser.
(torna su)
Noi
fiorentini, dall'altra parte della Libia
Corriere
Fiorentino
16
ottobre 2009
Edoardo
Semmola
p.
12
«Un
giorno si inventarono la tassa sul balcone, quello dopo una
tassa sulla porta d'ingresso, se sporgeva sulla strada, un altro
pure la tassa sul cane... Ore e ore di fila agli sportelli solo
per ‘‘documentare'' di non aver mai avuto cani in famiglia...
Dovevamo capire che aria stava tirando, ogni giorno la radio
annunciava nuove vessazioni a cui noi italiani dovevamo sottostare».
Francesco
Chirchirillo oggi ha 60 anni, vive a Firenze, e ieri pomeriggio
è andato all'inaugurazione della mostra L'occupazione
italiana della Libia. Violenza e colonialismo. 1911-1943 a Palazzo
Medici Riccardi. È nato a Tripoli, suo padre era nato
a Bengasi e «parlava l'arabo come prima lingua, prima
ancora dell'italiano», e il nonno siciliano trasportava
merci tra la Tunisia e la Libia già dal 1898. «Insomma,
non si può dire che fossimo ‘‘integrati'', come si dice
oggi, perché la comunità italiana è sempre
stata separata dai libici, ma quasi». Francesco Chirchirillo
faceva il geometra per una compagnia petrolifera americana e
lavorava nel deserto. Con il primo stipendio, a pochissimi mesi
dalla cacciata, «mi comprai la Cinquecento ». Ma
non ebbe grandi occasioni per guidarla: aveva solo 20 anni quando
con decreto del colonnello Gheddafi improvvisamente divenne
un cittadino «indesiderato». Ne doveva compiere
21 quando fu cacciato, come tutti gli italiani, una mattina
presto, svegliato di soprassalto. «Mi misero su una nave
alle 2 del pomeriggio, all'imbarco ci sequestrarono alcune casse
e a mio padre tolsero l'orologio direttamente dal polso dopo
avergli portato via tutto». Eppure, Francesco Chirchirillo,
come tanti italiani che hanno vissuto quella dolorosa esperienza,
la Libia ce l'ha nel cuore. Quando ne parla, quando ricorda,
non può fare a meno di commuoversi. «Mi scusi un
attimo, fa male, fa ancora male, a quarant'anni di distanza,
certe ferite non si rimarginano». Ce l'ha nel cuore, nella
memoria: «Ho nostalgia dei miei 20 anni, della terra che
ho lasciato ma non di quella che potrei trovarci oggi».
Ma quando la commozione cede il passo, torna su prepotentemente
la rabbia: «Vorrei tornarci, un giorno, anche solo per
poter venire via ancora una volta e dire di averlo fatto di
mia spontanea volontà perché quella non è
più la mia terra, e non perché mi hanno buttato
fuori».
GLI
«INDESIDERATI» - Di quegli italiani che nel 1970
si svegliarono «indesiderati» (questo il termine
del decreto di Gheddafi con cui si definivano gli italiani a
partire dal 1969), a Firenze vivono cinque famiglie. Per qualcuno
di loro, ieri sera a Palazzo Medici Riccardi, più che
un amarcord è stata una «brutta sorpresa»,
qualcosa contro cui «protestare». Mauro Annese ,
72 anni, è nato in Libia e si è sposato con una
fiorentina. Per questo oggi vive a Firenze. Di fronte alle fotografie
in mostra è visibilmente irritato: «Questa è
una mostra di sinistra e parla solo delle efferatezze degli
italiani, non è imparziale, disconosce tutta una parte
di storia, quella della generazione di mio padre che a partire
dagli anni Trenta ha contribuito a costruire quel paese dal
nulla. Avrei voluto manifestare insieme ad altri tripolini fiorentini
davanti al palazzo e spiegare bene come stanno le cose».
Non ha fatto alcuna protesta, in compenso però è
entrato a Palazzo Medici Riccardi armato di tutto punto di cartoline
che mostrano una Tripoli bellissima, «quella che abbiamo
costruito noi italiani, perché si capisca che non ci
sono state solo le torture e le violenze durante il fascismo,
ma c'è stato anche altro, dopo, quando fino all'avvento
di Gheddafi la vita era bella e tra noi, i libici e gli ebrei
c'era grande simpatia, si lavorava tutti insieme senza pregiudizi,
con grande rispetto reciproco e nessun astio, e per 30 anni
non abbiamo mai avuto problemi». Guardano le foto, sfogliano
i libri e i documenti che si sono portati dietro, come pezzi
di memoria. E tutti, come anche Vittorio Lattanzi e Claudio
Tascone , anche loro fiorentini reduci della «cacciata»
del '70, sono concordi su una cosa: «Non ci vorremmo più
tornare neanche se Gheddafi volesse, perché ce l'ha distrutta
la nostra Tripoli, l'ha riempita di grattaceli e orribili palazzoni,
non la riconosceremmo più, soprattutto il lungomare...
quel bellissimo, quasi da Costa Azzurra, lungomare con le palme».
«Gheddafi aveva la necessità di implementare le
funzioni portuali e la bellezza del lungomare è stata
una delle prime ‘‘vittime'' della sua ascesa al potere»
racconta Tascone. «Qualcuno è tornato, più
che altro per turismo — continua Annese — Ma io no. I miei sono
ricordi molto felici, con mia moglie abbiamo vissuto lì
per 7 anni...» e, aggiunge Lattanzi, «anche se mi
dessero la possibilità di tornare non ci andrei: Tripoli
è stata distrutta dal cemento, vedere delle dune al posto
degli ulivi piantati da mio padre, portati direttamente dalla
Toscana nel 1926, e frutto di 44 anni di lavoro... No, preferisco
i bei ricordi invece che trovarmi davanti agli occhi uno sfacelo».
IL
GIORNO DELLA «CACCIATA» - Anche lui ricorda il giorno
della «cacciata»: «Fortunatamente noi fummo
rimpatriati in aereo e non in nave, ma fu ugualmente umiliante
per le perquisizioni, specialmente quella di mia madre a cui
delle soldatesse (prese in prestito dall'Egitto perché
in Libia non ce n'erano) rubarono molti gioielli». Suo
padre faceva l'olio. «Era un gran olio! Eravamo milanesi
di famiglia ma mio padre mi mandò a studiare agraria
a Firenze perché qui la facoltà era specializzata
nel campo degli ulivi. D'accordo, furono fatte brutte cose durante
l'occupazione ma la mia generazione ha lavorato e prodotto ricchezza
per la Libia e i libici, Gheddafi non può fare di tutti
gli italiani un fascio: il nostro olio era consumato dai libici
stessi, e abbiamo anche portato macchinari all'ora di avanguardia
dalla Veraci di Firenze». Sono tornati in Italia senza
niente, espropriati di tutto. E se c'è chi, come Mauro
Annese, sospira e pensa, «se mio padre avesse venduto
tutto quando le cose cominciarono a peggiorare, oggi sarei miliardario!»,
c'è anche chi ha messo da parte il rancore. Uno è
l'ottantunenne Claudio Tascone che si definisce «più
che italiano, sono un uomo di mondo, e infatti il mondo l'ho
girato tutto». Lui è più propenso a chiudere
i conti con il passato. Anche se suo nonno «ha realizzato
dal niente una grande azienda agricola, un impianto di irrigazione,
perfino una chiesa in collina», Tascone vuole lasciarsi
alle spalle le polemiche, il colonnello Gheddafi, l'esplusione,
e sorriderci sopra: «La Libia ci ha cacciato ma l'Italia
non ci ha accolto, non c'era neanche un cane all'aeroporto,
sono tornato con una mano davanti e una di dietro (e 20 dollari
scampati alla perquisizione perché nascosti molto bene!)
mentre prima dirigevo una grande trading company libico-svizzera,
ma oggi i miei sentimenti sono in aggiornamento: è giusto
ormai fare un accordo con quel gran furbacchione di Gheddafi,
sarebbe assurdo continuare per altri cento anni un contenzioso
inutile. Meglio chiudere alla svelta i conti in sospeso con
un individuo come questo, con fermezza ma senza manifestazioni
emotive». Neanche lui tornerà in Libia. «La
conosco palmo a palmo, ci tornerei solo come cane sciolto, senza
rivolgermi a un'agenzia di viaggi... Verso il popolo libico
ho un sentimento di amicizia, mi rammarico solo di non poter
abbracciare di nuovo alcuni miei ex dipendenti. Nessun rancore,
sono un uomo di mondo».
(torna su)
Le
imprese aspettano 626 milioni da Gheddafi
Corriere
Economia
28
settembre 2009
Cecilia
Zecchinelli
p.2
Passate
le celebrazioni per la ritrovata amicizia italo-libica, archiviate
ormai le polemiche sulla visita di Silvio Berlusconi a Tripoli,
restano altre questioni aperte tra i due Paesi. L'immigrazione,
certo. L'ingresso del colonnello nel Milan, forse (ma questa
è faccenda privata del premier). E l'ormai trentennale
pasticcio dei crediti delle aziende italiane. Un pacchetto di
oltre 600 milioni che la Jamahiriya dovrebbe versare dopo aver
sospeso i pagamenti, come ritorsione, in seguito al primo embargo
occidentale nel 1986.
Il
contenzioso, che tutti si dicono pronti a risolvere, non è
però di facile soluzione. Un'intesa è stata si
decisa nell'ormai celebre Trattato d'amicizia italo-libico del
2008 (articolo 13), ma solo in linea di principio. Sulla somma
da versare, e soprattutto su chi debba assumersi l'onere (e
il rischio) di decidere chi deve prendere quanto, l'intera operazione
si è are nata.
«La
Libia ha deciso non solo di pagare 450 milioni anziché
i 626 dovuti in solo conto capitale, ma di versarli al governo
italiano e non alle imprese», spiega Pierluigi d'Agata,
direttore generale di Assafrica, l'associazione di Confindustria
per l'Africa e il Medio Oriente.
E
il governo italiano non intende (per ora?) incassare quel
denaro e ridistribuirlo, vista l'alto rischio di contestazioni
da parte dei creditori. I 450 milioni sono stati poi ancora
«scontati" da Tripoli, che sostiene di averne già
versati 200 a varie imprese e quindi di avere ormai un debito
che ammonterebbe a soli 250 milioni.
«Qualcuno
è stato pagato, è vero, come Alitalia o Impregilo;
altri hanno recuperato qualcosa tramite Sace - conferma Giorgio
Vinai, amministratore delegato della Conicos, in Libia
da oltre 30 anni e ora impegnata nella costruzione dell'aeroporto
di Ghat, tra i maggiori creditori -. E delle 115 imprese, rimaste
c'è chi ha chiuso, chi non ha documentazione dei crediti.
Ma che la Libia debba pagare è fuori dubbio. Altrettanto
certo è che l'Italia deve risolvere questo pasticcio:
dopo il successo del Trattato d'amicizia è inconcepibile
lasciare il nostro problema in sospeso».
A
complicare ulteriormente le cose, il fronte creditori è
diviso in tre gruppi: Assafrica, Ance (con gli importi maggiori)
e Airil. Oltre a Finmeccanica. Gruppi che si parlano, certo,
ma con idee diverse su come uscire dal pantano e diversi gradi
di bellicosità. Come diversa è la posizione tra
chi in Libia vuole restare e chi se ne è andato. O tra
chi deve avere somme ingenti e chi ne aspetta di minime, più
pronto a battaglie di principio. Magari (si dice) anche ad incatenarsi
davanti a Palazzo Chigi.
«Il
problema - confermano fonti del governo italiano - resta aperto
e complicato: oggi non c'è nessun accordo nè sulle
cifre nè sui metodi, anzi è tutto bloccato. E
l'Italia si trova in una posizione molto scomoda». Perché
la proposta dei creditori, già oggetto di proposte di
legge non'ancora approvate, è che «Roma prenda
quanto offre la Libia per ragion di Stato», facendosi
magari carico di pagare la differenza alle imprese. Cosa che
porterebbe a molti probabili contenziosi.
Ma
posizione scomoda anche perché i libici non sono contenti
di vedersi rinfacciare che non hanno pagato. Proprio ora che
il clima è tornato sereno tra i due Paesi.
«Ci
sarebbe ancora quel problema dei crediti delle aziende da risolvere
... », ha ricordato Berlusconi a Gheddafi nell'ultimo
tete-à-tète il 30 agosto, tra un passaggio delle
Frecce Tricolori e una considerazione sul Medio Oriente. Ma
il discorso, a quanto è dato sapere, è finito
lì.
(torna su)
La
lettera del giorno: Italia e Libia di Gheddafi una pietra sul
passato
Corriere
della Sera
3
Settembre 2009
p.41
La
storia dell'Italia in Libia coincide con quella di tante nostre
famiglie lì rimaste fino alla brutale espulsione da parte
di Gheddafi. Non so se da quel momento ci hanno addolorato di
più i mille sgarbi libici dei quali siamo stati oggetto,
oppure l'indifferenza del Governo italiano, tutto proteso a
cercare ogni possibile ossequio per ingraziarsi il dittatore
e per vantare la lungimiranza (o non piuttosto l'acquiescenza)
della sua politica estera. E arriviamo oggi alle incredibili
affermazioni, riportate dal Corriere del 28 agosto, del senatore
Lamberto Dini, ex ministro degli Esteri e attuale presidente
della Commissione Esteri del Senato. Il suo invito a «mettere
una pietra sopra» al nostro dolore e ai nostri diritti,
solo perché vecchi di quarant'anni, per lasciare posto
a risarcimenti miliardari per storia di cent'anni fa, al cane
a sei zampe, ai cammelli vari e alle nostre adorate Frecce Tricolori,
ci ha ferito e indignato molto più dell'espulsione e
della confisca. Vorremmo far sapere, tramite il Corriere, al
senatore Dini che le pietre possono anche andare bene purché
siano d'oro e possano essere facilmente suddivise in preziose
pepite fra i tanti rimpatriati che ne hanno diritto.
Raffaele
Iannotti
- AIRL Terni
Risponde
Sergio Romano:
Caro
Iannotti,
Ricordo
brevemente per i lettori che Lamberto Dini è stato uno
dei maggiori artefici degli accordi italo- libici. Berlusconi
ha raccolto molti allori e, come nel caso della sua lettera,
altrettante critiche. Ma i risultati sono stati ottenuti grazie
ai lavori di una squadra di cui hanno fatto parte, insieme a
Franco Frattini e all'attuale presidente del Consiglio, Romano
Prodi, Dini, Giuliano Amato, Giuseppe Pisanu e Roberto Maroni.
Nella sua intervista al Corriere Dini non esita a sostenere
che la riconciliazione è un evento positivo e che gli
accordi gioveranno complessivamente all'economia italiana.
Bisogna quindi, conclude, mettere una pietra sul passato e guardare
avanti. Avrei forse usato parole diverse, ma debbo confessare,
caro Iannotti, che sono d'accordo con lui. Per due ragioni.
In primo luogo la sicurezza energetica è un interesse
dell'Italia, non del «cane a sei zampe». Sarebbe
assurdo voltare le spalle a un Paese che è, insieme all'Algeria,
il più vicino e il più conveniente dei nostri
fornitori.
In secondo luogo ciò che a noi maggiormente interessa
in questo momento è creare un rapporto di organica collaborazione
con la società libica, con i suoi tecnici, i suoi studenti,
i suoi amministratori e i suoi professionisti. Vogliamo che
l'Italia diventi per queste persone il principale punto di riferimento
dell'Europa mediterranea. Le intemperanze e i furori nazionalisti
di Gheddafi non mi piacciono. Lo stile del presidente del Consiglio
nel corso dei suoi incontri con Gheddafi a Roma e a Tripoli
avrebbe potuto essere più sobrio. Ma né Gheddafi
né Berlusconi sono eterni. Mentre Italia e Libia continueranno
ad affacciarsi sullo stesso mare per parecchio tempo.
Resta naturalmente il problema degli indennizzi dovuti
agli italiani che furono espulsi dalla Libia nel 1970. Mi auguro
che le vostre associazioni riescano ad ottenere una somma superiore
ai 150 milioni che sarebbero oggi previsti dall'accordo. Ma
sulla utilità delle relazioni fra i due Paesi non ho
dubbi.
(torna su)
Quel
Tenente Colonnello che ha saputo dire no a Gheddafi
Corriere
della Sera
2
settembre 2009
Gressi
Roberto
p.13
Non è facile dire
di no al Colonnello. Se Muammar Gheddafi vuole piantare la tenda
nel bel mezzo di villa Pamphili si vanno a comprare i picchetti.
E se vuole libero Abdel Basset Ali Mohmet al-Megrahi, condannato
per la strage nei cieli di Lockerbie, Gordon Brown e la regina
Elisabetta convincono la Scozia ad aprire le porte della prigione.
Sarebbe sciocco leggere tutto questo come un asservimento dell'
Occidente al dittatore: proprio lui paga un prezzo per queste
concessioni. È stato costretto a rinunciare al terrorismo,
ad avviare una politica di collaborazione e di porte aperte
e, con le necessarie cautele, ad accettare la costruzione di
una amicizia tra popoli e Stati. Ma sull' immagine no, sull'
immagine il Colonnello non cede di un millimetro. E allora arriva
a Roma accolto con sorrisi e strette di mano con appuntata sul
petto la foto dell' eroe anti-italiano Omar Al-Mukhtar. O, per
anni, regala ai leader in visita in Libia i fucili dell' occupazione
italiana. O, ancora, chiede di avere la pattuglia acrobatica
delle Frecce tricolori per festeggiare i quarant'anni della
sua rivoluzione. Non ha senso riaprire qui la polemica sull'
opportunità o meno di mandare in Libia un corpo scelto
della nostra aeronautica. Ma abituati alle pretese di Gheddafi
assai spesso esaudite dagli occidentali per un po' abbiamo ingiustamente
temuto di veder uscire una scia verde dagli scarichi degli aerei,
così come i libici chiedevano, in omaggio alla loro bandiera.
Così non è stato. Tammaro Massimo, da Savona,
classe 1968, asciutto e senza capelli, figlio di un ragioniere
della prefettura, tenente colonnello e comandante della pattuglia
acrobatica nazionale, ha detto di no. Niente fumata verde. Inutile
insistere: o la scia tricolore o ce ne andiamo. Ha avuto il
sostegno del ministro della Difesa e del premier, ma per primo,
a chiare lettere, quell'atto di coraggio e di orgoglio per le
insegne nazionali lo ha fatto lui. E, per una volta, senza rispettare
i gradi: un tenente colonnello che dice no al Colonnello.
(torna su)
Il
tenente colonnello Massimo Tammaro, alla testa della formazione
acrobatica
Corriere
della Sera
2
settembre 2009
Nese
Marco
p.16
Il
nostro tricolore è una cosa preziosa. Io amo la mia patria.
Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati molto amichevoli
«Un
volo tranquillo, con un passaggio verticale e uno virato».
Le Frecce tricolori hanno appena concluso la loro esibizione
nei cieli di Tripoli. E il loro comandante, il tenente colonnello
Massimo Tammaro, racconta come si è svolta la missione.
«Abbiamo steso il nostro tricolore sulla città.
Credo che la gente abbia apprezzato, sono stati tutti molto
gentili e amichevoli con noi». L' aveva detto Tammaro.
«O il tricolore o ce ne andiamo». Niente scia verde
come voleva Gheddafi. «Il nostro tricolore è una
cosa preziosa. Io amo la mia patria». Ma chi è
questo pilota che ha detto no al leader libico? «Se dovessi
dare una definizione di me stesso, direi che sono uno degli
uomini più fortunati del mondo». Fortunato fin
da bambino. «Con un padre straordinario, ragioniere alla
prefettura di Savona dove sono nato nel 1968. Mio padre usciva
dal lavoro e studiava. Mi ha inculcato l' amore per la cultura».
Lo portava a visitare musei e cattedrali in giro per l' Europa.
«Le cattedrali gotiche mi davano i brividi. Fantastiche.
Mi è rimasto un amore sconfinato per l' arte. Ho visitato
ben 9 volte il Louvre». E' anche un buon collezionista
di arte moderna. Il suo pezzo forte è un Armand Fernandez,
detto Arman. Non ama i «valori effimeri». Dedica
il suo tempo libero e i suoi risparmi a «chi non è
fortunato come me». Aiuta bambini handicappati, gli hanno
dato anche premi per questa sua generosità, ma non ne
vuole parlare, dice che queste cose «si fanno non per
ottenerne pubblicità, ma solo perché il cuore
dice di farle». Di un altro premio invece parla volentieri,
è un riconoscimento alla carriera che gli ha consegnato
il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «per
aver valorizzato l' eccellenza italiana nel mondo» con
la tecnologia e la professionalità della pattuglia acrobatica.
«Ne sono felice. Il mio sogno è contribuire sempre
più a far capire al resto del mondo quanto sia grande
e bello il mio Paese». Con lui le Frecce tricolori sono
entrate in ambienti dai quali prima erano fuori. «Massimo
è straordinario nelle pubbliche relazioni - racconta
il colonnello Paolo Tarantino, il precedente comandante della
pattuglia acrobatica -. Frequenta convegni economici, imprenditori,
personaggi della cultura. Fa conoscere la pattuglia e impara
dagli altri le tecniche di gestione umana». Quando entrò
in Accademia aeronautica, nel 1989, diede filo da torcere agli
altri allievi perché era un atleta formidabile. Sui 1500
metri non lo batteva nessuno. Era anche un bravo calciatore.
L' amore per il calcio gli è rimasto e quando può
una partitella la gioca volentieri. Anzi. Una squadra friulana
gli deve la promozione in prima categoria. La pattuglia acrobatica
è di base a Rivolto, appunto in Friuli, e quando una
squadra locale si trovò in difficoltà, lui accettò
di scendere in campo e la portò al successo. Come tifoso,
tiene per la Juventus. «Sono nato sul mare. Da bambino
uscivo di casa, attraversavo la strada ed ero in spiaggia».
E al mare torna. Ha un' imbarcazione sulla quale può
salire solo a ottobre, perché in primavera ed estate
è in giro per il mondo a sbalordire gli spettatori con
le straordinarie esibizioni delle Frecce tricolori. Dice che
l' aria e il mare richiedono un atteggiamento simile. Sia l'
aereo che la barca comportano pianificazione e umiltà.
Non si arrabbia mai. Luca Giurato, però, lo fece infuriare
quando a Uno Mattina, invece di chiamarlo Tammaro storpiò
il nome in Tamarro. Dieci anni fa arrivò tra gli acrobati
dell' aria, i suoi colleghi della pattuglia, 10 supermen in
grado di compiere evoluzioni strabilianti. «Eravamo tutti
un po' tristi - ricorda il colonnello Tarantino -. Uno dei piloti
aveva problemi al labirinto di un orecchio. Siccome la pattuglia
acrobatica non ha riserve, rischiavamo di doverci esibire in
nove invece che in dieci». Dopo una rapida selezione,
fu scelto Tammaro come sostituto del pilota ammalato. «Fu
una sorpresa - racconta Tarantino -. Non immaginavamo che in
pochissimo tempo riuscisse a entrare nei meccanismi della pattuglia.
Invece ci riuscì alla grande e portò una ventata
di allegria pazzesca». Tammaro ha cominciato da Pony 9,
cioè quello che nella formazione si chiama 2° fanalino.
Ha scalato nel tempo da 9 a 0. Oggi è appunto Pony 0,
il capo.
(torna su)
Mostra
sul colonialismo. L' ambasciatore protesta «Carente e
incompleta».
Ma
Dini, che l' ha inaugurata: no, è bella
Corriere
della Sera
31
agosto 2009
Fregonara
Gianna
p.3
A
leggere le dichiarazioni rilasciate dall' ambasciatore italiano
in Libia Francesco Paolo Trupiano sembra un altro schiaffo all'
Italia: «La mostra fotografica sul colonialismo è
carente e incompleta. Non andava inaugurata nel giorno dell'
Amicizia italo-libica», sbotta il diplomatico dopo aver
visto la ricostruzione iconografica del trentennio 1911-1943.
E non si perita per il fatto che poco prima il presidente della
commissione esteri Lamberto Dini abbia tagliato il nastro della
mostra dichiarando sorridente: «E' comprensibile che la
Libia come altri Paesi oggetto di sofferenze e violenze non
voglia dimenticare il suo passato e abbia voluto allestire una
mostra così bella ed equilibrata». «C'era
chi avrebbe preferito una mostra che illustrasse tutto il secolo
dei rapporti Italia-Libia - spiega Dini - ma i libici mi hanno
assicurato che ci stanno lavorando e che a oggi era pronta solo
questa fase». Tra questi sicuramente l' ambasciatore e
la Farnesina, impegnata ad evitare contorni imbarazzanti e polemiche
su questa visita del premier: «L' Italia ha riconosciuto
le sue colpe ma la storia va avanti - spiega Trupiano - avremmo
apprezzato che la mostra si concludesse con la foto di Berlusconi
e Gheddafi che si stringono la mano in occasione della firma
del Trattato di amicizia un anno fa, oppure con l' immagine
del Castello Rosso di Tripoli accanto al Colosseo». Ennesima
ambiguità di Gheddafi, che aveva promesso una cosa e
ne ha inaugurata un' altra? Del resto il titolo della mostra
non lascia molti dubbi sul tenore della ricostruzione: «L'
occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo»
e all' ingresso campeggia, su un collage di foto di violenze,
mutilazioni, torture e deportazioni, la scritta: «Never
Forget». Le foto sono di provenienza italiana e, anzi,
all' allestimento ha collaborato oltre alla Farnesina anche
lo storico Costantino Di Sante insieme all' archivio nazionale
di studi storici di Tripoli. «Non farei polemiche, del
resto a Gerusalemme a vedere il museo della Shoah vanno anche
i tedeschi», chiosa Dini, che spiega come nella mostra
siano ben in evidenza anche foto che testimoniano la costruzione
di palazzi e i miglioramenti di vita portati dagli italiani.
Non è contenta di altre polemiche neppure la sottosegretaria
agli Esteri Stefania Craxi: «La mostra è brutta?
Pace, non guardiamo alla pagliuzza nell' occhio... E' vero che
nel colonialismo ci sono state responsabilità dell' Occidente
ma anche la Libia nel dopoguerra ha avuto le sue. Ma oggi quello
che è importante è il trattato di amicizia».
(torna su)
Italia-Libia:
sit in Udc davanti ambasciata, non ci inchiniamo a Gheddafi
Adnkronos
31
agosto 2009
'Basta
inchini al dittatore libico', e' la scritta che campeggia sui
manifesti esposti questa mattina da una delegazione dell'Udc
davanti all'ambasciata libica in via Nomentana, a Roma, per
protestare contro la visita di ieri di Silvio Berlusconi a Tripoli.
Lorenzo Cesa, segretario del partito di via dei Due Macelli
non usa giri di parole: 'Riteniamo che inchinarsi di fronte
a dei dittatori sia sbagliato. In Libia vige un regime dittatoriale
senza controlli internazionali, dove i diritti umani e la liberta'
delle persone vengono ripetutamente violati. In piu', il regime
non rispetta il dolore delle vittime, accogliendo come un eroe
l'attentatore di Lockerbie. Il trattato
di amicizia italo-libico e' un accordo costosissimo
per noi, perche' 5 mld di dollari potevano essere investiti
oggi a sostegno delle nostre imprese, infrastrutture e famiglie'.
Il leader centrista non ha dubbi: 'Non possiamo dimenticare,
inoltre, gli esuli, privati di tutto, gli incarcerati da Gheddafi,
gli atti di terrorismo. E' chiaro che di mezzo c'e' un ricatto
di tipo energetico. E' stata una scelta quanto meno discutibile
quella di lasciare i partner tradizionali per fare l'occhiolino
a Gheddafi e a Putin: significa affidare all'incertezza e alla
precarieta' il futuro energetico dell'Italia, pagandone pero'
subito il prezzo'. Alla manifestazione partecipano circa un
centinaio di persone. Ad accompagnare Cesa ci sono gli esponenti
del partito Ferdinando Adornato e Francesco D'Onofrio.
Cesa
insiste: 'Si tratta di un trattato mortificante per i nostri
connazionali esuli, cacciati dalla Libia e privati di tutti
i loro averi, che aspettano ancora un vero risarcimento. E'
scandaloso che lo Stato italiano si sia occupato prima dei libici
e poi degli italiani. Il ministro La Russa ha poi confermato
che ci saranno collaborazioni di tipo militare con la Libia.
Ma per le questioni energetiche non possiamo sacrificare tanti
anni di impegno (passato, presente e futuro) nell'ambito della
Nato e a fianco dei Paesi occidentali'.
Il leader centrista denuncia 'ad oggi un rischio concreto: che
la politica estera del nostro Paese scivoli pericolosamente
fuori dall'atlantismo e dall'europeismo e si apra alle cattive
amicizie come quella con Gheddafi. La sola forza politica che
si e' opposta fin dall'inizio alla firma del trattato con la
Libia -sottolinea e' stata l'Unione di centro. Noi siamo stati
coerenti fin dall'inizio. Gli altri no. E' un trattato umiliante
per l'Italia, che fa sorridere solo Gheddafi e che non da' garanzie
al nostro Paese che venga rispettato'.
(torna su)
Berlusconi
con Gheddafi: rigorosi sull'immigrazione
Sole
24 Ore
Gerardo
Pelosi
30
agosto 2009
Sia
pure in mezzo a mille contraddizioni comincia a concretizzarsi
il Trattato di amicizia e cooperazione italo-libica, a un anno
dalla firma dell'accordo di Sirte tra Silvio Berlusconi e Muammar
Gheddafi. Alcuni passaggi acrobatici delle Frecce Tricolori
(senza fumogeni tricolori ma neutri di colore grigio-marrone)
hanno salutato ieri sera i due leader riuniti in una tensostruttura
nel Porto di Tripoli in attesa di prendere parte al rito dell'Iftar,
la cena che interrompe il digiuno del Ramadan.
Il
presidente del Consiglio italiano e leader della Giamahiria
si erano incontrati poche ore prima per festeggiare il
Trattato di amicizia e cooperazione firmato un anno fa a Sirte
e che prevede il finanziamento da parte italiana di alcune grandi
opere infrastrutturali per chiudere il passato della dominazione
coloniale. Berlusconi e' atterrato a Tripoli alle 15 proveniente
da Milano.
Un breve faccia a faccia con il colonnello che festeggia quest'anno
i 40 anni della rivoluzione verde per affrontare tutte
le questioni bilaterali a cominciare da immigrazione e pesca,
poi trasferimento a 20 chilometri dalla capitale,
a Shabiz Shara, per la posa della prima pietra dell'autostrada
litoranea che verrà realizzata da imprese italiane tra
cui Impregilo. Un'opera di 1700 km con 203 ponti, 1470 tunnel
e 30 uscite. Un'impresa storica, ha detto Berlusconi che
contribuirà alla pace della regione perché collega
tutti i Paesi del Maghreb. La realizzazione di un accordo che
e' conveniente per entrambi i Paesi.
Sull'immigrazione
Berlusconi non e' entrato nel dettaglio del barcone con a bordo
75 candestini partiti dalla Libia e intercettati in acque internazionali.
Se vogliamo rispettare tutte le leggi, ha detto Berlusconi,
e fare delle vere politiche di integrazione dobbiamo essere
rigorosi e non aprire l'Italia a chiunque. Berlusconi e Gheddafi
si sono poi trasferiti nella capitale per visitare insieme al
presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco
Guarguaglini il nuovo treno veloce dell'Ansaldo Breda (gruppo
Finmeccanica), che verrà' utilizzato per il collegamento
della linea costiera tra Ras Ajdir e Sirte.
Il
primo anniversario del Trattato che d'ora in avanti verrà
celebrato come giorno dell'amicizia italo-libica e' stato festeggiato
con un convegno al quale hanno preso parte oltre all'ex ministro
degli Esteri Lamberto Dini e al presidente dell'associazione
di amicizia italo-libica Gian Guido Folloni circa 400 italiani
tra cui rappresentanti del mondo accademico e della società
civile e figli di esuli espulsi nel '70 proprio da Gheddafi .
L'ambasciatore italiano in Libia, Francesco Trupiano, non ha
mancato, pero', di segnalare come la mostra fotografica sul
passato coloniale dal titolo Never Forget non abbia messo in
luce tutti gli sforzi più recenti per sanare la
ferita del passato che nessuno intende negare.
Ma
l'incontro tra Gheddafi e Berlusconi e' servito anche per fare
il punto sulla crisi in Medio Oriente mentre il premier italiano
ha manifestato il suo compiacimento per l'andamento del voto
in Afghanistan che si e' svolto in modo pacifico anche grazie
alla presenza dei numerosi militari italiani. Gheddafi ha poi
chiesto a Berlusconi alcuni chiarimenti sulle polemiche che
lo vedono protagonista in Italia. Nessun problema, avrebbe
tagliato corto il premier italiano «ho ancora il 68,4
% dei consensi degli italiani».
(torna su)
Da
Frecce Tricolori a frecce beduine per onorare il Raìs
Libero
30
agosto 2009
Magdi
C. Allam
p.14
Il
20 agosto 2009 è stato il “giorno della vergogna” per
questa Europa. Quasi nelle stesse ore Gran Bretagna, Svizzera
ed Italia hanno incurvato la schiena per prostrarsi di fronte
al dittatore libico Gheddafi, incarnazione del dio del petrolio,
del gas e del denaro, confermando che siamo a tal punto moralmente
degradati da non avere più alcuna remora nello svendere
i nostri valori e rinunciare alla nostra dignità.
Nello
stesso giorno la Gran Bretagna ha rilasciato il terrorista libico
Abdel Baset al-Megrahi, condannato per la strage dell'aereo
della Pan Am il 21 dicembre 1988 costata la vita a 270 persone,
in cambio di nuove agevolazioni petrolifere alla Bp; il presidente
svizzero Hans-Rudolf Merz si è recato a Tripoli e si
è scusato per l'arresto e la detenzione del figlio del
dittatore libico, Hannibal, condannato per aver picchiato a
sangue due domestici circa un anno fa; il governo italiano ha
confermato che Berlusconi si sarebbe recato in Libia nella ricorrenza
del primo anniversario del del Trattato italo-libico di amicizia,
che avviene proprio oggi, a dispetto dell'ennesima strage di
clandestini costata la vita a 73 etiopi partiti dalle coste
libiche, che getta ombra sul rispetto del trattato stesso.
Per
l'Europa è arrivato il momento di fare la scelta strategica
di liberarci dalla schiavitù del petrolio, del gas e
del denaro sporco. Perché se domani, primo settembre,
l'Italia sarà costretta a omaggiare il dittatore libico
Gheddafi con l'esibizione delle frecce tricolori per condividere
la sua festa per il quarantesimo anniversario del colpo di stato
al seguito del quale cacciò 20 mila italiani confiscando
tutte le loro proprietà, stimate dall'Airl in 3 miliardi
di euro e che a tutt'oggi si rifiuta di indennizzare, significa
che abbiamo abdicato alla nostra dignità nazionale. Ed
il fatto che sia Gheddafi a pagare il costo dell'esibizione
delle nostre frecce tricolori è ancor più grave,
dal momento che rappresentando un simbolo della nazione, significa
che ormai siamo disponibili a barattarlo in cambio di denaro.
È del tutto evidente che il problema si pone dal momento
che si tratta di un regime dittatoriale e reo-confesso di terrorismo
internazionale, che a tutt'oggi non esita a impiegare le armi
del ricatto per sottomettere ai propri diktat un'Europa edonista
e pavida, che è pronta a tutto pur di poter perpetuare
una concezione della felicità appiattita su parametri
materialistici e consumistici.
Dovrebbe
farci riflettere il fatto che oggi i nostri tre principali alleati
internazionali sono Putin, Gheddafi ed Erdogan, a capo di tre
regimi autoritari che detengono i giacimenti o controllano le
rotte del petrolio e del gas, costituendo al tempo stesso dei
mercati allettanti per le nostre esportazioni. E non a caso
questa strategia è patrocinata dall'Eni che, dall'indomani
della seconda guerra mondiale, ha determinato le scelte sia
energetiche sia politiche dell'Italia in Medio Oriente, nel
Golfo e ovunque coltivi degli interessi. Sia chiaro che a queste
scelte hanno aderito sia i governi democristiani, sia i successivi
governi di sinistra e di destra. È quindi una scelta
che accomuna l'insieme della classe politica italiana, in cui
si ritiene che la garanzia delle riforniture di petrolio e di
gas debba prevalere su qualsiasi altra considerazione, compresa
la legittimazione di regimi dittatoriali che violano i diritti
dell'uomo e sponsorizzano il terrorismo internazionale. Non
mi sorprende affatto che la Procura di Perugia, come si legge
in un'inchiesta pubblicata da L'Espresso, dopo tre anni di indagini
ha emesso delle condanne e rinviato a giudizio alcuni italiani
coinvolti in una rete che riforniva la Libia di armi russe.
Probabilmente
in Italia stiamo sottovalutando l'impatto e le conseguenze dell'accordo
italo-russo-turco del 6 agosto scorso per la costruzione del
gasdotto “South Stream”, frutto di un'intesa tra l'Eni e la
russa Gazprom, che porterà 63 miliardi di metri cubi
di gas annui dai giacimenti del Mar Caspio all'Europa attraversando
il Mar Nero e i Balcani, che sostanzialmente determinerà
la morte del gasdotto Nabucco, voluto dall'Ue e dagli Stati
Uniti, per affrancare l'Europa dal monopolio delle forniture
di gas russo. Di fatto l'Italia partecipa con la Russia e la
Turchia ad una strategia energetica che favorisce la crescita
della dipendenza dell'Europa sia dalla Russia che dalla Turchia
che, tra l'altro, ha ottenuto in cambio dell'autorizzazione
al transito del gasdotto sul proprio territorio, la costruzione
da parte dei russi della sua prima centrale nucleare.
È
tutto l'insieme che non torna. Dall'accoglienza trionfale in
patria da parte dello stesso Gheddafi alla stregua di un eroe
nazionale al terrorista reo-confesso al-Meghrahi; alla volontà
di riarmarsi sia tramite gli accordi diretti con il governo
italiano sia con l'accordo miliardario con la Finmeccanica sia
infine operando clandestinamente sul mercato nero; fino alla
persistente strumentalizzazione dei clandestini come arma di
ricatto per condizionare la nostra politica: tutto sta ad indicare
che il regime libico è tutt'altro che cambiato e che
tuttavia noi ci siamo sottomessi al suo arbitrio.
Ha
ragione il ministro dell'Interno Roberto Maroni quando rileva
che dall'entrata in vigore del trattato con la Libia, lo scorso
maggio, il numero dei clandestini arrivati in Italia a partire
dalle coste libiche è calato del 92%, passando da 10.116
nel periodo dal primo maggio al 31 luglio 2008, a 1.116 nello
stesso periodo del 2009. Tuttavia se si considera che dalla
firma del trattato con la Libia il 30 agosto 2008 il totale
dei clandestini partiti dalle coste libiche è di circa
10mila, che sono oltre un migliaio i clandestini che continuano
a partire dalle coste libiche a dispetto dell'entrata in vigore
del trattato e che comunque ci sono stati decine di morti le
cui vite sono inestimabili, è evidente che Gheddafi continua
a tenere in piedi la minaccia degli sbarchi per mantenere in
tensione permanente i rapporti con l'Italia. Il quadro d'insieme
di questa Europa è desolante. Ormai abbiamo superato
ogni limite di decenza nello svendere i valori e siamo pronti
a prostituirci pur di possedere a tutti i costi beni materiali
da cui facciamo dipendere la nostra concezione di sviluppo e
felicità. Quando lo scorso anno Gheddafi minacciò
il ritiro dei fondi libici dalle banche svizzere come ritorsione
per la sanzione inflitta dalla magistratura elvetica a suo figlio
Hannibal, il nostro governo intervenne per ottenere che quei
fondi fossero versati alle banche italiane. Qual è il
messaggio che diamo a Gheddafi, ad arabi e islamici che detengono
petrolio, gas, fondi sovrani e mercati allettanti? Che siamo
pronti a tutto pur di avere il denaro, anche se si tratta di
pugnalare alle spalle governi europei alleati e con cui dovremmo
condividere i valori non negoziabili alla base della civiltà
d'Europa.
Ecco
perché dobbiamo dire basta a questa scelleratezza che
ci sta degradando moralmente. Riappropriamoci dei nostri valori,
stringiamoci attorno alla nostra identità, riscattiamo
la nostra civiltà affrancandoci dalla schiavitù
del petrolio. È ora di fare delle scelte coraggiose e
lungimiranti nell'ambito vitale delle fonti energetiche, al
fine di poter salvaguardare la nostra dignità come persone
e come nazione.
(torna su)
Quello
scatolone di sabbia che unì Mussolini e Nenni
Corriere della Sera
28
agosto 2009
Sergio
Romano
p.
1
Tutti e due erano contrari
alla conquista e organizzarono manifestazioni contro la partenza
delle reclute Gheddafi ha trattato a lungo l' Italia come un
nemico secolare, ma i rapporti di affari tra i due Paesi ci
sono sempre stati Quando Mussolini e Nenni furono processati
insieme per la Libia
La conquista della Libia
nel 1911 disegnò una nuova e paradossale geografia politica
italiana. L' impresa piacque ai nazionalisti di Luigi Federzoni,
a molti intellettuali de La Voce di Giuseppe Prezzolini, al
poeta Giovanni Pascoli, al «vate» Gabriele D' Annunzio,
al Corriere della Sera di Luigi Albertini, a La Stampa di Alfredo
Frassati. Piacque anche a parecchi diplomatici, a qualche sindacalista
rivoluzionario e ai socialisti riformisti. Ma non, anche se
per ragioni diverse, a Gaetano Salvemini, a Benito Mussolini,
a Pietro Nenni e a Luigi Bollati, ambasciatore e segretario
generale del ministero degli Esteri. Salvemini scrisse che la
Tripolitania e la Cirenaica erano uno «scatolone di sabbia».
Il socialista Mussolini sostenne che era un Paese povero dove
il governo avrebbe sprecato denari di cui sarebbe stato meglio
fare uso in Italia, e si comportò di conseguenza inscenando
una sorta di rivolta popolare contro la partenza delle reclute.
Il repubblicano Nenni (sarebbe divenuto socialista qualche anno
dopo) guidò 3.000 persone alla conquista della stazione
di Forlì per impedire il passaggio dei treni. E Luigi
Bollati, secondo i suoi collaboratori, fu «freddo e riservato».
Fra i suoi tanti paradossi la guerra ebbe persino l' effetto
di creare un rapporto di simpatia e di amicizia fra due uomini
che dieci anni dopo si sarebbero duramente combattuti. Mussolini
e Nenni vennero processati per direttissima, condannati e «alloggiati»
insieme per qualche mese nel carcere di Bologna. Ancora più
paradossale, per molti aspetti, è l' atteggiamento dell'
uomo che decise la conquista e dichiarò guerra alla Turchia.
Giovanni Giolitti fu un colonialista algido, scettico, distaccato.
S' imbarcò nel conflitto perché la Francia si
stava impadronendo del Marocco e i due vilayet turchi dell'
Africa settentrionale (Tripolitania e Cirenaica) erano ormai
le ultime poltrone rimaste libere in un teatro dove francesi
e inglesi avevano conquistato i posti migliori. Vinse, ma non
volle mai servirsi della vittoria per soffiare sul fuoco del
nazionalismo e della retorica patriottica. E fece tesoro di
quella esperienza per raccomandare, alla vigilia della Grande
guerra, una politica di neutralità a cui rimase coerentemente
fedele sino alla fine del conflitto. Durante le operazioni in
Libia aveva capito che l' esercito disponeva di una limitata
capacità d' intervento e che molti generali non erano
all' altezza della situazione. Era convinto che l' Italia, nel
1915, non fosse in grado di affrontare una prova molto più
severa di quella che aveva superato nel 1912. Le preoccupazioni
di Giolitti furono confermate dagli avvenimenti. L' Italia vinse
la guerra di Libia a tavolino ma dovette scontrarsi con la guerriglia
dei beduini in Tripolitania e la resistenza meglio organizzata
di una forte congregazione religiosa, la Senussia, in Cirenaica.
Durante il conflitto europeo, gli effettivi ridotti delle truppe
italiane dovettero attestarsi sulla costa e limitarsi al controllo
delle principali città. La riconquista cominciò
prima dell' avvento del fascismo, quando il ministro delle Colonie
era Giovanni Amendola e il governatore a Tripoli Giovanni Volpi,
l' industriale finanziere che aveva partecipato ai negoziati
di pace nel 1912. Le cose andarono bene in Tripolitania, male
in Cirenaica dove le truppe italiane dovettero battersi contro
l' uomo ritratto nel «santino» che il colonnello
Gheddafi si è cucito sul petto durante la sua recente
visita in Italia. Si chiamava Omar el Mukhtar e fu un valoroso
combattente a cui gli italiani, dopo la sua cattura, avrebbero
dovuto rendere l' onore delle armi. Ma il comandante della spedizione
era Rodolfo Graziani, un soldataccio brutale e privo di qualsiasi
virtù cavalleresca che aveva deciso di trattare il nemico
sconfitto come un criminale e un traditore. La riconquista non
fu più dura e spietata delle numerose campagne con cui
altre potenze coloniali riconquistarono territori perduti. I
francesi in Algeria e in Marocco, gli inglesi in Egitto, nel
Sudan e in Sud Africa, gli spagnoli nei loro possedimenti marocchini
e i tedeschi nella terra degli herrero non furono meno spietati
degli italiani. Ma l' impiccagione di Omar el Mukhtar fu contemporaneamente
un crimine e un errore politico. Il governatorato di Italo Balbo,
dal 1934 al 1940, fu alquanto diverso e segnato da avvenimenti
notevoli sul piano politico e sociale. Balbo fu un costruttore
e un organizzatore. Esiliato in colonia dalla gelosia di Mussolini,
fece della Libia una sorta di principato dove egli regnava,
come il duca d' Este nella sua Ferrara, circondato e adulato
da una piccola corte. Ma la visita di Mussolini nel 1937 fu
un successo che l' Italia, con una diversa politica, avrebbe
potuto sfruttare. E l' arrivo di 30.000 coloni in due successive
spedizioni (1938 e 1939) fu per molti aspetti, insieme alle
bonifiche e alla costruzione di nuove città nella penisola,
il New Deal italiano. Ucciso per un errore dalla contraerea
mentre rientrava a Tripoli sul suo aereo dopo una ispezione
del fronte, Balbo ebbe la fortuna di non vedere né la
partenza di molti italiani nel 1942 né la perdita della
Libia nel 1943. Ma sarebbe stato lieto di apprendere che i coloni
erano rimasti fedeli alla loro nuova patria. Nel 1947, sommando
quelli che erano rimasti e quelli che erano tornati, la colonia
agricola italiana ammontava a circa 15.000 persone. Molti poderi
vennero venduti negli anni seguenti, ma i rapporti degli italiani
con re Idris, dopo la costituzione del regno di Libia, furono
complessivamente felici. Nel settembre del 1969, quando
Gheddafi prese il potere, gli italiani erano 24.988. Di questi
6000 partirono subito. Di quelli che rimasero 1500 erano agricoltori,
3000 impiegati in imprese italiane, gli altri piccoli industriali,
commercianti, artigiani. Partirono dopo il decreto del 21 luglio
1970 con cui il governo rivoluzionario confiscò le loro
terre (40.000 ettari) e le loro proprietà immobiliari.
Comincia da quel momento una specie di tragicommedia. Gheddafi
non perde occasione per trattare l' Italia alla stregua di un
nemico secolare e di servirsi del passato coloniale per cementare
il sentimento nazionale di un Paese che non aveva, sino alla
conquista italiana, alcuna identità storica. Ma gli affari
sono un' altra cosa. Il petrolio, scoperto sin dagli
anni Trenta, diventa la base di un accordo con l' Eni che continua,
fra alti e bassi, sino ai nostri giorni. Il diagramma dei rapporti
politici italo-libici sembra quello di un sismografo, ma questo
non impedisce all' Italia di essere il maggiore cliente e il
maggior Paese fornitore. I coloni cacciati nel 1970
non possono tornare neppure per deporre un mazzo di fiori sulle
tombe dei loro morti, ma si forma in Libia, nel frattempo,
una nuova colonia italiana composta da tecnici, professionisti,
rappresentanti di commercio, dirigenti d' impresa. Non basta.
Come il partito della guerra, nel 1911, fu costituito da una
variopinta coalizione di persone provenienti dalla destra e
dalla sinistra, così il partito della conciliazione,
in questi ultimi anni, ha rappresentata un' area della politica
italiana che comprende Lamberto Dini, Romano Prodi e Silvio
Berlusconi. La migliore rappresentazione possibile dei rapporti
dell' Italia con la Libia (e viceversa) è nei versi in
cui due poeti romani, Ovidio e Marziale, descrissero gli amori
difficili: non posso vivere né con te né senza
di te.
(torna su)
Lamberto
Dini: «Partner strategico Sarebbe un errore non partecipare»
Corriere
della Sera
28
agosto 2009
Marco
Nese
p.2
«Ci vorrebbe
una partita di calcio fra Italia e Libia». Secondo il
presidente della Commissione esteri del Senato Lamberto Dini,
sarebbe il suggello finale alla ritrovata amicizia fra i due
Paesi. «Così forse finirebbero anche tante polemiche
incomprensibili». Incomprensibile, a suo avviso, è
«la strumentalizzazione politica relativa al detenuto
libico rilasciato dalla Scozia». Non è sorprendente
che a Tripoli abbiano accolto trionfalmente «un uomo che
i libici ritengono innocente, anche in Bulgaria festeggiarono
il ritorno a casa delle infermiere liberate dalla Libia».
Perciò nessun dubbio: Berlusconi deve andare a Tripoli.
Lo stesso Dini lo accompagnerà per celebrare il primo
anniversario del Trattato di amicizia fra Italia e Libia. Un
Trattato di cui proprio Dini, come ministro degli Esteri, creò
le condizioni iniziali, nel 1998, quando firmò il primo
accordo coi libici col quale l' Italia riconosceva i torti del
colonialismo e si mettevano le basi per una normalizzazione
dei rapporti. «Gheddafi è un partner strategico
e, come dice Andreotti, le relazioni fra due Paesi non si giudicano
da un singolo episodio ma sul lungo periodo». C' è
chi teme che Gheddafi possa approfittare della visita di Berlusconi
per riproporre con una mostra fotografica episodi poco gradevoli
del colonialismo. «Mi auguro di no - dice Dini -. Tuttavia
bisogna capire il personaggio Gheddafi. E' una figura molto
carismatica, ma anche molto complessa. La questione del colonialismo
ha lasciato in lui segni indelebili. Perciò è
stato molto difficile superare la sua diffidenza e solo con
le nostre visite, la costruzione dell' autostrada costiera,
e tutte le azioni che il governo compie possiamo convincerlo
della sincera amicizia italiana». Anche l' esibizione
delle Frecce tricolori nei cieli di Tripoli «va intesa
come un altro gesto di riconciliazione fra i due Paesi».
Certo rimane il dolore degli italiani che furono espulsi
dalla Libia quando Gheddafi prese il potere. «Ma è
un fatto di 40 anni fa e penso che sia bene metterci una pietra
sopra. Anche altri popoli, alla fine di storie coloniali, hanno
subito rappresaglie». I risultati dei nuovi rapporti
con la Libia sono apprezzabili, secondo Dini. «Il blocco
delle imbarcazioni dei clandestini funziona. Può succedere
a volte che i controlli vengano allentati, ma questo fa parte
della personalità complessa del leader libico».
In generale, però, le buone relazioni con Tripoli sono
fruttuose. «Non solo per le forniture di petrolio. Ma
per tutta l' economia italiana. Non dimentichiamo che l' Italia
è il Paese che esporta più merci verso la Libia.
Buona anche la collaborazione culturale, con scambi di visite
di studenti».
(torna su)
Storace:
Dini penoso e antitaliano
Agenzia
Dire
28
agosto 2009
"Dini si rende
conto di quello che dice? E' stupefacente quello che il prodiano
riciclato dal Pdl afferma al Corriere. Una pietra sopra
sugli italiani cacciati dalla Libia perché accadde 40
anni fa? E allora perché celebrate la Resistenza?
Penoso, semplicemente penoso e antitaliano". Lo dichiara
Francesco Storace, segretario nazionale de la Destra.
(torna su)
L'arte
del raìs. Bastonare anche gli amici
Libero
28
agosto 2009
Maurizio
Stefanini
p.10
Il 21 luglio 1970 Gheddafi
espelle dalla tibia 20.000 italiani. Nel 1972 l'Eni dà
vita a una società mista col governo libico. Nel 1976
Gheddafi compra il 10% delle azioni della Fiat. Nel 1978 si
è ricostituita in Libia una comunità di 16.000
italiani, e va a Tripoli in visita ufficiale il presidente del
Consiglio Andreotti. Nel 1986 fa lanciare due missili Scud-B
su Lampedusa. Nel 2004 Berlusconi è il primo statista
straniero a venire in visita a Tripoli dopo la fine dell' embargo
internazionale per l'attentato di Lockerbie. Tra quell'incontro
e una successiva intervista alla Rai Gheddafi dice che gli italiani
espulsi nel 1970 possono tornare a loro volta in visita; che
se vogliono si farà fotografare assieme a loro; che ai
sensi delle leggi sul periodo coloniale si considera anche lui
cittadino italiano e che potrebbe candidarsi alle elezioni;
che la "giornata della vendetta" istituita in ricordo
della battaglia di Sciara Sciat del 24 ottobre 1911 è
abolita. Nel 2006, una folla di scalmanati dà
l'assalto al consolato italiano di Bengasi dopo che il ministro
Calderoli si è esibito con una maglietta su cui compariva
una delle contestate vignette danesi, «decisi a uccidere
il console e la sua famiglia», e Gheddafi sente il bisogno
di spiegare che i manifestanti «non protestavano contro
la Danimarca, perché non hanno idea di cosa sia la Danimarca:
è l'Italia che odiano»: «I libici approfittano
di ogni opportunità Per sfogare la loro rabbia contro
l'Italia fin dal 1911, data dell'occupazione italiana».
Infine, gli ultimi accordi, la tenda a Villa Doria Pamphili,
e addirittura la richiesta delle Frecce Tricolori per festeggiare
l' anniversario della Rivoluzione.
Di che far girare la
testa, ma d'altronde le giravolte sono la specialità
di Gheddafi. L'accordo di integrazione con l'Egitto del 1972
è seguito nel 1977 da una guerra di confine, e lo stesso
accade per l'altro accordo del 1974 con la Tunisia: cosa impossibile
col Marocco dopo la federazione del 1984 per mancanza di frontiere
comuni; ma Gheddafi iuta comunque la guerriglia del Fronte Polisario
contro Rabat.
Con la Francia perde
la Guerra delle Toyota in Ciad nel 1980-87: così chiamata
per il modo in cui le rapide camionette dei ciadiani, armati
dai francesi, fecero a pezzi i pesanti carri armati libici Si
vendica con l'attentato al volo Uta 772 de 1989; accetta poi
di pagare un indennizzo. Finisce che firma con Sarkozy un accordo
di cooperazione nel nucleare civile e ne ottiene pure armi,
dopo che gli ha permesso di fare una bella figura da mediatore
per la liberazione delle infermiere bulgare costrette con la
tortura a confessare di aver provocato nel 1998 un' epidemia
di Aids nell' ospedale di Bengasi in cui lavoravano, infettando
oltre quattrocento bambini.
E non parliamo degli
Usa! Nel 1970 chiude le loro basi in Libia Nel 1971 coopera
con loro in appoggio al Pakistan in guerra con l'India, appoggiata
invece dall'Urss. Nel 1972 appoggiar espulsione dei consiglieri
sovietici decisa dal presidente egiziano Sadat. Nel 1976 va
in visita a Mosca, iniziando a riceverne armi. Nel 1981 si ha
il primo scontro armato tra Usa e Libia sul Golfo della Sirte,
cui seguiranno quello più vasto del 1986 e quell'altro
del 1989, mentre la tibia risponde con l'offensiva terrorista
di cui sono vertici l'attentato alla discoteca La Belle di Berlino
e quello di Lockerbie. Ma nel 2001 approva la guerra Usa ai
Taleban, e nel 2004 si vanta di aver fatto vincere le elezioni
a George W. Bush.
«Tendeteci la mano;
apriteci i vostri cuori; dimenticate le avversità e fate
fronte, saldati in un unico blocco, al nemico della nazione
araba, al nemico dell'Islam, al nemico dell'umanità;
quel nemico che ha bruciato i nostri santuari e irriso il nostro
onore», è il tenore di uno dei suoi appella via
radio all'unità del mondo islamico, quando arriva al
potere. Adesso dice che la causa araba è una causa persa,
che gli integralisti islamici vanno «schiacciati come
scorpioni» e la Turchia in Europa sarebbe «il cavallo
di Troia di Bin Laden».
(torna su)
Il
Cavaliere evita imbarazzo e polemiche
La
Stampa
28
agosto 2009
Ugo
Magri
p.1
Sarà per fiuto
politico, o perché è baciato dalla fortuna. Fatto
sta che in tempi non sospetti Berlusconi pare avesse spostato
la data del suo viaggio in Libia. E invece di recarsi a Tripoli
l'l settembre, per festeggiare l'anniversario del golpe che
portò Gheddafi al potere, chiese e ottenne dal Colonnello
di anticipare l'appuntamento al 30 agosto (ricorrenza del Trattato
di amicizia italo-libico siglato un anno fa a Bengasi). Questo,
perlomeno, sussurrano fonti diplomatiche bene informate. Palazzo
Chigi smentisce con forza, «la data del primo settembre
non è mai esistita» assicura il portavoce Bonaiuti,
«il viaggio è sempre stato quello del 30 agosto».
E tuttavia certe «gole profonde» dalla Farnesina
insistono, aggiungendo che il Cavaliere si giustificò
coi libici in modo geniale, negando di possedere il dono dell'ubiquità:
purtroppo l'l settembre lui intendeva recarsi a Danzica per
un'altra celebrazione densa di significati, i 70 anni dallo
scoppio della Seconda guerra mondiale, come poteva trovarsi
a Tripoli nello stesso giorno?
In questo modo Berlusconi
ha schivato una tegola. Perché la sua presenza alla festa
del regime sarebbe stata insostenibile, specie dopo la liberazione
del terrorista libico alMegrahi, condannato in Scozia per
la strage di Lockerbie e riaccolto trionfalmente in patria non
più tardi di sette giorni fa. Il presidente francese
Sarkozy s'è precipitato ieri a smentire le voci che lo
volevano a Tripoli. Idem il primo ministro russo Putin. I 40
anni di Gheddafi al potere saranno festeggiati da un gruppo
di leader africani e dall' «uomo forte» del Venezuela,
Hugo Chavez. Avesse accolto l'invito, si sarebbe trovato in
loro compagnia, esposto a ogni sorta di critica. Viceversa,
Berlusconi ha trovato il modo di sottrarsi senza offendere l'ospite,
il quale ci vende gas e petrolio, per non dire degli investimenti
finanziari che la Jamahiriyya si appresta a compiere nel nostro
paese.
Gioco facile, per Palazzo
Chigi, segnalare in una nota che Berlusconi andrà a Tripoli
due giorni prima, e per tutt'altri motivi. Partirà con
un aeroplanino senza seguito di giornalisti (solo telecamere),
avrà un colloquio col Colonnello nella stessa tenda che
gli americani non sanno dove ospitare, quando Gheddafi si recherà
a New York il 23 settembre. A sera, frugale cena perché
sono i giorni del Ramadan, e ritorno in patria del premier.
Nel mezzo, visita al cantiere dell'autostrada che l'Italia s'è
impegnata a costruire per chiudere il contenzioso coloniale,
quindi posa della prima pietra, infine ispezione del vagone
proposto dall' Ansaldo per la nuova ferrovia libica. Affari,
affari e ancora affari. Punta l'indice Di Pietro nel suo blog:
«Sono questi il motivo dell'atteggiamento da zerbino»,
insinuando che Berlusconi possa avere qualche vantaggio in proprio.
E l'Udc insiste, che vergogna far esibire le Frecce Tricolori
alla parata del regime ...
Però in effetti
pure la Francia spedirà dei suoi aerei. Gli stessi inglesi
invieranno una banda di ottoni del Galles che farà a
gara con i nostri della Brigata meccanizzata Sassari. Alza le
spalle l'ex presidente Cossiga: «Se Gheddafi ci dà
il petrolio, chissenefrega delle Frecce Tricolori ... Io gli
avrei mandato pure l'Amerigo Vespucci».
(torna su)
L'esempio
di Fini e l'orgoglio delle Frecce Tricolori
Lettere a Il
Riformista
Augusto
Ceccarelli
28
agosto 2009
p.15
Le Frecce Tricolori rappresentano
il simbolo come essenza naziona.le, unità nazionflle,
dignità nazionale, valori che travalicano lo spazio temporale;
in conseguenza di ciò, le Frecce Tricolori non appartengono
totalmente a questo o quel Governo, ma appartengono a tutta
la Nazione. Pertanto il loro impiego deve essere attentamente
valutato e non può essere strumentalizzato per fini propagandistici
volti più all'ambizione personale (si tratti di un Presidente
del Consiglio o di un Ministro o di altrapersonalità)
e/o a sigillare un patto essenzialmente di natura economica.
Nel caso specifico, anniversario
della presa del potere in Libia di Gheddafi con golpe militare,
il far partecipare le Frecce Tricolori non è tanto mostrare
l'ardimento e l'esaltazione tecnica raggiunta dalla nostra aeronautica
militare, ma è l'ennesimo omaggio a un personaggio che
non ha perso occasione per umiliarci. Senza voler disconoscere
o minimizzare eventuali atrocità da noi commesse nei
periodi dèlla conquista dalla Turchia e successivi, è
un ulteriore affronto nei confronti dei nostri connazionali,
che col loro lavoro avevano creato villaggi, aziende, scuole,
ospedali, strade e acquedotti, a vantaggio anche della popolazione
libica, connazionali che 40 anni fa dovettero abbandonare nel
giro di poche ore quella terra, che per molti era divenuta la
seconda patria, anche per esserci nati. Basta atti
di sudditanza, ma si abbia la capacità di mostrare, dopo
quello di Fini, almeno uno scatto di orgoglio.
(torna su)
Solo
noi saliamo sul cammello
Il Riformista
28
agosto 2009
Luigi
Spinola
p.1
Al faraonico show voluto
dal Colonnello Gheddafi per celebrare i suoi quarant'anni al
potere, il despota dello Zimbabwe Robert Mugabe non mancherà.
Con lui a Tripoli il primo settembre ci saranno circa 300.000
persone, tra spettatori e protagonisti. Gli ospiti più
frequentabili però declinano l'invito. Ieri è
stato il giorno delle defezioni. L'Eliseo fa sapere che la partecipazione
di Nicolas Sarkozy “non è mai stata presa in considerazione”.
Dalla Francia non partirà nessuna delegazione, basta
l'Ambasciatore. Il Presidente russo Medvedev “è già
impegnato” e così anche il premier Vladimir Putin. Buckingham
Palace conferma l'annullamento del viaggio d'affari del Principe
Andrea. E a New York e dintorni, dove è atteso per un
intervento al Palazzo di Vetro i 23 settembre, il Colonnello
no trova un lembo di terra dove piantare la sua tenda. L'Italia
fa eccezione.
Palazzo Chigi ieri si
è premurato di precisare che Silvio Berlusconi sarà
in Libia il 30 agosto solo per celebrare il primo anniversario
del Trattato di Amicizia. Scapperà in tempo per evitare
- se non ci saranno tranelli - l'omaggio formale alla festa
della dittatura. Tanto più che il primo settembre è
atteso a Danzica per il settantesimo anniversario dell'inizio
della seconda guerra mondiale. La smemoratezza storica è
stata arginata. Ma non basta.
Lo scivolone rimane,
anche se è più di forma che di sostanza. L'Italia
pecca più per goffagine - scontando ancora una volta
la diplomazia free-lance del suo Presidente del Consiglio -
che per cinismo. E paga una tempistica sfortunata, facendosi
trovare impreparata dalla bufera sull'accoglienza da eroe riservata
da Tripoli allo stragista di Lockerbie. Sia chiaro però
che chi diserta la festa di Gheddafi non è in condizione
di darci lezioni di moralità politica sui rapporti con
i tiranni, neanche su questo tiranno che l'Italia si ostina
a corteggiare pubblicamente.
La «nausea»
lamentata da Gordon Brown per il trionfale ritorno in patria
di al-Megrahi non toglie nulla alle responsabilità britanniche.
Il tentativo di Downing Street di fare della liberazione del
terrorista una "questione scozzese" è
poco credibile. Né risulta convincente l'indignazione
di Lord Mandelson di fronte al sospetto - accreditato dalla
famiglia Gheddafi - che la «compassionevole» 'liberazione
dello stragista malato sia: stata barattata in cambio di nuove
opportunità di business. È bene inoltre ricordare
che è stato il promotore dei diritti umani Nicolas Sarkozy
il primo leader occidentale ad aprire (a fine 2007) le porte
di casa allo sdoganato Colonnello, offrendogli cinque giorni
da protagonista a Parigi in cambio di una ventina di Airbus
e una sfilza di accordi commerciali. E a Tripoli è passata
meno di un anno fa anche Condoleeza Rice, intenzionata a «migliorare
il clima per gli investimenti americani».
Entro certi limiti, nulla
di scandaloso. Gheddafi dal 2003 ha compiuto i passi richiesti
dalla comunità per la sua riabilitazione: rinuncia a
proseguire il programma di sviluppo delle armi di distruzione
di massa, ripudio del terrorismo, compensazioni in denaro alle
vittime degli attentati (inclusa Lockerbie). Le porte da allora
sono aperte per trattare con i libici.
L'Italia peraltro si
trova in una posizione assai diversa rispetto agli altri Paesi
occidentali. A torto o a ragione il nostro governo ha puntato
sulla collaborazione di Tripoli per far fronte al flusso incontrollato
di immigrati. E così, seppur tortuosamente, ha finito
col farsi tardivamente carico delle responsabilità per
il nostro passato coloniale. Il rapporto con la Libia per l'Italia
non è solo un'opzione commerciale. E il Trattato di Amicizia
che Silvio Berlusconi intende celebrare con il viaggio a Tripoli
non può essere liquidato come semplice cedimento a un
tiranno.
Il problema è
che Roma sembra confondere il delicato - forse necessario -
rapporto con un dittatore con una affettuosa amicizia. Nella
tragicomica visita in Italia dello scorso giugno abbiamo offerto
al più inaffidabile dei tiranni un palcoscenico ideale
per sbeffeggiarci. Gheddafi non si è fatto pregare. Ora
perseveriamo. Nel cielo di Tripoli le nostre Frecce
lasceranno una scia tricolore - quasi un omaggio alla cacciata
della comunità italiana - o verde in onore della Rivoluzione.
Manca solo l'invito a Villa Certosa, ma la nuova pochade internazionale
è tipicamente berlusconiana.
Il Presidente del Consiglio
da tempo teorizza la sostituzione della politica estera con
la promozione .del business italiano. Ma è nello stile,
prima ancora che nella sostanza, che Silvio Berlusconi applica
il talento da imprenditorevenditore. Tratta ogni interlocutore
come un cliente da conquistare. Riadatta sul palcoscenico internazionale
il leggendario decalogo fornito anni fa alla squadra di
venditori di Publitalia. Punta tutto - per citarlo - sulla «mia
personale autorevolezza, la mia capacità di farmi concavo
o convesso». Eccede nello zelo. Si fa troppo concavo.
E ci mette in imbarazzo.
(torna su)
Tra
Malta e Libia ringraziamenti e gratitudine
Avvenire
26
agosto 2009
“La Libia comprende la
difficile situazione che sta affrontando Malta sul fronte dell'immigrazione
clandestina”. Parola del sottosegretario agli esteri libico
Sulemain Shoumi, ieri in visita ufficiale a La Valletta. L'esponente
libico ha incontrato il ministro degli Esteri maltese Tonio
Borg che ha espresso la “gratitudine” del governo della Valletta
per “gli sforzi e gli impegni” presi da Tripoli nel controllare
il fenomeno “tramite i pattugliamenti in mare”.
Intanto si è appreso
di una imminenti visita ufficiale a Malta del leader libico
Gheddafi, mentre il Presidente maltese Gorge Abela sarà
a Tripoli il 1 settembre, giorno del quarantesimo anniversario
della rivoluzione libica.
Una ricorrenza che verrà
celebrata anche con l'esibizione delle Frecce Tricolori. Una
scelta che per Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiani
Rimpatriati dalla Libia “dimostra come il nostro governo intende
perseguire a ogni costa una politica basata sulla convenienza
economica, senza ricordarzi dell'antico debito verso chi ha
perso tutto, non solo i beni materiali”.
(torna su)
Inchinarsi
ai dittatori è sempre sbagliato
Libero
26
agosto
Gennaro
Malgieri
p.1
Anche al realismo politico
c'è un limite. Comprendiamo le ragioni che sottostanno
al rapporto di buon vicinato tra Italia e Libia, come ha scritto
ieri Maurizio Belpietro, ma esse non possono giustificare l'eccesso
di zelo nel compiacere il dittatore di Tripoli a fini commerciali
o per indurlo a tenere sotto controllo i flussi migratori. L'ennesimo
omaggio che Berlusconi si appresta a rendere a Gheddafi non
aggiunge e non toglie niente a quanto già stabilito tra
i governi dei due Paesi. Ma è innegabile che si presta
ad una lettura negativa se si tiene conto che la Libia ha accolto
soltanto pochi giorni fa l'assassino di duecentosettanta persone
come un eroe. Sulla testa del “padrone" di questo terrorista
voleranno le Frecce Tricolori come se l'uomo che ha
cacciato gli italiani ed i loro morti da quella che era anche
la loro terra fosse un benefattore e non l'equivoco
personaggio che per decenni ha terrorizzato il mondo.
A Berlusconi vorremmo
ricordare che quando qualcuno si è opposto, sia pure
a parole, a Gheddafi, ha quantomeno ottenuto il suo rispetto.
Ad esempio Oriana Fallaci che riuscì a tenergli testa
e a trattarlo perciò che era: un predone ignorante.
Nel giugno scorso venne
accolto in Italia come un trionfatore. ma purtroppo non c'era
una Fallaci disposta a rinfacciargli le sue malefatte. Vedemmo
soltanto uno stuolo di politici scodinzolanti, pronti a minimizzarne
le minacce e a ridere delle sue sciocchezze. Per fortuna, al
deprimente spettacolo si sottrasse il Presidente della Camera
Gianfranco Fini il quale, stufo del ritardo del colonnello,
gli fece trovare il portone di Montecitorio chiuso. Se è
dalle relazioni internazionali che si giudica la grandezza di
una nazione, bisogna concludere che l'Italia è piccola
piccola.
Per Sadat, saggio presidente
egiziano che conosceva bene Gheddafi, era «il pazzo di
Tripoli». Del resto chi definiva la patria di Dante, Michelangelo
e Leonardo come una «terra selvaggia» ,l'appellativo
se lo meritava tutto. Se poi consideriamo che il suo "libro
verde", una sorta di vademecum sciovinistico e visionario,
egli stesso lo definì , la guida nel viaggio dell'emancipazione
dell'uomo, oltre che «nuovo Vangelo, il Vangelo della
nuova era», non è difficile farsi un'idea del personaggio.
Gheddafi non è
più lo stesso, si dice. Forse è vero. Adesso,
infatti, si fa ricevere dai potenti della Terra, ma non rinuncia
alle gratuite provocazioni, come quella di nominare, poco prima
del viaggio in Italia, ministro degli Esteri il capo dei servizi
segreti. Un tempo si faceva accompagnare da beduini armati fino
ai denti, oggi da procaci fanciulle altrettanto armate. Prima
espelleva gli italiani, i figli di italiani, i nipoti di italiani
soltanto perché italiani:da un po' li blandisce, ma ne
pretende le scuse come se tutti fossimo criminali, figli e nipoti
di criminali. Non s'è mai vista una nazione dal passato
imperiale (vero e non da operetta come quello dell'Italia) inchinarsi
ai dittatori che in nome della "liberazione" hanno
schiavizzato i paesi "europeizzati". E neppure abbiamo
mai sentito nessuno, in un'aula universitaria. giustificare
l'assenza di elezioni e Parlamento nel proprio Paese in nome
di un vago potere che già sarebbe nelle mani del popolo:
così si espresse Gheddafi alla Sapienza di Roma
Va tutto bene, naturalmente,
perché siamo diventati "amici". E quindi abbiamo
munificamente risarcito la Libia dei danni che le avremmo arrecato
occupandola nel 1911. Ma c'è un particolare del quale
nessuno tiene conto: all'epoca la Libia non esisteva Esistevano
Tripolitania e Cirenaica, sotto la sovranità dell'Impero
Ottomano: un dominio davvero barbaro e primitivo, una «scatola
di sabbia» come i non interventisti italiani definirono
l'impresa. Non c'era niente e l'Italia costruì tremila
chilometri di strade asfaltate, rese percorribili settemilacinquecento
chilometri di piste, creò i porti di Tripoli e di Bengasi,
fece una ferrovia lunga quattrocento chilometri, bonificò
migliaia di terre incolte. Gli efferati episodi di crudeltà
sono noti, deprecati e condannati. Ma mettiamoci pure dell'altro
nella nostra vicenda coloniale e chiamiamolo scuole, ospedali,
villaggi, il tutto per gli italiani, ma soprattutto per gli
indigeni. E ricordiamo anche che quando Gheddafi inaugurò
il suo potere assoluto, espellendo i nostri connazionali, confiscandone
i beni, profanando i cimiteri per liberarsi perfino delle ossa
degli italiani, violò la Dichiarazione universale dei
diritti dell'uomo.
La memoria corta gioca
brutti scherzi. E gli scherzi generano ilarità. Ridiamo
amaro, però, immaginando le nostre Frecce Tricolori volteggiare
nel cielo di Tripoli.
(torna su)
Assurdo
omaggio al dittatore: le Frecce Tricolori da Gheddafi
Libero
25
agosto 2009
Andrea
Valle
p.
6
Quanto costano le Frecce
tricolori? Sulla scia di Lidia Menapace, la storica esponente
comunista passata alla storia per le critiche sul rumore e l'inquinamento
degli aerei gloria della nostra aeronautica, due senatori radicali
Marco Perduca e Donatella Poretti - hanno presentato ieri
una interrogazione al ministro della Difesa Ignazio La Russa
per conoscere l'esborso delle nostre casse per colore di verde,
bianco e rosso il ciclo di Tripoli in occasione della visita
di domenica del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Una visita lampo, in
pieno Ramadan: il premier parteciperà alle celebrazioni
del Trattato di amicizia trai due paesi e dovrebbe essere ospite
a cena di Muammar Gheddafi. Dunque nessun cambio di programma,
né per le Frecce tricolori né per gli incidenti
in mare né per le polemiche inseguito alla liberazione
di Abdelbaset al Megrahi, condannato per la strage di Lockerbie
e accolto in Libia come Cannavaro dopo i Mondiali tedeschi (il
principe Andrea, duca di York, non ci sarà per questo
motivo). Il presidente del Consiglio, in questi giorni ad Arcore,
sta preparando nei dettagli il suo viaggio per la prima giornata
dell'Amicizia tra Italia e Libia, che cade in un momento molto
delicato per le questioni migratorie e per i forti accordi commerciali
sanciti tra i due Paesi. Non è escluso che assisterà
alla posa della prima pietra dell' autostrada costiera voluta
dal Colonnello, simbolo della ricompensa pattuita con l'Italia
a seguito dei danni del periodo coloniale.
Confermata sopratutto
l' esibizione delle Frecce Tricolori, che celebreranno a modo
loro il 40esimo della presa del potere da parte del leader libico
(1 settembre). Il ministro La Russa ha infatti
ribadito che si tratta di «un impegno che il Governo ha
assunto sulla base di una richiesta venuta dalla Libia»
e «non si è mai discusso di annullarla».
«I Radicali consultino una carta geografica per scoprire
che la Libia è molto vicina, l'esibizione a Tripoli costa
dunque come un'esibizione a Trieste, anzi forse anche meno.
La richiesta di un'esibizione delle Frecce Tricolori è
un chiaro riconoscimento all' eccellenza italiana di cui sono
orgoglioso. Alla prima riunione del Consiglio dei ministri»,
ha aggiunto, «voglio richiedere un risarcimento più
adeguato per gli italiani espulsi dalla Libia».
Tra l'altro, alloggio e carburante per l'esibizione saranno
a carico di Tripoli, come previsto da accordi internazionali.
Alla protesta si sono uniti anche i deputati dell'Idv, già
protagonisti di una clamorosa iniziativa in occasione della
visita di Gheddafi in Italia.
Margherita Boniver
(PdL, presidente del Comitato Schengen) ha sottolineato ieri
come il viaggio sia «stato preparato da molto tempo e
cada in un momento molto importante delle relazioni bilaterali.
Potrebbe avere qualche inghippo se i libici continuassero a
festeggiare il rientro in patria del loro agente condannato
per l'attentato di Lockerbie. Comunque la questione riguarda
soprattutto i rapporti con la Gran Bretagna». Di visita
«più che necessaria» aveva parlato, nei giorni
scorsi, il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il 30 agosto
2008 è stato infatti sottoscritto il "Trattato di
amicizia e cooperazione": l'Italia investirà 4 miliardi
di euro in 20 anni in infrastrutture sul suolo libico in cambio
della cooperazione nella lotta al terrorismo e all'emigrazione.
Coinvolte in molte attività e costruzione di infrastrutture
le maggiori aziende (e banche) del Paese, dall'Eni all'Enel.
Sul tavolo di Arcore restano le pratiche calde delle Regionali
e della Finanziaria. Potrebbe esserci spazio al massimo per
un blitz di Berlusconi in Costa Azzurra dalla figlia Marina.
Venerdì 28 agosto, puntata in Abruzzo per il consueto
vertice sulla ricostruzione. Il giorno dopo c'è Milan-Inter,
e pare difficile non attendersi il Cavaliere a San Siro. li
30 agosto la trasferta a Tripoli (ma il premier non sarà
lì mentre i nostri piloti voleranno) e, il 10, volo a
Danzica per il settantsimo anniversario dello scoppio della
seconda guerra mondiale.
(torna su)
Italia-Libia:
Airl, governo guarda solo convenienza economica
Ansa
25
agosto 2009
La decisione del premier,
Silvio Berlusconi, di partecipare "nonostante tutto"
ai festeggiamenti per l'anniversario "del cosiddetto 'Trattato
storico' bilaterale" e di "far esibire la nostra straordinaria
pattuglia acrobatica per il 40/o anniversario della rivoluzione
libica" dimostra "che il nostro governo intende perseguire
ad ogni costo una politica basata esclusivamente sulla convenienza
economica, senza peraltro ricordarsi dell'antico debito verso
chi ha perso tutto, non solo beni materiali". Lo afferma
l'Airl, l'Associazione dei rimpatriati dalla Libia, che ricorda
come nel 1970, quando gli italiani furono 'cacciati' da Tripoli,
non ci fu nessun invio di "navi o aerei militari per facilitare
il rimpatrio".
"Non avremmo immaginato
- dice Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'Associazione Italiani
Rimpatriati dalla Libia - di vedere rinnovato tante volte il
nostro dolore, dai missili lanciati su Lampedusa, al Mig libico
caduto sulla Sila negli anni '80, fino all'offensivo atteggiamento
in occasione della liberazione del terrorista condannato per
Lockerbie, passando per le provocazioni della recente visita
di Gheddafi in Italia e le drammatiche e inarrestabili vicende
dei clandestini che partono dai porti libici".
Ora i rimpatriati attendono
"con fiducia che il Consiglio dei ministri accolga la proposta
del ministro Ignazio La Russa, tesa ad ottenere un risarcimento
per i beni perduti che sia meno umiliante di quello concesso
nel gennaio scorso".
"Anche noi - conclude
Giovanna Ortu - abbiamo un importante anniversario da celebrare:
il 7 ottobre 2010 ricorre il quarantennale della nostra cacciata,
fino all'anno passato ricordato dalla Libia come 'giorno della
vendetta'. Noi invece dobbiamo poterlo celebrare come il completamento
del nostro riscatto in Patria".
(torna su)
Finmeccanica,
maxiaccordo con la Libia
Corriere
della Sera
29 luglio 2009
Federico
De Rosa
Pag.
24
Maxi alleanza nel settore
civile tra Finmeccanica e la Libia. Il gruppo guidato da Pierfrancesco
Guarguaglini e la Libyan Investment Authority, il fondo sovrano
della Grande Jamaihirya, daranno vita a una joint-venture paritetica
per sviluppare in Libia, Medio Oriente e Africa la cooperazione
strategica nei settori dell' aerospazio, dell' elettronica,
dei trasporti e dell' energia. «L' accordo non prevede
l' ingresso dei libici nel capitale» di Finmeccanica,
ha subito precisato il presidente Guarguaglini, sgombrando così
il campo dalle indiscrezioni circolate nei giorni scorsi (smentite
da Piazza Montegrappa) di colloqui in corso con Tripoli per
aprire l' azionariato del gruppo pubblico. Quello siglata ieri
è la prima grande alleanza tra Italia e Libia dopo la
firma dell' Accordo di Amicizia tra Silvio Berlusconi e Muammar
Gheddafi. Ed il coinvolgimento di Finmeccanica è particolarmente
significativo, visto il ruolo strategico del gruppo di difesa
sullo scacchiere internazionale. «Abbiamo firmato un accordo
strategico di ampia portata che coinvolge tutti i nostri settori
del comparto civile: elicotteri, energia, elettronica, sicurezza
e aerospazio - ha spiegato il numero uno di Finmeccanica -.
Ma non solo. L' accordo stabilisce il concetto che è
possibile mettere in campo investimenti anche fuori dalla Libia,
sia in Africa che in Medio Oriente». Mercato che per Finmeccanica
vale oltre 20 miliardi di dollari. Il gruppo di difesa ha già
un accordo con la Libia, firmato nel 2006, nel settore degli
elicotteri che ha portato alla costituzione della Libyan Italian
Advanced Tecnology Company, Liatec, partecipata da Finmeccanica
e Augusta Westland. E la scorsa settimana la controllata Ansaldo
Sts ha ottenuto una commessa da 541 milioni di euro da Tripoli.
«Lia - ha spiegato Guarguaglini - rappresenta un partner
straordinario che potrà fornire a Finmeccanica ulteriori
risorse finanziarie e opportunità di business per sviluppare
nuove iniziative in aree geografiche strategiche per la futura
crescita del Gruppo». Oltre alla Libyan Investment Authority,
nella partnership è entrata anche la Libya Libya Africa
Investment Portfolio, un altro veicolo utilizzato per gli investimenti
dalla Grande Jamaihirya. La joint-venture, che sarà creata
entro la fine dell' anno e avrà una dotazione di 400
milioni di euro, verrà utilizzata per le iniziative congiunte
di business e potrà effettuare investimenti diretti in
attività commerciali e industriali, anche fuori dalla
Libia. «Si tratta, dunque, di uno strumento di grande
flessibilità di partnership nell' investimento»
ha spiegato il numero uno di Finmeccanica. «Questo accordo
è l' esempio della continua e profonda attenzione della
Lia verso intese di tipo strategico e alleanze internazionali,
come investitore di lungo termine» ha aggiunto il vice
amministratore delegato del fondo, Mustafa Zarti. Grazie a questa
alleanza la Lia, che ha una dotazione di 65 miliardi di dollari,
potrà diventare socio di altre iniziative targate Finmeccanica.
E' prevista infatti la possibilità di ingresso come azionista
di minoranza nei settori interessati dall' accordo siglato ieri.
Quindi nelle attività civili. La difesa è esclusa
dall' intesa. Ma Guarguaglini già vede oltre. «In
Libia - ha ricordato - abbiamo già acquisito diversi
ordini». E Finmeccanica è in corsa per la realizzazione
della Metropolitana di Tripoli: «Noi abbiamo fatto l'
offerta: è un' altra possibilità». L' anno
prossimo, inoltre, sarà inaugurato l' impianto della
Liatec, dove verranno assemblati 10 velivoli AW 109 Power e
AW 119 Koala già ordinati da Tripoli. E, passando dal
civile al militare, un' altra possibilità potrebbe arrivare
dalla messa a terra dei vecchi Mig russi. In vista della scadenza
di un' opzione per acquistare i francesi Rafale, Tripoli avrebbe
iniziato a studiare con attenzione gli Eurofighter.
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Fini
e la Libia: deludente sulla vicenda dei profughi
Corriere
della Sera
22
luglio 2009
Paola
Di Caro
Pag.
10
Con
Tripoli ci sono problemi seri, come dimostra una lettera ricevuta
dal presidente della Camera libico che respinge la richiesta
di Gianfranco Fini di una visita di una commissione mista di
parlamentari italiani e locali ai centri di raccolta di clandestini
in Libia perché, è la giustificazione al rifiuto
«lì non ci sono rifugiati politici, noi tuteliamo
i diritti umani e comunque si tratta di una questione interna».
Con Napolitano invece i rapporti vanno a gonfie vele: non è
un «asse», piuttosto sono «assonanze e convergenze»
ma, lo conferma lo stesso Fini parlando durante la tradizionale
cerimonia di consegna del Ventaglio da parte dell' Associazione
stampa parlamentare, la sintonia tra Quirinale e presidenza
della Camera c' è eccome. Soprattutto sull' invito a
riforme condivise, in particolare quella sulle intercettazioni,
che secondo Fini sarebbe un bene che maggioranza e opposizione
votassero assieme. E però, secondo l' ex leader di An,
perché davvero si arrivi a un' intesa, c' è bisogno
che «tutti» facciano un passo nella direzione della
controparte: un invito che in questo caso sembra rivolto più
all' opposizione che alla maggioranza, che comunque sul testo
un' intesa di massima al suo interno l' ha raggiunta. Viceversa,
su un altro tema delicato come il testamento biologico, Fini
pensa alla sua parte politica quando auspica «meno dogmatismo»
e disponibilità nel cambiare un testo, quello votato
al Senato, sul quale anche l' ordine dei medici «ha espresso
preoccupazione, cosa che non è piaciuta ad alcuni miei
autorevoli colleghi ma che invece a me ha dato soddisfazione».
Si parla anche dell' abuso di voti di fiducia da parte del governo,
ma il presidente della Camera frena: è vero, spiega,
che un abuso della fiducia implica «un problema politico»,
ma è anche vero che se il governo la porrà sul
decreto anticrisi già votato dalle commissioni «non
si può parlare di mortificazione del Parlamento».
Diverso sarebbe invece «se la fiducia fosse posta su un
maxi-emendamento che contenesse parti ulteriori, non trattate
o conosciute durante l' esame in commissione». Infine,
si torna al caso Libia: Fini rivela che una sua lettera in cui
proponeva una commissione mista di controllo nei Cpt libici
è stata appunto rifiutata dal suo omologo di Tripoli.
E il suo giudizio è molto duro: «Dire che si tratta
di una risposta inadeguata, deludente e politicamente miope
è dire poco, di fronte a un dato di fatto». Paola
Di Caro Le assonanze Capo dello Stato Sulle intercettazioni
«tutti i soggetti» dimostrino «spirito di
apertura e senso della misura»: sì a soluzioni
«il più possibile condivise» Presidente della
Camera «In questa legislatura possano prevalere momenti
di accordo, soprattutto per riforme che riguardano tutti i cittadini»
(torna su)
Interventi
& Repliche
Corriere
della Sera
27 giugno 2009
Vittorio
Sgarbi
Pag.
37
La restituzione delle
opere d' arte Chiamato direttamente in causa da Paolo Conti
(«Da Axum ai fregi del Partenone. Quando è giusto
restituire», Corriere del 20 giugno) su una questione
essenziale come la restituzione delle opere d' arte, in una
singolare confusione tra ciò che è proprio dello
Stato e ciò che è arbitrio della criminalità,
mi vedo messo all' angolo con una richiamo alla «serietà»
per avere, da sottosegretario ai Beni Culturali e, pervicacemente,
da osservatore critico, sostenuto i principi elementari della
tutela e della natura stessa delle istituzioni museali. Se dovessimo
accettare il principio della restituzione ai luoghi d' origine,
in ordine alla confusione tra dominio coloniale e occupazione,
e se si sostiene la legittimità della richiesta della
restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone (annosa battaglia
iniziata dalla intrepida ministra della Cultura Melina Mercouri),
dovremmo smantellare importanti musei: tutto il Louvre, tutti
i musei di Berlino, quello di Pergamo,
l' Antikensammlung
di Monaco, il British Museum di Londra ma anche la National
Gallery e la stessa Pinacoteca di Brera, esemplare rappresentazione
di tutte le scuole di arte pittorica italiana, frutto delle
rapine «regionali» di Napoleone. La storia ha visto
il patrimonio dei vinti traslato nei musei dei vincitori: ma
è la storia, appunto, ed è anche la storia dei
musei. E mi pare bene che i rigorosissimi inglesi non seguano
il nostro scellerato esempio. L' obelisco di Axum è stato
il segnale negativo di uno Stato debole che si vergogna della
sua Storia arrivando alla farsa della visita di Gheddafi
che ha ottenuto i risarcimenti dall' Italia ma non ha ancora
restituito i beni sequestrati ai profughi italiani
e si è dimenticato di manifestare riconoscenza per il
dono da parte degli archeologici italiani dei siti di Leptis
Magna, di Sabratha, di Apollonia, di Cyrene. Senza gli italiani,
quei luoghi dell' Umanità riposerebbero ancora sotto
la sabbia.
(torna su)
Col
G8 torna Gheddafi: attenti alla dignita'
Politicamentecorretto.com
2
luglio 2009
Rainero
Schembri
Arriva il G8. E con il G8 arriverà per la seconda
volta in Italia anche Muammar Gheddafi, l'imprevedibile leader
libico, questa volta come rappresentante dell'Unione Africa
(carica a rotazione e della durata di un anno). Nel corso del
suo primo soggiorno italico, avvenuta nel mese di giugno,
sul piano dell'immagine e della dignità nazionale non
abbiamo certamente fatto una brillante figura.
“In nome del business”, ha dichiarato a Politicamentecorretto
Giovanna Ortu, Presidente AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia) “e dei grandi interessi petroliferi, degli investimenti
in Fiat, Eni e Unicredit, sono state consentite a Gheddafi delle
liberalità che probabilmente in altri Paesi, come l'Inghilterra,
la Germania o la Francia non gli sarebbero mai state concesse.
Penso solo” ha detto ancora la Ortu, “alla visita al Quirinale
con la foto appiccicata al petto dell'eroe libico Omar al Mukhtar,
ucciso dai fascisti. Ebbene, credo che ci sia un limite
a tutto. Per fortuna il Presidente della Camera Gianfranco Fini
ha avuto un sussulto di dignità cancellando un incontro
alla Camera dopo due ore di ritardo”.
Ecco il punto. Il Presidente della Repubblica, che è
il rappresentante supremo della Nazione italiana non doveva,
a nostro modesto parere, permettere una simile sfida mediatica.
Già siamo stati l'unico ex paese coloniale del mondo
che oltre alle scuse ha accettato di pagare un maxi risarcimento
per il periodo coloniale di 5 miliardi di dollari in vent'anni.
E ciò dopo di un primo consistente risarcimento
effettuato (ma non riconosciuto da Gheddafi) nel 1956.
Poi siamo stati così ‘buoni' da non fare entrare in questi
calcoli i beni confiscati agli italiani nel 1970 dopo il colpo
di Stato: beni che ai valori attuali ammonterebbero a 3 miliardi
di Euro. In compenso, siamo stati abilissimi a fare affari di
tutti i tipi con Libia, salvo a trovare solo dopo quarant'anni
qualche spicciolo per indennizzare almeno in parte i 20 mila
italiani che dal 1911 (era Giolitti) sono stati costretti a
lasciare l'Italia, quasi sempre in povertà.
Ora è stato firmato un importante accordo di amicizia
tra i due Paesi. Appare più che ragionevole essere contenti
che la Libia sia diventata un grande partner commerciale dell'Italia
e che ci fornisca l'energia necessaria per sviluppare il nostro
Paese. E' comprensibile, inoltre, che in nome della real politic,
si possa accettare tutto e di più. Anche molte pagine
nerissime dei nostri rapporti passati. Ma c'è una cosa
che non dovrebbe mai essere messa in svendita. La dignità
nazionale e su di essa il capo dello Stato dovrà sempre
vigilare. Quindi, ben tornato Gheddafi, ma questa volta stiamo
attenti agli scherzi. Lo chiediamo soprattutto al Quirinale.
(torna su)
La
tenda beduina e le imprese senza dignità
La Repubblica
Affari & Finanza
15
giugno 2009
Massimo Giannini
pag.
1
D'accordo, gli affari
sono affari. Le leggi del profitto non sempre coincidono con
i principi morali. E il business, come diceva quel tale, a volte
"è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo".
E' tutto vero. Ma c'è qualcosa di umiliante nel modo
in cui l'establishment economico (non solo quello politico)
si è prostrato per baciare l'anello di Sua Altezza Muhammar
Gheddafi.
Prima l'incontro pubblico con il gotha di Confindustria, che
il Colonnello ha blandito con una garanzia ("la Libia non
venderà mai risorse energetiche a scapito dell'Italia")
e rassicurato con una bugia ("finché c'è
Berlusconi al governo siete fortunati"). Poi il vertice
riservato con l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni,
ricevuto lontano da telecamere accese e da orecchie indiscrete
sotto l'ormai mitica tenda beduina di Villa Pamphili.
E' la famosa "geopolitica del gas e del petrolio",
che ancora una volta rende questo Paese tragicamente dipendente
da qualunque fornitore, che si tratti della democratica Norvegia
o della dispotica Russia. E' la promessa di far costruire alle
aziende italiane opere infrastrutturali nel territorio libico
per oltre 5 miliardi di dollari in 20 anni. Insomma, c'è
poco da scandalizzarsi: it's the economy, stupid. Ma c'è
modo e modo di accaparrarsi commesse e contratti. Non ci si
può presentare col cappelluccio in mano, neanche fossimo
l'Italietta prostrata del dopoguerra che il povero De Gasperi
andò a raccomandare all'America, ottenendo un primo assegno
da 50 milioni di dollari dal segretario di Stato Byrnes. Era
il gennaio del '47, e nella delegazione italiana gente del calibro
di Guido Carli non poté partecipare al ricevimento alla
Casa Bianca: non aveva neanche i pochi soldi necessari per affittare
il frac imposto dal cerimoniale. L'Italia di oggi non naviga
nell'oro. Ma, nonostante il Cavaliere, non è ridotta
come quella di allora.
Via, signori imprenditori, un po' di dignità.
(torna su)
Se
la diplomazia diventa uno show
La
Repubblica
domenica
14 giugno 2009
Francesco
Merlo
p.1
Non è possibile
che la diplomazia italiana non prepari e non governi una visita
di Stato, non ne contenga gli eccessi pittoreschi, non concordi
forme e contenuti degli interventi. Nonè possibile che
la diplomazia italiana spinga l' accattonaggio di Stato sino
a lodare gli estremismi di Gheddafi che, imbottito di dollari
grazie al petrolio, nell' Aula Magna della Sapienza, dopo averci
generosamente perdonato, ci ha spiegato che «bisogna capire
le ragioni del terrorismo». Le ragioni cioè dei
macellai che sgozzano, delle bombe nelle stazioni, delle stragi
nei centri commerciali. Insomma, non è Gheddafi che ci
indigna ma è la nostra diplomazia che ci mortifica. Perché
lo facciamo? Nessuna superiore ragion di Stato , nessun rimpatrio
di migranti, nessun bisogno energetico consentono infatti di
perdere faccia e coscienza permettendo a un dittatore, che ha
impiegato la vita a finanziare e ad armare i killer di tante
orribili imprese terroristiche, di equiparare, proprio nel nostro
paese, gli Stati Uniti a Bin Laden. È vero che il nostro
governo, al quale sempre più piace fare l' amico dei
nemici e il nemico degli amici, ci ha abituati alla "diplomazia
del sorriso", vale a dire alla politica estera degli ammiccamenti
e delle battute, delle pacche sulla spalla e delle gag al limite
della licenza e della decenza, ma persino quel vestito con il
quale Gheddafi si è presentato al Quirinale esprime,
ancor più della vanagloriosa aggressività dell'
ospite, la sostanziale impotenza della nostra diplomazia. E
non solo perché è proprio così che il cinema
abbiglia i satrapi degli stati centro africani, con le foto
appuntate sul petto e le divise colorate e superaccessoriate
che disonorano i soldati di tutto il ... mondo civile e ridicolizzano
la professione delicata dei colonnelli. Oggi i militari non
esibiscono nulla, sono esperti di geopolitica, storiografi di
qualità, ingegneri sobri misurati ed equilibrati, insomma
sono gli ultimi a voler fare quello che sono chiamati a fare:
la guerra. Gheddafi a Roma non somiglia a un militare, ma a
una parodia del vigile urbano in grande spolvero. È l'
africano come se lo immaginano i leghisti. Pur di cacciare gli
immigrati da Vicenza, i nostri xenofobi padani cedono Roma,
i suoi giardini e le sue università a un beduino in ghingheri.
Gheddafi che tiene lezioni di alta politica a Palazzo Giustiniani
e nella nostra più importante accademia è in questo
senso il trionfo del ministro dell' Interno Maroni: la politica
estera asservita agli umori dei bottegai di Vigevano. E sebbene
non ci sia memoria di un set cinematografico altrettanto pittoresco,
il rettore Luigi Frati, medico specialista, ha trovato nell'
esibizione di Gheddafi «spunti di grande interesse».
E il presidente del Senato Renato Schifani vi ha letto «una
pagina importante» e già pensa di invitarlo di
nuovo. Solo il ministro degli Esteri Franco Frattini ha ammesso
che, perbacco, «non si può essere d' accordo su
tutto». Rimane da capire su che cosa è d' accordo
Frattini con Gheddafi, quali sono gli spunti di grande interesse,
e perché questa esibizione sarebbe una pagina importante.
Ecco: se si tratta di umorismo è umorismo nero, se si
tratta di diplomazia è diplomazia spudorata. Ma forse
il politologo Frati, lo studioso Schifanie il Marco Polo Frattini
si riferiscono alla carica della polizia contro gli studenti,
alle intelligenze critiche mortificate e zittite all' università,
alla prepotenza dei gorilla libici, al gineceo amazzonico che
guarda il corpo del dittatore...
Ma perché la nostra politica estera deve diventare sbracamento?
Noi non pensiamo come quelli di An (dov' erano?) che Gheddafi
abbia fatto diventare debiti i nostri crediti storici. Ma distinguiamo
il popolo libico da Gheddafi che, come i governatori colonialisti
italiani, violai diritti umanie peggio di loro, da ben quaranta
anni, commette soprusi. È vero che anche gli Stati Uniti
si sono ammorbiditi con Gheddafi, ne hanno lodato il nuovo corso
e la rinunzia alla ambizioni nucleari, e lo hanno depennato
dalla lista dei paesi canaglia. Ma ve lo immaginate Gheddafi,
vestito da capobanda municipale, che parla al Congresso degli
Stati Uniti, o che fa una lezione ad Harvard o che pianta la
tenda al National Mall, la striscia verde che è il cuore
politico e istituzionale dell' America? L' Italia squattrinata
può anche invitare Gheddafi, se davvero è disposto
a comprare azioni della Telecom o, come dicono, a salvare la
squadra della Roma, o ancora a riempirei nostri ammanchi energetici...
Quando sono in ballo grandi e vitali interessi , non dico che
approveremmo ma almeno capiremmo. Purché - lo ripetiamo
- la diplomazia controlli ogni cosa e non si lasci sopraffare.
Mai un invito diplomatico può diventare un evento da
baraccone, una roba da estate romana, un' esibizione che, ideata
per impataccare, ha finito con l' impataccarci. Ed è
una patacca che ci resterà a lungo sul groppone, questa
nostra politica da cammellieri, ingombrante come la tenda a
villa Pamphili. Se il capo di Stato da spennare fosse stato
esquimese, lo avremmo messo in una cella frigorifera accanto
al laghetto di Villa Borghese, ghiacciato per l' occasionee
popolato con le foche de Roma?
(torna su)
Piegare
troppo la schiena non raddrizza gli affari
Libero
14
giugno 2009
Magdi
C. Allam
La vera lezione da trarre
dalla sciagurata visita del dittatore libico Gheddafi a Roma
è che non è affatto vero che incurvando la schiena
si possano raddrizzare gli affari. Perché se, da un lato,
il messaggio recondito che trapela dai canali informativi è
che dovremmo perdonare gli “eccessi verbali” di Gheddafi per
salvaguardare degli interessi energetici, economici e commerciali
che corrisponderebbero ad una priorità nazionale, dall'altro
si tende a omettere che a giovarne sono essenzialmente i tradizionali
potentati della finanza e dell'impresa, anche a scapito della
piccola e media impresa che rappresentano il fulcro dell'attività
sana della nostra economia, con un danno che prima o dopo si
ripercuote sui nostri portafogli. Per trarre le somme dobbiamo
partire dall'inizio della storia recente tra i due Paesi, per
prendere atto dell'assoluta inaffidabilità di Gheddafi.
Il 2 ottobre 1956 il presidente del Consiglio dei ministri Antonio
Segni e il primo ministro e ministro degli Esteri libico Mustafà
Ben Halim sottoscrissero a Roma l'Accordo tra l'Italia e la
Libia di collaborazione economica e di regolamento delle questioni
derivanti dalla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni
Unite del 15 dicembre 1950. Esso consta di 19 articoli, 20 allegati
e 14 scambi di note. Di fatto l'Italia risolse la spinosa e
controversa questione del risarcimento dei danni coloniali,
così come attesta l'articolo 18 che recita: «I
due governi, nel dichiarare di loro piena soddisfazione le intese
raggiunte col presente accordo, confermano di aver definito
tutte le questioni dipendenti dalla risoluzione (dell'Onu del
15 dicembre 1950 che conferisce l'indipendenza alla Libia, ndr)
o con questa connesse o dipendenti dal passaggio di sovranità».
Concretamente l'Italia saldò il debito coloniale con
il versamento alla Libia, così come contemplato dall'articolo
16 dell'accordo, della somma di 2.750.000 lire libiche, pari
a 4.812.500.000 lire italiane quale contributo alla ricostruzione
economica della Libia. Di questa somma, due terzi dovevano essere
impiegati da parte del governo libico per l'acquisto in Italia,
in tre esercizi finanziari successivi, di prodotti dell'industria
italiana, mentre un terzo fu versato in contanti. Il colpo di
Statoe il regime di Muammar Sennonché Gheddafi, dopo
il colpo di Stato con cui nel 1969 rovesciò la monarchia,
sconfessò gli accordi internazionali precedentemente
sottoscritti e pretese la riapertura della questione dei risarcimenti
coloniali. Teniamo presente che l'Italia è l'unica ex
potenza coloniale al mondo che ha accettato di farlo, anche
se il nostro peso coloniale è stato del tutto infimo
rispetto a quello della Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna,
Portogallo e Belgio. Di fatto abbiamo scoperto che, ogni qual
volta si era a un passo da un possibile accordo di natura finanziaria
anche se sotto forma di un ospedale o dello sminamento delle
aree desertiche teatro della seconda guerra mondiale, Gheddafi
rialzava la posta perché ciò che gli interessava,
veramente non era l'indennizzo, ma il poter usare l'Italia come
valvola di sfogo delle frustrazioni interne di un popolo represso
in quanto sottomesso alla sua feroce tirannia.
La conferma dell'inquadramento
politico della questione del risarcimento coloniale è
che il recente accordo, che contempla un esborso stratosferico
di 5 miliardi di dollari, è stato accettato da Gheddafi
solo nel contesto di un cosiddetto trattato di amicizia che
di fatto stravolge l'alleanza dell'Italia con la Nato assumendoci
l'impegno a non consentire che dal nostro territorio possano
partire azioni aggressive nei confronti della Libia. Così
come aveva implicitamente contemplato l'impegno dell'Italia
a completare l'opera di sdoganamento di Gheddafi a livello internazionale,
cominciando ad accoglierlo con i massimi onori a casa nostra
come se si trattasse del più autorevole e prestigioso
leader del mondo.
Ben ci sta! Che umiliazione
sentirci dare delle lezioni di democrazia («Se il popolo
italiano me lo chiedesse, gli darei il potere annullando i partiti
e le elezioni») da un tiranno che ha le mani insanguinate
di migliaia di oppositori interni massacrati e di centinaia
di vittime di attentati terroristici di cui è stato definitivamente
accusato dal tribunale internazionale dell'Aja. Che orrore accoglierlo
il Campidoglio, nel Senato della Repubblica e nell'Università
La Sapienza per permettergli di giustificare e legittimare il
terrorismo equiparando gli Stati Uniti a Osama bin Laden. Che
vergogna vedere il nostro capo di governo Berlusconi, qui a
casa nostra, doversi infilare sotto una tenda eretta a residenza
romana di Gheddafi, consentendogli un arbitrio che non sarebbe
concesso a nessun italiano, nel tentativo di rabbonirlo dopo
l'ennesima offesa alle nostre istituzioni che ha portato all'annullamento
della sua visita alla Camera dei deputati, fino al punto da
elevarlo a modello da emulare: «Gheddafi? Come un cliente
un po' originale. È intelligentissimo, se è
stato al potere per 40 anni è perché ci sa fare».
Ebbene noi italiani dovremmo
ingoiare tutti questi rospi perché Gheddafi in cambio
ci garantirebbe un fiume di affari irresistibili. Ma a chi?
I soliti nomi: Eni, innanzitutto, la madre della nostra politica
energetica e della nostra politica mediorientale sin dal dopoguerra;
Impregilo, Alenia Aeronautica, Prysmian Cable (ex Pirelli),
Sirti Alcatel. Tanti progetti sulla carta, alcune promesse ventilate,
certezze nessuna almeno per il momento. Le sole certezze che
abbiamo è che finora gli affari con la Libia, da cui
importiamo il 30% del nostro fabbisogno di petrolio e il 12,5%
del nostro fabbisogno di gas, pari al 10% del nostro fabbisogno
complessivo di energia, si sono spesso ritorte contro l'interesse
degli italiani.
Partiamo dal caso della
Fiat che, dopo aver consentito alla Libia di acquistare il 15%
delle proprie azioni a partire dal 1976, dieci anni dopo
le riacquistò con l'intermediazione di Mediobanca, con
un'operazione in cui i piccoli azionisti dell'Ifil furono ingannati
e danneggiati, avendo sottoscritto un aumento di capitale di
una società ricca di attività finanziarie e si
ritrovarono a possedere titoli industriali Fiat precipitati
da 16.500 lire a 9.600 lire. Diciamo pure che, dopo il lancio
dei missili libici su Lampedusa, la Fiat si sbarazzò
dell'imbarazzante azionista libico riversando sulle nostre spalle
un conto salato, 2,6 miliardi di dollari.
Prendiamo il caso dei
crediti per un ammontare di 650 milioni di euro che 120 imprese
italiane, perlopiù piccole e medie imprese, continuano
a vantare nei confronti della Libia e che Gheddafi continua
a non voler onorare. Fino al caso dei 3 miliardi di
euro che la Airl (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia)
rivendica per le perdite e le confische subite dai 20 mila italiani
cacciati dalla libia nel 1970. Al riguardo, di fronte al perdurante
rifiuto di Gheddafi di indennizzare i nostri connazionali, quest'onere
è stato assunto dal governo italiano anche se i versamenti
effettuati sono ancora parziali.
Ecco perché è
arrivato il momento di prendere atto che solo salvaguardando
i nostri valori, la nostra dignità e la sovranità
nazionale, potremo tutelare anche l'interesse economico dell'insieme
della collettività. Ricordiamoci: con la schiena ricurva
otterremo solo disprezzo e perdite; con la schiena dritta ci
meriteremo rispetto e guadagni.
(torna su)
Missione
a Tripoli in difesa dei diritti dei migranti
Il
Sole 24ore
14
giugno 2009
Gianfranco
Fini
Saluto il Leader Gheddafi,
anche nella sua veste di presidente dell'Unione africana. La
presidenza libica dell'Unione africana può contare sull'Italia
per il rafforzamento dell'impegno della Ue per l'Africa, soprattutto
con riferimento alle crisi umanitarie che travagliano il Darfur
e la Somalia. (…)
Italia e Libia sono unite
da profondi vincoli storici e geografici. La collocazione al
centro del Mediterraneo ha favorito sin dall'età romana
i contatti reciproci, come dimostrano le meravigliose testimonianze
archeologiche di Leptis Magna, patrimonio dell'umanità,
secondo l'Unesco.
Nel più recente
passato, la dominazione coloniale ha segnato una pagina dolorosa.
Con la ratifica del Trattato di amicizia siglato lo scorso 30
agosto a Bengasi, la responsabilità italiana del passato
coloniale è stata affermata inequivocabilmente. La camera
dei deputati, con una larga maggioranza, ha ratificato il Trattato
e ha ribadito la volontà di chiudere definitivamente
il doloroso “capitolo del passato” e di aprire contemporaneamente
il capitolo del futuro, quello dell'amicizia.
Il Trattato di Bengasi
è stato il punto di arrivo di un lungo negoziato portato
avanti da parte italiana con eguale impegno dai governi dell'ultimo
decennio, indipendentemente dall'orientamento politico. Comune,
infatti, alle forze politiche italiane è stata ed è
la convinzione che un partenariato privilegiato con la Libia
sia necessaria per la stabilita e lo sviluppo della regione
mediterranea.
Il negoziato bilaterale
è stato accompagnato dal nuovo corso della politica estera
libica, caratterizzato dalla rinuncia pubblica alle anni di
distruzione di massa e dalla condanna del terrorismo internazionale,
che non è mai alimentato dalle democrazie. Le democrazie,
a parte da quella americana, possono sbagliare, ma certo non
possono essere paragonate ai terroristi.
Confido vivamente che
l'entrata in vigore del Trattato sia di auspicio per una rapida
conclusione dell'accordo-quadro con l'Unione europea (…). Confido,
altresì, che la Libia possa riconsiderare la sua posizione
nei confronti del "processo di Barcellona" che da
un anno si è sviluppato nell'Unione per il Mediterraneo,
ma che stenta a decollare.
Ciò è dovuto
anche alla scelta compiuta dai Paesi arabi in segno di protesta
per l'aggravamento della crisi israelo-palestinese. Voglio
sottolineare al leader Gheddafi che proprio lo sviluppo dell'Unione
per il Mediterraneo - di cui Israele e l'Autorità Palestinese
fanno parte a pari titolo - può favorire la conquista
della pace in Medio Oriente e che l'adesione della Libia rafforzerebbe
una simile possibilità.
Mi preme a questa proposito
ricordare che il Parlamento italiano rappresenta i Parlamenti
nazionali degli Stati europei nella Presidenza dell'Assemblea
parlamentare euromediterranea e che, in tale qualità,
ne ospiterà i lavori dal marzo 2010 a quello del 2011.
Sarebbe particolarmente
significativo se, in quella circostanza, una delegazione parlamentare
libica sedesse sui banchi dell'Aula di questa Palazzo. Sarebbe,
infatti, un riconoscimento del ruolo guida avuto dalla Camera
dei deputati e dal Congresso generale del popolo (…).
In questo senso, formulo
l'auspicio che le due Assemblee parlamentari possano al più
presto dotarsi di un quadro istituzionale di collaborazione
che sia all'altezza del livello del dialogo politico intergovernativo.
Sarebbe così possibile definire un programma di scambi
periodici di visite, di regolari riunioni di commissioni miste,
per favorire la mutua conoscenza e comprensione, per discutere
i problemi comuni ed individuare le soluzioni migliori.
L'emergenza dell'immigrazione
clandestina, ad esempio, è stata oggetto di un'azione
concordata tra i rispettivi esecutivi, meriterebbe di essere
maggiormente affrontata anche sul piano interparlamentare.
A tal riguardo, proporrò
al mio collega libico, Embarak El Shamakh, Segretario generale
del Congresso del Popolo, la creazione di un gruppo congiunto
di monitoraggio parlamentare. Auspico che una delegazione di
deputati italiani possa recarsi presto in visita ai campi libici
di raccolta degli immigrati per verificare il rispetto dei diritti
fondamentali dell'uomo sanciti dalle Nazioni Unite e dal Trattato
di Bengasi, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e
ai perseguitati politici.
Le relazioni italo-libiche
offrono amplissimi margini di approfondimento, che il Trattato
di Bengasi incentiva L'Italia è già il primo partner
commerciale della Libia, ma questa posizione è destinata
a rinsaldarsi grazie ai reciproci investimenti diretti, che
favoriranno soprattutto la rete infrastrutturale. L'Istituto
italiano di cultura a Tripoli e l'Accademia libica in Italia
potranno diventare centri di promozione degli scambi di studio
e di ricerca.
In tale contesto, auspico
che gli italiani cattolici ed ebrei che hanno lasciato la Libia
costituiscano una preziosa risorsa per il futuro delle relazioni
bilaterali. Di generazione in generazione essi hanno conservato
un sincero attaccamento per la Libia. Hanno contribuito con
il loro lavoro alla prosperità del Paese e hanno sofferto
pagando responsabilità non loro. E quindi motivo di apprezzamento
e di speranza il fatto che nel programma della visita a Roma
del Leader Gheddafi sia previsto un incontro con loro.
Italia e Libia hanno
interessi comuni nel mondo globale. La lotta al terrorismo fondamentalista,la
sicurezza del bacino mediterraneo, la pacificazione del Medio
Oriente, lo sviluppo dell'Africa, la non proliferazione delle
armi di distruzione di massa sono tutti obiettivi che ci uniscono,
il cui raggiungimento potrà senz'altro essere accelerato
se intensificheremo la nostra cooperazione.
La scelta coraggiosa
della via del dialogo - che il Leader Gheddafi ha impreso al
suo Paese – ha fornito un'ulteriore smentita dell'ineluttabilità
dello scontro tra le civiltà ed ha aperto alla Libia
la possibilità di svolgere un'azione internazionale particolarmente
decisiva.
(torna su)
Agli
esuli cacciati via nel 1970: «Vi ho salvato dalla deportazione»
Il
Giornale
14
giugno 2009
Fausto
Biloslavo
I
20mila italiani cacciati dalla Libia a pedate nel 1970 dovrebbero
ringraziarlo, perché è stato il Colonnello ad
opporsi alla loro deportazione in massa in un lager della Cirenaica,
dove sarebbero stati decimati dalla prigionia. Gli esuli potrebbero
fondare un partito, che il munifico leader libico è pronto
a sovvenzionare, perché i governi italiani li hanno sempre
trattati a pesci in faccia.
Gheddafi superstar ieri mattina all'ultima puntata delle sue
sceneggiate romane. Con espatriati dalla Libia o loro eredi,
rigorosamente selezionati dall'ambasciata libica, che fanno
a gara per un autografo, in rigoroso inchiostro verde, dal grande
capo della Jamahiriya socialista ed islamica. L'appuntamento
era a villa Pamphili, ma non nella mitica tenda beduina. «Eravamo
in 220 circa sotto un enorme gazebo bianco, con le sedie di
plastica allineate. Lui parlava da un palchetto, a braccio ed
è andato avanti per un'ora e cinque minuti», racconta
un italiano nato a Tripoli, che ha ricevuto l'invito. Il suo
nome è meglio non farlo «perché in Libia
ci voglio tornare». Come sempre il Colonnello è
arrivato in ritardo di 90 minuti e ha attaccato con il solito
pistolotto storico sulle colpe del colonialismo italiano. «Ad
un certo punto ha praticamente detto che dobbiamo ringraziarlo
per averci salvato – racconta la fonte de Il Giornale – perché
quando prese il potere una parte del consiglio della rivoluzione
voleva deportare tutti gli italiani in Libia in un campo di
concentramento ad El Agheila, in Cirenaica. Lui si è
opposto e ha fatto valere la sua scelta di mandarci via».
E sequestrare i beni degli italiani (400 miliardi di allora)
espropriati e nazionalizzati. «Ho tre anni in più
di Gheddafi e tre in meno di Berlusconi, le umiliazioni ed il
dolore nei giorni in cui ci hanno cacciato dalla Libia me li
ricordo bene. Non solo ti portavano via tutto, ma non te ne
potevi andare prima di ottenere il certificato di nullatenenza».
Lo racconta a Il Giornale, Giovanna Ortu, presidente dell'Airl,
l'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia, che aveva 30
anni quando è stata cacciata da Tripoli. Ieri sotto il
gazebo non c'era, perché gli inviti non sono mai arrivati.
«È deplorevole che non si sia ritenuto necessario
inserire una rappresentanza dei rimpatriati italiani nell'agenda
ufficiale – tuona la Ortu -. Davo per scontato un incontro con
Gheddafi. Ma forse è meglio così. Ci siamo evitati
un'umiliazione visti i toni del Colonnello in questi giorni».
Sotto il gazebo, invece, c'era un gruppo di Latina con tanto
di cappellino verde e la scritta Italia-Libia. «Gheddafi
ha detto che i nostri governi ci hanno sempre trattato malissimo
– spiega la fonte de Il Giornale sotto il gazebo –. Ci ha incitato
a fondare un partito facendo capire che lo avrebbe sovvenzionato».
E giù gli applausi delle vittime a chi li ha cacciati.
Fra il pubblico non sono mancate le scene stucchevoli, come
qualche fan italiano armato di gigantografia di Gheddafi, che
è riuscito a farsi firmare il “santino”. Un espatriato
voleva prendere la parola per chiedere ingresso senza visto
in Libia, apertura degli archivi di Tripoli sui beni italiani
nazionalizzati e risarcimento almeno parziale degli espropri,
ma non ce l'ha fatta. Un gruppetto di donne lo ha preceduto
per farsi autografare l'invito con rigoroso inchiostro verde,
come se Gheddafi fosse una star di Hollywood. Qualcuno gli ha
regalato un quadro in argento ed il Colonnello bonario ha assicurato:
«Costituite delle società, tornate a lavorare da
noi. Avrete dei privilegi rispetto agli italiani che non sono
nati in Libia». La Ortu ricorda che nel 1970 i libici
«ti frugavano anche nei capelli. Non si poteva portare
via neppure gli orecchini. L'argenteria di famiglia l'abbiamo
consegnata ad amici arabi e americani, che poi ce l'hanno fatta
riavere. Si poteva partire con sole 34mila lire in tasca».
Sotto
il gazebo di villa Pamphili l'impressione era di grande cordialità
con Gheddafi, scialle marrone e camicia all'orientale, che dispensava
strette di mano e sorrisi. Però Umberto Gobbi, settantenne,
che in Libia ha vissuto a lungo, ammetteva: «Mi sento
un po' preso in giro». Shalom Tesciuba, leader carismatico
della comunità ebraica tripolina, ha consegnato una lettera
all'ambasciatore di Tripoli scrivendo che “gli ebrei non abbasseranno
la testa e non dissacreranno il sabato”. Giorno fissato apposta
dai libici per un incontro “riparatore” con Gheddafi, che li
ha cacciati come gli italiani.
(torna su)
Alfeo
e la casa persa due volte
La famiglia Agostinetto espulsa nel '70 ora si ritrova terremotata
in Abruzzo
Il
Sole 24Ore
14
giugno 2009
Gerardo
Pelosi
Ci sono storie che nessuna fantasia riuscirebbe a partorire
con così tanta crudeltà. Coincidenze tra vicende
politiche e tragedie personali che lasciano quasi atterriti.
Chissà cosa dovrà pensare dei casi della vita
Alfeo Agostinetto, classe 1920, ora relegato in una casa di
cura a Pontecchio, in Abruzzo, dopo una vita difficile.
Non aveva neppure 20 anni nel '39, quando da San Donà
di Piave, Venezia, prese la sua morosa, Milena Zanin, di Casale
sul Sile per cercare fortuna in terra libica. Trovò un
pezzo di deserto da coltivare a Dafnia, provincia di Misurata,
150 Km da Tripoli, ex villaggio Garibaldi. In quei 35 ettari
coltivati a olivi, mandorli e vigna vennero alla luce sei figli:
Alberto, Pietro, Claudio, Giancarlo, Noemi e Rosetta. Una vita
di soddisfazioni ma anche di fatica. Poi, nel '69, la rivoluzione
dei colonnelli capeggiati da Muammar Gheddafi.
Molti erano già riusciti a vendere case e poderi. Alfeo
no. Nell'agosto del '70 fu colpito dalla confisca dei beni e
dal decreto di espulsione. Il rientro in Italia non fu facile.
Un mese di pensione a Roma fino a quando la generosa ospitalità
degli abruzzesi consentì alla famiglia Agostinetto di
rifarsi una vita. Lui come bidello nelle scuole elementari dell'Aquila
fino alla pensione. Poi i figli che crescono e si sposano con
le usanze italiane interrotte dal cous cous del venerdì
e da qualche amico libico in visita di tanto in tanto.
Le scosse del terremoto di due mesi fa non hanno lesionato la
casa di cura di Pontecchio dove si trova Alfeo. È lui
il più fortunato ma tre dei sei figli sono, per la seconda
volta nella loro vita, senza un tetto sulla testa. A Paganica,
la notte del terremoto, Claudio e Pietro si ritrovano di nuovo
a guardare il cielo non da una nave che li riporta in Italia
ma fuori dalle loro case crollate. Si cercano l'un con l'altro,
sono tutti incolumi davanti alle macerie. Stessa sorte per Alberto,
in affitto in un appartamento all'Aquila gravemente lesionato.
La famiglia di Claudio, moglie e due figli, si sistema sotto
una tenda (tenda vera, non come quella di Gheddafi usata solo
per gli incontri ufficiali). Alberto si ritira nel suo camper
cui aggiunge un container per un po' di privacy per i figli
adulti. Pietro accetta l'ospitalità degli alberghi sulla
costa. A chi chiede loro cosa si può fare per aiutarli,
dicono: «Per ora ci viene dato tutto quel che ci serve».
Differenze a analogie tra le due esperienze? Claudio risponde:
«Ero un bambino, della campagna di Dafnia ricordo giochi
con le lucertole, le valigie rigonfie alla partenza, le ore
di attesa sotto il sole al porto, i pianti di mia madre e il
coraggio fiero di mio padre». Ma se gli si chiede della
visita del "leader" a Roma a denti stretti sussurra:
«Se avessi un mitra...». Pietro: «Solo questo
ci mancava, Gheddafi è venuto a dettare legge pure qua».
E Alberto: «Avevo 14 anni quando siamo partiti ma mi ha
dato fastidio vedere Gheddafi ricevuto in questo modo ».
Resta la domanda. Cosa penserà Alfeo Agostinetto, classe
1920, del bizzarro intreccio dei destini quando Gheddafi, presidente
di turno dell'Unione africana, scorrazzerà tra le strade
di Abruzzo per partecipare al G-8 tra poche settimane?
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Lettere
al Direttore: La foto di Gheddafi
Gazzetta
di Parma
13
giugno 2009
Professor
Giulio Olmo
p.
13
Egregio direttore,
leggo sul suo giornale
che «Gheddafi portava una singolare fotografia:quella
dell'arresto, operato dagli squadroni fascisti, l'11 settembre
1931, proprio di Omar Al Muktar». Per la verità
storica, Omar Al Muktar, il Leone del deserto, eroe dell'insurrezione
senussita in Cirenaica contro gli italiani, fu catturato dal
XV squadrone del II Gruppo Squadroni Savaridella Tripolitania,
reparto del quale io ho fatto parte nei primi sette mesi del
1942, ed ho conosciuto personalmente diversi «sciubasci»
(vice comandanti indigeni) dei reparti di cavalleria libica
del Regio Esercito che avevano partecipato alla cattura undici
anni prima. La fotografia riguarda probabilmente il momento
nel quale il capo senussita viene condotto o ritorna dal processo
nel quale fu condannato a morte. Ripeto spesso senussita perché
Muhammar Gheddafi, ufficiale dell'esercito (credo di origine
beduina) si ribellò a Idris I, il «Gran Senusso»,
che dagli inglesi era stato messo sul trono nel 1951. Non è
peraltro nemmeno un mistero che le cabile della Cirenaica siano
in continuo dissidio con quelle del resto della Libia, tant'è
che i principi Karamanly, una delle più importanti famiglie
di Tripoli, al tempo dell'occupazione italiana erano ufficiali
del Regio Esercito. Rimane quindi da spiegare come mai il Colonnello
Gheddafi ci accusi della morte di un eroe del quale lui in prima
persona ha tradito la causa, detronizzando re Idris I.
(torna su)
Gheddafi
non arriva, Fini annulla l'incontro
Corriere
della Sera
13
giugno 2009
Gianna
Fregonara
Sono le 18.31 quando
Gianfranco Fini strappa: «Considero annullata la manifestazione»
per «l' ingiustificato ritardo del presidente della Giamahiria
libica». Applausi ripetuti, persino qualche «bravo!».
E tutti smobilitano dalla Sala della Lupa. Via Fini, via le
telecamere, i deputati, gli addetti ai lavori, i giornalisti
e anche il carrello del tè, che da due ore attendono
l' arrivo di Gheddafi. Nell' ufficio di Fini, aspetta Massimo
D' Alema, l' organizzatore con la sua Italianieuropei dell'
happening di Montecitorio. Dopo l' annuncio, lui non affronta
i giornalisti ma detta una dichiarazione: «Non posso che
condividere». Che l' attesa si annunci lunga si capisce
quasi subito. Si sussegue il ritornello: «Non è
ancora partito da Villa Pamphili», «sta partendo»,
«è tutto pronto», ma si capisce chiaramente
che nessuno sa nulla e i commessi si tolgono i guanti della
divisa delle grandi occasioni. In sala sono schierati in prima
fila Beppe Pisanu e Lamberto Dini, Andrea Manzella e Matteo
Colaninno, Enzo Carra, Vincenzo Visco, Alberto Michelini. C'
è il giudice Rosario Priore. Alessandro Ruben, il presidente
dell' Antidefamation league che Berlusconi ha voluto in Parlamento,
attende Gheddafi insieme al capo degli ebrei libici Shalom Tesciuba
che ha una lettera per il Colonnello che oggi non può
incontrare a causa dello shabbat. Deputati vanno e vengono,
nessuno sembra essere in contatto con la tenda, D' Alema ha
appena annunciato che «sembra che Gheddafi stia arrivando»,
il predecessore di Fini Pier Ferdinando Casini consiglia indirettamente
«di chiudere, dopo due ore di ritardo, le porte al Colonnello,
se rimanesse un minimo di dignità e di decoro delle istituzioni».
E quando alla fine proprio il presidente della Camera entra
nella sala, ha difficoltà a farsi ascoltare perché
nessuno guarda verso il leggio ma tutti verso la porta convinti
che finalmente Gheddafi sia in arrivo. Picchietta sul microfono,
Fini e tutto di un fiato annuncia: «Devo limitarmi ad
una comunicazione, la prevista manifestazione con il colonnello
Gheddafi organizzata per le 17 non ha avuto luogo fino a questo
momento per il ritardo del Presidente della Giamahiria libica.
Ritardo che al presidente della Camera non è stato giustificato
ed è la ragione per la quale, assumendomene la responsabilità
e nel pieno rispetto di quello che credo che sia il ruolo che
il Parlamento ha in una democrazia, considero annullata la manifestazione».
Il brusio in sala diventa applauso. Mentre la sala si svuota
lo staff di Fini fa sapere che la decisione del presidente della
Camera è stata presa in solitudine e per «difendere
il popolo italiano». Ma poi, ad evitare un incidente diplomatico
alla fine della visita del leader libico, Fini chiama subito
Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, nonché il ministro
degli Esteri Franco Frattini che da Santa Margherita Ligure
ha appena stigmatizzato quanti hanno criticato in questi giorni
Gheddafi. Con un certo ulteriore ritardo, quasi alle nove di
sera, l' ambasciata libica si assume la responsabilità
dell' incidente: una cattiva formulazione del programma degli
impegni di Gheddafi che ha mancato l' incontro con Fini perché
«doveva fare la preghiera al-Assr (del pomeriggio) del
venerdì, che ha coinciso con l' orario degli incontri».
(torna su)
La
mia foto sul petto
Corriere
della Sera
12
giugno 2009
Lettera
di Maria Imperatore
Gentile Direttore,
la foto appuntata sul
petto di Gheddafi, esibita con provocazione prima a Berlusconi
poi a Napolitano e, attraverso la TV al mondo intero, mi ha
fatto venire in mente di mandarne una a Lei molto diversa ma
altrettanto significativa.
Anche se non mi riconosco
in nessuna delle persone rappresentate, l'ho conservato gelosamente
perché potrei essere benissimo io una di loro dato che
da quella nave sono sbarcata anche io, ragazza, un giorno d'estate
di quasi quarant'anni fa.
Avevo perso tutto: non
solo la casa, le cose, gli amici, la spiaggia, i luoghi spensierati
della mia gioventù ma mi sentivo violata addirittura
nella mia intimità.
Come era stato lungo
e difficile quel mese torrido tra fine luglio e fine agosto
vissuto a Tripoli dopo aver ascoltato alla radio il provvedimento
di confisca emanato da Gheddafi. Quanti problemi per me e per
i miei: non c'era neppure il tempo di piangere perché
bisognava occuparsi di tante brutte cose pratiche. I beni li
avevamo perduti, ma bisognava pure consegnare i relativi documenti
facendo lunghe file sotto cartelli minacciosi in ricordo delle
nostre “malefatte”. Bisognava cercare di sistemare presso affettuosi
amici libici il nostro adorato cagnolino. Bisognava dimostrare
il pagamento di tutte le utenze luce, gas, telefono: con quali
soldi affrontare questi oneri dato che i conti in banca erano
bloccati? E i libri? I miei adorati libri, per essere infilati
in valigia, dovevano passare sotto il visto di un apposito controllo
mentre ori e argenti venivano inesorabilmente sequestrati in
dogana, luogo dell'ultima umiliazione: donne gentili e imbarazzate
ti frugavano da per tutto, dopo averti fatto spogliare, pensando
che persino fra i capelli potevi portarti via qualche tesoro.
Ma questo gli italiani, i deputati, i membri del governo, le
nostre giovani ministre lo hanno mai saputo?
La ringrazio e La saluto
(torna su)
“Incontrerò
Gheddafi senza alcun rancore”
Il
Giornale dell'Umbria
12
giugno 2009
G.Bas.
Pag.
37
A vedere domani mattina
a Roma il leader libico, da alcuni giorni in visita nella Capitale,
sarà Raffaele Iannotti, uno dei tanti esuli italiani
di Libia.
Iannotti - 60 anni, ternano
e da sempre impegnato in politica" da decenni sta
portando avanti, assieme all'Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia (Airl), la battaglia contro lo Stato italiano
per ottenere i 'risarcimenti a seguito della confisca dei beni
attuata dallo stesso colonnello Muammar Gheddafi a seguito del
colpo di stato del 1 settembre 1969. Gheddafi prese in mano
le sorti del Paese spodestando il re Idris Sanussi I, salito
al trono con la caduta del fascismo.
Con l'ascesa del colonnello,
ventimila italiani, nel 1970, furono costretti a dire addio
alla costa africane fare ritorno nel Belpaese. Lasciando in
Libia amori, amici, ricordi e soprattutto proprietà terriere
e immobiliari per un valore di circa 400 miliardi di vecchie
lire.
"Se domani mattina
avrò l' occasione di incontrare Gheddafi a villa Pamphili
(dove è stata allestita la lussuosa tenda beduina, ndr)
- spiega lannotti - lo saluterò come si conviene a un
rappresentante di un Paese straniero. Lo ripeto, senza alcun
rancore, per quanto accadde nel 1969. Anzi, gli dirò:
sono amico del popolo libico e se lei è il popolo libico,
allora è anche amico mio". Quindi nessun accenno
alla faccenda delle proprietà confiscate. "Il contenzioso
è aperto con lo Stato italiano non con la Libia -puntualizza
lo stesso Iannotti -. Quando gli italiani andarono in Libia
erano stati garantiti in tutto e per tutto dall'Italia, quindi
i risarcimenti che dobbiamo ancora ottenere, almeno 400 milioni
di euro, devono essere elargiti dal nostro Stato. Un piccolo
passo in avanti - aggiunge è stato fatto lo scorso
febbraio in occasione del nuovo trattato di amicizia tra l'Italia
e la Libia. Un trattato da 5 miliardi di dollari in cui sono
previsti anche 150 milioni di euro per noi esiliati, ma è
una cifra completamente insufficiente per chiudere la storia".
Insomma, la battaglia per ottenere i "giusti" risarcimenti
è destinata a durare ancora per anni. Intanto, però,
una piccola soddisfazione gli esuli italiani l 'hanno già
avuta: sono potuti ritornare in Libia.
"Sono andato già
diverse volte - racconta Iannotti -, malgrado le diversità
che ci sono tra noi occidentali e la gente di un paese arabo,
io resto sempre molto legato a quei luoghi, anche perché
io sono nato in Libia. Ogni volta che vado in quella terra è
un' emozione forte, lì sono ancorati i miei ricordi di
fanciullo e di ragazzo, quando fummo cacciati avevo 21 anni".
Nelle parole di Iannotti anche se non c'è rancore, si
avverte comunque un pizzico di amarezza.
Adesso il grande incontro.
"Spero proprio che ci sia la possibilità - dice
il sessantenne ternano -. Non è ancora arrivata la comunicazione
ufficiale. Sappiamo che l'ambasciata ha fissato il faccia a
faccia con Gheddafi per domani mattina, poche ore prima del
suo ritorno in Libia. Comunque sappiamo già che al colonnello
non potremmo presentarci come esponenti dell' Airl, ma come
semplici italiani che 39 anni fa vennero rimpatriati dalla Libia.
Ma questo non è un problema." E nemmeno un grande
segnale di distensione. Ma questa è un' altra storia.
(torna su)
Accolto
con troppi onori
Massimo
Teodori
12
giugno 2009
Il
Tempo
Era
proprio necessaria accettare la comparsata del tendone verde
eretto a villa Pamphili? Era proprio necessario, lui che non
ha mai conosciuto la democrazia, tentare di farlo parlare addirittura
nell'aula del Senato, l'assemblea più prestigiosa della
libera Repubblica? Era proprio necessario dargli tanto spago
da consentire che paragonasse con iattanza gli Stati Uniti al
terrorismo di Osama bin Laden? Gli interrogativi potrebbero
continuare ma, per carità di patria - è proprio
il caso di dirlo -, non cito neppure la scempiaggine della laurea
honoris causa in Diritto (!) dell'università di Sassari.
Intendiamoci, non siamo così sprovveduti dal non sapere
quali interessi economici, a cominciare dal petrolio dell'Eni,
legano l'Italia alla Libia, e quale situazione geografica impone
obbligatoriamente un buon rapporto per fare fronte all'immigrazione
clandestina.
Ma
se le nostre autorità ritengono di ammansire l'uomo della
tenda con accoglienze da operetta, si sbagliano di grosso. Sappiamo
tutti di cosa sia capace il colonnello megalomane e quale sia
l'abilità nel rilanciare la posta in gioco che già
costa all'Italia 5000 miliardi di dollari. È vero che
l'Italia si è resa colpevole di gravissimi misfatti nelle
avventure coloniali sull'altra sponda del Mediterraneo. Ma il
responsabile è stato il fascismo che non c'è più
da sessant'anni, mentre ora siamo in un regime democratico che
ha pubblicamente riconosciuto i torti del passato. E' sempre
difficile fare il bilancio in termini di civiltà.
Ma,
nel tributare a Gheddafi onori che non sono stati mai rivolti
ad alcun capo di Stato e di governo d'Europa e d'America, si
è dimenticato di ricordare che gli italiani hanno lasciato
in Libia splendide terre agricole, belle cittadine mediterranee,
e opere pubbliche mai più imitate. La contropartita di
tutto il ben d'Iddio che abbiamo lasciato al popolo libico è
stata l'espulsione di migliaia di italiani integrati nelle regioni
di cui erano divenuti a tutti gli effetti cittadini grazie a
un lavoro non indifferente. Le ragioni politiche ed
economiche dei rapporti tra Stati devono essere tenute in conto
C'è tuttavia modo e modo per considerarle. L'Italia che
oggi si inchina al colonnello libico non onora certo i valori
dell'occidente.
(torna su)
Libertà
(di far quel che gli va)
La
Stampa
12
giugno 2009
Massimo
Gramellini
D'accordo:
ha la pompa di benzina dalla parte del manico ed è un
amico caro del Cavaliere, al quale in certe cose assomiglia
(aspetto da eterno giovane e maggiore considerazione per le
amazzoni che per i partiti). Inoltre il vestito di Michael Jackson
con cui è sceso dall'aereo l'altra mattina era semplicemente
spettacolare. Però un po' se ne approfitta, il sor Gheddafi.
Non che pensassimo che la recente svolta buonista lo avesse
trasformato in un epigono di Gandhi. Né che il suo amore
per il palcoscenico potesse esimerlo dal cambiarsi d'abito cinque
volte al giorno, accumulando ritardi sul programma come un accelerato
Bolzano-Reggio Calabria. Ma insomma, un briciolo di riconoscenza
in più ce la saremmo aspettata. Se non per il nostro
pentimento, per l'assoluta mancanza di colonna vertebrale con
cui abbiamo accolto le sue comparsate.
E' arrivato con la foto di un martire incollata sulla giacca
come un rimorso e nessuno ha fiatato. Al Senato ha inneggiato
a piazzale Loreto e paragonato gli Usa di Reagan a Bin Laden,
e lì almeno Frattini si è dissociato. Poi è
andato alla Sapienza, dove non lasciarono parlare il Papa, e
invece a lui hanno permesso di dire, senza contraddittorio,
che i libri di storia sono pieni di falsità e che un
giorno anche noi, forse, conosceremo la democrazia. Ce ne ha
fornito un assaggio affacciandosi dal balcone del Campidoglio,
non troppo distante da quello di Mussolini, per proporre l'abolizione
dei partiti e la loro sostituzione con il Popolo, un simpatico
signore che di nome fa Muhammar.
(torna su)
Il
colonnello alla Sapienza un discorso fuori Onda
Il
Riformista
12
giugno 2009
Anna
Mazzone
«L'esodo
e gia cominciato, la resistenza 10 protegge. Non· ci
prenderete mai». Si concludeva cosi il volantino di "mobilitazione"
pubblicato il giomo prima dell' arrivo di Muammar Gheddafi sul
sito network dei ribelli degli atenei italiani, Uniriot.org.
Autori, i ragazzi dell'onda, il movimento studentesco che ha
la sua testa all'università La Sapienza di Roma. Anche
gli studenti, insime a tanti altri, hanno preso male il caloroso
abbraccio del nostro Governo al colonnello di Tripoli e hanno
organizzato una manifestazione di protesta. «Come studenti
della Sapienza in onda abbiamo partecipato alle azioni e manifestazioni
contro il pacchetto sicurezza e il vertice del G8 su sicurezza
e immigrazione e riteniamo inopportuna la visita del Colonnello:
l'università non è una vetrina per il Governo
e i suoi accordi criminali sull'immigrazione!», cosi i
loro volantini.
Ieri
mattina, Gheddafi ha tenuto un discorso nell'Aula magna dell'ateneo
romano, le domande erano concordate e i protestatari lo hanno
accolto in assetto di guerra. Radunati in diverse centinaia
in piazza della Minerva, per l'occasione blindata, nell'attesa
di veder comparire la macchina bianca del colonnello hanno lanciato
vernice rossa - «come simbolo del sangue versato dagli
immigrati respinti» - e uova contro le forze dell'ordine.
Fumogeni, spintoni, urla, calci e cariche. Tutto secondo copione.
Sui campo, fortunatamente, nessun ferito. E alla presenza massiccia
della polizia, si sono poi aggiunti i variopinti bodyguard del
colonnello, in stile libico-kitch, tra cravattoni colorati,
spalline e occhiali da sole. Arrivati in ritardo, ma pur sempre
presenti e ricevuti dagli applausi in controtendenza di una
cinquantina di curdi che agitavano gigantografie del loro leader
Ocalan.
Ma
quelli dell'Onda non sono i soli che lo hanno duramente
attaccato per i 40 anni della sua dittatura. Anche al Senato,
in mattinata, la sala Zuccari contava le assenze dei senatori
dell'Idv e dell'Udc. In una sala attigua, i senatori del partito
di Di Pietro hanno tenuto un contro-discorso, facendo il verso
a Gheddafi e indossando sulle giacche al posta della foto di
Omar-al Mukhtar (l'eroe libico della resistenza anti-italiana),
la foto dei rottami del volo Pan Am, che a dicembre del 1988
fu distrutto in volo da un'esplosione sui cieli di Lockerbie.
Le vittime furono 270. Per l'Udc di Casini, invece, l'accoglienza
cosi amichevole riservata al colonnello indica «problemi
di decoro delle istituzioni e di dignità». Sulla
stessa linea i radicali. Il senatore Marco Perduca ha assistito
al discorso di Gheddafi, per poi bollarlo come «interminabile»
e sottolineare che «non ha detto una parola a nome e per
conto dell'Unione africana o sui problemi continentali, ma ha
inflitto all'uditorio un concentrato di terzomondismo,
anti-capitalismo, anti-americanismo e anti-fascismo».
«Noi
questa visita ce l'aspettavamo da moltissimi anni» Dice
al Riformista Giovanna Ortu, presidente dell' Associazione degli
italiani rimpatriati dalla Libia (Airl). «Sin dal '77,
a sette anni dal decreto di confisca. In quell'anno ci fu l'accordo
tra la Fiat e Tripoli e si ventilo una visita di Gheddafi qui
in Italia. Ma noi ci opponemmo. Eravamo tutti scoraggiati e
molto arrabbiati. Abbiamo subito innumerevoli perdite, in violazione
del diritto internazionale». Ora, però, le cose
sono cambiate e sabato mattina Gheddafi incontrerà, seppur
ufficiosamente, gli italiani nati in Libia. «Vede - ci
dice la Ortu - il tempo è un grande balsamo per tutte
le ferite. Certo che vedere al tg uno che scende in quel modo
tragicomico dall' aereo, dovrebbe far vergognare un po' tutti
gli italiani!». Cosa ne pensate dell'accoglienza che gli
è stata riservata? «Ce l'abbiamo con il Governo,
in primo luogo perché avevamo chiesto di essere coinvolti
ufficialmente e poi perché riteniamo che il colonnello
debba chiedere scusa anche a noi italiani».
«Mi
auguro che il nostro premier, che si sottopone a tante umiliazioni,
possa vederne il riflesso se non altro economico. Se vogliamo
essere ancora uno Stato dignitoso e non solo da operetta».
A parlare ora è Raffaele Iannotti, vicepresidente dell'
Airl. Quando fu costretto ad abbandonare la Libia aveva 20 anni.
Il suo cruccio è aver fatto un impianto elettrico a casa
sua a Misurata (un paese a 250 km da Tripoli) che non ha mai
potuto provare. «Quando siamo tornati a Tripoli nel 2004
- racconta al Riformista - la prima cosa che ho fatto e stata
andare a Misurata per verificare che l'impianto funzionasse».
E funzionava? «Certo. Funzionava benissimo!».
(torna su)
Borghezio:
«Da leghista chiedo scusa alla Capitale»
Libero
12
giugno 2009
«Come
leghista e come patriota chiedo scusa a Roma e all'Italia per
aver dovuto accettare anch'io, sia pure obtorto collo, l'accoglienza
trionfale al presidente della Repubblica libica. Ne risultano
infatti offese sia la memoria storica della nostra epopea coloniale,
sia, ancor di più, i sentimenti dei nostri connazionali
espulsi dalla Libia, depredati dei loro averi e mai risarciti».
Così Mario Borghezio, capodelegazione della Lega Nord
al Parlamento europeo, ha commentato la visita in Italia del
presidente libico Muammar Gheddafi.
“Solo
un immenso amore per il nostro popolo”, ha aggiunto Borghezio,
“poteva indurci a tanto, posto che il presidente dell'unione
africana può fermare l'invasione dei clandestini provenienti
da quel continente, Ma ciò con tutta la mortificazione
e la vergogna per tale situazione, non con gli smaglianti sorrisi
delle nostre autorità.”
Non
tutti i romani, però. Sembrano aver preso male la visita
di Gheddafi. Un tifoso romanista, infatti, si è avvicinato
al leader libico mentre scendeva le scale del Campidoglio e
gli ha consegnato una maglia della squadra giallorosa, a dimostrazione
sul suo consenso a un eventuale ingresso nella proprietà.
Gheddafi
ha accettato sorridendo il dono, poi si è allontanato
con il suo corteo di auto al seguito.
(torna su)
Scusarsi
per la storia? Quella foto sulla giacca del dittatore
UnSognoItaliano.it
11
giugno 2009
Salvatore
Sfrecola
Il
"Colonnello" Gheddafi si è presentato con appuntata
sulla giacca una foto in bianco e nero che ritrae
Omar el Mukhtar, l'eroe libico, il guerrigliero antiitaliano,
catturato dai nostri soldati. Così mi sono chiesto se
qualcuno dei patres conscripti che accoglieranno il Dittatore
di Tripoli oggi nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani si
presenterà con appuntata sulla giacca una foto delle
tante opere pubbliche e sociali realizzate in Libia dall'Italia
coloniale.
Ci
vorrebbe più di una foto, un book, come oggi si dice,
di quelli a soffietto che un tempo andavano di moda per offrire
ai turisti una panoramica del luogo visitato, per ritrarre scuole,
strade, ospedali, villaggi rurali, fabbriche che i governi vollero
lungo il mezzo secolo nel quale la Libia fu la quarta sponda
d'Italia.
L'Italia
si è scusata con il "Colonnello" per il suo
passato coloniale, fatto delle tante opere sociali di cui si
è detto ma anche di qualche episodio cruento, come quelli
che hanno accompagnato la repressione dei ribelli beduini dell'interno,
una repressione culminata con il processo e la condanna a morte
del "Leone del deserto", l'eroe che Gheddafi esalta
anche per cancellare dalla memoria del suo popolo il vero capo
della resistenza antiitaliana, Idris I Sidi Muhammad Idris al-Mahdi
al-Senussi, primo ed unico re di Libia
. da lui detronizzato nel 1969. Quando cominciò la
confisca dei beni della comunità italiana in un crescendo
di angherie e soprusi dovuti alla ventata nazionalistica promossa
dal "Colonnello" nel tentativo di creare una "identità
nazionale" in un paese senza storia, una somma di tribù
di pastori e di piccole comunità di predoni.
L'Italia
si è scusata. Le scuse vanno di moda da qualche tempo
anche oltre Tevere dove i Papi si sono spesso scusati di più
di qualche nefandezza dei colonizzatori cristiani assistiti
da virtuosi cappellani di Santa Romana Chiesa.
La
storia va capita nella realtà dei tempi nei quali si
sono svolti i fatti, ma le scuse di oggi sono un fatto politico
che nulla ha a che fare con la storia, perché se questa
fosse la regola sarebbe tutto uno scusarsi. A cominciare da
chi ha mandato a morte Cristo per un "reato" religioso,
ossia l'essersi proclamato figlio di Dio, per giungere ai tempi
nostri che richiederebbero una litania di scuse delle quali
moltissime dovrebbero provenire proprio dal mondo arabo, da
quanti, a far data dalla morte di Maometto, hanno massacrato
milioni di cristiani dal Medio Oriente all'Egitto, alla Libia,
appunto. La quale era terra romana e dovrebbe chiedere scusa
per il modo con il quale ne conserva le vestigia, incurante
anche dei propri interessi turistici, pur di negare quelle radici
che gli islamici nei secoli hanno sistematicamente estirpato
con il sangue.
Né
mi risulta che gli eredi dell'Unione Sovietica si siano scusati
mai per i massacri che ne hanno accompagnato la nascita e l'affermazione
di potenza, per non dire del sangue sparso in Ungheria e Cecoslovacchia
e di quello che ha bagnato il muro di Berlino.
Sono
fatti consegnati alla storia ed alla valutazione degli storici.
Fatti esecrabili, ma le scuse appartengono ad altra valutazione,
di opportunità politica o di opportunismo, la cui utilità
va valutata attentamente, ad evitare che appaia agli occhi di
chi riceve le scuse un errore che manifesta debolezza per errori
dei quali le istituzioni attuali e le persone che le incarnano
non hanno alcuna responsabilità. Errore ancora più
grande se le scuse vengono rivolte ad uno sfrontato dittatore
il cui scopo è tenere l'Italia, meglio la classe politica
italiana, sotto ricatto per spillare denaro del contribuente.
(torna su)
Dromedari
e flamenco, anche Roma ci casca
Il Messaggero
11 giugno
2009
Mario Ajello
E' arrivato
il raìs nell'Urbe, e trova panem et circenses per i suoi
gusti. Indosseremo tutti, fino a quando Gheddafi non ripartirà,
un costume da danzatori tuareg, per allietare il suo soggiorno
romano? Pasteggeremo, intorno alla tenda beduina piazzata in
mezzo a Villa Pamphili, a base di zupponi di carne d'origine
berbera, per essere più simili al Colonnello e farlo
sentire davvero a casa sua?
Gheddafi è quello che è,
non proprio un santo, ma ogni volta che s'affaccia in un Paese
straniero chiede tante cortesie per l'ospite e riesce benevolmente
a ottenerle. Ecco, vuole essere trattato in guanti bianchi,
anche se lui in patria non è solito usarli con tutti
i suoi connazionali.
Peccato soltanto - il raìs
ci scuserà - che la ricostruzione a Roma del suo habitat
naturale si sia limitata per ora al montaggio della tenda da
rude leone del deserto, ben sorvegliata dalle quaranta amazzoni
in divisa cachi e basco rosso che sono le ”vergini del Colonnello”,
particolarmente addestrate nel corpo a corpo. Per omaggiarlo
di più, e meglio, non si poteva portare a Villa Pamphili
anche qualche ettaro di sabbia rossa dell'Hamada al Hamra, il
deserto roccioso di cui lui è genius loci? E perchè
non abbiamo fatto arrivare da laggiù anche un po' d'acqua
del Golfo della Sirte, l'arco di Marco Aurelio che si trova
nella Medina di Tripoli e i cavalli e i cammelli che Gheddafi
voleva portarsi, per esempio, nella visita che fece a Parigi
due anni fa?
Nella capitale francese, il presidente-colonnello-dittatore
piazzò la sua tenda a ridosso degli Champs Elysées,
fra nuvole d'incenso e traffico impazzito tutt'intorno. Parigini
incuriositi, ma più spesso inferociti. E quando il rais
se ne tornò in patria, il quotidiano «Le Parisien»
- sintetizzando il fastidio dei cittadini per i capricci dell'ospite
- titolò: «Ouf!» (per dire: finalmente se
n'è andato!). Mentre Nicolas Sakozy simpaticamente ironizzò
sul difficile rapporto che s'era stabilito fra gli abitanti
di Parigi e il leader libico voglioso di far pesare in tutti
i modi la sua presenza in città, rendendola più
caotica del solito: «Ho evitato una guerra di religione
fra l'Occidente e l'Islam!», commentò il presidente
francese.
Anche a Bruxelles, quando era presidente
della Commissione Europea il professor Prodi, un tipo che capisce
il ruolo di Gheddafi ma certo non ne condivide gli atteggiamenti
e tantomeno le politiche, il raìs si presentò
portandosi appresso la sua dimora del deserto, la fece montare
nel grande parco che circonda Val Duchesse e per il numero di
richieste e la larga compagnia al seguito (oltre trecento persone)
fece tanta impressione agli occhi dei belgi, notoriamente sobri.
E sarebbe stato gustoso assistere anche alla sua visita al Cremlino,
dove aveva allestito la tenda sul piazzale e s'infilò
un colbacco sulla testa riccioluta che in queste ore compare
su ogni schermo tivvù. E fai zapping, e la ritrovi su
un altro canale, vai sul satellite e rieccola, fuggi sul digitale
terrestre ma non c'è niente da fare.
A Roma, data l'estrema gentilezza
con cui viene ricevuto, al punto che il raìs terrà
un discorso in Parlamento (in realtà anche in Francia
lo fece e lì fu peggio: in Aula mentre qui solo nella
Sala Zuccari del Senato), si potrebbe concedere al nostro eroe,
si fa per dire, una carta d'identità. Perchè gli
manca: «Sono un nomade beduino sperduto, che non possiede
neppure il certificato di nascita». Glielo diamo noi?
Non c'è tempo. Troppi gli impegni, troppi gli svaghi.
Vuoi una festa di piazza? Eccoti servito! Vuoi una laurea in
giurisprudenza, e l'onore di recitare una lectio magistralis
a «La Sapienza» dedicata al diritto (pur non essendo
il tuo forte), fai pure! Anche se il look del rais, un po' pallido
e sbattuto nella sua divisa su cui s'è appiccicato il
poster dell'antico eroe anti-italiano Omar Al Mukhtar, più
che quello d'un accademico del Lincei sembra quello di un'attempata
rock star o del giovane-vecchio Michael Jackson nel celeberrimo
video di «Thriller». Intorno a lui e al suo camerino
di stoffa ruvida, bastava ieri fare un salto dalle parti di
Villa Pamphili, impazza il Muhammar Gheddafi Show: in ogni angolo
poliziotti, carabinieri, vigili urbani, guardie forestali, agenti
dei servizi segreti nostrani e libici (chi finge di leggere
un giornale, chi di baciare una collega nelle vesti di pseudofidanzata),
elicotteri, aerei di ricognizione... Gli basta? Speriamo di
sì. Perchè quando andò a Madrid nel 2007
(sempre in compagnia della sua capanna che s'è portato
anche a Bruxelles), Gheddafi chiese e ottenne da Zapatero un'impetuosa
esibizione di flamenco che la gitana andalusa «Maria la
Coneja» (Maria la Coniglia) subito eseguì deliziando
l'ospite e poi riempendolo di complimenti: «Lo sa che
lei assomiglia a un patriarca zingaro?».
Chissà se qui a Roma pretenderà
un coro di voci bianche, ma quirite, che sotto la tenda intonino
per lui in romanesco: «Er barcarolo va, controcoreeeenteeee...».
A questo punto, sarebbe il minimo.
(torna su)
Ma
quella foto la poteva evitare
Il
Giornale
11
giugno 2009
Mario
Cervi
Lo
so, non dobbiamo essere schizzinosi. La Realpolitik ha esigenze
alle quali s'inchinano, se costretti dalle circostanze, anche
i fervidi apostoli della Moralpolitik. Un presidente Usa cui
erano state rimproverate eccessive indulgenze verso i dittatorelli
centroamericani così rispose: «Lo so, sono figli
di puttana, ma sono i NOSTRI figli di puttana». Se nel
nome dei «respingimenti», del petrolio, del gas
naturale, magari della Juventus una visita in Italia del colonnello
Gheddafi appariva proprio indispensabile, è bene che
sia avvenuta. La maggioranza degli italiani è disposta
a farsene una ragione.
Nessuno ci batte nell'essere uomini di mondo: capaci di soffocare
spontanei impulsi d'ilarità quando il leader libico si
presenta in una tenuta al cui confronto il costume di Radames
nell'Aida è un modello di sobrietà. Le fatue e
impertinenti ironie devono cedere il passo, quando l'interesse
del Paese chiama, a sentimenti di ben diversa importanza e concretezza.
Roma, che ne ha viste tante, non sarebbe andata al di là
d'una qualche pasquinata, se la presenza di Gheddafi in visita
di Stato avesse avuto solo qualche increspatura folkloristica.
L'uomo è ormai accettato nei salotti buoni internazionali,
è di cattivo gusto rievocare i precedenti che in tempi
ormai lontani lo inserirono tra i peggiori soggetti della scena
mondiale, Lockerbie è un nome sbiadito, la vicenda delle
povere infermiere bulgare accusate d'avere contagiato di Aids
bambini libici è nel dimenticatoio, come le espulsioni
degli italiani. In definitiva se in Libia le procedure
democratiche non esistono e i mezzi d'informazione inneggiano
compatti al Presidente dei Presidenti africani, a noi poco ci
cale.
Insomma, saremmo pronti con molta buona volontà ad associarci
al tripudio delle Alte Autorità per questo evento storico,
se alcuni aspetti del soggiorno gheddafiano non ci sembrassero
inopportuni, troppo compiacenti, troppo zelanti nell'ossequio.
Vizi di forma che, se il rapporto tra i due Paesi è così
delicato e il personaggio così controverso, finiscono
per diventare vizi di sostanza. È difficile chiedere
discrezione a Gheddafi. Possiamo capire che il suo