Le
aperture di Tripoli e i dubbi delle imprese italiane
L'Opinione
30
settembre 2004
Ruggiero
Capone
La
revoca dell'embargo alla Libia apre una nuova stagione economica
per il paese di Muammar Gheddafi, e ben 360 aziende libiche sono
già pronte per essere privatizzate. “Una opportunità
per l'imprenditoria italiana” caldeggiata dallo stesso ministro
alle Attività produttive (con delega al Commercio estero),
Adolfo Urso.
“Una
buona notizia che ci permette di migliorare e rendere più
efficiente il contrasto all'immigrazione clandestina - fa notare
Urso - ed aprire contemporaneamente una nuova stagione economica
con la Libia di cui l'Italia è già primo partner
commerciale”.
Il
Vice Ministro lo scorso fine settimana è stato a Tripoli,
per guidare una missione commerciale, composta da 213 imprenditori
che partecipano ad Expo Italia, una fra le più importanti
manifestazioni fieristiche libiche. “Il governo italiano ed il
Ministro degli Interni, Pisanu, in particolare - ha sottolineato
il vice ministro - hanno fatto bene a chiedere di accelerare la
fine dell'embargo e, sicuramente, le missioni del Presidente Berlusconi
a Tripoli hanno aiutato a migliorare sensibilmente il clima politico
verso il Paese africano”.
Grande
opportunità commerciale che, secondo gli esperti italiani
del Commercio estero, andrebbe colta occupando ogni postazione
libica, e prima che la stessa idea possano averla tedeschi, francesi
ed inglesi. Il dicastero avrebbe anche invitato ad investire alcuni
storici imprenditori italiani che, oltre 20 anni fa, abbandonarono
la Libia poiché indesiderati dal regime di Gheddafi. La
cosa ha scatenato non poche polemiche, ed in molti si chiedono
se in questo rinnovato clima di collaborazione ci sia spazio per
sanare l'annoso contenzioso italo-libico. Vale a dire i 6 milioni
di euro che avanzano le imprese italiane dalla Libia, e per aver
consegnato merci ed opere senza mai ricevere una lire dell'epoca
dal regime di Gheddafi.
“Ora
che l'America e l'Unione europea hanno giustamente revocato l'embargo
nei confronti della Libia - spiega Riccardo Pedrizzi (senatore
di An e presidente della commissione Finanze e Tesoro di Palazzo
Madama) - è stato ottenuto un risultato importante, grazie
all'impegno del governo italiano che, fra l'altro, consentirà
al nostro Paese di contrastare più efficacemente l'immigrazione
clandestina. Ma è anche tempo che venga definitivamente
risolto l'annoso problema degli indennizzi ai cittadini italiani
che hanno perduto i loro beni all'estero e, in particolare, la
questione relativa alle rivendicazioni, patrimoniali e non, dei
nostri connazionali espulsi dalla Libia nel 1970, previa confisca
dei loro beni.
Una
soluzione - sottolinea Pedrizzi - da trovare già all'interno
della legge finanziaria”. Pedrizzi in merito ha presentato da
tempo anche un disegno di legge. In sostanza, per l'esponente
di An “bisognerebbe prevedere che, ai cittadini italiani o enti
o società di nazionalità italiana rimpatriati dalla
Libia, per i quali la legge 1066/71, prima, e 16/80, 135/85 e
98/94, successivamente, hanno previsto la concessione di anticipazioni
per beni, diritti e interessi perduti ad opera di provvedimenti
emanati dalle autorità libiche a partire dal gennaio 1969,
- sostiene il senatore - venga corrisposto un ulteriore indennizzo,
sulla base di un ulteriore coefficiente di rivalutazione”.
“Al
di là di ogni valutazione sulle azioni od omissioni di
politica estera italiana nei confronti della Libia, - spiega Pedrizzi
- vi è un obbligo sostitutivo, pieno e ineludibile, del
governo italiano di risarcire in misura integrale e comprensiva
del valore degli avviamenti commerciali, degli interessi e della
svalutazione monetaria, quei beni, diritti e interessi perduti
dalla comunità italiana presente in Libia e poi espulsa
con la forza. In questa direzione si sono avuti - continua l'esponente
di An - diversi provvedimenti normativi italiani a beneficio dei
cittadini rimpatriati dalla Libia. Provvedimenti che però
- sottolinea - risultano del tutto insufficienti: si tratta di
porre rimedio ad un'ingiustizia”.
Ma
il contenzioso in materia di risarcimenti libici alle imprese
italiane ha già da mesi imboccato la via giudiziaria: infatti
tocca allo stato italiano indennizzare le aziende truffate oltre
20 anni fa dalla Libia.
Così
oltre tre mesi fa l'ufficiale giudiziario s'è recato a
Palazzo Chigi, per notificare un atto di diffida e messa in mora
al Presidente del Consiglio inviato dall'Airil (Associazione Italiana
per i Rapporti Italo-Libici) e da 12 aziende italiane creditrici
della Libia per oltre 100 milioni di euro (L'Aemi di Modena, la
Bertinetti Industrial Group di Torino, la Boldrin e la Selexport
di Padova, la Lineaflex di Bergamo, la Mediterraneum Joint Venture
di Livorno, la Mosa di Ravenna, la SanMarco di Lanciano, la Silmet
di Genova, la Pezzullo Industrie Zootecniche di Salerno, la Morino
Upam e la Sirman di Napoli) ad essa associate.
Altri
due ufficiali giudiziari hanno notificato lo stesso atto al Ministro
per l'Economia ed al Ministro degli affari Esteri. La decisione
di questa prima azione nei confronti del Governo è scaturita
dopo che l'accordo bilaterale, sottoscritto dai massimi esponenti
libici ed italiani il 28 ottobre 2002 a Tripoli, che prevedeva
il pagamento dei crediti alle imprese italiane entro il 31 marzo
2003, è stato disatteso. E soprattutto perché in
data 17 dicembre 2003, in sede di approvazione della legge finanziaria
2004, la Camera dei Deputati, quasi all'unanimità (430
su 443) votava l'ordine del giorno, a firma D'Agrò ed altri,
che impegnava il Governo ad emettere un provvedimento che indennizzasse
le imprese creditrici della sorta capitale, della rivalutazione
monetaria e degli interessi.
Ad
oggi nulla è avvenuto, neanche dopo la risoluzione Valdo
Spini (votata all'unanimità dalla III Commissione Affari
Esteri della Camera nella seduta del 3 marzo 2004). Nel frattempo
molte imprese sono fallite, e c'è stata la perdita di migliaia
di posti di lavoro. L'indifferenza verso le imprese italiane truffate
dalla Libia sembra insormontabile. “Il Governo non ha risposto,
né pensavo lo facesse perché non è nello
stile di questa Repubblica - commenta laconicamente Leone Massa
(presidente Airil) - dove i cittadini sono dei sudditi e non sono
degni neanche di un colloquio chiarificatore dei fatti. Eppure
sia il Parlamento nazionale (nel dicembre 2003) sia la Commissione
esteri (nel marzo 2004) si erano espressi in difesa dei diritti
delle imprese creditrici.
Altro
esempio, in questa nostra democrazia, della valenza della volontà
espressa all'unanimità dal Parlamento, rappresentante del
popolo. Aggiungo che il primo settembre, in occasione del 35esimo
anniversario della presa del potere, il Colonnello Gheddafi, nel
suo discorso, ha detto, come testualmente riportato dall'agenzia
svizzera ATS, ‘se l'Italia vuole diventare pulita e girare pagina
dell'ingiustizia fatta ai libici, deve riconoscere il risarcimento
e compensare il popolo libico che ancora subisce perdite a causa
delle mine disseminate sul suolo libico da Italia e Germania'.
Se
ben ricordo Berlusconi, al suo rientro da Tripoli il 28 ottobre
2002, - continua Leone Massa - dichiarava alla stampa che con
60 milioni di euro, concordati con la controparte libica e sanciti
nell'accordo firmato in presenza di Gheddafi col suo omologo libico,
l'Ing.Shaamek, veniva messa una pietra sul passato, e che era
stata fissata la data del 31 marzo 2003 per il pagamento dei crediti
vantati dalle imprese italiane: quella data non è stata
rispettata”.
L'Airil
non ha mai nascosto le proprie preoccupazioni, soprattutto molte
aziende non esitano a dichiarare che non escludono che Gheddafi
possa nuovamente attentare ai patrimoni delle imprese italiane,
ecco perché invitano le imprese ad essere più guardinghe
con le profferte del ministro Adolfo Urso.
“Dall'incontro di Sirte del febbraio scorso
tra Berlusconi e Gheddafi - spiega Massa - la Libia ha rincarato
la dose, chiedendo una strada da oltre seimila miliardi delle vecchie
lire: a questo punto il cittadino italiano ha tutto il diritto di
chiedersi chi abbia ragione, Gheddafi o Berlusconi, e da chi dei
due è stato preso per i fondelli. Questo è stato il
motivo della nostra richiesta del 7 settembre ai parlamentari di
tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, e perché
invitassero il Governo a togliere la secretazione all'accordo bilaterale
del 28 ottobre 2002. Mi chiedo - conclude l'esponente dell'Airil
- che garanzie abbiamo oggi che non si ripeta quello che abbiamo
subito in passato?”.
(torna su)
Ma
resta il nodo dei risarcimenti
Il
Sole 24 ore
28
settembre 2004
Gerardo
Pelosi
ROMA
. Solo nel momento in cui saranno noti (se mai lo saranno) i testi
degli accordi sottoscritti domenica scorsa dal ministro dell'Interno
Giuseppe Pisanu con il suo collega libico Nasser-el Mabruk a Tripoli
si potranno valutare tutte le ricadute del comune impegno nella
lotta contro i clandestini sullo stato delle relazioni bilaterali
tra Italia e Libia.
Fino
ad allora sarà più che lecito avanzare almeno qualche
dubbio sull'effettiva volontà del “leader” Gheddafi di
ristabilire con il vecchio “nemico” e Paese occupante un rapporto
sereno improntato alla collaborazione e al rispetto reciproco.
é pur vero che, domenica scorsa, il colonnello
Gheddafi ha ribadito a Pisanu “la profonda riconoscenza sua e
del Paese al Governo italiano e in particolare al presidente Berlusconi
per il ruolo determinante svolto per l'abolizione dell'embargo
e il pieno reinserimento della Libia nella comunità internazionale”.
Ma il Paese con il quale l'Italia cerca di trovare un'intesa per
arginare il flusso di clandestini è anche quello che ha
costruito la sua debole identità nazionale sul sentimento
anti-italiano costringendo tutte le autorità italiane in
visita sul suo territorio a sottoporsi al macabro dono del moschetto
91 e a rendere obbligatoriamente omaggio ai suoi caduti. E un
Paese che il 7 ottobre prossimo celebrerà la cosiddetta
“festa della vendetta” per ricordare la cacciata di tutti gli
italiani nel ‘70 dopo la rivoluzione del popolo e la presa di
potere del colonnello Gheddafi e che il 17 settembre scorso ha
istituito la nuova festa dell'impiccagione di Omar el Muktar ribellatosi
alle truppe italiane 70 anni fa e giustiziato in pubblico dagli
uomini del maresciallo Graziani.
La
vicenda dei ventimila italiani di Libia cacciati da Gheddafi nel
‘70 non rientrava, quasi certamente, nell'agenda degli ultimi
incontri del ministro Pisanu nonostante le 6mila pratiche ancora
giacenti al ministero dell'Economia per le richieste di risarcimento
sui beni che i nostri connazionali hanno dovuto lasciare in Libia
per un valore stimato di circa un miliardo di euro (anche se l'ultima
richiesta non supera i 250 milioni). Connazionali che, da allora,
non sono più potuti tornare in Libia neppure per rendere
omaggio alle tombe dei loro congiunti. La questione dei visti
per questa particolare categoria di italiani è stata trattata
come un fatto accessorio nel capitolo delle controversie bilaterali
che riguardano anche numerosi insoluti di pagamento a imprese
italiane per 680 miliardi di lire, insoluti tuttora irrisolti.
Molto
deboli nel negoziare le questioni di interesse italiano, le nostre
autorità sono sempre state particolarmente generose
nel riconoscere le ragioni della controparte libica. Valga per
tutti il testo del cosiddetto comunicato congiunto italo-libico
del luglio ‘98 con il quale il nostro Paese (caso unico tra tutti
gli Stati occidentali con passato coloniale) si è impegnato
a mai più infliggere al popolo libico le gravi sofferenze
imposte Quell'accordo, che nelle intenzioni di Roma, avrebbe dovuto
spianare la strada a un rafforzamento delle intese economiche
(con una società mista la Ali, mai decollata veramente),
ha invece costituito la base per le continue e sempre più
insistenti richieste da parte libica sull'entità di un
“gesto simbolico” che in qualche modo chiudesse il passato coloniale.
“Gesto” concordato dall'ex ministro degli Esteri, Renato Ruggiero,
con Gheddafi in 60 miliardi di lire ma “lievitato” progressivamente
nel corso delle ultime visite di Berlusconi in Libia a un impegno
di circa 6 miliardi di euro (pari a 12mila miliardi di vecchie
lire). A tanto infatti ammonterebbe il costo della costruzione
dell'autostrada Tripoli-Bengasi la vecchia “Via Balbia” che Gheddafi
ha proposto di battezzare (nel caso in cui l'opera si realizzasse)
“Via Berlusconia”.
In questo gioco al rialzo l'Italia rischia
però di rimanere con le spalle al muro. Pronta a spendersi
ieri per far rientrare la Libia nella comunità internazionale
dopo l'attentato di Lockerbie, pronta oggi a sollecitare la fine
dell'embargo europeo. Ma senza avere incassato, almeno fino ad ora,
nessun impegno reale. E, quindi, sempre sotto ricatto.
(torna su)
Urso:
“Tripoli cancelli il giorno della vendetta”
La
stampa
28
settembre 2004
G.
Ru.
“Speriamo
che il 7 ottobre si sciolga il ghiacciao”. Adolfo Urso, viceministro
delle Attività produttive, uomo di punta della squadra
di Alleanza nazionale al governo, ha appena incontrato ministri
e viceministri libici, consapevole e perchè no? soddisfatto
della nuova fase positiva che si apre nei rapporti bilaterali
tra i due Paesi. Guarda al futuro, Urso, che ieri sera ha inaugurato
la Fiera commerciale “Italexpolibya”, ma non può dimenticare
il passato. Così come il vicepremier Gianfranco Fini, anche
lui si augura che i libici cancellino dal loro calendario
l'anniversario del 7 ottobre, che festeggia la cacciata degli
italiani e che loro chiamano “il giorno della vendetta”. Dice
Urso: “E' una ferita del passato che non si riesce a rimarginare”.
E il 7 ottobre, tra due settimane, si dovrebbe inaugurare il nuovo
gasdotto che collegherà la Libia a Cela, in Sicilia:
“Speriamo - si augura il viceministro - che quel giorno accada
qualcosa”.
Per
il ministro degli Esteri libico, Abdur Rahaman Shalgam, chiedere
l'abolizione di questo anniversario è come, per noi, abolire
il 25 aprile.
“Il
giorno della vendetta, che può essere interpretata diversamente
dai libici, richiama non un evento che riguarda la destra, come
forza politica, e nemmeno un qualcosa che ha a che fare, per esempio,
con il regime fascista. Riguarda, sic et simpliciter, la cacciata
degli italiani dalla Libia - gran parte dei quali sono anche nati
in questo Paese - il 7 ottobre 1970. Quindi riguarda gli italiani
in quanto tali. Il 26 settembre ricordano il loro eroe impiccato,
Omar El Mulktar. Nulla da obiettare. Comprendo anche la ricorrenza
del 26 ottobre, la chiamano la festa del lutto, che ricorda
la deportazione dei libici da parte italiana. Ma il 7 ottobre
no, rappresenta una offesa a tutti gli italiani, quelli cacciati
non erano colonialisti che si era macchiati di crimini".
Ma
i libici sono orgogliosi di questo anniversario che rappresenta
la fine di un passato che ha aperto ferite enormi. E'
storia che gli italiani, durante l'occupazione, hanno ucciso
centomila degli ottocentomila libici che popolavano
quella terra. Non ce l'hanno certo con gli italiani di oggi...
“Noi
abbiamo rispetto per tutte le storie e le identità nazionali.
In occasione della ricorrenza del 4 Novembre, così importante
per la storia dell'indipendenza nazionale, noi non festeggiamo
il giorno della vendetta contro gli austriaci. E aggiungo:
i francesi, anche recentemente, in occasione dell'anniversario
dello sbarco in Normandia, non festeggiano l'odio contro
i tedeschi. Anzi, oggi sempre di più si va affermando
un asse franco-tedesco”.
Viceministro,
il futuro non si costruisce guardando sempre al passato,
anche se il passato non può e non deve essere rimosso.
Guardando al futuro, ricordare il passato è anche una lezione
da non dover dimenticare.
“Celebrare il
giorno della vendetta contro gli italiani appare stridente con questa
nuova dimensione politica e istituzionale di rapporti privilegiati
tra i nostri due Paesi”.
(torna su)
Tremaglia:
un risarcimento
in
Finanziaria agli esuli italiani
che
furono cacciati dalla Libia
Secolo
d'Italia
23
settembre 2004
«In
un momento di rinnovati rapporti con la Libia, il Governo non
deve dimenticare i nostri connazionali che in passato hanno sofferto
perdite morali ed economiche a seguito della cacciata dal Paese»,
dice il ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia che,
ora che si prospetta la fine dell'embargo europeo alla Libia,
chiede al ministro Siniscalco l'inserimento in Finanziaria di
una definitiva legge di indennizzo per gli esuli libici. «A
loro — dichiara Tremaglia — dovrà essere corrisposto un
indennizzo definitivo dopo gli acconti percepiti in base alle
leggi precedenti. Ciò consentirà una dignitosa riparazione
della vicenda sul piano materiale». Secondo il ministro
per gli Italiani nel Mondo «è sacrosanto che i nostri
connazionali di Libia possano, al pari di tutti i loro concittadini,
tornare finalmente a rivedere quella terra in cui sono nati e
cresciuti dopo 34 anni di lontananza forzata per decisione di
Gheddafi, anche solo per piangere degnamente i loro morti».
«E ciò — aggiunge il Ministro — non è possibile
anche per le condizioni vergognose in cui versa il cimitero di
Hammangi, abbandonato da anni: un'area di 10 ettari fortemente
degradata e per la quale chiedo un immediato intervento.
(torna su)
Nessun
regalo a Gheddafi. Adesso onori gli impegni
Corriere
della sera
23
settembre 2004
Gianna
Fregonara
ROMA
- «Un successo dell' azione italiana, non un regalo a Gheddafi
ma un segno tangibile del nostro apprezzamento per i passi avanti
compiuti dalla Libia». Così il ministro degli Esteri
Franco Frattini, che è a New York per dare battaglia sulla
riforma dell' Onu, accoglie l' ok dell' Europa a togliere l' embargo
totale a Tripoli: «Da un anno avevamo posto sul tappeto
del Consiglio dei ministri europei il problema della revoca dell'
embargo, collegando il capitolo Libia ad un doppio obiettivo:
alla strategia europea per combattere l' immigrazione clandestina,
che per l' Italia costituisce pericolo costante, e a quella per
ricondurre Tripoli nell' alveo dei Paesi con cui la Ue deve collaborare.
L' azione dell' Italia è stata apprezzata dagli altri partner
e siamo riusciti a convincere i Paesi come la Svezia che erano
più critici». Il passo di oggi è la dimostrazione
che la linea del dialogo con uno dei Paesi che per anni è
stato considerato uno Stato canaglia, finanziatore del terrorismo,
può pagare più di una strategia militare? «E'
difficile fare paragoni con l' attualità. Certo il dialogo
fa parte della nostra strategia e la risposta politica è
sempre essenziale. Ma occorre che l' interlocutore dia risposte,
come ha fatto Gheddafi. Poi il risultato arriva: abbiamo impostato
in modo nuovo i rapporti tra Italia e Libia e tra Libia e Europa.
Abbiamo avuto molta pazienza, ma il popolo libico e quello italiano
sono vicini per storia e collocazione geografica e questo ci ha
permesso di moltiplicare gli sforzi e di avere risultati».
Quanto ha contato l' apertura americana alla Libia? «E'
stata un elemento positivo ma è arrivata mentre ormai il
discorso europeo era aperto e in via di definizione: è
chiaro che il clima di fiducia intorno alla Libia ha aiutato».
E quale è stato il ruolo della Commissione Ue. Romano Prodi
era stato il primo a invitare Gheddafi a Bruxelles, affrontando
aspre polemiche. «La Commissione ha condiviso la proposta
italiana un anno fa. Consiglio e commissione hanno lavorato bene
insieme e il risultato è un segnale positivo alla Libia
che ha capito che l' Italia come partner è in grado di
provocare una decisione europea in tempi rapidi». Dopo un'
estate di sbarchi a catena, che cosa dobbiamo aspettarci da Gheddafi?
Davvero che non arrivino più barconi stracolmi? «Ci
aspettiamo che la Libia rispetti l' impegno che Gheddafi ha preso
direttamente con il presidente Berlusconi di ostacolare il flusso
di clandestini e lo faccia da subito anche con i mezzi scarsi
che ha a disposizione. Mi auguro che non arrivi più neppure
una nave, ma le forniture militari non cominceranno subito, perché
l' abolizione dell' embargo sarà ufficialmente varata dai
ministri degli Esteri in ottobre». La Libia è considerata
oltre che un porto di imbarco per i clandestini anche un passaggio
per i terroristi. «Gheddafi ha detto a me che la lotta al
terrorismo è una priorità, dunque abbiamo un interesse
comune». La Libia può diventare un partner privilegiato
per l' Europa? «Per adesso Gheddafi non ha voluto aderire
al processo di Barcellona, la partnership per l' Euromediterraneo.
Spero che le sue resistenze vengano meno al più presto
e che si trovi la convergenza per un partenariato per la lotta
al terrorismo». Ci sono però questioni bilaterali
aperte: gli indennizzi coloniali o la festa della vendetta (la
cacciata degli italiani) che Fini aveva chiesto a Gheddafi di
abolire prima della revoca dell' embargo. «Le richieste
di Fini vanno affrontate non ora ma in un ambito più ampio,
quello degli accordi politici». Si apre una strada per la
Libia, sembra invece stringersi quella per l' ingresso della Turchia.
Qual è la posizione dell' Italia? «Ho parlato a lungo
con il ministro degli Esteri turco Gul, ha una posizione di grande
apertura. Io credo che a dicembre ci saranno le condizioni per
stabilire la data di apertura del negoziato, ma bisogna incoraggiare
Ankara ad andare avanti con le riforme». Nonostante lo stop
del presidente Barroso, del Ppe e di una buona parte di Paesi,
lei resta ottimista. «Il mio è l' ottimismo della
volontà, guai se rinunciassimo ad avvicinare la Turchia,
sarebbe un pessimo segnale per il mondo musulmano». Gianna
Fregonara La Jamahiria LA SCHEDA LA POPOLAZIONE La Libia ha circa
5.300.000 abitanti, per una superficie di 1.759.540 chilometri
quadrati. Nella capitale, Tripoli, vivono oltre un milione di
persone. Le altre città principali sono Bengasi (597.000
ab.), Misurata (314.000 ab.), Zuwara e Khums LINGUA E RELIGIONE
La lingua ufficiale è l' arabo. L' inglese e l' italiano
sono ampiamente conosciuti e utilizzati nelle relazioni di lavoro.
La religione più praticata è quella musulmana sunnita
(97% della popolazione). Le altre raggiungono solo il 3% LO STATO
E LE LEGGI Nella Jamahiria, lo «Stato delle masse»,
formalmente non esiste un capo dello Stato: le decisioni vengono
«ispirate» da Gheddafi. Il sistema legislativo si
basa sulla democrazia diretta, organizzata in Congressi di Base
con al vertice un parlamento L' ECONOMIA La Libia è uno
dei maggiori produttori petroliferi del mondo, con oltre un milione
di barili al giorno. Nel 2002 il tasso di crescita reale dell'
economia ha toccato l' 1,5%. L' unità monetaria della Libia
è il Dinaro libico.
(torna su)
Sui
risarcimenti coloniali l'accordo è lontano. La Libia chiede
6 miliardi
Dalla
cacciata dei nostri connazionali nel 1970 trent'anni di trattative
inutili
Corriere
della sera
23
settembre 2004
Alessandra
Arachi
ROMA
- Non sono mai stati quantificati, ma sempre rivendicati a gran
voce. Di più: per i danni del colonialismo italiano in
Libia Muhammar Gheddafi ha anche cercato risarcimenti
in proprio. Come quando negli anni Ottanta decise di sospendere
i pagamenti a tutte le ditte italiane che lui stesso aveva chiamato
per lavorare. Quelle ditte ancora aspettano i soldi del colonnello:
roba di 617 milioni di dollari, secondo una quantificazione di
Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri. Anzi, ben di più
visto che ai 617 milioni di dollari bisogna aggiungere tutti gli
interessi passivi maturati in questi vent' anni. Soldi rimasti
sospesi, mentre inutilmente l' Italia e la Libia continuano a
cercare un accordo per chiudere la questione diplomatica dei danni
del colonialismo e della guerra nordafricana del 1940-43. E' una
trattativa che va avanti da più di trent' anni. Da quando
Gheddafi decise di riaprire il contenzioso. Era il 1970 e il colonnello
espulse all' improvviso i 20 mila italiani residenti in Libia
prendendogli le case, i terreni, le fabbriche, i risparmi, ma
anche i depositi bancari e i fondi dell' Inps. E' ancora aperto
il contenzioso per i visti sui passaporti di tutti e ventimila.
E' una trattiva che non si riesce a chiudere. Ci hanno provato
un po' tutti, governi democristiani, di sinistra e di destra.
L' ultimo fu Lamberto Dini nel 1998 a stipulare un accordo che
sembrava bilaterale e definitivo. E oggi il gap tra le richieste
della Libia e le nostre offerte di risarcimento è ancora
enorme, apparantemente incolmabile. All' inizio Berlusconi aveva
offerto la costruzione di un ospedale. Gheddafi ha rilanciato
chiedendo una strada. E sulla carta l' accordo è stato
chiuso con l' impegno dell' Italia a fornire alla Libia un «progetto
infrastrutturale nel settore stradale». Peccato che il colonnello
voglia la costruzione di un' autostrada litoranea per l' Egitto,
roba di miliardi di euro, tre miliardi, o forse sei. E che l'
Italia non sia disposta invece a sborsare più di 60 milioni
di euro. Alessandra Arachi
(torna su)
Accolta
dalla Ue la proposta dell'Italia. Soddisfazione del Ministro Frattini
Dopo
gli Usa, anche l'Europa toglie l'embargo alla Libia. Ma gli italiani
cacciati dalla Libia aspettano ancora….
INFORM
- N. 188
23
settembre 2004
ROMA
- Anche l'Europa revoca l'embargo alla Libia. Una delibera avanzata
dall'Italia, e in linea con l'abolizione dell'embargo commerciale
decisa negli Stati Uniti dall'amministrazione Bush. Il via libera
dalla Unione Europea alla revoca totale delle sanzioni è
giunto oggi, anche se la ratifica arriverà soltanto il
prossimo 11 ottobre, nel corso della riunione dei Ministri degli
Esteri in programma a Lussemburgo.
Il
dibattito era stato sollecitato dal nostro Paese che, nell'ambito
della lotta all'immigrazione clandestina, aveva chiesto la revoca
dell'embargo per componenti e equipaggiamenti militari, al fine
di poter fornire alla Libia i mezzi necessari al controllo delle
frontiere.
L'embargo
contro il Paese guidato da Gheddafi riguarda armi e equipaggiamenti
militari (tra cui jeep, elicotteri, aerei e altri mezzi) nonché
misure economiche (congelamento di fondi libici all'estero e divieto
nella fornitura di beni e servizi civili legati all'industria
petrolifera).
Nel
novembre scorso, la Commissione europea aveva presentato al Consiglio
una proposta per levare l'embargo economico imposto nel 1986 (anno
caratterizzato da diversi episodi di terrorismo in cui è
risultata implicata la Libia) e rimasto in vigore anche dopo la
decisione dell'Onu di revocare le sanzioni, decisione presa nel
settembre 1999.
Soddisfazione
del Ministro del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, per la
decisione dei 25 a Bruxelles. "La decisione dell'Ue - si
legge in una nota - corona l'impegno perseguito da tempo dall'Italia
per consentire alla Libia di dotarsi in particolare delle attrezzature
necessarie ad assicurare un efficace pattugliamento delle sue
frontiere terrestri e marittime e far fronte adeguatamente al
fenomeno dell'immigrazione clandestina e della criminalità.
L'importante decisione adottata dall'Unione Europea consente ora
di sollecitare alla Libia un maggiore sforzo nella lotta all'immigrazione
clandestina, con effetti positivi anche sul piano della sicurezza
degli Stati e, in generale, della regione mediterranea".
Una
domanda sorge però spontanea. In cambio della revoca dell'embargo
da parte degli Stati Uniti, Tripoli se la caverà versando
4 milioni di dollari di risarcimento alle vittime dell'attentato
di Lockerbie, che provocò 270 morti (un Boeing 747 della
Pan Am esplose in volo sul villaggio scozzese).
Ma
gli stranieri cacciati dalla Libia da Gheddafi, riceveranno risarcimenti?
A 20 mila italiani, nel 1970, furono confiscati tutti i beni prima
del rimpatrio forzato. Sono passati 35 anni ma per loro indennizzi
non ce ne sono stati.
L'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia, presieduta da Giovanna Ortu,
si batte da anni per ottenere giustizia e molto spesso si è
appellata alle autorità italiane - in primis i capi di
governo che si sono succeduti - affinché facessero pressioni
su Tripoli. Anche ultimamente, con lettere a Berlusconi.
Finora, nessun
esito. Ma la tragedia che ha colpito questi connazionali il nostro
Paese ha il dovere di ricordarla. Anche e soprattutto con atti concreti.
E' una tragedia che non può essere archiviata semplicemente
come fatale epilogo della colonizzazione. (S.P.-Inform)
(torna su)
Non
dimenticate gli italiani di Libia.
La
parola a Giovanna Ortu, presidente dell'associazione che raccoglie
gli esuli dal 1970.
I
ricordi, il dramma, le richieste dei nostri connazionali.
Secolo
d'Italia
22
Settembre 2004
Federico
Guiglia
La
signora si presenta così, a partire dalla data dell'espulsione:
Sono arrivata dalla Libia nel ‘70. Cominciai a interessarmi ai
nostri problemi negli anni dell'accordo tra Fiat e Tripoli. Prima
non potevo: dovevo seguire mia figlia, che aveva appena otto mesi.
Nel ‘77, dunque, ero segretaria dell'Associazione e dall'83, ininterrottamente,
sono diventata presidente. Più di vent'anni di amarezze,
ormai…” . La signora è Giovanna Ortu, nata a Tripoli sessantacinque
anni fa, e al vertice dell'Airl, Associazione italiana rimpatriati
dalla Libia, l'altra faccia dei rapporti fra i due Paesi. Ora
che si prospetta la fine dell'embargo europeo alla Libia, Giovanna
Ortu racconta dell'embargo dimenticato: quello che ancora colpisce
gli italiani di Libia.
Negli
ultimi anni le non facili relazioni fra Roma e Tripoli sono
migliorate. Quali ripercussioni per gli italiani di Libia?
Nessuna.
Dall'accordo Dini-Muntasser del ‘98, accordo che per noi prevedeva
soltanto la possibilità di ritornare in Libia, nulla, nemmeno
quello, s'è realizzato. Sono invece migliorate le relazioni
personali. Anche quelle fra me e i due ambasciatori libici, quello
presso la Santa Sede, Gaddur, e Al Obeidi, che è il rappresentante
di Tripoli presso lo Stato italiano. Grazie al primo, in particolare,
io sono potuta tornare per qualche giorno in Libia, ospite del
governo libico. Doveva essere l'inizio di una nuova stagione.
Invece...
Invece?
Io
avevo chiesto al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,
di portarmi con sè in una delle sue tre missioni a Tripoli.
Lui avrebbe voluto portarmi, ma la Farnesina, a mio parere sbagliando,
si oppose. Bisognava continuare, anche dal punto di vista diplomatico,
la strada del disgelo che con le autorità libiche io avevo
aperto. Da allora, viceversa, s'è tutto fermato. Nessun
visto è stato più concesso agli italiani nati in
Libia. Noi rimpatriati ci sentiamo dei veri capri espiatori. La
Libia pretende, l'Italia promette: ma l'unica cosa che Gheddafi
s'è preso con certezza, sono i nostri beni nel 1970. E
di questi nemmeno si parla più!
Avete
mai fatto un conto della confisca?
S“,
e dico subito che i giornali hanno esagerato nelle cifre indicate.
Il valore dei soli beni materiali era di circa 400 miliardi di
vecchie lire di trentaquattro anni fa. Fino ad oggi non è
che non abbiamo avuto niente. Ma grazie a degli occasionali provvedimenti,
peraltro a beneficio di tutte le categorie di profughi, il totale
riavuto non raggiunge neanche il capitale di allora. Saremo più
o meno nell'ordine di 300 miliardi, ma 300 miliardi di oggi, attenzione.
Intendiamoci bene: noi siamo realisti. Non chiediamo la restituzione
di quel che ci è stato tolto nè la rivalutazione
del relativo valore economico dell'epoca. Chiediamo, però,
che nel quadro dei grandi interessi in ballo fra Roma e Tripoli
- e per questo abbiamo accolto con piacere la richiesta del vicepresidente,
Gianfranco Fini, alla Libia, di cancellare in uno spirito di autentica
pace ogni atteggiamento anti-italiano non si dimentichi la nostra
vicenda.
L'Italia
di oggi che cosa può fare per lenire le vostre ferite?
Oppure il dolore non fa più male?
Col
dolore s'impara a convivere, ma questo non significa che “chi
ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato”. Non si cancellano
le ingiustizie, tanto meno quando esse sono recenti, e tuttora
bruciano. Noi siamo stati cacciati nel ‘70. Oggi vorremmo che
con un piccolo sacrificio, davvero piccolo, l'Italia approvasse
una legge d'indennizzo. Definitivamente. Il ministero dell'Economia
ne conosce i costi, che sono stati portati più volte pure
all'attenzione del Parlamento. Vogliamo voltare pagina con la
Libia? Facciamolo. Ma allora si risolva anche il nostro problema,
senza far finta che non esista.
Chiedete
anche qualcosa alla Libia o solo all'Italia?
Certo
che chiediamo. Chiediamo il rispetto dell'intesa firmata sei anni
fa, facendoci tornare nella terra in cui siamo nati e a cui sempre
siamo rimasti legati con gli affetti e col ricordo. Dico di più.
Se Gheddafi ha bisogno di un simbolo vivente del colonialismo,
un simbolo da “punire” vita natural durante, eccomi qua: quale
presidente dell'Associazione mi offro volontaria. Faccia tornare
i connazionali nati in Libia che vogliono tornare, e vieti a me
soltanto la facoltà del ritorno. A me e a tutta la mia
famiglia, se vuole. Ma questa ingiustizia deve finire: non possono
esistere italiani di serie A, nati in Italia e liberi di volare
a Tripoli, e italiani di serie B, proprio quelli più legati
alla Libia perchè in Libia sono nati, costretti a restare
fuori dalla porta. Il governo italiano non può tollerare
una simile discriminazione, specialmente in un momento di normalizzazione
dei rapporti con Tripoli.
Chi
siete, quanti siete e quando comincia la vostra storia?
Eravamo
ventimila quando siamo stati cacciati da Gheddafi. La Libia era
diventata indipendente nel 1951 e l'indipendenza era stata condizionata
dalle Nazioni Unite al rispetto delle comunità di minoranza.
Poi invece.. Ai tempi di maggiore presenza gli italiani erano
più di centomila. Ma già negli anni Cinquanta eravamo
poco meno di quarantamila. La confisca è stata totale:
hanno tolto tutto a tutti. Sono stati incamerati pure i contributi
previdenziali e assicurativi versati dagli italiani. Pensi che
soltanto nel ‘90 vent'anni dopo! L'Italia ci ha riconosciuto i
diritti maturati per le pensioni e pensi, quindi, a quanti connazionali,
che nel frattempo erano morti, non hanno avuto neanche la possibilità
della pensione. E giusto quel che diceva Andreotti: i dirimpettai
nessuno se li sceglie. Capiamo, inoltre, che grandi interessi
come il petrolio o il buon vicinato siano primari nella politica
estera di qualunque Stato. Ma c'è modo e modo di perseguire
gli obiettivi. Il rispetto è una cosa reciproca: nessuno
può vendere la dignità del proprio Paese.
Ma
lei come spiega che in tutti questi anni, e ne sono passati, nessun
governo abbia cercato dl “normalizzare”, come lei diceva, anche
la vostra situazione nelle relazioni tra i due Paesi?
Nessuno
di noi profughi - ma neppure Fini o Fassino o l'Andreotti di ieri
- può essere oggi chiamato a rispondere della politica
giolittiana del 1911. A un certo momento i popoli e gli Stati
devono saper voltare pagina nelle relazioni tra loro, senza per
questo nulla dimenticare del proprio passato. Devono saper svoltare
con onestà e con reciproco rispetto. Sono già tre
viaggi che il nostro presidente del Consiglio fa a Tripoli e ogni
volta quello lo accoglie con richieste di risarcimento, con le
foto coloniali e altro ancora. Ma come si fa? Se uno mette la
parola “fine”, la deve mettere sul serio e su tutto. Invece trentaquattro
anni dopo, noi siamo ancora qui a chiedere di poter tornare.
Quali
sono, In concreto, i problemi Irrisolti?
Sono
esattamente tre, non trecento o tremila: tre. Primo problema:
serve una definitiva legge di indennizzo. Sono cifre tutt'altro
che proibitive, neppure nella pur difficile congiuntura internazionale
che stiamo vivendo. Tant'è che il ministro Tremaglia conta
di riuscire a farla finalmente inserire in Finanziaria. Trentaquattro
anni dopo mi pare che i tempi possano considerarsi maturi, o no?
A parole tutti i parlamentari che incontro, e di tutti i partiti,
mi danno ragione. Secondo: i visti. Ci diano la possibilità
di tornare in Libia, anche e solo per piangere i nostri morti.
Terzo: il cimitero. Un'autentica vergogna, ma l'unica nota positiva.
Vergogna
o nota positiva?
A
Tripoli il cimitero Hammangi, così si chiama, è
abbandonato da anni. Tombe scoperte, cani che frugano fra le ossa
sottoterra… E' un cimitero cattolico che sorge in un'area già
periferica, ma oggi inurbata. Un'area di oltre dieci ettari. Noi
stessi abbiamo proposto di restituire una parte della superficie
alla municipalità di Tripoli, che ci farà un parco-giochi.
Ci restringeremo a poco più di un ettaro nel nucleo centrale.
Con la preziosa e decisiva collaborazione delle autorità
libiche, s'è istituita una commissione mista per restaurarlo.
Ma pare che la Farnesina non trovi più i soldi - tre, quattro
milioni di euro - per rimetterlo a posto. Si parla di ottomila
salme (erano quindicimila prima del ‘70 ma molti connazionali,
andandosene, si sono portati via quelle dei loro cari). Per trent'anni
nè i nostri governi nè, me lo lasci dire, il Vaticano
si sono preoccupati del cimitero a pezzi. A ripulirlo dalle erbacce
sono stati i libici con una grande opera del loro servizio ecologico.
Questo è l'atto, il solo atto concreto del disgelo cominciato
e condiviso: ridare dignità almeno ai morti. Posso aggiungere
un particolare burocratico?
Certo
che può...
I
libici hanno già firmato il terzo verbale di accettazione
del nuovo progetto. Ma il nostro console generale di Tripoli non
ha avuto il consenso di apporre, a sua volta, la firma, perché
non sono stati ancora stanziati i fondi necessari e spettanti
al nostro Paese. Tra l'altro, questa è un'iniziativa condivisa
dallo stesso presidente Berlusconi, e glielo dico per certo. Le
dico ancora una cosa: noi rimpatriati abbiamo già raccolto
cinquemila, simbolici euro con una colletta: almeno la statua
centrale col crocifisso sarà ripristinata. Mi domando,
tuttavia: ammesso che la Farnesina non trovi i soldi pur previsti,
possibile che fra tutte quelle imprese italiane in Libia, le quali
“valgono” un interscambio di quattordicimila e duecento miliardi
di vecchie lire fra Italia e Libia, possibile che in quel fiume
di denaro non si trovino delle briciole d'euro per restaurare
il cimitero e onorare la memoria dei nostri defunti? Altra domanda
altrettanto ingenua: lo Stato italiano che s'appresta a dare a
Tripoli le vedette, l'ospedale, le strutture e quant'altro per
regolare i flussi immigratori, possibile che non trovi pochi spiccioli
per i nostri indennizzi?
Due
anni fa a lei è stato permesso di tornare in Libia. Che
cosa l'ha sorpresa in meglio e in peggio? E com'è finita
quell'apertura così simbolica, essendo lei la presidente
dei rimpatriati?
In
meglio mi ha colpito la condizione della donna. Gheddafi è
riuscito veramente a emanciparla. Oggi le donne partecipano, mentre
ai tempi in cui io ero ragazza, esse erano soggette all'esclusivo
volere degli uomini. Chi mette il velo, oggi “e molte non lo mettono”,
sembra che lo faccia più come vezzo, come arma di seduzione
che non come atto di sottomissione. In peggio ho trovato la realtà
della sua precisa scelta ideologica: lasciar completamente andare
la memoria della città coloniale. Una scelta che si può
anche capire. Per non a costo di far costruire un'autostrada dentro
il più bel lungo-mare naturale del mondo. L'ideologia contro
un patrimonio dell'umanità: avvilente. Per il resto, non
posso dimenticare il grande affetto della gente “con delle manifestazioni
che ancora oggi mi fanno venire la pelle d'oca” e anche, lo sottolineo,
delle autorità libiche. Generosi, ospitali, compreso il
ministro degli Esteri, sia con me che con mia figlia. Doveva essere
il “nuovo inizio” delle relazioni tra noi, italiani di Libia e
libici…
(torna su)
Libia:
la Sinistra
soffia
sul fuoco dei rancori anti-italiani
Secolo
d'Italia
22
settembre 2004
Giorgio
Torchia
Gli
Stati Uniti hanno deciso di levare l'embargo imposto alla Libia
nel 1986 ed altrettanto, pur con alcuni distinguo, si accinge
a fare l'Unione Europea su richiesta dell'Italia. Gheddafi esce,
così si spera, definitivamente dalla lista dei "cattivi"
e passa in quella dei "buoni". La Libia non è
più uno "stato canaglia" - definizione americana
per i paesi che collaborano con il terrorismo o sono pericolosi
per la pace mondiale a causa della loro volontà di dotarsi
di armi di distruzioni di massa - ed entra a far parte di quella
Comunità internazionale che lotta contro i fanatici dell'Islam.
La decisione americana di assolvere il Colonnello nasce da alcune
considerazioni pragmatiche. Gheddafi, pur essendo chiaramente
coinvolto in tre attentati Berlino (1986), Lockerbie (1988, 245
morti), Tenerè (1989, 170 morti), ha mostrato di "pentirsi"
accettando di rimborsare le vittime del suo terrorismo ed ammettendo
così implicitamente le colpe della Libia. Ma questo assurdo
e cinico rimborso è soltanto un alibi necessario a far
salvare la faccia alle Cancellerie occidentali. La ragione di
fondo è che la Libia è utile alla lotta contro il
terrorismo in considerazione del dilagare dell'estremismo islamico
in Nord Africa, segnalatamente in Algeria ed Egitto. Gheddafi,
inoltre, ha offerto a Bush un'eccellente
giustificazione: la rinuncia formale a dotarsi di armi di distruzione
di massa (chimiche ed atomiche), accettando le ispezioni dell'Aiea
l'Agenzia internazionale.
Quale
fosse la reale capacità dei libici, che a questo fine avevano
preso contatto con Pakistan e Corea del Nord, di realizzare le
armi della mega morte non è chiara, viste le molte difficoltà
tecniche. E' comunque chiaro che questa volontà esisteva.
Bush, grazie alla conversione di Gheddafi, può vantarsi
di aver indebolito il fronte degli "stati canaglia"
e che il Colonnello ha fatto tesoro della sorte toccata a Saddam
Hussein. Questo quadro si completa valutando il grande interesse
che c'è negli Stati Uniti (ed in Inghilterra, con Blair
che si è affrettato ad incontrare Gheddafi) verso le strategiche
risorse petrolifere della nostra ex-colonia. Per inciso, il petrolio
libico soddisfa un terzo del nostro fabbisogno. L'Italia si è
attivamente prodigata affinché le sanzioni alla Libia venissero
tolte e si deve all'impegno della nostra diplomazia se, per quanto
riguarda l'Ue, questo risultato sta per essere raggiunto. Alla
base di questa nostra scelta c'è una prima importante motivazione:
la Libia è diventata il terminale dell'immigrazione clandestina
che dall'Africa centro-meridionale raggiunge le sue coste e da
qui si riversa sulle nostre. Sull'isola di Lampedusa, già
fatta segno dell'attenzione missilistica di Gheddafi nel 1986,
in particolare. Il nostro governo ha raggiunto un accordo con
quello libico, in virtù del quale Tripoli accetta una cooperazione
con le nostre forze di polizia per bloccare questo traffico di
esseri umani ed adottare una serie di provvedimenti, campi di
accoglienza ecc. necessari per fronteggiare il fenomeno. Misure,
queste, che s'impongono per la stessa Libia, dato che, ammettono
i suoi dirigenti, il terrorismo islamico si serve degli immigrati
clandestini per infiltrare i suoi agenti.
Il
presidente del Consiglio si è recato due volte a Tripoli,
l'ultima ad agosto, per chiudere quest'accordo e normalizzare
anche i rapporti con la nostra ex-colonia, che rappresentano un
paradosso storico e politico. Al quale ha fatto riferimento Gianfranco
Fini. Vediamo di che si tratta. La Libia è l'unico dei
paesi ex coloniali che mantiene, ad oltre mezzo secolo dalla sua
indipendenza, un contenzioso con il paese che l'ha dominato. A
scorrere la carta geografica del mondo, non c'è un altro
esempio del genere. Gheddafi, in questo caso, può solo
aver punti di contatto, ma molti approssimativi, con Mugabe, il
dittatore dello Zimbabwe, ex-Rhodesia, messo peraltro all'indice
dalla Gran Bretagna, limitatamente al problema dei residenti inglesi.
Nessun altra ex-colonia ha tenuto desta una contrapposizione così
artificiosa come quella che tiene in vita Gheddafi nei nostri
confronti. Potenze coloniali come Gran Bretagna, Francia, Portogallo,
Olanda, Spagna e Belgio, con ben altri fardelli storici, non hanno
avuto i problemi che noi continuiamo ad avere con la Libia, un
paese da noi sottratto alla dominazione turca nel 1911 ed al quale
abbiamo dato, finanche, l'attuale nome. E la Libia, va ricordato,
ebbe nel 1938 uno status metropolitano che la distingueva dalle
colonie dell'Africa orientale (Eritrea, Somalia ed Etiopia). L'Etiopia,
con la restituzione della stele di Axum, altra assurda storia,
una volta che i tigrini hanno preso il potere, dopo Menghistu,
ad Addis Abeba ha cercato di seguire le orme della Libia, ma tutto
è finito con l'obelisco che giace in un magazzino di Fiumicino
in attesa di un problematico rientro in Etiopia.
Finita
la seconda guerra mondiale ed occupata dall'Inghilterra, la Libia
otteneva, nel 1950, l'indipendenza e diventava un regno con sovrano
Idris El Senussi, che gli italiani, nella campagna militare di
riconquista degli anni Trenta, costrinsero all'esilio in Egitto.
Il Senusso si comportò con l'Italia come a sua volta aveva
fatto il Negus. Dimenticò le offese e le umiliazioni patite
e promosse la riconciliazione con l'ex-potenza coloniale. Il contenzioso
con la Libia (così come quello con l'Etiopia) venne definito
e chiuso con il trattato del 1956. Fu concordato, fra l'altro,
il trasferimento di tutti i beni demaniali ed il risarcimento,
a saldo, di 5 milioni di sterline. A riaprire la querelle fu Gheddafi,
dopo il colpo di Stato con il quale defenestrò il Senusso
ed instaurò l'attuale repubblica, la Giamahiria. Gheddafi
espulse nel 1970 venticinquemila nostri connazionali, che ancora
oggi non possono rientrare in Libia nemmeno come turisti ed aspettano
il risarcimento. Così come aspettano il risarcimento le
società italiane che dopo hanno operato in Libia. Il Colonnello
ha riproposto, al rialzo, un contenzioso per riparazioni che abbraccia
sia il periodo coloniale, sia le conseguenze, campi minati ecc.
derivanti dal fatto che il territorio libico durante la seconda
guerra mondiale fu un campo di battaglia. La Cirenaica in particolare,
(ma anche la Tunisia, che non ha avanzato rivendicazioni né
a noi, né agli altri paesi belligeranti). Per oltre trent'anni,
i rapporti italo-libici, tra visite di Stato e trattati rimasti
sostanzialmente sulla carta, si sono svolti su due ambigui binari:
quello ufficiale, centrato sulle rivendicazioni di Gheddafi, con
ricorrenti campagne antitaliane, e quello ufficioso, fatto di
proficui interscambi commerciali. L'Italia è infatti per
import ed export il primo dei partner commerciali della Giamahiria.
Nel
1999 (l'avevano preceduto fra gli altri Andreotti e Dini) D'Alema
si reca a Tripoli, rende omaggio a Gheddafi, condanna il colonialismo
italiano e rende gli onori a Sciara Sciat, dove furono massacrati
i nostri bersaglieri, agli "eroi nazionali massacrati dagli
italiani". Berlusconi, con pazienza e subendo anche sgarbi
formali con ostentazione iconografica delle repressioni compiute
dalle nostre truppe, cerca di ricucire con Gheddafi. Rilancia
il progetto di costruire un ospedale d'avanguardia, ma Gheddafi
chiede un'opera ciclopica, una nuova via Balbia che dovrebbe collegare
il confine tunisino a quello egiziano. Ad un costo per noi assolutamente
insopportabile. Questa, nell'essenziale, la situazione. Commentando
la fine delle sanzioni, Gianfranco Fini, rallegrandosene, ha auspicato
che da parte della Libia venga finalmente un gesto risolutivo
che chiuda questo assurdo capitolo. E come? Consentendo ai nostri
connazionali di poter rivisitare il paese e abolendo dal calendario
la festività antitaliana del 28 ottobre. La richiesta,
minima, avanzata dal Presidente di An ha trovato nel solito Angelo
del Boca, intervistato dal Manifesto, un commento delirante. Del
Boca, che come ragione di vita ha quella di denigrare il suo paese
evidenziando tutti i lati negativi, veri e falsi, del nostro "colonialismo
straccione", accusa Fini di ignorare la storia e gli effetti
dei "durissimi" 30 anni dell'occupazione italiana in
Libia, sostiene le ragioni di Gheddafi contro l'Italia e arriva
al paradosso di paragonare i progettati campi per gli immigrati
clandestini a quelli creati da Graziani durante la campagna contro
le forze senussiste.
Un
delirio, non nuovo, nel quale Del Boca ed Il Manifesto non colgono
il gesto di riconciliazione e di realismo di Fini, ma ripropongono
tesi dirette ad allargare piuttosto che chiudere il fossato tra
l'Italia e la Libia. Del Boca, nella sua ossessione antitaliana
- non a caso è biografo di Gheddafi e non spende una parola
di critica per i massacri di cui il Colonnello ha ammesso la responsabilità
- intanto non storicizza gli avvenimenti. Non colloca cioè
le nostre imprese coloniali nel contesto storico in cui si sono
svolte. E nel caso particolare della Libia non si pone l'interrogativo
di cosa bisognava fare della Libia, in gran parte abbandonata
durante la prima guerra mondiale. Lasciarla a chi? Alla Turchia
sconfitta o agli insorti arabi, senza ancora una coscienza nazionalista,
che erano stati armati dai tedeschi? Furono i governi prefascisti
a decidere la riconquista, mentre in parallelo le democrazie inglesi
e francesi stroncavano con le armi ilnascente nazionalismo arabo
(insurrezione del Riff in Marocco, del Gebel druso in Libano ecc.).
Così
come Del Boca ignora, deliberatamente, l'altra faccia del colonialismo
italiano, fatta di imponenti opere pubbliche, investimenti, sanità,
educazione, elevazione civile e sociale. Ma tutto questo lo lasciamo
all'analisi degli storici veri, non di quelli di parte. Quel che
però vogliamo ricordare, in conclusione, è l'anomalia
Gheddafi, che sfugge a Del Boca. L'Algeria, abbiamo avuto occasione
di ricordarlo più volte su queste colonne, ha concluso
la sua guerra d'indipendenza con la Francia nel 1962. La più
dura e sanguinosa guerra d'indipendenza dell'Africa. Ma l'Algeria
non avanza contenziosi con la Francia (quelli della Libia sono
del 1911 e del 1932!). Il presidente Bouteflika si reca a Parigi
ed allo Chemin des dames rende omaggio ai soldati algerini (gli
Ascari francesi) "caduti per la Francia" nel primo conflitto
mondiale, mentre Chirac, che durante la guerra d'Algeria era tenente,
visita Algeri fatto segno ad accoglienze entusiaste.
Mai
gli algerini oserebbero mostrare al presidente della Francia le
foto della battaglia d'Algeri.Il “paradosso libico”, dunque, è
un assurdo che - ha ragione Gianfranco Fini - deve finire, perchè
è ora che si guardi all'avvenire. A Del Boca, perché
informi il suo amico Gheddafi, segnaliamo un evento che si svolge
in questi giorni a Roma, dal quale trarre molti, interessanti
motivi di riflessione.
E'
stata inaugurata nelle sale del Vittoriano una mostra dell'"Epopea
degli Ascari eritrei", con la partecipazione del governo
della nostra ex prima colonia. Un'esposizione che vuole essere
la riproposizione di una storia comune ad opera di un popolo,
quello eritreo, che non ha complessi, né contenziosi. E
per volere di una classe dirigente, quella che ha espresso il
presidente Afeworki, che è arrivata al potere con le armi,
liberando il suo paese, dopo trent'anni di lotta sanguinosa e
non, come Gheddafi, con un incruento colpo di palazzo nel 1969.
(torna su)
Libia-Ue:
trovato accordo revoca totale embargo armi
TG5.it
22
settembre 2004
Da
nemico dell'occidente a figliuol prodigo, la parabola del colonnello
Gheddafi è compiuta. Anche l'Europa è pronta a togliere
l'embargo rimasto in piedi per 18 anni. Lo farà l'11 ottobre,
ma il sì decisivo è scattato in queste ore, con
la raccomandazione del Consiglio degli ambasciatori. Un successo
della diplomazia italiana, accelerato dal recente colloquio tra
Berlusconi e Gheddafi nell'antica Sirte. L'Italia aveva minacciato
perfino di rompere il fronte europeo se non si fosse arrivati
a una rapida decisione. L'ultimo embargo a cadere sarà
quello per le forniture militari, il più importante. Da
tempo Gheddafi va ripetendo ai suoi interlocutori italiani di
non essere in grado di controllare le coste, e dunque bloccare
le barche dei clandestini, perché non ha i mezzi necessari:
motovedette moderne, radar e binocoli a raggi infrarossi. Forse
esagera un po', perché ha dimostrato che - quando vuole
- quel traffico lo sa fermare, anche ricorrendo a metodi molto
spicci. Ma l'Italia ha tutto l'interesse a ottenere la sua collaborazione
e quella degli altri paesi africani per fermare sul nascere -
e incanalare su rotte legali - il flusso degli immigrati. Ora
il ministro dell'Interno Pisanu potrà tornare domenica
prossima in Libia con in tasca un programma concreto. La strada
è comunque ancora lunga, e Gheddafi interlocutore non facile.
Ma dopo aver condannato il terrorismo e l'integralismo islamico,
è ritenuto molto più affidabile e utile in occidente.
George W. Bush ha revocato lunedì scorso le pesanti sanzioni
commerciali alla Libia, e anche francesi e tedeschi - i più
duri avversari di Gheddafi in ambito europeo - si sono fatti convincere
dai lauti risarcimenti del governo libico, che ha ammesso le sue
colpe nelle stragi degli anni Ottanta, tristemente famosa quella
di Lockerbie. Resta almeno una questione irrisolta. Il risarcimento
per gli italiani che furono cacciati dopo il colpo di stato di
Gheddafi. Quel giorno in Libia è ancora festa nazionale.
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Italia-Libia:
Rimpatriati, dubbi su "sincerità" Gheddafi
AGI
Roma,
21 settembre 2004.
"Se la revoca dell'embargo
nei confronti della Libia servira' davvero a limitare l'afflusso
di clandestini sulle nostre coste e a ricucire le relazioni bilaterali
tra i due Paesi, saremo i primi ad esserne contenti. Ma e' difficile
cancellare il dubbio che tutto questo sia strumentale e che ancora
una volta Gheddafi sia riuscito ad ottenere quel che voleva".
Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiana rimpatriati
dalla Libia, alla vigilia della riunione del Coreper, il Comitato
dei rappresentanti degli Stati membri a Bruxelles che domani si
pronuncera' sulla questione, non ha paura a confessare la sua
diffidenza, alimentata - dice - "da 34 anni di sofferenze e illusioni".
"Magari e' un caso - obietta -, ma i viaggi delle 'carrette del
mare' si sono intensificati dopo l'ultima visita di Berlusconi
a Tripoli: non e' che il colonnello le ha lasciate andare per
aumentare la pressione e avere i mezzi promessi? Gia' due anni
fa, quando - invitata dal governo locale - sono stata a Tripoli,
Gheddafi proponendosi come leader del continente africano aveva
aperto tutte le frontiere: resosi conto che di disperati ne erano
entrati troppi, deve aver pensato di spedirne un bel po' altrove...".
Parole amare, che pero' rischiano di essere fraintese. Visto che,
attualmente, nel mirino dell'Airl, prima che il leader della Jamahiria
c'e' proprio il governo italiano. "Tanti anni non sono passati
invano - spiega Giovanni Ortu -: oggi abbiamo piu' motivo di risentimento
per un governo irriconoscente che non per il predatore Gheddafi
che, alla fine, ha fatto quello che ha fatto soltanto per accontentare
le sue masse. Negli ultimi due anni, Berlusconi e Fini ci hanno
fatto promesse su promesse, tutte puntualmente disattese: e alla
fine, un governo di destra come quello attuale rischia di aver
fatto di meno di quanto, ed era gia' poco, avevano fatto i governi
precedenti". Il nodo mai sciolto, naturalmente, e' quello degl
indennizzi ai 20mila italiani espulsi dal Paese nordafricano nel
1970. "I beni che ci sono stati sottratti nel 1970 - sottolinea
la presidente dell'Airl - furono valutati 400 miliardi di lire:
noi on chiediamo questa cifra attualizzata (almeno 3 miliardi
di euro, ndr), ci rendiamo conto che e' impossibile, ci accontenteremmo
di un indennizzo simbolico di 250 milioni di euro, fissato dal
governo con una legge ad hoc e da versare in piu' tranche annuali".
Richiesta rimasta, almeno per ora, inascoltata. "Come facciamo
a non sentirci discriminati, noi che siamo stati le vere vittime
del colonialismo? - chiede Giovanna Ortu -. Con gli accordi del
'98, il governo italiano ha di fatto rinunciato a d ogni possibile
indennizzo da parte libica, laddove invece Gheddafi ha accettato,
ad esempio, di risarcire le vittime di Lockerbie. E, volendo,
non possiamo nemmeno tornare a Tripoli perche', in barba agli
stessi accordi del '98, non ci vengono rilasciati i visti". "L'unico
risultato che sembravamo avere ottenuto - continua - era il riscatto
del cimitero cattolico di Tripoli, quello dove tuttora riposano
8mila nostri connazionali e che per anni e' rimasto del tutto
abbandonato, con lapidi divelte, erbacce dappertutto e cani a
rovistare tra le tombe. Avevamo trovato un accordo, eravamo disposti
ad accontentarci di un'area piu' piccola e la Farnesina si era
impegnata a finanziare il progetto, ma ora sembra che non ci siano
piu' nemmeno i pochi milioni di euro che sarebbero bastati. Per
fortuna - ammette - non si parla' piu' del 'gesto simbolico di
riconciliazione' che Ruggiero promise quando ando' in Libia. Perche'
l'ospedale di cui Berlusconi parlo' nel suo viaggio a Tripoli
dell'ottobre 2002 era poi diventato il progetto di una superstrada
da 2mila chilometri e da 60 milioni di euro: solo che Gheddafi
non si era accontentato nemmeno di questo, e avrebbe voluto che
a costruirla fossimo noi. Con una spesa non inferiore ai 6 miliardi
di euro..".
(torna su)
Gheddafi,
il colonnello che visse due volte
La
Repubblica
28
agosto 2004
Guido
Rampoldi
Il
guardaroba di Muhammar Gheddafi è mutevole e variopinto
come le fasi della politica libica che quegli abiti di scena hanno
inteso sottolineare. Comprende alte uniformi militari, tute mimetiche
da guerrigliero, sgargianti vesti africane, mantelli beduini dai
colori delicati e i più diversi copricapi, in genere intonati
ora al periodo “pan-arabo” ora a quello “pan-africano”. Insomma
è un guardaroba ideologico, altamente simbolico, mai casuale.
Ricevendo Berlusconi sotto la leggendaria tenda nel deserto, stavolta
Gheddafi ha indossato l'album di famiglia della sua generazione.
Sulla sua camicia erano stampate le dodici facce di leader o ispiratori
di movimenti di liberazione, tutti con l'eccezione di Nelson Mandela
nel 1973 fondatore dell'Organizzazione per l'unità africana.
Nell'occasione
l'excursus storico di cui il torace del colonnello era palcoscenico
poteva apparire un Amarcord un po' senile, da guerrigliero in
pensione, ma in realtà fungeva ad alcuni scopi. In primo
luogo stabiliva una simmetria implicita tra Gheddafi e il suo
interlocutore: se infatti il colonnllo rappresentava la lotta
del continente africano contro il colonialismo, a Berlusconi toccava
la parte dell'erede dei colonizzatori. Fosse stato per il cerimoniale
libico, probabilmente gli avrebbe prestampato sulla bandana il
ritratto di Graziani, il generale che insanguinò con i
suoi crimini la Cirenaica durante l'occupazione fascista. Non
chiudere quella contabilità storica permette a Tripoli
di affermare uno schema generale per il quale l'Italia è
tendenzialmente in debito e la Libia in credito. È difficile
negare che in Italia si abbia scarsa contezza delle sofferenze
inflitte in Libia e in Africa dal colonialismo italiano, feroce
non solo o non tanto per ideologia, quando per quella quota di
dilettantismo e cialtroneria che facilitava l'eccesso (si pensi
al massacro di Adis Abeba). Ma in termini legali l'Italia ha già
risarcito quanto concordato a suo tempo con Tripoli. Resta invece
aperta la questione del risarcimento dovuto ai ventimila italiani
espulsi dalla Libia nel 1970 e spogliati di tutti i loro beni.
Difficile spacciarli per “occupanti” e “fascisti” cacciati da
un movimento di liberazione: tanto più che molti arrivarono
nel dopoguerra.
La
camicia allegorica di Gheddafi è inoltre la bandiera di
una politica estera e l'involucro di una storia di successo, almeno
finora. Il libico è stato a lungo pan-arabo, ma quanto
è accaduto dopo l'11 settembre l'ha definitivamente convinto
che l'unità degli arabi è una chimera: così
ha rilanciato il suo antico pan-africanismo. Il sogno d'un Africa
unita fu inaugurato trent'anni fa proprio dalla generazione di
leader di cui l'altra notte Gheddafi era agghindato. Egli è
l'unico ancora al potere. E questo gli dà il diritto di
considerarsi colui che porta nel mondo il testimone di quella
missione storica. Che poi lo vedano così anche gli africani
è un altro discorso. Di fatto è stato Gheddafi a
proporre nel '99 la trasformazione dell'Organizzazione per l‘unità
africana nell'attuale Unione africana, che subito il libico immagina
come una federazione continentale di 53 stati con un unico presidente.
Ma in Africa egli è anche ricordato per imprese più
crude, come il sostegno militare ad Admin Dada, quello che si
mangiava gli avversari politici, l'avventura in Ciad e l'intromissione
in varie rivolte, fino all'attuale joint-venture con il dittatore
dello Zimbabwe, Mugabe (in Congo truppe libiche e zimbabwane proteggono
la popolazione e nei tempi morti si dedicano all'export di diamanti
e di legno pregiato offerti da quella terra riconoscente). Ma
se le speranze di Gheddafi d'essere riconosciuto come il leader
dell'Africa oggi sono praticamente nulle, fingersi tale aiuta
il colonnello a conservare in patria la popolarità che
non ha all'estero.
Una
quota rilevante di libici lo stima come l'uomo che ha dato dignità
e lustro internazionale ad una nazione che fu a lungo solo terra
di conquista. E questo aiuta a capire il suo primato di longevità
al potere: il primo settembre cadono i 35 anni dall'insurrezione
con cui spodestò la monarchia e si insediò alla
guida della neonata Jamahirija. La Volkswagen celestina su cui
viaggiava in quei giorni è esposta al pianterreno del Museo
nazionale; ma a parte questo ed altri omaggi al Leader, in generale
non v'è in Libia quell'eccesso di statue e gigantografie
del Capo supremo che sono indizio d'un totalitarismo classico.
Anche questo restare sullo sfondo, di fatto al potere ma senza
un incarico ufficiale, senza sfarzo, senza ostentazioni, probabilmente
varrà a Gheddafi la popolarità invece dilapidata
da tanti altri leader prodotti da movimenti di liberazioni africani.
I quali spesso si dimostrarono non meno rapaci, corrotti e brutali
dei regimi coloniali che avevano abbattuto. Gheddafi è
più morbido, più discreto, più astuto. Malgrado
il suo guardaroba ideologico resta un pragmatico, maestro della
ritirata.
Negli
ultimi anni è rinculato dal punto che ormai sembra un pensionato
del terzomondismo, e le sue proiezioni internazionali un teatro
ad uso interno. Ha accettato di pagare 2,7 miliardi di dollari
di indennizzo per il Boieng esploso su Lockerbie sebbene non sia
fugato il sospetto che la bomba non conducesse alla Libia, semmai
a narco-traffficanti o alla vicenda d'un transfuga del Kgb. Fin
dalla fine degli anni Novanta ha tentato di negoziare con gli
americani un qualche ambiguo armistizio. Quest'anno ha accettato
di perdere un pomeriggio ogni tre mesi con Berlusconi, finora
per concludere poco. Del resto l'ultima questione sollevata a
Roma è nei fatti irrisolvibile. Gheddafi ha in casa due
milioni di immigrati, pari alla metà della popolazione
libica, e quasi duemila chilometri di costa. Difficile che voglia
o possa impedire a qualche migliaia di prendere il largo per l'Italia.
(torna su)
Il
Rais cerca amici
Corriere
della Sera 26 agosto 2004
Sergio
Romano
L'amicizia
italo-libica, invocata da Berlusconi nel corso del suo incontro
di ieri con Gheddafi, non è soltanto un auspicio diplomatico.
I due Paesi sono fatti per intendersi. Ci conosciamo nel bene
e nel male, abbiamo economie complementari e, a dispetto di certe
apparenze, interessi comuni. L'Italia sa che la Libia di Gheddafi
non ha nulla a che vedere con le correnti fondamentaliste dell'Islam.
Gheddafi sa che l'Italia non ha mai condiviso i propositi punitivi
di alcuni Paesi contro il suo regime. Ma, se vogliamo evitare
che queste affermazioni siano occasionali e retoriche, è
giusto ricordare che le relazioni tra l'Italia e la Libia sono
state dominate, negli ultimi 35 anni, dalle ricorrenti invettive
del leader libico contro il nostro passato coloniale. Accadde
persino negli anni in cui la Libia controllava il 10% del capitale
Fiat. Neppure quel matrimonio d'affari impedì al suo capo
di usare contro l'Italia l'arma della memoria e del risentimento
nazionale. Dietro le invettive e gli sfoghi umorali vi è
un calcolo politico.
Prima
del 1911 la Libia non esisteva. In questo grande territorio vi
erano soltanto province ottomane popolate da tribù, piccole
comunità ebraiche, artigiani dei suk, pochi contadini,
molti pastori, qualche mercante specializzato nella tratta degli
schiavi e nipoti o pronipoti di pirati berberi che insidiavano
le navi europee lungo le coste dell'Africa settentrionale. La
Libia nacque al momento della conquista italiana. La storia del
periodo coloniale è, paradossalmente, l'unico passato su
cui possa costruire il sentimento nazionale. Per soffiare sul
fuoco del nazionalismo libico Gheddafi deve ricorrere continuamente
alla leggenda della «tirannia» italiana.
In
Italia questa politica si scontra con una leggenda del tutto diversa.
Mentre il leader libico, per governare e mantenere il potere,
ha bisogno di agitare il ricordo di un'Italia crudele, gli italiani
continuano a coltivare, nonostante un certo revisionismo storiografico,
il ricordo di un colonialismo diverso, magari pasticcione e disordinato,
ma umano e bonario. Su questa leggenda i governi democratici del
dopoguerra hanno costruito la loro politica mediterranea e, più
tardi, quella della cooperazione allo sviluppo nel Terzo mondo.
Se Gheddafi non può fare a meno dei suoi rancori anti-italiani,
noi, a quanto pare, non possiamo fare a meno di questo autoritratto
benevolo. Allorché le due verità si scontrano, i
rapporti diventano improvvisamente pessimi.
Nella
maggior parte dei casi, tuttavia, le sfuriate anti-italiane di
Gheddafi sono passate senza nuocere alle relazioni economiche
fra i due Paesi. I nostri governi, intanto, si sono ispirati a
una vecchia massima di Agostino Depretis: «Quando all'orizzonte
vedo una questione internazionale, io apro l'ombrello e aspetto
che passi». L'uomo che è sembrato impersonare meglio
di altri questa filosofia è Giulio Andreotti. Anche nei
casi in cui Gheddafi è stato più imprevedibile e
irresponsabile, il vecchio uomo politico democristiano ha rifiutato
di ricorrere a condanne, sanzioni, sentenze inappellabili. E ha
finito per recitare, accanto al leader libico, la parte dello
zio tollerante e benevolo, sempre disposto a credere che dietro
le intemperanze del nipote vi fossero meriti da riconoscere e
qualità da coltivare. Ma Andreotti non è, come Depretis,
digiuno di politica internazionale. Nella sua strategia libica
vi è probabilmente una combinazione di elementi: una certa
sintonia con gli interessi della Chiesa in Nord Africa e nel Levante,
una sorta di pazienza ecclesiastica per i tempi lunghi delle questioni
difficili, un occhio alle iniziative dell'Eni e agli interessi
petroliferi nazionali, una spiccata allergia ai metodi forti della
diplomazia americana.
Per
ragioni diverse e con diverso stile gli altri Paesi europei hanno
fatto la stessa politica. La Francia ha fornito a Gheddafi i suoi
primi aerei moderni da combattimento. La Germania gli ha costruito
un'industria chimica che gli americani consideravano sospetta
e pericolosa. La Gran Bretagna ha estratto e commerciato petrolio
anche nei momenti di maggiore tensione politica e Tony Blair,
non appena possibile, si è affrettato a fargli visita nella
sua tenda. Pochi dittatori sono stati altrettanto denunciati e
corteggiati, anche se in momenti diversi, dallo stesso governo
di uno stesso Stato. Ma l'Italia è stata molto più
remissiva dei suoi partner europei. Da Moro, ministro degli Esteri
nell'anno (1969) in cui Gheddafi prese il potere, a Berlusconi,
tutti i governi hanno preferito essere pazienti e lungimiranti.
Resta
tuttavia un dubbio: che il fattore decisivo di questa politica
sia stato il petrolio, vale a dire i 500 mila barili che l'Italia
importa ogni giorno dalla sua vecchia colonia. Il no alla politica
nucleare, pronunciato con il referendum dell'8 novembre 1987,
le ha vietato di concedersi il lusso delle grandi nazioni: la
dignità e la fierezza.
Ma tutto questo,
se il governo lo vuole, potrebbe appartenere al passato. L'uomo
che Berlusconi ha incontrato ieri non rinuncerà mai alle
sue filippiche anti-italiane, ma è costretto ormai a battersi
contro molto nemici. Gli americani non rinunciano a considerarlo
il leader di uno «Stato canaglia». La società
libica è stata duramente colpita dall'embargo e ha dato segni
di malumore. Esiste un'opposizione interna con cui Gheddafi deve
fare i conti. E il fondamentalismo islamico lo considera uno dei
suoi maggiori avversari nella regione. Isolato e minacciato, il
leader libico ha un disperato bisogno di amici. Il governo italiano
ha il diritto di ricordarglielo e di chiedergli, tra l'altro, un
gesto di buona volontà verso quei connazionali, cacciati
nel luglio del 1970, a cui è stato lungamente impedito di
visitare il Paese in cui sono nati.
(torna su)
Un
appello degli italiani di Libia
Il
Territorio 25 agosto 2004
Il
quotidiano il Territorio (Latina) ha pubblicato integralmente
il testo del Comunicato-Appello dell'Airl che riportiamo.
Egregio Presidente Berlusconi,
migliaia di messaggi
e segnalazioni giunti alla nostra Associazione da parte di italiani
ed ebrei espulsi dalla Libia e dalle altre categorie nazionali
penalizzate e tuttora creditrici di quel regime testimoniano un
vivo allarme per la Sua annunciata, terza visita al leader di
quel Paese, dato il fallimento politico delle due precedenti.
Lei stesso, al ritorno dalla seconda visita, ebbe infatti ad ammettere
che lo sviluppo del processo di normalizzazione bilaterale si
era bloccato per l'assurda pretesa di Gheddafi di ricevere in
regalo dall'Italia addirittura una strada costiera di 2 mila chilometri.
Rispetto ad allora, nulla
di nuovo e di credibile risulta emerso nei canali diplomatici
bilaterali, ad eccezione dell'ennesimo e ancora non verificato
impegno libico di aderire fattivamente alla lotta contro il traffico
di emigrati. E' legittimo e doveroso chiederLe su quali concreti
preparativi e affidamenti si fondi questo Suo nuovo viaggio in
Libia ad alto rischio politico per l'immagine e gli interessi
nazionali e su quale base fiduciaria e in vista di quali possibili
sviluppi, il capo del governo di uno Stato democratico del rango
dell'Italia ritenga per la terza volta di andare a rendere omaggio
al leader libico, riammesso da poco tempo e fra molte incertezze
nell'area della legalità internazionale, dopo i ben noti
precedenti.
E soprattutto si vorrebbe
capire perché mai il Presidente del consiglio continui
ad assumere in discussione la falsa cambiale dei pretesi danni
della colonizzazione italiana, continuando nel frattempo a ignorare
il pesante credito delle confische dei beni italiani e rinviando
sine die il saldo indennizzi da lui stesso promesso alla nostra
Associazione di rimpatriati dalla Libia. C'è un legame
tra queste posizioni? E' forse Gheddafi che gli ha suggerito di
dirottare anche i magri fondi che ci spettano a favore della faraonica
strada che pretende? Faccia finalmente chiarezza il Cavalier Berlusconi,
dalla sua posizione di leader tra i grandi della Terra: 1) ammetta
che Gheddafi nel 1970 confiscò i nostri beni quali “acconto”
sui danni rivendicati della Libia, secondo la logica della “riparazione
storica” che lo stesso Berlusconi alla fine sembra disposto ad
accettare; 2) o invece riconosca che quelle confische furono solo
l'ignobile spoliazione di 20 mila lavoratori, donne vecchi e bambini
incolpevoli e indifesi. E in entrambi i casi il Cavaliere ci dica
se tocca alla Libia di indennizzare la perdita dei nostri beni,
e allora il governo italiano trovi i mezzi per convincerla a compiere
quest'obbligo; oppure se, come è sempre stato detto dai
nostri governi, l'onere del risarcimento spetti allo Stato Italiano,
e si provveda quindi senza ulteriori rinvii al saldo degli indennizzi
(per inciso, inferiori a un ventesimo del costo della strada).
Su tutto ciò chiediamo al Presidente del consiglio un chiarimento
definitivo, in mancanza del quale, dopo la presente formale diffida,
ci rivolgeremo alle corti di giustizia internazionali.
La conclusione più immorale e autolesionistica di questa
vicenda sarebbe infatti di continuare a subire i vecchi e nuovi
ricatti di Tripoli, come in ultimo la minacciata invasione dal mare;
di concedere alla Libia la revoca sull'embargo sulle armi, ritenute
necessarie per la lotta ai traffici criminali; di assumere per giunta
impegni pericolosi e non revocabili a favore della strada pretesa
da Gheddafi. E, quale contrappeso di tutto ciò, cancellare
de facto con sottile cinismo i diritti degli italiani esuli di Libia,
archiviando la tragedia del 1970 come un fatale epilogo della colonizzazione.
E' questa la politica di Berlusconi nella vertenza italo-libica?
Se è questa, non è la migliore per entrare nella Storia.
La
lunga attesa degli italiani rimpatriati
L'Opinione
delle libertà
25
agosto 2004
Ru.
Cap.
Il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rivolto un appello
a Usa, Russia, Cina e Gran Bretagna affinché l'Italia non
sia penalizzata dalla progettata riforma del Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite.
In
particolare la lettera al presidente statunitense George W. Bush
contiene un appello particolare, in cui si spiega che “la riforma
Onu potrebbe colpire interessi vitali dell'Italia, e l'Italia
si attende che l'America comprenda e difenda la sua posizione”.
Il
progetto di riforma del Consiglio, al centro dei lavori di un
"comitato di alto livello" nominato nel novembre scorso
dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan, prevedrebbe l'assegnazione
di un seggio permanente a paesi come la Germania e il Giappone.
Nella lettera Berlusconi sostiene l'idea di un seggio per l'Unione
europea, pur compatibilmente con interessi di Francia e Gran Bretagna,
entrambi membri permanenti del Consiglio. Un plauso a Berlusconi
è arrivato dal sottosegretario agli esteri, Mario Baccini:
“La lettera di Berlusconi non solo è opportuna, ma politicamente
importante in un momento decisivo anche per lo sviluppo della
riforma del Consiglio di sicurezza”.
Rivendicando
come che “proprio sulla riforma dell'Onu è impegnato tutto
il governo”. Ma anche l'ex ministro degli esteri, Lamberto Dini,
sottolinea l'opportunità dell'iniziativa. “Il Governo ha
colto l'importanza della posta in gioco poiché la proposta
che viene fatta dal gruppo delle alte personalità per la
riforma del Consiglio di sicurezza esclude l'Italia” (a.t.)
La
notizia dell'incontro che si terr‡ il 25 settembre a Tripoli tra
Silvio Berlusconi e Gheddafi non Ë stata accolta positivamente
dalle migliaia d'italiani danneggiati dal leader libico. Giovanna
Ortu che presiede l'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla
Libia) ha subito commentato: "migliaia d'allarmati messaggi
e segnalazioni sono giunti alla nostra Associazione da parte d'italiani,
ebrei espulsi dalla Libia e tutte le categorie nazionali penalizzate,
e tuttora creditrici, di quel regime: testimoniano un vivo allarme
per la terza visita di Berlusconi al leader di quel paese, dato
il fallimento politico delle due precedenti". "Si vorrebbe
capire perchÈ mai il presidente del Consiglio continui
ad assumere in discussione la falsa cambiale dei pretesi danni
della colonizzazione – spiega Giovanna Ortu - continuando nel
frattempo ad ignorare il pesante credito delle confische dei beni
italiani, e rinviando sine die il saldo indennizzi da lui stesso
promesso alla nostra Associazione di rimpatriati dalla Libia".
L'Airl chiede a Berlusconi che Gheddafi "riconosca che quelle
confische furono solo l'ignobile spoliazione di 20 mila lavoratori,
donne vecchi e bambini incolpevoli e indifesi: e in entrambi i
casi il Cavaliere ci dica se tocca alla Libia di indennizzare
la perdita dei nostri beni, e allora il governo italiano trovi
i mezzi per convincerla a compiere quest'obbligo". Ed in
molti sottolineano: "l'onere del risarcimento spetta allo
Stato Italiano, ed equivale ad un ventesimo del costo della strada
che Berlusconi vuole donare a Gheddafi".
(torna su)
La
Stampa
24
agosto 2004
In
passato relazioni difficili
Tra
Italia e Libia una lunga fase di alti e bassi nei rapporti bilaterali.
Un primo grande passo era stato compiuto da Giulio Andreotti nel
1978, da presidente del Consiglio a Tripoli. Ma le relazioni italo-libiche
erano di nuovo peggiorate alla metà degli anni '80, quando
il governo Usa aveva accusato Tripoli di appoggiare attività
terroristiche. Ci fu il lancio di missili libici contro Lampedusa.
Negli ultimi anni hanno pesato negativamente le richieste di risarcimento
da Tripoli.
I
precedenti incontri tra i leader
Una
fase più distesa si è aperta il 28 ottobre di due
anni fa con la visita a Tripoli del Premier Berlusconi. Proprio
in quella occasione l'Italia aveva proposto, a parziale risarcimento
del contenzioso, la realizzazione di una grande strada da 60 milioni
di euro per collegare il nord e il sud della Libia. Erano poi
venuti i due accordi di collaborazione nella lotta all'immigrazione
clandestina, firmati a Tripoli il 3 luglio 2003 e il 12 agosto
scorso.
I
nodi ancora irrisolti
I
temi al centro del contenzioso tra i due paesi sono soprattutto
3: il risarcimento economico per l'occupazione coloniale, i campi
minati e i libici deportati in Italia. Quanto ai danni subiti
dalla Libia durante l'occupazione coloniale (1911-1943), la Libia
non riconosce il trattato firmato dall'Italia nel 1956 con Re
Idris che ricevette un contributo alla ricostruzione di 4,8 milioni
di lire. Sui deportati, il governo di Tripoli ha chiesto notizie
dei luoghi di sepoltura degli oltre 5 mila libici trasferiti.
Le
richieste italiane
L'Airl,
l'Associazione dei rimpatriati, sollecita da decenni il risarcimento
dei danni subiti dalla comunità espulsa da Gheddafi nell'ottobre
1970, alla quale fu sequestrato ogni avere: si parla di beni valutati
in circa un miliardo di euro. Ci sono poi i crediti rivendicati
da alcune imprese italiane , per la cui definizione Gheddafi ha
dichiarato la propria disponibilità. Buoni ora i rapporti
economici: prossima l'apertura di un oleodotto che porterà
in Italia dalla Libia il petrolio.
(torna su)
Riecco
i rimpatriati «vogliamo un chiarimento»
Il
Tempo
24
agosto 2004
ROMA
- Alla vigilia della «cena informale» che il presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi avrà in Libia con il colonnello
Gheddafi, l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla
Libia, chiede in un comunicato al capo del Governo un «chiarimento
definitivo» riguardo alla questione degli indennizzi minacciando,
in caso contrario, di rivolgersi «alle corti di giustizia
internazionali».
Nel
comunicato l'Airl chiede al presidente del Consiglio di ammettere
«che Gheddafi nel 1970 confiscò i beni degli italiani
quale acconto sui danni rivendicati dalla Libia, secondo la logica
della «riparazione storica» che lo stesso Berlusconi
sembra disposto ad accettare» o di riconoscere «che
le confische furono solo l'ignobile spoliazione di 20 mila lavoratori
incolpevoli e indifesi».
In
entrambi i casi - continua l'Airl- il presidente del Consiglio
dica «se tocca alla Libia indennizzare la perdita di tali
beni, e allora il governo trovi i mezzi per convincerla a compiere
quest'obbligo», oppure «se come è sempre stato
detto dai nostri governi, l'onere del risarcimento spetti allo
stato italiano, e si provveda quindi senza ulteriori rinvii al
saldo degli indennizzi, il cui ammontare è inferiore ad
un ventesimo del costo della strada» di cui la Libia chiede
la costruzione.
La
strada a cui fa riferimento il comunicato dell'Airl è una
strada costiera di circa 2000 chilometri, che dovrebbe attraversare
il paese dalla frontiera con l'Egitto a quella con la Tunisia
e la cui costruzione è stata recentemente chiesta in un
intervento pubblico dal ministro degli Esteri libico Abdel Shalgam,
a titolo di risarcimento per i danni provocati al paese durante
il periodo coloniale.
Già
in occasione della visita di Berlusconi a Gheddafi nel febbraio
scorso chiedeva al presidente del Consiglio di «assumere
iniziative per restituire giustizia e onore alla categoria, in
coerenza con i solenni impegni di indennizzo da lui stesso presi.
«Questa - si leggeva in una dichiarazione di Giovanna Ortu,
presidente dell'Airl, se mesi fa - è l'unica strada concreta
per cominciare a risolvere, intanto da parte italiana, il difficile
contenzioso italo-libico». «Con l'auspicio che un
autentico processo di riconciliazione possa svilupparsi su basi
bilaterali nel modo più dignitoso per l'Italia»,
concludeva Ortu.
(torna su)
Domani
la partenza del Presidente del Consiglio
Minacce sulla visita di Berlusconi a Gheddafi
Da un sito Internet accuse al leader arabo diventato «amico
dell'Occidente»
La
Stampa
24
agosto 2004
Queste
minacce non ci fanno paura. Una volta abbracciate determinate
scelte politiche, siamo disposti a trarne tutte le conseguenze.
Insomma, non ci tireremo indietro». Alla vigilia dell'incontro
in Libia tra il nostro presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,
e il premier Muammar Gheddafi, un'autorevole fonte diplomatica
libica commenta il proclama, trasmesso via Internet dalla neosigla
«Abu Bakr el Libi», nel quale si annuncia la jihad,
la guerra santa, contro i governanti libici colpevoli di ricevere
«il maledetto primo ministro Berlusconi» - «le
cui mani sono macchiate del sangue dei musulmani in Iraq e Afghanistan
e negli altri paesi musulmani» - sottomettendosi «alle
richieste degli ebrei e dei cristiani». E' la prima volta
che una minaccia così esplicita viene rivolta da un gruppo
radicale islamico contro il leader Gheddafi, contro la Libia che
ormai si è avvicinata all'Occidente. Una prima valutazione
(e ipotesi) della nostra intelligence è che «dietro
questa nuova sigla si nasconda un gruppo di dissidenti libici».
Nel proclama, - mandato in rete dal sito fondamentalista «islamic-minbar.com»
- il gruppo «Abu Bakr el Libi» si dichiara erede dello
sceicco Omar Al-Mukhtar, che nel 1932 guidò la rivolta
dei musulmani libici contro le truppe coloniali italiane. «Abbiamo
stabilito di aprire le porte del jihad contro il governo libico,
i cui membri, dal presidente ai ministri, sono per noi dei ricercati.
Allah sarà testimone che porteremo il governo libico a
uno stato di terrore e rimpiangerà di aver accettato la
visita di Berlusconi, nemico di Allah e dell'Islam, in Libia.
Forse ritarderemo ma manterremo la nostra promessa di cacciare
Berlusconi il crociato dalla terra pura dei musulmani».
Se dietro questo gruppo non ci dovesse essere nessun dissidente
libico, la sigla «Abu Bakr el Libi» sembra proporsi
nella logica di voler emulare le «Brigate Abu Hafs al Masri»,
la sigla che da tempo minaccia l'Italia e il suo presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi, e che ha rivedicato diverse stragi
terroristiche (Istanbul e Madrid) dei gruppi radicali islamici.
In realtà, anche la Libia deve fare i conti con la minaccia
terroristica, con le formazioni dell'integralismo islamico. E
anche per questo ha abbracciato con convinzione la lotta all'immigrazione
clandestina: «Non sappiamo - hanno spiegato le autorità
libiche - se tra i clandestini vi sono terroristi». Nel
giugno scorso, nel deserto, ai confini con il Ciad, le forze di
sicurezza di Tripoli hanno ingaggiato un conflitto a fuoco (due
militari libici uccisi) con i partecipanti a un campo di addestramento
del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento. «Questo
gruppo algerino - ha rivelato alla Stampa il ministro degli esteri
Shalgham -, dopo aver attraversato il deserto, passando dall'Algeria
al Niger e al Ciad, cercava di infiltrarsi in Libia». A
rendere poi ancora più inquientante lo scenario, sempre
il ministro degli esteri Shalgham ha denunciato che i fondamentalisti
islamici vogliono fondare «un regno islamico» a sud
della Libia. In questo quadro si inserisce il proclama, datato
22 agosto, del gruppo «Abu Bakr El Libi». Nel testo
si afferma: «Proclamiamo il massimo stato d'allerta in tutte
le regioni libiche, considerato che il governo ha innalzato la
bandiera crociate sulla Libia musulmana sottomettendosi alle richieste
degli ebrei e dei cristiani e trattando con loro». Agli
inizi di agosto, la la Lega Calcio di Adriano Galliani annunciò
che «sopraggiunti motivi organizzativi», veniva annullato
l'incontro di calcio tra Lazio e Milan che si doveva tenere a
Tripoli il 21 agosto. Una decisione improvvisa che ha sollevato
molti dubbi. In quei giorni, le brigate «Abu hafs al Masri»
avevano lanciato l'ultimatum contro l'Italia, chiedendo al nostro
paese di ritirare le truppe in Iraq entro il 15 agosto. Il Milan,
si sa, è la squadra di calcio di Silvio Berlusconi. Forse
oggi è più chiara la ragione perché quella
partita non si è svolta a Tripoli
(torna su)
Berlusconi
ci riprova con Gheddafi
Il
Sole 24 ore
20
agosto 2004
ROMA
* <Se vieni a Tripoli troveremo il modo di metterci d'accordo
su tutto>. Quel "tutto" sta per: immigrazione clandestina,
entità del gesto "simbolico" che dovrebbe chiudere il contenzioso
postcoloniale, pagamento dei crediti alle imprese italiane, concessione
dei visti ai nostri connazionali espulsi nel '70. La promessa
sarebbe stata fatta personalmente dal colonnello Muammar Gheddafi
al presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, nei primissimi
giorni di agosto. E Berlusconi, per l'ennesima volta, ha voluto
credere all'assoluta buona fede del "leader" della Jamahiriya
tanto che, salvo sorprese dell'ultimo momento, è intenzionato
a compiere un viaggio lampo a Tripoli mercoledì prossimo.
Anche il 10 febbraio scorso Berlusconi volò in giornata
a Sirte, pensando di chiudere un negoziato che una schiera di
diplomatici avevano messo in stand-by da molti anni con il rischio,
a ogni ripresa di contatto, di peggiorare la già difficile
situazione. Quel viaggio non si tradusse, però, in alcun
accordo. Non solo: la delegazione italiana non trovò il
modo di chiarire l'assoluta impraticabilità del progetto
richiesto da parte libica che pretendeva e pretende come "gesto
simbolico" per sanare i danni relativi al periodo coloniale la
costruzione di un'autostrada tra Tripoli a Bengasi dal costo di
6 miliardi di euro. Berlusconi avrebbe solo avanzato perplessità
momentanee legate alla difficile situazione finanziaria. Gheddafi
avrebbe suggerito perfino di chiamare l'arteria "Berlusconia"
al posto dell'attuale vecchio collegamento "Balbia" dal nome di
Italo Balbo, arrivando a proporre uno svincolo vicino a una località
di mare dove costruire una villa per lo stesso presidente del
Consiglio italiano.
Nulla di fatto, in quella circostanza neppure per il pagamento
di crediti per 600 milioni di euro ad aziende italiane e neppure
per la concessione dei visti per molti cittadini espulsi all'atto
della presa di potere di Gheddafi. Si tratta ormai quasi esclusivamente
di parenti di persone che hanno vissuto in Libia e che vi vorrebbero
fare ritorno per rendere omaggio a qualche tomba nel deserto o
vedere le case nelle quali sono nati i loro genitori.
Sempre nell'incontro del 10 febbraio Gheddafi chiese a Berlusconi
un impegno per la revoca dell'embargo europeo alle esportazioni
verso la Libia di materiali a doppio uso (militare e civile) necessari
per contrastare con efficacia l'afflusso di immigrati clandestini
prima in Libia e poi sulle coste italiane. Le autorità
del nostro Paese si sono attivate in ambito europeo negli ultimi
mesi, ma la situazione si è sbloccata solo la settima scorsa
con l'accordo tra Libia e Governo tedesco per il risarcimento
delle vittime dell'attentato alla discoteca <La Belle>.
Ora si attende con la nuova Commissione la revoca del regolamento
Ue che prevede l'embargo alla Libia . Proprio ieri sera a Bruxelles
anche di questo hanno parlato il commissario uscente alla Giustizia
e affari interno Antonio Vitorino e il nuovo commissario italiano
Rocco Buttiglione che gli succederà dal prossimo primo
novembre.
Il tema dell'immigrazione rischia di essere ancora una volta il
piatto forte del faccia a faccia tra Berlusconi e Gheddafi. Ma
le premesse non sono affatto buone, visti gli scarsissimi risultati
raggiunti dalla delegazione italiana guidata da Alessandro Pansa
del ministero dell'Interno giunto a Tripoli la settimana scorsa
per cercare un accordo sulle tendopoli dei clandestini in partenza
verso l'Italia e i pattugliamenti congiunti dopo l'arrivo dell'ennesima
"carretta" del mare con il suo carico di morti a Siracusa. L'unica
"collaborazione" da parte delle autorità della sicurezza
libica all'Italia si sarebbe limitata al passaggio di qualche
informazione su soggetti fondamentalisti che operavano nelle moschee
italiane.
Ora si spera che la "diplomazia personale" del cavaliere riesca
laddove quella tradizionale ha fallito. Tuttavia non mancano molti
consiglieri soprattutto al ministero degli Esteri che suggeriscono
una linea meno cedevole con Gheddafi proprio nel momento in cui
il colonnello sta riallacciando importanti rapporti diplomatici
e di affari con americani e inglesi dopo che il nostro Paese è
stato l'unico nei duri anni dell'embargo a tentare di riavvicinare
la Libia alla comunità internazionale.
Ben diversa, ad esempio, è stata la posizione dei tedeschi.
Il 3 settembre anche il cancelliere Gerhard Schroder si recherà
a Tripoli, ma solo perché la settimana scorsa è
stato raggiunto l'accordo. L'anno scorso anche i francesi riuscirono
a strappare ai libici il risarcimento da 10 milioni di dollari
a vittima (uguale a quello per Lockerbie) per le vittime dell'aereo
Uta sui cieli del Niger nel quale morirono anche due italiani.
(torna su)
La
Libia dei vinti: istantanee da un esilio
Corriere
della Sera del 12 maggio 2004 di Antonio Ferrari
E'
stato un dramma rimosso in fretta. Quando si materializzò,
se ne vollero accorgere in pochi. Quando si concluse, per troppi
fu comodo dimenticare. L' esodo coatto dalla Libia dei nostri
connazionali fu infatti considerato un modesto e fastidioso cruccio
nell' Italia che entrava negli anni
' 70. Un' Italia turbata dalla contestazione studentesca, ferita
dall' esplosione del terrorismo nero con la strage di piazza Fontana,
impegnata in un' acritica linea politica filo-araba (suggerita
da interessi petroliferi), e prostrata dalla cronica instabilità
governativa. La cacciata di migliaia di italiani, decisa dopo
il colpo di stato del colonnello Gheddafi
,
giunse come tardiva e imprevista conseguenza dell' aggressione
coloniale voluta da Mussolini, e si preferì ritenerla un
inevitabile incidente di percorso, perché per Roma era
molto più importante mantenere solidi legami con il vertice
libico che reagire per difendere i diritti degli eredi della guerra.
Certo, gli italiani di Tripoli e Bengasi dovevano scontare la
brutalità dell' occupazione fascista, ma per anni i reduci
di quell' aggressione coloniale avevano comunque meritato rispetto
e considerazione. In fondo, garantivano un lavoro a molti libici,
avevano bonificato il deserto ed erano convinti che i danni di
guerra fossero stati compensati, comunque estinti. Ma la Libia
che un giorno si sveglia con la voce monotona e il messaggio rivoluzionario
del giovane e sconosciuto Gheddafi
,
che incita il popolo a un' orgogliosa riscossa, è un Paese
improvvisamente diverso. Che riscopre gli eroi della resistenza
anti-italiana, che soprattutto si accende di uno sconosciuto furore
nazionalistico, che il deposto re Idris aveva saputo anestetizzare.
I fedeli collaboratori di ieri diventano improvvisamente
ostili: pochi per convinzione, alcuni per convenienza, molti per
paura del nuovo ordine (o disordine) imposto dal colonnello, che
sostiene (a parole) di rifiutare tutti i poteri, e di voler essere
semplicemente la guida, il supervisore di uno Stato che deve crescere
da solo. È in quell' atmosfera che matura il dramma della
cacciata definitiva degli italiani. Luciana Capretti, nel suo
bel libro, Ghibli (210 pagine, Rizzoli), ce ne racconta le sofferenze,
le ansie e le miserie, riuscendo con maestria narrativa a coniugare
racconti, confessioni, magri ritagli di giornale, ma soprattutto
un' immagine: «di un uomo che torna a casa, dopo trent'
anni all' estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio»;
e un ricordo: «di una donna cui miseria fascismo guerra
emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia madre».
Emozioni raccolte e innervate nella trama di un romanzo dove si
ritrova non soltanto l' atmosfera della Libia di ieri, ma quella
di oggi, con i soldati-bambini armati di fucile, con un governo
che si finge autonomo ma dipende esclusivamente dal suo leader,
con il discutibile processo (quasi una farsa) agli infermieri
bulgari, accusati di aver trasmesso l' Aids a centinaia di bambini
e condannati a morte, con l' ambiguo atteggiamento del colonnello,
che adesso si dichiara ravveduto, abiura il terrorismo, rinuncia
alle armi proibite e viene accolto come il figliol prodigo dalla
comunità internazionale. Affiora dal libro la cornice psicologica
che accompagna tutte le fughe da ciò che ci appartiene
o abbiamo faticosamente costruito, magari ritenendo di aver pagato
un peccato originale di cui non ci sentiamo colpevoli. Sono scene
che non hanno patria. Le abbiamo trovate nella storia degli ebrei,
perseguitati dai nazisti: i pochi che riuscirono a sottrarsi ai
lager portavano con sé soltanto oggetti preziosi e quadri,
più facili da barattare per sopravvivere. Le abbiamo trovate
in Libano, durante la guerra civile. In Palestina. Nell' Iran
degli ayatollah. E anche in Libia, con i fuggitivi che, per aggirare
la dogana, infilano diamanti nel tubetto del dentifricio, le monete
d' oro nel bastone da passeggio, i dollari nell' imbottitura del
divano. In Ghibli, non c' è tolleranza nei confronti del
fascismo, e neppure rabbia per la rivoluzione di Gheddafi
.
A impreziosirlo sono le storie umane dei vinti che si ritrovano
vincitori. E dei vincitori che non accettano di diventare vinti.
(torna su)
E Gheddafi disse: «Italiani, a casa»
Il Messaggero del 12 maggio 2004 di Piero
Santonastaso
“MAHMUD
c'era riuscito. Aveva convinto gli ufficiali di polizia che quel
negozio gli spettava di diritto perché vi aveva lavorato
insieme al padrone italiano, e ora sedeva immobile, intontito
di soddisfazione, un sorriso sulle labbra sottili: aspettava la
fine del ghibli”...
“Attardi
era sceso dal taxi. Le ultime lire le aveva date all'autista e
a mani vuote si avviava verso il vialetto di casa. La gamba gli
faceva male, il sangue si era rappreso sulla ferita, e tutt'intorno
si stava gonfiando. Zoppicava un po' ma non pensava ad altro:
era arrivato. Davanti a lui un palazzone vicino al mare di Ostia,
per non dimenticare gli odori salmastri di una vita”.
Sono
due brani, l'incipit del libro e l'inizio di una storia parallela,
del bel racconto Ghibli (Rizzoli, 204 pagine, 14,50 euro) nel
quale Luciana Capretti non diremmo che racconta soltanto, ma fa
rivivere “la cacciata”. Che è la storia degli italiani
mandati via dalla nuova Libia del colonnello Gheddafi, giovane
rivoluzionario vincente più di trent'anni fa, ma non è
solo l'epopea di quella cacciata: è la storia dell'Italia
e della Libia, degli italiani in Libia quando avevano percorso
andando là, quasi all'incontrario, il cammino della speranza
che oggi tanti maghrebini ripercorrono venendo in qua; la storia
di un petrolio che esplode all'improvviso dove quasi nessuno lo
immaginava; la storia di anime musulmane o cattoliche, di costumi
prima ancora di vita che non di abito, l'intreccio di un odio
e di un amore, il mal d'Africa e la voglia di casa, Mahmud e Attardi
uno di fronte all'altro, paralleli e perpendicolari nella loro
storia; è la dolce vita di Tripoli, che ti pare di viverci
e vorresti sedere anche tu sulle poltroncine rosse d'un teatro
dove canta Joséphine Baker e che paiono quelle del bambino
che andava col papà al Politeama di Palermo; è la
via Costanzo Ciano che diventa sciarà 24 dicembre, con
la storia che passa anche da questo: dall'idealizzazione del “consuocero”
alla novità dell'indipendenza.Ci sono mille pennellate,
si direbbe mille tocchi di penna in questo romanzo che sa di verità
e di vita, il romanzo di una generazione, speranzosa prima e disperata
poi. “Clandestino vivo dentro un violoncello” è il titolo
giornalistico di un ritorno. E Mahmud, alla fine della storia,
in un flashback, apre la cassaforte e trova... Ha importanza?
Il finale di un libro che ti prende il cuore e la ragione non
si racconta, si legge.
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La rivoluzione, l’esodo, il nuovo
patto
Il Messaggero del 12 maggio 2004
Con
due leggi promulgate il 21 luglio 1970, il colonnello Gheddafi
- che aveva preso il potere nel 1969 deponendo re Idris e proclamando
la repubblica, decretò l'espulsione dei 20.000 italiani
che vivevano nel paese al tempo della rivoluzione. Tre mesi dopo,
il 18 ottobre, Gheddafi poté annunciare che erano partiti
12.770 italiani e che erano stati confiscati 37.000 ettari di
proprietà terriere, 1.700 case, 10 cliniche, 500 aziende
e locali pubblici, commerciali o professionali, 1.200 veicoli.
Erano stati congelati nelle banche depositi per oltre 80 milioni
di sterline libiche.
Dopo il grande
esodo, comunque, rimasero in Libia circa 1.500 italiani la cui presenza
era particolarmente utile al nuovo regime. Si trattava di tecnici
e rappresentanti di grandi imprese italiane, che potevano contribuire
allo sviluppo del paese divenuto ricco grazie allo sfruttamento
delle proprie risorse petrolifere. Si creò, allora, una situazione
paradossale. L'Italia, che era il “nemico storico” della Libia e
bersaglio delle continue filippiche del colonnello Gheddafi, era
diventata, nello stesso, tempo, il suo maggior partner economico
e fornitore di beni e servizi. Negli anni 70 il paradosso si completò
con una nuova emigrazione di circa 15.000 italiani in Libia ritenuti
utili allo sviluppo del paese.
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Gheddafi
a Bruxelles: intervista a Giovanna Ortu
Agenzia
News Italia Press del 27 aprile 2004
In una corrispondenza
da Bruxelles sull'incontro Prodi-Gheddafi l'agenzia News Italia
Press pubblica un'intervista a Giovanna Ortu:
L'incontro di oggi
ha visto un colloquio bilaterale tra Prodi e il Presidente africano
in tarda mattinata, una riunione con i commissari dell'Unione
nel pomeriggio, un incontro con l'Alto Rappresentante per la Politica
Estera e di Difesa dell'Ue Javier Solana . In serata, invece, il
leader di Tripoli ha partecipato ad una cena ufficiale , accolto
Primo Ministro belga Guy Verhofstad a Palazzo d'Egmont e da un
nutrito gruppo di esponenti della politica e dell'economia. Il
leader ripartira' domani dopo aver incontrato i rappresentanti
del Parlmento del Belgio. Per alcuni, è un risultato storico,
frutto di una politica che il Presidente europeo persegue dal
1999.
E non potrebbe essere diversamente
– esordisce la Presidente dell'Airl, L'Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia, Giovanna Ortu -. In fondo nel tentativo di riallacciare
i rapporti con la Libia, l'Italia non ha conosciuto né
destra né sinistra. Tutti sembrano affetti dalla sindrome
di Stoccolma, attirati dal loro carnefice. Sono arrabbiata per
questo atteggiamento . Non la ritengo – prosegue - una politica
adeguata. Noi siamo stati trattati a pesci in faccia. Cacciati
dalla Libia, senza speranza di tornarci nemmeno da turisti" .
In una lettera scritta
al Presidente dell'UE all'annuncio del colloquio che si è
svolto quest'oggi, la Ortu ha espresso le sue perplessità
e quelle di tutta la comunità italiana di Libia. Un accordo
tra l'Italia e il Paese africano, infatti, impedirebbe di raggiungere
una soluzione sia per l'indennizzo dei beni confiscati dal regime
libico sia per il rilascio di visti turistici agli italiani nati
in Libia e desiderosi di tornare a visitare i luoghi della memoria
. Soluzioni che già il 28 ottobre 2002 il Presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi aveva accennato nel suo incontro con
Gheddafi. A questi timori Prodi rispose che, data l'assenza di
qualunque accordo tra l'Europa e la Libia, i contenziosi in atto
con l'Italia sarebbero rimasti di specifica competenza del Governo
nazionale. "Ma resta il timore che le nostre richieste rimangano
disattese – ribatte la Presidente dell'Airl -. Lo dimostrano i
diversi atteggiamenti che la Libia ha tenuto con la Gran Bretagna
e l'America, ammettendo le sue colpe nei disastri aerei. Riconoscimento
che, invece, non è avvenuto per le nostre stragi, quella
di via Veneto e quella di Ustica.
Noi, invece – si affianca
la Ortu – speriamo vivamente che questa svolta verso la democrazia
esista , e favorisca noi italiani d'Africa. Quello che ci fa male
– confessa la Presidente dell'Airl – è che dentro di noi
c'è una visione ben diversa tra il regime libico e la popolazione,
cui siamo legati da profonda amicizia". L'Associazione Italiani
Rimpatriati dalla Libia fa poi una riflessione, si chiede se l'Italia
in 50 anni non abbia già pagato a sufficienza con attacchi
e attentati il prezzo del colonialismo . Sia con la costruzione
di ponti, strade ed edifici pubblici, sia con il trattato del
'56, successivo alla seconda Guerra Mondiale, che prevedeva un
accordo di collaborazione economica e imponeva all'Italia il trasferimento
allo Stato libico tutti i beni demaniali e di 5 milioni di sterline
a saldo di qualunque pretesa. Oltre che la disattesa continuità
della permanenza della comunità italiana residente nel
paese.
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