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Le aperture di Tripoli e dubbi delle imprese italiane

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30  settembre 2004

Gheddafi e l'Italia: le questioni in sospeso

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Tremaglia: risarcimento agli italiani cacciati dalla Libia

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Gheddafi e la svolta UE. Il ruolo dell'Italia.

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23 settembre 2004

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22 settembre 2004

Libia: la sinistra soffia sul fuoco dei rancori anti-italiani

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Libia-UE:

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22 settembre 2004

Il colonnello che visse due volte

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Gheddafi secondo Sergio Romano

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La Stampa

24 agosto 2004

L'appello dell'Airl

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24 agosto 2004

Minacce sulla visita di Berlusconi a Gheddafi

La stampa

24 agosto 2004

Berlusconi ci riprova con Gheddafi

Il Sole 24 ore

20 agosto 2004

La Libia dei

vinti:istantanee da un esilio

Corriere della sera

12 maggio 2004

E Gheddafi disse: "Italiani, a casa"

Il Messaggero

12 maggio 2004

La rivoluzione,

l'esodo, il nuovo patto

Il Messaggero

12 maggio 2004

Gheddafi a

Bruxelles:

intervista a Giovanna Ortu

27 aprile 2004

 


Le aperture di Tripoli e i dubbi delle imprese italiane

L'Opinione

30 settembre 2004

Ruggiero Capone

 

La revoca dell'embargo alla Libia apre una nuova stagione economica per il paese di Muammar Gheddafi, e ben 360 aziende libiche sono già pronte per essere privatizzate. “Una opportunità per l'imprenditoria italiana” caldeggiata dallo stesso ministro alle Attività produttive (con delega al Commercio estero), Adolfo Urso.

“Una buona notizia che ci permette di migliorare e rendere più efficiente il contrasto all'immigrazione clandestina - fa notare Urso - ed aprire contemporaneamente una nuova stagione economica con la Libia di cui l'Italia è già primo partner commerciale”.

 

Il Vice Ministro lo scorso fine settimana è stato a Tripoli, per guidare una missione commerciale, composta da 213 imprenditori che partecipano ad Expo Italia, una fra le più importanti manifestazioni fieristiche libiche. “Il governo italiano ed il Ministro degli Interni, Pisanu, in particolare - ha sottolineato il vice ministro - hanno fatto bene a chiedere di accelerare la fine dell'embargo e, sicuramente, le missioni del Presidente Berlusconi a Tripoli hanno aiutato a migliorare sensibilmente il clima politico verso il Paese africano”.

 

Grande opportunità commerciale che, secondo gli esperti italiani del Commercio estero, andrebbe colta occupando ogni postazione libica, e prima che la stessa idea possano averla tedeschi, francesi ed inglesi. Il dicastero avrebbe anche invitato ad investire alcuni storici imprenditori italiani che, oltre 20 anni fa, abbandonarono la Libia poiché indesiderati dal regime di Gheddafi. La cosa ha scatenato non poche polemiche, ed in molti si chiedono se in questo rinnovato clima di collaborazione ci sia spazio per sanare l'annoso contenzioso italo-libico. Vale a dire i 6 milioni di euro che avanzano le imprese italiane dalla Libia, e per aver consegnato merci ed opere senza mai ricevere una lire dell'epoca dal regime di Gheddafi.

 

“Ora che l'America e l'Unione europea hanno giustamente revocato l'embargo nei confronti della Libia - spiega Riccardo Pedrizzi (senatore di An e presidente della commissione Finanze e Tesoro di Palazzo Madama) - è stato ottenuto un risultato importante, grazie all'impegno del governo italiano che, fra l'altro, consentirà al nostro Paese di contrastare più efficacemente l'immigrazione clandestina. Ma è anche tempo che venga definitivamente risolto l'annoso problema degli indennizzi ai cittadini italiani che hanno perduto i loro beni all'estero e, in particolare, la questione relativa alle rivendicazioni, patrimoniali e non, dei nostri connazionali espulsi dalla Libia nel 1970, previa confisca dei loro beni.

 

Una soluzione - sottolinea Pedrizzi - da trovare già all'interno della legge finanziaria”. Pedrizzi in merito ha presentato da tempo anche un disegno di legge. In sostanza, per l'esponente di An “bisognerebbe prevedere che, ai cittadini italiani o enti o società di nazionalità italiana rimpatriati dalla Libia, per i quali la legge 1066/71, prima, e 16/80, 135/85 e 98/94, successivamente, hanno previsto la concessione di anticipazioni per beni, diritti e interessi perduti ad opera di provvedimenti emanati dalle autorità libiche a partire dal gennaio 1969, - sostiene il senatore - venga corrisposto un ulteriore indennizzo, sulla base di un ulteriore coefficiente di rivalutazione”.

 

“Al di là di ogni valutazione sulle azioni od omissioni di politica estera italiana nei confronti della Libia, - spiega Pedrizzi - vi è un obbligo sostitutivo, pieno e ineludibile, del governo italiano di risarcire in misura integrale e comprensiva del valore degli avviamenti commerciali, degli interessi e della svalutazione monetaria, quei beni, diritti e interessi perduti dalla comunità italiana presente in Libia e poi espulsa con la forza. In questa direzione si sono avuti - continua l'esponente di An - diversi provvedimenti normativi italiani a beneficio dei cittadini rimpatriati dalla Libia. Provvedimenti che però - sottolinea - risultano del tutto insufficienti: si tratta di porre rimedio ad un'ingiustizia”.

 

Ma il contenzioso in materia di risarcimenti libici alle imprese italiane ha già da mesi imboccato la via giudiziaria: infatti tocca allo stato italiano indennizzare le aziende truffate oltre 20 anni fa dalla Libia.

Così oltre tre mesi fa l'ufficiale giudiziario s'è recato a Palazzo Chigi, per notificare un atto di diffida e messa in mora al Presidente del Consiglio inviato dall'Airil (Associazione Italiana per i Rapporti Italo-Libici) e da 12 aziende italiane creditrici della Libia per oltre 100 milioni di euro (L'Aemi di Modena, la Bertinetti Industrial Group di Torino, la Boldrin e la Selexport di Padova, la Lineaflex di Bergamo, la Mediterraneum Joint Venture di Livorno, la Mosa di Ravenna, la SanMarco di Lanciano, la Silmet di Genova, la Pezzullo Industrie Zootecniche di Salerno, la Morino Upam e la Sirman di Napoli) ad essa associate.

 

Altri due ufficiali giudiziari hanno notificato lo stesso atto al Ministro per l'Economia ed al Ministro degli affari Esteri. La decisione di questa prima azione nei confronti del Governo è scaturita dopo che l'accordo bilaterale, sottoscritto dai massimi esponenti libici ed italiani il 28 ottobre 2002 a Tripoli, che prevedeva il pagamento dei crediti alle imprese italiane entro il 31 marzo 2003, è stato disatteso. E soprattutto perché in data 17 dicembre 2003, in sede di approvazione della legge finanziaria 2004, la Camera dei Deputati, quasi all'unanimità (430 su 443) votava l'ordine del giorno, a firma D'Agrò ed altri, che impegnava il Governo ad emettere un provvedimento che indennizzasse le imprese creditrici della sorta capitale, della rivalutazione monetaria e degli interessi.

 

Ad oggi nulla è avvenuto, neanche dopo la risoluzione Valdo Spini (votata all'unanimità dalla III Commissione Affari Esteri della Camera nella seduta del 3 marzo 2004). Nel frattempo molte imprese sono fallite, e c'è stata la perdita di migliaia di posti di lavoro. L'indifferenza verso le imprese italiane truffate dalla Libia sembra insormontabile. “Il Governo non ha risposto, né pensavo lo facesse perché non è nello stile di questa Repubblica - commenta laconicamente Leone Massa (presidente Airil) - dove i cittadini sono dei sudditi e non sono degni neanche di un colloquio chiarificatore dei fatti. Eppure sia il Parlamento nazionale (nel dicembre 2003) sia la Commissione esteri (nel marzo 2004) si erano espressi in difesa dei diritti delle imprese creditrici.

 

Altro esempio, in questa nostra democrazia, della valenza della volontà espressa all'unanimità dal Parlamento, rappresentante del popolo. Aggiungo che il primo settembre, in occasione del 35esimo anniversario della presa del potere, il Colonnello Gheddafi, nel suo discorso, ha detto, come testualmente riportato dall'agenzia svizzera ATS, ‘se l'Italia vuole diventare pulita e girare pagina dell'ingiustizia fatta ai libici, deve riconoscere il risarcimento e compensare il popolo libico che ancora subisce perdite a causa delle mine disseminate sul suolo libico da Italia e Germania'.

 

Se ben ricordo Berlusconi, al suo rientro da Tripoli il 28 ottobre 2002, - continua Leone Massa - dichiarava alla stampa che con 60 milioni di euro, concordati con la controparte libica e sanciti nell'accordo firmato in presenza di Gheddafi col suo omologo libico, l'Ing.Shaamek, veniva messa una pietra sul passato, e che era stata fissata la data del 31 marzo 2003 per il pagamento dei crediti vantati dalle imprese italiane: quella data non è stata rispettata”.

 

L'Airil non ha mai nascosto le proprie preoccupazioni, soprattutto molte aziende non esitano a dichiarare che non escludono che Gheddafi possa nuovamente attentare ai patrimoni delle imprese italiane, ecco perché invitano le imprese ad essere più guardinghe con le profferte del ministro Adolfo Urso.

 

“Dall'incontro di Sirte del febbraio scorso tra Berlusconi e Gheddafi - spiega Massa - la Libia ha rincarato la dose, chiedendo una strada da oltre seimila miliardi delle vecchie lire: a questo punto il cittadino italiano ha tutto il diritto di chiedersi chi abbia ragione, Gheddafi o Berlusconi, e da chi dei due è stato preso per i fondelli. Questo è stato il motivo della nostra richiesta del 7 settembre ai parlamentari di tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, e perché invitassero il Governo a togliere la secretazione all'accordo bilaterale del 28 ottobre 2002. Mi chiedo - conclude l'esponente dell'Airil - che garanzie abbiamo oggi che non si ripeta quello che abbiamo subito in passato?”.

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Ma resta il nodo dei risarcimenti

Il Sole 24 ore

28 settembre 2004

Gerardo Pelosi

ROMA . Solo nel momento in cui saranno noti (se mai lo saranno) i testi degli accordi sottoscritti domenica scorsa dal ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu con il suo collega libico Nasser-el Mabruk a Tripoli si potranno valutare tutte le ricadute del comune impegno nella lotta contro i clandestini sullo stato delle relazioni bilaterali tra Italia e Libia.

Fino ad allora sarà più che lecito avanzare almeno qualche dubbio sull'effettiva volontà del “leader” Gheddafi di ristabilire con il vecchio “nemico” e Paese occupante un rapporto sereno improntato alla collaborazione e al rispetto reciproco. é pur vero che, domenica scorsa,   il colonnello Gheddafi ha ribadito a Pisanu “la profonda riconoscenza sua e del Paese al Governo italiano e in particolare al presidente Berlusconi per il ruolo determi­nante svolto per l'abolizione dell'embargo e il pieno reinserimento della Libia nella comunità internazionale”. Ma il Paese con il quale l'Italia cerca di trovare un'intesa per arginare il flusso di clandestini è anche quello che ha costruito la sua debole identità nazionale sul sentimento anti-italiano costringendo tutte le autorità italiane in visita sul suo territorio a sottoporsi al macabro dono del moschetto 91 e a rendere obbligatoriamente omaggio ai suoi caduti. E un Paese che il 7 ottobre prossimo celebrerà la cosiddetta “festa della vendetta” per ricordare la cacciata di tutti gli italiani nel ‘70 dopo la rivoluzione del popolo e la presa di potere del colonnello Gheddafi e che il 17 settembre scorso ha istituito la nuova festa dell'impiccagione di Omar el Muktar ribellatosi alle truppe italiane 70 anni fa e giustiziato in pubblico dagli uomini del maresciallo Graziani.

La vicenda dei ventimila italiani di Libia cacciati da Gheddafi nel ‘70 non rientrava, quasi certamente, nell'agenda degli ultimi incontri del ministro Pisanu nonostante le 6mila pratiche ancora giacenti al ministero dell'Economia per le richieste di risarcimento sui beni che i nostri connazionali hanno dovuto lasciare in Libia per un valore stimato di circa un miliardo di euro (anche se l'ultima richiesta non supera i 250 milioni). Connazionali che, da allora, non sono più potuti tornare in Libia neppure per rendere omaggio alle tombe dei loro congiunti. La questione dei visti per questa particolare categoria di italiani è stata trattata come un fatto accessorio nel capitolo delle controversie bilaterali che riguardano anche numerosi insoluti di pagamento a imprese italiane per 680 miliardi di lire, insoluti tuttora irrisolti.

Molto deboli nel negoziare le questioni di interesse italiano, le nostre autorità sono sempre state parti­colarmente generose nel riconoscere le ragioni della controparte libica. Valga per tutti il testo del cosiddetto comunicato congiunto italo-libico del luglio ‘98 con il quale il nostro Paese (caso unico tra tutti gli Stati occidentali con passato coloniale) si è impegnato a mai più infliggere al popolo libico le gravi sofferenze imposte Quell'accordo, che nelle intenzioni di Roma, avrebbe dovuto spianare la strada a un rafforzamento delle intese economiche (con una società mista la Ali, mai decollata veramente), ha invece costituito la base per le continue e sempre più insistenti richieste da parte libica sull'entità di un “gesto simbolico” che in qualche modo chiudesse il passato coloniale. “Gesto” concordato dall'ex ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, con Gheddafi in 60 miliardi di lire ma “lievitato” progressivamente nel corso delle ultime visite di Berlusconi in Libia a un impegno di circa 6 miliardi di euro (pari a 12mila mi­liardi di vecchie lire). A tanto infatti ammonterebbe il costo della costruzione dell'autostrada Tripoli-Bengasi la vecchia “Via Balbia” che Gheddafi ha proposto di battezzare (nel caso in cui l'opera si realizzasse) “Via Berlusconia”.

In questo gioco al rialzo l'Italia rischia però di rimanere con le spalle al muro. Pronta a spendersi ieri per far rientrare la Libia nella comunità internazionale dopo l'attentato di Lockerbie, pronta oggi a sollecitare la fine dell'embargo europeo. Ma senza avere incassato, almeno fino ad ora, nessun impegno reale. E, quindi, sempre sotto ricatto.

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Urso: “Tripoli cancelli il giorno della vendetta”

La stampa

28 settembre 2004

G. Ru.

 

“Speriamo che il 7 ottobre si sciolga il ghiacciao”. Adolfo Urso, viceministro delle Attività produttive, uomo di punta della squadra di Alleanza nazionale al governo, ha appena incontrato ministri e viceministri libici, con­sapevole e perchè no? soddisfatto della nuova fase positiva che si apre nei rapporti bilaterali tra i due Paesi. Guarda al futuro, Urso, che ieri sera ha inaugurato la Fiera commerciale “Italexpolib­ya”, ma non può dimenticare il passato. Così come il vicepremier Gianfranco Fini, anche lui si augu­ra che i libici cancellino dal loro calendario l'anniversario del 7 ot­tobre, che festeggia la cacciata degli italiani e che loro chiamano “il giorno della vendetta”. Dice Urso: “E' una ferita del passato che non si riesce a rimarginare”. E il 7 ottobre, tra due settimane, si dovrebbe inaugurare il nuovo ga­sdotto che collegherà la Libia a Cela, in Sicilia: “Speriamo - si augura il viceministro - che quel giorno accada qualcosa”.

Per il ministro degli Esteri libico, Abdur Rahaman Shal­gam, chiedere l'abolizione di questo anniversario è come, per noi, abolire il 25 aprile.

“Il giorno della vendetta, che può essere interpretata diversamente dai libici, richiama non un evento che riguarda la destra, come forza politica, e nemmeno un qualcosa che ha a che fare, per esempio, con il regime fascista. Riguarda, sic et simpliciter, la cacciata degli italiani dalla Libia - gran parte dei quali sono anche nati in questo Paese - il 7 ottobre 1970. Quindi riguarda gli italiani in quanto tali. Il 26 settembre ricordano il loro eroe impiccato, Omar El Mulktar. Nulla da obiettare. Comprendo anche la ricorrenza del 26 otto­bre, la chiamano la festa del lutto, che ricorda la deportazione dei libici da parte italiana. Ma il 7 ottobre no, rappresenta una offe­sa a tutti gli italiani, quelli caccia­ti non erano colonialisti che si era macchiati di crimini".

Ma i libici sono orgogliosi di questo anniversario che rap­presenta la fine di un passa­to che ha aperto ferite enor­mi. E' storia che gli italiani, durante l'occupazione, han­no ucciso centomila degli ot­tocentomila libici che popo­lavano quella terra. Non ce l'hanno certo con gli italiani di oggi...

“Noi abbiamo rispetto per tutte le storie e le identità nazionali. In occasione della ricorrenza del 4 Novembre, così importante per la storia dell'indipendenza naziona­le, noi non festeggiamo il giorno della vendetta contro gli austria­ci. E aggiungo: i francesi, anche recentemente, in occasione dell'anniversario dello sbarco in Nor­mandia, non festeggiano l'odio contro i tedeschi. Anzi, oggi sem­pre di più si va affermando un asse franco-tedesco”.

Viceministro, il futuro non si costruisce guardando sem­pre al passato, anche se il passato non può e non deve essere rimosso. Guardando al futuro, ricordare il passato è anche una lezione da non dover dimenticare.

“Celebrare il giorno della vendetta contro gli italiani appare stridente con questa nuova dimensione politica e istituzionale di rapporti privilegiati tra i nostri due Paesi”.  

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Tremaglia: un risarcimento

in Finanziaria agli esuli italiani

che furono cacciati dalla Libia

Secolo d'Italia

23 settembre 2004

«In un momento di rinnovati rapporti con la Libia, il Governo non deve dimenticare i nostri connazionali che in passato hanno sofferto perdite morali ed economiche a seguito della cacciata dal Paese», dice il ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia che, ora che si prospetta la fine dell'embargo europeo alla Libia, chiede al ministro Siniscalco l'inserimento in Finanziaria di una definitiva legge di indennizzo per gli esuli libici. «A loro — dichiara Tremaglia — dovrà essere corrisposto un indennizzo definitivo dopo gli acconti percepiti in base alle leggi precedenti. Ciò consentirà una dignitosa riparazione della vicenda sul piano materiale». Secondo il ministro per gli Italiani nel Mondo «è sacrosanto che i nostri connazionali di Libia possano, al pari di tutti i loro concittadini, tornare finalmente a rivedere quella terra in cui sono nati e cresciuti dopo 34 anni di lontananza forzata per decisione di Gheddafi, anche solo per piangere degnamente i loro morti». «E ciò — aggiunge il Ministro — non è possibile anche per le condizioni vergognose in cui versa il cimitero di Hammangi, abbandonato da anni: un'area di 10 ettari fortemente degradata e per la quale chiedo un immediato intervento.


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Nessun regalo a Gheddafi. Adesso onori gli impegni

Corriere della sera

23 settembre 2004

Gianna Fregonara

ROMA - «Un successo dell' azione italiana, non un regalo a Gheddafi ma un segno tangibile del nostro apprezzamento per i passi avanti compiuti dalla Libia». Così il ministro degli Esteri Franco Frattini, che è a New York per dare battaglia sulla riforma dell' Onu, accoglie l' ok dell' Europa a togliere l' embargo totale a Tripoli: «Da un anno avevamo posto sul tappeto del Consiglio dei ministri europei il problema della revoca dell' embargo, collegando il capitolo Libia ad un doppio obiettivo: alla strategia europea per combattere l' immigrazione clandestina, che per l' Italia costituisce pericolo costante, e a quella per ricondurre Tripoli nell' alveo dei Paesi con cui la Ue deve collaborare. L' azione dell' Italia è stata apprezzata dagli altri partner e siamo riusciti a convincere i Paesi come la Svezia che erano più critici». Il passo di oggi è la dimostrazione che la linea del dialogo con uno dei Paesi che per anni è stato considerato uno Stato canaglia, finanziatore del terrorismo, può pagare più di una strategia militare? «E' difficile fare paragoni con l' attualità. Certo il dialogo fa parte della nostra strategia e la risposta politica è sempre essenziale. Ma occorre che l' interlocutore dia risposte, come ha fatto Gheddafi. Poi il risultato arriva: abbiamo impostato in modo nuovo i rapporti tra Italia e Libia e tra Libia e Europa. Abbiamo avuto molta pazienza, ma il popolo libico e quello italiano sono vicini per storia e collocazione geografica e questo ci ha permesso di moltiplicare gli sforzi e di avere risultati». Quanto ha contato l' apertura americana alla Libia? «E' stata un elemento positivo ma è arrivata mentre ormai il discorso europeo era aperto e in via di definizione: è chiaro che il clima di fiducia intorno alla Libia ha aiutato». E quale è stato il ruolo della Commissione Ue. Romano Prodi era stato il primo a invitare Gheddafi a Bruxelles, affrontando aspre polemiche. «La Commissione ha condiviso la proposta italiana un anno fa. Consiglio e commissione hanno lavorato bene insieme e il risultato è un segnale positivo alla Libia che ha capito che l' Italia come partner è in grado di provocare una decisione europea in tempi rapidi». Dopo un' estate di sbarchi a catena, che cosa dobbiamo aspettarci da Gheddafi? Davvero che non arrivino più barconi stracolmi? «Ci aspettiamo che la Libia rispetti l' impegno che Gheddafi ha preso direttamente con il presidente Berlusconi di ostacolare il flusso di clandestini e lo faccia da subito anche con i mezzi scarsi che ha a disposizione. Mi auguro che non arrivi più neppure una nave, ma le forniture militari non cominceranno subito, perché l' abolizione dell' embargo sarà ufficialmente varata dai ministri degli Esteri in ottobre». La Libia è considerata oltre che un porto di imbarco per i clandestini anche un passaggio per i terroristi. «Gheddafi ha detto a me che la lotta al terrorismo è una priorità, dunque abbiamo un interesse comune». La Libia può diventare un partner privilegiato per l' Europa? «Per adesso Gheddafi non ha voluto aderire al processo di Barcellona, la partnership per l' Euromediterraneo. Spero che le sue resistenze vengano meno al più presto e che si trovi la convergenza per un partenariato per la lotta al terrorismo». Ci sono però questioni bilaterali aperte: gli indennizzi coloniali o la festa della vendetta (la cacciata degli italiani) che Fini aveva chiesto a Gheddafi di abolire prima della revoca dell' embargo. «Le richieste di Fini vanno affrontate non ora ma in un ambito più ampio, quello degli accordi politici». Si apre una strada per la Libia, sembra invece stringersi quella per l' ingresso della Turchia. Qual è la posizione dell' Italia? «Ho parlato a lungo con il ministro degli Esteri turco Gul, ha una posizione di grande apertura. Io credo che a dicembre ci saranno le condizioni per stabilire la data di apertura del negoziato, ma bisogna incoraggiare Ankara ad andare avanti con le riforme». Nonostante lo stop del presidente Barroso, del Ppe e di una buona parte di Paesi, lei resta ottimista. «Il mio è l' ottimismo della volontà, guai se rinunciassimo ad avvicinare la Turchia, sarebbe un pessimo segnale per il mondo musulmano». Gianna Fregonara La Jamahiria LA SCHEDA LA POPOLAZIONE La Libia ha circa 5.300.000 abitanti, per una superficie di 1.759.540 chilometri quadrati. Nella capitale, Tripoli, vivono oltre un milione di persone. Le altre città principali sono Bengasi (597.000 ab.), Misurata (314.000 ab.), Zuwara e Khums LINGUA E RELIGIONE La lingua ufficiale è l' arabo. L' inglese e l' italiano sono ampiamente conosciuti e utilizzati nelle relazioni di lavoro. La religione più praticata è quella musulmana sunnita (97% della popolazione). Le altre raggiungono solo il 3% LO STATO E LE LEGGI Nella Jamahiria, lo «Stato delle masse», formalmente non esiste un capo dello Stato: le decisioni vengono «ispirate» da Gheddafi. Il sistema legislativo si basa sulla democrazia diretta, organizzata in Congressi di Base con al vertice un parlamento L' ECONOMIA La Libia è uno dei maggiori produttori petroliferi del mondo, con oltre un milione di barili al giorno. Nel 2002 il tasso di crescita reale dell' economia ha toccato l' 1,5%. L' unità monetaria della Libia è il Dinaro libico.


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Sui risarcimenti coloniali l'accordo è lontano. La Libia chiede 6 miliardi

Dalla cacciata dei nostri connazionali nel 1970 trent'anni di trattative inutili

Corriere della sera

23 settembre 2004

Alessandra Arachi

ROMA - Non sono mai stati quantificati, ma sempre rivendicati a gran voce. Di più: per i danni del colonialismo italiano in Libia Muhammar Gheddafi ha anche cercato risarcimenti in proprio. Come quando negli anni Ottanta decise di sospendere i pagamenti a tutte le ditte italiane che lui stesso aveva chiamato per lavorare. Quelle ditte ancora aspettano i soldi del colonnello: roba di 617 milioni di dollari, secondo una quantificazione di Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri. Anzi, ben di più visto che ai 617 milioni di dollari bisogna aggiungere tutti gli interessi passivi maturati in questi vent' anni. Soldi rimasti sospesi, mentre inutilmente l' Italia e la Libia continuano a cercare un accordo per chiudere la questione diplomatica dei danni del colonialismo e della guerra nordafricana del 1940-43. E' una trattativa che va avanti da più di trent' anni. Da quando Gheddafi decise di riaprire il contenzioso. Era il 1970 e il colonnello espulse all' improvviso i 20 mila italiani residenti in Libia prendendogli le case, i terreni, le fabbriche, i risparmi, ma anche i depositi bancari e i fondi dell' Inps. E' ancora aperto il contenzioso per i visti sui passaporti di tutti e ventimila. E' una trattiva che non si riesce a chiudere. Ci hanno provato un po' tutti, governi democristiani, di sinistra e di destra. L' ultimo fu Lamberto Dini nel 1998 a stipulare un accordo che sembrava bilaterale e definitivo. E oggi il gap tra le richieste della Libia e le nostre offerte di risarcimento è ancora enorme, apparantemente incolmabile. All' inizio Berlusconi aveva offerto la costruzione di un ospedale. Gheddafi ha rilanciato chiedendo una strada. E sulla carta l' accordo è stato chiuso con l' impegno dell' Italia a fornire alla Libia un «progetto infrastrutturale nel settore stradale». Peccato che il colonnello voglia la costruzione di un' autostrada litoranea per l' Egitto, roba di miliardi di euro, tre miliardi, o forse sei. E che l' Italia non sia disposta invece a sborsare più di 60 milioni di euro. Alessandra Arachi


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Accolta dalla Ue la proposta dell'Italia. Soddisfazione del Ministro Frattini

Dopo gli Usa, anche l'Europa toglie l'embargo alla Libia. Ma gli italiani cacciati dalla Libia aspettano ancora….

INFORM - N. 188

23 settembre 2004

ROMA - Anche l'Europa revoca l'embargo alla Libia. Una delibera avanzata dall'Italia, e in linea con l'abolizione dell'embargo commerciale decisa negli Stati Uniti dall'amministrazione Bush. Il via libera dalla Unione Europea alla revoca totale delle sanzioni è giunto oggi, anche se la ratifica arriverà soltanto il prossimo 11 ottobre, nel corso della riunione dei Ministri degli Esteri in programma a Lussemburgo.

Il dibattito era stato sollecitato dal nostro Paese che, nell'ambito della lotta all'immigrazione clandestina, aveva chiesto la revoca dell'embargo per componenti e equipaggiamenti militari, al fine di poter fornire alla Libia i mezzi necessari al controllo delle frontiere.

L'embargo contro il Paese guidato da Gheddafi riguarda armi e equipaggiamenti militari (tra cui jeep, elicotteri, aerei e altri mezzi) nonché misure economiche (congelamento di fondi libici all'estero e divieto nella fornitura di beni e servizi civili legati all'industria petrolifera).

Nel novembre scorso, la Commissione europea aveva presentato al Consiglio una proposta per levare l'embargo economico imposto nel 1986 (anno caratterizzato da diversi episodi di terrorismo in cui è risultata implicata la Libia) e rimasto in vigore anche dopo la decisione dell'Onu di revocare le sanzioni, decisione presa nel settembre 1999.

Soddisfazione del Ministro del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, per la decisione dei 25 a Bruxelles. "La decisione dell'Ue - si legge in una nota - corona l'impegno perseguito da tempo dall'Italia per consentire alla Libia di dotarsi in particolare delle attrezzature necessarie ad assicurare un efficace pattugliamento delle sue frontiere terrestri e marittime e far fronte adeguatamente al fenomeno dell'immigrazione clandestina e della criminalità. L'importante decisione adottata dall'Unione Europea consente ora di sollecitare alla Libia un maggiore sforzo nella lotta all'immigrazione clandestina, con effetti positivi anche sul piano della sicurezza degli Stati e, in generale, della regione mediterranea".

Una domanda sorge però spontanea. In cambio della revoca dell'embargo da parte degli Stati Uniti, Tripoli se la caverà versando 4 milioni di dollari di risarcimento alle vittime dell'attentato di Lockerbie, che provocò 270 morti (un Boeing 747 della Pan Am esplose in volo sul villaggio scozzese).

Ma gli stranieri cacciati dalla Libia da Gheddafi, riceveranno risarcimenti? A 20 mila italiani, nel 1970, furono confiscati tutti i beni prima del rimpatrio forzato. Sono passati 35 anni ma per loro indennizzi non ce ne sono stati.

L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, presieduta da Giovanna Ortu, si batte da anni per ottenere giustizia e molto spesso si è appellata alle autorità italiane - in primis i capi di governo che si sono succeduti - affinché facessero pressioni su Tripoli. Anche ultimamente, con lettere a Berlusconi.

Finora, nessun esito. Ma la tragedia che ha colpito questi connazionali il nostro Paese ha il dovere di ricordarla. Anche e soprattutto con atti concreti. E' una tragedia che non può essere archiviata semplicemente come fatale epilogo della colonizzazione. (S.P.-Inform)

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Non dimenticate gli italiani di Libia.

La parola a Giovanna Ortu, presidente dell'associazione che raccoglie gli esuli dal 1970.

I ricordi, il dramma, le richieste dei nostri connazionali.

Secolo d'Italia

22 Settembre 2004

Federico Guiglia

La signora si presenta così, a partire dalla data dell'espulsione: Sono arrivata dalla Libia nel ‘70. Cominciai a interessarmi ai nostri problemi negli anni dell'accordo tra Fiat e Tripoli. Prima non potevo: dovevo seguire mia figlia, che aveva appena otto mesi. Nel ‘77, dunque, ero segretaria dell'Associazione e dall'83, ininterrottamente, sono diventata presidente. Più di vent'anni di amarezze, ormai…” . La signora è Giovanna Ortu, nata a Tripoli sessantacinque anni fa, e al vertice dell'Airl, Associazione italiana rimpatriati dalla Libia, l'altra faccia dei rapporti fra i due Paesi. Ora che si prospetta la fine dell'embargo europeo alla Libia, Giovanna Ortu racconta dell'embargo dimenticato: quello che ancora colpisce gli italiani di Libia.

 

Negli ultimi anni le non facili relazioni fra Roma e Tri­poli sono migliorate. Quali ripercussioni per gli italiani di Libia?

Nessuna. Dall'accordo Dini-Muntasser del ‘98, accordo che per noi prevedeva soltanto la possibilità di ritornare in Libia, nulla, nemmeno quello, s'è realizzato. Sono invece migliorate le relazioni personali. Anche quelle fra me e i due ambasciatori libici, quello presso la Santa Sede, Gaddur, e Al Obeidi, che è il rappresentante di Tripoli presso lo Stato italiano. Grazie al primo, in particolare, io sono potuta tornare per qualche giorno in Libia, ospite del governo libico. Doveva essere l'inizio di una nuova stagione. Invece...

 

Invece?

Io avevo chiesto al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di portarmi con sè in una delle sue tre missioni a Tripoli. Lui avrebbe voluto portarmi, ma la Farnesina, a mio parere sbagliando, si oppose. Bisognava continuare, anche dal punto di vista diplomatico, la strada del disgelo che con le autorità libiche io avevo aperto. Da allora, viceversa, s'è tutto fermato. Nessun visto è stato più concesso agli italiani nati in Libia. Noi rimpatriati ci sentiamo dei veri capri espiatori. La Libia pretende, l'Italia promette: ma l'unica cosa che Gheddafi s'è preso con certezza, sono i nostri beni nel 1970. E di questi nemmeno si parla più!

 

Avete mai fatto un conto della confisca?

S“, e dico subito che i giornali hanno esagerato nelle cifre indicate. Il valore dei soli beni materiali era di circa 400 miliardi di vecchie lire di trentaquattro anni fa. Fino ad oggi non è che non abbiamo avuto niente. Ma grazie a degli occasionali provvedimenti, peraltro a beneficio di tutte le categorie di profughi, il totale riavuto non raggiunge neanche il capitale di allora. Saremo più o meno nell'ordine di 300 miliardi, ma 300 miliardi di oggi, attenzione. Intendiamoci bene: noi siamo realisti. Non chiediamo la restituzione di quel che ci è stato tolto nè la rivalutazione del relativo valore economico dell'epoca. Chiediamo, però, che nel quadro dei grandi interessi in ballo fra Roma e Tripoli - e per questo abbiamo accolto con piacere la richiesta del vicepresidente, Gianfranco Fini, alla Libia, di cancellare in uno spirito di autentica pace ogni atteggiamento anti-italiano non si dimentichi la nostra vicenda.

L'Italia di oggi che cosa può fare per lenire le vostre ferite? Oppure il dolore non fa più male?

Col dolore s'impara a convivere, ma questo non significa che “chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato”. Non si cancellano le ingiustizie, tanto meno quando esse sono recenti, e tuttora bruciano. Noi siamo stati cacciati nel ‘70. Oggi vorremmo che con un piccolo sacrificio, davvero piccolo, l'Italia approvasse una legge d'indennizzo. Definitivamente. Il ministero dell'Economia ne conosce i costi, che sono stati portati più volte pure all'attenzione del Parlamento. Vogliamo voltare pagina con la Libia? Facciamolo. Ma allora si risolva anche il nostro problema, senza far finta che non esista.

 

Chiedete anche qualcosa alla Libia o solo all'Italia?

Certo che chiediamo. Chiediamo il rispetto dell'intesa firmata sei anni fa, facendoci tornare nella terra in cui siamo nati e a cui sempre siamo rimasti legati con gli affetti e col ricordo. Dico di più. Se Gheddafi ha bisogno di un simbolo vivente del colonialismo, un simbolo da “punire” vita natural durante, eccomi qua: quale presidente dell'Associazione mi offro volontaria. Faccia tornare i connazionali nati in Libia che vogliono tornare, e vieti a me soltanto la facoltà del ritorno. A me e a tutta la mia famiglia, se vuole. Ma questa ingiustizia deve finire: non possono esistere italiani di serie A, nati in Italia e liberi di volare a Tripoli, e italiani di serie B, proprio quelli più legati alla Libia perchè in Libia sono nati, costretti a restare fuori dalla porta. Il governo italiano non può tollerare una simile discriminazione, specialmente in un momento di normalizzazione dei rapporti con Tripoli.

 

Chi siete, quanti siete e quando comincia la vostra storia?

Eravamo ventimila quando siamo stati cacciati da Gheddafi. La Libia era diventata indipendente nel 1951 e l'indipendenza era stata condizionata dalle Nazioni Unite al rispetto delle comunità di minoranza. Poi invece.. Ai tempi di maggiore presenza gli italiani erano più di centomila. Ma già negli anni Cinquanta eravamo poco meno di quarantamila. La confisca è stata totale: hanno tolto tutto a tutti. Sono stati incamerati pure i contributi previdenziali e assicurativi versati dagli italiani. Pensi che soltanto nel ‘90 vent'anni dopo! L'Italia ci ha riconosciuto i diritti maturati per le pensioni e pensi, quindi, a quanti connazionali, che nel frattempo erano morti, non hanno avuto neanche la possibilità della pensione. E giusto quel che diceva Andreotti: i dirimpettai nessuno se li sceglie. Capiamo, inoltre, che grandi interessi come il petrolio o il buon vicinato siano primari nella politica estera di qualunque Stato. Ma c'è modo e modo di perseguire gli obiettivi. Il rispetto è una cosa reciproca: nessuno può vendere la dignità del proprio Paese.

 

Ma lei come spiega che in tutti questi anni, e ne sono passati, nessun governo abbia cercato dl “normalizzare”, come lei diceva, anche la vostra situazione nelle relazioni tra i due Paesi?

Nessuno di noi profughi - ma neppure Fini o Fassino o l'Andreotti di ieri - può essere oggi chiamato a rispondere della politica giolittiana del 1911. A un certo momento i popoli e gli Stati devono saper voltare pagina nelle relazioni tra loro, senza per questo nulla dimenticare del proprio passato. Devono saper svoltare con onestà e con reciproco rispetto. Sono già tre viaggi che il nostro presidente del Consiglio fa a Tripoli e ogni volta quello lo accoglie con richieste di risarcimento, con le foto coloniali e altro ancora. Ma come si fa? Se uno mette la parola “fine”, la deve mettere sul serio e su tutto. Invece trentaquattro anni dopo, noi siamo ancora qui a chiedere di poter tornare.

 

Quali sono, In concreto, i problemi Irrisolti?

Sono esattamente tre, non trecento o tremila: tre. Primo problema: serve una definitiva legge di indennizzo. Sono cifre tutt'altro che proibitive, neppure nella pur difficile congiuntura internazionale che stiamo vivendo. Tant'è che il ministro Tremaglia conta di riuscire a farla finalmente inserire in Finanziaria. Trentaquattro anni dopo mi pare che i tempi possano considerarsi maturi, o no? A parole tutti i parlamentari che incontro, e di tutti i partiti, mi danno ragione. Secondo: i visti. Ci diano la possibilità di tornare in Libia, anche e solo per piangere i nostri morti. Terzo: il cimitero. Un'autentica vergogna, ma l'unica nota positiva.

 

Vergogna o nota positiva?

A Tripoli il cimitero Hammangi, così si chiama, è abbandonato da anni. Tombe scoperte, cani che frugano fra le ossa sottoterra… E' un cimitero cattolico che sorge in un'area già periferica, ma oggi inurbata. Un'area di oltre dieci ettari. Noi stessi abbiamo proposto di restituire una parte della superficie alla municipalità di Tripoli, che ci farà un parco-giochi. Ci restringeremo a poco più di un ettaro nel nucleo centrale. Con la preziosa e decisiva collaborazione delle autorità libiche, s'è istituita una commissione mista per restaurarlo. Ma pare che la Farnesina non trovi più i soldi - tre, quattro milioni di euro - per rimetterlo a posto. Si parla di ottomila salme (erano quindicimila prima del ‘70 ma molti connazionali, andandosene, si sono portati via quelle dei loro cari). Per trent'anni nè i nostri governi nè, me lo lasci dire, il Vaticano si sono preoccupati del cimitero a pezzi. A ripulirlo dalle erbacce sono stati i libici con una grande opera del loro servizio ecologico. Questo è l'atto, il solo atto concreto del disgelo cominciato e condiviso: ridare dignità almeno ai morti. Posso aggiungere un particolare burocratico?

 

Certo che può...

I libici hanno già firmato il terzo verbale di accettazione del nuovo progetto. Ma il nostro console generale di Tripoli non ha avuto il consenso di apporre, a sua volta, la firma, perché non sono stati ancora stanziati i fondi necessari e spettanti al nostro Paese. Tra l'altro, questa è un'iniziativa condivisa dallo stesso presidente Berlusconi, e glielo dico per certo. Le dico ancora una cosa: noi rimpatriati abbiamo già raccolto cinquemila, simbolici euro con una colletta: almeno la statua centrale col crocifisso sarà ripristinata. Mi domando, tuttavia: ammesso che la Farnesina non trovi i soldi pur previsti, possibile che fra tutte quelle imprese italiane in Libia, le quali “valgono” un interscambio di quattordicimila e duecento miliardi di vecchie lire fra Italia e Libia, possibile che in quel fiume di denaro non si trovino delle briciole d'euro per restaurare il cimitero e onorare la memoria dei nostri defunti? Altra domanda altrettanto ingenua: lo Stato italiano che s'appresta a dare a Tripoli le vedette, l'ospedale, le strutture e quant'altro per regolare i flussi immigratori, possibile che non trovi pochi spiccioli per i nostri indennizzi?

Due anni fa a lei è stato permesso di tornare in Libia. Che cosa l'ha sorpresa in meglio e in peggio? E com'è finita quell'apertura così simbolica, essendo lei la presidente dei rimpatriati?

In meglio mi ha colpito la condizione della donna. Gheddafi è riuscito veramente a emanciparla. Oggi le donne partecipano, mentre ai tempi in cui io ero ragazza, esse erano soggette all'esclusivo volere degli uomini. Chi mette il velo, oggi “e molte non lo mettono”, sembra che lo faccia più come vezzo, come arma di seduzione che non come atto di sottomissione. In peggio ho trovato la realtà della sua precisa scelta ideologica: lasciar completamente andare la memoria della città coloniale. Una scelta che si può anche capire. Per non a costo di far costruire un'autostrada dentro il più bel lungo-mare naturale del mondo. L'ideologia contro un patrimonio dell'umanità: avvilente. Per il resto, non posso dimenticare il grande affetto della gente “con delle manifestazioni che ancora oggi mi fanno venire la pelle d'oca” e anche, lo sottolineo, delle autorità libiche. Generosi, ospitali, compreso il ministro degli Esteri, sia con me che con mia figlia. Doveva essere il “nuovo inizio” delle relazioni tra noi, italiani di Libia e libici…


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Libia: la Sinistra

soffia sul fuoco dei rancori anti-italiani

Secolo d'Italia

22 settembre 2004

Giorgio Torchia

  

Gli Stati Uniti hanno deciso di levare l'embargo imposto alla Libia nel 1986 ed altrettanto, pur con alcuni distinguo, si accinge a fare l'Unione Europea su richiesta dell'Italia. Gheddafi esce, così si spera, definitivamente dalla lista dei "cattivi" e passa in quella dei "buoni". La Libia non è più uno "stato canaglia" - definizione americana per i paesi che collaborano con il terrorismo o sono pericolosi per la pace mondiale a causa della loro volontà di dotarsi di armi di distruzioni di massa - ed entra a far parte di quella Comunità internazionale che lotta contro i fanatici dell'Islam. La decisione americana di assolvere il Colonnello nasce da alcune considerazioni pragmatiche. Gheddafi, pur essendo chiaramente coinvolto in tre attentati Berlino (1986), Lockerbie (1988, 245 morti), Tenerè (1989, 170 morti), ha mostrato di "pentirsi" accettando di rimborsare le vittime del suo terrorismo ed ammettendo così implicitamente le colpe della Libia. Ma questo assurdo e cinico rimborso è soltanto un alibi necessario a far salvare la faccia alle Cancellerie occidentali. La ragione di fondo è che la Libia è utile alla lotta contro il terrorismo in considerazione del dilagare dell'estremismo islamico in Nord Africa, segnalatamente in Algeria ed Egitto. Gheddafi, inoltre, ha offerto a Bush un'eccellente giustificazione: la rinuncia formale a dotarsi di armi di distruzione di massa (chimiche ed atomiche), accettando le ispezioni dell'Aiea l'Agenzia internazionale.

Quale fosse la reale capacità dei libici, che a questo fine avevano preso contatto con Pakistan e Corea del Nord, di realizzare le armi della mega morte non è chiara, viste le molte difficoltà tecniche. E' comunque chiaro che questa volontà esisteva. Bush, grazie alla conversione di Gheddafi, può vantarsi di aver indebolito il fronte degli "stati canaglia" e che il Colonnello ha fatto tesoro della sorte toccata a Saddam Hussein. Questo quadro si completa valutando il grande interesse che c'è negli Stati Uniti (ed in Inghilterra, con Blair che si è affrettato ad incontrare Gheddafi) verso le strategiche risorse petrolifere della nostra ex-colonia. Per inciso, il petrolio libico soddisfa un terzo del nostro fabbisogno. L'Italia si è attivamente prodigata affinché le sanzioni alla Libia venissero tolte e si deve all'impegno della nostra diplomazia se, per quanto riguarda l'Ue, questo risultato sta per essere raggiunto. Alla base di questa nostra scelta c'è una prima importante motivazione: la Libia è diventata il terminale dell'immigrazione clandestina che dall'Africa centro-meridionale raggiunge le sue coste e da qui si riversa sulle nostre. Sull'isola di Lampedusa, già fatta segno dell'attenzione missilistica di Gheddafi nel 1986, in particolare. Il nostro governo ha raggiunto un accordo con quello libico, in virtù del quale Tripoli accetta una cooperazione con le nostre forze di polizia per bloccare questo traffico di esseri umani ed adottare una serie di provvedimenti, campi di accoglienza ecc. necessari per fronteggiare il fenomeno. Misure, queste, che s'impongono per la stessa Libia, dato che, ammettono i suoi dirigenti, il terrorismo islamico si serve degli immigrati clandestini per infiltrare i suoi agenti.

Il presidente del Consiglio si è recato due volte a Tripoli, l'ultima ad agosto, per chiudere quest'accordo e normalizzare anche i rapporti con la nostra ex-colonia, che rappresentano un paradosso storico e politico. Al quale ha fatto riferimento Gianfranco Fini. Vediamo di che si tratta. La Libia è l'unico dei paesi ex coloniali che mantiene, ad oltre mezzo secolo dalla sua indipendenza, un contenzioso con il paese che l'ha dominato. A scorrere la carta geografica del mondo, non c'è un altro esempio del genere. Gheddafi, in questo caso, può solo aver punti di contatto, ma molti approssimativi, con Mugabe, il dittatore dello Zimbabwe, ex-Rhodesia, messo peraltro all'indice dalla Gran Bretagna, limitatamente al problema dei residenti inglesi. Nessun altra ex-colonia ha tenuto desta una contrapposizione così artificiosa come quella che tiene in vita Gheddafi nei nostri confronti. Potenze coloniali come Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Olanda, Spagna e Belgio, con ben altri fardelli storici, non hanno avuto i problemi che noi continuiamo ad avere con la Libia, un paese da noi sottratto alla dominazione turca nel 1911 ed al quale abbiamo dato, finanche, l'attuale nome. E la Libia, va ricordato, ebbe nel 1938 uno status metropolitano che la distingueva dalle colonie dell'Africa orientale (Eritrea, Somalia ed Etiopia). L'Etiopia, con la restituzione della stele di Axum, altra assurda storia, una volta che i tigrini hanno preso il potere, dopo Menghistu, ad Addis Abeba ha cercato di seguire le orme della Libia, ma tutto è finito con l'obelisco che giace in un magazzino di Fiumicino in attesa di un problematico rientro in Etiopia.

Finita la seconda guerra mondiale ed occupata dall'Inghilterra, la Libia otteneva, nel 1950, l'indipendenza e diventava un regno con sovrano Idris El Senussi, che gli italiani, nella campagna militare di riconquista degli anni Trenta, costrinsero all'esilio in Egitto. Il Senusso si comportò con l'Italia come a sua volta aveva fatto il Negus. Dimenticò le offese e le umiliazioni patite e promosse la riconciliazione con l'ex-potenza coloniale. Il contenzioso con la Libia (così come quello con l'Etiopia) venne definito e chiuso con il trattato del 1956. Fu concordato, fra l'altro, il trasferimento di tutti i beni demaniali ed il risarcimento, a saldo, di 5 milioni di sterline. A riaprire la querelle fu Gheddafi, dopo il colpo di Stato con il quale defenestrò il Senusso ed instaurò l'attuale repubblica, la Giamahiria. Gheddafi espulse nel 1970 venticinquemila nostri connazionali, che ancora oggi non possono rientrare in Libia nemmeno come turisti ed aspettano il risarcimento. Così come aspettano il risarcimento le società italiane che dopo hanno operato in Libia. Il Colonnello ha riproposto, al rialzo, un contenzioso per riparazioni che abbraccia sia il periodo coloniale, sia le conseguenze, campi minati ecc. derivanti dal fatto che il territorio libico durante la seconda guerra mondiale fu un campo di battaglia. La Cirenaica in particolare, (ma anche la Tunisia, che non ha avanzato rivendicazioni né a noi, né agli altri paesi belligeranti). Per oltre trent'anni, i rapporti italo-libici, tra visite di Stato e trattati rimasti sostanzialmente sulla carta, si sono svolti su due ambigui binari: quello ufficiale, centrato sulle rivendicazioni di Gheddafi, con ricorrenti campagne antitaliane, e quello ufficioso, fatto di proficui interscambi commerciali. L'Italia è infatti per import ed export il primo dei partner commerciali della Giamahiria.

Nel 1999 (l'avevano preceduto fra gli altri Andreotti e Dini) D'Alema si reca a Tripoli, rende omaggio a Gheddafi, condanna il colonialismo italiano e rende gli onori a Sciara Sciat, dove furono massacrati i nostri bersaglieri, agli "eroi nazionali massacrati dagli italiani". Berlusconi, con pazienza e subendo anche sgarbi formali con ostentazione iconografica delle repressioni compiute dalle nostre truppe, cerca di ricucire con Gheddafi. Rilancia il progetto di costruire un ospedale d'avanguardia, ma Gheddafi chiede un'opera ciclopica, una nuova via Balbia che dovrebbe collegare il confine tunisino a quello egiziano. Ad un costo per noi assolutamente insopportabile. Questa, nell'essenziale, la situazione. Commentando la fine delle sanzioni, Gianfranco Fini, rallegrandosene, ha auspicato che da parte della Libia venga finalmente un gesto risolutivo che chiuda questo assurdo capitolo. E come? Consentendo ai nostri connazionali di poter rivisitare il paese e abolendo dal calendario la festività antitaliana del 28 ottobre. La richiesta, minima, avanzata dal Presidente di An ha trovato nel solito Angelo del Boca, intervistato dal Manifesto, un commento delirante. Del Boca, che come ragione di vita ha quella di denigrare il suo paese evidenziando tutti i lati negativi, veri e falsi, del nostro "colonialismo straccione", accusa Fini di ignorare la storia e gli effetti dei "durissimi" 30 anni dell'occupazione italiana in Libia, sostiene le ragioni di Gheddafi contro l'Italia e arriva al paradosso di paragonare i progettati campi per gli immigrati clandestini a quelli creati da Graziani durante la campagna contro le forze senussiste.

Un delirio, non nuovo, nel quale Del Boca ed Il Manifesto non colgono il gesto di riconciliazione e di realismo di Fini, ma ripropongono tesi dirette ad allargare piuttosto che chiudere il fossato tra l'Italia e la Libia. Del Boca, nella sua ossessione antitaliana - non a caso è biografo di Gheddafi e non spende una parola di critica per i massacri di cui il Colonnello ha ammesso la responsabilità - intanto non storicizza gli avvenimenti. Non colloca cioè le nostre imprese coloniali nel contesto storico in cui si sono svolte. E nel caso particolare della Libia non si pone l'interrogativo di cosa bisognava fare della Libia, in gran parte abbandonata durante la prima guerra mondiale. Lasciarla a chi? Alla Turchia sconfitta o agli insorti arabi, senza ancora una coscienza nazionalista, che erano stati armati dai tedeschi? Furono i governi prefascisti a decidere la riconquista, mentre in parallelo le democrazie inglesi e francesi stroncavano con le armi ilnascente nazionalismo arabo (insurrezione del Riff in Marocco, del Gebel druso in Libano ecc.).

Così come Del Boca ignora, deliberatamente, l'altra faccia del colonialismo italiano, fatta di imponenti opere pubbliche, investimenti, sanità, educazione, elevazione civile e sociale. Ma tutto questo lo lasciamo all'analisi degli storici veri, non di quelli di parte. Quel che però vogliamo ricordare, in conclusione, è l'anomalia Gheddafi, che sfugge a Del Boca. L'Algeria, abbiamo avuto occasione di ricordarlo più volte su queste colonne, ha concluso la sua guerra d'indipendenza con la Francia nel 1962. La più dura e sanguinosa guerra d'indipendenza dell'Africa. Ma l'Algeria non avanza contenziosi con la Francia (quelli della Libia sono del 1911 e del 1932!). Il presidente Bouteflika si reca a Parigi ed allo Chemin des dames rende omaggio ai soldati algerini (gli Ascari francesi) "caduti per la Francia" nel primo conflitto mondiale, mentre Chirac, che durante la guerra d'Algeria era tenente, visita Algeri fatto segno ad accoglienze entusiaste.

Mai gli algerini oserebbero mostrare al presidente della Francia le foto della battaglia d'Algeri.Il “paradosso libico”, dunque, è un assurdo che - ha ragione Gianfranco Fini - deve finire, perchè è ora che si guardi all'avvenire. A Del Boca, perché informi il suo amico Gheddafi, segnaliamo un evento che si svolge in questi giorni a Roma, dal quale trarre molti, interessanti motivi di riflessione.

E' stata inaugurata nelle sale del Vittoriano una mostra dell'"Epopea degli Ascari eritrei", con la partecipazione del governo della nostra ex prima colonia. Un'esposizione che vuole essere la riproposizione di una storia comune ad opera di un popolo, quello eritreo, che non ha complessi, né contenziosi. E per volere di una classe dirigente, quella che ha espresso il presidente Afeworki, che è arrivata al potere con le armi, liberando il suo paese, dopo trent'anni di lotta sanguinosa e non, come Gheddafi, con un incruento colpo di palazzo nel 1969.

 


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Libia-Ue: trovato accordo revoca totale embargo armi

TG5.it

22 settembre 2004

 

Da nemico dell'occidente a figliuol prodigo, la parabola del colonnello Gheddafi è compiuta. Anche l'Europa è pronta a togliere l'embargo rimasto in piedi per 18 anni. Lo farà l'11 ottobre, ma il sì decisivo è scattato in queste ore, con la raccomandazione del Consiglio degli ambasciatori. Un successo della diplomazia italiana, accelerato dal recente colloquio tra Berlusconi e Gheddafi nell'antica Sirte. L'Italia aveva minacciato perfino di rompere il fronte europeo se non si fosse arrivati a una rapida decisione. L'ultimo embargo a cadere sarà quello per le forniture militari, il più importante. Da tempo Gheddafi va ripetendo ai suoi interlocutori italiani di non essere in grado di controllare le coste, e dunque bloccare le barche dei clandestini, perché non ha i mezzi necessari: motovedette moderne, radar e binocoli a raggi infrarossi. Forse esagera un po', perché ha dimostrato che - quando vuole - quel traffico lo sa fermare, anche ricorrendo a metodi molto spicci. Ma l'Italia ha tutto l'interesse a ottenere la sua collaborazione e quella degli altri paesi africani per fermare sul nascere - e incanalare su rotte legali - il flusso degli immigrati. Ora il ministro dell'Interno Pisanu potrà tornare domenica prossima in Libia con in tasca un programma concreto. La strada è comunque ancora lunga, e Gheddafi interlocutore non facile. Ma dopo aver condannato il terrorismo e l'integralismo islamico, è ritenuto molto più affidabile e utile in occidente. George W. Bush ha revocato lunedì scorso le pesanti sanzioni commerciali alla Libia, e anche francesi e tedeschi - i più duri avversari di Gheddafi in ambito europeo - si sono fatti convincere dai lauti risarcimenti del governo libico, che ha ammesso le sue colpe nelle stragi degli anni Ottanta, tristemente famosa quella di Lockerbie. Resta almeno una questione irrisolta. Il risarcimento per gli italiani che furono cacciati dopo il colpo di stato di Gheddafi. Quel giorno in Libia è ancora festa nazionale.


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Italia-Libia: Rimpatriati, dubbi su "sincerità" Gheddafi

AGI

Roma, 21 settembre 2004.

"Se la revoca dell'embargo nei confronti della Libia servira' davvero a limitare l'afflusso di clandestini sulle nostre coste e a ricucire le relazioni bilaterali tra i due Paesi, saremo i primi ad esserne contenti. Ma e' difficile cancellare il dubbio che tutto questo sia strumentale e che ancora una volta Gheddafi sia riuscito ad ottenere quel che voleva". Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione italiana rimpatriati dalla Libia, alla vigilia della riunione del Coreper, il Comitato dei rappresentanti degli Stati membri a Bruxelles che domani si pronuncera' sulla questione, non ha paura a confessare la sua diffidenza, alimentata - dice - "da 34 anni di sofferenze e illusioni". "Magari e' un caso - obietta -, ma i viaggi delle 'carrette del mare' si sono intensificati dopo l'ultima visita di Berlusconi a Tripoli: non e' che il colonnello le ha lasciate andare per aumentare la pressione e avere i mezzi promessi? Gia' due anni fa, quando - invitata dal governo locale - sono stata a Tripoli, Gheddafi proponendosi come leader del continente africano aveva aperto tutte le frontiere: resosi conto che di disperati ne erano entrati troppi, deve aver pensato di spedirne un bel po' altrove...". Parole amare, che pero' rischiano di essere fraintese. Visto che, attualmente, nel mirino dell'Airl, prima che il leader della Jamahiria c'e' proprio il governo italiano. "Tanti anni non sono passati invano - spiega Giovanni Ortu -: oggi abbiamo piu' motivo di risentimento per un governo irriconoscente che non per il predatore Gheddafi che, alla fine, ha fatto quello che ha fatto soltanto per accontentare le sue masse. Negli ultimi due anni, Berlusconi e Fini ci hanno fatto promesse su promesse, tutte puntualmente disattese: e alla fine, un governo di destra come quello attuale rischia di aver fatto di meno di quanto, ed era gia' poco, avevano fatto i governi precedenti". Il nodo mai sciolto, naturalmente, e' quello degl indennizzi ai 20mila italiani espulsi dal Paese nordafricano nel 1970. "I beni che ci sono stati sottratti nel 1970 - sottolinea la presidente dell'Airl - furono valutati 400 miliardi di lire: noi on chiediamo questa cifra attualizzata (almeno 3 miliardi di euro, ndr), ci rendiamo conto che e' impossibile, ci accontenteremmo di un indennizzo simbolico di 250 milioni di euro, fissato dal governo con una legge ad hoc e da versare in piu' tranche annuali". Richiesta rimasta, almeno per ora, inascoltata. "Come facciamo a non sentirci discriminati, noi che siamo stati le vere vittime del colonialismo? - chiede Giovanna Ortu -. Con gli accordi del '98, il governo italiano ha di fatto rinunciato a d ogni possibile indennizzo da parte libica, laddove invece Gheddafi ha accettato, ad esempio, di risarcire le vittime di Lockerbie. E, volendo, non possiamo nemmeno tornare a Tripoli perche', in barba agli stessi accordi del '98, non ci vengono rilasciati i visti". "L'unico risultato che sembravamo avere ottenuto - continua - era il riscatto del cimitero cattolico di Tripoli, quello dove tuttora riposano 8mila nostri connazionali e che per anni e' rimasto del tutto abbandonato, con lapidi divelte, erbacce dappertutto e cani a rovistare tra le tombe. Avevamo trovato un accordo, eravamo disposti ad accontentarci di un'area piu' piccola e la Farnesina si era impegnata a finanziare il progetto, ma ora sembra che non ci siano piu' nemmeno i pochi milioni di euro che sarebbero bastati. Per fortuna - ammette - non si parla' piu' del 'gesto simbolico di riconciliazione' che Ruggiero promise quando ando' in Libia. Perche' l'ospedale di cui Berlusconi parlo' nel suo viaggio a Tripoli dell'ottobre 2002 era poi diventato il progetto di una superstrada da 2mila chilometri e da 60 milioni di euro: solo che Gheddafi non si era accontentato nemmeno di questo, e avrebbe voluto che a costruirla fossimo noi. Con una spesa non inferiore ai 6 miliardi di euro..".


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Gheddafi, il colonnello che visse due volte

La Repubblica

28 agosto 2004

Guido Rampoldi

 

Il guardaroba di Muhammar Gheddafi è mutevole e variopinto come le fasi della politica libica che quegli abiti di scena hanno inteso sottolineare. Comprende alte uniformi militari, tute mimetiche da guerrigliero, sgargianti vesti africane, mantelli beduini dai colori delicati e i più diversi copricapi, in genere intonati ora al periodo “pan-arabo” ora a quello “pan-africano”. Insomma è un guardaroba ideologico, altamente simbolico, mai casuale. Ricevendo Berlusconi sotto la leggendaria tenda nel deserto, stavolta Gheddafi ha indossato l'album di famiglia della sua generazione. Sulla sua camicia erano stampate le dodici facce di leader o ispiratori di movimenti di liberazione, tutti con l'eccezione di Nelson Mandela nel 1973 fondatore dell'Organizzazione per l'unità africana.

Nell'occasione l'excursus storico di cui il torace del colonnello era palcoscenico poteva apparire un Amarcord un po' senile, da guerrigliero in pensione, ma in realtà fungeva ad alcuni scopi. In primo luogo stabiliva una simmetria implicita tra Gheddafi e il suo interlocutore: se infatti il colonnllo rappresentava la lotta del continente africano contro il colonialismo, a Berlusconi toccava la parte dell'erede dei colonizzatori. Fosse stato per il cerimoniale libico, probabilmente gli avrebbe prestampato sulla bandana il ritratto di Graziani, il generale che insanguinò con i suoi crimini la Cirenaica durante l'occupazione fascista. Non chiudere quella contabilità storica permette a Tripoli di affermare uno schema generale per il quale l'Italia è tendenzialmente in debito e la Libia in credito. È difficile negare che in Italia si abbia scarsa contezza delle sofferenze inflitte in Libia e in Africa dal colonialismo italiano, feroce non solo o non tanto per ideologia, quando per quella quota di dilettantismo e cialtroneria che facilitava l'eccesso (si pensi al massacro di Adis Abeba). Ma in termini legali l'Italia ha già risarcito quanto concordato a suo tempo con Tripoli. Resta invece aperta la questione del risarcimento dovuto ai ventimila italiani espulsi dalla Libia nel 1970 e spogliati di tutti i loro beni. Difficile spacciarli per “occupanti” e “fascisti” cacciati da un movimento di liberazione: tanto più che molti arrivarono nel dopoguerra.

La camicia allegorica di Gheddafi è inoltre la bandiera di una politica estera e l'involucro di una storia di successo, almeno finora. Il libico è stato a lungo pan-arabo, ma quanto è accaduto dopo l'11 settembre l'ha definitivamente convinto che l'unità degli arabi è una chimera: così ha rilanciato il suo antico pan-africanismo. Il sogno d'un Africa unita fu inaugurato trent'anni fa proprio dalla generazione di leader di cui l'altra notte Gheddafi era agghindato. Egli è l'unico ancora al potere. E questo gli dà il diritto di considerarsi colui che porta nel mondo il testimone di quella missione storica. Che poi lo vedano così anche gli africani è un altro discorso. Di fatto è stato Gheddafi a proporre nel '99 la trasformazione dell'Organizzazione per l‘unità africana nell'attuale Unione africana, che subito il libico immagina come una federazione continentale di 53 stati con un unico presidente. Ma in Africa egli è anche ricordato per imprese più crude, come il sostegno militare ad Admin Dada, quello che si mangiava gli avversari politici, l'avventura in Ciad e l'intromissione in varie rivolte, fino all'attuale joint-venture con il dittatore dello Zimbabwe, Mugabe (in Congo truppe libiche e zimbabwane proteggono la popolazione e nei tempi morti si dedicano all'export di diamanti e di legno pregiato offerti da quella terra riconoscente). Ma se le speranze di Gheddafi d'essere riconosciuto come il leader dell'Africa oggi sono praticamente nulle, fingersi tale aiuta il colonnello a conservare in patria la popolarità che non ha all'estero.

Una quota rilevante di libici lo stima come l'uomo che ha dato dignità e lustro internazionale ad una nazione che fu a lungo solo terra di conquista. E questo aiuta a capire il suo primato di longevità al potere: il primo settembre cadono i 35 anni dall'insurrezione con cui spodestò la monarchia e si insediò alla guida della neonata Jamahirija. La Volkswagen celestina su cui viaggiava in quei giorni è esposta al pianterreno del Museo nazionale; ma a parte questo ed altri omaggi al Leader, in generale non v'è in Libia quell'eccesso di statue e gigantografie del Capo supremo che sono indizio d'un totalitarismo classico. Anche questo restare sullo sfondo, di fatto al potere ma senza un incarico ufficiale, senza sfarzo, senza ostentazioni, probabilmente varrà a Gheddafi la popolarità invece dilapidata da tanti altri leader prodotti da movimenti di liberazioni africani. I quali spesso si dimostrarono non meno rapaci, corrotti e brutali dei regimi coloniali che avevano abbattuto. Gheddafi è più morbido, più discreto, più astuto. Malgrado il suo guardaroba ideologico resta un pragmatico, maestro della ritirata.

Negli ultimi anni è rinculato dal punto che ormai sembra un pensionato del terzomondismo, e le sue proiezioni internazionali un teatro ad uso interno. Ha accettato di pagare 2,7 miliardi di dollari di indennizzo per il Boieng esploso su Lockerbie sebbene non sia fugato il sospetto che la bomba non conducesse alla Libia, semmai a narco-traffficanti o alla vicenda d'un transfuga del Kgb. Fin dalla fine degli anni Novanta ha tentato di negoziare con gli americani un qualche ambiguo armistizio. Quest'anno ha accettato di perdere un pomeriggio ogni tre mesi con Berlusconi, finora per concludere poco. Del resto l'ultima questione sollevata a Roma è nei fatti irrisolvibile. Gheddafi ha in casa due milioni di immigrati, pari alla metà della popolazione libica, e quasi duemila chilometri di costa. Difficile che voglia o possa impedire a qualche migliaia di prendere il largo per l'Italia.


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Il Rais cerca amici

Corriere della Sera 26 agosto 2004

Sergio Romano

 

L'amicizia italo-libica, invocata da Berlusconi nel corso del suo incontro di ieri con Gheddafi, non è soltanto un auspicio diplomatico. I due Paesi sono fatti per intendersi. Ci conosciamo nel bene e nel male, abbiamo economie complementari e, a dispetto di certe apparenze, interessi comuni. L'Italia sa che la Libia di Gheddafi non ha nulla a che vedere con le correnti fondamentaliste dell'Islam. Gheddafi sa che l'Italia non ha mai condiviso i propositi punitivi di alcuni Paesi contro il suo regime. Ma, se vogliamo evitare che queste affermazioni siano occasionali e retoriche, è giusto ricordare che le relazioni tra l'Italia e la Libia sono state dominate, negli ultimi 35 anni, dalle ricorrenti invettive del leader libico contro il nostro passato coloniale. Accadde persino negli anni in cui la Libia controllava il 10% del capitale Fiat. Neppure quel matrimonio d'affari impedì al suo capo di usare contro l'Italia l'arma della memoria e del risentimento nazionale. Dietro le invettive e gli sfoghi umorali vi è un calcolo politico.

 

Prima del 1911 la Libia non esisteva. In questo grande territorio vi erano soltanto province ottomane popolate da tribù, piccole comunità ebraiche, artigiani dei suk, pochi contadini, molti pastori, qualche mercante specializzato nella tratta degli schiavi e nipoti o pronipoti di pirati berberi che insidiavano le navi europee lungo le coste dell'Africa settentrionale. La Libia nacque al momento della conquista italiana. La storia del periodo coloniale è, paradossalmente, l'unico passato su cui possa costruire il sentimento nazionale. Per soffiare sul fuoco del nazionalismo libico Gheddafi deve ricorrere continuamente alla leggenda della «tirannia» italiana.

In Italia questa politica si scontra con una leggenda del tutto diversa. Mentre il leader libico, per governare e mantenere il potere, ha bisogno di agitare il ricordo di un'Italia crudele, gli italiani continuano a coltivare, nonostante un certo revisionismo storiografico, il ricordo di un colonialismo diverso, magari pasticcione e disordinato, ma umano e bonario. Su questa leggenda i governi democratici del dopoguerra hanno costruito la loro politica mediterranea e, più tardi, quella della cooperazione allo sviluppo nel Terzo mondo. Se Gheddafi non può fare a meno dei suoi rancori anti-italiani, noi, a quanto pare, non possiamo fare a meno di questo autoritratto benevolo. Allorché le due verità si scontrano, i rapporti diventano improvvisamente pessimi.

Nella maggior parte dei casi, tuttavia, le sfuriate anti-italiane di Gheddafi sono passate senza nuocere alle relazioni economiche fra i due Paesi. I nostri governi, intanto, si sono ispirati a una vecchia massima di Agostino Depretis: «Quando all'orizzonte vedo una questione internazionale, io apro l'ombrello e aspetto che passi». L'uomo che è sembrato impersonare meglio di altri questa filosofia è Giulio Andreotti. Anche nei casi in cui Gheddafi è stato più imprevedibile e irresponsabile, il vecchio uomo politico democristiano ha rifiutato di ricorrere a condanne, sanzioni, sentenze inappellabili. E ha finito per recitare, accanto al leader libico, la parte dello zio tollerante e benevolo, sempre disposto a credere che dietro le intemperanze del nipote vi fossero meriti da riconoscere e qualità da coltivare. Ma Andreotti non è, come Depretis, digiuno di politica internazionale. Nella sua strategia libica vi è probabilmente una combinazione di elementi: una certa sintonia con gli interessi della Chiesa in Nord Africa e nel Levante, una sorta di pazienza ecclesiastica per i tempi lunghi delle questioni difficili, un occhio alle iniziative dell'Eni e agli interessi petroliferi nazionali, una spiccata allergia ai metodi forti della diplomazia americana.

 

Per ragioni diverse e con diverso stile gli altri Paesi europei hanno fatto la stessa politica. La Francia ha fornito a Gheddafi i suoi primi aerei moderni da combattimento. La Germania gli ha costruito un'industria chimica che gli americani consideravano sospetta e pericolosa. La Gran Bretagna ha estratto e commerciato petrolio anche nei momenti di maggiore tensione politica e Tony Blair, non appena possibile, si è affrettato a fargli visita nella sua tenda. Pochi dittatori sono stati altrettanto denunciati e corteggiati, anche se in momenti diversi, dallo stesso governo di uno stesso Stato. Ma l'Italia è stata molto più remissiva dei suoi partner europei. Da Moro, ministro degli Esteri nell'anno (1969) in cui Gheddafi prese il potere, a Berlusconi, tutti i governi hanno preferito essere pazienti e lungimiranti.

Resta tuttavia un dubbio: che il fattore decisivo di questa politica sia stato il petrolio, vale a dire i 500 mila barili che l'Italia importa ogni giorno dalla sua vecchia colonia. Il no alla politica nucleare, pronunciato con il referendum dell'8 novembre 1987, le ha vietato di concedersi il lusso delle grandi nazioni: la dignità e la fierezza.

 

Ma tutto questo, se il governo lo vuole, potrebbe appartenere al passato. L'uomo che Berlusconi ha incontrato ieri non rinuncerà mai alle sue filippiche anti-italiane, ma è costretto ormai a battersi contro molto nemici. Gli americani non rinunciano a considerarlo il leader di uno «Stato canaglia». La società libica è stata duramente colpita dall'embargo e ha dato segni di malumore. Esiste un'opposizione interna con cui Gheddafi deve fare i conti. E il fondamentalismo islamico lo considera uno dei suoi maggiori avversari nella regione. Isolato e minacciato, il leader libico ha un disperato bisogno di amici. Il governo italiano ha il diritto di ricordarglielo e di chiedergli, tra l'altro, un gesto di buona volontà verso quei connazionali, cacciati nel luglio del 1970, a cui è stato lungamente impedito di visitare il Paese in cui sono nati.
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Un appello degli italiani di Libia

Il Territorio 25 agosto 2004

 Il quotidiano il Territorio (Latina) ha pubblicato integralmente il testo del Comunicato-Appello dell'Airl che riportiamo.

Egregio Presidente Berlusconi,

migliaia di messaggi e segnalazioni giunti alla nostra Associazione da parte di italiani ed ebrei espulsi dalla Libia e dalle altre categorie nazionali penalizzate e tuttora creditrici di quel regime testimoniano un vivo allarme per la Sua annunciata, terza visita al leader di quel Paese, dato il fallimento politico delle due precedenti. Lei stesso, al ritorno dalla seconda visita, ebbe infatti ad ammettere che lo sviluppo del processo di normalizzazione bilaterale si era bloccato per l'assurda pretesa di Gheddafi di ricevere in regalo dall'Italia addirittura una strada costiera di 2 mila chilometri.

Rispetto ad allora, nulla di nuovo e di credibile risulta emerso nei canali diplomatici bilaterali, ad eccezione dell'ennesimo e ancora non verificato impegno libico di aderire fattivamente alla lotta contro il traffico di emigrati. E' legittimo e doveroso chiederLe su quali concreti preparativi e affidamenti si fondi questo Suo nuovo viaggio in Libia ad alto rischio politico per l'immagine e gli interessi nazionali e su quale base fiduciaria e in vista di quali possibili sviluppi, il capo del governo di uno Stato democratico del rango dell'Italia ritenga per la terza volta di andare a rendere omaggio al leader libico, riammesso da poco tempo e fra molte incertezze nell'area della legalità internazionale, dopo i ben noti precedenti.

E soprattutto si vorrebbe capire perché mai il Presidente del consiglio continui ad assumere in discussione la falsa cambiale dei pretesi danni della colonizzazione italiana, continuando nel frattempo a ignorare il pesante credito delle confische dei beni italiani e rinviando sine die il saldo indennizzi da lui stesso promesso alla nostra Associazione di rimpatriati dalla Libia. C'è un legame tra queste posizioni? E' forse Gheddafi che gli ha suggerito di dirottare anche i magri fondi che ci spettano a favore della faraonica strada che pretende? Faccia finalmente chiarezza il Cavalier Berlusconi, dalla sua posizione di leader tra i grandi della Terra: 1) ammetta che Gheddafi nel 1970 confiscò i nostri beni quali “acconto” sui danni rivendicati della Libia, secondo la logica della “riparazione storica” che lo stesso Berlusconi alla fine sembra disposto ad accettare; 2) o invece riconosca che quelle confische furono solo l'ignobile spoliazione di 20 mila lavoratori, donne vecchi e bambini incolpevoli e indifesi. E in entrambi i casi il Cavaliere ci dica se tocca alla Libia di indennizzare la perdita dei nostri beni, e allora il governo italiano trovi i mezzi per convincerla a compiere quest'obbligo; oppure se, come è sempre stato detto dai nostri governi, l'onere del risarcimento spetti allo Stato Italiano, e si provveda quindi senza ulteriori rinvii al saldo degli indennizzi (per inciso, inferiori a un ventesimo del costo della strada). Su tutto ciò chiediamo al Presidente del consiglio un chiarimento definitivo, in mancanza del quale, dopo la presente formale diffida, ci rivolgeremo alle corti di giustizia internazionali.

La conclusione più immorale e autolesionistica di questa vicenda sarebbe infatti di continuare a subire i vecchi e nuovi ricatti di Tripoli, come in ultimo la minacciata invasione dal mare; di concedere alla Libia la revoca sull'embargo sulle armi, ritenute necessarie per la lotta ai traffici criminali; di assumere per giunta impegni pericolosi e non revocabili a favore della strada pretesa da Gheddafi. E, quale contrappeso di tutto ciò, cancellare de facto con sottile cinismo i diritti degli italiani esuli di Libia, archiviando la tragedia del 1970 come un fatale epilogo della colonizzazione. E' questa la politica di Berlusconi nella vertenza italo-libica? Se è questa, non è la migliore per entrare nella Storia.

 

La lunga attesa degli italiani rimpatriati

L'Opinione delle libertà

25 agosto 2004

Ru. Cap.

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rivolto un appello a Usa, Russia, Cina e Gran Bretagna affinché l'Italia non sia penalizzata dalla progettata riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

In particolare la lettera al presidente statunitense George W. Bush contiene un appello particolare, in cui si spiega che “la riforma Onu potrebbe colpire interessi vitali dell'Italia, e l'Italia si attende che l'America comprenda e difenda la sua posizione”.

Il progetto di riforma del Consiglio, al centro dei lavori di un "comitato di alto livello" nominato nel novembre scorso dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan, prevedrebbe l'assegnazione di un seggio permanente a paesi come la Germania e il Giappone. Nella lettera Berlusconi sostiene l'idea di un seggio per l'Unione europea, pur compatibilmente con interessi di Francia e Gran Bretagna, entrambi membri permanenti del Consiglio. Un plauso a Berlusconi è arrivato dal sottosegretario agli esteri, Mario Baccini: “La lettera di Berlusconi non solo è opportuna, ma politicamente importante in un momento decisivo anche per lo sviluppo della riforma del Consiglio di sicurezza”.

Rivendicando come che “proprio sulla riforma dell'Onu è impegnato tutto il governo”. Ma anche l'ex ministro degli esteri, Lamberto Dini, sottolinea l'opportunità dell'iniziativa. “Il Governo ha colto l'importanza della posta in gioco poiché la proposta che viene fatta dal gruppo delle alte personalità per la riforma del Consiglio di sicurezza esclude l'Italia” (a.t.)

 

La notizia dell'incontro che si terr‡ il 25 settembre a Tripoli tra Silvio Berlusconi e Gheddafi non Ë stata accolta positivamente dalle migliaia d'italiani danneggiati dal leader libico. Giovanna Ortu che presiede l'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia) ha subito commentato: "migliaia d'allarmati messaggi e segnalazioni sono giunti alla nostra Associazione da parte d'italiani, ebrei espulsi dalla Libia e tutte le categorie nazionali penalizzate, e tuttora creditrici, di quel regime: testimoniano un vivo allarme per la terza visita di Berlusconi al leader di quel paese, dato il fallimento politico delle due precedenti". "Si vorrebbe capire perchÈ mai il presidente del Consiglio continui ad assumere in discussione la falsa cambiale dei pretesi danni della colonizzazione – spiega Giovanna Ortu - continuando nel frattempo ad ignorare il pesante credito delle confische dei beni italiani, e rinviando sine die il saldo indennizzi da lui stesso promesso alla nostra Associazione di rimpatriati dalla Libia". L'Airl chiede a Berlusconi che Gheddafi "riconosca che quelle confische furono solo l'ignobile spoliazione di 20 mila lavoratori, donne vecchi e bambini incolpevoli e indifesi: e in entrambi i casi il Cavaliere ci dica se tocca alla Libia di indennizzare la perdita dei nostri beni, e allora il governo italiano trovi i mezzi per convincerla a compiere quest'obbligo". Ed in molti sottolineano: "l'onere del risarcimento spetta allo Stato Italiano, ed equivale ad un ventesimo del costo della strada che Berlusconi vuole donare a Gheddafi".


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La Stampa

24 agosto 2004

 

In passato relazioni difficili

 

Tra Italia e Libia una lunga fase di alti e bassi nei rapporti bilaterali. Un primo grande passo era stato compiuto da Giulio Andreotti nel 1978, da presidente del Consiglio a Tripoli. Ma le relazioni italo-libiche erano di nuovo peggiorate alla metà degli anni '80, quando il governo Usa aveva accusato Tripoli di appoggiare attività terroristiche. Ci fu il lancio di missili libici contro Lampedusa. Negli ultimi anni hanno pesato negativamente le richieste di risarcimento da Tripoli.

 

I precedenti incontri tra i leader

 

Una fase più distesa si è aperta il 28 ottobre di due anni fa con la visita a Tripoli del Premier Berlusconi. Proprio in quella occasione l'Italia aveva proposto, a parziale risarcimento del contenzioso, la realizzazione di una grande strada da 60 milioni di euro per collegare il nord e il sud della Libia. Erano poi venuti i due accordi di collaborazione nella lotta all'immigrazione clandestina, firmati a Tripoli il 3 luglio 2003 e il 12 agosto scorso.

 

I nodi ancora irrisolti

 

I temi al centro del contenzioso tra i due paesi sono soprattutto 3: il risarcimento economico per l'occupazione coloniale, i campi minati e i libici deportati in Italia. Quanto ai danni subiti dalla Libia durante l'occupazione coloniale (1911-1943), la Libia non riconosce il trattato firmato dall'Italia nel 1956 con Re Idris che ricevette un contributo alla ricostruzione di 4,8 milioni di lire. Sui deportati, il governo di Tripoli ha chiesto notizie dei luoghi di sepoltura degli oltre 5 mila libici trasferiti.

 

Le richieste italiane

 

L'Airl, l'Associazione dei rimpatriati, sollecita da decenni il risarcimento dei danni subiti dalla comunità espulsa da Gheddafi nell'ottobre 1970, alla quale fu sequestrato ogni avere: si parla di beni valutati in circa un miliardo di euro. Ci sono poi i crediti rivendicati da alcune imprese italiane , per la cui definizione Gheddafi ha dichiarato la propria disponibilità. Buoni ora i rapporti economici: prossima l'apertura di un oleodotto che porterà in Italia dalla Libia il petrolio.


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Riecco i rimpatriati «vogliamo un chiarimento»

Il Tempo

24 agosto 2004

 

ROMA - Alla vigilia della «cena informale» che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrà in Libia con il colonnello Gheddafi, l'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, chiede in un comunicato al capo del Governo un «chiarimento definitivo» riguardo alla questione degli indennizzi minacciando, in caso contrario, di rivolgersi «alle corti di giustizia internazionali».

Nel comunicato l'Airl chiede al presidente del Consiglio di ammettere «che Gheddafi nel 1970 confiscò i beni degli italiani quale acconto sui danni rivendicati dalla Libia, secondo la logica della «riparazione storica» che lo stesso Berlusconi sembra disposto ad accettare» o di riconoscere «che le confische furono solo l'ignobile spoliazione di 20 mila lavoratori incolpevoli e indifesi».

In entrambi i casi - continua l'Airl- il presidente del Consiglio dica «se tocca alla Libia indennizzare la perdita di tali beni, e allora il governo trovi i mezzi per convincerla a compiere quest'obbligo», oppure «se come è sempre stato detto dai nostri governi, l'onere del risarcimento spetti allo stato italiano, e si provveda quindi senza ulteriori rinvii al saldo degli indennizzi, il cui ammontare è inferiore ad un ventesimo del costo della strada» di cui la Libia chiede la costruzione.

La strada a cui fa riferimento il comunicato dell'Airl è una strada costiera di circa 2000 chilometri, che dovrebbe attraversare il paese dalla frontiera con l'Egitto a quella con la Tunisia e la cui costruzione è stata recentemente chiesta in un intervento pubblico dal ministro degli Esteri libico Abdel Shalgam, a titolo di risarcimento per i danni provocati al paese durante il periodo coloniale.

Già in occasione della visita di Berlusconi a Gheddafi nel febbraio scorso chiedeva al presidente del Consiglio di «assumere iniziative per restituire giustizia e onore alla categoria, in coerenza con i solenni impegni di indennizzo da lui stesso presi. «Questa - si leggeva in una dichiarazione di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, se mesi fa - è l'unica strada concreta per cominciare a risolvere, intanto da parte italiana, il difficile contenzioso italo-libico». «Con l'auspicio che un autentico processo di riconciliazione possa svilupparsi su basi bilaterali nel modo più dignitoso per l'Italia», concludeva Ortu.


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Domani la partenza del Presidente del Consiglio
Minacce sulla visita di Berlusconi a Gheddafi
Da un sito Internet accuse al leader arabo diventato «amico dell'Occidente»

La Stampa

24 agosto 2004

Queste minacce non ci fanno paura. Una volta abbracciate determinate scelte politiche, siamo disposti a trarne tutte le conseguenze. Insomma, non ci tireremo indietro». Alla vigilia dell'incontro in Libia tra il nostro presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il premier Muammar Gheddafi, un'autorevole fonte diplomatica libica commenta il proclama, trasmesso via Internet dalla neosigla «Abu Bakr el Libi», nel quale si annuncia la jihad, la guerra santa, contro i governanti libici colpevoli di ricevere «il maledetto primo ministro Berlusconi» - «le cui mani sono macchiate del sangue dei musulmani in Iraq e Afghanistan e negli altri paesi musulmani» - sottomettendosi «alle richieste degli ebrei e dei cristiani». E' la prima volta che una minaccia così esplicita viene rivolta da un gruppo radicale islamico contro il leader Gheddafi, contro la Libia che ormai si è avvicinata all'Occidente. Una prima valutazione (e ipotesi) della nostra intelligence è che «dietro questa nuova sigla si nasconda un gruppo di dissidenti libici». Nel proclama, - mandato in rete dal sito fondamentalista «islamic-minbar.com» - il gruppo «Abu Bakr el Libi» si dichiara erede dello sceicco Omar Al-Mukhtar, che nel 1932 guidò la rivolta dei musulmani libici contro le truppe coloniali italiane. «Abbiamo stabilito di aprire le porte del jihad contro il governo libico, i cui membri, dal presidente ai ministri, sono per noi dei ricercati. Allah sarà testimone che porteremo il governo libico a uno stato di terrore e rimpiangerà di aver accettato la visita di Berlusconi, nemico di Allah e dell'Islam, in Libia. Forse ritarderemo ma manterremo la nostra promessa di cacciare Berlusconi il crociato dalla terra pura dei musulmani». Se dietro questo gruppo non ci dovesse essere nessun dissidente libico, la sigla «Abu Bakr el Libi» sembra proporsi nella logica di voler emulare le «Brigate Abu Hafs al Masri», la sigla che da tempo minaccia l'Italia e il suo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e che ha rivedicato diverse stragi terroristiche (Istanbul e Madrid) dei gruppi radicali islamici. In realtà, anche la Libia deve fare i conti con la minaccia terroristica, con le formazioni dell'integralismo islamico. E anche per questo ha abbracciato con convinzione la lotta all'immigrazione clandestina: «Non sappiamo - hanno spiegato le autorità libiche - se tra i clandestini vi sono terroristi». Nel giugno scorso, nel deserto, ai confini con il Ciad, le forze di sicurezza di Tripoli hanno ingaggiato un conflitto a fuoco (due militari libici uccisi) con i partecipanti a un campo di addestramento del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento. «Questo gruppo algerino - ha rivelato alla Stampa il ministro degli esteri Shalgham -, dopo aver attraversato il deserto, passando dall'Algeria al Niger e al Ciad, cercava di infiltrarsi in Libia». A rendere poi ancora più inquientante lo scenario, sempre il ministro degli esteri Shalgham ha denunciato che i fondamentalisti islamici vogliono fondare «un regno islamico» a sud della Libia. In questo quadro si inserisce il proclama, datato 22 agosto, del gruppo «Abu Bakr El Libi». Nel testo si afferma: «Proclamiamo il massimo stato d'allerta in tutte le regioni libiche, considerato che il governo ha innalzato la bandiera crociate sulla Libia musulmana sottomettendosi alle richieste degli ebrei e dei cristiani e trattando con loro». Agli inizi di agosto, la la Lega Calcio di Adriano Galliani annunciò che «sopraggiunti motivi organizzativi», veniva annullato l'incontro di calcio tra Lazio e Milan che si doveva tenere a Tripoli il 21 agosto. Una decisione improvvisa che ha sollevato molti dubbi. In quei giorni, le brigate «Abu hafs al Masri» avevano lanciato l'ultimatum contro l'Italia, chiedendo al nostro paese di ritirare le truppe in Iraq entro il 15 agosto. Il Milan, si sa, è la squadra di calcio di Silvio Berlusconi. Forse oggi è più chiara la ragione perché quella partita non si è svolta a Tripoli


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Berlusconi ci riprova con Gheddafi

Il Sole 24 ore

20 agosto 2004

ROMA * <Se vieni a Tripoli troveremo il modo di metterci d'accordo su tutto>. Quel "tutto" sta per: immigrazione clandestina, entità del gesto "simbolico" che dovrebbe chiudere il contenzioso postcoloniale, pagamento dei crediti alle imprese italiane, concessione dei visti ai nostri connazionali espulsi nel '70. La promessa sarebbe stata fatta personalmente dal colonnello Muammar Gheddafi al presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, nei primissimi giorni di agosto. E Berlusconi, per l'ennesima volta, ha voluto credere all'assoluta buona fede del "leader" della Jamahiriya tanto che, salvo sorprese dell'ultimo momento, è intenzionato a compiere un viaggio lampo a Tripoli mercoledì prossimo.
Anche il 10 febbraio scorso Berlusconi volò in giornata a Sirte, pensando di chiudere un negoziato che una schiera di diplomatici avevano messo in stand-by da molti anni con il rischio, a ogni ripresa di contatto, di peggiorare la già difficile situazione. Quel viaggio non si tradusse, però, in alcun accordo. Non solo: la delegazione italiana non trovò il modo di chiarire l'assoluta impraticabilità del progetto richiesto da parte libica che pretendeva e pretende come "gesto simbolico" per sanare i danni relativi al periodo coloniale la costruzione di un'autostrada tra Tripoli a Bengasi dal costo di 6 miliardi di euro. Berlusconi avrebbe solo avanzato perplessità momentanee legate alla difficile situazione finanziaria. Gheddafi avrebbe suggerito perfino di chiamare l'arteria "Berlusconia" al posto dell'attuale vecchio collegamento "Balbia" dal nome di Italo Balbo, arrivando a proporre uno svincolo vicino a una località di mare dove costruire una villa per lo stesso presidente del Consiglio italiano.
Nulla di fatto, in quella circostanza neppure per il pagamento di crediti per 600 milioni di euro ad aziende italiane e neppure per la concessione dei visti per molti cittadini espulsi all'atto della presa di potere di Gheddafi. Si tratta ormai quasi esclusivamente di parenti di persone che hanno vissuto in Libia e che vi vorrebbero fare ritorno per rendere omaggio a qualche tomba nel deserto o vedere le case nelle quali sono nati i loro genitori.
Sempre nell'incontro del 10 febbraio Gheddafi chiese a Berlusconi un impegno per la revoca dell'embargo europeo alle esportazioni verso la Libia di materiali a doppio uso (militare e civile) necessari per contrastare con efficacia l'afflusso di immigrati clandestini prima in Libia e poi sulle coste italiane. Le autorità del nostro Paese si sono attivate in ambito europeo negli ultimi mesi, ma la situazione si è sbloccata solo la settima scorsa con l'accordo tra Libia e Governo tedesco per il risarcimento delle vittime dell'attentato alla discoteca <La Belle>. Ora si attende con la nuova Commissione la revoca del regolamento Ue che prevede l'embargo alla Libia . Proprio ieri sera a Bruxelles anche di questo hanno parlato il commissario uscente alla Giustizia e affari interno Antonio Vitorino e il nuovo commissario italiano Rocco Buttiglione che gli succederà dal prossimo primo novembre.
Il tema dell'immigrazione rischia di essere ancora una volta il piatto forte del faccia a faccia tra Berlusconi e Gheddafi. Ma le premesse non sono affatto buone, visti gli scarsissimi risultati raggiunti dalla delegazione italiana guidata da Alessandro Pansa del ministero dell'Interno giunto a Tripoli la settimana scorsa per cercare un accordo sulle tendopoli dei clandestini in partenza verso l'Italia e i pattugliamenti congiunti dopo l'arrivo dell'ennesima "carretta" del mare con il suo carico di morti a Siracusa. L'unica "collaborazione" da parte delle autorità della sicurezza libica all'Italia si sarebbe limitata al passaggio di qualche informazione su soggetti fondamentalisti che operavano nelle moschee italiane.
Ora si spera che la "diplomazia personale" del cavaliere riesca laddove quella tradizionale ha fallito. Tuttavia non mancano molti consiglieri soprattutto al ministero degli Esteri che suggeriscono una linea meno cedevole con Gheddafi proprio nel momento in cui il colonnello sta riallacciando importanti rapporti diplomatici e di affari con americani e inglesi dopo che il nostro Paese è stato l'unico nei duri anni dell'embargo a tentare di riavvicinare la Libia alla comunità internazionale.
Ben diversa, ad esempio, è stata la posizione dei tedeschi. Il 3 settembre anche il cancelliere Gerhard Schroder si recherà a Tripoli, ma solo perché la settimana scorsa è stato raggiunto l'accordo. L'anno scorso anche i francesi riuscirono a strappare ai libici il risarcimento da 10 milioni di dollari a vittima (uguale a quello per Lockerbie) per le vittime dell'aereo Uta sui cieli del Niger nel quale morirono anche due italiani.


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La Libia dei vinti: istantanee da un esilio

Corriere della Sera del 12 maggio 2004 di Antonio Ferrari

E' stato un dramma rimosso in fretta. Quando si materializzò, se ne vollero accorgere in pochi. Quando si concluse, per troppi fu comodo dimenticare. L' esodo coatto dalla Libia dei nostri connazionali fu infatti considerato un modesto e fastidioso cruccio nell' Italia che entrava negli anni

' 70. Un' Italia turbata dalla contestazione studentesca, ferita dall' esplosione del terrorismo nero con la strage di piazza Fontana, impegnata in un' acritica linea politica filo-araba (suggerita da interessi petroliferi), e prostrata dalla cronica instabilità governativa. La cacciata di migliaia di italiani, decisa dopo il colpo di stato del colonnello Gheddafi , giunse come tardiva e imprevista conseguenza dell' aggressione coloniale voluta da Mussolini, e si preferì ritenerla un inevitabile incidente di percorso, perché per Roma era molto più importante mantenere solidi legami con il vertice libico che reagire per difendere i diritti degli eredi della guerra. Certo, gli italiani di Tripoli e Bengasi dovevano scontare la brutalità dell' occupazione fascista, ma per anni i reduci di quell' aggressione coloniale avevano comunque meritato rispetto e considerazione. In fondo, garantivano un lavoro a molti libici, avevano bonificato il deserto ed erano convinti che i danni di guerra fossero stati compensati, comunque estinti. Ma la Libia che un giorno si sveglia con la voce monotona e il messaggio rivoluzionario del giovane e sconosciuto Gheddafi , che incita il popolo a un' orgogliosa riscossa, è un Paese improvvisamente diverso. Che riscopre gli eroi della resistenza anti-italiana, che soprattutto si accende di uno sconosciuto furore nazionalistico, che il deposto re Idris aveva saputo anestetizzare.   I fedeli collaboratori di ieri diventano improvvisamente ostili: pochi per convinzione, alcuni per convenienza, molti per paura del nuovo ordine (o disordine) imposto dal colonnello, che sostiene (a parole) di rifiutare tutti i poteri, e di voler essere semplicemente la guida, il supervisore di uno Stato che deve crescere da solo. È in quell' atmosfera che matura il dramma della cacciata definitiva degli italiani. Luciana Capretti, nel suo bel libro, Ghibli (210 pagine, Rizzoli), ce ne racconta le sofferenze, le ansie e le miserie, riuscendo con maestria narrativa a coniugare racconti, confessioni, magri ritagli di giornale, ma soprattutto un' immagine: «di un uomo che torna a casa, dopo trent' anni all' estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio»; e un ricordo: «di una donna cui miseria fascismo guerra emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia madre». Emozioni raccolte e innervate nella trama di un romanzo dove si ritrova non soltanto l' atmosfera della Libia di ieri, ma quella di oggi, con i soldati-bambini armati di fucile, con un governo che si finge autonomo ma dipende esclusivamente dal suo leader, con il discutibile processo (quasi una farsa) agli infermieri bulgari, accusati di aver trasmesso l' Aids a centinaia di bambini e condannati a morte, con l' ambiguo atteggiamento del colonnello, che adesso si dichiara ravveduto, abiura il terrorismo, rinuncia alle armi proibite e viene accolto come il figliol prodigo dalla comunità internazionale. Affiora dal libro la cornice psicologica che accompagna tutte le fughe da ciò che ci appartiene o abbiamo faticosamente costruito, magari ritenendo di aver pagato un peccato originale di cui non ci sentiamo colpevoli. Sono scene che non hanno patria. Le abbiamo trovate nella storia degli ebrei, perseguitati dai nazisti: i pochi che riuscirono a sottrarsi ai lager portavano con sé soltanto oggetti preziosi e quadri, più facili da barattare per sopravvivere. Le abbiamo trovate in Libano, durante la guerra civile. In Palestina. Nell' Iran degli ayatollah. E anche in Libia, con i fuggitivi che, per aggirare la dogana, infilano diamanti nel tubetto del dentifricio, le monete d' oro nel bastone da passeggio, i dollari nell' imbottitura del divano. In Ghibli, non c' è tolleranza nei confronti del fascismo, e neppure rabbia per la rivoluzione di Gheddafi . A impreziosirlo sono le storie umane dei vinti che si ritrovano vincitori. E dei vincitori che non accettano di diventare vinti.

 


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E Gheddafi disse: «Italiani, a casa»
Il Messaggero del 12 maggio 2004 di Piero Santonastaso

“MAHMUD c'era riuscito. Aveva convinto gli ufficiali di polizia che quel negozio gli spettava di diritto perché vi aveva lavorato insieme al padrone italiano, e ora sedeva immobile, intontito di soddisfazione, un sorriso sulle labbra sottili: aspettava la fine del ghibli”...

“Attardi era sceso dal taxi. Le ultime lire le aveva date all'autista e a mani vuote si avviava verso il vialetto di casa. La gamba gli faceva male, il sangue si era rappreso sulla ferita, e tutt'intorno si stava gonfiando. Zoppicava un po' ma non pensava ad altro: era arrivato. Davanti a lui un palazzone vicino al mare di Ostia, per non dimenticare gli odori salmastri di una vita”.

Sono due brani, l'incipit del libro e l'inizio di una storia parallela, del bel racconto Ghibli (Rizzoli, 204 pagine, 14,50 euro) nel quale Luciana Capretti non diremmo che racconta soltanto, ma fa rivivere “la cacciata”. Che è la storia degli italiani mandati via dalla nuova Libia del colonnello Gheddafi, giovane rivoluzionario vincente più di trent'anni fa, ma non è solo l'epopea di quella cacciata: è la storia dell'Italia e della Libia, degli italiani in Libia quando avevano percorso andando là, quasi all'incontrario, il cammino della speranza che oggi tanti maghrebini ripercorrono venendo in qua; la storia di un petrolio che esplode all'improvviso dove quasi nessuno lo immaginava; la storia di anime musulmane o cattoliche, di costumi prima ancora di vita che non di abito, l'intreccio di un odio e di un amore, il mal d'Africa e la voglia di casa, Mahmud e Attardi uno di fronte all'altro, paralleli e perpendicolari nella loro storia; è la dolce vita di Tripoli, che ti pare di viverci e vorresti sedere anche tu sulle poltroncine rosse d'un teatro dove canta Joséphine Baker e che paiono quelle del bambino che andava col papà al Politeama di Palermo; è la via Costanzo Ciano che diventa sciarà 24 dicembre, con la storia che passa anche da questo: dall'idealizzazione del “consuocero” alla novità dell'indipendenza.Ci sono mille pennellate, si direbbe mille tocchi di penna in questo romanzo che sa di verità e di vita, il romanzo di una generazione, speranzosa prima e disperata poi. “Clandestino vivo dentro un violoncello” è il titolo giornalistico di un ritorno. E Mahmud, alla fine della storia, in un flashback, apre la cassaforte e trova... Ha importanza? Il finale di un libro che ti prende il cuore e la ragione non si racconta, si legge.

 


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La rivoluzione, l’esodo, il nuovo patto
Il Messaggero del 12 maggio 2004

Con due leggi promulgate il 21 luglio 1970, il colonnello Gheddafi - che aveva preso il potere nel 1969 deponendo re Idris e proclamando la repubblica, decretò l'espulsione dei 20.000 italiani che vivevano nel paese al tempo della rivoluzione. Tre mesi dopo, il 18 ottobre, Gheddafi poté annunciare che erano partiti 12.770 italiani e che erano stati confiscati 37.000 ettari di proprietà terriere, 1.700 case, 10 cliniche, 500 aziende e locali pubblici, commerciali o professionali, 1.200 veicoli. Erano stati congelati nelle banche depositi per oltre 80 milioni di sterline libiche.

Dopo il grande esodo, comunque, rimasero in Libia circa 1.500 italiani la cui presenza era particolarmente utile al nuovo regime. Si trattava di tecnici e rappresentanti di grandi imprese italiane, che potevano contribuire allo sviluppo del paese divenuto ricco grazie allo sfruttamento delle proprie risorse petrolifere. Si creò, allora, una situazione paradossale. L'Italia, che era il “nemico storico” della Libia e bersaglio delle continue filippiche del colonnello Gheddafi, era diventata, nello stesso, tempo, il suo maggior partner economico e fornitore di beni e servizi. Negli anni 70 il paradosso si completò con una nuova emigrazione di circa 15.000 italiani in Libia ritenuti utili allo sviluppo del paese.



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Gheddafi a Bruxelles: intervista a Giovanna Ortu

Agenzia News Italia Press del 27 aprile 2004

In una corrispondenza da Bruxelles sull'incontro Prodi-Gheddafi l'agenzia News Italia Press pubblica un'intervista a Giovanna Ortu:

L'incontro di oggi ha visto un colloquio bilaterale tra Prodi e il Presidente africano in tarda mattinata, una riunione con i commissari dell'Unione nel pomeriggio, un incontro con l'Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell'Ue Javier Solana . In serata, invece, il leader di Tripoli ha partecipato ad una cena ufficiale , accolto Primo Ministro belga Guy Verhofstad a Palazzo d'Egmont e da un nutrito gruppo di esponenti della politica e dell'economia. Il leader ripartira' domani dopo aver incontrato i rappresentanti del Parlmento del Belgio. Per alcuni, è un risultato storico, frutto di una politica che il Presidente europeo persegue dal 1999.

E non potrebbe essere diversamente – esordisce la Presidente dell'Airl, L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu -. In fondo nel tentativo di riallacciare i rapporti con la Libia, l'Italia non ha conosciuto né destra né sinistra. Tutti sembrano affetti dalla sindrome di Stoccolma, attirati dal loro carnefice. Sono arrabbiata per questo atteggiamento . Non la ritengo – prosegue - una politica adeguata. Noi siamo stati trattati a pesci in faccia. Cacciati dalla Libia, senza speranza di tornarci nemmeno da turisti" .

In una lettera scritta al Presidente dell'UE all'annuncio del colloquio che si è svolto quest'oggi, la Ortu ha espresso le sue perplessità e quelle di tutta la comunità italiana di Libia. Un accordo tra l'Italia e il Paese africano, infatti, impedirebbe di raggiungere una soluzione sia per l'indennizzo dei beni confiscati dal regime libico sia per il rilascio di visti turistici agli italiani nati in Libia e desiderosi di tornare a visitare i luoghi della memoria . Soluzioni che già il 28 ottobre 2002 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva accennato nel suo incontro con Gheddafi. A questi timori Prodi rispose che, data l'assenza di qualunque accordo tra l'Europa e la Libia, i contenziosi in atto con l'Italia sarebbero rimasti di specifica competenza del Governo nazionale. "Ma resta il timore che le nostre richieste rimangano disattese – ribatte la Presidente dell'Airl -. Lo dimostrano i diversi atteggiamenti che la Libia ha tenuto con la Gran Bretagna e l'America, ammettendo le sue colpe nei disastri aerei. Riconoscimento che, invece, non è avvenuto per le nostre stragi, quella di via Veneto e quella di Ustica.

Noi, invece – si affianca la Ortu – speriamo vivamente che questa svolta verso la democrazia esista , e favorisca noi italiani d'Africa. Quello che ci fa male – confessa la Presidente dell'Airl – è che dentro di noi c'è una visione ben diversa tra il regime libico e la popolazione, cui siamo legati da profonda amicizia". L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia fa poi una riflessione, si chiede se l'Italia in 50 anni non abbia già pagato a sufficienza con attacchi e attentati il prezzo del colonialismo . Sia con la costruzione di ponti, strade ed edifici pubblici, sia con il trattato del '56, successivo alla seconda Guerra Mondiale, che prevedeva un accordo di collaborazione economica e imponeva all'Italia il trasferimento allo Stato libico tutti i beni demaniali e di 5 milioni di sterline a saldo di qualunque pretesa. Oltre che la disattesa continuità della permanenza della comunità italiana residente nel paese.


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© A.I.R.L. 2003 - 2004