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Giovedì, 01 February 2007 01:00

N° 2-2007

SOMMARIO DEL N° 2-2007

Editoriale

Tre volte grazie

di Raffaello Fellah

Attualità

Assemblea dell'AIRL a Bergamo  

Convocazione dell'Assemblea  

Tra speranze e preoccupazioni di Giovanna Ortu

Trabelsia di Giovanna Ortu

A 40 anni dalla diaspora dalla Libia  

Il nuovo Esecutivo dell'Airl  

Interpretazioni ex-post di Andrea Lippi

Gioie e dolori di una legge di Italo Casaccio

Brevi di attualità  

Cultura

Libia amica, Libia nemica di Francesco Prestopino

Il museo tripolino di Or Yehuda  

Laureatevi con noi di Daniele Lombardi

La colonizzazione demografica intensiva in Libia  

Amarcord

Avevo sedici anni di Daniele Lombardi

Un piccolo fuoristrada nel Tadrart Acacus (seconda parte) di Gianfranco Catania

Album di famiglia

di Luigi Manenti

 

 


Tra speranze e preoccupazioni

di Giovanna Ortu
Il 20 febbraio scorso si è svolta la prima riunione del tavolo di lavoro fina­lizzato alla legge di indennizzo a favore dei rimpa­triati dalla Libia. Intorno al tavolo, ol­tre al presidente dell'Airl, il vicepresi­dente della Camera on. Carlo Leoni, il sottosegretario all'Economia on. Paolo Cento, l'on. Cinzia Dato e l'on. Ales­sandro Forlani. È importante sottolineare come l'on. Leoni e le altre Autorità che avevano dato la loro disponibilità abbiano ri­spettato gli impegni presi dinnanzi al­le centinaia di associati pre­senti all'assemblea dell'Airl del 7 ottobre scorso. Anche il sottosegretario Cento durante il colloquio, svoltosi in un clima di parteci­pazione e di apertura, ha com­preso la giustezza delle nostre richieste, sottolineando però che la necessaria copertura dovrà essere rimandata alla Finanziaria che verrà varata l'anno prossimo per il 2009. Questa affermazione non può che lasciarci stupiti, anche al­la luce del fatto che i conti pubblici del governo sono migliorati al punto che si parla delle risorse finan­ziarie non previste del cosiddetto "tesoretto". Il denaro proveniente da esso suscita certamente numerosi e diversi appetiti ma non si dovrebbero dimenti­care, nel prevederne i flussi di spesa, le richieste annose e più che legittime a favore di noi rimpatriati, tanto più che la copertura di queste richieste andrebbe a intaccare in maniera infinitesima­le il bilancio del tesoretto. Ecco perché consideriamo negativa­mente rimandare lo stanziamento a fa­vore dei rimpatriati dalla Libia ma, anche se preoccupati da questa prima risposta, non demorderemo. Anzi, ci rivolgeremo direttamente al Ministro Padoa Schioppa per rimarcare il fatto che l'Italia, prima o poi, dovrà dar corso alle mozioni presentate lo scor­so novembre da minoranza e maggio­ranza che sono state approvate e quin­di impegnano l'attuale governo a ri­spettare le decisioni del Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi il 23 febbraio 2006 che, subito dopo i tragi­ci fatti di Bengasi, ha promesso "mi­sure altamente significative" a favore della Libia, per riparare ai "danni co­loniali". Preoccuparsi solo dei libici sarebbe certamente un affronto perché non ter­rebbe conto dei nostri diritti ritenen­doci implicitamente colpevoli del nostro passato "colonialista", colpa che anche lo stesso Gheddafi dichiara di non imputarci. Certo che il momento pare particolarmente complicato proprio in quei rapporti bilaterali che da anni si voglio­no "normalizzare" se la rappresentanza libica in Italia è stata completamente chiusa per almeno quattro settimane senza un'apparente ragione; anche le imbarazzate risposte del Ministero de­gli Esteri non ci sembrano esaustive. Il Ministro D'Alema ha voluto pren­dere personalmente in mano la situa­zione volando con la famiglia in Libia per le vacanze pasquali: una visita non preannunciata, al ri­paro dalle penne indiscrete dei giornalisti. Del colloquio con il leader prima del rientro sono state fornite versioni un po' diverse dalla Jana e dalla Farnesina per cui non abbia­mo ancora capito a che punto sia il risarcimento miliardario che Gheddafi pretende e che, guarda caso, è pari a quei tre miliardi di euro di cui noi sia­mo ancora creditori, come ha inoppugnabilmente dimostra­to lo studio statistico che l'Airl ha fatto redigere. È singolare però che al Colonnello si permetta di contravvenire alle regole fondamentali della diplomazia senza che ci sia una protesta formale da par­te del nostro governo, in un "tira e mol­la" che mira a far sembrare questioni assolutamente normali come generose concessioni e che giova solo alle prete­se di Gheddafi
Martedì, 01 May 2007 02:00

N° 5-2007

SOMMARIO DEL N° 5-2007

Editoriale

Agli ebrei di Libia

di Giovanna Ortu

Abbiamo scritto a...

Attualità

Giornata di studio in Israele  

Traguardo possibile di Raffaello Fellah

E' sempre festa di Franca Bianchini

Claudio Pacifico vola al Cairo  

Auguri agli sposi  

Un viaggio a ritroso di Paolo Cason

Pietra su pietra di Daniele Lombardi

Cultura

Il vero volto della Libia di Mauro Abate

Amarcord

Pregiudizi   

Da bambina a donna di Betty Luzon Badash

 

 


Agli ebrei di Libia

di Giovanna Ortu

Cari amici “ebrei arabi” è per me un onore indirizzarvi un augurio in ricordo di quell’evento triste e drammatico del secolo scorso che ha sconvolto le vostre vite: era solo l’annuncio di ciò che – con modalità diverse – avrebbe colpito tutta la collettività italiana qualche anno dopo.

È singolare il fatto che – dopo aver condiviso per decenni le stesse esperienze - sia stata la differente religione ad avere solo temporaneamente separato i nostri destini. La differenza di credo tra i cattolici, i mussulmani e gli ebrei non aveva assolutamente mai costituito un problema. Era stato solo un arricchimento della nostra cultura e della nostra interiorità attraverso la conoscenza dell’altro. In quel momento non immaginavamo certo di dover assistere a ben più tragici avvenimenti mondiali scaturiti dall’integralismo religioso.

Devo dare atto a Raffaello Fellah che l’Associazione il Trialogo, da lui fondata nel 1991, sotto l’egida della Presidenza del Consiglio nella persona di Giulio Andreotti, era stata una brillante intuizione: il Trialogo si proponeva di sviluppare il dialogo e la convivenza fra i popoli dell’area mediterranea appartenenti alle tre grandi religioni monoteiste. È un atto di superbia affermare che, se ci fossimo tutti impegnati di più nell’attività associativa, avremmo potuto cambiare i destini del mondo ma probabilmente ognuno di noi, me compresa, non ha fatto abbastanza per rendere concreto quel programma.

E a questa esigenza di concretezza io mi riferisco per parlare del nostro presente e del futuro (che per la verità riguarda solo le generazioni successive alla mia).

Nella rassegna stampa da Italiani d’Africa – realizzata anche su CD per l’occasione – sono riportati gli eventi più importanti di quarant’anni della vostra storia e di trentasette anni della nostra storia. Questi eventi sono stati sempre indissolubilmente legati ai rapporti bilaterali fra l’Italia e la Libia che non riescono a stabilizzarsi.

Ora – dopo una fase di acuta criticità – si parla di una soluzione a breve alla quale noi guardiamo con molta speranza confidando nel realismo dei due protagonisti. Tuttavia nella trattativa noi non vogliamo essere né spettatori inerti, né testimoni scomodi, né capri espiatori.

Autorevoli rappresentanti della Jamahiriya ci avevano assegnato un ruolo importante ed insostituibile in molti aspetti della collaborazione fra i due Paesi: era il momento felice del nostro viaggio a Tripoli nel 2004, dell’accoglienza calorosa e della concessione dei visti per tutti noi. Quei visti sono rimasti per aria, forse per la mancata attenzione del governo italiano alla questione.

Certo il nostro entusiasmo verso un ritorno a Tripoli da turisti è scemato. Al governo italiano però noi chiediamo un definitivo atto d’indennizzo anche se le ultime vicende non sono confortanti: infatti l’On. Intini, sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri, ha recentemente dichiarato in Senato che il governo non ritiene opportuno prendere alcuna misura per facilitare un nuovo provvedimento in nostro favore anche se diversi progetti di legge sono stati presentati da molti deputati di entrambi gli schieramenti.

Questo significa che la strada, dopo 40 anni, è ancora lunga ma noi non ci dobbiamo fermare, anzi dobbiamo incrementare la nostra attività.

Uno studio statistico ufficiale ha confermato che, dopo l’ammontare che abbiamo ricevuto con le precedenti leggi, noi siamo ancora creditori per tre miliardi di euro. Naturalmente l’importo che noi chiediamo è molto minore, circa un decimo, ma pretendiamo che i nostri diritti siano riconosciuti.

Voi, cari amici ebrei di origine italiana costretti a lasciare la Libia nel 1967, avete anche un altro problema. Avete ottenuto il riconoscimento della cittadinanza italiana, ma rimane in piedi quello relativo alla documentazione delle vostre proprietà.

Attenendoci a quella concretezza di cui ho detto prima, vi invito a formare una commissione con lo scopo di dimostrare con ogni mezzo la consistenza dei singoli patrimoni lasciati in Libia.

Se poi Gheddafi deciderà, come annunciato qualche anno fa, di restituirvi le vostre proprietà, saremo i primi a gioirne con voi.

Mercoledì, 01 August 2007 02:00

N° 8-2007

SOMMARIO DEL N° 8-2007

Editoriale

Niente accordo senza di noi

di Giovanna Ortu

Attualità

Comunicato stampa  

Hammangi verso la meta di Daniele Lombardi

Un diritto da difendere di Italo Casaccio

Cultura

La Cirenaica di Francesco Prestopino

Il vero volto della Libia di Mauro Abate

Mitico, magico Sahara di Vittorio Sciuto

Deserto libico, un posto speciale di Claudio Pacifico

Amarcord

Istantanee africane di Marisa bagnoli Cubellis

In colonia in cerca di amore di Francesco Agostino

La mia infanzia in Cirenaica di Ivonne Gucci

 

 

 


Niente accordo senza di noi. Lettera aperta al Vicepresidente del Consiglio dei Ministri

di Giovanna Ortu

Egregio Ministro,

mi rivolgo a Lei non tanto come Ministro degli Esteri quanto nella Sua carica di Vicepresidente del Consiglio, per sottolinearLe la preoccupazione mia e delle migliaia di rimpatriati che l’Associazione rappresenta, in merito agli sviluppi dei negoziati economici e politici con la Libia.

E’ di questi giorni la notizia dell’accordo tra l’Eni e il Noc, l’ente libico per il gas, che consentirà alla società di Scaroni di aumentare la produzione di gas e petrolio dal paese di Gheddafi. Anche se alcuni addetti ai lavori ritengono un po’ troppo trionfalistici i toni utilizzati dall’Ad dell’Eni per illustrare i termini dell’accordo economico, ciò non toglie che il rinnovo del contratto è un passo importante nella difficile ridefinizione dei rapporti bilaterali tra Italia e Libia.

Altrimenti infatti, non si sarebbero svolti, in contemporanea con la firma del contratto, gli incontri alla Farnesina della delegazione libica presieduta dal mio amico Alobeidi, con il quale ho avuto un cordiale colloquio telefonico.

Se a questo si aggiunge che voci insistenti danno per inevitabile una sosta del colonnello Gheddafi a Roma durante il suo prossimo viaggio europeo, tra qualche settimana, risulta più che legittimo il timore di noi rimpatriati di dover subire l’ennesima beffa ai nostri danni.

Il Protocollo d’intesa e il Comunicato Congiunto del 1998, firmati a dir poco con leggerezza dal Suo predecessore Lamberto Dini - che volutamente evitò di mettere sul piatto della bilancia i quattrocento miliardi di lire (valore 1970) confiscati ai cittadini italiani in barba a un Trattato Internazionale – hanno creato, all’Italia e a noi, un danno irreparabile chiudendo definitivamente ogni rivendicazione o trattativa.

Ora non possiamo accettare che il nostro Governo accolga a braccia aperte colui che ci ha privato non solo di tutti i beni ma della nostra dignità di cittadini in quanto i nostri interessi, pur di ammontare limitato a fronte dei giganteschi interessi in gioco, dovrebbero essere considerati prioritari da uno Stato degno di questo nome.

Il silenzio in merito della Presidenza del Consiglio e, soprattutto, del Ministero dell’Economia che, nonostante l’impegno del Sottosegretario Cento, si dimentica di stanziare nella Finanziaria in corso i pochi fondi necessari al nostro risarcimento rappresentano un autentico, intollerabile, schiaffo.

Chiediamo pertanto a Lei, in rappresentanza del nostro Paese, di non permettere che altisonanti sirene di accordi economici facciano passare in secondo piano i diritti legittimi di migliaia di cittadini italiani che hanno solo onestamente lavorato per decenni come gli stessi libici riconoscono.

Aiutarci in concreto, data la ragionevolezza delle nostre richieste, ad avere una tardiva e definitiva giustizia non è né eludibile né ulteriormente dilazionabile.Diversamente, anche se giudichiamo con favore l’auspicata normalizzazione, ci vedremmo costretti a “rovinare la festa” raccogliendo le nostre forze per manifestare, autorizzati o no, tutto il nostro sdegno.

La confisca delle nostre proprietà da parte di Gheddafi e la scandalosa discriminazione sui visti per la Libia di cui siamo vittime non possono non essere oggetto di contrattazione nei nuovi accordi bilaterali, a patto di non venire considerati dal nostro stesso Governo – e in questo caso vorremmo almeno esserne informati - cittadini di serie B.

Mi auguro che almeno Lei, a differenza del senatore Dini, voglia considerarci parte della trattativa in corso e incontrare una ristretta delegazione dell’Associazione prima che gli accordi bilaterali vadano avanti.

Giovedì, 01 November 2007 01:00

N° 11-2007

SOMMARIO DEL N° 11-2007

Editoriale

D'Alema elude e delude

di Giovanna Ortu

Comunicati stampa  

Intervenga Prodi  

Attualità

Onore ai nostri defunti di Daniele Lombardi

Cultura

Una vicenda dimenticata di Romain H. Rainero

I Fileni abbandonati di Domenico Giglio

Il bicentenario di Garibaldi di Raffaele Iannotti

Il ruolo dei coloni in Libia di Daniele Lombardi

Amarcord

La mia infazia in Cirenaica di Ivonne Gucci

Ritorno a Kaser el Haj di Gianfranco Catania

Rivedere Tripoli di Gabriella Foti Castellazzi

 

 

 


D'Alema elude e delude

di Giovanna Ortu

Non si può chiedere ad un politico, anche se di lungo corso, abile ed eclettico come il nostro Ministro degli Esteri, di essere ferrato sul piano del diritto internazionale ma mi chiedo cosa avrebbe pensato un Capo dell’Ufficio Legislativo degno di questo nome della semplicistica affermazione di Massimo D’Alema che giudica “improprio” il collegamento tra il contenzioso dei cittadini italiani derivante dalla violazione del Trattato italo-libico del 1956 e il nuovo trattato (d’affari?!) che l’Italia si appresta a firmare con la Jamahiriya.

Non conosco il Consigliere Roberto Garofoli che è l’attuale titolare dell’ufficio Legislativo del MAE; non era però presente all’incontro e probabilmente non è neanche stato consultato dagli altri collaboratori del Ministro per esprimere un parere tecnico in proposito. Tuttavia dopo aver letto il suo curriculum, brillante in materia di appalti e urbanistica ma senza alcun cenno di pubblicazioni ed esperienze nel campo del diritto internazionale, ci si rende conto che siamo ben lontani dalla competenza di almeno uno dei suoi predecessori. Luigi Ferrari Bravo - già giudice della Corte Internazionale di Giustizia, professore ordinario di Diritto Internazionale alla Sapienza di Roma e attualmente giudice presso la Corte europea dei diritti dell’uomo - nel 1989 così si esprimeva in una trasmissione televisiva in merito al Trattato del 1956, alla sua validità e alle nostre rivendicazioni:

"Come studioso di diritto internazionale e non da ieri, non saprei vedere nessun argomento per sostenere che questo trattato non è valido, non esiste. Non c'è dubbio che il Governo libico ha isolato il trattato in tutta questa parte, dove era garantita la libera disponibilità dei beni degli italiani che erano rimasti in Libia. C'è una violazione e poiché di queste violazioni sono vittime cittadini italiani, o ripara lo Stato libico o dovrà provvedere il Parlamento della Repubblica". Tra l'altro vi è nel trattato una clausola arbitrale. Ricordiamo che con quel trattato l'Italia ha ceduto alla Libia numerosissime sue proprietà in quel Paese, un trattato che espressamente regola in maniera definitiva i rapporti fra Italia e Libia, le pendenze residuate dall'epoca coloniale. Nell'articolo finale si dice che con questo trattato il contenzioso è definitivamente chiuso".

Il professor Ferrari Bravo concludeva che mai uno stato di diritto sarebbe potuto pervenire alla firma di un nuovo trattato senza affrontare e superare la violazione di quello precedente.

È invece indubbio che dal tavolo della trattativa di oggi sono spariti i 400 miliardi di lire valore 1970 (pari a 3 miliardi di euro attuali) che Gheddafi ha fagocitato all’indomani della sua presa di potere confiscando proprietà piccole e grandi, risparmi bancari, contributi previdenziali e attrezzi di lavoro di ventimila italiani residenti nel Paese per rifarsi, a suo dire, in parte dei danni arrecati dal colonialismo.

È stato solo un acconto e, data l’acquiescenza con la quale il Governo italiano ha subito il sopruso senza far ricorso agli strumenti che il diritto offriva – primo fra tutti l’arbitrato previsto dall’articolo 9 del Trattato del 1956 –, Gheddafi ha insistentemente chiesto negli anni il saldo che via via si è ingigantito fino ad arrivare alla richiesta della costruzione di 2.000 chilometri di autostrada.

Se durante la Prima Repubblica, di fronte alle pretese di sminamento dell’intero territorio libico, era stata fatta una ragionevole controproposta di costruire ospedali più o meno grandi e più o meno specializzati, a partire dagli anni novanta il cedimento è stato senza ritorno.

Già nel 1998 avevamo digerito a fatica i documenti firmati dal Ministro Dini che, in cambio dell’illusoria promessa dei “sospirati” visti, volutamente trascuravano di affrontare il problema degli indennizzi a noi dovuti per non indisporre la controparte senza peraltro quantificare economicamente l’entità delle “atroci responsabilità coloniali” del governo fascista.

Il Governo di centrodestra andava oltre e un incauto Ruggiero si lasciava sfuggire la promessa del “Grande Gesto”. Berlusconi tentava di limitare questo impegno a 60 milioni di euro ma ad allargare i cordoni della borsa bastò la distruzione del nostro Consolato di Bengasi: ecco che, poco prima della elezioni, uno degli ultimi Consigli dei Ministri si impegnò a varare “misure altamente significative per superare il passato coloniale”.

Qual è la svolta impressa ora dal Governo di centrosinistra per tentare di recuperare almeno uno straccio di dignità? Non certo preoccuparsi di noi e tentare in extremis non dico un recupero di quanto abbiamo perduto ma almeno il riconoscimento della cifra già incamerata da parte libica. Lavorando di “diplomazia” come solo noi sappiamo fare, il “risarcimento per le sofferenze patite dal popolo libico” diventa un “trattato economico vantaggioso per entrambi i contraenti” e talmente conveniente per l’Italia che i 3 miliardi dell’autostrada diventano un adeguato “bakshish” a fronte di forniture energetiche giudicate molto convenienti, meno clandestini sparati sulle coste siciliane - come puntualmente dimostrato dalla nascita della task force tra Italia e Libia conclusa da Amato a fine 2007 - e l’imperitura amicizia della famiglia Gheddafi nei confronti delle nostre Istituzioni.

Sabato, 02 February 2008 01:00

N° 02-2008

SOMMARIO DEL N° 02-2008

Editoriale

Uniti vinciamo noi

di Daniele Lombardi

Promozioni alla Farnesina  

Attualità

Lettera aperta al prossimo Presidente del Consiglio di Giovanna Ortu

Domenica 18 maggio Assemblea dell'Airl a Bergamo

Cultura

Tracce di una scacchiera di Alberto Bortolotti

Ludovico di Caporiacco, la scoperta dimenticata di Alessandro Rinaldini

L'Assay al Hamra e la sua meridiana di Marco Discacciati

L'abolizione della schiavitù in Libia di Francesco Prestopino

Amarcord

La mia infazia in Cirenaica di Ivonne Gucci

Le scuole italiane di Tripoli

 

 

 


Uniti vinciamo noi

di Daniele Lombardi

L’incertezza che domina la scena politica all’indomani della caduta, più volte annunciata e ora compiutasi, del governo Prodi rinnova le preoccupazioni mai sopite anche di tutti i rimpatriati dalla Libia.

Una nuova campagna elettorale, a distanza di soli due anni dalla precedente, genera ancora una volta per il nostro Paese una condizione di indeterminatezza che nuoce alla stabilità indispensabile per compiere quelle riforme di cui l’Italia ha un disperato bisogno e, contestualmente, azzera il lavoro fin qui compiuto dal Governo appena uscito di scena.

Inutile pensare che, in una democrazia dell’alternanza fratricida come la nostra, chiunque andrà al potere dopo il 14 aprile continuerà quanto di buono (nel caso ci sia) è stato fatto dalla precedente amministrazione.

La paradossale circostanza venutasi a creare a causa di una legge elettorale assolutamente vergognosa – come riconosciuto da tutti gli schieramenti politici, compreso quello che l’ha proposta – non fa altro che peggiorare la situazione. Se da una parte si cerca giustamente di ridurre la frammentazione creando nuove forze politiche per diminuire gli innumerevoli partiti e partitini, alcuni dei quali nella scorsa Legislatura hanno avuto un potere enorme rispetto al loro effettivo peso elettorale, di pari passo cresce l’incertezza dei cittadini elettori, divisi tra la speranza di una svolta politica più volte annunciata e mai concretizzatasi e la consapevolezza della necessità di un cambiamento epocale che difficilmente ci sarà, se non altro perché gli attori presenti sulla scena politica rimangono gli stessi.

Questa situazione risulta ancor più spiazzante per i rimpatriati i quali, pur abituati a quasi quaranta anni di promesse non mantenute, vivono l’ennesima campagna elettorale magari convinti che anche questa volta nulla cambierà e i loro legittimi diritti verranno nuovamente ignorati.

Il lungo e paziente lavoro dell’AIRL finalizzato ad allacciare i rapporti con i referenti politici del precedente Governo è stato cancellato completamente. Non che i vari D’Alema o Cento, come già prima Berlusconi e Fini, si fossero mostrati particolarmente disponibili nei confronti delle nostre esigenze, ma certo ora occorrerà ricominciare daccapo cercando di intuire il prima possibile dove indirizzare i nostri sforzi.

Una buona notizia però c’è ed è legata al fatto che mai come nel periodo pre-elettorale i cittadini hanno la possibilità di rovesciare lo stato di cose esistente. La nostra associazione non ha un colore né una derivazione politica per cui ha sempre lasciato ai suoi iscritti la massima libertà di espressione del proprio voto. Per contro però, paradossalmente, veniamo tenuti maggiormente in considerazione come gruppo di pressione dai governanti libici invece che dal nostro Governo, incapace di tutelare i nostri diritti di italiani in tutti questi anni.

Sarebbe forse il caso di unire i nostri voti e appoggiare chi ci desse la certezza di impegnarsi finalmente ad accogliere le nostre richieste, sarebbe il caso di mettere in campo tutta la nostra forza ora che sono i politici a chiedere e non viceversa. Ed è proprio l’incertezza che domina la scena a fornirci un’arma in più: le nostre decine di migliaia di voti hanno un valore enorme in quanto possono spostare l’ago della bilancia e permettere a uno degli schieramenti di ottenere un fondamentale peso politico in termini di deputati e di senatori. Uniti, stavolta, vinciamo noi!

Martedì, 19 August 2014 02:00

Centro Culturale "Silfio"

Sabato, 05 April 2008 02:00

N° 04-2008

SOMMARIO DEL N° 04-2008

Editoriale

Gheddafi a Roma? Certo che sì!

di Daniele Lombardi

Gheddafi a Roma? Certo che no!  

Una risposta confortante  

Attualità

E' risorto l'angelo caduto di Luigi Sillano

Brevi di Attualità

Bergamo, incontro bagnato di Toni Tinti

Presentato il volume di Claudio Pacifico

Cultura

Le chiese, la Chiesa in Libia di Francesco Prestopino

Le prime strade ferrate di Bruno Cirillo

La Libia nella Prima Guerra Mondiale di Federico Cardu

Un caloroso ringraziamento

Amarcord

L'attacco aeronavale di Tripoli di Toni Tinti

 

 

 


Gheddafi a Roma? Certo che sì!

di Daniele Lombardi

Nel tradizionale appuntamento dei Rimpatriati a Bergamo la parte nostalgica ricreativa ha sempre avuto la meglio sugli aspetti di rivendicazione e di protesta. Quest’anno invece, pur nell’atmosfera festosa del rinnovato incontro, l’attenzione è stata fortemente incentrata sulle notizie inerenti le prime esternazioni del nuovo Governo in politica estera.

Come noto infatti, e come d’altra parte potrete leggere nella rassegna stampa pubblicata su questo giornale la Jamahiriya, attraverso il figlio del leader, ha fatto sentire la propria voce - all’indomani della significativa affermazione elettorale del centrodestra - per condizionare la formazione del nuovo Governo minacciando ritorsioni e nuovi sbarchi di clandestini nel caso in cui non si fosse tenuto conto della richiesta di escludere uno dei componenti designati.

Fortunatamente il Presidente Berlusconi non si è piegato completamente al volere libico; tuttavia più di un esponente della maggioranza si è prodigato nelle solite dichiarazioni di amicizia e simpatia verso Gheddafi; dal canto suo il neoministro Calderoli, nell’assumere l’incarico, è arrivato a pentirsi pubblicamente dell’episodio, per la verità inutilmente provocatorio, che lo aveva visto protagonista nella passata Legislatura e che era stato il presupposto per la distruzione del Consolato italiano di Bengasi.

Questi avvenimenti avevano determinato un vivace dibattito all’interno della nostra Associazione perché, al di là del nostro ovvio coinvolgimento, ad ogni cittadino fa dispiacere vedere la dignità del proprio Paese messa a repentaglio. Come abbiamo più volte sottolineato, il realismo dettato da ragioni di interesse economico, di opportunità politica e anche di ordine interno non può prescindere dalla salvaguardia della libertà democratica e della sovranità dell’Italia.

Proprio il giorno prima dell’assemblea di Bergamo a questo scenario non certo brillante si sono aggiunte le dichiarazioni del nuovo Ministro degli Esteri Frattini il quale, parlando della lotta all’immigrazione clandestina, ha rassicurato Gheddafi dell’intenzione italiana di adoperarsi sempre più presso la Ue per fargli ottenere i fondi promessi. All’intervistatore de Il Giornale che gli chiedeva se fosse chiusa la querelle relativa a Calderoli Ministro così rispondeva:

«Credo di sì. Tripoli insiste per qualche compensazione in più di quel che si è definito, ha il problema dell'autostrada che vorrebbe, ma ci sono aziende italiane, Eni in testa, pronte a investire nuovamente. Se mi piacerebbe una visita di Gheddafi a Roma? Certo che sì, magari con l'individuazione di un luogo importante per la sua tenda... Ma mi piacerebbe anche andare presto a Tripoli, meglio se assieme a Maroni, per definire la linea anticlandestini, magari prima della fine del mese, quando partirà l'operazione Nautilus 3, con navi Ue a ridosso delle acque territoriali libiche per controllarle».

Altro che cedevolezza! Le parole usate rappresentano un autentico schiaffo non solo nei nostri confronti. Come si può parlare di compensazioni e “di compensazioni in più” verso la Libia quando il Governo italiano non dà nemmeno risposta a chi ha anticipato, suo malgrado, le richieste risarcitorie di Gheddafi vedendo confiscati tutti i propri beni?

È questo il clima per il quale alla nostra assemblea di Bergamo è stato rapido e facile per i presenti elaborare il testo del telegramma che segue, indirizzato al Ministro Frattini. Fino ad ora non è giunta riposta. Più gentile di lui, il sottosegretario Gianni Letta ha risposto alle nostre sollecitazioni con la lettera che pubblichiamo contando che, con la sua proverbiale concretezza, faccia seguire alle parole i fatti.

Noi seguiteremo a vigilare sullo scambio di visite fra i rappresentanti di Italia e Libia ma l’invito che rivolgiamo a tutti voi è quello di tenervi in contatto con l’Associazione perché, se e quando la tenda per l’augusto ospite verrà montata, dobbiamo essere pronti ad andare a togliere tutti i picchetti! La nostra non è una minaccia visto che una soluzione rapida e indolore è ancora possiblie: dare un segnale forte e decisivo a noi che questo nuovo e auspicabile corso dei rapporti bilaterali non verrà concluso a costo del nostro

Sabato, 05 July 2008 02:00

N° 07-2008

SOMMARIO DEL N° 07-2008

Editoriale

Accordo storico bipartisan

di Giovanna Ortu

Ultime notizie  

Attualità

E ora tocca a noi

Riposino in pace di Luigi Sillano

Brevi di Attualità

Rassegna stampa

I giornali hanno detto di noi di Daniele Lombardi

Cultura

Le chiese, la Chiesa in Libia di Francesco Prestopino

Amarcord

Tre di tredicimila di Irene Sella

Quel 21 aprile 1941! di Carmelo R. Viola

 

 


Accordo storico bipartisan

di Giovanna Ortu

Il 30 agosto scorso un Trattato storico è stato siglato dal Presidente del Consiglio italiano, On. Silvio Berlusconi e dal leader della Jamahiriya Colonnello Muammar Gheddafi.

L’importante intesa non è giunta inaspettata in quanto era in gestazione da almeno due legislature e se non si è conclusa prima è solo perché evidentemente è stato arduo poter accettare tutte le richieste avanzate dalla controparte. Ci è riuscito il Presidente Berlusconi ad un alto prezzo che comprende non solo il corrispettivo di 5 miliardi di dollari da versare in venti rate annuali a saldo dei danni coloniali ma una serie di altre elargizioni che vanno dalla restituzione della Venere di Cirene al regalo di duecento unità abitative per la popolazione libica, dalle cure offerte dall’Italia ai pazienti libici fino ad iniziative varie di carattere sociale, dalle borse di studio per gli studenti della Jamahiriya alle pensioni a beneficio degli eredi dei deportati alle isole Tremiti nei lontani anni venti.

Tante sono le considerazioni che si potrebbero fare perché è bizzarro che la Repubblica italiana sia chiamata a rispondere delle colpe dell’Italia giolittiana quando Gheddafi ha violato impunemente gli impegni presi solo pochi anni prima dal suo Paese appena divenuto indipendente.

Del resto il testo stesso del Trattato è stato per settimane avvolto nel mistero, mentre si discuteva sulla possibilità che l’Italia avesse addirittura svenduto la sua fedeltà alla Nato. L’Associazione ha fatto – tramite i propri legali – un’istanza di accesso agli atti: il Ministero degli Esteri ci ha così trasmesso la copia dell’Accordo pochi giorni dopo che La Repubblica ne rendesse noto il testo; dal 24 settembre il trattato è disponibile sul nostro sito.

Noi non entriamo nel merito di quanto deciso dal nostro Governo per poter normalizzare le relazioni con la Libia rendendoci conto delle armi anche improprie in possesso dell’avversario: il petrolio, i clandestini e più in generale la pace nel Mediterraneo e la difesa dall’integralismo islamico.

È l’oblio del nostro problema che ci ha sorpreso e offeso: se era prevedibile che nel corpo del Trattato si parlasse di noi solo in uno specifico articolo per porre fine all’anomalia dei nostri visti, non avremmo mai pensato che il Presidente del Consiglio ci trattasse come una categoria talmente sprovveduta da accettare questo “contentino” al posto degli indennizzi a noi dovuti.

Infatti, sordo ad ogni nostra richiesta di incontro e di rassicurazioni sull’argomento, ogni volta che in pubblico gli sono state poste domande in proposito da semplici cittadini o da giornalisti e opinion leaders ha dato risposte fuori tema ostentando il successo ottenuto con il rilascio “immediato” dei visti turistici che ad oggi non è certo siano normalmente ottenibili da tutti.

D’altra parte non meno evasivo e contraddittorio il Ministro degli Esteri il quale ha dato ogni volta spiegazioni diverse anche in occasione di audizioni parlamentari e talvolta, come molti di voi ci hanno fatto notare, è stato addirittura offensivo affermando che la quantificazione del danno subito era del tutto arbitraria e senza possibilità di riscontro.

Solo la nostra costanza e le nostre reazioni documentate ad ogni inesattezza, da qualunque parte provenisse, sono riuscite a farci superare lo sgomento e l’amarezza di fronte a tanta ostinazione nel volerci considerare. In questo clima abbiamo apprezzato tutte le manifestazioni di solidarietà provenienti da tanti esponenti politici, dalla stampa, dalla gente del popolo incontrata durante le lunghe giornate del presidio organizzato sotto Palazzo Chigi: da lì è partita la nostra riscossa.

Dopo tanti bocconi amari possiamo dare conto ai nostri lettori anche delle partite positive: se il Presidente del Senato ha fatto sapere di essere troppo impegnato per incontrarci, il Presidente della Camera Gianfranco Fini ci ha ricevuto con sollecitudine, esprimendo l’auspicio che il Parlamento assuma celermente le iniziative necessarie per un provvedimento definitivo in nostro favore.

Il Senatore Gasparri, capogruppo del PdL, che da tempo conosce la questione, dopo aver assicurato di sostenere le nostre richieste è stato il primo firmatario di un disegno di legge per noi. L’Onorevole Casini, ricevendoci insieme ad una delegazione di deputati dell’UdC, ha affermato che non ritiene possibile la ratifica dell’accordo con il quale verranno giustamente intensificate le relazioni bilaterali senza una contemporanea decisione del Parlamento sulla questione degli indennizzi ai cittadini italiani che hanno subito la confisca dei beni.

L’AIRL ha incontrato anche il Senatore Belisario dell’Italia dei Valori che si è fatto portavoce del nostro problema durante il question time al Senato ed ha registrato la solidarietà dei Ministri Calderoli e Rotondi, del Sottosegretario Bonaiuti e di numerosi esponenti delle due Camere tra i quali ricordiamo gli Onorevoli Aracri che ha presentato un d.d.l. per il nostro indennizzo, Fedriga, Marsilio, Ronconi, Rossi e Sereni. E perdonatemi se ho dimenticato qualcuno.

Riteniamo fondamentale l’incontro avvenuto il 21 ottobre scorso con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta che, con quello spirito di concretezza che gli è proprio, ha registrato le nostre richieste altrettanto concrete e sostenibili e ci ha garantito di voler affrontare il problema più spinoso della questione: lo stanziamento da parte del Governo italiano di una cifra a nostro favore che è poco più del dieci per cento di quella che verrà elargita al ricco Governo libico. E nel momento in cui andiamo in macchina dal Ministro degli Interni On. Ignazio La Russa, che in questi tre mesi ci è stato in più occasioni particolarmente vicino, arriva la notizia più attesa: il d.d.l. di ratifica del trattato approvato mercoledì 19 novembre comprende anche un risarcimento non simbolico per noi.

La soddisfazione è notevole, i ringraziamenti sono doverosi ma dobbiamo anche dire ai nostri associati che non è il caso di abbassare la guardia dato che l’onore della visita di Gheddafi nel nostro Paese invocato dal Ministro degli Esteri Frattini non sarà offuscato dalla nostra inelegante protesta solo se il provvedimento sarà divenuto legge.

Mercoledì, 05 November 2008 01:00

N° 11-2008

SOMMARIO DEL N° 11-2008

Editoriale

Una necessaria anomalia

di Giovanna Ortu

Rassegna stampa

I nostri comunicati

Attualità

La battaglia è vinta... la guerra ancora no! di Daniele Lombardi

Convegno di Bergamo

Convocazione dell'Assemblea

Il Trattato di amicizia

La legge n° 7/2009

Adempimenti e scadenze

Il mago del cervello di Maria Laura Trovato

Cultura

L'etimologia di un nome di Francesco Prestopino

Le chiese, la Chiesa in Libia di Francesco Prestopino

Amarcord

Tre di tredicimila di Irene Sella

Parola di beduino di Toni Tinti

 

 


Una necessaria anomalia

di Giovanna Ortu

A pagina 16 è pubblicato il testo della legge n° 7 del 6 febbraio 2009 con la quale il Governo italiano ha ratificato il trattato firmato a Bengasi lo scorso 30 agosto dal Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi e del Colonnello Gheddafi, leader della Jamahiria, anch’esso pubblicato per intero.

La grande sorpresa per molti dei nostri lettori è rappresentata dall’art. 4 che riguarda il riconoscimento di un ulteriore indennizzo ai titolari di beni confiscati da Gheddafi nel 1970.

Per noi che abbiamo indefessamente e lungamente lavorato a questo risultato in un’altalena di illusioni e amarezze, senza mai darci per vinti neanche nei momenti più bui, è il giusto – anche se per ora parziale - riconoscimento di nostri precisi diritti che si è cercato in tutti i modi di calpestare.

Se da una parte la riduzione drastica dello stanziamento diminuisce il valore materiale di questa vittoria è per noi di un’importanza morale senza pari, il fatto che l’emendamento governativo a nostro favore sia stato inserito nel disegno di legge di ratifica che normalmente contiene solo gli articoli necessari all’attuazione dei trattati internazionali sottoscritti dal nostro governo: si è cpsì posto rimedio ad una vistosa omissione sottolineata con forza da tutti i Partiti e da non pochi esponenti del Governo stesso.

Potremo così cominciare da oggi a scuoterci di dosso “la sabbia dell’esilio” nell’intento di arrivare a considerare definitivamente questo il nostro Paese. Dopo l’espulsione infatti – abbandonati dal nostro governo che non ha saputo e vluto difenderci - non ci siamo sentiti cittadini alla pari degli altri.

Forse per questo, pur dopo gli umilianti episodi che hanno accompagnato la nostra espulsione, molti di noi hanno attribuito un così grande valore alla possibilità di ritornare – da turisti – in Libia.

Chi scrive ha sempre considerato la negazione del visto - accettata di fatto dal governo italiano per oltre trent’anni – in primo luogo una ingiustificabile discriminazione sul piano dei diritti umani e solo in secondo luogo una mortificante privazione della “gioia del ritorno”. Ma la maggior parte di noi ha sognato ogni notte il momento del ritorno. E su questo i tanti estensori del Trattato, nei governi che si sono succeduti, hanno un po’ speculato.

Hanno pensato che i rimpatriati fossero così tanto nostalgici e così poco imprenditori da accontentarsi di un obolo affettivo rappresentato dal visto per la Libia in cambio del valore dei loro beni, monetizzando così a costo zero nella trattativa con il Colonnello quel pingue acconto da lui incassato quarant’anni fa.

Della nostra lotta ha saputo farsi ottimo interprete ogni parlamentare in quei due lunghissimi giorni di dibattito nell’aula di Montecitorio e la settimana successiva al Senato. Possiamo dire di aver avuto per la prima volta pari dignità nel senso che accanto ai grandi temi di discussione relativi agli aspetti più critici e più nebulosi nascosti in ogni articolo del Trattato è stato rilevato con vigore il totale inaccettabile oblio del nostro contenzioso.

E martedì 20 gennaio, mentre manifestavamo in Piazza Montecitorio, ascoltando la piccola radio che avevamo portato con noi, abbiamo capito che gli emendamenti in nostro favore, ripresentati in Aula dopo la bocciatura in commissione, avrebbero avuto un diverso destino.

La vittoria non è stata indolore perché abbiamo per ora lasciato sul terreno gran parte della cifra minima richiesta per un indennizzo decoroso. E dobbiamo ancora monitorare l’emanazione del decreto attuativo e l’applicazione pratica del provvedimento.

Ma dopo i disperanti giorni di agosto non avremmo pensato di riuscire ad arrivare nemmeno fin qui. Perciò… andiamo avanti!

Giovedì, 05 March 2009 01:00

N° 3-2009

SOMMARIO DEL N° 3-2009

 

Editoriale

 

Perdono, perdono... è ora di cambiare musica

 

di Giovanna Ortu

 

Attualità

 

I prossimi appuntamenti

 

Il nostro provvedimento

 

Adempimenti e scadenze

 

Fac simile domanda

 

Finalmente i nostri visti di Giovanna Ortu

 

Un sostegno speciale di Fabio Bistoncini

 

Valorizziamo la nostra esperienza di Giovanni Ineichen

 

Franco non è più

 

La nostra copertina

 

A ciascuno il suo... e ora tocca a noi di Daniele Lombardi

 

Un progetto di pietra e cuore di Luigi Sillano

 

Cultura

 

Le Montagne Verdi di Cirenaica di Vittorio Sciuto

 

Amarcord

 

Tre di tredicimila di Irene Sella

 

 

 


Perdono, perdono... è ora di cambiare musica

di Giovanna Ortu

Gli interventi di Deputati e Senatori di quasi tutti i partiti, durante la discussione in Aula per l’approvazione della legge di ratifica del Trattato italo-libico, hanno avuto per noi non soltanto il significato pratico di darci quello spicchio di giustizia inseguita da anni, ma sono state un vero balsamo dopo le tante pugnalate che da più parti abbiamo ricevuto per quasi quarant’anni.

Una parentesi gioiosa, alla quale molti di noi sono andati col pensiero, è stata quella dell’autunno 2004 quando alla promessa strappata da Berlusconi a Gheddafi - di concedere finalmente i visti turistici anche a noi - aveva fatto seguito la visita del Viceministro degli Esteri della Jamahiria Al Obeidi al nostro Convegno: le parole così piene di significato pronunciate in quella sede, con le quali Gheddafi riconosceva l’estraneità dei rimpatriati alle colpe coloniali e, soprattutto, l’autentica gioia di tutta la platea nell’accogliere gli autorevoli ospiti libici, rappresentava il segno distintivo di una nuova armonia, figlia della rinnovata amicizia tra i due Paesi e i due popoli.

Il ruolo che ci veniva riconosciuto in quella occasione di “anello di congiunzione tra i due popoli e i due stati per la peculiarità di cui godete: ossia il vostro essere da una parte cittadini italiani e dall’altra cittadini libici”, ci induceva a credere fermamente non solo nella fine della “traversata del deserto” ma anche in quel futuro di collaborazione con gli amici libici che, per la verità, nel successivo viaggio a Tripoli ci veniva proposta in più campi.

Quei rapporti in embrione sono stati irrimediabilmente penalizzati dalle difficoltà sorte poco dopo nelle intese fra i due Paesi ma, anche quando con la firma del Trattato si è arrivati trionfalmente alla normalizzazione definitiva, noi siamo rimasti all’angolo dato che il nostro Presidente del Consiglio ha ignorato ogni nostra richiesta di incontro, non foss’altro per darci la possibilità di spiegargli che noi siamo vittime e non carnefici: invece le sue reiterate scuse e le richieste di perdono ai libici ripetutamente pronunciate anche in sede interna, ci feriscono e ci umiliano.

Oltretutto ci sorprende la circostanza che, alle nefandezze commesse dal colonialismo italiano non venga mai, mai, associata la precisazione che l’Italia democratica, sorta dalle macerie dello stato totalitario precedente, aveva indennizzato con un risarcimento per quei tempi assai generoso (5 milioni di sterline del 1956) la neonata Monarchia Libica e che solo per l’Italia vale il principio della continuità dello Stato. Infatti il governo rivoluzionario di Gheddafi, non riconoscendo gli impegni assunti dal re Idriss nei confronti delle Nazioni Unite, ha ritenuto insufficiente quel risarcimento e lo ha vigorosamente irrobustito confiscando beni italiani, i nostri, per quattrocento miliardi di lire del 1970.

Quando ce ne siamo andati, con qualche valigia e venti sterline a testa, erano ancora in piedi tutte le strutture di una città moderna alla cui realizzazione avevano contribuito i migliori architetti dell’epoca razionalista. E allora perché ricordare solo il male e non il bene fatto dagli italiani in Libia?

A questo punto della vicenda, avendo avuto Gheddafi esaudite tutte le sue richieste e avendo anche noi ricevuto - per volontà unanime del Parlamento - un parziale riconoscimento dei nostri diritti, è necessario chiudere definitivamente ogni reciproca contestazione per ritrovare quel clima sereno indispensabile a costruire rapporti proficui: a breve si sarà il G8 a La Maddalena, Gheddafi arriverà in Italia, pianterà la sua tenda in Sardegna - probabilmente anche a Roma - ma non vorremmo essere proprio noi, che abbiamo in comune con gli amici arabi il culto dell’ospitalità, a dover registrare al nostro interno delle inevitabili voci dissonanti.

E'solo prendendosi cura di noi che l’Italia potrà superare quel passato di cui tanto si vergogna, come sanno anche in Libia. Questa pagina era già scritta quando abbiamo captato il primo segnale positivo dall’On. Berlusconi che ringraziamo per averci letto nel pensiero!

Nel discorso pronunciato in apertura del Congresso PDL a noi ha riservato poche significative parole: “L’ultimo successo che abbiamo ottenuto è stata la chiusura del contenzioso con la Libia, che durava da quasi un secolo e che i precedenti governi di sinistra avevano cercato di risolvere, naturalmente senza riuscirci. Noi ci siamo riusciti, con enormi vantaggi in prospettiva per le nostre aziende, e con i giusti riconoscimenti ai nostri esuli”.

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