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Sabato, 01 January 2005 01:00

N° 01-2005

SOMMARIO DEL N° 01-2005

Editoriale
Dal Papa nel segno del dialogo interreligioso di Giovanna Ortu

Incontriamoci a Bergamo

Attualità
I visti smarriti nel deserto di Giovanna Ortui
"Non ci fermeremo" di Leone Massa
Sabbie, il nostro premio letterario di Francesco Prestopino
I fondali trasparenti dell'infanzia di Carla Santoro

Uno strappo nel cielo di Giovanna Ortu

Tuareg e Garamanti ci attendono di Giorgio Pompei

Mar dei Coralli e Stretto di Torres di Piero Pieroni

Cultura
Il teatro greco e il tempio di Dematra di Carla Santoro

Amarcord

Cinque amici e un fuoristrada di Gianfranco Catania

Il primo capostazione di Mario Augusto Lorenzini

Arti e mestieri

Brunch di sera alla latteria triestina di Toni Antuori

Rubriche
Cous-cous caffé 
Letti per voi 
In memoria

Lettere al giornale

Voi per l'AIRL
La vetrina

 

 

 


Dal Papa nel segno del dialogo interreligioso

di Giovanna Ortu

Nel giorno più freddo e piovoso dell'inverno romano, il 19 gennaio scorso, siamo andati a scaldare il nostro cuore a cospetto del Papa. Non lo sapevamo, ma era l'ultima udienza del Pontefice prima della indisposizione che l'ha colpito provocando il ricovero al Policlinico Gemelli, e tenendo in ansia tutto il mondo.

Nel momento in cui scriviamo, il Santo Padre ha superato anche questa difficile prova e l'abbiano visto di nuovo alla finestra in una giornata tiepida e soleggiata, propizia per la sua pronta guarigione. Questo è l'augurio affettuoso e sincero che da questa pagina inviamo a nome di tutti i rimpatriati dalla Libia, non solo di quei pochi, privilegiatissimi che hanno potuto avvicinarlo brevemente nel giorno dell'udienza.

Della delegazione – il numero massimo previsto era di venti persone – facevano parte consiglieri nazionali e delegati particolarmente devoti e i coniugi Gianferrari con il loro Claudio che ha esaudito così una sua ardente aspirazione. Com'è noto l'udienza è stata chiesta per noi dall'ambasciatore di Libia presso la Santa Sede, Abdulhafed Gaddur, che era presente al nostro Convegno di Roma, e al quale avevo lanciato il nostro appello di poter incontrare il Santo Padre. Dobbiamo quindi innanzitutto ringraziare Sua Eccellenza Gaddur per la sensibilità e tempestività e, con lui, gli uffici dell'Ambasciata della Jamahiriya presso la Santa Sede e in particolare la Signora Carla Marcelli che hanno curato gli aspetti organizzativi dell'udienza.

Tema di quell'udienza generale era l'unità dei cristiani; il fatto che il giorno precedente il Papa avesse ricevuto 165 rabbini ci ha fatto riflettere a lungo su quanto sia importante, in questi tempi di acuta intolleranza religiosa, poter diffondere, proprio nel nome di Dio, la cultura del rispetto della fede altrui.

Mi ha colpito una recente frase di Victor Magiar in un programma televisivo cui partecipavamo insieme. Si riferiva alla convivenza e all'intreccio delle comunità in Libia: “Noi vivevamo mischiati: eravamo diversi per razza e religione, ognuno con il suo profondo convincimento ed un altrettanto profondo rispetto dell'altro”.

Quando ho indirizzato al Santo Padre un breve saluto, non ho potuto fare a meno di sottolineare il fatto che la nostra presenza lì, favorita dall'interessamento dell'Ambasciatore libico, era una testimonianza di riconciliazione e di dialogo interreligioso con i nostri amici islamici della Jamahiriya.

Quasi senza accorgermene stringevo tra le mani la subhatun di cui mi aveva fatto dono Suleiman Shahoumi al termine del nostro recente incontro a Tripoli in occasione di quel viaggio che ha posto fine alla nostra “traversata del deserto “ riannodando i fili di un dialogo che dopo 34 anni di interruzione è ripreso con slancio e sincerità.

Martedì, 01 March 2005 01:00

N° 03-2005

SOMMARIO DEL N° 03-2005

Editoriale
Rimedio peggio del male di Giovanna Ortu

Le tappe dell'inganno

Inviateci le vostre email

Non dimenticate: tutti a Bologna con Paolo Cason

I nostri comunicati

Le nostre lettere

Le loro risposte

Le interrogazioni parlamentari

Rassegna stampa 

Attualità
I rimpatriati danno l'addio al loro Papa

L'Airl saluta Papa Benedetto XVI

L'Australia del Nord di Piero Pieroni

Il riscatto degli alloggi: facciamo il punto di Italo Casaccio

Cultura
Sabbie, il nostro premio letterario di Francesco Prestopino

Le immagini d'Africa di Alfredo Camisa di Giovanna Ortu

Pagine d'Africa a Bologna

Rubriche

Lettere al giornale

Voi per l'AIRL
Cous-cous caffé 
Letti per voi 
In memoria
La vetrina

 

 


Il Governo libico rilascia i visti solo agli over 65

di Giovanna Ortu

Il quadro che già definivamo negativo il 20 marzo scorso è divenuto ancora più fosco: dal primo aprile èaffisso in bacheca al Consolato libico di Roma un annuncio che subordina la concessione dei visti per quanti sono nati in Libia alla condizione che abbiano superato i sessantacinque anni di età. Ne siamo venuti a conoscenza casualmente tramite un giornalista amico che ci ha chiesto spiegazioni di questa bizzarria.

Il misfatto è avvenuto apparentemente all'insaputa o quanto meno nella totale indifferenza delle autorità italiane che, invece di monitorare costantemente la situazione e di pretendere l'attuazione di quanto annunciato da Berlusconi e Gheddafi, hanno dovuto subire anche questo affronto.

Del resto abbiamo già avuto modo di lamentare tutte le “dimenticanze”, le trascuratezze, le promesse mancate di Governo e Parlamento nei nostri confronti. Ci siamo addirittura divertiti con un po' di masochismo a ripercorrere tappa per tappa questo lungo inganno, come potrete leggere nelle pagine che seguono. Con inconsapevole sadismo è stata alimentata la nostra speranza e ad ogni giornata la delusione è stata più amara.Questa volta tra visti negati e indennizzi insabbiati abbiamo pensato che la misura fosse colma e abbiamo reagito in modo impetuoso e subitaneo con telegrammi, telefonate, comunicati.

L'eco, specie sulla stampa del settore, è stata vasta, ma al momento in cui scriviamo, venerdì 29 aprile, tutte le iniziative del Governo italiano sono rimaste senza seguito aldilà delle imbarazzate giustificazioni da parte libica. Così è tornato a mani vuote il sottosegretario Urso, cui abbiamo rovinato la visita d'affari ed anche Casini, costretto dagli eventi a mettere la nostra questione in agenda, le ha riservato uno spazio prioritario ma non ha portato a casa il risultato sperato.

Evidentemente la nostra non è la sola questione in sofferenza se sono programmate alcune importanti riunioni alla Farnesina per discutere dell'intera gamma dei rapporti bilaterali.

È certo che anche la nostra politica verso la Libia è stata fallimentare. Ci siamo vantati per anni, a far data dalla scorsa legislatura, di essere tra i pochi amici occidentali della Libia ed abbiamo sbandierato il nostro ruolo di mediatori fra la Jamahiria e gli Stati che contano. La svolta occidentale di Gheddafi si è compiuta così a nostro danno. Francia, Inghilterra e Stati Uniti hanno incassato il prezzo preteso e dovuto a cominciare dal risarcimento per le vittime del terrorismo di cui ritenevano responsabile il Governo libico. E solo dopo hanno perdonato e… sono corsi in Libia a fare affari. Anche noi, per la verità, di affari ne facciamo ancora, se è vero che siamo il primo partner commerciale di quel Paese ma, a differenza degli altri, per questi presunti affari siamo disposti a vendere la dignità dello Stato italiano; quel che è certo è che noi non siamo disposti a vendere la nostra.

Mi ha fatto piacere che la mia proposta rivolta ai vecchietti miei coetanei di astenersi dall'usufruire della benevolenza libica che riapre loro le porte di quel Paese abbia trovato tutti d'accordo. Per quanto mi riguarda ho proposto alle autorità libiche di limitare il divieto alla mia persona e alla mia famiglia dato che, in questi decenni, ho rappresentato la categoria identificata, di fatto, come la responsabile del colonialismo. La proposta è stata affettuosamente respinta ed è innegabile che questo mi ha fatto molto piacere per i sentimenti di amicizia e rispetto che nutro nei confronti di tutti i rappresentanti della Jamahiria che ho avuto modo di incontrare; anche se certamente non rimetterò piede in Libia se non quando anche l'ultimo di voi avrà avuto la possibilità di ritornarvi.

 

Domenica, 01 May 2005 02:00

N° 05-2005

SOMMARIO DEL N° 07-2005

Editoriale

Miraggio senza fine

di Giovanna Ortu

L'interrogazione parlamentare

La risposta del Sottosegretario Mantica

Attualità

Non mollare di Giovanna Ortu

Sabbie di Francesco Prestopino   

L'Oceano Indiano di Piero Pieroni

Rassegna stampa

Libia com'era

La stazione ferroviaria di Bengasi di Bruno Cirillo

Non solo Tripoli di Raffaella Zamperini

Amarcord

Gioia e rimpianto di Maria Teresa Croce 

C'erano una volta a Tripoli... forse! di Georgia Randazzo

La spiritiera di Gianfranco Catania

Cimeli nascosti di Carlo Lyabel

 

 


Miraggio senza fine. Situazione immutata per i visti

di Giovanna Ortu

Un grazie di cuore a tutti gli amici che a Bergamo si sono stretti a me in un'atmosfera partecipe che ho registrato come conforto affettuoso allo stato d'animo di generale delusione che io vivo più intensamente di tutti perché accompagnato da svariati sensi di colpa.

Mi chiedo: cosa avrei dovuto fare per evitare una così grande debacle? Come avrei potuto accorgermi che non si trattava della “svolta buona”, ma che l'insidia era dietro l'angolo? Quando avrei dovuto capire che si trattava solo di un miraggio e che non c'erano ponti né approdi e che non potevamo sottrarci ad un destino che ci ha visto soccombere per l'indifferenza costante dello stato italiano e per il ruolo di “capro espiatorio” che il governo libico seguita ad assegnarci?

La verità dimostra che non è bastata la generosa pazienza delle nostre autorità verso l'interlocutore privilegiato, né la nostra disponibilità a perdonare chi ci aveva voluto umiliare per riuscire ad imprimere ai rapporti bilaterali una normalizzazione vera, aldilà di quella proclamata nei diversi protocolli: è solo controproducente cercare di blandire chi seguita a nutrire anacronistici sentimenti di vendetta, sprecando tempo ed energie, per organizzare assurde contromosse quali nell'ordine: la concessione dei visti ad libitum, la cancellazione dei crediti vantati dalle imprese italiane, il mancato rispetto dell'accordo sul controllo delle frontiere, il continuo rialzo della portata del grande “gesto” partito come simbolico e divenuto via via di dimensioni faraoniche.

Tutto ciò porterebbe a condannare irrevocabilmente l'atteggiamento del regime libico ma io, e credo anche tutti voi, sono certa che l'Italia abbia avuto ed abbia la sua parte di responsabilità per non aver dato le risposte chiare che la controparte meritava, menando il can per l'aia.

Non so valutare quali svolte sarà possibile imprimere in futuro ai rapporti italo-libici su piani certamente più importanti del nostro che partono dalla stabilità nel Mediterraneo, passano ttraverso la lotta al terrorismo, comprendono le forniture energetiche necessarie al nostro Paese ed assegnano all'Italia un ruolo determinante per l'ingresso a pieno titolo della Libia nel consesso occidentale.

Proprio in riferimento alle richieste libiche all'Unione Europea può essere che la Libia sia prima o poi costretta a cedere sulla questione di principio dei nostri visti, ma una cosa comunque è certa: quell'atmosfera di “fine traversata del deserto” e quella ripresa di rapporti fecondi che ci era stata prospettata è irrimediabilmente perduta. La nostra dignità non può subire ulteriori affronti: mi chiedo se nelle proposte che le autorità libiche hanno rivolto ai membri della missione AIRL a Tripoli fosse stata minimamente valutata la possibilità che a quelle proposte non seguissero i fatti e che si trattasse solo di un inutile inganno; è questo dubbio che mi tormenta poiché credo di aver imparato a conoscere l'animo umano: Mustafa Abdel, Abdulati Alobidi, Mohammed Elfandi, Abdulhafed Gaddur, Muftah Keiba, Suleiman Shahoumi, Abdurrahman Shalgam, Ali Siala, in ciascuno di loro ho colto sentimenti di autenticità e di verità che lasciano aperto un sia pur piccolo spiraglio di speranza per domani.

Venerdì, 01 July 2005 02:00

N° 07-2005

SOMMARIO DEL N° 07-2005

Editoriale

7 ottobre 2005: è sempre vendetta

di Giovanna Ortu

Le nostre lettereHammangi, avanti adagio

Interrogazione parlamentare

Attualità

Un grande successo di Francesco Prestopino   

La serata finale di Barbara Marengo

Non solo cous cous di Ileana Christoudis

Il Sud Africa di Piero Pieroni

Amarcord

Un grande portiere di Raffaelllo Fellah

Libia com'era

Il villaggio Garibaldi di Raffaella Zamperini

Il villaggio Garibaldi di Raffaele Iannotti

Rassegna stampa

I nostri giovani

Fondali proibiti di Maria laura Ineichen

 

 


Celebrato anche quest'anno l'anniversario della nostra espulsione 7 ottobre 2005: è sempre vendetta

di Giovanna Ortu

 

Ho atteso il 7 ottobre per scrivere questa nota, ritardando di due settimane l'uscita del nostro giornale, perché, nella generale amarezza che pervade l'animo di ciascuno di noi, mi interessava o addirittura mi incuriosiva constatare come, da parte libica e da parte italiana, sarebbe stata ricordata questa data. Fu proprio il 7 ottobre del 1970 che -come noi sappiamo- Gheddafi intimò ai pochi italiani ancora rimasti nel Paese per il disbrigo di quelle odiose e umilianti “formalità” connesse alla confisca, di lasciare la Libia entro quindici giorni. Da allora quel giorno ha rappresentato ogni anno l'occasione per fomentare artatamente l'odio delle masse libiche nei confronti dell'”oppressore italiano”. Abbiamo assistito a manifestazioni variegate e articolate, spesso addirittura folkloristiche, che hanno ottenuto anche il supporto di alcuni media italiani: del resto si sa, Minoli docet, siamo un popolo masochista che tende a compiacersi di parlare male di se stesso.

Ma ecco arrivare l'anno passato il riscatto atteso: il Presidente Berlusconi, con uno di quei coup de theatrenei quali è maestro, sembrava essere riuscito ad invertire la tendenza. L'inaugurazione del gasdotto dell'Eni, fissata per quel giorno, fu l'occasione per annunciare pubblicamente la nuova connotazione di quella giornata all'insegna dell'amicizia fra i due stati mediterranei, a dispetto di un passato da dimenticare. Un Silvio commosso e partecipe chiedeva, dal palco di Mellitah, all'amico Muammar di rendere finalmente operativi un accordo di sei anni prima ed una promessa vecchia di due anni: il rilascio dei visti turistici per i cittadini italiani nati in Libia. Tra gli applausi di incoraggiamento dei presenti, Gheddafi rispose positivamente e fu per due mesi gioia mediatica, non solo nostra. La stampa di tutto il mondo diede a quella notizia un grande rilievo mettendola in rapporto con l'apertura del Colonnello alle democrazie occidentali; il viaggio a Tripoli dei rappresentanti dell'AIRL sembrò la prova tangibile della svolta.

Ma, come i nostri lettori e tutti gli italiani nati in Libia sanno e come invece i rappresentanti della stampa, a parte qualche lodevole eccezione, fingono di ignorare, quei visti rimasero nella penna di chi doveva concederli e le autorità libiche, senza nemmeno informare il nostro Ministero degli Esteri, nella primavera scorsa decisero d'arbitrio di rilasciarli solamente agli ultrasessantacinquenni.

L'avvicinarsi del primo anniversario dell'annuncio di Mellitah rappresentava una cartina di tornasole per cercare di capire se, a parte la rappresaglia dei nostri visti, vi fosse l'intenzione di superare le anacronistiche rievocazioni del fascismo, del colonialismo, di Mussolini etc. rilanciando quei rapporti bilaterali che “normali” –lo capiamo oggi- non saranno mai. Da parte mia, dopo aver rifiutato l'invito dell'Ambasciata libica di Roma ai festeggiamenti dell'anniversario della rivoluzione, ho chiesto al nuovo Segretario Generale della Farnesina, Ambasciatore Paolo Pucci di Benisichi, in un lungo, cordiale incontro rapidamente fissato, quali fossero le iniziative da parte italiana per evitare un clamoroso passo indietro.

Sia l'ambasciatore Pucci che il ministro Sessa, presente al colloquio, non hanno nascosto le loro preoccupazioni che infatti si sono materializzate pochi giorni dopo nel comunicato della Jana, l'agenzia di stampa libica, che ha gli stessi toni enfatici di quelli degli anni precedenti, con l'eccezione dell'anno passato. Del resto sono mesi che il rapporto tra i due Paesi va a rotoli a dispetto della logica e delle ricorrenti affermazioni contrarie: il vistoso calo delle nostre esportazioni verso la Jamahiriya (-25% nei primi tre mesi del 2005), le concessioni petrolifere assegnate alle grandi compagnie americane a scapito dell'Eni, le ondate di clandestini provenienti dalla Libia sbarcate nei porti siciliani, un drastico ridimensionamento del livello della rappresentanza diplomatica libica in Italia, sono alcuni esempi di questa debacle politico-economica. Ma ve ne sono altri ancor più inquietanti: la difficoltà del nostro esecutivo a dialogare con i libici va messa in relazione all'attenzione da essi riservata ai possibili vincitori della nuova tornata elettorale, primo fra tutti Prodi per intervistare il quale è arrivato in Italia, il mese scorso, il Capo del dipartimento informazioni della Jamahiriya.

Per quanto più strettamente ci riguarda, anche noi, come cittadini italiani da oltre trent'anni residenti in Patria, nostro malgrado, siamo preoccupati degli scontri politici che caratterizzano questa lunga preparazione alla battaglia elettorale senza esclusione di colpi, ma giudichiamo entrambi gli schieramenti ugualmente colpevoli nei nostri confronti. Ci ha ingannato il Governo Prodi quando nel '98 permise che l'allora Ministro degli Esteri Dini firmasse con la controparte libica un accordo, rinunciando definitivamente a qualunque forma di compensazione per i nostri beni confiscati senza procedere d'altra parte ad assumersene l'onere nei nostri confronti. Ci ha ingannato ancor più platealmente il Governo Berlusconi i cui componenti pare si siano divertiti anno per anno a dilazionare promesse che sapevano di non voler mantenere. Basta leggere i numeri arretrati di questo giornale o consultare il nostro sito, per rendersi conto, dall'evidenza dei documenti, di quale incredibile odissea seguitiamo ad essere protagonisti.

Da recenti notizie di stampa abbiamo appreso che l'Eni, compagnia petrolifera di stato, penalizzata nei mesi scorsi a vantaggio di concorrenti di altri paesi, si è aggiudicata ora quattro delle nuove concessioni messe in gara dal governo libico, e ciò certamente costituisce un ristoro economico non di poco conto. È quella stessa Eni che fino ad ora si è detta “non interessata” a contribuire alle spese per il risanamento del cimitero di Hammangi. C'è qualche cosa d'altro da aggiungere per dare il quadro dell'importanza che viene attribuita alla nostra dignità, al nostro buon diritto, ai nostri più intimi sentimenti?

Sabato, 01 October 2005 02:00

N° 10-2005

SOMMARIO DEL N° 10-2005

Editoriale

Che ne sarà di noi

di Vittorio Sciuto

Che persecuzione!

Attualità

Intervista al Console Generale Carlo Colombo

Riscatto alloggi ERP  

Il periplo si chiude in 28 mesi di Piero Pieroni

Mostra di Schifano a Crotone

Libia com'era

Vent'anni a Oliveti di Raffaella Zamperini

L'album dei villaggi

Rassegna stampa

Cultura

La musica araba di Libia di Francesco Prestopino

Amarcord

Un grido d'amore di Anna Addis

Lungo la Balbia con una tartaruga di Gianfranco Catania

 

 


Che ne sarà di noi

di Vittorio Sciuto

Sono uno dei tanti italiani rimpatriati nel 1970 dalla Libia dove sono nato nel lontano 1938 e dove ho lavorato per 12 anni al Ministero dell'Agricoltura. Sono stati anni belli e ho conosciuto persone “interiormente belle” tra i libici dell'epoca: credo che anche loro, per il ruolo svolto durante il regno del Senusso, siano stati costretti a ritirarsi come noi siamo stati costretti a rimpatriare. Un destino che in qualche modo ci ha accomunato e che deve indurci ad una analisi storica obiettiva.

Ritengo che per un senso di giustizia storica sia giusto distinguere il  comportamento dei governanti libici pre-rivoluzione da quelli post-rivoluzione, così come sia giusto distinguere gli anziani libici (quelli della mia generazione) dai “figli della rivoluzione di Gheddafi”.

Paradossalmente dovrebbero essere i primi a risentirsi contro di noi “figli di colonizzatori” dopo che i nostri padri hanno occupato la loro terra, fino ad allora dominio dei turchi. Invece sono più ostili i “figli della rivoluzione”, quei libici nati dopo l'indipendenza della Libia e soprattutto nell'arco di tempo pre e post rivoluzione che va dal 1960 al 1980. Questi ultimi, al tempo della rivoluzione erano bambini o ragazzi e costituiscono lo “zoccolo duro” nel processo di riappacificazione tra la Libia e l'Italia, perché oggi sono i leaders negli apparati politici amministrativi e civili dello Stato, sono anche gli alti ufficiali dell'esercito ed esponenti di spicco dei Comitati popolari. Ma non dobbiamo essere sorpresi dall'ostilità mostrata da queste generazioni nei nostri confronti che è nella logica di ogni rivoluzione, quello che ci sorprende è, a distanza di anni dall'avvento della Jamahiriya, l'esagerata pretesa di risarcimento richiesto a titolo di riappacificazione da parte di un paese così ricco che si colloca tra i primi dieci produttori mondiali di petrolio.E qual è la risposta dei nostri politici? Purtroppo, a prescindere dalla loro collocazione nell'arco parlamentare, hanno sempre privilegiato la “ragione di Stato” rispetto alla nostra dignità di cittadini italiani, divenuti oggetto di espiazione. In quel momento i nostri politici non fecero nulla per difendere la nostra dignità: un pessimo esempio per un Paese europeo; altri Paesi hanno provveduto a proteggere e prelevare con ponti aerei la propria gente, preservandone l'incolumità e la dignità, come compete ad uno Stato che sa farsi rispettare. Per la cronaca in quel momento avevamo un governo monocolore democristiano con appoggio esterno della sinistra parlamentare e negli anni successivi governi di coalizione di centro-sinistra a guida democristiana. Tutti governi deboli, fortemente condizionati dalle componenti interne/esterne della loro coalizione, disattente per “scelta ideologica” alle nostre vicende: così in quel 1970 siamo stati considerati un “prodotto scaduto”, originato dalla politica coloniale del passato, piuttosto che italiani all'estero.Successivamente, i governi di coalizione di centro-sinistra hanno in qualche misura alleviato i nostri disagi con l'emanazione di leggi che ci hanno assegnato posti di lavoro presso i Ministeri, e molto più tardi, ci hanno riconosciuto gli anni di lavoro trascorsi in Libia ai fini della pensione. Tuttavia il grande nodo da sciogliere restano i “beni confiscati” che hanno radicalmente e drammaticamente cambiato la nostra vita: siamo divenuti improvvisamente “poveri” e ci siamo sentiti traditi dal nostro Paese, che per decenni avevamo onorato con il nostro lavoro in Libia.Anche ora con il governo di centro-destra le cose non vanno meglio: continuiamo a ricevere promesse sistematicamente eluse, perché così vuole la “ragione di Stato”. Ora non possiamo più continuare a credere alle parole, perché da “ingenui” quali siamo stati diverremmo “ipocriti”. Credo che nella prospettiva della prossima tornata elettorale, sia venuto il momento di ottenere impegni seri dai due schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra in caso di una loro vittoria. Berlusconi e Prodi ci dicano, chiaramente, cosa sarà di noi in termini di risarcimenti dei danni subiti, ricostruzione del cimitero di Hammangi e visti turistici per visitare la Libia.

Quello che dipende direttamente da loro (risarcimenti, ricostruzione di Hammangi) deve costituire un impegno irrevocabile, mentre quello che dipende da altri (come ovviamente i visti), non sarà loro imputato se non verrà ottenuto, a condizione che l'azione diplomatica non sia blanda ma decisa, cioè che non si debba continuare a sacrificare noi alla “ragione di Stato”. Noi profughi della Libia del 1970 abbiamo già dato!

Da parte della Libia perseverare nella condanna del “colonialismo”, non serve a cambiare la storia stessa che a cinquantaquattro anni dall'indipendenza, ottenuta nel 1951, è da archiviare; riversare le rivendicazioni sui figli dei colonizzatori (cioè noi), fino a celebrare il giorno della vendetta serve meno ancora. La Libia dovrebbe capire che l'Italia è la chiave per entrare in Europa e uscire dall'isolamento che perdura anche dopo l'apertura con gli Stati Uniti. La Libia dovrebbe capire che con il petrolio al prezzo attuale, attorno a sessanta dollari al barile, l'Europa accelererà la ricerca ed utilizzazione di energie alternative.

Non so se verremo mai indennizzati per i beni confiscati dopo gli acconti ricevuti, né se otterremo i visti per tornare in Libia, ma posso testimoniare, dato che per motivi di lavoro ho avuto il privilegio di girarla in largo e lungo, che quei beni valevano davvero molto. Quel valore sommato a quanto il governo italiano dette alla Libia dopo l'indipendenza è certamente di gran lunga superiore a qualsiasi risarcimento che la Libia possa chiedere all'Italia come “gesto di riappacificazione”; quindi i profughi che hanno subito la confisca si sono già fatti carico del risarcimento. D'altra parte, il contributo che l'Italia può dare allo sviluppo della Libia, nei vari campi, è inestimabile, e vedrebbe le nuove generazioni di Italiani e Libici realizzarlo nell'interesse comune: questo è il futuro che unisce due Paesi del Mediterraneo distanti solo un'ora di aereo.

Infine, vorrei dire ai miei connazionali profughi della mia generazione, così ansiosi di tornare in Libia da turisti, di controllare i propri sentimenti: non ha senso ritornare nei luoghi dell'infanzia e della giovinezza se non ci si torna “graditi”.

Personalmente, pur rientrando tra gli “ultrasessantacinquenni” che hanno questa possibilità ci ho rinunciato. Preferisco evitare delusioni e conservare gelosamente i miei bei ricordi. Semmai, consegno questa “missione” a mio figlio, perché un giorno possa tornare nei luoghi in cui è nato e vissuto suo padre, quando il nostro Paese ci avrà restituito la dignità che ci ha negato allora come ora, e quando, ridotta la lista dei sopravvissuti “figli di colonizzatori”, anche i libici di nuova generazione assumeranno un atteggiamento più sentito che risentito nei confronti del nostro Paese.

Domenica, 01 January 2006 01:00

N° 1-2006

SOMMARIO DEL N° 01-2006

Editoriale

Gli incidenti di Bengasi

di Giovanna Ortu

Comunicati stampa

Attualità

Tutti a Roma sabato 7 ottobre

Rinnovo cariche sociali AIRL  

Tutti a Bergamo domenica 14 maggio

Ora come allora

Indennizzi: ripresi i lavori della Commissione

La Libia al centro del Mediterraneo

La recinzione del nostro cimitero di Ileana Christoudis

Ritorno è festa grande di Piero Pieroni

Rassegna stampa

Cultura

Italiano, lingua franca in Barberia di Francesco Prestopino

Amarcord

Passeggiando per il corso di Toni Tinti

Libia com'era

Crispi nel cuore di Antonio Pivetta

 

 


Gli incidenti di Bengasi

di Giovanna Ortu

La maglietta di Calderoli, senz'altro provocatoria ed inopportuna, ha avuto l'effetto di mettere in drammatica evidenza la criticità dei rapporti italo- libici passati all'improvviso dalla apparente calma piatta ad una fiammata esplosiva dalle tragiche conseguenze. Non abbiamo né la competenza, né forse la completa obiettività, per fare un'efficace analisi della situazione, passata al microscopio delle menti più acute di tanti politici, giornalisti, storici e specialisti di vario genere che se ne sono occupati - a partire dal 18 febbraio - e che verosimilmente se ne occuperanno ancora per un periodo non breve. Riportiamo nelle pagine della nostra rassegna stampa alcuni dei commenti più significativi ed autorevoli; una rassegna stampa più estesa e completa è presente sul nostro sito.

Ritengo che per un senso di giustizia storica sia giusto distinguere il  comportamento dei governanti libici pre-rivoluzione da quelli post-rivoluzione, così come sia giusto distinguere gli anziani libici (quelli della mia generazione) dai “figli della rivoluzione di Gheddafi”.

I fatti registrano, venerdì 18 febbraio, una clamorosa manifestazione davanti al nostro consolato di Bengasi, presto degenerata in atteggiamenti violenti che hanno arrecato danni ed incendi alla nostra rappresentanza consolare, da poco perfettamente restaurata, mettendo in serio pericolo l'incolumità delle persone che vi si trovavano. L'intervento della polizia, che ha sparato sulla folla, ha lasciato sul terreno un numero ancora imprecisato di vittime, alcune delle quali di altra nazionalità. Come conseguenza il colpevole Calderoli è stato costretto alle dimissioni, dopo le quali il Presidente del Consiglio Berlusconi ha ottenuto rassicurazioni sulla incolumità degli oltre mille italiani che attualmente lavorano in Libia. La piccola comunità italiana di Bengasi è stata evacuata ed anche il Console Giovanni Pirrello che aveva scelto di restare, a difesa della sede, è dovuto rientrare precipitosamente in Italia per l'improvvisa scomparsa della mamma. Il Ministro degli Esteri Fini ha opportunamente incontrato, presso la moschea di Roma, gli ambasciatori dei paesi arabi ai quali ha dichiarato che “è indispensabile e doveroso rispettare ogni religione e chiedere altrettanto per la propria”.Il significato dell'accaduto ha dei risvolti che trascendono la portata dei fatti e che hanno origine nella contrapposizione fra le due grandi religioni monoteiste, ma non si può negare che vi siano anche delle ragioni più modeste, riferite alla crisi del rapporto bilaterale finora negata o minimizzata dalle autorità italiane. Eppure i segni premonitori c'erano tutti anche se fingevamo di non accorgercene: la prima ricorrenza della festa dell'amicizia è stata tramutata di nuovo in “vendetta”, dopo che il governo italiano aveva di fatto tollerato che al mancato rilascio dei nostri visti seguisse una ancor più odiosa discriminazione con la concessione degli stessi ai soli ultra sessantacinquenni. Anche la disponibilità italiana a divenire intermediaria del Colonnello presso le grandi democrazie occidentali si è tramutata in un boomerang, facendo registrare un meno venticinque per cento delle nostre esportazioni a vantaggio di Stati Uniti, Francia e Germania. È vero, come hanno ricordato molti, che per noi la Libia è indispensabile per le forniture energetiche e forse anche per qualche commessa, dall'esito incerto, a vantaggio dei nostri imprenditori in crisi. Ma, proprio quando si desidera mantenere stabili rapporti con un partner insostituibile, è bene non mostrarsi codardi ed agire con chiarezza. Ciò vale ancor di più quando al partner si è legati non solo da ragioni utilitaristiche ma anche geografiche e sentimentali. Nel momento in cui invece si pensa di sfruttare le tensioni collegandole alle strategie elettorali, l'esito rischia di diventare disastroso e lo spettacolo è certamente miserevole. In questo quadro rientrano i “mea culpa” di storici e politologi per addossare a noi italiani “cattiva gente” ogni colpa; Minoli, dal canto suo, ne ha approfittato per riproporre, per la quinta volta, la sua odiosa puntata di “La storia siamo noi”. Per fortuna si sono levate negli ultimi giorni voci autorevoli in difesa della reciprocità e della nostra identità di cattolici e di europei. È quella reciprocità che noi invochiamo da decenni sotto diversi profili con la sensibilità di chi ha saputo cristianamente perdonare coloro che, nel momento della confisca e della espulsione, non hanno saputo o voluto risparmiare i luoghi sacri chiudendo le chiese di Libia per trasformarle in moschee dopo aver venduto gli arredi al suq. Certo ricordiamo ancora che poche voci si levarono allora in nostra difesa comprese quelle del Vaticano. Del resto nessuno si è fatto avanti per parlare del restauro dell'antica chiesa di Bengasi seriamente danneggiata nei tumulti mentre il nostro pensiero è andato subito alla moschea di Samarra per il cui restauro abbiamo offerto un aiuto concreto: giustissimo sotto il profilo dell'importanza artistica che quel monumento riveste per l'intera umanità, ma vien da pensare che la generosità nasconda un inconscio bisogno di espiazione generalizzata.

Nel giorno in cui questo giornale va in tipografia, giovedì 23 febbraio, abbiamo appreso le decisioni del Consiglio dei Ministri – delle quali era stata preventivamente informata l'opposizione – per il rilancio dei rapporti italo-libici “… con misure altamente significative…”. Il nostro comunicato, pubblicato in questa stessa pagina, riporta il punto di vista dell'Associazione. Come sempre contano i fatti: noi abbiamo proseguito con fede e coraggio quella “traversata del deserto” che sembrava essersi conclusa dopo trentaquattro anni in un abbraccio liberatorio e fraterno con le autorità e il popolo libico. Ma era pura illusione perché appena i contrasti derivanti dagli opposti interessi sono riesplosi si è pensato di rimettere in discussione anche tutto ciò che ci riguardava. Nell'indifferenza con cui il governo italiano ha fino ad ora trattato la nostra questione e nella poca chiarezza delle risposte alle esorbitanti pretese libiche bisogna ricercare parte delle ragioni di quanto è successo.

Ora rivolgeremo a Berlusconi e Prodi un appello per sapere come, dal governo che uscirà dalle urne, sarà trattata la nostra questione augurandoci che le eventuali rassicurazioni fornite resistano alla prova dei fatti. Inshallah.

Mercoledì, 01 March 2006 01:00

N° 3-2006

SOMMARIO DEL N° 03-2006

Editoriale

Punto e a capo

di Giovanna Ortu

Comunicati stampa

Attualità

Tutti a Roma sabato 7 ottobre

Convocazione dell'Assemblea  

Rinnovo delle cariche sociali AIRL

Esce il volume Sabbie

6° Raduno dei Ragazzi della IV Sponda

Scheda di partecipazione e prenotazione Convegno

Diffida ad adempiere

Ora ADA parla italiano

Il riscarro degli alloggi di Italo Casaccio

La tenacia premia di Andrea Lippi

Rassegna Stampa

Amarcord

A presto in "Sala d'armi" di Umberto Foti

Il Birmania di Umberto Foti

Libia com'era

Vecchio uadi Megenin di Antonio Stefanile

Lo scorpione di Corradini di Jole Mezzavilla Ferrara

Bir al Ghanam di Vittorio Sciuto

Rubbriche

Letti per voi

Lettere al giornale

Voi per l'AIRL

In memoria

Cous-cous caffé

La vetrina

 

 


Punto e a capo

di Giovanna Ortu

Prima delle elezioni avevamo inviato ai candidati premier la lettera aperta pubblicata qui a fianco, riaffermando la priorità del nostro credito nei confronti del Governo italiano rispetto alle pretese del leader libico in tema di risarcimento per i danni coloniali.

L’On. Silvio Berlusconi, che per cinque anni aveva eluso le nostre richieste, non ha ritenuto di doverci rispondere, o meglio ci ha indirettamente risposto quando, senza menzionare il contenzioso relativo ai nostri beni confiscati, si è candidamente arreso alle pretese di Gheddafi, dichiarando nel corso di un’intervista che l’autostrada pretesa dal Colonnello ha sì un costo folle, ma poiché egli seguita a minacciarci anche con l’arma del petrolio, bisogna riuscire ad accontentarlo. Il candidato premier dell’Unione, On. Romano Prodi, che avevamo sollecitato anche attraverso l’On. Francesco Rutelli, ci ha indirizzato la risposta che segue. È stata nostra cura diffondere la lettera immediatamente tra i nostri associati e pubblicarla sul sito internet dell’AIRL.

Molti ci hanno fatto notare che in realtà il leader dell’Unione non prende impegni concreti nei nostri confronti, tuttavia dopo le tante illusioni degli anni passati è forse più utile partire da questo piccolo spiraglio per cercare di arrivare ad un dignitoso traguardo. Del resto Prodi, una volta divenuto Presidente del Consiglio, troverà sul suo tavolo tra le molte importanti carte anche la diffida che è stata notificata alla Presidenza del Consiglio in data 24 marzo e che è riportata su questo stesso giornale.

A dispetto del lungo tempo trascorso, che nel nostro caso dovrebbe aver fiaccato ogni volontà di perseverare, non dobbiamo lasciare nulla di intentato. Se da una parte quindi cercheremo, attraverso i nuovi esponenti di Governo, di instaurare un dialogo più corretto e paritario, sperando di avere finalmente precise risposte anche negative alle nostre istanze, dall’altra faremo valere le nostre ragioni in ogni altra sede per porre la parole fine ad un contenzioso che si trascina incredibilmente da oltre sette lustri.

Giovedì, 01 June 2006 02:00

N° 6-2006

SOMMARIO DEL N° 06-2006

Editoriale

Primi incontri

di Giovanna Ortu

Attualità

Quale 7 ottobre? di Giovanna Ortu

Gaddur nuovo ambasciatore in Italia  

Convocazione dell'Assemblea AIRL  

Rinnovo cariche sociali  

Due giornate particolari di Ileana Christoudis

L'incontro di Bergamo di Daniele Lombardi

Ad Hammangi i lavori proseguono di Luigi Sillano

Libia com'era

Un monumento scomparso di Salvatore Florio

Rassegna stampa

Arti e mestieri

I re delle chiavi di Daniele Lombardi

I nostri sportivi

Il centauro Luigino di Ileana Christoudis

 

 


Primi incontri

di Giovanna Ortu

Dobbiamo dare atto a questo Esecutivo di aver ripreso quella buona abitudine di dare risposta alle istanze dei cittadini che negli ultimi anni si era un po’ persa. Insieme a Raffaele Iannotti ho potuto incontrare, il 24 luglio, il nostro Ministro degli Esteri proprio nei giorni infuocati della crisi israelo-libanese, alla soluzione della quale l’On. D’Alema ha inteso dare un contributo determinante proponendo la conferenza del 26 luglio a Roma. Scrivo nel giorno che precede la conferenza, cui farà seguito l’incontro del Ministro con la delegazione libica guidata dal nostro amico Abdulati Alobidi, che dovrebbe in qualche modo mettere un punto fermo sul grande gesto e far ripartire i rapporti bilaterali, risolvendo nel contempo finalmente la questione dei nostri visti. Al Ministro abbiamo fatto presente quanto già espresso nella lettera che gli avevamo indirizzato per presentargli il nostro prossimo Convegno, pubblicata in queste pagine insieme allo scambio di messaggi con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio On. Enrico Letta: in concomitanza con la chiusura del contenzioso bilaterale non possiamo e non dobbiamo rimanere definitivamente esclusi da un legittimo ristoro. Ci dispiace che le nostre richieste debbano far carico al bilancio dello Stato italiano, al momento non particolarmente florido, ma non è certo colpa nostra se i governi che si sono succeduti non hanno saputo o voluto adeguatamente tutelarci: nel 1970, al momento dell’espulsione, non fu denunciata la violazione del Trattato Internazionale che ci garantiva e nel 1998, quando intervenne un nuovo accordo per regolare il superamento di ogni contenzioso, si omise accuratamente di inserire il problema dell’indennizzo per le proprietà italiane confiscate. Abbiamo quindi fatto presente all’On. D’Alema che insisteremo con ogni strumento legale per perseguire il nostro obiettivo di giustizia Il Ministro, anche nella sua veste di Vicepresidente del Consiglio, si è riservato di parlarne con il Ministro dell’Economia e di rimettersi comunque alla volontà del Parlamento. Raffaele Iannotti gli ha ricordato che, nella scorsa legislatura, la Camera dei Deputati aveva votato all’unanimità un Ordine del Giorno che invitava il Governo a provvedere in proposito e che d’altra parte il disegno di legge per i nostri indennizzi era stato presentato da senatori di tutti i partiti. Mentre diamo atto al Ministro di una particolare sensibilità nei confronti dei nostri problemi ci rendiamo conto che proprio la serietà e la concretezza che caratterizza la sua presenza al Governo gli ha impedito di prendere degli impegni precisi senza aver verificato prima di poterli mantenere. Tuttavia noi, che abbiamo già diffidato mesi fa il Governo dal chiudere il contenzioso con la Libia senza prima aver definito quello assai più modesto con una categoria di incolpevoli cittadini, siamo intenzionati a perseguire con ogni mezzo questo obiettivo (vedi azione promossa dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) sperando di arrivare al Congresso del 7 ottobre con un quadro più definito .

Venerdì, 01 September 2006 02:00

N° 9-2006

SOMMARIO DEL N° 09-2006

Editoriale

Italia-Libia 2006: quale 7 ottobre?

di Daniele Lombardi

Messaggio del Signor Presidente della Repubblica all'Airl

Attualità

I lavori di Hammangi di Luigi Sillano

Il rinnovo del Consiglio Nazionale  

Una vicenda sconcertante di Italo Casaccio

Sabbie e Silfio di Francesco Prestopino

Rassegna stampa

Libia com'era

Una mattina al Hammam di Dan Nunes Vais

Nahima, la terra dei pastori di Vittorio Sciuto

Amarcord

Ritorno a Breveglieri di Daniele Lombardi

Album di famiglia

 

 


Italia-Libia 2006: quale 7 ottobre?

di Daniele Lombardi

Nella sala gremita dell’Hotel Radisson, la mattina del 7 ottobre l’assenza più vistosa è stata quella dei rappresentanti libici. Per la verità non ci aspettavamo niente di diverso data l’attuale difficoltà dei rapporti bilaterali in generale e la mancanza di qualunque cenno di risposta al nostro invito. Tuttavia, nonostante la buona affluenza di pubblico, era palpabile la delusione perché l’atmosfera era assai differente da quella festosa di due anni fa. Bisogna perciò prendere atto con realismo delle circostanze ed augurarsi che il senso di moderazione con cui abbiamo ricordato una data scomoda, proprio noi che ancora non riusciamo a dimenticare completamente l’offesa subita nel 1970, non sia scambiata per resa incondizionata. Certo, pur non condividendo l’ottimismo espresso da alcune autorevoli fonti circa il livello di ostilità con cui i libici avrebbero celebrato la giornata, non potevamo immaginare la virulenza dei toni di assemblee di piazza più o meno spontanee e la dimensione dei manifesti affissi più grandi che mai nel centro di Tripoli. Al momento in cui chiudiamo il giornale non abbiamo notizia di cosa sia successo il 26 ottobre, quando il black out di tutti i mezzi di collegamento e di informazione serve a ricordare le vittime del colonialismo: speriamo che sia interdetta almeno per un giorno anche la partenza delle carrette del mare che proprio questo mese hanno traghettato in Italia un numero record di clandestini! Che sia il caso – come ricorda sempre Magdi Allam - di raddrizzare almeno un poco la schiena? Tornando al nostro Congresso, proprio perché abbiamo fortemente voluto che il nostro incontro cadesse in un giorno così denso di significato, abbiamo scelto di eliminare tutta la parte meramente ricreativa: niente cena sociale con ballo e intrattenimenti vari; puntando su una sessione di lavoro mattutina, autorevolmente coordinata dall’amico Gerardo Pelosi, inviato de Il Sole 24Ore. In apertura, la lettura del messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha avuto un effetto consolatorio, grazie al tono cordiale e partecipe con il quale il Capo dello Stato si è rivolto ai nostri associati. Nel suo intervento il Presidente Giovanna Ortu ha posto l’accento sulla situazione di sostanziale stallo, non solo nei rapporti bilaterali in generale ma anche nel contenzioso che riguarda i rimpatriati, affermando che tornare indietro dopo una vittoria illusoria è più crudele e frustrante del muro di gomma contro cui si è lottato per tanti anni. L’avvocato Giovanni Romano ha inquadrato il livello di tutela che spetta a chi possiede lo status di rimpatriato secondo il diritto europeo, sottolineando che lo Stato Italiano non ha riconosciuto ai rimpatriati un risarcimento del danno ma un indennizzo, che per sua natura è solo parzialmente remunerativo. La Corte Europea, infatti, ha voluto ricomprendere nella tutela dei diritti umani anche il diritto di credito e il diritto di proprietà. Certo, poiché sul piano internazionale vige il principio di sussidiarietà, non si può invocare l’intervento del giudice internazionale se prima non sono state esperiti tutti i ricorsi in sede nazionale. L’onorevole Cinzia Dato ha affrontato il problema della discriminazione di coloro che sono nati in Libia nei confronti degli altri cittadini italiani, definendo inaccettabile che gravi sui singoli il peso delle responsabilità dello Stato. In questo modo, oltretutto, si rinuncia a sfruttare una realtà umana preziosa quale quella dei rimpatriati per la sfida che l’attualità pone nei rapporti con i paesi del Nord Africa e “per il ruolo, anche molto importante, che l’Italia può rivestire nel Mediterraneo”. I rimpatriati rappresentano dunque un “vero e proprio ponte umano, indispensabile per imbastire relazioni efficaci nella prospettiva del mercato unico del Mediterraneo”. Gerardo Pelosi, dopo aver ribadito che la chiave europea è l’unica possibilità per i profughi nell’ambito di un quadro più ampio di rapporti fra Paesi che affacciano sul Mediterraneo, ha sottolineato anche l’assurdità della discriminazione in tema di visti che, oltretutto, coinvolge anche coloro che del tutto occasionalmente sono nati in Libia, senza mai avervi soggiornato o lavorato. L’onorevole Carlo Leoni, Vicepresidente della Camera dei Deputati, ha portato il saluto del Presidente e degli Onorevoli colleghi della Camera. Ha dato atto all’AIRL della tenacia e del senso di responsabilità con il quale cittadini che hanno subito un torto non sono animati da nessuno spirito di rivalsa ma chiedono solo il riconoscimento dei loro diritti. I visti, gli indennizzi, la ristrutturazione del cimitero sono state da lui definite richieste sacrosante. Perché si concretizzi il ruolo di facilitatore che la Presidenza della Camera può svolgere, Carlo Leoni ha proposto la costituzione di un gruppo di lavoro per affrontare il vero problema propedeutico ad una legge di indennizzo: il reperimento delle risorse. L’onorevole Alessandro Forlani, intervenuto nella doppia veste di membro della Commissione Esteri della Camera e in rappresentanza dell’onorevole Pierferdinando Casini, leader dell’Udc, ha evidenziato come, all’interno dello strano atteggiamento tutto italiano di rimozione del ruolo anche importante che gli italiani all’estero hanno rivestito, la nostra comunità di Libia sia stata, per lunghi anni, la meno tutelata e la meno difesa dal Governo italiano. Forlani ha concluso avallando la proposta avanzata dal vicepresidente Leoni, finalizzata ad un disegno di legge bipartisan in cui affrontare anche il problema dell’integrazione del risarcimento, certo che “non ci sarà divisione tra maggioranza e opposizione, anche in periodi di contrasti e contrapposizioni così forti”. Successivamente ha preso la parola l’onorevole Alfredo Antoniozzi che per oltre trent’anni ha seguito la problematica dei rimpatriati: l’intervento è risultato pervaso da un forte valore sentimentale; in merito alle polemiche sul colonialismo ha spiritosamente affermato che, se proprio si vogliono fare dei calcoli, gli italiani dovrebbero presentare ai libici il conto per le visite dei turisti alle città di Sabrata, Leptis Magna e Cirene, splendida eredità degli antichi romani. L’Ambasciatore Riccardo Sessa ha portato il saluto del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, assente da Roma, confermando l’attenzione del Ministero al problema dei profughi. Nel suo intervento ha posto l’accento sul lavoro svolto dal Governo e dalla sua Direzione, teso a una normalizzazione dei rapporti con la Libia definita irrinunciabile, anche per via della particolare posizione geografica dei due Paesi. “Nel contesto di questi sforzi - ha proseguito l’Ambasciatore Sessa - per noi ci sono sempre state delle questioni prioritarie: la questione degli indennizzi vostri e la questione dei crediti delle nostre società in Libia, accompagnate ovviamente entrambe dal cosiddetto diritto al ritorno che avevate maturato”. E ha così concluso: “Mi auguro sinceramente – perché un po’ ci abbiamo lavorato – che il colonnello Gheddafi, oggi, eviti di ricorrere a delle espressioni nei confronti dell’Italia, della nostra storia che in passato hanno creato a noi degli imbarazzi sul piano diplomatico, a voi ulteriori ferite”. A suo avviso i segnali avuti fino a quel momento lasciavano ben sperare. A questo punto Giovanna Ortu ha espresso profeticamente il suo scetticismo in proposito, testimoniato anche dalla vistosa assenza in sala delle autorità libiche, quando ancora non si sapeva come la Libia avrebbe sfruttato l’occasione per un ulteriore giro di corda intorno alle mani della diplomazia. Leone Massa, Presidente dell’AIRIL, associazione che riunisce le imprese italiane creditrici della Libia per commesse eseguite negli anni ottanta, ha espresso infine la sua indignazione verso i vari governi che non hanno affrontato con la dovuta fermezza la difesa di precisi diritti vantati dalle imprese italiane, molte delle quali sono nel frattempo fallite, anche a causa delle commesse non pagate. È indubbio che il fatto di ritrovarsi insieme, ancora uniti dopo tanti anni, alla presenza di tanti giovani in sala, simbolo di continuità con il passato e confortati da tutti i messaggi di solidarietà e disponibilità che le Autorità prima, durante e dopo il convegno hanno voluto inviarci, abbia dato forza alla nostra volontà di proseguire la battaglia che ci vede protagonisti dalla data ormai lontana della fondazione della nostra Associazione. Il nostro impegno è immutato anzi, se possibile, ancora maggiore. Dobbiamo e vogliamo sfruttare il particolare momento politico-sociale per dare voce con forza alle nostre richieste, certi che la nostra tenacia, il vostro sostegno e l’impegno delle Istituzioni porteranno finalmente i risultati che inseguiamo da ormai troppo tempo.

Mercoledì, 01 November 2006 01:00

N° 11-2006

SOMMARIO DEL N° 11-2006

Editoriale

Verso il tavolo di lavoro

di Daniele Lombardi

A colloquio con Gianfranco Fini

Cesare Maria Ragaglini nuovo direttore per il Mediterraneo della Farnesina

Attualità

Pedrizzi interroga, Intini risponde  

I musicisti italiani in Egitto  

Pratiche d'indennizzo e prescrizione  

Tutti a Bergamo nel ricordo di Padre Giovita  

Brevi di attualità  

Proseguono lavori di Luigi Sillano

Cultura

Italiani di Libia andata e ritorno di Eva Rossi

Educare a Tripoli  

I Tuareg, ultimi figli del Sahara di Vittorio Sciuto

Amarcord

Ritorno a Tripoli di Enzo Spagna

Navigando su internet di Raffaele Favatà

Un piccolo fuoristrada nel Tadrart Acacus

di Gianfranco Catania

 

 


Verso il tavolo di lavoro

di Daniele Lombardi

Un tavolo di concertazione sulle problematiche dei rimpatriati dalla Libia, dai visti agli indennizzi, è il risultato dell’incontro che il 29 novembre scorso abbiamo avuto con il Vicepresidente della Camera dei Deputati on. Carlo Leoni e con l’on. Alessandro Forlani, membro della Commissione Esteri. Il colloquio ha fatto seguito alle dichiarazioni di disponibilità dei rappresentanti istituzionali intervenuti al Convegno AIRL del 7 ottobre all’Hotel Radisson, rinnovate dall’on. Forlani in un lungo incontro alla Camera avvenuto il 30 ottobre ultimo scorso. La sensibilità che il Vicepresidente Leoni aveva mostrato al Convegno è stata confermata dalla cordialità con cui sia il Vicepresidente che il suo staff ci hanno accolto. Giovanna Ortu ha aggiornato i presenti sugli ultimi incontri avuti, in particolare quello del 20 ottobre con il Sottosegretario al Ministero dell’Economia e Finanze, on. Paolo Cento: un colloquio fruttuoso in cui l’on. Cento si è dimostrato informato e attento al problema dei rimpatriati, dando anche la sua disponibilità per ulteriori iniziative finalizzate al reperimento dei fondi necessari per la copertura di un provvedimento di indennizzo definitivo. Come ricorderete, l’on. Cento avrebbe dovuto partecipare al Convegno AIRL nel pomeriggio del 7 ottobre ma un contrattempo non gli aveva permesso di essere presente. L’on. Leoni ha seguito con molta attenzione l’illustrazione dei vari temi che ci riguardano, chiedendo che gli fossero chiariti anche gli estremi della problematica riguardante i visti d’ingresso tuttora negati ai rimpatriati, tema particolarmente caro anche all’on. Cinzia Dato, con la quale seguitiamo ad essere in contatto alla ricerca di una soluzione che renderebbe almeno più sopportabile il torto subìto nel 1970. Anche l’on. Forlani si è impegnato a fare la sua parte in questo processo: in un momento particolarmente pressante dei lavori parlamentari, ha partecipato attivamente all’incontro dando il suo contributo di idee a quello che potrebbe rappresentare un importante punto di partenza per una legge d’indennizzo definitivo a nostro favore nel quadro di una feconda ripresa dei rapporti bilaterali, per la quale il Consiglio dei Ministri, in data 23 febbraio 2006, si era impegnato ad approvare con misure altamente significative a favore della Libia. A questo tavolo di lavoro, presieduto dall’on. Leoni, al quale si auspica vorranno partecipare, oltre ad un rappresentante dell’associazione, l’on. Forlani, l’on. Dato, il Viceministro Intini e il Sottosegretario Cento a nome del Governo, l’AIRL guarda con estremo interesse e con la speranza, di poter raggiungere un risultato storico che riconosca finalmente quei diritti dei singoli troppo spesso ignorati da affrettati e miopi accordi internazionali

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