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Domenica, 01 June 2003 02:00

N° 06-2003

SOMMARIO DEL N° 6-2003

Editoriale
Burrasche e speranze di mezza estate di Giovanna Ortu
Da Hammangi per ricominciare di Giovanna Ortu
Avvicendamento alla Farnesina

Attualità 
Venti forti e freddo intenso alle grandi altitudini di Piero Pieroni
La bimba di Tobruk di Bibiana Sudati
Immagini d’Autore di Giovanna Ortu
Costruttori di Pace in Campidoglio di Ileana Christoudis
I registri ritrovati

Cultura
L’apertura delle frontiere di Gianfranco Catania 
La Libia risplende a Roma di Antonio Rosati

Il personaggio
Vivere il mare di Maria Laura Trovato

Vita dell’AIRL
A Bergamo è sempre festa di Franca Bianchini Iezzi
Assemblea Generale A.I.R.L. - Mozione

Rubriche
Letti per voi 
Voi per l’AIRL 
In memoria 
Cous-cous caffé 
La vetrina

 

 


Burrasche e speranze di mezza estate

di Giovanna Ortu

Mentre il nostro giornale va in tipografia, non è ancora superata la burrasca nella maggioranza, che sta turbando l’inizio del semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea. Dunque, sia per gli interessi nazionali in generale sia per le nostre “minime” cose, non ci resta che confidare nel senso di responsabilità dei nostri governanti. Eravamo entrati nell’estate assai meglio di come eravamo usciti dall’inverno, più compatti e determinati nella nostra azione associativa, fiduciosi nelle Istituzioni e verso i nostri referenti politici, più ottimisti sulla possibilità di vedere finalmente avviati a definitiva soluzione i nostri problemi, per chiudere un trentennio segnato da lotte, delusioni e speranze tradite, e mai comunque dalla rinuncia ai nostri diritti e alla nostra forza di farli riconoscere e rispettare. 

Questo nostro passaggio evolutivo tra le stagioni è stato determinato da una combinazione non casuale di eventi ed elementi positivi, primo fra tutti il colloquio da me avuto con il Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini il 7 maggio scorso. A Fini ci eravamo rivolti con una lettera allarmata e pressante, per segnalare l’evidente stagnazione governativa e parlamentare sui nostri temi, nonostante le solenni promesse ricevute dal Presidente Berlusconi e dallo stesso Fini nella seconda metà del 2002. La situazione infatti segnava il passo. Il tempo trascorreva anche per noi “senza riforme” da parte della Casa delle Libertà, senza l’attuazione degli impegni assunti e ripetutamente riaffermati.
Non si può non sottolineare che il Vicepresidente, nel convocarci subito a Palazzo Chigi, ha reagito con rapidità nonostante che in quelle settimane egli volasse avanti e dietro tra Roma e Bruxelles, per i lavori della Convenzione europea. Fini ha realizzato che la soluzione del nostro contenzioso non può essere ulteriormente procrastinata e che, proprio in questo ciclo di travagliata auto-verifica della Casa delle Libertà, essa deve essere inclusa tra i capitoli più sensibili degli impegni di governo, sui quali gli elettori e le categorie sociali misureranno la credibilità di Berlusconi e dei suoi ministri e, di conseguenza, la coalizione stessa misurerà la propria capacità vitale. 
Anche perché l’On. Fini ha ben compreso che un Governo intenzionato a far progredire in vari campi il processo di riconciliazione con la Libia, per mettersi alle spalle un passato scottante e per eliminare veti e nodi internazionali ancora aperti, ebbene proprio questo Governo non può non chiudere nel contempo in casa propria quel primo dolorosissimo capitolo con il quale l’attuale regime di Tripoli si presentò al mondo. Se questo avvenisse i ventimila italiani espulsi da Gheddafi verrebbero cinicamente iscritti come capri espiatori nel libro della storia nazionale. 
Attendiamo e speriamo quindi che, superati i contrasti tra gli alleati, possa tenersi al più presto la riunione tecnica che Fini ci ha promesso, per allineare sul tavolo i dati della questione, garantendo di voler seguire personalmente l’inserimento, nella legge finanziaria in preparazione, di uno stanziamento, finalmente formulato in forma adeguata e corretta, per la copertura del disegno di legge Pedrizzi. 
Il governo ci sembra comunque finalmente bene orientato, sia pure in una situazione politica agitata e allarmante, ma proprio per questo propizia allo sbocco positivo di una causa sacrosanta come la nostra, se ben compresa e adeguatamente difesa in sede politica. Per questo ricaviamo speranze e auspici positivi anche dal confronto dialettico fra Fini e il ministro dell’economia Giulio Tremonti, guardiano di ogni spesa, gioia e dolore per le parti interessate. 
In questo momento, pertanto, chiedo alla nostra categoria di dare fiducia alla promessa di Gianfranco Fini di inserire fin dal documento di programmazione economica per il 2004, in questi giorni già in elaborazione, la questione “indennizzi per i beni perduti in Libia”. Tutti insieme seguiremo l’evolversi degli eventi, attentissimi sia agli sviluppi nazionali ed europei che ci riguardano come cittadini di questo Paese, sia alla realizzazione del nostro obiettivo di giustizia.

Venerdì, 01 August 2003 02:00

N° 08-2003

SOMMARIO DEL N° 8-2003

Editoriale
Lettera aperta al Presidente Berlusconi di Giovanna Ortu

Attualità 
I nostri Comunicati Stampa 
Il Convegno AIRIL al Capranica di Maria Laura Ineichen
Commentiamo la sentenza del T.A.R. di Italo Casaccio, Giorgio Frasca, Raffaele Iannotti 
Il grande oceano di Piero Pieroni

Cultura
L’apertura delle frontiere di Gianfranco Catania 
Quell’eterno custode del tempo e dell’anima di Elena Ciotti

Libia ieri e oggi
Sabratha, Cirene, Tripoli: scempi archeologici e novità architettoniche di Nicolò Sambo

Il personaggio
L’uomo che a Bengasi fu portato in trionfo di Simone Habib

Amarcord
Un colpo di cannone di Renato de Paoli
Sinfonie parallele: dalle luci di Parma alla notte tripolina di Andrea Calcagno

Rubriche
Voi per l’AIRL 
Vita dell’AIRL 
Album di famiglia 
Letti per voi 
Cous-cous caffé 
In memoria 
La vetrina

 

 


Lettera aperta al Presidente Berlusconi

di Giovanna Ortu

Egregio Presidente, la serietà ed il rilievo storico della nostra Associazione, il bagaglio di tormentose sofferenze subite dalla nostra categoria, il nostro tenace attaccamento ai valori e agli interessi della Nazione ci impongono di inviarLe questa testimonianza di sorpresa, indignazione e protesta per la politica da Lei attuata verso il Governo libico, politica della quale l’intera stampa nazionale ha ormai messo in luce quel fallimento da noi temuto e in vario modo preannunciato.

E’ ormai tempo di tirare le somme degli eventi succedutisi negli ultimi 12 mesi, a partire dalla Sua visita a Tripoli del 28 ottobre 2002, che aveva diffuso viva attesa di una normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, con la definitiva risoluzione del contenzioso storico che fu all’origine della nostra espulsione e che tuttora, anche in Patria, continua a perseguitarci. In quest’ambito, già dall’estate precedente, le Sue convinte e coinvolgenti rassicurazioni personali fatte a me come rappresentante dell’Associazione avevano suscitato la speranza di migliaia di italiani espulsi dalla Libia nel 1970, ancora in attesa del riconoscimento dei loro diritti.
Ma ora sbaglierebbe di grosso, Egregio Presidente, se pensasse che questa nostra denuncia sia solo frutto di delusione per il tradimento della promessa che finalmente, dopo 33 anni, i nostri beni perduti, le nostre case violate e spogliate, la nostra identità umiliata sarebbero stati almeno materialmente indennizzati. No, noi ci consideriamo doppiamente traditi e offesi. Innanzitutto siamo stati traditi quando, dopo due anni di dilazione, il Vicepresidente del Consiglio si è disinteressato totalmente anche lui dell’impegno solenne assunto il 7 maggio di inserire nella finanziaria 2004 un modesto stanziamento pluriennale per gli indennizzi che attendiamo. E questo ci ha gravemente feriti e umiliati, essendo la collettività che da oltre trent’anni continua a scontare una pena dantesca, fungendo da capro espiatorio dei sempre oscuri rapporti politici ed economici tra Italia e Libia.
Ma ci consideriamo traditi anche una seconda volta, nella nostra dignità nazionale, ossia come semplici cittadini dello Stato da Lei rappresentato, Signor Presidente, per la politica velleitaria e approssimativa attuata dal Suo governo nei confronti di un interlocutore abile e spregiudicato come il colonnello Gheddafi, che noi ben conosciamo e che ha saputo gestire e pilotare ben altri leader internazionali e anche italiani, prima di Lei, al fine dell’esclusiva soddisfazione degli interessi libici. 
Restammo subito sbalorditi, infatti, nell’apprendere della Sua ostentata amicizia con Gheddafi, troppo rapida per non essere foriera di riserve e tranelli. E così è avvenuto immancabilmente, ancora a danno del nostro Paese. Per chiudere il tormentone dei danni di guerra e del colonialismo, venne fuori che ai libici non bastava più il gesto simbolico del dono di un ospedale considerato valido fino al giorno prima del suo viaggio. E quindi Lei, di fronte al muso duro del Colonnello aveva concesso una strada da 60 milioni di dollari che comunque significava chiaramente il costo del solo progetto. Forse, nella cordialità stabilitasi tra Lei e “l’amico Muammar” qualcuno dimenticò di mettere nero su bianco di che cosa si trattava. Fatto è che nei mesi successivi i libici puntarono di nuovo i piedi, sostenendo che il Suo Governo si era impegnato a pagare una strada e non una bozza di carta. Ed ora si aspettano che l’Italia copra il costo dell’intero rifacimento della Via Balbia, duemila chilometri da Tripoli all’Egitto, valutato a qualche miliardo di dollari. Nell’attesa, le autorità libiche hanno bloccato tutti gli impegni presi, a cominciare dai crediti delle imprese italiane e al rilascio dei visti agli ex Italiani residenti, unica e povera consolazione contenuta nell’accordo del ’98 per la nostra categoria.
Tuttavia le Vostre fonti governative non hanno mai fatto cenno a questo blocco del processo di riconciliazione. Per quali motivi non riusciamo a immaginare. Sospettosi e diffidenti quali siamo diventati, stiamo indagando per accertarlo e per regolarci, essendo davvero inspiegabile che, mentre i capitoli della cosiddetta “normalizzazione” fallivano uno dopo l’altro, il Suo governo se ne dichiarava sempre più soddisfatto. Ad esempio il 5 giugno scorso a Tripoli, il ministro degli esteri Frattini si mostrava entusiasta dei rapporti bilaterali, che definiva “eccellenti ed esemplari”. E quindi da un lato implorava alla benevolenza di Tripoli un gesto di “disponibilità umanitaria” per i visti d’ingresso agli ex residenti, che invece era un preciso obbligo già assunto dai libici e dall’altro confermava il regalo di un’autostrada, perpetuando l’equivoco iniziale che, poche settimane dopo, cadeva sulla testa del collega Lunardi, andato a Tripoli senza il richiesto assegno di qualche miliardo di dollari per “costruire” quella strada.
Nel frattempo, di fronte alle ondate migratorie che partono dalla costa nord africana, i libici bocciavano la richiesta di una concreta collaborazione contro i trafficanti di schiavi, alzando di nuovo la posta per chiedere all’Italia di appoggiare la revoca delle sanzioni dell’ONU e la fine dell’embargo militare. Frattini abboccava, facendo propria questa causa anche davanti all’Unione europea.
Di visita in visita, di delusione in delusione si è così giunti agli amari sviluppi di ottobre: il discorso di Gheddafi a Misurata per la celebrazione del “giorno della vendetta”, con la riaffermazione che l’Italia deve ancora pagare i danni inferti nel periodo coloniale e bellico; la reazione diplomatica ordinata da Frattini per esprimere lo “sconcerto” della Farnesina; le pubbliche ammissioni dei vertici del ministero che la riconciliazione Italia-Libia in realtà è miseramente approdata a un punto morto.
Dunque, Signor Presidente, questa non è solo la storia di un anno perduto: un anno di promesse e tradimenti, in cui Gheddafi ingannava il governo italiano e quest’ultimo, con una politica pasticciata e autolesionistica, ingannava l’opinione pubblica; tradiva le categorie più deboli e sfortunate che ad esso si erano affidate; e danneggiava l’immagine internazionale del Paese in Libia, nel mondo arabo e altrove. Questa è anche la storia di una grande delusione politica e umana: Presidente Berlusconi, ci dispiace dirLe che avevamo creduto in Lei e nei suoi uomini. Ora non più.

Sabato, 01 November 2003 01:00

N° 11-2003

SOMMARIO DEL N° 11-2003

Editoriale
Fiducia nonostante tutto di Antonio Carbone
Comunicato stampa 

Attualità 
Brindisi di Natale di Giovanna Ortu 
Cessione si, cessione no
Espulsi da Gheddafi, sospettati da Bush

Rassegna Stampa 

Cultura
Scavando in Cirenaica di Francesco Prestopino 
Turismo in Libia oggi di Gianfranco Catania 

Il personaggio
La febbre della signora di Silin di Andrea Tripoli

Amarcord
Quattro soldi per Busadia di Renato de Paoli
Africa di tutti gli incanti di Toni Tinti

Rubriche
Voi per l’AIRL 
Vita dell’AIRL 
Album di famiglia 
Letti per voi 
Cous-cous caffé 
In memoria 
La vetrina

 

 


Fiducia nonostante tutto

di Antonio Carbone

Per la tanto sofferta soluzione al problema indennizzi dei rimpatriati dalla Libia, la fine del 2003 ha premiato la nostra azione insistente, rimettendo in moto la speranza e con essa, nonostante tutto, la fiducia grazie a un risultato nuovo: un ordine del giorno varato nella seduta del 17 dicembre alla Camera, durante la discussione sulla Finanziaria 2004. Dal Governo, che ci ha aveva delusi e amareggiati, la parola è passata ora al Parlamento, accorso a sostenerci con un ampio schieramento di consensi che, a questo punto, l'esecutivo non potrà certo ignorare. Diciamo subito che questo rilancio è stato guidato con intelligenza da un nuovo amico, sensibile e determinato, il deputato Luigi D'Agrò dell'UDC eletto in Veneto, autore dell'ordine del giorno n°9/4489/61 e capofila dell'operazione che si è risolta a Montecitorio con un'eccezionale e plebiscitaria approvazione, il cui significato bipartisan peserà ulteriormente sulle responsabilità governative.

Il governo, assediato di richieste e travolto dall'arcigna logica dei tagli e dei sacrifici, aveva tentato di annacquare la portata di questo nuovo intervento parlamentare a favore delle categorie penalizzate dalla Libia di Gheddafi. Perciò aveva insistito per accogliere platonicamente l'ordine del giorno come raccomandazione, evitando un'espressa deliberazione dell'aula. Ma il deputato dell'UDC ha insistito per metterlo in votazione e imporre all'esecutivo un impegno pieno e ineludibile.
E' andata quindi nel migliore dei modi possibili. D'Agrò si è alzato tra i banchi ed ha preso la parola ricordando che lo scottante e inevaso contenzioso Italia-Libia è stato trattato più volte nell'aula della Camera e che il rimborso dei crediti vantati dalle aziende italiane era stato ancora ridefinito nell'accordo Berlusconi-Gheddafi del 28 ottobre 2002. "Credo - ha aggiunto l'on. D'Agrò- che se non rispettiamo gli accordi internazionali e se non portiamo a casa quello che ci è dovuto, a questo punto, c'è da chiedersi perché firmiamo questi accordi. Quindi il governo ha il dovere di ottemperare a quanto richiesto nel mio ordine del giorno, che insisto venga messo in votazione". Il voto, mediante procedimento elettronico, è stato nominale, come richiesto dal proponente. Così, sorpresa nella sorpresa, l'emendamento è stato appoggiato da quasi l'unanimità dei 443 deputati presenti in aula della maggioranza e dell'opposizione, ottenendo 430 sì, 6 no e 7 astensioni.
Il testo dell'ordine del giorno, chiaro e inequivocabile, dice: "La Camera, premesso che: ad oggi gli Italiani espulsi dalla Libia nel 1970 non sono stati ancora completamente indennizzati dei loro beni confiscati dallo Stato libico; circa 120 imprese italiane che hanno svolto attività in suolo libico o hanno intrattenuto rapporti commerciali con aziende libiche vantano crediti pari a oltre 820 milioni di euro; sia i rimpatriati dalla Libia sia le aziende italiane hanno diritto ad essere risarcite del proprio capitale maggiorato di rivalutazione monetaria e di interessi legali; impegna il governo, in attesa che il governo libico dia piena attuazione all'accordo bilaterale Italia-Libia del 28 ottobre 2002 circa il pagamento dei crediti non assicurati vantati dalle imprese italiane nei confronti della Libia, a completare l'indennizzo degli italiani rimpatriati dalla Libia".
Quanti conoscono i complessi meccanismi istituzionali e i rapporti tra Governo e Parlamento possono constatare, in questo nuovo ordine del giorno, una capacità giuridica e politica di pressione a carico del Governo ben maggiore di tutti i recenti passaggi parlamentari relativi al dossier indennizzi. Vediamo perché. I nostri lettori ricorderanno che nel dicembre di due anni fa, nell'ambito della Finanziaria 2002, per insistenza di Riccardo Pedrizzi il Governo accolse l'ordine del giorno G34 ma senza alcuna votazione. All'inizio questa disponibilità ci parve -come parve a tutti- una convincente espressione di intenti, come prima risposta alle nostre istanze rappresentate al Vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini.

Nei mesi successivi la fiducia degli italiani penalizzati dalle vicende libiche salì ancora, non solo a seguito del riconfermato impegno di Gianfranco Fini, ma anche delle personali promesse fatte dal Presidente Berlusconi, che si preparava a recarsi a Tripoli, alimentando un clima di euforia per lo sperato "nuovo corso" dei rapporti Italia-Libia. Quando però, a fine 2002, si arrivò alla discussione della Finanziaria 2003, non una parola o una cifra del nuovo bilancio statale erano state dedicate alla nostra categoria; e nulla di concreto era avvenuto, a parte il disegno di legge Pedrizzi n.1334 che, generoso sulla carta nel chiudere la sofferta vicenda indennizzi, mancava della copertura di spesa e quindi era solo una delle migliaia proposte virtuali, sfornate a getto continuo dagli uffici del Parlamento e destinate a non approdare mai ad un esito legislativo.
Lo stesso Pedrizzi tentò in extremis di salvare la faccia al Governo (e a se stesso) facendo approvare un emendamento alla vigilia di Natale che definimmo su questo giornale "Una piccola grande vittoria", perché, pur stanziando la somma ridicola di quindici miliardi di vecchie lire suddivisi in tre anni, ci era stato presentato come una specie di "innesco" capace di dar vita ad una seria copertura di spesa al d.d.l. Pedrizzi. Occorsero tre o quattro mesi, varie riunioni dei tecnici del Tesoro e imbarazzate ammissioni del Presidente della commissione Finanze del Senato per rendersi conto che quei soldi non solo non innescavano un bel nulla ma, per un errore legislativo, non erano neppure spendibili per dare una boccata d'ossigeno ai rimpatriati maggiormente bisognosi.
Avevamo appena assorbito quella delusione che ce ne toccò un'altra ben più grave e umiliante, perché proveniente da Gianfranco Fini in persona. Il 7 maggio di quest'anno, in un colloquio a Palazzo Chigi, faccia a faccia con la Presidente dell'AIRL, il Vicepresidente del Consiglio aveva assunto il solenne impegno di risolvere definitivamente il nostro problema nella Finanziaria 2004, gettando su di esso il suo personale prestigio. Sapete tutti con quanto dolore la dirigenza della nostra Associazione ha dovuto prendere atto di questa oltraggiosa mancanza di parola, per la quale - va detto anche questo - il Vicepresidente del Consiglio a tutt'oggi non si è ancora giustificato. Purtroppo molte cose e molti rapporti sono adesso più chiari.
Dopo lo "strappo" di fiducia con il Governo, senza perderci d'animo, abbiamo tuttavia reagito con rinnovata determinazione, pressando con molteplici iniziative il Parlamento e le forze politiche di maggioranza e opposizione, tessendo la nostra tela con una serie di colloqui ad alto livello, tra i quali citiamo per primo quello con il Segretario dell'UDC Marco Follini. Grazie anche alla nostra adesione, il convegno del 16 ottobre organizzato al Capranica di Roma dall'AIRIL di Leone Massa (aziende creditrici della Libia) è stato una svolta cruciale, un momento della verità per i gruppi parlamentari, per le direzioni competenti della Farnesina e per lo stesso Governo, rappresentato dal più sensibile Ministro, On. Carlo Giovanardi, non a caso anche lui dell'UDC.
L'ordine del giorno di Luigi D'Agrò ha il pregio di unificare per la prima volta in un unico corpo e in un'unica logica i due maggiori elementi facenti capo direttamente o indirettamente al contenzioso italo-libico. Questo abbinamento non potrà che accrescere la forza di entrambe le categorie che intendono continuare a muoversi sempre più in sinergia, incalzando il Governo affinché nell'anno ora aperto accolga l'invito perentorio del Parlamento. Chiudiamo perciò il 2003 con l'ottimismo della ragione, quel sentimento di fiducia che nasce dalla consapevolezza dei nostri diritti e della nostra capacità di promuoverli, insieme alla massa dei nostri associati e all'ampia schiera dei nostri amici.

Giovedì, 01 January 2004 01:00

N° 01-2004

SOMMARIO DEL N° 01-2004

Editoriale
Aspettando Berlusconi di Giovanna Ortu
Comunicato stampa 

Attualità 
Gli intrecci della storia fra passato e presente di Andrea Tripoli 
Cessione si, cessione no
Prodi, Gheddafi e noi
Gli ebrei di Libia e la Shoah di Fortunée Habib
Mario Schifano è tornato a Tripoli di Giovanna Ortu 
Il seme germinato di Herbert Pagani di Maria Laura Trovato
Convegno degli oriundi di Libia a Roma

Cultura
Nostro Silfio di Cirenaica di di Francesco Prestopino 
Il turismo in Libia domani di Gianfranco Catania 

Amarcord
Adolescenti nel filmato della memoria di Paolo Cason
Insieme per ricordare di Ileana Christoudis

Rassegna Stampa 

Rubriche
Vita dell’AIRL 
Voi per l’AIRL 
Letti per voi 
Cous-cous caffé 
Lettere al giornale
In memoria 
La vetrina

 

 


Lo stallo Italia-Libia Aspettando Berlusconi

di Giovanna Ortu

Lo stallo continua nei complicati rapporti tra Roma e Tripoli, dopo e nonostante il secondo incontro in Libia tra il Presidente Berlusconi e il colonnello Gheddafi. La premessa è davvero amara. Proprio nel momento in cui la Libia si apre al mondo, normalizzando i suoi rapporti non solo con Usa e Gran Bretagna ma anche con Francia e Germania, possiamo toccare con mano il fallimento di oltre trent'anni della nostra politica con Tripoli. Negli oltre trent'anni dell'isolamento libico, l'Italia ha sacrificato i suoi interessi, il suo prestigio e il suo orgoglio nazionale, accontentandosi di un ambiguo ruolo di poco credibile mediazione tra il regime di Gheddafi e la comunità internazionale. I rapporti che hanno un brutto inizio tendono a proseguire in un binario sbagliato. L'errore iniziale da parte italiana fu la rassegnata e fatalistica accettazione della nostra espulsione in massa e della confisca di tutti i beni italiani, comprese le grandi banche e gli istituti assicurativi. Non dovevamo certo fare guerra al nuovo regime libico, ma solo servirci della forza giuridica e morale degli strumenti stabiliti dalla convivenza tra i popoli. Roma poteva rivolgersi all'Onu, chiedendo una risoluzione di condanna della Libia (avremmo solo preceduto le successive iniziative di Usa e Gran Bretagna) e soprattutto avrebbe dovuto pretendere l'arbitrato internazionale espressamente previsto dal trattato bilaterale firmato con Tripoli nel 1956 sotto l'egida delle Nazioni Unite.

Se ancora oggi i governi italiani continuano ad agitarsi con imbarazzo davanti alle continue pretese libiche di grandi o piccoli "gesti di riparazione", ciò è dovuto a quell'iniziale sbandamento e a quella fuga di responsabilità di fronte alle ferree regole della politica, che poi sono anche le regole della storia. Quella rinuncia italiana al propri diritti e al proprio orgoglio fu il primo vero segnale che il nuovo regime libico colse dall'Italia, traendone il codice di condotta per tutti i successivi rapporti con il nostro Paese. Il decreto di confisca dei beni italiani affermava che si trattava di un primo parziale atto di riparazione per i presunti danni del colonialismo. Cioè, un capitolo che era stato già chiuso con ampia soddisfazione del precedente regime, veniva riaperto senza alcun motivo diverso dalla logica della prepotenza rivoluzionaria. Nella testa, indubbiamente assai intelligente del neo leader Muammar Gheddafi. si formò un pensiero chiaro: "Sì, con l'Italia, si può fare". Da allora è tornata sul tavolo l'inesistente questione del "gesto di riparazione" che l'instancabile negoziatore Andreotti aveva concesso in via del tutto simbolica - il famoso ospedale - ma che dall'accordo del 1998 con Lamberto Dini, passando per il suo successore Renato Ruggiero, assunse crescenti dimensioni, trasformandosi nell'ultimo colloquio con Berlusconi, in un'assurda autostrada da 3 o 4 miliardi di euro che l'Italia non è assolutamente in grado di regalare neppure a se stessa.
Per oltre trent'anni anche la politica italiana verso la Libia è rimasta prigioniera di quel primo tragico cedimento sul terreno della serietà e dell'onore. Sicché per tutto questo tempo, Roma e Tripoli hanno convissuto come due amanti segreti e traditori, che senza amarsi e senza stimarsi si scambiano favori e dispetti, continuando gli incontri clandestini. L'isolamento della Libia nella comunità internazionale ha alimentato ulteriormente questo imbroglio nel quale la nostra diplomazia s'era illusa di trovare un originale spazio di manovra, mentre l'Agip, la Fiat, i servizi segreti e gli avventurieri minori giocavano ben più vantaggiose partite.
Il bilancio di questi decenni è ormai purtroppo chiaro. La Libia si è redenta su tutta la linea e non possiamo -soprattutto noi- non rallegrarcene; ha rinunciato ai programmi di armamenti di distruzione di massa, che poi -si è saputo- non avevano in realtà una base credibile ed ha subito aperto le porte ai controlli degli ispettori internazionali; ha riconosciuto le proprie colpe nel terrorismo, concordando il risarcimento delle vittime; si è lanciata a collaborare contro il nuovo terrorismo islamico; sta normalizzando con gioia i rapporti con gli anglo-americani che hanno bombardato Tripoli e Bengasi, uccidendo numerosi civili tra cui la piccola figlia adottiva del Colonnello. Davanti alla fermezza dei valori e alla risolutezza degli Stati, la Libia ha ora fatto ammenda di tutti i suoi torti, con tutti. Tranne che con l'Italia. No, con noi no. Anzi, dovendo fare larghe concessioni agli anglo-americani, per Gheddafi il nostro Paese resta un'ideale valvola di sfogo per accreditare all'interno una virile durezza verso la fragile ex potenza coloniale.
In questo triste panorama, l'unico fatto nuovo che ci incoraggia a ben sperare per il nostro destino e per l'immagine dell'Italia è il clima politico generale di maggiore attenzione ai nostri diritti di indennizzo; la crescente vigilanza del Parlamento; il supporto convinto del Ministero degli Esteri; e, soprattutto, l'impegno del premier Berlusconi a ricevere a breve una delegazione dell'Airl per fare il punto della situazione. Gli abbiamo chiesto un appuntamento urgente e siamo in attesa di essere convocati per chiudere una volta per tutte il contenzioso dei risarcimenti. Per quanto siamo venuti a sapere, il Presidente del Consiglio è tornato deluso e preoccupato dal colloquio con Gheddafi, definendo astronomiche le richieste di quest'ultimo. Quando Berlusconi ci riceverà, intendiamo dargli tutto il nostro appoggio nel braccio di ferro con il colonnello di Tripoli, affinché possa convincerlo che l'Italia ha già versato ampiamente e doppiamente il suo "atto di riparazione" verso la Libia. Lo ha pagato con gli accordi del trattato del 1956 e lo ha pagato di nuovo con le confische del 1970. Manca solo il terzo lato del triangolo: gli indennizzi per i beni privati espropriati alla nostra collettività. Subito dopo che il governo italiano avrà stanziato i fondi per approvare in tempi rapidi il disegno di legge Pedrizzi che da due anni giace al Senato, il nostro Presidente del consiglio potrà dire al colonnello: "Amico, noi abbiamo già dato e tu hai già avuto, i soldi e la rivincita. Ognuno ha avuto il suo. Finiamola qui e pensiamo davvero al futuro".

Lunedì, 01 March 2004 01:00

N° 03-2004

SOMMARIO DEL N° 03-2004

Editoriale
Restituiamo dignità ai nostri cari defunti di Giovanna Ortu

Rimettiamo in piedi il nostro angelo caduto di Giovanna Ortu

Facciamo anche noi la nostra parte di Giovanna Ortu

Dal degrado al risanamento di Luigi Sillano
Le planimetrie di Hammangi di Italo Casaccio

La fanciulla venuta dal cielo di Paolo Cason

Le tombe gentilizie del cimitero di Renato Terreni

Le tappe del progetto Hammangi di Giovanna Ortu
Il comitato italo-libico
I verbali delle riunioni del comitato

Vincenzo Caprioli: professionalità e simpatiadi M.L. Trovato

Il destino nel numero trentatré di Andrea Tripoli

Aiutateci a fare chiarezza

I questionari

L'elenco dei defunti sepolti ad Hammangi

 

 


Restituiamo dignità ai nostri cari defunti

di Giovanna Ortu

La Farnesina, d'intesa con le Autorità libiche, ha avviato una grande operazione di civiltà e riscatto con la partecipazione dell'AIRL

Sul “nostro” cimitero di Tripoli, oggi in condizioni di totale sfascio e abbandono, riconosciamo che il presidente Berlusconi è stato di parola. Così come abbiamo dovuto accusarlo di non aver mantenuto gli altri due impegni presi con gli Italiani di Libia -gli indennizzi e i visti - all’epoca della visita in Libia (28 ottobre 2002), ecco con la stessa serena franchezza gli diamo atto di aver realizzato la terza solenne promessa fatta personalmente al presidente dell’Airl: cioè di provvedere al risanamento del dimenticato cimitero cattolico di Hammangi. E diciamo subito che va dato alla Farnesina il merito di aver fatto partire concretamente l’operazione già nel 2003, avviando le ben complesse procedure amministrative e consolari.
Per molti anni l’Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia ha continuato a ricevere segnalazioni e testimonianze di questa dolente ferita alla dignità del nostro Paese. Quei resti di salme tra tombe dissestate e scoperte, tra detriti e rifiuti non sono soltanto i defunti della comunità italiana, i nostri morti. In realtà quelle ossa appartengono all’intera Nazione italiana, alla sua storia, alla sua identità. Quando in 20 mila, nel 1970, dovemmo lasciare quella terra, espulsi dal nuovo regime, solo alcuni ebbero l’opportunità di andare ad Hammangi a deporre l’ultimo fiore ed altri, in seguito, a far rimpatriare le salme dei propri cari. Da allora, a causa del divieto di rimettere piede in Libia imposto da Gheddafi agli italiani che vi sono nati -ostracismo tuttora in vigore- noi esuli abbiamo seguito a distanza, impotenti, il progressivo degrado di quel luogo nel quale quasi nessun italiano aveva messo più piede. Questo pietoso, triste ma esaltante compito è stato la parte più significativa del mio viaggio a Tripoli, avvenuto nel maggio 2002, quando, grazie all’invito dell’ambasciatore della Jamahiryia a Roma Alobidi, ho potuto ritornare con mia figlia in quella terra. Fu l’occasione per compiere un sopralluogo ed acquisire i primi elementi per far partire l’attuale programma di recupero.
Bisogna chiarire per onestà che soltanto per motivi storico-politici la Libia può essere chiamata in causa come indiretta responsabile del caso Hammangi. Purtroppo, come dimostra l’avvilente contrasto con la manutenzione dell’attiguo cimitero inglese, il degrado del luogo dei nostri morti è stato frutto di una prolungata incuria generale dello Stato italiano e della distrazione di coloro che, presenti (e talvolta residenti) in Libia con ruoli economici ed anche religiosi, non potevano ignorare quella realtà cui avrebbero forse potuto trovare qualche rimedio.
Il nuovo quadro di rapporti tra Italia e Libia rende finalmente possibile affrontare quella situazione. Il risanamento di Hammangi è frutto della volontà dei due Governi di andare avanti con passi concreti nel processo di normalizzazione e rilancio delle relazioni bilaterali. Perciò, dopo l’impulso dato da Berlusconi, l’Airl ha trovato nella Farnesina gli interlocutori giusti, prima con l’ambasciatore Antonio Badini, direttore generale per il Mediterraneo, e attualmente con il suo successore ambasciatore Riccardo Sessa. Quest’ultimo, d’altra parte, aveva già seguito con particolare solidarietà il nostro contenzioso fin dal 1990. Il progetto Hammangi ha così cominciato a prendere forma grazie all’impegno delle nostre autorità diplomatiche a Tripoli, ambasciata e consolato, e agli impulsi del nostro referente diretto al Ministero degli Esteri, consigliere Fabrizio Marcelli, che da queste pagine salutiamo per il nuovo incarico all’importante ambasciata di Buenos Aires. Ci hanno favorito in questo compito gli ottimi rapporti instaurati con i rappresentanti della Jamahiria libica a Roma.
Da questa convergenza di intenti e di sensibilità si è giunti a costituire il comitato misto italo-libico per l’operazione Hammangi, di cui fa parte in rappresentanza dell’Airl il geometra Luigi Sillano. Il comitato si è già riunito due volte a Tripoli (potete leggere i verbali a pagina 19) mettendo a punto prima un progetto di massima e poi definendo un progetto esecutivo al momento in corso di approvazione. L’opera prevede un restringimento del cimitero e il trasferimento delle salme nella zona dell’ex sacrario militare, rimasto vuoto dopo che i resti dei caduti sono stati rimpatriati a Redipuglia, negli anni ’70.
Si tratta di un’operazione imponente sia sotto il profilo delle opere civili sia per la complessità della identificazione e traslazione dei defunti. In questo progetto l’Airl è stata ufficialmente incaricata dal Ministero degli Esteri di raccogliere l’imponente massa dei dati riguardante le salme, il cui numero è valutato a circa 8.500.
Dopo l’approvazione del progetto definitivo, sarà possibile quantificare il costo dell’opera, che verrà affrontato con fondi messi a disposizione dalla Farnesina, attraverso una sottoscrizione da noi lanciata alle imprese che attualmente lavorano in Libia e con altre iniziative pubbliche e private. In questo quadro, ovviamente, facciamo noi per primi la nostra parte con una sottoscrizione simbolica tra gli associati, com’è meglio specificato nell’articolo della pagina successiva. Anche perché crediamo giusto e onorevole che tutti possano partecipare a quest’obbligo di civiltà.
In quel luogo oggi abbandonato, noi italiani di Libia abbiamo lasciato le spoglie dei nostri padri e dei nostri nonni, coloro che per mandato della Nazione quella terra costruirono e amarono. Aiutateci a restituire loro dignitosa sepoltura e pace eterna, ora che quel capitolo di storia si è chiuso. Aiutateci a lasciare in quella terra, un segno del nostro passaggio.

Giovedì, 01 April 2004 02:00

N° 04-2004

SOMMARIO DEL N° 04-2004

Editoriale
La nostra traversata del deserto di Giovanna Ortu
Tutti a Roma il 30-31 ottobre 2004

Speciale Hammangi

Facciamo un pò di chiarezza di Giovanna Ortu

Attualità
Bergamo, rinnovate promesse di Franca Bianchini Iezzi
Vittorio Surdo, l'Ambasciatore di Suk el Giuma
Il riscatto degli alloggi di Italo Casaccio
Dario Rivolta incontra i Presidenti di AIRL e AIRIL

Selva-Ortu: trent'anni di amicizia

Ai tropici del Pacifico di Piero Pieroni

Cultura
La donna in Libia tra passato e futuro di Carla Ghezzi
Un dono da condividere di Pedrag Matvejevic 
La memoria degli italiani di Libia di Antonio Rosati

Amarcord
Camilla ci ricorda il nonno eroe di Angelo Montalto

Il personaggio
Caro Professore di Sandro Maria carucci

Arti e mestieri

Presi...per la gola

Rassegna Stampa

Rubriche
Voi per l’AIRL

Vita dell’AIRL

Lettere al giornale

Letti per voi 
Cous-cous caffé

In memoria
La vetrina

 

 


La nostra traversata del deserto

di Giovanna Ortu

L'Italia e la politica stanno vivendo una fase molto difficile. Il congresso convocato dall'AIRL per

il 30-31 ottobre a Roma si terrà in una cornice generale che inevitabilmente renderà meno gioioso del solito il nostro annuale appuntamento. Anche noi, come tutti, guardiamo al presente e al futuro con motivi di ansia e preoccupazione: la guerra in Medio Oriente, il conflitto globale contro il terrorismo, il crescente impegno militare dell'Italia al fianco degli alleati e le contro-spinte pacifiste all'interno del Paese, con il carico di caduti e vittime che abbiamo già dovuto piangere. Infine le minacce incombenti sulle nostre città, suscettibili di modificare la nostra vita e di provocare risposte irrazionali ed emotive. Tutto questo ci colpisce in modo particolare come Italiani di Libia, per la nostra più acuta sensibilità su certe tragedie, per la nostra memoria che ancora soffre lo sradicamento, l'umiliazione e la diaspora. E per la nostra incredulità di fronte al violento strappo tra religioni diverse, che offende la tradizione di pacifica convivenza da noi vissuta nella nostra passata esperienza nel Vicino Oriente.

La percezione dell'instabilità che ci circonda dall'esterno si accompagna ai timori per le difficoltà generali del Paese, per il calo del benessere collettivo e della sicurezza economica delle famiglie italiane. Ma tutto questo non può giustificare le croniche omissioni dello Stato e della politica, che prolungano oltre ogni sopportazione ciò che possiamo definire come la nostra traversata del deserto: quel cammino iniziato 34 anni fa del quale ancora non riusciamo a vedere la fine. La prova di questa incompiutezza è facilmente visibile. Fra le continue celebrazioni di eventi che appartengono ormai ai libri di storia oppure alle cronache ancora calde, cui la nostra classe politica si dedica sotto i riflettori delle tv, bisogna notare con sorpresa e amarezza che ben pochi si ricordano del nostro esodo forzato dalla Libia. Per noi non ci sono anniversari.

Nonostante l'attuale ritorno a facili patriottismi, talvolta fatti di musiche e di parole, dobbiamo constatare che la vicenda ingiusta e crudele che sconvolse le nostre vite sembra cancellata dalla memoria collettiva del Paese. Altri italiani che hanno patito un analogo esilio, la stessa estirpazione di radici, la stessa confisca di beni vengono onorati e lusingati. Giustamente. Ma noi no. Il nostro caso è stato di fatto accantonato, come se fosse cosa indecente, nel nome della realpolitik con il regime libico e per il pavido approccio dell'Italia alle proprie responsabilità storiche e all'arte diplomatica di gestire i rapporti con un Paese che, nel suo processo di aperture internazionali, ha conservato la sua intransigenza solo con chi ha fatto del tutto per meritarla.

Dall'oblio della coscienza nazionale verso una categoria di propri cittadini, numericamente rappresentativa ma dotata di debole difesa politica, deriva per noi questa specie di status di italiani di serie B dal quale non ci è permesso di emanciparci. Perché è vero che, grazie alla nostra vitalità e tenacia, la maggior parte degli italiani di Libia - non tutti purtroppo - riuscirono a reinserirsi nel corpo sociale della nazione, ricostruendo la nostra vita sia pure dalle umili occasioni offerte e dai minimi indennizzi ricevuti dalla Patria. Ed è vero che a distanza di tanti anni molti di noi -ripetiamo, non tutti- possono vantare successi grandi o piccoli e soddisfazioni per sè e per i propri figli a coronamento di sofferenze e sacrifici.

Ma resta il fatto che il nostro contenzioso morale e materiale non è affatto chiuso. Perché gli indennizzi per i beni perduti, riconosciuti ma solo in parte concessi a suo tempo, si sono di nuovo bloccati per l'inerzia dell'attuale governo italiano, unico nostro interlocutore responsabile su questo punto. Mentre la questione dei visti è ancora irrisolta, nonostante gli impegni ripetutamente assunti dal governo libico, ponendo con ciò uno scandaloso caso umanitario che –ci dispiace per chi ha tentato in buona fede di sostenerci- ormai ci accingiamo necessariamente a porre nelle adeguate sedi internazionali.

Con fiducia avevamo accolto le promesse personali di Berlusconi così come quelle di Gianfranco Fini. Con speranza avevamo titolato un nostro editoriale su Italiani d'Africa “Aspettando Berlusconi”. Ma avendo ormai aspettato abbastanza, dovremo presentarci al nostro congresso di ottobre con una diagnosi impietosa sul comportamento del governo e della classe politica, con un ampio rapporto pubblico sugli impegni traditi, distinguendo i pochi amici dai troppi imbonitori, la buona fede dalla cattiva volontà, la serietà dei propositi dalle non poche millanterie. In quell'occasione potremo verificare anche l'esito delle ultime promesse ricevute, come il solenne impegno assunto nel nostro convegno di Bergamo dal Ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia di presentare un nuovo provvedimento finale per gli indennizzi con una diretta iniziativa governativa. Anche qui dovremo distinguere come sempre tra i rapporti personali e il giudizio politico.

Pur nel quadro triste e ambiguo in cui il governo di centro-destra ha sperperato la credibilità che gli avevamo accordato, l'unico concreto segnale di attenzione è venuto dal ministero degli Affari Esteri con l'iniziativa per il risanamento del cimitero tripolino di Hammangi: un'operazione voluta dalla Direzione generale del Mediterraneo e Medio oriente, guidata da Riccardo Sessa, che per realizzarsi superando ostacoli culturali e intralci burocratici dovrà però essere seguita con molta tenacia.
Giovedì, 01 July 2004 02:00

N° 07-2004

SOMMARIO DEL N° 07-2004

Editoriale
La riscoperta di Hammangidi Luigi Sillano
Tutti a Roma il 30-31 ottobre 2004

Il progetto Hammangi su internet

Facciamo un pò di chiarezza di Giovanna Ortu

I questionari
Le vostre emozioni
Le cappelle di Hammangi
Dario Rivolta incontra i Presidenti di AIRL e AIRIL

Facciamo anche noi la nostra parte

Rassegna stampa

I defunti sepolti attualmente ad Hammangi 
L'elenco dei defunti sepolti ad Hammangi

 

 


La riscoperta di Hammangi

di Luigi SIllano

Eccoci al secondo dei numeri speciali di Italiani d’Africa dedicati a quella che abbiamo chiamato “operazione Hammangi” avviata dall’AIRL, d’intesa con il Ministero degli Esteri, per il riscatto del cimitero cattolico di Tripoli dal suo lungo stato di degrado e di abbandono. Dobbiamo dirvi che abbiamo vissuto mesi di grande preoccupazione. Perché mentre da un lato l’Associazione dei rimpatriati sta onorando tutti i suoi obblighi morali, economici e organizzativi - compiendo uno sforzo eccezionale rispetto alle nostre limitate possibilità - dall’altro lo Stato non sta facendo la sua parte.

In breve, anche quest’unica parte del contenzioso italo-libico che si era mossa dandoci un concreto motivo di speranza - Hammangi - si è fermata, restando all’improvviso impigliata nelle maglie della burocrazia. Per motivi che, nonostante le cortesie di facciata, non siamo riusciti a capire.
Da quanto è trapelato fino a noi, sembra che tutto fosse in regola, grazie al lavoro preparatorio del comitato misto nel quale l’Airl è presente con un suo rappresentante: il progetto, le mappe, l’elenco delle 8 mila salme tumulate, ricostruito su nostro mandato da un’impresa italiana specializzata con una ricognizione fotografica tomba per tomba. Il pacchetto era pronto, con tutte la documentazione d’appoggio, a partire dal fondamentale e – diremmo - quasi prodigioso consenso della parte libica, convinta dalle nostre autorità consolari a concorrere a quest’opera di civiltà.
Ebbene, al momento della firma, la Farnesina ha dovuto sospendere l’operazione, fermando la mano della delegazione italiana dopo che quella libica aveva già firmato il documento. Il motivo? Sembra che la spesa prevista di 4 milioni di euro fosse priva di idonea copertura finanziaria. Pertanto, il generoso lavoro preparatorio di alcuni settori diplomatici, ai quali inviamo ancora la nostra riconoscenza, si è afflosciato per mancanza di spinta propulsiva.
A quel punto, eravamo giunti sull’orlo della disperazione. In poche settimane, la sottoscrizione aperta dall’associazione nell’ambito dei suoi soci aveva messo insieme 4 mila euro, mentre lo Stato italiano non pareva in grado di stanziare una somma oggettivamente ridicola per un atto dovuto al fine di rimediare ai danni prodotti dalla sua stessa incuria in quell’angolo sperduto in cui riposano i suoi figli mandati in Libia.
Stavamo quindi indagando per capirne di più, nel timore di essere stati per l’ennesima volta abbandonati a vantaggio di altre priorità. Era la fase dei “telefoni staccati”, quando anche gli interlocutori più attenti alle nostre cose parevano essersi dileguati per l’imbarazzo. Invece di colpo – come sapevamo per certo - il contenzioso italo-libico è tornato in agenda come parte inscindibile dalla revoca delle sanzioni economiche e militari al regime libico. La stampa nazionale ha dedicato la sua attenzione alle nostre ferite ancora aperte, restandone assai colpita, come si è notato dalle varie interviste richieste alla presidente dell’AIRL. E qui, oltre alla questione dei mancati indennizzi, è riemersa la questione Hammangi, oggetto di una folgorante “scoperta”, grazie all’intervento del ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia, che ha intimato al suo governo di porre rimedio immediatamente a tutte le nostre questioni, chiedendo un intervento urgente anche per il riscatto del cimitero “vergognosamente abbandonato”. Vedremo quali saranno gli effetti concreti di questa sortita. 
E’ ancora presto per dire che siamo di nuovo usciti dal tunnel. Ma almeno abbiamo ripreso a sperare, continuando nel frattempo a lavorare per restituire una dignitosa sepoltura ai nostri morti rimasti in Libia.

Mercoledì, 01 September 2004 02:00

N° 09-2004

SOMMARIO DEL N° 09-2004

 

 

 


Tutti a Roma per... la fine de La nostra traversata del deserto

di Giovanna Ortu

Questa pagina era già in tipografia quando, alle ore 19.00 del 7 ottobre, le agenzie di stampa e i telegiornali della sera hanno diffuso la notizia da noi tutti tanto attesa: Berlusconi e Gheddafi, nella lunga marcia di avvicinamento tra due personalità, due popoli e due Paesi, avevano deciso di restituirci l’onore perduto.

Un Berlusconi commosso e partecipe ha chiesto all’amico Muammar di rendere finalmente operativi un accordo di sei anni fa e una promessa vecchia di oltre due anni, rimasti sulla carta. Finalmente, questo grande giorno, dopo la lunga attesa che ci lasciamo dietro le spalle, pronti a dimenticare decennali ingiustizie, umilianti anticamere e la tremenda solitudine di chi si sente abbandonato nell’oblio.
La nostra “traversata del deserto” è il cammino che iniziammo 34 anni fa del quale ora, all’improvviso, ci sembra di scorgere la meta finale: la revoca della discriminazione de facto tollerata dal nostro governo in parallelo con la discriminazione attuata dalla Libia. Ora che Gheddafi ha fatto la sua parte, il governo si trova a dover fare la sua, dandoci l’indennizzo finale che ci spetta per i beni confiscati nel 1970. Altrimenti non sarebbe completa la reintegrazione del danno né la restituzione dell’onore violato su quei luoghi che dovemmo abbandonare. E in questo caso la concessione di tornare a rivederli apparirebbe solo un diabolico espediente per tranquillizzarci.
E quindi non siamo ancora del tutto tranquilli, mentre, sul filo di lana di una finanziaria che ha clamorosamente “dimenticato” di inserire l’atteso stanziamento che ci compete, lavoriamo per inchiodare sulla realtà concreta la promessa ricevuta in extremis: un emendamento del governo che ci consenta di chiudere la partita, recuperando almeno in parte quanto ci venne confiscato.
Per tutto ciò, il nostro appuntamento di quest’anno alla Domus Pacis sarà speciale. Da un lato si svolgerà in un’atmosfera di ottimismo e rinnovata fiducia. Per la prima volta noi quasi senza-patria potremo cominciare a festeggiare il nostro reinserimento a pieno titolo nella comunità nazionale. E d’altro lato, il nostro convegno servirà a far giungere al Governo e al Parlamento testimonianza della nostra attenzione e della nostra attesa, ancora non risolta.

Venerdì, 01 October 2004 02:00

N° 10-2004

SOMMARIO DEL N° 10-2004

 

 

 


Dopo la traversata del deserto

di Giovanna Ortu

Eccoci qui a festeggiare, con il nostro convegno annuale, la conclusione della nostra traversata del deserto. Con l’aiuto di Dio, se non verrà fuori qualche altra sorpresa politico-burocratica dal governo italiano, dovremmo essere giunti davvero alla fine del nostro interminabile viaggio iniziato nel 1970. Abbiamo cambiato in extremis il titolo di invito e il programma di questo convegno, che doveva essere un raduno di sfida e di rivolta per l’iniqua punizione dell’oblio che ci era stata inflitta dallo Stato, dalla politica e talvolta dagli stessi amici cui ci eravamo affidati. Non neghiamo perciò di aver temuto e criticato in anticipo la quarta visita di Berlusconi in Libia il 7 ottobre scorso. E non abbiamo mancato di indirizzare la nostra amarezza al Presidente del Consiglio fino a poche ore prima della sua partenza. Adesso dobbiamo riconoscere che con un grosso impegno finale, Berlusconi ha risolto la partita. 

Dopo le promesse e le illusioni sulla fine dell’ostracismo agli italiani nati in Libia, preannunciato nel primo incontro del 2002 tra il Presidente del Consiglio e il colonnello Gheddafi e dopo le clamorose omissioni delle leggi finanziarie 2003 e 2004 che, per pura incuria, avevano accantonato la piccola ma - per noi vitale - questione degli indennizzi dietro pretestuose motivazioni d’ordine contabile, confesso che mi sembrava d’essere finita in un vicolo cieco. La disperazione dei rimpatriati era ormai divenuta parte di un meccanismo che rischiava di restare eternamente bloccato tra l’irrisolto contenzioso italo-libico e il nuovo problema del controllo del flusso dei clandestini.
I nostri amici ed esperti ci consigliavano tuttavia calma e pazienza, osservando che, proprio gli ultimi eventi, rendevano sempre più indispensabile una riconciliazione tra i due Paesi: il nuovo profilo collaborativo assunto dal governo del colonnello Gheddafi nel quadro internazionale e i conseguenti obblighi politici erano elementi incoraggianti che oggettivamente premevano per l’apertura di un nuovo capitolo. 
In breve, tra Roma e Tripoli non era più possibile continuare con la sola politica dei rapporti petroliferi e finanziari. Dopo 34 anni di incomprensioni, due popoli così geograficamente interdipendenti e così storicamente intrecciati in un comune destino geopolitico non potevano continuare a mantenere relazioni così altalenanti. La verità è che tra Italia e Libia stava finendo un’epoca - anzi ormai dovremmo poter dire che è finita - e che da questo nostro convegno nascerà un nuovo corso.
Improvvisamente tutte le tessere del mosaico sono andate a posto, in quel giorno straordinario, quando un Berlusconi commosso e partecipe chiedeva a Gheddafi di rendere finalmente operativi un accordo di sei anni fa e una promessa vecchia di oltre due anni. Con l’annuncio del ritorno pronunciato dai due leader insieme sul palco, il “giorno della vendetta” veniva seppellito e sostituito dal “giorno dell’amicizia”. So che molti di noi sono rimasti senza fiato ed io per prima.
Non è facile spiegare a chi non ha vissuto la nostra storia che quella condanna all’esilio dalla terra delle origini era una ferita sempre aperta, perché espropriava la nostra identità e perché, accettata passivamente per oltre 30 anni dai governi italiani, ci bollava come il capro espiatorio della situazione. Tentando di archiviare noi era stato rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato irrisolto e temuto. E così noi eravamo colpiti due volte come figli della colpa dalla Patria italiana e dalla Libia nella quale eravamo nati.
Ora finalmente le acque stanno defluendo. Con la restituzione della nostra dignità, ritroviamo appieno anche la nostra identità, torniamo ad essere cittadini italiani con pari diritti, che non debbono nascondere ma anzi possono vantare con orgoglio le loro origini. Di tutto questo ringraziamo per prime quelle autorità libiche che ci hanno sempre dimostrato simpatia e solidarietà e in particolare l’Ambasciatore Abdulati Alobidi, che ha concluso pochi giorni fa la sua missione presso la rappresentanza di Roma della Jamahiria. Ringraziamo il presidente Berlusconi, il vicepresidente Fini, il caro amico Tremaglia e quanti altri si sono battuti per noi e ci sono stati vicini, forse anche quando non ce ne accorgevamo. Ringraziamo di nuovo Mirko Tremaglia e il viceministro Mario Baldassarri che si sono impegnati con determinazione per chiudere finalmente il capitolo ancora aperto degli indennizzi con la legge finanziaria 2005.
Cari Italiani di Libia e cari amici, speriamo davvero che un’epoca si chiuda per sempre con questo incontro eccezionale. Abbracciamoci tutti per dare il via al nostro nuovo futuro.

Mercoledì, 01 December 2004 01:00

N° 12-2004

SOMMARIO DEL N° 12-2004

Editoriale

Ma noi non disarmiamo di Giovanna Ortu

Speciale Convegno 
La fine della traversata del deserto

I messaggi

Carlo Azeglio Ciampi

Mirko Tremaglia

Adolfo Urso

Gian Guido Folloni

Gli interventi

Giovanna Ortu

Abdulati Alobidi

Giulio Andreotti

Riccardo Pedrizzi

Raffaello Fellah

Gianfranco Fini

L'Assemblea Generale

La scelta culturale

Attività del centro culturale "Silfio"

Il nuovo Statuto

La traversata del deserto in immagini

Ritorno a Tripoli

Viaggio a Tripoli di Giovanna Ortu

Dicono di noi sui giornali...

...ed in televisione

Domenica a S. Francesco

Attualità
Rendez-vous a Bay of Islands di Piero Pieroni

Il Personaggio

L'uomo del campo di pallone di Renato de Paoli

Rubriche
Voi per l’AIRL
Lettere al giornale 
Cous-Cous Caffé

Letti per voi
In memoria 
La vetrina

 

 


Ma noi non disarmiamo

di Giovanna Ortu

Avevamo annunciato di aver concluso la nostra traversata del deserto, convinti non solo dagli impegni, in apparenza definitivi, dei governi italiano e libico ma dalle nostre dirette e solide constatazioni. Fino a qualche settimana fa ne eravamo certi. Ed era impossibile non esserlo dopo aver ascoltato al nostro convegno il forte messaggio di amicizia del leader Gheddafi e l'affettuoso discorso dell'amico Alobidi; dopo aver visto le istituzioni italiane rappresentate al più alto livello alla nostra tribuna; soprattutto dopo l'entusiasmante incontro con Gianfranco Fini alla Domus Pacis.

Subito dopo ricevemmo un'ulteriore verifica della fine delle nostre sofferenze nel caloroso abbraccio con il quale Tripoli accoglieva la nostra delegazione nel viaggio del 17-22 novembre, frutto finale del mandato diplomatico dell'Ambasciatore d'Italia Claudio Pacifico, sorpresi e inorgogliti davanti alle proposte di lavoro comune venute dai nostri più autorevoli interlocutori libici.

Abbiamo vissuto momenti così densi di significato da far dimenticare le inadempienze dei vari governi italiani, le umiliazioni, le vane attese, il lungo e imbarazzato silenzio dei mass media sulla nostra vicenda. Anche perché l'improvvisa riscoperta delle nostre radici e il ritrovamento di un popolo fratello dischiudevano questa nuova prospettiva di collaborazione, indicata per primo dal leader Gheddafi con due considerazioni di eccezionale importanza: la prima nel sottolineare la nostra identità di “italo-libici”, sacrificati quali simbolo innocente delle responsabilità storiche attribuite all'Italia; e la seconda nell'offrirci il ruolo di promotori della definitiva riconciliazione tra i due Paesi.

Come ci è stato ulteriormente confermato di persona da alti esponenti della Jamahiriya, questa nuova fase italo-libica doveva già partire a metà dicembre con il previsto via libera dei comitati popolari. Ma qualche inspiegabile distrazione dei canali burocratici bilaterali ha impedito la nostra presenza a Tripoli per il Congresso del popolo al quale eravamo stati ufficialmente e sentitamente invitati, provocando magari qualche fastidio o magari qualche gelosia. Posso testimoniare in proposito di aver ricevuto i più autentici sentimenti di rammarico e delusione da parte dei vertici del Congresso stesso, con un rinvio dell'appuntamento ad altra data, speriamo la più vicina possibile.

E' probabile che questa nostra assenza, impedendo la ratifica da parte della base popolare libica delle decisioni assunte da Gheddafi in tema di visti, sia - al momento - la causa della mancata attuazione di quanto stabilito nell'incontro di Mellitah con Berlusconi. Evidentemente il nostro Presidente del Consiglio non era stato ancora informato di questo stallo, quando ha incluso anche questa “conquista” tra i successi governativi nell'incontro di fine d'anno con la stampa.

I visti in sospeso non sono il solo terreno sul quale abbiamo registrato gli improvvisi passi indietro delle ultime settimane. Molto più grave ci sembra l'ennesimo colpo di mano avverso sulla legge finanziaria che dopo tante promesse, parole, incontri, solleciti, rassicurazioni è passata in Parlamento nelle ultime ore dell'anno, tra voti di fiducia e risse sui micro-interessi locali; ma escludendo –anche stavolta- lo stanziamento per i nostri indennizzi. E ciò senza che ci venisse data una sola parola di spiegazione.

Molto più grave, dicevamo, perché mentre la delusione sui visti è stato frutto di incuria e semmai di subdoli espedienti, sugli indennizzi ci troviamo davanti a poco nobili voltafaccia. Dobbiamo segnalare ai nostri soci – e siamo pronti a farlo in maniera più circostanziata – che all'improvviso tutti i nostri interlocutori sono spariti, a cominciare da quelli tradizionalmente più vicini. Al momento fatidico della Finanziaria, “l'amico di Latina” Riccardo Pedrizzi, presidente della commissione finanze e tesoro, ci ha liquidato sbrigativamente mandandoci copia dell'emendamento presentato da Alleanza Nazionale, che però – egli ci informava con tono banalizzante – non sarebbe mai passato.

Ma non solo Pedrizzi. Il viceministro dell'economia Baldassarri è diventato di colpo inaccessibile mentre Gianni Letta era travolto dalle sue proverbiali mediazioni. Più doloroso il discorso su Gianfranco Fini, lanciato in giro per il mondo nelle sue prime missioni da Ministro degli Esteri, prima di dover affrontare (peraltro con adeguata determinazione, gli va detto) la catastrofe asiatica. Al ministro Mirko Tremaglia dobbiamo dare atto che, come sempre, si è impegnato al massimo per noi anche se è stato lasciato solo. Come nel sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica abbiamo trovato un interlocutore politico attento e sensibile ma, purtroppo, privo dei cordoni della borsa. Un nuovo conforto di attenzione e ascolto abbiamo trovato nel Ministro Maurizio Gasparri e nei collaboratori a lui più vicini.

In conclusione siamo al momento ancora in pieno deserto, del quale ci pareva di aver visto la fine. Forse era un miraggio, e forse no. Lo verificheremo con la solita tenacia. Noi non disarmiamo, sia chiaro.

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