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Il Messaggero - 21 Gennaio 2014

Nuovo attacco al cimitero italiano a Tripoli, con decine di tombe danneggiate e una guardia uccisa, nell'ambito di una revanche dei nostalgici di Muammar Gheddafi in Libia, un Paese sempre più nel caos e con il premier Ali Zeidan 'impossibilitatò a governare. «La situazione è sempre più compromessa, senza ormai controllo del territorio», ha detto oggi il ministro degli Esteri Emma Bonino in Parlamento, sottolineando la necessità di un maggiore impegno perchè il Mediterraneo «è in in fiamme».

Nella notte tra domenica e lunedì, un gruppo di sostenitori del defunto rais ha effettuato un secondo raid nel cimitero di Tripoli dopo quello di sabato che aveva fatto registrare danni limitati grazie all'intervento delle forze di sicurezza e degli abitanti del quartiere, quello di Mansoura. Questa volta il bilancio è ben più serio: sono state danneggiate a colpi di Ak47 le vetrate della gran parte delle tombe, distrutte le carte conservate nell'archivio e dati alle fiamme i due edifici dei guardiani. In entrambi i casi, gli assalitori hanno fatto irruzione sventolando le bandiere verdi dell'ex regime. «È un segno del fatto che i rapporti di forza a Tripoli sono cambiati. I residenti del quartiere (dove sorge il cimitero, ndr) sono per la maggior parte pro-governo, ma evidentemente i nostalgici di Gheddafi hanno guadagnato spazi, e non temono più di uscire allo scoperto», riferiscono fonti qualificate nella capitale libica.

«È un episodio gravissimo, spregevole, che però va collegato all'incapacità» della politica di garantire l'ordine. Le bandiere verdi sono tornate a sventolare in alcuni villaggi sulla costa mediterranea, nel tratto che va da Tarhouna a Sirte, la città natale di Gheddafi, e violenti e continuati scontri si registrano in tutto il Paese, compresa l'area a ovest di Tripoli, da Zawiya fino a Ras Jedir, il valico verso la Tunisia. Ieri il bilancio è stato di cinque morti e una ventina di feriti. E, in questo contesto, si registra un rinnovato, «martellante» tam tam della propaganda dei pro-Gheddafi, che sui loro siti web accusano l'Italia di «aver tradito Gheddafi» e di sostenere «l'attuale governo corrotto». L'Italia è in prima fila negli aiuti al Paese, anche con l'addestramento di 350 militari libici a Cassino, una notizia che ha avuto grande visibilità e scatenato le minacce dei gheddafiani, che su alcuni siti web all'estero intimano agli italiani di «lasciare il Paese entro i prossimi giorni o verrete attaccati». Minacce «poco credibili» e che «lasciano il tempo che trovano», secondo gli osservatori. Non sarebbe invece da ascrivere a questa atmosfera il rapimento di due operai italiani a Derna, venerdì scorso, in una zona dove è forte la presenza di gruppi jihadisti ma soprattutto di bande criminali, pronte a tutto per racimolare denaro. Sul piano generale resta endemica l'instabilità politica: la mozione di sfiducia al premier Zeidan ha ottenuto solo 99 firme, al di sotto delle 120 necessarie, non raggiungendo il quorum necessario, ma il partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Jcp), il braccio politico dei Fratelli musulmani, ha annunciato le dimissioni dei propri 5 ministri, tra i quali quello del Petrolio. Zeidan può dunque contare ora solo su 66 voti in Parlamento su 194, il che rende impossibile l'azione di governo.

L'instabilità «ha lasciato mano libera a vendette personali e politiche dal sapore ideologico», nota un analista: «Le autorità sono incapaci di imporre l'ordine con la forza, anche nella Cirenaica che reclama il federalismo». Il premier Zeidan ha spiegato che un'azione di forza contro le milizie di Bengasi, che reclamano il diritto di gestire autonomamente le importanti ricchezze petrolifere e gasiere della regione, è rimandata perchè lo chiede Abdul Jalil, il presidente del Cnt che guidò alla vittoria i ribelli libici nel 2011. «Credo sia un tentativo di sviare l'attenzione dall'incapacità del governo», prosegue l'analista. Insomma la profezia di Gheddafi, che aveva parlato di una "somalizzazione della Libia" senza di lui, sembra concretizzarsi. Il rais «sapeva bene che danni aveva creato, che popolo aveva plasmato facendo leva sul lato peggiore del lato umano»

Redazione

Il Fatto Quotidiano - 27 Gennaio 2014

Violenze sessuali, alcol, viagra, cocaina. Con tanto di immagini e testimonianze dirette. Agghiaccianti. A più di due anni dalla morte del colonnello libico Gheddafi un documentario della BBC4 mostra per la prima volta “le stanze segrete del sesso” nelle quali il leader di Tripoli violentava giovani uomini e donne, anche minorenni, che sceglieva andando in visita nelle scuole o nelle università. “Centinaia, forse migliaia di adolescenti furono torturati, violentati e costretti a diventare schiavi sessuali” durante i 42 anni di regime di Gheddafi.

Molti, assicura il documentario del canale britannico che andrà in onda il 3 febbraio, erano vergini quando vennero rapiti. Prigionieri nelle stanze segrete dell’Università di Tripoli o in vari palazzi del potere, per anni furono alla mercé del colonnello, dei suoi figli e degli affiliati al regime. Senza possibilità alcuna di riscatto perché chi riusciva a scappare o sopravviveva, il più delle volte era ripudiato dalla sua stessa famiglia: le violenze subite erano considerate un danno all’onore. Come riferisce in esclusiva il quotidiano Daily Mail, in queste stanze le ragazze venivano costrette a guardare film porno per essere “educate” a quello che dopo veniva richiesto dal raìs. Una delle camere mostrate dal documentario, in stile anni Settanta con annessa Jacuzzi, ha accanto anche una sorta di “suite ginecologica” completamente attrezzata, dove ragazzi e ragazze venivano controllati per verificare se avessero malattie sessualmente trasmissibili prima che Gheddafi potesse abusare di loro. E dove si praticavano perfino aborti, quando era necessario. 

Il quotidiano britannico racconta il “modus operandi” del dittatore per scegliere le sue vittime. Le invitava ad eventi e sceglieva a piacere. Dopo, i suoi uomini tornavano a sequestrarli. “Alcuni avevano solo 14 anni”, racconta al giornale online un insegnante di una scuola di Tripoli. “Semplicemente prendevano le ragazze che volevano. Non avevano coscienza, morale, pietà, anche se si trattava di una bambina”. Una madre addirittura denuncia di come la sua famiglia si fosse messa alla ricerca della figlia scomparsa, per poi ritrovarla solo tre mesi dopo, morta, in un campo. E la paura ancora oggi è dilagante, tanto che molte famiglie hanno paura di parlare della questione apertamente, forse timorosi di ripercussioni nei loro confronti.

“Ad abusare delle ragazze per la prima volta era sempre il dittatore che poi le passava, come oggetti usati, a uno dei suoi figli o a qualche alto funzionario”, racconta la psicologa di Bengasi Seham Sergewa, che ha intervistato decine di vittime per il Tribunale Penale Internazionale. Ma tra le perversioni di Gheddafi, raccontate dalla BBC e riportate sempre dal quotidiano inglese, c’è anche la sua ossessione di essere al centro del mirino dei nemici politici. Come quando un chirurgo brasiliano venne condotto in segreto, nel cuore della notte, in un bunker di Tripoli per un’operazione di liposuzione alla pancia e un ritocco al viso, tutto senza anestesia generale, per paura di essere avvelenato. Tra le testimonianze anche quella di “un’amazzone” del Raìs, che ammette di averlo adorato. Fin quando una mattina fu costretta, insieme alle altre donne della guardia, a presenziare e tifare durante una fucilazione di massa di 17 studenti, da parte degli uomini dell’esercito libico. Altre voci terribili, infine, come quella di una ragazza violentata davanti al padre per punizione. L’ultima follia poi fa riferimento alle presunte voci secondo le quali Gheddafi amasse far congelare i corpi degli uomini che aveva fatto uccidere, così da poterli esporre come trofeo.

Silvia Ragusa

Il Giornale - 5 Febbraio 2014

Secondo qualcuno  è  stata un’irruzione di nostalgici del vecchio regime decisi a vendicare l’intervento dell’Italia a fianco della Nato  contro Gheddafi.

Secondo altri una profanazione perpetrata da uno pseudo stregone alla ricerca di reperti umani per i suoi macabri riti. La verità probabilmente non la sapremo mai. Di certo  il cimitero italiano di Tripoli è stato nuovamente violato. Di certo il cuore di  Bruno dal Masso sanguina di nuovo. 

Bruno, 80 anni, è il custode silenzioso dei resti di oltre 7mila italiani sepolti in questo cimitero tra l’inizio del secolo e gli anni 70. Lui e  sua moglie Nura per 30 anni hanno scavato, riesumato, identificato, trasferito in cassette numerate le ossa dei nostri connazionali. Un lavoro immane che è valso ad entrambi il titolo di Cavaliere conferito dalla Presidenza della Repubblica. Ma quel lavoro è anche la grande sofferenza  di Bruno Dal Masso. Ogni qualvolta quel cimitero viene violato, ogni qualvolta un vandalo profana gli ossari il suo cuore sanguina. E’ successo di nuovo  il 18 gennaio quando  gli abitanti del quartiere hanno detto di aver visto degli scalmanati penetrare  nel perimetro del camposanto, dare fuoco ai loculi, violare le cripte incendiare due automobili parcheggiate all’interno, abbattere l’angelo di pietra simbolo di quel luogo santo.

Ma Bruno non crede alla storia dei nostalgici. A sentir lui e i guardiani del posto i fanatici del vecchio regime non sono mai entrati all’interno. Il grosso dei danni l’avrebbe fatto un invasato sorpreso con un teschio in mano mentre cercava di trafugare  un paio di cassette piene di ossa. Quel pseudo stregone freddato da un colpo di kalashnikov non potrà mai raccontare la verità. Bruno Dal Masso però teme di veder perduto il suo lavoro. Tripoli e la Libia sono nel caos. In un paese senza legge e senza sicurezza violare quel simbolo del passato coloniale, profanare le cripte,  trafugare i poveri resti diventa sempre più facile. A  allora  forse  l’unica soluzione sarà abbandonare la Libia  trasferire  le cripte, le lapidi e le ossa dei nostri connazionali in un sacrario  sul suolo italiano. E con quelle anche reperti storici come la  lapide in marmo bianco che segnava la tomba del  maresciallo dell'aria «Italo Balbo quadrumviro governato­re generale della Libia ». Abbattuto «nel cielo di Tobruch 28-6-1940». “Forse è l’unica cosa giusta da fare – ammette sottovoce Bruno – ma a questo cimitero io e mia moglie Numa abbiamo dedicato la nostra vita e la nostra unione. E solo a pensarci ci  sanguina il cuore”.

Gian Micalessin

Avvenire - 15 Febbraio 2014

Un tentativo di golpe sarebbe stato sventato ieri in Libia, a tre giorni dal terzo anniversario della rivoluzione contro il regime di Muammar Gheddafi. L'annuncio era stato dato dall'emittente tv al-Arabiya, secondo la quale truppe fedeli all'ex capo di Stato maggiore, il generale Khalifa Haftar, avrebbero tentato di prendere il possesso dei centri di potere della capitale libica, venendo fermati poi dall'esercito.

Quel che è certo, in un proclama diffuso dalla stessa emittente, Haftar ha presentato una road map in cinque punti per la gestione del Paese, in cui intimava la sospensione delle attività del governo e del Parlamento per dare vita a un Comitato presidenziale che potesse governare fino a nuove elezioni.

«Il comando nazionale dell'esercito libico – ha detto Haftar – si sta muovendo per impostare la nuova road map verso la democrazia per salvare il Paese dalla sciagura. Terremo incontri con partiti e gruppi di potere per testare la condivisione di questa tabella di marcia». La reazione delle autorità libiche è stata assai confusa. Fonti dei "Comitati supremi di sicurezza" (Ssc) hanno inizialmente smentito che sia mai avvenuto un tentativo di colpo di Stato.

Poi il premier Ali Zeidan ha ordinato l'arresto di Haftar, precisando che «nessuna unità militare si è mossa per toccare alcuna istituzione», spiegando che «si è trattato di un disperato tentativo di minare la democrazia», e assicurando che «la situazione nel Paese è stabile». Anche il ministro della Difesa libico, Abdullah al-Thani, ha affermato in un discorso trasmesso dalla tv che il proclama del generale Haftar per chiedere la sospensione del Parlamento è stato un atto «illegale», di fatto ammettendo che potrebbe esserci stato il tentativo di un golpe. Lo stesso Thani ha annunciato che il comandante militare del Paese, Nuri Abu Sahmain, ha emesso l'ordine di arrestare gli uomini che starebbero dietro il tentativo di golpe.

Voci su un prossimo colpo di Stato che emulasse l'"esperienza" del vicino Egitto erano nell'aria nei giorni scorsi. Martedì, 30 ufficiali sono stati arrestati con l'accusa di aver meditato la formazione di un "Consiglio supremo" militare in grado di governare il Paese. Alcuni partiti sollecitano lo scioglimento del Congresso nazionale generale (il Parlamento provvisorio) eletto nel 2012, il cui mandato è stato prorogato al 2015, e l'indizione di nuove elezioni legislative e presidenziali. Haftar è stato una figura di rilievo nella rivoluzione del 2011.

Aveva partecipato alla guerra contro il Ciad, alla metà degli anni '70, prima dei cadere in disgrazia e fuggire negli Usa. Rientrato nel Paese dopo l'inizio della rivolta, è diventato uno dei leader militari del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) libico.
La Libia appare oggi come un Paese vicino al collasso. La sfiducia nell'esercito regolare e le precarie condizioni di sicurezza hanno favorito le milizie nate su base tribale o religiosa, spesso in lotta tra di loro, che sono i veri padroni del Paese.

Camille Eid

Martedì, 18 February 2014 01:00

Libia tre anni dopo

Corriere della Sera - 18 Febbraio 2014
I recenti successi della nazionale di calcio libica alla Coppa d'Africa non bastano per nascondere la triste realtà di un Paese ancora gravemente destabilizzato dall'incapacità di costruire una via solida al dopo-Gheddafi. A tre anni dalla rivoluzione garantita dall'ombrello Nato, la Libia resta impantanata in una crisi profonda. Uno Stato dal governo centrale debolissimo, diviso da lotte tribali feroci; lacerato dall'anima araba contrapposta a quella africana; spaccato tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan sahariano; soprattutto incapace di assorbire oltre 1.700 differenti milizie armate pronte a farsi la guerra per un nonnulla.

Un luogo privo di identità comune, dove tanti vorrebbero primeggiare nella consapevolezza che se si riuscisse a mettere finalmente in sicurezza e piena efficienza il sistema dell'esportazione di gas e petrolio sarebbero poi le entrate di valuta pregiata dall'estero a garantire un alto livello di vita. Ma dove nessuno è però ancora riuscito a raccogliere il consenso sufficiente per primeggiare. Gli eventi recenti non rassicurano affatto. In Cirenaica, specie a est di Bengasi, i gruppi radicali islamici fanno da padrone. La cittadina costiera di Dernah è considerata off limits dagli stranieri. La presenza di elementi pro Al Qaeda, persino in lotta con i Fratelli Musulmani di ispirazione egiziana, costituisce una minaccia costante per i tecnici delle compagnie petrolifere arrivati dall'estero.

Banditismo e fanatismo religioso si alimentano e sovrappongono a vicenda nella totale assenza di ordine pubblico. Ne è stata riprova il recente rapimento di due italiani che lavoravano a Dernah, liberati solo dopo il veloce intervento degli uomini dei servizi inviati da Roma e sembra grazie al pagamento di un forte riscatto. I pochi funzionari dello Stato centrale che osano reagire vengono metodicamente assassinati nella massima impunità. Più a ovest, verso le regioni centrali attorno a Sirte che restano il bastione delle tribù più fedeli al clan Gheddafi, rabbia, frustrazione e desiderio di riscatto sono di casa e vengono rafforzati dalla dura repressione tutt'ora praticata con pugno di ferro specialmente per volere dei più bellicosi tra i miliziani provenienti da quella che è ormai a tutti gli effetti la città Stato indipendente di Misurata. Anche sulle montagne di Nafusah, roccaforte di quelle stesse tribù berbere (gli amazig, come vengono chiamati in loco) che lanciarono l'attacco decisivo su Tripoli nell'agosto 2011, tira aria di autonomia separatista. I dirigenti berberi sono ben decisi a prendersi ciò che il verticismo accentratore e autoritario di Gheddafi aveva impedito a suon di arresti, punizioni collettive e persino assassinii: la libertà di parlare la loro lingua, assieme a scuole, istituzioni culturali, gestione dell'economia e dell'ordine pubblico assolutamente indipendenti.

Le conseguenze di questo mosaico di forze centrifughe si riverberano nella paralizzante incertezza che domina a Tripoli. Il 7 febbraio doveva sciogliersi il governo in vista di elezioni anticipate. Ma di fatto è rimasta in piedi la coalizione di minoranza guidata dal primo ministro Ali Zidan. Scelto dopo infinite trattative seguite alle elezioni parlamentari del 7 luglio 2012, Zidan è costretto a navigare a vista e in posizione di estrema debolezza da quando il fronte islamico è passato all'opposizione. Segno tangibile della sua impotenza è stato il rapimento durato alcune ore subito prima dell'alba il 10 ottobre scorso.

Ora si paventano possibili attentati e scontri di piazza in occasione delle celebrazioni di questo terzo anniversario della rivoluzione del 17 febbraio. Tre giorni dopo dovrebbero invece finalmente tenersi le elezioni nazionali per scegliere i 58 membri dell'assemblea costituente. In realtà avrebbero dovuto essere 60, ma l'astensione già dichiarata dei berberi toglie due deputati dalla quota prevista. "Meglio tardi che mai", esclamano gli ottimisti. Eppure domina lo scetticismo. Due anni fa la prospettiva di una nuova costituzione democratica e rispettosa delle minoranze, la prima dopo il mezzo secolo di dittatura all'ombra del "Libro Verde" della Jamahiriha, eccitava ed incuriosiva corroborando un generale e speranzoso vento di attività partecipativa. Ora non più. Solo un milione dei circa due e mezzo degli aventi diritto al voto si sono registrati. Non è escluso che in questo contesto gli eletti alla costituente rinviino i lavori.

Originariamente si sperava che già a giugno potessero presentare il loro documento e sottoporlo al referendum popolare. Ma adesso si presenta la prospettiva di votare prima parlamento e presidente. E solo in un secondo tempo deliberare la nuova costituzione."Siamo come sospesi. Il Paese è in mezzo al guado. Sono forse possibili progressi verso la pacificazione interna. Ma neppure si può escludere il precipitare nel vortice di violenze e attentati", sostengono tra i circoli diplomatici occidentali a Tripoli.

Qui l'assassinio dell'ambasciatore americano John Christopher Stevens assieme a quattro connazionali il 12 settembre 2012 nel consolato Usa di Bengasi ha lasciato un segno profondo. Oggi sono le stesse rappresentanze straniere in Libia a suggerire agli uomini d'affari dei loro Paesi di limitare al massimo gli spostamenti. Regioni meridionali e orientali sono altamente sconsigliate. I giovani che si rivoltarono nel 2011 erano certi in cuor loro che tre anni dopo la situazione sarebbe stata infinitamente migliore. Ma oggi regna forte il sentimento della disillusione. Ne sono un simbolo tangibili i grafici dell'estrazione di barili di petrolio. Un dato seguito con trepidazione anche dai dirigenti dell'Eni. Non è un caso che proprio a Roma sia programmata per il 6 marzo un'importante riunione volta a rilanciare il futuro del Paese. Un anno fa, prima del blocco estivo di terminali e oleodotti vittime dell'anarchia trionfante tra le milizie super armate grazie ai vecchi arsenali dell'ex dittatura, la Libia estraeva ben oltre un milione di barili quotidiani. Poi si scese a circa 300.000. Ultimamente la quota è risalita a 650.000 barili, secondo i dati forniti dalla Bloomberg (comunque solo il 42 per cento delle medie nel decennio precedente la morte di Gheddafi). E il trend resta positivo al momento. Ma sono successi effimeri. Sono sufficienti pochi commando armati per ricordare l'estrema caducità del sistema. Solo la pacificazione interna e il monopolio della forza nelle mani dello Stato centrale potranno garantire che la stabilità si sostituisca al caos.

Lorenzo Cremonesi

Martedì, 04 March 2014 01:00

In Libia potrebbe andar peggio

Giornalettismo - 4 Marzo 2014

L’anniversario della rivoluzione è passato sottotono, il paese procede a rilento verso il completamento di un processo politico che dopo molte difficoltà dovrebbe condurre a una costituzione e a un parlamento democraticamente eletto e capace d’esprimere un governo in grado di gestire il paese. Al momento per molti libici si tratta di un miraggio.

In Libia la situazione è quantomai fluida, dal paese arrivano notizie incoraggianti e scoraggianti a giorni alterni,ma il bilancio finale tende al triste e il paese resta ancora sospeso in un limbo nel quale l’autorità è ancora affidata alle bande armate mentre la politica cerca faticosamente d’immaginare un assetto e un percorso attraverso il quale si possa ricostituire la legittimità e il funzionamento dello stato, che negli ultimi tre anni ha funzionato maluccio. Immaginare cosa sarà la Libia anche solo tra tre anni è esercizio d’altissima divinazione.

Una buona notizia è che Ali Tekbali e Fathi Saguer, deputati del Partito Nazionale Libico,  sono stati assolti dall’accusa di blasfemia e sono stati multati per aver «insinuato la discordia tra i libici. Rischiavano la pena di morte perché accusati invece d’insulto all’Islam perché per le elezioni del 2012 in un poster per la campagna elettorale avevano usato tra i personaggi di una vignetta la stessa figura usata dalla rivista francese Charlie Hebdo per raffigurare il Profeta in una vignetta giudicata offensiva. Nella vignetta del manifesto però si parlava di condizione della donna e la figura serviva solo come altre a sostenere il testo nel fumetto, ma la cosa ha fatto poca differenza per i fanatici che hanno trascinato i due davanti al giudice. Gli avvocati hanno comunque fatto ricorso contro il provvedimento in difesa del diritto alla libertà d’espressione, anche perché non c’era alcuna volontà di fare riferimento a Maometto da parte degli autori del manifesto.

Una cattiva notizia è che nel paese la situazione dell’ordine pubblico è ancora pessima,la produzione di gas e petrolio non è bloccata, ma è stata discretamente danneggiata dal sequestro degli impianti o dei porti da parte di questa o quella fazione. Una buona notizia è invece che finalmente si è completato il voto per la costituente, anche se cinque circoscrizioni elettorali hanno votato con un ritardo di una settimana perché le condizioni dell’ordine pubblico non hanno consentito di farlo nella giornata prevista.

Una cattiva notizia è che due giorni fa un gruppo di manifestanti armati alla meno peggio ha invaso il parlamento al grido di «dimissioni, dimissioni!» sfasciando l’aula, due deputati sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco alle gambe, uno da una vetrata, altri altre nel parapiglia o perché sono stati malmenati. L’episodio dimostra da un lato la debolezza delle istituzioni libiche e dall’altra la relativa consistenza e pericolosità del movimento di piazza. Quelli che hanno invaso il parlamento sono infatti quelli che protestano perché il parlamento ha deciso di prolungare il suo mandato fino a fine dicembre, mentre doveva rimanere in carica scadere naturalmente il 7 febbraio scorso. La decisione non è apparsa dilatoria, ha senso aspettare il varo della costituzione prima d’andare a votare un parlamento eletto sulla base di regole provvisorie che dovevano fungere da ponte fino a che non si fosse completato il processo di rimodellamento istituzionale della repubblica libica.

Gli scontenti per parte loro non sono classificabili nella categorie delle bande armate più o meno legate al territorio e alle etnie, si erano tranquillamente accomodati in piazza a protestare da giorni e non erano una folla oceanica. Poi è successo che di notte alcuni figuri armati abbiano rapito due dei manifestanti, almeno questa è la versione più accreditata, attacco che ha spinto i manifestanti a puntare il dito contro le forze di sicurezza e la loro rabbia contro il parlamento. L’episodio ha mostrato peraltro che il parlamento non era per niente presidiato, circostanza che appare strana dall’esterno, ma che testimonia anche come la violenza che comunque si accende qua e là con costanza nel paese, non abbia ancora acceso quelle misure di protezione tipiche di chi teme attacchi da parte di terroristi o bande armate. Che in effetti non ci sono stati, i manifestanti inferociti non hanno ucciso nessuno anche se avrebbero potuto facilmente, si può dire anzi che abbiano misurato la violenza per evitare morti, sarebbe rimasta uccisa solo una guardia che evidentemente ha opposto una resistenza più strenua di quella dei suoi colleghi.

Dopo il gravissimo attacco lunedì il parlamento si è così trasferito all’hotel Waddan e ha condannato il rapimento dei due giovani dismettendo ogni responsabilità nella loro sparizione. Nelle stesse ore dalla regione di Bengasi giungeva notizia di sette morti. Cinque cadaveri di persone non identificate ritrovati nel deserto e due agguati, in uno dei quali un gruppo di uomini armati ha assalito il capo del consiglio militare della città di Sirte,  Makhlouf Ben Nasseur al-Ferjani uccidendolo a colpi d’arma da fuoco mentre si trovava a 500 chilometri dalla sua città. Nel secondo è invece morto un ingegnere francese impegnato nell’ammodernamento dell’ospedale di Bengasi, Jean Dufriche, ex console onorario a Bengasi, che nel 2013 aveva lasciato il paese dopo essere sfuggito a un tentativo d’assassinio. Evidentemente ha sbagliato a tornare e c’era chi lo aspettava ancora. Il paese può essere ostile per certi stranieri, nei mesi scorsi sono stati uccisi anche alcuni insegnanti.

La speranza è che una volta completato il processo costituzionale ed elettorale il potere delle milizie di fronte al governo vada calando per lasciare spazio all’autorità centrale, che però è abbastanza evidente che per ora appaia sgradita alle autorità che si sono andate formando localmente su base territoriale e tribale. Più che una remota spinta centripeta alla divisione del paese preoccupa la lotta in corso tra il primo ministro Ali Zidan e il gruppo dei partiti islamici che lo vorrebbero rimuovere per rimpiazzarlo con un credente meno interessato alla laicità dello stato e delle istituzioni. Partiti sostenuti e finanziati dai paesi del Golfo, spesso in contrasto tra loro,ma capaci di far blocco in nome della volontà divina, mentre dall’altra parte c’è l’Occidente, su tutti i francesi pesantemente impegnati nel paese e gli italiani attivissimi nella difesa dei contratti dell’ENI, che l’emirato non lo vuole proprio e che appoggia decisamente i libi più secolarizzati. Un dilemma dai molti corni, complesso e delicato al tempo stesso, che per ora si trascina in una cornice di violenza a bassa intensità verso una meta che le forze politiche non riescono ad afferrare.

(fonte: http://mazzetta.files.wordpress.com)

Mazzetta

L\'Informazione - 12 Marzo 2014

Busto Arsizio avrà un centro di ascolto dedicato alla Sclerosi Laterale Amiotrofica all’interno della Casa della Salute di via san Pietro, che sarà punto di riferimento per le famiglie e i pazienti di tutto il Basso Varesotto e l’Alto Milanese. Il centro, che nasce per volontà dell’amministrazione comunale e grazie alla collaborazione con Aisla, Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, da oltre 30 anni a fianco dei malati di Sla, è intitolato alla memoria di Franca Bianchini lezzi, cittadina di Busto Arsizio, molto attiva nel volontariato e nel sociale, recentemente scomparsa proprio a causa dalla Sla.

L’inaugurazione del centro, che troverà spazio all’interno della nuova sede di Aisla Varese nella Casa della Salute, avverrà sabato alle 19, a trenta giorni dalla scomparsa di Franca, alla presenza del sindaco Gigi Farioli e del presidente di Aisla Varese Maurizio Colombo.

Il centro d’ascolto sarà attivo a partire dal 16 aprile, tutti i mercoledì pomeriggio dalle 15 alle 18, grazie alla presenza dei volontari di Aisla che forniranno informazioni utili dal punto di vista amministrativo e dell’assistenza alle famiglie e ai malati di Sla.

Nei locali della Casa della Salute saranno anche organizzati momenti di incontro e di approfondimento sulla Sla, con la collaborazione degli altri partner che operano nella struttura, in particolare la Croce Rossa.

Franca Bianchini lezzi, cittadina del quartiere di Borsano, era molto attiva, prima di essere colpita dalla Sla, nel volontariato in parrocchia, nel gruppo Caritas, in Aisla stessa, nell'associazione dei rimpatriati dalla Libia e nel comitato varesino dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Molto attenta alle problematiche del quartiere, Franca ha anche sostenuto con convinzione la necessità che Borsano fosse dotata di un centro socio-sanitario dedicato soprattutto agli anziani e alle fasce deboli della popolazione, necessità che si è concretizzata con l’apertura della Casa della Salute in via san Pietro.

Per ricordare l’impegno di Franca è stata avviata una raccolta fondi per l’assistenza ai malati di Sla a sostegno di Aisla Varese. A disposizione il conto corrente dell’Aisla Varese c/o Intesa S. Paolo di Cassano Magnago, IBAN IT 68J0 3069501 1061529 1673734. Ѐ importante indicare la causale “Ricordando Franca” (per informazioni: www.aisla.it - sezione news).

Aisla Onlus nasce nel 1983 con l’obiettivo di diventare il soggetto nazionale di riferimento per la tutela, l’assistenza e la cura dei malati di Sla, favorendo l’informazione, la ricerca e la formazione sulla malattia e stimolando le strutture competenti a una presa in carico adeguata e qualificata dei malati.

L’associazione attualmente conta 60 rappresentanze territoriali in 19 regioni italiane e circa 1.636 soci grazie al lavoro di oltre 200 volontari e di 8 collaboratori. A Varese l’associazione è presente dal 2007 e conta a oggi un centinaio di soci. Grazie al supporto di 6 volontari la sezione è il punto di riferimento sul territorio per più di 60 malati di Sla e per le loro famiglie.

Redazione
Venerdì, 14 March 2014 01:00

Libia, tra ribelli e Al Qaeda

Europinione.it - 14 Marzo 2014

Libia. Il Primo Ministro libico, Ali Zeidan, è stato sfiduciato dal Congresso Generale del Popolo di Tripoli nella giornata di martedì 11 marzo e sostituito con il Ministro della Difesa, Abdullah Al-Thani, che dovrebbe rimanere in carica per due settimane fino alla nomina del nuovo Premier. Il voto del Parlamento è giunto in seguito all’incapacità dell’ex Primo Ministro di gestire la situazione della petroliera nordcoreana Morning Glory.

Il caso Morning Glory. Già da alcuni giorni la tensione fra il governo centrale di Tripoli e i ribelli era divenuta insostenibile. Questi hanno di fatto hanno preso il controllo di Bengasi e della Cirenaica. L’ala più forte dei ribelli “federalisti” è guidata da un giovane ex leader, Ibrahim Jadran, che aveva annunciato avrebbe iniziato a vendere autonomamente il petrolio estratto dai pozzi della regione. La petroliera era infatti giunta nei pressi del porto libico di Es Sider agli inizi della settimana, creando notevoli problemi al governo centrale, dal momento che il porto si trova sotto il controllo dei ribelli. L’ex Primo Ministro Zeidan aveva promesso seri provvedimenti nei confronti dei ribelli se la nave, carica di petrolio per un valore di 30 milioni di dollari (350mila barili) avesse cercato di lasciare il porto. Un’intimidazione, indirizzata sia all’equipaggio della nave che ai ribelli, che non è andata a buon fine.  Dopo aver forzato il blocco delle navi da guerra libiche -  consistenti, a dire il vero, in pescherecci armati di mitragliatrici – la nave è riuscita a fuggire raggiungendo le acque internazionali. Fonti non accertate parlano di un incendio a bordo, a seguito dei colpi sparati dalle navi governative. I ribelli di stanza a Es Sider hanno invece affermato come la nave sia riuscita nell’intento di salpare grazie alla scorta armata da loro fornita.

Governo centrale? Il gruppo dei federalisti è costituito di uomini armati facenti parte del corpo di guardia delle installazioni petrolifere libiche, che si sono sollevate contro le autorità politiche a cui è stata affidata la transizione e, dal luglio scorso, bloccano i terminali reclamando l’autonomia della regione orientale della Libia. Il Governo, sin dalla caduta di Gheddafi, non è mai riuscito a fare presa e ad esercitare il proprio potere su tutto il territorio. Sono infatti molte le aree che sono in mano ai ribelli. Per mesi il premier Ali Zeidan si è rifiutato di negoziare con Jadran e le sue milizie, causando malcontento anche tra i capi politici e delle milizie che fanno riferimento a Tripoli – mentre buona parte della Cirenaica finiva sotto il controllo di gruppi integralisti.

Importanza strategica. L’aspetto più importante di questa vicenda è rappresentato dai grandi problemi di stabilità interni che la Libia si trova ad affrontare: Zeidan, ora fuggito in Germania – nonostante il travel ban imposto – non è riuscito a organizzare un Esercito capace di proteggere e garantire l’esercizio del Potere del governo centrale nel Paese. Questo insuccesso cela delle problematiche molto più ampie dal momento che ad essere in gioco vi è la stabilità politico ed economica di uno dei Paesi con le riserve petrolifere più grandi del mondo. Si stima infatti, basandosi sugli attuali consumi e livelli di esportazione, che le riserve libiche dureranno approssimativamente ancora per 120 anni. Ecco quindi che quello che dovrebbe essere un punto di forza per la ripresa di un Paese soggiogato da decenni di dittatura, diventa il motivo di uno scontro interno che rischia di far fallire il progetto di una nuova Libia.

Minaccia Al-Qaeda. In aggiunta, lo stretto legame delle milizie con al Al Qaeda rende la situazione ancora più preoccupante: se il governo non riuscirà a controllare queste aree, risolvendo il problema ribelli, il rischio è quello di una penetrazione nel paese da parte del gruppo terrorista che potrebbe così avere accesso diretto alle coste del Mediterraneo e, di conseguenza, all’Europa (in particolar modo all’Italia). Sarebbe un problema enorme trovarsi a gestire una minaccia diretta al territorio europeo, in un Paese così vicino come la Libia. La paura maggiore è che silenziosamente Al Qaeda stia sfruttando il momento favorevole derivato dalla crisi internazionale in Crimea, dal momento che l’attenzione di tutta la comunità internazionale è incentrata proprio sulla questione Ucraina, per riorganizzarsi e insediarsi sulle coste opposte alle nostre.

Redazione

La Stampa - 13 Aprile 2014

Libia sempre più nel caso. A un mese dalle dimissioni forzate del premier Ali Zaidan, costretto a fuggire in Germania dopo un drammatico voto di sfiducia in Parlamento, oggi è la volta del nuovo primo ministro Abdullah al Thani. 

Al Thani ha annunciato le sue dimissioni irrevocabili dopo che un gruppo di uomini armati, definiti «traditori», ha circondato e sparato sulla sua abitazione . «Io e la mia famiglia - si legge nella lettera di dimissioni al Congresso - siamo stati vittime di un attacco brutale che ha terrorizzato il vicinato e ha messo a serio rischio le nostre vite».  

Ordinaria amministrazione a Tripoli, dove la sicurezza è affidata alle «brigate», i gruppi armati che hanno lottato contro il defunto dittatore Muammar Gheddafi e non hanno mai ceduto le armi, a tre anni ormai dalla rivoluzione. 

Il ministero dell’Interno è stato più volte obiettivo di raid che terminavano con i kalashnikov puntati contro il titolare di turno, se non obbediva alle direttive delle «katiba», le «brigate», alcune pesantemente infiltrate da elementi islamisti o ex miliziani di Al Qaeda. 

Zeidan era caduto sulla gestione di porti petroliferi dell’Est, finiti in mano ad altre milizie, secessioniste e islamiste, della Cirenaica, ribattezzata Barqa e di fatto uno stato indipendente. Al Thani ha trattato con i ribelli dell’Est e ottenuto la riapertura di due terminal, ma ha fatto infuriare le brigate di Tripoli e di Misurata. Un terminal vicino alla capitale è stato a sua volta bloccato mentre uno sciopero spontaneo, per protestare proprio contro lo strapotere delle brigate, ha coinvolto da lunedì a giovedì sia Tripoli che Bengazi. 

Questa mattina il colpo di scena finale, e la conferma che i kalashnikov delle brigate hanno l’ultima parola, qualunque sia la faccia posta nella casella sempre più simbolica di primo ministro libico. 

Giordano Stabile

Il Sole 24 ore - 3 Maggio 2014

Sei mesi. Questo è quanto tempo abbiamo per evitare il rischio di trovarsi con un'altra Somalia alle porte di casa. Mentre il resto dell'Europa e gli Stati Uniti sono concentrati sull'Ucraina, per l'Italia l'emergenza geopolitica del momento si chiama Libia. È lì che, nel relativo disinteresse dei nostri alleati, si sta giocando una partita decisiva. Ma non solo per il futuro del nostro Paese. Anche per la stabilità dell'intero continente europeo. È quella la preoccupazione principale del senatore Marco Minniti, sottosegretario di Stato per la sicurezza della Repubblica. «Ogni mattina inizio la mia giornata pensando alla Libia» dice al Sole 24 Ore, non esitando a rivelare di essere «molto preoccupato». La stessa crisi ucraina, che viene al secondo posto nell'elenco delle sue priorità, non ha fatto che accentuare la preoccupazione per la Libia. Perché con l'Ucraina a rischio, il collasso del sistema produttivo di greggio e gas libico potrebbe avere un impatto drammatico sul nostro Paese. Ma non si parla solo di rifornimenti energetici. La Libia è al cuore anche delle altre due grandi partite strategiche del momento: la minaccia terroristica jihadista e la pressione demografica extracomunitaria. Secondo Minniti le milizie islamiche libiche sono infatti uno dei fattori principali del clima di disgregazione istituzionale che ha pesantemente degradato la sicurezza e la stabilità della ex Jamahiriyya di Gheddafi. E attraverso la Libia passa oggi il 93% dell'immigrazione clandestina che si riversa sull'Italia. «Siamo a un passaggio cruciale», dice. «Perché lo stallo politico-istituzionale e quello dell'industria energetica stanno spingendo il Paese verso uno stato di frantumazione politica e sociale». I numeri che cita il sottosegretario fanno paura. La produzione giornaliera del petrolio è meno di un sesto di quella prevista, e tra gas e greggio dai 4 miliardi di euro al mese di ricavi energetici del primo semestre 2013 si è scesi ai 200 milioni di oggi. Quello che resta dello Stato libico sta conseguentemente finendo i fondi necessari a sostenere i costi di una società storicamente molto assistita. E questo sta mettendo sempre più a repentaglio la tenuta territoriale, rafforzando non solo l'atavica tendenza separatista della Cirenaica ma anche le pulsioni centrifughe delle centinaia di clan, tribù e milizie di cui la Libia oggi abbonda. Minniti ritiene che si sia già in condizioni di allarme rosso. «Occorre assolutamente evitare che la situazione finisca fuori controllo. Altrimenti scatterà un gigantesco effetto domino su tutti e tre fronti - quello energetico, quello della sicurezza dello Stato e quello dell'immigrazione». Il sottosegretario ritiene si sia ancora in tempo. Purché però si faccia presto. «L'Europa e l'Onu devono riconoscere la situazione di altissima gravità. E creare una cornice internazionale che consenta all'Italia di fare la propria parte» spiega. Poiché a suo giudizio un intervento militare con forze di interposizione - il cosiddetto peace enforcing - è improponibile «perché sbagliato e impraticabile», occorre innanzitutto nominare un inviato speciale «di altissimo rango» a cui affidare l'arduo compito di avviare un processo di riconciliazione nazionale che riconosca le istanze federaliste della Cirenaica. In questo contesto, l'Italia, l'Europa e la comunità internazionale dovranno poi impegnarsi maggiormente sia nella riattivazione della macchina produttiva del settore energetico sia nel rafforzamento delle forze di sicurezza attraverso l'assorbimento delle milizie negli apparati statali.  Le due cose sono intrinsecamente legate: se ripartisse l'attività estrattiva il potere centrale avrebbe infatti i fondi per facilitare l'integrazione sia militare sia sociale avviando un circolo virtuoso speculare a quello attuale in cui una cosa aggrava l'altra.«Non è impossibile. L'ex primo ministro Abdullah al-Thinni è stato a un passo dal riuscirci», sostiene Minniti. Ma al-Thinni non ha trovato il sostegno della comunità internazionale, troppo poco focalizzata sulla Libia. Invece, dice Minniti, «si deve capire che quella libica è una partita strategica decisiva per la sicurezza del Mediterraneo e dell'Europa». Il problema è che il tempo stringe.

Claudio Gatti
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