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Il Fatto Quotidiano - 16 Dicembre 2013

Se c’è qualcosa della “nuova” Libia che ricorda quella di Gheddafi è lo sfrenato ricorso alla tortura. 

Era diffusa, nel trentennio gheddafiano, per punire dissidenti e brutalizzare migranti e richiedenti asilo nei centri di detenzione finanziati anche dall’Italia. A venire torturati nelle prigioni libiche, erano anche presunti terroristi sottoposti a rendition dalla Cia.La tortura in Libia è diffusa, ancora oggi, per punire i nostalgici del vecchio regime e, di nuovo, migranti e richiedenti asilo.

Hussein Radwal Rahel non era un dissidente ed era un cittadino libico, per di più un soldato scelto delleForze Saiqa, un’unità speciale costituita da commandos alle dipendenze del ministero della Difesa. “Era”, perché di tortura è morto il 2 dicembre. Più esattamente, per infarto e arresto cardiocircolatorio a seguito di tortura.

L’autopsia ha confermato le accuse dei suoi genitori, a loro volte corroborate da fotografie del cadavere, ripreso col volto tumefatto, con lividi al petto, alla schiena e alle gambe e con segni di scariche elettriche sulle braccia. 

Hussein era stato visto per l’ultima volta vivo alle 11 di mattina del 1° dicembre all’interno della base delle Forze Saiqa, a Tripoli. Un comandante dell’unità speciale ha ammesso ai suoi familiari che Hussein era stato “interrogato” per ore in merito alla scomparsa di un veicolo militare dalla base. Dopo le torture, era stato gettato esanime in un container per il trasporto marittimo, senza materasso né coperta e soprattutto senza un medico che lo visitasse. Il giorno dopo, nel container c’era un morto. 

A settembre, il primo ministro libico aveva elogiato le Forze Saiqa, definendole “la nascita del nuovo esercito libico”. Parevano un modello riuscito d’integrazione tra ex militari di Gheddafi e membri delle milizie che avevano deciso di entrare nell’istituzione militare. Quelle parole, oggi, suonano macabre. 

Ironicamente, ad aprile il Congresso libico aveva approvato una legge contro la tortura, che prevede fino a cinque anni di carcere per chi è giudicato colpevole di aver inflitto sofferenza fisica o mentale a una persona detenuta sotto la sua autorità, allo scopo di ottenere una confessione forzata. Se la tortura provoca la morte, la pena prevista è l’ergastolo. 

Una buona legge, indubbiamente, che potrebbe essere presa a modello dall’Italia. Solo che, a Tripoli, nessuno è mai stato sottoposto a indagine perché sospettato di averla violata.

In Libia, solo quest’anno, vi sono stati almeno 12 casi di morte a seguito di tortura. Tra settembre 2011 e luglio 2012, Amnesty Internationalne aveva documentati 20.

Riccardo Noury

Adnkronos/ Aki - 20 Dicembre 2013

La situazione in Libia "é quella che più ci tocca e ci preoccupa". Lo afferma Giorgio Napolitano, ricordando come l'impegno italiano sia "determinante" per le prospettive di pacificazione e per "il superamento di focolai di insurrezione e di conflitto interno".

Redazione

Repubblica.it - 22 Dicembre 2013

E' salito ad almeno tredici morti accertati e tre feriti, tutti in condizioni critiche, il bilancio di un attentato a Barsis, a 50 chilometri da Bengasi: tre anche i dispersi, secondo quanto riferito da fonti governative libiche. Un kamikaze a bordo di un furgone-bomba ha attaccato una postazione delle forze di sicurezza, una cinquantina di chilometri a est del capoluogo della Cirenaica, facendo strage di soldati ma coinvolgendo anche un imprecisato numero di civili.
Il governo libico ha annunciato tre giorni di lutto nazionale  e ha rinviato le celebrazioni per la festa d'indipendenza del 24 dicembre.
L'attentato, bollato dalle autorità come "atto terroristico", non è stato rivendicato da nessun gruppo. 
La Cirenaica, la regione orientale della Libia, è diventata dalla fine della rivoluzione teatro di scontri e omicidi di matrice politica in cui hanno perso la vita numerosi membri delle forze di sicurezza, attivisti e giornalisti e giudici, soprattutto a Bengasi e Derna. Questa settimana si è verificato anche il primo attentato nella città di Tobruk. Ma quello di oggi è considerato il primo attacco suicida.
Esperti attribuiscono gli attentati a gruppi estremisti tra cui Ansar al-Sharia, ritenuto responsabile dell'attacco al Consolato americano del settembre 2012 in cui persero la vita l'ambasciatore Chris Stevens e 3 altri statunitensi. Il gruppo salafita ha di recente dichiarato di non riconoscere le istituzioni dello stato, inclusi i servizi di sicurezza, accusandoli di apostasia e di essere forze malefiche al servizio di tiranni. Sono inoltre recenti i sanguinosi scontri di Bengasi del mese scorso tra militanti del gruppo salafita e forze dell'esercito.

Redazione

La Stampa - 9 Gennaio 2014

Si chiama Amal Elhaj e passerà alla storia per essere la prima donna a candidarsi alla guida della Libia. L’annuncio è circolato oggi sui media locali, e la notizia si è presto diffusa sui social network, con una pioggia di complimenti e congratulazioni firmate da attivisti ed ex tuwar (rivoluzionari). 

«È una eccellente persona, ora ha bisogno del sostegno dei libici, perché ci può portare in una situazione migliore di quella in cui siamo oggi», scrive una attivista per le pari opportunità. «Ammiro veramente il suo coraggio per essere apparsa in questo difficile e pericoloso momento». 

Il Paese è infatti di nuovo sull’orlo del baratro, mentre continuano in ogni angolo di territorio gli scontri armati, in particolare in Cirenaica, dove i sentimenti separatisti conquistano sempre più consensi. 

L’annunciato voto di sfiducia al premier Ali Zeidan, previsto per oggi, sembra essere definitivamente slittato a domenica 12 gennaio. Il premier ha annunciato di aver chiesto al Congresso di assicurare continuità all’azione di governo, indicando, in caso di sfiducia, un nuovo premier nell’immediato. 

Il premier ha poi lanciato un duro monito alle petroliere straniere: «Non tentino di approdare nei terminal della Cirenaica, in mano ai dimostranti armati, o verranno colpite dalla Marina libica». I militari, ha detto Zeidan citato dalla stampa locale, «useranno la forza contro ogni Stato, compagnia o gang» che cercassero di inviare petroliere per prelevare il greggio dai terminal orientali. 

Zeidan, assediato dai dimostranti che chiedono le sue dimissioni - qualche giorno fa elementi armati hanno aperto il fuoco contro la sede del governo - non ha nascosto la delusione, sua e dei suoi ministri, per le pressioni, le violenze, le minacce subite in questi mesi, «tutti vogliono lasciare l’incarico, lavorano sotto il peso delle armi e delle bombe». «Non passerò alla storia per aver lasciato sola la Libia», ha poi tuonato, mentre i dimostranti armati continuavano a prendere d’assalto e occupare edifici governativi, le sedi della telefonia mobile, il porto di Tripoli. 

In Cirenaica, ha spiegato Zeidan in diretta tv, «non interveniamo con la forza perché ce lo chiede Mustafa Abdul Jalil (l’ex presidente del Consiglio nazionale transitorio che ha vinto la guerra contro Gheddafi) e non vogliamo spargimenti di sangue». I terminal petroliferi della regione orientale sono bloccati dai dimostranti del federalista Ibrahim Judran, divenuto il più importante portavoce del malcontento della regione, che sin dalla fine della rivoluzione chiede di poter gestire autonomamente le immense risorse petrolifere e gasiere della regione, che costituiscono la parte più importante dell’oro nero libico. 

Per tentare una mediazione, Zeidan ha ipotizzato un rimpasto di governo. Ma non sembra, per il momento, trovare grandi consensi.  

Redazione

Sito del Ministero degli Affari Esteri - 10 Gennaio 2014

Nel quadro dell’azione svolta dal Governo italiano a sostegno della Libia e nel solco degli impegni assunti con il Primo Ministro libico Ali Zidane a margine del Vertice G8 di Lough Erne in vista della ricostituzione delle Forze Armate libiche, ha preso oggi il via in Italia, presso l’ 80° Reggimento Addestramento Volontari di Cassino (FR) e a cura del Ministero della Difesa, il primo ciclo addestrativo di 14 settimane rivolto a circa 340 militari libiciche rappresenta il naturale proseguimento dell’attività già in atto in Libia con istruttori italiani.

Italia determinata in impegno a sostegno processo transizione Libia

La prima fase è cominciata lo scorso novembre a Tripoli con la selezione e l'amalgama di circa 500 soldati da parte di un team di esperti militari dell'Esercito Italiano che ha lavorato in piena sinergia con le autorità libiche deputate alla selezione del personale. Con l'attività addestrativa che svolgeranno in Italia, i militari libici selezionati perfezioneranno la loro formazione a livello plotone di fanteria. Anche con l’arrivo dei 340 militari libici nella penisola, l’Italia conferma il proprio determinato impegno a sostegno del processo di transizione e della stabilizzazione della Libia, attraverso un’articolata offerta di assistenza e formazione realizzata sulla base di un approccio organico, volto a mettere a sistema le iniziative condotte nei diversi settori di intervento nel pieno rispetto del fondamentale principio del processo di transizione. A complemento dei consistenti interventi condotti nel campo della sicurezza, viene dedicata particolare attenzione allo sviluppo delle competenze delle Pubbliche Amministrazioni libiche, con una serie di interventi già avviati e in via di definizione, nonché al rafforzamento della società civile. A tutto ciò si aggiungono le iniziative in favore della ripresa e differenziazione dell’economia libica che potranno essere realizzate e sviluppate in collaborazione anche con le imprese italiane presenti sul territorio.

Ufficio Stampa
Domenica, 12 January 2014 01:00

Libia, ucciso vice ministro dell'Industria

La Repubblica - 12 Gennaio 2014

La violenza che continua a caratterizzare la Libia del dopo-Gheddafi stavolta ha colpito un esponente del governo. Il viceministro dell'Industria, Hassan al-Droui, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco nel centro di Sirte, la sua città natale a circa 500 chilometri a est di Sirte. 
Al-Droui stava guidando in una zona commerciale della città quando è stato colpito a morte. Ancora nessun gruppo ha rivendicato l'assassinio. Secondo una fonte all'interno dei servizi di sicurezza, "nell'auto sono stati trovati esplosivi non esplosi". La teoria è che visto il fallimento dell'attentato con la bomba, i killer hanno deciso di sparare: "Lo hanno colpito sparando da un'altra auto, gli hanno sparato molti colpi". 
Dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi, nell'ottobre del 2011, la Libia è teatro di attentati che hanno preso di mira in particolare militari e dirigenti dei servizi di sicurezza. Mai finora era stato assassinato un componente del governo di transizione. 
Droui faceva parte del Consiglio nazionale di transizione, braccio politico della rivolta che portò alla cattura e all'uccisione del raìs. Era stato nominato viceministro dell'Industria dal primo capo dell'esecutivo del dopo-Gheddafi, Abdelrahim al-Kib, ed era stato poi confermato dall'attuale premier Ali Zeidan.

Redazione

Il Foglio - 16 Gennaio 2014

Giovedì il viceministro della Libia per il Petrolio e il gas, Omar Shakmak, ha annunciato alla tv di stato che l’incasso arrivato dalla vendita del greggio per il 2013 è di 40 miliardi di dollari, invece dei previsti 50. Il 20 per cento in meno è dovuto al fatto che i terminal nell’est del paese sono bloccati da una milizia separatista che ha dichiarato l’indipendenza e vuole vendere il greggio da sola, senza più passare per il governo centrale. Dieci giorni fa il primo ministro, l’incerto Ali Zeidan, ha detto che la Libia impedirà questo traffico parallelo e non autorizzato in ogni modo, anche usando le armi contro le petroliere che provassero ad attraccare ai terminal ribelli (all’inizio di gennaio la marina libica ha costretto a fare marcia indietro una petroliera con bandiera maltese che navigava verso Es Sider).

Martedì il capo trentaduenne della milizia, Ibrahim Jadran, ha dato alla Cnn un’intervista di sfida in cui ha detto di avere a disposizione un esercito di 23 mila uomini e anche una sua marina militare. “Il primo ministro è stato rapito, non riesce nemmeno a difendere se stesso, come potrebbe proteggere qualcos’altro?”. L’intervista internazionale potrebbe essere un’idea di Ari Ben-Menashe, un lobbista israelo-canadese nato in Iran che dirige la Dickens&Madson, una compagnia che si occupa di pr e di gestire questo genere difficile di clienti. Il miliziano libico ha pagato il lobbista due milioni di dollari perché rompa l’isolamento internazionale della “Cirenaica indipendente” e attiri stati sponsor alla sua causa. Secondo il contratto firmato il 17 dicembre, il primo tentativo sarà a Washington, ma poi “si proverà a ottenere un riconoscimento politico dalla Federazione russa, per avere aiuti militari e addestramento da vari governi”. Nell’intervista al network americano c’è una strizzata d’occhio significativa: “Non permetteremo ai gruppi estremisti di fare base in Libia e al paese di trasformarsi in un altro Iraq, Siria o Afghanistan, vogliamo uno stato istituzionale, legge e ordine”. Un’intervista ben giocata, considerando che l’est della Libia è la parte del paese a più alta densità di jihadisti, che vanno e vengono dalle altre guerre arabe e che nel 2012 hanno ucciso l’ambasciatore americano Chris Stevens.

Secondo Arturo Varvelli, un ben informato analista dell’Ispi, il governo libico ha riserve di denaro sufficienti a resistere a questo scacco ancora per sei mesi, perché l’anno scorso non ha speso un terzo del budget, pari a circa venti miliardi di dollari – soprattutto per la sua incapacità di investire. Ma quello di Jadran con la Cnn – “ho un esercito” – potrebbe essere un bluff, considerando che ha da poco perso l’appoggio indispensabile del clan locale, i Maghariba, tornati leali al governo centrale di Tripoli a metà dicembre. “Assomiglia a una sparata in stile Bossi, quando evocava l’esistenza di milizie valligiane pronte a scendere in suo aiuto”.

Questo stallo è potenzialmente pericoloso perché se Tripoli non riuscirà a persuadere l’ambizioso Jadran, magari promettendogli una quota dei ricavi, potrebbero riaprirsi le ostilità, ma non preoccupa per ora Eni, il principale partner commerciale del paese. A metà dicembre l’ad, Paolo Scaroni, ha annunciato il ritorno della produzione della compagnia  a livelli  “abbastanza” vicini a quelli precedenti la crisi, e ha usato parole pacate: la Libia “è un paese che mostra segni di saggezza e moderazione. La ricostruzione che vorremmo richiederà tempo, ma Eni si muove su un terreno difficile che conosce bene”. Gli interessi della multinazionale italiana sono concentrati a ovest, in un’altra parte del territorio. Però ci sono anche necessità di rappresentanza, forse questa tranquillità è più attenta e vigile di quanto si voglia ammettere, perché a fine novembre Eni ha parlato di una nuova “strategia asiatica”, con investimenti in aree promettenti del sud-est. 

Gli assassinii vanno verso ovest
Sabato un gruppo di uomini armati ha ucciso il viceministro dell’Industria, Hassan al Droui, a Sirte. Dopo la morte è stato trovato dell’esplosivo attaccato alla sua macchina: non ha funzionato e allora gli hanno sparato. Questo tipo di attacco è molto frequente, ma di solito avviene più a est, a Bengasi, e non a così alto livello. Droui fu una figura chiave del Consiglio nazionale di transizione durante la rivolta contro Muammar Gheddafi nel 2011, e adesso era un uomo di fiducia del pericolante primo ministro Zeidan e anche un alleato importante di Parigi e degli stati arabi del Golfo: assiduo frequentatore delle cene dell’ambasciatore francese Antoine Sivan e di altri ospiti stranieri, era un formidabile procacciatore di investitori.

Daniele Raineri
Sabato, 18 January 2014 01:00

Libia: scomparsi due operai italiani

Avvenire - 18 Gennaio 2014

Due operai edili, Francesco Scalise e Luciano Gallo, sono scomparsi da ieri mentre erano in Libia, nella zona della località Terna della Cirenaica. I due operai, entrambi di origini calabresi, si trovano nel Paese nordafricano da quattro-cinque mesi per eseguire dei lavori con una società edile che si occupa di lavori stradali. 
Ieri mattina i due sono usciti con il loro furgone per eseguire dei lavori e non hanno fatto più rientro. I due operai sono residenti in due diversi comuni della provincia di Catanzaro. 
Il furgone con gli attrezzi da lavoro utilizzati dai due operai edili scomparsi è stato trovato abbandonato. Il furgone era in una zona isolata. Il ritrovamento è stato effettuato da alcuni operai della General World, l'impresa edile per la quale lavorano i due scomparsi. I colleghi hanno cercato i loro due colleghi nella zona adiacente a quella del ritrovamento del furgone, ma al momento non hanno trovato alcuna traccia. I familiari degli operai stanno tentando da ieri di mettersi in contatto con loro, ma al momento ogni tentativo è risultato vano.
La Farnesina ha confermato in tarda mattinata che i due italiani risultano "irreperibili". Il ministero degli Esteri, attraverso l'Unità di crisi e l'Ambasciata a Tripoli, "sta vagliando ogni ipotesi" sull'accaduto.

«Non ho parole per esprimere ciò che stiamo vivendo insieme alle famiglie di Francesco e Luciano - ha dichiarato il vescovo di Lamezia Terme, Luigi Antonio Cantafora, dopo avere saputo della scomparsa dei due operai -. È inaccettabile il fatto che due padri di famiglia, dedicati al lavoro, siano a rischio di vita in un paese stremato dalla guerra civile. Che ritornino a casa, liberi, salvi e restituiti all'affetto dei loro cari, questa è l'unica conclusione che attendiamo con ansia, per questa vicenda».
 «Purtroppo - aggiunge Cantafora - la Calabria continua ad essere una terra di emigrazione. Il dramma che stiamo vivendo, in attesa di notizie di Francesco e Luciano, dice la gravità della situazione sociale e lavorativa di questa regione che non dà pane ai suoi figli. Seguiamo con apprensione lo sviluppo della situazione, mentre la nostra Chiesa, che domani celebra la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato non smette di pregare per questi suoi due figli».

Redazione

La Repubblica - 19 Gennaio 2014

Nuovo assalto, nuova devastazione del cimitero cattolico di Tripoli, uno degli ultimi simboli della presenza italiana nella città. Sabato sera un gruppo di una quarantina di persone, nostalgici del regime del colonnello Gheddafi, approfittando dell'assenza dei quattro custodi libici, ha sfondato il cancello di ingresso. Sono state date alle fiamme due automobili, è stata incendiata l'abitazione del custode con i mobili ed è stata spaccata la porta di ingresso della cappella del cimitero. I gheddafiani hanno sfilato con le bandiere verdi del vecchio regime, lanciando slogan contro Roma che "addestra l'esercito dei ribelli traditori". Hanno poi spaccato i vetri dei due padiglioni in cui erano i loculi di molti italiani seppelliti durante gli anni del colonialismo: i loculi erano già stati devastati più volte, e per questo da tempo il Ministero degli Esteri aveva restaurato il cimitero, ma aveva anche trasferito i resti degli italiani. 

Secondo alcuni italiani a Tripoli l'atto è stato messo a segno da gheddafiani che volevano vendicarsi per l'ultima notizia arrivata dall'Italia: anche sulle tv arabe sono girate le immagini dei soldati del nuovo esercito libico, quello dei "ribelli", che hanno iniziato il loro addestramento a Cassino, a cura dell'Esercito italiano. L'Italia è il primo paese che ha iniziato concretamente a sostenere il nuovo esercito, e questo in un momento in cui gli sconfitti stanno provando a rialzare la testa. Da giorni infatti i nostalgici del Colonnello sono tornati in azione in Libia, soprattutto nel Sud, attorno a Sebha, dove si sono alleati con le tribù Tebu contro alcune tribù arabe locali che sostengono il governo. Alcune caserme sono state attaccate, una base dell'aeronautica è stata conquistata dai gheddafiani e dai Tebu, e da Tripoli il governo ha ordinato all'esercito di marciare verso Sud per riprendere le postazioni. 

Nel frattempo non ci sono notizie incoraggianti sulla sorte dei due operai italiani rapiti venerdì in Cirenaica, sulla strada di Derna. Francesco Scalise e Luciano Gallo sono stati bloccati da un gruppo armato che li ha costretti a scendere dal loro furgone e a salire su un altro veicolo nei pressi del villaggio Martuba, tra Derna e Tobruk. Erano usciti per eseguire dei lavori. Sono residenti in due comuni della provincia di Catanzaro: Scalise è di Pianopoli e Gallo di Feroleto. Il loro furgone è stato ritrovato abbandonato in una zona isolata da altri operai della General World, la piccola impresa edile di Crotone per la quale lavorano. I loro colleghi hanno provato a cercarli nei dintorni, ma non hanno trovato alcuna traccia. Nella base della General Works a Tripoli si trovava il fratello di uno dei due, Angelo Scalise: è stato lui a dare l'allarme rivolgendosi all'ambasciata italiana a Tripoli. Il console italiano a Bengasi Federico Ciattaglia ha ripetuto che la zona del rapimento è una delle più pericolose della Libia, tanto che da quando a Bengasi furono sparati colpi di kalashnikov contro l'auto del precedente console, la Farnesina formalmente ha lasciato aperto il consolato ma ha ritirato il console, che adesso risiede a Tripoli. 

Il timore è che adesso ci si trovi di fronte a un rapimento messo a segno da uno dei tanti gruppi integralisti che fanno riferimento ad Al Qaeda: sono presenti in forze non solo in Cirenaica ma proprio attorno a Derna, storico bastione dell'integralismo islamico sin dai tempi del regime di Gheddafi e della guerra in Afghanistan contro i sovietici. Da Derna negli anni sono partite decine di militanti, impegnati a combattere con i mujahiddin in Afghanistan e che poi si sono avvicinati ai gruppi della Jihad e a quelli collegati ad Al Qaeda. 

Tutto questo accade mentre la situazione politica in Libia è a un punto critico: da giorni le opposizioni al governo del premier Ali Zeidan stano provando a raggiungere un accordo per trovare i 120 voti necessari a sfiduciarlo. Un voto di sfiducia era previsto per questa sera, ma al momento nel Congresso non ci sarebbero i numeri per la sfiducia.

Vincenzo Nigro
Domenica, 19 January 2014 01:00

Profanato il cimitero italiano di Tripoli

Il Tempo - 19 Gennaio 2014

I nostalgici di Gheddafi hanno distrutto il cimitero italiano di Tripoli. Sabato sera, dopo che le tv arabe Al Arabya e Al Jazeera hanno trasmesso le immagini dei militari libici addestrati a Cassino dall'esercito italiano, hanno fatto irruzione nel cimitero cattolico italiano di Tripoli approfittando dell'assenza di controlli. Hanno dato alle fiamme alcune macchine e la casa del custode. Sono andate distrutte lapidi e loculi (già devastati precedentemente e restaurati dalla Farnesina). I nostalgici del regime di Gheddafi, inoltre, hanno inscenato un corteo agitando le bandiere verdi dell'ex dittatore libico con slogan contro l'Italia e Roma che addestrano i ribelli traditori.

Maurizio Piccirilli
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