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La Stampa.it - 30 Ottobre 2013

Da almeno quattro mesi ormai in Libia i siti di produzione gas dell’Eni sono a rischio, poiché le varie fazioni - armate - che si contendono il Paese usano gas, petrolio e anche acqua come strumenti di pressione politica. 

Il caso più famoso è quello del sito di Tobruk, non attivo appunto da quattro mesi ma che, riferiscono fonti diplomatiche a Tripoli, potrebbe riaprire già la prossima settimana, e il più recente è quello dell’attacco, la settimana scorsa, a una nave Eni nel porto di Mellitah, in Tripolitania. Sette settimane fa il gasdotto di Wafa ha dovuto dimezzare il gas che approda in Sicilia. Ma i mesi peggiori sono stati quelli del Ramadan, quando acqua ed elettricità venivano tagliate proprio per creare disagi alla popolazione.  

Il grave rischio della situazione libica, racconta un’alta fonte diplomatica che lavora sul campo, «è che ormai qualunque protesta anche improvvisata prende di mira i siti di produzione di energia». Oltre alle fazioni organizzate sul campo, che si schierano armi in pugno per posizionarsi politicamente rispetto alle elezioni per l’Assemblea costituente in agenda (in teoria) per l’inizio del 2014.  

L’Eni, spiega il vicepresidente Pasquale Salzano, ha ridotto da tempo la produzione «per evidenti motivi di sicurezza», e di fatto - come ha detto il presidente Paolo Scaroni presentando i risultati trimestrali un paio di giorni fa - è consapevole di quanto la Libia pesi sulla quotazione del titolo. 

Ma i primi a essere interessati ad evitare che la situazione precipiti sono i libici, con il ministro del Petrolio che proprio ieri ha ricevuto una delegazione Eni: con un Pil fermo a 56 miliardi, e costituito al 90 per cento proprio dai proventi dell’estrazione di petrolio e gas, i blocchi degli ultimi quattro mesi sono costati già 10 miliardi: per il 2014 c’è il rischio di non poter pagare gli stipendi ai centomila a libro paga per aver fatto la rivoluzione (anche se di fatto i miliziani erano 10mila, più 25mila nelle retrovie). 

Il governo italiano segue la situazione, e proprio la Libia è stata uno dei principali argomenti di cui hanno parlato Enrico Letta e Barack Obama nel chiuso dell’ultimo, recente incontro alla Casa Bianca: hanno concordato, data la delicatezza della situazione, di non dare «pubblicità» all’argomento, ma qualcosa è filtrato. L’Italia, per gli Stati Uniti, per la comunità internazionale, e per il retaggio di una storica influenza oltre che per la presenza di forti interessi nazionali, è in prima linea nella stabilizzazione della Libia. 

Operazione complessa e che passerà, si è deciso in quell’incontro nella Sala Ovale, per una Conferenza di pacificazione che si terrà a Roma nei primi mesi del 2014 (anche se non è chiaro se prima o dopo le elezioni per l’Assemblea in Libia). Ma Enrico Letta ha chiesto a Obama che l’Italia non sia lasciata sola nel difficile compito: quella Conferenza dovrebbe tenersi sotto l’egida della comunità internazionale, attraverso l’Onu. 

È l’unica via possibile, tentando di portare a uno stesso tavolo, in territorio amico, tutti i rappresentanti delle varie fazioni: tuareg, berberi, islamisti, divisi (e moltiplicati) per tribù e per le tre principali regioni, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan.   

Uno degli ostacoli, è proprio nell’attuale premier provvisorio Ali Zidan: un governo troppo fragile per controllare il Paese, e fragile al punto che lo stesso premier è stato oggetto di un sequestro-lampo poche settimane orsono, e indebolito anche dall’esser diviso in due fazioni: i liberal-tecnocrati (come lo stesso Zidan) e gli islamisti della locale Fratellanza musulmana. Una Conferenza, quella di Roma che dovrà rovesciare i principi di quella precedente, di Parigi, che puntò tutto su «institution building» e giustizia: non ci si era accorti, evidentemente, che prima al Paese occorre un patto sociale e politico. Che fermi, anche, la possibile tripartizione del Paese, visto che la Cirenaica mira ad un’autonomia «federalista».  

Gli attuali attacchi ai siti energetici hanno uno scopo: le minacce di blocco del sito di Mellita sono state accompagnate da richieste di maggiore «rappresentatività» dei berberi all’Assemblea costituente, del riconoscimento del berbero come lingua ufficiale, e soprattutto del diritto di veto in quello che sarà il futuro parlamento libico. 

Antonella Rampino

Il Ribelle.com - 5 Novembre 2013

Dalla dimenticata Libia scarso risalto è stato dato alla notizia che, in Cirenaica, ha “giurato” un nuovo governo secessionista e, fra i pochi ad essersene accorti, alcuni hanno commentato definendo il fatto come l’iniziativa di “Signori della guerra” locali.

Non c’è da stupirsi che l’iniziativa secessionista venga ignorata dai più: questa crea sommo imbarazzo perché ricorda che la guerra di Libia fu, ai suoi inizi, una guerra di secessione, che le potenze atlantiste trasformarono, a suon di bombe sganciate a difesa di civili inermi armati di tutto punto, in una insurrezione contro il tiranno, così da poter intervenire militarmente nella speranza di poter meglio sfruttare la nazione una volta pacificata.

Nonostante l’ampio spiegamento di mezzi l’intervento si è rivelato un fallimento su tutta la linea, specie sul fronte della pacificazione: nessun controllo del territorio dove gli scontri continuano incessanti, pur nel silenzio assordante delle maggiori testate, assorbite come sono dai fatti di Siria quando trattano dei sottoprodotti della Primavera araba.

Interessante, però, notare come, adesso, il mainstream metta in risalto che il governo di Tripoli, che non governa nulla, dichiari illegale la secessione e sottolinei che tale vada considerata, smentendo così la linea tenuta quando Bengasi insorse contro Gheddafi proprio al medesimo scopo. Allora l’insurrezione contro il governo centrale era legittima e fu sostenuta, salvo poi sconfessarla una volta caduto il tiranno, perché era questo l’obiettivo degli occidentali. I cirenaici si sarebbero, probabilmente, contentati dell’indipendenza, mentre i tripolini, forse, non avevano tutta questa urgenza che Gheddafi morisse, visto che li aveva colmati di privilegi.

La Cirenaica sembra essere pronta ad incendiarsi di nuovo, ma dubitiamo che l’Occidente terrà un comportamento limpido: probabilmente sventolerà un problema di fondamentalismo islamico per dare una patina legale ad azioni diametralmente opposte a quelle che portarono alla caduta del Raìs. Quali saranno le linee che terranno gli atlantisti è, tuttavia, prematuro ipotizzarle, ma si può esser certi che  l’intervento sarà dettato dalle stesse logiche che portarono a quello del 2011: le risorse libiche sono concentrate in Cirenaica.

Nel solco dello sfruttamento si può trovare l’unica linea di coerenza dell’ingerenza umanitaria e legalista atlantista nella regione, ma essendo un aspetto che non può essere dichiarato apertamente si cerca di occultare alle masse quanto sta accadendo in Libia, prendendo tempo e preparando acrobazie logiche e giuridiche in attesa di intervenire contro i cirenaici, se la situazione degenererà a livelli che ne impediranno l’occultamento e se il conflitto, quindi, irromperà in prima pagina.

Due anni fa la guerra di Libia esplose per le aspirazioni secessioniste, storicamente ineccepibili, della Cirenaica, ma l’Occidente questa volta non sembra intenzionato ad appoggiarle, a meno che i nuovi aspiranti padroni non forniscano congrue garanzie di pacifico sfruttamento delle risorse, diventano così delle controparti preferibili all’imbarazzante (non) governo tripolino. In quel caso, gli insorti cesseranno di essere fondamentalisti al soldo di signori della guerra e ridiverranno eroi della libertà.

Forse l’operazione di maquillage è già cominciata, se alla condanna si è preferito il silenzio.

Ferdinando Menconi
Giovedì, 07 November 2013 01:00

Ecco la “nuova Libia”, rallegrateVi…

Rinascita - 7 Novembre 2013

In questo inizio di novembre due notiziole riguardanti la Libia sono apparse e scomparse in un battibaleno nei media omologati nazionali. Una riguardava la conferma del piano italo-libico di controllo delle frontiere in funzione di controllo degli immigrati provenienti dalle frontiere orientali e meridionali (Egitto e Sudan) dello Stato africano, l’altra l’azione dei ribelli berberi che avevano chiuso l’importantissimo terminal gas dell’Eni da Mellitah alla Sicilia. Quest’ultima “nuova”  accompagnata da un commento double-face dell’ad dell’Eni, Scaroni, che da una parte “rassicurava” l’Italia sulle riserve di gas a disposizione e dall’altra, però, paventava almeno aumenti del costo delle forniture energetiche, ormai giunti tra il doppio e il triplo di quelli Usa.
Le due “notiziole” rappresentano - tutt’e due assieme sommate con quanto dall’Italia pagato per la vergognosa partecipazione all’aggressione occidentale alla Libia di Gheddafi, nel 2011 – il bilancio negativo di una politica estera posta al più completo servizio possibile degli atlantici e a tutto saldo negativo per la nazione italiana.
Il tradimento del patto italiano con la Libia di Gheddafi, firmato appena nel 2010, ci è già costato la perdita della supremazia nazionale nell’eximport e nelle intese commerciali e di concessione di beni contro petrolio con Tripoli, la riduzione della frontiera marina ad un colabrodo di rifugiati che gli schiavisti dell’economia a basso prezzo europea comprano dai negrieri, per lo più arabo-africani, con contorno di immani perdite di vite umane.

Nonostante il silenzio dei media e le loro grancasse pseudoumanitarie e buoniste in omaggio alle cosiddette istituzioni, gli italiani hanno però compreso bene la porcata compiuta dai loro “amici e alleati” ad esclusivo danno della nostra nazione e dei suoi interessi politici ed economici. Ma tant’è: tale coscienza  rimane relegata negli orticelli di individui che hanno da decenni rinnegato il concetto di comunità, di interesse collettivo, di solidarietà e di decoro nazionale.
Visto che parliamo della “Nuova Libia” imposta con le bombe, il sangue e vergognosi assassinii individuali da Usa, Gran Bretagna e Francia in Tripolitania e Cirenaica, diamogli un rapido sguardo. A due anni dalla “rivoluzione” (sic) e dalle distruzioni belliche – organizzate da Usa e alleati Nato con la benedizione dell’Onu - di intere città e di regresso della Libia da nazione emergente – socialmente e d economicamente – al sottosviluppo e al disordine e all’anarchia, a Tripoli siede un “primo ministro”, Ali Zeidan, tanto senza poteri oltre i confini urbani che è appena stato oggetto, nel mese scorso, ad un sequestro di persona da parte delle milizie armate, sequestro praticamente sottaciuto dai media nazionali di disinformazione.
Ovunque nell’ex Jamahiria (lo “Stato del popolo” creato da Gheddafi), l’illegalità è la norma, le ambasciate e i cittadini stranieri sono obiettivi di attacchi delle milizie rivali, vere e proprie bande di briganti anche soggette ad al Qaida, i confini con gli altri Stati sono fuori da ogni controllo, e varie regioni (come quella “autonoma” di Barqah, nell’est della Cirenaica: non a caso dove esiste l’80 per cento delle riserve accertate di greggio e la gran parte delle condotte e degli impianti di estrazione e raffinazione…) sono di fatto o dichiaratamente indipendenti.  Ed è proprio per questo che il terminal di Mellitah è attualmente, diciamo così, chiudo: in tutta la regione di Barqah la capacità di distribuzione era di circa 1,25 milioni di barili di petrolio al giorno: da qualche settimana è ridotta al 10 per cento. E il blocco – voluto dalle milizie separatiste per ottenere sia il riconoscimento dell’autonomia regionale che una più congrua percentuale di reddito dallo sfruttamento dell’energia - costa all’economia libica 130 milioni di dollari al giorno. Il governo di Tripoli – come quello precedente insediato direttamente dagli aggressori occidentali dopo la guerra a Gheddafi – è praticamente fuori gioco. Come fuori gioco è lo strano “parlamento” insediato nella “Nuova Libia” sempre a Tripoli che, scisso fra delegati islamisti e laici è in totale panne. Per non parlare della annunciata ma non iniziata “inchiesta” sulle modalità degli almeno  trentamila libici assassinati nel 2011. Di fatto, ormai, esistono almeno tre “Libie”. Quella di Tripolitania (ma chiusa nella capitale: già nei sobborghi è anarchia), quella della Cirenaica (Bengasi) e quella del Fezzan. Il governo centrale è un governo fantoccio che non soltanto non riesce a imporre la discussione parlamentare di uno straccio di nuova costituzione, ma non è stato nemmeno in grado di far arruolare più del 20% dei miliziani ribelli sostenuti dall’Occidente nella loro “rivoluzione” nelle forze armate regolari, né di arrestare arresti e torture e assassinii razzisti delle minoranze nere libico-africane, né di “monitorare”, almeno, le decine di campi di prigionia dove ancora giacciono detenuti i fedeli di Gheddafi.
Secondo il Servizio segreto britannico (MI5), il governo “centrale”, al momento controlla solo 20 degli oltre 300 depositi di armamenti sparsi nel Paese. Mentre Mosca ha avvertito che ben 6400 barili di scorie radioattive sono trattenute nella regione di Sabha ora sotto il controllo di milizie fondamentaliste legate ad al Qaida.
Bel risultato per l’Occidente. La sua aggressione – come già accaduto con l’Iraq ma come non è certo accaduto né per l’Afghanistan né sta accadendo per la Siria… - ha ridotto la Jamahiria libica al sottosviluppo, alla destabilizzazione e a diventare culla di tribalismo e fondamentalismo esportato anche nel Mali e nella Nigeria.
Ecco la Nuova Libia d’Occidente. Il regalo di Washington, Londra e Parigi al mediterraneo e all’Italia in particolare.
Di tali “amici” e “alleati” sarà sempre troppo tardi fare a meno.

Ugo Gaudenzi

RaiNews24 - 7 Novembre 2013

Tripoli è ripiombata nel caos più totale. Intense sparatorie fra gruppi di miliziani rivali hanno scosso dall'inizio della serata fino a notte il centro della capitale libica proprio come accaduto solo 48 ore fa. Testimoni raccontano che sarebbero stati usati razzi anti-aerei e granate.

Le stesse fonti riferiscono di automobili abbandonate in mezzo alle strade del centro da persone terrorizzate che fuggivano a piedi in cerca di una via di fuga o nell'estremo tentativo di raggiungere un riparo. Il traffico in città è letteralmente andato in tilt. Inizialmente in molti hanno pensato che si trattasse di semplici fuochi d'artificio, ma in breve il cielo si è riempito di scie luminose e ci si è resi conto, dai segni evidenti dei proiettili, di essere nel mezzo di una vera e propria "guerriglia urbana".

Gli spari - che sono proseguiti fin oltre la mezzanotte - hanno lambito il quartiere dove hanno sede il ministero degli Esteri e la tv di Stato, ma anche un noto albergo della capitale, il Radisson, frequentato da occidentali e che in questi giorni ospita personale diplomatico francese. Una fonte della sicurezza libica ha riferito che un gruppo di miliziani, forse di Misurata, pesantemente armati, è entrato nella capitale e ha attaccato la zona di Suq al-Juma a est di Tripoli. L'attacco - forse una vendetta fra gruppi rivali - sarebbe avvenuto per rivendicare la morte di un loro combattente ucciso in una sparatoria all'inizio della settimana.

La Reuters riporta di alcuni miliziani che a bordo di una Toyota dotata di armi anti-aeree hanno gridato al grido di "Allah Akbar" ("Dio è grande") mentre procedevano a velocità spedita nelle vicinanze del ministero degli Esteri. Fra lunedì e martedì scorso gruppi di combattenti rivali si erano fronteggiati per ore sempre per le strade della capitale, causando almeno un morto e diversi feriti.

Formatesi durante la rivolta che ha rovesciato il regime di Muammar Gheddafi, le milizie sono composte da ex ribelli. Considerati come eroi nel 2011, in seguito non hanno voluto abbandonare le armi e sono diventati incontrollabili per il governo centrale, dal quale vengono pagate per creare forze di sicurezza semi-ufficiali. Ma ieri il governo libico ha annunciato che da gennaio del 2014 non pagherà più gli stipendi ai miliziani.

Una mossa che potrebbe avere alimentato gli scontri odierni, anche se al momento è ancora troppo presto per avere un quadro certo della situazione, di chi sta combattendo e per che cosa. Intervenendo oggi a Repubblica Tv il ministro degli Esteri Emma Bonino ha affermato che la Libia "è assolutamente fuori controllo" come dimostra anche l'allarme dell'Eni che "sta minacciando di chiudere i pozzi". Ma non possiamo "mandare l'esercito, mi pare difficoltoso: serve una soluzione politica", ha aggiunto la titolare della Farnesina.

Redazione

Repubblica.it - 15 Novembre 2013

TRIPOLI - Dopo gli scontri, i più violenti da mesi, che hanno causato almeno 27 morti e centinaia di feriti oggi a Tripoli, il primo ministro Ali Zeidan ha lanciato un ultimatum "a tutte le milizie armate", ancora attive in città, intimando loro di "lasciare" immediatamente e "senza alcuna eccezione" la capitale libica. La tensione è alta nella capitale. Secondo fonti dell'Agenzia stampa Ansa "l'aeroporto di Tripoli è stato momentaneamente chiuso",  ma "i voli della giornata di domani sarebbero tuttavia ancora programmati". La capitale libica è ripiombata oggi nel caos dopo che una manifestazione pacifica contro le scorribande di gruppo di miliziani di Misurata, che spadroneggia in un quartiere della città,  è degenerata in violentissimi scontri. Sono tra i più sanguinosi dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2010. Con almeno 13 i morti e 114 i feriti, tra cui alcuni bambini, secondo quanto ha riferito l'agenzia di stampa Lana. Un bilancio destinato ad aumentare. Il premier Zeidan, 'arrestato' illegalmente alcune settimane fa da miliziani e trattenuto per diverse ore, ha ordinato stasera a tutte le milizie armate a lasciare Tripoli, senza eccezione alcuna, definendo la situazione "pericolosa". Ma non é chiaro quale effetto concreto questo ordine potrà sortire. Le violenze sono esplose nel quartiere di Ghargur, davanti alla sede della milizia di Misurata, dopo che un centinaio di persone si erano radunate pacificamente in un corteo di protesta davanti all'edificio. Per tutta risposta i miliziani che hanno aperto il fuoco sulla folla. In un primo momento hanno sparato in aria, poi hanno puntato ad altezza uomo e mietendo le prime vittime. La situazione è degenerata. Fonti Reuters hanno riferito di avere visto persino un cannone anti-aereo sparare sulla gente che urlava: "non vogliamo le milizie armate!". Immediata la reazione dei dimostranti che hanno ripiegato, fuggendo. Poco più tardi alcuni sono tuttavia tornati indietro, ma questa volta armati, e per ritorsione hanno tentato di assaltare la sede dei ribelli e di darle fuoco. Sul posto sono giunti decine di carri armati dell'esercito e polizia che hanno cercato di separare i due gruppi, transennando l'area. I miliziani Ghargur, da parte loro, sostengono per bocca del leader Taher Basha Agha di "essere stati attaccati per primi e d'aver reagito per difesa". La situazione negli ospedali, dove continuano ad giungere i feriti, è allarmante, ha riferito intanto il ministero della Salute, che al momento non è in grado di distinguere le persone uccise dai miliziani, da quelle morte nell'attacco al loro quartier generale. Testimoni raccontano di scene da guerriglia urbana con sparatorie, esplosioni e fuggi-fuggi generale. Sul luogo dei tafferugli sono stati visti volare aerei militari, mentre per le strade è un via-vai di ambulanze. La manifestazione di oggi era stata indetta nei giorni scorsi per chiedere al governo di attuare la legge 27 che prevede che i miliziani, considerati 'eroi della rivoluzione' nel 2011, quando venne rovesciato il regime di Gheddafi, siano integrati nell'esercito regolare oppure che le loro unità vengano smantellate. La capitale è stata del resto la settimana scorsa teatro di scontri armati pesanti tra milizie rivali. E i combattimenti hanno provocato la morte di tre persone e almeno 29 feriti oltre a ingenti danni materiali. La situazione della sicurezza in Libia è ad alto rischio non solo a Tripoli. Da giorni la protesta dei berberi blocca infatti la distribuzione di gas e petrolio dall'impianto di Mellitah, gestito dall'Eni e dalla compagnia petrolifera nazionale libica (Noc). Una protesta che sta mettendo a rischio la produzione di corrente elettrica in tutta la parte occidentale del Paese. Intanto il dipartimento di stato americano ha offerto 10 milioni di dollari come ricompensa a chi fornirà alle autorità informazioni per riuscire a identificare gli autori dell'attentato alla sede consolare Usa di BengasiL'attacco è avvenuto l'11 settembre 2012 provocando la morte di quattro cittadini americani tra cui l'ambasciatore americano nel paese, John Christopher Stevens che si trovava in visita nella città.

Redazione Online

Quotidiano.net - 16 Novembre 2013

Nuovi scontri oggi tra gruppi armati in quartiere alla periferia di Tripoli. Gli scontri sono scoppiati quando soldati e milizie affiliate al governo hanno cercato di riguadagnare il controllo di una base occupata da uomini armati dopo gli scontri di ieri. Secondo un combattente vicino al governo uno dei suoi colleghi è rimasto ucciso e altri tre sono rimasti feriti, nel combattimento a est della città. Il combattente ha parlato a condizione di anonimato.  Continua dunque la tensione dopo la guerriglia di ieri. Il  bilancio delle vittime degli scontri di venerdì  a Tripoli è stato nuovamente rivisto al rialzo: sono oltre 40 i morti e circa 400 i feriti. Tutto è cominciato quando un corteo di protesta, inizialmente pacifico, contro una milizia a Tripoli, alla quale veniva chiesto di lasciare la sua sede e abbandonare la capitale, è degenerato in scontri armati.  

"ITALIANI, RIENTRATE" - L’ambasciata italiana a Tripoli, dopo le tensioni e gli scontri tra le milizie, ha inviato una comunicazione agli italiani residenti nella capitale libica per “consigliare di valutare la possibilità di rientri temporanei nei prossimi giorni in Italia, in attesa di un chiarimento della situazione sul terreno. “I sanguinosi eventi di ieri a Tripoli hanno determinato una situazione di instabilità con ripercussioni sulla sicurezza. Non è chiaro al momento quali saranno gli sviluppi. In un tale contesto - si legge nel messaggio - e qualora non sussistano esigenze particolari, si consiglia ai connazionali residenti a Tripoli di valutare la possibilità di rientri temporanei". L’ambasciata d’Italia èaperta, operativa e sempre contattabile, si aggiunge

Redazione Online

Adnkronos/ Aki - 4 Dicembre 2013

Tripoli, 4 dic. - Il Congresso generale nazionale libico, il Parlamento di Tripoli, ha votato per far sì che la sharia, la legge islamica, diventi la base della legislazione e delle istituzioni dello Stato nella nuova Libia. In un comunicato del Congresso diffuso dai media libici, si legge che la "sharia è la fonte della legislazione in Libia" con la conseguente abolizione di "tutto ciò che contravviene alle disposizioni della sharia". Pertanto, prosegue la nota, "tutte le istituzioni statali sono obbligate a osservare" la decisione del Parlamento. il comunicato precisa che è stata creata una commissione ad hoc, in collaborazone con il ministero della Giustizia, per "rivedere le leggi applicate e valutarne la concordanza con la sharia":

Redazione
Giovedì, 05 December 2013 01:00

Libia, insegnante americano ucciso a Bengasi

La Repubblica - 5 Dicembre 2013

Ancora un brutto segnale di violenza dalla Libia, da Bengasi, la città in cui un anno fa nell'assalto al consolato americano vennero uccisi l'ambasciatore americano Chris Stephens e altri tre diplomatici Usa. Stamattina, mentre faceva jogging da solo, è stato ucciso Ronnie Smith, un professore statunitense di chimica che insegnava nella International School di Bengasi, città da cui partì la rivolta anti-Gheddafi del 2011 ma che oggi è diventata il simbolo dell'instabilità del paese. 
Smith era uno dei pochissimi stranieri che sono ancora rimasti a Bengasi e in tutta la Cirenaica: dopo la morte dell'ambasciatore Stevens, la presenza occidentale a Bengasi è stata ridotta al minimo, anche il console italiano Guido De Sanctis venne fatto partire dopo un attentato contro la sua auto blindata.  L'ultimo a partire il console malese, richiamato alla Valletta dopo che perfino a lui, considerato da tutti "un libico" erano arrivate minacce di morte.
Originario del Texas, 33 anni, sposato e con un figlio piccolo, Smith era arrivato a Bengasi alla fine del 2012, per insegnare chimica alla Scuola internazionale. Su Internet, nelle loro bacheche, i ragazzi della scuola lo ricordano come un uomo generoso, che aveva offerto tutto se stesso alla causa del popolo, dei giovani libici.
Ma Bengasi ormai è una città in cui la sicurezza è sfuggita di mano a tutti perché nessuno controlla il potere e le forze di polizia. Solo oggi sono stati assassinati 3 militari, ieri altri 2, nella notte un terzo è sfuggito a un attentato. Come ricorda l'Ansa, stamane nel primo attacco un membro delle forze di sicurezza di 28 anni, Salah Werfalla, è stato colpito da colpi d'arma da fuoco. Il secondo assassinato è stato un altro ufficiale, Ahmad Tarhuni, freddato alla stessa maniera. La terza vittima era un ufficiale dei servizi segreti, Salah Hammud, morto nell'esplosione di un ordigno piazzato nella sua auto. Una guerra quotidiana che prende di mira poliziotti, soldati, giudici, attivisti e giornalisti in una regione dove il potere centrale di Tripoli non riesce a imporre la propria autorità ma anche le formazioni e i gruppo politici locali sono in contrasto fra di loro e incapaci di controllare la piazza. 
Fino a qualche settimana fa la sequenza degli assassini lasciava individuare un filo rosso: erano tutti ex agenti o militari del regime di Gheddafi, oppure funzionari ancora oggi in servizio che però avevano lavorato (e oppresso la popolazione) ai tempi del colonnello. Molti interpretavano questi continui assassinii come spietate ma semplici vendette da far risalire al tempo della dittatura. Adesso però vengono uccisi uomini che non avevano nulla a che fare con Gheddafi, che lo hanno anche combattuto, che stanno provando a ricreare oggi le strutture di sicurezza per la Libia. Sicuramente uno degli attori che sta effettuando questi "omidici mirati" è il gruppo jihadista di Ansar al Sharia, il "partito della legge islamica", che venne ritenuto l'esecutore dell'assalto al consolato americano. 
Due settimane fa Ansar al Sharia aveva avuto un pesante scontro a fuoco con l'esercito, in cui erano rimasti uccisi una decina di soldati e molti militanti integralisti. Una battaglia che aveva suggerito al premier Ali Zeidan di volare a Bengasi, dove per lui è sempre stato difficile anche solo atterrare all'aeroporto ed entrare in città, per provare a incontrare e mobilitare i capi della sicurezza locale. Il sospetto è che a questi omicidi mirati di un gruppo qaedista come Ansar al Sharia si sia aggiunto di recente anche un ruolo di altri gruppi integralisti, anche di bande di criminali o di gruppi politici che hanno tutto l'interesse a cancellare ogni presenza straniera in Cirenaica per evitare appoggio e sostegno a quei gruppi di ribelli che hanno preso il potere e vogliono provare a stabilizzare il paese.

Vincenzo Nigro
Sabato, 07 December 2013 01:00

Eni: Paolo Scaroni, Gheddafi? Era un pazzo

Blitz Quotidiano - 7 Dicembre 2013

“Un pazzo”. E’ secco il giudizio dell’a.d dell’Eni, Paolo Scaroni, sull’ex leader libico Gheddafi. “Molto meglio che se ne è andato, era un pazzo, i problemi della Libia dipendono da lui”, dice ospite di Radio24.

Da giugno 2005 al timone di Eni, l’a.d. Paolo Scaroni punta al quarto mandato: “Mi piacerebbe”, risponde a Giovanni Minoli su Radio24. Garantendo che la sua gestione scommette sul futuro del Paese: “l’Eni di Scaroni continua ad investire in Italia a manetta”, 8 miliardi nei prossimi 4 anni, puntando soprattutto sulla ‘chimica verde’, “la miglior prova che io nell’Italia ci credo”. Una fiducia sugli italiani, “gente in gamba come in nessuna parte del mondo”, e sul Governo: “Fa del suo meglio e vedrete che la ripresa ci sarà”, dice poi a margine di un convegno a Milano.

Nessun commento sulla scelta dell’esecutivo di cedere una quota del 3% dalla partecipazione pubblica nel gruppo energetico: “la decisione non spetta a me, siamo l’oggetto”. Quanto al meccanismo dell’operazione, che prevede anche un buyback da parte dell’azienda perché non si diluisca poi la quota di controllo, Scaroni ribadisce che le due azioni saranno indipendenti: per il buyback parla di tempi lunghi, nell’arco di dieci anni Eni acquisterà sue azioni sul mercato quando si creeranno le condizioni (“se il prezzo del petrolio è alto, se rispettiamo i parametri finanziari e se i nostri risultati sono buoni”). Quanto al governo, “deciderà quello che crede su tutto quello che gli compete”.

E aggiunge: “Nessuna azienda come noi nel mondo ha partecipazioni dello Stato, direi che l’anomalia siamo noi”. Con il fermo della produzione in Libia “non c’è rischio per le forniture di gas, questo inverno non staremo al gelo”, garantisce; gli effetti negativi sono solo per l’Eni (“Perché produrre un terzo di quello che potremmo è un problema”). Scaroni ricorda Mandela, “uomo straordinario, una vita incredibile”, e accenna ai leader che ha avuto come interlocutori: “Mi hanno colpito Blair ma anche Chavez”, e oggi “sono formidabili il leader del Mozambico Guebusa e Dos Santos in Angola”.

L’ex leader libico Gheddafi? Il giudizio è netto: “Era un pazzo”, quindi “molto meglio che se ne è andato, i problemi della Libia dipendono da lui”. I rapporti dell’Eni con il governo Kazako ed il caso Shalabaieva? Nessun ruolo: “Tutto falso. Mai sentito parlare né di lei né del marito. Mai parlato della questione con Alfano”.

Nessuna preoccupazione, poi, per l’inchiesta Saipem che vede lo stesso Scaroni tra gli indagati: “Lascia tranquilli noi in Eni, non c’entriamo assolutamente nulla”. L’a.d di Eni ritiene improbabile che la produzione nel maxi giacimento del Kashagan possa slittare al 2015. E esclude un interesse del Cane a sei zampe per gli asset italiani di E.On: “Poi magari – aggiunge – se vendono tutte le attività ad un euro, ci guardo”. Quanto alla produzione interna di petrolio, l’Italia “non è certo l’Arabia”, ma raddoppierebbe con regole diverse sul modello di Norvegia o Regno Unito: “Il 10% circa dei consumi è prodotto localmente, si potrebbe fare di più, potremmo arrivare al 20% ma abbiamo norme eccessivamente severe”.

Redazione

Vivere Pescara - 8 Dicembre 2013

Giovedì 12 dicembre alle ore 15, l’aula multimediale del Rettorato del Campus dell’Università 'G. d’Annunzio' di Chieti e Pescara ospiterà un convegno organizzato dal Dilass (Dipartimento Lettere, Arti e Scienze Sociali) e dall’Airl, l’Associazione italiana rimpatriati dalla Libia.

Al centro del convegno, la presentazione del libro di Barbara Spadaro 'Una colonia italiana. Incontri, memorie e rappresentazioni tra Italia e Libia'.

Alla presenza dell’autrice, il direttore del Dilass Stefano Trinchese, la docente di Lingua e Letteratura Araba Elvira Diana e la docente di Storia dei Paesi islamici Paola Pizzo, rifletteranno sulla memoria  collettiva dei rimpatriati italiani dalla Libia.

Il convegno sarà la prima occasione per incontrare gli interessati a partecipare al questionario nazionale a risposta aperta che il Dipartimento ha avviato in collaborazione con l’Airl, tramite l’équipe di ricerca della Cattedra di Storia Contemporanea. Il questionario rappresenta un lavoro mai svolto prima di conservazione della memoria di una storia italiana poco e mal raccontata, a partire dalle storie personali di emigrazione, ai problemi dell’integrazione, alle aspettative, le dinamiche e le interazioni sociali, concludendo con l’impatto del rimpatrio 'obbligato', nel 1970.

"L’intento che ci proponiamo come gruppo di ricerca non è quello di riscrivere la storia, ma di leggerla attraverso le microstorie di ognuno dei protagonisti, fatte di interazioni sociali, scambi culturali e relazioni nuove", spiega Stefano Trinchese. "La storiografia, sia italiana sia internazionale, si è concentrata soprattutto nel porre l’attenzione più sulle vicende politico-diplomatiche e militari che sulla ricostruzione della memoria. La costruzione dell’identità italiana, soprattutto dal secondo dopoguerra, non ha permesso uno studio approfondito del periodo coloniale e post-coloniale italiano".

Gli Italiani rimpatriati dalla Libia che volessero partecipare alla ricerca, possono contattare il DILASS  allo 0871/3556500 o scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Redazione
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