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Venerdì, 14 November 2014 01:00

Tripoli 1970. Allontanati dalla nostra vita

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Libia travolta

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Da quella buia notte una stella brillò

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Shabab

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La cucina ebraica tripolina

Venerdì, 14 November 2014 01:00

Nives Comas Casati L\'eletta Signor

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Dopo Gheddafi

Venerdì, 14 November 2014 01:00

I Ventimila La casa sul Gebel

Radio Vaticana - 16 Luglio 2014

È salito ad oltre 30 morti il bilancio di tre giorni di scontri in Libia tra fazioni rivali, milizie jihadiste ed esercito nelle due principali città del Paese, Bengasi e Tripoli, dove è stato attaccato l’aeroporto internazionale. Il segretario di Stato Usa Kerry chiede la fine delle violenze e assicura che gli Stati Uniti stanno collaborando con il governo libico per riportare la calma. Almeno 26 persone sono rimaste uccise in tre giorni combattimenti per il controllo dell’aeroporto di Tripoli. Lo scalo è conteso tra milizie islamiche di Misurata e le milizie locali di Zintan. Negli scontri distrutto il 90% degli aerei presenti sulle piste.  In un video diffuso in rete si vede un parlamentare di Misurata, guidare una milizia armata e tentare l'irruzione nell'aeroporto internazionale al grido “Allahuakbar”. Situazione fuori controllo anche in Cirenaica: a Bengasi ad essere conteso è l’ospedale della città. Gli scontri, nei quali sono morte almeno cinque persone, hanno visto opporsi forze di sicurezza appoggiate da unità del generale in pensione Haftar e milizie islamiste. Hanno espresso grande preoccupazione il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, e il segretario di Stato Kerry che ha chiesto la fine delle violenze. Intanto l’Onu ha deciso di ritirare il suo staff dal Paese mentre il governo libico sta valutando di richiedere un intervento internazionale per ristabilire la sicurezza. Sulla situazione sentiamo l’analisi di Bernard Selwan Elkourì, direttore di Cosmonitor:

R. – In realtà quello che sta succedendo ha avuto inizio durante la rivoluzione contro il regime di Gheddafi. La differenza è che negli ultimi mesi lo scontro tra i diversi attori si è acuito perché maggiore è diventato il flusso di armi che ha circolato nel Paese. Due mesi fa, ricordiamolo, ha avuto inizio una vera e propria guerra, soprattutto nella Cirenaica, tra le forze militari, paramilitari, del generale in pensione libico Khalifa Haftar e, principalmente, tutte le altre milizie libiche di carattere islamista, in particolare jihadista. In questi giorni c’è stata un’escalation grave che, però, in diverse occasioni le forze del generale Haftar avevano annunciato, affermando che si sarebbero dirette anche a Tripoli, dove ci sono numerose milizie, proprio con l’obiettivo di ripulire anche questa città dopo la campagna iniziata a Bengasi, nella Cirenaica.

D. – Caduto Gheddafi si è detto che in Libia andava completamente ricostruito un apparato governativo, a che punto è questo percorso? Esiste uno Stato?

R. - Di fatto, la Libia è caratterizzata da un grave vuoto di potere, oltre che di sicurezza. Fino allo scorso mese avevamo addirittura due governi e questo è emblematico per comprendere la complessità della situazione politica e istituzionale nel Paese. Di fatto, oggi, permane il governo di al-Thani ma non ha alcun potere sul territorio e non è in grado soprattutto di controllare questo vasto territorio che invece è in mano alle diverse milizie, diversi gruppi armati ed alcune tribù. A questo bisogna aggiungere un’ondata di radicalizzazione che ha caratterizzato tutta l’area del nord Africa e del Medio Oriente. E, per ultimo, questo annuncio del califfato rischia veramente di portare alla nascita o meglio all’estensione di questo califfato nel nord Africa e avere proprio in Libia la sua base principale. Quindi, la mancanza di istituzioni, di un esercito centrale e di apparati di sicurezza in grado di garantire la stabilità nel Paese, è il punto più debole sul quale bisogna lavorare con maggiore insistenza per potere ripristinare la stabilità e la sicurezza nel Paese.

D. – Il debole governo libico sta valutando di richiedere un intervento di forze internazionali sul terreno ma dopo i bombardamenti della Nato è immaginabile davvero un interevento di forze straniere?

R. - Su questo punto i libici sono sempre stati molto chiari fin dall’inizio della rivoluzione contro Gehddafi. La maggior parte della popolazione si era subito schierata, allora, con le forze della Nato, ma anche con le forze arabe, principalmente quelle qatariote, in quanto l’obiettivo era quello di far cadere il regime. Una volta terminata questa missione, i libici in più di un’occasione hanno detto chiaramente: noi siamo capaci, dobbiamo fare da soli. Ovviamente, quello che sta succedendo in questi giorni rimette in gioco tutto. Io non ritengo che sia una soluzione plausibile, soprattutto perché il Paese è veramente in preda al caos: intervenire oggi non sarebbe come intervenire due anni fa, in quanto c’è una proliferazione di armi molto pericolosa, ma soprattutto c’è una presenza qaedista e jihadista, e quindi una capacità offensiva soprattutto contro le forze occidentali, che due anni fa non c’era.

D. - C’è stata quindi un’infiltrazione qaedista e jihadista nelle milizie anche locali e tribali della Libia?

R. – Questa radicalizzazione in Libia è un processo non isolato ed è stato una conseguenza di un processo che si è diffuso in tutta l’area del Nord Africa, del Maghreb e Medi Oriente, e ha avuto, come abbiamo visto negli ultimi giorni, il suo epilogo con l’annuncio del califfato islamico. C’è una parte della Libia, che è quella della Cirenaica, in particolare Derna, che è sempre stata caratterizzata da un’importante presenza tradizionalista, dal punto di vista religioso, il che favorisce sempre la diffusione di elementi salafiti e jihadisti.

Domenica, 13 July 2014 02:00

Libia, i tesori archeologici indifesi

Il Fatto Quotidiano - 13 Luglio 2014

Leptis Magna, Apollonia, Cirene, Sabrata, nomi che evocano le splendide città costiere della Libia, l’eredità romana in Africa. In epoca storica, intorno al 1000 a.C. i Fenici sbarcarono sulle coste libiche fondando Sabratha, Leptis Magna, mentre nel 630 a.C, giunsero i Greci e fondarono Cirene, con templi, tombe, agorà e teatro, davvero imperdibile, e diede il nome alla regione; Cirenaica.
In seguito alla distruzione di Cartagine arrivarono i Romani, che fecero prosperare e sviluppare le città, i commerci, e da Leptis Magna, il miglior sito romano di tutto il Mediterraneo arrivò addirittura un imperatore; Settimio Severo.

Da anni le rovine sono assediate dall’avanzare del deserto e dalle continue guerre interne che deturpano e danneggiano queste pietre millenarie pregne di gloria, testimoni di ricchi commerci e scambi culturali, che non chiedono altro che silenzio e rispetto.

Il teatro di Leptis Magna risalente al I secolo dopo Cristo lascia stupefatti dalle geometrie perfette e dalle armonie delle proporzioni, decorato con statue e colonne policrome, la sua magnificenza conquisterà anche gli animi più tiepidi. I mosaici di Cirene che abbellivano i pavimenti di ricche famiglie, tracce di un potente passato, entusiasmano anche gli addetti ai lavori, si cammina nei profumi mediterranei mossi dal vento e tra statue decapitate dalla cattiveria dei nemici. Le colonne mirabilmente scolpite di Apollonia sfidano da secoli le tempeste del Mediterraneo.

Ora tutto questo inestimabile tesoro archeologico è di nuovo in pericolo per l’acuirsi della guerra intestina che da anni provoca lutti e macerie. Musei derubati e distrutti, acropoli e templi sfregiati rischiano di scomparire in poco tempo. Davanti a queste prospettive terribili, gli enti mondiali preposti per la difesa di tesori archeologici, patrimonio di tutta l’umanità, dovrebbero far sentire forte il loro sdegno. Sicuramente lo staranno facendo, ma non così forte, credo, perché io non sento nulla.

Vittorio Giannella
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