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Martedì, 05 May 2009 02:00

N° 5-2009

SOMMARIO DEL N° 5-2009

Editoriale

L'Ospite è sempre sacro?

di Giovanna Ortu

Attualità

Adempimenti e scadenze

Il nostro provvedimento

Fac simile domanda

Una grande emozione di Giovanna Ortu

Il giro d'Italia di Daniele Lombardi

Tornate in Libia con l'Associazione di Ileana Christoudis

Cultura

Da Leptis a Cirene, incontri fra le rovine di Paolo Germani e Mariastella Pandolfini

Atleti nel Santuario di Iole Terreni

Un mare di ricordi di Ileana Christoudis

Tripolini che si fanno onore

Rosalba ci porta su Marte di Daniele Lombardi

 

 


L'Ospite è sempre sacro?

di Giovanna Ortu

La visita del Raìs nel nostro Paese, la prima da quando è al potere, è avvenuta.

Un evento lungamente atteso e temuto da tutti gli italiani e soprattutto da noi: la realtà è stata superiore a qualunque più fervida immaginazione. Ricordando da una parte i toni concilianti di un Gheddafi che aveva appena compiuto la svolta occidentale nel 2004 e dall’altra il contenuto del messaggio che ci aveva rivolto proprio in quell’anno, anche noi eravamo pronti a voltare davvero pagina con quel perdono cristiano che, se non contempla necessariamente l’oblio dell’offesa subita, dall’altra impone di non ricordarlo continuamente a chi ne è stato responsabile.

Quanto ci eravamo sbagliati!

Lo abbiamo, lo avete subito compreso appena si è aperto il portellone dell’aereo ed è comparso l’ospite, con quell’abbigliamento indecente e quella bizzarra compagnia. Nei tre giorni successivi a nessuno è stata risparmiata la sua parte di offesa: dal Presidente della Repubblica fino all’ultimo degli studenti, passando per le donne, gli imprenditori, i senatori, fino al Sindaco di Roma.

Finalmente, quando ogni ombra di dignità sembrava irrimediabilmente perduta, un energico alt è arrivato dalla terza carica dello Stato: se noi rimpatriati abbiamo accolto la reazione dell’Onorevole Fini come un effetto balsamico sulle nostre ferite vecchie e nuove, tanti, tutti lo hanno registrato come necessaria restituzione della dignità alla nostra democrazia fino al quel momento prona davanti alle provocazioni del Colonnello.

Di fronte a questo quadro desolante l’offesa a noi riservata è solo la piccola parte di un tutto: già a Tripoli, ai primi di maggio scorso, avevo saputo che la visita ufficiale di Gheddafi in Italia era ormai prossima e che nel programma sarebbe stato incluso un incontro con noi. Non appena l’ufficio stampa della Farnesina ha diffuso l’annuncio ufficiale abbiamo chiesto attraverso un nostro comunicato al presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio di inserire in agenda il nostro appuntamento.

Di fronte al silenzio di Palazzo Chigi abbiamo registrato la disponibilità del Quirinale ma, durante il colloquio con il Segretario Generale Marra e l’Ambasciatore Cangelosi, è emerso che quanto avevamo appreso in via informale rispondeva a verità: al termine degli incontri ufficiali il Cerimoniale libico stava gestendo, in totale autonomia, termini e modalità del colloquio con i rimpatriati senza alcuna partecipazione da parte delle Autorità italiane.

Tuttavia il giorno successivo la situazione registrava un’apertura con la telefonata tranquillizzante dell’Ambasciatore Gaddur il quale mi invitava a fornire un elenco di partecipanti all’incontro, a titolo esclusivamente personale, senza alcuna forma di rappresentatività né per il ruolo dell’Associazione né per la condizione di vittime della confisca e della conseguente espulsione.

Dopo una lunga riunione in sede, convocata in gran fretta fra i Consiglieri disponibili e le persone che giornalmente frequentano l’ufficio, inviavamo la lista richiesta rimasta senza alcun riscontro.

La sera di venerdì 13, dopo aver comunicato al Quirinale e al Ministero degli Affari esteri che gli inviti promessi non erano arrivati, abbiamo provato persino un certo sollievo all’idea di non dover essere presenti, date le provocazioni lanciate da Gheddafi fino a quel momento.

Pensavamo che il peggio fosse passato ma non avevamo fatto i conti con l’accoglienza festosa che i cento partecipanti a vario titolo all’incontro, hanno tributato al Leader sotto la tenda. Sgomenti ci siamo domandati, e vorremmo domandare anche a loro, cosa li ha spinti ad un atteggiamento così accondiscendente verso il responsabile della loro cacciata dalla Libia. Ci siamo chiesti se si trattasse di una variante della Sindrome di Stoccolma o quanto quelle persone facessero parte della categoria dei rimpatriati.

La sola risposta l’abbiamo affidata ad un comunicato in cui precisavamo che l’Associazione non era presente e chiedevamo al Ministero degli Esteri di fornirci il testo del discorso pronunciato da Gheddafi con l’ultima delle provocazioni romane: i rimpatriati gli devono la vita. Di fronte ai suoi colleghi del Consiglio della Rivoluzione che imponevano il confino di noi ventimila in campi di concentramento nel deserto, egli pietosamente riusciva a tramutare la condanna in confisca ed espulsione.

Noi siamo tutti fieri di appartenere ad uno Stato democratico e sappiamo che è responsabile delle nostre Istituzioni, pur avendo indubbiamente gestito la tutela dei nostri diritti in modo superficiale e insufficiente, non avrebbero certo permesso che a nessuno di noi fosse torto un capello e soprattutto credo non lo avrebbe consentito il popolo libico che, e non lo dimenticheremo mai, ci ha aiutato in quei giorni difficili e conserva di noi un grato ricordo, nonostante il fratello Muammar chieda e ottenga vendetta proprio in nome della sua gente.

Mercoledì, 05 August 2009 02:00

N° 8-2009

SOMMARIO DEL N° 8-2009

 

Parto difficile e a rischio

di Daniele Lombardi

Comunicato stampa

Telegramma al Presidente del Consiglio dei Ministri

Lettera all'Ambasciatore d'Italia a Tripoli

Lettera al Comandante delle Frecce Tricolori

Attualità

I profughi sono tutti uguali di Andrea Lippi

Ritorno in Libia di Ileana Christoudis

Libia, 7 ottobre 2009: da "Aid el ttar" ad "Aid el uafa"

In memoria di Raffaello Fellah

Hammangi, il progetto prosegue di Maria laura Trovato

Brevi di attualità

Amarcord

Terra lontana di Eileen M. Forsythe

Il personaggio

Il filantropo tripolino di Giovanna Ortu

Cultura

I berberi dalla preistoria all'era del petrolio di Vittorio Sciuto

Da Leptis a Cirene, incontri fra le rovine di Paolo Germani e Mariastella Pandolfini

 

 


Hammangi, il progetto prosegue

di Maria Laura Trovato

Ringraziamo di cuore il gruppo di tripolini residenti in Australia che, in occasione del loro viaggio a Tripoli, hanno risposto alla proposta di Patricia Sagona McBride donando un generoso contributo per il nostro cimitero con un versamento diretto di 1.400 dollari australiani al custode Bruno Dalmasso.

I benefattori sono: Maria Sagona, Patrizia e John McBride, Aurelio e Lucia Sagona, Antonio e Maria Costa, Giovanni e Teresa Costa, Aldo Costa, Francesco Costa, Teresa Costa, Maria Mifsud, Mario e Maria Camilleri, Natalino Meilak, Violetta e Rommie Camilleri, Michele e Teresa Mangion, Ennie Mifsud, Adelaide Mifsud, Paolo Pace, Giuseppina Loriente, Antonio e Adelaide Meilak.

D’altra parte è bene non dimenticare che l’operazione “diamo dignità ai nostri morti” è tutt’altro che conclusa in quanto, sparsi per la Tripolitania e la Cirenaica, vi sono ancora alcuni piccoli cimiteri in stato di totale abbandono dove risultano tuttora sepolte circa un migliaio di salme che noi dobbiamo riuscire a portare ad Hammangi. Quindi servono ancora fondi che noi abbiamo già chiesto ad un primario Istituto Bancario Italiano che sta valutando la possibilità di accogliere il nostro accorato appello.

A questo proposito informiamo i nostri lettori che potranno, anche in occasione del rinnovo delle quote, integrare il loro versamento di soci ordinari, sostenitori o finanziatori con una quota aggiuntiva, specificamente indicando “pro Hammangi”.

L’AIRL infatti si è impegnata con il Consolato Generale di Tripoli a contribuire alle spese di manutenzione, a fianco delle grandi imprese italiane che operano in Libia, con una quota annuale di 5.000 euro: importo irrisorio per chi ha in tasca commesse multimilionarie, astronomico per la nostra piccola realtà che fonda sul volontariato la propria attività e che ha alle spalle solo la generosità dei propri iscritti.

E allora datecene prova!

Venerdì, 01 January 2010 01:00

N° 1-2010

SOMMARIO DEL N° 1-2010

Editoriale

E il modo... ancor ci offende

di Giovanna Ortu

Comunicati stampa

Attualità

Lo schema di decreto

La relazione illustrativa

I nostri rilievi a Governo e Parlamento

Camera. Il parere della Commissione Bilancio

Senato. Il parere della Commissione Finanze

Lettere

Giorni difficili di Igor Man

Solidarietà al Capo del Governo

Raduno di Bergamo

La nostra copertina

Silfio a Sacrofano

Italia-Libia: noi tra armi e petrolio di Daniele Lombardi

Ragusa: i Siciliani d'Africa a convegno

Italia-Libia: pari diritti pari dignità di Giovanni Picone

Il fruscìo degli eucalipti di Daniele Lombardi

Un viaggio speciale di Anna Ferraris

Cultura

Il fascino del deserto di Sandro Rinaldini

 

 


E il modo..... ancor ci offende

di Giovanna Ortu

Il fair play credo faccia parte del nostro DNA. Per cui nel momento più duro della nostra lotta quando eravamo stati dimenticati dal Trattato italo-libico e pretendevamo di essere inseriti nella legge di ratifica, abbiamo saputo accontentarci di quel poco che il Governo era disposto ad offrirci dopo che l’intero Parlamento aveva chiesto a gran voce un parziale ristoro anche per i nostri bistrattati diritti.

E così quanto il Trattato giungeva alle Camere con quella insolita celerità che Gheddafi aveva preteso per renderlo contestuale all’approvazione da parte dei suoi Comitati del popolo (sic!) ottenevamo anche noi uno scampolo di giustizia: fondi miseri e ancor peggio, rigidamente predeterminati per una disposizione la cui effettiva applicazione quantitativa era demandata ad un successivo decreto del Ministero per l’Economia.

La legge n° 7 del 6 febbraio 2009, come espressamente richiesto dal Colonnello, con una apposita disposizione, entrava in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale anziché, come normalmente avviene, quindici giorni dopo; da quella data partiva il termine anche per la presentazione delle nostre domande al fine di usufruire dell’indennizzo previsto dall’articolo 4.

Immediatamente la nostra macchina si è messa in moto: il fac-simile di domanda, i chiarimenti relativi ai termini di presentazione di nuovi documenti a sostegno di domande a suo tempo rigettate, i contatti con gli Uffici del Ministero tesi a quella collaborazione che in quarant’anni non è mai mancata, pur nel rispetto della obiettiva diversità delle posizioni.

Non sappiamo dire quando sia cominciata a serpeggiare una certa inquietudine, se alla manifestata volontà dell’ufficio di voler attendere la scadenza del termine del 17 agosto per quantificare la misura dell’indennizzo, quando sarebbe stato facile procedere come normalmente si fa sulla base di proiezioni statistiche oppure alla eccessiva riservatezza del Ministero sui criteri di calcolo del coefficiente.

A settembre, scaduti i termini per le domande, ci è stato comunicato che il decreto elaborato dagli uffici competenti era stato portato al Gabinetto del Ministro ma sul suo contenuto nulla è trapelato fino al momento in cui, un anno dopo l’entrata in vigore della legge, il 12 gennaio scorso, è arrivato in Parlamento per il previsto parere. Ed è stato un autentico choc.

La limitatezza dei fondi a disposizione è passata in secondo piano di fronte al modo punitivo e arbitrario in cui si è pensato di utilizzarli. Con le premesse, le riserve, gli errori e le stime prudenziali che sono state fatte nemmeno il triplo dello stanziamento sarebbe stato sufficiente a darci un minimo di ristoro. Come rendervi partecipi di tutto ciò che abbiamo fatto per protestare contro questo trattamento persecutorio?

La lettera aperta alle massime cariche istituzionali, ripresa dall’ANSA, è pubblicata qui di seguito insieme ai nostri rilievi sullo schema di decreto, inviati a tutti i membri delle Commissioni competenti di Camera e Senato.

Abbiamo prodotto molto altro materiale ed avuto frenetici incontri con numerosi Parlamentari, con il Sottosegretario Giorgetti e contatti telefonici o via mail con la Presidenza della Repubblica e la Presidenza della Camera.

Abbiamo chiesto all’avvocato Maurizio Paolino, ritenuto dal Ministero per l’Economia “responsabile” di una riserva di ben “quarantuno milioni” per i possibili beneficiari del comma 3, di chiarire allo stesso Ministero il significato del suo modello di domanda, ahimè, tragicamente generico al contrario di quanto la lettera della legge imponeva.

Purtroppo utilizzare il modello predisposto dal suo compianto papà per leggi precedenti di tutt’altro tenore è stato, non solo per i suoi rappresentati ma per tutti noi, deleterio.

E non sappiamo se il chiarimento inviato su nostra richiesta dal professionista all’ufficio competente e da noi trasmesso al Ministro dell’Economia possa valere ad abbassare l’entità di un accantonamento assurdo, pari al 20% dello stanziamento totale, oltretutto conteggiato due volte, al dividendo e al divisore.

AAl momento in cui questo giornale va in tipografia dopo nostri ripetuti incontri con i relatori del provvedimento al Senato e alla Camera, Senatore Mura e Onorevole D’Amico, i pareri purtroppo non vincolanti sono stati espressi ed inviati al Ministro, che ci auguriamo voglia tenerne conto.

E per noi, comunque andranno le cose, giustizia non sarà stata fatta.

Sabato, 01 January 2011 01:00

N° 1-2011

SOMMARIO DEL N° 1-2011

Editoriale

Per la nuova Libia più cuore, meno calcoli

di Giovanna Ortu

Comunicati stampa

I commenti

Ho fatto un sogno di Francesco Prestopino

Rivalità tribali di Claudio Zappone

L'amarezza di un rimpatriato di Andrea De Angelis

Attualità

Il nuovo progetto Hammangi di Maria Laura Trovato

Noi, cacciati dal Milleproroghe di Giovanna Ortu

Vita dell'AIRL

A Bracciano la torta più bella di Ileana Christoudis

Amarcord

Quando tutto profumava d'Italia di Mario Platero

Ritorno a casa di Toni Tinti

Cultura

I missionari francescani e la comunità italiana di Vittorio Sciuto

 

 


Per la nuova Libia più cuore, meno calcoli

di Giovanna Ortu

Un tumulto di sentimenti: non altrimenti si potrebbe descrivere lo stato d’animo di ciascuno di noi davanti allo spettacolo dai risvolti orrendi del quale siamo spettatori. La popolazione libica, sull’onda della protesta contro i dittatori nordafricani di Egitto e Tunisia, è scesa in piazza per opporsi al regime quarantennale di Muammar Gheddafi e chiedere maggiore democrazia. La rivolta, soffocata nel sangue dai miliziani del Raìs, nel momento in cui scriviamo ha già lasciato sul campo centinaia, se non migliaia, di civili inermi e non accenna a placarsi..

È la rappresentazione dell’epilogo di una tragedia che, all’inizio ha visto noi sulla scena come vittime incolpevoli e successivamente una serie di personaggi chiamati a svolgere il ruolo di protagonisti a volte farseschi, cui era affidata sempre la parte di rabbonire l’orco, facendo dimenticare alla platea la nostra risibile pretesa di aver ancora diritto ad una parte nella pièce. Per noi oggi ha diritto ad essere presente sulla scena solo il popolo libico, dagli amici più veri di ciascuno di noi, mai dimenticati negli anni, a quelli conosciuti in occasione del nostro ritorno in quella Terra, fino alla moltitudine delle conoscenze più o meno recenti..

Dal 17 febbraio abbiamo condiviso l’atteggiamento inizialmente prudente del Governo italiano, impegnato nell’azione prioritaria di riportare a casa incolumi i nostri millecinquecento lavoratori presenti laggiù, dando una mano anche al rimpatrio di altri europei; inevitabilmente siamo ritornati col pensiero ad un dramma vecchio di quarant’anni che ciascuno di noi porta nel cuore e per l’atmosfera generale di quei giorni e per i piccoli episodi di solidarietà che sono rimasti scolpiti nella nostra memoria. Sono proprio queste testimonianze di vicinanza e di umana condivisione che hanno contribuito a non spegnere la fiaccola dell’amicizia verso un popolo che più volte in questi anni ci ha ricoperto di attenzioni, forse per tentare di farci dimenticare un’ingiustizia della quale, però, non era in alcun modo responsabile.

È un popolo che da oggi ci sarà ancora più caro perché ha vissuto e vive un’esperienza certamente più tragica della nostra pagando con il sangue un anelito di libertà soffocato per quarant’anni. Noi rimpatriati abbiamo impiegato lo stesso tempo per convincere il popolo italiano e i suoi governanti dell’efficace collaborazione sempre intercorsa fra la collettività italiana e i cittadini della Libia indipendente, a dispetto degli episodi anche violenti della guerra coloniale, dei quali neanche noi eravamo colpevoli.

Ora, passato l’orribile momento di incertezza che ci auguriamo termini con la fine del regime di Gheddafi - del quale è ancora viva nel nostro animo l’immagine dell’ultima, proterva, visita nel nostro Paese -, i fatti dimostreranno come il futuro stato democratico libico, nato dalle ceneri di un’orribile dittatura, vorrà rivolgersi prima di tutto all’Italia, cui la Libia è indissolubilmente legata da vincoli geografici, storici e politici e in secondo luogo proprio a noi, italiani di Libia, che tanto trepidiamo per loro in queste ore.

Senza sorpresa, ma con commozione abbiamo letto le parole con le quali Hashem el Senussi ha chiosato la nostra vicenda in una intervista rilasciata a Sabina Braghi de “Il Tempo”: “Gheddafi fece un grande errore a mandare via gli italiani perché loro aiutavano il nostro Paese”. Proprio per questo non sappiamo e non vogliamo immiserirci a commentare le parole di chi, invece di augurarsi che finiscano presto questi sanguinosi scontri, pensa a calcolare quanti disperati, con stime variabili da cento a due milioni, potrebbero approdare a Lampedusa.

Non mancherà il tempo per occuparsi di questi aspetti adottando i necessari rimedi ma ora è tempo di fare ogni sforzo tutti noi e in primis le nostre Istituzioni, per sostenere il popolo libico nel suo desiderio di libertà.

Martedì, 01 March 2011 01:00

N° 2-2011

SOMMARIO DEL N° 2-2011

Editoriale

Un popolo pacifico costretto alla guerra

di Giovanna Ortu

Onore alla bandiera di Maria Laura Trovato

Primavere di libertà di Claudio Zappone

Comunicati stampa

Attualità

Dieci anni dopo di Daniele Lombardi

A Bergamo come sempre

Roma ottobre 2011 il nostro Congresso di Daniele Lombardi

Bengasini e Lasalliani di Francesco Prestopino

Rassegna Stampa

Cultura

La moschea Karamanli di Gianfranco Catania

La nostra copertina

I missionari francescani e la comunità italiana di Vittorio Sciuto

 

 


Un popolo pacifico costretto alla guerra

di Giovanna Ortu

La guerra: questa parola, così frequente nei miei primi ricordi di bambina, è tornata ad affacciarsi nella mia vita con una valenza diversa dalla partecipazione emotiva ai tanti conflitti del mondo nei quali anche i militari italiani sono andati a combattere, perdendo talvolta la vita.

Da oltre due mesi la situazione in Libia occupa gran parte dei miei pensieri; le scene di violenza e distruzione che attraverso la televisione entrano nelle nostre case generano un sentimento di totale impotenza ed un bisogno disperato di riuscire ad essere concretamente vicini a quel popolo pacifico che è riuscito a trovare la forza di ribellarsi ad un giogo quarantennale: vedere partire per il fronte soldati improvvisati, in maglioncino a scacchi, con il mitra in mano e lo stemma con la bandiera Senussita sul petto fa tenerezza e paura insieme; pensi a cosa deve provare la madre di ciascuno di loro che resta a casa, in condizioni non certo più sicure, ad aspettare che ritornino… se Allah vorrà dare loro questa opportunità!

Capita tuttavia che la guerra, questa orrenda guerra civile ti venga incontro nei volti di alcuni giovani feriti che vai a trovare in un grande ospedale romano dove sono ricoverati; e allora ti rendi conto che l’eroismo può essere una cosa normale per chi con semplicità ti racconta che una mercenaria ucraina gli ha sparato da distanza ravvicinata o per chi giace nel fondo di un letto con la vista irrimediabilmente compromessa ed il pensiero ai due giovani fratelli che dal fronte non hanno fatto ritorno.

Si danno e ti danno coraggio quei ragazzi, alcuni dei quali addirittura minorenni, nel loro disperato bisogno di tornare alla normalità che può anche concretizzarsi nel desiderio di un piatto di spaghetti, di un pezzo di pizza o più semplicemente di un po’ di felfel da cospargere sul cibo insipido della dieta ospedaliera. Sono molto grati ai sanitari che li curano con professionalità e vera dedizione; felici di essere assistiti dai loro familiari (così siamo definiti noi). Con gli occhi fissi alla bandiera Senussita appesa alla porta della stanza, ti dicono che manca poco, forse due mesi ancora alla vittoria e alla fine di Gheddafi; tu allora ti rianimi e pensi che persino due mesi non sono quel tempo che a te sembra infinito, ma solo una tragica parentesi fra il dramma di oggi e la libertà di domani.

Riesci così a sentirti orgogliosa a vario titolo: per quei ragazzi che fanno parte di un popolo a te particolarmente caro, per i medici italiani che in alcuni casi hanno loro salvato la vita e per il tuo Paese che ha trovato il coraggio in pochissimo tempo di passare dall’omaggio quasi servile al dittatore alla partecipazione attiva alla guerra per assicurare ai cittadini Libici un futuro di prosperità e di libertà.

Martedì, 01 March 2011 02:00

N° 3-2011

SOMMARIO DEL N° 3-2011

Editoriale

La nostra bandiera

di Antonio Stefanile

Il nostro comunicato

Convocazione Assemblea Generale

Attualità

Il nostro Convegno di Daniele Lombardi

Scheda di Adesione

A proposito di Libia di Silvana Ticci Pirrello

Franca e Nanni in prima linea

Noi e feriti libici di S. Fichera e A. Imperatore

Di nuovo insieme di Francesco Prestopino

Pensioni INPS

Libia e dintorni di Daniele Lombardi

L'AIRL al festival della storia di Raffaele Iannotti

Voi per l'AIRL

La lettera di Ezio Mario Sammartano

Tripoli 1970

Il Personaggio

Da Roger Abravanel: regole e merito di Daniele Lombardi

Rassegna Stampa

Album di famiglia

Mezzo secolo dopo di Giovanna Ortu

Cultura

I missionari francescani e la comunità italiana di Vittorio Sciuto

 

 


La nostra bandiera

di Antonio Stefanile

Vorrei riuscire a descrivere la mia emozione nel vedere quotidianamente, nei vari telegiornali che commentano il conflitto fratricida in Libia, la tanto amata e indimenticata bandiera libica di quel Paese nel periodo in cui noi italiani vivevamo in quella che fu la nostra prima patria, mai dimenticata. I suoi colori si vedono in ogni posto, su ogni oggetto anche banale, dal cappellino in testa al ribelle ai caricatori Kalashnikov, dal fusto del cannone di un carro armato, alla sciarpa della giovane donna o ancora fra le mani degli insorti durante le manifestazioni anti regime. Non vorrei sbagliare, ma i tre colori che la compongono hanno un significato: dal verde che rappresenta la terra, lo Stato, al rosso del sangue fino al nero della morte in difesa della patria. Non conosco invece il significato della mezzaluna centrale con la stella.

Il dittatore Gheddafi pensava di averti cancellato per sempre, cara bandiera, che qualcuno di noi è riuscito a portare con sé venendo via dalla Libia. Amata bandiera anche tu fosti testimone dei diciassette anni felici trascorsi da me in quel paese, dal 13 Ottobre 1953 al 29 Agosto 1970, quando la nave che ci riportava in Italia prese il largo alle 21,35: l'ultima cosa che vidi fu il campanile della cattedrale di Tripoli. Diciassette anni trascorsi a Collina Verde (Hedba el Khadra) che nulla aveva da invidiare all'Eden.

Ritornerai, sì, grazie ai tuoi giovani figli, che rappresentano il futuro del paese, a sventolare sul castello di Tripoli e nei punti più alti di tutte le altre città della Libia e tornerai anche grazie ai tanti ragazzi morti per te, morti per la libertà, per la democrazia, per estirpare una dittatura che dura da quarantuno anni. Non mancano tanti giorni alla fine di Gheddafi, della sua famiglia e del suo regime dalla scena politica. Sarai e resterai amata bandiera, con la città di Misurata, simbolo ed esempio di coraggio e fierezza per il futuro delle nuove generazioni libiche. E noi migliaia di italiani cacciati da Gheddafi in pochi giorni e con quattro stracci, saremo i primi ad onorarti, sarà come ritornare nuovamente a vivere in Libia. Abbiamo versato sudore con coraggio, umiltà, fede, per fermare la sabbia del deserto e renderlo un giardino verdeggiante di uliveti e mandorleti, agrumeti e vigneti, palmeti e banani, piantagioni di tabacco, orzo, grano e arachidi.

Abbiamo avuto salva la vita, ma siamo stati costretti ad abbandonare le nostre case, la nostra vita, i tramonti sul mare e quel cielo illuminato in ogni stagione da miliardi di stelle. Indimenticabili a Collina Verde le nostre “couscoussate”, la nostra sciaramula (insalata tripolina), il nostro basin (polenta di orzo), le nostre zarde (seduti per terra sulle stuoie). Nelle chiacchierate tra profughi in Italia non manca mai il ricordo della Libia che è ancor più presente in questi mesi di guerra: quanta commozione nel ricordare quella terra, calda, fertile, sincera, passionale, dura, arida ma dolce, umana, dove siamo nati e cresciuti assieme ai fratelli libici, sotto la stessa bandiera.

Amata bandiera che eri e sei ancora il nostro vessillo, sventolerai al ghibli del deserto, onorando coloro che sono morti per te. E per noi profughi italiani di Libia, sarà motivo di riscatto, di orgoglio, come se fossimo stati lì a combattere per te accanto ai fratelli libici. Allah ua Akbar dovrà esaudire un mio desiderio: ritornare nella Libia libera, baciare quel suolo e bere uno shahì seduto per terra a gambe incrociate, con gli eroi di Misurata, per farmi raccontare gli episodi di coraggio che hanno loro consentito di innalzare il tricolore senussita come primo importante simbolo di democrazia e libertà. Inshallah.

Venerdì, 01 April 2011 02:00

N° 4-2011

SOMMARIO DEL N° 4-2011

EDITORIALE

Un centenario 

di Daniele Lombardi

Da Italiani d’Africa a Italiani di Libia: perché? pag. 3

ATTUALITÀ

Il nostro viaggio nel futuro della Libia 

di Raffaele Iannotti

Il nostro comunicato 

Hammangi: si ricomincia 

di Luigi Sillano

CULTURA

Dal colonialismo al petrolio 

di Eleonora Lopez

AMARCORD

Tripoli, ultimi giorni 

di Jole Terreni di Salvatore Trovato

Ghirza 

di Salvatore Trovato

RASSEGNA STAMPA

RUBRICHE

Letti per voi 

Lettere al giornale 

Voi per l’AIRL 

Cous-cous caffé

In memoria 

La vetrina

 

 


Un centenario 1911-2011 Italia Libia

di Daniele Lombardi

Quest’anno ricorre una singolare e significativa concomitanza di eventi: il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e il centenario dell’inizio dell’avventura italiana in Libia.

Per una straordinaria coincidenza, il 2011 è anche l’anno nel quale il popolo libico, soggiogato da decenni di soffocante dittatura, ha trovato lo slancio per affrancarsi e ha combattuto una coraggiosa battaglia per la libertà, della quale sono ancora in corso le ultime mosse.

Noi italiani di Libia, che tanto abbiamo in comune con quel popolo e tanto siamo in pena per le sue sorti, non potevamo non ricordare questa triade di eventi eccezionali, con il trasporto e l’affetto che sempre contraddistingue i nostri incontri.

Con un occhio alla Storia e uno al cuore desideriamo, con questo appuntamento, unire i due popoli in un abbraccio virtuale che aiuti a superare le sofferenze patite da italiani e libici per colpa di eventi più grandi e non imputabili ai singoli.

Noi italiani di Libia, come e più degli altri connazionali, siamo orgogliosi che il nostro Paese abbia avuto un ruolo determinante nel rendere concrete le aspirazioni di libertà di quel popolo che oggi definisce "naturale" il suo speciale rapporto con l’Italia.

L’accoglienza grata e sincera con la quale una piccola delegazione dell’AIRL è stata accolta a Bengasi solo poche settimane fa e, prima, il sostegno, morale e materiale, offerto dall’Associazione con passione e commozione

ai giovani combattenti libici feriti in battaglia e ricoverati in Italia, testimoniano il legame indissolubile che ci lega e che nessuna circostanza esterna, seppur dolorosa, è riuscita a scalfire.

Sono questi i sentimenti con i quali ci accingiamo a celebrare un congresso che speriamo possa segnare un passaggio

definitivo verso il superamento di un passato tragico - anche attraverso un intervento risolutivo, seppur tardivo, sulle questioni degli italiani di Libia omesse dal Trattato di amicizia del 2008 che, auspichiamo, possano essere rilanciate in sede di revisione da Comitato Nazionale Transitorio e Governo italiano -, aprendo uno scenario di democrazia e libertà per la nuova Libia.

Italia-Libia 1911-2011, un centenario rivolto al futuro per superare una volta per tutte il passato pur senza dimenticarlo, così che i popoli libico e italiano possano godere oggi dell’amicizia reciproca come negli anni felici della nostra esperienza in Libia.

Domenica, 01 May 2011 02:00

N° 5/6-2011

SOMMARIO DEL N° 5/6-2011

EDITORIALE

Destini paralleli

di Daniele Lombardi

Il “Nostro Commissario” al Viminale 

Il conforto dell’emozione 

IL NOSTRO CONVEGNO

Un centenario 

di Giovanna Ortu

I Messaggi 

La nostra Assemblea 

di Eugenia de Paolis

Shabab 

di Daniele Lombardi

Album di famiglia 

CULTURA

Superare il passato 

di Silvana Ticci Pirrello

Se questa è la Storia 

di Federica Saini

RASSEGNA STAMPA

AMARCORD

Tripoli, ultimi giorni 

di Jole Terreni

RUBRICHE

Lettere al giornale

Letti per voi 

Voi per l’AIRL 

In memoria

La vetrina 

 


Destini paralleli

di Daniele Lombardi

Se qualcuno aspettava un segno del destino per comprendere quanto le storie di Italia e Libia siano intrecciate ora è stato accontentato. Mai come oggi, infatti, i due paesi risultano essere affini, pur con le dovute e immaginabili differenze, impegnati nelle rispettive difficili opere di ricostruzione, economica e finanziaria l’Italia, di ben più ampio respiro, dopo 42 anni di dittatura e nove mesi di guerra civile, la Libia.

Il governo guidato da Mario Monti - che sulla prestigiosa poltrona di Ministro dell’Interno annovera la tripolina Annamaria Cancellieri - ha da poco intrapreso, tra il plauso dell’Europa, la diffidenza dei mercati e l’appoggio

condizionato della politica, il suo arduo percorso verso il risanamento dei nostri disastrati conti pubblici. L’enorme debito pubblico italiano con interessi alle stelle, il temutissimo spread tra i nostri bond e i bund tedeschi, le stime Ocse che disegnano un’Italia a crescita bloccata se non addirittura in recessione nel 2012, rendono ancor più complicato il pareggio di bilancio previsto nel 2013.

Di natura completamente diversa sono invece le difficoltà nelle quali si dibatte la neonata democrazia libica, alle prese con la non semplice opera di pacificazione delle varie anime tribali e di disarmo delle bande armate che ancora scorrazzano indisturbate; a questo vanno aggiunti i problemi di sicurezza e di coesione politica e sociale ben evidenziati da Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani, nella sua relazione al Convegno AIRL del 29 e 30 ottobre scorsi. La diffusione di una cultura democratica, le questioni ambientali e i temi relativi all’educazione, sono altri aspetti cruciali per i quali la Libia chiede aiuto alla comunità internazionale, all’Italia e, compatibilmente con i propri mezzi, alla nostra Associazione.

Al di là delle non paragonabili vicende però, la sensazione di trovarsi in un limbo dal quale rinascere per costruire un futuro diverso sembra accomunare i due paesi, legandoli ancor di più di quanto la storia del secolo scorso abbia già fatto.

A partire dal 1911, infatti, quando l’Italia decise di intraprendere la sua avventura coloniale occupando il cosiddetto

“scatolone di sabbia” a scapito dei turchi, passando per il popolamento della Quarta Sponda sotto il fascismo, per finire con la fondamentale esperienza della collettività italiana vissuta in Libia dal dopoguerra e fino alla tragica esperienza della cacciata da parte di Gheddafi (e anche oltre dato che più di quarant’anni di propaganda della dittatura non sono riusciti a far attecchire il sentimento anti italiano nel cuore dei libici), i due popoli si sono sempre considerati amici al di là degli errori, militari prima e politici poi, che hanno caratterizzato la storia della presenza italiana in Libia.

Grande parte di questa storia è stata costruita dopo il 1945, in tempo di pace, quando i connazionali che decisero di rimanere nel paese, tutelati dal trattato bilaterale del 1956, per effetto del quale, fra l’altro, l’Italia trasferiva allo Stato libico tutti i beni demaniali e, a saldo di qualunque pretesa futura, corrispondeva la somma di 5 milioni di sterline. Lo stesso trattato assicurava la continuità della permanenza della comunità italiana residente nel paese garantendone i diritti previdenziali ed il libero godimento dei beni.

Come è tristemente noto non è andata così e gli oltre quarant’anni di dittatura del Colonnello hanno congelato le buone relazioni tra Italia e Libia, se non per quanto ha riguardato accordi affaristici e militari, spesso conclusi sottobanco per non appannare la retorica anti-italiana del regime.

È giunto ora il momento di riannodare a doppio filo questo legame: la strana alleanza Berlusconi-Gheddafi, che ha portato alla firma dello “storico” Trattato del 2008, ha perso i due protagonisti principali, sostituiti da insigni “traghettatori” che, speriamo, possano accompagnare i rispettivi paesi verso un florido avvenire di democrazia in

Libia e stabilità economica in Italia, ma anche inaugurare una nuova prolifica fase dei rapporti bilaterali.

Domenica, 01 January 2012 01:00

N° 1/2-2012

SOMMARIO DEL N° 1/2-2012

EDITORIALE

A piccoli passi... 

di Daniele Lombardi

ATTUALITÀ

Il nostro provvedimento 

Comunicati Stampa 

Ultime notizie da Bengasi 

di Giovanna Ortu

Hammangi: le irruzioni continuano 

di Gigi Sillano

Addio Mirko 

di Giovanna Ortu

A Bergamo dieci anni dopo

di Ileana Christoudis

CULTURA

Il cuscus della Marianna

di Massimo Russo

Con Silfio a Verona

La nostra copertina 

Bruno a Parigi 

Una singolare biblioteca  

AMARCORD

Tripoli, ultimi giorni 

di Jole Terreni

Il viaggio della memoria 

di Claudio Zappone

È finita così 

di Angelo Montalto

RASSEGNA STAMPA

RUBRICHE

Voi per l’AIRL 

Letti per voi 

Cous cous caffé 

Lettere al giornale 

In memoria 

La vetrina

 


A piccoli passi…

di Daniele Lombardi

Qui in Associazione, nei lunghi anni trascorsi a combattere in pochissimi per il riconoscimento dei diritti di tutti i rimpatriati, soci e non, abbiamo cercato di fare nostro il famoso detto: “Chi si loda si imbroda”.

Questa volta, tuttavia, vogliamo darvi conto di tutto ciò che ha preceduto il risultato recentemente ottenuto, minimo in termini quantitativi ma di grande importanza se rapportato al momento difficile che il nostro Paese attraversa.

Non ci è mai piaciuto sottolineare il tanto lavoro svolto per conto di tutti gli interessati, con l’impiego di risorse umane e finanziarie assai limitato: noi non disponiamo infatti, ed è bene ribadirlo, di nessun contributo istituzionale né per il giornale né per i costi d’esercizio, al di fuori delle preziose quote associative che i più versano spontaneamente e talvolta generosamente.

Molti però, e spesso proprio i più fortunati, si ostinano a negarci qualunque forma di sostegno, confondendo pretestuosamente il nostro ruolo con quello dei professionisti cui si rivolgono per far seguire l’iter amministrativo della loro singola pratica di indennizzo.

È necessario ribadire nuovamente che il lavoro dell’Associazione è a monte e riguarda tutta l’attività di sensibilizzazione di Governo e Parlamento sui nostri diritti trascurati per oltre quarant’anni?

In altre parole, il singolo può rivolgersi a questo o a quell’avvocato per difendere il proprio diritto solo dopo che esso è stato sancito in una norma del nostro Ordinamento.

Giovanna Ortu, e tutti noi dell’ufficio, in questa nuova “fatica” abbiamo avuto come grandi alleati autorevoli esponenti delle Istituzioni, che hanno voluto e saputo rappresentare al meglio le nostre istanze: o perché a loro note da tempo – ed è il caso dei Parlamentari, in primis l’On. Marco Marsilio – o perché intenzionati a dare, dopo la caduta di Gheddafi, una nuova impronta al rapporto con la Libia, non rinunciando alla difesa e della dignità del Paese e dei diritti di propri cittadini in nome di una pretesa superiorità degli interessi economici in gioco.

Marco Marsilio non è mai venuto meno alla promessa, fatta tre anni fa, di integrare nel tempo quello stanziamento troppo penalizzante della legge 7/09, in modo da poter dare un minimo di concretezza ad un indennizzo che – elargito dopo quarant’anni – ha un coefficiente inferiore al valore nominale delle perdite subite nel 1970.

Come già tentato senza successo in precedenza, l’Onorevole ha presentato un emendamento al decreto Milleproroghe

2011 per prolungare lo stanziamento annuale relativo al nostro indennizzo di ulteriori 3 anni: 2012, 2013, 2014 dopo 50 milioni annuali del 2009, 2010 e 2011.

Marsilio ha ottenuto immediatamente il sostegno convinto dell’UdC, rinnovato nel lungo incontro che Giovanna Ortu ha avuto con l’On. Pierferdinando Casini il quale, il giorno stesso, ha voluto rappresentare le nostre ragioni all’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata. Il Ministro degli Esteri, sensibilizzato anche dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che aveva ricevuto la nostra Presidente a metà dicembre, ha incontrato il 13 gennaio una ristretta delegazione dell’AIRL, rinnovando l’impegno in tema di risarcimenti e, più in generale, di difesa della nostra dignità di persone, convinto del possibile ruolo che l’Associazione potrà avere nei rapporti con la nuova Libia.

L’emendamento Marsilio, n. 25-bis, ha dovuto come prima tappa superare lo scoglio dell’ammissibilità; da quel momento noi abbiamo iniziato una campagna di sostegno della norma, incontrando i rappresentanti di tutti i partiti, tra i quali ricordiamo il Presidente del gruppo PDL al Senato, Maurizio Gasparri, il Responsabile esteri del Pd, Lapo Pistelli, il Senatore Belisario per l’IdV, l’On. Matteo Mecacci per i Radicali, il Segretario UdC, Lorenzo Cesa, il Segretario Generale della Farnesina, Amb. Giampiero Massolo, che attraverso i competenti uffici del MAE ha seguito giornalmente l’iter del nostro emendamento.

I documenti a sostegno della richiesta, esaustivi pur se redatti o aggiornati in gran fretta, sono stati inviati anche a tutti i componenti delle Commissioni di merito dei due rami del Parlamento, ai Relatori e ovviamente ai vertici politici e amministrativi del Ministero per l’Economia, il cui silenzio ci ha fatto vivere giornate di autentica suspence.

Infatti, i problemi col Governo, sono emersi quasi subito per l’indicazione della copertura a carico - come quella del 2009 – dell’Eni attraverso un’apposita tassa. L’Eni è quella stessa società, a capitale pubblico, ai cui interessi energetici abbiamo sacrificato i nostri beni e l’intera nostra vita come documenti di recente emersi dagli archivi riservati della Farnesina hanno provato.

Dopo un duro comunicato di Marco Marsilio contro l’atteggiamento dell’Eni – pubblicato in altra parte del giornale-, l’intera Commissione Bilancio ha approvato la norma in nostro favore mandando in minoranza il Governo e quindi il testo licenziato dalla Camera dei Deputati prevedeva ancora lo stanziamento triennale.

Tuttavia, poiché erano rimaste in sospeso questioni ben più importanti della nostra - tipo il problema degli “esodati”, gente destinata a rimanere senza lavoro e senza pensione – veniva deciso che il Senato avrebbe apportato delle modifiche al testo.

Pertanto, nonostante le nostre rinnovate pressioni a tutti i livelli e nonostante l’impegno dei molti nostri amici parlamentari, è stata apportata un’amputazione al nostro stanziamento, divenuto da triennale ad annuale; in altre parole, sono stati assicurati solo i 50 milioni per l’anno 2012. Il decreto Milleproroghe è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 48 del 27/2/2012 e le nostre disposizioni sono riportate all’articolo 25-bis. Per il futuro, chi vivrà vedrà!

Malgrado questo rovescio, grazie al dinamismo del solito Marsilio, abbiamo ottenuto comunque un impegno formale da parte del Governo per un indennizzo successivo in virtù dell’Ordine del Giorno – da lui presentato unitamente ai colleghi di partito Rampelli e Meloni e a Ciccandi dell’UdC - approvato dalla Camera e pubblicato in altra parte di questo giornale.

Dopo avere informato i nostri lettori, i nostri soci e, attraverso di loro, tutti quelli che ci negano il loro sostegno ma sono pronti a “prendere posto a tavola”, è evidente che questo modesto ma significativo risultato è frutto solo ed esclusivamente dell’impegno dell’Associazione, che ha saputo conquistarsi la fiducia e l’attenzione dei decisori pubblici a tutti i livelli.

Molto di più si sarebbe potuto e si potrà fare se avremo risorse adeguate, perché non dobbiamo dimenticare che, come gli evasori mettono le mani nelle tasche degli italiani onesti, tutti coloro che rifiutano ostinatamente di supportarci

lo fanno a spese dei tanti che generosamente, in proporzione ai benefici ricevuti, si sono “tassati” per il bene di tutti.

Vorremmo concludere dando un modesto suggerimento: attendete con fiducia le nostre comunicazioni, che saranno precise e puntuali e verranno pubblicate sul nostro giornale ogni qualvolta ne avremo notizia, piuttosto che alimentare vaniloqui senza basi, fantasiose ricostruzioni o dubbi sull’operato dell’Associazione e delle Istituzioni coinvolte, da parte di chi non è a conoscenza nemmeno di quale - complesso e per niente scontato - percorso accompagni la nascita di un provvedimento, oltretutto “scomodo” come il nostro.

Giovedì, 01 March 2012 01:00

N° 3-2012

SOMMARIO DEL N° 3-2012

EDITORIALE

La Libia e i ragazzi della rivoluzione 

di Giorgia Pizzirani

Hammangi: si ricomincia 

di Giovanna Ortu

ATTUALITÀ

Sempre a Bergamo pag. 5

di Franca Bianchini Iezzi

Cent’anni dopo 

di Giovanna Ortu

Gli amici delle Case Operaie 

di Antonietta Imperatore

Grazie Antonietta 

di Giovanna D’Alessandro

Viva l’Antoniana 

di Franco Macauda

CULTURA

La Libia nella storia d’Italia 

di Raffaele Iannotti

Bel suol d’amore

di Giovanna Ortu

Un dialogo mai interrotto 

di Daniele Lombardi

Gadames. La perla del deserto 

di Claudio Zappone

AMARCORD

Il mio mal d’Africa

di Valerio Cappello

Il Marabuth 

di Carlo Carta

LUCI DELLA RIBALTA

Maratoneta per caso 

di Ileana Christoudis

Va avanti il mago del cervello

di Giovanna Ortu

Essenze riflesse 

di Daniele Lombardi

RUBRICHE

Cous cous caffé 

Voi per l’AIRL 

In memoria 

La vetrina 

 


La Libia e i ragazzi della rivoluzione

di Giorgia Pizzirani

Coscienza e coraggio del popolo libico che combatte contro il regime di Gheddafi per costruire il proprio futuro. Dalle proteste del febbraio 2011 dinanzi al consolato italiano alle manifestazioni per la no-fly zone, dal velo ai social network:

voci e vite di ragazzi, fratelli, studenti che non si arrendono.

Non occorre essere eroi per fare del bene. Esattamente, come raccontava Arendt, non occorre essere malvagi per fare del male. Bene e male li fanno le persone comuni, quelle che si vedono per strada, in autobus, sedute in un banco di università. Questo ci raccontano i protagonisti del documentario “Libia: i ragazzi e la rivoluzione” di Gian Micalessin e Francesca Ulivi, Premio Ilaria Alpi 2011 per il Miglior Reportage, che propone eventi, episodi e testimonianze che lo hanno portato a essere un Paese della Primavera Araba.

A cominciare dal 17 febbraio 2011, ricorrenza del giorno in cui, nel 2006, l’allora ministro Calderoli indossò una maglietta con vignette satiriche su Maometto, sfregio alla cultura islamica.

Il video, raccontato attraverso un viaggio in auto attraverso la Libia e interviste a più voci, assume i contorni nitidi da inchiesta che riprende la filosofia di fondo di questa edizione del IJF: andare a fondo, partecipare attivamente e mettersi dalla parte di chi la guerra la vive e la subisce e non di chi la fa, il punto di vista della gente, restituire allo spettatore ciò cui si assiste.

Il desiderio di normalità insegue i protagonisti dai quali è a propria volta inseguita: facebook, playstation, università, musica pop non sono appannaggio del mondo occidentale, ma miraggio e panacea di una richiesta di normalità tanto più forte quanto più desiderata da un Paese lacerato tra conflitti economici, e da un uomo col cappello che non lascia altra scelta se non quella di scendere in strada, aggregarsi, arruolarsi. Chi immagina le persone raffigurate così lontane dalla

propria vita ordinaria, sbaglia: il desiderio di normalità e le loro parole sono attuali e quanto mai vicine. Desiderano fare capire al mondo che il loro popolo – la Libia – non è quello descritto dai media, non è di terroristi né di nichilisti, ma di persone come altre, le cui donne possono ora decidere se indossare il velo e partecipare alle proteste che in strada rumoreggiano, a favore della promessa no-fly zone.

Chi sta dall’altra parte dello schermo, siano ragazzi o ragazze, intraprende strade differenti per inseguire lo stesso scopo. C’è chi si impegna socialmente e chi imbraccia un fucile; chi si occupa di dare da mangiare a chi non ne ha;

chi invia messaggi video ai fratelli lontani, incoraggiandoli a resistere e mandando loro semplicemente un saluto.

Come ogni situazione di difficoltà, fa emergere lati coraggiosi, forti, ribelli. Ci si mette al servizio dei propri ideali e delle persone, della mente e della carne martoriata. Ci sono le donne, in prima linea, che assumono maggiore autonomia, riprendono i diritti negati e ricostruiscono la democrazia, assumendo ruoli di responsabilità; che richiedono a gran voce la zona d’interdizione di volo. Ines ha 23 anni, fa la fisiatra, è appassionata ascoltatrice di musica pop ed è una attivista. Insieme a Mawada, 20 anni, studentessa di informatica, aiuta gli insorti e le famiglie dei caduti; prepara

con i bambini una manifestazione di appoggio alla rivoluzione, insegnando loro parole e canti, disegnando caricature e montando un documentario che dimostri tutto quanto è successo dalla metà di quel febbraio 2011. Per fare in modo che non venga dimenticato, per fornire strumenti di difesa e di critica alle giovani generazioni. Anche la madre di Mawada partecipa, prepara pasti per bambini e adulti che hanno perso tutto.

Ci sono i ragazzi. Mustafà è uno studente universitario appassionato di playstation; mostra un braccio che ancora può definirsi tale grazie a una staffa d’acciaio, dopo essere stato colpito dall’esercito di Gheddafi partecipando ad un corteo dinanzi alla Katiba, la caserma principale di Bengasi; il suo amico Tarek, che studia ingegneria ed è fiero di essere boyscout, è volontario nel cimitero del paese, aiuta a seppellire i corpi delle persone rimaste uccise nel corso delle manifestazioni.

Mohammed, che di anni ne ha 21 e studia archeologia, dorme sul lungomare da quando la guerra è iniziata; con altri volontari condivide una tenda, che ora è divenuta punto di riferimento per tutta la popolazione della propria città, distribuendo cibo e medicine, come forma di protesta alternativa, e che non intende andarsene, fino a quando il regime di Gheddafi non sarà caduto. C’è Anoos, studente universitario e giocatore di pallacanestro, che si trova a Ras Lanuf;

come Mohammed, porta aiuti al fronte, soccorre i feriti; se necessario, spara.

Un video preparato per lui dalla sorella Ines, in cui lo incoraggia sorridendo a resistere, gli è consegnato da Mahmud, 21 anni, studente di medicina, da Rafik e Saad studente e laureato in economia, che nutrono ammirazione nei confronti di Anoos per il fatto di essere al fronte, per la sua determinazione nell’andare avanti fino a quando la Libia non sarà liberata, o sino a quando i combattenti non moriranno.

Perché, racconta Tarek, “il sapore della libertà costa caro”.

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