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Venerdì, 14 November 2014 01:00

Farmacista per caso

Una piacevole sorpresa: anche Giovanni Spinelli ha scoperto in sè la vena del narratore e direi di un narratore di classe!
E\' una fortuna che i nostri ricordi, le nostre storie non siano rimaste nel privato, nel \"chiuso\" dei nostri cuori: in certo qual modo abbiamo tutti sofferto noi tripolini e quando eravamo ragazzi, e quando, da adulti, siamo tornati a... casa!
Giovanni Spinelli è stato uno dei ragazzi della Quarta sponda; ha vissuto da solo le più incredibili avventure, ha maturato negli anni dell’adolescenza un’esperienza di vita da far invidia ad un vecchio. Ha vissuto il periodo della guerra nelle così dette colonie fasciste, poi si è arrangiato in modo straordinario, poggiandosi solo sulle sue capacità intellettive, sul suo grande coraggio, sulla sua voglia di vivere.
Dopo il ritorno in Libia ha avuto mille esperienze di lavoro; le più disparate, ma ha vinto ogni ostacolo e si è affermato, e quando è stato costretto al rientro in patria, ancora una volta ha avuto il coraggio di ricominciare da capo e si è ancora una volta dimostrato capace di vincere la sorte avversa: ora è uno stimato professionista, titolare di una farmacia.
Bisogna conoscere Spinelli per credere che la sua è una storia vera, sincera, narrata con l’emozione dei sentimenti ancora vivi nel suo cuore.
Il testo si legge molto volentieri ed è significativo per quanti vo-gliano conoscere la tempra dei nostri concittadini.
Molti lettori rivivranno le stesse avventure del giovane Spinelli molti altri si riconosceranno nei rapporti ora amichevoli, ora tesi con i libici, tutti ricorderanno cose belle e... cose meno belle!
Ricorderanno cioé gli anni dif-ficili se pur piacevoli del nostro lavoro in Africa.

Questa pubblicazione, presentata nel corso del Convegno straordinario dell’AIRL nel ventennale del forzato esodo dalla Libia della comunità italiana, è stata pensata per accompagnare e chiarire la mostra fotografica allestita per l’occasione. Per tale ragione non è una storia delle ricerche archeologiche in Libia che avrebbe invece richiesto volumi più consistenti e competenze maggiori e diversificate.

Qui si è voluto dare un primo strumento non solo a coloro che si accostano alla mostra ma anche a quanti hanno l’intenzione di approfondire la materia e non dispongono di una prima, necessaria guida a tale ricerca.
Il libro tratta la storia degli scavi e restauri in Libia dal 1910 agli anni ottanta, presentando non solo il lavoro instancabile svolto dalle varie Missioni Archeologiche italiane ma anche la necessità, essendo patrimonio dell’umanità, di preservarlo dal degrado con interventi mirati di conservazione e restauro.

Questo nuovo libro di Francesco Prestopino vede la luce a 110 anni dalla nascita di suo nonno, Gaetano Nascia, al quale, in comunione con tanti altri “pionieri”, esso è dedicato. Nascia, mancato nel 1963, ha vissuto a Bengasi per quasi vent’anni, intensi, felici e ricchi di soddisfazioni.
Vediamo Gaetano, insofferente e costretto entro i limiti ambientali della sua Sicilia, che decide, ancora giovanissimo, di affrontare con la sua sposa una vita di incognite e di disagi in cui però intravede future prospettive in quello che era, allora come ora, un Paese estremamente difficile, la Libia. 
Lo seguiamo nella sua maturazione professionale, familiare e sociale fino a quando, malgrado la sua tenacia e contro la sua volontà, è obbligato dagli eventi bellici ad abbandonare la ormai “sua Bengasi”: città della cui crescita è stato testimone e della quale ha lasciato testimonianza attraverso numerose e belle immagini.
Alla fine del ’41 Nascia, ancora in pieno vigore ma ferito e amareggiato dalla negativa conclusione di un sogno affascinante bruscamente interrotto, armato del coraggio che non gli è mai mancato, inizia la terza fase della vita a Bologna, dove riprende la sua attività aprendo un studio fotografico.
Ma non è solo a lui, peraltro sempre presente, che il libro di Prestopino è dedicato. Come ben dice il titolo, la vera protagonista è Bengasi, città in cui l’autore è nato e che ha dovuto lasciare ancora bambino. La città rivive attraverso i suoi ricordi infantili ma precisi e i suoi viaggi compiuti quando il caso e il suo lavoro lo hanno riportato in Libia, consentendogli di effettuare una sistematica ricerca delle cose e, per quanto possibile, delle persone.
L’opera è il frutto di un’approfondita indagine esercitata non solo sui ricordi suoi e di quanti hanno vissuto l’epopea italiana in Cirenaica, ma anche sullo studio bibliografico. Ricchissima è, infatti, la bibliografia citata dall’autore a sua volta appassionato ricercatore e collezionista di pubblicazioni riguardanti la Libia.
Il risultato è un attento compendio storico-politico della città e dei suoi abitanti dalle origini fino alla Seconda Guerra Mondiale: uno spaccato indubbiamente interessante e rivelatore per chi di Libia ne sa poco, certamente importante per chi in quella terra è vissuto, ha messo radici.
Il contributo fotografico di Gaetano Nascia, impreziosisce l’opera, sfumandola di nostalgia.
Il nucleo del libro è comunque il resoconto della colonizzazione italiana in Cirenaica e, in particolare, a Bengasi. Tralasciando gli aspetti militari, politici e sociali, ci si trova di fronte a pagine con elenchi di nomi, strade, case, opere pubbliche come in una “videata” panoramica appena ammorbidita da qualche ricordo.
Si direbbe che il lato professionale, tecnico dell’autore prenda il sopravvento, oppure che sia un metodo deliberatamente scelto per eliminare pensieri, opinioni, commenti personali, adottando così un’autocensura mirata a mantenere la massima obiettività. Sia pure nella sua aridità, questa elencazione di fatti e cose corredati dalle testimonianze fotografiche, è, a nostro avviso, il più bel regalo fatto da Prestopino ai suoi concittadini bengasini: l’offerta di un ricordo individuale. Ciascuno, leggendo il libro, farà riemergere dal proprio passato una serie di ricordi, anche quelli che, per non soffrire, pensavano di avere dimenticato.
E, insieme al ricordo, anche l’orgoglio; perché si avverte dominante in queste pagine la fierezza per il tanto che è stato fatto, dai singoli, dalla comunità e dallo Stato a favore di un grande disegno di riscatto sociale e di positiva costruttività. 
Guidato dal suo sentimento per la terra in cui è nato, Franco Prestopino ha scritto un’opera che non solo è un importante tributo alla conoscenza dei fatti, ma anche un omaggio ai coraggiosi pionieri delle “Quarta sponda”.

Venerdì, 14 November 2014 01:00

Sognando Bir Hoggàt

Questa raccolta di poesie del tripolino Sandro Carucci ritengo rappresenti la migliore risposta che un italiano di Libia possa dare a chi lo accusi di essere stato e di continuare ad essere un colonialista per il suo persistente attaccamento a quel lembo di terra africana o, come si è soliti dire, il suo “mal d’Africa”.
La risposta a questa “accusa” ce la dà, appunto, Carucci, nella nota introduttiva alle sue liriche quando, interrogandosi sulla struggente nostalgia che lo attanaglia, gli sorge il dubbio che si tratti di “una patologia da sopravvissuti, connotata dal rifiuto della realtà presente e quindi dal negativo crogiolarsi nella memoria di un passato che non ritorna”. Ma poi, riflettendo sul fatto che molte delle sue poesie sono da lui state concepite “quando il passato era ancora presente”, conclude che esse sono “la testimonianza dei moti dell’anima, delle riflessioni, delle sensazioni che in un occidentale hanno provocato l’accostarsi al mondo africano ed il viverne la magìa. Una magìa che promana dagli orizzonti, dai colori del cielo e della terra, dagli odori, dai costumi e dalla lingua della gente, dalle ombre e dalle luci, da tutto quanto si contrappone, in una parola, alla vecchia Europa...”. E, basta leggere una qualsiasi delle sue belle, intense poesie, per capire l’autenticità della sua affermazione.
Con questa pubblicazione Carucci, non solo si affianca alla già nutrita schiera dei connazionali che hanno lasciato testimonianza scritta della loro esperienza in terra libica, ma in detta schiera conquista prepotentemente una posizione preminente, sia per l’eleganza formale del suo linguaggio poetico, sia per il contenuto fantastico delle sue liriche.
Nel consigliare ai nostri lettori di leggere questo interessante e piacevole libro, formuliamo l’auspicio che esso sia presto seguito da altri scritti dello stesso autore.

Venerdì, 14 November 2014 01:00

Sabbia, sudore, sogni

Leggendo l’ultima opera di Francesco Prestopino, “Sabbia, sudore, sogni”, e vedendomi sfilare davanti la teoria di italiani illustri o pressoché sconosciuti che nell’articolato itinerario del libro si fanno di volta in volta testimoni della nostra “storia libica”, mi è ritornato l’interrogativo che più volte mi sono posto nel passato, su quanto gli italiani abbiano elargito in opere ed idee in favore di quella terra e su quanto abbiano a loro volta da questa ricevuto in cambio.
La risposta, invero non facile, credo ce la fornisca alla fine il libro in argomento, laddove per esso è dato chiaramente vedere come gli uomini che laggiù si recarono e risiedettero a vario titolo, tutti pressoché trovarono le occasioni nonché le ragioni per rafforzare i loro valori originari e tutti, una volta rientrati in patria, si sono scoperti “diversi”, nonché tra loro accomunati da una nuova identità in cui, insieme all’orgoglio di essere stati della partita, è rimasta la capacità di affrontare le vicende della vita con quella determinazione o, se si voglia, con quella marcia in più che resta retaggio di ogni pioniere e cioè di chi, forgiatosi in una natura ostile, concepisce la vita come una sfida in cui lasciare un segno di sé dovunque la terra si apra su grandi orizzonti.
Fu infatti pioniere nello spirito e nell’ampiezza delle vedute Ardito Desio, che nelle prime pagine del volume ritroviamo prima in sella al cammello e poi al comando di una formazione di aerei, caparbio ed instancabile scopritore di sempre nuovi giacimenti minerari, idrici e petroliferi, in quello che i detrattori di sempre un tempo avevano beffardamente definito lo “scatolone di sabbia”.
Fu ancora lo spirito pionieristico ad animare i cuori e le menti dei Bartoccini, dei Vergara Caffarelli, dei Caputo, che pure compaiono nel volume, tutti valenti archeologi protesi nel realizzare progetti ambiziosi, poi conclusisi con la restituzione agli uomini ed all’arte delle città sepolte di Leptis Magna, Sabratha, Cirene e quindi delle loro monumentali vestigia, forse uniche al mondo per bellezza e stato di conservazione.
Ma furono sempre pionieri tutti gli altri personaggi che nei capitoli successivi sfilano come in una ideale passerella, ciascuno testimoniando della sua personale storia, ma insieme raccontandoci con la suggestione di un coro dalle cento voci armoniche, di una potente “forza motrice”, di una vocazione ultima che era alla base di ogni esistenza: quella di creare, di edificare, di bonificare, di lanciare in ogni campo sfide ardite che poi lasciassero un segno di civiltà, di umanità e di progresso.
Molti di costoro sono passati nel mondo dei più; molti altri, superato il vile strappo che ebbero a subire con la rivoluzione di Gheddafi, lungi dal perdersi in sterili lamentazioni, sono ripartiti da zero, riuscendo spesso a distinguersi ancora una volta grazie a quella marcia in più di cui dicevo.
Ciò che qui conta è tuttavia evidenziare l’opera meritoria che Prestopino ha realizzato regalandoci una memoria ed un patrimonio collettivo che rischiava altrimenti di andare perduto.
E non credo che l’impresa sia stata facile, essendo sicuramente occorsi una pazienza da certosino e la perseveranza di un segugio per riuscire a rintracciare sì ampia mole di scritti, di cui molti inediti, attraverso i quali delineare poi i profili e le imprese di chi laggiù in qualche modo si distinse o di chi, dopo un breve passaggio, si portò dietro il suo bagaglio di esperienze e vi convisse poi per sempre traendone ispirazione per esprimersi nel mondo dell’arte figurativa, o in quello della ricerca scientifica, sino a quello della linguistica e della saggistica storica.
Non perdete dunque l’occasione di leggere questo bel libro, scritto in un buono e sobrio italiano, che senza perdersi in fronzoli estetizzanti od in una consunta retorica, va direttamente ai fatti, alle situazioni, alle persone, alle storie vissute, restituendoci la memoria di intere generazioni di italiani che si votarono a quell’esaltante avventura che fu la nostra esperienza in Libia e che, grazie all’autore, ora tornano ancora una volta fra noi: Da Monsignor Facchinetti con la sua grinta di francescano indomito, a quella giovinetta della quarta sponda che narra delle angherie subite dalle vigilanti allorché, strappata dalla famiglia, era finita in una delle tante colonie estive.
Da chi, ritornato dopo mezzo secolo alla ricerca di un passato ormai remoto, racconta dell’impatto emotivo nel ritrovare la propria casa tra le pieghe di una città aliena, sino all’oscuro colono che dal suo podere sperduto nel mezzo dell’assolata Gefàra, registra in uno scarno diario le speranze, i primi raccolti, la guerra ed infine il doloroso commiato con la terra che aveva iniziato a dare i suoi frutti.
Leggete allora questo libro e sarà un po’ come leggere di voi stessi.

Venerdì, 14 November 2014 01:00

Creatura d’acqua e di foglie

Con molto piacere registriamo la pubblicazione della seconda raccolta di liriche della tripolina Carla Malerba, che segue la precedente “Luci e ombre”, già da noi segnalata in questa rubrica.

Seguendo la sua autentica vena poetica, la Malerba ci offre questa volta venti brevi componimenti autobiografici, veri e propri squarci che mettono a nudo la sua delicata sensibilità, i suoi più profondi affetti familiari (vedi le poesie dedicate al padre), la nostalgia per il mondo perduto della sua infanzia africana, il suo amore per la natura (vedi, fra le altre, la lirica che dà il nome a questa raccolta).
Come significativo esempio dei suoi sentimenti, che i nostri lettori non possono non condividere, a pagina 32 riportiamo la poesia intitolata “Se fossi nata”.
L’elegante volumetto è illustrato dai disegni di Mario Caporali

Venerdì, 14 November 2014 01:00

Versi sulla sabbia

Il poeta è il cantore del suo tempo ed il suo canto risuona dell’eco delle gesta, dei sentimenti, delle passioni che esprime la società in cui egli vive.
Convinto di ciò, l’autore con intelligente intuizione ha voluto ricordare attraverso la voce dei poeti e dei cantori, le vicende ora dimenticate degli Italiani di Libia.
Dall’euforia patriottica della conquista alle difficoltà di una guerra di occupazione, dalle vicende della prima guerra mondiale a quelle più recenti della seconda guerra con l’intervallo pacifico di quel lavoro faticoso e di quella abnegazione che si richiedono agli uomini nuovi che devono inserirsi in una società multietnica (maltesi, ebrei, arabi, greci, turchi), dalla realizzazione di splendide opere di pace e di redenzione di quelle terre offerte all’arido abbraccio del Sahara, fino alla “macchinosa” espulsione degli Italiani, voluta da un uomo nuovo, venuto dal nulla: tutto ciò noi troviamo nei “Versi sulla sabbia”, poesie, che Francesco Prestopino con certosina, paziente ricerca, ha raccolto per noi. Il racconto ora sembra una cronaca (mi pare di riudire le parole di mio padre, che si era arruolato a venti anni, volontario nel 1911), ora una fiaba, in cui sono protagonisti anonimi eroi (Sciara Sciatt, la battaglia di Ain Zara), ora invece diventa annotazione lirica; ed il racconto diventa anche dramma:
“Non piango, no non si piange sui caduti EROI. Non piango, no, questa è la Gloria”.
Povera donna che invece piange, e quanto, sul figlio trafitto a Sciara Sciatt. Piange per lui, per se stessa, per tutti i caduti e per tutte le madri che hanno ora “il suo cuore di pietra”.
E dopo il dramma ecco anche il comico; torna il Natale:
“Balza l’Italia dal suo sonno, e trova lo stivaletto pieno di soldati!”
Il testo è tutto da gustare: punteggiatura di sentimenti e brevi illuminazioni; il racconto poetico si snoda con piacevoli variazioni tematiche ed è superfluo ed inutile chiedersi se tutto sia schietta poesia e se tutto abbia qualità lirica.
C’è sempre senza dubbio, un attonito sentimento umano, per cui l’ispirazione si eleva ed emerge una realtà che è voce particolare, che diventa voce di vita vissuta, vissuta e sofferta.
Francesco Prestopino con calma e meditata riflessione, avvalendosi di documenti con uno scrupolo ed un rigore esemplare, nella interpretazione dei fatti spiega e supera l’incomprensione pervicacemente perseguita da alcuni storici critici contemporanei, e puntualizza l’essenza dell’amore che gli Italiani, nativi o no, hanno sempre avuto nei confronti della terra di Libia.
“Laggiù qualcosa ho lasciato, ho lasciato laggiù qualcosa!”
Splendido il corredo fotografico che illumina il racconto con memorie antiche e notevole è il contenuto delle note bibliografiche.
La speranza non muore.
Dall’antico nasce il nuovo; così domani, forse, dopo l’umiliazione dell’espulsione, dopo la tristezza dell’esilio e la malinconia dei ricordi, domani forse, ci sarà anche per noi, Italiani di Libia, “un nuovo sole d’estate!”.

 

Venerdì, 14 November 2014 01:00

La Libia

Questa storia della Libia obiettivamente narrata e validamente documentata, vuole essere un\'opera di consultazione per la gioventù studiosa e di divulgazione per un giusto orientamento dell\'opinione pubblica; cosicchè la parte IV e la V sono aggiornate fino all\'attuale situazione politica, sociale, amministrativa ed economica del detto paese.

Inoltre l\'opera sua vuole essere utile agli Italiani che vi si recheranno per affari e per lavoro, ed anche ai turisti, come un \"vade mecum\" per sapere come comportarsi in modo confacente a quello speciale ambiente magrabino, evitando di urtare le suscettibilità religiose e tradizionali di quelle popolazioni che, malgrado la loro atavica xenofobia islamica, apprezzano ancora oggidì l\'affabilità, la generosità e la geniale operosità costruttiva e produttiva degli itaialni ai quali il popolo libico deve pur sempre i primi passi del lungo cammino del progresso umano verso una nuova civiltà che vuole essere unica, mondiale.

Venerdì, 14 November 2014 01:00

L'altra faccia dell'America

Vivo è l\'interesse suscitato nei nostri associati e nei lettori del giornale da un fenomeno singolare: nel giro di pochi mesi sono usciti ben tre libri “diario” di cui sono autori persone rimpatriate dalla Libia; a questi si aggiunge il romanzo di Sandro Carucci nel quale è facile intuire numerosi riferimenti personali aldilà dei personaggi e storie riconducibili alla fantasia dell\'autore.

Dopo “Costruttori di pace” di David Gerbi e “Il ribelle” di Elia Journò è ora la volta di “L\'altra faccia dell\' America” di Pino Lo Porto che a Tripoli è nato e vissuto fino agli anni sessanta e che proprio qui ha iniziato e sviluppato i primi rapporti con quella realtà americana che in modo addirittura drammatico avrebbe in seguito condizionato la sua vita.

Quella di Pino è una esperienza personale assai particolare attraverso la quale l\'autore arriva a dare del “mito americano” un\'interpretazione decisamente negativa con numerosi puntuali riferimenti anche al drammatico prezzo che la più grande potenza del mondo è oggi chiamata a pagare.

Ricordavo Pino, affascinante protagonista della Tripoli fine anni cinquanta, avevo seguito il suo inserimento nel mondo imprenditoriale romano agli albori dell\'informatica, lo avevo perso di vista nei due decenni della sua brillante affermazione americana conclusasi –come Pino racconta nel suo libro- con una cocente sconfitta professionale e soprattutto umana.

Non voglio anticiparvi altro perché, se l\'editore ricorda che il libro si legge tutto d\'un fiato, Ennio Rossignoli nella prefazione afferma che la “passione si misura sui fatti e i giudizi sulla sincerità e definisce ‘sorprendente\' la lettura di questo ‘pamphlet\' lucido e severo sui vizi americani, specie quelli mascherati da virtù”.

È interessante la conclusione cui Lo Porto giunge per affermare il suo atteggiamento positivo e costruttivo nei confronti della vita “Il segreto per continuare a lottare è non tenerti stretto ciò che hai, ma lasciare andare ciò che hai perso”.

Sarebbe interessante per Italiani d\'Africa, e forse lo faremo, mettere a confronto i quattro autori che nel giro di soli quattro mesi hanno dato alla stampa il frutto del loro impegno letterario per cercare di capire se vi siano degli elementi comuni in persone così diverse per età, religione, esperienze professionali ed umane e quali e quanti di questi elementi comuni siano riconducibili a quell\'ingrediente coagulante che li riguarda tutti: infanzia e giovinezza trascorsa in Libia, profonda nostalgia per quel Paese.

Per ulteriori informazioni, potete visitare il sitowww.oscarlafontaine.com

Venerdì, 14 November 2014 01:00

Sabbie Concorso Letterario

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