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«Noi, rimpatriati dalla Libia
e dimenticati dal nostro governo»

Corriere della Sera

29 giugno 2003

ITALIA-LIBIA crediti non assicurati

Ap. Biscom

1 luglio 2003

Intervista a Giovanna Ortu
Il Tempo

20 ottobre 2002

Premier in Libia. I dubbi di
Corriere della Sera

19 ottobre 2002

Il 28 ottobre l'incontro tra Berlusconi e Gheddafi. 
il Tempo

20 ottobre 2002

Libia isolata ricorda le vittime del fascismo 

Coinvolgono Ciampi "le parti deboli".
La Velina Azzurra

4 Giugno 2002

Tripoli combatterò il terrorismo
Sole 24 Ore


 

«Noi, rimpatriati dalla Libia
e dimenticati dal nostro governo»

Corriere della Sera

29 giugno 2003

Maurizio Caprara

ROMA - «L’unica buona notizia riguarda il cimitero: un nostro rappresentante potrà andare a Tripoli per esprimere un parere su come sistemare il cimitero italiano, danneggiato da una lunga incuria. E se questa, che pure ci sta a cuore, è la sola novità positiva, le cose non vanno bene», dice Giovanna Ortu, la presidente dell' Associazione italiani rimpatriati dalla Libia. Dal suo punto di vista, il negoziato tra il nostro Paese e la Jamahiria sulla lotta all' immigrazione clandestina rischia di essere un' occasione mancata.
Perché tanta insoddisfazione?
«Il governo si sta occupando dell' immigrazione e del gran volume di affari che l' Italia ha con la Libia, ma non di noi. I pochi soldi destinati all’indennizzo per i danni che subimmo cadono sempre sotto la scure di Tremonti. E non è che chiediamo molto. Neanche sui visti che desideriamo per rivedere il Paese dal quale fummo cacciati 33 anni fa riescono a ottenere passi avanti da Tripoli. Sospetto che il governo ci consideri colpevoli».

Il governo italiano? Non quello libico?
«Io, che avevo un padre arrivato in Libia nel 1917, non rinnego il nostro passato colonialista. La storia, che non si ripete, non si cancella. Ma perfino il ministro degli Esteri libico Shalgham, quando nel 2002 sono stata riammessa lì una volta, mi disse: ce l’abbiamo con il colonialismo, non con voi singoli. E infatti in Libia ebbi grandi manifestazioni di affetto».

Quali rimborsi rivendicate?
«Ad essere mandati via da Gheddafi, nel 1970, fummo in 20 mila. Altri 5mila se n’erano andati nei dieci mesi precedenti. Ci accontenteremmo di 250 milioni di euro da stanziare in più anni. I beni che ci confiscarono, 33 anni fa, furono valutati in 400 miliardi di lire di allora. Le domande di rimborso al Tesoro sono 6.500. Potemmo presentarle soltanto al governo italiano, il solo titolato a ricorrere contro la violazione del trattato».

Le ultime risposte?
«Berlusconi mi promise una soluzione, poi nella Finanziaria c'è stato soltanto uno stanziamento, mal congegnato, di 2 milioni e mezzo di euro per tre anni. Offensivo. E il 5 giugno il ministro degli Esteri, Frattini, ha sostenuto che sui visti confidava in “un gesto di disponibilità umanitaria” del governo libico. Ma insomma, un po’ di dignità: forse non era neanche stato informato che i libici avevano già preso impegni formali nel 1998».


ITALIA-LIBIA/ CREDITI NON ASSICURATI, DOSSIER ANCORA INEVASO
Ap.Biscom

1 luglio 2003

Oltre 887 milioni di euro dovuti alle aziende italiane
Discorso separato da quelli dell’embargo e della lotta all’emigrazione clandestina, è il superamento di alcune questioni bilaterali legate ancora al retaggio coloniale e forse alla fatica del Colonnello Gheddafi di lasciarsi alle spalle il ricordo di quegli anni. Due i temi rimasti ancora aperti a trattative: quello dei crediti non assicurati delle imprese italiane verso istituzioni, enti e organismi libici e quello dei visti agli italiani rimpatriati e ai profughi.
Dopo la prima trance di pagamenti da parte del governo libico alla Sace, che aveva a sua volta risarcito le imprese italiane assicurate che avevano eseguito lavori in Libia senza essere state ricompensate, a differenza di quanto annunciato durante la visita a Tripoli di Berlusconi, i crediti non assicurati delle aziende italiane sono rimasti inevasi. A quanto si apprende da fonti diplomatiche, si tratterebbe di oltre 887 milioni di euro (calcolati da una parte terza) e di crediti che risalgono agli anni Settanta. Un nodo, insomma, ancora da sciogliere.
C’è inoltre un’altra questione non risolta che riguarda una questione “umanitaria”: quella dei visti agli italiani rimpatriati e ai profughi, nonché della salvaguardia dei propri beni. Per l’Associazione Italiana dei Rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu ne fa una questione di principio. Si tratta spesso di persone ormai molto anziane, nate in Libia durante l’occupazione e che vorrebbero solo rivedere da turisti il luogo dove hanno trascorso l’infanzia, oppure il cimitero dove sono stati sepolti alcuni cari. La Libia è rimasta tuttavia molto rigida nel rilascio di visti a persone nate nel periodo coloniale, I rimpatriati italiani erano 20 mila, nel 1969, oggi l’associazione ne rappresenta circa 1.800 (capifamiglia).
Legata solo in parte alla vicenda dei rimpatriati è quella degli ebrei libici di cittadinanza italiana, i quali hanno creato un Comitato di Assistenza agli Ebrei di Libia nel tentativo di recuperare alcuni beni persi con l’abbandono di quel Paese dopo il 1967. La comunità ebraica, presente in Libia per 2000 anni, è stata molto florida fino alla sua cacciata dopo la Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967 erano circa 4mila gli ebrei italiani.
Sds/Nes


 

Intervista a Giovanna Ortu di Maurizio Rinaldi
Il Tempo

20 ottobre 2002


GIOVANNA Ortu Ë presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, che riunisce i 2Omila italiani che furono espulsi dal paese arabo nel luglio 1970 dal colonnello Gheddafi, appena salito al potere.
Signora Ortu, cosa pensa della visita del presidente Berlusconi in Libia?
"La vediamo con estremo favore. Siamo stati cacciati trent'anni fa da Tripoli con un decreto di espulsione che ha violato un trattato sottoscritto da Libia e Italia e che recepiva una risoluzione dell'Onu ma che il nostro Paese non ha mai fatto valere, mirando pi˜ alle forniture di petrolio. Nel 1999 c'Ë stato l'accordo fra l'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini e il ministro degli Esteri libico. Ora il presidente Berlusconi gestirý la questione. Allora abbiamo perso una cifra che oggi corrisponderebbe a 2 miliardi di lire.
 Ne abbiamo ottenuti in questi anni solo 300. Chiediamo almeno 500 miliardi, di cui subito 50. Non importa se la Finanziaria stringe i cordoni della borsa, abbiamo diritto, da trent'anni, a un indennizzo. Capisco che sono tempi duri e che la Fiat va male ma proprio Gheddafi nel 1976 finanziÚ con i nostri soldi la crisi della casa automobilistica. Ora Ë il momento che venga fatta giustizia".
Quanti sono ora i rimpatriati dalla Libia?
"Dei 2Omila espulsi molti sono morti, anche in seguito a ciÚ che Ë accaduto. Sono rimaste oltre 6 mila persone".
Che cosa ricorda dei tempi dell'espulsione dal paese in cui risiedevate?
"La mia famiglia possedeva diversi terreni agricoli, eravamo benestanti. Il giorno dell'espulsione mi ricordo di aver chiuso la porta di casa con mia figlia di 7 mesi in braccio e di essere andata di corsa, ancora in ciabatte, all'aeroporto. »' stato drammatico. Abbiamo dovuto ricostruire da zero le nostre vite"
A maggio Ë potuta tornare in Libia per incontrare il ministro degli Esteri. Cosa ha provato rientrando in quel paese?
 "Emotivamente ho cercato di vivere il rientro con tranquillitý. La rabbia che ayevo provato i primi tempi dopo la fuga si era dissolta. I componenti dell'associazione provano ora solo nostalgia. Sono anzi rimasta colpita dalle dimostrazioni d'affetto nei nostri confronti.
Ho avuto l' opportunitý di tornare nella casa dove sono nata, a Tripoli, e ho camminato nel grande giardino. Ebbene, mi ha fatto piacere che era ben tenuta. Certo, la cittý Ë molto cambiata ma conserva un fascino incredibile. E' un paese che avrý un futuro turistico rilevante".
Ora volete giustizia e l'adeguato indennizzo. Quali sono le vostre richieste?
"Avevamo molto in Libia e abbiamo improvvisamente perso tutto. Credo che il presidente Berlusconi vada lÏ anche per sciogliere il contenzioso fra la Libia e le imprese italiane che negli anni 80 e 90 hanno lavorato nel paese arabo. Insomma, abbiamo diritto allo stanziamento di quattro soldi, alla sistemazione del cimitero di Tripoli e alla facoltý di tornare in Libia. Si tratta della nostra dignitý".


Premier in Libia. I dubbi di An: chiarisca i motivi
Corriere della Sera

19 ottobre 2002

ROMA - L'incontro tra Silvio Berlusconi e Muhammar el Gheddafi in programma per il 28 ottobre a Tripoli ha reso inquieta Alleanza nazionale. Del viaggio si Ë parlato ieri nel Consiglio dei ministri e, stando a voci filtrate fuori, il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini avrebbe avanzato riserve sostenendo che in Libia i sentimenti anti-italiani non sarebbero spenti. Quando questa versione Ë rimbalzata tra i giornalisti, Fini ha fatto precisare di essersi limitato all'"auspicio che la visita possa migliorare i rapporti tra i due Paesi e con i nostri connazionali obbligati a lasciare la Libia". Meno diplomatico Ë Mirko Tremaglia, ministro di An per gli Italiani nel mondo: "Mi dispiace di aver lasciato la riunione prima, avrei avuto qualcosa da dire. Da presidente della commissione Esteri della Camera fui invitato in Libia: risposi che non ci mettevo piede se non veniva cancellata la festa nazionale della vendetta contro l'Italia, fissata in ottobre. E finchÈ non la si cancella credo che nessuno debba andare lÏ". Saputo che Berlusconi restituirý ai libici la Venere di Cirene, statua sottratta dall'Italia in era coloniale, il ministro che non rinnega il suo passato nella Rsi aggiunge: "Ci restituiscano semmai le aziende agricole nate dal deserto quando demmo anche la cittadinanza italiana al libici".
Nel frattempo Gustavo Selva, An, presidente attuale della commissione, ha chiesto che il governo spieghi lo scopo del viaggio.


Un'autostrada e un ospedale il prezzo simbolico.
Il 28 ottobre l'incontro tra Berlusconi e Gheddafi. 

il Tempo

20 ottobre 2002

ITALIA- Libia: ovvero, l'ora della pace. L'incontro tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi - lunedÏ 28 ottobre, cioË tra meno di dieci giorni, sotto la tenda beduina riservata agli ospiti pi˜ importanti - sancisce la fine del contenzioso tra Roma e Tripoli sull' "occupazione colonialista" italiana. Una data storica, quindi. E nello stesso tempo, anche se non c'Ë stato nel caso specifico alcuna mediazione dell'Italia, il rientro del Colonnello, non pi˜ leader di uno "stato canaglia", nella comunitý internazionale. Il testo dell'intesa che ha reso possibile la visita di Berlusconi, prevista per la scorsa primavera e via via slittata, Ë pronto. Berlusconi rimarrý in Libia una giornata: il tempo di un colloquio a quattr'occhi con il "Grande leader", di un pranzo con le due delegazioni. Fino a ieri non era ancora definito il luogo dell'incontro: o l'oasi di Sehba, o Tripoli oppure Sirte, che Ë anche la sede del Parlamento libico, e dettaglio importante, la cittý meno lontana da Benghasi, dove i due potrebbero fare una visita a sorpresa per inaugurare insieme il Centro medico di eccellenza che Ë il "dono simbolico" offerto dall'Italia alla Libia per chiudere col passato. 
Risultato che Ë merito soprattutto di Berlusconi, che si Ë incontrato due volte (a Roma e Valencia) con il ministro degli Esteri libico Abdulrahman Shalgam, ed ha costituito un comitato "ad hoc" di diplomatici che ha negoziato, anche duramente i termini dell'"indennizzo": dopo aver in un primo tempo accettato (sulla base di un incontro con l'allora ministro Renato Ruggiero) che prendesse la forma di un centro medico (ospedale ma anche centro di insegnamento specializzato), Tripoli ha infatti cambiato idea.
La nuova richiesta, resa pubblica proprio a "Il tempo", era un'autostrada tra Tripoli e Benghasi. Il braccio di ferro Ë stato duro ad un certo punto, un caso?, i libici hanno anche bloccato i contratti con le aziende italiane) ma Roma non ha ceduto: perchÈ in questo momento non ha le disponibilitý finanziarie per un "regalo" del genere e poi perchÈ l'indennizzo doveva essere "per tutto il popolo libico". Tripoli alla fine ha capito. Del resto, quasi certamente, l'autostrada i libici l'avranno comunque: il governo Ë infatti favorevole a che le aziende italiane che lo vogliano partecipino, su base volontaria, alla societý mista che la costruirý.
Tra i principali punti dell'accordo, che porterý in futuro alla firma di un Trattato di amicizia e partenariato in tutti i campi, ci sono impegni precisi sui due problemi pi˜ sentiti da parte italiana: quelli dei crediti vantati da aziende italiane in Libia, che sarý risolto da un comitato ad hoc giý costituito, e dei visti che gli italiani espulsi dalla Libia nel 1970 chiedono da anni - ed ora otterranno - per tornare a vedere le case dove sono nati e sono cresciuti. 


Telefoni e voli bloccati
Libia isolata ricorda le vittime del fascismo 

TRIPOLI -- Libia isolata dal mondo per una giornata in ricordo ´delle vittime del crimine selvaggio commesso dai fascisti italianiª.
Ieri nessun volo internazionale Ë decollato o atterrato dagli aeroporti, nessuna chiamata telefonica con l'estero: una segreteria telefonica ricordava la mobilitazione nazionale contro l'occupazione durata dal 1912 al 1942. Una commemorazione che il governo di Tripoli porta avanti da anni, nonostante li documento congiunto siglato con il nostro Paese nel 1998, e che viene a coincidere con la vigilia del viaggio del premier Silvio Berlusconi in Libia. Il presidente del Consiglio domani mattina avrý il primo incontro con Gheddafi, nel tentativo di aprire ´una nuova pagina" nelle relazioni tra i due Paesi. Dopo il lungo lavoro diplomatico svolto da Giulio Andreotti, concluso dall'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini con l'accordo del '98, a Tripoli ci sono state visite ufficiali di Massimo D'Alema e poi di Renato Ruggiero. Ma successivamente, secondo gli addetti ai lavori, tra Roma e Tripoli sorti alcuni ´malintesiª, legati an‚che a nuove richieste di indenniz‚zi che i libici avrebbero formulato per compensare i danni causati dal colonialismo dell'Italia fascista, che hanno determinato una fase di stallo nello sviluppo delle relazioni bilaterali, sopratutto a livello politico, superata Il 9 ottobre da un colloquio telefonico tra Berlusconi e GheddafL. Ora la missione del premier dovrebbe consentire di restituire ´pienezza e sistematicitýª - come osservato da fonti diplomatiche nei giorni scorsi - a rapporti bilaterali che assumono rilevanza ancora maggiore alla luce della necessitý di garantire la sicurezza nel Mediterraneo.  


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Coinvolgono Ciampi "le parti deboli". Sacrificate da Silvio e Muammar
La Velina Azzurra

4 Giugno 2002

Claudio Lanti

Per Ia prima volta, fidandosi ormai poco di Berlusconi, dopo le mancate promesse seguite alIa visita a Tripoli del 28 ottobre scorso, le associazioni di categoria che rappresentano gli ex interessi italiani in Libia l'AiriI (imprese creditrici) e I'AirI (beni dei rimpatriati) si sono appellate direttamente al Capo dello Stato, nella "Sua veste di supremo tutore della Nazione": un ruolo ampliato rispetto alla Costituzione scritta, ma che Ciampi ha finito con assumere occupando progressivamente i vuoti altrui e in questo caso le omissioni del Governo. La mozione dell'assemblea annuale dell' Airl, che si Ë riunita a Bergamo il 25 maggio, invoca un intervento del Presidente denunciando che nel processo di riconciliazione Italia-Libia vengano trascurati i "capitoli che toccano le parti pi˜ deboli del contenzioso bilaterale, forse da qualcuno ritenute sacrificabili".

Alla vigilia del viaggio di Frattini in Libia, le associazioni di categoria hanno fatto nuove pressioni sul Governo. II presidente delI'Airil Leone Massa ha scritto a Berlusconi ricordandogli che "l'accordo da Lei sottoscritto a Tripoli ii 28 ottobre dello scorso anno, che prevedeva il pagamento da parte Iibica dei debiti verso le imprese itaIiane entro il 31 marzo 2003, Ë stato disatteso fin dai primi passi della sua attuazione e alla fine bellamente calpestato e mandato in soffitta. La lettera lamenta il carente appoggio della Farnesina sulla questione dei crediti, insinuando che sia frutto delle pressioni dell'Eni, che intende assecondare I libici per fare I propri interessi petroliferi.

A sua volta Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, ha ammonito il ministro Frattini sostenendo che "II processo di riconciliazione in atto non potrý essere legittimamente completato fin quando il governo italiano non abbia chiuso Ia questione dei beni confiscati dal regime libico, con una definitiva legge di indennizzo a favore degli espatriati. In caso contrario Ia riconciliazione avverrebbe sacrificando non solo gli italiani colpiti daquel regime ma mortificando l'onore stesso dell'Italia".


E' la promessa di Gheddafi al ministro Frattini in visita nel Paese
Tripoli combatterò il terrorismo

Il Sole 24ore

Gerardo Pelosi

I venti di pace che salgano da Aqaba contagiano positivamente Medio Oriente e Maghreb arabo. Ed Ë un linguaggio insolito quello che il colonnello Muammar Gheddafi utilizza nell'incontro con il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, all'ombra della tenda berbera montata nel cortile della caserma "Bab-al-Azyzya", poco fuori Tripoli, di fronte all'edificio bombardato dagli americani nell'86 e nel quale morÏ la figlia del "leader". Da allora tutto Ë rimasto intoccato: le schegge, i divani sventrati e i soffitti pericolanti. Ma, simboli del passato a parte, la Libia di oggi sembra volere chiudere davvero i conti con quella vecchia realtý. Il colonnello chiarisce a Frattini che lui il terrorismo internazionale lo vuole combattere davvero, che anzi si sente lui stesso minacciato dai fondamentalisti e che aspetta «con grande impazienza»l'inizio del semestre di presidenza italiana dell'Ue per uscire dall'isolamento e proseguire la marcia di avvicinamento verso l'Occidente. E chiudere il contenzioso con l'Italia (crediti, visti e risarcimenti), suggellando l'accordo con una visita nel nostro Paese, per ora solo un progetto. Gheddafi (che ha avuto anche un colloquio telefonico con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi) ha discusso a lungo come combattere l'immigrazione clandestina, creando sviluppo nei Paesi di provenienza. Ma quello che pi˜ importa Ë che il Governo di Tripoli sembra intenzionato a chiudere la stagione del sostegno politico (e in certi casi anche finanziario) ai movimenti estremisti palestinesi. Nel frattempo entro il 10 dicembre una commissione mista dei ministeri dell'Interno italiano e libico chiuderanno l'intesa per la collaborazione tra forze di polizia per controllare le partenze dei clandestini dai porti libici. Sul piano bilaterale Shalgam e Frattini hanno firmato un accordo di cooperazione culturale e scientifica in base al quale potrý rientrare in Libia giý nelle prossime settimane la Venere di Cirene. La Libia ha riconosciuto inoltre una quota consistente dei 600 milioni di euro di crediti non assicurati che rappresentano il contenzioso pi˜ pesante tra i due Paesi. Anche la questione dei visti per gli Italiani espulsi dal Paese nel '70 sembra avviata a soluzione. Nello stesso tempo il progetto di ospedale ortopedico italiano andrý avanti cosÏ come l'autostrada Tripoli-Bengasi. Il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunari sarý a Tripoli entro la fine di luglio per finalizzare il progetto.

© A.I.R.L. 2003 - 2004